Monday, August 11, 2025

GRICE E VERA

 INTR0D1 ZIONK FILOSOFI \ DELLA STORIA. INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DELLA STORIA LEZIONI DI A. VERA RACCOLTE F. PUBBLICATE CON l/ APPROVAZIONE DELI/ AUTORE RAFFAELE MARIANO FIRENZE. SUCCESSORI LE MONNIER I H«9. ’UigìtizSd by Googl Digitized by Google AVVERTENZA. • Questo libro, come il titolo stesso lo dice, contiene lejezioni sulla Filosofia della Storto dettatlTpeTcflrso di tee anni scolastici gai prof." A. vcflT nella Università di Napoli. Dopo Trnle raccolte, ci venuti in pensièro di comporne un libro, che ha meritato r approvazione dell’ Autore, e presentarlo al pubblico come una introduzione allo studio della Filosofia della Storia di Hegel. Crediamo che esso avrà anzitutto il pregio di rag- giungere lo scopo interessante di divulgare, diffondere e, diremo quasi, popolarizzare la dottrina e il pensiero di Hegel; e più specialmente poi di mettere alla por- tata dell’ intelligenza, in un certo senso comune, uno, a nostro avviso, dei più fertili prodotti di quell’ ingegno sovrano. Perchè la Filosofia della Storia mostra in modo forse più chiaro quanto quel pensiero fosse alieno dalle astrazioni scolastiche, e quanta invece fosse in lui potenza di penetrare, comprendere e som- mettere la realtà. Per lo che nudriamo fiducia che il nostro libro contribuirà grandemente a ingenerare e, per meglio dire, a fortificare la convinzione che la filo- sofia egheliana è la sola che risponda alle esigenze e soddisfi ai bisogni dello spirito dei tempi nostri. Non sarà però questo solo il pregio o lo scopo del nostro libro. Si sa che in generale un libro è qual- cosa molto complessa, che presenta lati ed aspetti mol- Introduzione alla Filosofìa della Storia. a igitized by Google H AVVERTENZA. teplici e differenti , e intorno al quale vari scopi si combinano e s’ intrecciano. Un altro scopo soltanto vogliamo notare, che, se non più, non meno però del primo ci sembra considerevole ed essenziale. In que- sto libro si troverà un modello d’insegnamento; un mo- dello di quella forma d’insegnamento exoterico, raro e difficile, che il Vera nelle jsue lezioni suole con precf.- kziQhà.sòguitarc , e che adopera poi con fiue tatto e perfetta maestria. Intendiamo parlare di quell’ inse- gnamento che, muovendo dall’estrinseco, si propone, secondo un processo e un movimento naturali alla mente, di condurre la mente stessa, e la conduce in effetti, all’intrinseco, all’intima e profonda natura delle cose; e nel quale, per usare l’espressione immaginosa di uno scrittore arguto e originale, 1 le mire sono si elevate che l’ intelletto resta avvinto e si sente quasi dall’ Atlante ariostesco trasportato in alto. E qui, a maggior conferma della nostra opinione, ci piace la- sciar la parola al nostro amico M. Vitto. Allorché pre- paravamo questo libro, egli ci diceva in proposito queste tra le altre cose: — « II nostro maestro Vera coi suoi lavori pubblicati sopra Hegel, pei quali ha consumato tutta la sua vita operosissima, non ha potuto indiriz- zarsi che ad una certa classe di lettori. In vece colle lezioni dettate dalla cattedra egli si è diretto quasi di- rei a tutti. Nelle lezioni si trova una guida, una scorta fedele per elevare la mente a più alti voli ; la scorta , starei per dire, per quel primo muoversi di una mente ancor dominata dai pregiudizii verso la verità, quale si manifesta e si offre nel sistema egheliano. » Accennati appena gli scopi precipui di questo li- bro, ci sia permesso dir qualche parola della sua eco- * Eugenio Camerini. — Vedi la sua Rivista Critica di libri vecchi e nuovi — Anno I, pag. 187. Digitized by Google AVVERTENZA. iq noraia interna, delle norme, cioè, e dei modi ai quali ci siamo attenuti nel condurre il nostro lavoro. Tutti coloro che in un modo qualunque hanno l’atto esperienza dell’ insegnamento pòrto dalla catte- dra, avranno di leggieri riconosciuto le necessità in- trinseche e anche più estrinseche dalle quali è circon- dato. Chi parla dalla cattedra, a voler ben chiarire il suo pensiero, a ben illuminare il suo uditorio composto di gente per solito varia per forza d’ intelligenza , di antichi discepoli, di nuovi venuti e anche di semplici curiosi, è di sovente obbligato a ritornare su’ suoi passi e qualche volta persino riprendere le cose ab ovo per rimettere innanzi alla mente e quasi trattar di nuovo punti già prima trattati, in quanto costituenti la neces- saria presupposizione e il più saldo fondamento delle nuove teorie che prende ad esporre. Epperò il racco- gliere fedelmente le sue parole ed offrirle al pubblico tali quali sono state da lui pronunziate sarebbe segno di pòco discernimento nel raccoglitore, oltrecchè sa- rebbe opera che non raggiungerebbe il suo scopo. L’atmosfera, l’ambiente è cambiato, e con esso le con- dizioni si sono benanche modificate. La scuola non è il pubblico; e ciò eh’ è bene appropriato all’ una, non è sempre fatto per accomodarsi alle esigenze dell’ altro. Convinti di questa verità, non potevamo riprodurre in questo libro tutto quanto il Vera credè dire e doveva dir dalla cattedra. Noi abbiamo sentito questo primo bisogno — come lo sentirebbe chiunque si mettesse ad un lavoro pari al nostro — di scegliere, racco- gliere la sostanza delle materie trattate, e qualche volta ancora compendiarla, sceverandola da tutti quegli svi- luppi accessorii e collaterali, relativi a punti già esa- minali, i quali, deve supporsi, sono presenti al lettore. Nel soddisfare però a questo bisogno non abbiamo crc- Diqitized by Google IV AVVERTENZA. dulo dover esagerare e spingere le cose tant’ oltre da troncare i nervi e le congiunzioni indispensabili alla chiara esposizione. Onde, abbadando alla speditezza, abbiamo cercato d’ altra parte non riuscire all’ oscuro o al poco intelligibile. Accanto a questo primo bisogno un altro non meno importante se n’ è presentato. Non bastava spigolare e raccogliere i molti materiali, bisognava per dipiù ordi- narli e ridurli ad unità. Di certo deve dirsi che questa unità, questo nesso esisteva, era intimo alle cose stesse. Ma dall’ altro lato era naturalmente rimasto quasi latente e offuscato sotto l’ originaria forma orale , di- scorsiva, frammentizia e quasi improvvisa. Era dunque per lo meno necessario metterla in risalto codesta unità e rendere rilevati e spiccanti il nesso e il pas- saggio da un’ indagine all’ altra , da questa teoria a quella. E noi che, avendo innanzi l’insieme dei mate- riali, avevamo ogni agio di comparare e ravvicinare le varie parti tra loro, ci siamo decisi, per provve- dere al bisogno d'armonia, d’ordine, di sistema e di unità, a spostarli, secondo il bisogno. Onde non di rado quello' che stava prima lo abbiamo messo dopo, e così reciprocamente il dopo prima; e ciò non solo nel generale, ma anche nella esposizione delle singole teo- rie. Non di meno, per non abusare di quest’azione di ricomposizione e per non alterare d’avvantaggio respli- camento spontaneo del pensiero dell’autore, abbiamo talvolta stimato opportuno lasciare le cose quali erano, lu qualcuno di questi casi forse il nesso e il passag- gio potranno sembrare a prima vista poco manifesti. Meglio riflettendo però si vedrà che la sconnessione non è più che apparente; e l’ intimo legame sarà chiaro per chi voglia tener conto di quel che precede e di quel che segue. Digitized by Google AVVERTENZA. V Finalmente in alcuni luoghi il pensiero dell’ autore ci è parso lasciasse qualche lacuna, se non per sè, al- meno pel lettore, e in alcuni altri facesse sorgere in noi qualche dubbio, siccome è da credere Io avrebbe fatto sorgere anche in altri. Per questo ci siamo permesso corredare il libro di qualche nota. Con le quali abbiamo guardato appunto a riempire qualche apparente lacuna ovvero a dileguare L dubbii, proponendoli a noi stessi e, secondo le nostre forze, risolvendoli. Ciò, lungi di nuocere, crediamo che conferisca sempre meglio al- l’esatta e adequata comprensione del pensiero dell’au- tore. Ad ogni modo così facendo non ci è sembrato tra- scendere il campo di un certo diritto, e forse più di un certo dovere. Noi che abbiamo raccolto dalla viva voce del Vera non solo le lezioni sulla Filosofia della Storia, ma anche quelle sulla Storia della Filosofia che durano già da sei anni e tuttavia continuano, 1 dobbiamo es- sere abbastanza penetrati del suo pensiero e abbiamo perciò stesso il diritto e il dovere, ove ne sia d’ uopo, di esplicarlo c renderne conto. Rimangono la forma e lo stile dati a questo libro. * L’ accennare qui alle lezioni sulla storia della filosofia non è fuori di proposito. Non si ha da credere chela filosofia della storia e la storia della filosofiasiano due cose affatto scisse e l'una dall’altra indipendenti: al contrario, tra loro havvi nesso e intima concate- nazione La scienza è unità, organismo, sistema, ove ciascuna parte implica il tutto. Se la filosofia della storia è l'idea della storia, la storia della filosofia è la storia dell’ idea. In quella è l’ idea che si è manifestata nel mondo esteriore e sensibile. In questa l’ idea che si è rivelala a se stessa. Senza la storia della filosofia non si deter- mina P ultimo stadio necessario e assoluto dell’idea, non si può, cioè, costituire la filosofia che storicamente e speculativamente la vince sulle altre, contenendole e sorpassandole a un tempo. Ed è da questa filosofia, come più oltre nella nostra Prefazione ci stu- dieremo di mostrare, che dipendono le sorti della filosofia della sto- ria. Donde apparisce che l'essere e la cognizione della filosofia della storia si avvantaggiano della storia della filosofia come di un proprio sostrato e di una necessaria presupposizione. Digitized by Google AVVERTENZA. VI Conservare, per quanto è possibile, l’espressione, la ma- niera e il dettato originali delle lezioni, è stato per noi come un sacro dovere che ci siamo imposto, e ciò a fin di lasciare all’opera del Vera il suo sapore natio, la sua spontaneità, esempi famosi e non facili ad ugua- gliare di naturalezza e di grazia , e di non turbare in pari tempo quella nitidezza, ond’ egli in modo raro e quasi unico circonda ed illumina la manifestazione del suo pensiero. 1 Ma vi ha di più, ed è che codesta tra- * Abbiamo sentito ripetere soventi volte essere il Vera capace ed esperto scrittore francese, non italiano. E che in francese ab- bia egli scritto i più grandi lavori, è un fatto ; ma dedurne la sua insufficienza come scrittore italiano, non ò naturale nè logico. È anzi opinione interamente erronea e falsa, in quanto non resiste alla più semplice riprova materiale. Basta di fatto leggere i suoi lavori originali italiani. Fra gli altri Amore e filosofia. — La pena di morte. — Le prolusioni alla storia della filosofia e alla filo- sofia della storia, lette a Napoli nel 1862 (Vedi il volumetto in 8°, Napoli, 1863). Forse egli non sarà scrittore italiano per cer- tuni ; ma lo sarà senza fallo per chi sa tenere in giusto pregio la chiarezza del pensiero, la naturalezza, la semplicità dell’espres- sione, il tatto, la misura, la giusta proporzione delle parti e rac- cordo e l’armonia dell’ insieme. Similmente lo sarà da chi intende che non è il volume, la quantità, cioè, ma il contenuto, la qualità dello scritto che determina il valore e l’ importanza dello scrit- tore; e che un grande autore ha la stessa ambizione del grande artista, al quale pur d’aver fecondata e creata una vera opera d’arte, in luogo di cedere alla furia di concepire e produrre in gran copia lavori imperfetti e mediocri, sembrerà aver speso bene la vita nel culto dell’ ideale, di quel desìo ardente, infinito, che l’agita e lo coromove. Le son cose elementari, — lo sappiamo — eppure non di rado uomini maturi fan le viste di dimenticarle. Si strano fenomeno non è però difficile a spiegare : l’ opinione accen- nata costituisce un mero giudizio preconcetto, mentre parecchi che l’enunziano non hanno visto nemmeno di lontano gli scritti italiani del Vera. A costoro ci piace riferire un curioso particolare. Allorché il Vera nella solenne riapertura dell’ Accademia scientifico-lette- raria di Milano ebbe letto Amore e Filosofia, vi fu chi, attribuen- dogliene il concetto e la testura, pur pensò, che nella purezza e venustà del dettato, nel colorito poetico e in quella freschezza gio- vanile e sorridente dell’ espressione fosse da vedere il tocco di un abile correttore. Il particolare è un po' minuto , è vero, ma cade molto a proposito. Diqi !od by Google AVVERTENZA. ■VII sparenza e lucidila di espressione, codesta forma sem- plice, ingenua, senza pretensione, eppure non senza una certa eleganza e movimento, dovevamo con tanta mag- gior cura lasciare integra e inviolata, primieramente perchè essa mostra che un pensiero profondo, intimo e originale, purché intenda se stesso, non si disgiunge dalla schiettezza e dalla precisione. Ed inoltra perchè essa costituisce una prova novella, fra le tante altre, che il pensiero di Hegel non è più pel Vera il pensiero di un altro, ma è divenuto il suo proprio pensiero ; che egli, il Vera, non è il ripetitore, ma l’interprete del pensiero di Hegel ; e che perciò stesso, esponen- dolo, quasi lo rinnova e, nell’atto che lo riproduce, lo allarga, lo svolge e a dir così lo rigenera. Per rendere intanto il nostro lavoro in qualche modo più compiuto, ci è sembrato cosa opportuna farlo precedere da una prefazione, nella quale, mirando a de- terminare la natura e a segnare i limiti del libro, ab- biamo gettato un colpo d’occhio generale sullo stato della scienza in rapporto alla filosofia della storia. Napoli, gennaio 1869. Raffaele Maiuano. Digitized by Google Digitized by Google PREFAZIONE. LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’ IDEALISMO. / I. In un certo senso la storia, considerata in sè, ob- biettivamente, in quanto storia, fa con 1’ universo. una sola e stpssa cosa. Perchè se per storia in generale si vuole intendere una certa energia di moto e di svi- luppo, I’ universo, si può dire, è appunto que- st’ energia ad ogni momento e in tutte le sfere della sua esistenza. Se non che alla storia propriamente detta non può accordarsi un senso così universale e generico La storia intesa nel senso proprio e spe- ciale è opera dello spirilo. E come tale, se ci fac- ciamo a considerarla sotto una forma subbiettiva, cioè dire, come riproduzione del fatto storico, narrazione storica, mentre da un Iato deve ammettersi che que- sta forma della storia non ha cominciato ad esistere nè lo poteva se non al punto in cui lo spirito crasi ele- vato a un certo grado di riflessione, aveva acquistato una certa forza di ritornare su se stesso; dall’ altro, sin dai primi e più oscuri albori di questa riflessione, di questo stato cosciente, noi incontriamo i tentativi e le tracce della storia, noi vediamo lo spirito intento a ripiegarsi su se stesso e a trasformare l’esterno Digitized by Google X PREFAZIONE. in rappresentazioni e immagini interne. Questo feno- meno è al tutto naturale, nè è quindi da mostrarsene punto sorpresi. L’uomo nella storia vede se stesso, vi vede il prodotto della sua, attività, l’opera delle sue mani. Di qui anche la curiosità, l’interesse e la predilezione, che tutti più o meno sentiamo per la sto- ria e in generale per quanto alla storia si riferisce. Per lungo tratto però questo riconoscere se stesso nella storia è stato per lo spirito e doveva essere un fatto istintivo, irriflesso e virtuale più che uno stato di consapevolezza lucida e sviluppata. Lo spirito, è vero, ha sin dal bel principio riprodotto gli eventi storici; ma questa non era che riproduzione immediata, sensibile, naturale, una spiritualizzazione, a dir così, tuttora materiale. Finché la distinzione, la scissura originaria tra sè e l’ obbietto era conservata, questo collocavasi innanzi allo spirito sempre come obbietto estrinseco e indipendente. Tra 1’ uno e 1’ altro eravi un certo rapporto, per cui, l’uno sull’altro rifletten- dosi, al pensiero era dato foggiare in qualche modo l’ obbietto. Ma da un altro canto l’ obbietto in fondo mo- stravasi ribelle ad una compiuta penetrazione; onde il pensiero nou sapeva determinarne l’ intima natura e la Necessità intrinseca. Così la storia era ciò che poteva essere; era storia materiale, un’accozzaglia, cioè, un novero di eventi sconnessi e fortuiti. Che se col tempo si cercò talora adattarvi qualche spiegazione, e si cominciò poscia a ricongiungere gli avvenimenti a certe cagioni; queste come quella d’ordinario rimanevano altrettanto estrinseche, accidentali e arbitrarie quanto i fatti ai quali si applicavano. La storia, questa vox ferrea, per dirla con Virgilio, riducevasi allora all’umile ufficio di maestra della vita — 1 Bistorta testis lemporum.... vita memorile.... magistra ville.... — è così che l’avea de- Digitized by Google ÌJl filosofia, della storia e l’idealismo. XI finita Cicerone (De Orai., lib. II). Attingervi ammaestra- menti per l’ avvenire e regole di condotta per casi identici: ecco lo scopo cui si credeva potesse servire. E per simil guisa se ne disconosceva la natura essen- ziale, il carattere proprio e distintivo, secondo il quale la ripetizione identica degli avvenimenti è impossibile. Al di fuori dell’ unità sostanziale del pensiero e della storia , le leggi di questa dovevano per quello rimanere occulte e nascoste. Ma la storia ha forse le sue leggi? E se le ha, quali sono e quali possono essere queste leggi? II. Vedere se e quali leggi abbia la storia è argomento difficile e malagevole a trattare in modo estrinseco e sotto una forma generica e indeterminata. Noi non ci arrischieremo su questo campo immenso. Dobbiamo bensì limitarci a qualche breve considerazione. Se la storia non fosse governata da alcun princìpi pio, da alcuna legge , legge , se si vuole , propria e \ speciale, ma assoluta quanto quella che regola resi- stenza di un ente altro qualunque, la pianta o l’ani- male, per esempio, non pur la filosofìa della storia sa- rebbe impossibile, ma la storia stessa diverrebbe un puro fatto irrazionale. * Si può dire che 1* esistenza di leggi nella storia è un presupposto implicito di quella stessa posizione che il pensièro irriflesso e inconsciente ha preso e seguita co- munemente a prendere rimpetto alla storia. Perchè il pensiero che afferma e proclama la storia essere la mae- stra della vita, non può concepirla come il mero pro- dotto dell’arbitrio, del capriccio o del caso. Se a certe Digitized by Google XII PREFAZIONE. cause attribuisce certi effetti, e se a cause identiche crede corrispondano identiche conseguenze, vuol dire che esso, se non vede, intravvede un non so che, una certa necessità che ha condotti e sviluppali gli avveni- menti storici. Ed è questa necessità che gli s'impone e quasi inconsciamente lo spinge a darsi conto e spiega- zione di tali avvenimenti. Certamente sfugge a questo pensiero la vera spiegazione, il vero rapporto tra il fatto e la necessità che lo ha generato, e soprattutto poi gli sfugge l’ insieme dei rapporti, appunto perchè non si è elevato al concetto dell’unità assoluta e ideale della storia. Ma ad ogni modo questo pensiero, incapace a determinare le leggi della storia, ne presuppone resi- stenza ; esso le porta in sè come sostrato virtuale di se stesso e, benché istintivamente, vi crede e le afferma. Ma si guardi la cosa in modo un po’più diretto. La storia è il prodotto dell’ attività dello spirito. Ciò è chiaro, ed è ancora più chiaro che lo spirito ha pro- prie leggi che ne costituiscono la natura e ne determi- nano 1’ energia. Chè se nello spirito vi possono essere sviluppi, anzi ve ne sono, nella sua sostanzialità poi esso rimane sempre a se stesso identico; esso è sem- pre lo spirito; ed oltre a ciò le leggi costanti della sua natura si rivelano precisamente attraverso il moto in- cessante e i successivi sviluppi. Ora la storia in quanto manifestazione ed estrinsecazione dello spirito non può non sottostare alle sue leggi, e deve necessariamente in sè rifletterle e riprodurle. Per semplificare, le leggi dello spirito possono ridursi a queste due essenziali: libertà e sviluppo. Essenza dello spirito è la libertà, e questa essenza esso deve svolgere e realizzare secondo un processo immanente, graduato e progressivo. Questo modo di semplificare , come ogni semplificazione in ge- nerale, è astratto e indeterminato. Non basta in vero LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XIII dire essenza dello spirito essere la libertà: l’impor- tante sarebbe poscia di determinare le varie forme sotto le quali la libertà esiste, e le varie sfere nelle quali diramandosi si manifesta. Non per tanto, preso qual’ è, questo modo generico di considerare la cosa già basta per mostrare che noti si sfugge alla necessità d' am- mettere l’esistenza di leggi nella storia. 11 generatore non può nella generazione astrarre dalle leggi di sua natura; anzi non genera che generando secondo tali leggi. E se è cosi, la storia sarà l’esponente e come a dire la risultante di quella duplice legge dello spirito. Essa rappresenterà appunto e costituirà quel processo d’evoluzione, attraverso il quale per gradi sempre più progressivi e meglio sviluppati, lo spirito va elevan- dosi alla realtà della sua essenza e attuando nelle va- rie sfere di sua attività la potenzialità intima di sua natura. III. La storia dunque ha le sue leggi. 1 E queste sono, nè altre possono essere, le leggi stesse dello spirito. Determinare in concreto la natura di queste leggi, e mostrare come la storia non è che la rivelazione pe- renne di esse : tal’ è l’ obbietto proprio e speciale della filosofia della storia. Se non che in ciò, in questa determinazione, sta l’essenziale e insiememente il difficile. Perchè, quale sarà mai il principio, la cui mercè si potrà giungere a fissare, a determinare le leggi della storia? E questo vale quanto domandarsi quale sia il principio, sulla cui base ha potuto sorgere e fondarsi la filosofia della storia. ’ Vedi Cap. primo, I. — Generalità. Digitized by Google XIV PREFAZIONE. Codesto principio ci troviamo averlo già accen- nato. Era impossibile determinare le leggi della sto- ria al di fuori dell’ unità sostanziale del pensiero e della storia. Dopo però averlo accennato, qui è neces- sario chiarirlo. IV. Vico nel mettere insieme e pubblicare le sue in- dagini intorno alla natura comune delle nazioni diede al libro il titolo di Scienza Nuova. L’ espressione, a dir vero, rispondeva alla cosa. Egli che primo avea avuto l’ intuizione di una legge eterna della storia, ^in questi? senso potè a buon diritto impiegare quel titolo. La filosofia della storia poteva, come può tuttavia, dirsi una scienza nuova. Ma per qual ragione è dessa una scienza nuova, ed è forse più nuova della scienza stessa o della filosofìa ? Taluno ha detto la filosofia della storia essere una scienza nuova, una scienza eh’ è stata ultima ad ap- parire, perchè doveva riuscire assai difficile distrigare i fatti improntati del suggello della necessità, della legge e della legge una della storia , attraverso il caos im- menso dei fatti umani. Era naturale che la ragione, af- fogata tra le apparenze arbitrarie e la tenebra, degli accidenti infiniti, rimanesse per lunga pezza impotente a cogliere e ad afferrar se stessa. 1 Noi non possiamo ammettere questa spiegazione. Primieramente, faremo osservare che l’ argomento è troppo generico e indeterminato, in quanto non si ap- plica solo alla filosofia della storia, ma potrebbe bensì applicarsi, e a foriiori, alla filosofia stessa. Perchè, se 1 Vedi Fiorentino : Lettere sovra la Scienza Nuova, Firen- ze, 4863, pag. 3ì e seg. LA. FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XV difficile era cogliere la legge, l’elemento assoluto tra gli accidenti innumerevoli della storia, ancor più diffi- cile avrebbe dovuto essere cogliere Tobbietto assoluto della filosofia, — della quale la filosofia della storia non è che una parte — attraverso il mondo infinito dei fenomeni. Eppure così non è accaduto. Ma inoltre il punto essenziale a nostro modo di vedere , e che nello esame della questione pare sia stato trascurato, è di sapere se la filosofia della storia fosse più nuova della filosofia , della vera filosofia , che per noi è l’ idealismo assoluto. Situandoci in questo campo, non esitiamo ad affermare che la filosofia della storia non ha potuto comporsi,' se non in tutti i suoi particolari, per lo meno quanto alle sue basi costitutive e fondamentali, ad organismo intero e perfetto che come un risultato della nuova metafisica. Per lo che, se la scienza della storia è una scienza nuova, non è nuova che allo stesso: titolo e altrettanto quanto è nuova la scienza in gene- rale, vale a dire, non è più nuova nè più vecchia del- j . r idealismo assoluto. Una rapida dimostrazione di questo punto, lungi di allontanarci dal nostro obbielto, ci condurrà diret- tamente a riconoscere qual fosse il principio che po- teva adergere la storia, la volgare educatrice della vita, la curiosa narratrice di fatti ed eventi, al grado e alla dignità di scienza e rendere alla sua esistenza il valore e l’ importanza del sistema. 1 • Vedi cap. primo, III, ove si discorre intorno al se e in qual senso la filosofia della storia sia una scienza nuova. Sarà agevole scorgere che il nostro modo di vedere corrisponde pienamente al pensiero de! Vera. Solo è forse bene notare , che mentre questi colà si contenta di accennare appena al punto determinante della que- stione, noi invece stimiamo conveniente svilupparlo alquanto e completarlo. Digìtìzed by Google XVI PREFAZIONE. V. L’ idea e l’ idealismo in un certo senso sono antichi J quanto il mondo. Egli è vero che Aristotele disse di Anassagora che fu come un uomo sobrio che compa- risce in mezzo a tanti briachi. Ed è pur vero che Ci- cerone disse di Socrate essere stato il primo a far discendere la filosofia dal cielo in terra. Aristotele nel suo linguaggio riciso volle dinotare quel punto in cui la filosofia abbandona la sfera dell’ esteriorità sen- sibile e comincia ad entrare nella sua propria sfera, quella del pensiero e dell’ intelligenza. Cicerone sotto un’ espressione figurata mostrò aver saputo ricono- scere quel momento fortunato e decisivo, in cui la coscienza umana si ripiega su se stessa per cercarvi i principi! assoluti delle cose, onde questi son con- cepiti non più come qualcosa d’estrinseco, ma d’in- trinseco alla coscienza. Tuttavia non è nella Grecia che l’idealismo comincia ad apparire. Primo sole nilcrts, primos lulit India flores. Così dell’ Oriente cantava già il poeta. E di fatto in tempi molto primitivi l’Oriente ci si offre come il campo ove l’idea el’ idealismo assumono forme svariate e non di rado spiccanti per la profonda intimità con se stesso che il pensiero sembra aver raggiunta. Inoltre anche nella Grecia tutto il movimento della filosofia antesocratica rappresenta, benché inconsape- volmente, un movimento idealistico. Il che è facile ri- conoscere quando si consideri che le varie scuole che cooperarono allo sviluppo del pensiero filosofico, tutte furono intente a determinare un principio assoluto e universale delle cose. E questa specie di principio sic- l.A FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO.. XVII come ogni principio in generale, non può in sé essere un obbictto sensibile, ma un ente intelligibile e ideale. Fu però con Platone e Aristotele che l’idealismo cominciò a rivestire la forma sua propria e determi- nata. In queste due grandi menti V idea si manifestò, in quanto idea consapevole di se stessa e si affermò principio universale delle cose. Si può dire in vero che Platone ed Aristotele giunsero entrambi a quest’ unico e stesso risultato di considerare F idea come principio delle cose. Per Platone l’idea è il principio dell’essere e della cognizione, e senza le idee le cose non sareb- bero, nè sarebbero conosciute. Per Aristotele havvi in ogni cosa un elemento potenziale, la materia, e un ele- mento formale o la forma, ed havvi poi l’atto, l’ energia, nella quale la materia e la forma sono unificate. Per siffatta guisa l’atto, l’energia apparisce come rispon- dente all’ idea ed è una riproduzione più sviluppata e più concreta del principio platonico Ma malgrado ciò si può forse affermare che l’ idealismo c la filosofia avevano così raggiunto il vero grado di loro esistenza reale, concreta e perfetta ? Noi non lo pensiamo , nè crediamo che alti i possa pensarlo. Quanto all’ idealismo orientale fa appena bisogno ricordare che sono la fantasia e l’ immaginazione che predominano nell’ Oriente. Onde le imperfezioni e i di- fetti propri di questa potenza dello spirito si riflet- tono nella sua filosofia. L’ idealismo orientale è un idealismo immaginoso, che perciò stesso riesce a generalità vaghe, astratte e indeterminate. E qui cade in acconcio avvertire contro le facili esagera- zioni di alcuni che 1’ Oriente vuol essere inteso e stu- diato per se stesso, per quel che in sè vale. Certamente la consapevolezza filosofica da noi conquistata illumina l’Oriente, serve anzi per dargli quel posto, quel si- Introduzione alla Filosofia della Storia. h Digitized by Google XVIII PREFAZIONE. gnificato e quel valore che, considerato in sè e per sè, non avrebbe. Ma non si può nè si deve introdurre nel- 1’ Oriente elementi che non gli appartengono e che son propri della pienezza del pensiero occidentale. Quanto al periodo antesocratico se ne trova conden- sata la critica in poche ma significanti parole di Hegel. 1 « Come principio, egli dice, abbiamo incontralo l’ essere, il divenire, l’uno: questi, è vero, sono pensieri uni- versali, non sensibili, nè sono rappresentazioni della fantasia ; ma il loro contenuto e le loro determinazioni sono tolti dal sensibile, ovvero essi sono pensieri con- tenuti in qualche determinazione. » E quel che Hegel dice dell’essere, del divenire e dell’ uno si applica esattamente anche all’ atomo. Rimane Anassagora. Egli cominciava un suo libro con questo detto memorabile : « Tutte le cose erano mescolate e confuse: l’intelligenza le distinse ed ordinò » (Diog. Laerz., Il, 6). Mentre però Anassagora proclama l’ intelligenza qual principio del- l’universo, non sa poi attuarlo e determinarlo. Al dir di Platone nel Fedone, dopo averlo proclamato, lo lascia da banda e non sa che farsene : invece di servirsi dell’ intelligenza per spiegare 1’ ordinamento delle cose, si serve dell’ aria, dcdl’etere, dell’acqua e procede come se l’ intelligenza non esistesse. Socrate è propriamente colui che segna il punto di distinzione tra la filosofia precedente e la susseguente. Il principio socratico però è un appello alla coscienza, all' Io subiettivo e individuale. Socrate così indica la buona via per giungere alla soluzione del problema della ragione. Se i principi! o il principio delle cose non è in noi nè lo ricerchiamo in noi e nel nostro pen- siero, invauo andrà ricercandosi al di fuori, nell’esterio- ' Vedi Hegel: Geschichle der Philosophie — Anassagora, in principio. — w- C Digitized by Googl LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XIX vita che ci circonda. Tale è il significato profondo del conosci le stesso. Ma Socrate non giunge nè può giun- gere alla soluzione del problema , perchè non sa deter- minare il valore assoluto dell’/o, e pertanto la coscienza, il subbietto si distingue tuttora dal suo obbietlo. Fin qui dunque nessun dubbio che l’idea non esiste nella sua vera essenza, in quanto principio uno e assoluto dell’ universo, che ha acquistato coscienza di se stesso. Là ove si può a prima giunta provare una certa esitazione è innanzi a Platone ed Aristotele. Ma più se- riamente considerando si può riconoscere che anche con Platone e con Aristotele l’ idea non raggiunge la sua esistenza compiuta e concreta. E per vero, se la dottrina platonica è una dottrina propriamente idealistica, perchè l’idea vi è messa come l’essenza delle cose eia dialettica come la forma stessa dell’idea, e quindi come la forma stessa delle cose; pure l’idea vi è intesa come un principio in qualche modo estrinseco alle cose, che non si vede come ad esse si congiunga e si comunichi. Sotto questo rapporto Aristo- tele è stato più esplicito. Per lui l’idea è energia, è atto: essa produce le cose, ed in queste si attua e si estrinseca. Onde da Platone ad Aristotele havvi differenza e pro- gresso. E codesta differenza diviene soprattutto sensi- bile nella teoria dell’assoluto. Per Platone l’ assoluto è il bene. Egli dice ( Rcpubl ., lib. VI): « .... se la scienza eia verità son belle, il bene le sorpassa in bellezza.... E biso- gna dire che il bene non solamente fa che gli obbietti della cognizione possono essere conosciuti, ma dà loro l’essere e l’essenza, il bene non essendo l’essenza, ma sorpassando l’essenza in dignità e in potenza. » Egli però, non determinando la natura del bene, fa nascere il dub- bio se non avesse per avventura pensato il bene come un alcunché di distinto, di trascendente e di estrinseco Digitized by Google XX PREFAZIONE. alla scienza, alla verità, all’essenza. Invece Aristotele- concepisce l’assoluto come il primo motore, e cosi ac- corda all’assoluto una natura più concreta, più efficace e più energica. Non di meno anche questo concetto del primo motore non va esente da ogni difetto. Perchè quando Aristotele dice (Pliys., Vili, o.): « .... il motore deve essere così fatto che per distinguersi da ciò con cui muove , dev’essere immobile; » fa anch’egli sospettare che abbia voluto mettere questo suo motore immobile in disparte e considerarlo come un agente esteriore al- l'ente mosso. Per modo che anche qui l’unità sarebbe rotta e la fusione, la compenetrazione del motore e dei mosso rpsa impossibile. E l’ identico difetto si potrà altresì scoprire nel suo più profondo concetto dell’ as- soluto in quanto pensiero del pensiero. Ma checché sia di queste incoerenze e di questi lati vulnerabili che qua e là presentano tali dottrine, la platonica e l’ari- stotelica, guardando al pensiero fondamentale che le ispira, rimane vero che, mentre da un lato il risultato, supremo al quale arrivano è, come già dicevamo, uno e lo stesso; dall’altro poi uno e Io stesso è anche il difetto che le rende insufficienti e imperfette. Esse non hanno realizzata l’idea in tutte le sue sfere, nè in modo concreto e sistematico. VI. E qui per riassumere il nostro pensiero entro i limiti che ci siamo imposti, ricorderemo senza più che bisogna giungere ad Hegel per trovare l'idea realizzata in modo uno, concreto e sistematico. Quanto al periodo intermedio tra la filosofia greca e la tedesca, e più specialmente l’egheliana, che di LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XM •questa è la sintesi e il coronamento, senza preten- dere che il pensiero filosofico siasi oscurato e caduto in uno stato di letargo e languore, si può piuttosto ammettere che di tempo in tempo ha vibralo raggi luminosi , i quali per vivacità e gagliardia hanno im- presso tracce profonde e incancellabili sul cammino della scienza. Se non che i punti più salienti che il pensiero è andato segnando in questo tratto della sua carriera, non sorpassano in altezza ed importanza i risultati ultimi della filosofia greca. E facendo anche da ciò astrazione, è facile accorgersi che le varie dire- zioni dal pensiero seguite per raggiungere la soluzione del problema della scienza, in fondo rappresentano dei tentativi, dei precedenti, son quasi uno stato di fer- mento e di preparazione pel movimento germanico e per lo sviluppo del pensiero egheliauo. In vero realizzare l’idea in modo uno, concreto e sistematico vuol dire primieramente che l’idea giunge alla piena coscienza di se stessa, si riconosce qual’essa è e può essere, vale a dire, in quanto spirito, o più esattamente in quanto pensiero assoluto. Per modo che non più l'idea è innanzi al pensiero, nè dal pensiero si distingue, siccome il pensiero a volta sua non più con- templa l’idea, all’ idea non più aspira, senza saper l’idea abbracciare e comprendere. In vece l’idea è essenzial- mente spirito o pensiero, e lo spirito o il pensiero è es- senzialmente idea. Essi si sono reciprocamente pene- trati e trasfusi, per guisa che la dualità, la scissura di soggetto e di obbietto trovasi qui annullata o meglio vinta c superata. E così il pensiero, come adequalo all' idea, è nelle cose, alle cose si comunica; anzi, senza identificarsi con alcuna di esse, è le cose, perchè è desso che pensandole le ha fatte, e ripensandole le rifà. Inoltre realizzare l’idea in modo uno, concreto e Digitized by Google XXII PREFAZIONE. sistematico, vuol dire realizzarla nelle varie sfere della sua esistenza, dimostrandone da un lato la differenza specifica e riconducendole dall’altro alla loro unità so- stanziale. Triplice~ò la-sfera dell’idea: la logica , -la- na- tura e lo spirito. È l’idea in quanto spirito, che pone la logica e la natura, e le pone per sè. Senza questa po- sizione, posizione che ad un punto stesso è negazione della logica e della natura, l’idea non potrebbe essere in quanto idea-spirito o più propriamente idea-pen- siero. Perchè l’ idea acquisti la coscienza di sè e sia idea concreta e una; perchè il pensiero sia vero pen- siero, bisogna eh’ esso esca fuori di sè, si ponga in qual- che modo come un essere a se stesso opposto, e quindi da questo essere opposto, non estraneo a se stesso, e posto da sè e per sè, faccia su se stesso ritorno. E di hUIoiaJogica possiamo rappresentarcela come quella sfera, nella quale l’ idea esiste in quanto idea .pura e di se stessa inconsapevole. In questa sfera 1’ idea è. ma non è in quanto idea , e per ciò stesso non manifesta nè si manifesta, perchè essa vi none semplicemente la serie dei principi’!, delle determinazioni, degli elementi assoluti e universali che sono la condizione di ogni ma- nifestazione e in ogni manifestazione penetrano come contenuto logico. Esaurita una -volta_a_ traverso le sue opposizioni, questa trama di nozioni, di pure categorie, l’idea nega in qualche, inodo se stessa, in quanto lo- gica, si divide da se stessa estrinsecandosi , manife- stando e manifestandosi. L’idea-- diviene idea-natura. Ma l’idea che, in quanto natura, manifesta e si mani- festa, non ancora si manifesta a se stessa, e affinchè possa attuare la sua vera e¥senz"aTéssa deve appunto manifestarsi a se stessa. Ciò imnlica un ritorno del- l’idea su se stessa, implica un’altra sfera, e questa è la sfera dello spirito. L’idea in vero non potrebbe ma- Digitized by Googli LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XXIII nifestarsi a se stessa, se non si fosse manifestata nella natura, nè si sarebbe manifestala nella natura, se non fosse esistita in quanto idea logica. Così l’ idea nello spirito è per sè e rientra nella sua vera unità. Nel- l'idea dello spirito sono contenute, come momenti su- bordinati ma necessari, la logica e la natura. Lo spirito è supcriore, ma presuppone JaJogica e la natura, nè potrebb’essere senza di esse. Ma come queste tre sfere hanno una funzione al tempo stesso speciale e gene- rale, menlre, se peiL un. verso ciascuna deve-muo- veiVi- nei propri limiti, per tra- -nitro poi non può in questi assolutamente rinchiudersi, ma ò-cou__lejlUre intimamente connessa ; come qui , per così esprimerci, le parti sonojael tutto e nel tutto, ed il tutto per le parli e nelle parti; così nell’alto che nello spirilo trovansi idealmente, e perciò stesso anche realmente, involute la logica e la njtuqi. reciprocamente-uella logica c~nèITà natura vi sono dati, possibilità che implicano e pre- suppongono resistenza in esse dello spirito; anzi, esse non sono che in quanto in*sè e virtualmente contengono Io spirito. Donde apparisce che non si può scindere la logica dalla natura e dallo spirito, nò la natura e lo spirilo dalla logica; ma che la vera idea, l’idea assoluta non può essere che l’idea sistematica. 1 Queste poche considerazioni accennano appena e in modo estrinseco alla dimostrazione della realizza- zione sistematica dell’ idea. La dimostrazione vera c intrinseca bisogna cercarla nell'idea stessa e nello sviluppo stesso del sistema. Ora gli è per l’appunto Hegel, ed Hegel solo, che pel primo ha saputo in tal guisa realizzare l’idea. Pcr^ lo che dal punto dj vista dello svolgimento itonco_dd — 1 Vedi Vera, Phitosophic de l’ Esprit , de Hegel, $ 573-578, e \ re et 2rae Introducilo» du Traductew. Digitized by Googti XXIV PREFAZIONE. pensiero l' idealismo assume con Hegel forma compilila e perfetta, e riveste i caratteri essenziali della scienza: la dimostrazione e la sistematizzazione. VII. Innanzi questo momento era forse possibile la filo- sofia della storia ? Ripigliando qui il filo dell’ indagine relativamente alla filosofia della storia, se bene sono intese le cose accennate, dev’essere manilesto che senza questo idea- lismo per dir così nuovo, perchè è la prima volta che diviene sistema, la filosofia della storia mancava del suo fondamento, della base essenziale, sulla quale solo poteva sorgere c costituì' si. Non ci voleva meno dell’idea sistematica, di questa idea che penetra nel tutto e in tutto si riconosce, benché sotto forme di- verse, come principio di se stessa, perchè la filosofia della storia potesse esser costruita. Tratta vasi in vero di determinare i principii, le leggi della storia, eleggi assolute, perchè fuori del- l’assoluto non havvi scienza, ma il caso e 1’ acci- dente ; e quindi senza leggi assolute non poteva esservi scienza della storia. Non .vi era se non il pensiero che potesse fissarle e determinarle queste leggi; mentre le avrebbe invano ricercate al di fuori di sè, quando fosse stato incapace di attingerle e rin- tracciarle in se stesso. E sotto altra forma, se queste leggi fossero state estrinseche al pensiero, da esso indipendenti e trascendenti la sua essenza, il pensiero non avrebbe potuto giammai raggiungerle e determi- narle. Ma per ciò fare, per sentire cioè in sè il potere e il diritto di dettare le leggi alla storia, doveva elc- Digìtized by Google I.A FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XXV \arsi e riconoscersi adequato all’idea assoluta, in quanto logica, in quanto natura e in quanto spirito. Allorché il pensiero ebbe per tal guisa penetrato la sua intima essenza, rivolgendosi alla storia, ne ri-j conobbe 1’ unità consustanziale con sé, e fu per naturai conseguenza condotto a concepirla come l’ opera e il prodotto, come la rivelazione estrinseca e materiale di se stesso, come; a dir cosi, il riscontro e la riprova nel campo della realtà sensibile di sé, della sua natura e, delle sue leggi. In una parola esso concepì la storia come pensiero assoluto in quel momento della sua esi- stenza, in cui discende nella sfera dello spazio, del tempo e del moto, nella sfera della natura e dello spi- rito Unito e vi si manifesta; e manifestandovisi non lo può altrimenti che in conformità dulie sue leggi essenziali. Adunque la filosofia della storia è una scienza \ nuova quanto lo è f idealismo assoluto, perché é sulla i [y base UT questo eli* essa sorge e si eleva. Essa si prò- duce e grandeggia come una conseguenza diretta, come, un’immediata applicazione dell’ idea sistematica. Vili. Ed ecco perchè solo ad Hegel vien fatto di co- struire unajilu&olia deUa-Sloila..xbe_. sia-scìeuza della storia.. Né vuoisi dimenticare che per questa ragione stessa, per la quale gli vien fatto di dare a questo ramo della scienza quelle grandiose proporzioni che gli spettano, egli è anche colui che primo può riuscire e riesce a fondare una filosofìa del diritto, una filoso- fia dell’ arte e una filosofia della religione; e questo non solo, ma a tracciare bensì una storia del diritto, - Digitized by Google xxvi PREFAZIONE. dell’ arie e della religione. Ecco perchè tutti gli sforzi fatti innanzi di lui per determinare i principii della storia sono delle prove, dei tentativi che non conclu- dono nè possono concludere ad un risultato soddisfa- cente e reale. Bossuet, Montesquieu, Herder, Schlegel sono nomi che la storia della scienza non metterà ora nè mai nella tenebra dell’ oblio. Sono prodromi preziosi e im- portanti pel pensiero, che, riconoscendo in essi i gradi sempre più intensi, benché sempre incompiuti, della sua attività per scoprire il vero storico, è indótto a riposare con miglior coscienza e più intera sicurtà negli ultimi risultali ottenuti come più conformi e più rispondenti alla ragione e alla natura delle cose. E tale, per dirla di passaggio, è tra gli altri uno dei capitali vantaggi che nel costruire una teorica qualunque si cava dall’esame critico dei suoi precedenti storici. Ma e Bossuet e Montesquieu e Herder e Schlegel non fanno che avventurare teoriche parziali, incompiute e acciden- tali, che sono il riflesso del difetto nella loro mente di principii metafisici e di un pensiero sistematico. Ed è naturale che a questi nomi dobbiamo, aggiungerne anche un altro: Vicp. 1 Vico certamente si distingue e si dilunga per lungo tratto dai primi, in quanto abbandona il falso cammino seguito e volge i suoi passi verso la buona via. Egli a fin di rendersi ragione della storia non più tien die- tro ad una provvidenza solitaria, fatale e tiranna, non 1 Non che entrare nei particolari delle teoriche accennato, ci asteniamo persino dall' indicarne il pensiero fondamentale per non cadere in ripetizioni inutili. Il capitolo secondo di quest’ opera è destinato esclusivamente ad esporre i vari aspetti che il concetto della lìlosofia della storia ha preso in ciascuna di queste teoriche ed a farne la critica dal punto di vista dell’ idealismo, mostrandone i difetti e le imperfezioni. •Digitized by LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XXVII deifica Ja cieca natura nè la estolle al grado di legisla- trice dispotica dello spirito, nè ricorre alla facile ipo- tesi dello scadimento, cui 1’ nomo toccò pel peccato ori- ginale. Vico invece s’interna, si riconcentra, ricerca in sè e non fuori di sè e arriva a intuire l’ idea come— principio fattore della storia. In ciò il suo merito, e me- rito incomparabile. Ma malgrado questo vien meno a Vico la lena, e la forza non gli basta per 1’ attuazione e la realizzazione del suo concetto; e non può averle questa forza e questa lena, appunto perchè, dovendo costruire la storia ideale o la metafisica della storia, gli manca la base essen- ziale e necessaria: la metafisica. Egli non sa la natura e il sistema dell’ idea e quindi non intende, o fraintende anche l’ organismo e 1’ essenza dell’ idea storica. Im- perocché quel pensiero che, mirando a determinare l’ idea in quanto idea storica, non sa e non comprende cosa sia l’ idea, quale la sua sfera e la sua natura, non potrà riuscire a quella determinazione che in un modo astratto e punto concreto. Vico non_è--u»--prodotto del pensiero moderno. Egli »’ è il q>recursore e, fa uopo dirlo, sotto una forma fortuita, indiretta e per cosi dire arrovesciata. Perciò stesso egli ne fa sentire anzi- ché supplirne il difetto, e ne desta più che ne soddisfi il bisogno, L’ opera di Vico rappresenta l’ esigenza e i l’ aspirazione ad una nuova metafisica. I veri peregrini \ che in essa la critica ha scortTe “va ogni dì scorgendo non si rivelano che alla luce del pensiero moderno e più propriamente della filosofia egheliana. È. in Hegel 10 spirito vivificatore del pensiero di Vico. Togliete 11 pensicraJottoderno, togliete il pensiero egheliano, e quei pensieri vichiani sarebbero tuttora incompresi e incomprensibili, come lo sono stati per lunghissimo volgere di anni. Causa, non tanto, come comunemente Digitized by Google xx vm PREFAZIONE. si pensa, la forma dura e faticosa, lo stile mancante di schiettezza e di precisione o l’ espressione sempre disadatta ad un concetto profondo e originale, quanto e sopra ogni altra cosa il difetto dei principi’!, senza i quali tali pensieri dovevano rimanere, a guisa di tron- chi recisi in sulle radici, dei pensieri accidentali, for- tuiti, perchè non sistematici nè dimostrati, e quindi pensieri vuoti e senza realtà. 1 Ond’ è più chiaro della luce del giorno che noi intendiamo Vico più e meglio che egli intendesse se stesso, e che abbiamo ritrovato nella sua dottrina più di quello che egli stesso vi riponesse. E questa larga interpretazione emerge dalla pienezza che il pensiero moderno ha raggiunto. Vico stesso, metliam pegno, sarebbe alquanto sorpreso di questa integrazione della sua teorica come lo fu Schel- ling, allorché, riveduto e riassunto da Hegel* il pensiero fondamentale delle sue prime opere, potò ac- corgersi che questi lo aveva in qualche modo trasfor- malo, facendovi penetrare uno spirito più largo e più profondo. 1 E chi ne voglia una prova quasi materiale può vederla nel fatto che tutti, neoplatonici e positivisti, scettici e teisti, tutti invo- cano Vico e tutti pretendono che sia dalla loro. Vico è divenuto d’ogni colore, e il vario gridare che d' ogni intorno si leva quasi minaccia travolgere in confusione scombuiante. Questo prestarsi del pensiero vichiano ad ogni più ripugnante interpretazione , lungi di mostrarne la comprensione, ne mostra il lato debole, l' astrattezza , cioè, e l'indeterminazione. Un pensiero non può es- sere veramente comprensivo che a patto di essere concreto e de- terminato, perchè soltanto così rinchiude i vari punti di vista ■esclusivi e unilaterali, ma armonizzandoli tra loro e subordinandoli ad un principio più largo e superiore. Così e non altiimenli si ve- rifica del pensiero egheliano. * Nello scritto intitolato: — Diffcrenz des Fichte schen und Schelling' schen Sisleins der Philosophie, etc. ■* Digitized by Google LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XXIX IX. E qui riesce opportuno esaminare tanto breve- mente, per quanto possibile, alcune opinioni che in questi ultimi tempi si sono prodotte e che fan le viste di oppugnare e respingere il concetto che Hegel si è for- mato della filosofia della storia. tn un libro di piccola mole, ma ricco in larga copia di erudizione, e nel quale, mentre da un lato non si parla che di unità immanente e universale della scienza , d’ idea jlelt antichità, di congiunzioni e unità ideali, di principio ideale e storico, d’ organismo della scienza e di una scienza in quanto sistema, dall’altro si discorre senza troppi riguardi della filosofia, e segnatamente del sistema idealistico o eglicliano — il lutto come al linguaggio e alle abitudini intellettuali di un filologo si addice; — in tal libro, dico, si trova un luogo ove è detto: « La filosofia della storia, sebbene già divisa da taluni in tanti capitoli e paragrafi , coinè sistema è ancora molto lontana. » ' Questo luogo può spiegare una certa autorità, in quanto esprime meno l’opi- nione di un filologo che quella della filologia o dei filo- , logi in generale. È intanto da notare che in questo discorso, ove le citazioni sono moltissime, l’autore, non si saprebbe dire il perchè, non ha declinato il nome di chi ha in tanti capitoli e paragrafi divisa la filosofia della storia. Non di meno il velo dell’ allusione è sì trasparente che la- scia a tutti vedere eli’ è di Hegel eh’ egli intende par- 1 Vedi La Filologia al secolo XIX. Discorso di Giacomo Li- gnana. (Napoli, 1868.) Digitized by Google XXX PREFAZIONE. lare. Hegel adunque è ben lontano dall’ aver composto un sistema della filosofia della storia. Ebbene, quando ci troviamo in presenza di questa specie d’opinione, la prima domanda che in noi sorge spontanea è di sapere, se per avventura qui i filologi per sistema non intendano quei particolari che talvolta servono a far risaltare la bellezza e la perfezione del tutto, senza che però ne cangino sostanzialmente la natura o ne alterino l’ intrinseca essenza. Se cosi in- tendessero, potremmo sino a un certo punto andar con loro d’ accordo. Imperocché gli egheliani stessi ammet- tono che vi sono punti che ritoccati, modificati e svolti potranno dare al pensiero di Hegel una forma più vera e più compiuta. Facciasi adunque pur tesoro di quanti particolari si potranno mediante l’investigazione filologica sco- prire e raccogliere; s’aggiungano pure e s’innestino nella filosofia della storia tutti quei fatti che potranno emergere da uno studio della storia più accurato e più vasto. Ma in ultima analisi trattasi, nulla più nulla meno, di una correzione accessoria e come dire di fini- tezza e di complemento. X. Che se poi i filologi per sistema intendono, come tutto fa credere, l’insieme, il disegno generale del qua- dro e delle sue parti essenziali , in una parola 1' unità e il principio uno che lo ha ispirato, ogni accordo tra loro e noi è rotto e sorge allora il dissidio. Perchè, a dir vero, a noi pare che s’ ingannino o meglio non si rendano una chiara e piena coscienza del loro proprio Digìtized by Google LA. FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XXXI pensiero, e che si mostrino ingrati e sconoscenti verso Hegel e la filosofia idealistica. E ci pare primieramente che si conducano con in- gratiludine_verso. Hegel, perchè vorremmo che ci di- cessero da chi se non da Hegel essi hanno attinto questojijiovQ_e profondo concetto di sistema, d’unità della storia e della scienza, intorno al quale tanto si travagliano annunziandoci in tuono grayc e so- lenne che ad esso debbono convergere le svariate e multiformi loro investigazioni filologiche e indagini linguistiche. E vorremmo bensì che ci dicessero chi è ; che prima o dopo di Hegel abbia saputo, non importa 1 qualche imperfezione parziale, attuare e realizzare \ questa unità e questo sistema. Perchè di unità e di \ sistema ne abbiamo pieni gli orecchi: sono parole che stanno sulla bocca di tutti, e i fanciulli stessi, per dir così, le vanno ripetendo. Quando però si viene al fatto, non si vede ove sia questa unità e questo sistema fuori del sistema egheliano. Ma lasciando da parte l’ ingratitudine, veniamo a ciò eh’ è essenziale. A noi, lo ripetiamo, pare che i filologi non si rendano esatta coscienza del loro pen- siero. Di fatto cosa vogliono i filologi e a che cosa essi mirano ? Essi dicauo_più o meno così: per costruire la filo- sofia della storia, bisogna raccogliere e studiare con scrupolosa esattezza la serie dei particolari, vale a dire tutte le condizioni. -geografiche , etnografiche.,, corali , religiose, politiche e sociali, non che le artistiche, let- terarie, scientifiche della vita dei vari popoli; bisogna in una parola in questa investigazione storica abbrac- ciare tutto quanto si attiene e ha relazione alla vita dei vari popoli. A traverso poi i particolari raccolti, bisogna saper scoprire i rapporti e non mai perder Digitized by Google XXXII PREFAZIONE. di vista 1’ unità. E solo allora la filosofia della storia sarà un sistema. Or bene lasciamo stare che le varie condizioni c le varie istituzioni dei popoli, la lingua ed i monu- menti stessi, non sono che il prodotto, la manifesta- zione e il riflesso del loro pensiero, l’ organiamo esterno, l’ involucro del loro elemento interno, lo spi- rito. Lasciamo stare che le ricerche ed indagini archeo- logiche, filologiche e linguistiche per scoprire, verifi- care, accertare e classare tutti questi particolari devono esser fatte dal pensiero e fatte allo scopa d’intendere e penetrare il pensiero, che quei partico- lari, come in generale ogni manifestazione estrinseca di un principio intrinseco, rivelano ed offuscano al tempo stesso. Ma primieramente è chiaro che affinchè queste ri- cerche ed indagini possano esser fatte e riuscire a una qualche conclusione il pensiero deve mettersi all’opera fornito di certe leggi, di certe monne, di ermeneutica c di critica, leggi e norme che gli appartengono/ che SomTsùe, che non gli vengono dal di fuori, ma che esso attinge dalle leggi intime alla sua natura, o che, per dir meglio, sono esso stesso. Di qui già apparisce clic la successione, il processo armonico e razionale dei fatti della storia è pel pensiero e nel pensiero, o meglio è nei fatti e nelle cose come può esservi, ap- punto perchè è nel pensiero e nell’idea. Inoltre quel che più monta si è che il pensiero deve pigliar le mosse da un certo principio d’unità, intorno al quale raggruppare, ordinandoli, i vari particolari della investigazione storica. Senza ciò, ed i filologi stessi ne convengono e debbono convenirne, il sistema della storia non è possibile, e la storia diventa un’accozzaglia di particolari che non mette il conto . Digilized by Googl LA FILOSOFIA DELLA STOMA E L’IDEALISMO. XXXIII di esplorare. E questo principio di unità che dev’es- sere insieme il punto di partenza e il filo conduttore dell' investigazione storica, dev’ esserne altresì il risul- tato finale. Ora cos! altro potrebb’ essere questo prin- cipio, se non è l’ unità ideale. ddla^loria-o l’idea, l’idea una, concreta e sistematica della. slpria? E inoltre, sic- come quest’unità o questa idea non (^.qualcosa d’ im- mobile, di rigido e di sterile, senza forza e senza vita, ma un* idea che, come tutte le idee, genera e crea, si muove, e si sviluppa; le varie fasi c.i vari periodi, le varie epoche della storia, cos’altro potrebbero essere se non i vari momenti di svolgimento e di manifestazione, le varie evoluzioni dell’idea storica? Tali sono i dati che tracciano il terreno, prestano l’indirizzo e le norme, e perciò stesso segnano i limili dell’investigazione sto- rica dei filologi. Parlire_dall’ unità ideale storica, e at- traverso la determinazione di moltiplici particolari rea- lizzarla, ovvero giungere per tal guisa alla costruzione del sistema della storia. Ad altra unità e ad altro si- stema è inconcepibile possano indirizzarsi. Bisognerebbe per questo dimostrare che può avervi altro principio della storia che non è l’idea: e che la storia nel suo cammino possa riprodurre, come le è dato riprodurli , al tr’ organismo e altro sviluppo che non siano l’organi- smo e lo sviluppo stessi dell’idea. Il che non hanno mai fatto, nè, crediamo, potranno mai fare. Tali sono le ragioni per le quali, quando i filologi parlano di unità storica, o le loro parole non vogliono nulla significare, ovvero, laddove un senso bisognasse loro attribuire, essi non si accorgono, che, aspirando alle congiunzioni e all’ unità della storia, mirando a comporre un sistema della filosofia della storia, non po- tranno in fondo, meno qualche rettificazione, aggiun- zione o miglioramento, riuscire che a determinare le_ Introduzione alla Filosofìa della Storia. c Digitized by Google XXXIV PREFAZIONE. congiunzioni e 1* unità della storia, quali Hegel leJia determinate, ed a comporre quel sistema stesso che è stato da Hegel architettato e composto. XI. Queste considerazioni contro i filologi si estendono c si applicano ai moderni positivisti. Questo passaggio e quest’applicazione sono affatto naturali, perchè l’atti- tudine che i positivisti prendono rispetto alla filosofia della storia , se non è perfettamente identica a quella dei filologi, le è però di molto alfine. Il positivismo, non vale negarlo, ha svegliatoci’ in- teresse-dei -più. Ovunque è penetrato, ha trovato e trova facili aderenti. In difetto d’ altro ciascuno la pre- tende a positivista. Il fatto non è strano nè singolare. Il positivismo ha 1’ apparenza di voler assecondare le tendenze pigre e infingarde proprie alla mente dei molti. A voler giudicare da quel suo disdegno a vero dire un po^ affettalo e fanatico, eppur non di rado men- tito, per ognLsistema e per ogni speculazione metafisica, quasi sembra che voglia dispensare la mente dal lungo studio e dal serio lavoro, la esima da quelle penose meditazioni, nelle quali l’ umanità si è con tanto trava- glio affaticata e che le hanno a un tempo procacciato cordoglio e grandezza. E non meditare e credere che ciò sia bene, è per la moltitudine quanto di più attraente e comodo possa darsi, nulla essendovi che più la stanca e fatica e a cui essa più ripugna, quanto il lavoro del pensiero. Tale, a nostro modo di vedere, è la ragione più probabile, per la quale il positivismo va facendo strepito e seguaci all’ intorno. Ci affrettiamo intanto a soggiungere che questa è Digitized by Google LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XXXV «na piena illusione in cui i molti vivono. Checche sia «degli aderenti, tutl’altro è a dire dei propugnatori del positivismo. Fra questi, in tutti i paesi, in Francia, in Inghilterra come in Germania, si noverano uomini de- gni di considerazione per sapere e dottrina. Nè in Italia il positivismo manca di sostenitori. A noi piace nomi- nare specialmente l’esimio prof. Villari, valoroso scrit- tore per brio, naturalezza ed intelligenza. Egli in una sua memoria,1 scritta con spirito temperato e non esclusivo, cerca diffondere e accreditare in Italia le dot- trine dei Conile, dei Bernard, dei Bùchner, dei Buckle, dei Mill. Ora gli è in vista della serietà d’intenzioni che codesti uomini portano nel sostenere e difendere la loro dottrina, più che dell’interesse che ha potuto o potrà suscitare tra la moltitudine, che non sarà superfluo, dopo aver considerato il punto di vista della lìlologia, .mettere alquanto in chiaro anche quello del positivismo. Cos’è dunque il positivismo? E quali sono le sue pretensioni, e quali i suoi diritti? Cominciamo dall’ osservare che i positivisti non sono tutti di un colore, ma appartengono a differenti gradazioni. Vi hanno positivisti, pei jpialLil -positi- vismo ùOiT è che un metodo, e vi hanno invece di quelli , pei quali la dottrina positivista, costituisce tutto un intiero sistema di filosofia. E vi sono positi- visti che negano 1’ esistenza di Dio, ed altri che ri- tengono che Dio vi è, benché sia un Dio prototipo d’inettitudine e di nullaggine. Ma, a voler tacere di altre differenze, notiamo soprattutto questa che dei positivisti, altri negano, comunque in modo fortuito e irriflesso, altri ammettono 1’ esistenza delle leggi dei fatti. Queste differenze mostrano che i positivisti, con- ' La filosofia positiva o il metodo storico. Vedi il Politecnico, Fascicolo di gennaio, Milano, 1866. Digitized by Google XXXVI PREFAZIONE. trariamente a ciò che qualcuno tra essi vorrebbe darcf a credere , non formano poi quella serrata e compatta falange per identità di pensiero e di opinioni invitta e indomabile. Se screzi e dissidii manifestansi nel campo d ù metafisici, non pare che il campo dei positivisti sia modello di pace, concordia e buona intelligenza. Riflettendo intanto sull’ ultima delle differenze ac- cennate, che distingue i positivisti e che è 1’ essenziale, perchè genera un doppio modo di vedere, non si può fare a meno di riconoscere che il positivismo non è e non può essere che di queste due cose l’una : o un materialismo rinnovato, la cui conclusione finale e di- retta dev’ essere lo schietto scetticismo, ovvero un> idealismo sfigurato e inconsciente. Non saremo noi che ci prenderemo la briga di ri- durre alla ragione il positivista scettico. Egli non ha in un certo senso il diritto di parlare, nè quindi a noi coire obbligo di rispondergli. Se per lui la vita, la storia , l’ universo sono una generazione sponta- nea e fortuita del moto della materia; se il pensiero - seguita ad essere per lui, qual fu per Cabanis, secre- zione del cervello o modificazione della materia , lo pensi pure a sua posta, ma non venga a volercene persua- dere. Perchè in questo caso ammetterebbe la ragione, e nella ragione la facoltà e il diritto di necessariamente provare c dimostrare; ciò che gli costerebbe il sacri- ficio di distruggere con le proprio mani la facile co- struzione della sua mente. Se la ragione dimostra o può dimostrare, vi sono dunque, non foss’ altro, le leggi della dimostrazione, le quali ripugnano al moto fortuito della materia. Rivolgiamoci piuttosto al positivista che non si sente l’animo di negare resistenza delle leggi dei fatti, e domandiamo di nuovo, cosa egli vuole relativamente . Digitized by Google LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. .. XX.VYIt alla scienza in generale, e più particolarmente rap- porto alla scienza della storia. XII. Relativamente alla scienza in generale il positivi- smo pretende di costituire un nuovo sviluppo dello -spirito. Stanco lo spirito e come rinsavito dal lungo almanaccare sul serio costruzioni speculative e sistemi metafisici, che indarno gli avevano promessa una co- gnizione assoluta dell’essenza delle cose, si sarebbe un bel giorno deciso a fare applicazione anche alle scienze morali di quel metodo che con tanto profitto era stalo adoperato per le scienze naturali, vale a dire, il metodo sperimentale, come unica via per giungere ad una co- noscenza certa e provata di se stesso e della sua na- tura. Cosi, mentre il positivismo sarebbe sorto come una conseguenza naturale, benché per forza di nazio- ne, dalle fantastiche speculazioni alle quali diede vita tutto il movimento filosofico germanico e massime il sistema egheliano; dall’altro lato, a detta dei suoi sostenitori, esso rappresenterebbe un nuovo aspetto, un nuovo indirizzo del pensiero filosofico. Dopo tali premesse è facile supporre quali siano le pretensioni del positivismo rapporto alla scienza della storia. Se il vero, l’unico, il costante metodo delia •scienza dev’ essere il metodo sperimentale, chiaro emerge che la scienza della storia non può altrimenti ottenersi che col raccogliere, appurare e studiare i falli storici e col saper indurre e cavare le leggi di que- * sti fatti. Ecco ciò che vogliono i positivisti. Beninteso , noi * ci siamo studiati di cogliere il positivismo solo nel su.» Digitized by Google XXXVIII PREFAZIONE. aspetto più generale, non essendo qui il luogo di tener conto anche dei particolari. XIII. Ebbene, si potrebbe anzitutto notare che quando i positivisti spacciano il loro metodo sperimentale ap- plicato alla scienza dell’ uomo o dello spirito, alle scienze morali cioè, ovvero alle scienze sociali, stori- che e antropologiche, come un nuovo aspetto del pen- siero quasi sembrerebbe che ignorino o faccian finta d’ ignorare la storia della scienza. Perchè, checché sia degli altri che lo hanno prece- duto nella carriera della speculazione e nella costru- zione di sistemi metafisici; checché sia di Platone come di Aristotele, di Kant come di Schelling; certa cosa è che niuno meglio di Hegel ha compreso 1’ esperienza, niuno meglio di lui ha saputo procedere, riconoscendo, ordinando e sistematizzando i fatti e i fenomeni ed elevandoli alla loro legge. A noi non par vero che si possa disconoscere questo merito proprio di Hegel di aver investigata e scoperta la vera natura del fatto, in quanto manifestazione di una legge, di aver foggiato e trasfigurato la realità sensibile e -fenome- nale, c di aver sollevato la psicologia e l’antropologia dal puro e gretto empirismo al rigore di cono- scenze scientifiche. Chi con occhio intelligente e spas- sionato esamini il sistema egheliano e guardi al tutto e non ad una parte soltanto, dal tutto distraendola e mutilandola , deve convenire che il primo esempio di un procedimento, pel quale, abbandonando il terreno delle forme vuote, dell’ idee astratte, dei concetti o me- glio dei preconcetti subbiettivi e arbitrarii, la scienza Digitized by Google LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XXXIX si è messa nel campo della realità , intenta a penetrarla e impossessarsene con la determinazione delle sue leggi e dei suoi principii, il primo esempio, diciamo, di que- sta forma di procedimento è Hegel che l’ ha dato. La prima parola che ha risvegliato questa sete di una ve- rità vera, per cosi esprimerci, di una verità non astratta ma concreta, non aerea ma storica, è Hegel che l’ha pronunziata in modo non accidentale e fortuito, ma cosciente e dimostrativo. Ed è Hegel che non 1* ha solo risvegliata questa sete , non ha dato solo eccitamento ed impulso a questo bisogno, ma lo ha soddisfatto e appagato. Le quali cose essendo vere, è manifesta la conse- guenza che tutto questo arrovellarsi dei positivisti è ancora la continuazione del moto da Hegel impresso al pensiero, indirizzata a comprendere ed appropriarsi le di lui profonde speculazioni o anche, all’appoggio di elementi di fatto nuovamente raccolti , a com- pletarle. Onde il metodo posi t i v ista o storico, lungi di essere un nuovo sviluppo dcdlo sq)ii:ito lìlosotìe, non -ò che l’accettazione pedissequa e meonsapevole^ meglio e per ciò stesso, una retrogradazionee ama falsificazione del metodo e dei procedimenti stati adoperati da Hegel nella costruzione del suo sistema. Retrogradazione e falsificazione, perchè^jnentre Hegel nello studiare e nell’ ordinare i fatti era guidato da un pensiero specu- lativo, i positivisti negano appuntod’ esistenza-di -que- sto pensiero, senza il quale i fatti non possono inten- dersi ne spiegarsi. Non insisteremo d’ avvantaggio su questo punto, perchè guardando indirettamente alla questione, non ne tocca l’ aspetto determinante. Il quale sta nel mostrare 'j che il positivismo, se è qualche cosa, è un idealismo ___ contraffarlo e spurio. Digitized by Google XI. PREFAZIONE. XIV. Lasciando da parte ogni distinzione di problemi so- lubili e problemi insolubili, di problemi storici e problemi puramente speculativi, senza voler mostrare, come d’al- tronde sarebbe facile, l’assurdo di siffatte distinzioni, e facendoci a guardare la cosa in modo generale, il princi- pio supremo nel quale la teoria positivista tutta si rias- sume è che bisogna studiare i fatti per conoscerne le leggi. I fatti, si dice, o la storia sono il mondo esterno, dal quale, mercè 1’ osservazione e l’esperienza, si ca- vano e s’inducono le leggi della storia e dei fatti stessi. Non vuoisi negare che se è vero che i fatti e i fe- nomeni sono manifestazione di legge , se è vero che la storia in generale è appariscenza e rivelazione dei prin— cipii che la governano, una certa osservazione dei fatti, un certo studio della storia possa porgere al pensiero 1’ occasione e come l’ incentivo a determinarne le leggi. Diciamo una certa osservazione e un certo studio, per- chè uno studio e un’osservazione troppo minuti e esa- gerati dei fatti e della storia o in generale della natura, invece di risvegliare l’energia propria dello spirito e di farlo adergere alla coscienza di sè e dei principi"! stessi dei fatti, della storia e della natura, non facile turbarne e ottenebrarne l’intuito. Può dunque dirsi che il posi- tivismo ha il suo momento, il suo diritto cioè e la sua ragione ; quel diritto in vero e quella ragione che la natura e la sensibilità hanno nella economia dell’ uni- verso. Ma ciò vale quanto dire che dal punto di vista rigorosamente scientifico non ha alcun diritto nè alcuna ragione. Perchè se l’architetto ha bisogno del murato- re, questi però non è uè può essere 1’ architetto, e non Digitized by Google LA. FILOSOFIA. DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XLI solo non è 1’ architetto, ma non è che per 1' architetto e in quanto i bisogni e l’ intelligenza di questo lo fanno quello eh’ egli è. Se si ammette, e i positivisti lo ammettono, che vi sono le leggi dei fatti, e che scopo del pen- siero, dello spirito, che si rivolge allo studio dei f fatti, è quello, nè altro può essere, di scoprirne e co- noscerne le leggi, resta a sapere, donde lo spirito viene e dove va, qual’ è il suo punto di partenza e quale il suo punto di arrivo; se primieramente è dal fatto che lo spirito cava la legge o non è piuttosto il contrario che accade, vale a dire, che lo spirito, illu- minato e condotto dalla legge , va subordinando il fatto alla legge; e inoltre, cosa in ultima analisi sono c pos- 1 sono essere tali leggi. Questi due punti fondamentali sono lasciati nell’ ombra dai positivisti. Quanto al primo punto non è difficile vedere , che il fatto non è che il fatto, e che sommato e mol- tiplicato, rivolto e torturato non dà per prodotto che il fatto. Affinchè il fatto acquisti valore e espres- sione di rivelatore della legge, vi vuole la legge, e la forza, a dir cosi, probante del fatto non è nel fatto, ma nella legge, ossia nello spirito, la legge essendo! appunto lo spirito. Senza la legge e fuori della legge, il fatto sarebbe sempre rimasto un mistero, un enimma un nonnulla. Esso, per usare le parole di Schelling, non sarebbe stato per lo spirito un animale amman- sito, forzato a curvarsi sotto le sue leggi e a disten- dersi pacifico ai suoi piedi. Se giammai lo spirito ha sentito o sente la spinta e l’impulso ad osservare, a sperimentare, ciò che lo incita e sprona è precisa- mente l’ intima persuasione di essere insiememente legge e legislatore. Non havvi esperienza possibile, se non è fatta in vista di una legge, fosse anche ipotetica. Digitized by Google XLII PREFAZIONE. Principio dell’ inquisizione, dice Bruno, è il sapere c conoscere che la cosa sia o sia possibile. 1 Si vada al fondo delle cose e si vedrà che ciò che illumina il microscopio del fisico o il telescopio dell’astronomo, ciò che guidala mano del naturalista è il pensiero della legge. Senza ciò avrebbero tutti un bel guardare, un bel cercare e ricercare: la confusione babelica sarebbe poca cosa appetto alla loro. Come per le scienze natu- rali, altrettanto, e a più forte ragione, si dirà per le scienze morali, storiche, antropologiche. In che mode mai potrebbe lo spirito sperimentare, se non avesse una regola, una norma che lo muova e lo guidi nel suo cammino? E questa regola, questa norma è appunto la legge. Ma non vedete, diranno i positivisti, che questo elemento a priori, che voi chiamate regola o norma, non è la legge nel suo essere concreto e determinato; ma un puro elemento virtuale, un elemento possibile e non reale; e che alla sua realizzazione, nella quale la vera cognizione, la vera scienza consiste, si vuole precisamente che lo spirito batta la via dell’ espe- rienza ? * ' Vedi La cena delle ceneri, Dial. V. _? E qui i positivisti, credendo appoggiar meglio la loro tesi, sogliono mettere innanzi quella tale distinzione di problemi storici e problemi puramente speculativi. Essi dicono: studiate storica- mente il bello, il giusto, il linguaggio o la religione, e voi arrive- rete ad una conclusione; mentre avrete un bel disputare intorna alla natura di Dio, all’ immortalità dell’ anima, alla vita futura ; voi ' non potrete venire a capo di nulla. La metafìsica si è eternamente occupata di questi problemi; con qual profitto? Nessuno. Essa non ha fatto che armeggiare con le ombre; essa non ha potuto rispon- dere nè potrà giammai rispondere , appunto perchè qui non può far uso dell’osservazione dei fatti, dell’esperienza, nè seguire il metodo storico. (Vedi La filosofia positiva, ec., Memoria del prof. Villari, sopra citata.) Questo modo di argomentare, ci sia per- messo dirlo, non prova niente affatto. Se non si può nulla rispon- Digitized by Google 1.A FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XLIII Dunque i positivisti stessi sante memi s sono ob- bligati a riconoscere che non dal puro fatto lo spirito piglia le mosse, bensì da qualcosa superiore al fatto e da questo indipendente, non foss’ altro, dal pensiero della legge. Il che già mostra che la legge -è nel pen- siero, e non nel fatto o, se si vuole, è prima nel pen- siero e poi nel fatto. Per quanto poi riguarda l’essenza stessa dell’ ob- biezione, noi ammettiamo uno sviluppo, un processo dello spirito, perchè raggiunga la scienza e la verità. Ma non si può ammettere che lo spirito per toccare quest’ altezza sia ligio ai fatti e ai fenomeni. Tut- t’ altro. Lo spirito è sempre quello che pervade i fatti. Vogliamo dire eh’ è lo spirito che genera il vero fatto. E si noti, che ^otto talTIspetto nòiTTiàvvì differenza a fare tra fenomeno e fenomeno, tra fenomeno fisio- logico o naturale e fenomeno morale o storico. Tutti i fenomeni sono in questo identici. Perchè cosa, ci do- mandiamo noi, è sperimentare e cosa è l’esperienza? Sperimentare o esperienza in generale, quale che si sia d’altronde il suo obbietto, significa questo che lo spi- rito applica se stesso, la sua attività, le leggi della sua intima costituzione, le sue idee ad un fenomeno, e così solo il fenomeno può divenire fatto, nel senso più su determinato di rivelatore della legge. E lo sperimenta- dere intorno alla natura di Dio, all’ immortalità dell’anima e alla vita futura, non si vede come scientificamente si potrà rispondere ad altra questione qualsiasi, a quella sul bello, per esempio, o sul linguaggio. Perchè non è vero che 1' obbietto delle prime que- stioni cada meno di quello delle altre n^ limiti dei fatti e del- l'esperienza. Tutto, si può dire, cade neHimiti dell'esperienza, benché in varie sfere e in diversa guisa. Ma se tutto cade ne’ limiti dell’ esperienza, è vero dall’altro lato che nessuna questione trova nell’ esperienza la sua soluzione, e che per raggiunger questa, bisogna oltrepassare i contini di quella ed elevarsi nella sfera del- l' idea. XLIV PREFAZIONE. tore, se pur si pretende che seriamente sperimenta , non sa nè può procedere altrimenti, comunque possa mostrarsene inconscio, anzi bene spesso rinnegare a parole questo necessario movimento del suo pensiero. Senza ciò, non che riuscire sterile e priva di risultato, deve dirsi bensì che 1’ esperienza diverrebbe impossi- bile affatto. Imperocché si ridurrebbe allora ad una pura e mera sensazione, si arresterebbe entro i limiti di questo momento rudimentario, elementare di se stessa, si estinguerebbe cioè nel suo germe. E quindi essa non sarebbe esperienza. Sperimentare non è sen- tire, e l’esperienza non è la sensazione, questa mo- dificazione dell’essere istantanea, limitata, variabile ed estrinseca; comecché poi non si deve dimenticare — mentre di qui si desume un argomento a fui lim i per la nostra tesi — che aneli’ essa, estrinseca qual’ è, presup- pone l’ intrinseco, e che la sensazione, in quanto tale, in quanto puramente sentita, non può prodursi senza l’attività primigenia dello spirito. Se non che si repli- cherà che, anche essendo vere queste considerazioni, noi sembriamo mettere in oblio che senza il fenomeno non vi sarebbe, nemmeno esperienza, mancherebbe la subjccia maleria all’ attività dello spirito. Esaminiamo. Cosasi vuol mai provare? Se s’intende provare la necessità del fenomeno, perchè lo spirito sperimenti, non s’affannino gli sperimentalisti, mentre noi l'am- mettiamo, nò mai ci è caduto in mente di non ammet- terlo. Il fenomeno adunque è necessario all’esperienza: è questo un punto fuori di questione. Ma ammessa la necessità di questori elemento fenomenale, è forse que- st’ elemento , è forse 1’ esperienza che offre allo spi- rito la legge, il principio? Ecco la vera questione, quella che non bisogna mai perder di vista. E in- torno ad essa per le cose dette ò da ritenere che LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XI. V il fenomeno non ò più che un’occasione per lo spirito , e che la legge sgorga e rampolla dalla energia propria a quest’ultimo. Nello spirito che si eleva alla legge, il fenomeno stesso trovasi si, ma superato e soppresso; e l’esperienza, l'osservazione si è trascurata, è dive- nuta speculazione e per dir cosi creazione ideale. 1 Per lo che, come dicevamo cominciando, lo spirito è sempre quello che pervade i fatti. * E restringendoci poi in ispecial modo ai fatti della storia, la cosa è ancora più evidente. Avvegnaché nella storia lo spirito sia genitore e genitura. La storia è un immediato e diretto prodotto dello spirito, o per lo meno più immediato e più diretto della natura. E, in altre parole, è nella sfera della storia che Io spirilo comincia a produrre se stesso, si produce cioè in quanto spirito, benché in quanto spirito storico e non in quanto spirito assoluto. Ebbene, è per que- sto appunto che qui la cosa é ancora più evidente- Lo spirito in vero non pervade i fatti della storia, se non perchè entra in possesso della sua natura, acqui- sta coscienza delle leggi di questa. Onde è al processo in- timo dello spirito che licn dietro l’appropriazione della realtà sensibile e fenomenale, e più quello si fa in- ’ Del resto si vede ghe qui abbiamo parlato del fenomeno- come d’ un elemento estrinseco e quasi posto innanzi allo spirito. Ciò è stato per semplificare 1' esposizione del nostro pensiero, do- vendoci rinchiudere in un campo limitato. Ma sarebbe agevole di- mostrare, come di fatto dalia filosofia egheliana si dimostra, che come la memoria , l' immaginazione , la sensibilità , anche il fe- nomeno, è un momento dello spirito, niaagin momento subor- dinato e inferiore, che lo spirito genera e nel quale questo esiste come può esistervi. Onde lo spirito eh’ è nel fenomeno è in un mo- mento di se stesso, ma non è nè può essere nella sfera della scienza. 1 Vedi cap. primo, V. — Del metodo. — Vedi inoltre. Vera : An inquiry into speculative and experimenlal Science. — e — Mélanges philosophiqucs — Bacon. Digitized by Googte XLVI PREFAZIONE. nanzi e progredisce, e più questa guadagna in esibi- zione, larghezza e precisione. A difetto di ogni altra prova speculativa, ciò che mostra la verità delle nostre parole è il fatto, che il largo, concreto e fecondo studio dei fenomeni storici non è comincialo che con Hegel, quando cioè lo spirito aveva appieno inteso e pene- trato la sua natura e le leggi che le son proprie. Passando ora al secondo punto, a vedere cioè * cosa possono essere in fondo queste leggi dei fatti, non ci vorrà molto per riconoscere che leggi dei fatti non sono e non possono essere che principii ideali^ o idee, le idee stesse dello spirilo,. In vero se lo spirito al punto di partenza muove da se stesso, qui al punto d’ arrivo, al punto in cui giunge ad appurare le leggi dei fatti, non fa che rientrare, ritornare su se stesso. Perchè se le leggi dei fatti non fossero le sue proprie idee o, per dir meglio, esso stesso, invano cercherebbe conoscerle e determinarle. Nei limiti delle leggi stori- che e sociali, è chiaro che desse sono le idee, che cfl^ statuiscono il fondamento e regolano l’ esistenza, la vita storica e sociale dello spirito. E poiché tali leggi son varie, nè esistono ciascuna isolatamente, ma tutte insieme in uno stato di dipendenza reciproca, e si può dir di vicendevole azione c riazione; poiché, in altre parole, esistono intrecciale e connesse, ed esistono connesse nel fatto, perchè connesse esistono nello spirito; così il nesso delle leggi non è che il nesso o il sistema delle idee. Sentirebbe di prolissità, se si volesse ulteriormente esplicare questi punti. Sono punti fondamentali della^scienza, dei quali ciascuno intelli- gente della materia potrà di per sè rendersi ragione. Digitized by Google LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XLVII XV. Lo ripetiamo intanto, a noi duole non poter esa- minare il positivismo nei suoi particolari. Cosi il va- lore delle considerazioni suesposte emergerebbe con- validalo e raffermato. Ciò non ostante, quando si volesse scendere all’ esame delle singole teoriche posi- tiviste, seguitando le norme e il criterio da noi indicati, si giungerebbe molto naturalmente alle nostre con- clusioni. E di fatto per voler appena di volo accennare all’ap - plicazione delle nostre vedute, quando si è in presenza del positivismo francese, qual’ è stato composto a dot- trina dal suo fondatore, Augusto Comte; quando si è in presenza, vogliamo dire, dell’ ordinamento da costui dato alla storia intera, distinguendola secondo la fa- mosa legge dei tre tempi — tempo .teologico, tempo jnetafisico e tempo positivo; — si può domandare, se ! questa non sia una specie d’ ordinamento ideale, di sistema d’idee, una certa metafisica della storia. Ma beninteso una metafìsica che sta alla vera, come l'or- pello sta all’oro, perchè essa ha il difetto di non sa- persi come > metafisica , e quindi è una metafisica spuria e tralignata. Non fa d’ uopo fermarsi su questo punto, mentre è nolo che vi sono positivisti, i quali essi stessi riconoscono che in fondo la teorica del Comte contiene delle pretensioni rispondenti a quelle della me- tafisica. E sono note altresì le scissure, le divergenze sorte per questo tra il positivismo francese e il po- sitivismo inglese, e le polemiche e le recriminazioni Digìtized by Google ALVI II PREFAZIONE. non di rado aspre ed acerbe tra i discepoli del Conite- e i positivisti dissidenti. 1 Lasciamo perciò Comte e prendiamo a caso un altro positivista, il cui nome è abbastanza conosciuto, l’in- glese Buckle.Buckle non è seguace di Comte. Egli fa poco oniuncaso della famosa legge dei tre tempi; anzi, sotto questo rapporto quasi affatto si allontana da Conile. Parrebbe, a prima vista, egli volesse abbandonare le velleità metafisiche, e sistematiche e mostrarsi, a dir così, più positivista di lui. In vero Bur.kle ha scritto la Storia della civilizzazione in Inghilterra. * Al titolo non corrisponde il contenuto, perchè questo libro co- stituisce piuttosto un tentativo di costruzione di una filosofia positivista della storia. L’ autore si è studiato esporvi le leggi dello sviluppo storico dell’ umanità. Com’ è naturale egli non fa che ripetere quel che più o meno dicono tutti i positivisti. Non è che osservando, analizzando e sperimentando i fatti che la storia secondo lui può divenire una scienza esatta; e tale dev’essere la filosofia positivista della storia. Ma, svolgendo poi questo .pensiero astratto e generico, giunge a questi risultati supremi. Vi sono leggi uni- versali che regolano gli eventi della storia. Di queste altre sono fisiche, altre mentali. Le mentali predomi-.-, nano nella storia dell’ Europa e la spiegano. Nel- l’ Oriente invece sono le fisiche che la vincono. Le leggi mentali però bisogna ancora suddividere in mo- rali e intellettuali. E di esse sono le intellettuali quelle che veramente ed esclusivamente determinano 1 Vedi la Rivista : La Philosophie positive , Paris, Germer Bail- lière. Septembre et Octobre 1 8(17 — eVillari: Saggi di storia , di critica e di politica , Firenze, 1868, Prefazione. * Ilislury of Civilizalion in England. — A new edition. — Lon- don, 1867. Digitized by Googte LA FILOSOFIA DELLA STORIA E L’IDEALISMO. XLTX il progresso sociale, essendo le sole capaci di molo e di svolgimento. Quanto alle altre, alle leggi o verità morali, esse appariscono in tutto il corso della storia sempre le stesse, irrigidite, stazionarie, immote, senza sviluppo e senza progresso. 1 Ora non vogliamo nò possiamo toccare le viste ar- bitrarie, le impossibilità generali e parziali, onde questo concetto è assediato, e specialmente questa che tutte le altre riassume, che esso è il concetto della storia meno positivo che possa immaginarsi , il meno che nella realtà delle cose s’ ispiri. Ma quello che importa di far rilevare si è che dinanzi a simile costruzione della sto- ria non vi ha chi non sente che anche qui è implicata, benché in modo più oscuro, più contraffatto, e quasi diremmo più cieco, una certa sistematizzazione ideale, una certa metafisica della storia. Cosa di fatto sono queste leggi universali degli eventi storici, se non idee? E queste leggi fisiche e mentali, morali e intellettuali non sono forse pensieri assoluti, o aspetti di un asso- luto pensiero che hanno potuto determinare gli eventi storici, quali gli hanno determinati? Da ultimo questo supposto predominio delle leggi fisiche sull’ Oriente e delle mentali sull’Europa non rivela forse il pensiero di 1 I germi e i precedenti di quest’ ultima opinione dell’autore, non meno singolare delle altre, possono trovarsi nei saggi critici e storici del Macaulay (Vedi Criticai and historical essays. — Voi. IV. — Ranke’s history of thè Pope, pag. 100 e seg.). Ciò mostra che siffatto modo di considerare le leggi morali non ha nem- meno il pregio della novità. E quasi si rivela come un’abitudine propria del cervello inglese , al quale le minute ed esatte distin- zioni storiche e speculative pare non bene si aggiustino. Come mai far delle verità morali un campo chiuso, anzi ridurle all’ espres- sione di un punto matematico, nel quale son fissati l’indiano come l’europeo, il pagano come il cristiano, 1' uomo antico come il mo- derno? Se tutto questo fosse positivismo, bisognerebbe dire che positivismo e nullismo suonano a un dipresso lo stesso. Introduzione alla Filosofia della Storia. d Digitized by Google L PREFAZIONE. spiegare la storia secondo un ordinamento prestabilito, assoluto, ideale? E questo che diciamo rapporto a Comte e a Buckle si applica a qualunque costruzione positivista della storia sia stata fatta o si potrà mai fare. Perchè i po- sitivisti (nulla fa il colore e la gradazione alla quale ap- partengono) appena parlano di leggi dei fatti e della sto- ria da cavare e da indurre, qualunque sia d’ altronde il contenuto di tali leggi, sono già, non volendolo, nel campo dell’ idealismo e non fanno che idealizzare la storia : la idealizzano in modo più o meno incompiuto, arbitrario; ma la idealizzano. Leggi della storia e idealizzazione della storia suonano lo stesso, il fatto non essendo la legge, nè la legge il fatto, ma 1” idea.' Il positivismo adunque, sia che lo si consideri dal punto donde prende sua movenza, sia da quello al quale mira a giungere, ci obbliga a rientrare nella sfera del- l’ idea ed a risalire al sistema delle idee. Onde, se esso qualcosa può e vale, non lo può nè lo vale che in quanto si muove benché inconsapevolmente, anzi, dissimulan- doselo, nel campo dell’ idealismo e dell’ idealismo eghe- liano. 1 Quando i positivisti vogliono darci ad intendere eh’ è dal- l’ esperienza che si ricava la scienza della storia, ci fanno ri- cordare un detto profondo di Schiller. A costui voleva GOthe mostrare la cognizione della natura come un tutto vivente e ope- roso potersi ritrarre dall’ esperienza, e per chiarirlo intorno a questo punto si pose a esporre la sua teoria della metamorfosi delle piante, disegnando con alcuni tratti di penna, una pianta simboli- ca. Schiller, che lo stava ascoltando con vivo interesse, quando ebbe finito, crollando la testa, disse :tifirf|t;tj1» gjfl j| principio iìptf>rmin,lntA \ della medesima. Noi ci limiteremo per ora ad osservare che la naiui^nt«u-aL»jnuova a. non pensa ; mentre la storia ò essenzialmente rpovjrppnto o sviluppo* ciò che suppone il pen- siero. Inoltre la natura nella storia, vuol dire la natura nel pensiero . nella volontà T cioè . e nell’ attività-dei penstero. ll che significa che la natura è lavorata e trasformata dal pen- siero. E questa è l’ arte — l’ arte intesa in un senso largo e generale, come pensiero che si manifesta e opera nella vita delle nazioni e nelle varie sfere di questa vita. La natura, immobile in sè, non appena si mette in rapporto col pensiero, sotto 1’ azione di questo si muove e va, per così dire, di mano in mano spiritualizzandosi. Onde è il pensiero cha domina la natura, e non la natura il pensiero, perchè è il pensiero che sorgendo o svegliandosi fa svegliare o sorgere un popolo, e I che lo fa cadere, quando viene a mancare o si assopisce. quindi non-è la natura ma il pensiero il motore primo della vita di una nazione, e per ciò stesso l’elemento determinante della- storia. E passando dagli argomenti razionali, ovvero dalla teoria 32 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. al fatto, è il fatto stesso che contraddice e smentisce la ipo- tesi di Montesquieu. Ed in vero è chiaro che Montesquieu aveva innanzi a sé certe istituzioni c uno stato attuale e de- terminato del mondo o della storia; e che egli non fece se non generalizzare questo stalo di cose, qual’ era al suo tempo, ed applicarlo alla storia in generale. Primieramente per lui il monachiSmo si diffonde nell’ Oriente atteso la pigrizia e l’ in- dolenza connaturali al clima. È vero, è nell' Oriente che il monachiSmo ha avuto la sua origine. Ma come va poi che, ovunque il Cristianesimo è penetrato, Io ha introdotto e sta- bilito ? Ciò mostra che esso è indipendente dal clima, e che invece segue e si connette con altre istituzioni. Montesquieu dimentica che l' Inghilterra *in altro tempo, prima cioè di Enrico Vili, era coperta di conventi, e che ve ne erano tanti quanti nel mezzodì d’ Europa. Inoltro egli parla della immo- bilità delle istituzioni, attribuendola al clima, e non si ac- corge che nella China vi sono tutti i climi, e che il grado di sua latitudine risponde precisamentea quello della Francia. La China e la Francia giacciono sotto Io stesso parallelo, fra il 40° e il 50°; e quindi hanno a un dipresso lo stesso clima ; anzi a Pekino, benché situato più a mezzogiorno, pure per circostanze locali la temperatura media annua vi è più bassa che a Pa- rigi. Per tal modo non s’intende come l’immobilità delle istituzioni di un paese dipenda dal clima. Del resto quando non si volesse negare ogni influenza al clima sulla immobilità di un popolo, bisogna però convenire eh’ è falso esagerarne l’importanza, come fa Montesquieu. Finalmente quando egli parla della differenza de’ popoli per la diversità del clima, dimentica che il clima non è cambiato, e che non per tanto non pochi popoli sono decaduti; dimentica che e Greci e Ro- mani furono altra volta grandi, e che oggi, nonostante il clima fosse rimasto lo stesso, sono dispariti; dimentica che nella China, malgrado l’immobilità delle istituzioni, fiori- sce l’ agricoltura rigogliosa tanto quanto altra volta nella Sicilia. Adunque la natura, il clima, è locale, non si muove, e le abitudini, i caratteri propri del clima non si trasportano al- trove nè trasmigrano; e non per tanto la storia si trasloca. Digitized by Google TEORICA DI MONTESQUIEU. 33 si modifica, si trasforma. Come si farà a spiegare col clima le istituzioni democratiche americane, istituzioni che ricor- dano quelle che ebbero un tempo esistenza nella Grecia ? Epperò, lo ripetiamo, non sono le condizioni esterne e geo- grafiche, non è il clima che possa spiegare il movimento della storia, nò è la natura che possa essere l’elemento de- terminante della storia. II. « TEORICA DI HERDER. Seguendo non l’ordine cronologico ma un ordine più sostanziale e più vero, anzi l’ unico vero, seguendo cioè l’ or- dine del pensiero, l’esame della teorica di Montesquieu ci conduce a quella di Herder. Perchè, salvo le modificazioni e i temperamenti, che gli sono propri, Herder non fa che più o meno situarsi allo stesso punto di vista di Montesquieu, e così il principio fondamentale delle loro dottrino è lo stesso. Herder ha scritto una Filosofia della storia dell’ upig,njtà. Airenunciàzioné~dì quenolitolo, tutti crederebbero di tro- var raccolto in quest’ opera un novero di principii asso- luti, sotto l’azione de’ quali si sarebbe la storia ordinata e composta. Eppure chi con questa credenza, troppo naturale d’altronde, si ponesse a studiare il libro di Herder, sarebbe completamente deluso nella sua aspettazione, perchè il conte- nuto contraddice apertamente al titolo. Poche osservazioni basteranno per giustificare quest’ asserzione. E primieramente gg da un punto di vista generale ci do- mandiamo quali sono i principii in forza de’ quali Herder cerca-spiegare la storia, e..si mette costruirne la filosofia, noi possiamo dire che non ve ne ha alcuno. Di fatilo Her- der è uno spiritualista gagliardo ed ardito; egli è bensì uno de’ prodromi del grande movimento intellettuale che do- veva aver luogo in Germania; ma non è un metafisico, non ha cioè nella sua mente un sistema di principii, e per questo Introduzione alla Filosofìa della Storia. 3 Digilized by Google 3ì del principio determinante della storia. -**Y stesso non può fondare il sistentULjlella.. storia. Egli si libra sulle ali del proprio spirito e svolazza e folleggia ad arbitrio sul campo della storia; e come barca senza nocchiero nella grande tempesta del passato si abbandona in balìa de' flutti che lo menano alla ventura. Quindi è vero che egli passa a rassegna le diverse istituzioni de’ vari popoli e cerca trovare per ciascuna una ragione sufficiente che valga a spiegarla; ma le sue ragioni non sono che fortuite, arbitrarie e suh- bicttive. Perchè tratto dalla proteiforme e scintillante vibra- zione dell' apparenza e del fatto, e quasi smarrito, egli non sa che mettere insieme falli scuciti e sconnessi, e spiegazioni dubbie e vacillanti, in quanto non sono fondate sopra alcun principio direttivo e supremo. La storia innanzi a lui si di- spiega come un tessuto nel quale s’ intrecciano, o meglio si arruffano stami in gran numero, ma senza disegno e senza concetto, senza un’ intrinseca necessità e senza un rigore de- duttivo. Così egli è incapace a cogliere i punti saglienti e l'ele- mento determinante ne’ vari periodi e nelle varie fasi della storia, c per ciò stesso gli -maacaJd_j)otere di ricondurre il tutto ad^un principio di unità e di sistema. Di qui apparisce che Herder appartiene^ .queL periodo di esegesi che in Germania ha preceduto il movimento idea- lista, e che è stato chiamato periodo dello schiarimento o della spiegazione — der Aufklàrung. — Duranteupjjesifl.p^riododl pensiero ci si offre come rinchiuso ne’ limitjjlella riflessione e defla coscienza; ed in questa combinazione del pensiero e del suo obbietto il pensiero è passivo, perchè esso riceve dal di fuori, subisce per così dire, e non genera nè produce il suo obbietto. Di modo che il pensiero si applica al suo obbietto, vi riflette sopra, e cerca in un modo qualunque di spiegarlo. Ma non si è ancora.elevato. all altezza del pensiero che fa e genera il smtobiùotto, eh' è anzi questo obbietto, senza lasciar d' al- tronde di essere se stesso. Il che rende ragione della varietà delle spiegazioni, soventi volte le più disparate, che possono addursi per un dato obbietto o un dato fatto Perché, se è [1 fatto che determina il pensiero, e. non il pensiero che -deter- mina iliatto, come il fatto, qualunque sia, ha vari aspetti, ciascuno di questi, offrendosi al pensiero, induce una spiega- Digitized by Googte TEORICA. DI HERDER. 35 zione parziale e diversa dalle altre. 1 Or questa è appunto la posizione del pensiero di Herder , e il processo da lui seguito nella costruzione della sua opera. E per tanto, lungi di eom- porre una filosofia della storia . egli pion riesce che a tracciare / una storia universale, novero lina prammatica doiì urgà- niti, jjnjnanto ciò eh' è determinante per lui sono i fatti e non lo spirito. Da un altro lato Herder non.ò sQlo uno spiritualista, ma è soprattutto un poeta. Egli si accosta alla storia, e la spiri- tualizza come potrebbe spiritualizzarla un poeta. Onde all’ar- bitrio e all’accidentalità delle sue deduzioni, come abbiamo già notato, si aggiunge l'estro, l’entusiasmo e il sentimen- talismo poetico, e spesso poi anche l'estasi e un certo senso mistico di ascetismo. Cosi per lui la terra è un ostello da viaggiatori ed un pianeta sul quale si riposano uccelli di passaggio, che si affret- tano ad abbandonarlo (lib. V, cap. 6, p. 189);* e lo scopo dell’uomo è al di là dell’esistenza attuale ; la terra un luogo di esercizio, e questa vita uno stato di preparazione, un boc- ciuolo che si aprirà poi — die Knospe zu einer zukiinftigeu Blume — (lib. V, cap. 5, 182). L’uomo inoltre è l’anello ultimo e più elevato che chiude la catena dell'organizzazione terrestre; eppcrò egli deve essere nello stesso tempo l’anello inferiore che inizia una catena di un ordine superiore, e costituire il legame fra due sistemi adiacenti della creazione (lib. V, cap. 6). Herder guarda e a più riprese descrive con tanta simpatia, con tanta predilezione lo stato selvaggio da farci quasi avvertiti che per lui non havvene altro migliore e preferibile. In un luogo egli dice : « Come tutto è ben regolato nella natura per un essere che non riceve il primo • Un esempio di questo processo prammatico, applicato alla sto- ria, possiamo trovarlo ne’ vari modi onde si è creduto poter spiegare il Cristianesimo, perchè, per esempio, alcuni vi han visto il mito, altri il fotto storico, ed altri una dottrina morale. Or è facile riconoscere, che al- tro è accogliere e ricevere il Cristo come un fatto , cui si applicano poi cene determinazioni d e l 'p e n s i c rò'^etPaìW) e fife n s a r e il Cristo nell’idea o nella sua natura ideale. Vedi Hegel, op. cit., pag. 8-10. s Vedi llerder's Idccn zar Philosophie dcr Geschichtc der Menschhcii. Leipzig, 1821. Digitized by Google 3(5 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. sviluppo del suo benessere e della sua intelligenza che dalle impressioni de' sensi ! Se il nostro corpo è sano, se i nostri sensi sono esercitati e ben proporzionati, noi godiamo di una i calma c di una felicità intime, che la ragione speculativa non può sostituire. Il fondamento della felicità dell’ uomo consiste a vivere là ove il destino lo ha messo, a godere di ciò che è alla sua portata senza inquietarsi dell’ avvenire più che del passato. Se di ciò è contento, egli è forte e potente; se al contrario la sua immaginazione lo fa traviare dietro alle chi- mere dell’ avvenire, egli sarà debole e ad ogni passo troverà un disinganno. Nella sua infantile ma felice ingenuità 1 uomo primitivo porta il suo sguardo sulla natura , e, senza saper ’ perchè, si diletta grandemente delle splendide forme, onde la vede rivestita : poscia volgendosi alle sue occupazioni ordina- rie, gode delle stagioni che si succedono, senza che il tempo sembri lasciar su lui traccia veruna. 11 suo orecchio che mai non fu turbato dal falso splendore delle conoscenze im- perfette, nè mai fu tratto in inganno da simboli scritti, intende con rara precisione, e non raccoglie che le parole, le quali esprimendo oggetti determinati, soddisfano all’ intelligenza più e meglio che intieri volumi di espressioni astratte. Cosi vive il selvaggio, ed è così che egli muore sazio ma non stucca de’ semplici piaceri che i suoi sensi gli hanno procurati» (lib. Vili, cap. 1, p. 288). Dopo ciò non deve recar più maravi- glia se l’ immobilità della China e dell’Oriente sia per Ilerder il tipo del progresso storico e della civiltà, e se diffidi della civiltà europea. Per la stessa ragione egli è imbarazzato nel decidere ciò che le scienze e le arti abbiano fatto per la felicità deir uomo , e fino a che punto esse abbiano potuto accrescerla. « Perchè, egli dice, si può domandare se la cerchia della feli- ' cita possa allargarsi quando i bisogni si sono moltiplicati. Di più può l’arte aggiungere qualche cosa alla natura ? forse non l’ affievolisce piuttosto e giunge sino a soffocarla ? I doni delle arti e delle scienze non hanno fatto nascere nell’ uomo un’ in- tima agitazione, non hanno risvegliato nel suo cuore de’desiderii che hanno avvelenato la sua felicità, rendendola più rara e meno durevole? Da ultimo, a causa delle grandi agglomerazioni di po- polazione, c dello sviluppo eccessivo di sociabilità, la più parte TEORICA. DI HERDER. 37 de’regni e delle città non sono divenute come altrettanti ospedali e lazzaretti, ove la pallida umanità si estenua e si consuma in seno ad un’ atmosfera corrotta, e dove, vivendo delle limosinc della scienza, dell’arte e della politica. Unirà per abituarsi a que- ste limosine immeritate, per scendere ben tosto al grado de’pi- tocchi e de’parassiti ? » (lib. IX, cap. 3, p. 362) — Finalmente Herder nega lo Stato e i suoi.piùessenziali diritti. Egli non sa spiegarsi come lo Stato avrebbe il diritto d’ inviare senza ostacolo ad una morte certa migliaia de’ suoi sudditi, e perchè sarebbe libero di dispensare senza controllo le ricchezze pub- bliche e di far ricadere sul più povero le imposizioni più po- santi e più onerose (lib. Vili, cap. 4). Quindi prorompe in questa guisa : « Ciò che è anche più difficile ad ammettersi è che l’ uomo sia fatto per lo Stato, di modo che la sua felicità dipenda dalle istituzioni. Perchè quanti popoli non vi hanno sulla terra , pe’ quali la parola Stalo e il suo significato sono un enimma , e che non vivono perciò meno felici di quelli che sono sacritìcati all’interesse dello Stato ? Io non voglio in aleun modo fermarmi ad esaminare i vantaggi e gl’ inconve- nienti, che queste fogge artificiali di società conducono seco.... Milioni di esseri, nostri simili, vivono su questa terra senza alcuna forma di governo. Ciascuno di noi, quando anche vada a riparare sotto l’egida della migliore delle costituzioni, non deve forse, se vuol vivere felice, cominciare là donde comin- cia il selvaggio per conservare da se stesso, e non per l’inter- vento dello Stato, la sanità della sua anima e del suo corpo , il benessere della sua casa e la felicità del suo cuore ? Padre e madre, marito e moglie, figlio e fratello, amico ed- uomo: p'V,,’ n oa vai ecco parole che esprimono relazioni della natura, mercè le quali noi possiamo' esser felici. Ciò che può darci lo Stato non sono che degli strumenti artificiali ed anche , pur troppo è / sciaguratamente vero, esso può rapirci alcun che di essenzia-s ' ‘ A *V' ^ le, e rapir perfino noi a noi stessi» (lib. Vili, cap. 5, p. 333)u/ Questi pochi tratti possono, è vero, sembrare come stac- i 'r cati a caso e arbitrariamente dall’ insieme dell’ opera di Her- h / ,j der. Malgrado ciò essi sono di un valore tanto capitale, e ac- 1 cennano e toccano ad un complesso di principii e di teorie , r. tanto importanti e fondamentali, che non ci abilitano meno a j' ^ ( \ Dìgitized by Google 3S DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. sottomettere l’ opera stessa ad una critica rigorosa. Diciamo la cosa: l’opera di Herder è tuli’ altro che una filosofia dello I storia. Essa rappresenta una specie di processo inquisitoriale , essa suona come un atto di accusa contro la storia, il progresso jl e la (jiYiUào ed uno dc’più scapigliati che intelletto visionario / e fantastico abbia potuto mai immaginare. E se pur non vo- gliamo mostrarci con lui tanto severi, possiamo dire che egli, lungi dal costruire la filosofia, compone la poesia, 1 idillio della I storia dell'iupanità. Egli di fatto apparisce, rispetto a’tempi suoi, come l’eco, e in una, rispetto a’tempi nostri, come il precur- sore di tutti i pregiudizi e le illusioni intellettuali, di tutte le utopie, di tutte le aspirazioni sentimentali intorno alla storia ed agli essenziali problemi che vi si riferiscono. 1 Ma precisamente per ciò che l’ opera di Ilerder.ii . Lma poesia, non deve sorprenderci di trovarvi vedute profonde; mentre, come è propria natura della poesia, tutto havvi in essa, ma tutto in modo vago c indeterminato. Cosi egli ci dice che il movimento di progressione delle razze umane e degli im- peri succede come il nostro movimento nel camminare, che non c se non un cader perenne da questa parte a quella, e nondi- meno ciascun passo ci spinge innanzi. Che nella costituzione del- l’ umanità, come in quella del nostro corpo, l’opera del tempo non si compie nè si consolida che a traverso un antagonismo ne- cessario. Che è con le passioni e per le passioni che il genere umano ha sviluppato la sua ragione, provando e inventando mille mezzi per debellarle e per rivolgerle al bene universale. Che così, secondo le leggi immutabili della natura, il male ha prodotto qualche bene. Che la specie umana è destinata a per- correre sotto varie forme differenti gradi di coltura; ma il ■ suo benessere non sarà durevole, se non in quanto sarà fon- dato sulla ragione e sulla giustizia. Finalmente noi jrovjamp in Herder il concetto dell’ umanità, questo stato, cioè, secondo -a ragione e secondo giustizia, al quale Tuorno deve mirare come ' al suo proprio scopo. Ma lo ripetiamo, ciò non deve sorpren- derci nè farci modificare il giudizio che abbiamo portato sul- ' Era impossibile mostrare in questo luogo la fblsità de’ vari pensieri ili Herder intorno alla natura della storia senza anticipare T insieme de' prin- cipi! o delle teorie clic saranno esposti in quest' opera. Digitized by Google TEORICA DI HERDER. 39 l’opera di Herder, mentre codeste vedute sono troppo vaghe, troppo indeterminate perchè possano avere un’ importanza e un valore veramente scientifico. Noi dobbiamo tenerle in conto di puri presentimenti, di semplici divinazioni proprie più del- l’ intuito poetico che della speculazione filosofica. che cipio è la natura. E di fatto è chiaro che il metodo d e Herder segue nelle sue investigazioni è quello stesso seguito da Montesquieu. Egli, al pari di questi, sperimenta, osserva ed- induce. Secondo le suo stesso parole, separandosi dal- 1’ esperienza e dalle analogie della natura, non si potrebbe fare che un viaggio aereo. Ora il procedimento ed il metodo essendo gli stessi, il risultato non poteva essere che uno e il medesimo. Herder-r-come Montesquieu , osservando, vede- In- grandì differenze di clima, di contrade, di circostanze esterno e crede che siano queste differenze che spiegano e determi- nano le varietà -della storia. « Noi siamo, egli dice, molle creta in balia del clima (lib. VII, cap. 3). — La più grande varietà deve regnare fra gli uomini, perchè la specie uma- na, messa fra un numero cosi diverso di contrade e di circostanze , profondamente soggiace al predominio del clima e delle necessità (lib. V, cap. 5). — I sentimenti deli’ uomo secondo i climi, gli stati e le organizzazioni del globo hanno ricevuto tutte le forme di cui erano suscettibili(lib. VIII,cap,5). — Ovunque l’uomo si trova, egli è padrone e servo della natura, il suo beniamino e forse anche il suo schiavo più sog- getto Egli diviene quale Io fanno le circostanze e le varie posizioni che queste determinano» (lib. I, cap. 4). È inutile qui ripetere gli argomenti addotti contro la teo- rica di Montesquieu, fotti per dimostrare che le circostanze fisiche, il clima, la natura non possono render ragione della storia, perchè essi si applicano esattamente al punto di vista di Herder. Ripeteremo soltanto, in via di conclusione, che Herder non ci ai^-firge che le circostanze esterne, il clima, la natura, qualunque sia d’altronde la Tor^nffuenza sulla storia, non bastano, a creare il moto storico e non possono perciò costituire l’ elemento determinante della storia.' Non ostante però si deve dire stpriaf Questo prin- Dìgitized by Google -40 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. III. LA TRADIZIONE E L’ ABITUDINE. L’ uomo>-na scendo. fin dalla culla diviene parte dell’ uni- verso, e fra lui e il tutto si stabilisce un’ intima relazione, una continua azione e reazione. Questa influenza e quest’ azione dell' universo sull' uomo, sia individuale sia collettivo, è quella che stimola le sue varie facoltà js determina lo svi- luppo della sua potenzialità o, ciò che torna lo stesso , fa la sua educazione. L’ educazione, intesa in un senso largo, è ap- punto lo svolgimento di ciò che è potenziale e allo stato di germe nello spirito. Tutto contribuisce a quest’ azione diretta e continua su di noi; ma uno degli stimoli più potenti e che s’ impossessa di tutte le nostre facoltà , del nostro essere in- tero, òJa tradizione. Cfl§a_è la tradizione, e quale importanza ha relativamente alla storia? La tradizione, si può dire, è la società intera con tutto ciò che la componevi suoi istinti, ! suoi interessi, i suoi bisogni, le sue istituzioni, la sua lingua. Noi riceviamo la tradizione, ancora bambini, dalla nutrice, da’ parenti, dalla famiglia. Poi fanciulli la riceviamo nella scuola. E più tardi, cessato l’inse- gnamento della fanciullezza, noi riceviamo la tradizione del pensiero e della verità per mezzo della società, nel cui seno viviamo. E questa continua l’ insegnamento tradizionale Ano a che dura la nostra vita. Di qui già si può scorgere quanto la tradizione entri profondamente nella vita di un popolo, perchè tutti viviamo nella tradizione, nò al suo influsso è dato sottrar- ci. E§sa in qualche modo ci fa ciò che siamo, perchè è come un etere che invade e penetra il nostro spirito per ogni verso. Nella tradizione noi dobbiamo distinguere un doppio ele- mento e come a dire un doppio insegnamento eh’ essa ci por- ge ; un insegnamento locale o nazionale, ed un insegnamento- universale o umanitario. Quanto all’ insegnamento nazionale noi dobbiamcLpartire dal principio che la società non è un ente accidentale o for- LA THABIZ10NE E L’ ABITUDINE. 41 tuito; e che 1' uomo è un enle socievole o fatto per la società. Il selvaggio stesso vive in una certa società, benché informe e rudimentaria; passa, cioè, la vita in certe relazioni. La pa- rola, supponendo certi elementi materiali come la bocca e gli altri organi vocali, che si collegano all' organismo intero, ci dice che la stessa costituzione fisica e materiale dell' uomo ha per fine la società. Ma poi basta osservare i suoi vari bisogni fisici e morali per riconoscere che la vita sociale soltanto è il mezzo per poterli soddisfare, e che fuori di questa lo spirito uon può svilupparsi. Adunque se la società è tanto all' uomo essenziale, e se è vero che la tradizione è il complesso de’ vari elementi di cui una società si compone, è chiaro che la tradi- zione ci dà un insegnamento locale, nazionale o sociale. Ma per ciò stesso essa ci rende altresì un insegnamento umanitario. E di fatto noi non dobbiamo considerare una na- zione che nasce o si forma, ma una nazione eh’ è giunta a un certo grado di sviluppo, a quel grado precisamente che costi- tuisce la vita sociale, siccome quando, ragionando dell' uomo, noi ci riferiamo all' uomo maturo e che ha già sviluppato le sue facoltà, e non all' uomo primitivo e selvaggio. Ora in, una nazione cosiffatta noi troviamo fra le altre cose 1’ arte. la religione, la scienza. Ed un’arte, una religione, una scienza, per quanto si vogliano supporre nazionali e r\ve- stite di caratteri locali, presentano sempre certi asj^tti cjap.^ trascendono i limiti della nazionalità ed nnlxana nella .sfora dell' umanità Di maniera che quando consideriamo i lavori dell’ arte greca e la religione greca, noi vi troviamo lo spirito greco ed insieme lo spirito universale c umanitario. Cosi, per esempio, in Sofocle cd Edipo vi è un aspetto, un lato umanitario , pel quale essi appartengono a tutti i tempi e a tutti i luoghi. Da ciù-rteuUa.che.la società elio ci educa o, sotto altra forma, la tradizione che ci nutrisce, trasmettendoci e co- vnunicandoci il passato, mentre c’ insegna le istituzioni locali, nello stesso tempo cinnalza in una sfera supcriore alla nazio- nalità. E questo mostra sempre plttromc'TTilKuitoTa tradi- zione penetri nella storia e faccia parte della storia. ÌLaolo.però dalla esagerazione dell' importanza della tra- dizione che ha potuto sorgere in Francia una scuola, capita- Digilizad by Google 42 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. nata da Donald, che ha preteso la tradizione essere il principio determinante della storia. Innanzi tutto la tradizione e un fatto, un semplice effetto e non una causa. Considerando una società in uno I^R^ifBa- lunque della sua esistenza, noi vedremo che essa possiede un corpo di dottrine tradizionali politiche, civili, religiose o scien- tifiche, le quali esistono, sono ricevute e costituiscono quasi il patrimonio attuale dello spirito di questa società. Noi vediamo il fatto della loro esistenza; ma possiamo domandare donde è che queste dottrine son venute? Supponiamo che fossero state rivelate fosse pure per mezzo dell’ insegnamento, eh’ è una specie di rivelazione. Ma colui che insegnava, uomo o Dio che fosse, doveva pensare, e colui che riceveva l’insegnamento do- veva pur pensare, perchè se si toglie il pensiero all’uno o al- l’altro, l’ insegnamento ò impossibile, e si recide la radice stessa della tradizione. Se essi pensavano ciò che era insegnato, è evidente che la fonte vera della tradizione è il pensiero, o, in nltrilerwifHrta trafHrion»-suppone-jm movente s'iiperjpre; e questo è il pensiero. Epperò la tradizione per sé è un prin- cipio insufficiente: essa, considerata nella sua genesi, è sog- getta ad un principio superiore, e, come tale, non è essa che può spiegare la storia. Ma vi ha di più. La tradizione ci trasmette -e ci ftLpen- sareJl_passato. Ciò basta per mostrare che se da un lato la --tradizione fa parte della storia, da un altro latoJa-storia-àla negazione successiva e perenne della tradizione. La storia di fatto, mentre ammette la tradizione, la nega, perchè la rico- nosce incompiuta ed imperfetta; la considera come un qual- cosa cui bisogna sempre aggiungere nuovi elementi. Perchè tale è la storia : la storia- è moto e svolgimento; il che signi- fica che in ogni istante sorgono nuovi bisogni, nuovi interessi, nuove istituzioni e nuovi pensieri. Di modo che la tradizione, considerata come un puro complesso di fatti nel senso il più largo c da un dato punto ove la storia ò giunta , può essere ancor meno il principio motore della storia, perchè questa è al di fuori e al disopra della tradizione. Adunque, senza negare l’ influenza e l’ azione che la tra- dizione può esercitare sul corso degli avvenimenti e sulla co- Digitized by GoQgle LA TRADIZIONE E L1 ABITUDINE. 43 struzione dell'organismo sociale; senza negare che essa è un elemento integrante della storia, noi dobbiamo ritenere che, siccome al di sopra di essa vi ha un qualcosa che la spiega e la fa e per ciò stesso la modifica e la rinnova, cosi non è essa, ( ma è questo qualcosa che costituisce il principio determinante della storia. Accanto alla tradizione havvi un’ altra forza, un altro principio: l’ abitudimj. Noi siamo talmente familiarizzati con le nostre abitudini che difficilmente ne avvertiamo l'influenza che esse esercitano su di noi e sulle nostre azioni. Eppure l’abitudine penetra tanto nella YilaJìsicajì intellettuale dell' individuo come di una na- zione, cd essa, non meno della tradizione, è un principio, una forma essenziale della nostra vita. Nulla di fatto sfugge all’abi- tudine. Considerando Tuonia nel sua vivere più-elementare e materiale, noi lo vediamo ubbidire all’ abitudine. Così la ve- glia e il sonno, questo stadio infimo della vita fisica , sono, è vero, un bisogno; ma diventano pure un’abitudine. Anche il vedere, il sentire, il camminare, il muoversi diviene un’ abi- tudine, perchè ora noi vediamo e ascoltiamo diversamente che nell’ infanzia. Nell’ infanzia si richiede uno sforzo per ese- guire un movimento qualunque. Le stesse funzjoni organiche sono un’abitudine, perchè si può dire che anche lo stomaco si abitua a digerire. La cosa. medesima succede per lf npera- zioni superiori della. vita, per esempio, il leggere e lo scri- vere. Se il leggere non divenisse un’abitudine, noi dovremmo concentrare la nostra attenzione sopra ogni lettera, e allora la lettura sarebbe operazione difficilissima. Se noi leggiamo speditamente, ciò è per effetto dell’ abitudine. È cosi che il pensiero, invece di guardare- alla parte materiale, al segno sensibile, guarda al significalo e allo spirito dalla parole. An- che il linguaggio diviene un’abitudine, perché si ripetono istintivamente i suoni che rappresentano le parole. E 1’ abi- tudine riflette non solo la parte materiale ed esterna , ma lo stesso contenuto interno dalia-parola. mentre il suono sol- tanto delle parole basta a svegliare in noi quasi meccanicamente quel tale significato che fin dall' infanzia vi abbiamo attribuito. Bisogna insistere sulla necessità di questa specie d’ abitudine. Digitized by Google 44 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. Se noi dovessimo pensare sulle parole e riflettere sul significato  progredire 0, ciò che torna lo stesso, riformare le istituzioni implica appunto che in esse havvi una parte difettosa e falsa. Ora l’abitudine si oppone alla riforma delle istituzioni. Di ma- niera che se non vi fosse una forza superiore all’abitudine, le istituzioni s’identificherebbero talmente con l'individuo e con la società, che più non vi sarebbe moto nè progresso. E per vero l'abitudine nella vita dello spirito corrisponde al mec- canismo. Lo spirito è il riflesso della natura. I rapporti mec- canici, checonsistono in questo, che due. corpi si attirano reci- procamente 0 si toccano, anche a distanza, senza alterare la loro costituzione interna, come avverrebbe nc’rapporti chimici, costituiscono un momento della natura. Or nello spirito vi cono e vi debbono essere certi stati che corrispondono ai rapporti meccanici, perchè lo spirito riassume c concentra in se tutti i momenti precedenti, quantunque essi siano nello spi- rito come possono esservi, trasformati, cioè, dalla essenza propria dello spirito. Lo spirito rinchiuso, nell abitudine è in contatto con certi pensieri . con certi bisogni . con certe istitu- zioni; havvi in questo stato azione creazione, perchè le istitu- zioni agiscono sullo spirito, e lo spirilo reagisce su di esse; ma non havvi trasformazione nò progresso. Adunquejla,m~laJLa-.l^ un momento essenziale j della. -sior-ia, dal! altro poi è in contraddizione con la storiai e la, storia , perchè possa essere, deve continua- mente negare l’ abitudine: or bene, come si fa ad uscire da questo bivio ? Il vero è che l’abitudine, come la tradizione, è un effetto 0, ein r.be vale lo stesso , un momento astratto e inferiore dello spirito. Le abitudini in general&sono fatte dal pensiero, e ie. abi- tudini sociali sono determinate dal pensiero di una nazione, che si manifestaJn. varie sfere'. 11 leggere c un'abitudine, ma non lo fu in principio, perchè allora la nostra intelligenza doveva esercitarsi sopra tutti gli elementi componenti una parola. Onde l’abitudine è un effetto del pensiero e della volontà. Prima un fatto esiste, e poi ne viene l’abitudine. Ma se è" vero che l’abitudine presuppone un principio che la fa, e che- fa le istituzioni stesse che divengono abitudini, noi, senza ne- gare che l’abitudine sia un elemento che a suo modo coopera» Digitized by Google 46 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. alla composizione della storia, dobbiamo concludere che l' abitudine non può essere principio della storia. Principio della storia invece sarà quello stesso eh’ è principio dell’ abi- tudine. Che anzi la storia al di fuori di questo principio, ed abbandonata alla sola abitudine, cesserebbe di esser tale. E così noi ci troviamo sempre di fronte alia questione di sapere quale sia il principio determinante della storia. E ve- dremo che questo principio è, e non può essere altro che l' idea della storia. IV. LA RAZZA E LA LINGUA. Esaminando i due principii, la razza e la lingua, noi ar- riveremo allo stesso risultato che per la natura, la tradizione e l’abitudine, vale a dire, che la razza e la lingua cpme la natura, la tradizione e l’ abitudine, sono tanti elementi com- ponenti della storia, ma non sono principii fattori, non sono cause della storia. E se pure vogliasi impropriamente chia- marle cause , esse non sono che cause secondarie, inferiori e subordinate. 11 che significa che esse non sono la vera causa. La vera causa non può essere che una. E rimpetto alla vera causa tutte le cause inferiori sono in qualche modo come se non fossero, perchè l’intelligenza e l’essere di queste sono contenuti ed avviluppati nell’ essere e nella determinazione di quella. E primieramente quanto alla razza si sa che la scienza moderna si è molto occupata della teoria delle razze, e che ne ha esagerata l’ importanza sino al punto di voler spiegare la storia con le razze. Di fatto si è detto: la razza è un certo tipo primitivo invariabile, nel quale è virtualmente contenuta la natura intera fisica e morale dell’ uomo; onde la razza fa la storia di un popolo, e le varie razze fanno la storia uni- versale. Una scuola che ha affacciato questa pretensione di spie- gare la storia mediante le razze, si è formata specialmente in Francia. Uno de’ capi di essa, Thierry, nel suo libro Digitized by Google LA. RAZZA E LA LINGUA. 47 sulla conquista dell’ Inghilterra pe’ Normanni libro che ebbe in Francia grande successo, e che fu da molti accolto con plauso senza essere abbastanza esaminato, intende mostrare che lo spirito delle istituzioni inglesi, e quindi la storia in- glese, ha per fondamento la razza. Nelle abitudini della razza sassone hkngna ricercare, secondo lui, i principii fon- damentali su cui è basata la costituzione inglese. Or vediamo se cotesta pretensione possa essere giustificata. Innanzi tutto noi non dobbiamo confondere la razza col clima, o credere che siano due cose inseparabili Gli antichi ritenevano che il clima determinasse la razza. Per lungo tempo questa opinione prevalse. Ma quando Alessandro spinse le sue schiere conquistatrici fino all’ Indo, si potè probabilmente os- servare che sotto gli stessi climi vi sono varie razze, e si comin- ciò allora a dubitare che la razza dipendesse dal clima. È di fatto noto che, quando gli Arii, abbandonate le natie con- trade, la Dactriana e la Sogdiana, andarono a stabilirsi nelle regioni che formano la penisola indiana, trovarono ivi popo- lazioni indigene di razza malese e di altre razze inferiori Di queste, alcune si ritirarono a vivere sui monti, ove tuttora ne restano gli avanzi; altre invece, ridotte in schiavitù, segui- tarono a vivere con le tribù immigranti. E però mentre To- lomeo sostenne 1' antica opinione dell’ inseparabilità della razza dal clima, Longino in Alessandria, e dopo di lui Tacito propugnarono l'opinione opposta. Certamente noi non neghe- remo che il clima influisce sul colore come sulle abitudini esterne ed interne, sullosvolgimento fisico e intellettivo de’vari popoli. Ma non possiamo d' altronde ammettere che la razza sia inseparabile dal clima, perchè la razza ha in sé una natura propria, possiede energia e facoltà indipendenti dal clima. IJi fatto se le razze si confondessero col clima, non si potrebbero più spiegare le immigrazioni primitive de’popoli, le quali bisogna ammettere, qualunque sia d' altronde Y opinione che si porta intorno alla questione, se vi siano state una o più creazioni. Ora le immigrazioni de' popoli primitivi, da cui si sono originati i popoli che rappresentano la civiltà nella storia dell' umanità, e che, per così dire, sono in possesso della terra, come avrebbero potuto succedere quando questi popoli Digitized by Google 48 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. fossero stati quasi attaccati al suolo e legati al clima ? Como mai la razza Ariana avrebbe potuto emigrare nell’ India e nell’Occidente ? Certamente essa avrebbe dovuto finire non per trasformarsi ma per spegnersi; il che è coniradetto dalla storia. E similmente, per ricordare qualche esempio piu re- cente, come la razza anglo-sassone, venuta dal Nord, avrebbe potuto allignare in Inghilterra eh’ è un clima diverso? E come gl’ Inglesi che sono andati a stabilirsi in America , vi avrebbero potuto durare? Tutto ciò adunque mostra che le varie razze si distinguono dal clima ; onde esse, senza spe- gnersi ma modificandosi e trasformandosi, hanno potuto muoversi ed abbandonare il dima ove erano nate. Questa conclusione non è tanto estranea alla materia del nostro esame quanto potrebbe per avventura sembrare. Perchè, anche ammettendo che vi sieno state razze primitive, pure, se è vero che la razza è indipendente dal clima, e che perciò, emigrando, le razze primitive si son divise in razze che pos- siamo chiamare secondarie o derivate, e poscia, determinan- dosi e specificandosi, hanno generato le varie nazioni , è evi- dente che le razze non possono spiegare la storia. Ammettiamo in effetti che la razza ariana o iranica composta dei popoli abitanti presso le rive del mare Ircano e nelle vallate dell’ Osso e dell’ Jassarte , sia più antica della razza indiana. Questa razza emigra, si disperde e forma le varie nazioni. Ed in vero le nazioni o sono ramificazioni, di- visioni dirette e immediate di una razza primitiva, ovvero sono composte dalla riunione di varie razze secondarie. Anzi bisogna dire che questo secondo modo di composizione è quello che meglio risponde alla realtà dello cose; mentre non havvi nazione il cui spirito non sia un certo miscuglio, ovvero la sintesi c l’ unità di parecchie razze. Ma in qualunque modo si formino, esse posseggono sempre certi elementi speciali, certe virtù proprie che nella razza o nelle razze, da cui traggono origine, non si rinvengono. La vita greca è una trasformazione, una metamorfosi rapporto alla vita orientale, da cui è derivata. Varie sono le cause di questa trasforma- zione. Ma sono appunto questi elementi nuovi, propri e spe- ciali, che, distinguendo la vita di una nazione da quella di Digitized by Google I.A RAZZA E LA LINGUA. 49 un’altra, generano le differenze storiche, tanto essenziali alla storia, c senza le quali questa non potrebbe essere. Così la Francia ha un carattere proprio, c lo spirito francese è uno spirito sui generis, tuttoché vi abbia in esso l’elemento franco- germanico e l’ elemento latino. Non è qui il luogo di vedere come questo spirito si sia formato; ma certo è che nuovi elementi si sono aggiunti alla vita francese, ele- menti che non si confondono con alcuno de’ primitivi, e ne hanno formato qualcosa di specifico. Altrettanto dicasi delle altre nazioni. In Italia l'elemento latino predomina; ma non si può dire che l’elemento latino sia identico all'italiano. Volendo spingere più oltre l’indagine, è facile vedere che l'elemento latino è lo spirito romano. E lo spirito romano aneli’ esso constava di elementi originari diversi, tutti però combinati in una forma speciale. Perché anche Roma fu una nazione, a dir così, ragutiaticcia, un amalgama, cioè, una riunione e ad un tempo una trasformazione di varie razze. Havvi dunque in ciascuna nazione un principio dominante che armonizza i vari elementi c costituisce lo spirito speciale e veramente nazionale, e eh' è indipendente dalla razza. Or noi domandiamo, come si farà a spiegare con le razze primitive o anche secondarie, questi elementi propri che co- stituiscono le specificazioni delle razze, ovvero queste divi- sioni da cui le varie nazioni sono derivate, e che formano fobbietto proprio della storia ? La cosa forse apparirà più chiara ancora , se vogliamo considerarla sotto quest’ altra forma. La storia è moto e svol- gimento; vi sono dunque sempre nuovi bisogni, nuovi pensieri che vengono, per così dire, alla superficie della storia, e s' in- carnano nella vita dell’ umanità. Ora questi nuovi pensieri, questi nuovi bisogni sono rappresentati dalle nazioni, men- tre non esistono nelle razze; e perciò non potrebbero con le razze essere spiegati. E se è vero che il crescere de’ rapporti fra i vari popoli fa sì che le differenze nazionali vadan sce- mando, pure, per quanto possano attenuarsi e diminuire, esse non cessano, nè cesseranno mai. In qualunque modo adunque esaminiamo la questione, la razza non può essere il principio costitutivo della storia, nè può rendercene ragione. lutroiluzione a Ila Filosofia della Storia. i 1 Digitized by Google 50 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. Il vero è che la nazione non è la razza, e la storia delle nazioni non è la storia delle razze. E questo si applica tanto alle razze primitive che alle secondarie. Con ciò noi vogliamo significare che come, per esempio, non si può ammettere che la storia delle nazioni europee sia la storia della razza cau- casica o, secondo altri, della razza iranica, dalla quale esse provengono; nella stesso guisa non si può ammettere che la storia della nazione inglese sia la storia pura è semplice delle varie razze da cui essa deriva. Voler spiegare la storia delle nazioni con le razze vale quanto pretendere che nel germe sia la pianta intera, sviluppata, concreta, o che principio fattore di un’ opera d' arte sia il materiale che si è impiegato a produrla. Quale il germe rispetto alla pianta, e quale il marmo o il bronzo rispetto alla statua, tal’ è la razza rispetto alla nazione. La razza non è più che un elemento astratto, una possibilità, una semplice potenzialità della nazione, del suo spirito e della sua storia. 1 Passiamo ora all' altro elemento, la lingua. Il problema della lingua ci presenta un doppio aspetto, un aspetto filosofico ed uno filologico. Per amore di chiarezza e di precisione noi dobbiamo cercare in questo rapido esame di cogliere separatamente questo duplice aspetto, quantunque sia facile accorgersi che in fondo l’uno è coll' altro intima- mente connesso. •Esaminiamo dunque primieramente l'aspetto filosofico. Da un punto di vista filosofico si è voluto far della lingua il prin- cipio motore della storia. È ciò possibile? Dobbiamo noi am- metterlo? Non vi è chi non riconosca la grande influenza della lingua sulla vita umana e sulla società. Ogni popolo imprime il suo pensiero e il suo carattere nella lingua che esso parla, e il genio di un popolo si rivela nella fisonomia della sua lin- gua. Alcuni però hanno spinto questa influenza tant’ oltre, che diùruggendo le differenze, confondendo il segno del pensiero col pensiero, e scambiando, per così dire, il prodotto col pro- 1 Vedi Vera, Philotnphie de l'Esp-il, de Héjel, voi. I, 5 335, c special- niente la nota 1 a pag. 1 18. Digitized by Google LA RAZZA E LA LINGUA. 51 dottore, hanno veduto nella lingua l’ origine-stessa. del pen- siero, e sono stali indotti a credere che la lingua è il prin- cipio della cognizione e dell’ essere. Essi hanno ragionato in questa guisa: se il pensiero è il primo motore delle cose e delle società, c se è vero che la lingua è il pensiero, la lin- gua sarà il motore delle cose e delle società. Così, seguaci fe- deli di questa maniera di concepire , Condillac e la sua scuola c’insegnano che pensare è parlare: penser c'est parler; e che la scienza non è che un linguaggio ben fatto : la Science est un langage bien fait. Non occorre un grande sforzo per discernere la super- ficialità e il falso di questa teorica. Ammettendo che la lingua e il pensiero siano intimamente connessi, da ciò non segue che la lingua sia il pensiero, e che il pensiero sia rinchiuso nella parola, sì che non possa dividersene. Perché, è vero che dob- biamo tener conto delle operazioni ordinarie del pensiero che sono le più comuni e frequenti, nelle quali il pensiero ha bisogno dell’ intervento della lingua; ma è vero pure che vi son poi altre operazioni del pensiero in cui la lingua non inter- viene nè deve intervenire. Già nelle stesse operazioni ordina- rie, nelle quali interviene la lingua, apparisce che il pensiero c la parola son due cose diverse; a segno tale che se il pensiero si ritirasse dalla parola, questa resterebbe priva di vita e di significato. La parola assoluto , per esempio, è un segno che de- nota il pensiero di un ente che ha certi attributi speciali, che non è rinchiuso nei limiti del tempo e dello spazio: ed è facile j riconoscere che questo pensiero si potrebbe denotarlo jnediante ! un altro vocabolo qualunque : U che significa che non è la parola che determina iLpensicro,_sibbene il pensiero chéHetermina la parola. Ma, lo ripetiamo, nelle operazioni alte e difficili del- l' intelligenza, come nel pensiero dell’idea, non solo il segno non interviene, ma non deve intervenire, perchè l’ intervento-^- « del segno, invece di agevolare, opporrebbe un ostacolo a queste operazioni. Nel pensare il triangolo, non bisogna pensare la / parola, ma l'idea del triangolo, ovvero il triangolo ideale, se si vuol pensarèlTprincipio assoluto del triangolo. E lo stesso si dica di ogni idea o principio qualunque. Di qui si vede che il linguaggio è un effetto e non una causa, un prodotto c non Digitized by Google 52 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. un principio. E quando anche si dovesse ammettere che le ope- razioni del pensiero non possano aver luogo senza il linguag- gio, nondimeno il linguaggio non è il principio del pensiero, ma è al pensiero subordinato. E però, considerata la que- stione sotto questo aspetto, qualunque possa essere l’ influenza della lingua sulla storia, pure non la lingua, bensì il pensiero sarebbe il principio motore della storia. 1 Accanto a questo aspetto, che abbiamo chiamato filosofico, noi troviamo 1’ aspetto filologico. Uno de’ rami della scienza e della filologia moderna è lo studio delle lingue comparate. L’applicazione pratica di questo studio è che dal paragone delle lingue si ò creduto poter giungere allo scioglimento del problema storico. Il criterio direttivo di questi lavori lingui- stici è quello stesso or ora esaminato, che la lingua cioè è tutt’uno col pensiero Onde si è detto che rimontando da un lato, mercè i lavori comparativi, ad una lingua primitiva, si potrebbe ricostruire la storia di un popolo primitivo; e che, riscendendo dall' altro la serie e lo sviluppo delle varie rami- ficazioni di questa lingua primitiva, si potrebbe ricostruire 1» storia delle varie nazioni. Ebbene, stando primieramente ai risultati di questi Ja- vori finora ottenuti , la soluzione del problema storico che se ne sperava non è stata per anco raggiunta. Di fatto trattavasi di .scoprire una lingua primitiva , sor- gente comune di tutte le lingue derivate. È naturale che la soluzione di questa questione avrebbe per diretta conseguenza implicato anche lo scioglimento di quella intorno all'esistenza di un popolo primitivo, al quale tale lingua originaria avrebbe appartenuto Perchè una lingua senza un popolo che la parla è un’astrazione Onde, lo ripeto, accertata resistenza di una lingua primitiva, si attesta di necessità resistenza di un po- polo primitivo. Ora taluni han detto primieramente, che 1’ unità delle lingue si dova ricercare nelle radici e ne’ loro rapporti, perchè la radice sarebbe come il ceppo intorno al quale le parole si distendono come tanti rami. Altri invece, come Virey, hanno cercato questa unità nell’analogia delle 1 Vedi Vera. Due frammenti, Napoli. 1803. — L'idea in sé e fuor di se. Digitized by Googl Da un altro punto di vista dobbiamo aggiungere, ser- •y.j? f, , vendoci dello stesso esempio, che la parola animus è l’im- magine del pensiero, non ò il pensiero, non è questo ente pensato e intelligibile che chiamiamo anima ■ Si crede che tor- turando la parola se ne possa cavare quel che piace, ovvero Digilized by Googt Teorica, di vico. 67 che sia il segno esterno quello che riveli e faccia determinare il significato intimo delle cose. Non si vede, intanto che così si pretenderebbe spiegare la eausa per l’ effetto; non si vede che la parola e il segno esterno resterebbero muti e misteriosi, se non ci fosse il pensiero che afferra e comprende il pensiero. 1 Tutto ciò mostra che il tentativo di Vico si fonda su di un concetto erroneo intorno alla, formazione. o alle, condizioni ne- - cessar ie e metafisiche della lingua; e mostra come, avendo con- fuso fcr metafisica con la lingua, egli non intendesse neppure la metafisica. Abbiamo poi le ricerche sul Vero Omero. Anche in questo scritto noi riscontriamo un pensiero ori- ginale e vero, ma accompagnato dalla medesima mancanza di vedute metafisiche chiare, compiute e determinate. In vero anche prima di Vico si era osservato che nella composizione dell’ Iliade vi sono delle sconnessioni e delle suture c anche delle interpolazioni. Si sapeva che gli Ales- sandrini vi avevano intruso di proprio dei versi, de’ quali alcuni sono citati da Plutarco e da altri. Finalmente si erano notate nell'insieme dell'opera discrepanze tali, che l’autore quasi appariva come appartenente ad epoche diverse, ovvero facevano credere che questa opera fosse il prodotto non di un solo, ma di parecchi individui. Vico però fu il primo che, valendosi di questi precedenti ed appoggiandosi ad una cri- tica non superficiale, quantunque insufficiente, avvegnaché egli non fosse abbastanza versato nelle lettere greche, giunse alla negazione di Omero in quanto individuo, ed alla impos- sibilità di ammettere che l’Iliade fosse l’opera di un solo indivi- duo. Egli quindi sostenne che si dovesse considerarla quale un corpo composto di membra varie quanto alla loro genesi. Questa opinione che potrebbe a prima giunta sembrare molto ardita, in fondo pon. è elio- mf-applkaziune diretta •»- Conseguente dejjjunto di .vista .di Vico. Perché se l’idea è il principio delle cose, e se essa è il principio generatore della storia, di cui deve spiegare e contenere i vari momenti e tutti gli elementi che la compongono, l’ ideajstjessa ò quella che ge- 1 II lettore potrà completare questa breve critica con quello che è stato già detto intorno alla lingua nel paragrafo IV. Digitized by Google 68 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. nera e fa l’ individuo egli dà un significato Un individuo non tia valore nò entità, senon in quanto l’idea in lui s’incarna e si manifesta, scegliendolcfìTsuo rnjipreVònranie. "Secondo (|uesto modo di considerare le cose, gl' individui diventano tipi ideali, e quasi spariscono innanzi all'idea. Di maniera che Omero e l' Iliade per Vico stanno a rappresentare un ciclo poetico ed un momento della storia. Fa d’ uopo riconoscere che questa idealizzazione dell'indi- viduo concorda cosi bene con la natura delle cose e dell'in- telligenza, che questo primo tentativo fatto da Vico Io vediamo riprodotto e perfezionato col progredire della scienza. La vita di Gesù dello Strauss ce ne olire uno splendido esempio. Perchè lo scopo al quale lo Strauss mira con la sua critica ò_ appunto di mostrare che il Cristo, come ci vien rappresentato dagli evangeli, è un complesso di miti poetici e di leggende favolose. • L’ aver ricordalo 1’ opera di Strauss ci porge il destro ^ di paragonarla col concetto vicinano. Così sarà agevole ri- conoscere quale sia il difetto che in questa ultima si asconde. Strauss non nega resistenza del Cristo come individuo, nò la sua importanza in quanto tale. Il Cristo però non è che la manifestazione di un’idea, e, come accade nella manifesta- zione prima e irriflessa di un’idea qualunque, ò la manife- stazione di un’ idea che non ha coscienza di sè, nella quale si ! mescola sempre la parte mitica e favolosa. L’opera della scienza, l’opera del pensiero riflesso eh’ ò venuto dappoi, consiste nello sceverare il vero dal mitico, nel rintracciare attraverso le nubi della leggenda e della favola e nel meli in chiara luce l’ idea pura generatrice del Cristo e della sua dottrina. ' „ 1 Crediamo utile avvertire che questo è il criterio, secondo il quale !>i- • sogno leggere 1' opera dello Strauss. Egli non h» negata l‘ esistenza del Cristo: ha negato solo che le cose siano accadute corno sono raccontale negli Evangeli. Ai nostri tempi, tempi di critica e di riflessione . tempi in cui i mezzi di pubblicità sono si diffusi e tanto comuni, il lulso non ostante s' intromette nella storia, o il vero si appara con gran fatica. Tanto più la diffidenza deve generarsi e imporsi relativamente a fatti accaduti in tempi in cui ogni modo di verificazione e di pubblicità mancava. Se in- sistiamo su questo punto è perche in Francia, quasi Strauss avesse ne- Digitized by Google TEORICA. DI VICO. G9 Vico in vece ha negala I’ esistenza di un individuo chia- malo Omero. Per lui i canti omerici sono l’opera di vari can- ! tori, e la composizione dell’ Iliade è V insieme di vari poemi ■ raccolti ai tempi di Pisistrato. Per modo che, se pure vi fosse stato qualche individuo chiamato Omero, costui non sarebbe mai quell' Omero che la tradizione ci ha trasmesso. Ebbene, ciò mostra che Vico non intese la vera natura dell'idea, nò quella del suo rapporto con la storia e con l’ in- dividuo. Parlando di Omero, nella guisa in cui ne parla, egli non determina il suo pensiero, appunto perchè gli manca un concetto esatto e preciso della metafisica, vale a dire, degl’cle- .'nienti ideali e assoluti di cui la storia si compone. Se si nega 1'esistenza reale degl'individui, la storia non è possibile, perchè, e ne vedremo altrove l'intrinseca ragione, l'idea e lo spirito di una nazione hanno bisogno perla loro manifestazione d’incar- narsi in certi individui.1 Che se è vero da una parte che questi ^ individui si fan grandi della grandezza deil'idea,non è men vero dall'altra che essi , lungi di essere enti fantastici e immaginari, I sono esistenze reali e necessarie. Ciò eh' è adunque importante •è Io spiegare razionalmente la funzione degl’ individui. Così quando, per esempio, si dice che il Cristo ha esistito, ma che vi ha in lui la parte mitica e la parte razionale, si con- cilia allora la storia con la scienza; mentre quando si soppri- mono e si negano gl’individui, si nega un principio che ha tanta parte nella composizione della storia, e si falsa e si de- forma la storia, o, ciò che è lo stesso, si compone una storia immaginaria. I -0, L’altro lavoro del Vico, che costituisce il prodromo più gota Resistenza del Cristo. Tu pubblicalo a segno di diteggio nn libro clic aveva per titolo — Commc quoi Nupolcon n'a jamais existé. — Ebbene, eli ì- è-clie negherebbe Napoleone in quanto individuo esistente e reale? Ma dal- l'altro lato qual maraviglia, se. malgrado ci», alcuno pretendesse clic nella sua vita possa introdursi e penetrare un elemento , un aspetto mitico. Na- poleone scende le Alpi sopra un focoso destriero ; almeno è così che lo di- pingono : ciò non è vero: si dice che Tosse sceso su di un asino! Ecco già un mito. Ma v'ha di più. Napoleone è la personificazione della rivoluziono francese, e se questo fa la sua grandezza, questo stesso di qui a qualche secolo. potrò fare’ di lui un essere mitoh'gico. * Vedi il Cap. quarto , IV. Inditidui sforici. Digitized by Google 70 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. ! diretto e più immediato della Scienza Nuova, è quello intorno ■j 1 1 1 1 - 1 [, ad un Diritto universale. i'' k L’idea del diritto secondo Vico abbraccia un triplice elemen- to, il domininola libertà e la tutela. Questi tre elementi cor- rispondono alle tre facoltà dello spirito, il conoscere, il volere e il potere, delle quali la mente è il principio unico. Il diritto, i in quanto diritto positivo , sociale o storico, ne’ suoi albori è il . diritto della forza e della violenza. Non di meno , anche in que- sto stato informe e rudimentario, esso è il diritto, esso attua, a suo modo e come può, l’idea deidiritto, il diritto universale, perchè, comunque sotto una forma abbozzala, non.. manca -di riflettetein sé quel triplice aspetto, donde il diritto ritrae la sua essenza. Più tardi alla forza e alla violenza sottentra In ^Jegge ; ma una legge che si risente ancora della durezza e della barbarie dei tempi. In questa epoca, se non quanto nella pri- ma, il diritto continua ad essere ujia immagine sbiadita, un ^pallido riflesso della sua idea. Non è che in seguito di lotte intestine, successive ed incalzanti, il cui scopo è quello di dare alla società Jjaslpiù jsiasKte di organizzarne gli elementi costi- tutivi secondo norme più eque, che l idea. del diritto- sLJa strada ed arriva alla sua realizzazione. Mentre dunque qui da un lato si vuole’ accertare Desi- stenza di un’idea del diritto, da 1 laj tro si espone iq gualchi- modo la giustificazìqno della manifestazione storica di questa idea. Perciò noi in questa opera ili Vico troviamo i germi elementari di una critica filosofica del diritto, ed oltre a ciò possiamo vedervi quasi un primo tentativo per stabilire una conciliazione tra l’ idea deLdiritto c il diritto positivo o stori | co, e in un senso più lato una conciliazione tra la filosofia e I la storia, tra la metafisica e la filologia o l’autorità, secondo le espressioni di Vico. Ma per ciò stesso havvi di più. Dal concetto di un’idea del diritto a quello di un’ idea della storia , il passaggio è mollo naturale e facile. Perchè il pensiero che, investigando intorno alla natura del diritto, scopre che havvi un'idea del diritto, c che questa idea si evolve sotto l’azione del progresso dello spirito, allorché considera che il diritto non è se non una singola manifestazione di quello, ovvero una tra le varie Digitized by Google TEORICA DI VICO. 71 s&c della storia, allarga il campo delle sue investigazioni, generalizza le sue deduzioni intorno al diritto e le applica alla storia in generale, vale a dire, allo spirito in quanto poten- zialità universale delle sue moltiplici manifestazioni. Di qui il principio che havvi un’ idea della storia, sulla quale eorre nel tempo la storia delle varie nazioni, secondo un processo intimo alla natura dello spirito. Diserbandoci di vedere in seguito se e come Vico abbia at- tuato questo principio, e restringendoci per ora al Diritto universale , dobbiamo osservare ancora una volta come nel suo concetto predomini similmente iLdifelJjiLlIjuui^ Jaflsica. E qui esso assume quella stessa forma , sotto cui lo ve- dremo riapparire nella Scienza Nuova , in conseguenza ap- punto della -stretta affinità che esiste tra questi due libri. Affrettiamoci a riconoscere fin da ora che in Vico non è raro incontrare certe intuizioni per le quali egli supplisce so- venti volte al difetto di cognizioni positive, e adombra cosi delle verità e indovina quello che il corso delle sue specula- zioni , secondo un procedimento logico e deduttivo , non sa- prebbe mostrargli. È a questa sua facoltà che si deve attri- buire Ja distinzione che egli stabilisce tra il vero e il certo. Denchè a riguardo di tal distinzione, il pensiero di Vico evi- dentemente apparisca abbastanza indeterminato e quasi arbi- trario, nel senso che non ne dimostra il fondamento, non per tanto si può credere, che per lui il vero è la ragione o il di- ritto ideale, mentre il certo è 1’ autorità o il diritto positivo, f Non solo nel certo vi è alcuna parte di vero; ma il certo al i vero si va accostando, anzi il vero dal certo erompe e pel certo si realizza. . Dopo questa distinzione ognuno penserebbe che Vico avesse avuto un concetto piuttosto adequato delJJ idea, sia dell’idea in generale, sia dell’ idea del diritto, non che della vita storica dell'idea; ognuno penserebbe che Vico avesse concepito le leggi e le legislazioni come l’incarnazione e la manifestazione nel .tempo sempre progressive , come l’addizione continua di nuovi elementi e di nuovi aspetti dell’idea eterna del di- ritto. In altre parole, si avrebbe ogni ragione di credere che il concetto di Vico fosse stato questo: havvi un’idea eterna 72 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. del diritto, che, pur rimanendo nella sua essenza identica a sé stessa , traversa e, secondo l’ intima natura dello spirito, deve traversare varie fasi. Essa, partendo da forme grossolane e sensibili , va per vari gradi di mano in mano sempre più svi - luppati sino a realizzare il vero contenuto e la vera forma di questa idea; e così, per impiegare una espressione di Vico stesso, le cose muovono da Dio, in Dio fanno ritorno, ed in lui sussistono. Tale e non altro potrebbe di fatto essere il concetto di un moto storico, non importa quale sia l’obbietto o l' idea ai quali esso si applica. . Eppure tale non _q il pensiero di Vico. La storia del di- ritto per lui non è uno svolgimento sempre progressivo della sua idea, pta è_un corso ed un ricorso. La coscienza del di- ritto per vari gradfsì 'epura'7 "sì chiarifica, si eleva alla con- templazione del vero eterno e si affissa nel lume divino; quindi si rabbuia, ricade nella prisca barbarie, perde il sentimento dell’ umanità, ripercorre daccapo gli stessi gradi e ripete un ciclo identico al primo. La stregua, alla quale Vico vuole at- 'tagliare i vari ricorsi del diritto, è il Diritto Romano: ecco il ciclo modello : lutto il suo lavoro sta nel costringere il diritto delle varie epoche, come quelle dell’Egitto e della Grecia, entro i limiti e le forme di questo originale. Anche il medio evo per lui non ò più o meno che una copia ed una riprodu- zione. Però egli ci dice (cap. 129) che « i barbari di Ger- mania e delle altre regioni settentrionali, invadendo l’Europa, ogni diritto riposero nella forza e nella violenza, e fecero così ritornare in vigore l'antichissimo diritto delle genti maggiori, obbenchè mutato in qualche parte.» Ed altrove, spiegando T origine de’ feudi, (De origine feudorum), aggiunge: « ricor- rendo le stesse abitudini di violenza, ritornano le stesse leggi; e- così i feudi non sojjo un nuovo diritto delle genti, introdotto in Europa dai barbari, come Grozio opinava, ma un diritto delle genti antico tanto quanto è antico Omero, comecché in parte diverso. » Questo, si può già dirlo, è un metodo falso, è un me- todo che annulla le differenze storiche, c con esse la storia, la storia positiva come la storia ideale, e più questa che quella. Jia, lo ripetiamo, è un metodo che passa e siTiproduee esat- ■Ditjilized by’GUogle TEORICA DI VICO. 73 i lamento nella Scienza Nuova, dove avremo occasione di esa- minarlo più dappresso e- in modo diretto. A) La Scienza Nuova. Senza una vera idea metafisica Vico non poteva riuscire e non riuscì di fatto a realizzare l'idea storica. Si potrebbe para- gonarlo ad un artista che ha il concetto di una grande operai d'arte, ma non sa trovare una forma reajfe_e vivente che la incarni celie risponda al concetto. E vale la pena ripeterlo, Tim-i*' potènza ad attuare il proprio concetto fu una conseguenza ne/’ cessaria, poiché Vico si mise all’opera sfornito di un com- plesso di principii metafisici determinati e soprattutto siste- matici. Solo con questo corredo egli avrebbe potuto addentrarsi nella natura dell'idea in generale e porsi quindi in grado di di- scernere i caratteri particolari e specifici che essa riveste in quanto kiea che si manifesta nella storia. Queste nostre parole non devono essere intese nel senso che Vico fosse digiuno di ogni principio metafisico. Ma egli è certo che, aprendo i libri di Vico e quelli di Platone e di Aristotele e raffrontando le loro ricerche sulle idee, Vico rimane nel paragone di molto infe- riore. A parte certe indagini superficiali, perché indetermi- nate, come quelle intorno al vero, af certo, al bene, alla giustizia, noi non troviamo in Vico investigazioni serie e ve- ramente scientifiche intorno alla natura dell’ idea e della dia- lettica nelle varie sfere di loro esistenza. Non dobbiamo quindi esser sorpresi che egli creda costruire l' idea della storia non mirando all' idea nè siudiandonc l' organismo -£.le intime pro- prietà; te mente pregiudicata e preoccupata da’ fatti, non costruendo in realtf, che la storia di Roma. Questi di- fetti sostanziali dovevano nella loro applicazione turbare la verità del suo principiae corrompere la bellezza del suo con- cetto, generando nella sua opera numerose imperfezioni. Secondo Vico, se il mondo delle nazioni, ossia il mondo, civile, è stato fatto dagli uomini, se ne possono, e se ne deb- bono ritrovare i principii nelle modificazioni della nostra mente: la storia, in altre parole, come il prodotto dello spi- rito, rappresenta lo sviluppo ed il progresso dello spirito stesso. A— v-'Vl » ..v Digitized by Google 74 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. Che se la scienza della storia è mancata, ciò devesi attribuire alla naturale inclinazione della mente umana a sentire le cose, del corpo; per lo che essa deve usare troppo sforzo e fatica per intendere se medesima. Essa è come l’occhio corporale, che vede tutti gli obbietti fuori di sé, ma ha poi bisogno dello spec- chio per vedere se stesso. Questa scienza di fatto non è se non una storia delle umane idee, ovvero contiene i principii della storia della natura umana. Gli uomini prima sentono senza avvertire; di poi avvertiscono con animo perturbato e com- mosso; finalmente riflettono con mente pura e serena. Senso, fantasia, intelletto: ecco' i tre gradi pei quali lo spirito si svi- luppa. Questi tre gradi generano nella storia tre epoche, tre periodi, tre età diverse; la divina, l'eroica, l’umana. Abbiamo primieramente l’epoca divina o favolosa, perchè le favole fu- rono le prime storie delle .nazioni gentili. In questa epoca il cielo ha regnato in terra, quando si credeva ch’osso non fosse più alto delle cime de’ monti; e gli Dei allora praticavano in terra con gli uomini. In questa epoca la natura umana e la ^divina si confondono: la forza predomina: il diritto è sacer- y * dotale e misterioso. Ma a grado a grado al tempo favoloso e . » y divino sottentra il tempo eroico. Questa è l'epoca della imma- , , giiiazione e della fantasia; l’epoca de’ poeti e degli eroi, « I prinfi uomini, dice Vico (19* Degnila), come fanciulli del ge- nere umano, non essendo capaci di formare i generi intelti- - gibili delle cose, ebbero naturale necessità di fingersi i carat- teri poetici che sono generi o universali fantastici da ridurvi come a certi modelli o pure ritratti ideali tutte le spezie par- •> Micolari a ciascun suo genere somiglianti.» Questa è l'epoca di Omero, di Esiodo, di Orfeo e delle gesta eroiche di Ercole e di Teseo, della spedizione degli Argonauti e dell'assedio di Troia. Ma ancora lo spirito si svolge, e alla immagina- zione succede la riflessione. Ecco arrivare l’età virile ed umana. Non più la violenza e la forza* ma la legge e la ra- gione governano; — le guerre non sono più consigliate dalle passioni e dal capriccio, ma da ragion di Stato e dagl’inte- ressi delle nazioni; — al diritto arcano e patrizio subentra il diritto pubblico, o, come Vico lo chiama, plebeo e democra- tico; — la legge non è più fatta da pochi, nò è un privilegio. Digitized by Googl TEORICA DI VICO. 75 ma è comune, e viene imposta dalla volontà generale. Le re- ligioni, i matrimoni, le sepolture: ecco le tre cose da cui co- mincia presso tutte le nazioni l'umanità, e poscia mano a mano si arriva sino all'epoca di civiltà. Ma la civiltà accresce l’in- telligenza e la ricchezza; e con l'intelligenza si aguzzano l’astu- zia e le male arti, mentre con la ricchezza aumentano il lusso e la mollezza. Son questi de’ motivi di decadimento e di dis- soluzione; e da questo momento la storia di una nazione deve ricominciare e ripercorrere gli stessi cicli. Non sarà inutile riprodurre tre delle Degnilà (66*-68*), che Vico stabilisce, nelle quali si possono vedere più spiccata- mente che nelle altre tratteggiati i punti salienti della Scienza Nuova. « Gli uomini, egli dice, prima sentono il necessario; dipoi badano all 'utile; appresso avvertiscono il comodo; più innanzi si dilettano del piacere; quindi si dissolvono nel lusso; e finalmente impazzano in {strapazzar le sostanze. — La na- tura de’ popoli prima è cruda; dipoi severa; quindi benigna; appresso delicata , finalmente dissoluta. — Nel genere umano prima surgono immani e golfi, quali i Polifemi ; poi magna- nimi ed orgogliosi, quali gli Achilli ; quindi valorosi e giusti, quali gli Aristidi, gli Scipioni Africani; più a noi gli appa- riscenti con grand' immagini di virtù, che si accompagnano con grandi vizi, che appo il volgo fanno strepito di vera glo- ria, quali gli Alessandri c i Cesari; più oltre i tristi riflessivi, quali i liberi; finalmente i furiosi dissoluti e sfacciati, quali i Caligoli, i Neroni, i Domiziani. — Questa degnità dimostra che i primi abbisognarono per ubbidire l'uomo all'uomo nello stato delle famiglie, e disporlo ad ubbidire alle leggi nello Stato, ch’avea a venire delle città; i secondi, che natural- mente non cedevano a'ioro pari, per istabilire sulle famiglie le repubbliche di forma aristocratica; i terzi, per aprirà la strada alla libertà popolare; i quarti, per introdurvi le Mo- narchie; i quinti, per isiabilirle; i sesti, per rovesciarle. — E questa con le antecedenti Degnità danno una parte de’Prin- cipii della storia ideal eterna, sulla quale corrono in tempo tutte le nazioni ne' loro sorgimenli, progressi, decadenze e (ini. y> E a complemento delle Degnità ora riferite, aggiungeremo 76 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. un luogo d'oro, per usare una espressione di Vico, che tro- viamo nella conclusione dell'opera sua, ove dice: «....que- sto mondo (civile o storico) è senza dubbio uscito da una Mente superiore ai fini particolari, che gli uomini si avevano pro- posti; de’ quali fini ristretti , fatti mezzi per servire i fini più ampi, li ha adoperati per conservare l’umana generazione in questa terra. -Imperciocché vogliono gli uomini usar la libidine bestiale e disperdere i loro parti; e ne fanno la castità de' ma- trimoni, onde surgono le famiglie: vogliono i padri esercitare smoderatamente gl’ imperi paterni sopra i Clienti, onde sur- gono le città: vogliono gli Ordini regnanti de’ nobili abusare la libertà signorile sopra i plebei, e vanno in servitù delle Leggi, che fanno la libertà popolare: vogliono i popoli liberi sciogliersi dal freno delle lor leggi, e vanno nella soggezion de’ monarchi: vogliono i monarchi in tutti i vizi della disso- lutezza, che gli assicuri, invilire i loro sudditi, e li dispongono a sopportare la schiavitù di nazioni più forti: vogliono le na- zioni disperdere se medesime, e vanno a salvarne gli avanzi * dentro le solitudini, donde qual fenice nuovamente risurgano. Questo che fece tutto ciò fu pur Mente; perché jl fecero gli uomini con intelligenza; ma non fu fato, perchè il fecero con elezione; non caso, perchè con perpetuità , sempre così facendo, escono nelle medesime cose. » Tale è dunque lo schema della dottrina che Vico ha espo- sta nella sua Scienza Nuova, corredandola di molli partico- lari , che noi abbiaipo dovuto trasandare come estranei al nostro scopo. Senza dubbia è questo un concetto che in un certo senso colpisce ed attrae per originalità di pensiero e per arditezza di vedute. Lo spirito si sviluppa per .gradi — senso, fantasia, in- telletto. La storia, creazione dello spirito, deve adunque percorrere altrettanti gradi — e quindi età divina, eroica ed ì umana. Questa legge si applica alla vita e alla storia di cia- scuna nazione, ed ogni nazione la riproduce segnando tre periodi, di sorgimento, di progresso e di decadenza, intorno a’quali essa si muove come intorno ad un cerchio. Se non che è facile accorgersi, clic quando Vico mette in atto e concretizza questa costruzione ideale della storia, lungi Digitized by Google TEORICA DI VICO. 77 ili considerare l'ideo, consideni-akum.-Xiaii . i quali, genera- lizzandoli, erigo a principii universali della storia. 11 primo fatto che Vico considerò, fu la vita individuale. Poiché l’ individuo nasce, cresce e muore, anche le nazioni nascono, si sviluppano e periscono: di fatto si suol dire che le nazioni sono come gl’individui. Quello che facilmente ci 1 fa credere alla verità di queste parole è il vedere che le nazioni sono formate d'individui, e perciò questo ragiona- mento, o meglio questa induzione si affaccia naturalmente al pensiero de’ più. Un altro fa^a che Vico ebbe anche in vista e credè po- ter generalizzare è la storia greca, e in ispecie poi la sto- ria romana. Vico era versatissimo nella storia romana, ben- ché con abitudini e con uno spirilo da giureconsulto più che da filosofo. E siccome vide nella storia romana meglio che in ogni altra delinearsi e assolversi con giusti passi e secondo un ordine naturale — son sue espressioni — tulle e tre le forme degli Stati civili, si credè in diritto di farne un regolo e come l'archetipo per la storia delie varie nazioni. - La- storia romana ha compiutamente percorsi fi periodo di sor- gimento, quello di sviluppo e quello di decadenza: ecco la legge, l'idea storica, che deve identicamente riflettersi e ri- * prodursi nella storia delle varie nazioni, traversando gli stessi periodi e ricorrendo le medesime fasi. Di fatto egli dice: « Doma ne dà l’istoria di tutte le altre città del mondo.... lo che è un saggio di una storia ideale eterno, sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni » È da questo procedimento che nascono le imperfezioni fondamentali dell'opera di Vico; imperfezioni, per le suo concetto non corrisponde alla storia come idea, nè stesso alla storia come fatto. E primieramente quanto alla generalizzazione della vita individuale, benché la vita nazionale diversifichi grandemente dalla vita dell'individuo non solo sotto il rapporto della du- rata, ma nella sua essenza stessa, onde ciò ch e vero dell’in- dividuo non è vero nè applicabile alla nazione, e reciproca- mente; non di meno, anche stando alla vita dell’indivi- duo, chi non vede quanto superficiale sarebbe il dire che quali ITT . per ciò J Digitized by Google 78 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. l’individuo nasce, si sviluppa e muore? Questo non vale a spiegare la vita propria degli individui, ed appena ne de- termina la forma generale ed estrinseca. Ma , oltre que- sta forma che è comune e identica per tutti, havvi il con- tenuto della vita, che può essere ed è diverso per ciascuno individuo. Così l’uomo ignorante e lo scienziato, comunque nascessero e morissero al modo stesso, pure pel contenuto della loro vita son diversi. Ora applicando questa considera- zione olla vita delle nazioni, anche ammettendo, come dob- biamo ammetterlo, perchè in ciò Vico ha ragione, che vi sono tre periodi nella vita di un popolo, periodo di sorgimento, di sviluppo e di decadenza; non ne segue che questi tre pe- riodi siano una ripetizione uniforme e monotona del medgs simo contenuto e di identici avvenimenti. Giudice la Grecia e Roma sop nate, si sono svolte e son decadute, dice nulla o poca cosa, l’essenziale essendo di spiegare le differenze di con- tetìuto tra la vita greca e la romana. Queste stesse considerazioni provano anche contro la ge- neralizzazione della storia romana. Ammettiamo pure, che vi siano delle analogie fra il mondo romano e il medio evo. E furono senza dubbio queste analogie che illusero Vico a se- gno tale da fargli proclamare il medio evo non essere che un ritorno del tempo .favoloso di Roma. Situandoci anzi a un punto di veduta generale noi vogliamo concedere a Vico, che dappertutto nella storia incontriamo delle analogie, e ne incontriamo, per esempio, fra Agamennone e Carlo Magno, fra Omero e Dante, fra i miti religiosi antichi e i dommi cri- stiani. Ma chi non vede che accanto alle analogie vi hanno le differenze; che queste la vincono su quelle; e che nelle dif- ferenze e non nelle analogie la storia trova la sua ragion di essere? E così, per concretare alquanto il nostro pensiero, chi si arrischierà di paragonare Agamennone con Carlo Magno? Ciò sarebbe fare aperta violenza alla storia, perchè i tempi di Carlo Magno non sono quelli di Agamennone. Carlo Magno era circondato dagli avanzi delle civiltà greca e romana; egli istituiva la scuola Palatina, ove venivano insegnate le scienze e la filosofia; ai suoi tempi ancora sussisteva, benché cor- rotta, un’antica civiltà in Costantinopoli; in fine, nel medio evo Digitized by Google TE0IUCA. DI VICO. 7!) vi era il Cristianesimo,' che avea forme rozze, gli è vero, ma ad ogni modo gli uomini del Cristianesimo non possono parago- narsi con gli uomini primitivi. Noi non vogliamo stabilire un raffronto fra il merito poetico di Dante e quello di Omero Lasciamo da parte questa questione, perchè come poeta forse Omero può risultar superiore a Dante. Ma pel contenuto scien- tifico, quale non è la differenza che passa tra loro? Nella Di- vina Commedia si accoglie tutta la scienza antica e quella de’ tempi di Dante, le lettere greche e le latine, la filosofia e la teologia. Prendete Dante ed Omero, e di primo colpo dovrete dire ch’ossi appartengono a due epoche affatto diverse e tra loro lontanissime. In fine, anche ammettendo che nel Cristia- nesimo primitivo si sia introdotta la leggenda e il mito, chi potrebbe mai considerarlo come un ricorso dei tempi mitici di Grecia o dell- età divina di Roma? Già nel Cristianesimo anche primitivo accanto alla leggenda e al mito troviamo la teologia e la nuova scienza cristiana, nell'atto stesso che con quest’ ultima si vede risorgere anche la scienza antica. Ma poi il contenuto della storia cristiana è diverso dal contenuto della storia pagana. I donimi della religione cristiana e i miti della religione greca sono diversi. Ne’ donimi cristani havvi un pensiero profondo e, còme dicesi, spirituale; invece nel mito greco havvi piuttosto un pensiero estetico ed artistico. Noi potremmo moltiplicare gli esempi per mostrare la falsità del concetto di Vico, se non ci sembrasse una inutile ridon danza. Ora come mai si potranno spiegare con la formola di j Vico le differenze di religioni , d’istituzioni politiche, di arte, di tutti gli clementi essenziali della storia ? Adunque Vico, enunciando la legge, che ogni nazione na- sce, si svolge e decade, e quindi deve ricorrere gli stessi pe- riodi, huq si accorge che egli enuncia una legge che appena si applica alla superfìcie esteriore, e come a dire all’involucro formale della vita^e’Heììa storia dì ciascuna nazione; ma che essa non tocca per nulla al contenuto e alla sostanza di questa storia. Di più, enunciando questa legge, egli mostra che non s'innalzò al concetto dell’umanità, perchè quando pure fosse esatta- mente vero delle nazioni che esse sorgono, si sviluppano, deca- dono e debbono poscia ricominciare il loro cammino, ciò nòn Digitized by Google SO DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. ; sarebbe puRto vero per rapporto all'umanità. Le nazioni cadono, anzi debbono cadere; ma l' umanità non cade gjnmmai p , giammai non retrocede.1 Ma inoltre Vico parla di una vita primitiva e selvaggio, in cui gli uomini sarebbero stati come altrettanti Polifemi. Ora so questa vita selvaggia è un momento , un periodo della storia, con i corsi e ricorsi di Vico, perchè la sua teoria tor- nasse conseguente, sarebbesi dovuto ammettere, che code- sta vita avrebbe dovuto ricorrere nell'umanità, o che almeno dovrebbe esservi un momento in cui la storia ridurrcbbesi daccapo ad uno stato, ad una torma di esistenza ferina e sel- ■ vaggia. Ebbene quanto al passato noi non sappiamo che vi sia mai stato un ritorno di questa supposta vita selvaggia. Quanto poi all' avvenire l’ ipotesi è affatto impossibile. Allo staio attuale del mondo e della civiltà è possibile supporre, un ca- taclisma; ma è impossibile un ritorno della storia ai tempi barbari, all'età divina o anche eroica. Perchè lo stato del pensiero, la diffusione della civiltà è tale, che quando per avventura in un punto del globo si spegnesse ogni luce, lo --ipiEiJULdel. nioiidai»nI VICO. 81 derna, pure era un centro unico di civiltà. Altra volta la ci- viltà mancava di strumenti di diffusione. Oggi invece la civiltà dispone del vapore, si serve della stampa, e si tien forte in migliaia di biblioteche: oggi la civiltà ha vari centri; ed è affatto impossibile concepire un ritorno dell' umanità o della storia allo stato primitivo di ferina selvatichezza e barbarie. Forse furono queste considerazioni che pesarono sull'animo di Vico siffattamente che lo fecero passar sopra a questo punto, senza approfondirlo e senza arrestarsi a deter- minare se e perchè tale stato primitivo e selvaggio facesse parte della storia, ovvero se fosse al di fuori della storia. Que- sto silenzio però non attenua l' impossibilità del suo concetto e l' incoerenza e l'indeterminatezza del suo pensiero. Bisogna intanto aggiungere che, stando alla concezione di Vico, e volgendo poscia lo sguardo alla composizione della sto- ria ai tempi nostri, quasi si direbbe che la natura della storia siasi sostanzialmente riformata. Perchè le origini odierne delle nuove nazioni che vanno sorgendo in vari punti del globo, e de’ nuovi centri di civiltà che si vanno formando, sono del tutto diverse dalle origini primitive. Non è vero che la favola sia oggi la prima storia delle nuove nazioni. 1 primi padri, i primi fondatori di queste nazioni portano seco e gettano in esse elementi di civiltà, che nelle origini primitive non pos- siamo riscontrare. Il mondo, l'ambiente in cui queste na- zioni nascono , è diverso; lo che è effetto della differenza de’ tempi, che a sua volta è il prodotto delle variate condizioni della civiltà. In America, per esempio, non vi è stato tempo favoloso, perchè quel popolo è sorto in mezzo a quelle condi- zioni che la civiltà attuale gli forniva, e non di meno era un nuovo popolo, una nuova nazione, una nuova storia che sor- geva. Quel popolo avrà pure un principio, uno sviluppo e un fine; ma quante e quali differenze non vi sono tra il sor- gere dell'America e il sorgere di Roma? Questo mostra sem- pre meglio la insufficienza e la falsità di questo concetto di ricorso, alla cui vicenda, secondo Vico, la storia sarebbe sog- getta. Da ultimo noi troviamo in Vico stesso la condanna della sua opera, perchè il suo concetto lascia fuori della storia la Introduzione alla Filosofìa della Storia. 6 Digitized by Google 82 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. metà della storia stessa. Egli non spiega le civiltà orientali, quali la chinese e l’indiana. Si dirà, ed è vero, che egli non conosceva l’Oriente. Ma lo avesse anche conosciuto, come spiegare con la sua forinola le civiltà orientali? Si sa che esse, dopo aver di prima giunta toccato un alto grado di svi- luppo, sono rimaste immobili e stazionarie: ove son dun- que iti i tre periodi di Vico? — E cosa dirà egli dell' America? Egli pensa evadere rispondendoci che «valicando l’Oceano, nel Nuovo Mondo, gli Americani correrebbero ora tal corso di rose umane, se non fossero stati scoperti dagli Europei; » ma iH’acile vederlo , questa non è che una scappatoia. Ma , quel eh' è più grave , il concetto di Vico esclude e non spiega il Cristianesimo e il più grande de’ suoi svi- luppi, l’epoca della Riforma. Perchè se il moto della storia è circolare e concentrico, allora il Cristianesimo non ha più senso nè importanza. E quand’anche si volesse accordare una natura e un'azione soprannaturale al Cristianesimo, non si potrebbe fare a meno di riconoscere che esso è discese' nella storia ed è venuto per dare un nuovo impulso, un nuovo andamento alla umanità; altrimenti scade ogni ragione della sua esistenza. Ora ciò è diametralmente opposto al con- cetto di ricorso. Vico intese l’importanza del Cristianesi- mo; eppure non ebbe il coraggio di affrontare la questione e di esaminarla seriamente. Forse di qui gli sarebbe apparsa la luce per riconoscere il falso in cui versava la sua men- te.’ Egli invece si contentò di dire che «la religione cri- stiana è la migliore di tutte le religioni; anzi l’unica vera, mentre tutte le altre degli altri son false, perchè nella religione cristiana havvi la divina grazia che opera, d — Con questo deus ex machina della grazia divina egli pensò aver rag- giunto un doppio scopo, quello di non degradare il Cristiane- simo, e l’altro di evitare il problema per così salvare i suoi ricorsi. Ma primieramente, se raggiungeva il primo scopo, lo " ■ „ f 1 È chiaro per altro che egli sarebbe giunto ad un risultato identico se avesse approfondito il concetto di una vita selvaggia . di cui innanzi è parola. Costretto a metterlo in armonia co' suoi ricorsi, avrebbe visto che ciò era impossibile . e sin dsl principio avrebbe abbandonato questo pen- siero di ricorso come antistorico e irrazionale. Dìgitized by Google TEORICA DI VICO. 83 faceva a scapito di quel tanto di vero che vi ha nel suo concetto. Perchè se il Cristianesimo è l'opera della divina grazia, esso non può perciò stesso essere una manifestazione dello spirito. Vi sarebbero dunque due principii della storia — lo spirito e la divina grazia. Ecco un’alterazione della legge storica, che l’annulla e la distrugge. Ricorrere alla grazia divina è negare la potenza dello spirito. Quanto poi al secondo scopo, non lo raggiunse affatto. Perchè, anche ammettendo un doppio prin- cipio della storia, bisognerebbe sempre ammettere un punto d'incontro e di coincidenza dei due principii. Ed in effetti da un lato noi troviamo che la storia pagana, la civiltà antica si è trasfusa nel Cristianesimo, e che i suoi elementi son pe- netrati modificandosi nell'organismo cristiano; e dall’altro non è possibile separare il Cristianesimo, in quanto religione, dalla vita politica e civile delle società cristiane. Fosse dun- que anche intervenuta Y opera della divina grazia, ovvero una sapienza comandata nel Cristianesimo , ciò non poteva esimer Vico dalla necessità di esaminare il problema, vale a dire, di spiegare il Cristianesimo, se pur voleva spiegare la storia. Dopo questo rapido esame è lecito concludere che ciò che vi ha di vero è che il concetto di Vico non spiega e non può spiegare la storia, perché la storia è moto e svolgipiento, ed appunto perchè si svolge , essa jaon-può- fioetersr. Onde, ''se pure la storia si muovesse intorno a sè, non si muoverebbe già in circolo, ma, come diceva Gòthe, tracciando una spi- rale o seguendo una forma piramidale; ‘ e quindi producendo sempre nuovi bisogni, nuovi strumenti, nuove idee, e sempre rinnovando se stessa. Vico vede l'identità, ma non vede le dif- ferenze.-Vico non si accorge che la storia non è un correre c 1 Gòthe. venuto in Italia, sentendo a parlar molto del Vico, se ne oc- cupò e credè poter interpretare i corsi e i ricorsi come la descrizione di una spirale, pensando così conciliare il concetto del Vico con quello del •*2\. _x" progresso. Ed in vero si può immaginare che l'umanità nel suo corso de- scriva una spirale, perchè la spirale presuppone nuove cause, nuovi ele- menti,'i quali appunto Tanno si che l'umanità progredisca e si muova di- versamente che pel passato. Se non che siffatta interpretazione è piuttosto una sostituzione, perchè questo m>n è più il concetto di Vico: i ricorsi ed i circoli eccentrici non sono la spirale. Digitized by Google 84 DEL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. un ricorrere di nazioni sullo stesso sentiero; ma è un carri - mino che non ha ritorno, una perenne trasformazione, un di - venire eterno. Vico non pensa che il passato non può mai esattamente riprodursi: può solo ritrovarsi nel presente; ep- pure non vi si ritrova che combinato con altri elementi e con altri pensieri, e quindi trasformato. L’Oriente, la Grecia, Roma sono con noi, ma trasformate da noi. t / Oltre a ciò il concetto di ricorso non solo non spiega la storia, ma è un concetto antistorico, anzi distrugge la storia. 1 Vico non comprese in che modo l’ idea possa essere nella storia. Dal momento che l’idea è nella storia ed esiste in quanto storia, bisogna ammettere che havvi uno sviluppo, men- tre è proprio dell’idea svilupparsi c manifestarsi. Ammesso lo sviluppo, bisogna anche ammettere una sorgente perenne di nuove idee, di nuovi bisogni, di nuovi interessi. Che se si nega l’evoluzione continua della storia, c si afferma il moto circolare, si sopprimerà con ciò l’ideale della storia. Perchè se la storia non fa che girare attorno a sè e ripetersi e ri- prodursi identicamente, non havvi più scopo, -non obbielto, al quale la storia miri e verso cui si muova. In altre parole , la storia rinchiusa entro una cerchia di bisogni e di pensieri puramente uniformi non è più la storia, ed in tal caso la sto- ria umana non differirà dal moto degli astri e dalla vita del- l’animale. Ciò che distingue la vita umana dalla vita animale non ò la durata o il ritorno delle istituzioni, ma la loro na- i tura e il loro svolgimento. Quando la vita umana si riprodu- cesse sempre sotto le medesime forme, essa sarebbe una vita automatica, e non la vita mossa dal pensiero e dalla ragione, I i 1 A noi duole dover ricordare che la dottrina del Vico ha da un lato le sue radici nelle tradizioni della storia, della scienza e del pensiero italiani. Cicerone, ne' frammenti della sua Repubblica, presentendo che la repub- blica romana si scomponeva . deplorava quello stato di coso e credeva nulla potesse rendere a Doma l’antico splendore se non la restaurazione de- gl'ordinamenti primitivi e il ritorno alle prische istituzioni. Maechiavelli ripete a un dipresso la stessa opinione, ponendo per principio che la sa- pienza politica consiste nel ricondurre gli Stati alle loro origini. E da un J altro lato poi essa ha per sua parte grandemente contribuito a conservare od estendere cotesto tradizioni, le quali sono stato accettate specialmente in Italia e tuttora vi sono gelosamente continuate. Digitized by Google TEORICA. DI VICO. 85 che sono appunto il carattere differenziale dell’uomo e gli elementi specifici e determinanti della vita storica. * 1 È necessario avvertire che. olire le varie teoriche sino ad ora esami- nate intorno al principio determinante della storia, ve ne ha un'altro, quella dello Schlegel, conosciuta sotto il nome di Teorica della riabilita- zione. Ma, atteso lo stretto rapporto che la lega a quella del progresso, noi non crediamo doverla spostare dal suo luogo naturale. Per tanto essa sarà esposta ed esaminata là dove si tratterà del progresso. (Vedi Cap. se- sto. IV.) Digitized by Google 8G . CAPITOLO TERZO. LA STORIA È UN SISTEMA. Noi abbiamo traversato il propileo del tempio: eccoci ora pronti ad entrare nel tempio stesso. I prolegomeni che pre- cedono hanno fissato 1’ aspetto storico del nostro subbietto : ora dobbiamo fissarne l' aspetto speculativo. Vale a dire, dob- biamo investigare V insieme de’ principii che formano l' essenza di una filosofia della storia, e al di fuori de'quali dobbiamo ri- tenere impossibile il costruirla. È chiaro che tale e non altro dev’ essere lo scopo nostro in una introduzione generale alla filosofia della storia.1 Sotto questo rapporto è innanzi tutto necessario determi- nare quali sono gli elementi fondamentali che entrano nella storia. Ma ciò non basta. È inoltre ancor più necessario de- terminare come questi elementi entrano nella storia, e qual' è l'azione, quale la funzione che vi esercitano; e in fine quale tra essi è l’ elemento supremo e determinante. Questo perù è un problema vasto, che riassume in qualche modo i vari problemi concernenti la natura della storia. La storia in ef- fetti è un tutto che si muove in un campo proprio, che occupa una sfera, un punto determinato, ed uno de’ più alti punti dell' universo. Onde se i vari clementi, i vari principii che compongono il tutto, come entrano nella pianta o nell’ani- male o in un altro essere qualunque, entrano similmente ed a più forte ragione nella storia; non vi entrano però die in una certa guisa determinata, sotto una forma speciale, di' è appunto quella che alla natura propria della storia si conviene. ’ Vedi su questo punto quel che fu detto nella Prefazione sotto i nu- meri XVII e XV1I1. Digìtized ELEMENTI FONDAMENTALI DELLA STORIA. 87 Non per tanto, mano a mano che ci spingeremo innanzi, sarà precisamente nostro scopo il chiarire per quanto è possibile questo problema. ' I. ELEMENTI FONDAMENTALI DELLA STORIA. A) La Logica. 11 primo elemento che troviamo nella storia, è la lo- gica. Quando parliamo di logica non dobbiamo intenderla in un~SSnso psicologico e subiettivo; ma in un senso metafi- sico e obbiettivo. Per noi la logica non è, quaTò stata intesa e tuttora s’ intende dalla scuola , l’ arte di ragionare e la rac- colta di forme puramente subbietlive del pensiero, senza ri- scontro nella realtà e nell'essere obbiettivo delle cose; ma è bensì il complesso delie idee-universalicUecostituiscono la for- ma e la possibilità assolute dcll essere, come del pensiero. L' idea logica è una presupposizione necessaria nell' ordine dell’esistenza, come in quello della cognizione, perchè solo secondo questa idea le cose esistono e possono essere cono- sciute c pensate. E come le cose ed il pensiero presuppongono 1 Di fatto una soluzione piuttosto soddisfacente non potremo ottenerla che come risultato finale. Perora non si fa die gettarne le prime basi con vedute io qualche modo generiche, e che potranno sembrare destituite di sufficiente dimostrazione. Definire quali sono i rapporti della logica e della natura con lo spirilo; come lo spirito concilii In sè la logica e la natura; com' esso sia l'elemento supremo della storia; e sotto qual forma esso penetri nella storia, ovvero faccia la storia : sono punti che vedremo ritor- nare a più riprese. E più c'inoltreremo, e più, secondo un processo natu- rale, andranno concretizzandosi . e saranno meglio e più ampiamente chia- riti. Ciò che diciamo del problema degli elementi della storia si applica similmente all'altro, che col primo strettamente è connesso, intorno alla natura della storia, e più propriamente intorno al principio della storia, del quale, come in via d'ipotesi, accadrà dire qualche cosa in questo stesso capitolo. Anche questo è un punto elio riapparirà per esser sempre meglio esposto e per ricevere in fine, ne' limili del possibile, la sua soluzione. A conferma di questo parole rinviamo il lettere specialmente ai Capiteli quinto e settimo. Digitized by Google LA STORIA È UN SISTEMA. 88 le leggi logiche dell'essere e del non essere, della qualità e della quantità, della causa e dell' effetto, della, sostanza cTflógli accidenti, del soggetto c dell' obbictto, del finito e dell'infinito: come le cose e il pensiero sono generati secondo queste leggi, e le riproducono mediante le loro proprie determinazioni; nella stessa guisa la storia trova in" queste leggi logiche un sostrato necessario; essa ^rova in questa ira rtfa ideale, in queste deter- minazioni essenziali la sua fd«na e il suo contenuto, dna Torma cioè e yi^ contenuto logici. Se queste determinazioni, questi rapporti assoluti venissero a mancare, non vi sarebbero più negli esseri in generale, e quindi nella storia, quei rap- porti, quei priflcipii, quelle forme che costituiscono una parte essenziale e, per dir cosi, una delle necessità della loro natura. Noi abbiamo, per esempio, nella storia razze di vari colori, razza bianca e razza nera, e poi razze di colore intermedio. Ora si può domandare : chi è che determina il color bianco e il nero? Forse si dirà eh' è l'elemento fisico che interviene; che sono i (due colori che determinano il colore delle due razze; che il j bianco determina il colore della razza bianca, e il nero quello ( della nera. Ammettiamo che tutto cip sia vero in un certo senso. Ma bisognerà poi dimostrare quale sia la ragione determinante della dualità dell'elemento fisico o del colore. Onde è chiaro che quella che a prima vista sembra una spiegazione, in fondo non lo è, perchè non fa che spostare la questione. E non accade altrimenti, se invece di dire eh’ è il colore, si dice eh’ è il clima che determina la varietà delle razze. Perchè, similmente ammettendo che ciò sia vero sino a un certo punto, è evidente che la stessa varietà di clima suppone ed implica un principio determinante. Si può di fatto, rincal- zando, domandare, perchè vi sono diversi climi? La diversità di clima, si dirà forse, si spiega con la diversità delle posi- zioni della terra rispetto al sole, la quale a volta sua trova il suo fondamento e la sua ragione di essere nella opposizione de'due poli. Ma questo non è che un doppio spostamento della questione, perchè in ultima analisi rimane sempre a spiegare la ragione determinante della dualità de’ poli. Questo esempio ci mostra in modo concreto come tutte le spiegazioni, che si pos- sono offrire intorno alla diversità delle razze, sono insufficienti. Digitized by Google ELEMENTI FONDAMENTALI DELLA STORIA. SU se non si fa intervenire un principio , una necessità assoluta; j, la quale è appunto la necessità logica. Se in un sistema vi sono diversi e opposti elementi, senza di che il sistema non po- trebbe essere, ciò è perché tale è la forma logica, la forma assoluta delle cose. È questa forma che fa sì che vi siano e vi debbano essere parecchi colori, parecchie razze, parecchi climi. ** Quel che diciamo per la Varietà delle razze si applica ad ogni momento della storia. L’elemento logico penetra in tutto, ed entro certi limiti vi penetra come principio determi- nante. Nulla potrebb' essere o concepirsi senza il molteplice e 1’ unità, senza lo stesso e il diverso, senza l’analisi e la sin- tesi. Due armate che si urtano e lottano, riproducono l’ana- lisi e la sintesi: esse s’incontrano, si urtano e si dividono, perché son diverse; ma vengono anche ad unirsi e, direi così, a compenetrarsi, perchè hanno un solo e medesimo interesse, e lo scopo, cui entrambe mirano e che vogliono tutte e due raggiungere, è uno e lo stesso. Adunque l’ elemento logico è nella storia, e vi esercita una funzione importantissima ed essenziale. Onde la storia senza questo elemento non po- trebb’ essere. C) La natura. La storia non potrebbe nemmeno sussistere senza la na- tura. Questo deve essere un punto chiaro di per sé, senza che quasi faccia bisogno dimostrarlo, perchè, per riassumere tutto in una parola sola, la storia non può essere senza il di- venire, c^iLdivcnirc non solo' logicò, ma iiuranÉGelseitsibile : onde il tempo, lo spazio, il moto sono elementi, nrincipii, ptrii- menti essenziali alla storia. E chi pensa la storia, pensa un’evoluzione nel tempo e nello spazio; e quindi ammette e suppone la materia e la natura in generale Questa è una ne-^ , cessità assoluta, e perciò nulla potrebbe essere o compiersi nella storia al di fuori della natura. v ite**- Da un altro conto poi non è meno chiaro che la natura "G. j SA/V in generale penetra nella storia sotto diverse forme e in varie , sfere; anzi, si può dire, che non havvi momento o sfera nella Digitized by Google 90 LA Stoni A È UN SISTEMA. storia in cui essa non penetri. E però la natura penetra nel- l’arte, nella religione, nella scienza. Penetra nell'arte, per- chè la natura è un elemento essenziale dell’ arte. Penetra nella religione, perchè similmente il simbolismo è un ele- mento essenziale della religione. Penetra nella scienza, e fino a un certo punto nella scienza pura, perchè la scienza ado- pera certi mezzi naturali, quali il linguaggio, i segni, e via discorrendo. Ma più specialmente la natura, in quanto sfera geografica, può esser considerata come la base, y fondamento materiale della storia.^ La sfera geografica è una sfera distinta, perchè, quando si esaminano le condizioni geografiche della storia, si vede che esse non possono spiegarsi nè per via di leggi mec- caniche, nè per via di leggi chimiche, e neppure per via di leggi geologiche. La disposizione geografica della superficie del globo cuna disposizione storica, fatta per la storia, costruita, direi così, con un' intenzione storica, ed essa costituisce un ele- mento essenziale della storia, infino a che pùfftSTiTgeògrafia penetri nella vita di un popolo non si può esattamente deter- minare, ma essa vi penetra, ed è uno de’ momenti più im- portanti della medesima. E di fatto quando si esaminano gli elementi che costituiscono la vita, e gli avvenimenti che fanno la storia di un popolo, apparisce, che, se questo po- polo fosse stato spostato dalla sua posizione nello spazio , la sua storia ne sarebbe rimasta cambiata , e non sarebbe più stala quella ch’è. Spostate la Francia, o anche Parigi sol- tanto, e voi non avrete più la storia francese. L'influenza, l'azione delle circostanze esterne è un’azione perenne, conti- nua e che abbraccia tutti i momenti dell’essere di un popolo; ina che spicca soprattutto ne' grandi avvenimenti o in ciò che havvi di più saliente nella sua vita. Spostate Londra — e voi non avrete più il Tamigi , non avrete più questa grande arteria clic sveglia, eccita e nudrisce lo spirito politico e commerciale inglese. Adunque la natura non solo penetra pro- fondamente ed esercita la sua funzione nella storia come con- dizione generale; ma ha la sua influenza sulla vita e sulla storia dei vari popoli sotto la forma specifica di condizioni geografi- che e locali. -Diaiiized by Google ELEMENTI FONDAMENTALI DELLA STORIA. 91 Il carattere intanto e l'essenza propria della natura è di di- videre quello di’ è unito, e per una ragione identica di unire quello eh’ è diviso; mentre solo quando si sa unire razional- mente, si sa anche dividere razionalmente, e la reciproca, com’è naturale, è altrettanto vera. Voglio dire che nella natura i vari elementi sono in uno stato di miscela e di dispersione; onde la natura aspira alla ragione e all’ unità, ma non ò in se stessa che le ritrova. Se il sistema planetario, per esempio, ò un’opera razionale, esso è un ente molteplice e uno a un tempo, in cui la moltiplicità e l'unità sono siffattamente in- separabili, che, se uno degli elementi fosse tolto, il sistema si scomporrebbe e l'unità sparirebbe. Tale apparisce il si- stema planetario, quando lo si considera nella sua idea. Ma non così apparisce nella sua esistenza nella natura. Esso si mostra ed è allora come il complesso di vari elementi se- parati e congiunti solo da un nesso estrinseco; onde tutto ciò che vive nella natura è come diviso, ovvero unito estrin- secamente ed anche fortuitamente, siccome in altri casi quel eh’ è benefico e necessario può soventi volte apparire come dannoso ed inutile, o viceversa, appunto perchè la natura non realizza quella necessità assoluta del sistema, quel legame razionale, per cui le varie parti si ordinano, si compene- trano reciprocamente e coesistono nella unità. Questo carat- \ tere proprio della natura fa si che la natura sia il campo ! dell’inganno, dell'errore e deH’illusione. Tale è il pensiero ' profondo che il concetto della Maja degli Orientali racchiude, benché espresso sotto forma più poetica che scientifica. Ora se la natura è il campo della illusione, e se inoltre è un ele- mento della storia, ciò vuol dire che l’ illusione penetra nella storia. Se non che si potrà obbiettare, che se tutti viviamo nel- l' illusione, ed il filosofo stesso ci vive, perchè anche nel filo- sofo havvi l’uomo e la natura sensibile, questo però è uno stato subbiettivo e non obbiettivo. Ammettiamo, si dirà, che l’ illusione comincia , si estende e penetra là ove comincia e fin dove si estende e penetra la natura, e clic la natura, penetrando nelle sfere inferiori , benché necessarie, dello spirilo, v’ introduce l'illusione. Pur nondimeno questa illu- Digitized by Google 92 I.A STORIA £' UN SISTEMA. sione è in noi e non fuori di noi, perchè fuori di noi c nella natura le cose non possono essere diversamente da quel che sono. Ed egli è vero dire clic l’ illusione non è nelle cose com’ è nella coscienza e nel pensiero sensibile, perchè le cose e la natura non sentono, non pensano; onde non si può dire che la natura erra, s'inganna o si fa illusione. La natura non comincia a sentire e a pensare che nello spirito, e quindi solo con lo spirito comincia l'illusione. Ma non è men vero che l'illusione non è nella coscienza, non è nello spirito che perchè è nelle cose, volendo significare con ciò che l’occa- sione dell’ illusione e, per dir meglio, la sua causa gene- ratrice è nella natura: o se si vuole che sia nello spirito, essa non è nello spirito che in quanto lo spirito è nella natura, è spirito naturale ; essendo la natura, e quindi tutto ciò eh' è nella natura, costituito in modo che necessariamente divide e sperpera ciò che in realtà non è diviso nè disperso. Così, a mò d’esempio, 1 organismo animale è intimamente collegato con levarie parti del tutto, e in esso troviamo riepilogati tutti i momenti che lo precedono . quali la luce , l’aria, l'acqua, l’ elet- tricità, il minerale evia discorrendo; di maniera che l'organi- smo animale è una sintesi di tutta la natura. Eppure la natura isola l' organismo, lo circoscrive, lo limita in un certo punto dello spazio, gli assegna una figura determinata, e lo distin- gue dagli altri enti, co'quali non lo unisce che mediante un le- game esteriore e in qualche modo accidentale. Rappresentia- moci Dio un po’ volgarmente, come un ente che ha una coscienza sensibile, c supponiamo che egli pensi la natura. È certo che questo pensiero della natura è diverso dal pensiero col quale Dio pensa sè stesso, la sua essenza infinita. Ciò importa, che quando l' assoluto discende nella natura , discende nell’illusione e deve partecipare alla illusione. Applicando queste considerazioni agli avvenimenti storici, noi vediamo che, mentre un avvenimento storico è il pro- dotto di varie cause e di una serie di avvenimenti anteriori , ha natura divide questo risultato dalle sue cause, ne offusca per simil guisa la necessità, ed il pensiero, che vive nella na- tura, il più delle volte si affretta a definirlo un accidente o un Digitized by Google ELEMENTI FONDAMENTALI DELLA STOMA. 93 fatto empio ed iniquo o un funesto traviamento della storia. Tutto adunque induce a farci ritenere che la radice, la causa dell'illusione non è nel pensiero subiettivo, ma è nella na- tura stessa. E perù, per quanto l’essere in generale e la storia in particolare sono nella natura, per tanto deve dirsi che sono nell' illusione. Non vogliamo però abbandonare questa questione senza aver prima chiarito ancora un altro punto, quello di sapere se l’illusione sia un accidente o un momento necessario, uno strumento essenziale della storia; in guisa che non possa es- servi storia al di fuori dell' illusione Questo, come si può vederlo, vale quanto domandarsi, se la natura sia un acci- dente, un elemento fortuito nella storia e nell'universo, di cui la storia è una parte, ovvero se ne sia un momento neces- sario. Ebbene, tanto quello che precede, quanto quello che po- tremo dire altrove intorno a questo punto, mostra che la natura c quindi l'illusione sono momenti necessari della storia. Ma oltre a ciò l'educazione e l' insegnamento non che il concetto di una verità assoluta mostrano, in modo anche più immediato., che l' illiKionp è un ippmonto csscnfiale dittla-inse n. ùmuanlo tale. (leve esercitare la sua funzione ì^^J q^iyiTso cnnn- |iplla^u>iti*. L’uomo, secondo la sua intima natura, deve svilupparsi. Ciò suppone l’ infanzia tanto fisica quanto spirituale o T infan- zia del pensiero, ed implica il bisogno dell'educazione, non come un fatto accidentale, ma come una istituzione essenziale alla natura umana. L’ insegnamento e la educazione nel senso più largo e generico non sono se non a questa condizione, che la coscienza o il pensiero trovasi in uno stato d’ ignoranza. Togliete l'ignoranza, e voi togliete all'educazione ogni ragion di essere, voi sopprimete la radice dell' insegnamento. Lo scopo dell'educazione, qualunque d'altronde sia il suo grado e la sua forma , è quello di far uscire la mente e il pensiero dallo stato d'infanzia spirituale, di cui qui specialmente si tratta ; infanzia che si può connettere con 1 infanzia corporea, ma che si può anche estendere più oltre, non essendo difficile incontrare un uomo già maturo negli anni, ancor fanciullo di pensiero. Data adunque la mente e l’ intelletto, la cui essenza sta nel cono- Digitìzed by Dì LA STOMA È UN SISTEMA. scere, si ammette che l'illusione è parte essenziale e integrante del nostro essere. Similmente resistenza della verità assoluta implica anche l’ illusione. Perchè, se ogni ente per sé non rap- presenta la verità assoluta, se esso non è tutta la verità, ma ne è solo una parte , un aspetto, esso non può perciò stesso svincolarsi dall' illusione; e scisso e separato dalla ve- rità assoluta è, si può dire, un’ illusione. Ma specialmente per rapporto alla storia propriamente detta si dice e si ripete che bisogna un po’ vivere nell’ illu- . sione; che un’illusione non assoluta, vale a dire, non la fol- lia, ma una certa illusione, è necessaria. Perchè Dio genera 1‘ universo e la storia, e la storia e l’universo non sanno dove vanno; onde la storia è ristrumento passivo di un pen- siero assoluto ed arcano. Che se io individuo o se una nazione si muove ed opera in vista di un certo scopo, che non è il vero scopo prefisso da quel pensiero arcano, essa non raggiungerà lo scopo cui mira , ma bensì l’ altro prefisso dal pensiero as- soluto. Tutto questo in un certo senso è vero. Se non che bisogna andare anche più oltre e dire, che sia l’individuo, sia la nazione, senza codesta illusione, non si muoverebbero nè agirebbero. Quanto all’ individuo, allorché il suo pensiero è rinchiuso nella sua vita individuale, egli vive nell’illusione, ed è un’illusione necessaria la sua , perchè è dessa che lo spinge ad operare. È il nostro bene individuale, è l’interesse privato uno degli i stimoli più efficaci della nostra attività. Ma questa è un’ il- lusione ; mentre i nostri interessi particolari sono subordinati I all’interesse generale, e vengono da questo determinati. Si- milmente una nazione trova nelle sue illusioni ciò che nudre e sveglia la sua forza, la sua energia e il suo entusiasmo. Perchè una nazione crede muoversi pe’ suoi propri fini, per la sua grandezza, per la sua gloria, ed è per tantoché si muove. Ma, rinchiusa entro i limiti della sua propria esistenza c del V suo pensiero, non vede che, mentre crede lottare pe’suoi y propri interessi, combatte e si consuma per altri fini. Così ; Grecia e Roma, guidate da questa mente arcana, che muove le nazioni illudendole, combattono non solo per loro stesse, ma per l’umanità, e più per l’umanità che per loro stesse. • ?  gradi precedenti. È in questa guisa che la 'storia greca è sparita: il che significa che lo spirito greco vive e si perpetua nello spirito idealmente o perciò anche realmente, E quello cha è sparito di lui sono soltanto gli ele- menti locali, estrinseci e accidentali, entro i quali egli prese corpo. Vedi Cap. quarto, VII. Il sorgere e il cadere delle nazioni. Digitized by Google no LA STORIA È UN SISTEMA. trasfuse nello spirito romano; ma combinandosi con questo spirilo. Adunque è vero dire che in ogni momento della sto- ria si trovano concentrati i momenti passati; che il passato si ripete e .si riproduce nel presente; e che il presente s’im- padronisce del passato e se lo assimila; adattandolo ai suoi interessi e a’ suoi bisogni. Ecco come dobbiamo rappresentarci la storia, e l’ unità e il moto e lo sviluppo della storia. E proseguendo il cammino di queste investigazioni, se consideriamo un ente sistematico ne' vari momenti del suo sviluppo, noi possiamo accorgerci eh’ esso segue un moto, un passaggio continuo da un momento astratto ad un mo- mento concreto. 11 punto e un momento astratto rispetto alla linea, eh’ è un momento concreto; poscia la linea è an- eli’essa un momento astratto rispetto a un momento più con- creto, qual' è il piano; e così via dicendo. Il sistema solare è un momento astratto rispetto al cristallo; il cristallo rispetto al minerale; il minerale rispetto all’ essere inorganico; l'es- sere inorganico rispetto all’ essere organico. E cosi l’essere organico è un ente più concreto del sistema solare, del cri- stallo, del minerale, dell' essere inorganico. Di fatto esso, oltreché riassume le varie proprietà di questi vari enti, ■contiene bensì quelle che specialmente gli appartengono e che costituiscono la sua propria natura. Per semplificare l’ esposi- zione del nostro pensiero, nell' essere organico havvi la vita, questo moto uno è continuo, questo principio che si espande, a dir così, in tutte le parti dell’ organismo, e che ne fonde e ne compenetra tutti gli elementi. Questo principio che noi dobbiamo considerare come la nota caratteristica e differen- ziale dèli’ organismo, non lo troviamo negli altri stati inferiori della natura. Nel cristallo, per esempio, vie, come un primo rudimento della vita, il nòcciolo, che imprime la forma a tutte le parti del cristallo, le quali non sono se non una ripetizione del nòcciolo interno; ma non vi è la vita. Noi possiamo rappresentarci questo moto delle cose sup- ponendo una determinazione prima, che costituisce un punto di partenza, ed una determinazione ultima, che costituisce un punto di arrivo, e poi altre determinazioni che costitui- scono tanti punti intermedi. Beuchè i due punti estremi non Digitized by Googl L’UNITÀ e I RAPPORTI NELLA STORIA. Ili siano divisi, come noi gli dividiamo per le necessità del- l'esposizione, e siano entrambi eoetcrni. consustanziali e in- divisibili; nondimeno, se sono due termini estremi ricon- giunti tra loro mediante una serie di determinazioni, ciò vuol dire, che l’uno è dall'altro differente. Questa differenza non può consistere che in ciò che il punto di partenza è la sfera più astratta, e il punto di arrivo è la sfera più concreta. La sfera più astratta possiamo chiamarla la più immediata, e la piu concreta la più mediata ; e per sfera più astratta o imme- diata dobbiamo intendere quella eh’ è più povera, più sfornita di proprietà e di relazioni; mentre per la più concreta o me- diata quella ch'è più piena, più ricca di attributi e di atti- nenze. E cosi, se prendiamo i punti medi, noi vedremo che più c' inoltriamo verso la sfera concreta, ossia verso il punto di arrivo, e più i termini diventano concreti; onde il se- condo punto sarà più concreto che non il primo, e il terzo lo sarà ancora più del primo e del secondo. Ma di qui è manife- sto che questa concretezza progressiva de’ termini non può ottenersi se non ad una condizione, a questa, cioè, che ciascun termine riassuma e concentri nella sua natura tutti i termini e tutte le determinazioni precedenti. L' essere con- creto sta nell’essere pieno. Più un essere è pieno, più esso contiene virtù, proprietà, potenze, e più è concreto. Se l’uomo è più concreto della pianta e dell' animale, ciò è perchè egli è l'unità della pianta e dell' animale. Adunque un essere non è concreto che in quanto contiene nella sua natura tutti i mo- menti precedenti e per ciò stesso astratti. Tornando al nostro assunto, è chiaro che, facendo ap- plicazione di queste considerazioni, alla universalità delle cose, dobbiamo concepire un sistema come il complesso di esseri astratti e concreti, immediati e mediati, o meglio, come il passaggio da uno stato astratto ad uno stato sempre di più in più concreto, da uno stato immediato ad uno stato sempre di più in più medialo. Ora, tale essendo la condizione degli esseri in generale, a questa condizione deve sottostare anche la storia. E quindi la storia deve muoversi alla stessa guisa; vale a dire , che se la storia fa parte di un sistema ed è essa stessa un sistema, essa deve andare da un momento astratto Digitized by Google 112 LA STORIA È UN SISTEMA. ad un momento concreto, e da un momento meno concreto ad un momento più concreto. E come lo abbiamo mostrato, questa concretezza non può esistere che in quanto la storia dei tempi andati si ripete in quella dei tempi presenti, e un momento della storia sintetizza in sè tutti i momenti prece- denti. Onde, considerando la storia nel momento attuale, essa dev’essere ed è più mediata e più concreta che in tutti i mo- menti precedenti. 1 B ) I rapporti. Allorché si parla di rapporto per una illusione figlia del- l' immaginazione o de'sensi, noi siamo proclivi a pensare che il rapporto non abbia alcuna entità, e che esso non sia qualcosa di reale. E così crediamo, per esempio, che la realtà di un eser- cito consista nel numero di uomini che lo compongono, e non già nel rapporto che unisce quest’ individui agglomerati col pensiero e con la mente, che gli ordina e gli dirige. Ep- pure, se ammettiamo la realtà del sistema, dobbiamo ricono- scere la realtà dei rapporti. Perchè l’unità del sistema, il movimento dall' astrazione alla concretezza, in una parola, il concatenamento degli esseri si risolve nei rapporti che pos- sano tra le varie parti, le varie sfere del sistema e tra i vari momenti, di cui ciascuna sfera si compone. Togliete i rapporti che passano tra una sfera e l’altra, o tra i diversi momenti di una stessa sfera, c l’aurea catena, per dirla con Omero, è spezzata, ed il sistema non è più possibile. Togliete il rap- porto che passa tra i due estremi della pianta , il germe e il frutto, e quello fra questi estremi e i momenti intermedi, at- traverso i quali il seme diviene frutto — lo stelo, i rami, le foglie — e le varie trasformazioni della pianta, non che il ri- sultato ultimo cui la pianta s’indirizza come a suo fine, vale a dire, il frutto, sono resi impossibili. Se non che è necessario determinare quale sia la vera natura del rapporto. E per voler rendere più intelligibile il 1 Vedi Cap. oitaro, V. V immediate zia c la mcdiateiza nella storia. Digitized by Googte L’UNITÀ E I RAPPORTI NELLA STORIA. 113 nostro pensiero, attenendoci all’esempio or ora adoperato, pos- siamo domandarci cosa sia questo rapporto del seme e del frutto e dei vari momenti della pianta. Nel germe non havvi che il germe: in esso non havvi il frutto; e non di meno, svilup- pandosi, diviene frutto. Ora ciò che fa che esso si sviluppi e non fortuitamente, nè capricciosamente, ma secondo certe norme Asse, invariabili e necessarie, è il principio della, pianta, vale a dire, l’idea e l’idea concreta della pianta.! Che l'idea sia il principio della pianta, come delle cose tutte, è un punto per noi incontrovertibile. L’ idea concreta fa l’unità della pianta, in quanto ne unisce tutte le parti e tutti i mo- menti. Essa è un principio e, come tale, un principio invisibile, che diviene visibile, che si manifesta e si attua nell’individuo, che qui è la pianto. Donde apparisce che la vera esistenza del rapporto è una esistenza nell'idea o ideale, e che i rapporti ideali sono il fondamento de’rapporti che volgarmente chia- miamo reali. Prendiamo un’altra sfera, un astro, per esempio, un pianeta, e vi riscontreremo la stessa necessità. La terra gira sul proprio asse ed attorno al sole. Per un pensiero ben sem- plice siamo indotti a dire che deve esservi una leggo di questo , moto ; e tal’ è in effetti l’espressione dei fisici, espressione como- da, perchè facilmente si parla di legge e la si applica a tutte le cose, senza però determinare mai in che essa stia. Ebbene, questa legge del moto della terra non è una semplice forma , come d' ordinario siamo disposti a rappresentarcela , ma è una legge che abbraccia la forma e la materia; a tal segno che la forma sparirebbe, se si togliesse la materia; ma la materia non sparirebbe meno, se si togliesse la forma. Se questo moto è una parte essenziale della terra, come il triangolo lo è dell’ente geometrico, o l’acqua dell’ organismo; se la terra, girando, occupa una serie di punti; se, in altri termini, essa non si arresta a un dato punto , ma percorre tutta la serie de’ punti, e non fortuitamente, ma secondo una necessità; ciò accade perchè havvi l’idea della terra, che opera qui come / nello sviluppo della pianta, benché sotto una forma speciale, ( quale alla natura della terra si appropria. Il rapporto che passa tra due punti diversi chela terra occupa, per esempio, a mezzogiorno e a mezzanotte, è un rapporto ideale. Se to- Introduzione alla Filosofia della Storia. S Digitized by Google •114 LA STORIA È UN SISTEMA. glieste questo rapporto, il moto della terra sarebbe abbando- nato al caso o, per meglio dire, cesserebbe, ed il passaggio fenomenologico della terra dal punto che occupa a mezzo- giorno a quello che occupa a mezzanotte non più si effet- tuerebbe. Ciò mostra che per intendere i rapporti delle cose, bisogna intendere l’idea e l’idea concreta, vale a dire, l’idea in tutte le sue parti, volendo con ciò significare che l’ idea contiene tutti i momenti o la realtà intera delle cose. Ma comprendendo la natura del rapporto, noi compren- deremo per ciò stesso come il sistema universale delle cose rappresenti una continua evoluzione ed involuzione ideale, e come una trama ideale sulla quale e secondo la quale i vari esseri, le varie sfere si sviluppano avviluppandosi, e si avvi- luppano sviluppandosi , e che quindi determina, secondo la espressione comune, la evoluzione e la involuzione reale nelle cose o nel tempo e nello spazio. È questa necessità ideale che aggiunge al punto un altro punto o estende il punto o guarda, a dir cosi, al di fuori del punto, e passa dal punto alla linea; nel quale passaggio liavvi una evoluzione. Dicasi lo stesso quando si passa dalla linea al piano, odal piano al solido. Nè altra è la necessità che ' spinge il seme a produrre il frutto , ovvero l' infanzia a dive- nire un altro stadio dell’età umana, l'adolescenza. Tale è l’aspetto evolutivo. Havvi poi anche l’aspetto involutivo. Ed è sempre la me- desima necessità ideale che fa che in un secondo momento di sviluppo debba trovarsi anche il primo, perchè senza il primo il secondo non potrebbe essere. Onde nella linea dev’ es- ser contenuto necessariamente il punto, come nell’ adolescenza dev’essere necessariamente contenuta l’infanzia, come nella foglia, nel fiore o noi frutto dev’essere contenuto il germe. Questo avvolgersi di un momento in un altro, questa serie d’involuzioni successive non è, lo ripeto, che un’azione intel- ligibile, una funzione puramente ideale, perchè l’avvolgimento non è contenenza materiale, ma è metamorfosi, trasforma- zione. L’acqua, il principio umido è nel sangue, e, poiché il sangue senza l’acqua non sarebbe, così da un lato il sangue è uno sviluppo dell’acqua, e dall'altro e per ciò stesso la in- Digitized by Googl L’ UNITÀ e I RAPPORTI NELLA STORIA. 115 volve e la contiene; ma la involve come può, impadronen- dosene, cioè, e combinandola con la sua natura propria. E lo stesso dicasi degli altri elementi che sono nel sangue. Similmente il punto, la linea, il piano, sono nel solido, ma trasfigurati dalla natura propria del solido; onde il solido è ad un tempo uno sviluppamento ed un ìnviluppamento, una esplicazione ed una implicazione. Questa nuova forma, sotto la quale noi possiamo considerare il movimento delle cose, è anch’essa una legge assoluta fondata sul sistema, ed esprime lo sviluppo stesso delle cose. Applicando queste ultime considerazioni alla storia, e chiaro primieramente che, a meno di ammettere che la storia è il prodotto del caso, il quale non ha valore alcuno di principio, non si può sfuggire a questa necessità assoluta di ammettere che l’ idea fejl_ principio della storia; ciò che nni intpnriinmn, dicendo^ che hawi una storia ideale. Perchè se la storia à mmrodoltQ razionale, se è la ragione che fa la storia, la ragione è l'idea. Per intendere che 1 idea è il principio della storia noi doliamo esser persuasi di quésta venta.''CTTC'TrcraTOWue sìa, il principio della storia, sotto qualunque forma ci piaccia jmmagingrja, e qualunqiiè" concetto ce " ne^TaFcTàmo , ~a~l di sopra di questa forma e di questo concetto noi traviamo l’idea. È l'idea che domina ogni forma, ogni concetto, ogni principio. Per esempio, quando diciamo che la provvidenza. Iddio o l’assoluto che fa e go- verna la storia, è necessario determinare la provvidenza ed il modo com’essa fa la storia. E anche rappresentandoci la provvidenza sotto una forma antropomorfistiea e sensibile, noi dobbiamo giungere a questo pensiero, che la provvidenza debba determinare secondo certe leggi universali e assolute i movimenti e i vari periodi della storia. E queste leggi , questi principii provvidenziali non sono e non possono essere che idee. E per ritornare alla questione dei rapporti, se havvi > un’idea della storia, e se i vari momenti della storia sono manifestazioni di questa idea , questa idea, mentre è il prin- cipio, è quella che forma anche il nesso e i rapporti fra i vari momenti della storia. Se inoltre questa idea non può sfuggire alla legge universale del sistema, in ciascuno do’ momenti V / U Digitized by Google -110 LA STORIA È UN SISTEMA. della storia, essendo in rapporto tra loro, si debbono trovare sviluppati e avviluppati tutti i momenti precedenti. Prendiamo due fatti storici, e siano due fatti disparati, come la battaglia di Salamina e quella di Waterloo. Io dico clic essi sono manifestazioni dell'idea della storia, e che perciò sono congiunti da un nesso, da un rapporto ideale. Bisogna innanzi tutto avvertire che, quando si parla di rapporto tra due esseri, non si parla d’ identità assoluta, che in questo caso non vi sarebbero piu due esseri: il rapporto implica iden- tità e differenza. Quando si dice che il rapporto tra il seme e il frutto ò un rapporto ideale, non si vuol già dire che il seme e il frutto sono una sola e medesima cosa ; ma soltanto che l'uno non può stare senza l’altro idealmente; donde segue, che non ne può star senza nemmeno naturalmente. Questo è chiaro. Tornando ora a' due fatti storici, per sapere se havvi un rapporto tra questi due fatti così distanti per luoghi, per tempi, per circostanze, io comincio a riflettere che se la storia è un prodotto dèlia ragione, una dev'essere la storia; che perciò vi ha da essere un concatenamento di fatti che deve aver condotta la storia dalla battaglia di Salamina a quella di Waterloo; e che se uno degli anelli essenziali della storia fosse mancato, la battaglia di Waterloo non avrebbe potuto aver luogo. Riflettendo in questa guisa , io vedrei già a priori che questi due fatti devono stare in rapporto tra loro. E deter- minando poi storicamente questo rapporto, ciò che si appartiene appunto alla filosofia della storia, lo vedrei chiaramente. Perché vedrei che la battaglia di Salamina resiste e mette un argine all'irruzione degli Asiatici. Vedrei che senza ciò la civiltà greca sarebbe stata soffocata e la civiltà romana sarebbe stata impos- sibile, come lo sarebbe stata altresì la nostra, ch e un risul- tato e una sintesi della civiltà greca e della romana. Vedrei in fine che la civiltà nostra sarebbe stata diversa, e quindi la battaglia di Waterloo, e tutti gli avvenimenti che l'hanno prodotta non sarebbero esistiti. Ora chi ha diretto in tal guisa il moto della storia? Si dirà la provvidenza. La provvidenza, questa parola, lo ripeto, non j ha senso, se non si determina. Ad ogni modo, fosse pure stata j la provvidenza, essa non ha potuto governare la storia, Digitized by Googl L’UNITÀ, e I RAPPORTI NELLA STORIA. 117 che con la ragione e secondo la ragione ; onde la provvidenza è alla ragione subordinata ovvero con la ragione si confonde. 1 Di qui si fa manifesto ch’è l’idea il principio degli avve- nimenti e il fondamento de’ loro rapporti. Ma oltre a ciò è anche manifesto che la battaglia di Waterloo riassume e concentra in sò ed avviluppa sviluppandoli tutti gli av- venimenti anteriori della storia, precisamente perchè vi è un’idea ed un'idea sistematica della storia. E questo che di- ciamo di due avvenimenti storici, si applica viemaggior- mente a due momenti della storia , per esempio, alla storia greca e alla romana. La storia romana è ad un tempo uno sviluppamento ed un inviluppamento rapporto alla storia greca. In quanto sviluppamento, essa è più ricca e più con- creta della storia greca. In quanto inviluppamento, la storia greca deve trovarsi idealmente e perciò stesso anche mate- rialmente e realmente nella storia romana , ma trasformata e combinata con lo spirilo romano. Si crede comunemente che tra queste due storie non vi siano che punti di contatto estrin- seci e rapporti materiali. In vece i rapporti materiali nel tempo e nella natura tra la Grecia e Roma sono stati deter- minati da un rapporto ideale o dall’idea, e non sono che ma- nifestazioni di questa. Se vere sono le cose sin qui discorse e ragionate, se è vero, cioè, che la storia è un sistema, un intreccio di evo- luzioni e d’involuzioni, per cui nel presente si riproduce tutto il passato, noi possiamo trarne quest’ ultima dedu- zione. Un popolo o una nazione non può toccare un alto punto di civiltà senza assimilarsi lo spirito de’ tempi an- dati e delle altre nazioni, soprattutto delle nazioni storiche. 1 Perchè il passato deve rivivere nel presente. Nè questo è un fatto che dipende dal capriccio dell’ individuo, non l’ effetto di un accidente o di una volontà arbitraria, ma una necessità storica. Il passato è l'opera della ragione quanto il presente; ed il pre- sente non potrebb’ essere senza il passato. Onde il vecchio spi- . rito storico ha tanta ragione di lottare, quanta ne ha il nuovo. E la verità non sta nella sostituzione del nuovo al vecchio 1 Vedi il paragrafo seguente. Digitized by Google 118 LA STORIA È UN SISTEMA. spirito della storia, ma nella loro conciliazione, comunque forse la conciliazione non sia possibile nel primo momento, momento di lotta e di antagonismo. Questo vale anche a mo- strarci il dovere che noi abbiamo di studiare ed assimilarci il passato, e la necessità di coltivare quelli che sono stati chia- mati studi classici, e che niun altro studio, niun’altra educa- zione può rimpiazzare. Perchè solo questi studi sono alti a sollevare il nostro spirito nella sfera dell’ideale, solo essi pos- sono espanderlo in seno all' umanità intera, farlo vivere con tutti i suoi pensieri e nudrirlo di tutte le sue conquiste. Se non che bisogna ben porre mente a questo, che il passato deve ripetersi, ma trasformato dal presente, come un elemento integrante si, ma subordinato al presente. Onde l’artista, per esempio, deve aggiungere alla vita, allo spirito, agli elementi passati, la vita, lo spirito, gli elementi moderni. Già questa è una necessità obbiettiva, che s’impone all’arte; il perchè essa, trattando talvolta soggetti antichi, per quanti sforzi faccia per riprodurre i caratteri locali e propri, giammai non riproduce esattamente il passato, anzi non deve riprodurlo. E così il Ce- sare di Shakspeare è trasformato dallo spirito inglese. Per quanto Platone e Aristotele appartengono alla ragione, sono porti di noi stessi, e quindi noi dobbiamo ravvivarli, perpe- tuandoli in noi e trasmettendoli ai nostri posteri. Ma nello stesso tempo non dimentichiamo che Platone ed Aristotele non sono tutti noi, e che l’ ambiente nel quale ci muoviamo noi è più largo e contiene interessi, vedute e pensieri che essi non ebbero. III. LA DIALETTICA NELLA STORIA. Come abbiamo più sopra accennato, l’ essenza sistematica e lo sviluppo sistematico della storia suppongono ria dialet- tica, perchè è la dialettica, che, come penetra in tutte le parti deli' universo, deve anche penetrare nella jjuria , e, come fa e muove ogni essere, deve anche fare e muovere la storia. Di fatto l’essere e il movimento nelle cose non Digitized by Go■ forza, si sopprimerebbe l’individuo stesso in guanto vero* iqdiviiluo, \alu a .'liiyii ‘l1 iiuauto eii7ei sui^iariiT e razionale. { Egli è in ispecie nei momenti critici della vita nazionale che noi ci accorgiamo in modo quasi sensibile dell’esistenza di questa intima unità, che tutti ci pervade; ed è allora che ci sentiamo benanche maggiormente legati a questa vita comune. Perchè, se questo principio di unità è come la luce che c’illu- mina e ci guida, e in cui son fissi gli occhi della nazione, è na- turale, che quando tal principio è scosso, quando tal luce mi- naccia offuscarsi, noi accusiamo un’intima debolezza ed uno spossamento profondo. È una parte, e la parte migliore di noi medesimi, che sentiamo mancarci; è, cioè, questo spirito nel quale siamo è ci muoviamo, vivendo vita comune, e senza il quale, poiché non rimangono allora che l’interesse e il volere individuali, l’ organismo sociale non può sussistere o si discioglie. ITavvi adunque uno spirito nazionale. Ora, se vi è uno spintonazionide, esso non può es- sere che un’ idea. Di .fatto qWsio spinto nazionale,. per ciò che contiene, irfskviassume e, in qualche modo, trasforma i vari elementi della vita nazionale; per ciò che è uno jgiirito comune le universale, è un principio, una es^gnza puramente ^intelìi.- ' 'ITuì ? )T T vero, lo sentiamo ìiTiìol ffaquesto sentimento, dirò così, empirico, che noi ne abbiamo, n’è solo l’ombra ed un’immagine vaga e indistinta. Non vi ha che il pensiero, e il pensiero sistematico e speculativo ehe nns^a ^fferrarb^^ suìTcssere comihutg e concreto. E sÌM[ UL'Vt o's |i'ir ilòT Tinnii fc mteliTgTljneTconie dicevamo, non può essere che un'idea. Digitized by Google GENERALITÀ. 429 Se non che, quando diciamo che havvi lo spirito di una nazione, questa espressione contiene un concetto che trova un certo eco nella nostra mente; mentre così non accade quando diciamo che havvi un’ idea nazionale, o che l'idea di ciasche- duna nazione m particolare fe quella elicne fa lo spi^g fi1 pm lìronriamcnte, è Io spirito della pazjpflg. In altre parole, noi fino a un cìporsuaii ia ino come siavi c possa esservi, per esempio, uno spirito francese, e come la storia francese non sia che lo svolgimento successivo di questo spirito, ma non comprendiamo come la storia francese sia un’idea e lo svolgimento di questa idea. Ciò nondimeno è agevole il riconoscere che, se una nazione ha uno spirito proprio e speciale, ciò che costituisce appunto la nazione, e distingue una nazione da un'altra , questo spirito e l’idea fanno una sola e medesima cosa. Con ciò pgp si dice che o^jJdMèsjy^o. Quel che si vuol dire si è che vi dev’essere unnica della nazione, come vi è quella, per esempio, dell’ente organico; e quindi che l’ idea della na- zione è vm’idea sui generis, un'idea succiale . come speciali sono le idce dl luccr^ònunaìe o d’altro ente nualsi;;sj. lw.neliè tutte appartengono a un solo e medesimo sistemo. Di fatto la parola spirilo, com’ò stata adoperata nel linguaggio della scienza moderna, implica la natura concreta dell'ente spirituale con tutte le sue parti e ne’suoi vari rapporti; per la qual cosa, trat- tandosi dello spirito di una nazione, essa implica la natura. concreta della nazione ovvero quel complesso di nrinrinii e di elementi determinati, che informano e costituiscono questo [organismo, che chiamiamo nazione. Ora questo complesso, ‘questo tutto ordinalo e sistematico è la manifestazione di un’idea, o a meglio dire non è che una idea. Perchè è l’idea quella che sola può determinare la necessità delle varie parti, di cui un ente si compone, e la necessità de’ loro rapporti. Ep- però lo spirito nazionale è l'idea nazionale. Rappresentandoci la cosa in una forma familiare ed empirica, supponiamo che il pensiero di fondare una nazione sorga nella mente di un indi- viduo, come nella mente di un artista sorge il pensiero di fare un’opera d'arte. Questo pensiero dev’essere razionale o, ciò eh’ è lo stesso, dev’ essere un pensiero sistematico. 11 che si- Introduzione alla Filosofia della Storia. 9 Digitized by Google -130 LO SPIRITO NAZIONALE. gnifica che in questo pensiero devono esser compresi e ordi- nati secondo certe forme e certi rapporti tutti gii elementi che compongono una nazione; forme, rapporti ed elementi non arbitrari né fortuiti, ma fondati suila naiura delle cose e determinati da una necessità intrinseca. E ciucst^. .foj ipeto . è 1 idea della nazione ■ "Se' questaidea la chiamiamo spirito nazionale , mento? . parlando, per esempio, della piarfflH'RWHHW!!^^ della pianta, ma Videa della pianta; ciò accade perchè qui siamo in una sfera diversa da quella della pianta, e più di tutto perchè nell’idea nazionale includiamo il pensiero. Di fatto ciò che distingue un’iflea ^azionale. da un’altra idea. è aficyjoit» lo spirito, m quanto pyisie-r^ Lo che importa che nella sfera nazionale, muovendoci nello spirito della comunanza, siamo già nella sfera del pensiero, se non del pensiero scientifico e filosofico, almeno di un certo pensiero universale. L'idea na- zionale è un’idea nella quale già spunta la ^coscienza di sè, che comincia, cioè, ad essere e a pensarsi come idea; e per;, tanto la chiamiamo c assiamo chiamare siìtrtLQjiu^autih’. IL LO SPIRITO NAZIONALE È UN ENTE SISTEMATICO. Se la nazione ha anch’ essa il suo principio o la sua idea , se anch' essa è costituita secondo una certa idea, alla quale noi diamo il nome di spirito nazionale, la nazione deve contenere ciò eh’ è nella sua idea, in quella stessa guisa come l’orga- nismo contiene ciò eh’ è nell'idea dell’organismo. Ora l’ idea o lo spirito nazionale nel sistema universale delle idee è un' idea complessa e sistematica, perchè comprende vari .elementi; donde emerge che la nazione è un sistema, ma un sistema speciale , che occupa un posto , un punto determinato nel più vasto sistema dell’universo. E se dell’ uomo o dell' individuo ò stato detto eh’ è un microcosmo , ciò a miglior ragione può dirsi della nazione; anzi si può affermare che non vi è ente cui questo attributo si convenga meglio che alla nazione, ee- Digitized by Google LO SPIRITO NAZIONALE È UN ENTE SISTEMATICO. 131 eettuato il pensiero; mentre come la nazione e lo spirito na- zionale sono superiori all'individuo, così, e lo vedremo altrove,1 il pensiero, e parlo del pensiero assoluto, è superiore alla na- zione e allo spirito nazionale. In vero, quando noi pensiamo lo spirito, sia lo spirito in generale, sia lo spirito nazionale in particolare, crediamo primieramente che esso rifletta l’ intelligenza, o la parte intel- lettiva di un essere; che sia un ente che può vivere indipen- dentemente dalla natura, o che, se è collegato con essa, non lo è che in modo estrinseco e accidentale. Ma, rappresentan- doci lo spirito nazionale in siffatta guisa, come cioè separato dalla natura, noi lo mutiliamo, e cadiamo cosi in un’astrazione. Una nazione fugjji della natura non è possibile, perché la p,a- tura^oTmTm generale quello che si dicono condizioni fisiche e esterne, e aa una naz'onecio eh e il corpo allo spirito iLù- _jhgTTiduo. Lo^s'pirito nazionale .contiene come parte ime- j grame "la natura o, sono allra ferina, ncfl’ idea den^j^i^y. ! ■Comprésa T idea della natura , perché fuori deila i^atur^i u_ j 4qnza lA.ualura la nazione' è ffluo^ufrlto non potrebbero muoversi, svolgersi ed oumaro L ’ arte del hello . per esem^* w uiia creazione dell’individuo, ma una delle istituzioni nazionali ed una delie più alte forme del - l esistenza dello spirito nazionale, nel mentre ha per obbictto l’infinito, l’assoluto, l’idea, pure, perchè esista, ha bisogno della natura, e la presuppone; essa esige per la sua realizza- zione certe forme sensibili e naturali. Separate lo spirito dalla natura, la parte intèrna dall'esterna, è come se separaste le fondamenta da tutto le altre parti dell’edificio, ovvero l’anima dal corpo. Benché le fondamenta siano una parte dell'edificio, pure, arrestandosi alle fondamenta, lungi di avere l’edificio, si ha una semplice possibilità o un’astrazione. Similmente 1’ anima e il corpo in uno stato di scissura sono due possibi- lità, due astrazioni, perchè la loro. verità e perfezione stanno nella loro unità. E questa unità, che si compie mercè un prin- cipio determinato, è un termine superiore più concreto del- l’ anima e del corpo separatamente presi. Lo stesso dicasi della 1 Vedi Cop. quinto. Lo Spirito dell' umanità. Digitized by Goc 132 LO SPIRITO NAZIONALE. vita di una nazione. L’ idea di questa vita è un essere con- creto che contiene anche la natura, cioè, oltre lo spirito e la parte interna, anche l' esterna. Queste due parti si compene- trano invisibilmente cd intimamente. La compenetrazione di questo doppio elemento e il loro sviluppo determinato da va- rie cause, fra le quali la determinante è appunto l’idea, costi- tuiscono la storia di una nazione. Da questo punto di veduta della necessità della natura si può dire, che la natura non è meno essenziale nè meno di- vina dello spirito. E di fatto si pyò. chiamar divino tgitSt^ quello eh' è conforme alla raduno e in cui penetrala, ragigne., una scintilla, cioè, delia natura divina. Appena però fa biso- gnoTieordare che la natura è contenuta nell' idea o nello spi- rito di una nazione come un’ idea sta in un’ altra idea, non come cioè è in se stessa e al di fuori dello spirito nazionale, ma trasformata dall’essenza propria e dall’azione di questo. In somma lo spirito nazionale per essere uno spirito con- creto, deve abbracciare 1 1 iHFTe'T^f ITIIèllà vita nazionale. Ciò ì’Tte costituisco, per esempio,' To spiritò francese non è uno spirito che si muove nelle nuvole, ma è lo spirito che si muove entro quelle sfere onde la nazionalità francese si compone. E questa si è fra l’altro costituita in mezzo a certi elementi lo- cali, a certe circostanze esterne. Così fra le tante condizioni esterne noi possiamo, per esempio, noverare la capitale. È facile vedere quanto questo elemento sia essenziale; quanto la capitale, questo strumento materiale, sia necessario alle funzioni dello spirito nazionale e alla esistenza di una nazione. Imperocché la capitale è la sede centrale del pensiero nazionale, da cui questo si riversa su tutti i punti della circonferenza e gl' irradia. Gl’Inglesi, seguendo il costume dei Romani, la chia- mano la città per eccellenza. Senza una capitale il pensiero nazionale è sempre incerto, sempre fluttuante, perchè manca il punto in cui s’incarna, si attua e si realizza l’unità della nazione; manca il simbolo e il suggello del pensiero uno e comune onde la nazione dev’ essere ispirata. Lo ri- peto, adunque, una nazione è un’idea concreta, in cui sono compresi tanto l’ elemento intrinseco che l’ estrinseco. E si noti, questo vocabolo estrinseco non è il più esatto, pcr- Dìgitized by Google LO SPIRITO NAZIONALE È UN ENTE SISTEMATICO. 133 che l’estrinseco s’ identifica talmente con l’intrinseco, con la vita, cioè, e con gl’ interessi della nazione, da divenire esso stesso intrinseco. Per la quale cosa bisogna dire che l’in- trinseco e l’ estrinseco si compenetrano in quest’ unità concreta eh’ è la nazione. zioni, di cui una nazione si compone e che sono contenuti nello spirito nazionale. Nè mi fermerò a descriverle e a defi- nirle, perchè questo costituisce l’ obbictto della Filosofìa dello Spinto e più particolarmente della Filosofia del Diritto. Di fatto f obbietto proprio e speciale di questo ramo della scienza con- siste nel delineare le vario sfere dell’organismo sociale, nel se- guirne lo sviluppo ideale, radice e fondamento del loro svi- luppo nel campo dell’esistenza, e, determinando la natura propria di ciascuna, nel definirne per ciò stesso i limiti e i rapporti reciproci. Tale è, per esempio, lo scopo che Piatone si è prefisso nella sua Repubblica. Egli vuol descrivere f idea dell’organismo sociale e tracciare le varie parti di questa idea; e pertanto il suo libro, come in altro luogo avemmo occasione di notarlo,1 non costituisce una filosofia della storia. Che se, rinchiudendoci ne’ limiti del nostro compito, non dobbiamo determinare la natura delle varie sfere sociali, è però d'altra parte necessario mostrare come queste -varie sfere sviluppandosi si vanno l’ una nell' altra avvolgendo sì che riproducano la forma assoluta del sistema e costituiscano nel loro insieme un sistema. A tale uopo basterà portare sol- tanto la nostra attenzione sopra alcune delle sfere sociali, come, per esempio, l’individuo, la famiglia e lo Stato. Ora a prima giunta è dato vedere che T ente sociale in queste tre forme di esistenza, in questi tre momenti non esi- * Vedi Cap. primo, III. Se la storia è scienza nuova. Ma oltre la.natnra, lo spirito nazionale^ co me. or ora ln^c- cennava, contiene e riassumeTiTseTe 'vario sfere (klla.spiiit Stato. Ecco perchè l’individuo c la lamigìia, se da un lato sSiio ìnomenti necessari, sono da un altro subordinati alla vita dello Stato. Che i fini dello Stato e quelli dell' individuo e della famiglia vadan d'accordo, e vi sarà armonia; benché un accordo continuo, perenne e perfetto sia impossibile, appunto perchè vi è la dialettica. Ma quando l'accordo vien meno, nasce il dissidio, l’antagonismo, la lotta, e allora i fini del- 1" individuo e della famiglia sono subordinati a quelli dello Stato. E di qui apparisce inoltre quanto vadano errati coloro i quali oggidì pretendono che il bene e la felicità dell'indivi- duo debbano esser posti ai di sopra del bene e della felicità dello Stato. Innanzi tutto il bene e la felicità sono parole che biso- gnerebbe determinare. Ad ogni modo, l' individuo non può che Digitized by Google LO STATO RAPPRESENTA LO SPIRITO NAZIONALE. 137 partecipare al bene del tutto; e se il tutto non è atto a generare c spandere il bene, l’individuo non avrà dove attingerne, la fonte comune, donde il bene scaturisce e può solo scaturire, es- sendo isterilita. Ma poi, anche ammettendo cho l' obbielto della vita sociale sia la felicità, come volgarmente viene intesa, questa è la felicità non dell’ individuo, ma del tutto che si riassume e si concentra nello Stato. Lo Stato è la^agione del- l ente sociale, ed è esso ||te, d ij4jibuis^.ausì^[n^^ì^j|j , a^lìiscuria "sfera sociale quella parte dì felicità cui ha di- J^T^con^Tla^i nimTa ^Jehiatura ; e cosi lordine, la propor - zfctì^^èTo''Sfaìg'y ’nffghhp puT fll'lilll'IU li 11 [dii aflo" ^'presentante 'OeTfó^^mito ™ dd: riiTea ~nnzrtfòfiT^ *3Tré* clic una nazione non entra nella storia die per 'Io " TIimT"t mr,ri 1 Udih'So ai'claflW'^Kie le nazTmTTjrmano l'obbietto pro- prio e speciale della filosofia della storia , sorge il bisogno di sapere per qual lato e sotto quale aspetto una nazione entra nella storia. Si potrebbe dire che la nazione intera entro nella storia, perchè la nazione è un tutto che non si può scomporre. E ciò è vero. Ma primieramente, considerando la cosa in que- sta guisa, non si vede, come le nazioni unite e combinate fra loro possano costituire la storia con le sue varietà e le sue differenze. Inoltre, dire che la nazione intera entra nella sto- ria, significa che essa non vi entra sparpagliata, frammentiz- zata ne’ vari elementi di cui si compone, ma inquanto questi vari elementi costituiscono un insieme, un organismo, e si 1 Vedi Cap. ottavo, IV. Delle origini proprie della storia. F). La forma politica. 1 Vedi Hegel , op. cit., pag. 47 e seguenti , e pag. CO. Digitized by Google 140 LO SPIRITO NAZIONALE. riassumono tutti in un principio di unità. Cioè chiaro, perchè, per esempio, l'individuo e la famiglia non entrano diretta- mente nella storia, ma solo, a dir così, in quanto atomi che si trovano fusi nell'unità nazionale. Se dunque una nazione non può penetrare nella storia che in quanto totalità, in quanto unità complessa e sistematica e, in altre parole, in quanto unificata nello spirito nazionale; e se oltre il Governo o lo Stato non havvi altro principio , altra sfera della vita sociale che possa rappresentare questa unità e questo spirito — lo rappresenta più o meno, ma lo rappresenta — è evidente eh’ è per lo Stato che una nazione entra nella storia. Seguendo il moto della storia ed esaminandone gli avve- nimenti più importanti, questa verità ci spiega il perchè un bisogno, un’idea, uno spirito nuovo, per quanto vero pro- fondo e razionale sia , fino a che non è divenuto un bisogno, un'idea nazionale, e fino a che non si è incarnato nella na- zione, è un bisogno impotente, inefficace, senza vitalità, ed è come un seme che rimane infecondo ed isterilisce per man- canza di un suolo atto a riceverlo e a farlo sviluppare. Affinchè l'idea divenga nazionale, bisogna che sia ammessa dalla na- zione ed ammessa sotto una forma determinata. Ed in altre parole, perchè essa abbia una vita reale ed efficace e pene- tri tutta la nazione, dev'essere riconosciuta dallo Stato ed in- carnarsi nello Stato, Similmente un movimento staffe può partire dall' individuo, anzi Te" piu* volt e, se non sempre, parte dall’individuo, od è la mlnoranz'a clic provoca le rivoluzióni nella storia. Ma perchè il nuovo spirilo eh' esso porla in seno, da vago ed astratto qual'è, diventi concreto e determinato, bisogna che raggiunga le alte sfere sociali, ed, in una parola, bisogna che- rugghiarla' sfera ove si muove lo Stato, appunto perchè lo Stato — non importa , lo ripetiamo, quale sia la sua forma politica — è il più alto rappresentante ed il rappresen- tante uno e indivisibile dello spirilo di una nazione. A meglio chiarire questo punto facciamo uso di qualche esempio. Nella sfera chimica supponiamo due corpi , un al- cali e un acido, i quali sono l'uno in presenza dell’altro. Finché l'alcali e l’acido non si mescolano, la funzione, la sfera, l'idea chimica è una semplice possibilità: l’idea è nel LO STATO RAPPRESENTA LO SPIRITO NAZIONALE. 141 momento della sua possibilità, ma non è l’idea vera, concreta e realizzata. Questo esempio si può applicare ad altri fatti. Il vero generale c il vero esercito non sono tali che sul campo di- battaglia, perchè l’esercito e il generale son fatti per com- battere e, solo combattendo, attuano l’ idea che rappresentano. Prima di attuare l’idea possono ben essere e sono elementi possibili dell' idea, ma non sono l’ idea concreta. Ora lo stesso accade nella società. Un’idea sorge in una nazione: finché questa idea non è riconosciuta ed accettata dallo Stato; finché non si è incarnata nello Stato, essa non passa nella storia, non è un'idea storica, manca cioè di quel carattere determi- nante che fa di essa un principio vero, reale e concreto, e che le dà la pienezza della sua natura. Questo è un criterio storico assoluto, a tal segno che, se non si ammette che un’idea, per raggiungere la sua esistenza vera e concreta, deve incarnarsi nello Stato, non si spiega il movimento della storia, nò il perchè vi siano nazioni storiche e nazioni non storiche. |V Ji In vero le nazioni storiche son quello nrecisamente nelle / luali s^cannUo_s]2jri^ ^erjanto_esse jhanno P  binino pTff'vi'ìt' detto, elio obbietto della filosofia della storia sono i vari spiriti nazionali. 1 Perchè, guardandolo in sif- fatta guisa, si può scorgere come io spirilo nazionale sia un certo principio specifico e. differenziale, che la di una.Jiazioue' e essa è, distinguendola da ogni altra  Se tanti sono i cambiamenti eie variazioni, cui il diritto soggiace, quante le sfere nelle quali campeggia e si realizza, è lecito concluderne che il diritto delle nazioni, o più esat- tamente, il diritto, in quanto applicato alle nazioni storiche e iniziatrici, è un diritto sui generis, fondato sulla loro costi- tuzione, un diritto speciale e proprio, e che le altre nazioni non hanno. L’iniziativa, il governo che spelta ad alcune nazioni non è un fatto accidentale bella storia , ma un fatto permanente e necessario. Perocché, come vi debbono essere uomini che insegnano e uomini che ricevono l' insegnamento; uomini che governano e uomini che sono governati; così in questa sf^i della storia vi debbono essere nazioni che co- mandano rdib difendono e tutelano gl’ interessi dell’umanità, e nazioni che s£p comandate. Se questo governo e questa tu- tela sono una necessità, è una necessità benanche che le nazioni che debbono governare abbiano un diritto speciale. E Digitized by Google IL DIRITTO DELLE NAZIONI. Itì5 bisogna aggiungere che questo diritto delle nazioni è assoluto, in questo senso, che al di sopra di esso non vi è che il pen- siero assoluto. Ma andrò più innanzi e dirò che i diritti di una stessa nazione variano secondo i tempi e le circostanze, secondo il suo stato e la sua posizione in rapporto alle altre nazioni. Cosi quando, per esempio, si tratta di una nazione la cui esistenza è minacciata, essa ha diritti da esercitare, che non le compe- tono ne’ momenti ordinari e normali. Similmente una nazione, che vuol trasformarsi, ha diritti e doveri che in altri momenti della storia non può avere, perchè havvi un nuovo svolgi- mento dello spirito, havvi 1’ apparizione di una nuova idea. La rivoluzione francese ne porge un esempio luminoso. Allora la Francia aveva una grande missione da attuare, quella di rifare se stessa e, rifacendo se stessa, rifare e ringiovanire l’ umanità : ecco ciò che diede e dà a quel fatto si grande im- portanza. Allora vi erano diritti di quel momento, diritti che possono in varie guise riprodursi presso i vari popoli in alcuni momenti della loro storia. E così quando sorge una nuova idea, la quale promette ringiovanire l'umanità, essa trae seco il diritto di adoperare quei mezzi che sono più acconci per trionfare degli ostacoli e della resistenza che le vecchie idee le oppongono. Ma il più importante si è che questo diritto spiega anche la conquista. Il diritto e la forza, si dice, son due cose distin- te, perchè non vi può essere tra essi unione o accordo di sorta, e sarebbe falsare e corrompere l’idea del diritto con- nettendola a quella di forza. Ciò non è vero. 11 diritto e la forza sono inseparabili, e l’ accidente non annulla la regola ; anzi si può dire che in generale il diritto non va mai dalla t /> t i -, forza disgiunto. Primieramente quando si parla di diritto, s'intende un di- ritto storico o sociale, che piglia la sua esistenza e trova la sua realizzazione nella vita sociale. Ora nella vita sociale havvi la forza; havvi la natura che penetra dovunque'; e la natura, jjsjgft l’esercizio della forza; perchè bisogna combatterla e trionfarne. Ma poi nell’idea stessa di diritto è compresa l’idea Sèlla sua attuazione. Un diritto, che non potesse essere 9t- *J:a> i y Digitized by Google 1(56 LO SPIRITO NAZIONALE. tuato, non sarebbe che un’astrazione. Così quando si dice che si è padre, solo perchè si ha la possibilità di divenirlo, si l cade in un’astrazione. Per esser padre bisogna riunire in sè tutte le condizioni che costituiscono il padre; bisogna, in al- 1 tre parole, aver realizzala l’ idea di paternità. Tutti possono i divenir padri, ma non tutti per ciò solo son padri. Similmente un guerriero non è tale realmente che pugnando, altrimenti non lo è che solo potenzialmente, mentre l’essenza vera del guer- riero sta nel pugnare. Alla stessa guisa un diritto non è tale se non in quanto può essere attuato e viene in effetti attuato. E cosi nell’idea del diritto di proprietà vi è non solo la possibi- lità di posseder per sè o per altri , ma vi è e deve esservi il possesso di fatto. E nel possesso sotto questa o quella forma havvi la forza; ed il possesso è uno degli aspetti della forza. Sop- primete questo elemento, e non vi sarà più proprietà, per- chè si avrà la possibilità del possesso, non il possesso. Anche l’ atto di comperare e di vendere è una delle forme della forza. L’interessante, ed anche, se si vuole, il diffìcile, è vedere la forma sotto la quale la forza si attua e si esplica; ma è certo che l’ attuazione di un diritto implica la forza. Ed ecco come bisogna intendere il diritto. Ebbene, la conquista è uno de’ diritti delle nazioni sto- 1 1 r Yrche e iniziatrici , e si può dire che sia anche un loro do- i f vere, in quanto l’esercizio di questo diritto non è solo utile alla nazione che lo esercita, ma è utile altresì all’umanità. La storia lo dimostra. Si dirà, chi è dunque che nelle cose umane decide? È forse la forza ovvero il diritto e la ragione? È ben certo che se si separano queste due cose, sarà il diritto che dovrà decidere. Fatto sta che esse nel corso della storia in generale non vanno mai separate, e non vanno mai separate, perchè non possono separarsi. Però parlando della forza noi non intendiamo la violenza , la . “ forza brutale; ma la forza intelligente e razionale; e non è a supporre che una grande nazione faccia uso di una forza cieca e selvaggia. Perchè cosa è la forza? Chi, dirò io, dà la forza alla forza? Chi l’ avviva e chi la sostiene ? È la ragione. Una nuova idea sorge nel mondo, e la storia ogni giorno ce ne fornisce esempio : questa nuova idea , questo nuovo spi- Digìtized by Google IL DIRITTO DELLE NAZIONI. 167 rito s’ impossessa di una nazione e ne sveglia le forze addor- mentate. È la ragione o l' idea che danno la forza e ne giusti- ficano f esercizio. La ragione filosofica vede come la forza è giustificata dal diritto, o per parlare più esattamente, come la forza è non solo f ausiliaria , ma f incarnazione stessa dei i diritto. Questa stessa ragione ci mette inoltre in grado d’ inten- dere la storia e di giudicare convenevolmente delle rivolu- zioni. Se si volessero giudicare gli atti di un governo rivolu- zionario con le regole ordinarie, facilmente vi si troverebbero lati, aspetti ingiustificabili. E non per tanto la ragione gli giustifica già di primo colpo : vien poi la storia e gli legittima, appunto perchè sono f esplicazione della ragione. Ciò che non è vero nè giustificabile in un momento della vita di una na- zione, lo è in un altro. E questi momenti si distinguono be- nissimo. Una rivoluzione oggi in Inghilterra sarebbe un fatto irrazionale, ma da ciò non segue che nonvisia stato maicaso in cui una rivoluzione colà non fosse un fatto razionale. La rivolu- zione ha il suo momento e perciò stesso il suo diritto, e, lo ri- peto, ciò che costituisce questo diritto è il nuovo spirito, la nuova idea che deve attuarsi. È così che accadde del Cristia- nesimo. Esso rovesciava il mondo antico, non solo nella sfera religiosa, ma anche nella sfera politica ; e ne avea ragione. II Cristianesimo non rese a Cesare quel eh’ era di Cesare, e non lo poteva, perchè non poteva separare la religione dalla politica. Le quali due cose, se è impossibile separare assoluta- mente ai tempi nostri, tanto più era impossibile a quei tempi, in cui il potere religioso e il civile erano stretta- mente uniti e connessi si da trovarsi concentrati sul capo di un solo. Il Cristianesimo era un idea non pure reli- giosa, ma politica e sociale, che avviluppò la società in- tera. Ebbene, perciò stesso, esso portava seco un diritto nuo- vo, pel quale restò giustificato tutto quanto fece ed operò. Vien dunque un momento in cui le rivoluzioni son necessarie e legittime. E similmente viene un momento in cui è per- messo mancare alla fede de' trattati, anzi si deve lacerarli. E questo è il diritto della storia, che si distingue dal diritto comune, dal civile e da tutte le altre sfere inferiori del di- //’ W „ -j /} ' * t *. f-4- V ' ’ LO SPIRITO NAZIONALE. m ritto, perchè la storiasi muove in altra sfera, in altre rela- zioni e quindi ha altri diritti. E da ultimo questo ci spiega anche il diritto de’ grandi uomini. Considerati questi in modo prosaico, e con la mi- sura che si applica agli uomini in generale, o essi non si di- stinguono da tutti gli altri, ovveramente essi sono coloro che hanuc^copculflato la legge, il diritto, la ragione. Ma questa è una misura jalsa. È il giudizio, dirò così, de' poveri di spi- rito, o, come-'dice Hegel, dei pedanti e dei maestri di scuola.1 Impipaci, ^èhtj re l’eroico fasore che l'idea suscita, e im- potenti'-a sollevarsi, tutto e tuhLattagliano e riducono alla loro streghi». Un grande uomo è nse appunto perchè rappre- senta lo'^HmfÌNth una nazlhnè. fcglibi i appropria quei diritti che alla nazione ajVptirtengono ;ie quindi ciò che giustifica gli atti di una nazione, giustifica esodio l'operare di un grande uomo. Si dirà forse che con ciò si sconvolgono i rapporti di morale. No : qui siamo in una sfera altra che la morale e superiore alla morale. Bisogna prima (essersi elevato e situato in questa sfera, ed operare in essa, per poter quindi rimaner giustificato della maniera in cui si opera. A quella guisa che ad una nazione non è permesso l'esercizio di certi diritti in tempi normali, nella stessa guisa non è permesso ad un uomo comune operare ciò eh’ è permesso ad un gronde uomo. Un grande uomo ha alte funzioni da compiere, che la volgare j degli uomini non hanno; nè perciò questi diritti superiori scuo- tono o sconvolgono i diritti Inferiori della società e i rapporti di moràlérTTciò, come già lo abbiamo osservato, viene dalla costituzione delle cose, dal sistema, perchè, la società es- sendo un sistema, havvi in una sfera ciò che non hawie non può e non deve esservi in un’ altra. Le parole — Excellens in arte non debet mori — sono un riflesso ed una espressione popolare del principio: vi sono sfere che creano diritti propri e speciali. 1 Vedi Hegel, op. cit., pag. 83. Digitized by IL SORGERE E IL CADERE DELLE NAZIONI. 169 VII. IL SORGERE E IL CADERE DELLE NAZIONI. Per riconoscere qual sia il principio del sorgere e del ca- dere delle nazioni, fa d’ uopo innanzi tutto vedere come le na- zioni si formano. Questa questione non dobbiamo considerarla dal punto di vista storico, ma anzitutto dal punto di vista speculativo o ideale. Mi spiego. Innanzi alla questione di sapere come, per esempio, la nazionalità greca siasi formata, qual’è il procedimento dello storico? Supponendo che le popolazioni orientali, sia fenicie, sia pelasgicbe, siano giunte nello stato immigratorio nella Grecia, l’abbiano primitivamente popolata e vi si siano quindi stabilite, lo storico ricerca l’epoca in cui questo fatto è ac- caduto; come i primi coloni si sono stabiliti; quali furono le loro prime istituzioni civili, politiche, religiose; e talora giunge sino a ricercare il rapporto di queste istituzioni con quelle di altri popoli. Questo è il punto di vista storico, ed è il procedimento analogo a quello che si segue dai filologi nella storia delle lingue per risalire ad una lingua primitiva e originaria. Ma , come nella questione delle lingue il nodo della questione non sta nel ritrovare il linguaggio primitivo parlato dagl’indiani o dagl’ Arii, ma nel determinare gli ele- menti fissi, invariabili, universali che costituiscono la na- tura intrinseca del linguaggio," similmente nella questione della formazione delle nazioni l’importante e l’essenziale non sta nel determinare i dati storici e cronologici delle . origini di una nazione. Imperocché, anche supponendo che si possa, dirò così, materialmente giungere ad accertare che furono i Pe- lasgi coloro che primi arrivarono e si stabilirono nella Grecia, e a fissarne l’epoca — il che per altro, fa d’ uopo dirlo, è ol- tremodo difficile — ciò non ostante rimane sempre una que- stione che domina tutte le altre, ed è di spiegare come e per- chè la nazionalità greca ha potuto formarsi, in virtù di qual principio questa nazione è sorta e si è svolta. Digilized by Google 170 LO SPIRITO NAZIONALE. 1 La determinazione di tal principio costituisce ciò che ho chiamato indagine speculativa o ideale. Risalendo a questo principio, si risale alla vera origine de’fatti storici, che non è la cronologica. Già si può in generale dire, che è molto dif- ficile e non di rado anzi impossibile determinare esattamente l'origine cronologica. Determinare invece l’idea di una nazione vale determinarne la vera storia, la storia reale. Senza ciò si avrà l’ estrinseco e non l’ intrinseco, il fatto e non la causa. Ora dal punto di vista speculativo dimandiamoci come le nazioni si formano e possono formarsi. Primieramente ricordiamo che altro è la razza e altro la nazione. I Normanni, questa razza nordica giunge in In- ghilterra e vi si stabilisce: da questo punto la razza nordica non è più la stessa, ma è trasformata. Ma perchè quella razza si trasforma, perchè quella materia in qualche modo indeter- minata si determina e diviene una nazione speciale? Vi sono, si dirà, influenze locali, che la modificano e fanno si che essa si trasformi. Ciò è tanto vero, che se gl'inglesi, o un altro popolo, fossero spostati dal loro suolo e trasportati, per esempio, in Italia, non sarebbero più quelli che sono. Gli elementi che creano questa influenza sono il clima e in gene- rale tutte le circostanze fisiche esterne, che son parti essen- ziali della vita di una nazione. Di modo che, secondo questo ragionamento, sarebbe la natura che, impadronendosi della razza, la modifica, la trasforma e ne crea una nazione spe- ciale. Anche ammettendo che le cose stiano così, se questa influenza locale non è accidentale ma costante e necessaria , essa è un’influenza ideale, e perciò stesso noi siamo già nella sfera dell’ idea. In vero questa è legge generale, che una razza, trasferitasi in una contrada determinata , ne riceva e subisca l’influenza propria e locale: niuna razza può sfuggire a questa legge ; epperò essa è un’ idea. Se non che attenendoci a questa concezione, avremmo un concetto inadequato del modo come le nazioni si formano. Noi abbiamo già dimostrato che, se la natura e le circostanze esterne sono elementi integranti della storia di una nazione, non ne sono però gli elementi determinanti. 1 Vi sono con- 1 Vedi Cap. secondo, I. Teorica di Montesquieu. Digitized by Google IL SORGERE E IL CADERE DELLE NAZIONI. 171 trade simili o analoghe alla Grecia , e non pertanto non vi si è svolto lo stesso moto storico. Inoltre una nazione spa- risce e la sua storia si estingue; eppure la natura e le cir- costanze esterne, fra le quali questa nazione e questa storia si svolsero, durano tuttavia e continuano od essere quali furono. Non vi ha dunque che un principio superiore alla natura che possa rendere ragione della formazione delle nazioni. E qui si potrebbe credere che la ragione ultima , che fa sorgere una nazione, sia il caso. Una nazione che si forma e che sorge , è una nazione che non è ancora : essa può esistere, anzi esiste virtualmente, ma non esiste attualmente. Ora poniamo che una colonia spinta per caso da una tempesta, siasi stabilita sulle spiagge della Grecia, e che colà da que- sto nucleo sia derivata una nazione. Supponendo cosi, facil- mente crederemo che il caso abbia la sua parte nel sorgi- mento di una nazione, o che in altri termini, il sorgimento, la formazione di una nazione sia un fatto fortuito. Ma il caso non può nulla spiegare. Quello che ci fa illusione è che in un fatto razionale e necessariOvVi è sempre o quasi sempre un elemento accidentale, che vela *T elemento razionale e neces- sario. Per esempio, in un governo nWfrarchico la somma delle cose è più o meno concentrata nel monarca : questo è il mo- mento, l'aspetto necessario è razionale: bisogna che vi sia un monarca. Che poi sia tale individuo piuttosto che tal' altro il monarca, è questo un elemento, un fatto accidentale. Simil- mente, data la forma democratica, è necessario che vi sia un capo o, come chiamasi, un presidente ; ma è accidentale che il presidente sia questi o quegli. Ovunque nelle cose noi ve- dremo a rincontro dell’ elemento necessario porsi un elemento accidentale, e ciò, lasciando da banda altre ragioni, perchè ovunque penetra la natura , penetra con essa l’ accidente. E cosi nel fatto di una colonia, che giunge fortuitamente in un luogo, vi si stabilisce e vi svolge un periodo storico, bisogna distinguere l’elemento razionale dall’accidentale. Accidentale può essere il fatto di giungere, voglio dire, del come e del quando, benché anche in ciò l'accidente non possa interve- nire che contro certi limiti. Ma può esser poi accidentale il fatto della colonia che si stabilisce e comincia ad organizzarsi, fosse Digitized by Google LO- SPIRITO NAZIONALE. 172 anche per opera di un individuo, di un fondatore? Se così fosse, la storia non sarebbe che una serie di accidenti, perchè le nazioni più o meno hanno tutte avuto un’origine di simil fatta. Ma non può essere accidentale, perchè quel fatto ha dovuto compiersi in conformila di certe leggi; leggi che sono appunto idee. Il pensiero del fondatore potrà ignorarle : questa ignoranza subbiettiva non deve imporci. Così si suol dire che il primo che ha fatto uso della parola è stato istruito da Dio. Qui la parola Dio significa o il capriccio o il caso fortuito. Ma non si vede che vi sono leggi del linguaggio, mentre il linguag- gio suppone certi organi determinati, il pensiero, la regola del pensiero e via dicendo; e, in altri termini, non si vede che havvi un’idea del linguaggio. Onde, anche supponendo que- sta facoltà essere stata concessa da Dio, bisogna ammettere che non lo è stata se non conformemente all'idea, e che colui che primo parlò non fece che incarnare nella sua prima pa- rola, benché inconsciamente, l'idea del linguaggio. Ebbene, dicasi lo stesso del fondatore. Egli fonda una nazione: la sua ambizione, il suo interesse, le sue mire individuali non pos- sono, come si vorrebbe, render ragione della creazione di uno Stato nè cangiano la natura delle cose , secondo la quale l’or- ganizzazione di una nazione non può accadere al di fuori di certe leggi e di certi principii. Di qui già apparisce che non è il caso che fa sorgere una nazione, ma è l’idea. Ma di questa verità ci persuaderemo meglio, considerando la supposta colonia non più nel suo embrione , nel suo stato rudimentario, ma nello stato di sviluppo e di pienezza sto- rica. Riconosceremo allora eh’ essa è stata chiamata a rappre- sentare una parte, a raggiungere uno scopo nella storia e a svolgere un principio , un pensiero storico. E questo elemento non può essere accidentale, ma razionale e necessario. Que- sto pensiero storico, si dirà, è imposto dalia provvidenza o dal pensiero divino a questa colonia, ed essa, inconsapevol- mente, come il fanciullo inconsciente delie leggi di sua natura, diviene uno strumento per realizzare i fini provviden- ziali. Sia pure: ad ogni modo bisogna ammettere questo pen- siero che opera sullo spirito della supposta colonia, e che si sviluppa e si attua nella sua storia. Digìtized by Google IL SORGERE E IL CADERE DELLE NAZIONI. 173 Ed ecco ciò che rende ragione del sorgere e del cadere delle nazioni. È la presenza di questo pensiero storico che ne spiega il sorgere, siccome dall’altro lato è il suo allontana- mento che ne spiega la decadenza. Ma se è vero che questo pensiero storico è l’idea o lo -pirito nazionale, noi dobbiamo dire che soltanto resistenza dello spirito nazionale può somministrarci, almeno per ora, 1 il criterio determinante del sorgere e del cadere delle nazioni, e che, per parlare con più precisione, è lo spirito nazionale quello che fa e disfa la nazione, o, se si vuole, fa e disfa se stesso, e, facendo e disfacendo se stesso, fa e disfa tutte le parti dell’organismo sociale. E primieramente dev’ esser chiaro eh’ è lo spirito nazio- nale che fa per così dire sè stesso. Perchè noi già sappiamo , eh’ esso è il principio determinante dell’organismo sociale. Onde tale sarà lo spirito e tale sarà la nazione che n’è ani- mata. Quando questo spirito sorge, la natura stessa si tra- sforma, e come una nuova natura sorge con esso. Con esso si risvegliano l’industria, il commercio, le arti e la scien- za. Epperò, se si dice che la grandezza di Roma fu fatta dalla organizzazione e dalla potenza militare, questa è una delle ragioni, ma non è la determinante. Perchè questa orga- nizzazione militare chi è che l'ha fatta? Essa è un effetto e un risultato. Si dirà che l'ha fatta la sapienza romana. La sa- pienza romana sta nello spirito romano. Lo stesso dicasi dell’ arte di governare del Senato romano , ch’ò pure uno degli elementi, una delle fonti della grandezza di Roma; an- ch’essa è un prodotto della sapienza romana, e quindi dello spirito romano. Prendete in effetti due nazioni e date loro le stesse istituzioni e le stesse forme politiche. Ciò non ostante l’ uua non raggiungerà lo stesso grado di potenza che l’altra, perchè non havvi lo stesso pensiero, lo stesso spirito che anima queste istituzioni. Niun dubbio adunque che lo spirito nazionale fa se stesso. 1 Almeno per ora , perchè poi più oltre, nel capitolo seguente, si ve- drà eh’ è in Tondo lo spirito dell’ umanità che somministra il criterio deter- minante del sorgere e del cadere delle nazioni. Il che per altro è già ac- cennato alla fine di questo stesso paragrafo. Digitized by Google 174 LO SPIRITO NAZIONALE. Ma dico inoltre che lo spirito nazionale, per buona o mala ventura non so, disfa anche se stesso. Ed in vero lo spirito nazionale, e la realizzazione piena e compiuta di questo spirito, è lo scopo e il fine supremo e a dir cosi assoluto della nazione, al quale il pensiero di ogni individuo deve mirare. Perchè è questo spirito che, sorgendo, s’impadronisce della nazione intera, non solo cioè della parte intellettiva, ma an- che della natura, e v’infonde la vita e vi suscita l’attività, e stabilisce così un rapporto immediato tra l’individuo e se stesso, pel quale l’individuo si appropria questo spirito e si sente vivere in esso. Ed è questo impulso , per dirla di passaggio, che genera l’amor patrio. L’amor patrio non è un’astrazione, non è un amore che non abbia un obbielto reale; ma è questo spirito che diviene obbietto a se stesso, e che si contempla come un’esistenza obbiettiva. Onde l’amor patrio è l’amore pel paese intero. Ora quando quello scopo e quel fine sono raggiunti, quando, in altre parole, lo spirito nazionale si è realizzato, ogni attività finisce; la vita della nazione può ancora durare, ma essa non è più che una vita abitudinaria, come Hegel la chiama, un'esistenza cioè tutta formale e quasi automatica , in cui non circola più nè rifulge il fuoco sostanziale dello spirito. 1 E questo è il punto che se- gna la decadenza di una nazione. Per decadere non è essen- ziale eh' essa scomparisca: una nazione decade quando, dopo aver sviluppata tutta la sua potenzialità, si arresta soddisfatta di sè, delle sue conquiste, de’ suoi trionfi e non più si muove nè sente più la spinta a muoversi e ad operare, appunto per- chè lo spirito si è esaurito. Il che spiega, come già lo dice- vamo, che mentre la nazione conserva le stesse istituzioni, lo stesso territorio e forse pure la stessa potenza materiale, non pertanto essa cade e si dissolve. Quando l’idea storica si è attuata e si è esaurita, noi vediamo che le stesse istituzioni e le stesse leggi, che hanno fatto altra volta la grandezza, la moralità della nazione, non hanno più la medesima efficacia ed influenza, non trovano più eco nella coscienza nazionale. 1 Hegel con tu sua rara semplicità e naturalezza paragona questo genero di vita ad un orjuolo che caricato va da sè. — Die Uhr ist aufgezogca urul qeht von telbsl fori. — Vedi op. cit. pag. 92. Digitized by Google IL SORGERE E IL CADERE DELLE NAZIONI. 175 Taluno intanto potrebbe obbiettarci: altrove non riscon- triamo lo stesso fatto; non riscontriamo altrove questo sor- gere e cadere, questa presenza e questa disparizione di spiriti e d'idee. Di fatto, mentre nella sfera della storia l'idea va sempre trasformandosi, nella sfera della natura, per esempio, l’idea e gli elementi dell’idea sono invece sempre gli stessi. * Ciò che può renderci ragione di questa diversità è la na- tura specifica della sfera della storia. Se anche nei limiti della natura l’idea esiste diversamente nel minerale e nella pianta, è affatto razionale che nella sfera della storia essa esista di- versamente che nella sfera della natura. Noi diciamo che vi ò una storia ideale o, ciò che torna lo stesso, che vi è un’idea della storia, perchè la storia è fondata sopra principii, sopra idee, e quindi, conside- rata nel suo insieme, essa deve avere la sua idea. Ma se ammettiamo che vi è un’idea della storia, e che questa è un’idea speciale, un’idea che, mentre da un lato si distingue da ogni altra idea, deve dall’altro essere con tutte in rap- porto, noi dobbiamo ammettere, che la storia occupa nel tutto una sfera, un campo proprio e distinto. Ed in ciò del resto l’idea della storia corrisponde ad ogni altra idea. Avvegnaché ogni idea occupi la sua sfera speciale, eh' è ad un tempo in rapporto con le altre sfere, appunto perchè è una parte del tutto. Ora quando si dice che un ente qualunque occupa una sfera propria e determinata , noi vogliamo e dobbiamo signi- ficare, che in questa sfera le cose non sono nè possono es- sere quali in altra sfera. Perchè a quella guisa come nell’ente organico le cose, gli elementi, cioè, la materia e le varie sue determinazioni esistono in un modo che non esistono così che in questa sfera soltanto; nella stessa guisa l’uni- verso intero, per così dire — mentre la storia quasi com- pendia in sè l’universo — deve esistere e muoversi nella sfera della storia in un modo speciale, in un modo diverso da quello ch’è e $i muove nelle altre sfere. Anche se ci rappresentiamo la storia sotto una forma popolare ed exoterica, e diciamo che la storia ha la sua radice nella mente di Dio — ed è così che se 1 Vedi la noia a pag. 109. Digitized by Googte 176 LO SPIRITO NAZIONALE. la rappresenta Vico, o almeno è così che espone il suo con- cetto—noi arriveremo allo stesso risultato. Perchè, secondo questo modo di concepire, Dio penserebbe la storia, e questo pensiero costituirebbe l’ essenza della medesima , e gli eventi suoi si svolgerebbero , o meglio sarebbero generati secondo questo pensiero. Ebbene , è chiaro che questo pensiero della storia non può essere fortuito e capriccioso, ma razionale e sistematico. E pensare razionalmente e sistematicamente la storia vuol dire riporre nella storia tutti gli elementi e tutte le sfere inferiori dell’universo, ma modificandole secondo la natura propria della storia, e combinandole con essa. E però tutto, esseri inanimati e animati, esseri irragionevoli e ragio- nevoli, tutto si ritrova nella storia, ma vi si ritrova trasfor- mato dalla natura della storia. E noi stessi, noi individui siamo nella storia diversamente da quel che siamo nella no- stra sfera individuale. Dal momento che io entro nella sto- ria , che divengo , a dir così, individuo storico, io entro in un campo ove dominano altri principii, altri interessi, altre tendenze, che s’impadroniscono di me, de’miei interessi in- dividuali, domestici ed anche civili, li trasformano e ne fanno strumento — strumento non cieco, perchè siamo in una sfera razionale — ma strumento e mezzi subordinati a più alti fini. Adunque nella sfera della storia, essendo una sfera partico- lare, l’idea deve muoversi conformemente alla natura di que- sta sfera. Ora nella sfera della storia havvi lo spirito. Lo spi- rito è attività, ed esso deve continuamente svolgersi ed ele- varsi cosi alla piena realizzazione della sua potenzialità. Ma il muoversi della storia fa il ringiovanimento dello spi- rito e questo rinnovarsi” eterno e perenne dello spirito non sarebbe possibile senza l’avvicendarsi di nazioni che sor- gono e di altre che cadono. Sembrerebbe a prima vista che questo moto dell’idea storica la mettesse in un grado inferiore a quello della natura, perchè, mentre la natura è immobile ed immutabile, l'idea storica invece si mostrerebbe come limitata dallo spazio e dal tempo, e la sua azione ed influenza come finite e passeggiere. Riflettendovi però, si scorge che appunto il contrario è ciò eh’ è vero. Perchè pri- Digitized by Google IL SORGERE E IL CADERE DELLE NAZIONI. 177 interamente il moto e il rinnovarsi costituiscono una supe- riorità, una perfezione sull'immobilità. Inoltre quando di- ciamo che Videa si esaurisce c passa, lo diciamo in un certo senso. Essa passa per una nazione, ma non passa per l'uma- nità. Di fatto, se la storia è una trama, ove i momenti pre- cedenti s’intrecciano e s’innestano ne’ susseguenti, è chiaro che nulla perisce nè può perire in essa; ma come il punto è compreso nella linea, e il punto e la linea son compresi nel piano, così una storio che passa e il materiale che ha pro- dotto debbono ritrovarsi nella storia di un altro popolo o in quella dell’umanità. Da ultimo nella natura tutto è separato e diviso, o, se tutto è in rapporto, manca però la coscienza di questo rapporto: il sole è nella terra, ma non sente di esserci. Invece per questo moto proprio alla storia la pienezza e la perfezione della vita storica viene dalla nostra vita stessa e da quella degli altri popoli che ci han preceduti, che noi ci assimiliamo e facciam nostra. E questo ci mena a concludere che le considerazioni che precedono, mentre mostrano che lo spirito nazionale, come fa, di- sfa anche la nazione, da un altro lato poi appariscono come fon- date su di una dimostrazione più profonda e assoluta. Imperoc- ché è vero che, se una nazione si disfa, ciò accade perchè l’ idea storica, lo spirito nazionale è uno spirito limitato. Ma questa limi- tazione o questa negazione ha radici profonde nella costituzione intima delle cose e nella logica assoluta. In quella maniera, in vero, che l’essere non può stare senza una determinazione opposta; in quella maniera che in altra sfera il moto non può stare senza la compenetrazione e l'urlo di due forze contra- rie; o in quella maniera che la vita non può andare senza la morte — perchè il germe della morte, di cui noi soventi par- liamo, è la necessità ideale, l’idea della morte, connessa e compenetrata con quella della vita, onde si può dire che noi nascendo muoriamo — nella maniera stessa avviene per una nazione. Nella vita medesima di una nazione trovasi il germe della sua morte. La limitazione di una nazione non è estrinseca ma intrinseca, non è fuori ma è nella nazione stessa. E per volerlo anticipatamente accennare, la limita- zione implica che una nazione porta in sè lo spirito del mondo, Introduzione alla Filosofia della Storia. 1- Digitized by Google 178 LO SPIRITO NAZIONALE. l'assoluto, e si sforza ad attuarlo, ma non lo può. Di maniera t hè quando lo spirito nazionale ha esplicato tutta la sua po- tenza, la nazione deve necessariamente disparire dal teatro della storia e lasciare il posto ad un’altra. Non è vero che siano le cause esterne che fanno il decadimento di una nazione. La causa determinante ò il verme interno che la rode; è questa lotta, questa scissura interiore dello spirito finito con l’as- soluto che ne logora le forze e l’abbassa e la scompone. Tale è la dialettica delle nazioni, ed è il principio stesso che ad un tempo le eleva e le degrada ed annienta. ' Vili. . IL PROBLEMA DELLE NAZIONALITÀ. La limitazione dello spirito nazionale fa sì che, quando esso ha prodotto e sviluppato tutto quanto era nella sua po- tenzialità di produrre e sviluppare, si esaurisce e si dissolve, e si dissolvono con esso tutti gli elementi dell’organismo na- zionale: noi diciamo, che la nazione decade. Quest è il punto che abbiamo poc'anzi dimostrato. A questo punto viene in- timamente a collegarsi il problema delle nazionalità; problema che agita in questo momento c preoccupa il pensiero del- l'Europa. Cosa significa, e come è oggi posto questo problema delle nazionalità? Coloro che propugnano la teoria delle nazionalità si rap- presentano e debbono rappresentarsi il problema a questa guisa. Primieramente il concetto di nazionalità deve nella storia dominare ogni altro concetto, e quindi lo scopo su- premo dell'uomo di Stato e del politico dev'essere la conser- vazione della nazionalità. Ma vi ha di più. Le nazioni non muoiono nè possono morire: esse sono eterne. Possono bensì decadere, ma questo decadimento non è più che transitorio, onde vi ha da essere un tempo in cui le nazionalità de- cadute dovranno risorgere- Bisogna adunque con ogni mezzo ' Vedi il Cap. seguente — Lo spirilo dell' umanità. Digitized by Google IL PROBLEMA BELLE NAZIONALITÀ. 479 restaurare, ricostruire le nazionalità decadute ed affrettarne il risorgimento. Tale la posizione di questo problema, che, per così dire, costituisce uno de’ dorami, e quasi un articolo di fede de' tempi nostri. Le considerazioni e gli argomenti che possono aver con- dotto a questo concetto sono parte storici e parte speculativi. Uno degli argomenti storici è questo, che oggi nelle società moderne vi sono strumenti che presso le antiche non esi- gevano, quali la stampa, il vapore, il telegrafo. Questi stru- menti fan sì che la vita possa circolare da una nazione al- ialtra, e che i popoli possano facilmente scambiarsi i loro pensieri, e comunicarsi le loro forze e la loro energia. Per tal modo una giovane nazione può inoculare e trasfondere una nuova vita in una nazione vecchia ed esausta. Un argomento poi, che chiamerò speculativo, può esser tratto dalla teorica del progresso. Perchè questo risorgimento delle nazionalità decadute può esser considerato come un progresso nella storia. Le antiche nazioni decaddero appunto perchè mancavano di quei mezzi che vivificano e rinnuovano la vita delle nazioni moderne. — - Tali sono in breve gli argomenti più salienti che conducono alla teoria delle nazionalità. Ebbene, questo problema, coin è posto, per noi che dob- biamo esaminarlo non da politici ma da filosofi, e facendo per dipiù astrazione da certe false credenze prevalenti, non può aver la forza d' interessarci in suo favore, e ancor meno poi di svegliare il nostro entusiasmo. Prima di tutto occorre notare che questa teoria o è un domina, e un domina cui si accorda un valore assoluto, che perciò stesso s’intende doversi applicare ad ogni popolo; ov- vero non è una teoria, ed il risorgimento di un popolo non sarebbe che un accidente nella storia. Bisogna credere che nella mente de’ suoi sostenitori essa abbia un senso e un va- lore assoluto. Ora, porre per principio che ogni popolo, che una nazione qualunque possa e debba risorgere, è quanto vi ha di più contrario alla storia e al progresso. Imperocché , se è vero dire che una grande nazione, una nazione storica è potente impulso, vigoroso strumento di progresso, e che, uè' limiti della sua vita, essa realizza e attua il progresso; è Digitized by Google -180 1.0 SPiniTO NAZIONALE. altrettanto vero il dire che quando questa nazione ha svilup- pato il contenuto della sua vita, ed ha raggiunto quello scopo che era il portato del suo intimo vigore e de’ suoi essenziali elementi, essa cessa di essere uno strumento e diviene invece un ostacolo al progresso. Guardiamo la Grecia e i suoi grandi e potenti strumenti di civiltà e di progresso. Egli è chiaro che un momento arriva in cui, se un'altra nozione non l’avesse sostituita, l’ umanità non avrebbe più progredito, perchè la Grecia era divenuta esausta , impotente. Il che mostra che la storia e il progresso non s’ avvantaggiano di una nazione decaduta. Una nazione non esiste istericamente, non è un membro vivo della storia se non in quanto muove l' umanità e con questa si muove. E quando essa ha prodotto quel che poteva produrre, può continuare ad esistere, ma non esiste più come nazione storica , e in tal senso non ha più ragione di essere. Di qui apparisce che al di sopra del problema, com’ò posto, ve ne ha un altro che lo domina e ch’è il problema , stesso della storia. Si dice: una nazione decaduta può e deve risorgere. Ma questo risorgimento ha un significato storico o non ha verun significato? Cosa vien’esso mai ad aggiungere nella storia? Farà esso spuntare una nuova aurora per Io spirito? Affermerà una nuova idea, un nuovo pensiero nella storia? Perchè di fatto che cosa è risorgere? Continuare a vivere non è risorgere. E un popolo che ha già occupato un alto posto nella storia e che, caduto, con- tinua a vivere, non risorge. Se così non fosse, dovrebbe dirsi che l’India e la Cina , che sono popoli che vivono, non soa decaduti. Inoltre perchè una nazione sia richiamata a vita novella, dev’essere animata da un nuovo alito, da un nuovo soffio dello spirito del mondo o dell’assoluto. Dunque, perchè una nazione' decaduta risorga, bisogna che un nuovo spirito venga ad inoculare in essa la nuova vita. Questo spirito dev’ es- ser nuovo, perchè il vecchio, come già esaurito e spento, non può essere principio di resurrezione. Nè questo solo basta; ma per dipiù questo spirito dev’essere diver=o da quello delle altre nazioni, perchè ciò che costituisce una na- zione è appunto un’idea, uno spirito caratteristico e differen- ♦ Digitized by Google IL PROBLEMA BELLE NAZIONALITÀ. 181 zìale, eh- essa è chiamata a svolgere e a realizzare. Ora è chiaro che il vero problema sta nel sapere se in. una nazione sia virtù sufficiente che la faccia atta a trasformarsi, a ricevere cioè e far penetrare in sé un nuovo spirito, a par- lare per dir così un’altra lingua, a trasformare il verbo in- terno che induce la trasformazione del verbo esterno, a rinnovare la sua vita ne’ suoi vari elementi integranti e nelle varie sfere di sua attività. Perchè un vero risorgimento sup- pone una nuova religione, nel senso di una trasformazione, di uno sviluppo, di un movimento religioso; suppone, nello stesso senso, una nuova arte, nuove forme politiche ed anche una nuova scienza. Ciò costituisce il risorgere. Da questo punto di vista si scorgono le grandi difficoltà che deve incontrare un popolo decaduto per risorgere e per rioccupare quel posto che ha altra volta occupato nella storia. A prima giunta può parere facile cosa rifare una nazione, siccome sembra possa riuscire più agevole ricostruire un edi- lìzio sopra uno vecchio, anziché costruire di pianta un edifizio nuovo. Ma quando si esamina la cosa più a fondo, diviene chiaro eh' è invece più difficile rifare anziché fare una nazione. E la ragione n’è evidente. L'uomo maturo ha le sue abitu- dini, le sue discipline buone o cattive già formate; le sue facoltà tanto fisiche che spirituali hanno già preso la loro piega, e il più delle volte si sono a dir così pietrificale, di maniera che egli diviene impervio alla luce della verità, sordo alla parola del maestro e della ragione. Un vecchio popolo versa in condizioni in qualche modo simili a quelle dell'uomo ma- turo. Un vecchio popolo ha anch’esso le sue abitudini, i suoi interessi, le sue leggi, le sue istituzioni civili, politiche, re- ligiose, tra le quali si ò venuto formando e che oramai costi- tuiscono la sua natura intera. Queste forme, comunque esauste, oppongono come un muro impenetrabile al soffio del nuovo spirilo. È anche chiaro d'altronde che le trasformazioni de’ po- poli richieggono sempre rivolgimenti radicali che, quando accadono, vanno piu o meno oltre il limite, ma non per tanto sono necessari per far penetrare nel vecchio organismo la nuova vita. In questi momenti una nazione dev'essere decisa Digitized by Google 182 LO SPIRITO NAZIONALE. od energica. La conciliazione, l’esatto equilibrio tra il vecchio e il nuovo y tra il passato e il presente, se pur riesce entro certi limiti possibile dappoi che la trasformazione è accaduta, essa è difficile, anzi impossibile o funesta nel momento stesso della trasformazione. Bisogna che in questo momento la nega- zione del passato sia pronta, ricisa per lasciar penetrare per tutte le vie, con tutti i mezzi il nuovo spirito nelle istituzioni civili, politiche e religiose e nella scienza. In effetti quando le nazioni si muovono noi vediamo allora soltanto sorgere grandi principi! e grandi pensieri; benché, com’è naturale , questi pensieri non siano nè possano rap- presentare il pensiero assoluto nella sua pienezza e perfezione. E così noi vediamo nell' Allemagna il movimento protestante affermare un nuovo principio, e, senza volerne qui sceverare i difetti e le imperfezioni, fu certo un gran principio, che doveva produrre i grandi frutti che ha prodotto. Perchè la li- bertà di coscienza importava libertà del pensiero nella duplice sfera della religione e della scienza. Questo principio, gettando le sue radici profonde nella coscienza di un gran popolo, do- veva originare e svolgere una nuova letteratura , una nuova scienza, una nuova vita, in una parola, un nuovo organi- smo sociale. La stessa cosa vediamo in Inghilterra. Da’ tempi di Enrico Vili e di Elisabetta noi vediamo messo nella na- zione il germe della libertà; e poi seguendo man mano la storia inglese, questo germe va sviluppandosi e fa dell’ Inghil- terra un gran paese. Ed è con la rivoluzione che in Francia vediamo un popolo intero sorgere, dando il sangue e la vita per l’affermazione di certi prineipii e la conquista di certi diritti. Questo è il difficile della rigenerazione de’popoli e della ricostituzione delle nazionalità decadute. Il difficile, voglio dire, sta nel coraggio e nella forza necessari a distruggere le vecchie istituzioni, e nella capacità e nella virtù di ac- cogliere c portare il nuovo soffio di vita. Per rappresentare il nuovo spirito è, a dir così, necessario rendersene degni, distruggendo l’uomo vecchio e facendo sorgere l’uomo nuovo. Quando si è convinti della verità della propria missione, si danno allora il sangue e la vita: allora si pone al di sopra Digìtìzed by Google IL PROBLEMA PELLE NAZIONALITÀ. 18.'? • della vita la verità e l’ideale, che comprendono il bene pro- prio, quello della patria e dell’ umanità. Se essa non si eleva a questo punto, non si vede come una nazione possa vera- mente risorgere. Ad ogni modo noi dobbiamo porre per principio, che la vera rigenerazione di un popolo decaduto non è possibile che ad una sola condizione, che questo popolo rigeneri il suo pen- siero. Solo la rigenerazione del pensiero può indurre nella na- zione il rinnovamento delle varie sfere, de’ vari elementi di cui essa si compone. II risorgere del pensiero importa soprattutto il risorgimento della scienza nel senso largo della parola. È opinione comunemen'e prevalsa e ripetuta, che, quando un po- polo si organizza, debba innanzi tutto costituirsi material- mente e provvedere alla sua organizzazione civile, politica e militare. Quanto poi alla scienza, questa, si dice, è un biso- gno che si manifesta quando il suo organismo si è già for- mato e compiuto. E questo è vero in un certo senso, quando, cioè, si tratta di costituire, di creare una nazione. Ma non è vero quando si tratta invece di rigenerarla,’ vale a dire, di rinnovare una nazione già stata in possesso di una certa civiltà, e che ha già percorso un certo ciclo di vita sto- rica. Ed è ancora men vero soprattutto oggi per lo stato at- tuale del mondo c per le grandi e frequenti comunicazioni che esistono fra le varie nazioni. Questa nazione non può dirsi risorta se non risorge in tutte le parli che costituiscono la sua vita. E quindi non basta un risorgimento civile e militare, non un risorgimento materiale nè uno politico. Già è facile accorgersi che questi risorgimenti parziali nelle varie sfere di una società si fondano su di un risorgimento più allo e più sostanziale, quello del pensiero; onde togliete questo eh’ è la base di tutti gli altri, e gli altri divengono impossibili, o non sono che apparenti cd effimeri. La trasformazione esterna non è che un risultalo di una trasformazione interna. L’in- dustria, il commercio, le arti non possono risvegliarsi, se il pensiero non si risveglia. Una forma politica, e fosse pure la più liberale, è lettera morta per una nazione, se non è vi- vificata dallo spirito, dal pensiero e dall’attività nazionali. Sulla forma politica bisogna peculiarmente insistere; mentre Digitized by Google LO SPUUTO .NAZIONALE. 184 è di questa che i più sembrano essere invaghiti, credendo che nel cambiamento di una forma politica stia tutto il mistero del risorgimento di un popolo. Ma non è la forma politica la condizione precipua, quella che dà il più potente impulso per far riéntrare nella storia, poiché bisogna rientrarvi con lo spi- rito intero, assimilandosi lo spirito della storia. Nè si deve credere che la potenza e l'influenza politiche, come sono ge- neralmente intese, costituiscano l’apice della grandezza di una nazione. Qualunque potenza politica si discioglie quando non ha solide basi nello spirito. Ma fossero anche possibili questi risorgimenti, che chiamerò subordinati, senza il ri- sorgimento del pensiero è fuori di dubbio che, non costituendo essi che derisorgimenti parziali, non creano un vero risorgi- mento, quale noi lo intendiamo, e dobbiamo intenderlo. Nel pensiero , e solo nel pensiero è la radice del vero risorgimento. Un popolo adunque non può rigenerarsi senza rigenerare il suo pensiero. E come rigenerarlo? Supponiamo che una nazione sia decaduta e sia fuori della storia, mentre altre nazioni sono nella storia. Per rigenerarsi deve rientrare nel cammino uni- versale della storia. A tale uopo essa ha un doppio compito. Il primo è quello di intendere lo stato attuale del mondo, di veder chiaramente il livello al quale il pensiero del mondo si è elevato, e di far penetrare in sé questo pensiero, assi- milarselo in tutti i suoi aspetti, in tutti i rami in cui si è ma- nifestato. Arduo compito in vero ed uno de’ più ardui, e di cui si misurano le difficoltà, quando s’intraprende seriamente ad attuarlo! Ma quando ferve quest’attività del pensiero può certo affermarsi che havvi vitalità in tutta la nazione, eh’ essa si riscuote e si risensa in tutte le sue membra. Che un mo- vimento intellettuale e, per così dire, ideale, rifondendosi nelle varie sfere della vita nazionale, vi eccita e rinvigori- sce l’energia e le forze assopite. L’altro compito poi non meno difficile del primo, e che ne è come un risultato ne- cessario e un coronamento, stg nel dare al pensiero universale un nuovo sviluppo, nello svelarne uh nuovo aspetto, nell’af- fermare un nuovo spirito e un nuovo pensiero, che rias- suma e dia ad un tempo un nuovo incremento al pensiero Digitized by Google IL PROBLEMA L'ELLE NAZIONALITÀ. 185 «iella storia e delle altre nazioni. L’assimilazione non basta; è per di più necessario sorpassare lo spirito delle altre nazioni. Di siffatta guisa Roma non solo si assimilò lo spirito greco, ma Io sorpassò, ovvero lo combinò col suo proprio spirito; il perchè Roma potè segnare un progresso nella storia. Ecco il lavorìo necessario per risorgere. E fa d’uopo ag'- giungere che questo lavorìo dev’essere interno, vasto e nazio- nale, deve cioè interessare ed impegnare gli sforzi della nazione intera. 11 nuovo spirito, lo spirito originale, e che chiamerò differenziale, deve uscire dalle viscere stesse della nazione e come un naturai prodotto della operosità generale. Gl’ individui non possono crearlo questo spirito. Se lo spirito nazionale è rappresentato da pochi individui, la loro azione però deve trovare un’eco, anzi il suo sostegno e il suo punto d'appoggio nella nazione intera. IX. PASSAGGIO DALLO SPIRITO NAZIONALE ALLO SPIRITO DELL’ UMANITÀ. 1 La sfonda storia.nai è la.to.^idivaluu: n,on vi à IMI i«dnsEÌMn,jU.„pri;"« Introduclion du Traducleur, cnp. V e VI, voi. II. Digitized by Google LO SriRITO NAZIONALE. 186 dell’idea, ma non è, nè rappresenta l’idea assoluta. È chiaro che una nazione non è le altre nazioni. Epperù quella limita- zione, che noi troviamo nell’ individuo quando lo poniamo a fronte di una nazione, la troviamo anche in una nazione quando la poniamo a paragone con le altre nazioni. Ma più specialmente bisogna dire che lo spirito nazionale è un ente limitf^per ca^ esterne c ipteoije^-QjaaaflikLJag tifare le «olite espre>si naccia allontanarsene. Cosi inteso, il fatalismo è salutare e benefico; anzi è principio del bene. Noi dobbiamo riconoscere 1’ azione di questo principio, se è vero che la storia è gover- nata da leggi. E mi sia lecito aggiungere che il più delle volte coloro stessi che non vogliono riconoscerlo, come dicesi, in teoria, lo riconoscono poi nel fatto e nella pratica, e, se ri- sulta loro a beneficio, se ne valgono. Tornando adunque al nostro proposito, nel principia di finalità noi troviamo compreso il punto di partenza, i mezzi e il fine, i quali, come dicevamo, sono tre momenti Insepa- rabili. Considerando, per esempio, la pianta, troviamo in essa il punto di partenza, eh’ è il germe — i mezzi, che sono il fu- sto, i rami, le foglie — e il fine, eh’ è il fiore o il frutto. Or» se si togliesse alla pianta il germe, le si toglierebbe il suo so- strato e il suo fondamento; — se le altre parti, le si togliereb- bero i mezzi, — e se il frutto, si sopprimerebbe Io scopo della pianta. Ed ecco come il principio di finalità è un principio profondo, perchè, come anche lo dicevamo più sopra, esso implica un principio di unità che penetra il tutto e le varie parti del tutto e le armonizza e le coordina all’ adempimento de’ suoi voleri, al raggiungimento del fine. E per conseguenza, applicando questo concetto alla storia, noi la concepiamo sotto una delle forme più alte e più razionali. Se non che questo concetto di finalità è un concetto in- determinato, astratto e in un certo senso vuoto. Perchè dire che la storia ha e deve avere un fine, cui s’ indirizza e verso il quale si muove, è poco dire. Questa forinola è indeterminata e generica, e non può soddisfare; mentre T essenziale sta nel sapere e nel determinare quale sia e quale possa essere questo scopo. Ma vi ha dipiù, ed è che il prin- cipio di finalità, qualunque possa esserne l’importanza e il significato profondo, non basta per spiegare la storia e il suo movimento. Imperocché, come più oltre vedremo, 1 il vero e supremo principio della storia, non è la finalità, ma T asso- luto, di cui la finalità è bene un momento ed una determina- zione, ma una determinazione e un momento subordinati. 1 Vedi cop. VII. L’idea è il principio della iloria. Digitized by Googte 220 IL PROGRESSO. III. LA FEtlCIT.V E LA MORALITÀ COME SCOPI DELLA STORIA. Rapporto allo scopo supremo e finale cui la storia s’indirizza, havvi un’opinione generale e quasi istintiva, della quale noi vogliamo anticipatamente discorrere, prima di passare ad esporre i principii propri del progresso. Comunemente si crede che scopo della vita sociale, della storia e dell'umanità sia la felicità; onde la storia ed il pro- gresso si muoverebbero verso un punto, toccato il quale si entrerebbe in possesso di uno stato di perfetta felicità. Innanzi di enunziare codesta opinione sarebbe pur ne- cessario che si cercasse determinare il concetto di felicità , per vedere in che sta e in thè può stare la felicità, e, com’ò naturale intenderlo, non una felicità chimerica e immagina- ria, ma conforme e consentanea alle condizioni della natura umana e della società. Che se invece ci mettiamo ad im- maginare altre terre ed altri mondi, una diversa costituzione dell’ universo ed una natura umana diversa da quella eh’ è, noi cadiamo nel campo indefinito delle supposizioni ed usciamo fuori di quello della verità, della ragione e della possibilità. Ora esaminando questo concetto di felicità, quale d’ordina- rio se lo rappresenta la coscienza irrifiessa, per noi è chiaro che non è se non seguendo questo falso procedimento della immaginazione che si arriva a proclamare la felicità essere Io scopo finale della storia. Ed in vero havvi una felicità intellettuale e poi una fe- licità sensibile e materiale. Qui non può di certo esser que- stione della felicità intellettuale, voglio dire degli alti godi- menti dell’ intelligenza, i quali richiedono uno sforzo costante, intenso, laborioso e mai non si scompagnano dalla lotta , dal- 1’ antagonismo e di rado da uno stalo d' infelicità materiale. 1 ' i Solo l'ignoranza — grida Bruno negli Eroicifurori — solo l'igno- ranza è la madre della felicità e della beaiitudine, mentre, per quel che dice il aapiente Salomone, chi aumenta sapienza, aumenta dolore. > Digitized by Google LA FELICITÀ E LA MORALITÀ. 221 La felicità dunque di cui qui s’intende parlare è uno stato di beatitudine terrestre, in cui non più vi sarebbero lotte, non più dolori, ma il possesso di tutti i godimenti possibili, in una parola, uno stato di piacere e di voluttà. Onde in fondo • di questo concetto havvi una specie di sensualismo, di epi- cureismo, o come dir si voglia di egoismo. Di fatto, mentre i nostri padri si sono affaticati , hanno consumato la loro vita e versato il loro sangue per noi, per il nostro bene, e pel nostro godimento; a noi poi o a quelli che verranno dopo di noi sarebbe riservato il privilegio di vivere in questo stato di felicità, liberi da ogni lotta ed esenti da dolóri e da patimenti. Questo è pretto egoismo. Supponiamo inoltre una società che non lotta e non soffre, e noi avremo una società imbelle, effe- minata, sensuale ed egoista. Ma checche sia di ciò, vediamo se la felicità, così intesa, possa veramente essere lo scopo supremo della storia e del progresso. Uno stato perfetto di felicità materiale e dirò cosi passiva è uno stato impossibile. Perchè primieramente è uno stato che ripugna all’umanità c alla ragione, siccome ripugna alla na- tura della storia. Ripugna alla ragione, perchè la lotta el’an- tagonismo sono nella natura dello cose. Vi è il più e il meno, ma la lotta è dappertutto. Gli enti non si accordano e non si conciliano che oppugnandosi e combattendosi al tempo stesso. La vita umana è una lotta continua, e la lotta co- mincia sin dall' infanzia. Tutto è uno sforzo per l’uomo; anche il vedere, per esempio, è uno sforzo. È l’intensità dello sforzo quella che solo può creare la grandezza dell’ in- dividuo, e la grandezza delle nazioni, a meno che non si cambi la natura umana e quella dell'universo. Ripugna poi alla storia, perchè ciò che fa la vita della storia è l’urto, il cozzo dell’ idee. Senza quest’urto non più si avrebbe l’urto dei fatti, e quindi la storia s’ arresterebbe, o meglio verrebbe meno. Senza quest’urto più non vi sarebbero grandi fatti nè grandi personaggi. Una nuova idea, un nuovo spirito per penetrare nel mondo deve lottare, perchè deve vincere le vecchie credenze e scomporre l’ordine di cose stabilito. Il che genera necessariamente spostamento negl’interessi, dis- sesto e turbamento nella felicità di cui si è in possesso. Se si Digitized by Googte 222 IL PROGRESSO. ammette dunque, e bisogna ammetterlo, lo sviluppo nella storia o il progresso, bisogna ammettere la lotta, i patimenti, i dolori, il sangue e la morte. E se codesti elementi non pos- sono escludersi dalla storia, è giocoforza d'altronde escluJere questo stato di passiva ed inerte beatitudine. Ammettendolo, non si sa perchè non si ammetterebbe benanche la scienza infusa. Una volta nel campo sconfinato della immaginazione e della fantasia, si può ammetter tutto, perchè tutto vi appare «ome possibile. Tali sono le impossibilità alle quali va incontro ■questo concetto di felicità, come scopo supremo della storia. Ma altre considerazioni vengono anche a riformar meglio il nostro modo di vedere. La forza del progresso, lo sviluppo delle potenze del- l'anima ed, in una parola, lo svolgimento della civiltà, se da un canto aumentano gli elementi di felicità e di benessere, aumentano dall'altro anche gli elementi opposti. Per esempio, niuno può negare che le strade ferrate sono un progresso. Esse aumentano i piaceri della vita, accrescono la produzione, allargano il consumo, accorciando le distanze e facilitando le comunicazioni, i rapporti e gli scambi fra i popoli. Ma sotto un altro aspetto quali e quante non sono le ipotesi in cui le strade ferrate possono divenire strumenti di distruzione e di sciagura? Questo ho voluto accennare, perchè mostra che in ogni questione vi sono aspetti contrari, che ogni medaglia ha il suo lato diritto e il suo rovescio. In tesi generale poi noi dob- biamo ammettere che il progresso, aumentando i bisogni, au- menta i patimenti. Perchè i bisogni generano privazione, e dal momento che havvi privazione , havvi dolore. Per modo che la forza della civiltà non aumenta solo la felicità, i godi- menti, i piaceri della vita, ma, aumentandone i piaceri, ne aumenta a un tempo le privazioni e i dolori. E quando anche le due cose non si facessero esatto equilibrio, quando anche fra 1 una e 1 altra vi fosse una differenza, pure questa diffe- renza avrebbe sì poca importanza che non è certo possibile elevare la felicità a scopo della storia. Nè vale quindi il dire che noi siamo più felici che noi furono i padri nostri, e che sotto il rapporto materiale vi è più felicità presso di noi che presso gli antichi. Imperocché le privazioni esistono sempre, e Digilized by Google LA FELICITÀ. E LA MORALITÀ. 223 noi soffriamo ugualmente, anzi più. Che se la ricchezza pub- blica, la quale è certamente uno strumento di benessere, è aumentata, con essa però sono di larga mano cresciute benan- che le difficoltà della vita. A capacitarci che la cosa stia così , basta riflettere che in una società primitiva e rozza vi sono meno bisogni , e per conseguenza meno privazioni. E minori sono i bisogni di una nazione e più, nel senso volgare, non nel senso storico, essa è felice; meno essa soffre. Allorché i bisogni crescono, uopo è pensare a soddisfarli; e qui succede la concorrenza, forte sprone ad agire, ma che impone una lotta aspra, intensa, perenne. Lo sviluppo di questi bisogni è essenziale alla civiltà, alla storia e al progresso ;, ma svi- luppandosi allargano il campo della lotta, dello stento, delle sofferenze e le rendono relativamente vie più acerbe e cru- deli. In una parola, si può dire che la felicità passiva è in ra- gione inversa della civiltà. Ilavvi dunque nella vita di un popolo una somma di felicità e d' infelicità, di godimenti e di patimenti. Queste cose non si potranno mai scompagnare : si potrà attenuare o modificare la giusta proporzione fra i ter- mini; ma soffrire e godere sun due cose che andranno sempre di pari passo nella vita di un popolo. E perciò la felicità non costituisce nè può costituire lo scopo finale al quale la storia e il progresso s-’ indirizzano. Ma se lo scopo della storia non può consistere nella feli- cità, potrà forse consistere nella moralità o nella virtù? Al- cuni di fatto credono che il processo storico tenda alla per- fettibilità umana, ovvero che scopo della storia sia quello di condurre 1' uomo ad uno stato di perfezione morale ed al possesso della virtù. 1 Or bene, per le medesime ragioni, per le quali abbiamo respinto la felicità, noi dobbiamo anche respingere la mora- lità. La moralità o la 'virtù non più nò meglio della felicità può essere lo scopo della storia ; ciò che per altro, e occorro appena avvertirlo, non vuol dire che la moralità non sia un elemento integrante della storia. 11 punto è fuori di dubbio grandemente dilicato, perche tocca opinioni ammesse come 1 Vedi Hegel, op. cit., pag. OC e seguenti. Digitized by Google 0'24 IL PROGRESSO. irrefutabili. Ma noi non dobbiamo spaventarci delle opinioni che bene spesso ascondono delle illusioni. Quello che può e deve sulo imporci è la verità. Ed in omaggio appunto alla verità noi dobbiamo escludere questo concetto di moralità come scopo ultimo della storia. Primieramente anche questo stato di virtù ripugna alla ragione e alla possibilità delle cose. Uno stato di virtù con- templativa ed ascetica è un’astrazione, è, se si vuole un’im- magine seducente , ma vana ed ingannevole. La moralità, la virtù dell’anacoreta e dello stilita è la virtù pietista, ma non è nè può essere quella dell'uomo. La virtù dell'uomo è virtù attiva ed operosa, è virtù dialettica come tutto quello chea quest'ente razionale si attiene. Togliete la lotta, il conflitto del dovere e delle passioni, e dov’è più la virtù? La possibilità di ogni virtù, d'ogni moralità, d'ogni eroismo sarà sparita. L’eroismo non germina che tra le avversità e le opposizioni, siccome la moralità e la virtù non stanno che nel governo e nel trionfo delle passioni e delle tendenze sregolate dell'umana natura. E più queste tendenze, queste passioni sono moltiplicò ed intense, più furiosa è la lotta ed il trionfo diflìcile, e più concreta, più invitta si rivela la forza virtuosa dell' animo, più splendida e sublime è la pratica della virtù. A chi non suda, non fatica c non si estolle dalle vie del piacere, non è dato toccare questo stato di soddisfazione e di contento in- timi, che sempre mai si accompagna con la coscienza del- 1 adempimento del proprio dovere e dell'ossequio all’ impero della ragione. E poi questa paMtoPvi'rfù, al pari dell’altra, felicità, si suole adoperarla senza averla determinata. Qui trattasi di una virtù sociale e storica. Ora la storia non si fa nella co- scienza individuale e tampoco entro i limiti del focolare do- mestico; ma si fa nella vita nazionale. E la virtù nazionale o politica è una virtù molto complessa. Se io dicessi che l'astu- zia fa parte di questa virtù, qualcuno se ne mostrerebbe scandalizzato. Eppure è cosi. Quel eh' è vero ed utile in una certa sfera, per esempio, ne’ rapporti individuali, non è vero nè utile in un’ altra sfera. E così se ne' rapporti di amicizia io adoperassi con astuzia, con furberia, o con menzogna, manche- Digitized by Google LA FELICITÀ E LA MORALITÀ. 225 rei alla virtù e agirei contro la ragione. Ma se un generale svelasse al nemico i suoi pensieri, i suoi piani di guerra, egli senza fallo mancherebbe alla virtù del generale. Perchèquel generale che mira a creare o difendere la grandezza o l’ in- dipendenza delia patria sua, e la salvezza e la gloria del suo esercito, deve non svelare i suoi intendimenti al nemico, anzi cercare, se può, di trarlo in agguato. Similmente 1' uomo politico e il reggitore dello Stato devono a volta celare i loro pensieri pel bene e la salute stessa del paese, eh’ è l'interesse e la legge suprema; ed in ciò consiste la loro vera virtù e la loro vera moralità. La diplomazia è una parte dell’astuzia politica, e gli uomini più integri e più severi tra le pareti fa- miliari non si periterebbero d'accusare d’ ingenuità e d' inet- tezza quell uomo politico che, governando, non si valesse di diplomatica astuzia. L astuzia è altresì una virtù per colui che insegna. Egli dev essere astuto per condurre a modo la mente del discepolo alla verità; e, nell'interesse stesso di colui che deve riceverla, bisogna che non gliela riveli tutta intera. Perchè l'occhio volgare, eh’ è il più discosto dalla ve- rità, non avvezzo a contemplare e ad affiggersi nel divino splendore del vero ne sarebbe facilmente spaventato; e pre- sentandogli la verità senza prendere le debite precauzioni, si sentirebbe forse meglio disposto ad allontanarsene che a ri- ceverla. Inoltre noi ammettiamo il progresso e la civiltà, ed un più gran numero di bisogni, di desiderii, di tendenze ne rappresenta un più alto grado. Per questo Roma, per esem- pio, ebbe una civiltà che la vinse su quella delle nazioni barbare. Ri fatto qui ritorna la osservazione che un popolo incolto ha pochi bisogni, pochi interessi e poche passioni. Ma, con lo sviluppo delle potenze dell'anima e dell'intelligenza, nel che sta appunto la civiltà, si sviluppano bisogni infiniti che si dilatano, s’ampliano e si moltiplicano ogni giorno. Tra gli altri bisogni, che dalla civiltà emergono, possiamo noverare come uno dei più salienti e dei più energici, il desiderio di arricchire. E questo desiderio ha esistito in tutte le nazioni còlte e vi dev esistere, checché se ne dica in contrario da' mo- ralisti. Perchè, se ammettiamo la civiltà, la ricchezza è uno Introduzione alla Filosofìa della Storia. 15 Digitized by Google 220 ' IL PROGRESSO. de’ suoi elementi essenziali. E similmente ebbe ragione Filan- gieri nel sostenere che la civiltà non potesse esistere senza lusso. Non si vuol negare che un lusso smodato e borioso con- sumi senza produrre, e che possa appagare ! individuo senza cooperare punto all' immegliamento delle condizioni sociali. Ma egli è certo che il lusso beninteso e nei suoi limiti natu- rali fa parte sostanziale dell'ordine civile; anzi è un potente strumento di civiltà. Al lusso si disposano la fisica, la chi- mica, il disegno e le arti in generale. Per esempio, i lavori metallurgici in Inghilterra esercitano un grande influsso sullo sviluppo della intelligenza e della coltura. Dunque non liavvi civiltà senza svolgimento di vari bisogni, che sono come la- tenti nella natura umana Ora è chiaro che se questi bisogni sono strumenti di civiltà , sono anche incentivi al mal fare e produttori di vizi. Il desiderio di arricchire implica il biso- gno d'impiegare certi mezzi che spesso non sono i più vir- tuosi nè i più morali. 11 commercio è un grande elemento di civiltà; ma col commercio pullulano tante passioni, tanti desiderii e per conseguenza tanti mali e tanti vizi, come si è soliti chiamarli In questo senso si può dire che la immo- ralità è in ragione diretta della civiltà. — Magna vitia non- nisi magnis ingenite. — Ciò è vero dell individuo e ancor più delle nazioni. E per tanto se si raffronta la somma di mora- lità di una nazione cólta con quella di una nazione rozza e primitiva, si troverà più di moralità in questa anziché in quella. Come dunque ammettere che la moralità sia lo scopo della storia? Se ciò fosse, bisognerebbe dire che la storia per rag- giungerlo, lungi d'andare innanzi, dovrebbe tornare indie- tro, e che, in altri termini, il suo ideale non è nell'avve- nire, ma nel passato. Adunque la moralità, al pari della feli- cità, non può costituire lo scopo finale della storia. Da ultimo non vogliamo tralasciare di notare clic è fal- sare la vera idea di progresso, quando si crede che esso abbia per scopo di annullare la parte di governo che hanno nell'uni- verso le passioni umane. La ragione adopera le passioni come mezzi per raggiungere i suoi fini, e senza le passioni nulla di grande si sarebbe operato nel mondo. In massima si può dire che lo scopo della storia e del progresso è determinato dalla Digitized by Googl •• LA FELICITÀ E LA MORALITÀ. 227 .natura stessa delle cose, senza che dipenda dal capric- cio o dalla volontà dell’ individuo. Ma un legislatore che met- tesse a scopo della sua legislazione il dover moralizzare, come dicesi, i suoi governati, recidendo ed estirpando di viva forza le passioni dal loro animo, questo legislatore, oltreché fa- rebbe opera inutile, tenterebbe di mettere la sua nazione fuori delia ragione, della possibilità, e quindi anche fuori della storia e del progresso. 1 In via di conclusione è bene aggiungere quest’ ultima considerazione, che si applica così al concetto di moralità come a quello di felicità. La moralità eia felicità, in qualunque modo si considerano, sono un effetto ed un risultato. Perchè se un popolo possiede una certa copia di moralità e di virtù, di benessere e di prosperità, si può domandare, chi è che lo ha moralizzato, e chi è che lo ha fatto felice. Per modo che, anche ammettendo, come lo abbiamo ammesso, che la moralità è un 'elemento integrante della storia e del progresso; e anche quando bisognasse riconoscere che col progresso aumenta la felicità; resterebbe sempre a spiegarsi qual sia il principio supcriore che determina la moralità e la virtù ovvero la prosperità, il benessere e la felicità delle nazioni. Di qui apparisce sempre meglio, che nè la moralità nè la felicità possono essere lo scopo, il fine supremo della storia; mentre questo scopo starà appunto in quel principio supcriore che determina la felicità -e la moralità. IV. TEORICA DELLA RIABILITAZIONE. 2 Oltre le ipotesi or ora esaminate, secondo le quali la fe- licità o la moralità sono concepite come scopo della storia e del progresso, ve n' è un’altra, che a quelle strettamente si congiunge, conosciuta sotto il nome di teorica delia riabilita- zione. Qui il punto di vista rimane lo stesso. Soltanto è stato rivestito, o per lo meno si è preteso poterlo rivestire, di una 1 Vedi Hegel, op. cit. . pag. 29 e seguenti. 1 Vedi la nota a pag. 85. Digitized by Google 228 IL PROGRESSO. forma razionale, e si è cercato cosi elevarlo all importanza di una dottrina, di una teoria filosofica. Vi sono stati alcuni pensatori, appartenenti a quello che potremmo chiamare partito conservatore, o del passato, i quali han creduto poter conciliare le dottrine ortodosse col pro- gresso. Ciò mostra, per notarlo di passaggio, che il concetto del progresso e la sua realtà sono penetrali anche nelle re- gioni meno accessibili c si sono imposti anche a quelle dot- trine che sembravano le più avverse o le più aliene dal vo- lerli ammettere. I rappresentanti più eminenti di questa teorica sono Schlegel in Germania e Uallanche in 1* i ancia. Pensiero fondamentale adunque di questa teorica è quello di conciliare la tradizione biblica, il fatto e la dottrina cri- stiana, che si ammettono e che formano come il punto dal quale si parte, con la corrente e col movimento storico intel- lettuale e scientifico de’ tempi nostri. Se il progresso, non è che un ccrfb sviluppo, sviluppo prodotto dalla negazione del passalo, ed anche in qualche modo del presente, c dalla evolu- zione di un nuovo principio, di un nuovo spirito, ciò vuol si- gnificare che il progresso implica uno stato di caduta e per co?i dire di degradazione del passalo dirimpetto al presente e so- prattutto poi ìiirim petto all’avvenire. E senza troppo esami- nare la natura c la specie di questa caduta, si ò ammesso che questo stato di decadimento nacque col peccato originale. Per 10 che scopo della storia e del progresso sarebbe quello di riabilitare l'umanità e in qualche modo 1 universo, di riporli cioè di grado in grado in quella sfera di perfezione, nella quale si trovavano prima del peccato originale , e tuttora si troverebbero, se questo peccato non fosse accaduto. In altri, parole, l’uomo ò decaduto: fa d’uopo che si risollevi e ri- sorga: la storia non ha altro scopo che di farlo risorgere, ed 11 progresso non è che un avviamento a questo scopo. E così in modo generale eh’ ò stata formulata questa teorica della riabilitazione. Esaminiamola brevemente, restringendoci a toccarne i punti più vulnerabili. E primieramente questa teorica, considerata, sia dal punto di partenza , sia dal punto di arrivo, è la negazione della ra- gione. Imperocché essa suppone uno stato primitivo e preisto- Digitized by Google -r TEORICA DELLA RIABILITAZIONE. 229 tìco di perfezione, eh' è affatto contrario alla possibilità delle cose e al di fuori della natura umana. Cosa è in vero, e come possiamo rappresentarci questo stato primitivo conosciuto sotto il nome di paradiso terrestre? Come uno stato d'innocenza e di quietismo, ma di una quieti- passiva. di una pace negativa, perchè non è il risultato della lotta, dell’opposizione e dell’antagonismo. Ebbene, immagi- niamo un uomo o meglio una società, nella quale non vi sia lotta, non vi siano bisogni, non interessi moltiplici e diversi, non varie sfere, non una gerarchia tra le classi e le funzioni, e questa società rappresenterà la immobilità assoluta e la nega- zione della natura umana quale essa è, e qual noi la possiamo razionalmente concepire. Con la immaginazione si può agevol- mente supporre un uomo e una società senza bisogni, senza passioni. Egli è inoltre facile semplificare e mutilare, anzi- ché considerare un uomo o una società come forniti di biso- gni e di passioni, che però vogliono essere regolati e gover- nati. Ma 1' uomo e la società sono esseri complessi e la dif- ficoltà sta precisamente nel non cancellare alcuna delle loro molteplici potenze, siccome la gloria e la grandezza dell’ uomo di Stato consistono nello svilupparle, per quanto possibile, tutte armonicamente. S’intende bene che, se si ammette il paradiso terrestre, la storia attuale è una degradazione. Ma il paradiso terrestre è contro la ragione, perchè non havvi ragione possibile fuori della dialettica e della contraddizione , che, penetrando in tutte le cose, penetrano anche nella storia e muovono e fanno la storia. Allo stesso risultato si giunge se invece di supporre un paradiso terrestre preistorico e come posto dietro di noi, ne supponiamo uno messo innanzi a noi come fine ultimo della storia, e alla cui realizzazione la storia stessa serve di mezzo e di avviamento. E non si creda che queste siano ipotesi che ci creiamo noi pel bisogno della discussione. Al contrario, non mai, come nel momento attuale della storia, vennero queste ipotesi propugnate e diffuse. Perchè havvi una tendenza nelle società moderne — tendenza determinata dalla prevalenza degl’interessi materiali, la cui azione è di velare ogni princi- pio e di nascondere ogni aspetto ideale — a rappresentarsi la Digitized by Google •2.30 IL PROGRESSO. mèta delia storia come uno stato di riposo, come la cessazione- di ogni lotta e di ogni contraddizione, dovendo così l’ umanità ridursi ad un'associazione universale di sibariti e di epicurei, chè in ciò si traducono in fondo l’ innocenza e la felicità ada- mitiche. Tendenza pericolosa codesta e falsa sopratutto, per- chè bisognerebbe supporre un’altra natura umana non solo, ma un altro ordine mondiale. Ma finché vi sarà questa natura umana e questo universo, di cui essa è parte integrante, vr saranno bisogni, desiderii più o meno impazienti e smodati e vizi c passioni, e quindi lotta e sempre lotta. Egli non può dunque esser questione di sopprimere la lotta , ma di rego- larla, anzi di regolarla non solo, ma di svegliarla e di nu- drirla ad un tempo. Si dirà che la lotta vi ha da essere, ma una lotta e come una emulazione intellettuale o piuttosto una gara nello svi- luppo degl’ interessi materiali, e non mica una lotta guerriera eh’ è una lotta fratricida. Ma innanzi tutto quando i bisogni di una società si ridu- cessero ai soli bisogni materiali e si mettesse da parte la lotta guerriera, questa società finirebbe per diventare un miscuglio d’astuzie, d’ipocrisie e di corruzione, perchè nulla verrebbe a temperare e a nobilitare questi bisogni inferiori e quasi animali della natura umana. Di fatto il commercio col desi- deriodi lucro sviluppa l’astuzia; anzi abbandonato a se stesso e non moralizzato da un soffio superiore, diviene un’astu- zia e una frode. L’ipocrisia inoltre sorge là ove si vogliono comprimere e annientare i bisogni reali e le più profonde esi- genze della natura umana. La natura umana vuole svolgersi secondo le moltiplici sue potenzialità. Se s’imprigiona la parte ideale nella cerchia dei bisogni sensibili e animali, nell’uomo diventa una specie di seconda natura il mentire a se stesso, e quindi anche ad altrui. Finché da ultimo in una società pre- dominano gl’interessi materiali, che strettamente si connet- tono ai godimenti ed ai piaceri sensibili e gli soddisfano, in essa non può non esservi mollezza e corruzione. Quindi gl’in- dividui e le nazioni hanno di tempo in tempo bisogno di grandi scosse e non vi è strumento più efficace della guerra per ritemprare la fibra nazionale. Digitized by Googl TEORICA DELLA RIABILITAZIONE. 2: il Quale non e poi il significato profondo e umanitario della guerra ? Esaminando imparzialmente da un lato la natura umana e dall’altro il movimento della storia, si vede che una società non può sorgere o risorgere senza la guerra. Perchè la guerra è vivo strumento di civiltà, nè soventi volte ve n’ è altro che possa sostituirlo. La guerra aguzza e con- centra le forze , risveglia 1' energia , chiarisce e solleva la co- scienza di una nazione ; onde è una gran guerra che segna frequentemente l’ inizio di un gran movimento intellettuale ed è il fondamento e il sostegno di un largo sviluppo delle arti della pace. E una nazione vincitrice e vittoriosa sul campo di battaglia è ad un tempo una nazione civilizzatrice e pro- gressista nella storia. Quando si ragiona contro la guerra si vive nell' illusione c si fa mostra di un fiacco sentimentalismo. Si dice: a che versare il sangue? È vero: non bisogna ver- sare il sangue pazzamente; ma bisogna versarlo quando la ragione lo vuole. Si fa segno di epicureismo, perchè la vita la si ama pe’suoi diletti e si ha paura della morte , ed una na- zione che ha paura della morte è una nazione serva o vicina a divenirlo. Nè si fa da ultimo minor prova di egoismo, per- chè, guardando la storia dietrb di noi, è evidente che noi non saremmo al punto in cui siamo senza le guerre sostenuto dalle nazioni che ci hanno preceduto. Quello però che vi ha di peggio si è che le nazioni che rifuggono dalla guerra, si pongono fuori della storia, perchè fanno ciò eh’ è contrario alla ragione, e che per ciò stesso è contrario al loro proprio interesse. Di che soventi volte forse non veggonsi gli effetti immediatamente, perchè la vita di una nazione non è la vita dell’individuo. Ma, fa appena bisogno ricordarlo, le nazioni commettono i loro errori, e errori, se forse meno apparenti, più gravi di quelli degli individui: viene però un tempo in cui ne portano la pena. 1 E qui intorno a questo argomento si grave e importante mi sia permesso, in via di digressione, aggiungere ancora qualche considerazione. Noi siamo poco disposti ad ammettere che la pace e la * Vedi Vero, La pena di morte, Napoli, 1863. Digitized by Google 232 IL PKOGKESSO. guerra siano inseparabili. Facilmente pensiamo clic la pace sia lo stato normale dell' umanità , e quanto alla guerra poi la consideriamo come una pura possibilità Primieramente il padre di questa come di molte altre illusioni è il tempo. Imperocché, vedendo scorrere un tempo di pace senza guerra, noi diciamo : ecco la pace; e non sappiamo più scor- gere la necessità della guerra È lo stesso della vita e della morte. Essendo 1' una dall’ altra separata da un certo tempo, facilmente sperdiamo la chiara visione del nesso ideale della vita e della morte ; epperò non ci persuadiamo della necessità della morte, anzi ci par naturale immaginare che l’individuo dovesse invece, o almeno potesse, essere immortale. Ma non è al fatto materiale, al momento attuale del tempo, sib- bene all’ idea che noi dobbiamo guardare. E guardando al- l’idea, riconosceremo che non solo la pace, ma anche la guerra è uno stato normale dell' umanità o, in altre parole, che la guerra è altrettanto necessaria quanto la p ice. In vero quando si dice che la guerra è una pura possibilità, cosa si vuol in- tendere? Se, come si crede comunemente, noi pensiamo che la possibilità è quella che può essere, ma che può anche non essere, questo è un errore, un falso concetto. Qui non si tratta di una possibilità accidentale, che in fondo è il caso; ma di una possibilità razionale e assoluta. Siffatta possibilità con- tiene tutti gli elementi della realtà di un essere, e quindi con essa è data implicitamente la realtà, l'essere stesso, ciò che torna a dire che essa deve attuarsi: non si attuerà oggi, ma domani, non in questo, ma in quel punto dello spazio; ma deve attuarsi. In questo senso non solo la guerra ma la pace stessa è una possibilità. Sono due possibilità dell'organismo sociale che, come opposte e coesistenti, si limitano a vicenda nella loro attuazione; per lo che quando vi è guerra, la pace apparisce come semplice possibilità, e viceversa. Donde segue che nè la pace nè la guerra possono essere eterne, e che l'umanità va senza posa dalla guerra alla pace e da questa ti quella, appunto perchè sono entrambe necessarie. E in ciò, bisogna aggiungere, l'organismo sociale, eh’ è un tutto siste- matico, non fa che riprodurre la legge universale delle cose di cui fa parte. Perchè, si può dire, l’universo intéro è un Digitized by Google TEORICA DELLA RIABILITAZIONE. 233 intreccio cd un concerto di possibilità che si limitano l' una l'altra; e che il suo moto è un altalena, un’ avvicendarsi, un passaggio continuo di una possibilità all’ atto e di un atto alla possibilità. La pioggia e il bel tempo, per esempio, sono due possibilità assolute, che si limitano a vicenda; onde, quando piove, la pioggia, questa possibilità, esiste in atto, e perciò ■ stesso il bel tempo esiste allo stato di possibilità ; altra volta le parti si cambiano, i termini s’ invertono, perchè la piog- gia cessa, e perciò stesso diviene una possibilità; mentre il bel tempo dalla possibilità passa all" atto. Ed è così che dob- biamo concepire il rapporto della pace e della guerra. 1 ✓ . v * * Uno de' sintomi delle modetoe aspirazioni' «Ila pace perpetua è. si ^ . può dir. tuttora a noi presenta Nel settembre (9-12)llel 1867 si è raccolto a Ginevra il 3° Congress^ della pace. Un noncuranza che gli amici della pace mostrano per i tanti 5 sì gravi argomenti che militano in favore dt-IIS-- guerra . è un fatto rincrescevole. Se pure i priheipii . la teoria non aves- sero alcun peso, almeno la pratiA, il fatto e la.je.alUt dovrebbero avver- tirli della falsa via in cui Si .mhea'ono. Noi non vogliamo parlare del ri- sultato ottenuto. Si sa che il Congresso si risolvette in nulla. Anzi per la sua fine tra il tragico e il comico, i promotori stessi hanno dovuto averlo in conto di cosa poco seria. Noi vogliamo bensì considerare il fatto da un punto di vista più alto. Noi pensiamo che desso ha avuto la forza di un'af- fermazione, ma solo a patto di negare in qualche modo se slesso, ovvero di affermare il contrario di quello che voleva alTermare. L'espressione che riassume iti modo tipico il pensiero e le intenzioni della grande maggio- ranza di quell' assemblea è questa : raggiungere la pace attraverso la guerra — Durch Kricg zum Frieden — fu questo il grido che ad una voce leva- rono i giornali più autorevoli della Svizzera e della Germania. Ecco dun- que un' affermazione che costituisce l'omaggio più intero, benché incon- sapevole, reso alla verità e al principio, che non vi ha pace senza guerra, e ebe la vera pace è quella che presuppone la guerra. Il che prova ancora una volta che la verità e i pri nei pi i s'impongono là ove meno lo sospet- tiamo: e ciò che sembra più ostile alla verità, più atto a velarla, finisce per renderla più splendida e più luminosa. Ma si dirò forse che tal' è il movimento necessario della storia; che bisogna combattere e distrug- gere la realtà e il presente, se si vogliono attuare nuove idee e nuovi pen- sieri; e si aggiungerà che. combattuta, adir cosi l'ultima guerra .la guerra finale, la pace sarà per sempre assicurata, perché, fondato una volta il re- gno della democrazia universale, la guerra sarà resa impossibile. Primie- ramente fondare la democrazia universale? — Mie opus, hic labor etl ! — Ma sia : la forma democratica si stabilisca nel governo di ogni paese. Forse la democrazia non fa la guerra? Qui non la ragione, ma è la storia, e la storia di tutti i tempi, che si rinnega. In fondo quel che non si vuol ve- Digitized by Google 234 IL PROGRESSO. Quello che diciamo della guerra dobbiamo applicarlo anche alle rivoluzioni sociali. Le rivoluzioni , al pari della guerra, svegliano in noi un senso di repugnanza e di orrore; e questo non solo, ma, seguendo certe abitudini irridesse, so- gliamo considerarle come messe al di fuori del corso normale e regolare della umanità c come contrarie alla ragione. È come quando si ammette che Dio è la vita ; ma non vuoisi poi ammettere che Dio è anche la morte. Noi però che vogliamo renderci ragione della vera natura delle cose, dobbiamo eli- minare codeste abitudini istintive e superficiali dello spirito. Per noi la tempesta, per esempio, ò un momento tanto ne- cessario quanto il sereno. Questa è la dialettica che penetra dappertutto sotto varie forme. Anche qui rispetto alle rivoluzioni quellocheci trae in in- ganno è anzitutto il tempo. Vedendo lo rivoluzioni sociali es- sere separate da certi tempi normali , e, identificandoci col fatto presente e attuale, diveniamo incapaci a scorgere il rap- porto dialettico e ideale delle cose. Ma il punto al quale bisogna mirare è di determinare, se le rivoluzioni siano una necessità per la storia. Ora è chiaro , che vi sono momenti nella vita delle nazioni in cui le rivoluzioni sono necessarie. Senza la rivoluzione una nazione decaduta o in via di decadimento non può rigenerarsi, nè trovare il filo della nuova vita. Solo dalla rivoluziono può spicciare la scintilla del nuovo spirito, perchè nella rivoluzione è la negazione del passato. Inoltre havvi bisogno di una compenetrazione e di un rimescola- mento de’vari elementi , perchè la generazione di un nuovo essere possa aver luogo. E la rivoluzione è appunto quel momento che possiamo chiamare caotico, quell’ avvenimento speciale, nel quale i vari elementi sociali non s’incontrano nò debbono incontrarsi come ogni giorno, ma in modo spe- ciale, cioè, urtandosi, confondendosi e mescolandosi. Ed ecco la ragione per la quale non s’intende nè si spiega una ri- voluzione, quando le si vogliono applicare le regole ordi- dere, o si finge di non vedere, è che per bandire la guerra dall' umanità bisognerebbe distruggere la storia con le sue differenze, con le sue neces- sità. annullare la natura e sopprimere i bisogni essenziali e le leggi deilo spirito storico. Digitized by Googte TEORICA DELLA RIABILITAZIONE. 235 narie e normali della vila; mentre in essa vi sono altre forzo o, se si vuole che siano le stesse, esse operano diversamente e in guisa speciale, il che torna in realtà a dire che non sono le stesse. Quindi per bene operare in una rivoluzione biso- gna adoperare procedimenti e criteri speciali. Adunque, per tornare al punto donde siamo partiti, que- ste considerazioni mostrano che la dialettica penetra nella storia, e che la storia non può muoversi al di fuori della dia- lettica, dell’urto, cioè, della collisione e dell'antagonismo; epperò essa non può avere per scopo il paradiso terrestre, siccome non l’ebbe per suo cominciamento. Ma il difetto radicale della teorica in esame sta in questo che essa riduce la storia ad un accidente, ovvero ad una se- rie di accidenti c di eventi fortuiti. Secondo questa teorica, la storia è per quanto il peccato originale è stato. Ma il peccato originale quale ci vien pòrto dalla tradizione biblica è un fatto accidentale, perchè è il pro- dotto della volontà umana contraria alla volontà divina, anzi dobbiamo rappresentarcelo come posto al di fuori della eterna ragione. Si può dunque fare la supposizione che il peccato originale avrebbe potuto non accadere, ed allora non vi sa.- rebbe stata storia. Per la qual cosa, attenendosi a questa teorica, la storia non avrebbe più una ragione assoluta di es- sere, e la storia greca, per esempio, e la romana e il cristia- nesimo stesso non sarebbero che degli accidenti, i quali, come sono avvenuti, avrebbero indifferentemente potuto anche non avvenire. Da un altro lato questa teorica non è perciò stesso una dottrina propriamente detta. Essa prende il fatto, ammette la caduta, il peccato originale come punto di partenza, e ag- giunge al fatto un principio qualunque: invece di dedurre il fatto dal principio, deduce il principio dal fatto; e per tal guisa il fatto e il principio rimangono estrinseci 1’ uno all’ al- tro. Ora una dottrina qualunque, che segue questo processo estrinseco all’idea, che, invece di costruire l’ idea, il princi- pio in sè e di spiegarlo deducendone il fatto e la storia, va al fatto ed alla storia, e poi foggia un principio, che non è un principio, e che anzi nega il vero principio e la vera idea. Digitized by Googte 236 IL PROGRESSO. non può mai giungere ad un risultato razionale e non ha il valore di una teoria. Che se poi si pretende che il peccato originale, lungi di essere un fatto accidentale, era prestabilito e scritto negli eterni decreti , si entra allora in un’ altra sfera d’ idee, perche non più si ammette il fatto della caduta come accidentale, ma bensì come un fatto altrettanto essenziale alla storia quanto quello dell’ incarnazione, che alla caduta intimamente si col- lega. Ed in effetti da questo punto di vista la caduta è la natura umana. Noi in quanto uomini cadiamo, ossia pecchiamo in ogni istante, e vi possono essere varie forme di caduta, perchè si può peccare in varie guise. 11 peccato di Adamo è nella natura stessa dell’ azione e non nella contravvenzione alla parola di Dio, che gli prescrive di non mangiare il pomo. La possibilità di ogni peccato, di ogni caduta sta nella fini- tezza di nostra natura. Imperocché l' uomo è collocato tra due nature, due mondi, due esseri, il finito e l’infinito. Dal mo- mento che l'uomo è nell’ infinito, l'uomo non pecca e non può peccare ; mentre quando è nel finito pecca o può peccare. E la possibilità, che tocca alla natura intima di un essere, è parte integrante di questo essere, ed implica la necessità e l’attualità non in questo o quell' individuo nò in tutti gl' in dividui a un tempo, ma nella specie. È come la pioggia che in un dato giorno può e non può cadere; ma relativamente «1 tutto essa è una possibilità necessaria. L’ essere finito era soggetto a peccare, a far ciò eh’ è contrario alla ragione, per servirci dell'espressione familiare, e, in quanto necessaria- mente finito, non solo la colpa era in lui possibile, non solo egli poteva cadere in colpa, ma doveva cadervi, altrimenti non vi sarebbe stata storia e 1 obbietto stesso della creazione non avrebbe potuto esser realizzato. Se ciò è vero, noi siamo ricondotti all’ idea della storia qual principio superiore alla caduta e qual fondamento della storia. Perchè la caduta era contenuta nell' eterno pen- siero, e fu da esso determinata: il pensiero eterno, in altre parole, dovè pensare la caduta. E nel fatto sta che la pensò, mentre fu esso che fece l' uomo con la possibilità della ca- duta, ed è esso stesso che fa che 1’ uomo cada. Di maniera Digitized by TEOIUCA DELLA RIABILITAZIONE. 237 che questa teorica, presa anche nella forma indeterminata, sotto la quale vien presentata, presuppone l’idea, e, no» meno delle altre teoriche già esaminate intorno al principio determinante della storia, ci obbliga in ultima analisi a risa- lire all’idea, e all'idea della storia. V. IL PROGRESSO È DEFINITO E RELATIVO. La radice unica deHe false opinioni innanzi esposte, come in generale di tutti gli errori e di tutte le illusioni relative alla natura e allo scopo del progresso, è riposta nel falso concetto d’indefinitezza, che, facendosi strada in tutti i no- stri pensieri, noi facilmente applichiamo anche al progresso. Così, pensando alla libertà, crediamo che la vera libertà, la libertà assoluta, sia una libertà senza limiti. Ovvero, parlando di Dio, ci contentiamo di dire ch’egli è onnipotente, senza curarci di determinare cosa sia e possa essere questa onnipo- tenza divina. Alla stessa guisa il primo concetto che si offre alla mente òche il progresso è un moto indefinito. Perchè, se si va innanzi, se havvi sviluppo, non si vede dove e come questo sviluppo possa trovare un ostacolo e un punto di fer- mata. Al contrario, se oggi si ò raggiunto tal punto, pare cosa affatto naturale supporre ed ammettere che si possa andare indefinitamente al di là di questo limite. Questo concetto d'in- definitezza è il prodotto di una certa pigrizia, di un certo torpore della mente. Avvegnaché sia molto comodo e più agevole a un tempo attenersi alle astrazioni e alle generalità vaghe e indeterminate; mentre la verità sta nella definitezza e nella determinazione. L’ indefinitezza e l’ indeterminazione non sono la verità, ma il caso e l’accidente. L’ente indefi- nito ò l’ ente che non è governato da alcuna legge. Questo concetto adunque è contrario alla ragione e, come tale, noi dobbiamo eliminarlo dalle nostre abitudini intellettuali. In vero, tornando al progresso, se la storia non è figlia del caso, ma è governata dalla ragione, il progresso, eh’ è Digitized by Google \JL- Wì*^ g^, *' A^yLd t^w.V^>i Qjj.'CJ-a J^a. ^£>^V )>* *U K o^—' ’^t SvlSSiO. WSU » IL PROGRESSO. M /U-^*A ' c£^ , \^àyj9x. «- WwtuA o » all’azione di certi principii e di ^u.^ce rte leggi. E dire che le società si muovono o che il pro- grèsso accade conformemente a certe leggi e entro i confini di queste leggi, significa appunto che il progresso è determi- nato e definito o, ciò che torna lo stesso, che^tf progresso è rinchiuso e non può spingersi al di là della possibilità e della natura intrinseca delle cose, in una parola, dell’idea; che l’ idea è la vera legge delle cose e quindi del progresso. Havvi non però un’altra indefinitezza che, trattandosi del progresso, si affaccia alla niente, quella del tempo. Si dice: •anche ammettendo che gli avvenimenti nella storia si svol- gano secondo certe leggi, si può concepire che si svolgano indefinitamente nel tempo, e che non vi sia punto nel tempo in cui possa dirsi che la storia abbia raggiunto il suo scopo. Or bene noi dobbiamo ammetterla questa specie d’ inde- finitezza temporale, perchè in effetti non ripugna alla ragione che la storia si svolga eternamente nel tempo. Ma da ciò non si può cavare alcuna conclusione contro la nostra tesi.' 11 pro- gresso, indefinito nel tempo, in sè e nella sua* essenza è de- finito. Supponiamo che si dica 1’ obbietto finale della storia | essere la libertà. Certamente non s' hilende parlare di una libertà indefinita e non governala da alcuna legge. La libertà! nella sua più alta espressione dev’ essere governata da leggìi E queste leggi fanno la determinazione e il limite del prò- j grosso, perchè il- progresso non può trascendere, scuotere od j annullare codeste leggi. Similmente, volendo con altri sup- porre che scopo della storia sia il conquisto della maggior somma possibile di felicità, è chiaro che anche la felicità è determinata da certe leggi e da certi principii. Il vero pro- gresso adunque non può essere nè andare al di là della legge e della ragione. Qualche esempio potrà chiarire il nostro pen- siero. Se esaminiamo l’ antico giure domestico e lo mettiamo a raffronto col moderno, non possiamo fare a meno di rico- noscere che in quest’ ultimo havvi progresso sul primo. Perchè altra volta il padre aveva un diritto assoluto sulla famiglia. I figli e la moglie erano rispetto al padre di fami- Digitized by Google IL PROGRESSO È DEFINITO E RELATIVO. 239 glia non persone ma cose, nè quindi godevano diritto alcuno clic valesse a correggere e a moderare il diritto ciclopico del padre. Questi rapporti sotto l' azione del progresso si sono modificati conformemente alla ragione. Onde, comecché nella famiglia attuale conliuui ad esistere una gerarchia e vi sia ancora un capo, pure la donna è considerata come un mem- bro della famiglia non solo, ma bensì come un ente morale, che deve tenere la sua parte nel governo stesso della fami- glia. Questo è il diritto che la ragione, progredendo e svilup- pandosi, doveva sanzionare e ha sanzionato a vantaggio della donna. Scendere poi alla determinazione di altri particolari non poteva e non doveva, mentre la misura dell'ingerenza della donna nel governo della famiglia dipende in massima parte dallo stato generale di civiltà in una data comunanza sociale. Similmente oggi i figli non sono più cose cadute nel dominio del padre, nò questi può più disporre della loro vita; ma se hanno de' doveri, essi hanno anche acquisito de’ diritti. Tutto ciò è molto naturale: una volta ammesso il pro- gresso, dobbiamo ammettere che la sua azione consista appunto in questo, nel rendere migliori le istituzioni e nel modificarle. Ma queste modificazioni sono limitate, nel senso clic non pos- sono toccare all'essenza e al fondo delle istituzioni, e debbono salvarne il principio. Alcuni invece, mirando da un lato a questa progressiva trasformazione de' rapporti e della costi- tuzione della famiglia, ed illusi dall'altro dal' concetto di un progresso indefinito, credono possibile la soppressione della famiglia, come risultato ultimo al quale in questa sfera il pro- gresso dovrà condurre. Ora qui sta il difetto e la esagerazione, e così inteso il progresso diviene cosa pericolosa, anzi impossibile. Se la fa- miglia non è un accidente, ma un'istituzione essenziale al- T organismo sociale, è chiaro che il progresso non potrà giammai sopprimerla o sconvolgerne gli elementi e i rapporli fondamentali. Di certo la famiglia, come ogni altra istituzione sociale, presenta un doppio aspetto: essa ha le sue perfezioni, malia poi anche le sue imperfezioni: essa è utile sotto un certo riguardo, e sotto un altro può essere anche dannosa. E guardan- dola dal punto di vista delle sue imperfezioni, si può dire che la Digitized by Google 240 il PRonriEsso. famiglia genera Io spirito domestico, spirito ristretto, esclusivo ed egoista; e eh’ essa stabilisce un antagonismo tra gl’inte- ressi limitati della famiglia e gl’ interessi universali dello Stato. Ma primieramente le imperfezioni sono inerenti alla famiglia, perchè essa si muove in una sfera limitata. Lo spirito, l’idea della famiglia è un’idea limitata, perchè in seno alla famiglia nascono ed esistono certe tendenze e certi scopi che non si possono applicare alla sfera dello Stato ed ai rapporti che chiamerò civili. Senza dubbio, se io nell’organismo ne considero una parte divisa dal tutto, dovrò dire eh’. essa è imperfetta. Quando non si esaminano le cose sistematica- mente, non si vede come la parte d’ imperfezione di ciascun essere è una insuperabile necessità nel tutto o nell’unità; e quindi è giustificata, e nel tutto disparisce. Inoltre la vera questione è di sapere se il tutto possa- essere senza la fami- glia , non ostante le imperfezioni e le limitazioni di questa. Ora se l'idea della famiglia è un momento limitato, pure è un momento necessario del tutto. Vi sono di fatto certi biso- gni e certe tendenze che la famiglia sola può sviluppare e sod- disfare, certi interessi che solo essa può rappresentare, e gli rappresenta, gli sviluppa e gli soddisfa non solo per sè, ma in prò del tutto. Così la generazione e l’educazione della prole sotto una forma razionale e socievole non sono possibili senza il concorso della famiglia. Poi i rapporti del padre e del figlio, i rapporti familiari di gerarchia e di rispetto sono una preparazione alla vita pubblica, a quei rapporti più com- plessi e più alti nel cui mezzo l’uomo deve svolgersi e vi- vere. Havvi da ultimo la proprietà : sopprimete la famiglia e la proprietà è abolita per ciò stesso. Questo tjagionamento che si fa intorno alla famiglia si applica anche ad altre istituzioni sociali, alla proprietà, per esempio. Difatto, poiché anche la proprietà si è man mano trasformala ed ha soggiaciuto a varie modificazioni, si pensa che il vero progresso consisterebbe nell’abolizione della pro- prietà. Ed anche la proprietà, al pari della famiglia, può avere i suoi difetti. La proprietà si può abusare. Ma questi sono riflessi individuali, di cui la scienza non può nè deve oc- Digitized by Google IL PROGRESSO È DEFINITO E RELATIVO. 241 cuparsi. Da un altro lato non disconosciamo che uno dei gravi problemi dei tempi nostri è quello del proletariato. Ma porre la questione in modo radicale, che cioè in una so- cietà tutti hanno il diritto a possedere, perchè tutti sono uomini, tutti hanno le stesse facoltà e gli stessi diritti, vale quanto mettersi al di fuori della possibilità delle cose e della ragione. Bisogna determinare fin dove e in che modo i non possidenti possano entrare nella sfera de’ possidenti. Tale e non altro è il problema. Per la qual cosa il progresso nella questione della proprietà può solo consistere nel più enei meno; ma il principio della proprietà dev’ esser mante- nuto. Avvegnaché la proprietà sia fondata sulla natura delle cose e sia per ciò stesso necessaria. La proprietà può primie- ramente considerarsi come il fondamento dell’ amor patrio. In questo amore havvi di fatta un obbietto che, per adattarmi al linguaggio comune, chiamerò ideale, come la grandezza e la gloria nazionali; e poi havvi un obbietto materiale, e questo è il suolo posseduto e posseduto individualmente o dalla fami- glia, senza di che manca un legame, uno dei vincoli più saldi tra l'individuo e la patria. Ecco perchè tutti sentiamo una tendenza a diventar proprietari, e più una società è demo- cratica, e più questa tendenza è forte; benché poi per ra- gioni assolute siffatta tendenza non possa per tutti realizzarsi e passare all'alto. È la forza dialettica che fa sì che in uno Stato i proprietari non possonp esistere che a fianco dei non proprietari ,. e non possono esistere nella realtà perchè non lo possono nell’ idea. Di questa verità non può farsi espe- rienza materiale ; ma è facile riconoscere che se la proprietà fosse ugualmente divisa fra tutti noi, non vi sarebbero più proprietari. Inoltre la proprietà è soprattutto /ìecessaria per- chè, là ove non havvi proprietà , non havvi lavoro nè ope- rosità, perchè lo stimolo al lavoro ed all’attività vien meno. Questi esempi bastano per mostrare la verità di quello che dicevamo, che il progresso non può eh’ essere definito. Se in una società vi sono istituzioni, idee, leggi assolute, es- senziali ed immutabili che la governano, è chiaro che, qua- lunque sia il grado di civiltà che questa società potrà toccare, qua lunque la via che potrà percorrere, non mai le sarà dato Introduzione alla Filosofìa della Storia. 16 Digitized by Google a v. ' V p o- r ' 4^vO ^ «X«^ \ >/aX Q. 0^ o -' 'J OwÀjo 0 *\. — V, -1-— s. * \ -Aj WvJlCU^jlJ^ , U-er lo che più si pensa e più si agisce, e più si agisce e più si pensa, e, pensando ed agendo, più alto è il grado, più sublime il punto, che la società toccherà nel cammino del progresso. Se non che se è vero che non havvi progresso che in quanto l’azione e il pensiero, la pratica e la teorica coinci- dono e si compenetrano; se è vero in altre parole che havvi un punto in cui l’azione e il pensiero s’incontrano, ciò vuol dire che vi è un qualcosa che sorpassa questi due prinoipii e che fa la loro unità. Ed in effetti vi è; e questo è ciò che ora resta a mettere in chiaro. Dissi già che il progresso è determinato, 1 e da quello che ho detto poc’anzi apparisce che ciò che può determinare il progresso è un principio ideale o un' idea. Ma questa idea è forse un'idea astratta, un’idea puramente teorica? La vera idea — e a tal riguardo non rileva punto che per idea si prenda l' idea assoluta o una determinazione parti- colare di questa idea , — è l' idea concreta. L’ idea astratta , l’idea teorica non è che una parte, un aspetto solo dell’idea concreta. L’ idea concreta abbraccia e contiene in sé due mo- menti, quello dell’idea pura, dell’idea germe e nel suo stato immediato e quello della realizzazione di questa idea ne’ vari suoi momenti, ovvero dell'idea realizzata. Supponiamo l’idea pura dell' uomo senza che questi fosse mai esistito. Tale idea sarebbe stata una mera astrazione. Similmente nella co- stituzione fondamentale della statuaria l’idea concreta non è la teorica nè la pratica, ma T insieme e la fusione di entrambe nella statua realizzata. L’idea del sistema solare, che non lo avrebbe generato, che non si sarebbe in esso attuata, non sarebbe la vera idea. E così per citare un altro esempio, quando io penso, ecco un pensiero astratto; questo pensiero non è un pensiero vero e concreto , se non quando m’ impos- sesso della natura e lo realizzo. Onde qui la perfezione non islà nell’idea fuori della natura, nè nella natura fuori dell' idea; ma nel rapporto e nella compenetrazione di queste due cose* 1 Vedi il paragrafo V. Il progresso è definito e relativo. Digitized by Google 200 IL PROGRESSO. Adunque l’ idea concreta è superiore, contiene e fa l’ unità- dell’idea astratta e dell’idea realizzata, del pensiero e del- l'azione. Ed è questa l’idea che, sorgendo nella storia, vi determina un progresso. Essa, penetrando nel mondo come principio del pensiero e come principio dell’azione, infonde e suscita una nuova vita e, svolgendosi, rifa il pensiero e rifà l’attività; rinvigorisce le forze dell’umanità e la fa muovere nella sfera del pensiero come in quella dell’ azione. In una parola la storia si muove in questa idea, e, attraverso i suoi movimenti e le sue fasi, la va attuando. Se questa idea fosse unilaterale, se escludesse il lato pratico, eh’ è un momento essenziale della sua vita e della sua esistenza, non potrebbe addurre un rinvigorimento, un risveglio; in una parola, non potrebbe generare alcun moto sociale, e quindi non vi sa- rebbe progresso. Se abbiamo comprese queste rapide considerazioni , dob- biamo veder chiaramente che la sostanza ovvero la radice ultima del progresso sta nell’idea, non nell’idea astratta e indeterminata, ma nella idea concreta, la quale comprende l' idea teorica e 1' idea pratica. In fondo questa idea concreta, che fa il progresso, è il nuovo pensiero, il nuovo spirito che sorge e si realizza nella storia. Vi sono e vi possono essere progressi parziali, che sono come tanti rami di uno stesso tronco, o più propria- mente tanti sviluppi particolari dell’ affermazione di un unico principio generale, di un pensiero, di uno spirito storico. Così noi possiamo considerare la storia greca come una serie di sviluppi e di progressi che costituiscono gli aspetti vari e moltiplici dello spirilo greco. Ma quando questo pensiero o questo spirito storico ha prodotto quello che poteva pro- durre, il progresso sarebbe impossibile, e lo sarebbero bensì questi sviluppi parziali, se nella storia non sorgesse un nuovo spirito. E còsi allorché lo spirito greco venne meno, senza un nuovo spirito, non più vi sarebbe stato progresso; la sto- ria si sarebbe fermata , ovvero avrebbe ricominciato un nuovo circolo identico al primo , secondo il concetto vicinano. Onde perchè la storia potesse muoversi e andare avanti vi volle lo spirito romano. Digitizèd by Googl SOSTANZA. DEL DDOODESSO . 201 D) La scienza è la vera sostanza del progresso. Se è vero, come lo abbiamo veduto, clic ciò clic fa il progresso è un nuovo spirito, un nuovo pensiero che sorge nella storia, bisogna ammettere che ogni trasformazione, ogni evoluzione storica costituisce necessariamente un pro- gresso, un progresso relativo, limitato, ma che non di meno è sempre un progresso. È questa una verità che soventi volte siamo renitenti ad ammettere. Preoccupati dai nostri interessi, dalle nostre passioni ed anche da’ nostri capricci, noi non sappiamo o non vogliamo riconoscere questa verità, che ogni evoluzione della storia segna un progresso. Il progresso più o meno trae sempre seco la negazione e la distruzione del passato ed anche del presente. Ora da un lato la nostra mente è d’ordinario rin- chiusa nel passato e nel presente, perchè questi sono fatti , sono, per così dire, enti reali che hanno esistito ed esistono c della cui realtà non si può dubitare. Dall’ altro lato il pro- gresso, ovvero un nuovo svolgimento storico ne’ suoi albori contiene un mondo che non ancora esiste, che non ha una forma distinta e determinata e la cui realtà è ancora poten- ziale. Perciò noi facilmente vediamo la realtà e il progresso nel passato, nell'ordine di cose esistente; mentre poi in un nuovo sviluppo dello spirito storico che s’ inizia non sappiamo nulla vedere o, se qualcosa vediamo, non è di certo un pro- gresso, ma la negazione del progresso o 1’ opposto del pro- gresso ossia un regresso. Per queste ragioni stesse noi spesse volte ci prendiamo giuoco della provvidenza. Imperocché quando un avvenimento si accorda, coincide co' nostri inte- ressi sia individuali sia nazionali , o .anche con le passioni del partito cui siamo aggregati, allora ci affrettiamo a dire: la provvidenza ha così disposto: questo avvenimento è stato governato dalla mano della provvidenza. E quando invece gli avvenimenti son contrari alle nostre viste, ai nostri inte- ressi, alle nostre passioni, diciamo allora : questo è un travia- mento dello spirito; e facciamo voti perchè la provvidenza Digitized by Google 2G2 IL PROGRESSO. voglia subito ricondurre l'umanità, la storia e la ragione- nella via che non sarebbesi dovuta mai abbandonare. Ma ciò, lo ripeto, è proprio prendersi giuoco, farsi trastullo della provvidenza. Perchè allorquando le illusioni e le passioni si sono dissipate, si vede che uno svolgimento storico, che ha spostato i nostri interessi , urtato le nostre passioni è un pro- gresso, è una fonte di nuovi beni, di nuova e più larga pro- sperità per l’umanità; ed allora le passioni, i pregiudizi e le prevenzioni tacciono. In vero, ammesso il progresso, è una necessità ammet- tere che non può attuarsi e realizzarsi se non a questa condi- zione, che il passato e il presente si modifichino, si riformino o anche scompaiano. Se tale c la necessità, se tale è la legge storica, noi non dobbiamo esserne turbati. Questa legge sto- rica si può attuare in varie guise. Gradatamente, per mezzo di successive riforme; ovvero in modo subitaneo e violento, per mezzo di rivoluzioni. Comunque si sia , l’ andamento della legge storica non cangia per ciò e rimane sempre lo stesso. Non havvi progresso, se il passato e il presente non sono sorpassati e in qualche modo negati. Per esser certi poi di questa verità , che ogni sviluppo storico è un progresso, noi non abbiamo che a gettare uno sguardo imparziale e spassio- nato sulla storia. Riportiamoci col pensiero a quel momento neH’antichità, in cui la società romana era sul punto di sciogliersi e scom- porsi. Siamo ai tempi di Cicerone, e già si aveva il presenti- mento di questa crisi. Era una specie di spavento che Cicerone provava in faccia ai sintomi di dissolvimento che si andavano apparecchiando alla superficie della società romana. Ed in via di salvezza contro tanta sciagura, egli proclamava Roma do- vesse ricondurre le sue istituzioni olle loro origini. Questo era un inganno, un’illusione in cui egli vivea. Noi compren- diamo non di meno il suo inganno. Per quanto Cicerone con la sua mente s’innalzasse al di sopra del ciclo limitato della vita romana , pure non poteva svincolarsi dalle abi- tudini locali. Egli era troppo romano, perchè al di là delle istituzioni romane e della romana civiltà potesse vedere istituzioni più perfette ed una civiltà superiore. Se ora pas- Digitized by Google SOSTANZA DEL PROGRESSO. 2G3 siamo dall’epoca in cui vivea Cicerone, o anche più giù da quella della decadenza dell'impero al medio evo, egli è certo che a prima vista, e considerando il medio evo separa- tamente e indipendentemente dal generai movimento della storia, noi diremo: ecco un regresso; cosa ha mai guadagnalo l'umanità dalla distruzione, delle antiche società, la Grecia e Roma? Perchè a vero dire le civiltà greca e romana la vin- cevano di gran lunga sulla civiltà del medio evo. Gl’ immor- tali monumenti da quelle innalzati, le loro istituzioni, il loro stato morale, civile e intellettivo sono tali che noi non pos- siamo a meno di considerare il medio evo come un'epoca di tenebre e di barbarie. E non di meno senza la distruzione delle vecchie società, senza il medio evo, senza quest’epoca di rim- pasto, di rimescolamento e di nuova composizione de' vari elementi sociali, le società moderne non sarebbero potute sorgere. Senza quelle tenebre non avrebbe potuto esservi nuova luce. Il medio evo ebbe ragione sull’antichità, per- chè portava in sè il nuovo spirito del mondo. Esso annunziò l’aurora di un nuovo svolgimento dello spirito, e fu il germe e l’embrione della civiltà moderna. 11 med;o evo è la nuova generazione che segna il deperimento della vecchia; è il fan- ciullo la cui nascita è la morte de’ suoi genitori. Lo spirilo di fatto non si rinnova senza che il corpo non si rinnovi a un tempo, il di dentro s'ammoderna, e con esso anche il di fuori. E sotto altra forma, benché lo spirito, si può dire, non sia mai soddisfatto della natura, pure ha bisogno della natura, perchè vuole e deve manifestarsi; e quindi vive nella natura, non in modo astratto, ma servendosene e sommettendola alle sue esigenze. Per un nuovo spirito vi vuole in qualche modo una nuova natura. E però quando si tratta di un vero e sostanziale rinnovamento storico vi vuole tra l'altro anche una certa trasformazione di razza. Questa tra- sformazione, è vero, può essere l’effetto del lavorio lento dei tempi e della cooperazione di molti elementi e di cause sva- riate; ma può anche essere l’effetto dell'irruzione subitanea di un popolo giovane e rigoglioso. E tale fu il compito, tale l’azione nel mondo dei popoli germanici al medio-evo. Noi li chiamiamo barbari. Può essere, in un cerio senso. Ma, con- Digitized by Google 264 IL PROGRESSO. siderati da un punto di vista razionale e umanitario, non lo sono di certo. Attila è flagello di Dio si, ma perchè in lui era la nuova vita. Essi sono barbari relativamente alle vecchie civiltà greca e romana; ma non a petto della nuova, del nuovo spirito, della nuova idea cristiana. Sono essi che rup- pero e sfondarono le barriere del vecchio spirito e vi sosti- tuirono o almeno prepararono la via all’ avvenimento del nuovo. Anche la rivoluzione francese è stata chiamala bar- bara da coloro che si mettono a giudicarla dal punto di vista della civiltà anteriore francese o europea. I Germani come i rivoluzionari francesi distruggono: dunque barbari gli uni e gli altri. Ma bisogna distruggere, in qualunque modo d’al- tronde si distrugga. Senza distruzione, le nuove civiltà non possono sorgere nè stabilirsi. Ecco perchè, lo ripeto, noi non dobbiamo considerare l'irruzione dei barbari e il medio- evo come un momento antistorico, come un regresso: al contrario, come la fase della nuova civiltà, come un pro- gresso. I Adunque se la vita vera della storia sta nel molo con- tinuo, è evidente che ogni nuova evoluzione della storia è un t progresso; e che per ciò stesso, il presente vale più del pas- 1 salo e l’avvenire varrà più del presente. Ma si dirà che so ogni svolgimento storico è un pro- gresso, e se il presente vale più del passato, e l’ avvenire più del passato e del presente, l’ultima conclusione sarà che nulla vive, nulla dura nella storia, e che tutto è trasci- nato e travolto, tutto assorto e consumato nel vortice del tempo. Ebbene, questa conclusione non è che l’esagerazione di un principio vero. Per tanto, ritenendo il principio, noi dob- biamo respingere l’ interpretazione esagerata che gli si vuol dare. Il principio e la verità stanno nella necessità del movimento e dello sviluppo, cui la vita nazionale e la storia in generale sono sottoposte. Una nazione devo muoversi. Questo movimento non dev'essere pazzo, sregolato, ma ra- zionale. Una nazione deve modificare, comporre le sue isti tuzioni secondo, come dicesi, i suoi interessi, c più esatta- mente secondo la ragione. Una nazione che non si muove. Digitized by Google SOSTANZA. DEL PROGRESSO. 2G5 non vive, non è una nazione, perchè tradisce la sua essenza « nega ciò che vi ha di più intimo alla sua natura. 1 Ma noi abbiamo veduto che questo muoversi, questo di- venire di una nazione è necessariamente limitato. ! 11 perchè un tempo arriva in cui essa non può più muoversi nè di- venire, ed allora deve ritirarsi e far posto ad un’ altra na- zione. Avviene allora una evoluzione nella storia, la quale v’introduce una nuova idea, un’idea che vi determina un nuovo momento, perchè con essa sorgono nuovi interessi, nuovi bisogni, nuove tendenze, in una parola, un nuovo spirito. 3 Questa nuova idea o spirito, appunto perchè costituisce un momento della storia, un periodo, una zona storica, deve necessariamente esser collegata con i momenti e i periodi che l'hanno preceduta e svolgersi da essi, contenendoli e sorpas- sandoli a un tempo, avvegnaché questo sia il vero svolgi- mento. Quando parliamo dello svolgimento di un essere, non 1 Di fallo noi abbiano veduto (cap. quarto. Spirilo nazionale) cbe I* ele- mento determinante dell' organismo nazionale è lo spirito. Ora la vii» , l’essenza dello spirito sta nello svolgimento. Uno spirito immobile, elio non si svolge, è la natura, non lo spirito, vale a dire, non è lo spirito che penetra se stesso, che comprende la sua propria essenza ed esiste così in quanto spirito. Epperò una nazione che non si muove e non si sviluppa manca alla condizione essenziale della sua vita e che la fa qual' essa è. 3 Vedi cap. quarto , VII. Il sorgere e il cadere delle nazioni. 3 Nulla prova contro la natura storica ed il valore per dir cosi uma- nitario di questo spirito il fatto eli' esso va ad incarnarsi, o meglio sceglie per suo rappresentante, poche nazioni o una nazione soltanto. Una nuora idea, un nuovo spirilo storico è una nuora idea, un nuovo spirito nazio- nale: ciò, in altre parole, vuol dire che una nuova idea genera e fa sorgere una nuova nazione , perchè la storia non esiste e non può esistere al di fuori delie nazioni. Ma è lo spirito dell'umanità quello che, mentre genera questa nuova idea, ne raccoglie in pari tempo gli sviluppi parziali che presso una data nazione ha ricevuti, ne conserva i risultati, assegna loro un'importanza universale e chiama l’umanità intera a parteciparne. Ecco come la storia è oggi in possesso di certi principi!, di certe verità , che non sono il patrimonio esclusivo e proprio di questa nazione più che dì quell' altra, ma sono un patrimonio comune dell'umanità intera; e non pertanto questi p ri nei pii e queste verità non furono originariamente conquistati che per gli sforzi fatti e per le lotte sostenute da singole na- zioni. Digitized by Google 2G6 II, PROGRESSO. vogliamo intendere che i vari gradi, i vari momenti di que- sto svolgimento siano estrinseci gli uni agli altri, o gli unr dagli altri indipendenti ; ma al contrario che i primi si ripro- ducono e si contengono negli ultimi, come l'infanzia è con- tenuta nell’ età virile, ovvero il fiore o il frutto contiene tutte le parti e momenti anteriori della pianta. Questo è quanto accade nella storia. Sorge un nuovo popolo, un popolo vera- mente storico, un popolo che rappresenta l’idea storica. Cer- tamente esso non può e non deve riprodurre esattamente lo stesso spirito, le stesse forme, le stesse istituzioni de’ tempi andati ; ma le riproduce sviluppate , trasformate , ani- mate da un nuovo soffio di vita. Se lo spirito romano fosse stato identico allo spirito greco non vi sarebbe stata dif- ferenza tra la storia de’ due popoli , e sarebbe mancata ogni ragione perchè Roma sorgesse. Ma esso però deve riprodurle, se vuolo avere il titolo di nazione storica; mentre tale non sarebbe, se non abbracciasse in sè in una certa guisa tutti i momenti precedenti della storia, e se non riassumesse i vari sviluppi anteriori. Cosi le nazioni cristiane hanno riprodotto gli clementi della civiltà pagana combinandoli con Io spirito cristiano. Ciò per altro apparirà chiaro sol che vogliamo ri- cordare qual sia la legge del sistema , e che nulla nel sistema sfugge a questa legge. Ed anche il progresso, essendo nel siste- ma, è un ente sistematico.' Il progresso rivoluzionario non.è un vero progresso, o tutt’ al più non è che un momento solo, ^momento primo, immediato del progresso. Da un punto di l 'vista politico noi possiamo e dobbiamo ammettere la rivolu- zione, fosse pure una rivoluzione radicale. Ma questo mo- * mento, in cui bisogna romperla col passato non è che un momento; e dappoi che si è esplicato, il passato deve ripro- dursi, deve fondersi nel presente. Questa conciliazione è in-- dipendente dalla volontà individuale o nazionale, voglio dire, che questo legame, questa trama storica non è fatta dal- l' umano arbitrio, ma è una necessità fondata sulla natura delle cose. Una nazione nasce e crede poter vivere delle solo- sue proprie forze, del solo suo proprio spirito; ma mano a ' Vedi cap. terzo, II, — L'unità e i rapporti nella storia. — Digitized by Google SOSTANZA PEL PROGRESSO. 207 •mano che Io spirito si sviluppa, la nazione è obbligata ad uscire dai limiti di quella vita primitiva e a cercare alimento dal passato, perchè essa è parte del sistema e non può rag- giungere il suo scopo al di fuori di questo sistema. Non è vero adunque che tutto passa, nulla vive e nuli» dura nella storia ; ma il contrario è appunto ciò eh’ è vero. Tutto, si può dire, sussiste e nulla va disperso nella storia, perchè la vera forza del progresso sta in questo che il pas- sato e tutto il passato continuamente si ripete, si rinnova e passa ad esistere nel presente. Un progresso intanto, uno sviluppo storico o sociale b cosa molteplice, è un ente sistematico, complesso, composto cioè divari elementi, di vari interessi, di varie istituzioni e di vari bisogni, i quali perciò stesso che sono vari, non possono aver tutti la stessa importanza, lo stesso valore, nò tutti operare con la stessa efficacia sulla società. Vi deb- bono dunque essere alcuni principii o, potrebbe anche dirsi, vi deve essere un principio determinante, che tutti gli altri domina, e che n’ è come il motore, il fine e lo scopo su- premo. Sotto questo riguardo la storia, un ciclo storico può paragonarsi a un altro ente organico qualunque, la pianta, per esempio. Nella pianta le varie parti che la compongono non hanno tutte lo stesso valore ; possono essere e sono di fatto tutte necessarie, ma non hanno tutte la stessa impor- tanza. Senza troppo dilungarci, fa appena bisogno ricordare che il frutto è 1’ elemento più essenziale e determinante della pianta, l’elemento, in vista del quale tutte le altre parti della pianta si muovono e si fanno. Lo stesso si può dire di un'opera d'arte. In una statua, per esempio, tutte le parti sono neces- sarie, ma non tutte hanno la stessa espressione, lo stesso pre- gio e la stessa bellezza, nè possono averla; quindi ve ne sono alcune, e può dirsi che ve n’ è una che domina e sorpassa tutte le altre. Nella statua questa parte è il capo, anzi una porzione del capo , il volto, perchè è nella espressione del volto che si riconcentra il valore e il significato della statua. Lo scultore deve coordinare tutto a questo scopo, che fa e domina tutte le altre parti della statua. Queste considerazioni si ap- plicano ad ogni ente sistematico e per conseguenza anche alla Digitized by Google 2G8 IL PROGRESSO. storia e al progresso. Di fatto la civiltà si compone di vari elementi, c l’ ente sociale di varie sfere. E il progresso, appli- candosi alla civiltà ed attuandosi nell’ organismo sociale, può naturalmente esplicarsi sotto varie forme. Quando si dice, per esempio, che un popolo è più colto di un altro, ovvero che una zona storica è più innanzi nella civiltà di un’altra, io posso voler significare chela prima sorpassa l’altra nell’arte militare, o nel commercio, o nella sapienza civile, o nella scienza. Ebbene, trattasi di sapere quale di questi elementi, di questi principii componenti la civiltà di un popolo o di un pe- riodo storico sia il determinante, quello che domina tutti gli altri. Esaminando i vari elementi spirituali, che entrano a far porte della storia o di uno stato sociale, noi vedremo che essi sono altrettanti moventi della società e della storia. Cosi la sapienza civile e legislativa, l’arte militare, le arti belle, la religione sono vari moventi, perchè muovono e fanno ope- rare la società. Ma vedremo altresì che tutti questi elementi, tutte queste istituzioni, che si chiamino come si vogliono, sono essenzialmente finite e limitate, perchè non possono svin- colarsi dalla natura e dalle condizioni inerenti alla costituzione della natura, lo spazio e il tempo; onde sono sottoposte al movimento, che trae seco necessariamente trasformazione. In altre parole, il divenire penetra in questi elementi della storia e vi penetra essenzialmente, non come un fatto acci- dentale che possa esser corretto col tempo o vinto dal pro- gresso. In vero la legge civile primieramente, per quanto equa e giusta si voglia supporla, è sempre imperfetta,' contiene sempre un aspetto locale, che ha un valore affatto momen- taneo. Imperocché collegandosi essa intimamente con la vita e con lo spirito di un popolo, è limitata quanto questi; e quindi deve svolgersi, modificarsi, cambiare, c anche in parte sparire. Dicasi altrettanto dell’ arte militare. Come nella legislazione anche nella guerra havvi un elemento uni- versale, perchè non siamo più nella sfera dell’individuo, ma nella sfera dell’ universale. Oltreché la guerra suppone una certa scienza: essa, mentre adopera le scienze quali. Digitized by Googte SOSTANZA DEL PROGRESSO. 2G9 la fisica e la matematica, è per dipiù fondata sopra certi principii propri. Ma la guerra ò nella natura ; e però la scienza o l’arte della guerra sottosta al cambiamento e al divenire. Abbiamo poi una sfera più alta, le arti belle. L’arte, l'arte del bello ha una essenza, una natura propria come il triangolo, la pianta, l'animale. Nell’ essenza dell'arte vi è l’idea, che comiucia ad essere in quanto idea, vale a dire, vi è un certo pensiero dell’ idea , ma vi è pure la natura come natura, tuttoché lavorata, modificata dall’azione dello spirito. L’ arte di fatto non può fare a meno del simbolismo, della porte esterna e materiale, in una parola, delle forme naturali per esprimere l’idea Onde l’idea eh’ è nell’arte, è un’idea rappresentativa, essenzialmente avvolta nel simbolo, dal quale non può separarsi, come la pianta non può sepa- rarsi dal suolo. E in somma, l’idea artistica è un’idea ch’é ancora nella sfera della natura. Havvi adunque nell’arte qual- cosa di locale, di finito, di limitato ciò che fa che in essa pe- netra il divenire. Al di sopra della sfera dell’ arte troviamo la sfera della religione. 11 fondamento intrinseco e essenziale della religione è il pensiero dell'assoluto. Havvi un principio assoluto di tutte le cose. Tal’ è il fondamento di tutte le reli- gioni, qualunque poi sia il loro insegnamento particolare. Anche nel feticismo si pensa un certo ente supremo, comun- que vi sia poi rappresentato sotto una forma sconcia e venga in qualche modo identificato col fetiscio. Vi è però una con- traddizione nella religione. Mentre da un lato essa accetta ed ammette questo pensiero dell’assoluto, dall’altro non lo pensa liberamente e sistematicamente, ma si contenta di averne il sentimento e la fede. Ora il sentimento non può divincolarsi dalla rappresentazione esterna ; e la fede più fervida, più pu- ra, più profonda è sempre inviluppata nella percezione sensi- bile. La fede non può afferrare l’idea assoluta : questa sfera è chiusa per la fede , perchè la fede non pensa ; anzi più essa è ardita e intensa, più è vivace e più rifugge dall’ intendere e pensare l’ idea. Di maniera che la contraddizione eh’ è nella religione è la contraddizione del pensiero puro e della fede o del sentimento. La sfera religiosa dunque è un alto punto del- ]' essere; ma è una sfera dello spirito, che, mentre s’ innalza Digitized by Google 270 IL PROGRESSO. al di sopra della natura, nel tempo slesso ricade ancora come l’arte, benché in altra guisa, nella natura. 1 Questa contrad- dizione fa sì che la religione deve anche essa, come ogni altra istituzione, svolgersi, modificarsi e trasformarsi. Ciò mostra che se questi vari elementi sono motori ■della storia, non lo sono che in un senso relativo: muo- vono, è vero, ma al tempo stesso sono mossi: determinano, mentre a loro volta vengono determinati. Nessuno di essi può dunque essere il principio, l’elemento, il motore supremo del progresso. E se non vi fossero che questi elementi sol- tanto, vi sarebbe solo divenire, o, per dir meglio, non vi sa- rebbe piu divenire, perché mancherebbe quel punto culmi- nante che può solo spiegare e rendere ragione del pro- gresso. Vi deve perciò essere una sfera, una regione superiore all' arte e alla religione, e eh’ è dirò come il santuario del tempio. Perchè come in un tempio sono varie parti, ed il santuario non potrebb’ essere senza il tempio, ma è un luogo ove Dio abita in modo particolare, così questa sfera suprema deve avere un'essenza propria, per la quale tutte le sfere inferiori sono ispirate e animate. La necessità di questa sfera superiore, di questa regione è evidente. La stessa religione, anche nel tempo in cui la fede dominava il mondo, l'ha am- messa, riconoscendo che la fede non soddisfa, non appaga, non basta a se stessa, se non annulla se stessa, se non si eleva, voglio dire, al di sopra di se stessa, pensando e com- prendendo ciò che essa crede. Ebbene, al di sopra della sfera dell' arte e della religione havvi quella della scienza. Che se al di sopra di questa sfera non ve nò altra piò perfetta, noi dobbiamo ammettere che sia questo quel principio determinante di ogni progresso, di cui andiamo in cerca. Se di fatto il principio determinante dell'essere come del moto delle cose è l'assoluto, la scienza poi è quella parte, quel punto culminante dell’assoluto che domina e sovrasta a tutti gli altri. Perchè è nella scienza che l'assoluto esiste hi 1 Vedi su questo punto Vera. Philoiophie de l'Esprit, de Hègcl » toI. II § 554 et suiv. ; e 2m« Introduclion du Traducleur, chap. VI. Digitized by Google SOSTANZA DEL PROGRESSO. 271 quanto assoluto. La scienza nel suo significalo più largo dub- itiamo concepirla come la sfera de' principii delle cose ; onde essa trascende i limili della natura, in quanto natura. Non thè essa escluda la natura : al contrario, la comprende, ma come idea, come scienza della natura, come natura trasfigu- rata ovvero idealizzata. E per ciò stesso che trascende i limiti della natura, essa è superiore a tutti gli elementi spirituali, che si muovono nella natura e che fanno una società, alla sapienza civile, alle arti del hello, alla religione, ed in una parola sola, essa è superiore alla storia, al divenire e al progresso della storia. È superiore in questo senso eh’ è essa che mostrandosi alla mente dei popoli o della umanità, sia direttamente sia indirettamente, opera su questa mente, in- nalzandola all'assoluto; e per tanto opera ed agisce su vari elementi sociali. Per modo che. la scienza così concepita è quella che, sotto varie forme penetrando nelle varie parti dell' organismo sociale, tutte le fa muovere e progredire, tutte le modifica, le trasforma e le perfeziona. È per la scienza e nella scienza che tutte le cose si muovono, ed è alla scienza che tutte le cose aspirano.1 Se diciamo, per esempio, che una religione è più perfetta di un' altra, ciò è perché essa corri- sponde, si avvicina più che non l’altra al concetto della scienza o all’ assoluto. Queste considerazioni ci hanno così condotti a sciogliere l'ultima e più profonda difficoltà, che, come dicevamo in principio, rende molto intrigata la teoria del progresso. La storia si muove e si svolge , perchè il moto e lo svol- gimento sono l' essenza stessa della storia. Quindi nella storia faavvi cambiamento, trasformazione, divenire, progresso, il progresso adunque implica un ente mobile e mutabile, un ente che si sviluppa. Ma da un altro lato un ente mobile suppone un ente che lo fa muovere; un ente mutabile sup- pone un ente che lo fa mutare; e un ente che si sviluppa suppone un ente eh’ è la radice e il principio dello sviluppo. E questo ente dovrà necessariamente essere un ente immo- bile, immutabile, un ente che non si sviluppa. In altre pa- 1 Vedi il capitolo seguente — L' idea è il principio delia noria. Digitized by Google IL PROGRESSO. 272 role, se la storia si muove, si domanderà qual' è il principio che determina questo movimento? Bisogna ammettere che vi sia un principio di questo movimento; altrimenti la storia si muoverebbe a caso: il suo movimento sarebbe un movimento fortuito e varrebbe tanto quanto l’ immobilità astratta e vuota. Ora questo prin- cipio si muove? Si può muovere? — Se si muovesse, sa- rebbe aneli’ esso un mobile, un ente mosso e non un motore. E [Kii , se è un principio, muove, ma non si muove, perchè i principii non si muovono Dunque è immobile, invariabile, sempre lo stesso. Ecco come la storia e il progresso non sono possibili che per la coesistenza di questo duplice elemento, l’ elemento variabile e l'elemento invariabile. Trattasi di conciliare questa contraddizione inerente alla natura del progresso, questi due elementi opposti che coe- sistono nel progresso. Trattasi, in altra forma, di sapere se havvi un principio che, comunicandosi alla storia, mentre muove la storia, non si muove, e che, appunto perchè non si muove, muove la storia. La dimostrazione dell’esistenza di questo principio forma precisamente 1’ obbietto della teoria di Aristotele di un motore primo, che muove senza muoversi, tuttoché egli non ne avesse fatto applicazione alla storia. Ora definire, come lo abbiamo fatto, il principio deter- minante del progresso vale appunto aver trovato quel prin- cipio, che, mentre fa e determina il progresso e la storia, e mentre tutto si muove, tutto diviene e progredisce attorno a lui e dietro il suo impulso, esso però non si muove, non diviene e non progredisce. Il che significa che se il principio determinante del progresso è la scienza, la scienza è anche quella sfera nella quale si risolve la contraddizione che il pregresso implica, e si conciliano i due elementi opposti di cui esso non può fare a meno. E di fatto bisogna ammettere che la scienza si comunica , scende e si manifesta nella sfera della storia. Visi manifesta nella politica, nell’ arte e nella religione. Così essa muove la storia e queste varie sfere della storia, e le fa divenire; e in una certa guisa bisogna dire che vi si muove e vi diviene essa stessa, appunto perchè vi si manifesta. Ma nello stesso tempo la scienza , in quanto Digitized by Googtc -SOSTANZA DEL PROGRESSO. 273 scienza, nella sua propria sfera, abita una regione supe- riore alla storia, senza che sia assolutamente dalla storia di- visa; una regione dalla quale muove la storia, senza muo- versi con essa. Per la qual cosa uno è il principio che muove muoven- dosi e non muovendosi. La storia è lo spirito, e la scienza è anche lo spirito. Lo spirito si muove, ma in quanto storia; in quanto scienza non si muove, o, ciò che torna lo stesso, la scienza si muove nelle sfere inferiori, ma non si muove, nella sfera culminante dello spirito, là ove esiste in quanto scienza. Tal' è e tale solo può essere la forma razionale sotto la quale dobbiamo concepire il progresso. ' Vili. CONCLUSIONE. Se abbiamo ben compreso de cose sin qui dette intorno al progresso, dobbiamo intendere come e perchè la storia si muove; in vista di che si muove; e come ogni momento sto- rico, benché sia un progresso, è necessariamente un progresso relativo e limitato; e dobbiamo altresì intendere, come la storia può muoversi indefinitamente. In primo luogo il progresso è necessariamente limitato, in quanto al di sopra del progresso, di questo ente che si muove, havvi un ente che non si muove, e che il progresso 1 Questa teorica troverà il suo compimento nel capitolo seguente. Cerò non è forse inutile avvertirò Un d'ora, che la teoria della provvi- denza. alla quale con tanta facilità e, fa uopo dirlo, con tanta leggerezza spesso si ricorre, se ha un senso, questo non può essere che quello stesso da noi accordato alla scienza. Si dice : la provvidenza fa la storia. Ma se la fa, ciò vuol dire che essa vive, esiste e si attua nella storia , ovvero che la storia non può svolgersi al di fuori della provvidenza; e nello stesso tempo vuol dire che la storia non è la provvidenza, ovvero che la prov- videnza con la storia non si confonde nè s' identiflca, ed appunto perciò la storia e lo sviluppo della storia o il progresso sono possibili, mentre, se vi- fosse identità , non potrebbero essere. Questo rapporto della storia e della provvidenza si può esprimere con la formola: la provvidenza è e non è uella storia, o più obbiettivanlente , la provvidenza i e non è la storia. Introduzione alla filosofia della Storia. 18 Dlgilized by Google 274 IL PROGRESSO. non può toccare. Ciò significhiamo con altre parole dicendo che vi è un ideale nella storia, cui la storia aspira, ma che non può raggiungere; mentre è chiaro, che questo ideale, in quanto è l ideale della storia, non può divenire storico, non può assumere natura e carattere storici. E quando anche si ^ dovesse ammettere che la storia e il progresso siano nell’ as- soluto, e che perciò nell’ assoluto vi sia uno svolgimento, non di meno vi sarebbe nell’ assoluto . stesso un punto supe- riore ad ogni divenire e ad ogni progresso. Si può e si deve dire eh’ è l’ assoluto che muove se stesso, e che la parte mu- tabile e la immutabile sono essenziali alla sua natura. Nè que- sta è teorica che non possa giustificarsi razionalmente; anzi, lo ripeto, è la sola e vera teorica. Quello che ci turba è la difficoltà di pensare come in uno stesso ente vi possa es- sere una parte che si muove e un altra che non si muove. E non per tanto è questo un fatto che possiamo constatare in noi medesimi. Non si creda che tutto si muove in noi. In noi è la natura che si muove, è la parte naturale che si svi- luppa; ma le idee non si muovono, non si svolgono. L idea iuvece, questo pensiero uno, di cui le varie idee sono parli, muove tutto in noi, muove il nostro pensiero finito e subbiet- ■ tivo e lo fa svolgere, lo fa divenire. Per lo che non è la scienza che si muove, ma il pensiero subbiettivo, che ignora, e che vuol conoscere e penetrare nella sfera della scienza. E se ciò è vero di un pensiero contingente e finito, quale è il no- stro pensiero individuale, tanto sarà più vero del pensiero assoluto. L’assoluto è nella natura e diviene nella natura; ma è nello stesso tempo fuori della natura e superiore alla natura; ed esso non addiviene in quella parte eh’ è superiore alla natura. Ecco come 1' ultimo risultato, al quale si ar- riva, ci riconduce al punto donde siamo in principio partiti; e quella che là appariva come una semplice presupposizio- ne, * qui è divenuta conclusione necessaria perchè dimo- strata. Questo risultato è che il vero concetto che si deve avere del progresso, è quello di un ente definito, relativo e limitalo. * Vedi il paragrafo V. Il progretio è definito e relativo. Digitized by Google CONCLUSIONE. 275 Inoltre sotto il concetto di progresso noi possiamo e dob- biamo supporre degli sviluppi indefiniti, ovvero dobbiamo •ammettere che la storia si muove indefinitamente, appunto perchè la scienza, l’idea o l'assoluto può penetrare nelle cose, nella natura e nella storia sotto varie guise, generando in qualche modo un numero infinito di forme, senza che per- ciò la sua natura ne sia cambiata o alterata. Per modo che uno sviluppo storico è una delle forme, uno degli aspetti di una sola idea, che nella sua essenza resta inalterata e a se stessa identica ; e non è già che esso implichi la generazione di una nuova idea nell' ordine e nel sistema delle idee. Prendiamo, per esempio, le arti belle fin dalla loro ori- gine, e seguiamo lo sviluppo del pensiero artistico attraverso i secoli. Sarà facile riconoscere che uno sviluppo, per così dire, indefinito nell’arte vi è stato, perchè troviamo forme infinite nell’arte e in tutti i rami dell’arte. E non di meno quando si mettono a confronto i moltiplici e svariati prodotti dell’ arte, si vede che essi sono tutti la generazione di una sola e medesima idea. Invero un'opera d'arte, perchè sia veràmente tale, vale a dire, perchè si distingua da un’ opera scientifica u da un altro prodotto qualsiasi dello spirito, deve riunire certi caratteri essenziali; di maniera che, se questi faces- sero difetto, non vi sarebbe più opera d arle. In un'opera d’ arte devono trovarsi riuniti, combinati in modo armonico, secondo certe proporzioni, f elemento ideale, una certa idea , e la natura o una forma della natura, ma la natura trasfor- mata dallo spirito. È falso che l’arte sia un'imitazione della natura. L’artista che vuole o crede imitare la natura, s’in- ganna, perocché egli invece idealizza la natura; ciò che è una necessità intrinseca dell’ arte. E tale verità apparisce manifesta anche nei prodotti dell' arte che più sembrano avvicinarsi alla natura e riprodurre le pure forme naturali, quali i ritratti. Anche ne’ ritratti havvi il tocco e il soffio dell’ideale. Ora questo doppio elemento , intimamente unito e che non può scindersi, costituisce l’idea eterna dell’arte. Ed è questa idea eterna, questa idea una, che ha generalo tutte le opere d' arte dalla primissima fino alle moderne. Digìtized by Googte 276 IL PROGRESSO. Tutte le opere d'arte, in altre parole, sono fatte secondo questa idea. Ecco come vi può essere uno sviluppo indefi- nito nella storia, ma eh’ è sempre determinato dall'idea e da una stessa idea. E quel che diciamo dell’ arte si applica a tutte le cose, pcresempjo, alla religione. Si sa che la religione è una sfera limitrofa alla filosofia , perchè si può dire ohe il loro obbietto è lo stesso. Anzi la co- munanza dell’ obbietto fa sembrare che comuni siano anche i limiti entro i quali queste due sfere si muovono, e che il loro contenuto sia identico. Ciò ha condotto alcuni a voler soppri- mere la religione, ed altri la filosofia. Perchè, ponendosi al punto di vista della religione, si è detto che la filosofia non ha ragion di essere. Ovvero, situandosi al punto di vista della filosofia, si è detto che la filosofia può compiutamente sosti- tuirsi alla religione, e, quanto alle masse, si è aggiunto, che esse potranno filosofare, o che vi potrà essere una filosofia popolare. Questi metodi semplificativi riescono quando non si procede sistematicamente, perchè non si veggono le diffe- renze che passano tra esseri che sono d’ altronde in relazione. Come vi è un'idea assoluta della filosofia o della scienza in generale, così vi è benanche un’idea assoluta della reli- gione, ch’è quella che genera tutte le religioni. Questa idea, appunto perchè è un'idea speciale, dev’essere costituita di elementi propri ed essenziali che la distinguano da ogni altra idea. Quali sono gli elementi essenziali di questa idea, a tal segno che se io da filosofo voglio divenire uomo reli- gioso, praticare In religione, debbo abbandonare la sfera della filosofia; a quella guisa stessa che debbo adoperare, Se vo- glio da filosofo divenire poeta o uomo politico? Due sono gli elementi essenziali della religione. Primieramente in ogni religione vi è il concetto dell'assoluto, sia che vi venga rap- presentato come puro spirito, sia come natura. E in ciò, per notarlo di passaggio, la religione si eleva al di sopra dell'arte, perchè nell'arte vi sono, per dir così, frammenti dell’asso- luto, ma non l’assoluto uno e universale come nella religione. L’altro elemento, ed è quello pel quale la religione si di- stingue dalla filosofia, è che la religione ha il sentimento, la credenza, la fede nell'assoluto, ma non pensa l’assoluto. Per Digitized by Cooite CONCLUSIONE. 277 modo che l’assoluto noi pensiero o nella coscienza religiosa appare ed, esiste come un ente estrinseco alla coscienza stessa, che penetra e si mostra non si sa come alla coscienza, e del quale questa non conosce e non può afferrare la natura in- tima, perchè non lo pensa nè può pensarlo; mentre, se lo pensasse' annullerebbe se stessa, sollevandosi alla sfera della filosofia. In una parola, la coscienza religiosa non ha il pen- siero, ma il sentimento dell’assoluto, e questo sentimento è per la religione la verità assoluta. Ciò mostra innanzi tutto la necessità della religione come momento del tutto e come istituzione sociale. Come momento del tutto, perchè questo primo incontro dell’assoluto e della coscienza nel sentimento, nella fede, nella credenza è una forma essenziale dello spirito. Come istituzione sociale, perchè, se vi è un'idea della religione, questa idea deve rea-, lizzarsi nell'organismo sociale. E mostra inoltre i difetti e le imperfezioni della religione, perchè queste imperfezioni sono inerenti alla sua natura. Sembra a prima vista assurdo che un'idea, che come tale dev’essere assoluta, possa essere imperfetta, ovvero che la imperfezione possa introdursi nella sfera delle idee. Ma perchè l'ente organico muore? Perchè la morte è nella sua idea, perchè il principio della morte è inerente all’organismo. Manca nell’organismo un’armonia, una coincidenza tra l'esterno e l'interno, tra l’involucro, la natura, e lo spirito, c questo fa sì che arriva un momento in cui l'interno e l’esterno si dividono; e questa è la morte. Come la morte è nell' idea dell' organismo, alla stessa guisa l’ imper- fezione è nell'idea della religione. La imperfezione capitale, e da cui emanano tutte le altre, sta in questo, clic non vi è adequazione tra l’obbietlo e la coscienza religiosa. La religione non esprime l’assoluto nella sua forma reale e concreta, ma lo esprime e lo manifesta sotto forme limitate ed inadequato all’assoluto. Di fatti la fede e il sentimento si collcgano inti- mamente con la lettera, e generano il simbolo, il mito, la finzione. Questo difetto, questo imperfezione si trasfonde nelle religioni positive, dovendo il difetto eh’ è nell’idea natural- mente manifestarsi e riprodursi nel fatto. E quindi accade che, mentre uno spirito nazionale si muove in certi simboli Digitized by Google 278 IL PROGRESSO. \ e in certe forme religiose, non per tanto viene un tempo in- cui io spirito stesso, sentendosene mal soddisfatto, abbandona quei simboli e discioglie quelle forme, per crearne altre che più si mostrino adatte e meglio confacenti all’espressione dell’ intimo pensiero. Così si spiega come una religione si tra- sforma sviluppandosi, e si sviluppa trasformandosi. Ebbene, trasformandosi e sviluppandosi , una religione non può uscir mai dai limiti dell'assoluto da un lato e del sentimento dall’altro. Qualunque religione, perchè tal’ è l’idea della religione , deve contenere questi due elementi. Senza di essi si può avere la coscienza filosofica o scientifica, ma non la religiosa. Supponiamo, per esempio, una religione più spiritualista della cristiana. Per quanto essa possa avvici- narsi all’idea assolutaci troverà sempre rinchiusa ne’ limiti essenziali della sua natura. E non di meno questo costituirebbe un progresso, perchè ogni moto ed ogni sviluppo costituisce un progresso. Adunque questa idea una e immutabile della- religione si può manifestare e sviluppare nelle varie religioni, e reciprocamente le varie religioni non sono che manifesta- zioni e sviluppi di questa idea. Ed ecco come vi può essere un progresso indefinito anche nella religione. Ma ciò non ostante non si esce mai, nè mai si può allontanarsi dall’idea della religione. E ricordiamolo ancora una volta, se la storia o una società volesse porsi al di fuori dell'idea, si porrebbe al di fuori della ragione, e non più vi potrebbe essere sviluppo nè progresso. Ma si dirà: se il progresso, questo sviluppo continuo, non può effettuarsi al di fuori dell’idea , in fondo esso non sarà che una ripetizione, una riproduzione della medesima idea, perchè non si vede più alcuna nuova idea che spinga innanzi la storia e la faccia progredire. A questa obbiezione già risponde quello che abbiamo detto innanzi, che l’idea è una e diversa; una nella sua es- senza , diversa per le forme nelle quali si realizza. Di fatto allorché noi parliamo di una nuova idea che sorge quando la vecchia idea è matura e giunta al suo pieno sviluppo, non intendiamo questo in un senso assoluto. Imperocché un’idea non può esser nuova : essa non può che essere parte del si- Digitized by CONCLUSIONE. 279 stema generale delle idee. Pur nondimeno quesla idea, in quanto si manifesta nella storia, assume forme diverse, e in una seconda forma si manifesta in modo più compiuto, più largo, più concreto che nella prima. Questo basta per ge- nerare una rivoluzione e far sorgere un nuovo spirito nella storia, uno spirito che trasforma, modifica e migliora le con- dizioni sociali; il che determina lo sviluppo ed il progresso. Prendiamo un esempio. Nell’idea, nella storia romana noi troviamo tutti gli elementi della storia greca, perchè nell’or- ganismo romano vi è la religione, l’arte, la vita politica, il commercio, tutte in somma le parti, che essenzialmente co- stituiscono l’organismo sociale. Per la qual cosa' si può dire che il contenuto della storia romana non differisce dal conte- nuto della storia greca. Anzi qualcuno potrebbe andare sino a pretendere , che la storia romana non è che la ripetizione della storia greca. Ma è chiaro che l’idea nella storia romana si è determinata in un modo speciale e sotto una forma di- versa che nella storia greca; cosicché i vari elementi ed il contenuto della storia sono rimasti modificati e trasformati. Poniamo che l’ idea, il principio animatore della storia romana fosse la dominazione universale per via della legge politica non che della forza, che con quella sempre si accompagna, vale a dire, la conquista. Questo pensiero fondamentale della storia romana è un progresso, un nuovo sviluppo che tra- sforma lo spirito greco. Onde nello spirito romano troviamo lo spirito greco, ma trasformato, elevato ad una più alta po- tenza dalla forma speciale della civiltà romana. Ora questa nuova forma speciale era fuori della storia, ma non era fuori dell’idea; anzi doveva essere nell'idea per poter quindi es- sere nella storia e nel fatto; il che ci fa meglio intendere come vi sia progresso non ostante che non si esca mai dai limiti dell’idea. Digitized by Google 280 IL PROGRESSO. IX. APPLICAZIONE DELI A TEORIA DEL PROGRESSO. A ) Alla popolarizzazione della scienza. benché tutto quello eh' è stato detto intorno al progresso basti per farci avere un concetto piuttosto adeguato della sua natura, delle sue relazioni e de’ suoi limili, pure non sarà inutile il fare e l’ aggiungere qui , in via di appendice, qual- che applicazione dei vari principii che regolano il progresso, esaminando brevemente alcuni punti di un carattere più pra- tico o per lo meno non puramente speculativo. E non sarà inutile, perchè queste applicazioni contribuiranno in modo di- retto a mettere in maggior chiarezza i vari principii esposti e le teorie già trattate, e quindi abiliteranno il nostro pen- siero ad intendere meglio se stesso. Una prima applicazione la faremo esaminando la teoria della popolarizzazione della scienza , se cioè la scienza debba o possa essere popolare ; ovvero in che modo e fino a che punto possa esserlo. Non bisogna dimenticare che vi sono progressi veri, reali e possibili, e progressi impossibili, immaginari e che in fondo non sono se non illusioni. Perchè — noi già lo sap- piamo — il progresso non può essere indeterminato c in- definito. Quando anche ci rappresentiamo 1' umanità come moventesi e svolgentesi indefinitamente pel tempo, tutta- via vi sono de’ punti fissi, immutabili, i quali non si pos- sono sormontare nè possono perciò cambiare, qualunque sia lo svolgimento e il punto che lo svolgimento possa toc- . care nel tempo e nello spazio. I)i fatto il progresso è fon- dato sulle idee o sull’ idea, se è vero che l’idea costituisce il principio e la natura delle cose. E però quello che si rimano nei limiti dell’ idea , o in altre parole quello eh’ è conforme all’idea, è vero e possibile; e quello in vece, che non le è conforme, è falso e impossibile. La difficoltà sta nel deter- I Digìtized by Googté APPLICAZIONE DELLA TEORIA DEL PROGRESSO. 281 minare la sfera dell'idea, e nel determinarla sistematica- mente. Se non si procede sistematicamente, è impossibile scorgere quale sia il punto che l' idea occupa nel sistema , quali i suoi rapporti necessari con le altre parti del sistema, e quali i li- miti entro cui l' idea è circoscritta ne’vari gradi e nelle varie sfere della sua esistenza. Di qui si producono certi errori, certe illusioni intorno al progresso, rispetto al quale accade come per ogni altra cosa. Se si separa una parte dal tutto, si finisce per non vedere che la parte; e, non vedendo clic la parte, si finisce per immaginarla ad arbitrio, per ri- porvi forze, tendenze, proprietà, che essa in realtà non con- tiene, e che si vede non poter contenere solo quando la si considera al suo posto e ne' suoi veri rapporti. In siffatta guisa, per esempio, isolando l’uomo, si giunge ad immagi- nare uno stato primitivo, uno stato ex lege, ed a considerarlo cyme lo stato più perfetto, perchè l' uomo sarebbe stalo as- soluto padrone di sè, ed avrebbe goduto della piu compiuta libertà. È chiaro che qui si è staccato l'individuo dal tutto, e poi si è costruito un individuo, per dir cosi, immaginario. Ebbene, appunto un metodo di astrazione e di violenza identico è quello che è stato applicato alla scienza. Perchè senza tener conto della natura specifica della scienza non che delle differenze e delle varie parti onde la società si compone, senza afferrare, in una parola, l'idea del tutto, si è preteso che la scienza potesse essere popolarizzata, o di- venire il patrimonio di tutti. Questa, bisogna dirlo, è una delle tanto altre teoriche, come la pace perpetua, la fratel- lanza universale , che sono un portato proprio dei nostri tempi. E, al pari delle altre, aneh’essa è una derivazione del radicalismo democratico. Imperocché essa trae la sua origine da questo principio, che tutti gli uomini sono uguali, ed essendo uguali, tutti possono comprendere il vero e com- prenderlo alla stessa guisa. Vediamo intanto se in essa sia la forza di resistere ad un rapido esame. Non neghiamo che diffondere una certa istruzione è cosa possibile; anzi andiamo più oltre, e diciamo che non è solo possibile , ma il farlo è obbligatorio e doveroso per la società, Digitized by Googte 282 IL PROGRESSO. pel governo, perchè il pensiero vuol essere coltivato, istruita ed educato. Ma l'educazione e l'istruzione non costituiscono la scienza: la scienza è altra cosa. Lasciamo da banda le diffi- coltà materiali, che mettono un ostacolo, anzi non di rado impediscono affatto l’acquisto della scienza: tra le altre, questa — .4 rs longa, vita brevis. — Il che s’ è vero per tutti in generale, lo è massimamente per quelli che non possono dare il loro tempo allo studio, alla scienza, alle alte specula- zioni. Di questa e di altre difficoltà analoghe, potrebbe dirsi che alcuno possono vincersi , e che altre poi possono essere puramente accidentali e momentanee. Lasciando dunque da banda queste difficoltà e riguardando la scienza anche ne’ suoi gradi inferiori, già si può vedere che la scienza non può es- sere il patrimonio di tu'ti. Così, per esempio, io vedo un fatto insignificante, osservo una pianta , e la osservo col pensiero irriflesso. La percezione della pianta non offre alcuna diffi- coltà, ed io posso per tal mezzo acquistarne anche una qual- che cognizione. Ma quando voglio addentrarmi nella natura della pianta, allora sorgono difficoltà, che il pensiero irri- flesso non potrà giammai superare. Questo però non fa che accennare appena alla impossibilità della popolarizzazione della scienza ; ma non la dimostra in modo diretto. Quando si parla della scienza, intendiamo e dobbiamo in- tendere soprattutto la scienza una ed assoluta, ossia la filosofìa. Ebbene, la filosofia, come ogni altro ente e come ogni altra scienza, ha la sua natura propria. Ed inoltre, come la fisica o la matematica si muovono in un campo proprio, al di fuori del quale non sono più nò la fisica nò la matematica, avviene lo stesso della filosofia. Il che vuol dire che per intendere un ente o una scienza e per identificarsi con essa , bisogna ve- derla al di dentro e non al di fuori, bisogna cioè penetrare nel campo proprio di questa scienza e nella sua intrinseca natura. Per intendere, per esempio, la matematica bisogna esser mate- matico; ed esser matematico significa addentrarsi e penetrare nella natura della matematica. Si dica lo stesso della filosofia. Se non che, se è difficile intendere a questo modo qua- lunque ente e qualunque scienza, è tanto più difficile poi in- tendere la filosofia. Avvegnaché della filosofia si possa dir Digitized by Googfe — • applicazione della teoria dei. progresso. 283 quello che dell’assoluto o di Dio, eh’ essa cioè è dappertutto, e non è in veruna parte, appunto perchè è dappertutto. In ef- fetti, se la matematica dice alla filosofia: siete voi la mate- matica? La filosofia deve rispondere: non sono la matematica, perchè se fossi la matematica, non sarei la filosofia; ma sono più che la matematica. E dicasi altrettanto in rapporto alia politica, perchè la filosofia non è la politica, ma è più della politica. Ed ecco la difficoltà da un lato per la filosofia di farsi intendere dalla matematica, o dalla politica , e dall'altro la difficoltà per la matematica o per la politica d intendere la filosofia. Perchè, lo ripeto, la filosofia sovrasta alla matema- tica e alla politica come sovrasta alla fisica e alla natura, e tutte queste cose in sè contiene; ma le contiene in un modo proprio, quale alla sua essenza si conviene. Da questo punto di vista, per dirlo di passaggio, non è difficile intendere il valore di quel luogo famoso di Platone, che le società sareb- bero felici, quando fossero governate da' filosofi. È. difficile dire lino a che punto Platone prendesse in sul serio questa dot- trina. Ma egli forse con quelle parole volle significare che le società non potrebbero giammai raggiungere un grado com- piuto di felicità e di perfezione, perchè la politica non può giammai sostituirsi alla filosofia, nè questa a quella. È chiaro che nè la politica, nè l’arte, nè la religione stessa, in quanto tali, possono sollevarsi alla sfera della filosofia. Esse possono tutte occuparsi di uno stesso obbietto, ma se ne occupano in modo diverso. Il filosofo vede lo stesso obbietto che il politico o l'artista, ma sotto una forma diversa, e perciò stesso non solo sotto una forma diversa, ma anche con un contenuto diverso. Onde non è da meravigliare se il suo pensiero o non lo s’ intende o lo si prende per un vaneggiamento. Ma se rimanendo fuori del campo proprio della filosofia o della scienza, non è possibile comprenderla, come si farà a popolarizzarla questa scienza? D'altronde la scienza non è forse la cognizione de’principii? Non è forse un mondo ideale, una sfera in cui non è dato al pensiero irriflesso di pe- netrare ? E si noti che il pensiero irriflesso è il pensiero dei più, anzi, si può dire, è il pensiero di tutti, perchè il filosofo stesso che passa la sua vita nella meditazione, eh’ è divenuta Digitized by Googte 284 IL PROGRESSO. per lui un bisogno, un’abitudine ed una seconda natura, è obbligalo ad uno sforzo continuo per rimettersi nella sfera della scienza. Tutto adunque mostra quanto sia falsa que- sta opinione, che pretende che la scienza possa essere popo- larizzata, come quella che fa violenza alla ragione e alla natura delle cose. Nè si creda che siamo noi che pel bisogno della discus- sione ci fingiamo questa opinione, esagerando le pretensioni degli avversari. Perché abbiamo visto un uomo abbastanza co- nosciuto, che fu un tempo a capo del movimento filosofico in Francia, U_sig^ Cousin, chiudere la sua carriera procla- mando a modo suo codesta teorica. In uno degli ultimi suoi scritti , anzi nell' ultimo suo scritto originale, nel breve Saggio di filosofia popolare , che sotto forma di prefazione e di commentario fa precedere alla pubblicazione del Vicario Savoiardo di Rousseau, egli distin- gue due metafisiche — la metafisica del popolo e la metafisica del filosofo. Già questa distinzione non si può ammettere, per- ché per ammettere due metafisiche bisognerebbe ammettere due ragioni. Ma il sig. Cousin va più oltre e aggiunge che la vera metafisica è la metafisica popolare, e che questa deve governare e correggere la metafisica del filosofo. — cc Visone — ecco le sue proprie parole — vi sono due specie di filo- sofie, una filosofia artificiale, fatta per i pochi, per gli scen- ziati, ed una naturale, umana e che a tutti si confà. Il popolo ha la sua metafisica , e questa metafisica si è che costituisce il punto di partenza e il criterio dell’altra — l’artificiale — e che la giudica. L’altra è più sublime ma più pericolosa, e non dovrebbe mai perder di vista la prima, perchè vane spe- culazioni non la distornino dal retto cammino. » — È facile vedere quanto sia strana ed assurda questa dottrina.1 , In fondo questa dottrina è la negazione della scienza , è lo scetticismo, perchè il popolo non ha melafisica, e non può averne. Ma , volendole dare la interpretazione più benigna e favorevole , si dirà che qui per metafisica del.popolo si deve intendere la combinazione da un lato di quel certo istinto no- 1 Vedi Vera . Mèlanges philosophiques. — Fragments et souvenirs de Victor Cousin. - '**''0 APPLICAZIONE DELIA TEORIA DEL PROGRESSO'. 2S5 turale che lo guida nella cognizione del vero, nel discernerc il vero dal falso, e dall'altro dell’insegnamento religioso. Ora si domanderà primieramente: se la cosa sta così, a che giova allora la metafisica del filosofo? Dessa è una pura superfetazione, se è vero che la verità è raggiunta, combinando insieme queste due cose, l’istinto naturale e l'insegnamento religioso. Se non che l'istinto naturale , per quanto vogliasi ravvicinarlo all'insegnamento religioso, da questo si distingue e si diversifica. In effetti se fosse vero che l’insegnamento religioso e questo istinto naturale, questo senso ruvido c gros- solano, ce gros bon sens, coinè dicono i Francesi, siano una sola e stessa cosa, non più si vedrebbe perché vi siano state più religioni e perchè vi sia uno sviluppo continuo nella sfera della religione. Se la religione cristiana vale più della pagana, se nella religione cristiana, hnvvi, se possiatn così dire, un buon senso che non è nella pagana, ciò è perchè nella reli- gione vi è sempre V insegnamento, ch’è superiore all’istinto e al buon senso naturale del popolo. Perchè di fatto, nella stessa religione cristiana, il prete avrà forse il diritto d’ inse- gnare, se non si ammette eh' è atto ad insegnare, vale a dire, che vede certi veri e possiede certi principii che non sono visti nè posseduti da colui che riceve l'insegnamento? Adun- que bisogna ammettere un insegnamento ricevuto; e dal momento che si ammettono questi due termini, si riconosce che colui che insegna la vince su colui che riceve lo insegna- mento. Il che in ultima analisi significa che questo concetto di una metafisica popolare, nel senso di una combinazione dell’istinto naturale e dell’insegnamento religioso, è un con- cetto che distrugge se stesso,' perchè tale metafisica pre- suppone un insegnamento di cui è il prodotto, e al quale è necessariamente inferiore. In fondo, come diceva, questa teo- rica del buon senso è lo scetticismo; essa annulla la scienza, ed annulla il genio sia nazionale, sia individuale, perchè tutti hanno il buon senso o almeno credono di averne. Essa di- sconosce che il genio abita una sfera superiore, che non si può uguagliarlo se non col genio, e che non si può spiegarlo con le norme ordinarie. Qual’ è stata la via che il genio ha tenuta per giungere a quell’ altezza ? Il genio seguo la sua Digitized by Google 286 IL PROGRESSO. via, una via propria e solitaria. Il genio ha il suo proprio ideale: il genio — noi lo abbiamo già visto altrove 1 — esiste non solo pel suo bene, anzi non pel suo bene, ma soprat- tutto pel bene e per la grandezza de’ popoli e dell’ umanità. E per tanto la dottrina del sig. Cousin si ricongiunge al prin- cipio democratico puro, che, come abbiamo accennato, è la radice di questa teorica della popolarizzazione della scienza. In vero la teorica della democrazia pura — non della de- mocrazia razionale, chè questa è una democrazia vera e pos- sibile — mira a tutto livellare,, e vorrebbe far disparire dalla società ogni disuguaglianza ed ogni differenza. Ora le diffe- renze sociali poggiano sopra due cose — sulla varietà delle di- sposizioni naturali, e sulla varietà delle funzioni sociali. Pri- mieramente vi sono disposizioni fisiche, intellettuali e morali diverse. Chi ha una mente ristretta, uno spirito ottuso potrà forse raggiungere la stessa altezza, lo stesso grado di sviluppo di colui eh' è dotato di un spirito spigliato e acuto? Ciò evi- dentemente non si può ammettere. Ebbene, queste differenze fisiche, intellettuali e morali nell’individuo si riproducono e s’impongono irresistibilmente nella società sotto tante forme diverse. Ma inoltre le differenze fondate sulle varie classi, sulle varie funzioni sociali sono più profonde e essenziali. Una società ove non esiste che uno stesso livello ed una sola misura è impossibile. Una società non può fare a meno di comporsi di varie sfere, di varie classi, di varie parti, siccome varie sono le sue funzionici suoi bisogni, le sue esigenze. Ed alla guisa stessa essa non può fare a meno di quelli che insegnano e che disciplinano, e di quelli che ricevono l’insegnamento e vengono ■ disciplinati. Onde questa teorica della popolarizzazione della scienza, volendo livellare tutte le intelligenze, è contraria alla natura delle cose ed urta contro difficoltà insormontabili. Ma affrettiamoci ad aggiungere che essa non solo è con- traria alla natura delle cose, ma va contro se stessa, va contro cioè alla stessa diffusione possibile della scienza, di questa scienza popolare che può e dev’essere il patrimonio di tutti. Qui noi incontriamo le stesse illusioni come in altro * ''«di cap. quarto, IV. Individui storici. APPLICAZIONE DELLA TEORIA DEL PROGRESSO. 287 teoriche. Non si vede che un principio, eh' è vero entro certi limili, entro i limiti, dirò così, della sua idea, quando viene esagerato, diventa impossibile, annulla se stesso e non pro- duce neppure quel tanto che, bene inteso, potrebbe pro- durre. Se lo svolgimento ò la legge assoluta della natura umana, ciò vuol dire che l' ignoranza è un momento necessario, e l' in- segnamento un’istituzione essenziale della vita sociale. L’edu- cazione di fatto presuppone l’ ignoranza , mentre essa consi- ste appunto nel passaggio da uno stato d ignoranza ad uno stato di sapere. Il fanciullo deve ignorare, e l’educazione ha per iscopo di condurre l’ignaro alla conoscenza. Ma inol- tre l’ignoranza e l'insegnamento non solo si collegano all' in- fanzia e allo stalo subbiettivo dell'individuo, ma, come l’ab- biamo già accennato, alla costituzione intrinseca e necessaria dell'organismo sociale. Se questo si compone e deve com- porsi di varie classi e varie funzioni, è chiaro che l'operaio non potrà mai raggiungere il grado di scienza, di sapere, del- l’astronomo o del politico; e questa impossibilità, fa appena bisogno notarlo, si applica alla filosofia come a tutte le scienze in generale, anzi più alla filosofia che alle altre scienze. Que- ste sono necessità e limitazioni inerenti alla natura delle cose, e sono limitazioni benefiche, benché possano riuscir dannose all individuo. La verità non può mirare al bene dell’indivi- duo, in quanto tale, perchè soventi volte, anzi quasi sem- pre il bene di lutti non è l’ utile dei singoli individui. Se in una società si potesse stabilire un livello uguale di scienza e di cognizione, cesserebbe la superiorità di coloro che inse- gnano. E se non si ammettono gl’insegnanti, la scienza non si può più diffondere, e quindi non vi è più scienza. Colui che scrive il più elementare de’ libri si crede superiore a co- loro pe’quali lo scrive, e dev’esserlo. Ora quanto non sarà dio più vero, allorché trattasi della scienza, della vera scienza, della scienza assoluta? Adunque, se crediamo di esser tutti uguali, se crediamo che giungerà un momento in cui le menti avranno toccato un punto di svolgimento tale che potrà a tutte la scienza essere ugualmente distribuita, noi non solo non otterremo questo; ma, quando l’ipotesi fosse possibile. Digitized by Google il rnoGiiEsso. 288 non avremmo neppure quella istruzione che costituisce la ci- viltà di un popolo; mentre, lo ripeto ancora una volta, la diffusione dell' istruzione è un carattere distintivo della civiltà. Per concludere ricorderò con Hegel le parole famose di Cicerone, che hanno tanto più peso, in quanto sono state pro- nunziate da un uomo che ebbe una mente più pratica che speculativa: — Usi philosophia paucis contenta judicibus , inultitudinem consulto ipsa ftigiens, eique ipsi et invisa et suspecta, ut si quis universum velil vituperare secando id po- polo facere possil ( Tuscul. , Qucvst . 11) — E questo eh’ è vero della filosofia , si applica anche alle grandi individualità nelle varie sfere dell' attività umana, ai grandi uomini di Stato, ai grandi guerrieri. Lo spirito assoluto non si manifesta b nella sua pienezza sotto le varie forme, in cui si manifesta j| in certe sfere, se non a pochissimi. Il succo della pianta si riconcentra nePfiore, come nell’ intelligenza, nella mente del generale si riconcentra il valore dell' esercite, e come nella sagacia e nell'abilità de’ suoi governanti trova una na- zione la più alta espressione e il più valido sostegno della sua grandezza. E così lo spirito assolulo non discende e non si compiace che in pochi eletti. I) che se è vero delle altre sfere, lo è tanto più poi della sfera della scienza , perchè è la sfera propria dell'assoluto, è quella in cui l’assoluto si manifesta, in quanto assoluto; onde la manifestazione è tanto più rara e concentrata. Non meno dell’ esercito, non meno dello Stato la scienza ha anch’essa la sua disciplina, la sua gerarchia, la sua organizzazione. Pópolarizzare la scienza nel senso in cui la cosa viene comunemente intesa, e quale lo abbiamo sopra determinato, suonerebbe lo stesso, se non peggio, che voler creare un esercito senza generale o formare una nazione senza governo. Se ciò non fosse intrinsecamente impossibile, ben si potrebbe dire che il caos, e quindi il nulla, sarebbe l'unico risultalo di questo supposto ordinamento di cose. B) Ad alcune forinole socialisticbe. Dopo aver veduto che non può esservi progresso al di fuori dell’idea e dopo aver mostrato le impossibilità nelle quali va Digitized by Google APPLICAZIONE DELLA TEORIA DEL PROGRESSO. 289 ad urtare e frangersi l’ opinione di coloro che pretendono la scienza possa- divenir popolare ed il patrimonio di tutti, noi faremo, sempre in via di appendice alla teorica del progresso,  signore che non lavora. Ed ò un male grave per la società se i signori non lavorano. In fine il lavoro vuol essere ricompen- sato. — Queste ed altre cose sono vere. Ma in prima non è-' vero che le alte classi debbono lavorare come l'operaio, ed è falso poi stabilire per principio generale e assoluto, che il lavoro quantitativo debba essere la norma fondamentale, la j misura della società nella distribuzione delle varie facoltà. In fine abbiamo la giustizia. La giustizia è una formola più alta del lavoro e delle altre ancora, perchè la giustizia, si può dire, comprende tutto, il lavoro, il merito ed anche i bi- sogni; onde quel legislatore che mira alla giustizia nel costi- tuire la società, e nel distribuire i diritti e la ricchezza, opera secondo ragione, e fonda la società sopra la ragione. Ma facile è parlare della giustizia, come facile è dire: bi- sogna che la giustizia regni nella società; ,che nella società vi sia una certa distribuzione di diritti e di doveri, secondo giu- stizia. La difficoltà però comincia quando si tratta di distri- buire razionalmente i diritti e i doveri, di realizzare cioè la giustizia. Non di meno si vede che nell’idea della giustizia vi ha l’idea di disuguaglianza di doveri e di diritti, per- chè questa idea implica che bisogna retribuire ciascuno secondo certe norme particolari. Quando dico ciascuno non intendo ciascuno individualmente. L’individuo dev’ esser com- preso nelle norme, nelle leggi generali dello Stato, e se il legislatore dovesse occuparsi dell' individuo, dovrebbe fare al- trettante leggi quanti individui vi sono. Il legislatore adunque non deve occuparsi dell’ individuo, ma occuparsi invece dei vari bisogni, dei vari interessi, delle varie classi, che si chiamino come si vogliono, di cui si compone lo Statoedeter- Digitized by Google 300 IL PROGRESSO. minare per ciascuna sfera secondo certe norme particolari i diritti e i doveri che esse esigono per la costituzione intrinseca della loro natura. Ebbene, questa è l' idea dello Stato L' idea dello Stato è necessariamente un sistema, perchè dal momento che si am- mette che l'ente sociale è un ente complesso, si deve am- mettere che in esso vi sono vari gradi, varie sfere, che cor- rispondono appunto a quelli che abbiamo chiamati bisogni, interessi. Vi è, per esempio, la famiglia, che è una parte dello Stato, e quindi vi sono i bisogni e gl' interessi della famiglia. Data la famiglia, è dato lutto quello che la costituisce, perchè anche la famiglia è un ente complesso, e tutto in generale è complesso quando si è in una sfera complessa. Nella famiglia vi è la parte materiale e la parte morale. La parte materiale è anche complessa, perchè vi sono i bisogni corporei, la co- stituzione che chiamerò organica, e la proprietà. Anche la proprietà, come proprietà nella famiglia, è complessa, per- chè havvi in essa l’ elemento materiale e l' elemento morale. Quando il padre trasmette al figlio la proprietà, gliela tra- smette perchè abbia i mezzi di perpetuare e rappresentare la famiglia; e questa non è semplice trasmissione materiale, ina ha un aspetto eminentemente morale Se dunque la fami- glia è una parte essenziale dello Stato, il legislatore deve pensare la famiglia e tutto ciò che costituisce la famiglia, e determinarne i diritti e i doveri. Ma la famiglia non è che uno de’ momenti dello Stato; onde il legislatore, dopo aver pensato la famiglia, deve rivolgere i suoi sguardi agli altri bisogni della società. E così se, per esempio , il commercio o 1' ente giuridico è parte essenziale della società, il legislatore deve anche determinarne i diritti e i doveri. È chiaro che qui abbiamo un sistema che si compone di varie sfere, che sono identiche e diverse a un tempo. Questo trae seco una identità e una differenza di diritti e di doveri. Questa differenza di diritti e di doveri trae seco necessariamente differenze di stato. E queste differenze di stato debbouo necessariamente tradursi in differenze nella ricchezza e nella sua distribuzione. Se supponiamo ora che lo Stato possa porre a principio che la ricchezza pubblica debba essere ugualmente distribuita. Digitized by Google APPLICAZIONE DELLA TEORIA DEL PROGRESSO. 301 ciò vale quanto supporre che lo Stato possa sopprimere ed annullare le varie sfere sociali ed.i vari diritti che loro sono inerenti, ed, in una parola, clic lo Stato possa annullare le differenze sociali. Ma annullate le differenze sociali, la li- bertà e la giustizia son rese impossibili. La libertà in vero non esiste nell’ identità e nell' uguaglianza , ma nelle differenze. L’assolutismo puro o il dispotismo e la democrazia pura o l'uguaglianza assoluta si rassomigliano in questo, che l'uno come l'altra tende a tutto livellare e a sopprimere ogni disu- guaglianza; e dal momento in cui in una società sono distrutte le disuguaglianze eie differenze, è distrutta la libertà, e perciò stesso la giustizia. Perchè 1' uguaglianza pura è una violenza, sia che venga dall' individuo sia che venga dalla legge. Adun- que quest'ordine di cose sarebbe ingiusto, violento e ripu- gnante alla loro intrinseca natura Adunque il principio di giu- stizia non istà nell' uguaglianza, ma nella disuguaglianza, vaio a dire, che la giustizia distributiva o retributiva è quella che tiene conto delle varie sfere, delle varie funzioni sociali, le quali non è l'individuo che le crea. L’individuo non crea nulla: l'individuo nasce e trova un organismo preparato e fatto: l’individuo non crea le varie sfere sociali come non crea la storia : egli può svolgere , può completare queste sfere, ma non è lui che crea le regole e i rapporti fondamentali delle cose. Il legislatore deve tener conto di siffatte differenze so- ciali; c non è che tenendone conto che può attuare la giustizia. Epperò è falso quel concetto che noi soventi volte ci facciamo della giustizia, secondo il quale l'uno dovrebbe esser trattato come l'altro. Questo può esser vero quando fra due cose vi ha idontità, ma 6 falso quando vi ha differenza. È falso, quando si dicesse: la giustizia vuole che il soldato sia trattato come il generale. Adunque perchè la giustizia e la libertà altresì regnino in una società, bisogna che il legislatore miri alle differenze sociali, e le determini;. e secondo esse determini i diritti e i doveri di ciascuno. La giustizia e la libertà non possono stare nel livellamento. Tutti, si dice, sono uguali innanzi alla legge. Se questa massima dovesse andar intesa in un senso assoluto, non più vi sarebbe disciplina nò ragione. In vece, come nel- Digitized by Google 302 IL PROGRESSO. l’armata la disciplina non è possibile che in quanto si ricono- sce la differenza tra il soldato e il generale, così nella società • la legge deve riconoscere certe differenze. Per la qual cosa, se da un lato tutti siamo uguali innanzi alla legge, dall' altro deve dirsi che non lo siamo, in quanto vi sono certi diritti e certi doveri speciali inerenti a determinate funzioni. Solo a questa condizione la società può esser governata dalla giu- stizia. Dietro questo rapido esame possiamo vedere, come que- ste quattro formole secondo il bisogno, secondo il merito, secondo il lavoro e secondo la giustizia hanno tutte in un certo senso lo stesso valore. Perocché se ve n’ ha alcuna che sia più esatta e razionale dell’altra, niuna basta per sé a ser- vir di fondamento alla costituzione sociale, perché niuna in fondo è sì larga c sì complessiva da raggiungere quel ^punto da cui si abbracciano i vari interessi, i vari bisogni e le varie sfere, di cui la società si compone. Certamente cia- scuna di queste formole contiene un elemento di verità ; ma niuna di esse è sufficiente per sé alla soluzione del problema, T una essendo diversa dall’ altra e 1’ una escludendo l’altra. Tutto ciò importa che vi ò un punto di vista superiore, che tutte in sé le abbraccia e le riassume. E questo punto, noi lo abbiamo veduto, è l’idea dello Stato come idea sistematica e in quanto parte del sistema universale o dell'idea assoluta. Lo stesso principio di giustizia, se non s’ispira nell’idea e nel- l’idea sistematica dell' ente sociale è, esclusivamente preso, altrettanto parziale e insufficiente, altrettanto astratto e falso quanto tutti gli altri. C' Alla libertà di coscienza. « / Noi faremo un’ ultima applicazione della teoria del pro- gresso ad uno de’ più diffìcili e delicati problemi de’ tempi nostri, voglio dire, alla libertà di coscienza. Si sa che questa espressione libertà di coscienza è stata particolarmente adot- tata a significare la libertà del pensiero religioso, la libertà religiosa, la quale si distingue dalia libertà politica o dalla Digitized by Google APPLICAZIONE DELLA TEORIA DEL PROGRESSO. 303 libertà filosofica, comunque possa avere ed abbia con queste delle attinenze. Perché la libertà politica consiste nel possesso di certi diritti: diritto di cittadinanza, diritto di suffragio? diritto di esercitare certe funzioni. E la libertà filosofica con- siste nel pensiero dell’universale, dell’assoluto, dell'unità delle cose. Ora quello che noi vogliamo dimostrare è che an- che la libertà di coscienza, la libertà religiosa è sottoposta alla legge, che anch’ essa si muove entro i limiti dell’ idea e suppone ed implica la necessità della scienza. E primieramente, considerando questo probjema sotto il suo aspetto storico, è un fatto che la libertà di coscienza è stata ed è tuttora uno de’ motori della storia e dello spirito. Si potrebbe anche risalire a un tempo p,iù remoto, ma per i fissare un’ epoca determinata, egli è al tempo della riforma / o del protestantismo che la libertà di coscienza è sorta con ca- i ratleri più spiccati e positivi, si è in certo ifiodo impadronii^ della storia ed è penetrata nel mondo. 11 protestantismo 11» proclamato e per il primo sanzionato la libertà di coscienza come un fatto sociale. Secondo il punto di vista ortodosso la verità assoluta e la verità biblica si confondono, sono una cosa medesima; e la Corte di Roma, anzi il Papa, è solo colui che ha 1' autorità e il diritto d’ interpretare, di determinare il senso della Bibbia, e per ciò stesso la verità assoluta. Onde a vero dire 1’ auto- rità papale si eleva al di sopra della Bibbia e della stessa verità, ed è in fondo da essa che ogni verità dipende. li protestantismo, lasciando salvo il principio, che non havvi verità superiore alla verità biblica, si ribella contro l’autorità che la Corte di Roma si arroga di poter esclusivamente inter- pretare la Bibbia, si ribella, in una parola, contro la sua pre- tensione di essere 1’ unica interprete legittima della verità. Tal’ è il fatto storico e per dir così materiale, che ha fondato la libertà di coscienza. Esamineremo più innanzi il significato intrinseco di que- sta protestazione; ma, attenendosi al falto^possiamo sin d'ora affermare che essa ha generato il nuovo spirito'delle nazioni. Perchè non bisogna considerar soltanto il significato religioso di questo movimento, ma tutte le conseguenze, tutti gli 304 II. PROGRESSO. sviluppi che in esso metton capo. Da questo punto di vista il movimento protestante è stato la prima radice di una nuova letteratura, di una nuova scienza, di un nuovo pensiero in Germania, in Inghilterra e anche in Francia, benché, quanto alla Francia, la cosa possa sembrare e sia alquanto conte- stabile. In vero la libertà di coscienza implica il movimento e il risorgimento del pensiero. Quando Calvino, e gli altri fonda- tori della religione protestante, ma soprattutto Lutero, nega- vano nel papa il diritto e 1’ autorità d interpretare la Bibbia, cosa volevan dire ? Non sappiamo se se ne rendessero ragio- ne, ma in fondo del loro pensiero vi era questo, che già nella Bibbia , considerata come fonte di ogni verità , havvi una verità nascosta, latente, che sfugge all’occhio dell'autorità, e che uno spirito più libero e più conforme a questa verità deve svolgere, porre in chiaro e attuare. Ecco il libro — uno e lo stesso è il libro — la Bibbia. In esso guarda e vede il cattolico come il protestante. Nondimeno il cattolico, a giu- dizio del protestante, non vi scorge la verità che vi giace na- scosta, perchè egli si sottopone alla interpretazione fatta dal- 1' autorità; mentre havvi un criterio, una ragione, una mente superiore, cui questa verità si mostra ed apparisce. Tal' era ed è il principio intimo del protestantismo. Da questo germe sviluppato sorgeva il nuovo spirito delle nazioni. Questo fatto mostra l'importanza della questione religiosa ed il bisogno e la necessità suprema che ha una nazione, che si forma o che risorge, di non trascurarla. Ed in realtà in Inghilterra e in Germania, come nella Francia istessa, la que- stione religiosa e la questione politico-sociale sono state messe ed hanno progredito più o meno parallelamente, anzi simul- taneamente, perchè l una ha servito di leva e di spinta al- l’altra, e reciprocamente. Oggidì invece facilmente si crede che la politica e la religione son cose diverse e che l'una può andare senza dell'altra; l’una perfezionarsi e l'altra restare immobile. In fondo di questo pensiero havvi ignoranza della vera natura delle cose, paura di scuotere certi problemi che toccano a fondo la società , ed indifferenza, credendo che ba- sti ordinare la libertà e la vita politica. Digitized by Google APPLICAZIONE DELLA TEORIA DEL PROGRESSO. 305 » Innanzi tutto secondo questo modo di concepire le cose, potrebbe avvenire eli’ io individuo, muovendomi nel mondo politico, godessi di una certa libertà , ed uscendo da questo campo per entrare nel mondo religioso fossi non più libero, perchè il governo politico proclama la libertà e il religioso la proscrive: quella libertà che io avrei nelle questioni politiche di discutere liberamente, non l’avrei nelle questioni religiose: eppure, io sono lo stesso individuo, ed è una sola e medesima ragione quella che in me si muove e mi anima. Adunque il limite imposto sarebbe artificiale e costituirebbe una violazione della ragione umana. Ma gli espedienti politici o una soppres- sione officiale dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa non annul- lano la contraddizione e la collisione che esistono tra gl’ inte- ressi dello Stato e quelli della Chiesa. Questi costituiscono due parti di un solo e medesimo sistema, cioè dell’organismo so- ciale: son due momenti attigui del tutto, i quali si toccano in tanti punti materialmente, appunto perché si toccano nella loro idea. La religione, si dice, lega il finito all’infinito, per- chè l’ infinito deve scendere nella natura e nella storia. Ciò è vero; ma è vero altresì che la società è il campo nel quale la religione si muove. La religione è un’istituzione sociale ed essa deve svolgersi nella società , governare ed educare la so- cietà. Si governa col pensiero e con l’autorità, benché morale; e poi ci vuole una certa organizzazione. Sminuzzate quanto volete le chiese, e necessariamente queste chiese per tutti questi lati saranno contrarie all’ autorità dello Stato. L’ auto- rità della Chiesa o della religione, si aggiunge, è superiore allo Stato, in quanto la religione pensa l’assoluto. Sì; ma lo Stato però pensa l’ universale sociale, e la religione dovendo esistere ed operare nella società, vi saranno punti di contatto e quindi di urto e di lotta tra lo Stato e la Chiesa. Separare assolutamente queste due cose è contrario non solo olla realtà, ma alla possibilità stessa delle cose ed all' idea dell’ente so- ciale. Lo Stato e la Chiesa non possono separarsi interamente; e come la loro idea non è la stessa , così debbono necessaria- mente venire in conflitto. Questo conflitto, lungi di esser no- civo, è una condizione necessaria alla vitalità della religione e dello Stato. È in effetti per mezzo di questo conflitto che si Introduzione alla Filosofia della Storia. 20 Digitized by Google 306 IL PROGRESSO. opera la fusione del vero dello Stato e del vero della religione. Il conflitto però non bisogna credere che sia o debba essere necessariamente la rivoluzione; al contrario, il conflitto è l' armonia : due suoni diversi si uniscono e rendono una certa armonia. Chè quando anche il conflitto tocchi tal punto d’ in- tensità, sicché volga in rivoluzione, questa costituisce appunto quel momento in cui le forze e i pensieri s’ incontrano e si compenetrano per generare una nuova e più alta armonia. Ma supponiamo lo Stato da un lato e la religione dall’ altro; e che lo Stato si sviluppi e sia pieno di vita, mentre la religione si rimanga immobile. Essa rimane immobile, appunto perchè non havvi conflitto, e la vita dello Stato non penetra nella religione. L’ inverso è altrettanto vero. Rappresentatevi una società così costituita, e avrete il tipo di una società in decadenza. L’ ar- monia nasce dall'urto, perché l’urto determina la compene- trazione. Si deve adunque porre a principio che una nazione che si forma deve tra l’altro organizzare la sua vita religiosa, che non è il fatto di un individuo o di pochi individui, ma un bisogno che si manifesta quasi istintivamente ed universal- mente nello spirito di una nazione. Una nazione poi che ri- sorge, dovendo risorgere interamente, dovendo cioè risve- gliare tutte le sue potenze e tutti i suoi bisogni morali, dev’anche risvegliare il pensiero religioso. La religione, in altre parole, deve essere uno tra gli elementi di risorgimento. Una nazione che, rinnovando la sua organizzazione politica, militare o civile, ma lasciando intatto il suo vecchio spirito religioso, senza modificarlo, senza rinnovarlo e ringiovanirlo, crede di risorgere, questa nazione s’illude grossolanamente, e non si accorge che, lungi di risorgere, decade, perchè si pone al di fuori della ragione o per dir meglio non soddisfà ad uno dei suoi più profondi bisogni. Non si può a priori determinare qual forma possa e debba prendere lo spirito religioso di una nazione che risorge. Perché havvi un elemento universale e vi hanno poi elementi locali e propri, che appartengono ad una nazione e non pos- sono appartenere ad un’altra. È come in una statua. Tutti ammirano e possono sentire la bellezza della statua greca, Digilized by Google APPLICAZIONE DELLA TEORIA DEL PROGRESSO. 307 perché essa rappresenta l’idea del bello universale; e non di meno vi sono nella statua greca certe forine greche e locali. Il fatto poi conferma pienamente le nostre parole. In Ger- mania e in Inghilterra havvi il protestantismo, eppure non vi tiene le stesse forme e la stessa gerarchia. Forse il principio fondamentale è lo stesso; ma nell’ attuazione vi sono diffe- renze, le quali si fanno palesi, allorché si esaminano da vicino l’organizzazione della Chiesa anglicana e quella della Chiesa germanica. E sono differenze ehe si collegano con certi biso- gni, con certe costumanze puramente locali. Per esempio, l’episcopato inglese si connette con la costituzione politica in- glese, perché i vescovi, se non tutti, un buon numero di essi, sono Pari nello stesso tempo. Ma ho detto che forse il prin- cipio fondamentale è lo stesso, perché se si volesse più minu- tamente esaminare anche l’ istituzione fondamentale dei due protestantismi, si vedrebbe che, oltre le differenze locali, vi sono differenze sostanziali; e fra le altre questa, che il prote- stantismo inglese è più un protestantismo politico che un pro- testantismo veramente religioso; mentre la riforma religiosa in Germania fu il prodotto diretto del pensiero religioso. Tutto questo dunque mostra sempre meglio che non si può a priori determinare qual forma assumerà uno sviluppo del pensiero religioso; ma in ogni modo una nazione che vuole costituirsi o risorgere deve anche costituire e rinnovare la sua vita reli- giosa. E questo è quello che abbiamo chiamato aspetto storico della questione. Havvi poi l’aspetto speculativo o teorico, eh’ è il più importante, ed è perciò a questo che dobbiamo soprattutto rivolgere la nostra attenzione. Cosa é c cosa può essere la li- bertà di coscienza o la libertà religiosa? Ecco il quesito che è necessario risolvere, esaminandolo indipendentemente da ogni significato ed applicazione storica. In generale — e parlo del concetto che i più se no forma- no — la libertà di coscienza vien considerata come ogni alira libertà, come la libertà in generale. Comunemente per libertà vera s’intende quello stato naturale in cui l’uomo, sciolto da ogni freno, da ogni legge non trova nulla che faccia ostacolo alla sua volontà o che ne limiti l’azione. E se tale è il con- Digitized by Google 308 IL PHOCHESSO. celto della libertà in genere, sembra molto logico dedurne che la libertà di coscienza è la facoltà data dalla natura, la facoltà che ciascuno naturalmente possiede di pensare quello che vuole e come vuole intorno allà religione; di maniera che il credo religioso sarebbe un credo affatto individuale. E poi la religione, si aggiunge, è un fatto puramente interno, rin- chiuso nella coscienza individuale. La coscienza è una regione invisibile, che sfugge ad ogni determinazione, ad ogni in- fluenza estrinseca, e però niuno ha il diritto d’ intervenire nella vita della coscienza. La libertà di coscienza non può essere questa libertà I puramente interna e individuale. L’uomo è un ente essen- ; zialmente socievole, che non può vivere nò materialmente nè | moralmente fuori della società, perchè tutto, tanto il suo es- I sere fisico che il morale, è in lui fatto per la società; e quindi tutti i bisogni, tutte le facoltà, tutti i pensieri umani, i pen- sieri veri e concreti, sono fatti per manifestarsi. Per lo che la libertà, e sia qualunque la sua forma e il suo contenuto, non esiste che in quanto si attua, si manifesta ed esce fuori di sè. Ciò si può esprimere in altra forma : la libertà non esi- ste che in quanto trova innanzi a sè un limite col quale si pone a rapporto manifestandosi. Perchè io sia libero, bisogna che trovi a me dinanzi un altro essere simile a me, che con la sua limiti la mia libertà. Fuori di questo limite comune, nel quale le due libertà si mettono a contatto e vengono in ' collisione — mentre il rapporto fa nascere l’antagonismo e la lotta — non havvi libertà. Questo ch’è vero di ogni libertà, è vero pure della libertà di coscienza. La coscienza religiosa non è veramente libera che in quanto si manifesta, in quanto si pone in comunicazione con altre coscienze, e diviene più o meno una coscienza universale. Al di fuori di questa comunicazione, di questo intreccio, di questo tessuto di coscienze non può avervi libertà religiosa. Che vi siano una o più religioni, perchè ve ne possono essere parecchie, bisogna che la mente, lo spirito religioso si mani- festi — si manifesterà in un senso più o meno esteso — ma bisogna che si manifesti e che si attui ; mentre la religione è una istituzione essenzialmente sociale. Religio vien da religare, Digitized by Google APPLICAZIONE DELLA TEORIA DEL PROGRESSO. 309 ed essa non lega solo l’uomo a Dio, come si crede, ma lega altresì gli uomini fra loro. La comunanza del pensiero religioso è un legame sociale, come la comunanza del pensiero politico è un altro legame, ovvero la comunanza di altri interessi co- stituisce altri legami nella vita sociale. Per la qual cosa già si vede che la libertà di coscienza, per ciò stesso che deve manifestarsi e attuarsi esteriormente, non è la facoltà di tutto pensare e quel che meglio pare e piace intorno alla religione. Queste considerazioni ci spingono più oltre. Se è vero che la religione è un’istituzione sociale, ovvero che la libertà re- ligiosa non è una libertà esclusivamente individuale, ma la libertà dei più, o di un certo numero, questa libertà vuole esser regolata, altrimenti sarebbe una libertà assurda. La libertà non può essere al di fuori della regola e della norma. Ora la regola, la norma implica la disciplina e l’ insegnamento; e la disciplina e l’insegnamento sono inseparabili dalla gerarchia e dalla chiesa. Vi vuole adunque necessariamente un’organiz- zazione religiosa, una gerarchia, una chiesa, qualunque sia questa chiesa. Vi vuole una chiesa come vi vuole uno Stato , un governo per la vita politica. Perchè questi ragionamenti che noi facciamo intorno alla necessità della regola per la li- bertà religiosa si applicano a tutte le forme di libertà. Qualun- que sia la natura e la specie di libertà essa non può esistere che a questa condizione di essere subordinata ad una regola , e quindi, lungi di escludere, suppone la disciplina, l’ inse- gnamento e la gerarchia. Epperò, se tutti avessero le stesse facoltà, lo stesso diritto e la stessa libertà, non vi sarebbe insegnamento, non regola, e quindi la libertà stessa verrebbe meno. E così, se tutti avessero lo stesso potere, la stessa fa- coltà individuale o per dir meglio lo stesso arbitrio in fatto di religione, non vi sarebbe più insegnamento nè disciplina, non più chiesa nò libertà. E si noti che non si tratta qui del valore individuale dell’ insegnante — questa è una questione a parte — si tratta della cosa in sè. Vi può essere un inse- gnante incapace, come vi può essere un ministro della chiesa indegno. Ciò però non scema per nulla il valore de’ ragiona- menti che provano la necessità di un’organizzazione e di una gerarchia. Quando si prende la libertà di coscienza come una Digitized by Google 310 IL PROGRESSO. facoltà che l'individuo possiede d’intendere a sua voglia la reli- gione non si fa che applicare l’atomismo alla religione. E come con l’ atomismo non si spiega l’armonia, l’ordine dell’universo, perchè tutti gli atomi sono uguali e non havvi differenza fra loro, nella guisa stessa non si spiega la libertà religiosa nè la religione, come non si spiega la libertà politica nè lo Stato. E qui possiamo primieramente fondarci sulla storia, la quale non fa che confermare la nostra tesi. 11 protestantismo non ha altrimenti inteso e applicato la libertà di coscienza. È vero che in apparenza esso dava una facoltà d’interpreta- zione individuale ; ma esaminando la storia del protestantismo si vede che in fondo questa facoltà d’ interpretazione non ha mai esistito. Perchè fin da’ suoi primordi il protestantismo si è organizzato in una chiesa, ha creato una gerarchia. Dal momento che si organizza una chiesa, benché la cosa non si confessi esplicitamente, si toglie e per lo meno si limita la facoltà individuale d'interpretazione, perchè si ammettono, si riconoscono degl’individui, dei ministri che sono incaricati d' insegnare. Ecco 1 iusegnamento che limita, se non distrug- ge, la libertà individuale. Così vi sono degli Stati che in mas- sima proclamano la libertà di coscienza ; ma bisognerebbe poi entrare ne’ particolari della loro vita e vedere se di fatto vi ha una libertà di coscienza. Nè qui intendo parlare di una li- bertà interna , la quale può esistere anche con un regime di- spotico o tirannico : parlo della libertà di coscienza che si esteriora e diviene fatto sociale. 11 certo è che là ove havvi libertà di coscienza, ivi vi hanno a un tempo limitazioni e re- strizioni. Vi può essere soltanto differenza del più al meno. In Inghilterra havvi libertà di coscienza; ma vi è la chiesa na- zionale che domina e si oppone alle altre sètte religiose, le quali a volta loro sono pure in possesso di un’ organizzazione e di una disciplina e, si potrebbe dire, di una disciplina an- che più severa e più esclusiva che quella della chiesa nazio- nale. Adunque questa libertà religiosa individuale storica- mente non ha inai esistito. 1 * E nou accade altrimenti in America. In mezzo alla molliplicilà dei culti, alla varietà delle comunioni religiose, ciascuna di queste ha per si il suo insegnamento e i suoi ministri. Digitized by Google APPLICAZIONE DELLA TEORIA DEL PROGRESSO. 31 I Ma noi vogliamo aggiungere ancora delle considerazioni speculative per esaminare questa tesi in modo più largo e più compiuto. Il concetto di libertà trae seco necessariamente il concetto di diritto. In ogni tempo la libertà e il diritto hanno mosso le menti e le società, e nulla havvi di cui 1‘ uomo si sia mo- strato più tenero, perchè la libertà e il diritto sono in qual- che modo l’ uomo stesso. Varie di fatto sono le forme e le sfere della libertà e del diritto, perchè abbiamo la libertà po- litica, la religiosa, la filosofica, l’artistica : in una parola, la libertà penetra in tutte le sfere dell’ attività umana. Si po- trebbe anzi affermare che per l’uomo anche vivere e respi- rare è esser libero. Per lo che ogni moto, ogni pensiero, ogni forma di attività , ogni istante della vita è in certa maniera l’attuazione della libertà e del diritto. Si comprende quindi come questo problema abbia in ogni tempo mosso e sedotto le menti e le società. Ma giammai forse ha preoccupato tanto gli spiriti quanto ai tempi nostri. Perchè si può dire che tutto il moto della storia moderna volge intorno a questo punto : esten- dere, allargare per quanto è possibile la libertà e il diritto. Ebbene, si è preteso che tutti gli uomini nascono e trag- gono dalla natura gli stessi diritti ed un’ ugual somma di di- ritti. Partendo dalla uguaglianza dei diritti, si è giunti natu- ralmente all’ uguaglianza della libertà. Perchè l’ identità del diritto fa l’identità della libertà, e reciprocamente. Se io son libero come il mio vicino, e il mio vicino come me e come tutti gli altri, tutti abbiamo gli stessi diritti. E dall’ altro lato, se io ho gli stessi diritti, se ho lo stesso corpo, le stesse mem- bra, son dotato delle stesse facoltà d’ immaginare, di volere, di pensare come tutti gli altri, io posso agire esattamente come gli altri, e gli altri come me; e questa facoltà di agire è appunto la libertà. Dunque tutti gli stessi diritti, tutti la stessa libertà. Egli è vero che innanzi alla realtà si modifica questo principio e non se ne derivano rigorosamente le con- seguenze; ma ad ogni modo è questo il principio che per parecchi anni ha formato la base del così detto diritto natu- rale, e eh’ è penetrato nella scienza, se non nella scienza giu- ridica nè nella pratica, in una certa scienza speculativa e Digitized by Google 312 IL PROGRESSO. nell’opinione. Quello che ha prestato appoggio ed. ha contri- buito alla consistenza di questo principio è stato il principio cristiano che ha proclamato in modo esplicito l’ unità del ge- nere umano. Noi siamo tutti figli dello stesso padre. E se siamo tutti figli dello stesso padre, siamo tutti uguali, abbiamo tutti lo stesso diritto, eguali diritti. Parlo solo del diritto; mentre dovrei anche dire gli stessi doveri, perchè il di- ritto trae seco il dovere. Ma parlo del diritto, perchè il di- ritto corrisponde meglio ai nostri interessi , al nostro egoi- smo, alla nostra individualità. Quando si tratta del dovere, il dovere esige uno sforzo, un sacrifizio; e quindi ci occupiamo sempre del diritto e non vogliamo fermarci sul dovere, ov- vero lo lasciamo nell’ ombra. Ma questi sono un diritto astratto cuna libertà astratta, e sono ciò che havvi di più opposto al vero diritto e alla vera libertà. Avvegnaché il vero diritto e la vera libertà siano es- senzialmente fatti per un sistema. E questo sistema è la so- cietà. La società non è una superficie piana, ma una superfi- cie ove sono differenze e disuguaglianze. Questa parola di- suguaglianze urta le nostre opinioni: non deve urtarle; dobbiamo anzi accettare le disuguaglianze come necessità assolute, non inventate, non artificiali, non create o escogi- tale dall’ uomo, perchè in questo caso sarebbero momenta- nee e non durature. Proclamiamo pure che siamo tutti figli dello stesso padre. Ma dobbiamo riconoscere che tra i figli dello stesso padre vi sono differenze — vi è il maggiore e vi è il minore — il primogenito e il cadetto. E poi è questo padre comune che ha fatto la società e che l’ha fatta con vari bisogni, con vari interessi, con varie attitudini. Dun- que vi sono disuguaglianze. Queste disuguaglianze introdu- cono la disuguaglianza nel diritto e nella libertà. E di fatto, anche volendo ammettere una certa ugua- glianza naturale fra gli uomini , è forza riconoscere, che que- sta identità è un’ identità potenziale e non un’identità in atto. Mi spiego. Egli è vero che tutti gli uomini avendo in germe le stesse facoltà, tutti virtualmente siamo idonei a tutto. Sì; ma virtualmente; non in atto, non nella realtà. Perchè da questo che tutti pensano non segue che tutti sono atti a dive- Digitized by Googl APPLICAZIONE DELLA TEORIA DEL PROGRESSO. 343 nire matematici o filosofi. Perché? Perchè vi sono vari perchè. Già perchè lo sviluppo dell’ intelligenza dipende da varie cause; anche da cause fisiche — il corpo. — Prendo un esem- pio sagliente e visibile. Il corpo malaticcio e debole non può fare quello che fa un corpo sano e robusto. Eccezioni ve ne sono: si citerà Pascal. Anche Pascal, per quanto la sua intel- ligenza fosse grande e operosa, era però un’ intelligenza ma- laticcia — un esprit chagrin et maladif — dicono i Francesi. In fine come regola generale un corpo malato e fiacco non può compiere intellettualmente quello che compie un corpo sano e vigoroso, perchè la mente ha bisogno di questo strumento, eh’ è il corpo — Mens sana in corpore sano. — Dunque vi sono condizioni fisiche. Ma vi sono considerazioni superiori a queste, vi sono ragioni intrinseche, che mostrano. che la società, es- sendo un sistema, deve necessariamente contenere delle disu- guaglianze. Una società non può esistere senza varie classi e varie funzioni. Una società, ove non fossero operai, giudici, guerrieri, ec., sarebbe una società immaginaria. Queste varie funzioni necessarie ed essenziali, dovendo essere adempiute, conducono seco la diversità della libertà e la diversità del di- ritto. 11 giudice ha dei diritti che sono inerenti alle sue fun- zioni, c il diritto del giudice è diverso da quello del soldato. La società potrà modificare, regolarizzare, definire più esat- tamente, più razionalmente questi diritti, queste varie sfere del diritto e della libertà, anzi in ciò sta il progresso, come lo abbiamo detto innanzi; ma essa non può distruggerle e neanche cambiarle. ‘ 1 Ci piace ricordare che anche Bruno, sulle tracce di Platone e di Aristotele, a modo suo . è vero, sotto quella forma in uno ardita e disor- dinata. che al suo pensiero irrequieto e vulcanico rispondeva , avea visto la necessità assoluta deJIejvarLelàdi funsionf e delle disuguaglianze sociali. Questo ricordo mira non tanto a mostrare che la realtà dcU’ordine dialet- tico era profondamente scolpita nella mente di Bruno, quanto a far vedere che questa legge assoluta dialettica che, nel tutto penetrando, vi genera un intreccio di differenze e di opposizioni, fuori del quale nessun ordine e nessuna unità potrebbe sussistere, è stato, a dir cosi, il polo direttivo della mente di tutti i grandi pensatori. E cade anche a proposito il far no- tare come di qui apparisce che Bruno è colui che riceve e trasmette, con- tinuandole, le tradizioni non di un pensiero italiano o di un pensiero meridionale, ma del pensiero filosòfico universale, e che egli è l'anello di Digitized by Google 314 IL PROGRESSO. La libertà adunque non consiste nel far quello che si vuole, nell’ agire arbitrariamente, nel varcare, se posso cosi espri- mermi, i limiti posti dalla natura stessa delle cose. Cosi, lungi di aver la libertà , si avrebbe il caos e la confusione. È chiaro adunque che la regola deve penetrare dappertutto. Senza la regola non havvi libertà, perchè è la regola quella che deter- mina e definisce il diritto e il modo di operare, e crea cosi e genera la libertà. Ma si dirà che questi ragionamenti vanno bene intesi quando si tratta della libertà esterna o politica, ma non s'in- tendono quando si tratta della libertà interna, e meno ancora poi quando vengono dalla bocca di un filosofo, che più di ogni altro ha bisogno di questa libertà interna; mentre la vita filo- sofica consiste specialmente nella libertà del pensiero. Nò man- cherà qualcuno che andrà sino a considerare la nostra teorica come un po’ retrograda. Imperocché, si dirà, far penetrare la legge e quindi una specie di forza estrinseca, di violenza in questa cittadella inespugnabile, secondo l’ usata espressione, della coscienza, sembra fosse una violazione del diritto na- turale. Quanto all’accusa di retrogrado è facile vedere che di congiunzione tra Cantica e la moderna speculazione. La qual cosa i Tede- sdii hanno mostrato di averea Tondo compreso. Schelling, che al suo primo libro non sa dare altro titolo rhc quello di Bruno, ha voluto appunto di- notare che col pensiero di questi la nuova speculazione si connetteva di- rettamente. come col suo precedente più schietto e più genuino. Bruno adunque negli Eroici furori (parte II, dial. II) dice: « Bisogna che siano ' artigiani, meccanici , agricoltori . servitori, pedoni, ignobili, poveri, pe- danti e altri simili: perché altrimenti non potrebbono essere fllosoil . con- templativi, cultori degli animi, padroni, capitani, illustri, ricchi, sapienti ed altri, che siano eroici simili a li dei. Perù a che dobbiamo forzarci di corrompere lo stato di natura, il quale ha distinto l'universo in cose mag- giori e minori, superiori e inferiori , illustri e oscure, degne ed indegne, non solo fuor di noi, ma ed ancora dentro di noi, nella nostra sustanza medesima, sin a quella parte di sustanza clic s'afferma immateriale? Como delle intelligenze altre son suggotte, altre preminenti, altre servono cd ubbidiscono, altre comandano e governano. Però io crederei che questo dev’ esser messo per esempio, a fin che li sudditi volendo essere su- periori e gl'ignobili uguali ai nobili, non vegna a pervertirsi e confon- dersi 1‘ ordine delle cose, ebe al fine succeda certa neutralità, o bestiaio cqualità, quale si ritrova in certe deserte ed inculte repubbliche. • Digitìzed by Google APPLICAZIONE DELLA TEORIA DEL PROGRESSO. 315 questa parola si usa e si abusa come di tante altre. Qui si tratta di sapere se la cosa è conforme alla ragione. Quando una dottrina è conforme alla ragione, non è retrograda ma progressista; ed essa segna un progresso quando anche non facesse sorgere nuovi pensieri, ma si limitasse solo ad impe- dire e riformare falsi pensieri, false opinioni o false teoriche. Di modo che il regresso sta nel propugnare una dottrina con- traria alla ragione. Quanto poi all’ altra obbiezione è falso supporre che la li- bertà interna, di cui le due forme sono la libertà religiosa e la libertà filosofica sfugga alle condizioni della libertà in genere, perchè qualunque libertà, anche la libertà del pensiero, deve manifestarsi. 11 pensiero deve manifestarsi. Un pensiero che non si ma- nifesta, che muore entro di se non è un pensiero, come una verità che muore entro di sè, non è una verità. Un pensiero che non si manifesta è possibile relativamente all’ individuo, considerando però quest’ individuo non come parte della so- cietà. Ma queste sono astrazioni individuali. È vero: io indi- viduo posso benissimo rinchiudermi entro di me, posso benis- simo avere una religione propria, opinioni mie peculiari intorno alla religione, come posso avere una teorica filosofica a me e tenerla in me stesso senza comunicarla. Ecco come c’ ingan- niamo. Se io fossi un poco più sincero con me stesso ed esa- minassi la cosa con più attenzione, dovrei domandarmi: se le società sin dalle origini si fossero comportate com’ io mi com- porto, cosa sarei io, cosa sarebbe soprattutto il mio pensiero qual’ esiste ? Quello che so e quello che ho imparato a sapere, l’avrei imparato io, se non vi fosse stato insegnamento, ma- nifestazione di pensiero? 11 mio pensiero sarebb' esso condotto a quel punto che gli fosse permesso di rinchiudersi entro se stesso? In fondo qui havvi egoismo e paura, inerzia o mancanza di energia per comunicare agli altri i miei pensieri. Eppure questo è un dovere : ogni verità non dev’ esser solo pensata ina insegnata, appunto perchè l’uomo è un essere socievole; anzi questo costituisce il primo dei suoi diritti e il primo dei suoi doveri, cioè di comunicare se stesso agli altri, di ricevere dagli altri in contraccambio i loro pensieri. Cosa sono due in- Digitized by Google 316 IL PROGRESSO. dividui che restano l’ uno accanto all' altro c non si comuni- cano i loro pensieri, i loro sentimenti, le loro opinioni ? Fra questi pensieri i più alti sono il pensiero religioso e il pensiero filosofico; per modo che la verità filosofica come la religiosa debbono essere non solo pensate ma comunicate. Il vero comu- niSmo è solo possibile nella scienza e nella religione. Ammetto che in uno Stato vi possano essere varie religioni: lo ammetto già' razionalmente e come fatto ; ma che vi siano in una so- cietà più religioni o una sola , ad ogni modo il pensiero reli- gioso deve necessariamente esser comunicato e manifestato nella società. Rappresentatevi una società in cui ciascuno rin- chiudesse il suo pensiero e il suo essere entro se stesso, la libertà e la società sparirebbero. Dal momento che noi ammet- tiamo la comunicazione del pensiero religioso, dobbiamo am- mettere la norma, la disciplina, l’ insegnamento. Un insegna- mento religioso può contenere errori come un insegnamento filosofico; ma non può essere interamente falso, ed è ad ogni conto necessario come lume delle menti e come regola del- l’ operare. Cosa sarebbe una libertà di pensare tutto quello che si vuole intorno a Dio e alla verità? Questa sarebbe la libertà del fanciullo o del pazzo. La libertà filosofica è ciò che havvi di più regolalo, perchè la mente di un individuo, sia Platone, sia Aristotele, sia Hegel, non si è formata da sola, ma ha dovuto essere insegnata. È dunque l’ insegnamento che ha fatto violenza allo spirito indisciplinato e ribelle. E questa è una violenza necessaria e razionale, perchè tutte le menti sono indisciplinate c lo spirilo ha la tendenza a regredire verso la natura. Anche coloro che hanno una volontà e una mente di- sciplinate sentono che è necessario uno sforzo per riporre o contenere le loro facoltà nella via, nella forma della ragione. Ma in che consiste allora, si domanderà, l’ efficacia, la potenza di questo principio, la libertà di coscienza? La libertà è in qualche modo una parola vuota, quando non è accompagnata da un altro principio. Io sono libero. Se mi attengo a questa espressione, a questa sola facoltà che ho di essere libero, io son libero di far tutto, di fare le azioni più strambe. Questa non è libertà, non libertà politica, non re- ligiosa, non interna nè morale, come dicesi. La libertà è Digitized by Googte APPLICAZIONE DELLA. TEORIA DEL PROGRESSO. 317 quella che opera secondo la ragione e sqpondo la verità ; di modo che non havvi libertà fuori della verità , e più si ò nella verità e più si è nella libertà. Difficile è determinare la verità : questo però è altro problema. Ma si deve porre in principio che la libertà divisa dalla verità o dalla ragione non è la libertà, ina è il capriccio, è la forza cieca, indisci- plinata e brutale. Dunque la libertà ò nella verità, e la li- bertà di coscienza è anche nella verità. Onde coloro che pro- clamano la libertà religiosa non proclamano la vera libertà che in quanto proclamano la verità. Ora come e in che senso la libertà religiosa può costi- tuire un progresso? Con l’apparizione di un nuovo spirito, di una nuova verità religiosa, sia pure che questa verità — come accade il più soventi, perché questo è il moto storico — si svolga da elementi, da istituzioni, da un codice già esi- stente. Quando una nuova verità sorge nel mondo, il mondo è libero. I primi Cristiani combattono in nome dello spirito e della libertà. San Paolo nelle Epistole propugna sempre i diritti dello spirito e della libertà. E San Paolo e i primi Cristiani non s’ingannavano, perchè la nuova verità procla- mala dallo, spirito creava uno stato di libertà. Dunque la libertà di cosciènza non costituisce un progresso in quanto proscioglie la coscienza religiosa da ogni norma, da ogni regola, in quanto abbandona all’arbitrio individuale la de- terminazione del vero religioso : al contrario, essa è un progresso solo nell’ affermazione di una nuova verità. Un momento giunge in cui gli antichi codici religiosi non sono più in armonia co’ bisogni attuali dello spirito. Lo spirito gli riforma, gli modifica, gli cambia. Noi diciamo che sorge un nuovo spirito religioso. Questo nuovo spirito si concentra in un piccolo numero di verità e forse in una sola verità , che domina tutte le altre. Anche nel Cristianesimo una è la verità che domina tutte le altre. Certo il Cristianesimo ha il suo codice di verità morali, ma questo è un’appendice, una con- seguenza di un fatto solo, del fatto della redenzione, della redenzione, beninteso, come momento assoluto del domina della Trinità. La redenzione è lo spirito eterno che si mani- festa nella storia, che penetra nello spirito caduco e spossato Digitized by Google 318 IL PROGRESSO. delle nazioni c le rinvigorisce. Di qui il principio dell’ unità del genere umano e quello della fratellanza. Ammetto che tali principii erano esagerali. In una grande rivoluzione pe- netra sempre l’esagerazione; e cosi anche nel Cristianesimo liavvi qualcosa che va al di là del vero. Ma erano quelli i principii che ritempravano e rinnovavano lo spirito delle na- zioni. Di modo che la libertà non si ritempra che in una nuova verità, sia anche una verità relativa; anzi è e dev’es- sere relativa, perchè nella storia, in un fatto storico qualun- que non può esservi mai la verità assoluta. Noi siamo liberi, relativamente liberi, quando una nuova verità sorge fra noi ed operiamo conformemente ad essa. Questa verità identifican- dosi con noi, e noi con essa, ci sentiamo e forti e potenti e liberi. Ecco come noi dobbiamo razionalmente intendere questo problema della libertà di coscienza. E qui ci troviamo condotti allo stesso risultato, al quale il nostro ragionamento ci ha menati nelle altre applicazioni fatte della teoria del progresso. Il progresso qui non sta nel mettersi al di fuori della verità. Il problema della verità domina il problema della libertà e del diritto. Questa verità noi diciamo è l'idea, e quindi ciò eh’ è conforme all’idea è vero, c ciò che non è conforme all’ idea è falso; e più una società si conforma all’idea e più è libera. In fine, se è vero che la verità fa la libertà , che una società, che si ponesse al di fuori della verità, non sarebbe libera in veruna delle sue parti; e se è vero d’altronde che la verità è nell’ idea, l’idea sarà la fonte della verità e della libertà, della libertà politica come della libertà religiosa e come, in una parola, di ogni forma di libertà. E perù il progresso che viene attuato dal principio della libertà di coscienza non istà in questo che esso svincola lo spirito da ogni regola, ma al contrario in questo ch’esso lo riconduce più direttamente, per quanto ciò può effettuarsi nella religione, alla sua vera re- gola, vale a dire all’idea. In altre parole il progresso che contiene la libertà di coscienza consiste in ciò che essa unisce con legami più diretti e più intimi, affrancandolo dall’autorità esterna, visibile e materiale, lo spirito umano e finito col suo obbietto assoluto, cioè con l’idea e con lo spirito assoluto, ch'è la fonte di ogni verità c di ogni libertà. Digitized by Google 319 CAPITOLO SETTIMO. L’IDEA È IL PRINCIPIO DELLA STORIA. • I. GENERALITÀ. Dal punto al quale ci hanno condotti le nostre investiga- \ zioni intorno alla storia , è facile scorgere che quello che ci resta a fare è di definire quale sia il principio determinante della storia. Perchè di fatto noi abbiamo esaminato * i vari principii messi innanzi per spiegare la storia, mostrando, che di essi alcuni possono essere e sono principii subordinati, ma non costituiscono il principio determinante della storia, ed altri sono insufficienti, in questo senso , che si risolvono in 1 La scienza è circolo. Tutto in tutto si riproduco. L' inizio suppone la fine, come questa implica quello, e quindi 1' uno senza l'altra non sa- rebbe, e reciprocamente. Ond' è che l'ultimo nella scienza 6 veramente il primo. Il che significa che il principio assoluto e culminante del sistema che apparisce come ultimo, è quello nel quple tutti i principii inferiori e subordinati trovano la loro dimostrazione e si concretizzano, perchè è esso che gli pone, benché gli debba porre necessariamente, e gli pone per sé, per elevarsi cioè alla sua vera esistenza di principio di unità concreta e sistematica (Vedi su questo punto. Vera, l“>e et 2mc Introduction à la Philosophie de l'Esprit, de IJégel, rol. I et II.) Questo capitolo versa preci- samente intorno al principio uno e assoluto dcH’universo, e che, come tale, è anche il principio uno e assoluto della storia. Afferrando questo principio, noi ci troveremo in possesso del principio che spiega tutte le conclusioni alle quali siamo finora giunti intorno alla storia, e dimostra, e per ciò stesso compie, le varie teorie già esposte. Vale a dire che quei punti innanzi esa- minati in via d' ipotesi, alla luce di questo principio, acquistano un va- lore dimostrativo o assoluto e, con la sua scorta riandandoli, ogni difficol- tà. ogni incompiutezza, che fosse in essi apparsa, si dilegua. * Vedi cap. secondo — Esame delle varie teoriche intorno al princi- pio determinante della storia. Digitized by Google 320 l’idea è il principio della storia. un principio superiore. Abbiamo inoltre veduto, 1 che la storia come parte del sistema universale delle cose dove anch’ essa formare un tutto sistematico. Dipiù, dopo aver indagato 5 tquale sia la condizione essenziale e specifica per la esistenza storica di una nazione, siamo risaliti ad un più alto punto di vista, ed abbiamo provato, che la vita- storica di una nazione, ovvero lo spirito nazionale si ricongiunge ad una sfera che, mentre da un lato è da esso inseparabile, dall’altro poi è ad esso superiore; e questa è la sfera dello spirito dell’ uma- nità. 3 Da ultimo, esponendo la teoria del progresso, * abbiamo determinato come e entro quali limiti l’ essenza della storia consista nel moto e nello svolgimento. Ebbene, dopo tutto ciò, noi possiamo ora domandarci quale sia il principio deter- minante e assoluto della storia. È in questo quesito che tutti / gli altri si riassumono. Imperocché il principio determinante , della storia è quello stesso che spiega e fa il sistema e l’unità j della storia; è quello che, penetrando più o meno chiaramente ( nella coscienza di una nazione, la colloca nel campo della storia o nella sfera dell’umanità ; è quello in fine che solo può spiegare il progresso, lo sviluppo storico, essendo esso stesso il principio che lo fa e lo determina. Si può dunque dire che questo è il punto fondamentale intorno al quale si aggira tutto il problema della filosofia della storia. Nel corso delle nostre indagini noi abbiamo già a più riprese accennato a codesto principio determinante della sto- ria, onde qui non faremo che in qualche modo ripetere, che principio della storia non è e non può essere che l’ idea. Dico dunque che ciò che muove la storia e ciò clic fa la storia, e dirò ciò che costituisce ad un tempo la materia c la forma della storia, 641idea^ricjeaLjuna o assoluta. Al di fuori di questa idea la storia non potrebb’ essere nò muoversi, c la filosofia della storia diverrebbe impossibile. Ma come l’idea è il principio -della storia? Consideriamo il problema in questa guisa. Dal momento 1 Vedi cap. terrò — La storia è un sistema. * Vedi cap. quarto — Lo spirito nazionale. * Vedi cap. quinto — Lo spirilo dell' umanità. * Vedi cap. sesto — Il progresso. Digitized by G oW~! v-J ^ yf>Adeve avere il suo principio, noi dobbiamo altresì ammettere &-^w*Jidea del divenire, idea eterna e assoluta quanto ogni altra, 0\ ( /vo- \ 4rUAO££. \5l w*u)f ed by Googt £ W'i/U, ^ 'tfjru* ^ >.- rv^-- ^ f" J"' ° CcÀa^Jt (r Xa>— •*'- JW^juu/K*- ^ W. L IDEALO L ASSOLUTO NELLA STOMA. f 333 f , «L~ , Ò . ««*. d- Ou^^J-o S ffi, OjJ^ o~~se Ò^ToAoLyy la quale' costituisce un momento essenziale dei sistema uni- versale delle idee. Il che, in altre parole, vuol significare®^ 1^— •- ■•*! ik è affatto irrazionale e quindi assurdo supporre un’idea del «. X- cu divenire che non operi, che non produca, che non determini il divenire delle cose. M« se determina il divenire delle cose, essa in qualche modo si determina e diviene essa stessa, perchè il divenire non potrebbe accadere al di fuori della sua azione, e se essa non fosse presente, presente, beninteso, come l’ idea può esserlo. Il divenire di un’ idea qualunque modifica quest’idea, perchè senza il divenire essa sarebbe ri- masta sterile, e, secondo il linguaggio egheliano, rinchiusa • nella regione astratta e immediata dell’ idea. Ed ecco perchè , deve dirsi che l’assoluto diviene nel divenire delle cose hv»-^ * generale come nel divenire della storia. -f Aja^ *- c Il concetto popolare di un Pio creatore implica il divenire f /nell’ assoluto. La creazione, in qualunque modo si consideri, fé un divenire, e Dio, creando, è divenuto, cioè a dire, non ’ solo ha fatto che il mondo addivenisse, ma è addivenuto esso » stesso, in questo senso che ha fatto quello che ha pensato, ^ J'fc. Similmente l’altro concetto popolare della provvidenza im- ^ plica la stessa cosa. Perchè si dice: Dio ha provveduto, ha disposto le cose fin dalla eternità, e le cose si svolgono d*. ' formemente a questa disposizione. Questo svolgimento, se e r'r- U. qualche cosa, fosse pure un’esistenza finita e limitata; questo^- rA rito, e poi esistono nello spirito; e nello spirilo esistono di- , {jifl>atcrsamenté' che fuori dello sihTTUj. Imperocché quando si dice, rr\ r j^che lo spirito trasforma la logica e la natura, non è già che lo ' ^"-spirito possa cambiare l'essenza intima della logica, inquanto ODO w ■> lui gica , ovvero far disparire le imperfezioni che sono nella na- tura, in quanto natura. Lo spirito non può cambiare nè far disparire quello eh' è fondato sulla natura delle cose, e eh’ è necessario nella sua propria sfera. L’espressione più adeguata a designare l’azione dello spirilo è quella adoperata da Hegel : 0 lo spirito spiritualizza la logica e la natura. Ciò vuol dire che \ io spirito eleva la logica e la natura alla sua sfera, e così le unifica e le concilia. A questo modo bisogna concepire tale rap- porto , e questa è la ragione perchè si dice che il regno dello spirito è il regno dell’unità. Ma l’unità dello spirito non è unità astratta, ma con- creta, che comprende vari momenti e vari gradi. A partire dal suo grado infimo lo spirito già opera una certa concilia- zione della logica e delia natura. Mano a mano che va elevan- dosi ai gradi più alti della sua esistenza , questa conciliazione diviene sempre più intima e più profonda. E non è poi che in un grado solo, nel grado supremo, eh’ è ad un tempo la forma vera dell’esistenza dello spirito, la forma, cioè, nella quale esso esiste come spirito assoluto, che la conciliazione è compiuta e perfetta. Per intendere e vedere chiaramente questi vari gradi, pe’ quali lo spirito opera la conciliazione ideale della logica e della natura, bisogna studiare la Filosofia dello spirilo zed by Go l’idea 0 l’assoluto nella storia. 341 ne’ suoi particolari. Non di meno è dato scorgere, benché in modo estrinseco, come una certa conciliazione si operi anche nel grado infimo della vita dello spirito. Uno dei momenti più immediati, più elementari della vita dello spirito è la sensibilità. Ora nella sensibilità vi sono da un lato certe forme logiche , che determinano la sensazione e al di fuori delle quali la sensazione non potrebb' essere, e dall’ altro vi è il tempo, lo spazio, la materia, in una parola, la natura; onde l’essere rinchiuso in questa sfera opera già una certa conciliazione tra la logica e la natura. Muovendo intanto dalla sfera della sensibilità troveremo sfere più alte dello spirito, a un tempo più larghe e più pro- fonde, e fra le altre, quella dello Stato, quella dell’arte e quella della religione. In queste sfere lo spirito compie la con- ciliazione della logica e della natura in modo sempre più vero e più concreto ; e quindi più vero e più concreto nella sfera dell'arte che in quella dello Stato, e più vero e più con- creto ancora nella sfera della religione che in quelle del l'arte e dello Stato. Nella sensibilità adunque come nello Stato, nell’arte, nella religione lo spirito opera la conciliazione della logica e della natura, perchè, mentre è in rapporto, mentre è connesso con la logica e la natura, nello stesso tempo se ne distingue e le contiene sotto una forma ade- guata alla sfera in cui le inviluppa. Ma in tutti questi gradi della sua esistenza lo spirito ha bisogno ancora della natura come natura; esso è ancora uno spirito limitato, che non abbraccia il tutto e che cade nelle condizioni del tempo e dello spazio; e però deve sottostare alla necessità del moto, del cangiamento, del divenire. Ecco una delle possibilità assolute della storia. Siamo dunque sempre nella sfera del movimento e del divenire; e se non vi fossero nello spirito che queste sfere soltanto, tutto si muoverebbe e tutto diver- rebbe. Il che per le cose dette innanzi ripugna alla ragione e alla necessità del sistema. Perciò vi dev’ essere nello spi- rito una sfera superiore a quelle della politica, dell’arte, della religione, la quale non è assolutamente divisa dalla storia , ma non di meno , muovendo la storia , non si muove con la storia. Ed ecco l’altra possibilità assoluta della storia. Digitized by Google 342 L'IDEA È IL PRINCIPIO DELLA STORIA. E qui come argomento storico si può ricordare che il bi- sogno di una sfera suprema e assoluta, nella quale il tutto si riconcentra e lo spirito esiste come spirito assoluto è tanto immanente nell’intima costituzione dell’ intelligenza, che tutta la storia, tutto il movimento del pensiero non solo filosofico, ma anche religioso si aggira intorno alla ricerca e alla deter- minazione di questa sfera. Così esaminando liberamente la dottrina cristiana della Trinità , il pensiero è da un’ intrinseca necessità condotto ad ammettere, che una delle tre persone, le quali sono identiche e diverse a un tempo, la vince sulle altre in entità e perfezione. In effetto , se si dice che lo Spi- rito Santo procede dal Padre e dal Figliuolo, ciò vuole ap- punto significare che lo Spirito Santo comprende il Padre e il Figliuolo, e che oltreacciò vi è in esso qualcosa che non è nel Padre nè nel Figliuolo, e che per ciò stesso lo eleva al di sopra del Padre e del Figliuolo, e da essi lo distingue. Ora questa sfera dello spirito, in cui il divenire si arre- sta, è la sfera della scienza. Nella sfera della scienza lo spirito esiste come spirito assoluto, perchè vi esiste nella unità con- creta della sua natura. In questa sfera lo spirito, dopo aver posto le varie sfere inferiori, rientra in se stesso; e dopo avere attraverso i vari gradi del suo sviluppo conciliate, come poteva, la logica e la natura, le ha compiutamente trasfigu- rate. Così lo spirito, in quanto scienza, non ha più bisogno della logica e della natura come tali, nel senso che ri- solve in sè l'opposizione della logica e della natura e, conci- liandole, supera e in qualche modo nega la sfera della logica e quella della natura. A questo punto lo spirito apparisce ed è la negazione della negazione. Ma si dirà che queste deduzioni ripugnano al fatto. Perchè nel fatto vi è una storia della scienza come vi è una storia degl’ avvenimenti politici, o una storia propriamente detta': anche la filosofia ha la sua storia, ed i sistemi filosofici si svolgono, perchè oggi esiste quello che ieri non esisteva. Di modo che non è vero dire che la scienza non si muove, nè diviene. Qui dobbiamo distinguere. Se per scienza — e questo è il modo ordinario di concepirla — intendiamo quello stato Digitized by Google l’idea, o l’assoluto nella storia. 343 della mente subiettiva, in cui si cerca conoscere e si per- viene mediante certi procedimenti, certe indagini, un certo sforzo più o meno intenso, a conoscere un qualche obietto; allora è vero dire che la scienza si muove e diviene. Ma non accade così della scienza assoluta, alla quale le nostre parole si vogliono riferire. Questa scienza assoluta, ch’è in noi, è quella che muove il nostro pensiero finito e subbiettivo e lo fa svolgere. Per lo che il muoversi, le evoluzioni stesse di questa scienza ch’è nella natura, di questa scienza che di- viene, suppongono una scienza assoluta. In altre parole, è la presenza di questa scienza assoluta nella nostra mente che l'anima, la vivifica e la fa divenire, siccome è essa che muove e fa divenire tutte le scienze particolari e finite: è come la luce infinita che illumina la luce finita. Questa scienza in fine è la scienza del divenire stesso, perchè è essa che determina le leggi, i rapporti, il campo e la necessità del divenire. Tutto ciò prova che questa scienza assoluta non si muove e non di- viene. Passiamo ora a vedere la forma sotto la quale la scienza, senza muoversi e senza divenire, muove la storia, e in gene- rale fa che tutto attorno ad essa si muova e divenga. III. IL PENSIERO È IL MOTORE DELLA STORIA. La sfera adunque nella quale l’assoluto, l’idea o lo spi- rito si riconcentra e si eleva alla sua vera esistenza, in quanto assoluto, in quanto idea una e assoluta, ovvero in quanto spirito assoluto, è la sfera della scienza. Cosi la scienza non si muove e non diviene, e, appunto perchè non si muove, muove la storia. Ma cos’è la scienza, e come, sotto qual forma essa muove la storia? Primieramente la scienza e il pensiero. Anche qui ricor- diamo che le nostre parole non si riferiscono al pensiero sub- biettivo e sensibile, all’ intelletto passivo, secondo la espres- sione aristotelica. Questo è un pensiero che diviene e che si Digitized by Google 344 l’idea è il principio della storia. muove verso un obbietto che considera come estraneo a sè e separato da se stesso. Noi invece intendiamo parlare del pensiero che ha superato questo rapporto estrinseco, ele- vandosi all'unità intima e assoluta di sè col suo obbietto, ov- vero, secondo l’altra espressione aristotelica, dell’ intelletto attivo, che ha unificato l’ intelligenza e l’ intelligibile. Questo è il pensiero assoluto che riunisce in sè lutti i pensieri, o l’idea assoluta che riunisce in sè tutte le idee. Concepito a questo modo, il pensiero fa una sola e stessa cosa con la scienza. Di fatto la sfera della scienza è quella, nella quale lo spirito si riconosce come principio assoluto delle cose o come unità dei vari principii delle cose. Ora solo il pensiero può essere questo principio uno e assoluto, perchè non vi è nè si può concepire altro principio che sia superiore al pensiero, sia in Dio, sia nell’ universo. Non in Dio, perchè quando si esamina e si vuol liberamente determinare la natura divina, si vede — attenendosi anche al concetto popolare — che al di sopra de’ vari attributi divini, al di sopra della bontà, della giustizia, della provvidenza di- vina, havvi il pensiero. E nel pensiero questi vari aspetti, queste varie determinazioni divine trovano il loro compi- mento, la loro perfezione, anzi il loro essere. Una giustizia, una provvidenza, che non è illuminata dal pensiero , e , per parlare con più precisione, che non è il pensiero, sarebbe una giustizia cieca, una provvidenza capricciosa e sregolata, quanto, cioè, vi ha di più opposto alla giustizia, alla provvidenza ed alla natura della divinità. Adunque in Dio non havvi nulla di più alto e di più essenziale del pensiero. Non nell’universo, perché, volendo considerare la que- stione sotto la categoria della finalità, si può già vedere che il più alto fine dell’universo è il pensiero, e che tutti gli altri fini e gli altri enti son posti pel pensiero e vanno al pen- siero. In qualunque modo in effetti concepiamo la finalità as- soluta dell’ universo, essa non può essere che un ente intel- ligibile, un’idea o un pensiero assoluto. Onde è vero dire che le cose tutte dell’universo sono fatte e coordinate in vista del pensiero e, secondo la espressione egheliana, che le cose vanno dall’essere al pensiero. E se dalle cose si togliesse Digitized by Goo A, IL PENSIERO È IL MOTORE DELLA STORIA. 343 questa necessità di divenir pensiero, di esistere nel pensiero e di esser pensate o, in una parola sola, se si togliesse il pen- siero, le cose non sarebbero. Il rapporto però di finalità è un certo modo di rappre- sentarsi il rapporto del pensiero c dell' universo; mentre questo rapporto ò superiore a -quello di finalità. Il pensiero è supe- riore al fine, in quanto pensa e determina il fine, siccome pensa e determina ogni altro essere. In vero noi sogliamo dire: Dio è il fine dell'universo, e l’universo va verso Dio, perchè è fatto e coordinato in guisa da raggiungere questo fine; e cosi, per esempio, la pianta va verso Dio, perchè Dio l’ ha fatta cosi. Ora questo fare così è superiore alla finalità , perchè è quello che ha determinato la finalità della pianta nell'atto stesso che ne ha determinato la natura e i rapporti. Ciò che diciamo della pianta si applica ad ogni altro essere , come all'universo intero. Se non che il fare è pensare, perchè Dio fa pensando : dunque essere il fine ed essere il pensiero di un ente son due cose, due gradazioni diverse; e mentre * il pensiero comprende il fine, il fine poi non comprende il pensiero. Per afferrare il pensiero e la vera natura del pen- siero fa perciò bisogno elevarsi anche al di sopra della finalità. In effetti se noi dicevamo che solo il pensiero può essere il principio uno e assoluto dell’universo, ciò è perchè il pen- siero solo può essere tutte le cose, a tutte comunicarsi, senza confondersi con alcuna di esse e rimanendo sempre identico a se stesso. . Il pensiero è e si communica a tutte le cose, anzi è una parte dell’essere di queste cose, perchè tutte le pensa e, pen- sandole, le fa. Rappresentiamoci la cosa così: l’assoluto fa le cose. Ma l’assoluto non le farebbe rettamente, anzi non le farebbe, se non le facesse secondo la loro essenza o, ciò che vale lo stesso, se non le facesse secondo la loro idea. L’idea adunque determina e domina il fare dell’assoluto. Il vero però si è che l'assoluto è appunto l’idea; e l’idea è il pen- siero. Da un altro lato, mentre il pensiero si comunica a tutte le cose, nel tempo stesso con alcuna di esse non si confonde, e solo a questa condizione esso può rimanere iden- tico a se stesso ed essere l' unità concreta dei vari momenti Digitized by Google 346 l’idea è il principio della storia. dell’ essere e della cognizione. Tale è il pensiero assoluto che fa una cosa sola con la scienza assoluta. Questo pensiero assoluto non possiamo porlo in alcun luogo, appunto perchè, essendo il pensiero assoluto, esso è al di fuori dello spazio e del tempo: è un pensiero eh’ è dappertutto, e che perciò contiene il tempo e lo spazio, ma li contiene come può contenerli ; mentre lo spazio e il tempo non sono in esso quali sono al di fuori di esso e in loro stessi. Il pensiero as- soluto, in quanto tale, non è nello spazio, perchè se fosse nello spazio non sarebbe più il pensiero assoluto; ma è chiaro d’altronde che esso contiene lo spazio, perchè pensa, fa e determina lo spazio. E come pensa, fa e determina lo spazio, così pensa, fa e determina le altre cose tutte; e così, conte- nendole, da esse in pari tempo si distingue. Ogni cosa dunque esiste in questo pensiero nello stato di unità, di perfezione e di sistema; epperò questo pensiero non si muove e non diviene. Ebbene, se egli è vero che havvi un pensiero assoluto, e che in questo pensiero si trovano concentrate le cause, i prin- cipii delle cose nella loro unità, sarà questo il motore delle cose, e perciò stesso il motore della storia; e muoverà la storia , senza muoversi con essa. E noi lo ammettiamo, di- cendo che la storia mira a un ideale che vuole raggiungere. Perocché ciò significa che havvi un qualcosa che si rivela e si manifesta nella storia, onde questa mira a raggiungerlo; ma che si distingue nello stesso tempo da ogni momento della storia ; che vi è, in altre parole, un ideale che muove la storia e che, perciò stesso che la muove, non si muove, mentre, se con la storia si muovesse, cesserebbe di essere un ideale. Questo però non è più che un modo subbiettivo di rap- presentarsi il rapporto della storia e del suo ideale , ovvero della storia e del pensiero assoluto. È il razionalismo che può rappresentarsi così il pensiero assoluto, come, cioè, il fine del divenire, ma come un fine separato e diverso sostanzialmente dal divenire. Ma primieramente il divenire non è che per quanto è unito con questo pensiero, e tutte le cose non addiven- gono che per questo pensiero; onde questo ideale dev’essere Digitized by Google IL PENSIERO È IL MOTORE DELLA. STORIA. 347 e manifestarsi nella storia; altrimenti la storia l’ignore- rebbe e non si muoverebbe. Inoltre, penetrando più pro- fondamente nella natura di questo rapporto, si vede eh’ è il pensiero assoluto che, uscendo fuori di sè, estrinsecandosi, facendosi natura e cadendo ne’ limiti dello spazio o del tempo, diviene. Diviene, è vero, in quanto storia, e non in quanto pensiero assoluto. Ciò mostra nondimeno che in fondo uno e lo stesso è l’ente che concilia in sò i due aspetti opposti, il divenire e il non divenire, perchè è lo stesso pensiero asso- luto e immutabile, che si determina come natura, come di- venire, come storia, come pensiero limitato e mutabile. Fuori di questa unità concreta il divenire e la storia sarebbero im- possibili. £ di qui meglio apparisce la verità di quello che innanzi dicevamo, che l’assoluto diviene e non diviene. Il pensiero assoluto discende nella storia e cade per ciò stesso in tutte le limitazioni della natura , perchè la natura è parte essenziale della storia e la storia non può attuarsi al di fuori della natura. Di maniera che, se ci rappresentiamo la storia e il movimento della storia come un movimento d’idee, come una manifestazione successiva d’idee, queste idee cadono e sono necessariamente nella natura, e, in quanto sono nella natura, sono limitate: esse non sono più l’ idea una, il pen- siero uno e assoluto, ma frammenti del pensiero. Cosi il pensiero assoluto nella storia è se stesso e non è se stesso ; e non è se stesso perchè non ritrova se stesso nella vita di una nazione o in un periodo storico, ma solo un frammento di se stesso ed anche questo frammento, appunto perchè è nel campo della natura, lo ritrova sotto una forma imperfetta, fora da un lato la coscienza della sua perfezione, in quanto “ pensiero assoluto; dall’altro la imperfozione , la limitazione che questo pensiero prova, in quanto disceso nella natura, o il desiderio che sente di raggiungere la sua vera -esistenza, di realizzare la sua intima essenza, generano un movimento, eh’ è appunto il movimento storico o, in una parola sola, la storiatfQuesto movimento è eterno, perchè la storia vive e viviTeternamente nella natura ; onde bisognerebbe annullare la natura e le leggi della natura, perchè la storia cessasse. Ed è solo da questo punto di vista che noi possiamo conce- Digitized by Google 348 l’idea è il principio della storia. pire il pensiero assoluto come l’ ideale della storia , come un obbietto, cioè, che la storia aspira a realizzare, ma che non può nè potrà mai realizzare. Ma si dirà, che nè una nazione nè la storia in generale hanno coscienza di questo pensiero assoluto. Questa mancanza di coscienza, questa ignoranza non prova meno che è il pen- siero assoluto che muove se stesso. Questo pensiero, eh’ è in noi, come già abbiamo avuto occasione di dirlo altre volte, è quello che fa la nostra grandezza e il nostro cordoglio, ed è esso che fa sorgere e cadere le nazioni. Sorgono quelle che lo incarnano più e meglio delle altre. E cadono e isteriliscono quelle che non lo rappresentano. Per una ragione assoluta, cioè dire, appunto perchè una nazione è nella storia, anzi è la storia , essa non può nè deve avere una chiara coscienza dell’assoluto pensiero, ma può solo sentirlo; e una nazione che sorge, sente un nuovo pensiero che l’agita e la commuove, e ne risveglia le forze e l’energia. E non havvi poi che il pen- siero assoluto che sappia quello che la coscienza irriflessa ignora e non potrà mai sapere ; ed è solo esso che sa e rico- nosce come, essendo il motore dellar storia, muove se stesso, è il motore di se' stesso, si muove e non si muove; che si muo- ve, dandosi un’ esistenza estrinseca , e non si muove nella sua esistenza assoluta; e che da ultimo si muove, non muoven- dosi, vale a dire, che ciò che fa il suo movimento e il suo divenire è appunto quella sfera, quell’aspetto, quel momento di se stesso, pel quale non si muove e non diviene. Tale è il risultato supremo deye nostre investigazioni; risultato tanto profondamente complesso eh’ è per dir così impossibile più che difficile esaminarlo compiutamente ed esaurirlo mercè un’indagine, quale la nostra, rapida e ri- stretta entro certi limiti determinati. Nondimeno da questo punto noi ci siamo messi in possesso di un principio che po- tremo applicare ai vari problemi che direttamente si riferi- scono alla storia, ovvero ai vari aspetti del problema storico, come un criterio nel quale questi vari problemi trovano la loro risoluzione e questi vari aspetti la loro dimostrazione. Per completare in questo senso le nostre investigazioni nel capitolo seguente passeremo a trattare il problema delle Digitized by Googl IL PENSIERO È IL MOTORE DELLA STORIA. 349 origini e della natura della storia. Sotto questo titolo inten- diamo raccogliere varie questioni relative alla storia in gene- rale, e che debbono far parte di un’ introduzione alla filosofia della storia, perchè razionalmente precedono la costruzione di questo ramo della scienza ne’ suoi particolari. Tali sono, per esempio , le questioni intorno al se possa esservi altra storia oltre la presente; se la storia abbia avuto un principio; se avrà un termine; e quali siano le condizioni necessarie per la esi- stenza della storia. Queste indagini possono esser considerate come tante applicazioni di quell’ unica verità suprema, che l’ idea una e assoluta o il pensiero assoluto è il principio de- terminante e motore della storia. 350 CAPITOLO OTTAVO DELLE ORIGINI E DELLA NATURA DELLA STORIA. I. SE POSSA ESSERVI ALTRA STORIA OLTRE LA PRESENTE. Come uno de’ preliminari del problema delle origini della storia, noi dobbiamo anzitutto esaminare se possa esservi un’altra storia oltre la presente, e diversa dalla storia attuale, di questa storia, di cui noi facciamo parte, e che si svòlge sul nostro pianeta, la terra. Relativamente a questo punto noi siamo disposti a se- guire^ come nell'esame di altri punti, lo stesso metodo d’ir- riflessione e di astrazioni e, in altre parole, a gettarci nel campo dell' immaginazione, ove tutto, le cose più strane e più irrazionali, pigliano sembianza di possibilità. È così che, anche ammettendo un certo ordine e una certa armonia nel nostro mondo, supponiamo altri mondi, ove 'Cord ine e l’armonia sono più compiuti. Similmente così arriviamo alla famosa teoria di un numero infinito di mondi. E spingendo le cose all’estremo riteniamo che tutti questi mondi possibili sono migliori e più perfetti del nostro. Di qui l’origine dell'of/tmt- smo e del pessimismo. Secondo un procedimento identico, quando pigliamo a considerare l’uomo e la sua costituzione, supponiamo altri esseri dotati di una costituzione più perfetta, di facoltà più squisite , di un numero maggiore di membra , di organi e di sensi. Il che ci ricorda il fantastico concetto di Fourier, che, per mettere l'uomo in armonia con le sue teo- riche, pensò doverlo fornire di un nuovo organo, di una coda, cioè, terminantesi con un occhio. Ora al modo stesso appunto, lasciando cioè similmente libero giuoco all’ immagi- nazione, si arriva alla conclusione, che vi può essere un’ al- Digitized by Google SE POSSA ESSERVI ALTRA STORIA. 351 tra storia diversa dall’attuale, dalla nostra storia.. Questa conclusione però, al pari delle altre già accennate, ripugna alla ragione e alla possibilità delle cose. Primieramente noi non dobbiamo occuparci che della nostra storia , e dobbiamo perciò stesso rigettare l’ opinione, forse comune a parecchi , secondo la quale la storia presente non sarebbe che un avviamento, una preparazione ad un’ altra storia posta al di fuori di essa; ed il mondo, la vita, resistenza attuale non sarebbe ehe uno stato transitorio che si connette a un altro stato, a un’altra forma di esistenza. Questa ipotesi è fondata sulla credenza in una vita futura e nell' immortalità dell' anima. Ora il problema di una vita futura e dell’ immor- talità dell'anima, quando non ci vogliamo contentare di pa- role, è un problema che non si può razionalmente dimostrare: è un punto che può essere obbietto di sentimento, di fede, ma non di ragione. 1 Per la qual cosa con questa ipotesi non si spiega la storia attuale, il suo obbietto e il suo intimo si- gnificato, ovvero si spiega obscurum per obscurius, e per dipiù si complica inutilmente la questione. Checché sia dell’ immortalità dell’anima, vi sia o non vi sia questa vita, questa storia futura, noi abbiamo innanzi a noi , in questo mondo nel quale viviamo, una storia ch.e ha il suo campo, il suo obbietto proprio, eh’ è indipendente da quella ipotesi. Qual relazione di fatto e quale influenza può avere l’ipotesi della immortalità dell’anima sulla guerra? Sono l’onore, l’interessc, la sicurezza o la grandezza della nazione gli scopi della guerra; e la nazione manda i suoi figli alla pugna e alla morte senza brigarsi più che tanto delle loro credenze e delle loro convinzioni intorno alla immorta- lità dell’anima. Si citeranno le guerre di religione: si, ma anche lo scopo di queste era o sarà uno scopo presente, attuale, fatto per realizzarsi nella nostra storia, al di fuori della quale non ha valore nè importanza. Rivolgiamoci all’ente giuridico, a quest'acro elemento essenziale dell’organismo sociale, e noi vedremo che accade la cosa stessa. Perocché il giudice assolve e condanna, senza decidere se l'anima sia 1 Ciò Tu già dimostrato dal Vera nella Inlroduclion à la Philosophie de ìligel, Appendice II. Digitized by Google 352 DELLE ORIGINI E DELLA NATURA DELLA STORIA. immortale o meno. E lo stesso dicasi del progresso. Una nazione deve avere certi scopi, senza i quali non avrebbe ra- gione di essere. A questi essa s'indirizza e gli raggiunge senza preoccuparsi della vita avvenire e dell’ immortalità dell’ anima. Questi vari fenomeni storici adunque sono indi- pendenti dal fatto di una vita futura. Ma havvi inoltre un’altra considerazione, eh’ è forse la dominante. La vita futura, l’immortalità dell’anima riguarda l’ individuo , non la nazione. Una nazione non è immortale die in quanto esiste. Cessata una volta la sua esistenza, essa finisce , non havvi vita futura per lei. Secondo questa cre- denza solo l’ individuo potrebbe sopravvivere alla sua esi- stenza fenomenale. Ma l'obbietto della storia è la nazione, lo spirito nazionale, non l’ individuo. Ciò mostra che la storia non ha nulla a che fare con questo stato avvenire, che, lo ripeto, non può tutt'al più essere che uno stato individuale. È chiaro dunque che noi non dobbiamo occuparci di questa vita futura, di questa storia per dir così d'oltretomba, ma solo della storia che si svolge in questa vita e in questo mondo. Ma non solo noi dobbiamo rigettare l’ipotesi di una vita futura , perchè estranea e priva di ogni risultato in rapporto alla storia , ma dobbiamo similmente rigettar quella della pos- sibilità di una storia diversa dall’ attuale. Se non che questa seconda ipotesi si basa sopra argomenti tratti in parte dal mondo morale, in parte dal mondo fisico, che occorre esami- nare partitamente. E innanzi tutto si dice: è innegabile che nella società e nella storia, quali oggi sono costituite, esistono difetti e im- perfezioni; e nulla impedisce di ammettere uno stato di cose, una storia ove queste lacune, questi difetti e queste imperfe- zioni non esistano. Inoltre, si aggiunge, la perfezione sta nell’assenza di ogni lotta, di ogni conflitto e di ogni contrad- dizione. Ora nella nostra storia passata, presente e futura vi sono state, vi sono e vi saranno lotte ed opposizioni. Questa non è dunque la forma più perfetta della storia , e per tanto bisogna ammettere che ve ne possa essere un’altra. Quanto alla prima parte dell’ argomento bisogna distin- SE POSSA ESSERVI ALTRA STORIA. 353 guerc. Non neghiamo che nella storia vi possano essere difetti e imperfezioni, ed ammettiamo che si possa correggerli, e fino a un certo punto farli anche scomparire. Ma se per im- perfezioni e difetti s’ intendono certe istituzioni essenziali alla società e alla storia, e si crede, che in un’altra storia questo istituzioni possano essere annullate, qui sta l’errore, il falso, l’impossibile. Spieghiamo questo pensiero con un esempio. Una delle tendenze de’tempi moderni è quella di affievolire, di assottigliare l’ ingerenza governativa. Questa tendenza è vera entro certi limiti, entro i limiti, cioè della possibilità e della necessità delle cose, che lasciano intatta l’istituzione; ed ecco ciò ch’è correggere l’imperfezione. Ma vi ha chi intende l’im- perfezione in altro modo. Vi ha chi pretende che l’ esistenza stessa di un governo qualunque è un’imperfezione, un difetto della nostra storia. La libertà ci può fornire un altro esempio. Tutti dobbiamo desiderare il massimo sviluppo possibile di libertà ; ma è falso credere, che la vera libertà sia la facoltà di tutto fare, e che perciò la libertà , nella quale penetra l’ordine, la regola, la ragione, sia una libertà imperfetta. Eppure vi sono alcuni che appunto cosi intendono le imper- fezioni. Secondo essi lo Stato, la libertà disciplinata, la fami- glia o la proprietà sono de’ difetti e delle imperfezioni della nostra storia. Muovendo da questo punto sembra loro affatto naturale arrivare alla deduzione che dunque un’altra storia, a voler esser più perfetta, dovrebbe abolire, escludere codeste istituzioni. Se non che tali istituzioni , lungi di essere imper- fezioni sono perfezioni, e perchè sono essenziali alla società e alla storia, e perchè sono fondate sulla natura e sulla neces- sità delle cose. 1 Così la supposta storia non potrebbe a tal riguardo esser perfetta nè più nè meno della nostra. Anzi essa non potrebbe essere perfetta se non contenendo appunto quelle che da taluni si considerano come imperfezioni della nostra storia. Ad un risultato identico ci conduce l’ esame dell’ altra parte dell’ argomento. Noi già altrove ! mostrammo che uno 1 Vedi cap. sesto, V. — Il progresso è definito e relativo. * Vedi cap. sesto. III. — La felicità e la moralità come scopi della storia. Introduzione alla Filosofia della Storia. 23 Digitized by Google 354 DELLE ORIGINI E DELLA NATURA DELLA STORIA. stato di felicità passiva e negativa, uno stato di pace esente da ogni lotta, da ogni conflitto non è possibile nella storia e non può essere lo scopo al quale la storia s’indirizza. Impe- rocché la lotta , 1’ antagonismo, le contraddizioni fanno la vita dell’ universo e della storia. D’altronde un essere che, come la storia, è in rapporto con la natura, è soggetto necessaria- mente alla lotta e all’opposizione; e più questa lotta è intensa e vigorosa, e più la storia raggiunge un alto punto di sviluppo e di verità. Ora è chiaro che la supposta storia, non potendosi da un lato divincolare dalla natura, e dovendo dall'altro sot- tostare all’azione della dialettica assoluta, non potrebbe con- tenere minori o maggiori contraddizioni della nostra storia, e sotto questo rapporto benanche essa non potrebb’ essere nè più nè meno perfetta della storia attuale. Tali sono in breve gli argomenti che, per designarli con un nome, possiamo chiamar morali. Vi sono poi gli argomenti tratti dal mondo fisico. Si dice: la costituzione fisica della natura giustifica l’ipo- tesi della possibilità di una storia diversa dall’attuale, per- chè la natura può essere diversamente da quel eh’ è. Per esempio , i pianeti possono girare in modo diverso da quello in cui oggi girano. Una storia messa in altre condizioni fisiche e naturali è necessariamente una storia 'Siversa. Ma anche qui dobbiamo ritenere’ che gli eleménti naturali possibili, costitutivi di un’ altra storia non potrebbero essere diversi da quelli della storia attuale. Di fatto, è vero che alla stessa guisa come la libertà può muoversi, così anche gli es- seri nel mondo fisico possono muoversi. Ma anche qui la cosa non è vera che entro certi limiti. Prendiamo, per esempio, la respirazione come fatto, senza entrare in indagini fisiolo- giche. Io respiro qui, sulla superficie della terra, e conti- nuo a respirare innalzandomi ad una certa altezza. Ma se diciamo che si può respirare dappertutto, ciò è falso, perchè al di là di un certo limite non più si respira, ma si muore. Le ascensioni areonautiche lo provano. E non accade così solo perchè la pressione dell’ atmosfera scema, ma perchè mancano gli elementi necessari alla respirazione. Questo mo- stra che l’organismo umano e la storia non possono essere al di fuori della sfera terrestre. Similmente noi non possiamo Digitized by Google SE POSSA. ESSERVI ALTRA STORIA. 355 supporre un ordinamento di cose, ove, per esempio, non fosse che la luce, perchè l’ombra concorre alla formazione ed alla vita degli esseri quanto la luce. Un corpo affatto lu- minoso non potrehb’ essere abitato; e l’occhio nella luce pura non potrebbe vedere. Adunque sarebbe altrettanto im- possibile cancellare dall’universo l’ombra quanto la luce, benché entro certi limiti possa ammettersi che la combina- zione della luce e dell’ombra può variare, ed ha vari gradi. Trascendere adunque i limiti delle cose non si può , perchè questi, costituendo l’ intrinseca necessità degli esseri, sono assoluti e invariabili. Epperò un’altra storia, comunque si volesse supporla diversa in qualche particolare, quanto ad elementi fìsici, esterni essenziali sarebbe identica alla nostra. Questo argomento dunque non prova nulla in favore della possibilità di una storia diversa dalla nostra. Frattanto si obbietterà che questa teorica contraddice al fatto, che sembra dimostrare il contrario, perchè anche in questo globo vi è stata una storia diversa da quella nella quale ci muoviamo. In effetti certe rivoluzioni geologiche da un lato, dall’altro le scoperte paleontologiche mostrano che vi possono essere condizioni fìsiche, morali e storiche diverse da queste nostre. In altre parole questi fatti constatati dalla scienza mostrano che vi può essere stata un’altra storia. E se ciò fu vero e possibile nel passato, non si vede per qual ragione si vorrebbe escluderne la possibilità nell’ avvenire. Ma primieramente le specie di animali perdute o diverse dalle attuali, di cui la paleontologia ha raccolto e ci ha con- servato gli avanzi, non appartengono a un ordine di esseri essenzialmente diverso dal nostro. Si prenda un fossile qua- lunque un animale od altro, e si vedrà che, comunque esso avesse vissuto in condizioni climatologiche diverse dalle nostre, comunque le sue fattezze e la sua figura fossero differenti da quelle delle specie viventi, pure appartengono a uno stesso tipo. Il disegno, la costituzione fondamentale dell’organismo sono identici, ed il cambiamento, la trasfor- mazione non ha toccato che la figura , gli ornamenti e altri dati subordinati. Una specie di animali cessa di esistere ed un’altra viene a sostituirla: da ciò non segue che il tipo. Digitized by Google 356 DELLE ORIGINI E DELLA. NATURA DELLA STORIA. le condizioni essenziali dell’ organismo siano cambiati. Ciò accade anche nella trasformazione della specie umana. L’ in- crociamento di due razze ne produce una terza: sono vari tipi, ma queste trasformazioni non possono uscire da’ limiti fondamentali dell'organismo. E possiamo verificare questo fatto anche nello spirito, nelle arti belle, per esempio. Abbiamo un feliscio e una statua di Fidia. Ebbene, si può dire che il mastodonte e il cavallo sono nello stesso rap- porto che il fetiscio e la statua, tenuto, beninteso, conto delle intime differenze. Di fatto Dio creando — questa è una rappresentazione, ma che vale a far intendere — il masto- donte e il cavallo avea in mente il tipo comune della specie o, per dir meglio, avea nel pensiero gli stessi elementi es- senziali dell’ essere organico T alla stessa guisa come una e la stessa è la legge, l’ idea che guidò Fidia nel suo lavoro e che guida il selvaggio nella costruzione del suo fetiscio. Comunque la statua di Fidia la vinca in bellezza e in pregi innumerevoli sul fetiscio, pure una è l’ idea che ispira i due lavori, una è l’ idea che vuoisi in essi incarnare. Quanto poi alle catastrofi ed ai rivolgimenti alla super- ficie del globo, ammettendo, come dobbiamo ammettere, senza volerne qui esaminare le cause, che siano avvenuti, da ciò non segue che vi . sia stata una storia costituita in modo sostanzialmente diverso dall’ attuale. Perchè è fuori dubbio che questi rivolgimenti oestituiscono la storia fìsica , il processo della terra. 1 Essi dunque appartengono alla storia attuale e ne formano un momento. E però di qui nemmeno si può trarre argomento alcuno in favore della possibilità di una storia diversa dall’ attuale. Tutti adunque gli argomenti esaminati convergono in questa conclusione, che una storia diversa dalla nostra storia ò impossibile. Di fatto ora è dato vedere che, se si arriva alla conclusione opposta, ciò è solo perchè si considera F universo e la storia in modo estrinseco e fortuito e al di fuori del si- stema. Una volta situatici al di fuori della necessità e della possibilità assoluta delle cose, con la fantasia e con l’ imma- * Questo punto sarà meglio chiarito più oltre, III , sei. B) — Origine del mondo. Digitized by Google SE POSSA ESSERVI ALTRA STORIA. 357 ginazione crediamo all’ esistenza o per lo meno alla possibi- lità di un’altra storia sulla Terra o altrove, ordinata in modo sostanzialmente diverso dalla storia nostra, dalla storia at- tuale e presente. Ma non ci accorgiamo che, se là nostra storia non è una storia vera, assoluta, essa non ha alcun valore; che se essa non rappresenta un pensiero assoluto, diventa allora un’illusione, una specie di giuoco. Tal' è il punto di vista conosciuto sotto il nome di teo- rica dell’ Ironia. E tutto con la storia diviene un giuoco ed un’ ironia, l’arte, la religione, le istituzioni civili e politiche é la scienza stessa. Perchè queste cose abbiano un valore reale, bisogna che la storia e tutto quello che la costituisce siano la manifestazione di principii assoluti. Se la proposizione due e due fan quattro in altro ordine di cose potesse far cinque, essa non avrebbe più senso nè valore. Se la forza che qui produce la luce, in altro ordine di cose potesse produrre le tenebre o che so io, la scienza e con la scienza ogni principio ed ogni idea andrebbero sconvolti e distrutti. L’argomento cresce se la supposta storia la immaginiamo non solo diversa, ma anche più perfetta dell’attuale, perchè in questo caso la storia attuale non è che una degradazione, e quasi una falsità rimpetto all’altra storia, ove risiedono la perfezione o la ve- rità. E allora noi non possiamo prendere in sul serio nè la storia, nè noi stessi, nè l’assoluto, perchè quel che e la storia e noi siamo non lo siamo che per T assoluto e per la parteci- pazione all’ assoluto. Che so, come tutte le nostre considerazioni lo mostrano, la nostra storia dev’essere assoluta in questo senso, cioè, che dev’ esser fondata sopra principii assoluti, non si può conce- pire come al di fuori della sfera, in cui questi si manifestano, vi possa essere un’altra manifestazione; e ad ogni modo poi, quando si volesse ammettere la possibilità di un’altra mani- festazione, non si può concepire come essa possa accadere al di fuori della sfera di quei principii stessi, di quelle stesse leggi che governano la nostra storia. Ciò in altri termini vuol significare, che al di sopra del mondo, della natura e della storia sta il mondo delle idee. E però, quando la storia attuale cessasse e un’altra cominciasse, questa non potrebb’ esser co- Digitized by Google 358 DELLE ORIGINI E DELLA NATURA. DELLA STORIA. 'imita che sul modello stesso, e pertanto sarebbe simile al- l' attuale. Ma la nostra storia è assoluta, almeno in quei limiti nei quali si può accordare assolutezza alla storia: ecco un punto che si connette all’ altro di sapere se la Terra sia il più per- fetto de’ pianeti. Questo problema è stato già discusso ed esa- minato, e, com’è facile supporlo, le opinioni sono divergenti. Quanto a noi, se procediamo sistematicamente, e se conside- riamo l’universo come un sistema, nè possiamo altrimenti considerarlo, ci sarà agevole il riconoscere che in un dato momento del sistema havvi ciò che non è e non può essere in un altro. Così, trattandosi de’ corpi celesti, e mirando alla loro determinazione più estrinseca, quella del moto, si vede che, mentre tutti si muovono attorno ad un centro, pure non si muovono tutti alla stessa guisa, e che tra il moto del- l’uno e quello dell’ altro vi sono differenze. Applicando que- sto criterio al nostro problema, è chiaro che se la storia sup- pone vari elementi, varie condizioni, condizioni esterne ed interne, fisiche e morali, climateriche e antropologiche, e se tutte queste condizioni si trovano raunate sulla Terra, si deve ammettere perciò stesso che non debbono e non pos- sono trovarsi in altro pianeta. Nel Sole, nella Luna o in un altro pianeta qualunque non vi può essere storia, perchè, lo ripeto, ciò eh’ è in un momento del sistema, non può essere in un altro. Ma se la Terra raccoglie quegli elementi che in altro pianeta non possono trovarsi, ciò importa eh’ essa è il più perfetto de’ pianeti. Qui è stata proposta, tra le altre, un’ obbiezione cavata dal Cristianesimo. Si è detto: Cristo si è incarnato pel ge- nere umano; ma il genere umano è forse circoscritto entro i limiti del nostro globo, ovvero abbraccia altri pianeti, in quanto abitali da esseri simili a noi? La questione ha imba- razzato l’ortodossia in generale. In Inghilterra levò grande rumore un libro di Whewel — Plurality of Worlds — il quale prese a dimostrare, con 1’ appoggio di argomenti fisici , che gli altri pianeti non possono essere abitati. Ma in fondo si vede che l’ obbiezione è stata fatta per giungere alla conclu- sione, clic la Terra, non essendo l'unico pianeta abitato, non Digitized by Google SE TOSSA ESSERVI ALTRA STORIA. 359 è perciò stesso il più perfetto. Se è così, ci limiteremo a ri- volgere l’ obbiezione contro quelli stessi che la propongono. Ammettiamo che Cristo ha patito ed è morto pel genere umano, e non per noi soli, ma per altri esseri ancora. Ci si spieghi però allora il perchè egli abbia scelto proprio la Terra per sottoporsi al dolore e alla morte. Questo fatto dice qual- che cosa. Siano qualunque le supposizioni che voglionsi fare, egli è certo che codesta deferenza accordata alla Terra de- pone in favore della sua perfezione prevalente rispetto a tutti gli altri pianeti. Per modo che il fatto della redenzione in ultima analisi, lungi di essere contrario , convalida la no- stra opinione che la Terra è il più perfetto de’ pianeti. 1 II. SE LA STORTA AVRÀ UN TERMINE. Dalla soluzione del problema or ora esaminato , se, cioè, 1 possa esservi altra storia oltre la presente, si ricava, come co- ; rollario, la soluzione dell' altro problema , se la storia potrà avere un termine. Anche qui osserviamo innanzi tutto che la ipotesi e la possibilità di un’altra forma di esistenza, di una vita futura non ha alcuna influenza sulla soluzione della questione. Noi dobbiamo, in altre parole, esaminare la questiono indipen- dentemente da questa possibilit|i. Supponiamo in vero che vi sia una vita futura, un’altra forma di esistenza. Que- st’esistenza, appunto perchè è un’altra esistenza, vale a dire, appunto perchè colloca T essere in un’ altra sfera, ove sono altri bisogni, altri rapporti, altre condizioni, si * A questa opinione si oppongono anche degli argomenti astronomici. Di questi non abbiamo credulo far qui cenno e riassumerne la critica, perchè il Vera ne ha latto obbictto di esame speciale in altri suoi scritti , ove il suo pensiero trovasi compiutamente esposto. Si riscontri — L' tìégè- I ianisme et la philosophie , chap. I — Philosophie de la naturo de Hegel , voi. I, annoi. (3), p. 531 , annoi. (1 ), p. 525. annoi. (1). p. 399. annot. (1). p. 453, e voi. Il annoi. (3), p. 357; — e Iniroduction à la Logigue de Hégel. p. 118 et sui r. Digitized by Googl 300 DELLE ORIGINI E DELLA NATURA DELLA STORIA. muove al di fuori dei limiti in cui si muove la storia ed oc- cupa una sfera che non ha alcun rapporto con quella della storia. Che vi sia dunque o vi possa essere un’ altra esistenza estranea alla storia, ciò non altera le necessità e le leggi pro- prie della storia. Onde , lo ripeto , è solo guardando a queste leggi che noi dobbiamo decidere, se la storia potrà o no avere un termine. Riflettendo intorno a questa questione si vede che si può fare una doppia ipotesi, vale a dire, si può supporre un termine, una fine assoluta ed una fine relativa. Esaminiamo partitamente questa doppia ipotesi. Primieramente quanto al termine assoluto noi crediamo che esso consisterebbe nell’ annientamento di ogni essere, del mondo, delle cose in generale, di cui il globo che abitiamo e sul quale la storia si svolge, è parte essenziale, anzi la più essenziale. Così le cose ricadrebbero, come dicesi, nel nulla; e questa sarebbe la fine del mondo. Ma- innanzi tutto, se, come lo abbiamo poc’anzi dimo- strato, non può esservi altra storia oltre la presente, non si vede come questa storia possa terminare ed annientarsi. Quanto poi al ricadere delle cose nel nulla, perchè questo argomento potesse avere un qualche valore, bisognerebbe dimostrare che le cose sono state cavate dal nulla. Imperoc- ché solo in questo caso sarebbe ammessibile che nel nulla po- tessero far ritorno; mentre, se invece le cose hanno esistito ab eterno, bisognerà allora dire che esse seguiteranno ad esistere eternamente. Ma noi dimostreremo or ora 1 che il concetto di una creazione dal nulla è un concetto impossibile e irrazionale. Adunque se in un senso assoluto le cose, e con le cose la storia, non han cominciato, anche sotto questo rap- porto non si vede come possono avere un termine assoluto. Inoltre colui che dice che il mondo può finire e ricadere nel nulla si appoggia o ad un pensiero puro o ad un pensiero sensibile e all’ immaginazione. Se egli pensa il nulla e il ri- torno delle cose nel nulla, egli contraddice a se stesso. Per- chè il pensiero, in quel mentre stesso che pensa il nulla, 1 Vedi il paragrafo seguente — Dello origini in generale. Digitized by Googl SE LA. STORIA AVRÀ UN TERMINE. 361 afferma il suo essere. Un pensiero che non afferma il suo essere, non può pensare il nulla, come non può pensare la quantità, la luce o un altro ente qualunque. Adunque il pen- siero che pensa il nulla non ò consentaneo con se stesso, per- chè pensa il suo proprio essere ed afferma quindi qualcosa che non è il nulla. Ciò significa che il nulla assoluto non può pensarsi. Perchè, non foss’ altro, si pensa il suono, la parola, il segno, questo qualcosa che chiamasi nulla ; e, pensando il segno, la parola, si pensa già qualche cosa. Che se poi si pensa il contenuto del suono e del segno, ossia l’ idea, allora si afferma resistenza del nulla come l’opposto e il contrario dell' essere, che ha un'entità pari all’ essere. È chiaro adunque, che questo ritorno delle cose nel nulla non può essere pensato. Ma il nulla può tanto meno essere immaginato. Dal momento che io immaginassi il nulla, sarei costretto a circoscriverlo o meglio a rappresentarmelo sotto forme sensibili; il che importa che ammetterci l’esistenza di tutti gli elementi che fanno la sensibilità e l’ immaginazione , quali il tempo, lo spazio e la materia. Se dunque il nulla im- plica qualche cosa, onde, dicendo che le cose ricadono ne! nulla, diciamo che rimane sempre un alcunché, che è appunto il nulla, noi non possiamo assolutamente ammettere que- st' ipotesi di un termine , di una fine assoluta delle cose e della storia. Ma si dice: se le cose non possono toccare ad un termine assoluto, si può ammettere che vi potrà essere un termine relativo della storia, vale a dire, si può ammettere che la storia, com’è ora costituita, con gli clementi die la compon- gono fisici e morali, con le attinenze e l’economia di questi elementi, potrà avere un termine. Ebbene, anche questa ipotesi non possiamo ammetterla. E non lo possiamo per le ragioni già sviluppate nel paragrafo precedente, le quali si applicano esattamente alla questione attuale. 0 gli elementi fisici c morali che compongono la storia, le relazioni, rincontro e le combinazioni di questi elementi sono fatti fortuiti e accidentali, ovveramente sono fondati sopra leggi intrinseche, inerenti alla natura delle cose e di Digitized by Google 362 DELLE ORIGINI E DELLA NATURA DELLA STORIA. questi elementi. In altre parole, o la storia è figlia del caso, ovvero è figlia della ragione. Qui sta il punto decisivo della questione. Se ammettiamo, come dobbiamo ammetterlo, che la storia è figlia della ragione, è impossibile che la storia possa terminare. Perchè, se la ragione è nella storia, sup- porre che la storia possa cessare, vale supporre che la ra- gione stessa possa estinguersi; c, in altre parole, la fine della storia sarebbe la fine della ragione. Ma la ragione è assoluta, perchè essa è il principio delle cose. Cosi, per prendere an- cora un esempio, un corpo cade: se la forma della caduta, se la gravità è una legge assoluta inerente alla natura stessa della materia , non si vede come la materia e la caduta della materia e la legge che la governa possano cessare. Estendete questo esempio a tutti i fenomeni fisici, e non solo a tutti i fenomemi fisici, mq anche alle facoltà umane. Se l’ intel- letto ha la sua costituzione, la sua legge inerente alla sua natura, per modo che non si può ammettere che esso pensi, per esempio, l’essere come non essere o viceversa, non si vede come l’ intelletto possa annientarsi , ovvero come possa esservi un intelletto diverso dal nostro. Ben si può ammet- tere che vi sia un intelletto più sviluppato; ma, sviluppato quanto si voglia, esso non può mai uscir da’ limiti essenziali che costituiscono la sua natura. Applicando queste considera- zioni alla storia in generale, si fa evidente che la storia, ap- punto perchè è fondata sulla ragione, non può toccare nem- meno ad un termine relativo. Ma come si può ammettere, dimanderà qualcuno, che la storia non possa nè debba finire? L’umanità è vecchia e stanca di se stessa, e vuole ringiovanire. È necessario per questo che la storia finisca per ricostruirne una nuova e rico- struirla sopra un nuovo modello. Primieramente: ricostruir la storia sopra un nuovo mo- dello? — È presto detto. Ma qual modello? — Se ci gettiamo nel campo sconfinato delle astrazioni, possiamo tutto supporre ed immaginare. Una nuova storia non basta annunziarla: bi- sogna indicarne per lo meno le possibilità assolute e gli ele- menti essenziali. Quando si tien l’occhio a queste possibilità e a questi elementi, è allora che si scorge la difficoltà della Digilized by Google SE LA. STORIA AVRÀ UN TERMINE. 363 ricostruzione. Che si provi qualcuno a costruire col pensiero una nuova storia con altri elementi diversi dagli attuali. Ciò è evidentemente impossibile, perchè, se gli elementi attuali sono assoluti e essenziali, è ad essi che bisognerà aver ri- corso per costruire la nuova storia. Questi clementi sarebbero gli stessi, anche ammettendo che si possa in certa guisa mo- dificarli. E così la costruzione della nuova storia sarebbe si- mile all’attuale. Quanto poi al desiderio di ringiovanire l'umanità, d’ in- fonderle nuova vita, nuove forze e nuovo ardore, noi par landò del progresso, abbiamo già veduto come l'umanità si rinnovi, tuttoché gli elementi essenziali di sua vita rimanes- sero in fondo gli stessi. Il che vuole appunto significar questo, che il perdurare della storia non impedisce che essa si svi- luppi e progredisca indefinitamente; mentre la perennità del moto storico è fatta dall' infinità del principio che muove. In . vero, mentre per un verso gli elementi della storia sono sem- pre gli stessi, per un altro poi può dirsi che essi vanno con- tinuamente trasformandosi e diversificandosi sotto l’azione dello spirito che gli anima. È questo spirito che rinnovandosi e aggiungendosi ai vari elementi della storia gli rinnova, e per tal modo conserva e ritempra la vita dell' umanità. Vi / sono e vi debbono essere nella storia tempi di vecchiaia, in cui un senso di abbattimento e di spossatezza s’impadronisce degli animi; ma questo, che pare un momento affatto nega- tivo, è sempre il segno della gestazione di un nuovo svi- luppo, l’aurora di una nuova vita. Se non vi fosse un senti- mento, benché vago e indistinto della nuova vita c del nuovo sviluppo, la storia non accuserebbe stanchezza e languore. Se, in altre parole, lo spirito attuale del mondo è esaurito, ciò vuol dire che un nuovo spirito comincia a svegliarsi. Bisogna ammettere che questo spirito già esiste, altrimenti l'umanità non si sentirebbe stanca. Adunque, ammettendo lo spirito as- soluto che si mostra e si manifesta nella storia, il movimento indefinito della storia, il rinnovarsi perenne dell’umanità si concilia benissimo con la perdurabilità o meglio con là eter- nità della storia. Del resto la supposizione della cessazione di questa storia e del cominciamento di una nuova, è tale ipo- Digitized by Google 364 DELLE ORIGINI E DELLA NATURA DELLA STORIA. tesi che rinchiude in sé ed implica questo doppio pensiero, che la nuova storia sarebbe una nuova manifestazione, una nuova evoluzione dello spirito assoluto , e che lo spirito as- soluto benché sotto varie forme, può manifestarsi indefinita- mente. E se la cosa sta cosi, noi, senza obbligare lo spirito assoluto a far de’ salti inutili ed a lasciar delle lacune, pos- siamo, anzi dobbiamo ammettere, che si sviluppa indefinita- mente in questa storia. III. DELLE ORIGINI IN GENERALE. A) Generalità. Ovunque il pensiero scorge uno sviluppo, una evolu- zione, si sente naturalmente spinto ad investigare il punto di partenza, l'origine di questo sviluppo e di questa evolu- zione Ecco la forma più generica ed astratta di quello che abbiamo chiamato problema delle origini. Di qui * si vede che questa questione non si riferisce esclusivamente alla sto- ria, ma è una questione generale e fondamentale che si rife- risce ad ogni ente, che si muove e diviene. La pianta si svi- luppa: ecco il pensiero impegnato a cercare il punto di par- tenza di questo sviluppo , e crede trovarlo nel germe o in un punto infinitamente piccolo. Lo stesso dicasi delle lingue, le quali hanno avuto un processo, e quindi se ne ricercano le origini. Ma se il problema delle origini è un problema generale e importante, non dobbiamo però esagerarne il valore e l’ impor- tanza. Avvegnaché, in qualunque modo ci rappresentiamo le origini delle cose, esse non costituiscano che un momento subordinato dell’essere, in questo senso che sono un effetto e non la causa. Supponiamo che, mediante il microscopio o al- tro procedimento qualunque, si giunga a scoprire che il punto di partenza, l’embrione dell' animale, è un atomo mucoso o anche la cellula. Questa scoperta non basta per conoscere Digitized by Google DELLE OniGINI IN GENERALE. 365 l’animale, perchè essa non ci dà il principio, l’idea concreta dell’animale, secondo la quale l’animale e tutte le sue parti e l’embrione stesso sono generati. Lo stesso dicasi delle lin- gue come di ogni altra cosa. Supponiamo che si possa risalire a un popolo che primo sia apparso sul globo, c che dalla lin- gua primitiva parlata da questo popolo si siano svolte tutte le altre. Questa sarebbe certamente una scoperta storica importante, ma non ci farebbe avanzar d’un passo nella co- noscenza della legge di generazione e di organizzazione in- terna delle varie lingue derivate, nè dell’idea generatrice della stessa lingua primitiva , come della lingua in generale. Tutto ciò vale a farci avvertiti, che se in presenza di questo problema mettessimo da parte l’idea, ch’è la vera origine delle cose e, rivolgendoci al fatto, al fenomeno, cercassimo determinarne l’origine cronologica, quando anche ci fosse dato raggiungere questo scopo, in ultima analisi la vera que- stione resterebbe irresoluta e la difficoltà seria non sarebbe tolta. Dimostriamo questo punto. Esaminando il problema ne’ limiti in cui alla storia si connette, se il moto e lo svolgimento suppongono un’origine, un punto di partenza, ciò vuol dire che la storia ha avuto un inizio, un cominciamento. Ammettiamo di fatto che la storia ha avuto un cominciamento. Si tratta di fissare il punto nel tempo in cui questo cominciamento ha avuto luogo, e per ciò fare atteniamoci all’ esperienza. Abbiamo primieramente i monumenti storici. Questi però non ci conducono che ad un certo momento della storia, ad un momento in cui la storia già esisteva. L’epoca mitica nem- meno ci fa risalire all’origine delle coso, perchè essa stessa presuppone un momento anteriore. Dunque per questo mezzo a noi non è dato giungere ad un risultato definitivo. Abbiamo poi le ricerche geologiche che ci dànno la storia della costru- zione e della formazione del globo. Tutti i geologi sono d’accordo nell’ ammettere che vi è stata una formazione successiva, ed in ciò anche la tradizione biblica in qualche modo conviene, avvegnaché anch’ essa dica le varie parti del globo non essere state create simultaneamente, ma successivamente. Vi è dun- que stata una successione, e le ultime osservazioni e scoperte Digitized by Google 3GG DELLE ORIGINI E DELLA NATURA DELLA STORIA. tendono a far retrogradare la /orinazione della terra o, per dir meglio del sistema in generale — perchè non si può isolare la terra da tutto il resto — ad un’ epoca molto anteriore a quella generalmente ammessa. Per esempio, si è osservato la com- posizione dei vari strati della terra e si è calcolato il tempo necessario alla loro formazione per giungere allo stato at- tualo. Alcuni hanno fatto delle ricerche in Egitto per valu- tare l’antichità della vallata del Nilo, ed altri, in America per estimare quella del delta del Mississippi. Si sono inol- tre scoperte abitazioni lacustri e trovati utensili negli strati profondi della terra. Vi sono pure certe considerazioni estrin- seche, che si accordano con gli argomenti geologici. Perchè col calcolo della distanza di certe stelle e del tempo che la loro luce, propagandosi, ha dovuto impiegare per arrivare sino all’orbita nostra, si è potuto vedere ch’esse debbono aver esistito da tempo mollò remoto. Così, secondo Herschel, ve ne sarebbero alcune che in codesta bisogna avrebbero impie- gato parecchi milioni di anni. Tutte queste circostanze sono tali, da costringere chiunque a pensare che il mondo è più vecchio di quel che si crede. Ma si è forse giunti a fissare con certezza e precisione il punto in cui il mondo è cominciato? Nemmeno per questa via si è giunti a un risultato definitivo, nè vi si potrà giungere. Perchè noi sappiamo che le opinioni de’ geologi sono in ciò discordi. Essi ci dicono tutti che la natura in generale è stata creata in un momento più remoto di quello che la opinione irriflessa e popolare ritiene; e sta bene. Ma quanto poi a fissare l’epoca precisa, gli uni preten- dono che sia un tal punto del tempo, gli altri un altro; per gli uni più vicino, per gli altri più lontano. Adunque l’ori- gine cronologica del mondo è un mistero. Ma noi vogliamo anche ammettere che il mistero non fosse poi in realtà tanto impenetrabile, come sembriamo pen- sarlo; che anzi fosse già stato compreso. Noi vogliamo sup- porre che siasi già fissata l’epoca dell’origine del mondo, e che si dica la storia essere cominciata, per scegliere una cifra rotonda , un milione di anni addietro. Quando avremo così accertato il fatto, avremo noi sciolta la vera difficoltà? È chiaro che la vera difficoltà non è rimossa , perchè questa Digitized by Google DELLE ORIGINI IN GENERALE. 367 certezza può soddisfare il sentimento e l'immaginazione, non il pensiero e l’intelligenza. Ciò che l’ intelligenza cerca è la forza, il principio, l’idea che ha fatto sì che in un dato mo- mento del tempo la terra e il sistema intero siano sorti. Questo basta per mostrare come al di sopra della que- stione'dell’ origine fenomenale havvi la questione dell’origine ideale. Ed è di quest’ultima che dobbiamo soprattutto preoc- cuparci, cometa più importante. Per noi l'essenziale non sta neH’aceertarc l'ora del tempo in cui il fatto è avvenuto, ma nel determinare quale sia l’ idea, il principio del fatto. Quando anche ci fosse possibile accertare il fatto, noi non entreremmo in possesso che di una notizia storica, noi arricchiremmo la nostra memoria di una data e, per usare un’espressione di Hegel', noi soddisfaremmo ad una curiosità indifferente ; men- tre, fino a che non avremo sciolta la questione ideale, non sapremo nulla del principio che ha generato il fatto. È l’ ori- gine per dir così ideale quella che fa e genera l’ origine sto- rica c cronologica, e senza la quale quest’ultima non sarebbe. Anche rappresentandoci le cose quali la Bibbia le narra, Dio avrebbe creato il cielo e la terra. Abbiamo Dio e il cielo e la terra; abbiamo, cioè, due termini; l'origine materiale, il cielo e la terra, che cominciano ad essere; e l’origine ideale, Dio che crea il cielo e la terra. Hawi poi il tempo, perchè Dio ha creato il cielo e la terra in un dato momento del tempo. È chiaro che l’ essenziale non sta nel fissare quale sia stato questo momento temporale, ma bensì di determinare come Dio abbia creato. Perocché, comunque il tempo sia un elemento necessario della creazione, in quanto segna il mo- mento in cui la relazione tra il principio assoluto è ideale e le cose che genera , ovvero tra l’ ente creatore c le cose create, è cominciato, non pertanto è un elemento subordinato. Suppo- nendo in vero che questa relaziono tra Dio e la creatura fosse cominciata 4000 anni addietro, non si vede, considerando solo il tempo, la ragione perchè non avrebbe potuto invece cominciare prima o dopo di tale epoca. Questo che sembra un pensiero arbitrario noi possiamo verificare in ogni cosa, perchè in generale in ogni cosa, ove il tempo interviene, interviene sempre come momento su- Digitized by Google 368 DELLE ORIGINI E DELLA. NATURA DELLA STORIA. bordinato. Prendiamo, per esempio, la vita al punto di par- tenza e al punto di arrivo, e vedremo che il tempo invi- luppa tutti i momenti della vita. Non per tanto non si può dire che dalla nascita alla morte debbano necessariamente scorrere 20, 30 o 50 anni; e perciò non è il tempo il prin- cipio determinante della vita. Similmente nello sviluppo delle varie parti che costituiscono il globo terrestre, il tempo è di certo intervenuto. Si sa che il granito è oramai ritenuto come il primo strato terrestre, ed è certo che il granito per formarsi ha impiegato un certo tempo. Supponiamo che si possa approssimativamente o anche esattamente calcolarlo questo tempo: ciò non fa intendere il principio determinante del granito, perchè questo principio è l’idea, ossia la natura, l’essenza propria del granito. Ciò si applica alla geologia in generale, la quale, mentre insegna che i vari terreni si so- vrappongono in un certo modo, non mira a determinare in questo fatto che un semplice rapporto cronologico. Essa qj>n vede che, tuttoché necessario, questo rapporto non rende ragione dei rapporti intimi e ideali, che in fondo sono quelli che determinano il rapporto cronologico. Così tra l’infanzia e l’età matura vi è il tempo, ma vi è pure un altro elemento che domina il tempo. Lo sviluppo è nell’idea dell’uomo, e l’età matura, per esempio, è una parte dell’idea intera e totale? della vita umana; e questa idea si serve del tempo, ma determina il tempo stesso. Anche Io stagioni senza il tempo non sarebbero, eppure non è il tempo che deter- mina la successione e la differenza delle stagioni: sono bensì i rapporti del sole e della terra, rapporti determinati dalla co- stituzione intima del sole e della terra. Ma prima di lasciare quest’argomento vogliamo fare an- cora un’ altra applicazione del principio esposto per renderlo vieppiù chiaro. Noi abbiamo già altrove parlato della questione delle lin- gue e della loro unità ' e abbiamo mostrato l’ impossibilità di ricostruire una lingua primitiva da cui tutte le altre sareb- bero derivate. Ma poniamo che ciò fosse possibile. Quando si 1 Vedi cap. secondo , IV. — Le ratte e la lingua. Digitized by Googte DELLE ORIGINI IN GENERALE. 3G9 sarà ricostruita una lingua primitiva, si sarà forse risoluto j il vero problema della lingua? Niente affatto. L’origine j delle lingue non sta nel fatto storico, in una lingua primitiva, ma nell’ idea. Noi dobbiamo in effetti ammettere che se non parliamo a caso, che se la facoltà che abbiamo di parlare non è un fenomeno, un fatto fortuito, dev’ esser determinata da una legge. In generale niuna cosa è fortuita ; ma la lingua molto meno delle altre. Perchè primieramente la parola è ciò che vi è di più affine al pensiero, è uno dei più alti mezzi di manifestazione di questo, anzi è l’ istrumento più diretto, l’immagine più viva che riveli il pensiero. Inoltre la lingua presuppone la natura intera, e si può dire che essa è la fa- coltà, la forza intermedia tra il pensiero puro e la natura inanimata e morta. Di fatto la lingua presuppone l’atmosfera con tutti i suoi rapporti astronomici, la materia, l’organismo. Nè basta: questi non sono che gli elementi materiali del par- lare. Nella parola vi sono pure gli elementi spirituali. La lin- gua presuppone la società, perchè la lingua è data all’ uomo affinchè possa mettersi in comunicazione co’ suoi simili. Essa implica per dipiù il mondo delle idee, perchè è fatta per esprimere il pensiero. Rappresentiamoci 1’ autore della lin- gua come colui che pensa la lingua ed ha l' efficacia propria per crearla: è chiaro che questo autore per generare la lingua deve pensare e creare gli elementi eh’ essa presup- pone, perchè la lingua non può essere, se tutto non è accon- cio e preparato. Dunque bisogna ammettere che la lingua e tutti gli elementi che la costituiscono sono fondati sopra una legge; legge che per noi, come sappiamo, è l’ idea. E deter- minare questa idea concreta della lingua è il punto più essen- ziale per chi intenda determinare la vera origine della lingua. Senza risalire all’ idea non si saprà mai perchè nè come la lingua è fatta. Or bene, quel che diciamo della lingua si applica esat- tamente alla storia e al mondo in generale. Supponendo pure che il mondo sia stato creato a un dato tempo, non è questo 1’ elemento determinante della creazione, bensì l' idea. Sa- pere adunque il momento temporale in cui la storia ha po- tuto cominciare non è un sapere che ha un valore scientilico. Introduzione alla Filosofìa della Storia. 2 V Digitìzed by Google 370 DELLE ORIGINI E DELLA NATURA DELLA STORIA. 11 punto «il quale bisogna mirare è di sapere, d’ intendere e di determinare quale sia il principio, l’ idea della storia, quella, secondo la quale la storia è stata fatta e si va tuttavia facendo. B) Origino del mondo. Se dunque per determinare l’origine della storia il punto di vista nel quale dobbiamo collocarci, è quello dell’idea, vediamo ora se da questo punto di vista possa dirsi che la storia in un senso assoluto abbia avuto un inizio, un comincia- inento. La questione si rannoda intimamente all’altra del- 1' origine del mondo, che si può considerare come una forma diversa e più generale dello stesso problema. Trattasi in effetti di sapere se il mondo e la storia insieme siano stati , come dicesi, creati, ovvero se siano increati, eterni- E qui dobbiamo primieramente domandarci cosa si vuole e cosa si può intendere per mondo. In generale per mondo intendesi comunemente la natura, onde, quando si suol dire che il mondo è stato creato, è come se si dicesse che la na- tura è stata creata. Questo è un concetto imperfetto, falso; ma ò pur tuttavia il concetto che generalmente ci facciamo del mondo. Esso ci viene dalla tradizione biblica e dall’ immagi- nazione. Dalla tradizione biblica, perchè quando la Bibbia parla di creazione, intende principalmente della creazione della na- tura e degli esseri che sono nella natura. Dalla immaginazione, perchè questa, vivendo nella natura, ci presenta il mondo come un puro complesso di cose sensibili. Onde quando in que- sta questione, lungi di pensare, immaginiamo, ovvero quando ci atteniamo alla narrazione biblica, noi confondiamo la uni- versalità delle cose con la natura, e non ci accorgiamo che la natura non è il tutto, ma solo uno parte del tutto. In vero, oltre la natura e le cose sensibili, vi sono i principii delle cose, gli enti intelligibili o le idee, le quali mentre sono al di fuori della natura, o meglio si distinguono dalla natura, sono dall’altro canto presenti nel mondo, sono anzi una parte integrante e la parte più sostanziale del mondo. Ora _ Digitized by Googte DELLE ORIGINI IN GENERALE. 371 se si considera il mondo e la storia dal punto di vista dei principii e delle idee, si arriva alla conclusione che il mondo è eterno e la storia è eterna, perchè i principii delle cose e le idee non possono esser cominciate, ma debbono essere neces- sariamente eterne. 1 E dipiù, se è vero che la natura stessa, non in quanto idea assoluta , ma la natura, in quanto natura, e beninteso natura universale, costituisce uno de’ lati, uno / degli aspetti essenziali dell' idea una e assoluta, nemmeno la natura ha potuto cominciare in un senso assoluto, ma ha sempre esistito. 5 Questa posizione però offre molte difficoltà; pare anzi a prima vista che fosse contraddetta dalla storia stessa, ossia da’ fatti e dall’ esperienza. Perchè certe tradizioni storiche e lo studio della costituzione astronomica e geologica della terra accennano ad uno sviluppo, e quindi ad un punto di partenza, ad un cominciamento della natura. Senza entrare in molti particolari, noi sappiamo che la scienza moderna, basandosi su certe osservazioni, crede poter risalire ad un punto in cui nulla esisteva, nè l'uomo, nè l’animale, nè la pianta, nè il minerale; ma solo una massa informe, che essa si rappresenta come incandescente. La Terra originariamente non sarebbe stata che un globo di fuoco; successivamente poi sarebbesi raffreddata e solidificata , ed avrebbe così prodotto gli esseri, prima il minerale, più tardi il vegetale, da ultimo l’ animale. 1 Vedi cap. settimo. II. — L'idea o V assoluto nella storia. 5 A ben intendere questo pensiero dell'autore bisogna aver presente cièche egli ha tante volte dimostrato che l’idea della natura è in aè e fuori di sè (Vedi fra l'altro i Due frammenti — Napoli, 1 864). Ravvi di fatto l'idea della natura esistente inquanto idea, ma Ravvi poi l' idea della natura che si è data un'esistenza esteriore a se stessa e cho esiste in quanto natura. Ora se si considera la natura come una generazione dcl- 1‘ idea , la natura è eterna , perchè l’ idea genera eternamente. Eppure questa generazione non è che un concetto della riflessione, che in qualche modo separa 1' idea dalla natura. Invece la natura nella sua uni- versalità, vale a dire, negli elementi essenziali che ne determinano il cam- po, e non in questo o quell' individuo particolare, è una delle sfere, uno de' momenti dell'idea. Onde quel che bisogna dire è che la natura, benché non siaj'ideain sè e per sè , è non però l' idea insè. ed è quindi eterna, increata. Vedi pure su questo punto. Vera, Philosoplùc de l'Esprit, de Hegel, § 553 et suiv., et 2m nascosto, di far divenire esterno quello eh' è interno. Questo è lo sviluppo. Ora si vede che lo sviluppo è una manifesta- zione continua di ciò eh' è allo stato di semplice possibilità. Epperò la libertà sociale e storica, sia di operare, sia di pen- sare, ripugna essenzialmente al concetto di una libertà interna e subbiettiva. Intanto una definizione astratta della libertà è questa: l'uomo è e si sente libero, quando tutti i suoi interessi, i suoi bisogni, le sue tendenze e le sue facoltà sono soddisfatte. L’ uomo però è un essere molto complesso, e tanto più com- plesso per quanto, parlando dell' uomo, vogliamo e dobbiamo riferirci ali' uomo concreto, all’ uomo sociale. Vi sono di fatto bisogni, scopi e necessità che non si manifestano nò si svol- gono che nell’ uomo sociale. La giustizia, la gloria, l’arte sono scopi che non possono essere realizzati ne’ rapporti in- dividuali nè domestici, ma lo possono soltanto ne’ rapporti sociali. Questa complicazione, mentre è quella che rende dif- ficile l’ organizzazione di una società, costituisce la ragione* ^ per la quale la libertà riveste forme svariate, si manifesta in varie sfere, e attraversa per così dire varie funzioni. Ebbene, guardando le cose fuori della loro esistenza vera c concreta, e che costituisce in uno la loro possibilità assoluta e la loro necessità, può sembrare che la società, lungi di es- sere il campo in cui il libero pensiero e la libera azione pos- sono svolgersi e attuarsi, sia come una limitazione, una ne- gazione della libertà di pensiero e di azione. E partendo da Digitizad by Google J ! DELLE ORIGINI PROPRIE DELLA STORIA. 415 questo punto si giunge naturalmente alla teoria di Hobbes e di Rousseau, si giunge, cioè, allo stato di natura come il più perfetto e il più adatto allo sviluppo completo della li- bertà, perchè in questo stato niuna legge porrebbe in freno i voleri dell' uomo. Ed in effetti, se si considera la società come una negazione della libertà e si considera d’altronde la libertà come l’obbietto, lo scopo della storia, bisognerà mettere l’uomo fuori della società, perchè possa realizzare questo ideale storico. Vediamo intanto se il vivere sociale sia in effetti una limitazione, una negazione della libertà. È necessità ammettere che nella sfera del pensiero come in quella dell'azione, nella speculazione come nella pratica vi sono gradi e differenze, perchè appunto la costituzione del- l'organismo sociale riposa sulla varietà dei gradi e sulle dif- ferenze. I gradi e le differenze importano varie forme di li- bertà. Queste però che a prima vista possono apparire come limitazioni della libertà, concorrono all'armonia dell' insieme ed alla libertà del tutto. Prendiamo, per esempio, il rapporto dell’ insegnante e del discepolo. In che sta il diritto — dico soltanto diritto, per semplificare la questione, perchè la vera libertà sta non solo nel diritto, ma benanche nel dovere — in che sta, dico, il diritto e la libertà del discepolo? Sta nel diritto ch’egli ha di essere ammaestrato. Questo è il suo diritto, e questa è la sua libertà. Egli ignora, vuol cono- scere e ha il diritto di conoscere: ecco la sua libertà. Dall' al- tro lato il diritto e la libertà dell'insegnante consistono nel- 1 insegnare, e, quando insegna, egli attua il suo diritto e gode della sua libertà. A primo aspetto pare che in ciò stia una limitazione reciproca, e che l'insegnante e il discepolo sa- rebbero più liberi laddove potessero a loro talento andarsi a divertire. Ma non si vede che così l'insegnamento sarebbe annullato, perchè si porrebbe l'insegnante e il discepolo al di fuori della società, e ancora più perchè si disconosce- rebbe la necessità assoluta deir insegnamento fondata sulla costituzione intrinseca della natura umana. Questo esempio si può estendere ad altri casi. Il soldato, si dice, si vota alla morte, e questo non è un diritto nè una libertà. Ma se si ri- conosce, come bisogna riconoscere, che la guerra è un mo- Digitized by Google 416 DELLE ORIGINI E DELLA NATURA DELLA STORIA. mento essenziale dello Stato, che senza la guerra in certi dati momenti uno Stato non potrebb’ essere o almeno non po- trebbe conservare e difendere i propri beni; la guerra è ne- cessaria e benefica. Ora questo determina il dovere del sol- dato. Questo dovere è unito a certi diritti che costituiscono la libertà, di cui il soldato può e deve godere. Ad ogni modo è un dovere il suo, che, adempiuto, protegge e custodisce la libertà del tutto. Quello dunque che apparisce come limite, è la fonte della forza, della grandezza e della libertà del tutto. È come due pensieri, due partiti politici che si urtano, sono in opposizione e si limitano reciprocamente; ma in quest’ appa- rente limitazione trovano ed esercitano la loro libertà, oltre- ché è da questa limitazione stessa, da questo conflitto che si svolge la potenza nazionale del pensare e dell’ operare. In al- tre parole, per ciò stesso che lo Stato è un organismo com- posto di varie parti, esse debbono in qualche modo limitarsi a vicenda e, solo limitandosi, possono produrre l'armonia e la libertà del tutto, e quindi la loro propria libertà. Ecco come nell'organismo sociale può solo attuarsi la vera libertà del pensiero e dell’azione. Vi sono organismi sociali piò o meno perfetti; ma la libertà non è possibile al di fuori di un organismo sociale. 1 , E se, lo ripeto, lo Stato è il principio determinante dell’ organismo sociale, ciò vuol dire che è lo Stato che può attuare e svolgere la libertà, soddisfare, cioè, allo scopo dell' esistenza umana e della storia. Per la qual cosa, affinchè la storia cominci , bisogna che esista lo Stato e ciò che costi- tuisce lo Stato, vale a dire, 1’ autorità. Ed ecco un altro punto die bisogna anche aver presente. Qualunque sia in effetti la forma politica di uno Stato, è necessario eh’ esso sia l’ affermazione di un principio d’autorità, •IV è in qualche modo il principio determinante dell’ operare e del pensare nazionale. Questa teorica apparirà a qualcuno come puntello de’ governi assoluti e dispotici. Non. bisogna però turbarsi alle apparenze. Il punto al quale fa d’uopo mi- rare ò la ragione. Quando si parla d’autorità dello Stato, non 1 Vedi cap. sesto, IX — scg. C) Applicazione della teoria del pro- gresso alla libertà di coscienza. Digitized by GoQgfe DELLE ORIGINI PROPRIE DELLA. STORIA. 417 s’ intendo già che Io Stato abbia il diritto di dire : fate questo o fate quello, sol perchè lo vuole. Ma ad ogni modo è conforme alla ragione che lo Stato abbia in sè la forza dell’ autorità. Senza di essa lo Stato non è lo Stato, si pone al di fuori della ragione, non può svolgersi razionalmente, nè può rag- giungere il suo scopo. Prendasi la forma politica più radicale, quella del suffragio universale. Suppongasi che in tutte le ‘ questioni importanti e fondamentali debba consultarsi la na- ; zione e ciascun individuo che la compone. Sorge il dubbio di sapere, se tutti gl' individui siano ugualmente alti a dare il loro voto relativamente a tutte le questioni sociali. Ciò è im- possibile, ed è impossibile non solo rapporto a tutti gl’indi- vidui, ma spesso anche rapporto ad individui colti e che sem- brano competenti. Questo limite trae già seco il principio d’autorità, che qui consiste nel potere legislativo. Che poi quest’ autorità debba essere attribuita alla nascita, alla ric- chezza o al merito, è altra questione. Inoltre la necessità del principio autoritativo è facile con- statarla, considerando la cosa in diversa guisa. Le volontà individuali e atomistiche hanno bisogno di essere unite e coordinate ai diversi fini della società, secondo ivari momenti, le varie sfere e le varie funzioni di cui la società si compone. Questo pensiero uno delle diverse parti dell’organismo sociale, che noi chiamiamo potere esecutivo, implica l'autorità, l'au- torità di prescrivere e di comandare. Questo diritto non è ac- cidentale o arbitrario, nè viene, per cosi dire, aggiunto all’ente sociale dal di fuori; ma è momento essenziale dell’ente so- ciale stesso. Tolgasi questo principio di autorità dello Stato,  sente. Queste considerazioni debbono aver per risultato di rifer- mare il nostro principio, che il punto di partenza della storia, quello stato primitivo, dal quale si sono man mano svolti gli avvenimenti posteriori, tutta la trama della storia, è uno stato immediato, e quindi più semplice e meno perfetto di tutto ciò eh’ è venuto in appresso. Se non s’intende questo punto, non s’intende la storia reale; anzi si toglie alla storia ogni valore. Se non che, quando gettiamo lo sguardo sulla storia in generale, e ci arrestiamo alla sua superficie senza afferrare i caratteri differenziali dello varie nazioni, noi incontriamo a’ diversi momenti della storia e presso le varie nazioni più o meno gli stessi elementi. Se, per esempio, guardasi alla super- ficie della vita orientale e della vita greca, si troverà nell’ una corno nell'altra a un dipresso le stesse istituzioni sociali. E in realtà bisogna che la cosa stia così, avvegnaché queste istituzioni, questi elementi siano necessari alla esistenza della storia. Come dunque, si dirà, ammettere questo passaggio della storia dall’ immediatezza alla mediatezza, questo cam- - mino pel quale essa, partendo da uno stato immediato, va sempre più mediatizzandosi e divenendo più concreta e più sviluppata? Ecco qualche considerazione atta a rimuovere questa obbiezione. Egli è vero che una società deve comprendere certi ele- menti, certe istituzioni essenziali perché la storia sia ; ed è vero altresì che questi elementi e queste istituzioni riscon- transi più o meno in ogni società. Ma primieramente da una nazione ad un’ altra vi può essere differenza nel numero e nella quantità, in questo senso che nell' una vi sono più ele- menti che nell' altra. Questa intanto non é che una differenza subordinata. Quello che vi ha di essenziale è che i medesimi elementi, le medesime istituzioni non hanno esistito nò hanno 1 funzionato sempre e da per tutto alla guisa stessa. Per sempli- Digitized by Google 444 DELLE ORIGINI E DELLA NATURA DELLA STORIA. ficare la questione, limitiamoci a guardare al modo come è stato attuato il rapporto dello Stalo e degl’ individui nelle so- cietà primitive, ovvero nel mondo orientale, eh’ è quello in cui la storia ha avuto il suo inizio e il suo cominciamento e che rappresenta per ciò stesso il momento immediato della storia. Certamente nel mondo orientale noi troviamo lo Stato e gl’individui, come gli troviamo nel mondo greco e nel ro- mano e anche nel mondo moderno. Ma qual' è il rapporto di questi due elementi e com'è eh’ essi funzionano? È chiaro che nel mondo orientale l’individuo è meno che individuo, perchè non ha coscienza della propria individualità, dei propri di- ritti, della propria energia. Esso non si muovo o si muove solo passivamente, direi quasi meccanicamente , nella sostanza astratta e avviluppata dello Stato. Anche nella famiglia antica, quando la si paragona con la moderna, si trova un riflesso di quest'ordinamento. Nella famiglia antica vi sono gli stessi ele- menti che nella nostra; ma lo spirito paterno assorbe e quasi spegne il volere degl' individui, membri della famiglia, mercè il suo potere ferreo e assoluto Mettendo poi il mondo orien- tale, a raffronto col mondo posteriore , si vede che in esso do- mina una forma di dispotismo per cui la volontà e l’ energia individuali sono assorbite e annullate nelle forme rigide della casta, o nella volontà dell' uno. Questo stato di cose, noi diciamo, è immediato, perchè l’attività subbiettiva vi è sof- focata. Parlo dell' individuo ; ma le mie parole si riferiscono pure alle altre parti, sfere e funzioni sociali, che sono in- termedie tra l’individuo e lo Stato. In vero le varie poten- zialità della natura umana, le varie sfere di attività, di libertà e di subbiettività, che costituiscono l’organismo so- ciale, non esistono o non sono appieno sviluppate, c non possono liberamente funzionare, perchè non havvi che la volontà dell’ uno. Tutti guardano all’ uno per operare confor- memente alla sua volontà e per muoversi automaticamente con essa. Non occorre mettere a rincontro di questa specie di rapporto tra lo Stato e l’ individuo quello che la storia mo- derna ha sanzionato e va tuttodì con maggior precisione deli- ncando. La differenza è tanto grande, il distacco sì profondo *- che o«w alla son noi spc agl dà du mi st si st b r I r i 1 Digitized by Google l' immediatezza e la mediatezza nella storia. 445 che a tutti deve di per se stesso apparire manifesto. Onde ognuno vede che i vari elemenii della storia, comunque alla superficie possano sembrare gli stessi, pure in fonde sono differenti pel modo come esistono e come funzio- nano. 1 Ma mi affretto a soggiungere che havvi un elemento più speciale e caratteristico, che, comunicandosi allo Stato e agl’individui, come in generale a tutti gli elementi sociali, dà loro un’espressione ed una fisonomia propria, e intro- duce in essi la differenza e la distinzione. È per questo ele- mento che lo Stato come gl’ individui di una data nazione storica assumono certe note caratteristiche, che gii diver- sificano dallo Stato e dagl- individui di altre nazioni. Di que- sto elemento noi abbiamo tenuto lungo discorso, e fa appena bisogno ricordare che desso è lo spirito nazionale. Lo spi- rito nazionale è l’ elemento determinante, l’ idea specifica chi? fa la storia di una nazione e i vari elementi come i vari mo- menti di questa storia: esso, in una parola, è l’ elemento veramente storico. Quando si guarda alle varie idee nazio- nali, allo spirito delle varie nazioni, è allora che si com- prende come la storia sia partita da uno stato immediato per arrivare ad uno stato mediato. Queste rapide considerazioni non sono che un avvia- mento alla soluzione dell' obbiezione. Esse, in altre parole, non servono che ad indicare la via per la quale si può arri- vare alla vera soluzione. Imperocché quanto a dimostrare in modo diretto, speciale e concreto che la storia è stata ed è un cammino continuo, un passaggio successivo da uno stata immediato a uno stato mediato, e da uno stato mediato ad uno stato sempre più mediato ; quanto a dimostrare che i v;iri elementi della storia, so per un lato sono gli stessi, per un altro sono diversi, in quanto la storia svolgendosi, essi si sviluppano in modo più compiuto e funzionano sotto una forma più larga; e quanto da ultimo a dimostrare che lo spi- rito delle nazioni o le varie idee nazionali, mentre distin- guono ciascuna nazione dalle altre, divengono sempre di più * Vedi cap. quarto, V in (Ine — Una nozione deve rnppreienlarc un' idea t pedale . Digìtized by Googte 44 G DELLE ORIGINI E DELLA NATURA DELLA STORIA. ia più concrete, complesse e mediate; sono punti questi che non' si possono altrimenti dimostrare, se non costruendo la filosofia della storia in concreto, penetrando ne’ suoi particolari e determinando le singole idee nazionali, lo spirito delle varie nazioni. Il che farà l'obbietto delle mostre future investiga- zioni. FINE. Digitized by Google SOMMARIO. -X Avvertenza Pj£. PREFAZIONE. La filosofia della storia e l’idealismo I. Qualche parola d'introduzione. — II. La storia ha le sue leggi e la filosofia della storia è la determinazione di esse. — III. Ma in virtù di qual principio si può determi- narle? — IV. La scienza della storia è una scienza nuova com’è nuova la scienza in generale. — V. L'idea e l’idea- lismo prima di Hegel. — VI. Bisogna giungere ad Hegel per trovar realizzata l’idea in modo concreto e sistematico. — VII. Innanzi questo momento la filosofia della storia non efa possibile. — Vili. E però Hegel è il primo, che riesca a co- struire una vera filosofia della storia. — IX. Si esamina il punto di vista della filologia. — X. E si mostra che l’unità storica dei filologi non può essere che l'unità ideale e siste- matica eghcliana. — XI. Si esamina poi il punto di vista del positivismo. — XII. Pretensioni del posilivismo. — XIII. Il positivismo non ò un nuovo sviluppo del pensiero. — XIV. Esso, se non è un materialismo, è un idealismo contraffatto e spurio. — XV. Un cenno sulla filosofia positivista della storia, di Buckle. — XVI. La Filosofia dellq^Sloriu di Hegel è il più gran monumento della ra£iope_jiia^c^-.— XVII. Lo studio di questa parte della (Tlosòfiadi Hegel suppone la co- noscenza di tutto il suo sistema. — XVIII. Questa Introdu- zione offre appunto il complesso dei principii ideali e gene- rali, al di fuori dei quali la filosofia della storia non può essere. — XIX. Essa dipiù si lega intimamente còn la Pro- lusione del Vera al corso delle sue lezioni. 448 SOMMARIO. CAPITOLO PRIMO. GENERALITÀ. I. Se vi sia usa filosofia della storia Pag. 4 Se vi sia e se possa esservi una filosofia della storia. — Scetticismo storico. — La storia è governata da leggi. — Atto di fede nell'esistenza della filosofia della storia. II. Diverse forme della storia 4 Storia ad narrandum. — E storia ad docendum. — Sto- rici della prima forma. — Stoiici della seconda. — Vero concetto dell'imparzialità storica. — Passaggio da queste forme della storia alla filosofia della storia. III. Se la filosofia della storia è scienza nuova 9 In qual senso la filosofia della storia può dirsi Scienza Nuova. — Nell’ antichità troviamo solo qualche antecedente della filosofia della storia. — Ragione fondamentale per cui gli antichi non si elevarono al concetto di questa scienza. — Il Cristianesimo ha anche contribuito alla sviluppo di tal concetto. IV. Obbietto e rapporti 12 L’obbietto della filosofia della storia è lo spirito delle varie nazioni. — La scienza è superiore alla storia. — Rap- porti della filosofia della storia con la filosofia. — La filo- sofia della storia è una scienza limitata. — La filosofia si svolge forse come ogni altro avvenimento storico? V. Del metodo 19 La filosofia della storia può determinare i principii , non i fatti particolari della storia. — Perchè in ciò la filosofia . della storia differisce, per esempio, dall’astronomia? — La questione del metodo. — Nella costruzione della filosofia della storia bisogna seguire il metodo speculativo. CAPITOLO SECONDO. ESAME DELLE VARIE TEORICHE INTORNO AL PRINCIPIO DETERMINANTE DELLA STORIA. Introduzione 2G I. Teorica di Montesquieu 2? Pensiero fondamentale dello Spirito delle L*ggi. — Di- Digitizetì-tef“ SOMMARIO. 449 fetto sostanziale di questo libro. — Ipotesi di Montesquieu per spiegare la storia. — La natura o il clima è un ele- mento della storia. — Ma non ne è l'elemento determi- nante. II. Teorica di Herder Pag. 33 Herder è uno spiritualista, non un metafisico. — La sua filosofia della storia è piuttosto una storia prammatica. — Anzi una poesia della storia dell’ umanità. — E per ciò stesso in essa havvi tutto, ma tutto in modo vago e indeter- minato. — In fondo poi il punto di vista di Herder non dif- ferisce da quello di Montesquieu. III. La tradizione e l’abitudine 40 Importanza della tradizione nella storia. — Essa offre un doppio insegnamento: nazionale l'uno, l’altro umanita- rio. — La tradizione però non è il principio motore della sto- ria. — Anche l’abitudine non è meno necessaria della tra- dizione. — Utilità dell’abitudine. — Suoi difetti. — Ma nemmeno l’abitudine può spiegare la storia. IV. La razza e la lingua , 40 Posizione del problema rispetto alla razza. — La razza è indipendente dal clima. — Con la razza non si spiega la storia. — La razza è un elemento potenziale della storia. — Dal punto di vista filosofico la lingua non è il principio mo- tore della storia. — Il punto di vista filologico. — Risultati insufficienti delle ricerche filologiche. — Critica del punto di vista filologico. V. Teorica di Bossuet 57 La provvidenza èJiprincip.io della storia. — Tal’è il punto di vista di Bossuet. — Egli però non determina il concetto di provvidenza. — La provvidenza è l'idea, — E la provvidenza della storia è l’ idea della storia. VI. Teorica di Vico 61 A) Generalità. Anche la storia è governata dalla ragione. — Passaggio da Bossuet a Vico. — Uno sguardo generale sul punto di vista di Vico. B) De antiquissima Italorum sapientia. — Il Vero Ome- ro. — De universi juris uno principio et fine uno. I lavori del Vico che precedono la Scienza Nuova. — Concetto del primo di questi lavori. — Rapido esame e cri- tica. — Il Vero Omero. — Valore delle vedute del Vico. — E loro imperfezione. — Di un’idea eterna del diritto. — Introduzione alla Filosojìa della Storia. ' 29 Digitized by Google 450 SOMMARIO. È questo il precedente più diretto della Scienza Nuova. — Difetto di questa concezione di Vico. C ) La Scienza Nuova. Introduzione. — Concetto della Scienza Nuova. — Vico generalizza due fatti: la vita individuale e la storia romana. — Critica di questo processo di generalizzazione. — Una vita primitiva e selvaggia. — Il concetto di Vico esclude una metà della storia. — Ed esclude, tra l' altro, anche il Cri- lianesimo. — Conclusione. CAPITOLO TERZO. la storia è un sistema. Introduzione Pag. 86 I. Elementi fondamentali della storia 87 A) La logica. La logica è uno degli elementi fondamentali della storia. — Si mostra con un esempio. — Senza questo elemento la storia non potrebb’ essere. B) La natura. La natura è un altro elemento della storia. — Come sfera geografica la natura è il fondamento della storia. — La natura inoltre è il campo dell’ illusione. — L’illusione non è subbiettiva, ma obbiettiva. — E anche l’illusione è un elemento essenziale della storia. C) Lo spirilo. Lo spirito nega e contiene la natura. — Lo spirito e la natura non possono andare l’uno senza dell’altra. — Questa indissolubilità è determinata dalla dialettica. — Azione dello spirito sulla natura. — La storia con quest’azione si con- fonde. II. L’unità e i rapporti nella storia 101 A) L’unità. La storia è un ente sistematico. — Essa è inoltre un ente concreto. — In fine è un ente uno. — L’unità della storia si spiega per la forma sistematica del suo sviluppo. — La sto- ria va dall’astratto al concreto. B) I rapporti. Realtà del rapporto. — Il rapporto ideale fa il rapporto reale. — Evoluzione ed involuzione ideali. — Applicazione Digitized by Google SOMMARIO. 451 di questi concetti alla storia. — Necessità di studiare ed as- similarsi il passato. III. La dialettica sella storia Pag. 118 La forma sistematica è la forma dialettica. — .Moltiplicità delle nazioni. — Loro identità e loto differenza. — Nazioni storiche e nazioni non storiche. — Anche la dualità delle nazioni è un risultato della forma dialettica assoluta. I CAPITOLO QUARTO. ì ' LO SPIRITO NAZIONALE. I. Generalità 120 Esistenza di uno spirito nazionale. — Lo spirito nazio- nale è un’ idea. — Come lo spirito nazionale è un’idea ? — E perchè questa idea la chiamiamo spirito? II. Lo SPIRITO NAZIONALE É UN ENTE SISTEMATICO 130 Lo spirito nazionale è un’idea complessa. — La natura è un suo elemento integrante. — Esso inoltre riassume le va- rie sfere dello spirito. — E per tanto è un ente sistematico. — Il che si mostra meglio con qualche considerazione sull’ in- dividuo , la famiglia e lo Stato. III. Lo Stato è il rappresentante dello spirito nazionale.. 135 Lo Stato è l’elemento determinante dell’ organismo so- ciale. — Necessità di una forma politica. — La questione della varietà delle forme politiche. — Lo Stato è il rappre- sentante dello spirito nazionale. — Una nuova idea deve in- carnarsi nello Stato. — Senza ciò non si spiega il dualismo di nazioni storiche e nazioni non storiche. IV. Individui storici v. 142 Concetto che lo storico e l’uomo politico si fanno della storia. — Cosa havvi in fondo degl'interessi nazionali? — Gl' individui storici. — Loro natura universale. — L’ ele- mento universale si riassume nell’individuale. — La nazione è rappresentata da uno e da pochi individui nel governo. — Le grandi individualità sorgono presso le grandi nazioni. V. Una nazione deve rappresentare un’idea speciale 131 L' intendimento concepisce le nazioni nei loro rapporti o come identiche o come differenti. — Invece esse sono a un tempo identiche c differenti. — Una nazione deve rappre- sentare uno spirito o un’idea speciale. — É quest’idea che Digitized by Google 452 SOMMARIO. distingue una nazione da tutte le altre, Quest’idea è su- periore a tutte le parti dell’ organismo sociale. — Applica- zione di questi principii alla teorica di Vico. VI. Il diritto delle nazioni...] Pag. 162 Nazioni storiche e nazioni non storiche. — Il concetto del diritto. — Applicazione di questo concetto alle nazioni storiche. — Questo concetto spiega primieramente la con- quista. — Esso giustifica altresì le risoluzioni. — E da ul- timo legittima l'operare de’ grandi uomini. VII- Il sorgere e il cadere delle nazioni 169 Come le nazioni si formano? — Si esamina la questione speculativamente. — Non è la natura che può formare le nazioni. — E molto meno il caso. — Ma è un’idea, un pen- siero storico. — Donde si ricava ch’è lo spirito nazionale che fa e disfa se stesso. — La natura specifica della sfera della storia spiega il sorgere e il cadere delle nazioni. — Si anticipa ch’è la presenza dell’assoluto che disfà la nazioni. Vili. Il problema delle nazionalità 178 Posizione del problema. — Argomenti in prò della teoria delle nazionalità. — Cosa è risorgere? — Difficoltà di un risorgimento. — Non havvi intanto vero risorgimento senza la rigenerazione del pensiero. — E come rigenerarlo? IX. Passaggio dallo spirito nazionale allo spirito del- l’ umanità 185 Lo spirito nazionale è un ente limitato. — È limitato in- ternamente ed esternamente. — Questa limitazione non è una limitazione reciproca che le varie nazioni si fanno fra loro. — Ciò che fa la limitazione dello spirito nazionale è lo spirito dell' umanità. — Il cbo mostra più chiaramente ch’è questo spirito che fa sorgere e cadere le nazioni. CAPITOLO QUINTO. LO SPIRITO DELL’ UMANITÀ. I. Esistenza dello spirito dell’umanità 191 Si pone il problema se vi sia uno spirito dell’umanità. — Lo spirito dell’ umanità non è la generalizzazione delle va- rie nazioni. — Esso è il principio di loro unità. — L'esi- stenza dello spirito dell’ umanità si dimostra con parecchi argomenti. Digitized by Google SOMMARIO. 453 II. Rapporti dello spirito dell’umanità Pag. 198 Rapporto necessario e assoluto dell’ umanità con lo spi- rito delle nazioni. — Se l'umanità non può essere senza le nazioni , essa è però loro superiore. — Azione dello spirito dell’umanità sulle varie nazioni. — Se ne deduce ancora una volta eh' è la sua presenza ch’eleva ed abbassa le na- zioni. III. Natura propria dello spirito dell’umanità 204 Lo spirito dell’umanità è l’ente più intelligibile. — Esso , è inoltre l'ente più universale. — La sfera propria di questo ente è la sfera della scienza. — Questa sfera presuppone tutte le sfere inferiori. — Passaggio alla teoria del progresso. CAPITOLO SESTO. IL PROGRESSO. I. Generalità 211 S’introduce la questione del progresso. — Necessità di de- terminarne l’intrinseca natura. — Difficoltà che s’ incontrano nel soddisfare a questa necessità. II. Il concetto di finalità 214 Concetto di finalità. — Rapporto assoluto fra il punto di partenza, i mezzi e il fine. — Il fine giustifica i messi. — Il principio di finalità è un principio astratto. III. La felicità e la moralità come scopi della storia... 220 La felicità come scopo supremo della storia. — Qui s’in- tende parlare di una felicità materiale. — Questo stato di felicità ripugna alla ragione e alla storia. — La felicità nella storia è in ragione inversa della civiltà. — Nemmeno la mo- ralità può essere lo scopo supremo della storia. — La mora- lità e la virtù sociale non sono quelle dell’ individuo e della famiglia. — Inoltre l’immoralità ò in ragion diretta della ci- viltà. — Da ultimo la moralità e la felicità sono un effetto e un risultato. IV. Teorica della riabilitazione 22" Posizione della teorica. — Il concetto di un paradiso ter- restre preistorico è falso. — E non meno falso è quello di un paradiso terrestre come scopo al quale la storia s'indiriz- za. — La guerra e la rivoluzione. — Loro necessità. — Difetto radicale di questa teorica. — Essa ci riconduce all’ idea. ■V... Digitized by Google 454 SOMMARIO. V. Il progresso è definito e relativo Pag. 237 Falso concetto di un progresso indefinito. — Il progresso è deOnito. — Esempi: la famiglia e la proprietà. — 11 pro- gresso è non solo definito , ma anche relativo. VI. Fattori del progresso 243 Il progresso non è e non può essere universale e uguale per tutte le nazioni. — E in una stessa nazione progressiva non è universale nò uguale per tutte le sue sfere. — Fat- tori del progresso. — L’ individuo e la nazione. — 11 vero fattore del progresso è 1' umanità. — Il regresso nazionale , è una condizione del progresso. — Il progresso umanitario non è indifferente al progresso nazionale. VII. Sostanza del progresso 252 A) Il progresso sta nello spirito e nell' idea. Il progresso non sta negl’interessi materiali. — L'atti- vità materiale è il risultato dell’ attività spirituale. — E quindi lo sviluppo spirituale non è subordinato al materiale: al con- trario. — Il progresso dunque sta nello spirito. — Due sono le sfere dello spirito: il pensiero e l’azione. — L’essenza intima del progresso consiste nell’ idea concreta che abbrac- cia il pensiero e l’ azione. B ) La scienza è la vera sostanza del progresso, i Ogni svolgimento storico è un progresso. — Esempio: il | mondo romano e il medio evo. — Un nuovo sviluppo deve fl riassumere gli sviluppi anteriori. — Il progresso è un ente | concreto e sistematico. — Havvi dunque in ogni momento a di progresso un punto determinante. — E questo punto de- terminante è la scienza. — La scienza spiega e fa il pro- gresso. — Perchè è essa che concilia l’elemento mutabile con l’ immutabile. Vili. Conclusione 273 Dalle cose dette si raccoglie che il progresso non può che essere limitato. — Si possono non però supporre sviluppi indefiniti, senza uscir mai dall’idea. — Esempi: l'arte e la religione. — Come havvi progresso se non può effettuarsi al di fuori dell'idea? IX. Applicazione della teoria del progresso 280 A) Alta popolarizzazione della scienza. Necessità di procedere sistematicamente. — La popo- larizzazione della scienza è cosa impossibile. — Le due metafisiche del signor Cousin. — La teoria della popola- rizzazione della scienza toglie sua origine dal radicalismo [ized by Google SOMMARIO. 455 democratico. — Questa teoria va contro se stessa. — Con- clusione. B ) Ad alcune forinole socialiste. Il comuniSmo puro e i suoi temperamenti. — Si esami- nano quattro foratole che si riferiscono al principio sociali- sta. — La 1“ secondo i bisogni. — La 2° secondo il merito. — La 3» secondo il lavoro. — La 4a secondo la giustizia. — Con- clusione. C) Alla liberta di coscienza. Aspetto storico della questione. — Importanza della que- stione religiosa. — Aspetto speculativo. — La libertà di co- scienza non è una libertà puramente interna. — Essa sup- pone un’organizzazione e una gerarchia. — La libertà e il diritto. — Non havvi libertà al di fuori della regola. — Que- sta eh’ è condizione di ogni forma di libertà la è benanche della libertà di coscienza. — In che senso questa libertà può costituire un progresso? CAPITOLO SETTIMO. -** L’IDEA È IL PRINCIPIO DELLA STORIA. I. Generalità. Pag. 319 L’idea è il principio determinante della storia. — La sto- ria è una serie di momenti ideali. — Esempio: il Cristiane- simo. — L’idea, in quanto principio della storia, è l’idea pensata in qualche modo come idea. — La natura non ha storia. — K nemmeno l’animale. — Dove l’idea si pensa as- solutamente come idea? II. L’idea o l’assoluto nella storia 327 L'assoluto è e non è nella storia. — E perciò stesso esso diviene e non diviene nella storia. — Il divenire non è un imperfezione, ma una perfezione. — E quindi l’assoluto di- viene. — Il divenire dell’assoluto trova la sua conferma nella storia. — Cosa diviene e cosa non diviene? — L’ idea astratta non diviene: è immutabile. — Oltre l’idea astratta havvi anche lo spirito che non diviene. — Lo spirito però nelle sfere inferiori della sua esistenza diviene. — E non di- viene solo in quanto sfera della scienza. III. Il pensiero è il motore della storia... 3i3 La scienza è il pensiero. — Il pensiero non si muove e * t J Digitized by Google SOMMARIO. non diviene. — Il pensiero è il motore della storia. — Esso muove se stesso, in quanto pensiero nella natura. — Passag- gio al capitolo seguente. CAPITOLO OTTAVO. / ' DELLE ORIGINI E DELLA NATURA DELLA STORIA. I. Se possa esservi altra storia oltre la preseste. .. .Pag. 350 Posizione della questione. — Noi non dobbiamo occu- parci di una vita futura. — Una storia diversa dall'attua,a è impossibile. — Nulla provano contro la nostra storia gliSfl- gomenti tratti dal mondo morale. — Non che gli altri cavati dal fisico. — E ancora meno provano le rivoluzioni del globo. — Un’altra storia sarebbe simile all’attuale. — Per- chè la storia attuale è una storia assoluta. — E la terra è il più perfetto dei pianeti. II. Se la storia avrV un termine 359 La possibilità di una vita futura non ha s che fare con la questione. — La supposizione di un termine assoluto delle cose e della storia è inammessibile. — E non lo è meno quella di un termine relativo. — L’eternità della storia non si oppone al progresso. HI. Delle origini in generale 364 A) Generalità. Posizione della questione. — La vera questione delle ori- gini non è l’empirico-storica. — Ma l'ideale. — Esempio: la lingua. B ) Origine del mondo. La storia e il mondo sono eterni. — Le ipotesi della geo- logia non contraddicono a questa eternità. — Anzi la impli- cano. — La creazione dal nulla è un concetto irrazionale. — Si mostra l’impossibilità di una creazione dal nulla. — Se la storia non è creata, è nullameno divenuta. — E s<^(ì'une Introduction jet d’un Commentaire perpètue]. —Paris Germet^^illière. 3 vai'. in-8**fr. 24. pbiiosophie de I Esprit, de Hifeg^-t . traduite pour la première fois, et accompagnée de deux IntroductionsX^d'un Commentaire perpètue). — Paris, Germer Baillière. 2 voi in-è'f ,/r J20v Sotto il torchio. Deuxième édition de la Fogique, revue et considérablement au- gmentée. — Paris, Germer Baillière. Premier volume de la Philosophic de la Rcligion, de Hégcl, traduit pour la première fois, et accompagnée d’une Introdu- ction et d’un Commentaire perpétuel. - Paris, Germer Baillière. Scritti di Raffaele Mariano. la pena di morte, considerazioni in appoggio all’opuscolo del prof. Vera, — Napoli, 4864. Lassane e il suo Eraclito, Saggio di Filosofia egheliana. —Fi- renze, Successori Le Monnier, 4865. li Risorgimento Italiano secondo i principi! della filosofia della Storia. -r- Firenze, Civelli, 4866. La pbilosopbie conteiuporaine cn Italie, Essai de philoso- phie hégélicnne. —Paris, Germer Baillière , 4868. La Razza nera, Saggio di Filosofia della Storia. — Torino, 4869.

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