Digitized by Google • !?im> • r.nun ItHiìin .M».? • rniiin l'j.f.'W _JB t— • .'f ■ ^gji in cui Jla la virtù t e come fieno cattivi gli ejlremi . 7° . 1 Cap. XII. Se pojfa ejfere un * azione indifferente . I ' PARTETERZA Delle virtù molali in particolare. Cap. I. Della divijione delle virtù . 75 Cap. i i i i Digitized by Google 12 Cap. II. Delle diffinizicni delle virtù. 11 Cap. III. Della fortezza . Cap. IV. Della temperanza. »5 Cap. V. Della liberalità. Cap. VI. Della magnificenza . SS Cap. VII. Della magnanimità , *9 Cap. Vili. Della modcjlia . 9 * Cap. IX. Della manfuetudine . 95 Cap. X. Della verità. 96 Cap. XI. Della gentilezza. 91 Cap. XII. Della piacevolezza - 91 Cap. XIII. Della giufiizia , loo Cap. XIV. Se avctidcji una virtù i* abbiano tutte . io q Cap. XV. Delle colpe , e de' vizj , li j * z PARTE Q^U A R T A Delle virtù intellettuali. Cap. I. Cbe cofa Jta virtù intellettuale , e quale il f°££' tt0 di 'fa » ' qual la materia . Cap. II. Che la virtù intellettuale è necefaria al- n 7 • la felicità . 11 9 Cap. IH. Divifione della virtù intellettuale . no Cap. IV. Dell * intelletto. 12 6 Cap. V. Della feienza . *3* Cap. VI, Della prudenza. *3? Cap. VII. Dell' arte. ijS Cap. Vili. Della fapienza . M 1 Tom. IV. b PAR- Digitized by Google s PARTE QUINTA Di alcune qualità deli* animo, che non fono nè vizi , nè virtù . Gap. I, Kota delle qualità , di cui vuol frati arjt , 145 Gap. If. Della virtù eroica, Lté Cap. III. Della continenza , 1 ^ Cap. IV. Della tolleranza , 1 ^ Cap. V. Della verecondia. . Cap. VI. Dello /degno., 1^8 Cap. VII. Della amicizia. 160 Cap. Vili. Dell ' amicizia , che nafee dall* utilità . 164 Cap. IX. Dell * amicizia , che nafee dal giacere, 166 Cap. X. Deir amicizia , ebe najce dalla virtù. i ar fe fteffo , poi circa i premj , che pojjbno fperarji dal virtuofo > finalmente e irta f oneflà , 350 XIII AI LEGGITORI. Q Uefta Filofofìa morale del Si g. France- fco Maria Zanotti , o piuttollo quella di Ariftotele con {ingoiar chiarezza da lui * {piegata , e vagamente efpofta, fu data alle {lampe , ha già forfè otto anni , per gli e- redi di Coltantino Pifarri in Bologna . Ma co- me 1* opera è ftata, ed è con molta iflanza, e premura da molti e da molte parti richiefta, di che potto io rendere ficura teftimonianza , così ho creduto, che le copie, che furon fat- te in quella edizione , o per lo numero loro , o per dovere ufcir tutte da una Città fola, difficilmente foddisfar potettero a tanto defide- rio ; e che avrei fatto cofa grata agli ftudiofi della Filofofìa, e del bello e leggiadro fcrivere, fe ne aveffi moltiplicate le copie , ordinando- ne, come ho fatto, una riftampa qui in Vene- zia . E perchè la brama oramai così fparfa di un tal libro, non può d’ altronde etter nata, che dal fentimento de’ letterati uomini , il giu- dicio de’ quali incita poi gli altri, e gli accen- de; così crederò non etter fuor di propofito nominar qui alcuni di quei letterati , che 1* b 3 han- Digitized by Google X IV hanno avuto in (ingoiar pregio » acciocché ac- crefcendofi il numero degli efemplari, ancor fé ne accrefca , quanto per me fi può, il de- fiderio. Benché pochiflìmi ne nomineiò ; sì per- chè troppo lungo farebbe il nominargli tutti , sì perchè quei pochiflimi fono tali , che fecon- do me pollono valer per molti. 11 primo pe- rò, che è forfè anche il più illuftre , non può ricordarfi fenza un* eftremo dolore per la per- dita, che fe n’ è fatta, eflendo egli 1’ Emincn- iiflimo,e ReverendilTimo Signor Cardinale An- gelo Maria Querini , il quale eflendo, già al- quanti anni, di quella vita pa flato , pur tanta memoria ha lafciato, e tal defiderio di fe, che par tuttavia efler morto da poco in qua . E di vero fe quella noflra mifera età ha veduto al- cun uomo di raro, e maravigliofo ingegno, e di vafliflìma, e quali infinita erudizione forni- to , oltre le gentili maniere , ed una fomma_. affabilità, cortefia , liberalità, e moderazione, e grandezza d’animo incomparabile, ben fi può dire, che egli folle quel delfo ; così che parea , che la natura avendo voluto inoltrare al mon- do un* efempio sì raro, e (ingoiare, dovefle ancora lafciarvelo per più lungo tempo. Ma per non effondermi inutilmente nella dolorofa memoria , dico , che il Signor Cardinal Que- rini ebbe in tanto pregio la Filofofìa del Sig. Zanotti , e tanto eftimolla , che avendola da principio letta con grande avidità, non feppe poi Digitized by Google XV poi levarfela mai più dal tavolino , godendo oltremodo di rileggerne quando un luogo, e quando un’ altro, per una (ingoiar grazia leggiadria di Itile , che a lui parea trovar qui- vi per tutto, congiunta ad una Comma e pro- fonda dottrina . Di che fa fede egli Aedo in una fua lunga lettera , che fu forfè 1’ ultima, che egli fende , e fu poi Aampata in Brefcia poco appredo la morte fua . E quantunque tan- to fi dilettade della Filofofia , maggior piace- re però recavagli quel ragionamento, che il Sig. Zanotti fece andar dietro alla Filofofia ftefTa . Imperocché avendo in elio mode con belli (Ti- mo modo, e Comma grazia molte quittioni Co- pra un libro Franzefe , ftampato in Londra col titolo EJfai di Morale ; al Sig. Cardinale era grandemente piaciuto 1* efame di quel libro , il qual per edere del famofidìmo S*g. di Mau- pertuis non potea non parer molto importan- te . Il Sig. Cardinale però favoriva adai le par- ti del Sig. Zanotti contro il Franzefe , e mo- Arava in ciò anche 1’ amor della patria . Pare, che al giudicio di così grand’ uomo , coni' era il Signor Cardinal Querini , non fia necedario aggiungerne verun* altro. Io però non voglio tralafciarne uno, il quale fe non è necedario, farà però da tutti creduto di gran pefo ; ed è quello del Padre Cado Innocente Anfaldi Do- menicano , lume grandidimo della reale univer- fità di Torino . Imperocché quantunque egli non Digitized by Google XVI non fi accordale certamente al giudicio del Sig. Cardinale in quanto al fopraddetto ragio- namento, anzi movelTegli contro moire obbie- zioni, che poi raccolfe in un libro latino dot- tiamo intitolato Vindici x Mauyertuijìan* ; pure dichiarò apertamente, e fpefliifime volte , aver lui molto che opporre al detto ragionamento, nulla che opporre alla Filofofia . Della quale fempre che ne parlò, ne parlò con grandifiìma fiima, e in una Tua lettera elegantillima , che fu poi con tre dilcorfi del Sig. Zanotti (lam- para in Napoli , tanto la lodò , che parve non poter faziarfene , ed accennandone varii luo- ghi, gli chiamò veramente ammirabili , alcuno anche divino . Che (e nel ragionamento ripre- se , e caftigò molte cole , quelle furono ap- punto quelle, che a lui parvero difeordanti dalla Filofofia ; il che facendo moftrò non tan- to di riprender 1* uno , quanto di lodar 1’ al- tra . Quella diverfità di pareri in uomini di Pianto ingegno , e di tanta letteratura dovette far nafeere, come ognun vede, il defiderio non folamente di avere il libro del Sig. Zanotti , ma anche di entrare addentro nelle quiftioni, che fi facevano fopra di elio . Perchè moltiflì- mi attentamente le efaminarono , de' quali uno merita tanto di edere nominato , che , nomi- nato lui, non accade nominar gli altri . E’ que- lli il Reverendidimo Padre Pio Tommafo Schia- ra pure Domenicano , che dimorando in Ro- ma Digitized by G ma era a que* dì Bibliotecario della infigne Ca- fanatenfe , ed è poi dato fatto dal N. S. Se- cretano della Sacra Congregazione dell* Indi- ce. Egli dunque, effendone pregato dal Padre Anfaldi , efaminar volle tutta la controverfia , ricercandone con ogni diligenza capo per ca- po tutti, per così dire, i nafcondigli; e defe un fuo parere , e ne fece un libro in vero dot» tifiimo, il quale quantunque foflfe favorevoli!- fimo al Sig. Zanotti , pur piacque al Padre An- faldi di farlo pubblico , e darlo alle (lampe in Venezia. E di vero chiunque leggerà un tal libro , non avrà che defiderare altro per cono- fcere tutta quanta la controverfia , efiendo in_» eflo efpofto ogni cofa con belliflimo ordine , e maravigliofa chiarezza oltre un’ infinita fot- tilità ed erudizione, che vi fi fcorge per tut- to . Furon poi molti in Italia , i quali modi , cred* io, dalla fama di così pellegrini ingegni, penfarono di farli illudri entrando nella nobil contefa ; onde ufcirono tanti fcritti , che trop- po lungo farebbe 1* annoverargli . Ma i già detti badano a far intendere, come fia nato in tante perfone il defiderio di quello libro , e come a me convenifle il far sì, che un tal de. fiderio non fofie , o per fcarfezza di copie , o per altro incomodo, defraudato. E tanto più che avendo il libro a quedi dì levato sì gran rumore in Italia, par bene , che edo aver fi debba come un preziofo monumento dell’ ido- sviti ria delle lettere, e debban perciò, non uno, o due, ma più ancora, ingegnarli di farlo giun- gere ai poderi con le ftampe loro. Al che mi fono io fentito grandemente dimoiare per un* altra ragione ancora ; confiderando non fenza qualche maraviglia, come una Filofofia , la qua- le nella fua prima fronte dimoftra di voler fe- guire Ariftotele , e di edere fcritta per argo- menti di Cavalleria, e ad ufo di poeti, e di oratori, abbia potuto a quelli noftri tempi ri- volgere a fe gli animi delle perfone, e farli leggere volentieri . Nè io credo, polTa ciò ef- fer feguito fe non forfè per due cagioni . La f >rima fi è, perchè gli argomenti di Ariftote- e vi fono efpofti con chiariflimo ordine , cl* con una brevità e precilìon fomma, la quale fu ben notata dal celebre Novellifta Fiorenti- no, e medi nel loro miglior lume; are che fi fcofti alquanto ancor dallo flile , e afci correre con maggior’ ampiezza 1* orazio- ne , venendogli forfè in mente Platone . Ma, come ho detto , non iftà a me di giudicar- ne . Io credo bene, che tale efiendo il grido di quello libro , qual potrebbe , fe la pub- blica voce non baftalTe , raccoglierli dalle lo- praccitate teftimonianze , dovrà efler gradita-» agli ftudiofi , e letterati uomini 1’ opera mia, che procurata avendone la riftampa, ho aper- ta a maggior numero di perfone la via di prov- vedetene i le quali fe di tanto mi faranno cor- tei! , che vogliano, leggendo il libro con quel- la attenzione , che elio merita , di quella edi- zione far prova, fpero, che come io della lor cortefia , così dovranno effe reltar contente del- la mia diligenza . I PREFAZIONE DELL’ AUTORE Al Signor Marchefe LUCREZIO PEPOLI • « Nobile , e Patrizio Bolognefé, Gentiluomo Veneziano ec. o Uanttinque io } tome voi fugete , Ornatifìm • e Centiliffìmo Signor Marchefe , mi fio. m of- fa a fcrivere queflo trattato di Filofofa morale per comandamento vojlro , e per voi folo ; e perciò Jpe - ri , che egli debba ejfer letto unicamente da voi , ef- fondo unicamente per voi f ritto ; ad ogni modo per- chè potrebbe venire in mano d' altri , i quali , ciò non fapendo , efìimafero me eJJ'ere incorfo in varj erro- ri , e di quefi mi riprendejfero , io penfo di dove- re efcufarmi apprejfo loro . Perchè febbene offendo voi foddisfatto della mia fatica , poco debbo curare il giudi- ciò degli altri; non è tuttavia da permettere , che agli altri difpiaccia quello , che a voi è piaciuto , eh' io fac- cia . E quand ' anche le mie tfeufazioni non frjfero ri- cevute, a me però gioverebbe di averle fatte, maffme cominciando da quella , che io voglio , che fa la pri- ma , anzi la maggiore di tutte , cioè , che fe io bopre- fo un carico tanto fuperiore alle mie forze , prendendo ' Tcm. Uh A aferi- Digitized by Google 2 a fcrivere in Tìlofìfìa morale , voi fìtte quello ^ che me f avete impafìo , onde avendo comune con voi la col • fa , pare , cb ’ io debba aver comune con voi anche il biafìmo ; che di vero mi terrei per molto contento , e_, troppo più che non fìtto , mi J limerei fortunato incorren- do in alcuna riprenfìone , nella quale avcffì voi per compagno, l'er non valermi però di quejla efìujazicn^. fola , quantunque quejla fola bafìar mi poteJJ'e , non la - fcierò di r'tjpondere Jeparatamente a ciafìuna delle ri - prenfìoni , che fecondo cb' io pojfo antivedere } mi j'aran fatte . E certo J'aran di quegli , i quali fi maraviglie- ranno, eh' io abbia prefo a Jcrivere di Ftlojcfìa litorale in un tempo , in cui coti pochi ne ferivano , e pocbtjfìtni Curano , che fìtte feriva . A quali però rtj'pondendo di- co , che Je eglino mi dtmojlrafj'ero eJJ'ere la Ftlofìfìa mo- rale una fetenza ignobile , e da fprezzarfì , molto va" lerebbe la lor ragione-, ma ejfendo ella fiata flint ata_. fempre fra tutte le altre fetenze nobilijjìma , e agli o- ratori , et ai poeti , e a tutti quelli , che V avvolgono negli affari , ed entrano al governo delle repubbliche > fommamente necejfaria , non veggo , perchè debba aceti- J'arfi chi prende a fìriverne , eziandio che pochi ne feri- vano ; che anzi parmi da lodar molto per queflo appun- to j perchè fa quello , che pochi fanno . Saranno ancor degli altri , a * quali parrà cofa flrana , che mettendo « mi io a Jcrivere in Filojòfìa abbia voluto feguir' Ari- Jlotele , le cui opinioni e maniera di fìlojòfare fono og- gidì generalmente difapprovate ; et altri diranno , che la materia della Morale vuol trattarfì con molto mag- gior Di litica t,j (~,i v .K'U^. 3 gìor brevità , (he non fece Arinotele , dicendo che al vivere onefio , finzx tante fpeculazioni , bafiano pocbif- fimi precetti , che pojfon raccoglier fi in quattro verjì ; e biafimcranno la lunghezza del mio libro . Però comin' dando da quejli ultimi , io non credo , Signor Marche - fé, di avervi mijfo per le mani un trattato tanto lungoy che non pojja tfler letto ed intefi da chi fi fia in bre - vifiìmo tempo ; intanto che io ho temuto afidi volte, che voi fo/le per dolervi più lofio della brevità mia , et a - vrefie dcjidcrato un trattato più ampio , e più djfufi ; dal qual però mi fono aflenuto , sì perchè gli altri miei fiudj non mi confentivan di farlo.; sì ancora , e molto più , perchè fcrivendo io queflo trattato per voi filo , V altezza dell’ ingegno vofiro non aveva bifigno di molto lunga efplicazione . Ma gli altri, che non hanno tanto ingegno , quanto voi ; e tuttavia vorrebbon ridur la Morale a quattro verfi ; io non credo già , che abor- rifeano la lunghezza , ma più tifilo fi infafitdifiono del- la fetenza ifiejfa , la qual loro parrebbe fimpre troppo lunga , quantunque fojfe brevijfìmamente trattata ; per- ciocché è fimpre lungo tutto quello, che infafiidifce. Per- chè quanto poi, al dire , che pccbijjìmt precetti bafiano al vivere onefilamente , io noi nego; e fi , che Socrate fu della fiejfa opinione ; e però Jcìea dire , che colui è già grandemente virtuofi , che dfi.iera di efiire. Kego bene, che tifine di quei, che ferivano in Morale, al- tro non fia s che il vivere oncjlo ; perchè febben moti nel principio de i lor trattati non altro fine hanno det- to di avere , che quefiv filo, io credo però , che fi e - A 2 gli- 4 4 glitio aveffer meglio ricercato /’ animo loro , vi avreb • ben trovato anche un altra intenzione molto nobile , e molto nccefjaria . E quefìa è di mrjìrare a gli uomini non folamente le regole dell ' onrjlà , ma farne ancora intender loro le ragioni , i principii , e le cauje , per po» ter poi bene , e diflint amente ragionarne , ed infognarle ad altri , e farne lezioni da tramandare alla pofìerità , il e or bìa - fumandole , e difendendole fpeffe volte , e fp effe volte ae- affandole , e venir fovente a contrari fopra le ufanze e gl' infittati della città . Delle quali cofe fe credono di poter parlare affai bene quelli , che non vi hanno pofloflu- àio ninno , quanto meglio , e più fpeditamentc il faran- no quelli , che avendovi pcflo fludio , fapranno fubito difìinguere l * una virtù dall* altra > e render ragio- ne degli uffeìi di ciajcbeduna , dividendo il loro difeor • . Pigitizedjby La * fi acconciamente ,e con bel madore traendolo da i ve- ri principiti II cb« però non potranno fare fi non quel- li , che avranno dato qualche fpazio di tempo allo J ìn- dio della morale . Al quale accojlandojì avran pur do- vuto in primo luogo vedere , in che fia po/la la felici- tà , direttrice comune di tutte le umane azioni , e quin- di , tratti da ejj'a , procedere alla contemplazione della virtù , ricercandone prima la natura, poi per qual mo- do o in quante firme dividafì, e come s ’ adorni di tut- ti gli altri beni, o fieno quelli , che rifchiarano V in- telletto, o quelli, che diconfi ejjer del corpo, o quelli , che fi lafciano alla fortuna. E in queflo mare entran- do come avran potuto non trafcorrere alla confider azione di quelle qualità dell' animo , che per una certa fimi- litudine fi fingon ’ effer virtù , e non fono ? Come afte- nerfì dalla conftdcrazion degli ajfetti , che per le varie apparenze in noi fi rijvegliano ? Come paffarfì dell ' a- ntore ? Come dell ’ amicizia ? Di che fi vede lo Jludio della morale poter ejfere affai breve a chi voglia vive- re oneflamente ; a chi veglia farne trattati » e fol an- che bene e diflintamente , ove che fia , ragionarne , non poter ’ eff'ere fi non molto lungo . E per venire ad . al- cun cafo particolare , chi non vede , che in quelle adu- nanze majjìmamente , in cui trattafi di ridurre a pace le cavallcrcfcbe contefe , dovendovifi difputar fempre fi- pra gli uffìcii della giufìizia , dell ’ intrepidezza, della manfuetudine , del valore , fopra V onore, che nafee da virtù , fopra V ingiuria , che lo fminuifee , o lo leva } niente è più ncceffario , che poffeder bene i principi! del- la 6 la morale Tilofcfia ? Nella quale quelli che fono ammae - frati , fenza dubbio ragtoneran molto meglio ; laddove quelli , che * ne fon privi , »?« pcjfono parlar che a ca - - yò : perejcccbè fegucno le popolari opinioni , che non dj rado fon falfe , e fi cangiano di dì in dì a capriccio degli uomini j onde quei , che le fognano , decidono /o qui fio ni non fecondo i prinapii , che mcjlra la ragio- ne , ma fecondo quelli , a cui per fortuna s avvengo- no . Di che potete cJJ'ere teflimonio voijleffo , Sig. Mar- ■ cbefe , che cjfendo nato in così alto lungo , e congiungen . do a tanta acutezza d' ingegno , e prontezza d' ani- mo una fingolar perizia e deprezza in ogni maniera di armeggiare , pare , che la natura vi abbia po/lo al mondo per affari di cavalleria ; ne ’ quali offendo fopm V età vojlra verfatijfimo , avrete abbajlanza comprefo t quanto in quelli Jìa neceffaria una non mediocre cono - feenza della morale Filojofia . E io r redo , che per que- Jlo abbiate voluto , che io ne fenda un trattato , fperando forfè » che altri , moffo dal mio efempio , ne fcriverebbe dopo me un migliore . Ma affai s ' è detto circa la- ri- prenfione della lunghezza Vegniamo all' altra d' a- ver voluto io f'guire Arifotele ; la cui maniera di fi- lofofare mi dicon' effere oggidì qua fi generalmente di- fipprovata , parendo anche le fue opinioni dfufate e_, falfe . Ma quanto all' cflcre difufate , io non fo , per- chè alcuno mi debba per quefio riprendere ; imperocché fe le opinioni d' Arifiotele diconfi difufate ,ciò i argomen- to , che furono ufate una volta. Che fe le opinioni, co- tnc le vefii. ufandole fi logora fiero , e perdejjèro il pre- gio 7 gio loro , b concederei volentieri , che non dovejfero più quelle antiche feguirfi , che furono un tempo in gran • dtjjt.n > riputazione , poi dopo un lungo ufo fono fiate.» abbandonate. Mrf poiché invecchiando gli uomini , e in* debolendrfi , non invecchiano , nè fi indebolirono iefen • tc»z>c j ci» «/orni oppormi , che io mi allontani dalla confuctuiìne ftguendo le opinioni d’ Arifiotele , le qua- li Je non fono in ufo nel prefente fecolo , furono però in ufo in un altro } Perciocché , volendcfi Jeguir l' ufo , non è maggior ragione , perchè debba feguir fi più tofio V ufo di un fecolo , che di un' altro , % on ejjendo P un fecolo di maggiore autorità , che l' altro . Et io fo be- ne , ebe in alcune Jtienze , le quali fi fondano fopra _» molte e lunghe ojjcrvazioni' con efperimenti e prove ri- cercate , più vuol crederfi a gli ultimi fe coli , che a quel- li , che gli precedettero , il che fi vede nella notomia , nella naturale tjloria , nella geografia , nell * ajtronomia , e generalmente in quafi tutte le Jcienze fifiche . E ciò è , perché gli ultimi pojfono flabtltre le tor dottrine fo- pra maggior numero di efperimenti , e di ojfervaztmi che gli antichi non poterono , i quali dovevano aver- ne minor copia . E per P ijlejj'a ragione dovranno i pefieri in tali fetenze creder meno al nofiro fecolo , che al loro . Che fe la dottrina morale fi flabiltjfe_, ejfa pure fopra tali cofe , io fon d' opinione ancor' io j che volendo Seguire la consuetudine , dovrebbe feguirfi quella de gli ultimi ; ma fondandrfi ejfa fopra ragio- ni e principii , che in pvcbtffìmo tempo fi manife/lano a lutti ) nè altro ricercandovi fi fe non una certa acutez- za Digitized by Google 8 za (V ingegno y /vegliata ila qualche Jl tulio , non fi , perché gli antichi non potijfero ejfcre in qucfie co/e ec * celienti , come i nojlri ; e farmi /ciocca pre/unzione il volere , che la con/uetudine di un certo Jccclo abbia tan - to di autorità , che le con/uetudini de gli altri fieno tut- te da di/prezzarfi , e da derider fi. Sebben molti /ono , i quali in vero di/prezzano le opinioni degli antichi per quella /ola ragione , perchè più non fino /esondo V u- /anza ; ma fi vergognano però di dirlo , e vogliono più tcjlo dare ad intendere > che le di/prezzano, perchè a- vendole diligentemente e/aminate , le hanno trovate fai- /e ; e quejli mi riprenderanno j dicendo che accollando - mi ad Arifiotele mi fino allontanato dal vero. Et io credo j che errino grandemente ; perché Je noi vorremo afcoltar la ragione finza dare all * u/anza più di quel- lo , che le fi dee , io tfiimo , che farà co/a affai diffi- cile il decidere » qu»li di tanti JTIojofi , che hanno firit- lo della morale con tanta acutezza , e varietà , abbia colpito il vero , c qual no. Intantochè io credo , che co- ' me in altre fetenze , così anche in quefia , vana ed inu- lti fatica prendono quei maefiri , che vrglion prima a - ver deci/c tutte le quefiioni a /enne loro per infegnarle pofiia così , come effi /’ anno decife ; quafi la decifion loro terminar poiejfc quelle qtùfiioni , che non hanno po- tuto terminar fi per la decifione di verurì altro ; o /offe di maggiore utilità a gli fcolari apprender ciò , che par- ve vero al lor maeflro , il qual forfè non era il più eccellente uomo del mondo , che quello , che parve vero 4 i grandi// mi j e cccellcntffimi . Io dico dunque , che t mac- 9 maefiri non debbono figliar gran pena , fe quelle cofe , che infegnano , fieno vere , o no ; purché pujano ve re, a molti e grandi uomini , e V ojfcrvazione , o l' efpe- rienza , o la dimofirazione non fia loro contraria ; il che avviene talvolta nelle feitnze fifiebe e matematiche . , nelle altre non può coti facilmente avvenire. Anzi io vo tanto innanzi , che ardifeo a dire , molte volte ef- fer più utile , e più conveniente , che il mae/lro ìnfegni quello , che par vero a molti , che quello , che par ve - ro a lui filo , fe già egli non fiimajfe fe flejj'o più che tutti gli altri . Perché fe io dovtjfi infegnar , per efem- pio j metafifica a' giovani, e me ne avcjfi compefio una a mio modo , la qual fola mi parejfe vera , chi farebbe però , che non volejfe più trfio faper quella di Malie • branche , o di Leibnizio , che la miai II che fe è ve- ro nelle altre fetenze , perché non anche nella morale ? Cejfno dunque di molefiarmi coloro , i quali credono , che feguendo le opinioni d ’ Arifiotele io abbia feguito il falfo; perché ne è cofa facile il decider ciò ; e quando bene aveft feguito il falfo , avrei però feguito P opinio- ne e la ragion di moltiffmi la quale prejfo gli uomini giudiziefi dee render probabili eziandio quelle cofe ) che per altro falfe parrebbono. N potrete anche accorgervi , che dove V ho feguito , ho pe- rò fempre tenuto l’ occhio rivolto verfo Platone , di cui t fe ho da dirvi il vero , fuor di modo era accefo ; né ho fapato di/Jìmulare abbafianza i miei amori .E fe ho fe - Tom. ir. B £ui- Digitized by Google IO guito /Inflotelc , l' bo fitto ^ percb ? m ’ è parato , che egli mi off> a , e ponga innanzi tutte le parti della morale ad una ad una , e le J pieghi con affai bell' ordine ; di che Fiatone non mi è fiato cortej'e . Alcuni però non appfo- vando la forma del filofofar d * Arifioule , ni quella maniera di procedere nelle quifiieni , anche per quefio mi riprenderanno: e ciò marinamente faranno quelli , i quali vorrebbono , ebe tutte le cofe fi tratt aJJero fecon- do 1’ ordine , e l* ufanza de* geometri . Al ebe io con» fornirei volo nt ieri ; ma vorrei prima , ebe mi fpiegajfe • ro chiaramente , in che confifia una tale ufanza . Per» thè fe ella fi riduce , come il più fuol farfi , a quefio filo j ebe fi raccolgano fui principio di ciafcun tratta- to tutte le difinizioni con quelle domande , che per fe * guir 1' ufo dei geometri chiamano pofìulati , in vece di frapporle , come gli antichi hanno fatto , a luogo a luo- go , e fecondo che *»• occorre , io non veggo , che gran guadagno per ciò fi faccia . Poiché fe quelle, definizioni , t quelle domande ,frappnjle a luogo a luo- go , con gli argomenti , che da effe derivanfi> non ha' Jlano a chiarir le quefiioni , non bafleranno nè meno $ effondo raccolte in fu 'l principio : e quindi (be io bo tenuta nel prefente com- ptn- Digitized by Google *4 pendio > I* quale a voi majjìmamtnte , che ficte intuì - te le grazie del dire efercitato , dovrà parer flretta ol- tre modo ^e augura , e priva eziandio di quei piccoli or- namenti , che la brevità non rifiuta ; e parendo a voi tale , non potrà non parere anche agli altri. Nè io mi difenderò da quefla actufazione , ni cercherò di piacer- vi in una cofa , nella quale io non pojfo piacere a me tnedefimo . Mi rivolgerò più toflo a dimandarvene per- dono , il quale fe da voi otterrò , /offrirò più facilmen- te , che mi fia negato dagli altri . E certo voi fape- te , con quanta fretta et impazienza m' è convenute fcrivere quefio compendio in mezzo a molti altri fiudj , che non che alla politezza del dire , appena mi confen - livano , che io penfajfi a quello , che dir dovea . Il che fu anche cagione , che io mi abbandonaci ad Arifictele, Credendo di mettermi in buone mani , e far più pre/lo. Terò il rilefft , come potei , e Jcorfi qua e là per gli fcrit- ti d' alcuno del fu oi commentatori ; i quali oltre 1' acu- tezza di penfamenti non hanno altro , che fia gran fat- to da imitarfi : et io , chi da natura mi lafcio facilmen- te volgere allo fìile di quei , eh’ io leggo , non potala certo da quei commenti raccogliere nè ornamento , nè gra- zia. Ariftotele poi ha molle qualità nel fuo dire belle, e maravigliofe , e tra V altre una certa franchezza , e brevità rijoluta con molta gravità , le quali , ejjèndo piaffimumcnte accompagnate da mille altre vaghezze , gli Manno bene , e l' hanno fatto piacer tanto a Cice- rone. Ma fe di quelle alcun poco mi fi fffe attaccato, ben ve dea, che quel poco trasfetito ad altra lingua, e fpo- ■* ! i A fpcgliato degli altri ornamenti farebbe in me cattivo , e rimarrei nel mio dire , coti come panni d' cjfer rima fot arido e digiuno , avendo dinanzi agli occhi un' efim- fio.pienijjìmo e abbondantijjìmo . Et io certo a vrei pc/lo cura per non incorrere in tali vizj , o , ejfendovi incor- f°t per emendarli ; fe .oltre gl ' incomodi, che già vi ho detto , non avcjft ambe F animo inquieto fpor di modo * turbato . Perché oltre quella naturale malinconia , che, come fapete , mi è tanto propria , che par nata meco ; potrei dirvi , fe fojje luogo, di molte angujhe , et an- fieta , che tuttavia mi fanno intorno all’ animo ; nè la- fetan d’ effere al commojfo fpirito tormento , e pena, per quanto dicano d’ ejjìr nate da bella e nobil cagione : ma qual , che la cagione ne fa , che non fi allontana però dalla virtù , affliggono il cuore , e difolgon la men- te dagli fludj ripofati e tranquilli. Intanto che mi fo- no fdegnato più volte meco flefll della mia filefofia : C ho prefo in ira gli fritti miei , parendomi prefunzion troppo grande , che io vclcJJÌ moflrare agli altri la fe- licità , che non ho faputo ritrovare per me medefimo : e fe il libro non fojfe fiato fatto per comandamento vofiro, e per voi , io non fi quello , che ne fojfe avvenuto. Poi penfando meco fleffo , e rivolgendomi con E animo tra le mie cure , ho finalmente confiderato , che fi noi non vogliamo , che parlino della felicità , fi non i filici ; è da temere , che troppo pochi faranno al mondo quelli , che ne parleranno : e ficcarne interviene talvolta in una città , o terra illuflre , che non ejfendovi niun maeflro ajfai valente o di ballo , o di mufica f o di pittura , o d* al- Digitized by Google 1 6 f altra tal ’ arte nobile e liberale , pur fi piglia lezio - ne da chi è men , che mediocre , parendo meglio fapen qualche cof a di quelle arti , che efferne del tutto privo ; così effendo al mondo tanto pochi i felici, o più tofio non ejfendone ninno ; chiunque voglia lezioni di felicità, debba ejfer contento di prenderle da qualche infelice . Senza che .molte volte le cofe meglio, che perfejiejfe, fi intendono per li loro contrarj . Il perchè dovranno ef- fere attijjìmi ad intignare la felicità eziandio quelli , che non la provano ; Jolo che notino diligentemente O con qualche Jludto tutto ciò , che fentono mancare in loro, e conofcano ad una ad una tutte le parti della loro mi- feria , il che non è molto diffìcile a chi la prova . Co munque fi a fi , che troppo ornai s ’ è detto, fe il prefente libro veniffe in altre mani , che nelle vo/lre , e le mie efeufazioni non fiffero dagli altri ricevute * a me pe r bufferò, che fi ««o ricevute da voi ; e quand ’ anche età mi negafle , pure farò contento di avere obbedito in qualche modo , fecondo le forze mie , a un così grande, e così gentil Cavaliere , come voi fitte ; il qual ’ onore per me tanto fi eftima , eh ’ io credo , che quei me defi mi , che riprenderanno 1' opera mia , dovranno pero an- che avermene qualche invidia . »7 ,io» 1» tu; A ce . #; 0 (/ :«i, IO !i«) 0 iti* O ■fttit 1 • ori? ^ flJ :o « «A Bere LA FILOSOFIA MORALE SECONDO L’ OPINIONE DEI PERI PATETICI r Ridotta in Compendio . JLvA Fiofofia morale è una fcienza , che infogna all* uomo di farli migliore , e più felice ; donde fu* bito fi vede j niun’ altra difciplina poter’ eflerc nè più illuftre , nè più magnifica . Volendo noi efporla brevemente) e con quella maggior chiarezza,, che-* polliamo , la divideremo in cinque parti . Nella pri- ma tratteremo della felicita • Nella feconda della_« virtù morale In generale . Nella terza delle virtù morali In particolare . Nella quarta delle virtù in- tellettuali . Nella quinta di certe ? Sezioni ,o difpo- fizioni d’ animo, le quali febben pajono degne di laude o di biafimo , non fono pe,ò da mettere nè tra le virtù , nè tra i vizj . Il che facendo , poco e in pochi luoghi ci feoftererao dall’ ordine , e dal- le opinioni d’ Arinotele . ?COT. IV. B PAR- Digitized by Google ) i8 PARTE PRIMA DELLA FELICITA ’ CAP. I. Come dicajì la felicità ejfcre il fine ultimo • A Spiegare , come la felicità fi dica elfere il fine ultimo delle azioni, comincieremo di qui. Le azioni , che 1* uomo fa , fono di due maniere : per* ciocché altre fi fanno fenza deliberazione , e fenza configlio , come il batter del cuore , il correr del fangue , il digerire i cibi; e'quefte fi chiamano a* zioni dell’ uomo; ed altre fi fanno per configlio, e deliberazione, come quando uno ajuta P amico, o mantien fede nel contratto ; e quelle fi chiamano azioni umane. La feienza fifica tratta delle prime, delle feconde la morale . Rcfiringendoci dunque alle feconde, io dico • Ogni azione umana, facendoli per deliberazione c per configlio, fi fa per qualche fine , il qual fi vuo* le , non per altro , ma per fe Hello , e può dirli ul- timo fine. Cosi colui , che vuole il medico , fe lo domanderai, perchè lo voglia, rifponderà, che lo vuole per la medicina ; e fe lo domanderai , perchè voglia la medicina, rifponderà, che la vuole per Dilla Felicita’. la fanità ; e fc di nuovo lo domanderai perchè vo- glia la fanità , egli fi riderà della tua domanda; per- ciocché la fanità non fi vuol per altro , ma per fe fletta , e tien luogo d’ultimo fine . Che fe egli non avrà voglia di ridere , c vorrà pur rifpondere qual- che cofa , altro non fapràdire , fe non che egli vuo- le la fanità , perchè elfa gli fta bene , e gli conviene, e infomma lo rende in qualche parte felice. Così tutto quello , che 1’ uom fi propone come ultimo fine in qualunque azione , va a riporli fotto il nome di felicità ; del qual nome gli uomini fon tanto vaghi, che non par loro di fìar bene , fe non poffono effer chiamati felici . E’ dunque la felicità polla nclFulti- tno fine delle azioni , e dei defidcrj degli uomini . E -cornee hè non fi aG ancora per noi dichiarato, qual cofa fia cotelìo fine ultimo delle azioni, e però non ancor fi fappia, in che confida la felicità ; può tuttavia per le cofe finquì dette facilmente intender- li , che la felicità rende 1* uomo così compiuto e per- fetto , che ottenuta elfa, altro più non gli retta d a . volere ; e finalmente , che la felicità è da anteporli a tutte le cofe , et è il maggiore di tutti i beni. Im- perocché volendoli per fe fletta , ben moftra di avere in fc fletta il merito d’ elfer voluta; non cosile al- tre cofe, le quali vogliamo folamente, perchè fervo- no alla felicità ; nè le vorremmo , fe la felicità non ce le aveffe , per così dire , raccomandate . G * CAP. Digitized by Google 20 Parte Prima C A P. I I. In che ccnjìfla la felicità. S E ha quiftione in filofinfia ofcura ed avvolta , fi è quella. Vegliamo dunque di fpiegarla a poco a poco, e come poflumo . Egli par certo , che il fine ultimo di qualfivoglia azione umana vada a riporli o nel piacere, o nella virtù. Perciocché qualunque azione P uom faccia , cerca Tempre o P uno , o P altra ; e fe vuole il piacere , non gli fi domanda mai , perchè lo voglia; parendo , che il piacere fia da volerli per fe IKflo . E lo UelTb dicafi delia vir- tù . Ricfucendofi dunque P ultimo fine o al piacere, o alla virtù, pare che la felicità non debba potere allontanarli da quelle due cofe.- E quindi fon nate varie opinioni molto tra lo- ro diverfe . Epicuro, che fiori fotte i tempi di A- riftotele , volle, che la felicità folle polla nel folo pacere, parendogli, che P uomo non potefie in ul- timo voler’ altro. La qual* opinione prefe egli for- fè da Arillippo , che fu capo de’ Cirenaici , e fiori prima di Arinotele. Sebbene alcuni credono , che Epicuro prendeffe tutto da Democrito, il qual filo- fcfo fu della fetta degli Eleatici , difendente da_. Pitagorici . Zenone, che fu capo delli Stoici , e vide intor- no a tempi d’ Epicuro , volle , che la felicità non_, in Digitized by Goq ile . Della Felicita. * 21 in altro confifteffe, che nella fola virtù. Nè egli fu però il primo a dir ciò ; che prima di lui 1’ avea detto Antiftene , capo de’ Cinici , il qual ville al- quanto prima di Arinotele. Platone, che ebbe alla Tua fcuola molti gran- diflìmi uomini, e tra gli altri Ariftotele fteffb,inte- fe, che la felicità doveffe riporli nella contempla- zione dell’ idea del bene ; il che ha bifogno di u- na fpiegazione affai diligente . Noi ne parleremo appreffò . Ariftotele pafiò ad altra opinione , la qual noi fpiegheremo , come avremo ragionato alquanto del- le altre . gap. ii r. La felicità non è pojla nel filo piacere *• S E la felicità foffe pofta nel foto piacere , ne fe- guirebbe , che oltre il piacere niente altro reftaf- fe all’ uomo da defiderare ; e pure gli refterebbe da deliderar la virtù, la quale certamente è diftlnta dal piacere ; dunque non è da dire , che la felicità fia pofta nel piacer folo . Di fatti chi è colui , cui pro- ponendo^ due piaceri eguali , 1’ uno con virtù , 1* altro fenza , non voleffe anzi quello , che quefto ? Vedefi dunque, che oltre il piacere vuoili ancot la virtù . Poi fe la felicità foffe pofta nel folo piacere , fic- co- Digitized by Google il Pahb Puma come tutte le azioni li fanno per la felicità , cosi tutte farebbonfi pel piacere : il che -è falfo , facen- dofene molte non pel piacere, ma per altro. E cer- to colui , che fi offre alla morte o per la patria , o per T amico, non pare , che cerchi a fe licito niun piacere . Non è dunque da credere , che fia riporta nel piacere tutta la felicità: et Epicuro, et Arirtip- po , che fe ’l credettero, fi ingannarono . * Ma , dirà alcuno , le azioni fteflfe virtuofe non per altro fi fanno , che per quel piacere , che na- fee dalla virtù; par dunque , che tutte le azioni fi facciano pel piacere. Et io rifpondo, che gli uo- mini cortumati e gentili fanno bensì le azioni vir- tuofe con piacere, ma non per lo piacere. Colui , che fa beneficio all’ amico, lo fa certamente con piacere; ma egli non mira a ciò; mira più torto al comodo dell’ amico ; altrimenti Servirebbe non 1’ amico, ma fe fteflo. Che fe il virtuofo dirigerti: le azioni fue al piacere , egli dovrebbe talvolta feguirc il vizio , abbandonar la virtù ; conciofiìacofachè meno piacere G tragga da quella, che da quello . Che gran piacere potea promettevi Scevola , allorché fiefe la mano fu ’i fuoco ad abbruciarla ? Pur , diranno gli Epicurei , fi vuole il piacere , non per altro fine , ma per fe fterto ; dunque erto contiene la felicità. Al che rifpondo, che potreb- be fimilmente dirli della virtù , (a qual fi vuole non per altro fine, ma per fe Iterta . Siccome dunque noi concediamo loro , che la felicità non è porta nella fola 24 Parte Prima za , e Risila bellezza ; e fimiltnente delle ricchezze, degli onori , dei piaceri , e degli altri doni della fortuna , volendo dii , che niuna altra cofa folfe da annoverarli tra i beni , fuori folamcnte la virtù . Il che fe è vero, colui che avrà la virtù, avrà ad un tempo fteffo tutti i beni , e per confeguente nulla gli mancherà. Io rifpondo,che li Stoici non vollero chiamar beni nè la fanità, nè le altre cofe fopraddetre, ma le chiamarono però comode , e degne d’ effere pre- ferite ai loro opporti, ed’ effere con diligenza pro- cacciate : il che facendo lafciarono a quelle cofe la natura, e 1’ effenza del bene; levarono via folo il nome. In fatti che altro è il bene, fe non quel- lo , che è da effere preferito al fuo oppofto , e da effere voluto , e da effere procacciato ? Poco dun- que importa , che li Stoici chiamaffero la fanità un bene , ovvero un comodo , effendo di quelle voci un fentimento medefimo . E fe l’ infermità, e il do- lore , e la povertà, e V ignominia non vollero chia- mar mali, ciò è nulla; perciocché le chiamarono incomodi , che è quello fteffò. Dirà taluno . L’ uomo fapiente defidera la fani- tà , e le ricchezze , e le feienze per potere eferci- tar la virtù ; dunque non è vero , che tali cofe li deliderino,e fi vogliano per lor medefime . Rifpon- do effer vero , che il fapiente defidera tali cofe > perchè fervono alla virtù ; ma le defidererebbe an- che lenza quello . Due ragioni dunque ha 1’ uomo fa* • Digitized by Google Della Eelicita’. 25 favio di defiderare la fanità; e perchè ella è defi* derabile per fé fletta , e perchè ferve alla virtù, che è un’ alcra cofa non meno defiderabile . C A P. V. Coni: dicajì , la felicità ejfcr p r Jla nella contemplazicn ci' un' idea, IjLatone diflolfe gli uomini da tutte le cofe ter» -i rene, e gl’ invitò alla contar plazion d’ un’ idea, nella quale fe avetter potuto mirare una vol- ta, ditte, che farebbon felici. Pochi fi invogliaro- no d’ una felicità così aflratta . Noi però dichiare- remo 1’ opinione di quel grand’ uomo , e comincie- remo da più alti principi a queflo modo . Tra le molte idee, che ci fi parano dinanzi al- la mente, n’ ha alcune, che fi chiamano firgolari, et altre, che fi chiamano univerfali. Le Angolari fono quelle , che ci rapprefentano le ccfe firgo’ari, come T idea del tal’ uomo, per efempio di G ulio Cefrre ; le univerfali fono quelle, che ci rapprefen- tano certe forme aflratte , che apparirono non iru. una cofa fola, ma in molte; come 1’ idea dell’ uomo in generale , per cui ci fi rapprefenta non un tal’ uomo, ma la natura, e la forma aftratra dell* uomo, la qual apparifee in rutti. E cosi è 1’ idea del cittadino in generale , che ci rapprefenta ron un tal cittadino , ma una certa forma aflratta , che Tom. IV, D ap* Digitized by Google i6 Parti Prima apparifce in tutti i cittadini . E tale è t’ idea del bello in generale , o voglia m dire della beltà . e l’ idea del buono - in generale, o vogliam dire della bontà et altre infinite . Credono molti metafilìci, che le idee universa- li fi formino cavandole, et attraendolc dalle idee Sin- golari ; e per ciò attratte le chiamano: e Spiegano la cofa in quello modo. Veggendo noi molte coSe Singolari ci fermiamo talvolta in quello , che è co- mune a tutte, Senza penfar punto a ciò, che è pro- prio di ciafcheduna ; e allora è, che ci rapprefen- tiamo nella mente una certa forma comune , ca- vandola dalle cofe Singolari , e formiamo 1’ idea u- niverfalc. Così veggendo molti uomini Singolari» Cefare , Lentulo , Trebazio , e considerando in etti Solamente 1’ etter d’ uomo , che è comune a tutti j ci formiamo nell’ animo un’ elìenza umana attratta da tutti gli uomini, e quella è un’ idea unìverfale. A quello modo ragionano i più dei metafilìci ; e lì credono , che quelle forme attratte non abbiano fuf- Sìftenza niuna nella natura, e Sol tanto fieno nell’ animo nottro , e in quanto da noi fi concepiscono. Ma Platone , il qual Solo vai p ù , che tutti gii altri , ha creduto il contrario; et ha voluto, che^* le nature attratte fieno e fullìttano non negli animi nottri , ma fuori; e folfero anche prima , che fi con- cepi fiero ; e quelle elfere eterne et immutabili , non riftrette da luogo nè da tempo; alle quali rivolgiarn 1’ animo per un’ avvifo, che ce ne danno gli ogget- ti Angolari , fecondo che a noi fi prefentano ; onde ci Digitized by Google Della Felicita. 27 ci pare di trarle , e pigliarle da elìi ; ma le abbia* rao d’ altronde. E fecondo una tale opinione non è da credere) che la beltà, la bontà, e le altre^* efienze , che attratte fi chiamano, per noi fi formi- no, e fieno fol tanto, quanto da noi fi concepifco- no; perchè nè fi concepirebbon da noi , fe già non fodero; r.è noi le formeremmo giammai così per- fette, come le veggiamo. £ quette fono le idee tanto famofe di Platone . ' Ora accettandoci al propofito, è da fapere,ef» fere fiata Umilmente opinion di Platone, fottc-nuta da lui con molte ragioni , che le anime nofhe fcl- fero prima, che noi nafeettimo ; e che a quel tem- po, effondo libere e fciolte da’ legami del corpo, vedeffero molto chiaramente le idee , che abbiamo detto, nè in altro fi efercitadero , che nella con- templazione di effe ; per le quali apprefero fin d’ allora tutte le fetenze; benché immerfe pofeia ne’ corpi appena fe ne ricordino. E come volle, le anime nottre fodero prima , che noi nafeefiimo ; cosi anche fottenne con molte ragioni , che , noi morti, dovettero P anime rimanere; le quali, fe nel corfo di quella vita aveflero rettamente operato , e con virtù, farebbono ricevute di nuovo tra le idee; et apprettandoli mattìmamente all’ idea della bontà, e contemplandola , e godendocela , farian contente, e felici . Cosi Platone levò la felicità da quefla vi- ta , e trasferilla ad un’ altra , facendola confittere nella contemplazion d’ un’ idea . Nè credo , che al- D 2 tra Parte Prima tra cofa più nobile, nè più magnifica fu fiata mai detta in filofofia . Ne è 1’ opinion di Platone , ficcome io giudi- co , tanto oppofta all' opinion d’ Arsotele , quan- to alcuni fi pervadono; imperocché, come appref- lo vedremo, quefti due gran filofofi non fon contra- ri tra loro di opinione, ma fanno due diveife qui- fiioni . Ad ogni modo , benché potettero le due fen- tenze di leggieri comporfi, e tenerfi amendue per vere ; non molto piacque ad Arifiotele quella Pla- tonica felicità ; e principalmente fi rivolfe a levar via r idea aftratta delle bontà con 1’ argomento , che fegue . Acciocché fi dette 1* idea afiratta della bontà, bifognerebbe , che tutte le cofe, che noi diciamo buone, avetter comune non folo il nome, ma an- che una certa forma di bontà , che folle in tutte_> la medefima ; poiché quefia forma tratta fuori , e fvelta , per così dire, dalle cofe fingolari , farebbe appunto 1’ idea della bontà. Ora quante cofe dicia- mo buone, le quali però niente hanno di comune, fe non il nome? Chi dirà edere la medefima forma di bontà nella virtù, e nel cibo, benché buoni fi dicano e 1 uno , e I’ altra ? Così argomentava Ari- fiotele molto fottilmente contra il fuo maefiro . CAP. Digitized by Gooble Della Felicita’, 2 9 CAP. VI. La felicità è pcfla nella fomma di tutti i leni , che ccnvengono alla natura . D icendoli , la felicità efler polla nella fomma di tutti i beni , che convengono alla .'.atura dell’ uomo, pare che niente venga a flabibrfi , fe prima non fi fìabilifca , quali beni fieno quelli , che alla natura dell’ uomo fono convenienti . Imperocché anche gli Epicurei potrebbon dire, la felicità efler pofla nella fomma di tutti i beni , che convengono alla natura dell’ uomo , riducendogli tutti al piace- re ; e fimilmente potrebbon fare li Stoici , riducen- dogli alla virtù , e i Platonici alla contemplazione. Ma prima di ftabilire quai fieno i beni , che con- vengono alla natura dell’ uomo par, che debba fla- bilirfi , qual fia quella natura: c.ò che fece con af- fai bell’ ordine Atiftotele . E’ dunque 1’ uomo, fecondo Arinotele , per na- tura fua comporto d’ anima, e di corpo; c tale ef- fendo ha bifogno fervirfi quali continuamente di co- fe eftrinfeche. E ciò porto chi non vede , che alla natura di lui fi convengono così i beni dell’ animo, come quelli del corpo, et anche gli ertrinfeci ? e però convenirgli le fcienze , le virtù morali, la fa- nità , la bellezza, gli onori, le ricchezze, e gli al- tri doni della fortuna! Elfendo dunque 4a felicità po- Digitized by Google jo Parte Prima pofta nella Comma di tutti i beni , che alla natura convengono, bifognerà dire, che ella fia pofta nel- la Comma di tutte le Copradette cofe. Ma la natura dell' uomo vuoili corfiderare an- cora più Tortilmente; perciocché alcuni hanno vo- luto riguardar 1’ uomo , come Colitario , e non ap- partenente che a Ce fteflo ; ed altri hanno voluto confiderarlo , come nato non Colamente a Ce fletto, ma anche alla repubblica ; ed è coCa chiara , cht> fecondo* quelle divelle conliderazioni bifogna anco- ra ftabilire fini divertì; efiendo altri i beni , che con- vengono al Colitario, et altri quelli, che conven- gono al cittadino. E qui entrerebbono due quiftioni diverfe in vero 1’ una dall* altra , ma però tra loro congiun- tillìme ; cioè fe P uomo fia comporto d’ anima , e di corpo ; e Ce fia nato alla Cocietà ; perchè Cefcben pare , che Arinotele non ne dubiti, non è però da Cprezzarfi 1’ autorità di Platone, il qual volle, che 1’ uomo non fotte altro, che 1’ animo, nè più il corpo gli appartenere di quel , che appartengono i ceppi al carcerato. E in verità che altro poteva e- gli dire , conlìderando , che 1’ animo , appretto la morte, fi rimarrebbe in eterno Cenza il corpo? Cer- to che la naturai ragione non altro poteva infegnar- gli. Che fe 1’ uomo non è naturalmente corporeo, come potrà egli dirli , che fia naturalmente ordina- to alla Cocietà ? La qual non gli appartiene Ce non quanto , etìendo egli nella prigione del corpo , gli con- Digitized by Googl Della Felicita’. convien di vivere per qualche tratto di tempo con altri prigionieri a lui limili . Così Platone . Ma Arsotele confiderava 1 ' uomo , come com- porto naturalmente d’ anima e di corpo, e lo invi, tava alla focietà . Però non è da maravigliarli , che Platone proponerte all’ uomo una felicità , et Ari- ftotele un’ altra ; imperocché condotti da principi diverfi cercarono cofe diverfe, quegli la felicità del folitario , e quelli dell’ uom civile. In fatti avendo poi Arinotele divifa la felicità in due; in quella del folitario, e in quella dell’ uom civile , chiamò la prima tfscopurnojv , noi diremo con- templativa ; e la fece coniutere nella contemplazio- ne nè più nè meno, come Platone avea fatto. E querta felicità tanto apprezzò, che P antepofe a_» quell’ altra dell’ uom civile , come più nobile di ef- fa , e più predante, e degna folo delle forme fepa- rate , e delle intelligenze fempiterne . L’ altra poi , che egli chiamò tcXitix 17* , noi diremo cittadinefca , o civile, volle egli, che forte, quantunque men no- bile , tutravia più confentanea alla natura deh’ uo- mo , e la (labili , come fopra è detto , nella fom- nu di tutti i beni, si d’ anima, come di corpo, e di fortuna: e a quella felicità chiamò gli uomini, lafciando quella platonica beatitudine agli Dii . 3 * Parte Prima CAP. VII. La felicità civile è po/la principalmente nell n cfcrcizio della virtù , E Sfendo la civile felicità polla nella Comma di molti beni, come fopra è (lato detto, potreb- be alcuno voler Capere , in qual di elfi fia porta prin- cipalmente ; et io ril’pondo , efler porta principal- mente nell’ azion ragionevole, e virtuoCa ; iflendo quella quella cbe principalmente fi conviene alla na- tura dell’ uomo . Nel che mi Cervirò dell’ argomen- to d’ Arinotele. Niente più fi conviene al fonatore, in quanto è Conatore , che Cuonar bene; e al danzatore, in quan- to è danzatore , che danzar bene ; e al cavalcato- re , in quanto è cavalcatore, che cavalcar bene; e fimi'mente ad ogni profeflbre , in quanto è tale, nien- te più fi conviene , che cfercitar bene la proftlfion Cua. Or chi non vede la proftrtion propria dell’ uo- mo , -importagli dalla natura , non altro edere , che feguir la ragione? Se c:ò gli fi leva, non fi diftin- guerà più dal’e fiere. Par dunque che niente p ù gli convenga , che far le azioni ragionevoli , e virtuo- Ce ; e quello efercizio principalmente fi ricerchi alla felicità . E perchè P azicn virtuofa può efler f..tta in due maniere , per abito, e lenza abito; e facendoli per Digitized by Go Delia Felicita’. 3$ per abito « fi fa facilmente; facendoli fenza abito , fi fa difficilmente, e con pena; però è chiaro, che alla felicità quella azion fi richiede , che fi fa per abito; imperocché non efTendovi 1’ abito, 1’ azion farebbe fa ti co fa ; e la felicità non vuol fatica. Co- si argomentava Ariftotele, contro cui due ragioni fono fiate mode , alle quali brevemente rifpcndere- mo . E prima hanno detto , ogni azione eflfer diret- ta a qualche fine; come dunque potrebbe porfi in una azione la felicità , la qual non può efTer diret- ta a niun fine, edendo eda il fine ultimo ? E quel- li , che cosi argomentano , non abbafianza intendo- no quel, che dicono; e non veggono, che il fine^ dell* azione può edere o fuori dell’ azione, o nell' azione ideila . Spieghiamo quella didinzione . Il fi- ne può efTere fuori dell’ azione, come quando lo fcultore fa la ftatua ; la quale è il fine , et è fuori dell’ azione; e quindi è, che finita 1’ azione rima- ne tuttavia la fiatua . Al contrario può il fine ede- re nell’ azione idefTa , come quando uno balla per follazzarfì , il cui fine è il follazzo , che è pedo nell' azione fieiTa del ballare ; e quindi è , che cef- fando il ballo ceda il follazzo . L’ azione , il cui fine è in lei delta , può dirti infierire azione e fine facendoli non per altro , che per lei (leda . E tale è 1’ azion virtuofa , la quale, chi la facede per al. tro fine che per ufar virtù , non farebbe più azion virtuofa . Però ben difle Ariftotele nel libro fc- Tom. IP, E fio Digitized by Google 34 Parte Prima fio Sari y*f xvrri >) « rt ’Xo lcr ciò, che vuole, nè potefle fare altrimenti; quan- tunque le azioni umane folfero volontarie , prove- nendo da volontà , ndn fi ftimerebbono però libere, provenendo da volontà necelTaria . Par dunque chiaro, che ad un’ azion libera 6 ricerchi oltre 1’ eflere volontaria anche 1’ eflere fen- za neceflità; onde può ella definirli cosi, che fia_» un* azione volontaria fenza neceflità , o per dir lo fleflo in altro modo , un’ azion fatta per principio intrinfeco , e con cognizione , potendo anche non farli ; dove le parole; per principio intrinfeco c con co- gnizione, moflrano , che dee eflere volontaria ; e le altre; potendo non farli, levano via la neceflità. Diftinguefi nelle fcuolc una libertà, che è, di- cono, di indifferenza, da un’ altra libertà , che non è tale. La prima è quella libertà , che uno ha, di fcegliere tra due partiti qual più vuole,- non cflen- do per altro niente più inclinato all’ uno , che all’ altro. La feconda è quella libertà, che uno b», di fcegliere qual più vuole di due partiti, eflendo pe- rò più inclinato all’ uno , che all’ altro . Ed è chia- ro, che quella maggiore inclinazione non toglie la libertà , perciocché ella invita benfi 1’ animo , ma non Io sforza; ed egli fpefle volte condotto da ra- gione fceglie e vuole quel partito , a cui meno in- clinava. Altre divifioni fi danno della libertà; ma noi al prcfcntc non ne abbiamo bifogno . A que- Digitized by Googli Della Virtù’ Morali In Generali , 55 A quello luogo apparterrebbe una quiftione mol- to rottile, e molto agitata, cioè fe quella libertà, che fino ad ora abbiam definito, veramente fi dia; e fe T uomo 1* abbia . La qual quiftione è impor- tantiflìma alla morale; poiché fe 1’ uomo non è li- bero, ed è condotto in tutte le fue azioni da una certa fatale neceflità , che fervon dunque tante leg- gi , e tanti precetti ? Ma noi lafceremo tal contro- verfia ai filici , a cui Ila veramente di trattarla; e 1 terremo intanto per fermiflìmo , che 1’ uomo fia li- 3 bero, e non già condotto in tutte le cofe dal de- ; ftino , ficcome volle Zenone , e molti Stoici ; co- . mcchè Crifippo, che fu pure di quella fetta, e udì Cleante, c , come vuoili, fu difcepolo dello fteflfo Zenone, fottraeflc le umane azioni alla poteftà del deftino . Che fe pure alcuno Stoico ci importunane; e noi gli rifponderemo , che fe gli uomini fan per deftino tutto ciò, eh’ elfi fanno, noi, che credia- mo efler liberi, dovremo dunque elfere deftinati a crederlo ; e fe in quello ci inganniamo , la colpa., farà pur del deftino, e non noftra . Lafcinci dunque avere quella credenza, a cu , fecondo 1’ opinion loro, fìam deftinati. E ciò badi aver detto della libertà . CAP. Digitized by Google Parte Seconda 5 * CAP. VI. Che tcfa Jìa la virili , ripiegata avendo finqui 1’ azion virtuofa , farà fa* O cile intendere, che cofa fia la virtù, non eflen- do ella altro, che un’ abito di far le azioni virtuo- fe; c quando dico un’ abito, intendo una prontez- za , et una facilità di operare acquiftata con 1’ efer* cizio, e con 1* ufo. E certo non pare, che la virtù debba eflere al- tro, che un’ abito; perchè ficcome non fi dirà aver la faenza del danzare , nè fi chiamerà danzatore^ colui , che una volta fola , e Dentatamente fa un patto limile a quelli , che fanno i danzatori ; ma si colui , il quale eflendofi lungamente in quell’ arte cfercitato , ne fa far molti, e fpeditaraente , e con facilità, c con fcioltura , e con grazia; cosi pari- mente non fi dirà avere la manfuetudire , nè man* fueto fi chiamerà colui , che una volta fola , « a gran fatica abbia compreflo 1’ ira fua ; ma si co- lui , che avendol fatto molte volte, il fa oggimai facilmente, e quali fenza volerlo. E cosi può dirli di' ogni virtù . E' dunque la virtù un’ abito . Nè al- tro certamente , che un’ abito , intendon gli uomi- ni nel ragionar comune, qualora afano il nome del- la virtù . Il che da fe iolo batta a provar quello i che abbiamo propotto . Pur Digitized by Go * Dilla Virtù' Morale Tn Generale . 57 Pur quello Hello fi prova da Arillotcie con al* tra ragione affai Cottile , a intender la quale bifogna cominciar di più aito, lo dico dunque, che nell* anima foglion diftmguerfi dai Filofofi due parti, 1’ una delle quali chiamafi fuperioie , 1’ altra inferio- re. Alla prima appartengono due potenze, intellet- to, e volontà; alla feconda appartengono le paflio- ni, 1’ ira, 1’ odio, 1’ amore, 1’ invidia , cd alyo , tali « f Ora avviene fpeffe volte , che la volontà polla quali in mezzo tra 1’ intelletto , e le paflioni , fia quindi invitata dall’ intelletto con la rapprefenta- zione del vero , e dell’ onedo , e quindi tratta , e IJ quafi llrafcinata dalle pallioni con 1’ offerta lufmghe- vole d’ alcun piacere; di che la volontà ferite no- i ja; e con fatica, e difficilmente può indurfi a feguir * 1’ intelletto , e far’ azion virtuofa contraflando alle » pafiioni . Ben è vero, che fe ella fi avvezzerà a vin- ti cerle , acquifterà a poco a poco un’ abito , per cui t le vincerà poi facilmente . Così fono tre co fe neh’ 1 animo , che appartengono all’ azione , le potenze, » le paflioni , e gli abiti. li Ciò pollo argomenta Arinotele in quello modo, ri provando , che la virtù è un’ abito . Pare , che la ti virtù , appartenendo all* azione , debba effere una_ ir potenza, o una paffìone, o un’ abito; ma non è rè ti una potenza, rè una puflione ; dunque farà un’ abi- li to . Che poi non fia rè una potenza , rè una paf- fione , fi dimoftra così. Se la virtù folle una .peti a- 9ow. IV. H za, Digitized by Google 58 Parte Seconda ovvero una p^flìone, ne Arguirebbe, che tutti gli uomini avrcbbono la virtù, imperocché tutti han« no le potenze, e le padroni ; fe dunque non tutti hanno la virtù, bifogna dire, che la virtù non fia nè una potenza, nè una padrone. Oltre che gli uo- mini fi lodano per la virtù, edendo che per quella fanno le azioni virtuofe, e lodevoli; e ninno però fi loda per aver la potenza dell’ intendere , o del volere, poiché tutti 1’ hanno; dunque la virtù non confille in una potenza; molto meno in una pallio- ne; imperocché niun fi loda per edere iracondo , 0 timido, o invidiofo , effendo che la lode non vuo- le andar dietro a tali cole. CAP. VII. Qual Jfa il /oggetto della virtù , e d ’ alcune proprietà di tj/a . N On è alcun dubbio , che il foggetto della vir- tù fi è il virtuofo; poiché il foggetto di un’a- bito è quello , in cui rifiede tale abito; c 1’ abito della virtù rifiede nel virtuofo. Ma perchè il virtuo- fo può confiderarfi in più maniere, però diremo, che il foggetto della virtù è il virtuofo , inquanto egli vuole ; ovvero è la volontà della del virtuofo- E la ragione è quella. Il foggetto d’ un’ abito è quella potenza , che fa gli atti , per cui s’ acquila tale abito; ma la virtù è un* abito; e la volontàè qucl- Digltized by Googl Della Vieto' Morali In Generale . 59 quella potenzi) che fa gli atti virtuosi, per cui s’ acquila untale abito ; dunque la volontà è il foggetto della virtù. Che vale a dire: il virtuofo non è fog- getto di virtù» nè virtuofo, inquanto corre, o feri- va , o dorme ; ma foto inquanto vuole , o è difpo- fto a volere le cofe buone. Ma dichiariamo oramai alcune proprietà del vir- tuofo . E primamente dico, che niuno è virtuofo per natura . La ragione è quella . La virtù è un’ a- bito, e però dee acquiftarfi con 1’ ufo; ma quello, che dee acquiftarfi con 1’ ufo, non fi ha da natura; perciocché fe fi averte da natura , non farebbe ne- celTario 1’ ufo y dunque la virtù non lì ha da natu- ra ; dunque niuno è per natura virtuofo . In fecondo luogo , il virtuofo fa 1* azion vir- tuofa con piacere . La ragione è quefta . 11 virtuo- fo vuole 1’ azion virtuofa , e la fa ; ora niuno può far quello, che vuole, fenza fentirne piacere; dun- que il virtuofo fa 1’ azion virtuofa con piacere. Sen- za che fe il virtuofo facefle 1’ azion virtuofa con difpiacere, e con noja, la farebbe con fatica; dun- que non facilmente ; dunque il virtuofo non avreb- be 1’ abito della virtù ; dunque il virtuofo non fa- ria virtuofo, che è imponìbile. In terzo luogo , il virtuofo fa 1’ azion virtuofa virtuofamente ; che vale a dire fa 1’ azion virtuo- fa, e la fa con virtù. Ciò non ha bifogno di dimo- flrazione. Anzi vorrà alcuno, che più tofto li fpie* ghi , come poffa farfi 1* azion virtuofa fenza virtù. H 2 Se So Parte Seconda Se però fi riguardi la fola azione ellerna , è chiaro; perchè può uno fare 1’ azion virtuofa cfternaroente, et aver 1’ animo contrario , come chi donaffe al c impagno per poterlo più comodamente tradire. Collui. donando farebbe V azion virtuof .1 ellernamen- te , ma avendo l* animo contrario all’ onello , la farebbe fenza virtù. Che fc fi confideri 1’ azione non folo edema* mente, ma anche internamente virtuefa, può que- lla altresì farti fenza virtù . Perciocché colui , che la fa, può farla fenza avervi ancora acquillato 1’ a- biio . il qual fe gli manca, gli manca la virtù. Fa- rà dunque fenza virtù 1’ azion virtuofa . CAI». VII I. Della materia della virtù. L A materia , intorno a cui s’ adopra e fi efercita la virtù, è polla fecondo Arinotele nel piacere t nel dolore : xtpi trovar xaì XJr«r i che fi commovono per P apparenza di un dolore o prefente , o avvenire ; e in efultazione , e confidenza , che fi commovono per P apparenza di un piacere o confeguito , o da confeguirfi. Le altre padìoni fi riducono a quede quattro. Edendo dunque, che la virtù verfa intor- no alle padìoni, e quede intorno al piacere, et al dolore, par chiaro, che ficcome le padioni fono la materia prodima della virtù, così il piacere, et il dolore debban’ ederne la materia rimota . Dirà alcuno . Se la materia della virtù fon 1* padìoni, dunque non farà atto alcuno di virtù , do- ve non fia qualche padrone da mederarfi ; nè opere- rà virtù nè giudizia quel giudice , il qual giudichi rettamente una cauta , in cui egli non fia da veru- na padìone incitato. E pur quedo non par, che fia vero; dunque la materia della virtù non fon le paf- fioni Ri- Digitized by Google 61 Parte Seconda Rifpondo, che colui, che fa azion buona, non fa però azicn virtuofa , fe non la fa con coftanza d’ animo , cioè difpofto a farla , quand’ anche la_. paffione gliel contendefle; nè io dirò molto virtuo- fo quel giudice, il qual giudica rettamente la cau- fa, in cui nè 1’ intcrefle , nè la grazia lo tentano, eflendo però difpofto a fare un giudicio diverfo, ca- fo che Io tentaflero. Non può dunque efercitarfi vir- tù , fenza difpofizione a vincere le paffioni; c que- lla difpofìzione è la virtù flefla , la cui materia fon le paffioni, che ella vince, o è difpofta di vin- cere . Ma dirai . Se uno avelie g : à moderate le paf- fioni per modo, che più non gli defier contraffo, egli, fecondo voi, non potrebbe più operare virtuo- famente , poiché mancandogli il contrailo delle paf- fioni gli mancherebbe la materia della virtù. E pur quello par falfo. Et io rifpondo, che colui, che ha moderatele paffioni , le ha però tuttavia; e fe non gli danno contrailo, ciò avviene, perchè egli per P abito, che ha acquiftato , le fa tenere in quella moderazione, a cui già le ridufle, e che effe di lor natura volen- tieri non foffrono . Or quella è una certa maniera di vincerle; eflendo un vincerle il tenerle per mo- do, che non poffano far contrailo. Tu dirai . Se fi delie un* uomo fenza paffioni , egli certamente farebbe più perfetto degli altri uo- mini , e però dovrebbe aver fenza dubbio la virtù; • don- Della Virtù' Morale In Generale . 6 $ dunque non dovrebbe mancargli la materia della vir- tù ; e pure gli mancherebbono le paflìoni; dunque non è da dire , che la materia della virtù fieno le paflìoni . Al che rifpondo, che colui, il quale non avef* fe pallione alcuna , non avrebbe nè men virtù; non già che egli non operafle le co fe onefte; che certo le opererebbe , e con facilità , c prontezza Comma ; ma in lui 1’ operarle non farebbe virtù ; elfendo che non ogni prontezza a fare le cofe onefte è virtù , ma folo quella, che fi acquìfta con l’ ufo di vincere le padroni , et è abito. Quella prontezza, che a- vrebbe uno , in cui non potettero levarli a tumulto le paflìoni, farebbe un’ inclinazion più felice, ma non virtù . . Nè fo poi, fe io mi debba concedere quello, che hai detto, cioè che un uomo, a cui mancafle- ro le padioni, fede perciò più perfetto degli altri uomini ; nè anche quello, che éflendo quello mara- vigliofo uomo più perfetto degli altri uomini, do- vette perciò aver la virtù . Imperocché quanto al primo, niente vale il di- re , che le paflìoni fieno di lor natura cattive , e ■fieno imperfezioni ; onde ne fegua , che chi non le avede , dovette tfler perciò più perfetto uomo degli altri. Perchè io rifpondo , che quanto all’ edere le padioni di lor natura cattive, quella è gran quiftio- ne,di cui tratteremo appretto. Ma pollo pure, che contengano imperfezione; anche T eflfer corporeo ne Digitized by Google 64 Parte Seconda ne contiene; rè però perfetto farebbe un* uomo, a cui mane. Afe il corpo; e fimilmente non farebbe perfetto un’ uomo , a cui mancadcro le padioni. Quanto poi alla feconda cola, che hai detto, cioè che tflendo quell’ uomo maravigliefo , a cui mancano le palfioni , più perfetto degli altri , dee perciò aver la virtù , che h^nno gli altri , eflendo certamente la virtù una perfezione : rifpondo c ò ef- fer f-lfo ; poiché la virtù è perfezione , ma è per- fezione dell’ uomo, che vale a dire di un foggetto ragionevole capace delle padroni . Che fe noi fnp- ponghiamo un’ uomo incapace delle padroni , noi Io fupponghiamo più che uomo, e lo fucc'am quali un Dio; e ad eflb lì converranno p : ù predo le perfe- zioni divine, che le umane. Laonde non farà gir- tuofo ; et operando le cofe buone non le opererà per virtù, ma per un* altra difpolìzione affai più no- bile della virtù . CAP. IX. Se le paloni Jìtno cattive di lor natura . TL luogo idedo ci chiama ad una quidione affa* ^ i «d è , fe le padioni fieno cattive di lor natura. Li Stoici credetter , che fodero; e quindi argomentavano, th; dovefle 1* uomo efiirparle, e-/ levarle via del tutto . Aridotele modrò meno alte- rigia , e fi contentò , che i* uomo avelie le fue paf’ fio- Digitized by Googli Della Virtù' Morale In Generali. 6 % /ioni, purché le reggeffe e moderalfe. Prima di entrare in una quiftione tanto profon- da, par neccflario definir bene, che cofa fia pallio- re,* e vedere in quante maniere poffa voler dirli cattiva. Io dico dunque, che la paibone altro non è, che un movimento dell’ animo, il quale, per 1* apparenza d’ alcun piacete , o difpiacere , fi ec- cita a inclinare la volontà, fenza afpettar 1’ clamo della ragione . E di qui fubito fi vede , che la paf- fione può inclinar 1’ uomo anche a cofa buona, po- tendo inclinarlo a ciò, che la ragion poi approvi , e commendi . Quelli poi , che dicono efler cattive le palfio- 'ni, pofion dirlo in due maniere; prima volendo li- gnificare , che fieno malvagie , et abbiano difoneftà in fe , come hanno il furto, 1’ omicidio, e le altre colpe ; poi volendo dire , che fieno incomode , nojofe , coti)’ è la febbre, che non ha in fe malva- gità niuna, ma reca noja , et è cattiva. Ora accollandomi alla quiftione, e cercardoin primo luogo, fe le paflìoni fieno di lor natura mal- vagie, e difonefte , io dico, che non fono; perchè qual malvagità è in un movimento, che forge nell* animo per ordine della natura a inclinare la volon- tà ? Nè vale il dire, che elfo non afpetta I’ efama della ragione; e il non afpertarlo è malvagità . Per- chè a quello modo malvagità farebbe anche il d ge- rire i cibi, t il batter del cuore, e cenro altre..» operazioni, che nell’ uomo fi fanno, fenza afpettar few». IV. I la 65 Parie Seconda la ragione; la quale dee afpeitaifi dalla volontà | che è libera, non dalle altre potenze, che ftguono, e debbon feguire 1’ inftinto loro . Altrimenti mal* vagia dovrebbe dirli ancor la fame, e la fete , c 1 inclinazione al dormire , e qualunque altro appet co . Pur, dirà alcuno, le pafiìoni incitano la volon- tà ad operare fenza riguardo della ragione. Or non fon dunque malvagie ? Rifpondo , niuna malvagità edere nell’ incitamento , che effe danno alla vo* lontà , non effcndo in ciò colpa niuna; e la volon- tà fteffa fc è malvagia, non è malvagia, perchè in- citata ; è malvagia, perchè, effondo incitata, non attende 1’ efaroe della ragione, come potrebbe, e dovrebbe. E' dunque la malvagità nella volontà, non nella paffìone. Ma non fi dice tutto di , che la paffìone trae 1* uomo alle cofe difonefte? Et io rifpondo : talvol* ta anche alle onefte . L’ amor dei figliuoli trae V uomo a educarli bene . La compaflione trae 1’ uo- mo a follevare gli opprefli . Il defidcrio della glo- ria trae 1’ uomo alle magnanime imprefe. Quanto volte giovò 1’ ira ai forti, il timore ai prudenti, la verecondia ai coftumari ! Che fe noi volemmo levare dalle iftorie tutti i fatti gloriofi , a cui gli uomini furono dalla paffìone fofpinti , io temo, che affai pochi ve ne rcfterebbono . Non è dunque da dire, che le paflìoni fieno di lor natura cattive, fpingendo talvolta P uomo alle cofe difonefle ; poi* chè lo fpingon talvolta arvche alle onefte . E Digitized by Googli Della Virtù' Morale In Generale . 67 E quando ancora le paifioni incitano la volon- tà alle cofe difonefte, non è difonefto in loro 1* in- citarla ; è difonefto in lei il feguire un tale incita- mento, e abbandonarli alla paflìone più, che non dee; perciocché- la volontà dee feguir la paflìone, e valerfene fecondo che ragion vuole ; come il pi- loto fi ferve del vento fecondo 1* arte fua; il qua- le fe trafcura 1’ arte abbandonandoli al tempo , t-» va dove andar non dovea , pecca non il vento , ma egli . E cosi pure fe la volontà , mefla da par- te la ragione , fegue le palfioni , e trafcorre fuor dell’ onefto, la colpa é pur fua , non delle pallio- ni , le quali ben rette e moderate fervono a far più facilmente le azioni onefte , e fono gl’ inftrumenti della virtù . Ma fono alcuni , i quali dicono , le paflioni ef- fer cattive di lor natura , intendendo che fieno non già difonefte , c malvagie, ma faftidiofe et impor- tune , dovendo V uomo ftar fempre in fu ’l regger- le , e moderarle, il che gli da noja , c fatica; co- me dunque le malatie fi dicon cattive, benché non malvagie, così pare che poflan dirli ancor le paf- fioni . Il quale argomento è da diftinguere ; perchè febben le paflioni a chi non è ancor virtuofo reca- no noja grande, e fallidio , non ne recan però a chi è già virtuofo, perciocché il virtuofo , avendovi fat- to 1* abito, le governa, e le tempera facilmente ; e fapendonc , per cosi dir, 1’ arte, le regge con pia- cere , come il cavaliere , che regge il cavallo con 1 2 raae- I I l 6 % Parte Seconda maettrit , e vi ha diletto, piacendogli di far ciò, che fa far così bene , e fe il cavallo nioftra sdegnar- fi del freno, e tuttavia gli obbedifce , piace ancor quello fdegno . Non fon dunque le pafliom moiette nè faticofe di lor natura, eifendo tali fedamente a quelli, che non hanno virtù; poiché agli altroché fon virtuofi , cedono facilmente , e fi piegano coni’ etti vogliono ; di che eglino fenton piacere , e no traggono ajuto per far le azioni virtuofe con più pronto e ficuro animo. Per le quali cofe parmi do- ver conchiudere, che le paflioni non fono per mun modo cattive di lor natura . C A P. X. Se la virtù Jia pojla in un certo mezzo tra l' ecccjjo , e il difetto . C He la virtù, c Umilmente l’ azion virtuofa, con- fitta in mediocrità , cioè a dire in un certo mezzo pollo fra due eflremi , P un de’ quali cade in difetto, 1’ altro trafeorre in eccetto, è (lata fen- za dubbio opinione fertniflima d’ Arinotele ; così che egli non dubitò di definir la virtù f£ic Tpocupifni) •V fj.t Digitized by Googlel Delle Virtù’ In Particolari. CAP. III. Della Fortezza . L A fortezza è una virtù , per cui I’ uemo incon- tra i pericoli , c (offre i mali della vira con grande animo. E dico, che incontra i pericoli con grande animo, quando gl’ incontra, niente più te- mendogli di quello, che ragion vuole; e ufate le cautele, che può ufare e dee, non cu^a il reftante. Dico poi, che fofFre con grande animo i mali del- la vita, quando gli foffre, fenza troppo attriftarfene, e prendendo quel conforto, che può , dai beni , che gli rimangono , e maftìme dal piacere dell’ oneflà. Quella diffinizione della fortezza non è guari diverfa da quella , che fino dai tempi di Platone ci hanno lafciata quali tutti i filofofi , proponendo, co- me materia di fortezza , tutte le cofe , che vaglio- no a rattriftarci , c far paura. Et io credo facilmen- te , che Arinotele non d’ altra maniera intendefft> quella virtù, che egli chiamò cutgu'x , gli altri han- no interpretato fortezza; e fi direbbe forfè meglio virilità . Sebbene fon di quegli , i quali credono , ch« Ariftotele reflringefle quella virtù fua ai pericoli del- la guerra; e certo volendo proporne efempi, fem- pre gli tralTe dal valor militare . Ma forfè ciò fece, perchè effendo materia della fortezza tutte le cofe L x ter- Digitized by Google *4 Parte Tuia terribili, egli volle trarre gli efempi dalle più illa- Uri. Parmi poi, che Ariflotele là, dove tratta di quella fua virtù, che chiama «vip * /’«, abbia voluto, non g‘à definirla , ma defcriverlj più torto- e conv mendarla; il che potrà ognuno facilmente intende- re , leggendo quel capo. Non può dunque così di leggeri accertarfi , Cotto qual definizione egli la com- prenderti: . Gli eftremi della fortezza, almeno inquanto ri- fguarda i pericoli , fono 1* audacia, e il timore. L’ audacia è di colui, che troppo fprezza i pericoli , e non ufa quelle cautele, che ragion vuole; il timo- re è di colui, che troppo fe ne turba , e però gli sfugge, quando dovrebbe incontrarli . E 1 proprio del timido ufar molto più cautele, che non bifogna; febbene , dove il pericolo fia viciniflimo, rantoli turba , che non fa prender configlio, nè può. Sono alcuni abiti , i quali dal volgo fi chiamati fortezza, e non fono; perciocché nè quelli fon for- ti , che fi efpongono ai pericoli per mercede, nè quelli, che il fanno folo per ira; poiché niuno di quelli opera per fine di oneflà , tolto il qual fine è tolta via la virtù. Nè quelli pure fon forti, i q ua * li fi confidano tanto nella perizia, e robuflezza lo- ro , che non credono eflere verun pericolo nell’ in* contro, perciocché fe fi leva 1’ iramaginazion del pericolo, levafi eziandio la materia della virtù. £ quelli tali fon da temerli , ma non fon forti . Delle Vxrtu' In Pakticolars. 85 C A P. IV. Della Temperanza . L A temperanza è una virtù, per cui 1’ uomo 6 attiene moderatamente, cioè, quanto ragion- vuole , dai piaceri ; nè dico da tutti, i piaceri, ma da quelli, che confiftono nel mangiare, e nel bere; e da quelli , che appartengono al fentimento del \ tatto . Perciocché colui r che ufa moderatamente, e fol quanto gli fi conviene , del piacer della mufica, benché faccia azion buona , e virtuofa , e lodevo- le , non però temperante fi chiama; nè interoperan- À te li direbbe, quando ne ufafle foverchiamente . E \ Umilmente colui, che fi dà al piacere della' caccia, o del ballo , o dell r armeggiare , o d r altra tal’ ope- ra; il quale rè temperante nè intemperante fi chia- ma ; ma è da dittinguerfi con altro nome Gli eftremi della temperanza diconfi eflere 1* intemperanza , e 1’ infenfibilità . V intemperanza-, trae ali’ eccetto, et è di colui, che va dietro a' pia- ceri foverchiamente . L’ infenfibilità poi farebbe di uno, il qual non avefie il gutto nè del mangiar, nè del bere, c non fentifle le lufinghe del tatto, e que- fto eftremo è più tofto difetto di natura, che feoftu- matezza, et è tuttavia rariflìmo , e forfè anche im- ponibile . Chi dunque fotte infenfibile o ftupido, non avrebbe colpa, ma nè puie virtù. Fin- Digitized by Google 8 non conviene . Nel che mancano gli adulatori , che per fin di guadagno, o per renderfì aggradevoli , lo- dano eziandio le cofe , che fon da biafimarfi. E ca- dono in quello eftremp ancor quelli , i quali leda- no le qualità buone , che ha un viziofo , conofccn- Tom. 1K N do 98 Pur! Timi do per altro , che quella lode nutre , e fomenta la malvagità; come colui , che parlando con 1 ornici» da , ft eftende a lodarne, et efaltarne 1* accortez- za , 1’ ingegno, 1’ ardire, nulla riprendendo 1’ omi- cidio fletto; poiché 1’ omicida contento di quelle lo- di meno penfa ad emendarfi; e quelli peccano nel- la gentilezza , perchè lodano quando , e come non conviene. H Umilmente fanno quelli, che udendo alcuna malvagità , o vedendola , non la vrglion ri- prendere , quantunque pollano , e fi rccciono ; i qua- li non vogliono difpiacere ai cattivi, nè credono di peccare, perchè peccan tacendo. Nè io fo , (e più nuocciano al buon coftume quelli cortefi . che nrn difapprovano mai niuna cofa ; o quei faftidiofi,chc le difapprovano tutte. L’ altro eftremo della gentilezza è di quelli , che nell’ altrui lode fono più fcarfi di quel che con- viene; nel che cadono facilmente gl’ invidiofi , e i ibperbi ; e quelli fono veramente pù odiati , che gli adulatori ; ma non forfè più malvagi . Laonde fa- rebbe da ftudiarfi grandemente la gentilezza ; per- chè febbene quella virtù è poco celebrata dagli uo- mini , è però affai gradita, e 1’ un degli eflremi è molto odiato , 1* altro è molto degno di efferc . CAP. Digitized by Gc Dell* Virtù' In Particolare . 99 CAP. XII. ■à' Della Piacevolezza . N Oi chiameremo piacevolezza quella virtù , che Ariftotele chiamò torfaicsXiK , e confitte nel ral- legrare e tenere in feda le compagnie con ragiona- menti graziofi, c leggiadri motti; il che facendoli moderatamente, e fecondo che alle perfonc con- viene , et al luogo , et al tempo , e alle circoflan- ze tutte , contiene virtù morale . Che fé uno eccede in ciò, trae in un vizio, che potremo dire buffoneria ; come quelli , che per far ridere ufano motti ofccni , et avvilifcon fe fletti , e raccontano cofe fporche , e laide; il qual collume è minimamente dei comici , e dei poeti italiani , tra quali non è mancato chi faccia la laudaziont> dell’ orinale. E Umilmente fono colpevoli tutti quel- li , che fcherzano con poca riverenza della religio- ne , e delle cofe facre . L’ altro eftremo della piacevolezza è di quelli, che nell’ ufo delle facezie fono più fcarfi , che non conviene. E in alcuni veramente è da riprendere una certa rozzezza d’ animo, che emendar potreb- bono , e non vogliono; i più però, anzi che vizio di cofturae, hanno difetto di natura , ricercandoli un certo ingegno a ritrovar le facezie accomodate al tempo, e ali’ occafione; il qual’ ingegno ove man- N z chi , Digitized by Google loo Parte Tuia chi, nulla ferve la volontà. Però ficeome la ma- gnificenza non è fe non dei ricchi, così la piacevo- lezza non è fe non degl’ ingegnofi. E perciò ficco- me mal farebbe il povero a voler ufare la magnifi- cenza , così mal farebbe colui , che volefle utare-# la piacevolezza , non eftcndovt da natura difpofto . CAP. XIII. Della G inflitti €. L A giufìizia è una virtù, per cui 1’ uomo è difpo- fio di dare altrui prontamente quello, che gli fi dee . E però giufìizia in primo luogo fi chiama quell’ abito j che uno ha di fare generalmente le cofe o- refìe ; perchè il farle è un’ obbedire alle leggi , e predare alla fovrana et immutabile autorità dell’ o- nedo quella fommifiìone, che per noi le fi dee; di che nulla è più giudo. E queda giufìizia legale vien detta, e non è una particolar virtù abbracciandole generalmente tutte. La giufìizia poi, che può dirli virtù particola- re , e di cui ora trattiamo, fi è quella, per cui 1* uomo è difpofìo di dare all’ altr’ uomo quello, che gli fi dee. E perchè quello, che gli fi dee, può doverglifi principalmente in due maniere , o perchè P abbia meritato , o perchè fiafi così per certo ra- gionevol cambio convenuto; quindi nafcono due./ maniere di giufìizia . La didributiva , per cui fi af- fé- ' Digitized by Gc Delle Virtù' 7n Particolare . ioi fegnano i premj e le pene fecondo il merito ; e la commutativa , per cui fi cambiano i beni , non fe- condo il merito di ciafcuno , ma fecondo il conve- nuto . Perché fe il compratore sborfa il prezzo del- la roba comprata al mercatante , egli non riguarda il merito del mercatante , ma 1* obbligo della con- venzione. All’ incontrario il principe , che punifce il reo, riguarda il merito di lui, non alcuna parti- colar convenzione, che con tifo abbia. Suol dirli , che la giuftizia diftnbutiva va dietro 1 a una certa proporzione , e la commutativa va die- tro all’ egualità. Noi fpiegheremo brevemente que- llo detto , il qual contiene il fondamento e la forn- irla dell’ una, e dell’ altra giuftizia .. La giuftizia difttibutiva dunque va dietro a una certa proporzione, inquanto che diftribuendofi i pre- mi e le pene fecondo il merito, bifogna , che qual* è la proporzione, che parta tta il merito d’ uno, e il merito di un’ altro, tal fia quella, che parta tra il premio o la pena , che fi dà all’ uno , e il pre- mio o la pena, che vuol darfi all’ altro. Levandoli via quella proporzione levali via la giuftizia diilri- butiva .- E quindi fi vede , che in due maniere può man- carli alla giuftizia diftributiva , o dando più di quel- lo , che la fuddetta proporzione richiede , o dando meno; e quelli fono gli ellremi d’ erta giuft zia, ben- ché ne’ premj il dar più di quello che la proporzio- ne richiede , e nelle pene il dar meno , non è fem- Digitized by Google I 102 Parte Terza pre atto viziofo , qualunque lìa Tempre fuori del giu- do. Perciocché 1’ uomo non è obbligato a efercitar giudizia ad ogni tempo ; e fa bene talvolta a cfer- citar più todo qualch’ altra virtù; come colui, che cadiga meno del giudo, e in quedo adopra clemen- za; e colui, che premia oltre il merito, e in que- llo adopra liberalità . La giudizia commutativa poi va dietro all’ «- gualità, inquanto che cambiandoli per efla i beni, non è giudo il cambio, fe non è eguale, e fe 1’ ' uno non dà tanto all’ altro , quanto ne riceve . E benché nelle occorrenze della vita fogliano cambiar- li certi beni, che per fe ftefli non hanno proporzio- ne alcuna, nè egualità (perchè li cambiano indiftin- tamente e vedi, e pitture, e cale, e poderi, e di- ritti , e dominj , ed altre cofe tali ) quedi tuttavia fi rendono eguali per rilpetto del danaro, che è co- me una mifura comune ; perchè fe la pittura a giu- dicio degli uomini vai tanto , quanto il podere , fi dice , che la pittura , -e il podere fono eguali . E quand’ anche danari non fodero, come una volta-* non furono, potrebbon però dirli eguali quei beni, che egualmente conducono alla felicità. Imperoc- ché fe tutte le azioni umane alla felicità fon diret- te; nè altro fi cerca dagli uomini , nè fi vuole, fe non la felicità fola ; che fanno elfi dunque nelle lor compre, c nelle lor vendite, e nè i lor mutui, e in tutti i loro contratti, fe non che trafficare quan- - do una parte, c quando un’ altra delle loro felici- tà? Digitized by Goq le Di-li* Virtù' Tn Pabticolari . rcj tà ? Nel qual traifijo per quello ancora ricercali 1* uguaglianza, avendo tutti gli uomini per naturalo* ro alla felici t à egual diritto. Intanto per le cofe dette fi vede, poter uno mancare in due modi alla giuftizia commutativa , o dando più di quello, che 1’ uguaglianza richiede, o dando meno ; benché chi dà più , non commette colpa, ma è in errore; colui, che dà meno , offen- de la giuftizia, et opera difoneftamente . E di quj può conofcerfi , quali fieno gli eftremi della giulli- zia commutativa Nè Ariftotele fi allontanò guari da quello no- ftro difeorfo, avendo infegnato , che la giuftizia com- mutativa è porta tra il far danno, et il riceverne; alla qual Temenza procedeva in quello modo . Fa- cendoli alcuna commutazione tra due perfone , non può ella dirli del tutto giufla , fe,non è tale rifpet- to ad amendue le perfone, che la fanno ; ora fe 1’ una perfona fa danno all’ altra, la commutazione è ingiufta rifpetto ad clfa , fe riceve danno dall’ al- tra , è ingiufta rifpetto all’ altra ; non può dunque la commutazione dirli del tutto giuda , fe il com- mutante o reca danno, o ne riceve’, onde pare , che la giudizi commutativa debba efler polla tra quelle due cofe .• Per tutto quello, che è finquì detto tanto del- la giuftizia diftributiva , quanto della commutativa , affai fi conofce non avere i Pitagorici compiutamcn. te intefo la natura di quella virtù , allorché infegna- rono i©4 Parts Terza rono non cfiere omeralmente la giuflizia , fe non che to’ JvTirexatS ce , cioè il contraccambio , che al» cuni hanno chiamato tallone , e volevano con ciò dire, che ognuno debba ricevere tal cofa appunto, quale altrui diede , e in ciò fia polla tutta la giu» llizia. Nei che per verità fi ingannarono ; perchè (eb- bene può aver luogo qualche volta , che fe uno rompe il braccio ad un’ altro , giuflizia fia , che a lui Umilmente fi rompa il braccio; e fe uno dà cen- to feudi, a lui parimente cento feudi fi dieno;tut* tavolta non è fempre così . Perchè come può darli tal contraccambio ad uno , il quale con fuo perico- lo abbia confervata la patria? E pure giuflizia vuo- le , che fia premiato. Et a colui , che merita pre- mio per qualche feienza con lungo Audio acquie- ta , fi rende non già un’ altra feienza , come richie- derebbefi al contraccambio , ma bensì ricchezze et onori. Oltre di che ognun vede, che fe il nobile , « 11 cittadino confkituito in maelìratura , percuote il plebeo , non dee elfere dal plebeo ripercoflo all* ifteffò modo; facendo la difuguaglianza delle perfone, che in egual percoffa fieno le offefe difuguali . On- de apparifee, che introducendo i Pittagorici il con- traccambio , levavano 1’ uguaglianza . Vegniamo ora a certe convenzioni , le quali perciocché inducono obbligo, pajono contenere giu- lìizia commutativa; nè però giulìizia commutativa propriamente hanno in loro, nè egualità, anzi nè giulìizia pure in niun modo; nel che fe io m’ io- ga n- Digitized by Delle Virtù' In Particolare . 105 gannì, vedranno altri. E certamente nelle donazio- ni , che fi fanno tra gli uomini , e fi pongon nel nu- mero de’ contratti , non par che fia egualità nè giu- fiizia niuna ; perciocché colui , che dona , dà al compagno fenza volere ricever nulla; nè può dirli, che dia ad altrui quello , che gli fi dee ; anzi dà quello , che non gli fi dee, e per quello dona ; et è liberale, non giudo. Par dunque che la donazione, benché fra i contratti abbia luogo, non contenga-* però giufiizia veruna , nè polla contenerla . Ma fono ancora altre convenzioni , nelle quali non è, nè può edere egualità, nè giufiizia per riflet- to della materia , di cui fi conviene ; perciocché uno talvolta trae in contratto certi beni così alti e magnifici , che non hanno prezzo , che gli eguagli ; come il medico , che reca la fanità all’ infermo , convenutoli di certa fomma; e il maefiro Umilmen- te , che infegna la feienza allo fcolare; perchè la fanità, e la feienza fi (limano dagli uomini maggio- ri di ogni prezzo, forfè perchè fi crede cordur quel- le all* umana felicità più che qualunque fomma di danaro. Ora quelle convenzioni, quantunque giufie a qualche modo dir fi podano, e inducano obbiga- zione in chi le fa, non contengon peto vera e pro- pria giufiizia commutativa , non contenendo ugua- glianza. Che fe 1* infermo dee pure al medico la__. fomma, onde s’ è convenuto, e lo fcolare al roae* Oro; ciò viene perché così s* è convenuto, e vuol mantenerli la fede data ; non perchè nella conven- Tom. IK O zio- io 6 Parte Terza zione contengaci permutazione, o cambio giufto ve- runo . Alcuni però, per ridurre quelle tali convenzio- ni all’ uguaglianza, le torcono con interpretazione per tal modo, che convenendoli il medico di rifa- nar 1’ infermo per certa Comma, e il roaeftro di ad- dottrinar Io fcolare , non fi conviene propriamente nè della fanità , nè della dottrina; ma fol fi pone in contratto quella material fatica , che f^nno il medico, et il maeftro a procurar quegli la fanità dell' infermo , e quelli 1’ ammaellramento dello fcolare. Cosi levando dalla materia del contratto la fanità, c la dottrina, che fi llimano maggiori di ogni prez- zo , e ìufciandovi la fola material fatica o del me- dico , o del maertro , pretendono ridur le parti a egualità, potendo elìere a tal fatica prezzo eguale . Comunque fiali, par certo, che la giufiizia commu- tativa propriamente non abbia luogo , qualor vo- glianfi porre in contratto certi beni fuperiori ad ogni prezzo. Il perchè bene e faviarcenre hanno difpo- fto le leggi di molti popoli , che non fi mettano a vendita i madlrati , nè le cofe fante e confacrate dalia religione . Siccome poi ha dei beni, che per valer trop- po non portoti venire in cofnmurazione eguale e giu» ila; co'ì ha delle perfone, che non poffon far com- mutazione alcuna, non avendo che commutare; nè è per queflo, che non fi- facciano convenzioni an- che con loro , alle quali dar fi dee piti torto per una cer- ì Digitized by Goi Delle Virtù' In Particolare . 107 certa fedeltà naturale, e coftanza d’ animo, cho per giuftizia. E di quella maniera fono gli fchiavi , che non eflendo padroni nè nell’ opera , nè dei cor- pi loro, non che della roba, non hanno che com- mutare . E però fe pongon fatica , e fi adoprano ne’ comodi de’ lor Signori , non polfon per quello prendere mercede alcuna ; e fe il padrone , o al- cun’ altro convien con loro , e ofierva il convenu- to , non è in quello vera e propria giuftizia com- mutativa, ma è un’ altra virtù. E lo ftefto firoilmen- te vuol dirli dei figliuoli, che fon del padre; e del- la moglie , che è del marito , i quali non polfono commutar nulla , fe già non avellerò beni proprj ; il che può variare fecondo la varietà delle leggi . Si fa una quiftione , fe l’ uomo pcfla e fiere in- giufto verfo fe ftelfo, e par di nò; perchè fe quel- lo , che riceve ingiuria , è contento riceverla , non è più ingiuria, fecondo il detto: 'volenti non Jìt in- juria ; ora fe 1’ uomo fa ingiuria a fe ftelfo , la ri- ceve anche egli ftelfo, et è contento riceverla, per- chè fe non folle contento, non la farebbe; dunque non è p ù ingiuria ; dunque non può 1’ uomo fare-/ ingiuria a fe ftelfo ; dunque non può edere ingiuflo verfo fe ftelfo. Ben’ è vero, che fe uno uccide fe ftelfo, quantunque non faccia ingiuria a fe, par tut- tavia , che la faccia ai parenti, et agli amici , e tnalfimamente alla patria ; perchè niuno è mai tan- to fuo , che non lìa in qualche modo ancor degli aliti , i quali polfon volere, e vogliono, che efioli O z con- ic8 Parti Terza confervi al ben comune ; e però fa ingiuria a loro, privandogli di un bene , che poifon pretendere , e pretendono . Finquì abbiamo detto di tutte le undici 'virtù , che furono da Ariftotele annoverate; delle quali fe alcuno non farà contento, e vorrà aggiungerne del- le altre, non molto con lui contrarieremo; nè fa- remo quello, che fanno cert’ uni , i quali , corno avellerò obbligo di follenere, che le virtù tutte io quelle undici debbano contenerli, fi fludiano con ogni sforzo di ridurre ogni abito virtuofo , qual eh* egli fiali, ad una di effe; f-cendo pere ò bene fpef- fo violenza alle definizioni, e interpretandole . e tor- cendole (Iranamente , di che nafeon litigi fenza fi- ne . Noi però lafciereroo ad altri quella fatica, nè molto ci cureremo di ridurre alle undici virtù fo« praddette o la clemenza, o la fedeltà, o la religio- ne , o la gratitudine , o la cortefia , o altra virtù non nominata , contenti eilendo , che oltre le vir- tù annoverate da Arinotele altre efler ne pollano. E certo egli par bene , che ficcome ha una virtù , che verfa intorno alle fpefe, e chiamali magnificen- za ; così potrebbe notarfene un’ altra, che verfafle intorno alle fatiche, et un* altra, che verfalTe in- torno agli fludj , et un’ altra , che verfafle intorno alle vilìte et ai palleggi , eflendo tutte quelle cofe capaci di mediocrità così , come fono di eccedo, e di difetto . E fe tra le virtù morali fi pon 1’ abito di ufar facezie , e di tener graziofi ragionamenti , Digitized by Goo coramife, o in altro modo; poiché quantunque il ladro fi penta, e reftituifea quello, che ha rubato, egli è però tuttavia un ladro , et è colpevole di quel fur- - Digitized by Goo e qual la materia . P V_^ Oncioffiacofachè la parte ragionevole dell’ a* rimo, che chiamati ancor fuperiore , contenga due potenze, intelletto, e volontà, avendo noi detto abbaftanza della feconda , in cui, come nel fogget* to loro , rifeggono tutte le virtù morali , rcfta che diciamo ancor della prima . E per cominciare dal- la dtffinizione diremo, che P intelletto è quella po- tenza, che riguarda le cofe. in quanto fono da co- nofcerfi, che è lo fìeffo che dire , in quanto fono ve- re; ficcome la volontà è quella potenza, che riguar- da le cofe, in quanto fon da voletfi, che è lo fteffò che dire % in quanta fon buone.. E' p ruto ad Arinotele , nè fenza ragione , che 1’ intelletto debba diftinguerfi in due facoltà ; I* una delle quali può chiamaifi contemplativa ; 1* altra.» confutativa , ovvero deliberativa. La contemplativa è quella , che confiderà le cofe non per altro, che per conofcerle, come fa il matematico allorché con- fida* il rivolgimento delle sfere . La confutativa è quel- i Digitized by Google ii8 Paith Q^u a r t a quella , che confiderà le cofe non fol per conofcer- le , ma per prender configlio fopra di effe , e deli- berare; perchè (ebbene 1* elezione è propria della volontà) ffa però all’ intelletto d’ efaminar le ra- gioni dell’ eleggere . Ora potendo l’ uomo di leggieri ingannarli , e trafcorrere in errore tanto nel contemplar le cofe, che folo vuol conofcere , quanto ancora nel delibe- rare, è certiflimo, che egli può con lo Audio, e con 1’ induftria, c col lungo cfercizio acquiftarfi un’abi- to di giudicar rettamente , e conofcer le cofe, co- me fono in fé, e di vedere alle occafioni , qual con- figlio lia da prenderli , e qual no ; nè può negarli , che quello abito non lia un compimento, e una per- fezione delle fopraddette due facoltà . Laonde non fenza ragione fi chiama virtù , e dicefi intellettua- le , perciocché appartiene all’ intelletto ; ficcome le virtù , che rifeggono nella volontà e la rendono mo- deratrice , e (ignora delle paflioni , fi chiamano no* tali , perciocché appartengono ai cofiumi . Sia dunque la virtù intellettuale un’ abito di conofcer le cofe rettamente , o fi confiderino fol per conofcerle , o fi confiderino per deliberarvi fo- pra. E di qui può vederli, qual fia il (oggetto del- la virtù intellettuale, e qual la materia; imperoc- ché il (oggetto fi é 1* intelletto roedeliroo , in cui efla virtù rifiede ; e la materia fono le cofe iftefle , che lì conliderano, inquanto fon da conofcerfi . E ciò balli aver detto dell’ c (lenza della virtù in- tel- Digitized by G DeLLI VIRTÙ* INTHtLETTUALI . tip tellettuale, e del foggetto di effa, e della materia. CAP. II. Cbe la 'Virtù intellettuale è necejfaria alla felicità . C He la virtù intellettuale fia neceflaria alla feli- cità , può dimollrarli con molte ragioni. Noi ne diremo alcune; e la prima fia quella. ElTendo non altro la felicità, che la fomroa di tutti i beni, che perfezionano la natura dell’ uomo , ne vient> per confeguente , che tutto ciò , che perfeziona la natura dell’ uomo, fia neceffario alla felicità. Ora la virtù intellettuale perfezionando l’ intelletto, perfe- ziona fenza alcun dubbio la natura dell’ uomo ; dunque fcnza alcun dubbio è necefiaria alla felicità . E fé a com- porre la fomma felicità vuoili la bellezza ; come non fi vorrà anche la lcienza , eflendo quella ornamento dell’ animo non men che quella è del corpo ? Un’ altra ragione fi è quella . Non può alcuno efercitare le virtù morali , come convienfi , fenza-. eleggere rettamente ; nè può eleggere rettamente fenza conofcer rettamente le cofe , che ha da eleg- gere; dunque all’ efercizio delle virtù morali è ne" ceflaria la virtù intellettuale ; ma quello è necelfa» rio alla felicità , dunque anche quella . Una terza ragione può efler quella . Quantun- que 1’ uomo fia, ficcome è paruto ad Arinotele, per na- Digitized by Google 120 Parte Q^u a r t a natura fua ordinato alla focietà , egli tuttavia non è tanto degli altri, che non fia ancora grandemen- te di fé medefimo; e però non pofla , anzi non deb- ba talvolta prender licenza dalla comunità > e ri- tirandoli nella folitudine di fe delio, ricercar quivi quella felicità , che fi conviene ai folitarj , e che_y confide principaliflìmamente nella contemplazione del vero , elfendo quella P atto più nobile , che far fi poflfa dall’ intelletto , il quale fra tutte le poten- ze dell’ uomo fi crede edere, ed è la più nobile) e più predante. Ora egli è certo, che 1’ uomo non potrà nè prontamente nè con facilità trovare il ve- ro , nè contemplarlo , fe egli non farà adorno del- la intellettuale virtù . Par dunque anche per que- llo , che la virtù intellettuale fia ncceffaria alla fe- licità . CAP. III. Divìjìone della 'virtù intellettuale . E ssendoli da noi poco fopra dillinto 1* intelletto in due facoltà, cioè nella contemplativa , e nel- la confutativa , par bene, che 1* abito, il qual per- feziona P intelletto, e chiamali virtù intellettuale, debba elfo pure dillinguerfi in due, P un de’ quali fia compimento e perfezione della facoltà contem- plativa, 1’ altro della consultativa . Ma queda di vi- fione par tuttavia troppo dictta , et Arinotele ha vo« Digitized by Goc DeILB Virtù' INtBLllTTUALI. I2t voluto allargarla alquanto. Diremo dunque cosi. La facoltà contemplativa comprende due parti, 1’ una delle quali verfa intorno ai principi, e 1* al- tra interno alle confeguenze , che da principi per via di difcoifo fi raccolgono . Imperocché in tutte le difcipline ha certe propofizioni , che fi conofco- no effer vere , non già perchè fi diniofirino , o fi raccolgano da altre propofizioni , ma perchè nppa- rifeon tali per fe ftefle; c quelle fi chiamano prin- cipi . Così fe uno dice: il tutto è Tempre maggiore di qualfivoglia delle fue parti ; quello è un princi- pio ; perchè tal propofizionc è manifella da fc , nè ha bifogno di effer provata per mezzo di altre pro- pofizioni , e con difeorfo . Ha poi delle propo- fizioni, che fi conofcono effer vere folo per via di difeorfo, deducendole e derivandole evidentemen- te e fenza dubitazicn niuna dai principi; e tali pro- pofizioni fi chiamano conclufioni , ovvero confeguen- ze . Cosi fe uno dice ; i tre angoli di qualfivoglia-. triangolo fon Tempre eguali a due angoli retti ; que- lla è conclufione ovvero confeguenza ; poiché tal propofizione non fi terrà per vera , fe non fi pro- verà per via di difeorfo, deducendola dai principi. £' chiaro, che la maniera , onde fi conofcono i principi , è molto diverfa dalla maniera , onde fi conofcono le confeguenze ; conofcendofi quelli pei fe ftelfi e fenza argomentazion niuna , e quelle fo- lo per via di argomentazione; onde pare, che be- re e rettamente dividati la facoltà contemplativa 1K. Q_ deli’ Digitized by Google 122 Parte Quarta dell’ intelletto in due , cioè in quella facolti , per cui 1’ uomo conofee i principi , e in quella, pei cui conofce, e deduce le conseguenze. Ora potendo amendue quelle facoltà perfezio- narli con 1* ufo , acquiftando fac li tà , prontezza , abito di efercitarle rettamente; po'ranno peic'òcf- ftr due abiti , l’ un de’ quali perfezioni la facoltà, per cui fi conofcono i principi; l" altro perfezioni la facoltà , per cui fi deducono le conftguenze ; noi la diremo feiema. Similmente la facoltà confultativa comprende anch’ elfa due parti ; imperocché o riguarda i’ ope- ra , che vuol farli, fecondo che ella efige p.ù torto una certa forma , che un* altra , o riguarda l’azio- ne ftefla del farla ; la qual diftlnzione eflendo un_. poco ofeura , la fpiegheremo con efempio . Quando uno delibera di fare un’ orologio , bifogna certo , che egli confulti fopra due cofe; la prima è, le a lui convenga tale azione, e fe gli ftia bene di fare un’ orologio ; e quella confultazione riguarda 1’ a- zione ftefla . La feconda è , di qual maniera debba effere un orologio , come debban comporli le rote , e le molle e come difporle, acciocché 1* orologio abbia quella forma , che più gli fi conviene; e que- lla confultazioe riguarda 1’ orologio ifteffo , non al- tro cercandoli, fe non la forma, che egli aver dee. E' chia- Digitized Delie virtù' intellettuali. iìJ E' chiaro , che quelle due confulcazioni fona tra loro molto diverfe , c però con ragione la fa- coltà confutativa è (lata divifa in due parti , cioè in quella , per cui fi cerca , fe 1’ azione convenga o no, e in quella, per cui fi cerca, qual debba ef* fer la forma della cofa , che vuol farli . Potendo dunque amendue quelle parti perfezio- narfi con 1’ ufo , acquiftando facilità , prontezza , a- bito di efercitarle rettamente , e come conviene , perciò potranno effer due abiti , 1* un de’ quali per- fezioni la prima delle fopraddette due parti , T al- tro 1’ altra ; e faranno due virtù della facoltà con- futativa . Ariftotele chiamò la prima ; noi la chiameremo prudenza; la feconda rìx«l » noi la diremo arte . Nafcono dunque dalle fopraddette divifioni quat- tro virtù intellettuali , cioè 1’ intelletto , che è un* abito di conofcere fpeditamente , e con chiarezza i principi; la feienza , che è un’ abito di dedurre fpe- ditamente , e con evidenza le confeguenze dai loi principi; la prudenza, che è un’ abito, di co- nofeer bene e prettamente , quali azioni fi conven- ga di fare, e quei no; e 1’ arte, che è un’ abito di conofcer bene e rettamente tutto ciò, che fi ri- cerca alla perfetta forma dell’ opera, che uno fa» Ora benché quetta divifione paja comprendere tutte quante le virtù , che appartengono all’ intel- letto , c poffa perciò alcun filofofo eflerne conten- to , non lo fu però Arinotele ; il quale oltre allo Q_ a quat- 114 Parte Qji a r t a quattro virtù fopraddette fe ne formò una quinta , che a lui parve più bella, e p ù penti ’e , e più re* bile di tutte 1* altre, e la chiamo vcp'ct , noi dire- mo Capienza. Ma egli la fpiegò tanto ofeuramenre, e cori la tenne nafeofa, che parve diurne gelofo . Noi però ne diremo alcun poco , come avremo trat- tato delle altre quattro . Ma prima di entrare a c*'ò . b. fogna , che noi . foddisfacciamo ad alcune domande. Perché prima faranno alcuni, i quali vorrano Capere , per qual cau- fa ponendoli la feienza tra le virtù intellettuali , ncn vi fi ponga ancor l’ opinione, che è un* abito di dedurre le confcguenze con probabilità bensì, ma però con dubbio, e temendo di errare; nel che cer- to fi diftingue dalla feienza. Nè dee confonderli con la prudenza , nè con 1* arte , poiché quelle due vir- tù efiendo pratiche, verfano intorno alle azioni, laddove 1’ opinione fi ferma bene fpeflb nella fpe- culazione , e nulla ha di pratico . Per qual cagione adunque non s’ aggiunge egli 1’ opinione , come una virtù intellettuale , alle altre quattro ? Rifpondo a ciò brevemente. Virtù non fi dice fe non quell’ abito , il qual perfeziona qualche po- tenza dell’ animo. Or T opinione cflendo feropre congiunta con timore, che polla efler fa!fociò,cbe fi tien per vero, come potrebbe compiere e perfe- zionar l* intelletto? Quaf intelletto potrebbe dirli pago , e contento , elfendo in tanto timore di in- gannarci ? E fe 1’ opinione di fua natura è foggetra all’ Datti VIRTÙ* INTILLETTUALI. 125 all’ errore, chi vorrà ascrivere al numero delle vir- tù un’ abito ingannevole ? Pur dirà alcuno. Anche la prudenza è fogget- ta all’ errore , come fi vede tutto ’1 dì , che s* in- gannano eziandio i prudentiffimi ; e 1* arte parimen- te . Dunque per la fieiTa ragione nè la prudenza } nè 1’ arte farebbon da porre nel numero dello virtù. Et io rifpondo , che la prudenza è bensì fog- getta all’ errore, ma non di natura fua ; e folo 1’ accidente fa, che erri talvolta. E in vero fe i pru- denti s’ ingannano , per quello s’ ingannano , per- chè non fono affai prudenti ; nafeendo Tempre 1’ er- rore non da prudenza , ma da mancanza di effa . Che fe fi deffe una prudenza perfettiifima , non fi ingannerebbe mai , nè lafcierebbe per quello di ef- fer prudenza. E lo lìdio Umilmente può dirli deli’ arte. All’ incontrario 1’ opinione traendo feco di faa natura il timor dell’ inganno , fenza il quale non farebbe più, rè fi dimanderebbe opinione, affai fi vede effere di natura fua feggetta ad ingannarfi . Pe- rò ben fi dice , effer virtù la prudenza , e 1’ arte ; non 1’ opinione; della quale benché 1* uomo fi fer- va lodevolmente in molte occafioni , non è però , che egli fe ne contenti ; e fol tanto fene ferve perchè non fpera di giungere a cognizion più per- fetta. Ma palliamo oramai a dire delle virtù intel- lettuali in particolare . CAP. Digitized by Google Fa iti Qj; aita C A I». IV. n6 Dell' intelletto. S Opra abbiamo detto , edere 1’ intelletto un abi- to di conofcer* certamente e indubitatamente^ principi certi e indubitati ; che vale a dire alcune propofizioni , la cui verità fi manifeda, ed è chiara da per fe fieffa fenza aver bifogno di alcuna dimo- (trazione . Di quella maniera fono tutti i principi della geometria, come quello, che due linee rette non pedono contenere nè chiudere fpazio alcuno; e quelli dell’ aritmetica, e molti della logica fono della (leda natura . Di qui fi vede, che la materia, intorno a cui Vtifa la virtù dell’ intelletto , fono i principi di tut- te le difcipline , che procedono con evidenza , co- me fanno la geometria , e 1 ’ algebra , e alcune al- tre ■ Ben è vero , che quelli principi fi poflTon cono- scere in due maniere ; e il conofcerli in una ma- niera è proprio della virtù dell* intelletto ; il cono- fcerli in altra maniera non è proprio della della vir- tù . Spieghiamo quede due maniere di conofcerli . Un principio, come fopra è detto, altro non è , che una propofizione , la qual fi manifeda da per fe ftefla fenza aver bifogno di dimodrazione. Ma non è per quedo , che egli non pofla atichedi- «odrarfi,* altro effendo il non aver bifogno di di- mo- i Digitized by Gc DeC.CS VI*TU r INTICtlTTtJAEI. T2? «^Unzione; cd alno ii non poter’ edere dimoflra- to. Così per cfenpio quel principio dei matematici : ogni parte è minore di quel tutto, di cui è patte: fi manifeda da per fe fteflo , e non ha bifogno di dimoftrazione alcuna . Tuttavolta alcuni metallici fi sforzano di dimoftrarlo , deduccndolo per via di difeorfo da un’ altro principio) da cui fanno difen- dere ogni cofa , td è, che Io ftelfo Soggetto non può infierne effere , e irfieme non cifre . Così lo Udrò principio non ha bifogno di dimoftrazione } * però, chi vckfle, può anche dimcftrarG. E nell’ ifleffo modo gli altri principi delle altre discipline fi dimoftrano dai metallici , benché non- ne fia bi- fogno ; e quindi è , che la metallica fi dice efler ra- dice ) e fonte di tutte le difcipline , perciocché di- moftra i principi loro. Potendo dunque un principio ciTere conofciuto per fe fteflo , et anche per via di dimoftrazione , non è alcun dubbio , che f« egli fi conofcerà per f« fteflo ) farà quella cognizione propria della virtù dell’ intelletto ; perciocché , conofciuto effendo per fe fteflo # egli avrà forma e natura di principio . Ma fe egli fi conofcerà per via di dimoftrazione , egli non avrà più forma di principio, ma di confeguenza ; e il conofcerlo a quello modo non apparterrà più ar- ia virtù dell’ intelletto , ma più tofto alla virtù del- la Scienza, di cui diremo appreflb. Si vede dunque, che la materia, intorno a cui verfa la virtù dell* intelletto, fono i principi , inquanto fi conofcono per fe medefimi • Dice Ii8 Parte Q^u a r t a Dice Ariflotele , che la virtù dell* intelletto verfa intorno alle cole ncceffarie ; e quello è da_» fpiegatfi. Dico dunque, che conolccndo noi i prin- cipi , intendiamo, che elfi non fchrccntc fon veri, ma ancora che elfi non polfono elitre altr. menti ; che vale a dire, fono veri nccelfariamente . E quin- di è, che da tutti li chiamano ncccflarj . Verfando dunque la virtù dell’ intelletto intórno a principi , fi dice, che verfa intorno alle cofe neccffarie . Non così fi direbbe dell’ opinione, la qual verfa intorno alle cofe, che fi tengon per vere, ma inficine fi conofce , che potrebbono elTere altrimenti. Finqul abbiamo fpiegato la materia della virtù dell’ intelletto. Prima di paflar più oltre, bifogna rifpondere ad alcuni, i quali negano del tutto, che fi dia una tal virtù. E quelli in vero vorrebbon con- fondere la potenza dell’ intelletto con quella virtù, che ha lo ftelfo nome; uno può conofcere per averle dimoftrate , et un’al- tro per averle fidamente fentico dire ai geometri; e tali propofizioni , in quanto fon dimofirate , fono materia di feienza ; e colui , che le fa per dimoftra- zione , fi dice , che le fa ; ma colui , che le cono* fee per altro mezzo, non fi dice, che le fappia. Potendo la materia della feienza dividerfi in più maniere potrà dividerfi fimilroenrc anche l’ abito. Quindi è, che moire feienze effer fi dicono , la geo- metria , P aritmetica, la logica, la metafilica , et altre, le quali tutte foro abiti dimofirativi; ma la R z ma* Digitized by Google i jz Parte Qjj a r t a materia e gli oggetti fono divelli, occupandoli la geometria nelle quantità eftefe, l’ aritmetica nel nu- mero , la logica nelle proprietà, e nella natura del fillogifmo, la metanica nelle cofe intelligibili , e che non cadono fotto i (enfi . E colui , che ha P abito di argomentare in alcun genere di quelle cofe, e può farlo con prontezza e facilità , fi dice avere quell» feienza , che in tal genere fi occupa. E’ flato detto da Ardetele, che la feienza ver* fa intorno alle cofe neceflarie, incommutabili, ed eterne; il che fi dimoftra eflar vero a quello mo- do. Le cofe , che fi conofcono per dimollrazione , e delle quali fi ha feienza , non folamente fi tengon per vere, ma anche fi tiene, che non polfano in- modo alcuno edere diverfamente , così che pare, che niuna vicenda, o rivoluzion di natura polla can- giarle. Moflra dunque, che fieno neceflarie, e in- commutabili ; e fe tali fono, fono anche eterne; perchè quello, che receflariamente è, nè può can- giarli , Tempre è; anzi è da per tutto, et ha una certa maniera di immenfirà . Di fatti qual luogo è , in cui non ritrovinfi le verità degli aritmetici , o dei geometri? Sono dunque in tutti i luoghi, e in tutti i tempi; o più torto eflendo fuor d r ognì luo- go , e d’ ogni tempo, non altrove polle e locate, che in fe medefime, rifplendono e fT manifertano ai tempi e ai luoghi tutti ; e perciò fono eterne et immenfe , e par che abbiano una certa fembianza di divinità. Ma lafciarao quelle fottigliezze ai me- tafifici . CAP. Digitized by Deli* virtù' inteiiettuali . CAP. V L *33 Della Prudenza'. F in qui è detto delle virtù intellettuali , che ap- partengono alla parte contemplativa . Palliamo ora a quelle, che appartengono alla confutativa; c prima diciamo della prudenza, della quale ci con- verrà di ragionare più largamente, elfendo quello luogo molto neceffàrio nella filoftfia, et anche non poco ofcuro. La prudenza è un’ abito di conofcere e di(l : n- guere rettamente , quali azicni li couvergan di fa- re , quali non fi convengano; e diciamo , che fi con* vien di fare un’ azione, quando il farla conduce al fine ultimo , cioè a dire alla felicità di chi la fa ; e perchè tali fono principalmente le azioni virtuo- fe, però può dirli , che la prudenza fia un’ abito di diflinguere principalmente quali fieno le azioni vir- tuofe , e quali no . Di qui fi vede, quale (fa la materia, intorno a cui verfa la prudenza ; ed è non altro , che le azioni convenienti, mafiimamenre le virtuofe . Ed è ufficio della prudenza il conofcerle , non il farle: elfendo che il farle appartiene alle altre virtù, co- me alla temperanza , alla roanfuetudine , alla for- tezza , che fono abiti di operare ; laddove la pru- denza è abito di conofcere; nè balla però alla pru- den- Digitized by Google i$4 Parte Q^u a r t a denza il conofcerle di qualunque modo ; ina Info- gna j che le conolca come virtuofe, e convenienti. Nè per quello , che liafi detto , effere la pru- denza un’ abito di conofcere, non di operare , vuoi- li conchiudere, che la prudenza ncn fia una virtù pratica; che anzi Arinotele la dcfrnifce * rpnxrixfi*, abito pratico; e altrove chiaramente »i et ) . Nè è da dubitare, che ella non tra virtù pratica, e non polla chiamatfi tale per la ragione, che fpiegheremo ora . Par certamente, che tutto quello, che appar- tiene alle azioni da fard , fccrgendole all’ ultimo fine, e imponendole talvolta, et ordinandole, deb- ba dirli pratico. Ora la prudenza dirige le azioni, moftrando qual fra da fard, e qual no, e le feerge all’ ultimo dne , e le impone talvolta e le ordina, onde anche dicefi da Ariftotelc irtraxnitfi ; pardunque , che la prudenza debba dirfi virtù pratica . La qual ragione fi intenderà p:ù chiaramente , fe noi fpie- gheremo la differenza, che paffa tra il giudicio pra- tico , « il giudicio fpeculativo, potendoli formaro intorno alle azioni così 1’ uno, come 1’ altro. Allora dunque fi forma un giudicio fpeculativo fopra un’ azione, quando fi giudica di effa , confi- derandoia , non fecondo tutte le circoflanze , che 1’ accompagnano , ma folo fecondo alcune . All’ in- contrario il giudicio, che fi fcrrr3, è pratico, qua- lor fi confiderano in qualche particolare , e deter- minata azione tutte tutte le circofìaozc , che 1’ accora** pa- ..Digitized Delie virtù' intellettuali. 135 pagnano . Per efempio ceicandofi , fe a donna gio- vane convenga il danzare pubblicamente, e giudi* dicandofene fenza penfar’ ad altro , il giudicio è fpeculativo; ma cercandoli, fe cò convenga a Giu- nia , la qual fa di edere belliflima danzatrice , e che danzando fveglia in Trebazio penfieri poco onefti , e giudicandocene fecondo tutte le circoftanze di quel- la danza, il giudicio è pratico. E qui è manifefto, che il giudicio , il qual regge e governa la volontà , non è già lo fpeculativo, ma il pratico; il quale è fempre P ultimo, dopo cui nulla più opera 1* in- telletto , ma fegue toflo la volontà, e fi muove ali azione . Tornando ora alla prudenza , è da avvertire , che ella s’ adopra ne’ giudici fpeculativi bensì , ma anche, e molto più, e principaliflìmamente ne’ pra- tici , i qi ali fono 1’ ultima regola delle azioni . E fe qrefti giu d cj fi chiamano pratici , perchè non fi chiamerà pratica la prudenza , che gli forma? E benché la prudenza , di cui parliamo , rifug- ga nell’ intelletto, non è però , che in certo modo non pofla dirli prudente anche la volontà , qualora «Ha fegua i giudici retti dell’ intelletto , poiché fe- guendogli fegue la prudenza. E fe avrà abito di far ciò , potrà dirli quell’ abito una certa prudenza , la quale conterrà in fe la giuftizia , la liberalità , la for- tezza . e tutte 1* altre virtù morali . Laonde è fia- to detto, che dove fia la prudenza, ivi effer deb- bano tutte le viitù morali, et al contrario; e So- cra- Ij5 Parte Q^u a r t a crate diceva j che ogni virtù è una certa prudenza, E quindi anche argomentano alcuni , niuna virtù perfetta poter* cflerc fenza tutte le altre, e ciò per una ragione , che credono di aver trovata in Arino- tele; ed è quella. Una virtù perfetta non può erte- le fenza la prudenza; ma la prudenza non piò ef- fere fenza tutte le altre virtù ; dunque una virtù per- fetta non può ertfere fenza tutte le altre. Ma di ciò abbiamo ragionato altrove. Ora tornando alla prudenza, che fia nell’ intel- letto , dico in primo luogo, che ella verfa intorno alle cofe non neceflarie; e in fecondo luogo, eh kj ella verfa intorno alle cofe Angolari. Primamente verfa la prudenza intorno alle co- fe non neceflarie, verfando intorno alle azioni, che poflon fard, e pcflbn’ anche non fard, e fon libe- re , e non hanno neceflirà niuna . Di fatti la pru- denza fi efercita nelle deliberazioni ; nè mai fi de- libera intorno alle cofe, che neceflariamente faran- no. Verfando dunque la prudenza interno alle cofe non neceflarie, affai fi vede , che ella è molto diverfa dalla feienza , e più torto trae all’ opinione; però è foggetta all’ errore , come 1’ opinione altresì . Verfa poi la prudenza intorno alle cofe Ango- lari ; cfercitandofi nei giudici pratici , che verfsp.o intorno alle azioni Angolari. Però difle molto bere Ariftorele , effere la prudenza quafi un certo fenfo, *«r5r) alla Digitized by Delle virtù' intellettuali. alla perfetta forma di erto fi appartiene. Nè mi fi dica, che artefici fi chiamano quelli, che fanno , e non quelli , che conofcono . Perchè io rifponderò , che quelli , che c'onofcono hanno be- nirtìmo la virrù , che noi ora diciamo arte , benché non la efercitino, e peiò il popolo non li chiami artefici, cffendofi importo quello nome a quelli, che infieme hanno la virtù, e 1’ adoprano . E quindi è, che uno può aver 1* arte, e tuttavia non e fiere ar- tefice, potendo mancargli 1’ efercizio , quantunque non gli manchi la cognizione. Cosi al danzatore, cui fia effefa una gamba , manca I* efercizio del danzare , non manca i’ arte ; e il pittore , a cui è flato tolto il pennello, fi dirà aver perduto il pen- nello , non 1’ arte . Ben’ è vero, che chi non abbia mai fatto un lavoro difficilmente può averne 1’ arte, cioè cono- feere tutto ciò , che fi richiede alla perfetta forma di elfo ; cosi difficilmente intenderà tutto quello , che fi ricerchi alla leggiadria di una danza , chi non abbia mai danzato; ma altro è , che 1* arte fi ac- quifii per mezzo di qualche efercizio , altro è che confida nell’ efercizio medefimo . Intendendo 1’ arte alla perfezion di quello che fi fa , come fi vede per la dtfinizion fua , chiaro apparisce aver’ erta un fine crtai diverfo da quello , che hanno le virtù morali, le quali intendono a per- fezionare 1’ uomo , che fa , non le cofe , cho egli fa; e quindi è, che alcuno può avere una o S 2 raol- 14® Parti QjJ a * t a molt« arti, e far belli , e compiuti i fuoi lavori, ferì za però far belli e compiuti i fuoi coftumi, et «(Tendo un buon’ artefice eflere un cattivo uomo. Però P arte per fe (Uffa non contiene virtù mora- le . Anzi può uno talvolta mancare all* arte con virtù, come lo fchermitore , che per non offendct V amico , che s’ è interpofto , lafcia sfuggir 1* oc. cafione del colpo ; il quale facendo atto di ami- cizia pecca nell’ arte , e guadando la fcherma per- feziona fe (le ffo . Di qui alcuni hanno tratto una belliflima dif- ferenza , che parta tra la prudenza e V arte ; ed è , che contra la prudenza non • può mai peccarfi fenza biafirao , contra 1’ arte può peccarfi anche-» con lode. E la ragione fi è, perchè colui , che pecca contro 1’ arte, può aver giufto motivo di far- lo , penfando più torto a perfezionar fe fteflo , che il fuo lavoro ; laddove colui , che pecca contro la prudenza , non può avere niun giufto motivo di far- lo ; poiché fe 1’ averte non peccherebbe più contro la prudenza. Ma diciamo oramai della materia , intorno a cui verfa T arte , la qual fi è certamente tutto quello , che fi ricerca alla bellezza , e alla perfe- zione delle cofe , che fi fanno ; imperocché T abi- to di conofcer ciò è 1» arte . Però le arti fono mol- t« , eflendo molto varie le cofe , che fi fanno , et avendo varie maniere di bellezza e perfezione; poiché altra forma di bellezza fi richiede a una-» dan- Digijized by I I » II 11 p JO il Ite ■fe ioV il ni ip DbLLI virtù’ INTRIIETTUALI . *4* danza , altra a un poema , ed altra a una pittura , Dicefi ancora, che 1* arte verfa intorno alle cofe non neceflarie . In fatti le cofe , che fi fanno per arte , potrebbon* anche non farli ; e fi fanno belle e perfette , e potrebbono anche farfi non bel- le nè perfette ; laonde fi vede , che non hanno in ^ fe , nè di natura loro , neceflità niuna . Dunque 1* arte verfa intorno alle cofe non oecclfarie , e in que- llo è fimile alla prudenza. CAP. VI IL Della Sapienza. I L nome greco /«r , che per noi vale fapien- za , è flato prefo da molti in molte maniere ; alcuni 1’ hanno attribuito a qualunque arte o feien- za , che fi poffegga in grado foramo , onde fapien- ti fi fono chiamati anche gli fcultori . Altri fotto quello nome hanno intefo la coorte di tutte le roo* rati virtù. E così intefer li Stoici in quelle loro famofe fentenze , per le quali infegnavano , che niuoo puè effer ricco , niuno nobile , niuno fignore , riuno fano , niuno bello , fe non il fapiente ; nelle quali fentenze raccolfero tutto 1’ orgoglio della loro filo- fofia . Arinotele di qual maniera abbia prefo lo flef- fo nome , è gran quiftione , e da non dichiararli cesi Digitized by Google 14 * Parti Qjj a r t a così facilmente ; perciocché avendo egli pollo la fapienza , come quinta , tra le virtù intellettuali , par certo, che egli abbia voluto difiinguerla , non che dalle morali tutte , ma anche dalle quattro intellettuali , che fupra aboiamo Ipiegare . E già dalla prudenza e dall’ arte la didingue Senza alcun dubbio, volendo, che la fapienza ver li intorno alle cofe neccflàrie , eterne , immutabili , universa- li , intorno a cui non verfano nè 1* arte , nè la pru- denza . E pare ancora , che abbia voluto difiinguerla-. dalla Scienza , avendo detto , che la Scienza verfa non g à intorno ai principi , ma Solo intorno al- le conseguenze , e che la Sapienza verfa intorno all’ une , et agli altri; con che viene a diftmguer* la eziandio dall’ intelletto , il qual verfa Solamen- te intorno a principi. E le parole di Arsotele fon chiare là dove e’ dice.* tà rcv acfov fxrj fxcvot r» «i Xu>v fl’px&iv ttéivcu , «AAài toti irip[ tc.g rtpx* ff «XrjEu'fiv. E quindi potrebbe alcuno argomentare , che Se- condo Arinotele la Sapienza dovelfe confondersi con 1’ intelletto e con la Scienza prefi infir me ; come fo(Te la Sapienza non altro, che un intelletto pte- ftantiflìrao congiunto ad una Scienza prelìantifiiina ; e quello ancora pare , che abbia lafciato Scritto Arifiotele, là dove ragionando della Sapienza, la dice Scienza et intelletto, »* azalee via x.tl inorai» t iSv tiju/cjt.-iVwv , e poco spprefio : », ac (fin tari k xl fxtarrlfAt] , k*ì via Tvv rìj firn; cioè la fa- pien* Digitized by DELtB VIRTÙ’ INTBILETOaLI . 143 pien 2 a è una fcienza e un’ intelletto delle cofe » che fono di lor natura preftantiflime . Sebbene vo- lendo egli, che la fapienza ha una fcierza , la qual verfi intorno alle cofe di lor natura pre danti flìmc , pare in certo modo, che la dilìingua dalle fcienze comuni. Che fcienza faià ella dunque? Oltre che fe volle Arinotele formare una virtù congiungendo- ne due infieme, avrebbe potuto Umilmente formar- ne altre ed altre , congiungendone inficine altre ed altre Veggiamo dunque di fpiegare quella così ofcu- ra fapienza, fenza partirci, per quanto polliamo, nè da Arinotele , nè dal vero . Io dico pertanto , tale fapienza non altro effere , che la metafilica , la qual certo verfa intorno alle cofe prelìantifiimc , e nobilillime, verfando intorno alle verità aftrat- te , che fono eterne , et immutabili ; onde fubito fi vede diflinguerfi efla dalla prudenza, e dall’ arte. E perchè la metafilica falendo più alto, che_^ le altre fcienze, cerca le ragioni dei principi, e gli dimolìra; perciò pare, che fi dilìingua arche dall’ intelletto , e dalla fcienza ; poiché 1* intellet- to confiderà i principi, e la fcienza gli fegue , fen- za dimoftrarli . E può 2 nche la metafifica chiamar- li in certo modo intelletto e fcienza , poiché verfa intorno ai principi , ciò che fa ancor 1’ intelletto , e gli dimofira per via di argomentazione , e di di- feorfo, ciò che è proprio della fcienza. Egli fi par dunque , che la metafifica , diftingucndoG fenza al- cun Digitized by Google 144 Parti Q_u a r t a eun dubbio dalla prudenza , e dall’ arte j diftinguali ancora dall' intelletto e dalla fcienza, a tuttavìa pofTa anche dirli fcienza et intelletto , e in foroaaa abbia tutte le condizioni , che io quella fua tanto fublirae e tanto ofcura fapienza Ariftorele richiede- va . Perchè non diremo noi dunque , che egli intc** deffe per un tal nome la metafilica? Il Jìnc dell* Qu*rt* Tartt . PAR- DigllizcO by Co^lc M5 PARTE QUINTA DI ALCUNE QUALITÀ DELL » ANIMO' Che non fono nè vizj , nè virtù. CAP. I. Nota ielle qualità , ii cui vuol trattar, fi . M Olte e molto varie fono le qualità dell’ ani* no, le quali quantunque belle c pregevoli , non fi vogliono tuttavia porre tra le virtù , come rè me* no tra’ vizj i loro contrari . Delle quali fa d’ uopo ragionare , sì perchè alcune difpongono alla virtù , et altre appartengono grandemente alla felicità ; si ancora perchè molte fono alla virtù così fomiglian- ti, che per poco non fi confondon con effa , et è . ufficio del filofofo il diflinguerle . Nè noi però trat- teremo ora di tutte, ma fidamente ne toccheremo alcune, che fono (late notate da Arinotele; nè ci metteremo gran fatto cura dell' ordine , come in— cofa, che difficilmente potrebbe ordinarli, c nonne ha però molto bifegno . Diremo dunque in primo luogo della virtù eroi- ca, che è più torto un eccedo di virtù, che virtù j poi pilleremo alla continenza , e alla tolleranza , Tom. T la Digitized by Google 14^ Parte Q^u inia la prima delle quali riguarda il piacere , la fecon- da il dolore. Come di quelle tre qualità avremo ra- gionato , e dei loro contrari , diremo anche della verecondia, la qual fi muove feoprendo 1’ uomo una certa fconvencvolczza in fe fletto , e dello fdegno , che gli viene Coprendone alcuna in altrui. Diremo appretto alquanto più largamente dell’ amicizia., la qual paie in certo modo virtù; e del piacere, il quale è faliro in tanto pregio , che pretto molti tien luogo di felicità. Indi tornando là, donde da principio partimmo , ragioneremo alcun poco deila felicità, e potremo fine a quefto ncflio compendio, CAP. I I. Dilla virtù troica, N On ha dubbio , che la virtù può etter maggio- re e minore per infiniti gradi , come le altre qualità tutte ; perchè ficcome il calore può Tempre più crefcerc , non potendofene affegnare uno tanto, grande , che non potta intenderfenc un maggiore;^ lo fletto può dirfi della robufteza , della bellezza, e delle altre qualità del corpo; cori anche interviene della virtù, non potendoli coti facilmente intendere virtù tanto grande , che altra più grande non potta attegnarfene . Ben’ è vero , che ficcome 1* uomo non può con- feguire tutti i gtadi della robuflezza, ma fi contie- ne Di alcune qualità' dell’ animo. i 4 - ne dentro a certi limiti , oltre i quali d ’ ordinario non parta ; e chi gli oltrepaflarte , mollerebbe ave- re non fo che di fopranaturale ; cesi nè pure può 1’ uomo confeguir tutti i gradi della temperanza , e , della fortezza , c delle altre virtù morali ; ma fi ri» man d’ ordinario dentro a certi limiti , oltre i qua- ■♦i chi parta fife fi /limerebbe avere una virtù più che i umana . Quella virtù dunque grande , (Iracrdinaria , rna- ra.igfiofa , più che umana, chiamali virtù eroica; la qual non fi dice fempliccmente virtù , perciocché non par propria dell’ uomo , ma d’ altra ccfa, che fia dell uomo più eccellente ; e noi fiamo foliti chiamar virtù fidamente quegli abiti , che fon dell’ uomo. Laonde è flato detto, in Dio non efler vir- tù, ma una certa fovragrandiffima eccellenza roag- g’ore ogni virtù. E quindi è ancora , che la vir« * tu eroica attribuivafi dai Greci ai figli degli Di , e * ai fiem det , che fi filmavano erti-re meno , che Dii, « più che uomini; de quali molti ne furono tra gli argonauti , e tra quelli , che poco apprefio andaro* ti ! no a pure fi vuol por mente alle favole, j,f Dal fin 9 u) d etro può vederli , che cofa fia la vir- tù er0!ca » quale è maggiore della virtù umana , y nè però giunge all» eccellenza divina . ® ra ù chiaro , che un* eroe dee avere tut* te quante le virtù . E la ragione fi è quella . Un» eroe dee avere qualche virtù in grado eccellentifli- mo; perciocché le niuna ne averte', non farebbe^ T 2 eroe; Digitized by Google 148 Parte Qjj i n t a •toc ; ma chi ha una virtù in grado eccellentiflirao, dte averle tutte , coire abbiamo in altro luogo di» montato; dee t'urtq .c 1’ eroe averle tutte r Saranno alcuni, » quali diranno, che 1’ eroe non è flato, nè è per ifllr mai; e che pertanto nulla ci appartiene il Caperne ; et eflcre perciò va- no lo fcriverne, e farne » trattati . I quali io dico,, che fi ingannano ; perchè r.è meno fu mai alcun* ottimo oratore, nc alcun perfetto capitano; e pu- re ne fieno flati fcritti libri interi , che fi (limano n ti li Hi mi ; perciocché molto giova all’ uomo, per renderli migliore, il conofcere et il Capere , qual fia la forma del perfettfflimo , e dell’ ottimo. Velò i poeti nelle loro epopeie intendono di infegnaro agli uomini la virtù , proponendone loro una gran» didima e quali divina nelle azioni di un qualche eroe . Per la qual cofia non perduta opera farebbe, et a poeti certamente utiliflima , fermarli alquanto nel- la confiderazione della virtù eroica, e inoltrandone Je varie forme, e le parti tutte, e gli ufficj, farne diflefamente un trattato . Ma quello a noi ora non appartiene. Solamente a levar 1’ errore d T alcuni, a quali uno non può parere eroe, le non ha l’ani- mo Igombro , e IcioJro d’ ogni paffionc , diremo all’ incontrario , poter 1* eroe fentir le pallìoni , e turbar lene, e far talvolta le azioni onefle con qual- che dento , e fatica . Il che dichiareremo brevemen- te a quello modo . Quella Digitized by G Di alcune qualità’ dell» animo. , 49 Quella prontezza e facilità , che uno ha a fa- re le azioni onclte , e in cui confifte la virtù , non vico per altro , fc non perchè la parte ragionevole dell’ animo ha per cfercizio e per ufo acquiftata una forza molto maggiore , che non è quella dell’ ap- petito . Ma la forza dell* appetito non è la fteffa in tutti, nè Tempre; eflendo in alcune occafioni alfai piccola, et in altre più grande, et in altre grandif- finta, e terribiliflìma ; nel che molto vagliono gli oggetti efterni, che penetrando per via de’ lenii ìn- fino all’ anima, commovono 1’ appetito, e 1’ accen- dono ora più, et ora meno, e fanno talvolta con- traili grandi!! mi da mettere in turbamento , e in pericolo qualunque virtù . Quindi è, che può uno effer prontilfimo e fpe- ditidimo contro gli adatti comuni et ordinai) dell’ appetito , onde a ragione virtuofo fia detto ; ma contra quei grandiflìmi , e furiefiflitni non così ; de* quali non ufeirà vincitore fenza turbamento , c fa- tica » Nè può darli una virtù tanto grande , che ac- cendendoli viepiù 1’ appetito , et infuriando non poi* fa giungere a darle noja ; fe già non fofle quella-, una virtù infinita,, la quale elTendo tale, non fa- rebbe virtù, ma più tolto una qualità propria di qualche Dio .• Ora T eroe fi è quello , che nei comuni et or- dinari aflalti dell’ appetito così fi porta, e con tan- ta facilità gli refpinge , che pare in certo modo , che non gli Tenta ; e in quello inoltra edere più che uo- Digitized by Google 1 5® Parte Qjj i n t a uomo; ma nei grandiflimi e furiofifiimi fi tutta al- quanto, e fi affatica ancor’ egli; et anche in quelli però moflra effere più che uoiro vincendogli; ficco- me vincendogli con fatica moflra cfi'ere men che Dio. E quella è la differenza che palla tra l’eroe, e il virtuofo , che molto più, fenza alcuna compa- razione , fi ricerca a turbar’ un eroe , di quello che fi ricerchi a turbare un virtuofo; ma non è però, che non fi turbi talvolta anche 1’ eroe. Per la qual cofa mal fanno certi tragici , i qua- li volendo (non fo per qual ragion molli) condur- re eroi fu le feene. vi conducono infenfati; c cesi gli fanno andare alla morte, come al pranzo. Ma Vergilio, che intefe ottimamente tutte le cofe, for- mò talmente il fuo Enea , che poteffe e temere ne’ pericoli grandiflimi, e dolerli, e comparire altrui, e prender odio , e fdegnarfi , purché ne fodero le ca- gioni graviflìme. Però non volle, che egli fi accen- dere d’ amore per qualunque volgar bellezza , co- me i noftri paladini fanno ; ma foltanto allorché s’ avvenne ad un volto reale , pieno di grazia e di bel- tà con tutte le attrattive dell’ oneflà c del valore; nè queflo ancora era ballante ad accenderlo , fe non vi fi aggiungevano e la gratitudine , e la compaflio- ne , e non vi concorrevano in particolar modo e il luogo, e il tempo, e la fortuna, e il deflino,egli Dii , così che pare , che tutte le forze fi mettelfe- io in opera tanto umane, quanto divine , per far sì , che P augnilo fondatcr di Roma doveffe innamo- rarli Digitized Dr ALCUNI qualità' dell* animo . 151 rarfi dell’ augufta fondatrice di Cartagine . Tanto vi volle a far nafcere il più nobile, c il più magni- fico abbracciamento, che fia {lato al mondo mai, qual fù quello di Enea e di Didone . Fin qui della virtù eroica . Alla virtù eroica oppor.fi una qualità dell’ ani- mo , che Arinotele ha chiamato Q^picr^rct, noi potre- mo dire fierezza, ovver ferità; et è un’ ecceffòdi vi- zio così grande , che par non pcfia in uom cadere; e chi T ha, moftra d’ edere men che uomo, e più tollo fiera che uomo. Come fe uno fenza niuna nc- ceflìtà uccidefle i figli, e tranquillamente fe gli man- giane ; che ognun direbbe, coftui eflere non un’ uo- mo , ma un mofiro . La ferirà vien talvolta dalla confuetudine ; e così fe ne fon veduti parecchi efempj nelle nazioni barbare, e felvaggie. Viene anche per malatia, co- me ne’ furiofi ; e per foverchia triftezza d’ animo fi dice di molti , che fieno dati in fierezza . E ve- nendo così, non è vizio, et è cofa men cattiva dei vizio , ancorché fia , come dice Ariftbtele , più tes- ribile ; perchè più danno n« reca colui , che è pre- fo da ferità , che non il malvagio , il qual men fi teme , benché fia peggiore ; a quella guifa che men fi teme V ufurajo , che la ferpe , benché 1 ’ ufurajo fia malvagio, la ferpe non abbia in fe malvagità niuna. Della continenza . L A continenza, che da Arinotele fi dice ryxpJrwr , è una difpolizion d’ animo a vincere , ma-, con fatica però e difficilmente , la cupidigia dei piaceri ; nè già di tutti i piaceri , ma di quelli (blamente , che fon del gufto , e del tatto , perchè chi vince la cupidigia degli altri diletti , come del- la mufica, o della caccia, non fi dice propriamen- te tyxpx rije, continente; ma chiamali con altro no- me . Forfè che eftendendo la continenza ai piace- ri del gufto , offendiamo alcun poco l* ufo del co- mun favellare; il che fé è vero, non molto però ci pentiremo di aver’ errato in cosi picciola cofa. E già fi vede, che la temperanza, e la conti- nenza verfano intorno alle fteffe cofc , nè però fo- no lo fteffo . Poiché per la temperanza fi vince la cupidigia dei piaceri facilmente , e quali fenza fa- tica ; per la continenza con fatica , e difficilmente. Laonde la temperanza è virtù, la continenza è fo- lo difpolìzione alia virtù . Alla continenza opponi! 1* incontinenza, che_» da Ariftotele vien detta & è una difpolì- zione , che ha 1* uomo a lafciarfi trarre dalla cupi- digia dei piaceri più , che non conviene ; benché anche quello faccia con fatica, e malvolentieri, « «som- Di alcune qualità* dell’ animo . 15$ combattendo pure e contraftando con 1’ appetito. Quindi è, che 1* incontinenza non fi mette tra i vi- zi; perchè ficcoroe la virtù è un’ abito , per cui fi fanno facilmente le azioni onefte , cosi il vizio è un’ abito, per cui facilmente fi fanno le difonefie ; nè quello può dirfi dell’ incontinente , il qual non 1 fi piega alle cofe difonefie, fe non dopo molto, e lurgo contrafio, quali vinto e firafeinato dalla paf. fione . E di qui fi vede , qual fia la differenza tra 1» incontinente , e 1’ intemperante ; perchè 1’ intempe- rante , come viziofo , cede ad ogni urto della paf- fione fenza contrafio ; 1’ incontinente cede folo agli urti maggiori, e pecca con fatica; laonde l’intem- perante ha il giudicio guado , 1’ incontinente inten- de meglio , e meglio conofce di far male ; di che_# avviene, che 1’ incontinente fpeffe volte fi pente del fuo eccedo, e fi corregge; ciò che non fa fe non rade volte 1’ intemperante . E' fiata quiftione tra ì filolofi, fe l’ incontinente poffa dirfi prudente; perchè da una parte 1’ incon- tinente, il qual pecca, e fa tuttavia gran contrailo all’ appetito per non peccare , moftra ben di cono- feere e giudicare, che non gli convenga 1’ azione , che egli fa; perciocché non contraflerebbe , fe que- fto non conofceffe ; onde pare, che abbia prudenza conofcendo , e giudicando dell’ azione rettamente. Ma d’ altra parte qual maggiore imprudenza , che elegger quello, che fi conofce elfer cattivo? E pct- Tom. \V. V ciò 154 Parte Q^o i n t a ciò pare , che l’ incontinente non abbia prudenza . Vogliono dunque alcuni , che 1’ incontinente debba dirli prudente > ed altri nò . Arinotele lo lafciò ef« fere imprudente ; di che due ragioni poffono ad- durli . In primo luogo il prudente è virtuofo , «(Tendo la prudenza , come fopra è dimoflrato , di Tua na- tura congiunt (lima alla virtù ; ma i’ incontinente^ non tr virtuofo , offendo 1’ incontinenza una difpo- fizione al vizio ; par dunque , che 1’ incontinente non debba averli per prudente . In fecondo luogo 1’ incontinente quantunque formi affai rettamente il giudicio fpeculativo, con- fiderando 1’ azione in generale , tuttavia peccando moftra di non formare affai rettamente il giudicio pratico , ma la prudenza è pofta principalmente ne’ giudici pratici; dunque non è da dire, che 1’ in- continente abbia prudenza . Nè è però da maravigliarli , fe molti inconti- nenti fi odono parlare nelle adunanze e compagnie degli uomini ottimamente, e dar lezioni urilifliroe , ec effe r molto da attenderli le lor fenrenze; impe- rocché in tali compagnie per lo più avviene, che fi ragioni delle cofe in generale , fenza difeendere al’e ultime particolarità , nelle quali fòle 1’ incon- tinente erra. Senza che nelle compagnie allegre e gioconde , e che fi tengono più a pafTar tempo , e follazzarfi cneffamente, che ad altro fine, entrar non fbgliono le impetuose paflioni , che fole poffo- no Di alcune q.u alita' dell’ animo. 155 no conturbare il giudicio dell’ incontinente , il qual conofce et ama la virtù fin tanto, che la palone gli el confentc . CAP. IV. r Della tolleranza. i 1 i P «(■ p ót ; t cì ; ( ¥ L A tolleranza , che da altri è (lata detta cottan* za, e da Arinotele *«grtg!« è una difpofizion d’ animo, per cui 1’ uomo foftien la noja e il do- lore fenza turbarfene più di quello, che gli conven- ga ; e il fa petò con fatica, e difficoltà; onde fi vede non efler fortezza , nè virtù , effóndo che il forte c il virtuofo foftien la noja e il dolore facil- mente . Alla tolleranza opponfi una qualità, che noi potremo dire intolleranza , o mollezza d’ animo, e da Ariffotele fu detta fxcthxxf* et è una difpofizione, per cui 1’ uomo refiftendo al dolore , e contraffan- do per fcftenerfi, pur cede, e fi abbandona di tan- to in tanto a una foverchia triftezza ; nel che non è nè efFeroroinatezza , nè vizio; perchè 1’ effemmi- nato , e il viziofo cede fubito al dolore, e fi turba fenza contratto . I continenti fogliono e Aere tolleranti, percioc- ché chi può aflenerfi dal piacere, può anche foffrir con pazienza il difpiacere . E Umilmente gl’ incon* tinenti foglion’ cflfcre intolleranti , perciocché chi V 2 non Digitized by Google 155 r A R T E QjJ I N T A non fa ritenerli dal piacere, molto meno faprà fof- frire il dolore . Oltre a ciò la continenza è una di» fpolizione , per cui P uomo privandoli d’ un pia- cere , fcfìfre una noja; effondo Tempre nojofo il pri- var Te fleflb di un piacere. Par dunque, che niuno polla efTere continente , Te non è ancora in qualche modo tollerante. CAP. V, Della verecondia. L A verecondia è una difpolizione , che ha V uo- mo a vergognai del mal fatto, temendo a ca- gion di quello non elfer tenuto cattivo dagli altri. Onde lì vede , che la verecondia non è qualunque vergogna , ma quella fola , che nafcc dall’ aziono poco onella. Perchè quando gli uomini fi vergogna- no o della povertà , o dell T ignoranza , o d’ effer rati in baffo luogo, quella fi chiama più tolto ver- cogna, che verecondia. Anzi pare , che verecondo fi chiami per Io più co- lui, il qual fi vergogna d’ una colpa, che gli altri com- patifcono leggermente, benché egli di tale compatimen- to non fi accorga , e perciò fi turbi . Onde la verecondia è congiunta con femplicità d’ animo , et è propria dei giovani , e delle donne. I vecchi o non fi vergogna- no di cofa niuna , o fi vergognano folo delle brut- tinone , e che non' poffono eflere compatite . Ne r giovani fi compatifcono tutte più facilmente ; fr gii ■OD . Digitized by GoJglc Di alcune qualità’ dell’ animo . 157 i;on foffero di quelle atrocifiime, in cui non Tuoi cadere il verecondo; e più fi compatifccno , fe efll fe ne vergognano ; perchè vergognandofene moflra- no pentimento; e più è da lodarli nel giovane il pentimento , che da biafimarfì la colpa # Benché la verecondia fia nna qualità molto commendabile, e [fendo indizio di gentile animo, « collumato, e inducendo 1’ uomo a pentirli del irà! fatto, non per quello vuol numerarli trà le virtù; eifendo più tolto una perturbazion d’ animo , et una paflione , che vien da natura, che un’ abito; laon- de accortamente Ariftotele nel fecondo libro della xettorica la pole tra gli affetti , Di fatti non lì di- ce mai, che il verecondo fi vergogni facilmente , perchè egli fia avvezzo , e per lungo tempo eferci- tato a vergognarli . Anzi vergognandofi più i giova- ni, che i vecchi, pare , che la vergogna fia una di- fpofizion d’animo, la quale efcrcitandola , venga meno ; ciò che non avviene delle virtù , nè degli abiti . Siccome poi la verecondia è difpofìzione alla virtù, e però molto è commendata; (almeno do»* vrebbe efTere , c certo gli antichi ne feccr gran con- to ) così 1’ inverecondia , o vogliam dire la sfaccia* faggine, la qual confitte nel non vergognarli di com- parir cattivo alla prcfenza degli altri , è grandiffima difpofìzione al vizio , et è degna di grandilfimo bia- dino , nè pofifon fervirle di fcufa i coltumi prcfcnti . E pare , che tanto più fi difdica ai giovani et alle donne , quanto più d’ c& è propria, la verecondia » CAPV Digitized by Google * 5 8 Parte Qjj inia CAP. VI. Di llo filano . H A una certa difpofizion d’ animo, che da Gre» ci fu detta , noi la diremo fdegno ; et è quella, per cui 1’ uomo fi tuiba , qualcr vede ono- rarfi et innalzarli gl’ immeritevoli. E quella è più torto perturbazione e pallione , che virtù; percioc- ché niuno li fdegna per avere contratto abito di sdegnarli , ma folo perchè così è fatto da natura; e la virtù, come abbiamo detto in più luoghi . è abi- to . Però ben fece Arinotele neila fua rettorica a porre r« vijuue-.™ , lo sdegnarli tra gli affetti . E benché lo fdegno non fia virtù , è però indi- zio di virtù; perchè colui, che fi fdegna, moftra di conofcere , che non conviene onorar’ il vizio, nè innalzarlo, e fpiacendogli 1’ innalzamento dei vizio- fi , moflra di amare la giuftizia , e la virtù . II per* chè fogliono facilmente fdegnarfi i dotti e i virtuo- fi , e quelli , che hanno 1* animo grande e lignori- le; al contrario i vili e gli abietti non foglion’ e fi- fere difdegnofi; fervendo anche molto allo fdegno 1’ opinione , che uno ha del proprio merito , orde foflfre malvolentieri , che un’ indegno fi goda quel- la fortuna, che a lui converrebbe; e tale opinione è propria del magnanimo, non del vile. Quantunque lo fdegnofo meriti laude , in quan- to . Digitized by Gotsle Di al«une qualità’ dell’ animo . 150 to ama la virtù ; più però a mio giudicio ne meri- terebbe , Te fapefle amarla Terza ldcgno ; il che fa- rebbe, Te imparale dalla virtù medefima , quanto poco conto far li debba delle dignità , e degli onori , e degli altri beni della fortuna ; i quali fc egli ftimaffe poco , non gli darebbe fartidio , che» toccaflero, come quafi Tempre avviene, ai malvagi; ma egli moftra filmargli troppo , avendone gelofia ; e fa , come li Stoici , i quali fprezzavano la fanità, le ricchezze, gli onori non avendogli per beni ; ma volean però che niuno gli peffedefle Te non il vii* tuoTo , con che mofiravano pur di {limargli . Allo Tdegno opporli una difpofizion d’ animo, alla quale non faprei che nome imporre ; ma co- munque lì nomini, confifte in quello, che 1’ uomo non Tenta rincrefcimento niuno di vedere eTaltato il vizio, e opprefla la virtù. E una tal difpofizione è molto vicina alla malvagità ; perchè colui , cui non difpiace di vedere la virtù opprefla , li indurrà di leggeri a opprimerla egli; nè curerà molto di cf- fere virtuofo . E' dunque affai vicino ad effe r mal- vagio colui , che non è punto fdegnofo , CAP. Digitized by Google Della aiiiìciw ì.i . N On è luogo in tutta la filofofia rè più nobile rè più illuflre di quello; fopra cui fono flati fcritti e dai Greci , e dai Latini volumi interi pie- ni di magnificenza , e di dottrina . Noi dunque ne ferveremo, brevemente in verità, fe la dignità dei- li materia fi confideri; ma però più ampiamente, che non abbiamo fatto delle qualità fpiegate di fo- pra . E in primo luogo diremo, che cofa fu T ami- cizia , e la divideremo nelle fue parti . Io dico dunque, che 1’ amicizia è una fcambie- vote benevolenza fcambievolmente roanifeftata; « dico, benevolenza, perchè fenza quella non può ef- fere amicizia; e bifogna , che fia fcarobievole , per- chè fe Cefare vorrà bene a Lentulo, non per ciò fi diranno amici, quando Lentulo anch’ egli non vo- glia bene a Cefare; nè tampoco fi diranno amici, fe volendo bene 1’ uno ali* altro, 1* uno però non fappia della benevolenza dell’ altro. Par dunque, che nell’ amicizia debba eflere la benevolenza non Colo fcambievole, ma anche manifeftata . Però ben fe- ce Ariftotele, il quale avendo detto ti/vc/.-»**» ft\l*v hveu , cioè, che 1’ amicizia è una benevolen- za contraccambiata, non fu contento; ma volle ag- giungere fxv Àdu0à»trff«» , che è quantodire , non nafeofa • Non Di AtCUNE QUAlITA* DELL* ANIMO . lól Non è però , che quella raanifcftazione di be- nevolenza fi voglia far Tempre con le parole ; che anzi ciò avvien di rado; perchè in alcune amicizie, come vedremo appretto , la roanifeftazione fi fa dal- la natura fletta , o dalle leggi , fenza che 1’ uomo vi abbia parte ; oltre che Tempre più vagliono le-» azioni, che le parole. La benevolenza poi manife- fiata induce in quelli, che la manifeftano, un cer- to obbligo di confervarla per 1’ avvenire ; perchè colui, che vuol bene oggi, dee avere in animo di voler bene ancor domane; altrimenti non vorrebbe bene nò meno oggi; e fe ha tale animo, dee con* fervarlo , ciò richiedendoli alla fedeltà , e alla co- ftanza . Non è poi da dubitare , che la benevolenza-, non induca 1’ uomo a efercitare gli uffici dell’ ami- cizia , imperocché chi vuole il bene di un’ altro ( in che è polla la benevolenza ) lo procura anche in tutti i modi ; e quelli fono gli uffici dell’ ami- cizia . Spiegata cosi la natura dell’ amicizia facilmen- te fi intende , niuna focietà dover* efTere tra gli uo- mini o inftituita dalla natura, o introdotta d gli uo- mini fi e Ili , a cui non corrifponda una certa manie- ra di amicizia; imperocché qual focietà ctter può , in cui non ricerchili , che 1’ uno voglia un certo bene dell’ altro ? E quella benevolenza fi tiene per manifella, effendo maniftflo il genere della focietà , che vi ci obbliga . Quando il compratore fi convie- ne»». ir. X ne 1(5 z Parte Qjj i n t a ne col mercante, nafce tra loro una certa fpezie di focietà, e quindi una certa forma di amicizia) per cui 1’ uno dee volere un certo bene dell’altro; poiché il compratore dee volere, che il mercatan- te abbia il danaro , di cui s’ è convenuto; e il mer- catante , che il compratore abbia la roba , eh’ egli ha comprata. £ quella è una certa forma di amici- zia ; et altre fimilmente potrebbono addurfene. Ari- notele ne propofe molte, feguendo varie divifioni. Io feguirò le più comode . Dico dunque, che altre amicizie ci fi impongo- no dalla natura, altre fi contraggono per elezione. Della prima maniera può dirfi effere 1’ amicizia, che palfa tra il padre e i figliuoli , e lega infieme tutti quelli, che fono d’ un iftelfa famiglia ; la qua- le amicizia è alquanto llretta . N’ ha alcune alquan- to più larghe; et una larghiflìma, la qual lega in- fierire e congiunge tutti gli uomini; volendo lana- tura , che I’ uomo generalmente voglia il bene dell* altro uomo, e lo procuri, qualunque volta o niuno o pochiffimo incomodo gliene venga ; e co‘l impo- ne agli uomini una certa comune benevolenza , che tutti infieme gli lega , e ftringe , facendoli amici 1’ un dell’ altro. Nè è neceifàrio aver manifesto al- tra volta una tale benevolenza; perciocché 1’ ha manifeftata abbaftanza la natura, che ce la irapo- ne; non credendoli, che alcuno voglia disubbidirle. Alle amicizie, che ci fi impongono dalia nata- la, lo riduco anche quelle, che fi ftabilifcono dalle Jeg- Digitized by Goc Dr AtCUNE QJUALITA' DEtL* ANIMO . I a {■ •j i Ir ! » ■H ti ? rii 1 li Di alcune qualità' dell’ animo . 171 gli dice affai volte fenza intenderne troppo bene il lignificato . Vedremo dunque di {piegargli in qualche modo. Poi, dichiarate alcune quiflioni , e varie qua- lità propinque all’ amicizia , porremo fine a tutto quello argomento. Sentenza Prima . E ' Stato detto in primo luogo , che 1* amicizia-* confiCe in foroiglianza ; il che vuole fpiegarfi ; non effendo da credere , che il grande non pefla effere amico del piccolo, e il bello del brutto, e il robuffo del debole , benché fieno tra loro dillo- tnlglianti . Io dico dunque, che la fomiglianza , in cui confilìe !’ amicizia , è fomiglianza di volontà, così che gli amici, per quanto fono amici, debban vole- re le fteffe cofe ; non già perchè 1* uno debba voler’ avere la fleffa cofa , che vuole aver 1’ altro, come fe amendue voi e fiero avere la fiefia velie , o lo fief- fo podere; che di qui più follo nafcerebfce nimiflà; nè anche perchè 1’ uno debba voler cofe fimili a quelle, che vuol 1* altro, come fe volendo 1’ uno una fpada , e 1’ altro ne volefle un’ altra del tutto fimile; che quello farebbe atto più tollo di emula- zione , che di amicizia ; ma perchè volendo 1’ uno avere una cofa , e 1’ altro dee volere che egli 1’ abbia; poiché così volendo voglion lo 11 1 fio : corno fe Scipione volefle avere il comando deli’ armata , Y z c Le- D igflizea by Gcxogle «7* Parte Q^u iuta e Lelio voleffe , che egli 1’ avelie; nel qual cafo Lelio c Scipione vorrebbono la medelìma cofa , o perciò farebbono fimiliflimi nel volere. E in quella fimiglianza di volontà è polla 1* amicizia , per- chi le 1’ uno degli amici vuol quello fielTo , che vuol T altro ; volendo ognuno ii proprio bene, ne feguc , che 1’ uno voglia il bene dell’ al* tro ; e 1* amicizia è polla in quella mutua bene- volenza . ±\c e per quello, che non poffa nafccre diffèn* fione tra due amici; che anzi nafee talvolta , e ne* cellariamente ; perche può 1’ uno credere i che una cola gli lia utile , c però volerla ; la qual V altro Rimi inutile, anzi nocevole, e però non voglia, che egli 1 abbia; e in quello è più tolìo diffom glianza di intelletto, che di volontà ; perchè volendo amen* due ciò j che è utile , difeordano nel giudicio , Hi* mando 1’ uno ) che tal cofa fia utile , e P altro , che non fia . Cosi fù quella gloriofa contela > che nacque tra i due più grandi amici , che fieno fiati al mondo mai » Pilade et Orefte ; de’ quali volendo 1’ uno e 1’ altro morire , non volea 1* uno in niun modo» che 1’ altro moriffe , perciocché niun di loro credca , che foffe all’ altro cofa buona il morire ; laonde offerendoli ciafcun di loro a mo- rir per 1 altro , lafciarono agli uomini un’ efempio chiarifiimo di una eroica diffenfione . Ben è vero , che fe la fomiglianza degli amici confilteffe foìo nel voler 1’ uno il ben dell’ altro co- sì Digitized by Goc Di alcove qoalita' dell’ animo . 173 il in generale ; nè mai gli anici fi accordaflero ne’ giudici loro particolari ; e quello , che all’ uno par bene, pareffe Tempre male all* altro; diffidi cofa_, faria, che 1’ amicizia durafle lungamente; percioc- ché in tanta varietà di giudici nafcerebbono di leg- geri le cnntefe grandifiìme, nelle quali non Tuoi man- tenerli 1’ amicizia . E’ dunque neceffaria all’ amicizia la fomiglian- za delle volontà, e molto anche le giova quella de’ giudici; e perchè a fare una tal fomiglianza , mol- to giova la conformità dei temperamenti, e della educazione , e degli fiudj , e 1’ uguaglianza dei na- tali , e dello fiato ; però fi crede , che fieno più di- fpofti all’ amicizia coloro, i quali fono conformi in quelle cofe, che gli altri ; e noi vcggiamo , che gli uo- mini fi rendon facilmente benevoli , et ufano affai volentieri con quelli , che lor fon limili di tempe- ramento, c condizione. Sentenza Seconda . E ’ Stato detto in fecondo luogo, et è pa fiato in proverbio tra i greci rk f j/Xo3» kciv.4 , cioè cho le cofe degli amici fono comuni ,• onde argomenta- va leggiadramente Socrate, che I’ uom dabbene deb- ba eflfer padrone di tutte le cofe , effendone padro- ni gli Dii, de’ quali egli è amico. Et Arinotele diede al 174 Parte Qu i n t a al proverbio maggiore autorità. Veggiamo dunque- come le cofe degli amici fieno comuni ; perchè cer- to non è da credere, che la moglie, e i figliuoli, e molti altri beni , che fon d’ un’ amico , fieno fi. milmente e nell’ illelfo modo ancor dell’ altro. E primamente può dirfi , che le cofe degli ami- ci fieno comuni, e che i beni dell’ uno Geno anche dell’ altro in quello modo. Perchè avendo 1’ un de- gii amici alcun bene , e pofi'cdendclo , e godendo- lo , vuol 1’ altro amico , che egli appunto 1’ abbi» e lo pofltgga , e lo goda , Quel bene adunque ha appunto quell’ ufo, che egli vuole; e cosi egli lo pofliede in certo modo. E quindi è, che fe V im- perio de’ Greci è di Aleflandro; e ciò vuol Parme- nione; egli è per certo modo anche di Parmenio- ne, emendo di colui, di cui Parmenione vuole, che fia . Può anche fpiegarfi il proverbio de’ Greci in altro modo; perchè eflendo 1’ amico difpollo a ufar de’ Tuoi beni a vantaggio dell’ altro amico , ciò ri- chiedendoli alla perfetta amicizia , di cui parliamo/ par che quefli venga in certa maniera a polfedergli, avendogli prontiflimi al fuo bifogno . Sentenza Terza . I N terzo luogo è (lato derto , che 1» amicizia con- fine in una certa egualità; il che facilmente può intenderli , intefe le cofe precedenti; poiché priroa- racn- / Digitized by Go I r * ìi ii li' )!> Iti i Di alcune qualità' dell’ animo . 17J niente eifendo gli amici tra loro fitnili di volontà e di pareri , come s’ è moftrato di fopra , pare , che per quello conto pollano dirli eguali ; perchè tutte le cole fioriti fono eguali in quello , in che fon fi* mili . Laonde ben dilfe Ariftotele taira St 9 uXU rx» CfxoioTrtv: 1 ’ amicizia è uguaglianza, e fimilitudine . Poi fe i beni dell’ un’ amico fono comuni art- che all’ altro, come fopra abbiaro dichiarato; chi non vede, che anche perciò viene a indurli tra gli amici una certa egualità? Egualità vi fi induce an- cora per un’ altra ragione; perchè eifendo gli ami- ci, come ora vogliam fupporre, virtuofi , quello, che è inferiore di grado, non può foffrir lungamen- te di ufar tutte quelle cerimonie , che gli uomini hanno introdotte per ozio , e che egli fa e conofcc effer vane. E 1* altro amico, che è fuperiore di gra- do, non dee voler foffrirc , che egli le ufi. Cosi facilmente fi ridurranno a trattarli con domeftichez- za , e come fe folTero eguali , falvo fe fi trovaflero in pubblico , nel qual cafo , fe fon veramente vir- tuofi, obbediranno mal volentieri all’ ufanza , ma pure obbediranno. Quindi è, che i Principi, e ge- neralmente i fuperbi non fono atti all* amicizia , non potendo loro foffrir 1 ’ animo di uguagliarfi rota a veruno in che che fia » ;fl(h 3* Ss»r Digitized by Google F A » T E Q^U I N T A Sentenza Quarta . l "}6 E * Anche pattato in proverbio , che 1* amico d’ uno è un altro lui fletto: «XX.or «Orco fcrif- fc Arittotele; e C cerone ; amicus alter idem . Co- me ciò polla intenderli, lo fpiegheremo in due ma- niere . In primo luogo non è fuor dell’ ufo comune il dire , che ciò , che è limile , lia lo ttetto. Chi i , che veggendo il ritratto di Celare affai limile, non dica tofto: ecco Celare, egli è detto ? Che fe la li- militudine, come infegnano gli fcolaftici, tende all’ unità; ettendo gli amici rtmilittimi tra loro di vo- lontà, e di pareri, come fopra abbiam dichiarato, potrà dirli in certo modo , che Ceno amendue una cofa fola , • che 1’ uno Ca 1* altro. Perchè rte il ri- tratto di Celare C dice efler Celare , avendo gli flef* fi lineamenti del volto, quanto più dovrem dire, che 1’ uno amico Ca 1’ altro amico , avendo la fteffa-. volontà, e gli fletti pareri, che fono i lineamenti dell’ animo ? In fecondo luogo può dirfi, che l’ amico d’ uno Ca un altro lui fletto , perciocché gli vuol bene , come a fe fletto. Il che però dee rtpiegarrt diligen- temente. Io dico dunque, che due maniere fono di voler bene; la prima è, quando C vuol bene a uno, perchè egli abbia bene, e non per altro C ne; l’al- tra è, quando fi vuol bene a uno per altro fine. E non Gqi ile Di alcune qualità' dell* animo . 177 non è alcun dubbio, che ognuno vuol bene a fc flef- fo nella prima maniera ; cioè per aver bene , e non per altro. Ora volendo bene anche all’ amico nell’ iftef- fa maniera , cioè perchè egli abbia bene , e non per altro; ne fegue , che egli voglia bene all* amico non altrimenti che a fé fielTo , e fia 1’ una e 1* al- tra benevolenza d* un’ ifiefio genere. Nè per que- fto però vuoili inferire , che fe 1’ uno amico vuol bene all’altro, come a fe fielTo, gli voglia anche bene quanto a fe fletto; perchè febbene la benevo- lenza , che uno porta a fc fletto, e la benevolen- za, che porta all’ amico, fono di un medefimo ge- nere , potrebbono tuttavia non elfere del medefimo grado , et effer 1’ una maggior dell’ altra , di che diremo in altro luogo, dove tratteremo dell’ amor proprio . CAP. XII. D' alcune quiflioni intorno all' amicizia . M OltilTìme quiflioni fono fiate fatte intorno all* amicizia. Noi ne fceglieremo alcune; intefe le quali non farà gran fatto difficile intender 1’ al- tre . Quiflione Prima . QE 1’ amicizia fia un’ atto, o più tofio un* abito. ^ La qual quiftione non può dichiararli , fe prima non ti fpieghi , che cofa voglia intenderli in quello Tom. IV, 2 luo- Digitized by Google 1-78 Parte Q^u isti luogo per atto ; « che cofa voglia intenderà per abito . Per atto vuoili intendere una certa forma, che è nel foggctto , fin tanto che dura V operazione ; ceffando 1’ operazione ceffa ella pure. Così P effer fcrivente è un’ atto , il qual ceffa , ceffando P ope- razion dello fcrivere ; finita la quale P uomo non è più, ne fi dice fcrivente. Per abito vuoili intendere una forma , che riman nel feggt tto , nè ceffa, perchè celli P operazione. Come ìa nobiltà, la dignità, ed altre; perchè il nobile non lafcia di effer nobile , quantunque fi ri* rnanga dall’ operare; e il principe è principe ezian- dio dormendo . Ora può facilmente vederli , che 1’ amicìzia è più torto un’ abito, che un’ atto ; perciocché P ami- cizia non ceffa , benché ceffi di tanto in tanto P operazione ; e fe Lelio vedrà dormir Scipione , non dirà già » che Scipione non fia fuo amico / dirà più torto che Scipione fuo amico dorme . Nè perchè dicali, che 1’ amicizia fia un’abito, vuol quindi concluderli , che fia virtù ; poiché per effer virtù non bafta che fia abito in quella manie- ra , che abbiamo ora fpiegato ; bifogneretbe , che> foffe uno di quegli abiti, r quali confiftono in fa- cilità di operare acquiftata per efercizio , e per ufo » Però eflendo P amicizia un’ abito a quella guifa » che abbiamo detto, refta anche luogo a quirtionare > fe fia virtù . Di alcune qualità’ dell’ animo . 179 Qu'tjlìont Sfionda . S E 1’ amicizia fia virtù. E’ par veramente, che non debba eflere per due ragioni, delle quali la prima è quella; la virtù è un’ abito, che fi fa con P efercizio , e per ufo; ma la bcnevolei za , e * a* micizia non fi fanno a quello modo; rcn dicerdefi irai, che uno voglia bene all’ amico , perchè vi fi è efercitato, e vi ha fatto ufo, ma per altro; dun- que P amicizia non è virtù. La feconda ragione è quella . L’ amicizia , of- fendo fcambievolc , non è tutta in colui , che 1 ha ; ma parte è in lui , e parte è fuori di lui . Così P amicizia , che Lelio ha con Scipione , non è tutta in Lelio , ma parte in Lelio, e parte in Scipione; e cosi pur’ avviene di tutte le cofe, clic confillcno in relazione, e fcambievolezza . Effondo dunque, che P amicizia non è tutta in colui , che P ha , ma in parte è fuori di lui , par certamente che non debba di 1 fi virtù; poiché la virtù è tutta in colui, che P ha, eie è nel virtuofo , il qual non farebbe , rè fi direbbe virtuofo fe la virtù fcfiTe in lui nc*_. tutta intera, ma folo in parte. Non è dunque virtù 1’ amicizia , e s’ ella è co- fa onefbflima , come certamente è, e degna di gran- diflima laude, coti che par molto limile alla virtù; ciò proviene , perchè gli ufficj dell’ amicizia fon vir- tuofi , dovendo P amico cfcrcitar fpefle volte ver- Z z foP Digitize^rB7'Guug1e iSo Parte Q_u i n t a fo 1’ altro Amico la liberalità , la giuftizia , la pia- cevolezza , la cortefia ; fenza le quali virtù 1’ ami- cizia non potrebbe effere . Et anche per quello pa. re, che 1’ amicizia non debba afcriveifi al numero delle virtù, non elTendo effa una particolar virtù; ma più torto una particolar difpofizionc , che quali rutte le abbraccia, e le comprende. Però ben dif- fe Arinotele, che 1’ amicizia o è virtù, o è coil. virtù: «fin) »i jutr’ «pir/jr ; dove febben pare, che la- ici alcun luogo alla dubitazione, affai però indirà, non aver lui tenuto 1* amicizia per virtù, avendo- ne dubitato ; oltre che dell’ amicizia ha egli trat- tato ampiamente, non in quel luogo, ove prende a fpiegar le virtù , ma altrove r Quiflio.te Terza , S E portano averli molti amici . E' non ha dubbio, che trattandoli delle amicize imperfette , fe ne poffono aver molti; benché n’ ha di quelle, che fi accompagnano con la gelofia , e facilmente fi sde- gnano; e quelle non foffrono la moltitudine . Trat- tandoli poi delle amicizie virtuofe e perfette, chia- ro fi vede non effere imponìbile aver molti amici, non effendo imponibile 1’ avvenirli in molti correli, c manfueti , e gentili , e magnanimi , e voler loro bene, et effere ben voluto da loro. Ben è vero, che ricercandoli all’ amicizia 1’ ufo frequente di non pochi uffici , bifogna vedere, che 1’ averne moltc^ non Di ALCUNE QJUALITa' bell’ animo, ili non fia di foverchio pefo . E le amicizie famofe f che fi leggono nelle iftorie , non furon mai che tra due foli; nè i poeti le finfero altrimenti ; forfè non parve lor verilìmile , che tanti virtuofi fi trovarter nel mondo allo ftcHo tempo,* nè forte poco il fin-- geme due in qualche età. QuiJIicne Quarta . C Ome fciolganfi le amicizie . Ertendo 1’ amicizia una benevolenza fcambievole , come quella cef- fa nell’ un degli amici , cosi torto certa e rompefi 1’ amicizia ; nè vale , che la benevolenza fi confer- vi nell’ altro; perchè quello all’ amicizia non ba- da . Quello poi degli amici dicefi avere fciolta 1* amicizia, che è fiato il primo a deporre la benevo- lenza . Può anche feioglierfi 1* amicizia, refiando in a- mendue gli amici la fcambievole benevolenza . E ciò avviene, quando o per malizia di alcuno, o per qual’ altro fiali inganno, viene la fcambievole be- nevolenza a nafeonderfi per modo , che 1’ un degli amici non crede più di clfere ben voluto dall’altro; perchè allora quantunque benevoli fi porta n dire, non però fi diranno amici ; effondo 1’ amicizia una benevolenza, non folo fcambievole; ma anche, co- me fopra è detto , ju i\ X«v6Jv* fri in» * ili D» ALCUNE QUALITÀ' DELL’ ANIMO . 187 Della beneficenza . L A beneficenza è una confuecudine di far bere ad altri, la quale non è amicizia; dovendo 1’ a- micizia edere vicendevole , laddove la beneficenza fpefle volte non è; anzi allora è più beneficenza, quando meno è corrifpofta. Laonde fi vede , che nell’ amicizia non molto rifplende la beneficenza; perchè febbene colui , che fa beneficio all* amico, fi chiama benefico, ed è; più benefico però fi ftima efler quello, che fa bene- ficio all* eflraneo; perciocché il primo fpera in qual- che modo il contraccambio ; il fecondo , alroen d* ordinario, non lo fpera in niun modo. Ben* è vero , che chi fa beneficio per fin di ot- tenere il contraccambio, non è benefico , perciocché non fa veramente il beneficio, ma Io cambia. E ta- li per Io più fono i cortigiani, e quelli, che fem- pre cercano il guadagno, fecondo I’ opinion de’qua- li perdura opera farebbe fare un beneficio fenza cam- biarlo . E chi è tale, ha 1’ animo vile et abbietto . Della gratitudine . L A gratitudine è un» difpofizion d’ animo che^ noi abbiamo , a far bene -ad alcuno , perchè •- gli ha fatto bene a noi. Et è diverfa dall’ amici- zia , perciocché quello , che è grato , fa bene folo A a i P“- Digitized by Google i8S Parti Q^u i k t a perchè ha ricevuto bene ; ma quello , che è amico lo fa anche fenza quella ragione; e il grato è tut- to intcfo a rellituire il beneficio ; 1’ amico non in- tende refiituirlo ; anzi intendendo reftituirlo moftre- rebbe di cffere poco amico . Laonde le perfone gen- tili , facendo alcun favore , non moftrano mai di farlo In grazia di un’ altro favore, che già ricevet- tero; e fiudiano più tolìo di efier grati, che di pa- rere . E chi fa il beneficio, dee farlo in maniera, che non moflri di afpettarne un’ altro ; nè dee trop- po querelarli, fe non gli è corrifpofto; perchè que- relandoli, fa credere di aver fatto il beneficio per quello fine. Onde chi manca alla gratitudine, pec- ca ; e non è però molto virtuofo chi la efige. E' poi anche un’ altra ragione , perchè 1’ ami- cizia debba crederli diveifa dalla gratitudine; e ciò è , perchè 1’ amicizia non può averli con un nemi- co , ma la gratitudine può averli; potendo un ne- mico modo da grandezza d’ animo averci fatto alcun beneficio, di cui noi gli fiamo grati. Altro è dunque 1’ amicizia, altro ia gratitudine. Dell' amor di fe fltJJb . I O non Co , fe in tutta la filofofia fia parte alcu- na . o più ofeura , o più importante di quella; perchè fe 1’ uomo intendere bene 1* amore, che e- gli porta a fe ftelTo , più facilmente ftabilirebbe il fine ultimo; il quale è difficiliffimo z ftabilirfi per 1’ ofeu- V Digitized-by Coi Di ALCUNE qjjaliTa' dell* animo. 189 ofcurità d’ un tale amore . Noi però ci ingegnere- mo di dirne il più che potremo chiaramente) e co- mincieremo di qui . L’ uomo è tratto per certo naturale iftinto a voler ciò , che è buono a lui ; e fi dice eflere a lui buono tutto ciò, che Io rende migliore, e più per- fetto , c più tranquillo , e più felice ; e fono di tal maniera il piacere, e 1* onefià; è dunque 1* uomo natur Imente tratto a voler’ il piacere, e l’onc(là.. Or benché dicali , che 1’ uomo dee volere quel- lo, che è buono a lui; non pelò dicefi, che egli debba volerlo a quello folo fine , che a lui fia buo- no , perchè io pollo volere una cofa , che fia buona a me, e tuttavia volerla ad altro fine; e ciò fi ve- de nell’ onefià; perchè chi vuole 1* onefià, vuole una cofa, che veramente è buona a lui; ma egli a ciò non mira ; mira p;ù torto alla bellezza eterna , et immutabile dell’ onefto , da cui rapito non pen* fa più a fe medefimo . Et anche cosi facendo legue 1’ iftinto, eh’ egli ha, di andar dietro alle, cofc che a lui fon buone .. E quello iftinto è appunto quello, che chiamali amor di fe Hello, principio di tutte le azioni , il qual le feorge Tempre a cofa buona , quando al piacere, e quando alla virtù. Ben è vero , che difgiungendoG in quella mifera vita il piacere dalla virtù , benej fpeffo avviene, che aT uom fi proporga dall’ una parte il piacere fer.za la virtù , dall’ altra la virtù fenza il piacere , et effendo egli libero , e potendo eleg- DigittzStTCjrGoogle 190 Parte Q^u i n t a eleggere qual più gli piace , frodandoli dalla virtù fegue fpefTe volte il piacere; nel che pecca , feguen* do un bene, che allora frguir non dovrebbe . E tan- to più pecca, che fe egli aveffe affettato, la virtù forfè gli avea preparato maggior piacere di qtelio, che poffa dargli la colpa . Cosi offende la dignità dell’ oncfto, e mal provede a fe raedefimo, e nell* uno e nell’ altro non ben fegue 1’ amor di fe fteffo. Per la qual cofa quelli, che tanto gridano con- tro P amor di fe fteffo , non bene intendono quel, che dicono; perciocché chi ama fe fteffo come con- viene , non cerca il piacere fe non quanto la virtù gliel confente , e noi cerca di modo alcuno propo- nendoglifi la virtù; nel che fegue le cofe,chealui fon buone , feguendo 1’ amor di fe fteffo rettiflima- mente. E fe alcun fi trovaffe , che ciò factffe con coftanza d’ animo, e femprc ; io non fo , perché egli non foffe quel fapientiftimo , e quel feliciflìmo , che i filofc.fi fino ad ora hanno tanto defiderato di vedere . Spiegato cosi 1’ amor di fe fteffo , non farà dif- ficile il dichiarar tre quiftioni, che fogliono farfi in- torno all’ amie-zia. La prima fi è; fe P amor di fe fteffo fi opponga all’ amicizia. La feconda fi è; f« 1’ un’ amico più ami fe fteffo, che P altro amico. La terza; fe amando P uomo fe fteffo poffa perciò dirli amico di fe fteffo . Delle quali cole io mi fpc- dirò brevemente . Quanto alla prima, feguendo Arinotele, dico ' che Dr ALCUNE qualità' dell’ animo. 191 che 1’ amor di fe fteftb tanto non fi oppone ali’ a* micizia , che anzi la ricerca, e la vuole. E la ra- gione è quella : 1’ uomo tratto dall’ amor di fe llef- fo vuole tutte le cofe , che a lui fon buone ; ora 1’ amicizia è a lui buona ; dunque dee effere tratto dall’ amor di fe Beffo a volerla. Ma dicono alcuni : le uno vorrà bene all’ ami- co trattovi dall* amor di fe Hello , vorrà bene all’ amico , perchè bene ne torni a lui , e penferà all’ util fuo; dunque non farà vera, e perfetta amici- zia . Nel che fi ingannano; perchè 1 ’ uomo tratto dall’ amor di fe fteffo vuole le cofe onefìe , le qua- li veramente a lui fon buone, come fopra abbiamo fpiegato , ma non le vuole per quello fine , che a lui ne torni bene , nè volendole , penfa all’ util fuo; e 1’ amicizia è cofa onefiifiima , dunque la vor- rà in quello modo, e non per bene fuo. Quanto alla feconda quillione dico che 1 ’ uno amico più ama fe Hello, che 1 ’ altro amico. E la ragione fi è. Benché 1 ’ uomo voglia la felicità fua, e la Icl.cità dell’ amico, fenza riferire nè quella nè quella ad altro fine; v’ ha però quella differenza, eh’ e’ vuole la felicità fua per certo iftinto impref- fogli dalla natura , a cui non potrebbe refillere, quand’ anche voltffe ; ma la felicità dell’ amico la vuole per elezione; e non è alcun dubbio , che più forte è P impulfo dell’ iftinto, che quello dell' ele- zione . Può anche addurfene un altra ragione. Ha dei beni DigitizrsrtJrGoogle 12* Parte Qu inia beni preftantìflimi , e fomroi , che 1’ uomo non vor- rebbe perdere, perchè gli avcffe 1’ amico; e tale è la virtù; fi vede dunque, che 1’ uomo più ama fe Redo che 1’ amico. Ben è vero, che trattandoli dei beni minori, come fon quelli della fortuna , non dee 1’ uomo fludiarfi di averne più che l’ amico; e mol- te volte farà gran fenno , fe dovendo dividergli, la- rderà all’ amico la maggior parte; perchè, così fa- cendo, ufeià cortefia , e farà azion virtuofa , e la- nciando all’ amico il danaro , terrà per fe il piacere della virtù . Quanto alla terza quiRione, fpero, che i Peri- patetici non dovranno di me dolerli , fe avendo io feguito AriRotele in tante altre opinioni, da lui mi fcoRo in una; e dico, che, quantunque 1’ uomo a- mi fe flelfo, non dee però poter dirfi propriamente amico di fe ReiTo ; perciocché 1’ amicizia vuole ne- celTariaroente fcambievolezza , la qual non può ri- trovarfi in un foggetto folo; e fe Aratotele argo- mentava , non poter 1’ uomo dirfi giufto verfo fe fteflo, non potendo elTere verfo fe RelTo ingiulìo; perchè non doveva egli fimilmente argomentare, non poter 1* uomo dirfi amico di fe Reflo, non potendo effere di fe RelTo nemico? Fin qui abbiamo detto dell’ amicizia , che è un taro dono del cielo , e poco dagli uomini conosciu- to : > quali 1’ hanno difonorata , imponendo lo flef- fo nome a tutte quelle conofcenze , e famigliarità comuni , per cui fi coferva una certa focietà tra gli uomi- Digitized by Goè alcun’ uomo felice immaginar fap- piamo, nè alcun Dio, fe noi ricolmiamo di un gran- didimo, et infinito piacere. E ben potca paifarfi Ari- Digìtized by Google 200 Paste Q^u i n t a Aliatotele di quella Tua leggiadra comparazione , quando affomigliò il piacere al defiderio ; percioc- ché il piacere ha qualche ragione in fe d’ elTer vo- luto , il defiderio non ne ha niuna; e 1’ abbondan- za dei piaceri fa 1’ uom felice; 1* abbondanza dei deliderj non già . CAP. XVI. Se il piacere Jìa V ultimo fine . E ssendo io venuto a ragionar del piacere , non crederò , che niuno fia per riprendermi , fe io tornerò ad una quillione trattata già fin da princi- pio, e cercherò fe il piacere fìa elfo 1’ ultimo fine ; giac- ché pare , che alcuni non fappiano levarfi di men- te , che in etto foto (ia polla la felicità . Et anche Arinotele tornò piò d’ una volta alla medclìmaqui- ftione , nò volle finire i fuoi dieci libri della mora- le fenza aver prima rifpollo agli argomenti di Eu- doffo ; il quale avea polla tutta la felicità nel pia- cere , adducendone più ragioni . Noi dunque, fluen- do Atiftotele , ci accolleremo di nuovo all' ifteffa-. quillione , e non concederemo per niuna ragione ad EudolTo quello , che già negammo ad Epicuro . Io dico dunque quello*, che ho detto altre vol- te , e ciò è , che la felicità confille non nel foto piacere , ma nel piacere infieme e nella virtù; im- perocché non può 1’ uomo eflfer felice , fe egli non ha Digitized Di alcune qualità' bell’ animo . 201 ha tutti quei beni , che a lui fi convengono , cioè tutti i beni, a quali per certo fuo invincibile illin- to fi fente effer tratto ; or quelli beni , come fopra è dimollrato , fono il piacere , e la virtù ; egli non può dunque clTer felice, fc non ha infieme e piace- ri e virtù . Oltre a ciò il piacere fcnza la virtù non può mai edere tanto grande , quanto alla felicità fi ri- chiede; perciocché mancando all* uomo la virtù, gli manca eziandio quel piacere, che da lei nafce, fenza il quale è difficile, che egli fia contento. Et effondo naturalmente inchinato all’ oncfià , non può non fentir difpiacere, fe non 1’ ottiene. Qual’ è il traditore, il ladro, 1’ ufurpator, 1’ affaffino, il qual fentcndo di effere difonelto , non difpiaccia a fc me* defimo; et avendo mille piaceri, non voleffc più to- flo avergli con la virtù? della quale effondo privo , fonte vergogna, e dolore, e appena ardifee egli fieffo di chiamarli felice. Però è cofa vana il vole- re immaginarli un piacer tanto grande, che badi all’ uomo fenza la virtù. Ma argomentava Eudoffo a quello modo. L* ultimo fine altro non è, fe non quello, che tutte le fenfitive cofe , o ragionevoli , o irragionevoli , per certo loro naturale ifiinto appetifeono ; ma que- llo è il piacere; dunque I’ ultimo fine altro none, che il piacere. Al chc'nfpondcndo dico, che 1’ ul- timo fine delle cofe fenfitive , in quanto fon fenfi- tive , è veramente il piacere , perciocché , in quan- Tc/w. IV. C c to 232 Parte Q^u i n t a to fon ronfiti ve i per loro naturale iftinto ad altro non fi movono; ma fé le cofe fenficive fieno ancor ragionevoli , come 1* uomo è , e però fieno tratte per naturale iftinto non folo al piacere, ma an- che alla virtù , non può 1’ ultimo fine loro confi* fiere nel piacer folo; ma dee cor.fificre nel piacete, e nella viitù; nel piacere, in quanto fon fenfitive, e nella virtù, in quanto fon ragionevoli . Argomentava Eudoflo anche a quell’ altro mo- do . Il dolore è il foriamo dei mali , perchè veggia- mo , che tutti lo fuggono ; bifogna dir dunque • che il piacere fia il Gommo dei beni . Et io rifpondo , che il dolore è veramente un male , e quello balla, perchè tutti lo fuggano; nè è neceflario perciò, che egli fia il fommo dei mali. Così potrebbe il piace- re eflere un bene , fenza però effere il fommo dei beni. Ma domanderà alcuno: qual’ è dunque il fom- mo dei mali? et io rifpondetò , il fommo dei mali effere il dolore congiunto alla colpa ; che fc il do- lore fi difgiungerà dalla colpa , potrà talor deprez- za rfi , quafi non foflc male; e farà lode in ciòcco- ine fecero e Scevola , e Curzio , e Bruto , e Cato- ne , e tanti altri , che dove non fofle colpa , appe- na credettero , che foffe male il dolore . Effendo dunque il fommo dei mali pollo nel dolore e nella colpa , par conveniente , che il fommo dei beni fi ponga nella virtù, e nel piacere. Un’ altro argomento di Eudoflo era quefio . Quello , che fi appetisce» e fi vuole per lui fteflo, e non Digitized by Google Di alcun* qjj alita’ dell* animo . 203 c non per altro fine, è il fommo bene; ora il pia- cere fi appetifce e fi vuole in quello modo; il pi** cer dunque farà egli il fommo bene . Al quale ar- gomento rifpondo , che quello che fi appetifce e fi vuole per lui fleflo , e non per altro fine , è vera- mente un bene; ma non è da dirli per ciò , cho egli fi* il fommo bene . A cotefto modo poteva an- che dimoftrarfi , che la virtù fia il fommo bene, per- ciocché effa pure fi appetifce e fi vuole per Iti llef- fa , e non per altro fine; ma ciò fa, che ella fia un bene, non già che fia il femmo bene. Però non altro può quindi raccoglie) fi , fe non che cfTendo la virtù un bene, et anche un bene il piacere , venga per la congiunzion d* amendue a formarli quel fom- mo ineftimabil bene , a cui tendono tutti i delìderj dell’uomo, e che noi chiamiamo felicità. Pur dirà alcuno . Se un colpevole non avelTe verun’ incomodo , nè quello pure della finderelì; e folTe intanto ricolmo di tutti i piaceri ; chi potreb- be dire, che egli non forte felice ì Che importereb- be a lui della colpa , quando niun male gliene av- venirti: ? E' dunque riporta la felicità nel piacer folo . Et io dico , che il colpevole , il quale ha per- duta la finderelì, quand’ anche averte tutti i piace- li , non dovrebbe però dirli felice , effendo che la felicità, fecondo 1’ opinion di tutti, è uno (lato, a cui fi ricercano due cofe , 1* una è di render l’uo. mo quieto e tranquillo » 1’ altra «r di renderlo tale, C c 2 qua- Digitized by Google 204 Parte Qji i n t a quale cfler dee • Ora il colpevole , cjuand anche abbia tutti i piaceri , fe pelò è colpevole , non è tale, quale cfler dee; ma è bruito, deforme , mo- lìruofo , orribile, deteftabile alia natura; non par dunque, che polla dirli felice. Nè vale il dire, che a lui poco importi della fua deformità; cercandoli qui, fe egli Ila veramente brutto, e deforme; non fe gl’ importi di edere . Ma di quello non più . CAP. XVII. Del dejìderio della felicità . E ' Stato detto molte volte e da molti , che il de* fiderio della felicità fi è lo (limolo di tut- te le azioni , così che niuna fe ne faccia , fe non per V incitamento di etto ; e che efib è ncceflario, nè può elìinguerfi in modo alcuno; e che non ha termine, ma va e procede all’ infinito. Le quali cofe efporremo ora brevemente , fpiegando prima , che cofa efib fia , e in che confida . E' dunque il defiderio della felicità un’ iftinto, per cui 1’ uomo dcfidcra la fomma di tutti i beni , che a lui convengono, e il rendon compiuto , e per- fetto . Il qual defiderio è certamente nell’ uomo ; perchè febben pare talvolta , che egli fi contenti di alcuni pochi beni , non è però , che non volefie a- vergli tutti , quando potette ; e quindi è , che va dietro ora ad un bene, et ora ad un’ altro , non eden- Digitized by C Di alcune qualità' dell’ animo . 205 etfendo veramente contento di niuno , e verrebbe raccoglierne quanti p ù può ; e giacché non può cf- fer felice interamente, s’ ingegna puie , e fi sforza di elferlo in qualche parte . Quindi (i vede , quanto poca differenza fia tra il dcfiderio della felicità, c 1’ amor proprio, fe pur ve n’ ha alcuna , e non fono più tofio un’ illinto folo con due nomi; di che ora niente leva il di- fputarc . E' anche chiaro, che il defiderio della fe* liciti non è virtù; perciocché non fi acculila per abito , ma è inferito dalla natara , onde iflinto fi chiama ; c per 1’ ifiefla ragione non è vizio nè pure . Spiegato a quella maniera il defiderio della fe* liciti , può fubito intenderli , come elfo fia 1* inci- tamento di ogni azione. Imperocché niuna azione fi fa, fc non fe per confeguire alcun bene, fia di- lettevole , fia onello ; onde fi vede , ì % incitamento di ogni azione dover’ clfere quell* iilinto , che ci trae verfo il bene ; e quello ifinto è il defiderio della felicità . Et effendo cosi, è anche manifefto , che il de- fiderio della felicità è necelfario , nè può levarfi via , nè cftmgucrfi in neflun modo. Imperciocché fe elfo è l’ incitamento di ogni azione, ne fegue , che qua- lunque azione fdcefle 1’ uomo per ellinguerlo, la fa- rebbe mollo et incitato da elio fteffo , e feguirebbe il naturai defiderio della felicità in quel tempo me- de fi tuo , che egli ccrcaffe e fi sforzafie di sfuggirlo. Nè 1^6 Parte Q^O i n t a Nè altra via potrebbe elfervi di levar da fe un tal defiderio, fe non ridurli del tutto all* inazione, le* vando da fe ogni intendere t et ogni volere; il che farebbe cangiar natura. E qui vorrà forfè alcuno, che fi fpieghi alquan- to ampiamente, come gli uomini pecchino; perchè fe la volontà fi porta fempre al bene , come fopra è detto; e ve la trae un’ invincibile defiderio di fe- licità; egli par bene, che niuna azicn rea, nè mal- vagia debba poter venirne . E come farebbe malva- gia , provedendo da un defiderio, che trae al bene, et è invincibile? Quella in vero è difficoltà importante da fpie- garfi ; però benché io nè abbia ragionato alquanto in altro luogo, non lafcierò di ragionarne anche qui un poco più largamente, lo dico dunque , che com- ponendoci la felicità di due parti cioè del piacere, e dell’ onefto , quella farebbe felicità fomma,incui fommo piacere e fomma oneflà fi cong ungeffero . E fe rooftrar fi potette all* uomo e prefentarglifi que- fta fovrana , c perfetta , c divina forma di felicità , non è alcun dubbio, che egli non fe ne accendeflo fuor di roifura , e dimenticando ogni altro obietto, non correlTe impetuofamente dietro a quello folo ; nè in ciò facendo , ufeiebbe egli libertà, nè con- figlio; ma feguirebbe certo fuo naturale, et invin- cibile iftinto, nel che non farebbe nè vizio, nè mal-, tagità niuna, nè virtù pure. Ma quella cosi eccellente forma , e così efqui- fifa Digitized by Goògle Di alcune qualità' dell* animo. 207 fifa di felicità nel viver noftro non G ritrova ; e ben- ché il fommo , e perfettiffimo piacere non poffa ef- fere. fecondo eh’ io credo, fenza una fommaeper- fetr (lima oneftà , Rè la fomma e perfetiffima oneftà fenza un fommo piacere e perfettifirao; ad ogni modo perchè i piaceri , che ci fi propongono in quella vita, fo- no imperfetti, e le oneftà altresì; avviene bene fpef- fo , che fi difgiungan tra loro , e ci fi -pari dinanzi ora il piacere congiunto con la difoneftà , et or 1* o- neflà congiunta col difpiacere e con 1’ incomodo. E allora è , che 1* uomo venendo a delibera- zione et a configlio, e ufando la libertà, eh’ egli ha , di fcegliere tra beni imperfetti , che gli fi mo- fìrano , quello, che gli è più in grado, difponfi ad abbracciare o il piacere con la difoneftà, o 1’ one- ftà col difpiacere; e fe fa quefto , fa azion lodevo- le e virtuofa ; fe quello, malvagia e biafimevole. Ma che che egli fi faccia, la volontà di lui fempre fi porta al bene ; imperocché, facendo azion malvagia , vuole il piacere, che è un bene, e fa- cendo azion virtuofa, vuol 1’ oneftà, eh’ è un* al- tro bene ; nè è giammai , che voglia quello , che*» vuole, fe non in quanto è bene. Perchè di fatti nè il malvagio vuole la malvagità , in quanto è malva- gità, ma foto in quanto è gioconda, nè il virtuofo vuol la virtù, in quanto è feomoda , ma folo in quan- to è virtù . Onde fi vede , che 1* uomo , anche adoprando malvagiamente , pur fegue alcun bene , e però vi è mofio iol Parte Q_u i n t a mollo cd incitato da delidcrio di felicità ; percioc- ché non pecca gà egli, perchè non voglia il bene , fprezzando la felicità; ma perchè non vuol quel bene, che dovrebbe, e delle due parti della felici- tà quella fceglie , che è la meno predante , e la me- tto lodevole, cioè il piacere, lafciando 1’ altra, che è nobiliflima , e lodevolillima , cioè la virtù. Saran di quegli, i quali domanderanno, per qual ragione, componcndofr la felicità di due parti, dell’ oneflo , e del piacere, debba 1* uomo anzi fe- guir 1’ onedo fenza il piacere , che il piacere Ten- ia 1’ onelìo , cosi che feguendo quello faccia vir- tuofamentc , e fia degno di laude, e feguendo que- llo , faccia malvagiamente, e degno di biafimo lii_. riputato . E quelli tali in vero pare , che non abbiano ancora abbailanza comprefo 1* eccellenza , e la di- gnità dell’ ondlo . Poiché fe 1’ onello , come tante volte abbiamo detto, c quello, che per fe (Icflo » C di natura Tua dee volerli , e feguirfi ; il dubitare , fe 1’ uomo feguir lo debba , o pure fe gli lì a lecito feodarfene alcuna volta , egli è lo Hello , che dubi- tare , fe 1’ uomo feguir debba quello , che dee fe- guirfi . La qual dubitazione in cui potrà cadere? Non è dunque lecito all’ uomo lo fcoflarfi dall’ ore- lìà per che che fia , e fe il fa, fa malvagiamente, et è degno di biafimo , e di caftigo . Ma perchè fono alcuni , i quali avendo grarL. copia di piaceri , vengono in tal tracotanza , e fu- pe r- Òigitized by Google Di alcune qjuauta’ dell’ anivo . 209 , perbia , che deprezzando ogni oneftà, e ridendofe- ne 5 fi mettono fiotto i piedi la virtù; e purché non abbiano il cafligo, niente importa loro di meritar- lo; fie bene aggiungere un* altra ragione, acciocché intendano , con quella loro alterigia mal provedcifi ai fatti loro. Imperocché peniando bene e rivolgen- do nell’ animo , quanto difdicevol cofa fia , e mo- fìruofa , e indegna della maeflà -della natura un malvagio, il qual fi goda lungamente della fua mal- vagità; e quanto brutto, e orribil fia il vedere, che colui, che afiaflinò il pupillo , debba efiTere perpetuamente fe- lice del Tuo aflaflìnio; egli non può non credeifi,e non tenerli per fermiflitno , che 1’ infidiatore , il la- drone, lo fpergiuro dovranno perdere una volta quel piacere , per cui confeguire non dubitaron di offen- dere così altamente 1* oneftà. Et al contrario t (fen- do il virtuofo degnillìmo dei fommi piaceri, e, co- me dice Arifiotele, SeofiXuarxror , cioè amicilfimo,e cariflimo a Dio , è ben da credere, che egli rice- verà , quando che fia, il premio, che ha meritato. Che fe la natura è così bene ordinata nel reggimen- to de’ mondani corpi, che fecondo i filici Tempre fccglie le difpoGzioni e le forme più perfette , e più vaghe; per qual ragione crederem noi , che nel reg- ger gli uomini , c nel condurgli al lor fine , debba eflere trafeurata , e fenza niun 1 ordine? Perocché fan male , e mal proveggono a lor medefirni tutti quelli, che allontanandoli dalla virtù fi abbandona- no al piacere; imperocché perdendo ora la virtù , Tom. IV. D d che 210 P A K ? E Q^U 1 N T A che non curano, perderanno una volta anche il pia- cere , che tanto curano. Et al contrario gli onefti debbono fyerar molto nella providerza della natu- ra, e nella divina amicizia,- e ftudiandofi di efcrci- tar la virtù , non affrettarli gran fatto di confeguir il piacere; perchè fe la natura il concede ora ai malvagi , 'quarto più dovrà elferne cortefc e larga ai virtuofi , quando che lia ? Così quelli , che fe- guono la parte p ù ncbilc della felicità , che è la virtù, confeguiranno una volta anche la parte men nobile, ma però dolce c cara, che è il piacere; laddove i malvagi avran perduto ogni cofa . Ma tor- niamo al propofito. Abbiamo finquì dichiarato , come il defiderio della felicità fia 1* incitamento di tutte le azioni, nè polla ellinguerlì per niun modo. Rolla che di- chiariamo , come egli , fecondo che infognano i fi- lofolì , non abbia termine alcuno, ma vada , c pro- ceda all* infinito. La qual cofa come che polfa fpic- garfi in più maniere , noi ci contenteremo (piegar- la in due fenza più . Ma farà bene dir prima alquanto del defiderio, e della contentezza ; perciocché la contentezza le- va 1’ affanno ai deliderj , i quali fe abbiam detto procedere all’ infinito , non perciò dee temerli, che procedano all’ infinito anche gli affanni ; che que- lla in vero farebbe miferia troppo grande ; ma la contentezza ferve molto ad alleviarla. Per fiar dun- que animo ai timidi, comincieremo a dirne in que- llo Digitized by GooqIi Dr ALCUNE Q.U ALITa' DELL* ANIMO . 211 fto modo. Diccfi l* uomo defiderar quelle cofe, le quali fe aver potefle , le piglierebbe. La qual voglia è fpelfe volte focofa et ardente oltre roifura et in* quieta 1’ animo , e lo turba , come il più fono le voglie de’ giovani; talora è più quieta, e non dà tanta noja , come fuole accadere maflìmamente in_. quelli, che elfendo prudenti, e moderati , e virtuo- fi affai , nè avendo cofa , che lor dia molto falli* dio, fi contentano di quei beni, che hanno, nè cer* can più; i quali più follo contenti chiamar fi vo* gliono , che felici . Imperocché confifiendo la feli- cità nella fomma di tutti i beni , e quella non aven- do eflì , non hanno la felicità ; e benché defiderino averla , poiché , fe potclfero , piglierebbono volen- tieri quei beni ancor , che non hanno ; tuttavia il defiderio non gli turba , e però contenti fi chiama- no. E tali efier poffbno ancor molti in mezzo a dolori , malfidamente quando gli vogliano eglino fleffi. Chi dirà, che non fclfc contento Scevola al- lora quando con fortezza inaudita , e veramente ro- , mana abbruciò la mano, fe egli fitlTo voile abbru- ciarla? E Curzio e Catone alticci furon contenti, allorché fi ammazzarono ; giacché il vollero elfi fleffi , credendo di fare azione onefta ammazzando- fi ; e la fecero per quello , perchè credctter di far- la . E di vero benché 1* uomo contento fi accolli alquanto alla felicità ■ non è però felice; tanto più che quello fiato di contentezza , a cui ballano po- chi beni , fuoP elfere d’ ordinario poco duievolc , D d 2 f«l* Digitized by Google 2 I a r A K T E Q^u IXTl falvo fe non Ha fondato in virtù; perchè gli altri beni fono efpolìi *!la fortuna, che prettamente gli dona , e gli togiie ; e molti ancora per lo troppo durare fiancano, c vengono a noja et a fafìidio , onde manca la contenterà. Ma vegliamo al pro- pofiro. Io dico, che il defiderio della felicità va e pro- cede all’ infinito primamente in quello modo. Egli è certo, che 1’ umana felicità, ficcome quella, che è finita» nè può elitre altrimenti, tale ancora efler dee , che fempre le fi pefià aggiugnere qualche co- fa, onde vie più crefca, e fi faccia maggiore, effon- do quella la differenza, che palla tra le finite cofe, e le infinite; che ficcome alle infinite fempre fi può detrarre, così alle finite fempre fi può aggiungere; e per quella ragione due felici pofTono efiere 1’ uno più felice dei!’ altro, come altrove abbiamo dichia- rato. Ora fe cosi è, qual farà quel felice, il qual fi creda d’ efler felice abbafianza ? E chi farebbe , che avvifato d’ una maggiore felicità non la cam- biarti; volentieri con quella minore, eh*"' egli hai Siccome dunque non è fognato alcun termine alla-* felicità, oltre cui non polla ella {fenderli, e farfi maggiore; così nè al defiderio pure, il qual trapaf- fa ogni termine, qualunque fegnar gli fi voglia, e va, e feorre all* infinito. Il che fe apparifee negli altri beni, che conftiruifcono, e formano la felici- tà, più ancora , e principalmente fi manifefla nella virtù. Perciocché qual’ c V uomo, che voglia effere tem- Digitized by Googlp Di alcune qualità’ dell’ animo . 213 temperante, e giufto , e cortefe, e valorofo mifura* tamcnte ì Anzi ognuno, che fia oncfto, defidera di divenire onerto fempre più ; et è oncfta cofa il de- fidcrarlo . I piaceri poi , che adornano la felicità, e che fono onerti, chi è, che, potendol fare , non ne volelfe confeguir fempre dei maggiori ? Se già non venifle un qualche Iddio > il qual gl* imponefle di contentarfi di quei piaceri, eh’ egli ha, facendo di- ventar virtù T attenerli dagli altri. E quello defide* rio dei piaceri dove non conduce egli l’ uomo o più torto dove noi trafporta , e noi rapifee? Alef- fandro, che fu grandiflìroo nelle imprefe , e nei de- fiderà oltre la Macedonia bramòanche 1’ Afia ; e dopo 1* A fia un’altro mondo ; e fe defiderò le virtù, come gl’ im- peri , ben mortrò , quanto fia grande nel cuor dell* uomo, e vado, e interminabile, e immenfo il deli— derio della felicità. Va poi e procede all* infinito il defiderio del- la felicità anche per un’ altra ragione. Chi è co- lui , che voglia effer felice per un certo fpazio di tempo, e non più? E potendo aggiungere un gior- no folo , anzi una fola ora alla fua felicità, non gliele aggiungere ? Non è dunque nella lunghezza del tempo alcun termine, in cui fi fermi, o più to- rto cui non trapartì , trafeorrendo fempre più oltre, il defiderio deila felicità. E di vero fe gl* infelici , purché non fieno infelici del tutto, e refti pur loro alcun bene , defiderano , e cercano , e procurano con ogni sforzo, e fi rtudiano di vivere quanto più pof- 114 Parti Quinta polTono; molto più pare, che ciò fi convenga di fare ai felici; i quali effondo in co'ì grande abbon- danza di tutti i beni, muna ragione hanno , perchè debba effer loro odiofa la vita, anzi n’ hanno una grandiflìma per dcfiderare di vivere, e durar lunga- mente. E quello defiderio di vita, che non ha ter- mine alcuno, ove fi fermi, e i ipofi , che altro è fe non defiderio di eternità? E di qui nafee quell’ ab. borrimento naturale, e quali Deccffaiio, che ognu- no ha, di morire. Per la qual cofa egli fi par be- ne , che Urano farebbe e difordinato provediracnto della natura, fe aveffe prelcritto alcun termine alla vita dell* uomo , non effendonc preferito niuno al defiderio ; il perchè molti filofofanti fi hanno fer- mamente perfuafo , che la morte fia non già il fine del vivere , ma più follo un paffaggio da quella vi- ta temporale e breve , ad una più lunga , e fempi- terna . E quello dovremmo credere per più alto de- coro della natura, quand’ anche le ragioni dei filici noi confentiflero ; Je quali però non folo il ci con- fentono, ma ci dimollrano chiaramente , dover tener- fi 1’ ànima per eterna et immortale , nè morire ef- fa morendo 1* uomo, ma forgere a vita migliore, e più perfetta . Et cffendoli creduto da molti , che la gloria delle preterite azioni doveffe piacere e recar contento e diletto alle anime dei trapaffati , fi ftu- dlarono di lafciar di fe flcUi dopo la morte un gran nome , credendo così di provederfi di alcun como- do per la vita avvenire. Nè parve, che la natura difap- Digitized by Google Di alcuni qualità' oitt’ animo. 215 difapprovafk- dei tulio la loro opinione , effendofi ella (Uffa fervita di un tale limolo per eccitar la virtù. Il che fé è vero, e fe un' altra vita tanto migliore ci attende , la qual dobbiam vivere eter- namente , a che dunque ci affrettiamo di effer feli- ci m quella manchevole , e breve ; e non più tofto la felicità noftra afpettiamo nel corfo lurghillimo, e fempiterno dell’ altra ? Come fe uno dovendo vivere cento mila anni, poneffe ogni opera , e fi lìti- diafle con ogni argomento d’ effer felice per un mi- nuto di tempo, nulla curando del reflante . Ed è pure la prefente vita affai men che un minuto a ri- fletto della vaftiffima eternità . E certo , quella ra- gion feguendo , difficil cofa è contenerli , di non_. trafeorrere in quelle altiffime fperanze Platoniche, che mi fanno fpeffo venir voglia di abbandonar del tutto la breve felicità di quella vita, e lafciarla ai Peripatetici. CAP. XVIII. Della felicità . N On farà fuor di propolito, che fu ’1 finire di quello compendio , ritorniamo là , donde par- timmo , ritoccando c compiendo quella immagine , ovvero forma di felicità , che già adombrammo in fu ’1 principio. E così pur fece Arinotele ne* fuoi dieci libri. Sia dunque la perfetta felicità il cumu- lo di 2 1(5 P a * t * Quinta lo di tutti i beni, cosi che non le manchi nè feien» za, nè finità , nè robuftezza , nè bellezza , nè gra- zia , nè potenza, nè ricchezza, nè nobiltà , nè ono- ri; e fia tutti quelli beni fi fegga , e tutti gli regga e governi, quali (ignora , e imperatrice la virtù . Ma quella felicità più tollo può fingerfi , e dcfidcrarfi, che otrenerfi ; imperocché nè tutte le virtù pedo- no Tempre efercitarfi in foramo grado; et alcuna ven’ ha, che non s' adopra fenza i beni della for- tuna, come la liberalità; et altre hanno bifogno de* mali per edere adoperate, come la tolleranza, e la fortezza , tanto che pare fieno proprie {olamente degl’ infelici . Gli altri beni poi si d’ animo si di corpo , come la memoria, e Io ingegno,' e la fani- tà , e la bellezza, e la grazia , vengono quali in tut- to dalla natura , che rade volte gli unifee , e gli raccoglie in un Colo ; e chi da erta non egli ebbe, non può fpcrare gran fatto di procacciategli • Che diremo de’ beni edemi , della potenza , della ric- chezza , degli onori , della nobiltà , delle amicizie , ne’ quali , fe in altra cofa mai , regna e domina la fortuna così incerta et incollante , che non è chi debba ddjirfene, o porta . E fe vogliati! riguardare-/ non folo alle comuni vicende dei fatti prefenti , e che abbiam folto gli occhi, roa riandando fu per le antiche memorie cercar con diligenza le preterite avventure degli uomini , troveremo onde lagnarci molto della fortuna, e fperarne affai poco. Per la qual cofa chiunque fi mcttdfe in penfiero di voler con- Digitized by Gooale Di AtCUNE QUALITÀ' DELL* ANIMO . 217 confcguire in quefta vita la perfetta felicità , mal fpendcrebbe le fue diligenze , c avrebbe Tempre bifogno di dTere grandemente raccomandato , et ol- tre modo caro alla fortuna . Però bene e faviamente hanno fatto i Peripate- tici , che avendo locato la perfetta felicità in un_. così alto luogo, ove niuno afpirar può; hanno po- llo fotto di elTa alcuni altri gradi di felicità imper- fetta , a quali afpirar fi pofTa con maggiore fperan- za . Ma perchè quefta iftefla imperfetta felicità po- trebbe eflere intefa in più maniere , e molti potreb- bono ingannarvi prendendo per felicità imperfetta, ciò , che pur non merita il nome della felicità , pe- rò fie bene deferiverne brevemente la forma, accioc- ché in efla riguardando polliamo più facilmente di- ftinguere , quali fieno i felici, e quali nò. Io dico dunque, che a quefta imperfetta felicità , di qualun- que forma ella fia , tre cole fi richieggono , e non più; prima, che l* uomo fia virtuofo ; apprelfo, che fia contento ; e in terzo luogo , che niuna grave-» feiagura gli fopraftia . Nè io voglio qui, che trop- po fottilmente fi efamini una tal partizione; perchè fe ad alcuno parrà , che le fopraddette tre cofe pof- fano ridurli a due, parendogli peravventura , chela contentezza rinchiudali nella virtù , o la virtù nel- la contentezza, io non gli contraftarò punto; ma intanto le confidererò , come tre . Ricercali dunque alla felicità, qual che ella fia- li, in primo luogo la virtù; e ciò per più ragioni. Tom. IV. £ e Pri- 2 1 3 P a x t e Q^u 1 n r a Primamente non è alcuno, che per nome di felici* tà non intenda uno flato nobile, eccelfo, c precla- ro, e degno di laude, e meritevole d’ cfleiC defi- derato , c voluto; e tale non può clfcr lo flato d’ un malvagio; perchè chi farebbe quello , che ftitnaf- fe degno di laude, e meritevole d’ e (Ter volutolo flato d’ un’ aflaflino , fofs’ egli anche fignore di tutta T Alia? E noi veggiamo , che i menzogneri, e gli fpergiuri, c i ladroni, e gli ufurpatori fi ingegnano, quanto pcfTono, di non parer tali, conofccndo ef- fer degno di granditìimo vituperio lo flato loro . Che flato felice è dunque quello , il quale fi vuol nafeon* dere con tanta cura per la vergogna ? Non diremo dunque felice , nè (limeremo degno di fi bel nome in niun modo colui, che non fu vir* tuefo. E molto meno il diremo, fe confidcrereme, che a quella felicità , che ora deferiviamo , qual che ella fiali, dopo la virtù maffimamente fi richie- de la contentezza, la quale appena che polTa (lare fenza virtù ; laonde anche perciò richiedefi alla fe- licità la virtù . Ma quella parte della contentezza fi vuol fpiegare alquanto diligentemente . perciocché di efTa fi vantano talora anche i malvagi. Contento dunque fi dirà clTer quello , che pof- fedendo alquanti beni, vuole che quelli gli ballino, nè fi affligge del defidcrio degli altri beni, che non polfiede; i quali intanto folo defidera , inquanto vo- lentieri li piglierebbe, fe alcuno gliele recafle; nè peiò fi turba del non averli. Io voglio dunque, che eg !i Di alcove qualità' bell’ animo. 219 e»!! patteggi alquanti beni, e certamente quelli, la cui mancanza non potrebbe egli, fe non difficilmen- te , e con fatica , faftenere, perciocché ben fuppon- g>, che a quello felice imperfetto, che noi ora im- maginiamo, non voglia concederei una virtù perfet- tiffima. Ora fe 1’ uomo contento dee pofledere al- quanti beni , nè dofiderarne altri gran fatto , qual diremo noi cfler quel bene, che più gli convenga di pofiedere , e per cui debba maggiormente con- tentarli, fc non fe quello , che effondo lodevoliffimo, e gloriofiflìmo , è anche foaviffimo , e pieno di gio- condità ; ed è tutto nelle mani di colui, che 1’ ha, non potendogli efler tolto nè dalle infidie degli uo- mini, nè dalla temerità della fortuna? Certo che fe fra tutti i beni dovette alcuno fceglierne un fa- lò , e di etto efier pago e contento , dovrebbe fee- gherne uno tale. Or chi non vede, che tale fi è la virtù? La qual non falò è per fe fletta nobile, e magnifica, ma riempie 1’ animo d’ un piacer puro, e durevole, e che non induce fazietà ; come il più degli altri beni far fuole, che o non fi fentono, poi- ché fi fono per qualche fpazio goduti , o vengono a’noja, et a falcidio; il che veggiamo per ifperien- za nei giuochi , nei balli , nelle fette , nei convi- ti , e negli altri paflatempi . E la fanità fletta non può fentirfi , quanto piaccia, e fi a dolce, fe non fi erde . Quanto poi vaglia la virtù a raffrenare la cupidigia dei piaceri, il che fommamente alla con- tentezza richiedcfi, non è bifogno di diraoftrarc; E e 2 I20 Parie Quinta fapcndo ognuno, che la virtù è di lua natura mo* dcratricc delle paflioni , e, per così dir , briglia del defiderio . Ma 1’ intemperante , P avaro , il fuper- bo , V invidiofo , il violento difficilmente pcffon te- nerli, che non trafcorrano Tempre con le ingordo lor voglie a nuovi piaceri , effondo il vizio per fuo naturai coffnme infaziabile . Tanto più.che i piaceri di colìoro fon così vili et imperfetti , che prcftamen- te fi guadano , e divcngon noja et incomodo . 11 perchè poca contentezza può fperaifi dal vizio; ma moltiffima dalla virtù ; e certo fpefle volte è più contento il virtucfo del poco , che non il viziofo dui molto. Oltre a ciò fe 1’ uomo dee cffer conten- to di certi beni , fenza dcfidcrar più innanzi , bifo- gna , che egli (limi e creda, che quelli gli badino, e gli paia di dare affai bene con effì foli . La qual cola difficilmente può parere al viziofo ; perciocché eflendo i piaceri di lui caduchi e manchevoli , e po- tendogli d’ ora in ora effer tolti dalla fortuna , non può così di leggeri perfuadcrfi di dar’ affai bene, e di edere abbaffanza felice con quelli foli ; e non a- vendo altri beni , che quelli, che fono in mano del- la fortuna, bifogna , che. defideri , che la fortuna gli ferbi fempre al piacer di lui , il che è defiderar 1’ imponibile. Al contrario il virtuofo , avendo pollo principalmente la fua felicità nella virtù, e nel pia- cere, che da efla deriva; tiene in minor conto gli altri beni , e non ha tanto bifogno della fortuna , la qual fe gli toglie la fanità, le ricchezze, gli ono- * Digitized Di alcune che fia ftolida , o impotente,!) ingiufta la natura ; ma più tofto è da dire , che un’ altro mondo ci afpetti più comodo, e migliore, m cui abiti la giuftizia , e la verità , et ove debba il viziofo effer punito, e il virtuofo ricompenfato. Ed è tanto grande l’ opinione , che fi ha in quella fi* lofofia , della Capienza , e della bontà della natura, che non fi crede , pofla farfi azione alcuna dagli uo- mini, quantunque piccola, che non debba a qual- che tempo effer punita dalla natura , fe è malvagia , 0 ricompenfata, fe virtuofa . E perciò credefi , che 1 malvagi in quello mondo fieno affai volte fortuna- ti et al contrario opprefli i virtuofi , potendo gli uni con qualche onefta e virtuofa azione aver meri- tato qualche breve felicità ; e gli altri con qualche leg- Digitized Di alcune salita’ dell’ animo . *25 legger difetto aver meritato una breve rniferia , c patteggierà „ E certo fegoendo una tale opinione , che tan- to confida nella bontà della natura, non è da affet- ta ili nella preferite vita alcuna vera, e compiuta-, felicità; ma è più rollo da fperarfi in un’altra, do- ve il piacere farà più puro , e perfetto, e dove all’ efercizio faticofo delle virtù fuccedcrà la quiete d’ una tranquillifliroa contemplazione; o fia , che 1* anima del virtuofo in quella nuova vita palli d’ uno in altro veto; o iia che tutti i veri difeopra in uno fclo, il qual comprenda in fe fiefTo ogni ferma di bene , e di bel'à : illulìre c nobile ricompcnfa dei virtuofi , e degna della magnificenza della natu- ra. Polle le quali cofe non può negarli, che il vir- tuofo non fia tanto felice in quella vita , quanto clfcr fi può. Così che quando ancora tutti gli altri beni di quello mondo, e ricchezze, er onori , et imperi , c bellezza , e fanità , e feienza a lui man- caffero, pur felicifl'tno tra gli uomini chiamar fi do- vrebbe, .folo che ritenefle la virtù. Imperocché fic- carne infelice è colui, anzi infehcilTimo , a cui fo- vralìa una fomma roiferia, cosi felice chiamar fi può, anzi pur felicillimo quello, cui fcvralla una gian- diflìma . e fomma beatitudine. E quello ballar po- trebbe in verità , perchè lo fiato del virtuofo felle da defideiarfi , e da volerli fopra ogni altra cola . Ma non confilìe pelò tutta la prefentc felicità di lui 9cw>. IV. F f nel- lió ? A * T I Q^U I N T A nella fopraftante beatitudine; eflendo egli felice per più altre ragioni ancora; prima perchè fperando una tal beatitudine , comincia già da ora in certo mo- do a goderne; poi perchè è virtuofo ; e finalmente perchè fente il piacere della virtù. Ed ecco un’al- tra forma di felicità molto nobile, e molto magni- fica , che eflendo polla nella virtù , e in quel piace- re , e in quella fperanza , che non mai 1’ abbando- nano , fottrac 1’ uomo all’ imperio della fortuna , e all’ infolcnza del cafo . Imperocché chi fa à co- lui , che fentendo in fe fleflo il piacere della virtù, et afpirando al ripofo d’ un’ eterna et immutabile tranquillità, non tenga per nulla tutti i beni di que- lla terra , e non fi rida della fortuna , che gli di- fpenfa ? E qual farà la feiagura , che a lui paja gra- ve, folo che in clfii efercitar pofia la virtù? E qual male crederà egli che fia male, fe non la colpa? Anzi le avverfità , per cui fi adopra la pazienza , e i pericoli , che aprono largo campo alla fortezza , e P efiglio , e il difonore , e la malattia , eia men- dicità', in cui rifplendono 1’ intrepidezza, e il va- lore, dovranno parergli p^ù tofto doni, che ingiu- rie della fortuna , la qual difponendogli quelli ac- cidenti , che gli uomini chiaman fventure , gli ap- proda i mezzi di ufar virtù , e confeguire una cc- ceilentiflima , et cfquifitiflìma felicità. E con quello animo farà il virtuofo prontiflìmo e fjpeditiflimo a tutti gli uflkj della temperanza , e della giuftizia , culla potendo io lui tutti gli altri beni a petto della vir- / Digitized by G Di alcune qualità' dell* animo. 217 virtù; i quali nc pure giudicherà beni, nè gli Iti* metà pur degni di deGderio . Così riftretto e rac- colto tutto nella virtù , fprezzerà i colpi della for- tuna , e farà d’ animo eccelfo e imperturbabile , e non avrà che invidiare al fallo et al orgoglio delli Stoici. Il perchè molto mi maraviglio, che alcu- no dubiti di abbracciare quella filofufia così «ni- ni o fa . Ma molti fono, i quali temono di accollarli a Platone, parendo loro, che quella contemplativa^, felicità pofla e debba render felice 1’ animo deli* uomo , ma non il corpo ; et effi vorrebbon pure , che fofle felice anche il corpo; perchè avendoli po- llo in mente , che 1* uomo lia comporto d’ anima e di corpo , ferabra loro , che fe il corpo non è feli- ce effo pure , non lia 1* uomo , nè debba dirfi feli- ce , che per metà. E' anche un’ altro timore, che ritrae gli uomini , e gli allontana da Platone ; per- chè invitandogli quello filofofo a fprezzar tutti i be- ni di quella vita, fuori che la virtù; e ciò in gra- zia d’ un piacere eterno et immutabile , eh’ ei ne promette in un’ altra ; quantunque egli tutto quello affai bene , e con belle ragioni dimoftri , ad ogni modo non fe ne fidano; e parendo loro, che i be- ni di quella vita fieno troppo più filmabili , che non fono , temono di avventurar troppo , fe gli abban- donino feguendo la fperanza , che lor vien dita dall' opinion d’ un filofofo. E che farebbe, fe Platone, come tant’ altri, fofle ingannato? Se quella aftrufa F f 2 feli- 2*5 P A * T E QjJ IHTi felicità , che abita e Ila tra le idee , non fofle al* tro > che un vago e dolce fogno? E noi intanto per amor d’ c(Ta perduto aveffimo quanto di bene è quag- ga ? Così dicono i pufillanimi , e non fidandofi di Piatone fi fidano della fortuna ; e corron dietro agli onori, alle ricchezze , alle dignità, e a tutti i be* ni" di quella vita, che lor fi mollrano in minor lon- tananza , e che cfli , non fo perchè, fi perfuadono di dover confeguire una volta ; quali follerò più lì* curi di dover vivere fra dicci anni in quello mondo , che fra due mila in un’ altro . Cosi com- metrono la loro felicità alla temerità della for- tuna , non volendo commetterla alla ragion d’ un filofofo . E quelli tali, che non fi fidano di Platone, nè abbaflanza fi aflicurano d’ un’ altra vita , nè di quella fovrana incomparabil felicità, vorrebbon for- fè, a quel eh’ io mi credo, che lor venilfe dal Cie- lo un qualche Iddio , e gli afficurafie. E certo fe egli venifle a loro quello cortefc Iddio , e gl’ in* ftruifle; farebbon gran fenno a volger le fpalie ai filolbfi , e lui folo afcolrare , e non altri . Chi fa , che egli non modraffe loro un’ altra nuova, e ma- ravigliofa , et inaudita forma di felicità, non anco- ra caduta in mente a verun’ uomo , la qual però , qualunque folfefi, par certo, che non dovelfe po- ter confeguirfi, fe non per virtù, e dovefle efleread altra vita riferbata, E quel medefimo Iddio, cho avelie prefo tanta cura di noi , e fofle venuto di Digitized by G Di alcune qualità' dell’ animo . 2*9 di cielo in terra per dar lezione agli uomini , e farli maeftro di felicità) ci direbbe forfè, fé 1’ ani- ma fi a tutto r uomo , così che il corpo a lui nulla appartenga; il che fe forte, effendo felici/ 1’ anima , farebbe felice altresì tutto 1* uomo : o più torto chi fa, che quello divin maeftro , be- landoci un nuovo , e non più udito orlin di co- fe , non ci raoftrafte un qualche riforgimento , per cui doveffero 1’ anime feparate riunì r fi una vol- ta ai corpi loro per così fatta maniera , che ef- fendo effe felici lo foflero anche i corpi , e ve- nirti? r uomo in tal modo ad erter tutto feli- ce ; et ogni parte di lui , e quanto è in lui e anima , e corpo , e fentimenti , e potenze , tutto forte pieno e ricolmo d’ una puriflima , et altirtima felicità ? Io potrei dire fenza timor d* ingannarmi , che quello cortefe Iddio è già ve- nuto , et ha moftrata agli uomini la loro ve- ra felicità ; nè potrei contenermi di non fdc- gnarmi con tutti coloro, che non 1’ afcoltano.- Ma egli mi converrebbe di entrare in quella di- vina. filofofia > che io* non’ fon degno di efpor- ie però reftringendomi dentro alP umana, o ftandomi' tra gli angurti confini della naturai ra- gione', io dico , che egli mi par chiaro , che debba P uomo o contentarli di quella mifera_« felicità , che Ariftotele ci propofe in quella vi- ta , o afpettar quella più lieta , che in altra vita ci hanno* promeffa con tanto fallo i Pia- toni- ajo Parte Q_u i m t a tonici ; o dir bifogna , che tutta quefta filofo- fica beatitudine altro non fi* , che un nomo vano. Il Jìnt iella Quinta Parte RAGIONAMENTO AL SIGNO R CONTI GREGORIO CASALI Sopra un libro franzefe . DEL SIGNORE DI MAUPERTUIS Intitolato : Elfai de philofophie morale . INTRODUZIONE» A Vendomi voi più d’ una volta fignificato , Si- gnor Conte Gregorio cari/limo, di volere , che io vi feriva brevemente il parer mio fopra un libro fran- zcfc, ufeito , ha già tre anni , in Londra col tito- lo: Saggio di filofùfia morale attribuito al Signore di Maupertuis : io ho indugiato tanto ad obbedirvi) che, come uomo verecondo, piò non mi arrifehia- va di farlo; temendo, fe fatto lo avelli , che T ob- bedienza prefente non rifvegliafle in voi la memo- ria della difubbidienza palTata. Ma avendomene voi fatto inftanza di nuovo, e niente valendomi il mio timore , benché io non vegga , qual ragion lia , o a me di fcrivere il mio parere fopra un tal libro , o a voi Digitized by Google 2$t Ragionamento. a voi di chiederlo, mi fon pur difpofto a fervirvi ; e quantunque, facendo il piacer vortro , affai temo , c con ragione, che non farò quello degli altri; po- trete voi però da quello ifteffo comprendere, che più, che a tutti gli altri , io fono contento di piacere a voi folo . E certo chi è oggimai , che più defideri di fen- tirc il parer di veruno fopra un libro ; che effondo (iato generalmente attribuito a così eccellente filo- fofo , come è il Signor di Maupertuis , bifogna be- re, che fia (iato generalmente (limato be'lillimo ,et ornatiffimo, e degno di quel gran nome; c quando anche fe ne afpettaffc il giudeo di alcuno, chi è, che non doveffe afpcttarlo più torto da altri , che da me? Et io certamente l’avrei defideraro da voi. Imperocché febben pare, che la Fifica , e la Mate- matica , che voi profeffate et abbellite con tanto loro vantaggio, rivolgendo voi il penderò ad altra feienza , doveffero averne gelofia, c fdegnarfene, voi però fiete di tanta prontezza d’ animo , e di cosi maravigliofo ingegno fornito , che ben potete fervi- re a molte fenza offenderne niuna. Et io fo, quan- to tempo avete dato meco alla Metafilica , c alla Morale, e quanto in effe fiete innanzi proceduto, fenza che la voftra Geometria fe nc arcorgeffe. Ol- tre che effondo voi d’ eloquenza, e di poefia, tra quanti oggidì ne fiorifeono , ornatiflimo c chiarirtìmo, pare, che niuno potefle nè giudicar del libro, di cui volete, eh’ io giudichi, meglio di voi , ni fcriverne più leggiadramente . E fe la dignità della perfona aggiun- Digitized by Google R A C I O N A M B N T O . 2$$ aggiunge pefo al giudicio, a cui fi apparteneva di giudicar di un tal libro più che a voi > Che lafcian- do Ilare la gcntiliflìma e nobiliflima ftirpe voftra, che fola badar potrebbe a rendervi in ogni cofa autore- vole , fe già per la viirù voftra non fette; voi fiete ancora Prefidente in una delle più fiorite Accademie d’ Italia j quale è quella dell’ Inftituto di Bologna» ficcome è il Signore di Maupertuis in una delle più fiorite d’ oltramonti, quale è quella di Berlino , on- de pareva , che a voi più , che a me , il convenifte giudicar di un libro di quel grand’ uomo, e meglio potette voi, o accrefcerne la fama approvandolo , o difapprovandolo fminuirne 1’ autorità. Ed anche pet quello ho io indugiato a fervirvi cosi lungamente, e fin che ho potuto refiftere al defiderio voftro . Per- ciocché mettendomi a fcrivere di un tale argomen- to, pareami di entrare in una provincia , che io do- vedi lafciare del tutto a voi ; maftimamente clfcn- do io da altri ftudj , come voi ben fapete , e da altre cure, non fo , fe occupato , o diftrafto. Cra però che tutte quelle ragioni ha vinte , liccome do- vea , il voler voftro, verrò ftendendovi un ragiona- mento femplice, e breve quanto potrò ; il quale ver- ta a voi timido, e paurofo , e limile all’ autor fuo; non però tanto modello , che non vi dica liberamen- te il fuo parere, e in quella maniera, che voi ave- te defiderato ; nel che fe egli per qualfifia modo er- ta ffe , io gli ho g à detto, che fi lafci corregger da voi. Nè però mi curo, che ad altri piaccia, che a Tm, IV, G g voi; 2$4 Ragionamento. voi; Scrivendolo io a voi folo, come (e a voi pai- latti lenza edere udito da altri, quali in una dolce e cara folitudine , in cui niuno fi ritrovane , fe non noi due foli . E primamente quanto alla forma et allo fiile del libro del Signore di Maupertuis , dico, che egli mi par fcritto, fe pofio giudicar nulla di una lingua a me ftranicra, molto politamente; et oltre a ciò con fomma difiinzicne , e chiarezza , co- me il più foglion’ edere le fcritture dei Franzcfi: nc altre qualità vogliono gran fatto efigerfi negli ferir- ti di un filofofo , Se io però poteflì defiderarne al- cuna fenza cfigerla , defidcrcrci maggiore gravità e magnificenza di dire, ricordandomi di Cicerone, che trattò pure ne’ Tuoi dialoghi lo fi e db argomento. Ma forfè le opinioni, che fpiega 1’ Autor Franzefe nell’ ultimo capo del libro fuo, non avean bifogno della magnificenza del dire; quelle che fpiega negli altri, non ne eran capaci. Ora però lafciando que- llo da parte; che non credo già voler voi da mej intendere ciò, che mi paja dello flile , onde il li* bro è fcritto ; vengo fubito alla dottrina , che elfo contiene. Il che facendo non altro ordine datò al mio ragionare, fe non quello del libro Aedo; e fe- guiiò di mano in mano tutti i capi , che lo com- pongono , fuori 1* ultimo , il qual parmi aggiunto più tolto ad accrescere dignità alla dottrina , che a confermarla . • CAP. Digitized Ragionamento. 235 CAP. I. Che cofa fin felicità . A Spiegare in che fia polla la felicità procedei* Autor Franzefe a quello modo . il piacere al- tro non è, che una certa commozione o fentimen- to dell* animo, che 1* uomo ama meglio avere , che non avere; nè vorrebbe cangiarlo in che che fia; nè da elfo pafiar’ ad altro, nè a dormir pure. All’ incontrario è il difpiacere. Io non voglio mutare ora quella definizione ; che in vero diffidi farebbe farla migliore , e non è però necelTario . Potendo poi ciafcun piacere effere più o meno intenfo , può anche effere lungo più o meno, con- tinuandoli per maggiore o minor fpazio di tempo . Però 1’ Autore Hiflingue il tempo del piacere in più momenti, che egli chiama mementi felici; i quali vuole, che tanto più fi ellimino , quanto fono più lunghi , e quanto il piacere in elfi è più vivo j et efprime ciò per una proporzione compolla , che noi, non avendone bifogno, lafceremo ai geometri. All* ifteflb modo ftabìlifee i momenti infelici. Le quali cofe così flabilite paffa tollo a fpiegar la natura dei beni , e dei mali ; volendo , che il be- ne fia una fomma di momenti felici , il male una . Tomaia di momenti infelici . Il che fatto giunge fi- nalmente *11* felicità , e la ftabìlifee in quello mo« G g 2 do. 2]5 Ragionamento. do. Avendo ogni uomo una certa (brama di beni, che gode, c una certa Comma di mali, che fcffre» fottraggafi 1* una Comma all’ altra. Se fatta la fot- trazione avanza alcun poco di bene , 1’ uomo dee dirli felice, c la fua felicità confitte in quell’ avan- zo. Se avanza alcun male, 1’ uomo dee dir fi infe- lice; et è quell’ avanzo di male la fua infelicità» F, gà fi vede, che fe la Comma dei beni e la forn- irà dei mali faranno del tutto eguali tta loro, on- de fatta la fottiazionc niente avanzi , 1’ uomo al- lora non fa:à nè felice, nè infelice; e niente acca- dea , che egli nafcclfc ; potea comodamente rima- nercene . Così 1’ Autor Franzefe» Il quale , fe ho da dirvi il vero, mi meraviglio» che fenza neceflità niuna abbia voluto dire con tan- te parole quello, che gli Epicurei aveano infognato cosi brevemente, e forfè più chiaramente; e ciò è, che 1’ uomo tanto è più felice , quanto più hà di piaceri , e meno di difpiaceri ; Capendoli poi da o- gnuno, che i piaceri e i difpiaceri più o meno fi efti- niano fecondo 1’ intenfità e durazion loro. Il che tutto mi fembra dirli aliai chiaro. Ma il dover pri- ma alfumere i piaceri , e di quelli poi far dei mo- menti, e poi di quelli comporre il bene, e quindi pattare alla felicità, mi è (lato di qualche pena. Nè dico già, che la fentenza di Epicuro* condot- ta per così lungo cammino» divenga falfa; dico, che farebbe (lata maggior correda farle fare viaggio più breve. Digitized Ragionamento. 237 Ma venendo a ciò , che più rileva , io dico , che fe la feliciti fi compone di beni , e i beni fi compongono di momenti felici, e i momenti felici di piaceri , nè fegue finalmente , che la felicità fi com- ponga del p : accre ; et effondo il piacere non altro, che un fornimento dolce e caro , che 1’ uomo pro- va in fe (lofio, bifognerà dire, che la felicità fia-« pofia in un tal fentimento. Ora eflendo la felicità, fecondo che affermano i filofofi ( nè 1* Autor Fran- zefe è loro in ciò contrario) quell* ultimo fine, cui necefiariame' te tendono tutti i voleri dell* uo- mo , farà meftieri il dire, che 1* ultimo fine di eia- fcun* uomo fia pedo in lui medefimo, e confida in un fentimento dolce, e caro , che egli procurar deb» ba a fe fiefio , nè poffa voler altro., li che fe ù vero , non dovrà 1* uomo, nè potrà diriger veruna azion fua fe non al fuo folo piacere; nè gl’ importerà della moglie , nè dei figliuoli , nè dei parenti, nè degli amici, fe non quanto ne ver- rà a lui alcun fenfo di giocondità; levato il quale non dovrà egli voler più torto la falute , che la mor- te loro , nè più torto la confervazion della patria , che 1* ellerminio. Sentenza dura olrremodo , e da non edere ricevuta in gentile animo. E certo che gli Epicurei ftefli cercano diflimularla , quanto pof- fono , e per parer buoni cittadini , van pur gridan- do , e proteftando di amar la patria loro , e voler- ne la confervazione ; ma interrogati poi, per quaj fio e la vogliano , tratti dai lor principi , bifegna , ebe 23S Ragionamento. che rifpondano di volerla per quel piacere , che fpc- ran di trarne. La qual rifpofta niente ha di genti- le; perchè fe io domanderò di nuovo 1’ Epicureo, che dunque farebbe egli per volere , fe niun piacer re fperalfe ; bifognerà pur, che rifponda : che mon- ta a me della patria , fe niun piacere ne debbo trarre io ? Rifpofta vile , rozza , e difeortefe . E non par’ egli , che la confervazion della patria Oa cofa affai nobile, e preftante, e magnifica, e degna per fe ftclfa d’ elfer voluta ? E fe tale è , e per tale fi conofce , perchè non potrà 1’ uomo volerla per que- llo folo , meifo anche da parte il piacere ? Come mi fi dimoftrerà egli , che il merito della cofa, che ci fi propone , badar non polla da fe per indur l’ uomo a volerla? Che affurdo ha in ciò? Io dico dunque , che altre cofo vogliamo pea quel piacere, che fe ne trae, ed altre per l’ eccel- lenza , e dignità loro ; e in quelle vogliamo , non veramente le cofe, ma il piacere; in quelle vogliala le cofe; e il voler quelle non è biafiroo; il voler quelle è virtù . Ma perchè molti fi hanno pur fitto nell’ animo, che niuna cofa polfa volerli , nè la vir- tù pure, fe non affine di ottener quel piacere, che quindi ne nafee; a manifcftar 1* error loro giova {coprirne la cagione . Egli è certo , che volendo I* uomo la virtù , fente alcun piacere in volerla ; nè di ciò è quiftione , eh’ io fappia . Son dunque alcu- ni meno accorti, ai quali, perciocché fenton piace- te io volet la virtù, par di volere, non la virtù, sia Digitized Ragionamento. 2 39 ma il piacere, o più torto di voler la virtù per quel piacer folo ; nè fi accorgono, che quand’ anche vo- Ietterò la virtù per quel piacere, la vogliono però ancor per fe fletta . Il che fé non fotte , come po- trebbe 1* uomo feguir così fpetto , coni’ egli fa . più torto la virtù , che gli propone un piccol piacere , che la colpa , che gliene promette un maggiore ? Non così forfè fanno i giudi, i forti , i temperanti , i liberali, i cortefi , i magnanimi ? I quali quante volte feguono la virtù , niun piacere o pochirtimo fperandone ? E allora credono d’ ettere più virtuo- fi. Qual piacere potevafi afpettar Regolo , andando incontro ad una certiflima , e crudelifiima morte ? Qual Curzio, allorché gittoffi nella voragine ? Qual Sccvola , quando ftefe la roano ad abbruciarla ? E fo bene, che molti s’ ingegnano, e fi sforzano di pro- vare , maggior diletto aver fentito Scevola in quell’ atto orribile , e fpaventofo , che altri non fonereb- be in una foaviflìma mufica , o in un convito . Ma chi è, che non fenta , quanto fien dure e difficili quelle lor ragioni, c quanto sforzo codino ai loro xitrovatori? le quali però pajono confutate abbaftan- za dal comun fenfo. Più dunque valfe appretto Sce- vola , fe rettamente giudicar vogliamo, con un pic- colittimo piacere la virtù , che fenza virtù un pia- cere grandittimo . E di ciò abbiamo infiniti efempi in tutte le iftorie , a cui molti ne hanno aggiunto i poeti nelle lor favole ; finti in verità ; ma non gli avrebbono finti , fe non ne aveffero prima trovato dei veri . lo *4° Ragionamento, Io mi fono fermato fu quello argomento alquanto più, eh' io non volea; nè però voglio pentirmene; parendomi il luogo importantiflìmo , e da non dovei trapalarli da chiunque voglia trattar materie di mo- rale. E defidererei grandemente, che il Signore di Maupertuis l’ avefle trattato egli , che 1’ avrebbe fapuro fare molto meglio di me. Ma egli, non fo perchè, ha voluto anzi prefupporre ciò, di che gli altri fanno quiftione , e fenza recarne ragion niuna darci ad intendere , che la felicità fia polla nel fa- lò piacere, nè polla 1’ uomo voler’ altro. Nè io però contraffarei molto a chi volefle no- minar felicità il piacer falò, e non altro ; valendoli in ciò di quel diritto, che con 1’ efempio dei ma- tematici fi hanno da lungo tempo ufurpato i filofofi, di imporre i nomi a polla loro . Ma chi ciò facef- fe, e nominar volefle felicità folamcntc il piacere, dovrebbe poi bene, e diligentemente avvertire) che feguendo tal fua denominazione affermar non potreb- be , che la felicità fotte quel fine ultimo, in cui ne- ceflariamente vanno a terminarli tutti i voleri dell’ uomo; fe prima non dimoilrafle, tutti i voleri dell* uomo dover terminarfi nel piacere. Ciò che è dif- ficile a dimollrarfi ; e non avendolo dirooflrato il Signor di Maupertuis, mi ha tolto la fperanza , che polla effere dimoflrato da altri. Ma di quello finquì , Prima di pattare avanti , piacerai efpo rvi utu, dubbio, che io non ardifeo di feiogliere; falcierò , che lo fciolgaao quelli, che più fanno di me. Erto mi Digitized by Google Rkiomaminto. 241 ini è nato là, dote 1' Autor Fianzefe a mifurare la felicità vuole, che s’ abbia riguardo alla lunghezza del tempo , che ella dura ; volendo , che in quc’ Tuoi momenti felici , di cui compone i beni , de’ qua- li poi è comporta la felicità , fi confideri non fola- mente 1’ intenfion del piacere , ma la diuturnità al- tresì . Alla qual fentenza io mi accorderei volentie- ri > fe egli 1* aveffe dimoftrata ; ma avendola fol tan- to affermata fenza dimoltrarla , non fo indurmivi . E certo parmi , che non fia da difprezzarfi 1’ auto- rità delli Stoici , i quali infognavano il contrario , cioè che la lunghezza del tempo niente appartenef- fe alla grandezza della felicità. Perchè ficcome un corpo non fi dice efler più bianco , perchè fegua ad efler bianco per più lungo tempo , nè un’ uomo fi dice effe? più ricco, nè più nobile, nè più eloquen- te , nè più virtuofo , perchè, vivendo più lungo tempo, fegua anche più lungo tempo ad e Acre elo- quente , o ricco, o nobile, o virtuofo; cosi argo- mentavan li Stoici dover dufi dell’ uom felice; la cui fe- licità fe più dura, dee chianmfi felicità più lunga, ma non maggiore ; come la bellezza di un volto , la qual confervandofi per lungo fpazio di tempo, non per quello divien maggiore , ma folo chiamali più durevole . E certo egli pare , che la felicità di natura fua aborrifea la fuccefiione, nè voglia ccrrporfi di par- ti , che pallino e fuggan col tempo. Imperocché chi è colui , che metta a conto di felicità quello , che ‘lom. ÌV. H h già Digitized by Google 242 Ragioramikto. j:à pafiò , e non è più? Chi è, che fi crèdi d' ef- Ter felice, perchè fu una volta / Ovvero creda , che qualche cola gli manchi ora alla felicità, perchè non fù felice gli anni addietro? Cosi argomentavan li Stoici, la cui ragione io non dico, che fia vera; dico , che c da parlarvi fopra , e da averne confi- derilione . Senza che fe 1’ uomo dee' mitùrare la felicità fua, mettendo a conto non foJamcnte le pre- fenti fue avventure, ma le preterite ancora, e quel- le , che appretto verranno, chi potià fare tutti quel calcoli della felicità, che il Signore di Maupertuis vuole ? Perciocché chi fa le vicende del tempo av- venire ? Ma di quello fi è detto abbaRanza. CAP. II. Se nella vita dilP uomo più fieno i bini y che i meli . E ’ Stato fempre quali naturai cofiurre degli uomi- ni il dolerli , e rammaricarli della vita prclen- tc , come di quella , che tutta fia piena di tnbula- zioni , e travagli . Di che una ragione forfè è, che avendo molti udito dire , che i buoni il più delle-» volte fono infelici, per parer buoni elfi , voglion pa- rere infelici ; e perchè veggono la miferia movere ccinpaflione , la felicità invidia ; p ù volentieri rac- contano il lor travagli, «he le loio profpcrità . I Fi- lofoli hanno dato autorità alla querimonia; e de- feti- I Digitized by Goo 1 R A 6 I O N AMENTO.' 24? fcrivendo agli uomini una fomma e perfettìflìma fe- licità, a cui niuno in quefta vita può giungere, han fatto lor credere di eflere più infelici ancor , che non fono . Hanno anche creduto , confermando la malinconia, di dimoiar maggiormente gli animi al- la virtù. Agli Oratori non pareva di eflere abba- ftanza eloquenti, fe non moftravano di feguire i pen- famenti dei fìlofofi. E i poeti ancora hanno accre- feiuta non poco 1* opinione della comune mifcria_. con Je lor favole, avendole quali tutte teffute di tri- ili e dolorofi avvenimenti . Così che pare , che gli uomini abbiano pollo non fo quale Audio a rattri- ftarfi . Io credeva però, che il Signore di Maupcrtuis dovefle attrifiarfi meno degli altri ; perciocché vo- lendo egli, che debba 1’ uomo cfler felice, c chia- marli contento della vita , fol che la fomma dei beni fuperi alcun poco quella dei mali; quanti feli- ci dovrebbon’ eflere al mondo fecondo lui ? Perchè fon pur pochi quelli, i quali dopo aver fitto dili- gentemente il calcolo dei beni e dei nuli, non fieno tuttavia contenti di vivere. E quanti ne fono «Jegli allegri , e follazzevoli , che non hanno bi fogno di lungo calcolo ? Parea dunque , che poteffe il Signor di Maupertuis rallegrarli alquanto p:ù , e fcrivcre il fecondo capo del fuo libro con meno malinconia. Al qual capo fe noi attendemmo , bifognerebbe di- re , che nella vita ordinari^ dell’ nomo folle la fom- ma dei mali Tempre maggiore della fomma dei be* H h z ni , ^44 RAcroMMisT» i ni , c che però niuno dovette efler contento di Vi- verci . Ma veggiamo brevemente le ragioni che egli nc adduce. Primamente argomenta a quello modo. Il viver dell’ uomo altro non è, che un continuo défiderare di pattar d’ una ad altra cofa , e cosi cangiar con- tinuamente quelb commozione , o fentimento dell’ animo , che i prefenti oggetti in lui Svegliano. U che le è vero, moftra bene, che 1’ uomo non è giammai contento di quel fentimento , che egli pro- va al prefente , e più lotto amerebbe non averlo; c ciò pollo, quel fentimento è un male ; dunque tutta ] a vita non è altro , che una continuazione di ma- li, Cosi 1’ Autor Franzefe . Leviamo via noi, fe pc’ttiamo , quella diffrazione . Io eftimo dunque, che non ogni fentimento dell’ animo, il qual voglia cangiarli, debba dirfi male, potendo voler cangmU un bene in un’ altro maggior bene; il che facendoli non lafcia quello , che fi cangia , di efTere un be- ne , ma è un bene minore . Come fe uno cangiar voi ette il piacere , che a lui viene dalla ricchezza , in quello, che a lui venir potrebbe dalla fetenza ; che non per ciò fi direbbe, che la ricchezza nom, fotte un bene, ma direbbe/! » che è un bene minore della feienza . Nè mi fi dica , che fecondo la difinizion del Franzefe il male non è altro , che *n fentimento deli’ animo, che 1’ uomo vorrebbe non avere, an- teponendo la privazione di elfo a lui fletto . Perchè Digitized by Google Ragionamento. 245 colui , che vuol cangiare un bene in un’ altro» non antepone al bene » che vuol cangiare , la piivazio- ne di elfo , ma gli antepone un’ altro bene. Altri- menti fe folle male tutto quello, che vuol cangiar- fi , qual cofa farebbe non male ? Qual bene è , che P uomo poffedendolo , non lo cangiaffe di buona voglia in un maggiore ? Senza che quante volte in- terviene , che P uomo voglia cangiar quel bene , che ha, in un’ altro; e non voglia però cangiarlo di prefente ? Imperocché conofcendo, che quel be- ne, che egli ha, gli conviene ora, e tra poco glie- ne converrà un’ altro , è contento di goderfi ora quello , che ora gli conviene , defiderando pofeia di cangiarlo in altro, che ad altro tempo gii conver- rà; nè dirà per quello, che non fia un bene quel- lo , che egli ora fi gode . Perchè fe male dee dirfi tutto ciò, che noi defideriamo, che ceffi una volta , e fi cangi, male farà la commedia, male la caccia, male il convito; perciocché chi è, che volefie , che la com- media . o la caccia, o il convito duraffe fempre . Ma poiché fiamo entrati a dire del defiderio , è da rimovere l’opinione di alcuni, i quali ogni de- fiderio indifferentemente mettono a luogo di infeli- cità , e miferia , né vogliono , che poffa efTer felice un defiderofo. Il che quantunque pofTa conceòeifi a quei filofofi , i quali non vogliono chiamar felice fe non colui, che abbia tutti i beni, et a cui -nulla-, manchi ; non dovrebbe però nè potrebbe concederli al Signore di Maupcrtuis ; fecondo P opinion del qua- 2 46 Ragionamento. quale può I’ uomo felice avere quanti mali G vo- gliano, purché i beni , che egli ha , alcun poco gli fupcrino ; onde fegue , che potrebbe 1’ uomo effer felice, e tuttavia fentir 1’ affanno de! defiderio ; fo- lo che aveffe tanti beni, che fuperaffero quell’ affan- no alcun poco. Ma fono a mio giudicio da dilìinguerfi i deli- derj , efl'endone altri inquieti et affannofi , ed altri più quieti, e tranquilli . Della prima maniera fono quei deGderj , ne’ quali 1’ uomo tanto s’ affligge , e fi crucia di quel bene, che vorrebbe, e non ha, che quafi più non fentc quelli, che ha; come colui, che tanto defidera la dignità , che finché quella non ot- tiene , più non fente il piacere r.è dei balli, nè dei conviti . E quelli defiderj fono veramente pernicio- fiffimi, e veleno, e quafi pelle della felicità; nè fo- ro però così frequenti , che 1’ uomo , malfimc fe ti- gli Ga prudente e moderato , pon palli la maggior parte del vivex fuo fenza tali anguille . Della fecon- da maniera poi fono quei defiderj, per cui 1’ uomo piglierebbe volentieri alcun bene, che non ha; ma ma non fe ne crucia foverchia mente , e gode intan- to di quelli, che ha. E di tali defiderj noi trovere- mo piena la vita dell’ uomo; i quali però non tur- bano la felicità, nè fo ancora, fe mali debbono dir- 6; poiché fe non danno agitazione all’ animo, e gli Jafciano goder di quei beni, eh’ egli pofliede , per- chè debbono dirli mali ? Anzi quei defiderj medefi- rai i che più felicitano il cuore, e 1’ accendono 4 ove « i J Digitized by Google Ragionamento^. 247 ove fieno accompagnati dalla fpcranxa , recan ro- vente all* uomo un tal diletto, che egli non ver- rebbe cosi fubito cangiarlo in quello ftefTo bene, che defidera; così che differifee egli fletto talvolta il confeguimento del fuo defiderio , parendogli , che tanto più gli dovrà ellere dolce, e caro, quanto più lungamente 1’ avrà afpettato ; come vedtfi nel g'ocatore , il qual defidera ardentemente il punto; e potrebbe ufeir totto di quell’ affanno, aprendo fu- bito e ad un tempo tutte le carte; e pure ama (co- prirle ad una ad una , e a poco a poco; e gli pia- ce afpettar lungamente c ò , che defidera . Per la qual cofa io non credo,- che fia gene- ralmente vero quello , che alcuni dicono , cioè che ogni defiderio fia infelicità e mifera , veggendefi , che tanto pisce all’ uomo non folamente il confe- guire il bene , ma ancor 1* afpettarlo . Laonde me- no mi perfuade il fecondo argomento del nofìro Au- rore, il quale è quello. Come 1’ uomo comincia a tiefiderar qualche cofa, così tofio vorrebbe averla confeguita , rè può fofifrire verun’ indugio ; anzi ver- rebbe (vedete 1* impazienza dell’ nem Franzcfe)chc tutto quel tempo, il qual va innanzi al confeguimen- to di ciò, che defidera, fofie annientato. Onde ne fegue» che e Rendo 1’ uomo in continui dcfiderj,doe volere annientata tutta la vita fua . Al che io rifpondo , che pochi fono i defiderj tanto ardenti, e cosi impetuofi , che .(offrir non pof- fano qualche dimora . Anzi chi c mai , che tanto defi- 24? Ra«ION AMENTO. defideri alcuna cofa , che non tìa però contento di vivere anche prima di confluirla , ballandogli per qualche tempo la fperar.za? K quando bene quella gli mancale , non perciò bramerebbe egli di noia. elTere. potendo avere alta beni» onde confortar fi . Nè credo io gà, che colui , che va a Roma defi- dorando vedere quelle belle (Utile, c que’ bei pala- gi, e quelle colonne, e quegli archi, nè potendo arrivarvi , che in termine d’ alquanti giorni , volef* fe, che quei giorni foflero annientati; e non pù torto lafciarli correre, e trovar’ intanto per via buon’ 'albergò. Quel giovane defidera la feienza , che non può confeguire fe non dopo il corfo di p ù anni Diremo per quello, che egli fra infelice per tutti quegli anni , e debba perciò volere , che queg i 8 ni non corrano ? Ne’ quali anni fe egli c P rI ^° quella feienza , che defidera, non è privo peiòflcw la bellezza , non delle ricchezze , non dei conio i j non degli onori , dei conviti , dei giochi , delle e- fie ; a quali beni può anche aggiungere la fpcran- za , eh’ egli ha , di dover’ effere a qualche tempo chiaro per molta feienza e famofo . Io non finirei mai, fe voleflì andar dietro a tutti gli efempj di que- lli defiderj quieti e tranquilli , che non levano a ^ uomo il piacere del vivere . Nè anche mi move la terza ragione , che 1 Au- tor Franzefe adduce , dicendo , che 1’ uomo cerca tutto ’l dì ricrear 1’ animo, e follazzarfi non per altro, che per fuggir ncja; fogno che le ncje gli Digitized by Google Ragionamento. 249 fon pure intorno tutto ’l dì. Et io dico , che fe e- gli trova quel follazzo , che cerca, veirà per que- llo fteflo a fuggir le noje , e non le fentirà ; et avrà doppio piacere, avendo quello di follazzarfi , e quel» lo di fuggir noia. Perchè io non credo g à , che vo- lendo 1* uom follazzarfi , voglia fidamente non fen- tir raoleftia, ma credo, che voglia anche gulìar la dolcezza del piacere; rè fi contenterebbe di efifere come un faflo , che effondo privo dell’ una, è pri- vo ancor dell* altro. Non dicali dunque 1’ uomo infelice , perciocché fludia del cortiruo alleviare la fua miferia coi piaceri; che anzi è da dirfi felice, perchè può in tal modo alleviarla. Ma già, quan- to al fecondo capitolo , parmi , cariffìmo Signor Conte, di avervi detto abbaftanza. CAP. III. Della natura dei piaceri e dei difpiaceri « V Encndo al capo terzo , in cui 1’ Autor Franze» fe paffa a difputar fottilrrentc della natura dei piaceri, e dei difpiaceri, comincieremo a quello mo- do. Vuole egli , che i piaceri ( e Umilmente ditali dei difpiaceri ) fi generino bensì alcuni mediante i fenfi del corpo , et alcuni altri per qualche opera- zione dell* anima; ma tutti pciò fieno fentimenti dell’ anima ftefla . Donde argomenta, non folamen- te chc potTano paragonai gli uni agli altri, ma ezian- T om . I‘ dio , 250 Ragionamento. dio, che tutti efler debbano egualmente nobili e pre- danti; quali non porcile eflcre tra i fentimenti dell* animo d.flVrenza niuna , nè poteire 1* uno etTer par- tecipe di maggior perfezione , che 1’ altro . L’ in- tendere appartiene all’ anima , et anche appartiene all’ anima il gullare una vivanda. Pure chi dirà, che 1* intendere non fia di maggior perfezione , e non Tenta più del divino ? Ma lafciando quello , e tenendo dietro all’ Au- tore , quantunque egli voglia , che i piaceri , e fi- milmente 1 difpiaceri tutti , fieno certi fentiroenti deli’ animo , non però oppor.fi a coloro , che gli hanno divi fi in piaceri o difpiaceri del corpo, e in piaceri o difpiaceri dell’ animo; intendendo per pia- ceri , o difpiaceri del corpo quelli , che in noi for- gono mediante i fenfi del corpo; e per piaceri o difpiaceri dell* animo quelli, che in noi folgoro pct alcuna operazione dell’ animo ftcfTo. La qual divi* fione , comechè propella già , e fpiegata affai bene da molti antichi, molto Tempre mi piacelfe, più ora mi piace effondo approvata dal Signore di Maupcr- tuis . Tanto più che egli prende a dichiarare forfe^# più accuratamente degli altri , quali fieno i piaceri del corpo , e quali quelli dell’ animo . E già fecondo lui riduconfi ai piaceri del cor- po non fidamente quelle cofe , che toccano imme- diatamente i fenfi , come il mangiare , il bere , il fonare , ma eziandio quelle, che quantunque imme- diatamente non tocchino verun fenfo , però condu- cono Ragionamento. a 51 cono alle del. zie dei (enfi medclimi , come le ric- chezze ; Je quali benché per fe fteffe non movano nè 1’ udito , nè il gufto , nè il tacco , nè altro fen* fo del corpo , pure fervono a procurar quelle cole, che gli movono . E fimilmente il piacere , che uno prende delle amicizie, delle dignità, degli onori, della gloria , è da dirli piacere del corpo , fe colui, che vuole tali cofe, le vuole per quel diletto, che può ai fenfi provenirne. I piaceri poi dell’ animo fon quelli , che nafcono o dall* efercizio della vir- tù > o dalla conofcenza del vero. Quella efplicazione così diligente dei piaceri del corpo, e dei piaceri dell’ animo, farebbe anco- ra più diligente , fe abbracciafre in verità tutti i pia- ceri dell’ uomo , c tutti gli rduceffe a quelle due fole fpezie, fenza lafciarre sfuggir niuno . Di che dubito affai. Perchè il piacere, che uno ha della gloria , penfando , che lafcierà di fe lìdio un gran nome morendo , non pare , che pcffa dirli piacere del corpo , perciocché qual lufinga o diletto poffo- no i fenfi fperarne? Nè anche pare, che pcffa dirli piacere dell’ animo , non effendo in effo efercizio alcuno di virtù , nè provenendo da femplicc cono- fcenza di alcun vero ; poiché fe provenire da co- nofcenza del vero , farebbe 1’ uomo egualmente con- tento , o conófccffe dover fe effer famofo appreffo la morte , o dover’ effer faroofo un’ altro ; poten- do effere 1’ uno , e 1’ altro egualmente vero. Veg- ga dunque 1* Autor Franzcfe , che il piacer della I i 2 glo- 2yr Ragionamento. g’oria non rifiuti di fottoporfi a quelle due fpezie , che egli ha propofte , e le sfugga . E lo fteffò far potrebbe il piacere dell’ amicizia» e quello delle di- gnità, e quello degli onori.. Spiegata così la divifione dei piaceri, e dei di- fpiaceri , pafifa 1* Autore ad alcune ofiervazioni, nel- le quali defidererei più animo , e più allegria . Pa- ragona egli prima i piaceri del corpo coi difpiaceri, c par, che fi dolga di nuovo, rammaricandoli, che i piaceri non compenlìno i difpiaceri , e pelò mol- to più pollano quelli a rattriftar 1’ uomo , che non quelli a confortarlo. Imperocché i difpiaceri, dice egli, quanto p ù dura e perfide la cagione, che gli produrti: , tanto più fi accrefcono , e divengono tormen- tofi ; et al contrario i piaceri tanto più fi fminui- feono , et in proccfl'o di tempo divengnn roolefti . Di fatti non è alcun piacere, che per lunghezza non fianchi; et al contrario non è alcun difpiacere, che per lunghezza non divenga intollerabile. Vedete poi, foggiugne egli, che delle parti , onde ii noftro cor- po è comporto, pochifiime n’ ha, che fieno valevo- li di recarne un gran diletto ; c al!’ incontrario mol- tilTime fon quelle , che poffon recarne un’ 'diremo dolore. E quello è vero. Ma non perciò pentirom- roi io d’ efler» nato . Perche febbene i dolori acu- tifiimi polfono aflalir 1’ uomo da ogni parte, mai però avviene , che lo aflalifcan da tutte ; et è anche di rado, che lo alfalifcano da una fola . Quan- ti n’ ha, che partano gli anni interi, e quafi tutta la Ragionamento. 2 diremo della perdita degli amici, e dei figliuoli? Che- 2 54 Ragionamento. Che dell* e (ìlio ? Che della povertà (lefiTa ? I quali niuli farebbono into lerabil; , fe co?l fempte fodero duri da foff.irfi , come fon da pri r c : pio . Le mala- tie lunghe, come fi fiiro foilctu.te per qualche tem- po , pajon mcn gravi. Ma io ron voglio raccoglier qui ora tutte le m:fcrie. Bada bene, che fono al- cuni difpiaceri , i quali per niun modo fi accrefco* no , quantunque duri e perfida la cagion loro . E quello fia detto dei difpiaceri del corpo . Perchè quanto ai difpiaceri et ai piaceri dell* animo , par che 1’ Autore fi volga ad una opinione più animofa, foftenendo , che i piaceri prevaler pof- fono ai difpiaceri ; il che fa, adeguando Gngclar- mente ai piaceri quelle tre proprietà. La prima fi è, che cfli per la continuazione vie più vanno creden- do j 1* altra, che 1* anima gli lente in tutta l’eften- fion fua; e la terza, che confortan P animo, e in vece di indebolirlo lo fortificano. Dc'Ie quali pro- prietà due ne fono , che io concederei volentieri , fe le intendcllì ; P altra , che pur parmi di in- tendere , non pollo concedere . Imperocché , a_» dir vero, io non intendo, che cofa fia il dire, che 1* anima fente i piaceri in tutta la fua eftenfione ; nè quell’ altro , che i piaceri fortifican 1’ anima . Che poi i piaceri dell’ animo per la continuazione vie più vadan crefcendo , non mi pare co«l cenerai- mente vero . Perchè fe il matematico, pigliando dilct- * 3 cuna dimollrazione , vorrà tornarvi fopra più P vo te, e leggerla, e rileggerla , fenza mai par- tir- Digitized by Googl Ragionamento. J55 tiroe, arriverà finalmente a nojaifene. Laonde veg- giarno, che gli demeriti delle feienze, e delle arti, come quelli , che già fono notillìmi , poco fi pregia* no eziandio dagl’ intendenti , i quali cercano bene Ipeffb con moltilfimo Audio quelle verità , che poi trovate deprezzano , et amano paiTar ad altre. Quanto poi ai di'piaceri dell’ animo , par che 1’ Autore voglia metterli nelle mani degli uomini , e confcgnargli all’ arbitrio. Imperocché provenendo elfi o dalla colpa, ficcome egli vuole, o dal non_. poter difeoprire alcuna verità, che fi cerchi; quan- to alla colpa può 1’ uomo afienerfene Tempre che voglia; quanto poi alle verità, che non può difeo- prire, a lui fta di non curarle, contentandoli di fa- pere fol tanto quelle, che a lui giovano; le quali fon poche , et egli volendo , le può feoprire faci- lilfimamente . Cosi i difpiaceri dell’ animo non fo- no fe non di chi gli vuole . Tal pare , che fia il fentimento del Franzcfe. A cui convienimi di con- traddire anche in quello luogo, s’ io voglio efpor- vi liberamente , fecondo che voi mi avete importo, il parer mio. Et io il farò pure, eftimando mcn male il contraddite a quel grandiflìmo uomo', che il difubbidire a voi. Io dico dunque, che il difpiacere , il qual vie- ne da colpa, non vicn già da colpa, che 1’ uomo fia per commettere , ma da colpa , che abbia già commeffa; e quantunque forte in fua mano ih non commetterla, non fo , fc avendola commeffa, fia in Digitized by Google 2 56 Ragionamento. in Tua mano il non fornirne dilpiacere . Nè anche> fo , fe la filofofu abbia alcun mozzo, onde aflicurar T alf-ilTino , 1’ ufurpatore, il panicida , co E perchè in quello luogo grandemente inlifie il Franzefe , che pare, che non fappia partirfene; non dovrà parervi fuori del convenevole , che io pure mi (lenda fu ’l medelimo punto alquanto più larga* mente. Entra dunque 1’ Autore a trattar di propo- fito la quiftione: fe debba effer lecito all’ uomo 1’ ammazzarli . A cui rifpondendo difiingue in quello modo. O 1’ uomo ha una religione, che gli feopre un’ altra vita, promettendo quivi gran prem j a quel- li , che avran fofl'erto , e cafligo agli altri; e in tal cafo è infenfataggine 1* ammazzarli. O 1’ uomo non ha religion niuna , e abbandonato perciò alla ragion naturale nè fpcranza aver può nè timore alcuno della vita avvenire; e in tal cafo faià ben di am* mazzarlì tutte le volte , che la femma dei mali , che egli foffre, fìa maggiore della fornirà dei beni, eh’ egli polliede ; perciocché elfendo a tal termine, egli c infelice , e più comodo a lui farà il non ef- fere di modo alcuno. Che fa egli dunque in quella vita ? Che non ne efee , e non ritorna nel nulla , ove potrà Ilari! più comodamente ? Così rifponde 1’ Autor Franzefe . E certo egli è molto da commendarli , che ab- bia dato alla Religione tanto di autorità, che pof- fa o col premio, o col cafiigo trattener quelli, che hanno voglia di ucciderli . Et io volentieri gli con- fento. Ma non mi piace gà, che abbia poi ridot- to la ragion naturale a tanta difpcrazione e miferia, che niente afpettar polfa dopo la morte. Nè fo , Tom, IT, L 1 come 2';5 Ragionamento. come ne porti cifer contenta la Religione iflefla , che non fu mai nemica della ragione . Certo che i Gentili, i Romani, i Greci, gli Eg'zii , gli Arabi, i Caldei, c tante altre nazioni, le quali niun lume ebbero, fe non fe quello della ragione, pure afpet- tarono un’ altra vita. Quanti Filofofi promifcroall’ anime 1’ immortalità? 1 Platonici, che fono fiati in tanto grido, fe nc faceano , per cosi dire, malleva- dori . Io non fo dunque, come polfa con tanta fi- curczza affermarfi ( malfimamente non recandone-/ argomento niuno ) che la ragion naturale fia priva d’ ogni fperanza della vita avvenire ; così che aven- do fofienuto fortemente e con virtù i mali della vi- ta prefentc , non porta afpettarne qualche premio in un’ altra. Al qual premio non dee 1’ uomo però voler correre, nè affettarli ammazzandofi per im- pazienza; che ciò farebbe un demeritarlo. Al con- trario fe noi afcoltiamo 1’ Autor Franzefe , qual fa- rà F uomo, che dove non fia da Religione impedi- to , non debba darli morte per prudenza ? Imperoc- ché s’ egli è vero, che tutti quei, che ci vivono, più copia hanno di mali, che di beni , (ficcoroe nel fecondo capitolo ha egli intefo di dimofirarc) tut- ti, che ci vivono, fono infelici; e ciò porto è a tutti meglio il morire; faranno dunque tutti gran,, fenno a darli morte. Argomentazione orribile e fpa- ventofa , la qual le folTe afcoltata , non molto an- drebbe, che più non faria chi afcoltar la potette . E fe la ragione infegnatte ad ogni uomo di dover torto DigiTized by Google Ragionamento. ì6j torto ucciderti , mal coniglio avrebbe p'cfo la na- tura , che volendo, come P altre fpezie , cosi an- cora confervar quella degli uomini , confidila dia ragione . Ma di quello parmi aver detto al-baflan- za • Confiderà ultimamente 1’ Autor Frarzcfir , nè fenza qualche maraviglia , come li Stoici tenefi ero in poco conto certe quiflioni , che pur tratta vanii fi io a que’ tempi con grande fircpito dai filefcfì : fc eli- flelfer gli Dii : fe provedeflero alle cofe: fc foto P anima immortale. Intorno ai quali punti comcchè non fi accordaflfer tra loro, pur s’ accordavano tut- tavia nelle regole delle azioni, e dei coflumi; on- de pare, che dovettero avere quelle quiflioni per poco importanti . E quindi crcfce all’ Autor Fran- zefe la maraviglia, confiderando , che li Stcici, la- rdata da parte P efìflcnza degli Dii , la previden- za , 1* immortalità , pur giunfero a cosi alto grado di perfezione, e di virtù; laddove i Criftiani pare, che non vi fappiano giungere fc non per mezzo della cognizione di un Dio, e dei premj eterni dei caftighi . La qual maraviglia bifogna, che noi ci ingegniamo di fminuire per onore della providenza, acciocché gli uomini , prendendo mal’ efempio dal- li Stoici, non comincino a deprezzarla , et a cre- dere, che poco importi il penfarvi. A levar dunque una tal maraviglia, dee, fe- condo me , avvertirli , che i Crtftiani fi ftudian d’ dlerc non foiamente virtuofi , forti , giufli , tempc- L 1 2 rati- Digitized by Google 2(53 Ragionamento.' ranci , manfueti ) liberali , cortefi , a che afpiravano anche li Stoici; ma vogliono ancora, che quelle loro virtù fopra 1’ ordine della natura innalzando- li , e vertendoli d’ un abito foprannaturale del tut- to c cclerte , gli rcndan degni di una certa incora- prcnlìbil felicità , a cui le naturali forze non giun- gono; nè così alta fperanza avevan li Stoici . 1 qua- li però poteano contentarli di feguir 1’ oneflà , che conofccano , et ertere naturalmente virtuoli ; laddo- ve i Criftiani nè debbon , nè poflfon’ ertere di ciò contenti ; e volendo , che la loro virtù lia d’ un* altro ordine, bifogna , che la cerchino per altri mez- zi ; però dove li Scoici la cercavano , feguendo la naturale onertà , la cercano elfi feguendo la voce, c gl’ inviti , c le promerte di un Dio. Di che par- mi non debba nafeere maraviglia niuna. E niuna pure nè dee nafeer da querto,chegià aveller li Stoici rtabiiite tra loro ccn tanta concor- dia le regole delle azioni, e dei cortumi , quantun- que non per anche (labilità averterò nè l’ immorta- lità dell’ anima , nè la providenza degli Dii . Im- perocché per rtabilire quelle lor regole miravano erti non ad altro, che ad una certa immutabile e fem- piterna onertà , che s’ era parata loro dinanzi con autorità e con imperio, e comandava fenza fogg c . zion degli Dii, e voleva ertere obbedita per lo me- rito e dignità fua fenza riguardo di premio , o di cartigo. E fe ordinava all’ uomo o di fovvenirc il compagno, o di mantener fede all’ amico, o di of- . fer- / Digitized tjy Google Ragionamento. ì6$ fervàr la promefla , volea , eh’ egli obbed'fie piima ancor di fapere , fe premio alcuno dovefle venir- gliene, o fe il far ciò piaceffe agli Dìi; i quali Dii non poteano Sdegnarli , che 1’ uom feguifle quella., imperiofa oneflà , cui feguivano anch’ eflì ; nè fa- rebbon flati Dii , fe non l* avelfer feguita . Qual maraviglia dunque , fe feguendo gli Stoici quella fo- vrana ontflà , e in quella fola ponendo il fine dell’ uomo , non credettero aver bifogno d’ altre quiflio- ni ; le quali potean loro parer belle , non potcarL. parer necclfaric. Ne io però credo, che tanto in ciò fi allontanaflero da Cnfliani , quanto alcuni per avventura fi immaginano . Imperocché che altro fi- nalmente era quella loro fovrana oneflà , eterna , immutabile , neceflaria , fe non fe quel Dio fletìo , che noi adoriamo? Il quale eflì non conofcevano , fe non lotto quella tal forma di incommutabile e fempiterna oneflà , fenza accorgerli , che quella oneflà medefima , oltre 1* eflere incommurabile , è fempiterna, folle ancora conofcitrice di fe flelfa , e d’ ogni parte perfetta, creatrice delle cofe , onni- potente, e beata; di che fe aveflcro potuto accor- gerli, T avrebbono riguardata, come un Dio; nè fo , fe i Criftiani gli aveflero di ciò fgridati . Ma eflì non conofcendo in quella loro oneflà fe non una certa fovranità et imperio, quantunque le al- tre perfezioni di lei non feopriffero, pur la Arguiro- no, e Arguendola feguirono un Dio fen7a faperlo; c in ciò fi differenzi-iron da noi ; che noi feguiamo Dio accorgendocene, eflì il feguivano fenza accorgetene . *7° Ragionamento, CAP. VI. Degli ajuti , che tra «gonfi dalla filcfifia di Crijliani per la felicità della vita preferite . D Opo le cofc finqul dette voi potete agevol- mente intendere > Sig. Conte Gregorio cariifi* mo, che io non pollo (correre il fello capitolo deli* Autor Franzcfc, fenza contraddirgli quali in rutto j perchè quantunque io foglia contraddire malvolen- tieri , e già ne fia fianco , pure la cofa ftefla mi vi reca. Prende qu vi 1* Autor Franzefe a pervaderci, che la filofofia delli Stoici e quella de’ Criftiani , quanto a ciò , che appartiene alla felicità della vi- ta prcfentc , così fon diverfe tra loro e contrarie, che nulla più . E ciò intende di dimoftrare , facen- do varie comparazioni dell’ una filofefia con P al- tra; le quali comparazioni io feguirò con le mio confìdcrazioni , nè mi partirò gran fatto dall’ ordi- re, che ha dato loro l* Autore ifteffò. Primieramente paragonar volendo i precetti del- la filofofia Stoica con quelli della Criftiana , riduce i primi ad uno folo, il qual fi è: tu cercherai la tua felicità a qualunque prezzo. I precetti poi della filofofia Criftiana riduce a quello: ameiai Dio fopra ogni cofa , e il tuo profilino come te lìdio . Ne’ quali precetti , fe ho da dir vero , io non veggo tanta contrarietà. Ma prima di venire a ciò , faprci volen- Digitized by Google Ragionamento. 271 volentieri, perchè la foroma della filofofia Stoica Vo- glia ridurli ad un precetto , il qual conviene non agli Stoici fedamente, ma a tutti quanti i filofofi . Imperocché qual fitofofo è, che non infegni , dover T uomo cercare la fua felicità a qualunque prezzo? E quindi è, che affermano tutti, 1’ ultimo fine dell* uomo effere la felicità , che vale a dire , dover la felicità anteporli ad ogni cofa . Nè in c.ò fi dift in- guon gli Stoici dagli altri. Ben fi dirtinguono in que- llo, cne dove gri altri nioioh ripongono la renata in altre cofe, chi nella contemplazione, chi nel pia- cere , e chi in altro, dii la ripongono nell’ oneflà fola . Laonde il Precetto di dover’ anteporre a tut- te le cofe la felicità fua, riducendofi al fentimerto proprio degli Stoici , viene a dire, che dee l’uomo anteporre a tutte le cofe 1’ oneflà . 11 qual precet- to non mi par tanto contrario a quello de’ Criflia- ni : amerai Dio fopra ogni cofa, che è quanto di- re: ad ogni cofa anteporrai Dio. Perciocché Diò è )’ oneflà iftefla * Ma il Frar.zcfe , a render felice la vita prefen- te , defidera e vuole la tranquillità dell’ animo , e le dolcezze dell’ amore; le quali crede dover provarli amando Dio, come i Criftiani fanno; non feguendo 1’ oneflà , come fanno li Stoici . Et io dico : fe il Crifliano è tranquillo , perciocché cerca Dio folo , nè d’ altro cura ; perchè non potrà cflTer tranquillo uno Stoico, cercando 1’ oneflà fola, rè curando al- tro ? E fo io bene, c confeffo , che la tranquillità del *7* Ragionamento, del Criftiano farà più nobile, e più magnifica , e più divina , e potrà cflfere accompagnata da certe dol- cezze , di cui fon privi gli Stoici, i quali non fi van- tano r.è di rapimenti, nè di eftafi . Ma altro è , che la traquillità del Criftiano fia più nobile, e maggio- re , che la tranquillità dello Stoico; altro è, cho lo Stoico non polla fperare tranquillità niuna. 11 qual fe non fentc quelle intcriori foavità , e quel- le languidezze d’ amore, avverta il Signore di Mau- pertu s , che bene fpcflo nè i Criftiani pure le fonta- no ; nè anche molto le cercano. Santa Terefa non fu fempre in eftafi , nè avrebbe voluto effervi fera- pre; amando meglio di obbedire a Dio, che di go- derlo . Nè io affai bene intendo quello, che qui ac- cenna 1’ Autor Franzcfe , cioè che lo Stoico cerca, e ftudia fottrarfi ai mali della vita, il Criftiano non ha male alcuno , a cui fottrarfi . Nel che paigli di trovare contrarietà. Et io all’ incontro dico, cho 10 Stoico non cerra nè ftudia fottrarfi agl’ incorno» di della vita (che egli non vuol pure chiamar ma- li) fe non quanto ragion lo chiede; il che fimil- rnente farà il Criftiano , il quale , chiedendolo la ra- gione , cercherà bemftimo guarir della febbre. Ma qui efee 1’ Autor Franzefe con un’ altra_. comparazione, paragonando inficme la pazienza del- 11 Stoici , e la pazienza de’ Criftiani , le quali fono veramente diverfe, et effer debbono, ma non forfè Unto, quanto egli voiiebbs. Dice egli dunque la pa- Digitized by Ragionamento. 273 pazienza delli Stoici non altro cflere, che un fot- tometterlì ai mali per qnefta fola ragione , perchè non hanno rimedio; laddove la pazienza de’ Cri- fliani è un fottometterlì ai mali per conforniarfi al- la volontà di quel Dio, che gli ha difpofti. E cer- to fe la pazienza delli Stoici così folle, come egli dice, ella farebbe tanto diverfa da quella de* Cri- ftiani , che nulla più; et io la chiamerei la pazien- za dei difperari; i quali in vero fi fottomettono ai mali, e gli foffrono per quella fola ragione . perchè non hanno rimedio . Ma chi non fa , la diflìnizio- ne della pazienza non elfer quella? E più torto do- ver dirli, che la pazienza fia un’ abito di fortenere i mali per modo , che non conturbino la ragione? intanto che colui , che gli foftiene , nè vanamente fi dolga, nè rompa in querele irgiurte, nè perda il configlio , anzi abbia 1’ animo prefente in ogni av- venimento , c come può, provegga, e quanto può. E quindi è , che il paziente non fi abbandona , ma cerca i mezzi , che la ragione gli moftra , per libe- rai fi dai mali , e deliramente gli adopra ; e P ado» prargli con prefenza d’ animo è argomento di pa- zienza . Commendando dunque gli Scoici , come e’ fecero, la virtù della pazienza, et imponendola agli uomini, altro non vollero, fe non che dovettero i mali foftenerfi per modo , che non contuibafiero la ragione; e quello voleali, perchè la ragione ifieffa e P emetta lo chiedevano. Ora qual Criftiano è , che d’ una tale pazienza fi vergcgnalfe ? Benché il Cri» Tcw. IV . M ra Ilia» Digitized by Google 374 Ragionamento. (Vano agg’ungcndovi un’ altro riguardo la rende più nob le e pù predante. Ma chi per quello dirà , che la pazienza dell i Stoici oppongafi a quella de’ Cri- fliani? Chi dirà, che non molto vaglia a confortai gli animi, e a ricrearli? E già viene I’ Autor Franzefe ad un’ altra coro* piraz’onc, mettendo in confronto le fperanze , che effe la Ftlofofia dclli Stoici, con quelle, che por- ge la Filofi fia de* Cridiani , la qual moflra all’ uo- mo una certa incomprenfrbile e foprannatural beati- tudine ; e benché gliela mofìri di lontano, comin- cia però egli g à da ora in certo modo a goderne, pafcendofi intanto della fpcranza . E certo che a petto d’ una afpettazione cefi magnifica nulla parer re dee tutto cò , che promette la natura; e non che 1» filofi fia de! li Stoici, ma qualunque altra, ( fofs’ anche quella tanto fublimc e divina dei Pla- tonici ) dovrebbe tacerli dinanzi a quella de’ Cri- ftiani , nc fperar p ù di potete guadagnar gli uomi- ni nc con promelTe , nè con lufingbe . Perciocché qual bene moftrano effe, che peffa paragonarli con tanto premio? Quantunque però ne lìa cosi nobile, c cord lieta 1’ afpcttazione , e fommamente, e più, che non può dilli , vagì a a confortar 1’ uomo , e rallegrarlo; vegga tuttavia I’ Autor Franzefe di non farne più conto di quello, che i Cnfliani fteffi ne^ fanno. I quali proiettano d’ effe r d.fpolti ad opera- re virtuofamente anche fenzi una tale afpettazio- ne; di cui non vogliono aver bifogno pei feguirla vir> r ’ Digitized by G( Ragionamento. 275 virtù; e allora folo fi fìiman perfetti, quando fono cosi difpofti. Con che moftrano, che quand’ anche non fofle in loro la fperanza de’ beni eterni , pur farebbon contenti della virtù, e feguirebbono di fer- vir T oneftà, la quale è Dio fteflo, paghi di fol fer- virla. Et eflendo i Criftiani di quello an'mo , non fo , perchè dovelTer burlarli di quei filofofi , i quali non conofcendo la grandezza de’ beni eterni , pur protellarono di voler fervire alla fola onellà , ed ef- fer lieti e contenti di effa fola . Il che farebbono i Criftiani anch’ elfi , fe lor mancaflcro quelle loto ce- leftiali, e divine fperanze. Avendo finquì confiderato 1* Autor Franzefe la tranquillità particolare e propria di ciafcun filofofo, pafifa ultimamente alla pubblica e comune dei cit« tadini , a cui pargli , che nulla vaglia la filofofia-. delli Stoici , e vaglia però moltifiìmo la filofofiadei Criftiani . E certo men commendabili farebbon li Stoici , e molto men che non fanno , vantar fi do- vrebbono , fc , come vuole 1’ Autor Franzefe, nul- la penfaflero al ben degli altri; nè feguirebbono ab- baftanza quella loro immutabile e fempiterna one- ftà , la qual pur’ ordina e chiede , che fi procuri il bene altrui , e fi confervi , .quanto per noi fi porta , la focietà. E fo bene , che fono oggidì molti, che nulla curando i principi dell’ oneftà , la fccietà fo- la riguardano, la qual vogliono efler nata non d’ altro che dal guadagno, e dal proprio comodo, c cominciando da erta derivano quindi tutti i doveri M ra 2 dell’ Digitized by (Joogle 27 6 Ragionamento. dell’ uomo . Ma io credo , che grandemente fi in* gannino , c poco onore facciano agli uomini , ere* dendo , che fieno venuti in focietà , molli ciafcuno dal folo proprio interelfc, fenza che parte alcuna polla avervi avuto la cortefia. Recano ancora con cotefia loro opinione grandifiìmo danno alla repub» blica. Perchè fe noi non lafcercmo agli uomini al- tra ragione di ftarfi in focietà , fe non quella dei pro- pri comodi , e vantaggi , qual cittadino dovrà ofTcr- vare le leggi della fua patria , qualora gli torni con- to di trafgredirle j e polfa farlo impunemente? Chi ron dovrà uccidere la moglie j e i figliuoli, fe gli vengano a noja , e parendogli di poter sfuggire il cafiigo , non dovrà fcar.nare il fratello? E farà ben pazzo colui, che fnenderà la roba, o la vita per falvar la patria; perciocché che dee importargli , fe, morto lui, tutti i parenti e gli amici, e i cittadini tutti andaflero in eEkrrr.inic? E che farebbe , fecon- do quella bella fiìofofia , dell’ amicizia, la quale fe non è fondata nell’ onefià, non è amicizia? Onde fi vede , quante ruine ne feguirebbono alla focietà ifieflTa , fc altro vincolo non avefie, che quell’amo- re, che ciafcun porta ai proprj vantaggi. Di che fi vergognano pur’ alcuni, e propongono un’ altra ra- gione , dicendo che dee 1’ uomo anteporre il bene dei cittadini a! ben fuo proprio , elfendo cofa in fe fteffa migliore e più degna d’ elfer voluta il ben di molti, che il ben d’ un folo; nè fi accorgono , che cotefta loro ragione è pur tratta dall* onefià . Le- vata Digitized by Google Ragionamento. 277 vaca la quale io vorrei ben fapere , perchè mi deb- ba eficr più cara la vita di cento mila uomini, che la mia. Intendano dunque i maellri della focietà, ef- fere, oltre il guadagno anche qualch’ altra cofa pri- ma della focietà ideila , voglio dire 1* onefià ; la qual ci infpira , e ci invita ad cfler focievoli , nè ci vieta il guadagno , ma ci impone fopra tutto la virtù . E perchè fono alcuni, che mettono in quiftio- ne i principi di quella onedà , e vogliono difputarvi fopra inutilmente, e argomentarvi; benché io ab- bia ragionato con voi , Signor Conte Carilìimo , fu tal propofito altre volte , non credo però di poter- ne ragionar troppo; e dico, che quelli tali volen- do argomentar dei principi, moftrano per ciò fa- lò , di non intendere abbadanza quello , che voglia dire il vocabolo. Perciocché principio predo i fiio- fofi altro non vuol dire, che una fentenza , la qua- le todo che da propella all’ animo , non può elfo dubitarne, per quanto vi fi sforzi. Laonde a feo- prire i principi non è altro mezzo né più facile , nè più ficuro , che quello di chiamare alla mento varie fentenze , e far prova in noi (leffi , fe dubitar di tutte poffiamo; poiché fe n’ ha alcuna , di cui fentiamo di non poter dubitare, quella farà princi- pio ; fe non ne fode niuna , non farebbe principio niuno . Di che fi vede , che i principi non per ar- gomentazione, nè deputando fi feoprono , ma per in- terior prova, che fa e fente ciafcuno in fe medefi- mo. Digitized by Google l")% Ragion amento. tno . Perchè fe tu Tenti in tc (lelfo di non poter dui bitarc, eziandio defiderandolo , che il tutto non fu maggiore di qualfivoglia delle fue parti , farà quello per te un principio , che che ne dicano , c vi argo- mentino fopra tutti i filofofi; il giudicio de’ quali non dei tu attendere in cofa , che hai da fentire in te medefimo . E fimilmentc fe venendomi all’ animo quella fentenza ; mal fa colui , che fcanna il fratel- lo per torgli un danajo ; fentirò in me Hello di non poter dubitarne^ farà quella per me un principio; e fciocco farebbe, e degno delle rifa colui , che vo- lefle mettermi in quillione , fe io polfa dubitarne o non polfa , fentcndo io pure in me ftefTo di non po- tere. E quand’ anche fclfero alcuni , i quali dicef- fero di dubitarne elfi , non per quello comincierei a dubitarne io, non potendo; direi più prello , chty io non intendo le lor parole, o che elfi fingono, e di me fi prendon gioco , ovvero che fono uomini , non come me , ma d’ altra natura : che in vero farian d’ altra natura tutti quelli , che avelfer principi di- verti dai mici. Egli fi par dunque, che dei principi non debba poter’ eflTere controverfia appreflo quelli, che iBtendon la forza del nome; elfendo che il no- me di principio, come innanzi abbiam dichiarato, vuol dire una fentenza , di cui 1* uomo fente in fe flelfo di non poter dubitare . Laonde , quanto a me, perdono il tempo e 1’ opera in quillioni inutili tutti colloro , che volendo fminuirmi 1* autorità de’ prin- cipi , o fieno quelli della feienza , e del vero , o fie- Digitized by Google Ragionamento. 279 fieno quelli dell’ oncflà e della morale, fi ingegna* 00 e fi sforzano di provarmi, che io non gli ho im- preflì nell’ animo dalla natura ; che mi fon venuti dall’ educazione, e dall’ ufanza; e che molte na* zioni non gli ebbero. Quali che poteflero i princi* pj ceffar d’ efler principi per quello; e dovefle l’uo- mo prima di llabilirgli , aver’ intefo , onde elfi ci vengano, fe dalla natura, o dall’ ufanza ; e aver Ietto le iliorie di tutti i popoli, per veder pure,fe alcuno mai ne fia fiato privo di elfi . Le quali ri- cerche fe far fi doveflero innanzi di llabilirc alcun principio, certo è, che niuno mai fe ne flabilireb- be . Ma le fentenze . che mi fi ptefentano all’ ani- mo, faranno pure principi, da qualunque parte, e per qualunque modo mi fi prefentmo, purché 10 len- ta in me Hello di non poter dubitarne . Conofco , ornatiflìmo Signor Conte, di efiermi allontanato dal propofto argomento più forfè oì quello, che io dovea; certamerte più di quello che ave»a in animo ; ma la ccfa ideila mi ha trafpoita- fo. Ora pe ò tornando là, donde partii, dico , che fe la ragione e 1 ’ oneftà infognano agli uomini, vogliono , che 1 ’ uno intenda al ben dell’ altro , e tutti oflervin le leggi , e ftieno in focietà chi po- trà credere , che li Stoici , i quali a nuli’ altro mi- ravano, che ali’ oneflà fola, filler poi /di parere, che dovefle ogni urmo penfar folamentc a fe HclTo, rulla curando il ben degli altri ? E meraviglie mi , come abbia voluto 1 ’ Autor Frauzcte imporre ad una fet- 280 Ragionamento. fetta cosi illuftre una fentenza così inumana . For- fè non abbracciaron li Stoici le virtù tutte ? delle quali quante n’ ha , che per natura loro tendono al ben degli altri! La giuftizia , la liberal tà, la man- fuetudine, la clemenza, la cortelìa fono di quello genere. Qual fu delli Stoici, che non fommamen- te commendane 1’ amor della patria ? Chi di loro non lodò 1’ amicizia? Nò a provare il contrario può abbadanza vale- re un verfo folo di Epiteto , il qual tradotto dall’ Autor Franzefe nella fila lingua, viene a dire:Che è a te j Te il tuo fervo è malvagio , purché confer- vi la tua tranquillità ? Donde raccoglie 1* Autore , che volelfe Epiteto didogliere il padrone dal proc- urare la bontà del fervo; et io più volentieri rac- coglierei , che volelfe confervargli la tranquillità , onde non fi turbalfe, quantunque dudiando di giova- re al fervo, non gli venilfe ciò fatto. Perchè come egli dilfe al padrone rifpetto al fervo , fimilmento per noi direbbe!! al maedro rifpetto allo feo! a/e: che è a te, fe il difcepolo non impara? et al me- dico rifpetto all’ infermo: che è a te, Ce il mala- to fi muore? Le quali parole non voglion già dire, nò che il maedro non debba affaticar!! per amma- cdrare il difcepolo, rè che il medico non debba porre ogni dudio per rifanare 1’ infermo; voglie^ dire , che avendo eglino fatto , quanto per lor fi po- tea , fc la cofa non va bene , debbono darli di buon’ animo fenza turbarfene. Oltre che quand’ anche Epi- teto Digitized by Google * 1 Ragionamento. 2$i teto averte intefo di dir quello, che I* Autor Frati» zcfe intende; volendoG però giudicare della filofo- fia delti Stoici, dovea giudicarfene non da ciò che un qualche Stoico peravventura abbia detto , ina da ciò, che feguendo i fuoi principi gli conveniva di dire. I quali principi io certo non intendo , come trar portano a quella opinione , che 1’ Autor Fran- zefe attribuire alli Stoici, cioè che 1’ uomo ncn_. debba curar niente il ben degli altri; effendo quei principi fondati nell’ oneflà , che a quello fleffb ne invita . Vegga dunque il Franzefe di non far qual- che ingiuria alli Stoici; la quale non fo, fe foffrif- fero; benché proteftino di poter foffrire ogni cofa . Che fe la loro filofofia intende al ben comune , e chiama gli uomini a fociei non per interefle, che è lo (limolo degli avari e dei vili , ma per virtù , che é la ragione dei valorofi, e dei favj , non è poi da dire , che (ia tanto contraria alla Filofcfia Cri- diana , che fa pur quello fteflo . Conchiujtone del "Ragionamento . E Ccovi, Signor Conte Gregorio cariffimo, il mio ragionamento , che a voi forfè parrà troppo lungo, et io fterto ne ho veramente dubitato nel farlo. Perchè febbene, parendomi in erto di ragio- nar con voi , con cui vorrei ragionar Tempre , pa» reami d* erter breve; fapeva però gl* inganni, che fa amore . Il quale fe ro’ ha ingannato , facendomi Tom. IK N n pa- Digitized by Google 2Si Ragionamento. parer troppo corto quel tempo, che io fcrivendo, con voi mi tratteneva; fpero, che vorrà inganna- re anche voi alcun poco, e farvi Iti roar quello fcrit- to o men lungo, o men cattivo di quel, che è. E perchè amore non così di leggeri fuol contentarli , fpero, che egli vi indurrà ancora a voler dirmene il parer veltro, avviandomi de’ miei errori; e fa- rà dimenticarvi , che voi fiate flato una volta mio difcepolo , o più tolto farà, che ricordandovene, vi ricordiate altresì, quanto poco conto io facelli fin d’ allora delle mie opinioni, le quali poi in procef- fo di tempo mi fon quali venute a noja. Tanto me- no dovete voi dubitare ora di mutarle , e letta la prefente fcrittura , come faremo infieme , dimeno liberamente il giudicio voflro, e inoltrarmi i luoghi, ne’ quali non avrete potuto convenir meco. Io mi rimarrò in quella villa , finché 1’ aria feguirà di gio- varmi , o più tolto finché potrò foftenere il dcùde- rio di rivedervi . IL FINE. DI- Digitized by Google DISCORSI TRI IN RISPOSTA AL LIBRO DEL P. CASTO INNOCENTE ANSALDI INTITOLATO V I N D I C I A E MAUPERTUISIANAE . \ Digitized by Google Digitized by Google j8j DISCORSO PRIMO N el quale dimojlra il Signor Zanotti , cbt il fuo Libro della Filo fi Jì a Morale è contrariijjìmo agli Stoici ; tanto è lontano , che egli abbia intefio in ejjò di pre- ferire la lor dottrina alla Religione Crijlifina , come è parato al P . Anfialdi . D Ovendo io, Lettore umaniflimo, rifponderc ad un Libro poc’ anzi dato fuori contro di me dal chiaridimo P. Cado Innocente Anfaldi , intitolato; Vindiciae Maupcrtuijianae ,confefTo ingenuamente , eh’ io Tento nell’ animo un grandidimo difpiacere di non poter farlo in guifa , eh* io moftri al fopraddetto Padre quella riverenza, e quella dima, che avrei per altro defiderato. Imperocché edendo egli di un ordine per eccellenza di dottrina , e per fantità di codumi , fopra quanto mai dir fi pofià , chiaro e ri» fplendente, al quale io fono dato Tempre amicifE- *no; ed edendo padati tra lui dedo, e me alcuni offici di benevolenza , e cortefia , avrei voluto po- ter rifpondergli per tal maniera , che mi rendedì de- gno della fna amicizia , e contraddicendo all’ opi- nion fua potedì acqu'dar la Tua grazia . E certo fe egli nel riprendermi fi fede contenuto dentro i ter- mini della femplicc Filofofia , contentandoti di far- mi paiei Filofofo poco buono, avrei potuto edere Digitized by Google a86 Discorso , più rimetto nel rifpondcrgli , e moflrar di lui mag- gior (lima , che delle mie opinioni; ma dfendofi e- gli avanzato fino alla Religione, intanto che chiun- que leggerà il fuo Libro, dovrà credere, che certo mio Ragionamento, ufeito queft’ anno contro il Si- gnore di Maupertuis, fia pieno di Filofofia Stoica con difprezzo della Religione, e di Dio, come potrei io elTer rimetto rifpondendo ad una tale imputazio- ne; la quale moftrerei di meritare, e meriterei ve- ramente, fc non fludiaffi in ogni maniera di rimo- verla ? lo credo dunque edere obbligo mio, e co- me a Crifliano ed onorato uomo convenirmi!] di far vedere, che in quel mio Ragionamento, anzi pure in tutto quel Libro mio, che infieme col Ragiona- mento contiene la Flofofia morale tutta , non ha pu- re un veftigio, pure un’ apparenza, pure un’ombra di ciò , che vuole il P. Anfaldi . E bendi’ io fenta grandiffimo difpiacere, che, ciò facendo, moflrar dovrò , che egli non abbia intefo nulla di ciò , che ha letto; pure che poflo farne io? Non debbo io per ogni giudo riguardo voler più torto , che egli paja aver la ragione dimenticata , che io la Reli- gione ? Dovrebbe volerlo egli (ledo . E perchè fo edere cortume di molti, per aver più facile la difefa , ingrandire oltre modo 1’ accu- fazione, e p'ù che non vuol 1’ avverfario, ampli- ficarla; acciocché niuno creda, eh’ io voglia fervir- mi di un tale artificio , feoprirò torto alquanti luo- ghi del Libro del P. Anfaldi , per cui veggafi , fo egli Digitized by Googli Primo* 287 egli moflri di avermi reputato per Stoico, e Stoico cosi perduto, che voglia anteporre la Filofofia de- gli Stoici alla Religione, o almeno uguagliarla . E già il titolo ifteflfo del Libro non invita egli a cre- derlo? Il quale fi è quello : Vindici* Maupcrtuijtan* ab Antmadverjtonibur viri clarijjìmi Francifci Mari* Zanniti , qu'tbus quantum l’bilofopbia Morali Stoicorum Religio prceflct in infelicilate vit* minucnd» demonjlra- tur. Non par’ egli a quello titolo, che io abbia vo- luto foflenere contra il Signore di Maupertuis , che la Religione niente p ù vaglia della Filolofia degli Stoici ? Perchè che accadeva aggiungere quelle pa- role: quibut quantum Vhilofopbi* Morali Stoicorum Re- ligio prxjìet .... demonjiratur ; fe non folle fiata di ciò quiftion niuna tra me e il Franzefe ? E certo fapcndo io, che tal quiflione non mi era mai paf- fata per 1’ animo, come prima vidi quel titolo, for- te mi maravigliai; indi cominciai a temere di non intenderlo abbafianza . Chi fa , d.fli alcuna volta , che quel pronome quibut non più tofio all’ animad- verfionibus riferir fi debba , che al vindici* ? Sebbe- ne qual fenfo comodo avrebbe? E 1’ ofeurità intan- to mi fi accrefceva , confiderando per qual ragione abbiali voluto il P. Anfaldi trarre al fello cafo quel Tbilofopbta Morali contro 1’ ufo dei latini , che nel terzo 1* avrebbon lafciato , o nel quarto. Fece dun- que 1* ofeurità, che io da principio curafli meno quel frontefpizio , ed afpettaflì d’ intenderlo, come avelli letto tutto il Libro . Di fatti il Libro meldì- chia- Digitized by Google 28? Discorso chiarò pei in tnoltiflìmi luoghi apertiffimamente. Il luogo della pagina 210. non lafcia dcfiderarne alcun* altro. Apre quivi il P. Anfaldi I* intenzion del fuo Libro, dicendo: in eo pnejertim fumut , ut pergamut Dindicare Maupertuijtum relate ad necejjìtatem & pr non ho io derifo gli Stoi- ci , i quali per foftenerla non vollero chiamar beni la fanità, la robullezza , la bellezza? E $1 quella è pure la propofizion principale della loro Filofofia , da cui tutte F altre dipendono,- e la quale chi le- vafle allo Stoico , non farebbe più Stoico . Como poffb io dunque parere Stoico avendo levata di mez- Tom. IP. P p zo Digitized by Google 29$ Discorso zo una tal propofizione ? Nè mi fi dica , che io ab» bia c'ò fatto per volere in quel Trattato feguire Ari- notele . Perchè in prma non avrei voluto feguire Arinotele, fe gli Stoici foflero le mie delizie, co- me dice il P. Anfaidi , e i miei amori; e poi in quanti luoghi di quello fleflo Trattato mi fono io ximoffb da Arinotele ? Perchè dunque non me no farei rimolfo anche in queflo ? Come non avrei ab- bandonato Arinotele per feguire gli Stoici in una opinione tanto importante , avendolo tante volte abbandonato per andar dietro a Platone? Ma feguitiam di vedere gli altri luoghi della F lofofia . Alla pagina 37. vengo di nuovo a far men- zion degli Stoici , rammemorando quella loro così Lmofa fentenza , che tutti i virtuofi fieno egualmen- te virtuofi , e così egualmente felici tutti i felici ; e tale opinione non l’ ho io parimente in tutto quel capo rigettata? Non ho io detto, aver gli Stoici mutato più torto i nomi , che le fentenze ? Non gli ho io riprefi di aver propofta agli uomini una felici- tà imponibile ? Torno poi agli Stoici nella pagina 57. e nella feguente . Non mi rido io quivi di quel- la loro opinione , che fottoponeva tutte le cofe al deftino , eziandio le azioni umane ? Ma qual dispet- to maggiore potrebbe farfi agli Stoici , che negar loro quel così grave e magnifico infegnamento , che tutte le pafiioni fieno cattive di lor natura , onde argomentavano , che dovettero cft.rparfi del tutto , e in ciò riponevano il fallo, e 1* alterigia della lor Se t- Primo. 299 Setta? Ora quella fentenza non 1’ ho io nella pa- gina 67. e nelle feguenti combattuta con ogni sfor- zo, e tolta via? Qual luogo è, ove io abbia fatta menzione della loro Filofofia , c non le abbia con- traddetto? Ecco che alla pagina 112. non ho volu- to concedere agli Stoici, che debba aver tutte le Virtù chiunque ne abbia una fola , fenza aggiunger- vi , che quell’ una fola fia in grado eccellentiflimo : ciò, che vi aggiungeva Arinotele; gli Stoici non_. volevano aggiungervi. Ecco che alla pagina 118. fgrido gli Stoici, perchè facevano eguali tutte le colpe . Ma qual conclufione potea proporli maggior- mente contraria agli Stoici , che quella , che io fla- bilifco alla pagina 202., e ciò è, che il piacere fia per fe flcfTo un bene? Quale Stoico fu mai, che.* ciò diceffe , o ftimafle , feguendo i fuoi principi, di poter dire? Ne è da credere, che io qui abbia vo- luto favorire Ariftotele; da cui mi fono in quello luogo non meno che dagli Stoici , allontanato . Fi- nalmente dove io deferivo la felicità , formandola di tutti i beni si dell’ animo , come del corpo, non fenza aggiungervi anche i doni delia fortuna ; chi può mai riconofcer quivi uno Stoico ? Chi è così ignorante dell’ antica Filofofia, che non fappia aver gl» Stoici {labilità la felicità ne’ beni foli dell’ ani- mo fenza più? E nel fine di quel capo (IcfTo, in cui conchiudo la Filofofia tutta, qual rifpetto ho io de- gli Stoici? Non conchiudo io quivi, niente altro alla naturai ragione rimanere, fe non che di fegui- P p 2 re o Digitized by Google $~o ’ Discorso re o Arsotele o Piatone? Che confideraziorte fo io ricali Stoici ? ( vedete, leggiadro Stoico eh’ io fono) foftengo , quella ragione non effe ie di Jiiun roomen- to, e che, fe altra il Signor Maupertu ; s non ne a- vea , così bene potea farfi Epicureo, come Stoico. Nel capo quinto , e nel fello , richiedendolo la ma- teria, ho favellato degli Stoici più ampiamente, che altrove, riferendo peò fempre le loro opinioni fen- za mai approvarle, falvo alcune, che fono comuni a tutti gli altri Filoftfi . E perchè pare, che il P. Anf.ldi in quelli due capi principalmente infida; pe- rò fono da efaminarfi con più di ! iger.za , e quantun- que io fia per parlarne più didefamenre in altro di- feorfo , non lafcerò qui di dirne in generale quel tanto, thè badar poffa a far conofcere apertamen- te, come io nè pure in quedi due capi poffo pare» re Stoico fe run forfè a chi gli legga dormendo. Che cofi faceffe il P. Anfaldi , quando gli leffe , fe pur gli lede , fel vegga egli. Nel quinto capo adunque, il qual comincia al- la pagna -6S. io dico in primo luogo, che il Si- gnor di Maupcrtuis non ha deferitta affai bene la Filofofia degli Stoici, riducendola a certi tre capi, a cui la redringe egli , e che P avrebbe deferitta-. meglio, e propadane una più chiara idea, fe avef- fe modrato prima, come eflì riponeffero la felicità Digitized by Google 302 Discorso nella virtù fola; poi come quindi traelTero le rego- le delle azioni, e de’ coftumi ; e fopra tutto come levaflero dal numero de’ beni i comodi del corpo , e i doni della fortuna ; ed aggiungo , che ciò facen- do avrebbe forfè fcoperto , come e quando impo- neffero all’ uomo di ammazzar fe fteflo ; portando io opinione , che anche in ciò pretendelTero cfli di feguir la ragione . Ora chi è , che in tutto quello poflà reputarmi per Stoico? Che tale farei veramen- te, fe riferendo le ftrane loro opinioni, ancor le approvai. Ma dove le approvo io? Che fe il rife- rirle lo fteflo è, che approvarle; come non farò io e Peripatetico infieme , e Platonico, ed Epicureo, avendo in più luoghi riferito le opinioni di tali fet- te ? Vengo pofeia nel fine dello fteffo capo quinto ad un luogo , nel quale il Signor di Maupertu's fi maraviglia ,, come potelfer gli Stoici ftabilir le rego- le delle azioni, fenza aver prima (labilità nè 1’ im- mortalità dell’ anima , nè 1’ tfiftenza , nè la previ- denza de’ loro Dii , e come fenza fperanza di pre- mio , e fenza paura di caftigo giungeflero tuttavia a cosi alto grado di perfezione , che appena che i Criftiani vi giungano, quantunque moftì e (limolati dall’ afpettazìone de’ beni eterni , e dal timore de- gli eterni caftighi. La qual maraviglia del Signor di Maupertuis parendo a me , che facefle poco onore a’ Criftiani , ed anche alla providenza , mi fono in- gegnato di fminuirla; ed ho detto, che avendo na- tuialmentc gli uomini dinanzi all’ animo una certa idea Digitized by Google Punto, ^ idea della immutabile e fetnpiteina oneftà, anterio- re alla conofcenza de’ falli Dii, e dell’ immortalità dell’ anima , poterono gli Stoici trar da elfa quelle lor regole, fcnza penfar a premio nè a caftigo ; e ciò potca badar loro a proporre una virtù umana , e naturale ; badar non potrebbe a’ Cridiani , che un’ altra ne vogliono molto più nobile , foprannaturale affatto e divina; e però debbon cercarla per altri mezzi, e aver ricorfo alle tediroonianze, ed ai co- mandi di un Dio. Potrei io qui parere Stoico? Ma che altro fo io in quedo luogo , fe non che riferi- re, come gli Stoici traeflero le loro regole dall’ idea dell’ oneftà, e fi contentsflero d’ una virtù umana, e naturale? Della qual però ben fi vede , che io non farei contento , dicendo , che la virtù de’ Cridiani è adai più nobile, e più fubbme . N'è dilììmulo io già, anzi apertamente confeffo , che quando ho det- to , aver gli Stoici feguita la naturale onedà , tra- endo da effa le regole delle azioni , non ho faputo biafimarli . Dirò anche più; gli ho lodati nell’ ani- mo mio. Ma dovrà egli dirfi, che io fia Stoico, per- ciocché lodo gli Stoici di aver feguito 1’ onedà ? Quai Filofofi non la feguirono ? Non la feguirono i Peripatetici? Non la feguirono i Platonici ? Gli Epi- curei, che la deformarono in molti modi, pure in- tefero di feguirla ; e fu 1’ intendimento loro da lo- darli . Qual uomo è , che non abbia fempre dinan- zi all’ animo queda autorevole onedà, che vuol’ ef- fer feguita per le medefima , mediandogli le virtuo fe Dìgitized by (Joogle 304 Discorso fe azioni , e comandandogliele ? Che non s’ è già ella fatta vedere folamente agli Stoici; s’ e fatta-» vedere, e fa vederli a tutte le menti, maeftra im- mutabile, c direttrice fempiterna dei lor voleri . La- onde il fcguir P oneftà , e prender norma da effa per rettamente operare, non è una laude propria degli Stoici; è una laude comune di tutti i Filofofì, o più torto un certo nobiliflimo iftinto di tutti gli uomini; e chi loda gli Stoici d* averla feguita , non gli lo- da d’ eflere flati Stoici; gli loda d’ eflere flati uo- mini; nè crederò io di dover parere Stoico per aver- gli lodati di quello , di che fi lodano tutti gli al- tri . Ma vegniamo oramai al capo fefto, il qual co- mincia alla pagina 277., fopra il quale procurerò d’ efler breve , fi perchè temo di eflere flato foverchia- mente lungo nel quinto , sì perchè di quelle ifteffe cofe mi converrà ragionare in altro luogo. Io dun- que nel fefto capo , come leggendolo potrà ognu- no avvederli, non altro intendo, fe non che di mo. Arare , che certi infegnamenti degli Stoici non fono contrarii agl’ infegnamenti de’ Criftiani , come era paruto al Signor di Maupertuis, anzi eflere tra quel- li e quelli una certa quali amicizia , e conformità . Il che potrei Umilmente dire di molti infegnamenti dei Peripatetici , di molti dei Platonici ; e ficcome non per quello farei riputato nè Peripatetico nè Pla- tonico, cosi non credo di dover’ eflere riputato nè Stoico pure. Ma veggiamo di quali infegnamenti ho rag io- I # i Digitized by Qóogle Primo 305 ragionato. Ho detto alla pagina 179. , aver gli Stoi- ci infegnato , che dovette 1* eterna ed immutabile onellà effere preferita a tutte le cofe; nè quello in- fegnamento edere tanto contrario alla dottrina de* Criftiani . Ho detto poi , che infegnavan gli Stoici la pazienza , volendo, che 1’ uomo foffrifle i mali, fenza che la ragione fc nc turbafle ; nè in ciò pu* re ho creduto, che molto fi oppongano alla Crift ta- ri a dottrina . Ho detto finalmente alla pagina 287. , aver gli Stoici beniflimo infognato (che che ne di- ca il Signor di Maupertuis) che debba 1 ’ uomo fer- vir , quanto può , al ben comune, e (ludiarfi di gio- vare altrui; nè tale infegnamento efler punto con- trario alla carità del Crilliano . Ora fe io dico, che gli Stoici volevano, che fotte antepofta a tutte le cofe 1 ’ oneflà , non voller lo {letto e i Peripatetici ancora , e i Platonici ? Se io gli lodo d’ aver info- gnata la pazienza ; non la infognarono gli altri Fi- lofofi ? E fc dico, che infognarono all’ uomo di do- ver giovare agli altri , qual Filofcfia è , anzi qual arte, qual difciplina , che non prflfa pigliar per fe quella lode , e farla fua ? E certo che P oneftà, la pazienza, la carità non fono degli Stoici folamen-, te , ma di tutti ; e chi loda quelle qualità negli Stoici, non loda gli Stoici, loda le qualità flette. Che fc io trovo alcuna conformità tra certi loro in- fegnamenti , e quei de’ Crtlliani ; e tale conform tà mi piace, e la approvo, perchè dovrà egli argomen- tarli che io fia Stoico , e non più toflo , eh’ io fia Tom. iy. Q^q Cri- I 306 Discorso Criftiano? Anzi avendo io contraddetto agli Stoici in tutti i luoghi fuori che in quelli , in cui mi fo- no paruti alquanto Umili a’ Criftiani , chi non vede, che Criftiano del tutto debbo effe re riputato, e non Stoico ? Eenche , effendo Criftiano , non mi credo io già di effere per ciò tenuto a deprezzare i doni della natura, e vituperargli, mafiimamente la ragio- ne , e la virai; che fon pur doni di Dio anch’ dii, nè prlfon’ effer cattivi da lui venendo. H già potete accorgervi, Lettore umaniflìmo, eh’ io fono entrato nell’ altra parte del mio difeor- fo , nella quale modrer debbo, come in tutto quel libro mio, di cui or deputiamo , niente ha, onde poflTa parere a veruno, eh’ io voglia anteporre la Filofofia Stoica alla Crifliana Religione. Perchèco- mc potrei parere Stoico così perduto in un libro, in cui non pollo parere Stoico di niun modo ? Può egli crederli , eh’ io voglia anteporre alla Religio- ne una Filofofia , eh’ io non profdfò, eh’ io non approvo , eh’ io non ho mai tenuta , nè tengo per mia ? Moftrimi il P. Anfaldi un luogo folo del mio libro , in cui io abbia la Filofofia degli Stoici alla Cridiana Religione o preferita , o uguagliata . All’ incontrario quanti gliene medrerò io, ne’ quali ma- nifdì Almamente antepongo la Religione, non dico alla Filoftfia degli Stoici, ma a qualfivoglia Filofo- fia ? E quantunque, come Filofofo, avelli potuto tacermi della Crifliana Religione , e non volere en- trare in efla per riverenza; pur quante volte me le fono / i Digitized by Google Primo, 307 fono accodato, e con rifpetto Tempre è venerazio- ne? Vedete la pagina 93. , ove ragionafi della ma- gnanimità. Propoda quivi la quidione, fe la magna- nimità del Filofofo fi accordi con 1’ umiltà del Cri- diano, non entro io con qucde parole; io bo propo- sto di non volere per conto alcuno in quejlo Compendio entrare nella Filofofia Santa de' Crijliani . Forfè eh e in altro luogo moflrcrò , quanto lume abbia ejfa recato al- la naturale Filoffia , e quanto l ’ abbia adornata in tut- te le parti , e perfezionata . E procedendo avanti non ho io rimetta la quiftione al parere di Macdri prò- vatiflìmi fra’ Criftiani , del Rodriguez , del de Aguir- re , e dell* incomparabile S. Tommafo ? E' egli que- llo tenere in poco conto la Religione Cridiana ? Per onor della quale che cofa poteva io far di più dì quel, che feci, in così breve Trattato? Io dovca_» Pendere la Morale breviflìmamente per un nobilit- ino, ed ornatifiìmo Giovane, che defiderava veder- la per meglio intendere affari di cavalleiia, e farli più copiofo nel dire, e più eloquente. Come po- teva io in quedo intendimento fervir meglio alla Religione, che modrando di tanto in tanto i d. fot- ti della Filofofia delfa ; ed avvifando inulrmo,che alla Religione fi appartenea di emendargli? Or non è quedo quello appunto , eh’ io feci ? Leggafi il ca- po ultimo , che chiude la Filofofia tutta , e inco- mincia alla pagina 221. In quanto timore lafcio io quivi i Peripatetici , in quanto dubbio i Platonici della loro felicità? Non dico io forfè alla pagina 234. , Q_q 1 che Digitized by Google Discorso che fi vorrebbe un qualche Iddio , il qual veniflo dal Cielo per infognarcela ? Non dico forfè, che venendo a noi quello coitefe Iddio , dovremmo vol- ger le fpalle ai Filofcfi , ed afcoltar lui lofi. ? E ap- preflo non aggiungo io, effe re lui venuto, ed aver mcftrata agli uomini la loro vera felicità ? Non mi fdegno contro colmo , che negano di afcoitarlo? E fe non entro a fp'egare quelle maravigliofe , e di- vine lezioni, chi potea ciò da me efigere , uomo laico, e non teologo? 11 qual, reflringendoroi den- tro i limiti della naturai ragione, cosi chiudo in ul- timo la Filofcfia, che anzi che chiuderla, par, eh’ io la levi di mezzo, e , per lafcar tutto il luogo alla Religione, affatto la nmova, mettendo in dub- bio, fe quella felicità, che effa ne moftra , altro non fia , che un vago nome di fignificazion vuoro. E parlando io di quello modo, può egli cadere in animo di chi che fia , che io abbia voluto la Filo* fofia degli Stoici alla Religione anteporre? Qual’ uomo è così privo di fenfo, che pofla crederlo? E mi farei forfè cangiato di opinione fcrivendo pofeia il Ragionamento contro il Signor di Mauper- tuis , che è I’ altra parte del libro mio ? Ma qual fegno ne moftra egli , quale indicio ? Nella pagina 273., dove prima cominciafi a dire della Religione, io commendo molto il Signor di Maupertuis , che grandiflima autorità le abbia dato . Nella pagina 275. , perciocché il Signor di Maupertuis s’ era maraviglia- to, come gli Stoici confeguiflero tanta virtù , quan- ta Digitized by Google Primo. 309 ta appena nc confeguifcono i Criftiani , io rifpondo la virtù degli Stoici elfere (lata virtù naturale , quel- la de’ Crilìiani foprannaturale del tutto e celefte . Nella pagina 277. conchiudo , che gli Stoici , obe- dendo alla natura, fervivano Dio fenza accorgerfe- nei la qual lode potrebbe darli anche alle fiere, ed agl alberi ; laddove i Crilìiani lo fervono accorgen- docene , il che non è proprio fe non degli Spiriti immateriali e ragionevoli. Nella pagina 279. non dico io , la tranquillità del Criftiano elfere molto più nobile, e pù magnifica, e più divina, che non quella degli Stoici , e trar feco certe ammirabili dol- cezze , di cui gli Stoici fon privi ? E nella pagina 281. non dico io , che il Crilìiano aggiunge alla virtù della pazienza certo riguardo, che non vi ag- giungevan gli Stoici , e con ciò la rende più nobi- le , e p ù predante ? E nella pagina , che fegue , non dico io , che la Crilìiana Religine promette a* virtuofi così alto premio, e così magnifico , che a petto di dìo niente è ciò, che può promettere la natura? Non dico, che ogni altra Fiiofofia dee ta- cerfi dinanzi a quella de* Criftianiì In fomma qual luogo è in tutto quel mio ragionamento , nel qua- le venendo a dirli della Fiiofofia , e della Religione, non quella a quella di gran lunga fi preferifea? Pe. rò volendo il P. Anfaldi venir meco a contefa , e fottrarre il Signor di Maupertuis alle mie obiezioni , qual quiftionc potea proporre più inopportuna , più fuor di ragione, e di propofito , che quella; quan- lum Digitized by Google gio Discorso tum Pbilofophia florali Stiiiorum Rtlìgìo p'ajlet . Ho 10 mai negato , che la Religione Crifliana fia da anteporli alla Filofcfìa degli Stoici ? Ho io mofla quiftione di ciò in tutto il mio libro contro il Si» gnor di Maupercuis? Di che fia (lata quiftione tra quel chiarimmo Franzcfe , e me , dirò nel feguente difcorfo . Intanto però non doveva io rimovere dal mio libro una così grave macchia , come è quella, che gl’ impone il P. Anfaldi? E farà chi me ne in- colpi ? Non avrei moflrato di clTere veramente Stoi- co , fe comportata 1* avelli? Ma qual ragione, oP. Anfaldi, a cui mi volgo in fui finire del mio difcor- fo , qual ragione ha potuto indurvi a volermi così fieramente a fTa lire , e movere tanta guerra ad un libro morale , che non era moleflo a niuno , niuno accufava , niuno olFondcva , cercando di efercitar così le virtù, che infognava? Con quanto rifpetto, con quanta moderazione ho fcritto io contro il Si- gnor di Maupertuis ? Il qual fon certo, che per la grandezza dell’ animo fuo , come favio e valorofo uomo, non vorrebbe elfcre fato da voi difefo per tal modo. Nè io però vi accufo, nè di voi mi dol- go ; fo, quanto pofia P ambizione del cotraddire , e quanto vaglia , apprefio vei altri gran Letterati, 11 defìderio di ufeire alle fampc; e fo ancora, che fe , fcrivendo le vindicie, mal giudicafle del mio li- bro , ne giudicafe meglio in altro tempo. Voglio, che preflo me vi feufì la vofra incofanza . Che u- inana , che cortefe , che gentil lettera fù quella , eh me Digitized by Google Primo. gii me ne fcriveRe prima , che ufti fiero cotefte vofire vindicie ! E quanto foave, e cortcfe quell’ altra, che me ne fcriveRe , dopo che furono ufeite ! Le quali cerco non avreRe fcritte in quel modo , fe a» vede creduto di fcrivcrle ad un perturbatore della Religione; e dicendo in effe, che la nofira era una quietone puramente Filojofica , e circa materia non im- portante, ben mofira , che voi allora giudicavate , la Religione non avervi parte niuna. Le quali lettere avendomi voi fi elfo conceduto, eh’ io renda pub- bliche (che altrimenti non l’ avrei fatto) efporrò qui volentieri per provedere all* onor voftro, ed al mio, acciocché intendano i poderi, che fe del mio libro mal giudicafie ad un tempo, ne giudicafte me- glio ad un’ altro , nè feroprc poi vi ingannaRe . Lettera del P. Caft’ Innocente Anfaldi al Signor Fiancefco Maria Zanotti fcritta di Ferrara li 2* Giugno 1754. T^Ssendo V. S. ìlluflrijjìma altrettanto compito e ge- * nerofo , quanto che celebre e dotto , mi permette- rà , che con codejla mia mi dia /’ onore d' inchinarme- le cjjequiofamente , onore , cui non potei avere ne fei 0 fette giorni , che fui cojli un tnefe fa , abbenebè me lo procurajjì , e foltanto potei umigliar mi al fuo Signor Fra- tello veneratiffìmo , ed alle di lui Signore , quali fui a vi/itare per ubbidire anco alla Signora Franzoni nojlra Religiofa qui in Ferrara . Dirà 3 1 2 Discorso Dirò poi a V. S. llluflriffìma * qualmente allora mi diedi il vantaggio di comperare V ultimo fuo ltbro ) letto da me con quel frutto , che cagionano le di lei comprjtzioni tutte ; e nel Ragionamento intorno al li m Irò di M. Maupertms , abbencbè fcorgtjjì la Jòlita ma- no maeflra , ed il fare clajjìco di V. S. lllujlnjjìma , pure mi parve , ebe alcune cofe non corrilpcndtJJ'ero al- le mie anticipazioni , dalle quali gli argomenti fuoi non mi fveljerc 5 tutto che m affi ma Jìa prejjo di me , come_, apprejjo ognuno eff'er deve , la di lei autorità, l'erlccbe mi fono avanzato a dtjlenderc li miei rif.cffì così ; \ in* dicix Maupcrtuifiarx ab Aninriadvcrfionibus Viti Cla* Tifiimi Frsncifci Mari® Zanotti , quibus quantunu Philofophia Morali Sroicorum praeflet Religio in in- felicitate vita: minuenda demonftratur . Hon fembran- domi, che la fempiterna , e A immutabile onejlà degli Stoici j tomeebe non altro attributo avente , che una certa autorità ed impero , pojja aver * avuto forza dì consolare gli Stoici Jlefft , e parendomi indifpenfabile ( conJìJcrato , com' il più pacifico , ebe Jì pffjj trovare falla terra ; cioè nd mio libro un iota non v' è , di cui V S. Wujlnfpma ■ poli a mai un dì lagnarjì , foffe ben' ella più dihcato della fltffà dilicatczza ; anzi fervir dee quejlc per un pitblico e perenne attejiato dell ’ altiffìma ftima , e prc - fen- Digitized by Google Primo. g t j fondijjìma venerazione , che io bo per lei , e pel Jùs gran merito , e fapere . E' quefla una quefìione pura- mente Filofoflca , e bifogna compatire il genio , che bo fempre avuto per codefli fludj , del quale alcun mifero faggio ne diedi ne' miei libri: De traditione princi- p:orum Jegis naturali*, ed in quello contro il Clerc : De futuro faeculo ab Hebraeis ante captivitatcs co* gnito , che per altro ben conofco eJJ'ere ajj'ai imperfetti . Che fe difputando contro fìranteri , eterodojjì , e morti , inimicijjìmi della Hazion noflra , e della Religione , bo io però fempre procurato di dimagrarne rifpetto , e / lima ; cofa far debbo poi con un nazionale , crtodojfo , viven- te , celebre , dottijfìmo , quale è V. S. llluftrifpma , che ha favorito il Fratello nella feorfa quarefima in S. Do- menico con noflra infinita obbligazione? Ccmecbe adun- que in altro modo dimojlr urgli non prjfo la mia grati- tudine , gliela mo/lrerò nella prefente cccaflone , in cui vedrajfì , che due w mini circa materia non importante poffono penfare diz>erfamente , ma che l' uno ba dell' altro un' amore , ed una venerazione , che non ba pa- ri . Ella dunque mi onori di darmi quella fede , che merito , e di avere a grado , ebe fi flampino codefle mie ojfervazicni , molto più che non potrei nè pure difptn- f armene , per avere avuta la facoltà dai Superiori , ed averle qui a non pochi in parte comunicate . Ma in o- gni evento mi onori ajj'ai più col mettermi n r l numero gloriofo de' fervidori fuoi,come già lo fono da gran tempo in quello de' fuoi ammiratori ; con che cflbendnmi ad ogni fuo venerati/ finto comando , col più profondo cd cjjequiofo rifpetto mi dico . % Tom. IV. R r Lec- Digitized by CJoogle 3*4 Discorso Lettera del P. Caft* Innocente Anfaldi al Signor Francefco Maria Zanotti Icritta di Piacenza li 9. Settembre 1754. / 'r ì archi la benignità ai V. S. lllujlrifpma fu fìnge* lare cotanto , che mi diè permijjìone di flambare le mie tjjervazioni fopra il di lei Ragionamento , e dip- degn'fjì con, andarmi , ebe gitene JuceJJì avere dut_> co; te ; io che prefcnieiiiente mi ritrovo in Giacenza per vedere li miti ; fapendo, che V opera mia è terminata , bo pregato un' amico , ebe è in Ferrara , ove fubito ne capiteranno alcune copie , di farne avere a K S. Il - lu/lrtjjtina cotti, cui Jupplico di degnarfì di accettarle, quale tenue atteflalo dell ’ cjjìquio mio ; e fe mai ono- rare mi volejje di accettarne pili altre , bafla un Jcl cenno per ubbidirla in un ’ affare , che mi riputerò Jcm- pre ad impareggiabile onore . Mi Infìngo tuttavìa , ebe fe non le piaceranno le rifeffìoni fleffi,non le difpiacerà però, che io abbia al Mondo palefata la mia venerazione verfo di V, S. 11 - lujlrijjìma , che ben le fi dee con il Mondo tutto ; men- tre pvjfo ajjìcurarla , ebe per tutte le Città , ove fon~. paffuto , e mi è capitata congiuntura di parlare di lei , bo potuto feorgere la fama del fuo nome cotanto ampli- ficata , e flabilita appreffo ogni genere di perfine , che quaft mi fino pentito di effermi poflo ad un ’ azzardo coi) fìngolare , fimbrare forft potendo a taluno , ebe io innanzi di accingermi all' imprefit , non abbia fattiti suf- Digitized by Gooale Primo. 351 /ufficiente rifieffìone alla infinita diflanza , che pajjafri V. S, llluflrffima e me , che dovevo contentarmi di ammirarla . L' unica cofa però , eie mi confola in tutto quejlù affare , fi è , che letta poi con commodo la di lei Peri- patetica Filo/òffa j mi fono trovato cotanto conforme a lei di /entimemi , che fembra , eh' io altro non abbia fat- to j che applicargli nella difputa contro il fuo Ragiona- mento . Perché fe ho injtjliio contro certo di lei pajjo a pag. 282. , potrò fempre per mia difcdpa ricorrere et quella ammirabile dottrina di V. S. llluflrffima Parte V. Cap. X. , ove della amicizia , che nafte da virtù , parlando , fcrive fapientffimamente così: Sebbene non potendo il virtuofo non effere e piacevole j c libe- rale , e cortefe , e magnanimo, non può non cflerc ancora cofa molto utile, e molto gioconda, e chi 1 ’ ama in quanto è virtuofo , viene per confeguen- te ad amarlo anche in quanto è utile, e in quanto è giocondo. E però- tale amicizia pare , che abbrac- ci in certo modo e contenga le altre due; & an- che perciò dicefi perfettifiima . Oltre quanto infegna t che nella fola Crijhana Fih.ffia evvi la dottrina di potere diventar giufìo cbi ha peccato , oltre tante altre belle Dottrine al Capo XVI 1 , di e ffa Parte V . , e quel divino paffo , che conchiude P Opera: vorrebbero for- fè , che lor venifie dal Cielo un qualche Iddio ec. E certamente che i Filrfofi fembra prendano fempre ben di mira a non far difeendere dal Cielo in qualche ma- china un Dio per non feiogliere il nodo alla maniera Rii de * 316 Discorso de' Poeti. Ma chi dall' altra parte ncn faprebb- com- patire coloro j che fi immaginano non poterli Jlabxlirt la fi licita dell' uomo, fe non fi confiderà il fine , per cui è fiato fatto ? lare ad ej]ì quaji , che la Filojfia ne farli , come fe 1 uomo fi jje da fe ufiito dalla terra , o ca/ualmetiie dalle nuvole caduto , e però ne inferifeo - no, che debba ejja fcn.pre andar errata , e che, fe dal- la religione prtfcinda , non arrivi a conifere il fine, e per ciò nè pure la Jelieità della creatura . Ma io non sò fe nè pure avrò ben efprejfe codefie fiejfe cofe . In ogni cafo io volentiertffmo mi J'uhor dine- rò a quanto o ella , o altri Japrà meglio farmi vedtre in quella materia. Sono sii la partenza da qui. l'er li 20. , o poco più farò in Mantova , e alla metà d ’ Ottobre in Ferrara , lo che le ferivo affinché V. S. //• lujlrijjìma fappia , ove fi ritrova un fuo ammiratore e fervo cbbligatiffimo , che fi darà fempre la gloria {otti- ma di dimofirarle in ogni incontro la più fommejfa ve- nerazione , e di dichiarare alla terra tutta quella pro- fondijfitna fiima , con cui mi riprotefio . DI- 3>7 DISCORSO SECONDO Nel quale il Signor Zanetti efpone prima tutte le qui • Jlioni nate tra lui , e il Signor di Maupertuis , rìfpon- dendo in ciafcuna al V. Anfaldi , ove ciò pojfa farji brevemente ; poi torna a quelle , in cui richiede/i ri - fpojla più lunga , e largamente ragiona dell ’ immor- talità dell * anima . Jfo credo nel mio primo difeorfo di avervi abba- ft.inza dimoftrato, Lettore umanillìmo, cerne in quel mio librojche ufcl già fuori col titolo di Filofofia Morale non mai la Filofofia degli Stoici alla Criftiana Religione, ma femprela Crifliana Religione a qualunque Filofofia di gran lunghe manifeftilfimamente antepofi.Laqual depu- tazione non era neceffaria,fe non l’avefle renduta tale il P. Anfaldi ; il quale volendo difendere il Signor di Mau- pertuis da’ miei dubbj , non ha Caputo farlo fenza travol- gere per Arano modo i miei fenfi, e interpretare pefiìroa- tnente le mie parole. Ora venendo alla difefa , qua- lunque ella fiali, che egli ha prefo di quel valen- tilTimo uomo , non vi dovrà efler difearo , che io vi ponga piima fotto gli occhi brevemente , e per ordine le quiftioni tutte , nate tra il Signor di Mauper- tuis e me; acciocché polliate più facilmente inren- dere , come bene fiali portato in eiTe il P. Anfaldi difendendo quel fuo Franzefcj e come abbia foddisfatto all» Digitized by Google 318 Discorso all’ afpcttizione morta dallo Ile fio titolo del libro fuo.* Vindici* Maupertuijian* . E però notcìò di ma- no in mano in ciafcuna quiftione quello, che egli Copra vi ha detto , nè lafceò di nfpondergli torto, ove ciò pofla farfi brevemente ; ove riceicheiafli ri- fporta più lunga , mi rimarrò fintanto che io abbia fatto il novero delle quiftiom tutte; fatto il quale tornerò ai luoghi , che avrò tralafciati , e precure- rò di foddisfare al P. Anfaldi in ogni cola. E fe io non avrò quel bell’ ordine , lucido , e chiaro , che in tal gcnetc di fcritture li richiederebbe , fpero , che mi perdoneranno tutti quelli , i quali avendo letto il libro del P. Anfaldi, penferanno quanto fia difficile non cfifcr confufo , rifpondcndo a un libro tale . £' dunque da Capere , che avendo il Signor di Maupertuis, uomo in Fifica, e in Matematica tan- to grande, che non pare, che porta efler piccolo in niuna altra cofa , avendo, dico, comporto un_. picciol libro intitolato : FJJliy de Thiìofophle Morale , fu quello Rampato in Londra , ha pochi anni; e quin- di pattato in Francia, ove incontrò alquante oppo- fizioni , venne poco apprdTo in Italia . Allora io fui (limolato a fcriverne fchiettamente il mio giudi- zio , il che feci in un breve Ragionamento , notan- do quando un luogo, e quando un’ altro, fecondo che varie difficoltà mi nafeevano . E perchè il Si- gnor di Maupertuis avea dirtinto il libro fuo in fet- te capi > volendo io andar dietro folo ai primi Tei, per Digitized by Googl - / Secondo. 31 g per ciò in fei foli diftinfi il mio Ragionamento ; e notai nel primo quelle difficoltà, che nel primo del Signor di Maupertuis m’ erari nate; nel fecondo quelle, che nel fecondo, e così di mano in mano; onde vennero a forgere quali in ciafchedun capo moltifiime quiftioni tra il Signor di Maupertuis e me, varie tutte tra loro e diverfe , le quali ora breve» mente vi moftrerò .. Nel primo capo nacquero tre quiflioni . La pri- ma è circa la definizion del piacere propolfa dal Signor di Maupertuis , alla quale moftrai di accor- darmi poco . E perchè il Signor di Maupertuis la fpiega poi molto più nel principio del capo fecon- do, volendo valerfene a formar certa argomentazion fua , anch’ io nel capo fecondo moftrai di nuovo di elferne poco contento. La feconda quiftione fi è , fe avendo il Signor di Maupertuis ftabilito la felicità nel piacer foto , come parmi eh’ e’ faccia, gli con- veniffe di renderne qualche ragione , ciò che egli non fa; perchè io credo, che una propofizione tan- to agitata , e combattuta non folfe da alfumerli co- sì fenza prova, come lì fanno gli aflìomi . La ter- za quiftione poi fi è , fe doveffe Umilmente fenza prova niuna ftabilire il Signor di Maupertuis, chtv la felicità , effondo più lunga , debba per ciò dirli anche maggiore, fapendofi con quanto ingegno li sforzaffero gli Stoici di dimoftrare il contrario. Ora come fi moftra egli valorofo il P. Anfaldi nel primo incontro di quelle tre quiflioni ? Sentite, come Digitized by Google 3 io Discorso come d : fende il Tuo Franzefe. Quanto alla terzi-, quiflione fi tace del tutto; nrn ne fa parola . Quan- to alla prima venendo a ragionarne nel paragrafo XI. alla pagina 14., confcfia , thè io ho ragione, e concede, che abbia penfato meglio io, che il Si- gnor di Maupcrtuis; può ognuno vedere la pagina. Ben mi fi fa incontro nella feconda, alla qual ve- nendo nel paragrafo X alla pagina 11. , dice, che il Signor di Maupcrtuis potea ben porre la felicità nel folo piacere fenza renderne ragion niuna , per- ciocché egli parla quivi della felicità formale, non della obbiettiva ; quafi che chi parla della for- male, non debba render ragione di ciò , che dice. Spediamo quella contefa brevemente. La felicitàob- biettiva non è aitro, fe non la fomma di quelle co- fe ultime, che 1* uora vuole, e a cui dirige tutte le altre. E perchè confeguendole viene a porli in uno flato quietiflìmo e belliffimo , quello flato poi chiamali felicità formale; onde vedefi la felicità for- male eflere intrinfeca all* uomo , ed efler come un’ effetto, che in lui producono le cofe, che egli vuo- le , qualora le confeguifce . Ora fe I* uomo volef- fe le cofe folo , in quanto fon dilettevoli; ficcoroe quelle , in quanto fon tali, non altro in lui produr pofl'ono , che il piacere , cosi farebbe la felicità for- male fenza alcun dubbio polla nel piacer folo . E Umilmente fe P uomo voleffe le cofe, in quanto fo- lo fono onefte , poiché quelle, in quanto fon tali , pofTon che renderlo più nobile , e più pillan- te , Don I Secondo. 521 . Ce , perciò dovrebbe in tal cafo riporli la feliciti formale, non nel piacere, ma nella nobiltà, e nel- la preftanza dell’ animo . Che fe 1* uomo poi vo- lede le cofe e in quanto fon dilettevoli , e in quan- to ancora fono onefte; poiché quelle, tali eflendo, in lui producono inlieme il piacere, e inlieme quel- la nobiltà e preftanza , che abbiamo detto ; farebbe per ciò da riporfi la felicità formale , non nel pia- cer folo , ma più tofto in uno dato nobil fiimo e-» preftantiflìmo congiunto col piacere. Eflendo dun- que Hata Tempre tra i Filofofi gran qu ftione, di qual maniera voglia 1’ uomo le cofe, che egli vuole, fe in quanto folo fon dilettevoli, o in quanto ancora fono onefte, ne fegue , che quiftionc ancora efler debba, in che fia da riporli la felicità formale. La quale fe il Signor di Maupertuis ha (labilità nel pia- cer folo, ben potea chiederli, che ne adducefle la ragione ; o più tofto doveva egli addurla , accioc- ché gli altri non la chiedeflero . Ed ecco levata di mezzo quella difefa , che al Signor di Maupertuis preparata aveva il P. Anfaldi in quella inutile d;ftin- zione della felicità formale, e della obbiettiva. Veggiamo però, come egli Ha prode a difender- lo nelle quiftioni , che forgono nel feguente capo del mio Ragionamento: le quali fon tre, ma tutte partono da una fola. Avea detto il Signor di Mau- pertuis, nella vita ordinaria dell’ uomo maggior Tem- pre cffere la fomma dei mali , che quella dei beni , adduccndone tre ragioni; et' io ho tentato di levai Tun, IV, S s via Digitized by Google £22 Discorso via quelle tre ragioni ad una ad una ; di che fon.» nate tre quiftioni diverfe fopra il valore di tre di- verfi argomenti . Ora chi non avrebbe creduto, che il valente P. Anfaldi fofle per foftenere le foprad- dette ragioni addotte dal Signor dì Maupertuis; e fe non tutte e tre; almeno due; almeno una ? Niu- na però , per quanto io m’ abbia ricercato il Tuo li- bro , prende a foftenerne . E' vero, che nel paragra- fo VII. ne inoltra il defiderio, e ciò è in quello mo- do . lo nel capo fecondo del mio Ragionamento pet introdurmi alla quiftione avea detto effere flato Tem- pre coflume degli uomini il lamentarfi; che molti lo fanno per una certa ambizione; e che gli Ora- tori , e i Poeti fe n’ hanno compofto un* arte. Qui , efce il P. Anfaldi contro una tale introduzióne con grande animo , e dice , che le querele degli uomi- ni non fono ingiufte ; e che io foftenitor degli Stoi- ci dovea approvarle , approvandole effi ; e in ulti- mo con molta carità protetta di non voler CTedere t che io cerchi di fminuire la miferia degli uomini aitine di difloglierii dalla Religione . E parea bene» che , avendo aflalita con tanto impeto quella mia-» introduzione, volefle poi palfare avanti e difendere le tre ragioni del Signor di Maupertuis ; ma egli di quelle fi tace, come fe di loro non foffe quifìion niuna . 11 che facendo, potea ben’ anche tacerfi del- la introduzione flefTa. Poiché quanto al dire, che le querele degli uomini non fono ingiufte, io non bo mai detto, che fieno né gioite , nè ingiufte. Ho det- Digitized by Googltf Secondo. 323 detto folo , che fono alquanto amplificate ; rè fa» cea meftieri , che il Signor di Maupertuis le ampli» ficaie maggiormente. Quanto poi al dire, che io, foftenitor degli Stoici , non dovea difapprovar quel- lo , che efli approvarono, io prego il P. Anfaldi , che lafci a me la cura di confervarmi la grazia de» gli Stoici . E fe egli non crede , che io cerchi di- floglier gli uomini dalla Religione, non dovea , prò- tettandotene , indurre altri a dubitarne . Ma pattiamo al terzo , e al quarto capo del mio Ragionamento, ne’ quali io metti molti dubbj, e i più di loro non poco importanti al Signor di Maupertuis. Eccoli tutti per ordine. Primo, fe 1 piaceri, effendo tutti fentimcnti deli’ animo, deb» bano anche averli tutti in egual pregio e (limarli e» gualmente nobili . Secondo , te dittinguendoli i pia» ceri in quei dell* animo e in quei del corpo , e de» finendoli gli uni , e gli altri cosi , come gli defìni» tee il Signor di Maupertuis, pofla dirli giutta una-, tal dittinzione. Terzo, te più, che i dolori, fieno i piaceri del corpo. Quarto, te i difpiaceri del cor» po , cosi come i piaceri dell’ animo, tanto più ere» lcano, e li faccian maggiori, quanto più lungamen» te perfevera la cagione , che gli produce . Quinto , fe fieno in poteftà dell’ uomo i difpiaceri dell’ ani» / mo , che provengon da colpa . Setto , te le veriti utili alla vita fieno così poche , e così facili da difcoprirli , come vuole il Signor di Maupertuis . E ■ quelli fono i dubbj , che tergono nel capo terzo . Il S sz capo Digitized by Google 324 Discorso capo quarto par meno falìidiofo ; pur move le tre feguenti quiftioni . Prima , s’ egli fia vero , che gli Epicurei folo penfaffero ad accreficere i beni della vita, gli Stoici a sminuire folo i mali; poi, quan- do bene ciò folle , fe doveifer per quello gli Stoici anteporli agli Epicurei ; e finalmente fe il piaeerc fia fempre quello Hello , da qualunque cagione pro- venga . Alle quali quiftioni io ncn sò , perchè il P. Anfaldi in tutto il libro fuo non fiali mai accollato, c le abbia palfate in fienaio ? di che temo, cho quel titolo tanto animofo di Vindici* Muupe/tuìjia- n* vergognar li peffa alcun poco , e dolertene ; o pofia anche dolerli , che fiali tralafciata c la quiftio- ne , che è roolfa nel capo V. .* fe ben riducajì la Fi - I ofcjta itegli Stoici a certi tre capi. E quell’ altra , che è moda nel capo VI.: fe fojfe intendimento degli Stei' d il penfar folo a fe JleJJì ; Io credo pe r ò , che fe quel titolo parlar potelfe , e dolerfi del fuo libro , noru. g à che egli fi taccia in tanti luoghi ,' ma più toflo dorrebbelì , che difputar voglia in tanti altri ; per- ciocché torce le quiiioni di cui difputa , e le fcam- bia per fi fatto .modo, che bene fpelfo prende a di- fendete il S gnor di Maupertuis , o in ciò, che egli non ha mai detto , o in ciò , che io non ho mai impugnato. Il che apparili dalle cole, che appref- fo diremo . ^ • « » * • * . Ora venendo al capo V., rifponderò prima bre- vemente al P. Anfaldi intorno alla prima delle qui- ft.oni, che quivi nafeono ; le altre, che nafeono nel- Digitized by ire* . . * qui* :ono . . 6 t c o v d a ; $*5 * nello fteflb capo, e nel feguente, richiedendovi!! iifpofta p ù lunga , non farò altro per ora che efpor- rc. Dironne pofcia , fecondo che la materia il ri- chiederà, più ampiamente La prima quiRion dun- que, che nafce nel capo V. , fi è, fepofla conceder- li al Signor di Maupertuis , che gli Stoici cercafle- ro la felicità , non la virtù , parendo a me , ch« non polfa ; perciocché fecondo quei Filofofi la feli- cità era la virtù (Iella. Il P. Ànfaldi non irei con- fante, e dice nel paragrafo L 1 1. , che il Signor dì Maupertuis parla, non deila felicità obbiettiva , ma formale , ‘ e quella fecondo gli Stoici dillinguevafi della virtù. Cosi ritorna alla vanità di ^quella fua diftinzione. lo rilpond'o dunque, che la felicità for* male appunto, fecondo gli Stoici, ponevafi nella vir- tù ; poiché effendo r a parer loro , la felicità obbiet- tiva non altro , che quell’ eterna, ed immutabile o- . — neftà -, la qual volcano; oflervata , ed obbedita in o- gni cofa ; 1’ abito di oflervarla , e di obbedirla , che 1’ uomo contrae in fe medefimo , effer dovea, fe- condo elfi , la felicità formale. Ora che altro é un tale abito, fe non la virtù? La quale in vero fi trae Tempre dietro alcun piacere; ma non in quello po- nevano elfi la felicità , ma iir quella p nè fi fareb- s booo abballarla diftinti dagli Epicurei , fe P avef- fero polla nel piacer fold , nè dai Peripatetici , fc 1’ avellerò polla nel piacere infieroe « e infieme nel- la virtù. Le altre qu’Rioni , qhe forgono nel capo V. , fono le feguenti. Prima, fe 1’ ammanar fe me- defi- * Digitized by Google $26 Dkcoiio defimo, di qualunque maniera fi faccia, fia nn’ am» mazzarfi fecondo la dottrina degli Stoici. Poi, fe una argomentazione, per cui conchiudafi, che, fe* guendo la ragion fola , debbano tutti gli uomini aio* raazzarfi , fia argomentazione orribile , e fpavento- fa , e da levarli via . Poi , fe poffa per la ragion naturale averli qualche opinione d’ un' altra vita. Poi , come poteffer gli Stoici aver ftabilite tra loro le regole delle azioni, fenza aver prima (labilità nè 1‘ immortalità dell’ anima , nè 1’ efiftenza , nè la pre- videnza de’ loro Dii. Una quiftion poi nafee nel capo VI. , la qual fi parte in molte, ed è, fe gli Stoici e per 1’ amore, che infegnavano dover por* tarfi all' onefià , e per la tranquillità , che credeva* no di poter trarne , e per la tolleranza loro , e per la non curanza del premio foflero cosi contrarj a’ Crilliani , che non pollano conciliarfi con efli in ve- runa maniera. II Signor di Maupertuis hamefTotra le due fette tanta lite, che pare non polfano mai comporli , il P. Anfaldi ha accresciuto la difeordia anche più. Avendo io fin qui efpolle, Lettore umanismo, tutte le quiftioni , eh’ io molli contro il Signor di Maupertuis , ed avendo affai rifpollo , come io cre- do, fopra alcune al P. Anfaldi , rella , che io rifpon* da fopra alcune altre, e Soddisfaccia in tutto alle obbiezioni di eflo Padre. Le quali fe egli avefle di* tontamente propolle , e con ordine , potrei io pure, lui feguendo , ragionarne ordinatamente ; ma egli non Digitized by Googlj Secondo. non è gran fatto amico dell’ ordine. Di che cbia- mo m teftimonio tutti quelli, che il leggeranno. Moftra veramente nel paragrafo XIII. defiderio di feguirne alcuno, rivolgendo 1’ intenzion fua a tre punti; ma poi tanto confonde i punti, che ha pro- pofto , e così predo fe ne fvia, che ben moftra aver conofciuto egli Redo, quanto fieno fuor di propos- to . E come noL farebbono , effendo diretti tutti a dimoftrare quello, che non è in quiftione per modo alcuno, cioè che la Religione Cnftiana (la miglio- re della Filofofia degli Stoici ? Lo dice egli fteflb con quelle parole : Quare confequi quifque aperte pof • Jtt , Vbilofopbia Morali Stoicorum valde fnejìare Pbilo • fopbiam Moralem Chrijlianam. E fe la confeguenza^ è così fuor di proposto , che diremo degli antece- denti , che ad e(Fa conducono ? Però penfando io meco medelimo, e rivolgendo nell’ animo le tante cofe, e feoza diftinzione niuna dette dal P. Affal- di , hommi deliberato di feguire un certo mio ordi- ne , confiderando prima quelle, che appartengono in qualche modo all’ immortalità dell* anima , poi quelle , che appartengono all* atto di ammazzar fe fteffo , indi quelle , che riguardano i premi promeffi alla virtù, e finalmente quelle, che fpettano all* oneftà . Di quelle , che appartengono all’ immorta- lità dell’ anima, dirò ora; rimetteiò le altre ad un* altro difcorfo , Venendo dunque a quelle cofe , che abbiamo detto appartenere all’ immortalità dell’ anima , per intea- Digitized by Google JlS D I s c O X 5 o intender bene, qual quiftion fia tra il Signor di Mau- pertuis e me , bifogna fapere , che cercando il Si- gnor di Maupertuis , fe debba l’ uomo , allorché trovali infelice, dar morte a fe (lelTo , rifponde, che, dove noi trattenga la Religione , eflendo nello (la- to fuo naturale lenza timore , e fenza fperanza niu- na di altra vita, farà bene a voler’ ufcir di roife- ria , ed ammazzarfi . In quello propofito io ho det- to nel mio Ragionamento alla pagina 273. , non_. piacermi , che meflb 1’ uomo nello (lato luo natu- rale debba cosi tollo (limarli privo d’ ogni opinio- ne dell* altra vita ; che tale opinione ebbero pure i Greci , e i Romani ; e la infegnarono molti an- tichi Filofcfi fcguendo la ragion fola. Onde fubito fi vede , che la quiftion , che nafce tra il Signor di Maupertuis e me , non è altro, fe non di vedere, fe per la ragion naturale poffa conofcerfi l’ immor- talità dell’ anima , o non poflfa ; nè a me è necef- fario , che fi conofca per argomenti dimoftrativi e indubitabili, badar potendomi, che fi conofca per argomenti giudi e ragionevoli , i quali poflano met- ter timore e fperanza d’ un’ altra vita, onde colui, che voleffe ammazzarfi, debba efaminargli prima, e intanto vivere. La quidion dunque è, fe poffa pei la ragion naturale provarli I’ immortalità dell’ ani- ma , o ciò fi faccia ad evidenza , o fol tanto con_* qualche giuda probabilità . Ora il P. Anfaldi venendo alla difefa del Si- gnor di Maupertuis , mi aflalifce con tanto impeto e fu- Digitized by Secondo. 329 e furia, che non s’ accorge, che nello fleflo alfa- lirmi mi concede fubito tutto quello , eh’ io voglio. Segue poi a difputare animoAQimaraente , e fperadi dover vincere provando con ogni Audio quello, che 10 non ho mai negato . Recherò qui alcuni luoghi, onde ognuno potrà baAevoImente conofcere , s’ io dica il vero. Nel paragrafo XVII. alla pagina 25. entra egli nella quiftione a queAo modo : Non ne - gaverim potuijfe bomines aliquo Jìbi patio , & verifìinim 11 qttadam ratione perfuadere , futuros fe pcjl fata eli- am fuperflites , & adbuc pojl morte m duraturo! ; indi aggiunge : veruni aliud ejl aliquid ratione naturali fua- deri pojfe , aliud pojfe fola ratione duce illud Jìbi certo adeo perfuadere , & confìitutum poncre , ut de ilio nul- la inde prffis ratione dubitare . E chiude poi con una veementiflìma inAanza. ltaque cum ratio nifi proba - bilia non ajferat vita immortali Jìatuendce argumenta , quii eam cum Religione conferet , qua noi certiffmos ejfcit defaculo futuro ? Ora non è egli queAo un con- cedermi fui bel principio tutto quello , eh* io vo- glio ? cioè, che la ragion naturale abbia argomenti vcrifimili , probabili , valevoli a perfuadere la vita avvenire ? E concedendomi queAo , che ferve alla quiAione il voler provare, che più vagliano gli ar- gomenti, che la Rcligion mcAra, che non quelli, che moAra la ragione? La controverfia è ella di ciò ? L* ho io negato mai? Dove 1’ ho negato? Pafla_» quindi il p, Anfaldi al paragrafo XVIII., e alla pa- gina 2(5. per Aringermi di nuovo , dice che gli ar- Tom. IV, T t goraen- Digitized by Google 3$o Discorso gomcnti , dai Filofoii addotti per iftabilire 1 * immor» talnà dell’ anima , pedono dirli in vero fpeciofa & fuadentia ; ma fono però bypotbetica , ncque cumino demonjlrativa ; ma fe fono fuadentia , che nuoce a me , che non fiano cumino demonjlrativa ? Ho io prc- fo a fodenere , che fieno tali ? Che ho io detto al- tro j fe non che fono fuadentia ? E forfè non ho an- cor detto tanto . Vedete ancora 1’ acutezza del P. Anfaldi nel paragrafo XXXVII. alla pagina 66. di- ce egli quivi ; non nega verini , Vbilofopbot Cbrijlianot illuflrioret in medium protulijje immortalitatis anima de* monftrationes . E torto aggiunge: eas tamen apud ali - quos tanta virtutii ncn fuijje animadvtrtimus , ut ro- rum extorquere potuerint ccnjenjum . Chiama dimoftra- zioni gli argomenti , addotti dai Filofofi Criftiani per provare 1 ’ immortalità dell’ anima ; nè altro fa loro opporre , fe non che non abbian potuto sfor- zar P animo di alcuni . 11 che avviene talvolta anche alle dimortrazioni evidentidime . Vedete anco- ra , come egli parla nel paragrafo XLIX. alla pagi- na 9 6 . Non dice egli cosi ? bloralit inferre futuritio - tieni ordinir altera in vita bumanus intelleflus verijtmi- li aliqua r a tiene /ine Religione qvidem potè fi, certa ta- men & tutijpma ncn potè fi . Se mi concede quel ve- irijìmili , io iafeio a lui quel tutijjìma , di cui che bi- fogno ho io nella controverfia prefente ? Tralafcio il paragrafo XLII. , dove egli più ancor mi conce- de, che io non voglio, dicendo alla pagina 79 . t che alcuni Etnici ebbero per ccrtidima V immorta- lità Secondo. 331 li cà dell’ anima , moffi a ciò da un certo interior fenfo della natura . Io non fon per valermi di una tal conceflìone , ballandomi , che gli Etnici teneflc*- io 1* immortalità dell’ anima , non come i princì- pi fi tengono , per un certo fenfo interiore , ma co- me tengonfi le confeguenze , per una giuda argo- mentazione. E fe io pur volelD attribuire ad alcuni Etnici cotedo interior fenfo , non fo , perchè noru. dovelfi attribuirlo anche a tutti. Ma lafciando co- tedi Etnici del P. Anfaldi , tanto didinti dalla natu- ra , io dico bene, che fe mi concede egli dello fui bel principio, e tanto apertamente, poter trarli dal- la ragion naturale argomenti dell’ immortalità dell’ anima ; e quedi edere verifimili , probabili , atti a perfuadere , nè altro mancar loro, fe non 1’ edre- ma evidenza, come non mi concede egli tutto quel- lo , che io defiaero? Che altro ho voluto io , fe non che per la ragion naturale polla conofcerfi 1* immor- talità dell’ anima a qualche modo? E ciò concedu- to, che accadeva altro aggiungere? Che accadeva ripetere tante volte, e nel paragrafo XVI II-, enei XXXVII. , e in altri , che quegli argomenti della ragion naturale troppo fon fuperiori all’ intendimen- to del volgo ? Quali che le forze della naturai ra- gione debbano mifurarfi dai penfamenti del Conta- dino , e non da quei del Filofcfo; e non fi fappia , che i Fdofofi feguono la ragione; il volgo poi fe- gue loro. Che accadeva raccogliere nel paragrafo XVIII., e nel feguente , ed altrove alcuni argomen- T t 2 ti 33 2 Discorso ti dell’ immortalità dell’ anima , e quelli moftraro efTer deboli , avendo già confeffato , che ne fono dei fortilTiroi ? Che accadeva affannarti tanto nel pa- ragrafo XXXIX. , e chiamar Tertulliano in ajuto , per conchiudere , che 1* immortalità dell’ anima a Religione magis dee apprenderli , quàm a Raiiocinio & Pbilofopbia ? Il che non fi direbbe) fe non fi ap- prendere ancora in qualche modo dalla Filofofia. Che accadeva nel paragrafo XXVI. cavar fuori i mo- numenti dell’ antichità, per far vedere, che gli an- tichi Atomifli , e gli Accademici non così appunto deferiffero la vita avvenire , come ce la rapprefen- ta P Evangelio ? Che accadea dirmi nel paragrafo XXXIX. , e in più altri, che la conofccnza , cht> ebbero i Filofofi dell* immortalità dell’ anima, non fu vera feienza ; che la confeguirono a cafo; che ne temettero; che Plinio e Lucano dubitarono dell’ efiftenza di Dio? Perciocché ceffa egli un’ argomen- to d’ eficr probabile, perchè fu ritrovato a cafo? E fe da efifo non ne proviene una vera feienza , cioè dimoftrativa , perchè non può provenirne un’ opi- nione molto probabile? Della quale fe i Filofofi non fi tennero ficuriflìmi , e la feguirono con timore, fe- cer quello, che in ogni probabilità far fi dee, la qual fi fegue con qualche timore, ma pur fi fegue. Nc credo già , che debba levarli ogni autorità alla ragion naturale, perchè Plinio e Lucano dubitarono dell’ efiftenza di Dio. £ certo egli par difficile a comprenderfi, come il P. Secondo. 335 il P. Anfaldi , uomo negli ftudj grandemente eferci- tato, così poco inoltri d’ intender 1’ arte del depu- tare ; e polTa andar vagando fuori della quiftionty propofta quafi per tutto un libro , fenza mai avve- detene; ed 10 per me credo, che la fretta fola del- lo fcrivere 1’ abbia ingannato; della quale fé io da- rò qui alcuni argomenti , fpero , che non dovrà di- fpiacergli , acciocché gli uomini intendano , più to- lto 1’ agio e la diligenza effere a lui mancati , che 1 ! ingegno e la dialettica . Vedete , che avendo io detto nel capo V. del mio Ragionamento alla pa- gina 273., non piacermi, che il Signor di Mauper- tuts abbia ridotto la ragion naturale a tanta difpera» Xiione e miferia , che niente affettar fojfa dopo la mor - le , ed avendo torto foggiunto: nè fo , come ne pojfa effer contenta la Religione , ebe non fu mai nemica del - la ragione ì argomenta fubito il P. Anfaldi , che io debba. dunque voler dire, che la ragion porta tutto quello, che può la Religione; e mi fgrida di ciò affai gravemente nel fuo paragrafo XXXVIII. Chi mai potrebbe argomentar così, fe non un dialettico oltre modo , e fopra ogni credere frettolofo ? Tra- duce poi le mie parole in latino per maniera , che inoltra la fretta anche in quello . Vedete ancora nel paragrafo XVlll , che neha pagina 27. tanto s’ è affrettato, che ha confufa 1* immortalità dell’ uomo con 1 ’ immortali à dell’ anima Volendo egli dimo- flrar quivi , che l* anima potrebbe effere Hata fatta non immortale , avverte , che ella è fatta da Dio , il Digitized by Google 334 Discorso il quale , effondo libero nel crear le cofe , avrebbe ben potuto crear 1’ uomo mortale: hominem potuijfet condere mortalcm . E che?* Non è egli dunque 1 ’ uo- mo mortale? Ma altro è 1 ’ uomo, P. Anfaldi, al- tro è 1’ anima; e quello tutti vogliono, che (la— > mortale ; 1’ anima non già; la qual fi crede da mol- ti immortale per natura fua ; così che non potreb- be effer fatta altrimenti. Eccovi ancora un’ altra fretta del P. Anfaldi nel paragrafo XXXVII. , do- ve , alla pagina 67., avviluppandoli in certa paren- tefi , confonde il morire con 1 ’ annientarli. Vedete, fe è vero. Vuol’ egli quivi, che non poffa 1 ’ ani- ma dirli immortale, quand’ anche s’ abbia per indi- vifibile , effendo che eziandio le cofe indi vifibili pof- fon ridurli a nulla . Ma chi non fa , che il morire non è un ridurfi a nulla , anzi è un rifolverfi nelle fue parti? L’ annientarli poi è veramente un ridurfi in nulla . E quindi i Filofofi , avendo creduto, che foffe 1’ anima indi vilibile , e però fenza parti, aliai bene argomentarono , che non doveffe ella poter morire; e perchè niuna foftanza , per quanto fapcr polliamo , s’ annienta mai , non valendo a ciò le forze della natura ; fidaronfi ancora , che nè 1’ ani- ma pure fi annientarebbe . Così fi accefero di una nobile fperanza , che doveffer 1’ anime rimanere do- po la morte. Ma lafciando le frette del P Anfaldi, veggia- mociò, che egli dice nel paragrafo XLIII. , dove e’ pare , che prenda alquanto di refpiro dai lunghi gi- ri > Digitized Seco n d o ; 335 ri, che ha fatto, e che gli fovvenga ona volta del- la quiflion, che fi tratta. Dice egli dunque, che nella prefente controverfia tra il Signor di Mauper- tuis , e me, non di qualunque opinione della vita avvenire, ma di un’ opinion tale fi cerca , che pof- fa o metter timore nell’ uomo , o lufingarlo d’ al- cuna fperanza , onde fe egli avelie mai, voglia di ucciderfi , fi rimanefle ; che quella opinione è quel- la , che il Signor di Maupertuis toglie alla ragion naturale; e quella è, di cui fi contende. E certo levando il Signor di Maupertuis ogni opinione del- la vita avvenire, leva ancor quella ; imperocché il dire, come egli fa, che un’ uomo non d’ altro for- nito , che della ragion naturale, rimanfi farti crain- te & fatti efperance d' urte autre vie, che altro è, fe non levargliene ogni opinione? Perciocché avendo- ne alcuna, come potrebbe o non temerne, o non lufingarfene , quand’ anche non fapelfe , qual folle per elfere quell’ altra vita ? Come Nocchiero , che varcar dovendo un mare ignoto , non fapendone nè gli fcogli, nè le correnti, pur ne teme per qnefio ftelfo. Ma io non voglio firingere il P. Anfaldi , fe non con ciò, che dice egli llefib. Non dice egli nel paragrafo XLI. , alla pagina 77. , che i Filofofi s’ indulfero a credere un’ altra vita, acciocché in ef- fa fi delle premio alla virtù , caftigo alla colpa ? Che quello fu 1’ argomento precipuo , che egli chiama., poi verifimile, benché non del tutto eviHente , nel paragrafo XLIX. alla pagina 96.? Or come pote- rono Digitized by Google 3 $6 Discorso rono i Filofofi credere un’ altra vita , fenza afpet- tare nè premio in effa nè pena ; fe per quello pre- mio appunto , e per quella pena la credettero ? E come afpettare o premio o pena, fenza fperarne punto, nè punto temerne? Pure il P. Anfaldi lafcian- do ai Filofofi 1’ opinione della vita avvenire , vuol levargliene ogni fperanza , ogni timore . Ed eccovi le tre ragioni , che ne adduce. Primamente dice, e ciò nel paragrafo XLII. , che non può il Filofofo nè fperar premio nella vita avvenire, nè temer pe- na , non potendo fapere , qual debba eflere nè un tal premio, nè una tal pena: quomodo enim quii fpc* rct , ant timeat , quod quale Jìt , ignnrat ? Poi dice , che la fperanza di un Filofofo è così incerta, e dub- biofa, che dee averfi per nulla; e lo dice, e ridi- ce in tanti luoghi , che par, che non fappia dir’ al- tro . In terzo luogo poi dice , che a fperare alcun premio nella vita avvenire, bagnerebbe, che 1’ uo- mo foffe fìcuro , o di aver fatto Tempre le azioni virtuofe , o avendone fatto alcuna malvagia , di a- vcrne ottenuto il perdono ; la qual ficurezza non-, può egli certamente confeguire per la ragion natu- rale, E come potrebbe per la ragion naturale (di- ce il P. Anfaldi) fcoprirfi giammai quell* occultifli* mo imperfcrutabil miflerio della giuflificazione del colpevoli ? E quello argomento efpone con tanto Audio nel paragrafo L. , e cosi 1* efpolifce , e I’ a- doma, e l’ accarezza , che pare eflerne innamo- rato . Cosi Secondo.. 557 Cosi .però fon deboli cotefte tre ragioni, cho non par necelTario il far loro rifpofta . lo la farò per non parer difcortefe . E quanto alia prima chi con- cederà mai, che un premio, o un caftigo che afpet- tifi , non poffa movere nè fperanza , nè timore >fal- vo fe non fi fappia , di qual maniera e forma egli fia? Non balla egli, che il premio fi prefenti all* animo, come premio, per edere oggetto della fpe- ranza? Chi è, che non tema una pena minacciatagli, quantunque non fappia , qual debba eflere ? La feconda ragion poi è affatto fuor di propofito , perchè quan- tunque la fperanza , che della vita avvenire aver fi può dalla ragion naturale, fi* incerta e dubbiofa, fe nafcc però da opinione vcrifimile, probabile , atta a perfuader 1* uomo, perchè vuol difprezzarfi ? Perchè vuol averfi per nulla? Quante imprefe fon nate, e tutto dì nafcono da quefte incerte e dubbiofe fpe- ranze ? Quefte inducono i naviganti a commetterli alle peticolofe onde del mare . Quefte traggon gli eferciti a tentar la fortuna dell’ armi nelle battaglie. Quefte fanno le confederazioni, e le paci; quefte il commercio , e le focietà . Quale azion pubblica è , qual privata , che non parta da alcuna lufinghevole fperanza , incerta e dubbiofa bensì, ma però giuda e probabile ? E veggo bene , in che s’ inganni il P. Anfaldi . Vorrebbe egli, che la fperanza, cui può avere il Filofofo per la ragion naturale , tal foffe-» appunto , quale è quella , che ha il Criftiano per la Tom. ir. V v Re- Discorso Religione. Ma F. Anfaldi, chi ha mai vo'uto , che ila tale? Non io certamente; non il Signor di Mau» perruis; non altri, eh’ io fappia . E quando comin- cerere a voler intendere i termini della quidion, che fi tratta ? Che non fi tratta già qui , fe aver podi il Filofofo una fperanza feprannaturale e divina ; fi tratta, fe una aver ne pofla umana, e naturale; non certiffima, ma però giuda e probabile , e da non dover’ edere trascurata , maflìme in chi lìa privo della Crifliana Religione. Accodiamoci al terzo argomento del P. Anfal. di , il qual è, che non può la ragion naturale affi* curar mai I’ uomo, nè che egli fia dato Sempre giu- do , nè che,* avendo peccato, ne abbia ottenuto pofeia il perdono e la giud ficazione . Io non sò, fe di tanto 1’ aflìcuri la Religione ideila ; la quale ho fentito dire più volte, che lafcia 1’ uomo in timo- re di edere o non eder giudo, benché però non gli levi la fperanza. Ma io non voglio entrare in Teo- logia , la qual feienza coofeflb di non fapcre , e quan- do ancor ne fapedi , mal fi converrebbe ad uomo laico il voler disputarne con un Religiofo, che n’ è maedro . Raccogliendomi dunque dentro i limiti della ragion naturale, rifponderò al fopraddetto ar- gomento , avendo prima dileguata una moietta ri- prenfione , che il P. Anfaldi mi fa nello detto para- grafo L. Vuole egli quivi, che io abbia detto, non richiederli all’ uomo per ottenere il premio, cht^ afpcttalì nella vita avvenire , fe non la fortezza fo- la ; SlCOWDO. la; le altre virtù eflergli inutili. E crede di aver trovato quefto errore nel capo V. del mio Ragiona- mento alla pagina 175. Però mi fgrida altamente , dicendo, che a confeguire la felicità della vita av* venire non bada già, che 1’ uomo fortlter con/Unter- que prtefentis mala vit un’ ucm commette , feguitafle poi fempre ad effer commetta , nè mai potette divenire non fatta , ma duratte in eterno la fua preterizione; ma perchè la colpa nel commetterli imprime nell’ animo di co- lui, che la commette, una certa macchia e defor- mità, che lo rende diverfo da quello, eh’ etter do- vrebbe , la qual macchia retta , eziandio che l’ azion della colpa (ia pattata; io credeva , che la giuftifi- cazione fotte porta in quello , che infondeffe Dio nell’ uomo una maravigliofa foprannaturalc , inefpli- cabile , divina grazia , la qual penetrando intima- mente nell’ animo, ne rimoveffe ogni deformità ; c lo rendette bello, e puro, e mondo, cosi che ri- manendo in fe fletta la preterizion della colpa, non rimanette però la macchia nell’ animo . In quello errore io era flato Tempre, quando la pagina ioi. del libro del P. Anfaldi mi ammoni , poter renderli non fatto quel peccato, che pur'fu fatto, e in ciò con- filiere la giuftificazion del colpevole» Ma comcchè fla, Digitized by le Secondo, 341 fia, per tornare al propolito, io concedo in verità, che la ragion naturale non potea moftrare ai Filo- fofi una così maravigliofa giud e così ne è vago , che pargli ogni cofa effere un mo- numento . E quindi è, che effendomi io nel capo V. del mio Ragionamento alquanto doluto, che aveffe il Signor di Maupertuis con tanta ficurezza levata.» via l’ opinione della vita avvenire; non recandone argomento ninno ; il P. Anfaldi alla pagina 19. ha tra- dotte le mie parole così.: fidenter aito , P oi c,rca * premj , che pojjòno fperarfi dal virtuofo , finalmente circa V cnefià , A / j^Vendo io nel precedente difcorfo propodo di ridurre le cofe contra me fcritte dal P. Anfaldi fotto quattro capi , credo di aver ragionato abba- danza di quelle , che al primo capo appartenevano, cioè all’ immortalità dell’ anima. Reda, eh’ io di- ca di quelle, che appartengono agli altri tre capi, de’ quali il primo verfa intorno all’ ammazzar fo fteflo , il fecondo intorno al premio , che dee fpe- rarfi dal virtuofo , il terzo intorno all’ oneftà . Mi accoderò dunque fubito a quedi tre capi , e dudie- rò in ogni parte di efler breve , acciocché avendo voi, Lettore umaniflirao , prefo a leggere con tan- ta pazienza queda mia fatica , non debba , oltre la . rozzezza del dire ( che in vero è affai difficile or- nar tali cofe ) difpiacervi ancor la lunghezza . Cominciando dunque dalle cofe , che vertono, intorno al dar morte a fe deffo-, voglio ben , che fi fappia in ptiroo luogo , non effere data mai tra il Signor di Maupertuis e me controverfia niuna,fe fia lecito all’ uomo, confiderando la fola naturai ragio- T E R z o. 351 ragione) di ammazzarli . Perchè quantunque il Si* gnor di Maupertuis dia quella licenza troppo più ampia, eh’ io ncn vorrei; io però in tutto il mio Ragionamento non ho mai fatto di ciò parola ; nè ho detto mai, che, milTr da parte la Religione , fi a lecito, o non lcciro P aram-zzaili . Solo in due co- fe ho di franti co alquanto dal Franzefe, le quali pof- fon leggerfi nel capo V. del mio Ragionamento al* le pagine 27?., t 274. ; il P. Anfaìdi nel fuo para- grafo XIV. ha voluto rivolgerle in latino; io amo • meglio, che fi leggano nel mio volgare. La prima delle fopradette cofe fi è quella . Avea il Signor di ’ pre* .. Terzo, 353 preferite , mancando loro ogni fperanza dell’ altra, perchè non debbono voler’ ufcire della loro infelici- tà ? La qual dee fuggirli non folo , quando è grandif. lima, ma di qualunque grado ella fia; nè altra dif- ferenza v’ ha tra gl’ infeliciflìmi , e gl’ infelici, fe non che quelli hanno una maggior ragione di darli morte, quelli ne hanno una minore; ma però ne-» hanno alcuna ancor elfi . Se il Franzefe cesi argo- mentale contro il P. Anfaldi , che rifponderebbe egli? Io per me direi, che 1’ infelice dee follener con pazienza i travagli, fperando Tempre di ottene- re una volta il premio della fua virtù; nè gli leve- rei P opinione della vita avvenire; con la quale vor- rei , che 1’ infelicilfimo fi confortale ancor’ egli. E fe egli pur vedeffe in troppo gran pericolo la fua_* virtù; trovandoli inutile agli altri, e nojofo a fe Aedo , e credelfe di non offendere religion niuna col darli morte, io gli lafcierei far quello, che la ra- gion gli permetteffe . Ma niente accade, eh’ io va- da innanzi in una quiliione , che è tutta tra il Si- gnor di Maupertuis, e il P. AnfJdi. Verrò ad un’ altra, che più mi appartiene , ed è quella . Avea mollrato il Signor di Maupertuis di tenere per Stoico chiunque ammazzi fe llelFo ezian- dio per difpcrazione e per furore. Io me gii oppofi nel capo V. del mio Ragionamento , dicendo , che chi vuole ammazzarli, da Stoico, dee farlo non per impeto, nè per furore, ma con fedato animo e tran- quillo, feguendo la ragione anche in quello: tale Tow. IV, Y y effe- Digitized by Google 354 Discorso rflere il precetto degli Stoici . E fe Bruto , e Cato* ne fi ammazzarono altrimenti, effondo Stoici, pe» quanto fi d.cc; diedero mal* efempio alla lor fetta, ni fi ammazzarono , come doveano . Qui entra il P. Anfaldi, e prende a foficnerc , che infegnafler gli Stoici , che dovette 1’ uomo dar morte a fe detto fenza efaminar la ragione, c per furore. E già cre- de di poter provarlo con gli efempi ; e però narra di molti Stoici , che per furore, come egli dice, fi uccifero ; c quindi raccogliendo con gran diligenza tutte le difperazioni di quella fetta, e mettendo in villa i lor mali coftumi , mormora gravemente di Se- neca , e di Catone. Le quali cofc tutte quanto fie- no fuor di ptopofito , ognun fel vede . Perchè chi non fa , che la dottrina dei Filofcfi non è fem- pre conforme alle azioni loro ? Quanti Peripatetici, quanti Platonici lodarono la temperanza, e furono intemperanti ? Quanti biafimarono le ricchezze . e le cercarono? E' dunque la dottrina dei Filofofi da raccoglierli, non dalle azioni, che fecero, ma da- gli fcritri , che ci lanciarono, potendo quelle dalla lor dottrina difeordare , non quelli . Viene però il P. Anfaldi , fe a Dio piace , anche agli fcritti , vo- lendo mollrar per etti , che mai non ebber gli Stoi- ci per azion ragionevole e virtuofa 1’ ammazzarli; c ne eira più luoghi nel paragiafo LXXXVII. , ed altrove. Ma che diremo, fe quei luoghi tnedefimi, che egli età, non folo non moftrano quello, che egli vuole ; ma dicono tutto il contrario ? Il cht> v già Terzo. 355 già può vederti nel primo , che egli ne reca alla pagina 205. , tolto da Seneca , il qual fcrivendo a Lucilio cosi dice : Non videi , quam ex frivoli} cau « Jìs vita contemnatur ? Alias ante amica fora laqueo pependit , alias fe pracipitavit e te (lo , ne dominum fio- macbantem diutius audirct , aliui nc reduceretur e fu- ga , ferrum adegit in vifcera. Non putas virtuttm bcc effefturam , quod effecit ni mi a formido ? Chi non ve- de da quelle parole , aver voluto Seneca , che fe la pazzia tanto vale appretto gli uomini, che gl’ indu- ce talvolta ad ammazzarti, molto più dee valere a far lo fletto la virtù ? Come dunque dice il P. An- faldi , che gli Stoici non intefero virtù niuna nell’ ammazzarti ? E come per provarlo adduce parole ta- li di Seneca , che moftrano tutto il contrario ? Co- me atterifee nello fletto paragrafo LXXXVIt. , che non furono gli Stoici così pazzi , che volettero uc- ciderti per virtù ? Quali non fottero flati ancor più pazzi volendoti uccidere per pazzia. E che accade- va , che S. Agoftino tanto fi affaticaffe per moftras loro , che era irragionevol cofa 1’ ucciderli , fe non 1’ aveffero avuto eflì per ragionevole ? Legganfi le parole flette di S. Agoftino , che il P. Antaldi ha meglio traferitte , che intefe , nel paragrafo XCIV; nelle quali parole molto fottilmente argomenta quel gran Maeftro contro gli Stoici, dimoftrando loro, che il dar morte a fe fletto è un contravvenire alla pazienza; il che farebbe flato vano , fe aveffero ef- fi voluto , che 1’ uomo dovette dar morte a fe ftef- Yyz fo Digitized by Googl 355 Discorso fo per impazienza . Ma tra quante autorità re reca fa quello prepofito il P. Anfaldi , n’ ha egli pur’ u- na , la qual moliti aver’ infognato gli Stoici , ehe-i 1’ uomo dovclfe ucciderli per furore) e non più fo- llo fol quando vi folle indotto da ragione ? Veg« ganfi le autorità molte , che egli efpone nel para- grafo LXXXVIII . La prima è di Seneca , il quale conforta 1’ uomo, fe non gli piace la vita, ad ufeir- ne , avviandolo, che ciò è conforme all’ eterna legge N il melius aterna lex fecit , quatti quoti unum introitum nobis ad vitam dedìt , exitus multos: e con- chiude: Placet ì Pive. New placet? Licct eo reverti , unde venijli . Vuol, che 1’ uomo per uccidcrfi fac- cia prima i fuoi conti , ed abbia riguardo all’ eter- na legge , e affinché uccidali fenza fciupolo , 1’ av- vifa, che è cofa lecita. La feconda autorità è del Tragico, il qual dice: Vbique mori ijl ; cpttme hoc cavit Deus. Eripcre vitam nemo non bomìni potejl ) at nono mcrtem. Diceli egli qui, che debba 1’ uomo ucciderli per furore ? Che anzi pare , che Dio ftcfTo ve lo inviti, avendogliene preparate tante comodi- tà ■ La terza autorità è di Oiazio là dove induce-» un’ ucm dabbene, che parlando al tiranno, gli di- ce : fe tu mi nojerai troppo ; ed io me n’ andrò; e vuol dire: mi morto. Jpfe Deus , Jimul atque vo- lani , tue folvtt . Opinor . Hoc Jentit: inoliar. Spera-, che Dio Aedo ve 1* aiuterà; tanto crede, ucciden- doli , di feguir la ragione , non il furore . Io lafcio le altre autorità del P. Anfaldi per non effere trop- po Terzo, 357 po fungo; e già fono tutte d’ un modo , argomen- tando egli Tempre, che, poiché gli Stoici talvolta imponevano all’ uomo di ucciderli per ufcirdei tra- vagli, gl’ imponeffero 1’ impeto, e il furore; quali che il voler’ ufeir dei travagli lìa Tempre un furore, nè polla farli arche talora con virtù. E qual Filofofo diede mai un precetto , che dovefle olfcrvarfi per impeto? Poiché dovendofi feguir 1’ impeto, inutile è il precetto. Nè importa efaminar qui ora, come fa il P. Anfaldi in tanti de’ fuoi paragrafi , fe do- velTer gli Stoici imporre quel lor precetto , nè quan- to foffe difficile 1’ efeguirlo ; perciocché qui non li cerca , fe imponendolo , s’ ingannaffero ; li cerca , fe 1’ imponelfero. Qual cofa era meno da imporre, e meno ancor da efeguirfi , che fveller dall’ animo, e tutte quante eftirpar le pallioni ? Pur chi nega , che gli Stoici 1’ ordinalfero ? 1 quali ben poterono Umilmente ordinare, che 1’ uomo deffe morte a fe Ite fio, non già per qualunque cagione, nè per qua- lunque modo, ma folamcnte quando il tempo, e il loco , e le circoftanze tutte, fecondo lui , il chic- delTero , e la ragion noi vietaffe. E già parmi di aver difeso abballanza le due^* cofe , che fole circa il dar morte a fe ItefTo io avea dette contra il Signor di Maupertuis; ma il P. An- faldi mi riprende ancor di quelle, che non ho det- to . Veggiamone alcuna brevemente. Nel paragrafo LXKKV1I. fa una ben lunga , e affai (tediata argo- mentazione , coachiudendo poi alla pagina 210., che Digitized by Google 358 Discorso che farebbe obbligo mio di dimoftrare , o che ai Criftiani ancora fia lecito di ammazzarli , o che deb* ba efler lecito folo agli Stoici . Quando ho io det- to mai , che 1’ amraazzarfi Ila lecito a veruno; si che io debba diftribuire quella licenza, fecondo che piace al P. Anfaldi ? E già quanto a’ Criftiani non s’ è egli convenuto tra il Signor di Maupertuis e me , che ad eftì non fi convenga 1* aramazzarfi in verun modo? Quanto agli altri, qual cofa ho det- to io , e qual quò dirli, perchè, fra tutti, a’ foli Stoici debba effere conceduto di ammazzarli ? A’ quali tanto meno quella conceflion fi conviene, che agli altri, quanto che erti, credendo, che i trava- gli della vita prefente non fieno mali , hanno men ragione degli altri di voler* ufeirne . Nel paragrafo XLIV. mi fa dono il P. Anfaldi di un’ argomento , che egli fi ha formato a modo fuo , col qual dice , che io potrò dimoftrare, fe voglio, che la ragion- naturale ritrae 1* uomo dall’ ammazzarli . Poi nel paragrafo feguente ripigliali il dono fuo , diftruggen- do l’argomento prdlatomi, e conchiudendo, che la ragion naturale non ha argomento niuno , per cui pofla trattenere un’ uomo, il qual fia infeliciffimo , dal dar morte a fe fteffò . Che fe tra gl’ infeudili- mi, che furono al tempo dei Greci, e dei Romani, alcuno fe ne trattenne; noi fece già egli per qual- che naturai ragione, ma per certa rivelazione , che ebbe Adamo. E quindi fdegnandofi contra la natu- rai ragione chiude il paragrafo con quelle parole : Jìpr *- Terzo. 359 fi pràtceptum igitur de non perpetranda autocbeiria ipfi • met Gentile s Religioni aJJ'erebant , qui t nofirorum efi fiducia illud tribuere rationi ? Che è , come ft* uno diceffe : la Religione vieta il furto ; che ar- dimento è dunque quello di volere , che la ra- gion naturale lo vieti ancor’ efla ? Ora rifponden- do dico, che molto ringrazio il P. Anfaldi dell* argomento predatomi , quantunque non ne avef- fi gran bifogno; e più lo ringrazio, che, ripiglian» dofclo, me n’ abbia però lafciata la miglior parte. Perchè fe egli in ultimo folamente nega, che la ra- gion naturale trattener pofTa gl’ infelicidimi dall’ uc- ciderli ; lafcia dunque, che polfa trattenere i meno infelici . Quelli dunque fi falveranno , nè dovranno ucciderfi tutti gli uomini; che è quello, che io vo- lea . Che argomentazione è poi quella del paragra- fo LXXXVIII. , dove il P. Anfaldi alla pagina 213. vuole, che fe Catone, fecondo me , fi ammazzò per virtù, debba elferlì ammazzato per virtù ancor Caf- lio, ancor Bruto, ancor Marco Antonio * ancor Do- labella, ancor Mitridate, ancora Ircano, ancor To- lomeo. Io afpettava , che in quello numero mettef- fe ancor Giuda. Ma chi dice a lui, che fodero que- ll. tutti Stoici , come Catone ? Chi dice a lui , che, effendo Stoici, avelfero tutti la della virtù? Chi di- ce a lui , che la efercit. Jtcut bona bcnejla , qu Non m’ incolpate dun- que così facilmente , e leggete un poco meglio i libri , che voi volete incolpare . Così farete più de- gno di quella efeufazione , di cui confdTate aver bifogno . E già delle cofe appartenenti ai premi propelli alle cnctìe azioni abbiamo detto abbalìanza . Dicia- tto™. ir. A a a m® Digitized by Google 370 Discorso Diciamo ora dell’ onefìà fìeffa ; circa la quale feb* bene è difficile, fegucndo il F. Anfaldi , di effer breve , e tener qualche ordine , mi sforzerò tutta» via di far 1* uno, e 1’ altro. Perchè però giova af- fai volte premettere alcune cofe per effer più bre- ve , e p ù ordinato nell’ altre , non vi difpiaccia , Lettore umanismo, eh’ io mandi innanzi alcuni av- vertimenti , che credo eflere necefTarj. E primamen- te è da fveller dall’ animo un’ opinione, che po- trebbe effervi fiata introdotta dal volgo , e confer- mata dal libro fleffo del P. Anfaldi . Perchè quel dir Tempre : l’ -oneflà degli Stoici ; e così fempre^ chiamarla , può far credere a taluno , che gli Stoi- ci s’ aveffer formata un’ oneflà loro propria, e par- ticolare , e niente comune agli altri uomini, così che le quiftioni , che di ella fi fanno, appartengano agli Stoici folamente; il che è falfo . Perciocché gl» Stoici non ebbero niuna oneflà loro propria, ma quella feguirono , che era comune , anche agli altri Filofofi , anzi pure a tutti gli uomini ; e in ciò Co- lo fi difìinguevan dagli altri , che dove gli altri , quantunque feguiffero 1* oneflà, e a tutte le cofe l’ anteponeffero , non credevan però , che ella fola fof- fe ballante a rendergli felici ; gli Stoici fel crede- vano . E' dunque 1’ oneflà degli Stoici non una o- nefìà propria di loro , ma quella comune , che ri- fplende a tutte le menti , moftrandofi col fuo chia- ro lume all’ intelletto , e dolcemente invitando la volontà . E perchè è beoe Capere , che cofa ella fia, e in Digitized by Googtte T E K Z O . 371 e in che conGfta , affinchè quello , che fon per di- re, s’ intenda più facilmente, la dichiareremo a que- llo modo. L’ oneflà altro non è , che una ferie di propofizioni , le quali fi offrono naturalmente all’ animo, e come macflre e fignore gli rooflrano e pre- fcrivono le cofe , che egli dee voler fare. Di tali propofizioni n’ ha alcune , che vengono innanzi da fe , e voglion’ effer tenute per vere, fenza avcrbi- fogno di argomentazion niuna; e quelle poffon dirli principi , ovvero affiomi dell’ oneflà , come quella farebbe : bifogna far bene al compagno , fe fa me- flieri , e fe fi può . N’ ha poi dell’ altre , che non vengono all* animo , fe non vi fono introdotte , e per così dire raccomandate da qualche argomenta- zione dedotta da’ principi medefimi , la qual faccia una chiara teflimonianza della lor verità . E quelle fono parte evidenti, ed altre folamente probabili. Così la forma dell’ oneflà fi contien tutta in certe propofizioni, le quali feguendofi l’ una l’altra, e quafi tenendoli per mano, formano quel bell’ ordi- ne eterno ed immutabile , a cui conformandoli gli uomini fi rendono eccellenti , e quanto la natura-, loro comporta, perfetti e divini. Quello è quel bell* ordine, il quale chi levalfe dal Mondo , leverebbe ogni virtù, ogni amicizia, ogni focietà. Quello, che i Filofofi hanno fempre riguardato, come il p'ù ra- ro e fingolar teforo , che la natura abbia fcoperto agli uomini , fenza il quale poco cftimerebbono 1’ effer nati. Quello, che è fempre flato amico di Re- A a a 2 ligio- 37* Discorso lig.one , la quale non gli ha mai contraddetto ; e fe ha voluto federi! fopra di lui in più illuftre ed alto luogo, non 1’ ha però deprezzato, ed ha vo- luto elfergli preferita, non come a cofa vile ed ab- ietta , ma come a cofa nobiliffima, di cui ella è an- cor più nobile . Così penfano generalmente i Filo- fofi di quel bell’ ordine immutabile, in cui è polla 1’ oneflà . Veggiamo ora quello , che ne dice il P. Anfal- di. Dice nel paragrafo LXXIII. che 1* oneftà tan- to predicata dagli Stoici ( potea dire : da tutti i Fi- Iofofi ) , per fe fìefla , fe non ordina caftighi , e non minaccia , non può fervire di legge, nè obbligargli uomini , nè ordinare la focietà. Ecco le fue paro- le , che leggonlì alla pagina \6l. Sempiterna illa & immutabili! i predicata a Stoici! , bonejlai metum na- turali ! legit oforibui iniiciebat nullum; ubi nullui me- ta! e fi , nulla vìi legum ejl ; ubi nulla vii legum ejl t ordinata focietai ejje non potejl . Ecco il bell’ onore, che egli fa all’ oneftà . Leggali il paragrafo LIV. , il LX. il LXl V . Quanto difprezzo inducono dell* oneftà , falvo fe non venga dal Cielo una qualche Religione , che prometta alcnn premio a chi la fe- gue ! Nel paragrafo LXI. e nel feguenre con quan- ta pompa fi efpone 1’ opinion di coloro , che la vir- tù , e 1’ innocenza , ove non fieno premiate , han- no nel numero delle vanità ! Nel paragrafo LXXV. dice; che 1’ immutabile e fempiterna oneflà , fe nien- te altro ci moftra , fe non fe ftefla , e la padronan- za. Digitized by Gooslé Terzo. 373 za, e 1* autorità Tua, lenza prometterci niuna mer- cede , non può produrre in noi , fe non odio e pau- ra : imperituri certe , nifi benefaciendi potefiate tempere» tur^folum parit odium metumque : così dice, parlan- do dell’ oneftà , che egli non sò inqualfenfo, chia- ma idolo . E lo fteflo ripete nel paragrafo XCII. al- la pagina 225. dicendo , che 1’ autorità, e 1’ impe- rio non poflon rendere 1 ’ oneftà , fe non odiofa . Di- ce nel paragrafo XCVI. che la virtù , quantunque fia un bene grandiflirao , ceda però di effer bene,fe non le 0 aggiungano altri doni, che pofi'an render- la lieta , e felice : fi beata tamen effe demum non pof- fit . . . amittit tane profedo rationem boni ; fecondo la qual dottrina bifognerà dire , che la virtù non Ga_^ per fe della un bene , e folo debba apprezzai per quei piaceri, che le fi aggiungono. Nel paragrafo XCVIII. dice, che cadono in manifefta contraddi- zione tutti quelli , i quali infegnano , che la virtù , e 1’ oneftà dovrebbono amarli per loro ftelfe , quand’ anche mancafle loro la retribuzione: qui revera vir- tutem & boneflatem propter fe amandas , etiamfi nullut effet refributor Deut, cum Stoicir & Zanotto docent , ipfi fibi apertijfìme contradicere videntur . Nel paragra- fo LVIII. pur vuole , che fia 1 * oneftà per fe fteffa, ove non rechi alcun premio, da deprezzarli ; enei LXXX. la difprezza , come cofa creata ; quali do- velTero difprezzarfi le cofe , che Dio creò, e ino- ltrò egli ftelfo di non deprezzare, creandole. Alle quali cofe, quantunque o fieno manifefta- men- Digitized by Google 374 D i s c o * s o mente falfe , o bifogno abbiano di troppo lungi e* fplicazicne per parer vere, pure è da rifpondere pet onore dell’ onellà ; onde apparilca aver potuto i Fi» lofofi trar da efi'a regole per ben condurli, feguen» dola per lo merito e dignità Tua , come io dilli nel mio Ragionamento contro il Signor di Maupertuis, parlando degli Stoici ; e lo lìdio potea dirli parlan- do anche degli altri Filofofì. Perciocché qual fu di loro , fe gli Epicurei fc ne traggano, il qual non-, volelfe , che la virtù dovefle efler feguita per la di- gnità e merito luo ? Gli Stoici per quello foto; gli altri e per quello, e per quel premio, che ne fpe» ravano. E perchè parmi, che le cofe ragionate dal P. Anfaldi intorno a tal materia poffano comoda- mente ridurfi a tre capi , io ridurrò pure ai raedeli- mi la mia rifpolla , fpiegando prima , come la na- turale onellà obblighi per fe lìcffa 1’ uomo , e però abbia forza di legge; poi come poffa dirfi creata, avendola così detta il P. Anfaldi; poi fe lia degna foltanto d’ odio, e d’ avverinone . Detto che avrò brevemente di quelle tre cofe , porrò fine al mio difeorfo . E cominciando dalla prima io dico , che quel- li , i quali dubitano , fe I’ onellà naturale induca per fe lìeffa obbligazione negli uomini , poco inten- dono la quilìione , che fanno. Perchè fe negaflfero darli 1’ onellà lìclTa , meglio fi comprendeva quel , che dicono; ma concedendo, che dia fi 1’ onellà, e fufììlìano quelle propofizioni , che la formano , il di- man- T e * z o; 375 mandare) fe ella induca obbligazione) onde P uo- mo debba crederli tenuto a feguirla , è una diman- da j che non può comprenderli in niun modo. Im- perocché non contienli ella 1’ oneftà in quelle prò- pofizioni , che fopra abbiamo detto , e che fi ten- gon per vere , ed alferifcono dover 1* uomo opera- re la tale ) o la tale azione ? Or chi potrebbe te- ner per vera una propofizione , la quale afferifco lui dover far la tal cofa , e dubitare nello fteflo tempo , fe fia tenuto di farla ? Chi potrebbe dubi- tare) fe debba mantener la fede al compagno, a- vendo per vera una propofizione, la qual dice: la fede dee mantenerfi ? Non farebbe egli , corno fe uno , tenendo per veri i principi dell’ ari- tmetica , pur dubitale, fe folfe obbligato di ac- confentir loro? Perchè io credo clfere tan^o chia- ro , che 1* oneftà per fe flefla induca obbligazione negli uomini , che non folo il negarlo , ma parmi effere un’ affurdo anche il quiftionarne . Per la qual cofa niente mi meraviglio, fe avendo il P. Anfaldi nel paragrafo LXXI1I. levato all’ oncflà P autorità di obbligar gli uomini , quali pentito gliel’ ha poi rellituita nel paragrafo LXXVII1 , e per difeorrer men male ha avuto bifogno di contraddirli . Non confclfa egli nel fopradetto paragrafo LXXV 1II. al- la pagina 176., che quand’ anche mancalle all’ one- ftà ogni premio , pur dovrebbe 1* uomo , inquanto è ragionevole r feguirla per lo merito , e dignità fua? E quello che altro è fe non dire , che P oneftà in- duca Digitized by Google 37*5 Discorso duca obbligazion per fe fletta , e che pet fe fletta abbia forza di legge ? E s’ è cosi , perchè non po- trà dirfi , che i Filofofi , e s* a Dio piace , anche gli Stoici , abbiano tratte da. efla regole per ben con- dui fi ? Perchè non potrà di fi , che cffa molto va- glia a ftabilirc cd ordinare la focietà ? Nè mi fi di- ca (ciò che dice troppo fpeflb il P. Anfaldi) che gli uomini s’ inducono dai preroj , e dalle pene; poi- ché il premio e la pena non fanno 1’ obbligazione, ma la fuppongono ; ne fi caligherebbe il colpevo- le, che non vuol feguir 1* onePà , fe non folfe già obbligato di feguirla . Si propongono dunque agli uomini i preroj e le pere . non acciocché debbano efler buoni, ma acciocché vogliano eflfer buoni , co- me debbono . Veggiarao oramai , per qual modo polfa dirfi creata 1* onefià ; il che dicendofi fenza altra fpiega- zione , potrebbe apprettò molti sminuirne il decoro, e 1’ autorità , e far* animo a coloro , che 1* hanno pofta tra le cofe vane ed inutili . Io voglio trattar quello luogo f»«»igliarjnente , e fenza fottigliezze. Però dimando fubito al P. Anfaldi, uomo di rara^ erudizione: fe fu creata l’oncflà, quando, in qual tempo fu creata? Che certo faià antichittìma ; e dovea fenza dubbio eflerc prima di Enea. Anzi, a- vendo Dio create le cofe ne* primi fei giorni del mondo, dovrà aver creata 1* oneftà in alcun d’ ef- fi. In qual dunque? E faprei anche volentieri, quan- do creafle la giuftizia , 1- fedeltà , la manfuetudine, e le Digiiized by Gooole T e s z o . 377 c le altre virtù ; le quali fentendo , che fu creata P oneflà , vorranno bene elfeie fiate create ancor effe . E Umilmente faprei volentieri, prima che la virtù folle creata , quali farebbero fiate da dirli in quel tempo le azioni ; perchè nè virtuofe efler po- tevano , non effendo ancor creata la virtù ; nè ree pure, non potendo elfere virtuofe. Ma lafciamo quelle interrogazioni , nelle quali parrà forfè ad al- cuno , che io abbia voglia di fcherzare. Rngioniara dunque alquanto più fedamente, e raccogliamo o- gni cofa in breve. Altro è 1’ onefià univerfale cd aftratta , la qual confitte in quegli aflìomi, e in quel- le propolìzioni , che fopra abbiam dichiarate; altro è 1 * onefià particolare e propria di ciafcuno, che chiamerei più volentieri virtù , la quale è polla in un abito, che l’ uom contrae in fe fteflo, conformando le azioni fuc all’ onefià univerfale. Quanto dunque all’one- Uà univerfale, qual Filofofo fu mai , che non 1* averte per eterna , immutabile , neceflaria ? Il P. Anfaldi egli fteflo così la chiama in molti luoghi . E fe diceli eterna , fe im- mutabile , fe neceflaria , come poi potrebbe dirli creata ? Chi difle mai create le elfenze delle co fe ? E ciò perchè ? Perchè fi llimano eterne , immutabili , neceflarie. Se dunque non fon create le eflenze , perchè farà creata P oneflà ? E fe niun crede , ef- fere Hate creare le propolìzioni , che formano la Geometria, P Arimtnetica, 1’ Algebra; perchè vor- remo noi , che fieno fiate create quelle , che for- mano P oneflà ? Nè vale il dire , che ciò porto , Tom. 1K B b b fa- Digitized by Googl I 3 7$ Discorso farebbono fuor di Dio alcune cole non create; che anzi per quello appunto , che non fon create , dee dirli, che non fon fuori di Dio, ma fono in Dio, e fono Dio Aedo, in cui tutte le verità, elfenze , e forme per maravigliofo inefplicabil modo fi uni- feono infierire e fi raccolgono, coflituendo quel pu« rifilalo , e fempliciflìmo eflere principio d’ ogni vir- tù , c fonte d’ ogni bene . E fin qui fia detto deli’ univerfale onefià . Quanto alla particolare , che pro- priamente chiamali virtù, ed è una qualità , ovvero un’ abito , che fopravvienc all’ animo per 1’ eferci- zio di molti atti virtuofi , potrà ella bensì in certo modo, e fecondo 1* ufo del parlar popolare comu- ne dirli creata, ma fe lafceremo parlare ai Filofofi, fecondo la proprietà de’ loro termini, nong’à. Im- perocché creato fi dice non tutto quello, che dal non clfere fi riduce all’ eflere , ma quello folo che fi riduce all’ efiere fenza efier tratto da verun fog» getto, che fofle prima di lui. Altrimenti chi trat- tando la cera , e volgendola, la fa rotonda, direb- befi , che crea la rotondità , poiché riduce quella^ rotondità che egli fa , dal non eflere all’ elfere; pur non fi dice , che la crei , ma la produca , percioc- ché la trae dal foggetto che è la cera , fenza cui non potrebbe egli produrla . E lo fiefib vuol dirli dì tutte le affezioni, e qualità, e modi, che fecondo i Filofofi non fi creano , ma rifultano nei foggetti per una produzione d’ un* altro genere. Ora fe co- si è , chi dirà , che la virtù , la quale fopravvienc all’ Digitized by Goo dimenticar di quello un’ altro torto maggiore, che pur le fa . Perciocché qual torto maggiore potea farli all* onertà, che il dire, che ella, in quanto a fe , fe non promette alcun premio , non può produrre ne- gli animi umani altro che odio ed avverlione ? Co- me fe , priva in fe flelfa d’ ogni bellezza , dovette per via di prezzo procacciarli amori non meritati . Ma che trova egli il P. Anfaldi di odiofo , di fpia- cevole nell’ onertà ? La quale fe fi para dinanzi a- gli uomini con autorità, e con imperio , comandan- do loro, che l’amino; chi farà così fiero, così bar- baro, così inumano, che voglia odiarla per quello, B b b i per- 3S0 Discorso perchè vorrebbe effere amata ? Non è ella bellifGraa fopra ogni credere , c piena di perfezione e bon- tà ? Non merita forfè d’ effere amata anche per que- llo , perchè lo chiede ? Effendo il chiederlo in lei lo fletto j che il meritarlo . Che non è già , come un tiranno , il qual vuol’ efler fervito fenza averne niun merito , imponendo le cofe , che fi conofcon cattive) ingiufle, irragionevoli; ma ella niuna no impone mai, che non paja buona, ragionevole, e giuda ; e fe tal non pareffe , ella non 1* imporreb- be ; così che -va Tempre d’ accordo con l’ intellet- to , non ordinando mai fe non quelle azioni , che egli fletto giudica belle, nobili, magnifiche, eccel- lenti, divine, e degne di efl*er fatte. E porto ciò, come potrebbe 1’ uomo avere in odio l’onefìà,che non diflente mai dal giudizio Tuo ? Come abborrir quelle azioni , che ella preferive ed impone , fe e- gli fletto le approva , e celebra , e lauda , e com- menda ? Ma dirà alcuno : fe 1’ oneftà non difeorda mai dall’ intelletto , difeorda bene fpeffo dalle paf- fioni ; onde nafce tumulto nell’ animo. Sia pur co- sì . Ma chi ne darà colpa a lei più tetto, che alle paflìoni , alle quali non contratterebbe 1’ oneftà , fe effe a lei non contrattartelo. Rimettiamone il giu- dicio all’ intelletto , che folo è valevole a ben diftinguere la verità . E non giudica egli Tempre quelle cofe efler buone, e da farli , che vengon pro- pofte dall’ oneftà; e quelle, che contro effa fi pro- pongono dalle paffioai , efler malvagie ? Qual vizio- fo Digitized by Go Tu z o. 581 fo fu mai , che non fi vergognale d’ avere abban- donata la ragione per fervire alle paflìoni? Ma non fu mai virtuofo j che fi vergognale di eflerlo. Quan- to sforzo fanno i malvagi , e quanto ingegno ado* prano per colorire le loro azioni, ed abbellirle, c farle parere onefte , non che agli altri , ma anche , fe potdfero, a lor medefimi? Con che fanno vede- re , quanto fia bella agli occhi loro 1’ oneflà . O bellezza incomparabile, e fomma , bellezza celefte veramente e divina, che innamori dite flefla ezian- dio i più ritrofi , e fpargi 1’ animo di quei , che tì feguono , d’ un puriflìmo, e foavillimo piacere, che non può da te allontanarli. Con quello tu conforti gli uomini, e gli ricrei nelle avverlìtà . Con quello gli (limoli alle belle imprefe. Con quello gli richia- mi dagl’ inviti ingannevoli delle paflìoni . E può e- gli edere alcuno, che dica, che tu Ili per te ftefla odiofa , e fpiacevole ? Se il P. Anfaldi 1 * ha detto in qualche luogo, egli certo ha ripugnato alla natu* ra fua; e 1* avrà forfè detto per far difpetto agli Stoici . Non ha egli anche detto nel paragrafo LXIV. , che naturai cofa è amar 1 * oneflà? Non confeffa nel LXXVIH. , che 1 * uomo, inquanto è ragionevole, dee feguirla per lei ftefla ? Non confelfa nel LXIII. , che per elfa 1’ uom vince le paflìoni men forti , quantunque vincer non poffa ie fortiflìme? Ora co- me potrebbe 1 * uom vincere veruna paflìone per a- more dell* oneflà, fe non la araafle? Come potreb- be feguirla per lei ftefla , fe gli fofle odiofa ? E fe Discorso gli fette odiofa, come farebbegh naturale 1’ amarla? E avendo il P. Anfaldi cosi ben conofciuta la fo- vrana bellezza di quefla eterna ed immutabile one- fìà , chi crederebbe, che ne aveflc poi parlato co- sì male in tanti luoghi? Deh cancellategli, P. An- faldi, cotefli luoghi dal voflro libro, levategli via, eflerminatcgli ; fate , che non ve ne redi pur l* ombra. Non ve ne prego per amore degli Stoici; ve ne prego per amore dell’ oneflà fletta , che è comune a tutti gli uomini, e fo , che vi è cara. Io non fui mai Stoico a’ mici di; come ho dimoflra- to nel mio primo difeorfo , e come voi fletto po- trete intendere , leggendo con un poco più di at- tenzione il Ragionamento , eh’ io fcrifli contro il Signor di Maupertuis ; molto meno mi è mai pana- to per 1’ animo di voler’ anteporre la Filofofia de- gli Stoici a quella de’ Criftiani . Ad ogni modo io non vorrei certo , per difpiacere a Seneca , e a Ze- none , dir male dell’ onertà . E fe voi avete credu- to di doverne dir poco bene per difendere quel vo- ftro Franeefe » ben potevate in quel luogo abbando- nar’ il Franzefe , fenza afpettare , che egli abban- doni voi . Credete voi , che vedendofi egli da voi abbandonato in tanti altri luoghi , che io ho pur notati nel fecondo difeorfo , vorrà poi feguirvi , o- vunque il chiamiate , e prender lite con 1’ oneflà degli Stoici per piacervi ? Che bifogno n’ ha egli per foftenere , che 1’ immortalità dell’ anima fi a», una verità ignota alla ragione ? Che bifogno n’ ha per Terzo. 3^ per fofìenere e ciò, che dee intorno all’ ammazzar fé medefimo , e ciò, che dice intorno ai premj, che debbonfi alla virtù ? Per la qual cofa io mi fo- no grandemente maravigliato , che non avendone necelfità niuna, abbiate voluto pigliacela control’ oneflà naturale, ed oltre a ciò prendendo tanti sba- gli , quanti ne avete prefo, far credere fuor d’ ogni propofito , eh’ io (la nimico di Religione , e non curante di Dio . E vi confeflo , che per la dima grandillìma , che ho fempre avuta di voi , portando- vi amore, come a letterato uomo, fratello d’ un’ Oratore eloquentifiimo , ho fentito un’ incredibil di- fpiacere di dover rifpondervi d’ una maniera affat- to contraria all’ indole mia , e al miocoftume. Dio buono ! come è polfibilc , che effondo voi d’ un’ ordine per virtù, e per dottrina tanto chiaro , quant’ altro mai foffe , e foggiornando in una Città così nobile, fìoritifCma d’ arti, e di lettere, non abbia- te avuto un’ amico , che vi ammonifea ? Siete voi così abbandonato da tutti gli uomini ? Ma io che^/ far poteva? Non doveva io rifpondere a tanto gra- ve accufazione ? Non dovea far vedere , che un li- bro da me fcritto, e ufeito al pubblico , non è pun- to contrario alla Religione ? Che non può parer ta- le a niun dotto uomo ? Che non può parer tale a riuno ignorante ? Ed effondo pur tale a voi paru- to , vedete, a che mi avete (fretto; vedete, a qual confeguenza avete voi fteffo voluto efporvi. Nè ho lafciato però iifpondendovi , di aver riguardo, quan- to ho 384 Discorso to ho potuto, alla gloria del voftro nome. Notivi ho levata la lode di fcrittor predo, e copiofo,non quella di conofcitore di molte lingue , non quella di erudito in ogni maniera di antichità; ho dimo- iato (blamente , che giudicando d’ alcun mio libro, mancafte alla ragione, ed a voi fteffo . E quello an- cora ho fatto con mio grandifiìmo rincrefcimento , nè ho creduto di poter tanto difpiacere a voi , che non difpiacefli maggiormente a me medefimo . Vo- glia Iddio , che fìa quella più toflo J’ ultima volta eh’ io ferivo , che mai permettere , eh’ io fia mo- ledo a veruno ferivendo . FINE» _:T IHHI iv ' 1 i i^\ i^H < | r \ BB '• Rgff HHH » %T\ ' V ^ ^L IH H -v| ' f J |H - • Vk \ ‘ B ni 1 1
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