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Saturday, May 7, 2016

La pantera del Belvedere

Speranza

Il Torso del Belvedere. Da Aiace a Rodin

Catalogo della mostra


Autore:
   Wünsche R.
Materie:
   Scultura Cataloghi di mostre
Formato:
  24x30
Allestimento:
  Brossura
Numero Pagine:
  208
Illustrazioni:
  291 ill. b/n; 5 ill. a colori
Casa Editrice:
  Monumenti, Musei e Gallerie Pontificie

Il volume affronta il tema da un duplice punto di vista: archeologico e storico artistico.

La prima parte illustra la nuova ricostruzione della statua che Raimund Wünsche ha preparato integrando un calco in gesso sulla base dell’anatomia e di osservazioni tecniche (fratture, perni e puntelli visibili sull’originale), nonché con l’aiuto di confronti da opere delle arti minori. La seconda sezione illustra invece la fortuna e il significato che l’immagine del Torso ebbe per gli artisti dal Rinascimento fino all’età contemporanea.

L'identificazione del Torso del Belvedere come Aiace che medita il suicidio, non solo getta una luce completamente nuova su di un’importantissima opera del medio ellenismo, ma rende conto anche delle scelte che gli artisti moderni avevano compiuto nelle loro opere ispirate alla statua antica, comprendendone il significato più profondo e il messaggio tragico.
Sommario:

Card. Edmund Casimir Szoka, Presentazione;
Hans Zehetmair, Saluto;
Francesco Buranelli, Raimund Wünsche, Premessa;
Paolo Liverani, Il Cortile delle Statue nel Belvedere;
Raimund Wünsche, Il Torso - Fama e mistero;
Il Torso di Michelangelo; Scuola degli artisti;
Il Torso come simbolo;
Completamenti artistici del Torso
Interpretazioni e integrazioni archeologiche
Aiace e altar figure pensose
L'Aiace pensoso - Un monuments funerario davanti a Troia
Il destino tragico dei monumenti di Aiace
Bert Kaeser, Eroi tristi; Vinzenz Brinckmann, Aiace Telamonio;
Note; Markus Ewel, Ilse von zue Mühlen, Catalogo;
Maurizio Sannibale, Giandomenico Spinola, Appendice; Abbreviazioni; Referenze fotografiche.

AIACE

Speranza

The 'Torso del Belvedere' displays a PANTHER skin, so surely he cannot be ERCOLE.

I go, with most Italian classicists, with AIACE.

And I would not be surprised if the pseudo-Apollodorus tells us that AIACE's pet was a panther.

Friday, May 6, 2016

IL TORSO D'ERCOLE

Speranza

There has been a long polemic regarding the "Torso del Belvedere," and, given that it WAS once at the Belvedere courtyard, we might just as well keep that label!

An collective essay was published to prove that the torso was not, as the classical sources said, "ERCOLE," "in riposo" if you must, after the twelve labours, but "AIACE", "che contempla il suicidio".

However, there is the attribute of the lion skin at the back of the piece that seems to 'refudiate', as Sarah Palin would have it, this "AIACE" idea (however charming). I shall see if I can paste the detail (or 'particolare,' as the Italians prefer) I'm referring to, soon, I hope!

Cheers

Friday, April 15, 2016

ROBERTO DEVEREUX: libretto

Speranza

Roberto Devereux: melodramma in tre atti

Libretto di Salvatore Cammarano

The story of the count of Essex, who was beheaded by Elisabeth I in 1601 was not new by the time Donizetti composed his melodramma.

The theatre used the plot already in 1637 and 1678 in plays by Gauthier de Costes de la Calprenede and Thomas Corneille respectively.

These plays were probably used by Giovanni Schmidt (for Rossini's Elisabetta, regina d'Inghilterra; Napoli, 1815), Gaetano Gioia (for the heroic ballet Il conte d'Essex; Milano, 1818) and Francois Ancelot (for the tragedy Elisabeth d'Angleterre). The latter was used by Felice Romani who turnded it into a libretto for Mercadante's Il Conte d'Essex (Milano, 1833).

According to Barblan, Cammarano, who probably took the story by Lescene Desmaisons Histoire secrete des amours d'Elisabeth, reine d'Angleterre, et du comte d'Essex, puts the enfasis on the interiour struggle of the characters: the drama of the jealousy and the lyricism of the offended innocence.

(From: "Tutti i libretti di Donizetti," edited by E. Saracino, Milano, Garzanti)

****************************************

Personaggi:

Elisabetta
Duca di Nottingham
Sara, duchessa di Nottinngham
Roberto Devereux, secondo conte d'Essex
Cecil
Gualtiero
un paggio

**************************


ATTO PRIMO


Sala terrena nel palagio di Westminster, con grande apertura nel fonde, dalla quale si vede una serra di piante.

Scena prima

Le dame della corte reale sono intente a diversi lavori donneschi.

Sara, duchessa di Nottingham, siede in un canto sola, taciturna, cogli occhi immobili su di un libro, ed aspersi di lagrime.

Dame [fra loro, ed osservando la duchessa]

geme, pallor funesto
le sta dipinto in volto
un duolo, un duolo terribile
ha certo in cor sepolto.
Sara, duchessa, oh, scuotiti.
[accostandosi ad essa]

ragione ascolta omai.
onde la tua mestizia.

Sara: mestizia in me.

DAME: Non hai sul ciglio ancor la lagrima?
Sara: Ah mi tradisce il cor, lessi dolente istoria, Piangea, di Rosamonda.

Dame: Chiudi la trista pagina che il tuo dolor seconda.
Sara: il mio dolor.
Dame: Si, versalo dell'amistade in seno.
Sara: Ladi, e credete.
Dame: Ah! fidati...
Sara: Io? ... No... Son lieta appieno [sciogliendo un forzato sorriso]
Dame: È quel sorriso infausto più del suo pianto ancor.)
Sara: All'afflitto è dolce il pianto/È la gioia che gli resta/Una stella a me funesta/anche il pianto mi vietò/Della tua più cruda, oh quanto/Rosamonda, è la mia sorte/Tu peristi d'una morte/Io vivendo ognor morrò.

*******************************************

Scena seconda: Elisabetta preceduta da' suoi paggi, e dette.

Un paggio: La regina

Al comparir della regina le dame s'inchinano: ella risponde al saluto, quindi s'accosta alla Nottingham in atto benigno.

Elisabetta: Duchessa

Porgendo la destra a Sara: ella rispettosamente la bacia. Le dame restano in fondo alla scena.

Ale fervide preci/del tuo consorte alfin m'arrendo, alfine/il conte rivedrò/ma Dio conceda
che per l'ultima volta io nol riveda/ch'io non gli scerna in core/macchia di tradimento.
Sara: Egli era sempre/fido alla sua regina.
Elisabetta: Fido alla sua regina! E basta, o Sara?/Uopo è che fido il trovi/Elisabetta
Sara: Io gelo.
Elisabetta: A te svelai/tutto il mio cor... lo sai,/or volge intero l'anno/ch'ei sospiroso e mesto
fuggia gli amici, e il mio reale aspetto/un orrendo sospetto/alcuno in me destò. D'Irlanda in riva
lo trasse un cenno mio, che lunge il volli/da Londra... egli vi torna, ed accusato/di fellonia; ma d'altra colpa io temo/delinquente saperlo... Una rivale [con trasporto di collera] s'io discoprissi, oh quale/oh quanta non sarebbe/la mia vendetta!
Sara: Ove m'ascondo.
Elisabetta: Il core togliermi di Roberto/Pari colpa saria togliermi il serto. [un momento di silenzio: ella si calma alquanto]. L'amor suo mi fe' beata/mi sembrò del cielo un dono/E a quest'alma innamorata/ei rendea più caro il trono/Ah! se fui, se fui tradita/se quel cor più mio non è/le delizie della vita/lutto e pianto son per me!

************************

Scena terza: Cecil, Gualtiero, altri Lord del parlamento e detti.

Cecil: Nunzio son del parlamento [dopo essersi ossequiosamente inchinato alla regina]
Sara: Tremo.
Elisabetta: Esponi.
Sara: Ha sculto in fronte l'odio suo.
Cecil: Di tradimento/si macchiò d'Essex il conte/eccessiva in te clemenza/il giudizio ne sospende:
profferir di lui senteza/e stornar sue brame, orrende/ben lo sai, de' Pari è dritto/Questo dritto si richiede.
Elisabetta: D'altre prove il suo delitto/Lôrdi, ha duopo.

Scena quarta: Un paggio e detti.

Un paggio: Al regio piede/di venirne Essex implora.
Cecil: Gualtiero/Egli!...
Elisabetta: Venga. Udirlo io vo' [lanciando a Cecil ed a Gualtiero uno sguardo rigoroso]
Cecil e Gualtiero: Ah, la rabbia mi divora.
Sara: Come il cor mi palpitò.
Elisabetta: Ah ritorna qual ti spero/qual ne' giorni più felici/e cadranno i tuoi nemici/nella polve innanzi a te/Il mio regno, il mondo intero/reo di morte, invan ti grida/Se al mio piede amor ti guida
innocente sei per me!)
Sara: A lui fausto il ciel sorrida/e funesto sia per me!)
Cecil, Gualtiero e Coro: De' suoi giorni un astro è guida, che al tramonto ancor non è!)

Scena quinta: Roberto e detti.

Roberto Devereux: Donna reale, a' piedi tuoi...
Elisabetta: Roberto/Conte, sorgi, lo impongo.

Gli sguardi di Roberto errano in traccia di Sara; ella, piena di smarrimento, cerca di evitarli.

[a Cecil]Il voler mio noto in breve farò. Signori, addio.

Tutti si ritirano, tranne Roberto.

In sembianza di reo tornasti dunque/al mio cospetto! E me tradir osavi?/E insidiar degli avi/a questo crine il serto!
Roberto: Il petto mio/Pieno di cicatrici,/che il brando vi lasciò de' tuoi nemici,/per me risponda
Elisabetta: Ma l'accusa?...
Roberto: E quale/Domata in campo la ribelle schiera,/col vinto usai clemenza; ecco la colpa/onde al suo duce innalza un palco infame/d'Elisabetta il cenno!
Elisabetta
Il cenno mio
differì sconoscente,
la tua sentenza; il cenno mio ti lascia
in libertade ancor. Ma che favelli
di palco! A te giammai questa mia destra
schiuder non può la tomba.
Quando chiamò la tromba
i miei guerrieri ad espugnar le torri
della superba Cadice, temesti
che la rovina macchinar potesse
di te lontano, atroce, invida rabbia:
ti porsi questo anello
[accennando un anello che Roberto ha in dito]
\tab \tab \tab e ti parlai
la parola dei re, che ad ogni evento
offrirlo agli occhi miei, di tua salvezza
pegno sarebbe... Ah! col pensiero io torno
a stagion più ridente!
Allora i giorni miei
scorrean soavi al par d'una speranza...
Oh, giorni avventurati! oh, rimembranza!
Un tenero core mi rese felice:
provai quel contento che labbro non dice...
un sogno d'amore la vita mi parve...
ma il sogno disparve disparve quel cor!
Roberto
(Indarno la sorte un trono m'addita;
per me di speranze non ride la vita,
per me l'universo è muto, deserto,
le gemme del serto non hanno splendor.)
Elisabetta
Non favelli? È dunque vero!
Sei cangiato?
[in tuono di rimprovero, in cui traspira tutta la sua tenerezza]
Roberto
No... che dici!...
Parla un detto, ed il guerriero
sorge, e fuga i tuoi nemici.
D'obbedienza, di valore
prove avrai.
Elisabetta
(Ma non d'amore!)
Vuoi pugnar! ma di': non pensi
[con simulata calma, e fissando in Roberto uno sguardo scrutatore]
che bagnar faresti un ciglio
qui di pianto?
Roberto
Ahimè, quai sensi!)
Elisabetta
Che l'idea del tuo periglio
palpitar farebbe un core?
Roberto
Palpitar?...
Elisabetta{ Di tal, che amore
teco strinse.
Roberto
Ah, dunque sai?...
(Ciel, che dico!...)
Elisabetta
Ebben? Finisci:
[reprimendosi appena]
l'alma tua mi svela omai.
Che paventi?... Ardisci, ardisci,
noma pur la tua diletta...
All'altare io vi trarrò
Roberto
Mal ti apponi...
Elisabetta
(Oh mia vendetta!...)
E non ami? Bada!
[attengiandosi di terribile maestà]
Roberto
Io?... No.
Elisabetta
(Un lampo, un lampo orribile
agli occhi miei splendea!...
No, dal mio sdegno vindice
fuggir non può la rea.
Morrà l'infido, il perfido,
morrà di morte acerba,
e la rival superba
punita in lui sarà)
Roberto
Nascondi e frena i palpiti
o misero mio core.
Ti pasci sol di lacrime
o sventurato amore!
Ch'io cada solo vittima
del suo fatal sospetto...
Con me l'arcano affetto
e morte, e tomba avrà.)

}Elisabetta rientra nei suoi appartamenti.

}Scena sesta
Nottingham e detto.

Roberto è rimasto in profondo silenzio; immobile, collo sguardo fisso al suolo.

Nottingham
[abbranciandolo]
Roberto...
Roberto
Che!... fra le tue braccia!...
[balza indietro, come respinto da ignoto potere]
Nottingham
Estremo
pallor ti siede in fronte! Ah! Forse? ...Io tremo
d'interrogarti!
Roberto
Ancor la mia sentenza
non proferì colei; ma nel tremendo
sguardo le vidi folgorar la brama
del sangue mio...
Nottingham{ Non proseguir... D'ambascia
l'anima ho piena, e di spavento!
Roberto
Ah! lascia
che il mio destin si compia; e nelle braccia
di cara sposa un infelice obblia.
Nottingham
Che parli?...Ahi, fera sorte!
Nè amico, nè consorte
lieto mi volle!
Roberto
Oh! Narra...
Nottingham
Un arcano martir di Sara i giorni
attrista, e la conduce
lentamente alla tomba
Roberto
(Oh ciel!... pentita
saria quella spergiura?...)

\b Nottingham\tab }
E qual ferita
che tocca s'inasprisce, il suo tormento
col ragionarne a lei divien più crudeo!
Roberto
(È rea, ma sventurata!...)
Nottingham
Ieri, taceva il giorno,
quando pria dell'usato al mio soggiorno
mi trassi, e nelle stanze
ove solinga ella restar si piace,
mossi repente... Un suono
di taciti singulti appo la soglia
m'arrestò non veduto. Essa fregiava
d'aurate fila una cerulea fascia,
ma spesso l'opra interrompea col pianto,
e invocava la morte.
Roberto
(Ancor m'affida
un raggio di speranza!...)

\b Nottingham }
Io mi ritrassi...
avea l'alma in tumulto... avea la mente
così turbata, che sembrami demente.
Forse in quel cor sensibile
si fe' natura il pianto:
di sua fatal mestizia
anch'io mi struggo in lagrime...
Ed il perchè non so.

Talor mi parla un dubbio,
una gelosa voce...
ma la ragion sollecita
sperde il sospetto atroce,
nel puro cor degli angioli
la colpa entrar non può.


}Scena settima
Cecil, gli altri Lord del parlamento e detti.

Cecil
Duca, vieni: a conferenza
la regina i Pari invita.
Nottingham
Che si vuole?

Cecil
[a voce bassa] Una senteza
troppo a lungo differita.
[Volgendo a Roberto un'occhiata feroce]
Nottingham
Vengo. Amico...
[porge la destra a Roberto come in atto d'accommiatarsi: è commosso vivamente, e però lo bacia, ed abbraccia con tutta l'effusione dell'amicizia]
Roberto
Sul tuo ciglio
una lagrima spuntò!...
M'abbandona al mio periglio...
Tu lo dei!
Nottingham
\tab \tab Salvar ti vo'.

Qui ribelle ognun ti chiama,
ti sovrasta un fato orrendo;
l'onor tuo sol io difendo...
Terra, e ciel m'ascolterà.

Ch'io gli serbi e vita e fama
deh! concedi, sommo Iddio;
parla tu sul labbro mio,
santa voce d'amistà!

Cecil e Coro
(Quel superbo il giusto fio
de' suoi falli pagherà.)
Roberto
(Lacerato al par del mio
sulla terra un cor non v'ha!)

}Parte. Nottingham e Coro escono per altra via.



}\pard\plain \s16\widctlpar\adjustright \cgrid { Appartamenti della duchessa, nel palazzo Nottingham. In prospetto verone, che risponde sul giardino: da un canto tavola, su cui un doppiere acceso ed una ricca cesta.

Scena ottava
Sara
Sara
Tutto è silenzio!... Nel cor soltanto
parla una voce, un grido
qual di severo accusator! Ma rea
non son: della pietade
io m'arrendo al consiglio
non dell'amor... L'orribile periglio
che Roberto minaccia
il mio scordar mi fe'... Chi giunge! È desso.


}Scena nona
Roberto, chiuso in lungo mantello, e detta.

Roberto
Una volta, crudel, m'hai pur concesso
venirne a te!... Spergiura! Traditrice!
Perfida!... E qula v'ha nome
d'oltraggio e di rampogna
}\pard\plain \s16\widctlpar\adjustright \cgrid {che tu non merti?
Sara
Ascolta. Eri già lunge,
quando si chiuse la funerea pietra
sul padre mio. Rimasta
orfana e sola: d'un appoggioa hai d'uopo,
la regina mi disse, a liete nozze
ti serbo.
Roberto{ E tu?
Sara
M'opposi. Or dimmi, aggiunse,
forse nel chiuso petto
nudri fiamma d'amor? L'ascoso affetto
svelar poteva, e segno
farti al tremendo suo furor? Le chiesi,
ma indarno il vel... fui tratta
al talamo... Che dico?
A supplizio di morte!
Roberto
Oh ciel!...
Sara
Felice,
quant'io nol son, fato miglior ti renda...
alla regina il core
volgi Roberto, e tremino gli audaci
che a te fan guerra...
Roberto{ \tab \tab Oh!... taci
Spento all'amor son io.
Sara
Sciagura estrema!
Sebben da cruda gelosia trafitta,
sperai... La gemma che in tua man risplende
era memeoria e pegno
dell'affetto real...
Roberto
Pegno d'affetto
Non sai!... Pur si distrugga il tuo sospetto
[gettando l'anello sulla tavola]
mille volte per te darei la vita.
Sara
Roberto... ulitmo accento
Sara ti parla, ed osa
una grazia pregar.
Roberto
Chiedimi il sangue...
Per te fia sparso, o mio perduto bene.
Sara
Viver devi, e fuggir da queste arene.
Roberto
Il vero intesi?... Qh! parmi,
parmi sognar!
Sara
Se m'ami,
per sempre dei lasciarmi.
Roberto
Per sempre! e tu lo brami!...
Può a questo segno ingrato
esser di Sara il cor?

son l'odio tuo!...
Sara
Spietato!...
Ardo per te d'amor.

Da che toransti, ahi , misera!
in questo debil core
del mal sopito incendio
si ridestò l'ardore...
Ah! parti, ah! vanne, ah! Fuggimi...
Cedi alla sorte acerba...
A te la vita serba,
serba l'onor a me.
Roberto
Dove son io?... Quai smanie!...
Fra vita, e morte ondegio!...
Tu m'ami, e deggio perderti!...
M'ami, e fuggir ti deggio!...
Poter dell'amicizia,
prestami tu vigore;
chè d'un mortale in core
tanta virtù non è.

}Sara è a piè di lui piangente e supplichevole.
Tergi le amare lagrime...
[sollevandola]
Si, fuggirò
Sara
Lo giura.
[Roberto protende la destra in atto di giuramento]
E quando?

Roberto
Allor che tacita
avrà la notte oscura
un'altra volta in cielo
disteso il tetro velo.
Or non potrei, che fulgido
il primo albor già sorge...
Sara
Ah! qual periglio!... Involati...
Se alcuno escir ti scorge!...
Roberto
Oh, fiero istante!...
Sara
Un ultimo
pegno d'infausto amore
con te ne venga...
[levando dalla cesta una sciarpa azzurra, trapunta d'oro]
Roberto
Ah! porgilo...
}\pard\plain \s16\widctlpar\adjustright \cgrid {Quì sul trafitto core...

SARA
Vanne... di me rammentati
sol quando preghi il ciel:
addio...
Roberto
Per sempre...
Sara
Oh spasimo!...
Roberto{ e \b Sara
Oh, reo destin crudel!...
Questo addio fatale, estremo
è un abisso di tormenti...
Le mie lagrime cocenti
più del ciglio, sparge il cor.
Ah! mai più non ci vedremo...
Ah! mai più: morir mi sento...
Si racchiude in questo accento
una vita di dolor.

}Roberto parte. Sara si ritira.
ATTO SECONDO

}Magnifica galleria nella reggia.
Scena prima
\i I Lord componenti la corte di Elisabeta sono radunati in crocchio: quindi sopraggiungono le dame
.

Alcuni Lord
L'ore trascorrono, surse l'aurora,
nè il parlamento si scioglie ancora!

Gli altri
Senza l'aita della regina
pur troppo è certa la sua rovina!...

Dame
Lord, tacetevi; Elisabetta,
qual chi matura una vedetta,
erra d'intorno fremente e sola,
nè move inchiesta, nè fa parola.

Tutti
O conte misero! Il ciero irato
di fosche nubi si circondò...

Il supplizio è già segnato:
in quel silenzio morte parlò!


}Scena seconda
Elisabetta da un lato, Cecil dall'altro e detti.

Elisabetta
Ebben?
Cecil
Del reo le sorti
furo alungo agitate:
più d'amistà, che di ragion possente
il duca vivamente
lo difese, ma invan. Recar ti deve
la senteza egli stesso.

Elisabetta
[a voce bassa]\tab \tab Ed era?
Cecil
Morte.


}Scena terza
Gualtiero e detti

Gualtiero
Regina...
Elisabetta
Può la corte
allontanarsi: richiamata in breve
qui fia.

Tutti partono tranne Gualtiero\i0

}\pard\plain \s1\keepn\widctlpar\outlinelevel0\adjustright \cgrid
Tanto indugiasti!
Gualtiero
Assente egli era,
ed al palagio suo non fe' ritorno
che sorto il nuovo giorno.

}Marcato. Elisabetta si turba.
Elisabetta
Segui

Gualtiero
}\pard\plain \widctlpar\adjustright \cgrid
Fu disarmato;
e nel cercar se criminosi fogli
nelle vesti chiudesse, i miei seguaci
vider che in sen celava
serica sciarpa. Comandai che tolta
gli fosse: d'ira temeraria e stolta
egli avvampando: pria, girdò, strapparmi
il cor dovete, iniqui...
Del conte la repulsa
fu vana...

Elisabetta
}\pard\plain \widctlpar\adjustright \cgrid
E quella sciarpa?...
Gualtiero
Eccola.
Elisabetta
(Oh rabbia!...
Cifre d'amor qui veggio!...)
[è tremante di sdegno; ma volgendo uno sguardo a Gualtiero riprende la sua maestà]
}\pard\plain \s1\keepn\widctlpar\outlinelevel0\adjustright \cgrid
Al mio cospetto
colui si tragga.

Gualtiero parte\i0

}\pard\plain \s1\keepn\widctlpar\outlinelevel0\adjustright \cgrid
Ho mille furie in petto
[gettando la sciarpa su un a tavola ch'è nel fondo della scena]


Scena quarta
Nottingham e detti

Nottingham
Non venni mai si mesto
alla regal presenza.
Compio un dover funesto.
[Le porge un foglio]
}\pard\plain \s16\widctlpar\adjustright \cgrid {D'Essex è la sentenza.
Tace il ministro, or parla
l'amico in suo favore:
grazia.
[Elisabetta gli volge una fiera occhiata]
\tab Potria negarla
d'Elisabetta il core?
Elisabetta
In questo core è sculta
la sua condanna.
Nottingham
Oh, detto!...
Elisabetta
D'una rivale occulta
finor lo accolse il tetto...
Si, questa notte istessa
ei mi tradia...
Nottingham
Che dici?...
Calunnia è questa...
Elisabetta
Oh! cessa...
Nottingham
Trama de' suoi nemici.
Elisabetta
No, dubitar non giova...
Al mancar suo fu colta
irrefragabil prova...
[a questa ricordanza si raddoppia la sua collera, quindi è per firmare la sentenza]
Nottingham
Che fai?... Sospendi... Ascolta...

Su lui non piombi il fulmine
dell'ira tua crudele...
Se chieder lice un premio
al mio servir fedele,
quest'uno io chiedo, in lagrime,
prostrato al regio piè.

Elisabetta
Taci: pietade o grazia
non merta il tracotante...
A fellonia di suddito
perfidia unì di amante...
Muoia; e non sorga un gemito
a domandar mercè.


}Scena quinta
Roberto fra le guardie, Gualtiero e detti.

Elisabetta
(Ecco l'indegno!...)

}Ad un segno di Elisabetta Gualtiero e le guardie si ritirano.
\tab \tab \tab Appressati...
ergi l'altera fronte.
Che dissi a te? Rammentalo.
Ami, ti dissi, o conte?
No, rispondesti... Un perfido,
un vile, un mentitore
tu sei... del tuo mendacio
il muto accusatore
guarda, e sul cor ti scenda
fero di morte un gel.
[gli mostra la sciarpa]

Nottingham
[riconoscendola]
(Che!...)

}Roberto osservando la sorpresa di Nottingham è preso da tremore.
Elisabetta{ Tremi alfine.
Nottingham
Orrenda
luce balena...)
Roberto
(Oh ciel!...)

Elisabetta
Alma infida, ingrato core,
ti raggiunse il mio furore.
pria che ardesse fiamma rea
nel tuo petto a me nemico,
pria d'offender chi nascea
dal tremendo ottavo Enrico,
scender vivo nel sepolcro
tu dovevi, o traditor.

Nottingham
(Non è ver... delirio è questo
sogno orribile funesto!
No, giammai d'un uomo il core
tanto eccesso non accolse...
Pur... si covre di pallore!
Ahi! che sguardo a me revolse!
Cento colpe mi disvela
quello sguardo, e quel pallore!)

Roberto
(Mi sovrasta il fato estremo!
Pur di me, di me non tremo...
Della misera il periglio
tutto estinse il mio coraggio...
Di costui nel torvo ciglio
folgorò sanguigno raggio!
Ahi! quel pegno sciagurato
fu di morte, e non d'amor!)

Nottingham
[con trasporto di cieco furore]
Scellerato!... malvagio!... e chiudevi
tal perfidia nel core sleale?...
E tradir si vilmente potevi?...
La regina?
[ripiegando]
Roberto{ \tab (Supplizio infernale!...)

Nottingham
Ah! la spada, la spada un istante
al codardo, all'infame sia resa...
ch'ei nel sangue deterga l'offesa...

Elisabetta
O mio fido! E tu fremi, tu pure,
dell' oltraggio che a me fu recato!
[a Roberto]
Io favello: m'ascolta. La scure
già minaccia il tuo capo esecrato:
qual si nomina l'ardita rivale
di' soltanto, e lo giuro, vivrai.

Nottingham affigge in Roberto gli occhi pieni di orrenda ansietà. Un istante di silenzio.\i0

}\pard\plain \s16\widctlpar\adjustright \cgrid {Parla, ah! parla.
Nottingham
(Momento fatale!)

Roberto
Pria la morte.
Elisabetta
Ostinato! E l'avrai.


Scena sesta
Ad un cenno della regina la sala si riempie di Cavalieri, di Dame e paggi, con guradie ecc.

Elisabetta
Tutti udite. Il giudizio de' Pari
di costui la condanna mi porse.
Io la segno. Ciascuno la impari.
Come il sole, che parte già sorse
[a Cecil porgendogli la senteza]
del suo giro, al meriggio sia giunto,
s'oda un tuono der bronzo guerrier:
lo percuota la scure in quel punto.

Coro
(Tristo giorno di morte forier!)

Elisabetta
Va'; la morte sul capo ti pende,
sul tuo nome l'infamia discende...
Tal sepolcro t'appresta il mio sdegno,
che non fia chi di pianto lo scaldi:
con la polve di vili ribaldi
la tua polve confusa ne andrà.

Roberto
Del mio sangue la scure bagnata
più non fia d'ignomia macchiata.
Il tuo crudo, implacabile sdegno
non la fama, la vita mi toglie:
ove giaccian le porte mie spoglie
ivi un'ara di morte sarà.

Nottingham
(No: l'iniquo non muoia di spada,
sovra il palco infamato egli cada...
nè il supplizio serbato all'indegno
basta all'ira che m'arde nel seno...
A placarla, ad estinguersi appieno
altro sangue versato sarà!)

Cecil e Gualiero
Sul tuo capo la scure già piomba...
Maledetto il tuo nome sarà.

Coro
(Al reietto nemmeno la tomba
un asilo di pace darà?)

Ad un cenno di Elisabetta, Roberto è circondato dalle guardie.\i0
\b\i0\fs28 ATTO TERZO
\i0
Sala terrena nel palazzo Nottingham. Nel fondo grandi invetriate chiuse, a traveso le quali scorgesi una parte di Londra.

Scena prima
Sara
\i0
\b\i0 Sara

Ne riede il mio consorte!... Oh, ciel, che seppi!...
Il consesso notturno
si radunava onde portar sentenza
del minaccio conte... Oh! s'ei fra ceppi
avvinto, pria del suo fuggir...


Scena seconda
Un familiare, e detta: indi un soldato\i0
Il familiare\i0 \tab \tab \tab Duchessa,
un di què prodi, cui vegliar fu dato
la regia stanza, e già pugnaro a lato
del gran Roberto, qui giungea, recando
non so qual foglio, che in tua man deporre
e richiede, e scongiura.

Sara
Venga.

Il soldato vine introdotto: egli porge alla duchessa una lettera, indi si ritria col domestico.
\i0
(riconoscendo i caratteri\i0 )
\tab Roberto scrisse!...
(dopo letto\i0 )\tab \tab Oh ria sciagura!...
segnata è la condanna!...
Pur... qui lo apprendo... questo anello è sacro
mallevador de' giorni suoi... Che tardo?...
Corrasi ai piè d'Elisabetta...


Scena terza
Nottingham e detta.\i0

Sara\i0 \tab \tab \tab \tab (Il duca!...)
Nottingham
(resta immobile presso il limitare, con gli occhi terribilmente fissi in quelli di Sara\i0 )

Sara
(Qual torvo sguardo!...)

Nottingham\i0 \tab \tab Un foglio avesti.
Sara\i0 \tab \tab \tab \tab \tab (Oh, cielo!...)
Nottingham
Sara, vederlo io voglio.

Sara
Sposo!...

Nottingham
\tab Sposo! Lo impongo: a me quel foglio.

In tuono che non ammette repliche. Sara gli porge con tremula mano lo scritto di Essex.
\i0
\b\i0 Sara

(Perduta son!)

Il duca legge.
\i0
\b\i0 Nottingham\i0 \tab Tu dunque
puoi dal suo capo allontanar la scure!
Una gemma ti diè! Quando? Fra l'ombre
della trascorsa notte, allor che pegno
d'amor sul petto la tua man gli pose
sciarpa d'oro contesta?

Sara
Oh, folgore tremenda, insapettata!...
Già tutto è noto a lui!...

Nottingham\i0 \tab \tab Si, scellerata!
Nol sai, che un nume vindice
hanno i traditi in cielo?
Egli con man terribile
frange alle colpe il velo!...
Spergiura, in me paventalo
quel braccio punitor.

Sara
M'uccidi

Nottingham
\tab Attendi o perfida:
vive Roberto ancor.
Io per l'amico in petto
fraterno amor serbava:
come celeste oggetto
io la consorte amava:
avrei per loro, impavido,
sfidato affanni, e morte...
Chi mi tradisce? Ahi, misero!
l'amico e la consorte!
Stolta! che giova il piangere?...
Sangue, non pianto io vo'.

Sara
Tanta il destin fremente
dunque l'innocente
di reo vestir sembianza!
O tu cui dato è leggere
in questo cor pudico,
tu, Dio clemente, accertalo
ch'empio non è l'amico,
che d'un pensier, d'un palpito
tradito io mai non l'ho.

Odesi lugubra marcia.
\i0
Non rimbomba un suon ferale!...
Ah!

Scorgesi Essex passar di lontano, circondato dalle guardie.
\i0
\b\i0 Nottingham

(con esultanza\i0 )
Lo traggono alla torre.

Sara
Fero brivido mortale
per le ven mi strasorre!...
Il supplizio a lui si appresta!
L'ora... ahi! l'ora è già vicina!...
Dio, m'aita!...

Nottingham\i0 \tab Iniqua, arresta!
(afferrandole un braccio\i0 )
Ove corri?

Sara\i0 \tab \tab Alla regina
Nottingham\tab 
Di salvarlo hai speme ancora!...

Sara
Lascia...
(cercandoliberarsi)

Nottingham
\tab Oh rabbia!... Ed osi?... Olà?

Compariscono le guardie del palazzo ducale.
\i0
A costei la mia dimora
sia prigione.

Sara
(con grido disperato\i0 )
Oh ciel!...
(cadendo alle ginocchia di lui\i0 )
Pietà
All ambasciata ond'io mi struggo
dona, ah dona un solo istante...
Io lo giuro, a te non fuggo,
riedo in breve alle tue piante...
Cento volte allor, se vuoi,
me trafiggi a' piedi tuoi,
benedir m'udrai morente
quella man che mi ferì.

Nottingham
Foco d'ira avvampa e strugge
questo cor da voi trafitto...
Ogni accento che ti sfugge,
ogni lagrima è un delitto...
Ah! supplizio troppo breve
è la morte ch'ei riceve.
Fia punita eternamente
l'alma rea che mi tradì.

Egli esce nel massimo furore. Sara cade svenuta.
\i0


Orrido carcere nella torre di Londra, destinata per ulitma dimora ai colpevoli condannati alla morte.

Scena quarta
Roberto\i0

Roberto
Ed ancor la tremenda
porta non si dischiude... Un rio presagio
tutte m'ingombra di terror le vene.
Pur fido messo, e quella gemma è pegno
securo a me di scampo.
Uso a mirarla in campo,
io non temo la morte; io viver solo
tanto desio che la virtù di Sara
a discolpar mi basti...

O tu, che m'involasti
quell'adorata donna, i giorni miei
serbo al tuo brando, tu svenar mi dei.
Io ti dirò, fra gli ultimi
singhiozzi, in braccio a morte:
come uno spirto angelico
pura è la tua consorte...
Lo giuro, e il giuramento
col sangue mio suggello...
Credi all'estremo accento
che il mio labbro mio parlò.
Chi scende nell'avello
sai che mentir non può.

Odesi calpestio e sordo rumore di chiavistelli.
\i0
Odio un suon per l'aria cieca...
Si dischiudono le porte...
Ah! la grazia mi si reca.


Scena quinta
Un drappello di Guardie coverte di bruna armatura, e detto.
\i0
\b\i0 Guardie

Vieni, o conte.

Roberto\i0 \tab Dove?

Guardie\tab \tab A morte.

Roberto resta come percosso dal fulmine. Momento di silenzio.
\i0
\b\i0 Roberto

Ora terra, o sventurata,
più sperar non dei pietà...
Ma non resti abbandonata;
havvi un giusto, ed ei m'udrà.

Bagnato il sen di lagrime,
tinto del sangue mio
io corro, io volo a chiedere
per te soccorso a Dio...
Impietositi gli angeli
del mio dolor saranno,
forse il mio duro affanno
farà più mite il ciel

Guardie
Vieni... a subir preparati
la morte più crudel.

Partono con Roberto.
\i0



Gabinetto della regina.


Scena sesta
Elisabetta è abbandonata su d'un sofà col gomito appoggiato ad una tavola, ove risplende la sua corona: le dame le stanno intorno meste e silenziose.
\i0
\b\i0 Elisabetta

(E Sara in questi orribili momenti
Potè lasciarmi?... Al suo ducal palagio,
onde qui trarla s'affrettò Gualtiero,
(sorgendo agitatissima\i0 )
e ancor!... De' suoi conforti
l'amistà mi sovvenga, io n'ho ben d'uopo...
Son donna! Il foco è spento
del mio furor...)
Dame\i0 \tab \tab Ha nel turbato aspetto
d'alto martir le impronte!...
Più non brilla in fronte
l'usata maestà!...)

}\pard\plain \s16\widctlpar\adjustright \cgrid {\b Elisabetta}
(Vana la speme
non fia... presso a morir, l'augusta gemma
ei recar mi farà... Pentito il veggo
alla presenza mia... Pur... fugge il tempo!...
Vorrei fermar gl'istanti. E se la more,
onde'esser fido alla rival, scegliesse?...
Oh truce idea funesta!...
E s'ei già move al palco?... Ah! no... t'arresta...

Vivi, ingrato, a lei d'accanto;
il mio core a te perdona...
Vivi, o crudo, a m'abbandona
in eterno a sospirar...
Ah! si celi questo pianto,
[gettando uno sguardo alle Dame, e rammentdaso d'esser osservata]
ah! non sia chi dica in terra:
la regina d'Inghilterra
ho veduto lagrimar.)


}Scena settima
Cecil, Cavalieri e dette.

Elisabetta
Che m'apporti?

Cecil
Quell'indegno
al supplizio s'incammina.

Elisabetta
(Ciel!...) Ne diede un qualche pegno
da regarsi alla regina?

\b Cecil
Nulla diede.

}Odesi un proceder di passi affrettati

Elisabetta
Alcun s'appressa!...
Deh! Si vegga.

\b Cecil e Coro}
È la duchessa...


}Scena ottava
Sara, Gualtiero e detti.
Sara, scinta le chiome, e pallida come un estinto, si precipita a' piè di Elisabetta: ella non può aricolare parola, pa sporge verso la regina l'anello d'Essex.

Elisabetta
Questa gemma donde avesti!...
[nella massima agitazione]
Quali smanie!... qual pallore!...
Oh sospetto!... E che! potesti
forse!... ah parla.

Sara
Il mio terrore...
Tutto... dice... Io son...

Elisabetta
}
Finisci.

\b Sara
Tua rivale

Elisabetta{ Ah!...
Sara
Me punisci...
Ma... del... conte serba... i giorni...

Elisabetta
[ai Cavalieri]
Deh! correte... deh! volate...
Pur ch'ei vivo a me ritorni,
il mio serto domandate...

\b Cavalieri
Ciel, ne arrida il tuo favorre.

}Fanno un rapido movimento per uscire.
Rimbomba un colpo di cannone; grido universale di spavento


}Scena ultima
Nottingham e detti.

Nottingham
[come inbriato di gioia feroce]
Egli è spento.

\b Gli altri}
Qual terrore!...

}Silenzio.

Elisabetta
[convulsa di rabbia e di affanno, si avvicina a Sara]
Tu, perversa... tu soltanto
lo spingesti nell'avello...
Onde mai tardar cotanto
a recarmi quest'anello?

Nottingham
Io, regina, la trattenni;
io, tradito nell'amor.
sangue volli, e sangue ottenni.

Elisabetta
Alma rea!...
[a Nottingham]
Quel sangue versato al cielo s'innalza...
Giustizia domanda, reclama vendetta...
Già langiol di morte fremente v'incalza...
Supplizio inaudito entrambi vi aspetta...
Si vil tradimento, delitto si rio
clemenza non merta, non merta pietà...
Nell'ultimo istante volgetevi a Dio;
ei solo perdono conceder potrà.

}Nottingham e Sara partono fra guardie. Intanto Elisabetta, profondamente assorta, covresi di estremo pallore; i suoi occhi sono di persona atterrita da spaventevole visione
Mirate quel palco... di sangue rosseggia...
È tutto di sangue il serto bagnato...
Un orrido spettro percorre la reggia,
tenendo nel pugno il capo troncato...
Di gemiti, e grida il cielo rimbomba...
Pallente del giorno il raggio si fe'...
Dov'era il mio trono s'innalza una tomba...
In quella discendo...fu schiusa per me.

Coro
Ti calma... rammenta le cure del soglio:
chi regna, lo sai, non vive per sè.

Elisabetta
Non regno... non vivo...Escite... Lo voglio...
Dell'anglica terra sia Giacomo il re.

}Tutti si allontanano; ma giunti sul limitare si rivolgono ancora verso la regina: ella è caduta sul sofà, accostandosi alla bocca l'anello di Essex. Intanto si abbassa la tela.

ROBERTO DEVEREUX

Tuesday, April 12, 2016

LA DIDONE

LA DIDONE: ICONOGRAFIA

Speranza

Il fascino della regina di Cartagine e la sua conseguente fortuna in qualità di soggetto in vari campi artistici sono forse riconducibili essenzialmente a due motivi sostanziali: 

a) l’ambivalenza della tradizione che ne accompagna lo sviluppo diacronico e 
b) l’innegabile tragicità che permea la vicenda della Didone virgiliana.

Riguardo ad (a), almeno due sono le storie, che corrono parallelamente per un tratto, divergendo quindi bruscamente e riunendosi poi nell’esito del suicidio, ma non nelle motivazioni della tragica scelta.

Nel Libro I dell’"Eneide" di Virgilio emerge infatti l’immagine della regina fenicia, superata solo da Latino per quel che concerne la quantità d’appellativi regali.

Didone si dimostra capace di costruire una città imponente ("ingentia moenia", I, 365-366), simbolo di ricchezza e floridezza, di cui viene a porsi come attenta custode contro insidie esterne ("res dura et regni novitas me talia cogunt moliri et late finis custode tueri" I, 561).

Didone è anche in grado di ricoprire ruoli legislativi e amministrare il lavoro ("iura dabat legesque viris operumque laborem partibus aequabat iustis aut sorte trahebat", I, 507).

Una conferma di ciò è riscontrabile anche in Gaio Giulio Solino, vissuto tra il terzo e il quarto secolo dopo Cristo.

Nel suo compendio geografico Solino parla della fondazione di Cartagine, prima chiamata “Karthada”, cioè città nuova, da parte di Didone.

Secondo quanto raccontato da Strabone, inoltre, il potere cartaginese, dal momento della fondazione della capitale, si estese gradualmente su tutta l’Africa, prima di scontrarsi con l’ ultima e fatale barriera dell’esercito romano comandato da Lucio Emilio Paolo.

Esattamente come Saturno, dunque, Didone ha una funzione civilizzatrice.

Se infatti Saturno dona la legge ai popoli del Lazio ("is genus indocile ac dispersum montibus altis composuit legesque dedit latiumque vocari maluit", VIII, 321-323), Didone viene così descritta da Ilioneo.

"O regina novam cui condere Iuppiter urbem iustitiaque dedit gentis frenare superbas" (II, 522-523) 

-- è in virtù di ciò, quindi, che Didone appare come “parfaitement digne d’éloges”

Ma con il quarto libro del poema virgiliano s’afferma, in antitesi ma anche in ‘moderna’ – poiché irrisolta e contraddittoria – complementarità, l’immagine della donna capace di gettare tutto nell’oblio in nome della passione che in lei ha travolto e bruciato qualsiasi senso del dovere: la Didone, paradigmatico esempio di coraggio e 1 Cfr. P. BONO-M. V. TESSITORE, "Il mito di Didone: avventure di una regina tra secoli e culture", Milano, Mondadori.

Il lemma latino ricorre spesso nell’"Eneide", con particolare frequenza prima dell’incontro con Enea (I, 303; 389; 454; 496; 522; 594; 660; 674; 697; 717; 728; II, 3; IV, 1; 133; 283; 296; 334; 504; 586; VI, 460).

"urbem carthaginem ut cato in oratione senatoria autumat cum rex iurbas rerum in lybia potiretur Elisa mulier extruxit domo phoenix et Karthadam dixit quod Phoenicum ore exprimit civitatem novam." -- "Collectanea Rerum Memorabilium", XXVII. 10. 4 Geografia, XVII. 3. 15. 5

J.-M. POMATHIOS, "Le pouvoir politique et sa représentation dans l’Énéide de Virgile", Collection Latomus, Bruxelles, 

integrità, si trasmuta in coesiste con l’icona «dell’incostanza e dell’abbandono irriflesso al sentimento».

Un dato incontrovertibile è che la regina africana si pone, sia sotto il profilo artistico che più genericamente mitico, come personaggio dotato di una propria autonomia rispetto alla figura di Enea.

L’immagine della vedova casta, martire e suicida, solo in nome di una forte fedeltà verso il marito, sembrerà poi divenire particolarmente cara ad una certa tradizione patristica, come dimostra la parafrasi latina dell’opera di Dionigi il Periegeta, fatta da Prisciano il quale, in velata polemica con Virgilio, parla di "felix Dido."

Ma è la seconda istanza, basata sul cruciale binomio amore-morte, a godere di maggiore fortuna attraverso i secoli.

Il mito della Didone romanticamente dilaniata dall’ irrisolvibile scissione/opposizione tra regina e donna nasce e sussiste in ragione della mirabile unicità di colei che si viene a porre come autrice drammaticamente consapevole della propria auto-distruzione, ponendo così termine ad una vita caratterizzata da viaggi forzati e sventure.

Proprio a questo proposito – preferenza per le vicende tragicamente amorose della regina cartaginese – D. Allen, parlando delle relazioni vigenti tra la Didone di Marlowe e la tradizione, ha scritto, "una Arianna è sempre più seducente («fetching») di una Giuditta."

Macrobio conferma infatti che la "fabula lascivientis Didonis" fu tale da porre in secondo piano l’altra leggenda relativa alla castità della regina, preferendo che venisse celebrato "quod pectoribus humanis dulcedo fingentis infudit."

Un’altra connessione con il mondo romantico è inoltre fornita dalla natura Wanderer propria della regina.

Il nome di "∆ειδὼ" sarebbe infatti stato assegnato alla regina cartaginese proprio in virtù del suo passato errabondo. 

Seguendo le ipotesi riguardo l’etimologia del nome sviluppate già da Bochart nel XVII secolo13 e da Gesenius nel XIX, e recentemente riprese e sviluppate da Honeyman, il nome di "Didone" deriverebbe dalla radice semitica "N D D".

Questo viene anche suffragato da quanto scritto 6 Eneide, IV, 569-570.

varium et mutabile semper femina.

Quos prope tenduntur fines Carthaginis altae perpetuas Tyriis celebrat quae condita laudes qua regnans felix Dido per saecula vivit atque pudicitiam non perdit carmine ficto -- in GEOGRAPHI GRAECI MINORES (e codicibus recognovit prolegominis annotatione instruxit tabulis aeri incisis illustravit Carolus Müllerus), Hildesheim, G. Olms Verlagsbuchhandlung, II, p. 191. 

Similmente, anche nei "Fasti" (III, 597) di Ovidio si legge: 

"tunc primum Dido felix est dicta sorori"

A. SCHMITZ, "Infelix Dido: Étude esthétique et psychologique du livre IV de l’Éneide", Gemboux, Duculot.

Il concetto, già espresso da Karl Büchner, il quale parla di comportamenti "die in der blinden Selbstdurchsetzung in den Tod führen" (Publius Vergilius Maro, der Dichter der Römer, Stuttgart, Druckenmüller), è stato ripreso anche da M. RUCH in "Le destin dans l'Énéide: essence et réalité" in "Virgiliana: Recherches sur Virgile publiées par H. Bardon et R. Verdière". Leiden) e da POMATHIOS, 

Cfr. D. C. ALLEN, Marlowe’s “Dido” and the tradition, in «Essays on Shakespeare and the Elizabethan drama, ed. R. HOSLEY, Routledge&Kegan Paul, London, 

Saturnalia, V, 17, 5-6. 

S. BOCHART, Geographiae sacrae pars altera Chanaan seu De coloniis et sermone phoenicum. Cum tabulis chorographicis et duplici indice, Cadomi, typis Petri Cardonelli.

H. GENESIUS, "Scripturae linguaeque Phoeniciae monumenta quotquot supersunt edita et inedita", Lipsiae, sumptibus typisque Fr. Chr. Guil. Vogelii.

A. HONEYMAN, Varia Punica, in «The American Journal of Philology», 68.

Da Timeo di Tauromenio e riportato anche dal trattato "De mulieribus" in cui l’anonimo autore, dopo aver spiegato la provenienza della regina dalle coste libiche, parla appunto di grande peregrinazione.

"ὐπὸ τῶν Λιβύων διὰ τὴν πολλὴν αὐτῆς πλάνην ∆ειδὼ προσεγορεύθη ἐπιχωρίως"

La citazione dallo stesso autore, conosciuto a Roma già ai tempi di Catone il Censore, inizia soffermandosi sul vero nome di Didone, che Timeo chiama Elissa, in lingua fenicia, "Θειοσσώ". 

Per quel che concerne il primo, Honeyman spiega come in punico sia possibile una duplice spiegazione etimologica:

(a) ēl’iššā -- "donna divinità" 
(b) ēl’eš/’ēl ’eššā -- "nel fuoco" 

A suffragio di entrambi i significati vi è il commento di Servio al verso 36 del IV libro dell’Eneide. 

Dopo aver narrato della fuga da Iarba e del tentativo di placare i "manes mariti prioris", Didone "dopo aver costruito una pira, si gettò nel fuoco".

"ob quam rem Dido, id est virago, quae virile aliquid fecit, appellata est nam Elissa proprie dicta est."

spiega il commentatore. Riguardo il duplice uso, da parte di Virgilio, di entrambi i nomi ("Didone" ed "Elissa") si può concordare con Honeyman, secondo il quale il poeta augusteo non solo era a conoscenza, ma anche interessato a metter in evidenza il doppio significato di «wandering queen» e «faithful widow». 

Se nella tradizione pre-virgiliana la duplicità di nomi della regina sembrava indicare una profonda differenza tra due fasi della sua vita − Dido in uso nella sua città nativa, Elissa dopo la sua partenza forzata, con particolare evidenza in punto di morte e dopo questa − l’utilizzo delle due forme nel poema (R. HEINZE, "La tecnica epica di Virgilio", Bologna, Il Mulino) mostra diverse perplessità circa una derivazione diretta Timeo > Virgilio della figura di Didone. 

Il testo di Timeo, trasmesso nell’ottavo libro degli "Stratagemata" di Polieno (cfr. "Die Fragmente der griechischen Historiker" di von F. JACOBY), Leiden, Brill, Dritter Teil, Fragment 82,), è riportato interamente nell’ Appendice I. 

Il testo di Timeo è riportato in "Die Fragmente der griechischen Historiker" di von F. JACOBY, Fragment 261, 

Vissuto orientativamente tra il 350 e il 260 a. C. e nato presso l’odierna Taormina, Timeo fu autore di molte opere, tra cui "I vincitori olimpici", e le "Storie siciliane" in 38 libri, dalle origini agli anni 289/8, con un supplemento riguardo agli eventi relativi alle campagne in Italia di Pirro. 

È in quest’ultima opera che Timeo parla di Didone. 

Esiliato intorno al 315, fu ad Atene, dove si crede sia morto (cfr. G. OLIVER History and Rhetoric, in the "Cambridge Companion to the Hellenistic world", ed. by G. BUGH), Cambridge University Press). 

Su di lui, oltre che diversi giudizi poco lusinghieri di Polibio, è possibile trovare cenno nel "Trattato del Sublime" (nel quarto paragrafo, dopo aver accusato lo storico siciliano di ‘freddezza’, l’anonimo autore continua definendolo “scrittore per il resto abile e talvolta capace di grandezza letteraria: colto, dotato d’ingegno, ma tanto severo con i difetti altri quanto cieco di fronte ai propri”) e nel "De oratore" di Cicerone (II. XIV. 58): Timeo "longe eruditissimus et rerum copia et sententiarum varietate abundantissimus et ipsa compositione verborum non impolitus magnam eloquentiam ad scribendum attulit."

Cfr. A. LA PENNA, "Didone" nell'Enciclopedia Virgiliana", Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani. 

T. S. BROWN, partendo dall’affermazione che all’epoca di Augusto il testo di Timeo fosse disponibile integralmente, sottolinea la premura del "princeps" nel fornire al poeta mantovano "any books he needed as background material for the Roman epic", Timaeus and the Aeneid, in «Vergilius», P. BONO/M.  TESSITORE, con riferimento a quanto ipotizzato già da P. CINTAS ("Manuel d’archéologie punique: histoire et archéologie comparée -- chronologie des temps archaïques de Carthage et des villes phéniciennes de l’Ouest", Paris,A.-J. Picard, ), riportano l’ipotesi secondo cui quello di Didone non sarebbe da intendere tanto come nome proprio, bensì come appellativo, forma femminile di "dâwîdum", "un capo guerriero", o meglio del femminile dell’ebraico "david", "DWD". 

Una sintesi globale ed esaustiva di tutte le possibili derivazioni e connessioni etimologiche relative al nome "Didone" è compiuta da K. GEUS, "Orientalia Lovaniensia Analecta: prosopographie der literarisch bezeugten Karthager", Peeters Publishers and Departement of Oriental Studies, 

HONEYMAN, op. cit., p. 78. 

virgiliano sembra allora determinato riferito al rapporto con Enea ed metriche e grammaticali.

Dido nominativo, del vocativo e dell’accusativo all’ablativo Didone – mentre il trisillabo sembra prestarsi più agevolmente per i casi indiretti, come il genitivo. 

Un'altra spiegazione potrebbe essere però di natura meno tecnica e più ‘di colore’, essendo il riflesso di particolari sentimenti.

La va rivolto dal solo Enea alla regina. 

Se infatti modo seguente.

Il nome "Elissa" viene usato una sola volta da Enea, una sola volta passaggi in cui sono riportate le parole: 

ego te quae plurima fando enumerare vales numquam regina negabo promeritam nec me meminisse pigebit elissae dum memor ipse mei, dum spiritus hos regit artus 

come sostenuto da H. RUPPRECHT, "Ovid", in "Gymnasium", LXVI,

Come già notato da Corso Buscaroli nella sua edizione del IV libro dell’ anonima Dante Alighieri.

Più debole sembra essere l’ipotesi di una scelta determinata dalla particolarità del suono della vocale "e".

Nella recensione in "The Classical Weekly" XXVI, del lavoro di B proprio commentando l’osservazione di quest’ultimo in merito all’utilizzo dei due nomi come determinato da questioni metriche, W. KNIGHT scrive infatti:

"The explanation is surely incomplete without the recognition that the weak high vowel-tones, especially as they are reinforced, for example, in of ther own."

Cfr. A. LA PENNA, "Elissa, traditionally the Phoenician name of Dido, is used by Virgil, by herself in 4.610, and in the narrative, 5.3."

"In any of these cases is any special reason for the variation apparent."

"But it is to be observed that the name "Dido" is only used in its UNinflected form, and always as a nominative, or, which is much the same thing, as a vocative."


"It would seem, therefore, that Virgilio is unwilling to inflect the uninflected word."

J. MACKAIL, "The Aeneid", O. U. P.

Didone passaggi narrativi: occorrenze discorsi: 13 occorrenze 5 determinato, più che da sfumature semantiche, con il primo appellativo riferito al rapporto con Enea ed il secondo a quello con il defunto Sicheo, principalmente da ragioni "Dido" risulta infatti sempre utilizzato come bisillabo (nelle forme del nominativo, del vocativo e dell’accusativo) – benchè nell’unica attestazione enniana compa mentre il trisillabo sembra prestarsi più agevolmente per i casi indiretti, come il 

Un’altra spiegazione potrebbe essere però di natura meno tecnica e più ‘di colore’, essendo sentimenti.

La variante "Elissa" potrebbe suonare come affettuoso appellativo rivolto dal solo Enea alla regina. 

Se infatti l’utilizzo del nome principale può l nome "Elissa" viene usato una sola volta da Enea, una sola volta da Didone stessa e ancora in alcuni in cui sono riportate le parole o i pensieri del condottiero troiano.

enumerare vales numquam, regina, negabo se pigebit elissae iritus hos regit artus 

Come sostenuto da H. RUPPRECHT, "Dido oder Elissa: eine Vermutung über den Gebrauch dieser Namen bei Vergil und 

4, 

Come già notato da C. Buscaroli nella sua edizione del IV libro dell’Eneide (Il libro di Didone anonima Dante Alighieri,). 

Più debole sembra essere l’ipotesi di una scelta determinata dalla particolarità del : 

nella recensione in "The Classical Weekly" XXVI,  al lavoro di B proprio commentando l’osservazione di quest’ultimo in merito all’utilizzo dei due nomi come determinato da questioni metriche, W. F. J. KNIGHT scrive infatti «The explanation is surely incomplete without the recognition that the weak high ones, especially as they are reinforced, for example, in "nec me meminisse pigebit Elissae" "Elissa, traditionally the Phoenician name of Dido, is 610, and in the narrative, 5.3. 

Didone : 34 occorrenze passaggi narrativi : 21 occorrenze discorsi : 13 occorrenze , con il primo appellativo principalmente da ragioni risulta infatti sempre utilizzato come bisillabo (nelle forme del benchè nell’unica attestazione enniana compaia mentre il trisillabo sembra prestarsi più agevolmente per i casi indiretti, come il 

Un’altra spiegazione potrebbe essere però di natura meno tecnica e più ‘di colore’, essendo potrebbe suonare come affettuoso appellativo zzo del nome principale può essere sintetizzato nel Didone stessa e ancora in alcuni ("Eneide", IV, 333-336). 

Eine Vermutung über den Gebrauch dieser Namen bei Vergil und "Il libro di Didone, Milano", Società anonima Dante Alighieri). 

Più debole sembra essere l’ipotesi di una scelta determinata dalla particolarità del : nella recensione, in The Classical Weekly", vol. XXVI, al lavoro di Buscaroli, proprio commentando l’osservazione di quest’ultimo in merito all’utilizzo dei due nomi come determinato da questioni metriche, W. KNIGHT scrive infatti 

The explanation is surely incomplete without the recognition that the weak high "nec me meminisse pigebit Elissae" carry a tearful pathos. 

"Elissa", traditionally the Phoenician name of "Dido", is only used twice elsewhere in 610, and in the narrative, 5.3. 

Anche secondo quanto osservato da McDermott, dalla accorate parole di Enea è come se emergesse una dissociazione tra i due aspetti di Didone, con una chiara demarcazione tra "the angry queen and the loving Elissa".

Inoltre, alla luce della risposta di quest’ultima: 

i sequere italiam ventis, pete regna per undas spero equidem mediis si quid pia numina possunt, supplicia hausurum scopulis et nomine Dido saepe vocaturum 
-- "Eneide", IV, 381

-- nella maledizione contro un Enea che si spera in difficoltà, sembra adombrarsi il monito a non utilizzare il più familiare nome di "Elissa".  

Ancora, nella descrizione della partenza dei troiani, dopo la morte di Didone, Virgilio sembra adombrare una certa malinconia nell’animo di Enea, a causa del suo allontanamento dalla regina fenicia.

In Enea's mind, the name "Elissa" may have had a special meaning.

Here "infelicis Elissae" recalls the earlier repeated phrase "infelix Dido".

Un’analoga distinzione tra i due termini è presente anche in Ovidio: 

"iam pius Aeneas miserae rescripsit Elissae."
-- Amores, II. 18. 31.

Nelle "Heroides" d'Ovidio, il nome "Elissa" sembra custodire un particolare legame tra Didone ed il primo marito Sicheo, come dimostrano i versi: 

sichaeus sono tenui dixit Elissa, veni.
-- Heroides, VII, 102.

Ed anche lei dice di se stessa: 

"nec consumpta rogis incribar Elissa Sichaei" 
-- Heroides, VII, 193.

In tutte le altre occasioni viene invece utilizzato il lemma "Dido", che ricorre inoltre per tre volte, su un totale di sette, nei "Fasti", all’interno della narrazione di Anna, sorella della regina, che è poi anche la messaggera inviata allo sconfortato Annibale nel secondo libro dei "Punica" di Silio Italico.

È ancora Mcdermott a richiamare l’attenzione su un particolare passaggio di questo poema storico per le forti assonanze del motivo di Didone con la narrazione virgiliana, ma anche perché, in modo estremamente 

W. MCDERMOTT, "Elissa", Transactions and Proceedings of the American Philological Association" 74.

nec procul Aeneadum vacuo iam litore classis aequora nequicquam revocante petebat Elissa isa, pyram suer ingentem stans, saucia Dido mandabat Tyriis ultricia bella futuris ardentem rogum media spectabat ad unda dardanus et magnis pandebat carbasa fatis.
-- II, 420-425. 

simile a quanto avviene nell’Eneide, Didone viene impiegato al nominativo e all’accusativo, mentre Elissa al genitivo e all’ablativo.

L’ipotesi secondo cui il nome "Elissa" sarebbe più legato al sentimento d’amore per Enea sembra ricever ulteriore conferma da tre passaggi delle Silvae di Stazio.

Nel primo:

"qualem Libyae Saturnia nimbum Attulit, Iliaco dum dives Elissa marito Donatur testesque ululant per devia nymphae"
-- (III. 1, 73-75) 

– si parla della tempesta scatenata da Giunone per favorire l’unione tra Enea e Didone.

Nel secondo, questa è nominata all’interno di un paragone con Virgilio stesso: 

"regia sidoniae convivia laudat elissae qui magnum aenean laurentibus intulit arvis."
 -- IV. 2, 1-2.

Ancora, nel terzo caso, il nome di "Elissa" compare all’interno di un paragone tra Crispino e Ascanio:

"gaetulo sic pulcher equo troianaque quassan tela novercale ibat venator in agros ascanius miseramque patri flagrabat elissam."
-- V. 2. 118-120. 

Come ben sintetizza Mcdermott quindi:

"In each case, the love story was so much in the mind of Stazio, that his usage may show a hint of special meaning for the name he used."

Anche la congettura secondo cui questo trisillabo potrebbe esser più legato alla prima fase della vita di Didone sembra essere avvalorata dall’uso che ne fa Giustino nell’"Epitome delle Storie di Pompeo Trogo".

La regina, infatti, durante la narrazione relativa alla fondazione di Cartagine, viene chiamata appunto "Elissa".  

Una duplice spiegazione, quindi, o una costante alternativa tra due storie e due visioni differenti sembra sottostare anche al solo nome di "Didone"/"Elissa".

Perfino nelle avventure lessicali la figura di Didone appare segnata da una doppiezza di senso, che almeno in parte riprende la doppia immagine delle contrastanti versioni della sua storia» . 

Sebbene profondamente diversa dalla Didone virgiliana, personaggio autonomo in nessuna relazione con Enea, la figura della regina fenicia tramandata da Timeo di Tauromenio viene a porsi proprio per "Dido".

Nominativo: I, 23; 74; II, 406; 422; 765; VIII, 50; 166; XV, 746 
Accusativo: II, 122; VIII, 231. Elissa: 
Genitivo: I, 81; 98; II, 391; VII, 488; VIII, 47; 78; XIV, 573 
Ablativo: II, 421. 

A ciò si aggiunge l’uso dell’aggettivo, conio di Silio Italico, "elissaeus", come sinonimo di "punicus", utilizzato in sei occasioni (II, 23; III, 82; VI, 346; XIV, 258; XV, 521; XVI, 614). 

Nominativo: IV.5; IV.9; IV.12; V.8 
genitivo: V.2; VI.1 

P. BONO, "Una storia, molte storie: la tragedia di Didone, regina di Cartagine in «Le forme del teatro: contributi del gruppo di ricerca sulla comunicazione teatrale in Inghilterra", a cura di V. PAPETTI, IV, Roma, edizioni di storia e letteratura. 

questo come antesignana di quel paradigma di castità celebrato, secoli dopo, da Tertulliano. 

Il comune denominatore delle due angolazioni, secondo cui è stata vista e sviluppata la vicenda di Didone, è la scelta di quest’ultima di porre fine alla propria vita, gettandosi nel fuoco. 

Nella cultura punica questo gesto riveste un valore rituale, come testimonia la narrazione d'Erodoto ("Storie", VII, 167) del suicidio di Amilcare in seguito alla sconfitta di Imera (20 settembre 480 a. C.) dove Gelone e Terone riportarono una vittoria contemporanea a quella dei Greci sui Persiani a Salamina. 

Per quel che riguarda la stirpe di Didone, Virglio sembra mostrarsi alquanto parco di informazioni, a differenza di quanto fatto ad esempio per Turno. 

Giustino, nella sua silloge delle "Historiae Philippicae" di Pompeo Trogo, e Servio definiscono Didone figlia di Mutto, ma nell’"Eneide" compare come figlia di Belo, colui che prestò soccorso a Teucro, figlio di Telamone re di Salamina e fratellastro di Aiace. 

Probabilmente, vi è una discrepanza cronologica tra il Belo padre di Didone e quest’altro Belo, più antico, il quale si dovrebbe identificare sia con l’originale possessore della coppa tramandata alla regina sia con colui che viene considerato, come scritto da Silio Italico nel primo libro dei "Punica", il fondatore della stirpe di Tiro. 

A questo proposito Mackie osserva quale particolare importanza abbia, nel libro d’apertura dell'"Eneide", la definizione di Cartagine quale "egenoris urbem".

Come spiegato dallo pseudo-Apollodoro nella "Biblioteca" (II.1.4 e III.1.1), possibile fonte di Virgilio, e confermato da Servio nel commento a questo verso, Agenore – fratello gemello di Belo – giunse in Fenicia, dove sposò Telefassa, dalla quale ebbe quattro figli, Europa e tre maschi. 

Tra questi vi era Fenice, fondatore di Sidone e eponimo della stirpe fenicia. 

Da ciò si deduce che Didone dovrebbe, proprio attraverso Fenice, essere una diretta discendente di Agenore.

Quest’ultimo, Belo, Fenice e Didone sono infatti i soggetti 
delle statue che circondano un tempio in Cartagine. 

Seguendo sempre Apollodoro, si apprende poi che Belo, rimasto in Egitto, sposò Anchinoe, e dall’unione nacquero Danao e Egitto, e dal piano malvagio basato sull’unione dei figli dell’uno con le figlie del’altro, prodromo alla progettata ecatombe coniugale, solo Ipermestra risparmiò il marito. 

La linea genealogica continua con Abas, figlio di Linceo e Acrisio, figlio di Abas.

Da Acrisio.


D. L. GERA, "Warrior Women: The Anonymous Tractatus "De Mulieribus"", Leiden, E.J. Brill Publishers.

"ἰδὼν δὲ τροπὴν τῶν ἑωυτοῦ γινοµένην ὡς ἔτυχε ἐπισπένδων τοῖσι ἱροῖσι ὦσε ἑωυτὸν ἐς τὸ πῦρ."

Secondo quanto notato, anche sulla scorta di V. BUCHHEIT, "Vergil über die Sendung Roms: untersuchungen zum Bellum Punicum und zur Aeneis" Heidelberg, Winter, da 

C. MACKIE, "Note on Dido’s Ancestry in the “Aeneid", "The Classical Journal", vol. 88. 

SERVIO, "Commentarius ad Aeneidem".

"genitor Belus"
-- I, 621. 40 Ivi, 619-621. 41 Ivi, 729-730. 

"Λιβύης δὲ καὶ Ποσειδῶνος γίνονται παῖδες δίδυµοι Ἀγήνωρ καὶ Βῆλος δύο Λιβύη ἐγέννησε παῖδας ἐκ Ποσειδῶνος Βῆλον καὶ Ἀγήνορα Βῆλος µὲν οὖν βασιλεύων Αἰγυπτίων τοὺς προειρηµένους ἐγέννησεν, Ἀγήνωρ δὲ παραγενόµενος εἰς τὴν Φοινίκην γαµεῖ Τηλέφασσαν καὶ τεκνοῖ θυγατέρα µὲν Εὐρώπην, παῖδας δὲ Κάδµον καὶ Φοίνικα καὶ Κίλικα. τινὲς δὲ Εὐρώπην οὐκ Ἀγήνορος ἀλλὰ Φοίνικος λέγουσι."

S. ITALICO, Punica, I, 87-90. 

-- nacque Danae la quale, espulsa dal padre, arrivò in Italia e sposò Pilumno, «quartus pater» di Turno, e quindi discendente di Belo. 

Simili discendenze genealogiche, pur con inevitabili lacune interne, sono volte a dimostrare come nel quadro dell’Eneide, seppur "from different strands", Didone e Turno appartengano allo stesso ceppo.

La prima mediante Agenore e il secondo attraverso Belo. 


Di conseguenza, se le connessioni tra le figure argive di Inaco e Io e Turno sono esplicitamente citate da Virgilio, anche Didone risulta legata con Argo. 

E come Enea ha una seppur remota connessione etrusca, attraverso Dardano, ed è anche legato con Evandro, così Turno, il suo principale nemico su suolo italico, è consanguineo della cartaginese Didone. 

Nella contrapposizione tra i due mondi, romano e cartaginese, si può quindi vedere allora, mutatis mutandis, una riproposizione attualizzata dell’archetipica guerra tra Argo e Troia, base dei poemi omerici. 

Riguardo la genesi e la definizione della mitica figura di Elissa, un’altra duplice considerazione è da farsi circa le connessioni che questa presenta con varie divinità femminili medio-orientali (principalmente Tanit ed Astarte) e, a questa collegata, l’idea di “Oriente” che nell’immaginario romano viene elaborata. 

Le connessioni con la località di Belo, la chiara derivazione del nome usato da Timeo dall’aggettivo "θεῖος", la scelta di morire alla maniera di Eracle, gettatosi nel fuoco distrutto dal dolore causato dal tradimento di Deianira, sono tutti elementi che possono ben dimostrare la natura divina di Didone, della quale Ctesia di Cnido, storico del V secolo a. C. e probabile fonte di Timeo, potrebbe esser stato il primo autore di quella "Euhemeristic trasference" su cui già si soffermarono Pease e Kowalski. 

La radicale innovazione virgiliana è proprio nell’umanizzazione, come sembra dimostrare l’incontro nel regno delle ombre, del personaggio della regina cartaginese, anche, o forse soprattutto, attraverso l’esperienza della sofferenza e del suicidio. 

Morte simile a quella di Didone è inoltre quella della dantesca imperadrice di molte favelle Semiramide, a sua volta già da Frazer 

Eneide, X, 619. 

A proposito di questa genealogia, si parla di «very distant connection, but nonetheless a connection worth noting». 

Eneide, VII, 371-372: 

"et Turno si prima domus repetatur origo inachus Acrisiusque patres mediaeque Mycaenae"
-- 48 Ivi, III, v. 167-168: 

"Dardanu genus a quo principe nostrum"
-- Ivi, VIII, 127-151. 50 Eneide, I, 621. 

Già A. S. PEASE, nella sua introduzione a "Publii Vergilii Maronis Aeneidos Liber Quartus", Harvard University Press, Cambridge, accogliendo le suggestioni di G. KOWALSKI ("De Didone greca et latina", Polka Akademja Umiejetnosci, Rozprawy Wydzialu Filologicznego, LXIII, Kraków), rilevò le connessioni possibili tra questa località e la divinità orientale "Baal"/"Bel", corrispondente a "Helios", il cui culto a sua volta s’innesta nel mitraismo. 

Considerata anche la chiusa ("αὑτὴν εἰς τὴν πυρὰν ἔρριψεν") del frammento di Timeo, un’altra possibile connessione etimologica del nome grecizzato di "Theiosso" potrebbe trovarsi con un altro significato del verbo "θειόω", o meglio "θεειόω" nella versione epica, attestato in Omero ("Odissea", XXII, 482; XXIII, 50) che è quello di “purificare”, molto probabilmente con zolfo.

Il verbo è infatti riferito ad Ulisse che pulisce il salone dopo la strage dei Proci, secondo quanto narrato dalla nutrice Euriclea. 

L’atto estremo del suicidio di Didone verrebbe quindi a porsi come catarsi della passione amorosa. 

Cfr. A. PEASE, Inferno, V, 54. 54 J. G. FRAZER, "The golden gough: a study in magic and religion", London, Macmillan Press, considerata come un’incarnazione di Astarte. 

In considerazione quindi delle connessioni vigenti proprio tra quest’ultima divinità e la figura della regina fenicia, ed anche alla luce dei rapporti di natura commerciale che legavano Sicilia e sponde africane, il contatto tra le figure di Enea e Didone era praticamente inevitabile.

Facile poi dedurre che, in occasione dei conflitti romano-cartaginesi, la leggenda sia stata adattata e cambiata per giustificare e motivare un odio antico, atavico ed irrisolvibile tra i due popoli. 

A questo proposito, sintomatico è il verso 13 del Libro I dell’"Eneide" ("Karthago Italiam contra Tiberinaque longe") in cui già affiora il senso di contrapposizione, non solo geografica, tra i due mondi. 

Tenute presenti le relazioni tra la figura di Didone e la sfera religiosa, riguardo l’affermarsi di un’idea negativa intorno ai culti orientali, è sintomatica la testimonianza agostiniana presente nel "De civitate Dei" dove, nel quarto paragrafo ("inhonesta deae Caelesti mysteria Carthagine celebrantur") del II libro, AGUSTINO accenna a «ludis turpissimis» dedicati «caelesti virgini et berecynthiae matri omnium». 

Inoltre Valerio Massimo, parlando di un santuario dedicato al culto di Venere, corrispondente ad Astarte, presso Sicca, centro fenicio più interno rispetto a Cartagine, dopo aver elogiato la fedeltà delle spose indiane, e volendo biasimare il comportamento delle donne puniche, racconta del meretricio delle matronae, le quali "dotis corporis iniuria contrahebant, honesta nimirum tam inhonesto vinculo coniugia iuncturae" (II, 6, 14-15). 

L’"Eneide", ma non solo, si presenta quindi come un passaggio cruciale per la determinazione di Oriente come “altro”, i cui prodromi sono peraltro già ravvisabili nei "Persiani" di Eschilo.

Nelle imprecazioni del coro informato della disfatta di Salamina, in cui Serse è indicato come responsabile, «l’Asia parla per bocca dell’immaginazione europea e l’Europa è raffigurata come vincitrice dell’Asia, mondo ostile e “altro” al li là del mare». 

In particolare però il poema virgiliano – e in questo Didone ha un peso fondamentale – è il primo testo poetico che, in linea di coerenza con l’immagine di opposizione dei due ‘blocchi’, occidentale e orientale, attua la contrapposizione tra “’i popoli dell’Aurora’” e “l’Egitto e tutti i poteri dell’Est”. 

Didone si trova allora ad esser inserita in un contesto lontano e quasi geneticamente ostile ai principi su cui si basa l’Occidente, di cui si viene a porre come «contropolo dialettico l’Oriente istintivo e carnale regno affascinante e crudele dell’Eros che si accompagna alla morte».Lo scontro tra diverse Weltanschauungen è anche sinonimo di sessista antinomia tra uomo e donna, ma soprattutto, in ottica augustea, è richiamo alla virilità romana in vittoriosa opposizione alle malie egiziane. Non a caso il 2 settembre del 31 a. C. Ottaviano aveva sconfitto, dando un’epocale svolta alla storia di Roma, la flotta di Antonio e Cleopatra. Tra Didone e quest’ultima sono riscontrabili alcune significative analogie60, e le connessioni potrebbero risultare ancor più cogenti se il lasso di tempo tra la morte di quest’ultima e l’inizio della Cfr. già E. STAMPINI in Studi di letteratura e filologia latina, Torino, Fratelli Bocca Editori. ESCHILO, I Persiani, 550-553, Ξέρξης µὲν ἄ γαγεν, ποποῖ, / Ξέρξης δ’ ἀπώλωσεν,τοτοῖ, / Ξέρξης δὲ πάντ’ ἐπέσπε δυσφρόνως / βαρίδεσσι ποντίαις. E. W. SAID, Orientalismo, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, p. 60. 58 R. SCHWAB, La Renaissance orientale, Paris, Payot, P. BONO-M.V. TESSITORE, op. cit., p. 29. 60 Nonostante su quest’accostamento Mario Pani, alla ‘voce’ Cleopatra («Enciclopedia virgiliana») si dimostri alquanto scettico, sostenendo che «La descrizione dello scudo di Enea è l’unico luogo in cui Cleopatra, pur non citata, compaia esplicitamente. Si è cercato dunque di vedere se Virgilio intendesse ricordare allegoricamente 11 composizione del poema epico virgiliano dovesse essere particolarmente ridotto; inoltre, dal commento di Servio (IV, 323)61, è possibile stabilire che il IV libro dell’Eneide fu uno dei primi ad esser scritti. Cleopatra e Didone godono entrambe, in maniera ufficiale e riconosciuta, dello status di regina, e vengono descritte come donne dotate di straordinaria bellezza: alla pucherrima Dido sembra quasi corrispondere la regina d’Egitto, che περικαλλεστάτη γυναικῶν ἐγένετο63; sia l’una che l’altra, inoltre sono state, a causa della violenza di un fratello64, costrette a rifugiarsi in una località diversa da quella di nascita. Le similitudini tra le parabole delle due donne riguardano anche il comune ammaliamento di un personaggio della storia troiano-romana65, benché, nel caso di Cleopatra, il fascino femminile abbia colpito sia Cesare che Antonio, oltre lo stesso Ottaviano: con specifico riferimento a Cesare, che nel De bello civile sembra quasi fornire a questo proposito una giustificazione («necessario etesiis tenebatur»), già Nettleship aveva infatti scritto: «as Cesar was half-won by Cleopatra, Aeneas is halfwon by Dido». Ancora, entrambe trattengono per un intero inverno le loro prede68 dimentiche dei loro “più alti compiti” e colpevoli di comportamenti assolutamente scandalosi, secondo l’ottica romana e senatoria. Se infatti, nel caso di Enea, la Fama, malum qua non aliud velocius ullum, raggiunge i grandi centri della Libia, volando di notte tra il cielo e la terra, senza alcuna preoccupazione della veridicità delle notizie che porta (tam facti pravique tenax quam nuntia veri), rendendo così palese l’unione tra il duce troiano e la regina cartaginese, additati come regnorum immemores turpique cupidine captos, per quel che concerne Antonio, forte è l’indignazione causata dalla sua scelta d’essere cremato ad Alessandria, come perenne pegno d’amore (e sudditanza) nei confronti della corruttrice orientale. Nell’ottavo libro del poema virgiliano, inoltre, nella celebrazione della vittoria di Augustus Caesar – accompagnato “dal popolo, dai Penati e dai Grandi Dei” – su Antonio, circondato da ope barbarica variisque armis: sequiturque nefas Aegyptia coniunx72, viene posta in rilievo, mediante posizione Cleopatra dietro l’immagine di qualcuna delle sue protagoniste. L’identificazione con Didone […] pare però poco convincente: non potrebbe reggere l’inevitabile parallelo Enea/Antonio». 61 «nam recitavit primum libros tertium et quartum». 62 Eneide, IV, 60. 63 C. DIONE, Storia Romana, XLII, 34, 4. 64 Pigmalione nel caso di Didone, Tolomeo Aulete in quello di Cleopatra. 65 Cfr. A. S. PEASE, op. cit., p. 25. 66 III, 107, 1. 67 H. NETTLESHIP, Suggestions introductory to a study of the Aeneid, Harvard, The Clarendon Press, Cfr. A. S. PEASE, op. cit., p. 25. 69 Mercurio (Eneide, IV, 267-272) scuote Enea dicendogli “A cosa pensi? Quale speranza hai in terra libica, da trascorrere oziosamente il tuo tempo? Se una così grande gloria d’impresa non ti incendia il cuore, pensa almeno ad Ascanio che si fa sempre più grande, alle speranze riposte in Giulo, al quale si deve il regno d’Italia e la terra romana”; Cassio Dione (Storia romana, XLVIII, 24, 2) scrive: “Nel frattempo egli [Antonio] giaceva in amore con Cleopatra, e da quando l’aveva vista in Cilicia sembrava aver dimenticato l’onore, ma al contrario era divenuto schiavo della donna egiziana e consacrava tutto il tempo alla sua passione per lei”. 70 Eneide, IV, 173-197. 71 C. DIONE, op. cit., L, 4, 1.A questo specifico riguardo, anche il capitolo 58 della Vita di Antonio plutarchea è interamente dedicato alla descrizione del deplorevole comportamento di Antonio, con particolare enfasi (paragrafo 6) alle reazioni indignate, da parte del senato, allorquando Cesare dà lettura del testamento di Antonio. 72 VIII, 678-688. 12 centrale nell’esametro, la “vergogna” del compagno di Cleopatra, «à la fois terrible et pitoyable»73, il cui pericoloso potere è rappresentato dal “sistro dei padri” e dai “due serpenti”74 che le daranno in seguito morte subitana et atra75. Questa, nel furore del sangue (inter caedes) viene raffigurata come pallentem morte futura76, e tale icastica espressione appare come una precisa e voluta citazione interna del pallida morte futura adoperato proprio per Didone77. A simboleggiare l’improponibile sfarzo tentatore dell’Oriente, Cleopatra viene ancora descritta, nel conclusivo libro della Farsalia, “smodatamente truccata nella sua bellezza nociva”: catalogata quasi come sgualdrina, ella appare quasi oberata dal proprio abbigliamento, plena maris rubri spoliis colloque comisque / divitias Cleopatra gerit cultuque laborat78. Analoga, seppur più edulcorata «condanna implicita» traspare dalle parole virgiliane, allorquando il poeta mantovano descrive quello cui assiste Enea, appena introdotto nella reggia di Didone: il luxus della regina fenicia risplende nella sale preposte al convito, arte laboratae vestes ostroque superbo, / ingens argentum mensis caelataque in auro / fortia facta patrum […]79 . Dante, puntando l’attenzione sulla lussuria di Semiramide di cui si legge / che succedette a Nino e fu sua sposa, lussuria che l’indusse a fare di libito […] licito in sua legge80, si muove in modo analogo, specie alla luce della fonte principale del passo, Paolo Orosio, in cui, della regina assira, viene dato un quadro a tinte estremamente fosche: «libidine hardens, sanguinem sitiens, inter incessabilia stupra et homicidia, quum omnes quos regiae arcessitos, meretricis habitu, concubitu, oblectasset, occideret, tandem filio flagitiose concepto, impie exposito, inceste cognito, privatam ignominiam publico scelere obtexit»81 . A distanza di secoli, e in tutt’altro contesto, la Didone abbandonata anima anche il personaggio di Cleopatra di All for love: or the World well lost di John Dryden, la cui prima rappresentazione risale al 1677: un ventennio più tardi quest’ultimo ultimerà inoltre la traduzione del poema virgiliano: seguendo l’assunto secondo cui «l’eros è una forza distruttiva quando non viene assecondato», Valentina Prosperi, in diretto riferimento all’opera del poeta e drammaturgo inglese, conclude infatti che «è Cleopatra, che muore per amore, la vera erede di Didone»82 . 73 POMATHIOS, cit., p. 30. 74 VIII, 696-697. 75 Paradiso, VI, 78. 76 Eneide, VIII, 709. 77 Ivi, IV, 644. 78 X, 137 e 139-140. 79 I, 639-641. 80 Inferno, V, 57 e 59. 81 P. OROSIO, Historiae adversus paganos, I, 4, 8. 82 V. PROSPERI, Cleopatra in veste di Didone, in «Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici», n° 46, 2001, p. 139. Judith Slogan ravvisa invece un primo modello di Didone, in particolare il IV libro dell’Enedie, già nella tragicommedia d’esordio del poeta anglosassone, Secret Love, or the Maiden Queen, del 1667: «the queen […] is partly based on Dido rejected by her ‘false Aeneas’ (Dryden: the poetics of translation, Toronto University Press, 1985, p. 132. Ma come giustamente rimarca Prosperi (op. cit., p. 138), salvo il comune denominatore della storia d’amore, conclusa peraltro, in Secret Love, in modo assolutamente differente rispetto a All for love, con lieto fine e predisposizione alla successione del trono a favore della rivale, nessun elemento potrebbe ricondurre all’archetipo virgiliano. 13 §2 I legami con la poesia ellenistica e la tragedia greca « Grido e brucia il mio cuore senza pace Da quando più non sono Se non cosa in rovina e abbandonata »83 1. Con specifico riferimento al IV libro dell’Eneide, Servio scrive: «Apollonius Argonautica scripsit ubi inducit amantem Medeam; inde totus hic liber translatus est, de tertio Apollonii»84 e, seppur con una leggera differenza, Macrobio conferma: «adeo ut de Argonauticorum quarto, quorum scriptor est Apollonius, librum Aeneidos suae quartum totum paene formaverit, ad Didonem vel Aenean amatoriam incontinentiam Medeae circa Iasonem transferendo»85. Sempre riguardo al caso di Didone, inoltre, già Vincenzo Monti scriveva nella terza Lezione d’eloquenza dedicata a Virgilio: «L’amore vi è dipinto dal principio al fine in tutte le forme più terribile di cui sia capace questa fiera passione. Né qui Virgilio è stato aiutato punto da Omero. Egli ha seguito piuttosto Apollonio Rodio, e non mancherà chi dica che gli amori di Didone sono una pura copia di quelli di Medea. […] chiunque faccia ben mente che la passione di Medea, dopo di aver sacrificato il padre all’amante, va a terminare nel fratricidio, e quella di Didone con l’uccisione di se medesima, inorridirà della prima e versarà lacrime sulla seconda; e allora io m’appello al giudizio del cuore per decidere della preminenza fra Apollonio e Virgilio»86 . Partendo dall’evidenza che Apollonio Rodio è un riferimento fondamentale per le similitudini virgiliane87, diversi sono stati gli studi, più o meno recenti88, che hanno mirato ad approfondire le suggestioni poetiche appena citate. Come ben illustrato da Richard Hunter alla luce di un’analisi bibliografica inerente i legami tra i due autori, il raffronto deve esser condotto sulla base di «necessary stages of criticism, particolarly when we are concerned in general with a poetic and rhetorical culture which placed heavy emphasis on creative mimesis/imitatio of one’s predecessors, and, in particular, with two poems in which allusion is so obviously an important contructor of meaning; both epics have a clear ‘historical self-consciousness’ expressed through allusion’»89 . 83 G. UNGARETTI, Cori descrittivi di stati d'animo di Didone, III, 9-11. 84 Ad Eneidem, IV, 1. 85 MACROBIO, Saturnalia, V, 17, 4. 86 In V. MONTI, Prose e poesie di Vincenzo Monti nuovamente ordinate , accresciute di scritti inediti, Firenze, Le Monnier, 1847, volume IV, p. 89. 87 Molto probabilmente Virgilio poteva disporre sia dell’originale versione greca che di quella latina, ad opera di Varrone Atacino. 88 In particolare, R. M. HENRY, Medea and Dido in «Classical Review», XLIV, 3 (July), 1930, p. 97-108, D. H. ABEL, Medea in Dido, in «Classical Bulletin», XXXXIV, 5 (March), 1958, p. 51-53, 56, B. OTIS, Virgil. A Study in Civilized Poetry, Oxford, Clarendon Press, 1964, R. RIECKS, Die Gleichnisse Vergils, in «Aufstieg und Niedergang der Römischen Welt», 1981, II, 31, 2, p. 1044-1048 e W. W. BRIGGS, Virgil and the Hellenistic Epic, in «Aufstieg und Niedergang der Römischen Welt», op. cit., p. 948-984. 89 R. HUNTER, The Argonautica of Apollonius, Cambridge University Press, 1993, cfr. in particolare il capitolo Argonautica and Aeneid, pp. 170 e passim. 14 Come già fatto90, è necessario porre l’attenzione sulla diversa natura dei rapporti vigenti tra Virgilio rispetto al modello omerico e al testo di Apollonio, dove se nel primo caso si può parlare di aemulatio, nel secondo si è più vicini ad un ‘sentire’ poetico di genere ellenistico e neoterico91 . Una prima distinzione da fare, inoltre, risiede nei differenti presupposti su cui poggiano le opere di Apollonio e Virgilio: il primo, infatti, non intende fornire precetti di carattere morale, a differenza del secondo il cui fine, aldilà della celebrazione dei fasti augustei, è quello di ribadire la indiscutibile superiorità del fatum sia sul regno degli uomini che sul quello degli dei. Inoltre, la storia d’amore in Apollonio prevede un finale lieto, che consiste nell’unione matrimoniale tra Giasone e Medea: non preso in considerazione dall’autore, che pure ne era a conoscenza, il finale tragico già trattato da Euripide. È comunque indubbio che dalle Argonautiche Virgilio possa aver desunto l’idea di dare ad una storia d’amore un ruolo centrale nell’economia del poema, con significato ben diverso dalle storie sentimentali – Menelao ed Elena / Ulisse e Penelope – presenti nei poemi omerici. Per primo, Apollonio diede sì grande importanza ad un episodio d’amore – benchè non direttamente afferente al tema principale dell’opera – e questo Virgilio lo tenne sicuramente ben presente. Ma il rapporto tra i due autori, e in particolare le relazioni vigenti tra le due figure femminili di Medea e Didone, vanno analizzati sotto una triplice prospettiva: poetica, fraseologico/semantica e caratteriale. Solo mediante l’incrocio di queste tre prospettive le analogie e le differenze tra i due casi emergono in tutta la loro pregnanza. Per quel che concerne il primo livello, mentre l’autore greco opta per una narrazione frammentata92, dove l’immagine di Medea s’alterna con quelle delle azioni di Giasone, articolando così lo svolgimento, volutamente discontinuo, del plot secondo una duplice direttiva, il poeta latino frappone, tra il primo e il quarto, ben due libri che servono “ad aumentare la simpatia sia del lettore che di Didone nei confronti della situazione di Enea”93. Se inoltre Apollonio giustappone segmenti episodici, sino all’incontro finale dei due amanti, Virgilio costruisce una climax mediante il susseguirsi di quattro incontri tra il Troiano e la regina fenicia o la sorella Anna. Per quanto riguarda il secondo livello, con particolare riferimento a due importanti similitudini, i poemi omerici sembrano esser stati comune fonte d’ispirazione. La similitudine94 con le api, infatti è già presente nel secondo libro dell’Iliade e da qui, forse mediante Apollonio, passa nell’Eneide: ἠΰτε ἔθνεα εἶσι µελισσάων ἁδινάων πέτρης ἐκ γλαφυρῆς αἰεὶ νέον ἐρχοµενάων, βοτρυδὸν δὲ πέτονται ἐπ᾽ ἄνθεσιν εἰαρινοῖσιν: αἳ µέν τ᾽ ἔνθα ἅλις πεποτήαται, αἳ δέ τε ἔνθα: ὣς τῶν ἔθνεα πολλὰ νεῶν ἄπο καὶ κλισιάων ἠϊόνος προπάροιθε βαθείης ἐστιχόωντο 90 M. HÜGI, Vergils Aeneis und die hellenistische Dichtung, Bern und Stuttgart, Haupt, 1952. 91 Cfr. R. HUNTER, cit., p. 172. 92 Articolata in quattro blocchi, come evidenziato da Briggs (op. cit., p. 961). 93 Ibidem. 94 A proposito della costruzione delle similitudini da parte di Virgilio nell’Eneide è importante ricordare, con specifico riferimento a tutti quei casi in cui Didone è protagonista, quanto scritto da V. PÖSCHL (Die Dichtkunst Virgils. Bild und Symbol in der Äneis, Rohrer, Wiesbaden, 1977, p. 140), circa la natura di questi procedimenti, quasi sempre basati non su azioni “esteriori”, ma sostanziate da un movimento interiore («inner»). 15 ἰλαδὸν εἰς ἀγορήν: […] (Iliade, II, 87-93) ὡς δ᾽ ὅτε λείρια καλὰ περιβροµέουσι µέλισσαι πέτρης ἐκχύµεναι σιµβληίδος, ἀµφὶ δὲ λειµὼν ἑρσήεις γάνυται, ταὶ δὲ γλυκὺν ἄλλοτε ἄλλον καρπὸν ἀµέργουσιν πεποτηµέναι […] (Argonautiche, I, 879-882) Qualis apes aestate nova per florae rura exercet sub sole labor, cum gentis adultos educunt fetus, aut cum liquentia mella stipant et dulci distendunt nectare cellas aut onera accipiunt venientum, aut agmine facto ignavom focus pecus a praesaepibus arcent; (Eneide, I, 430-436). Nonostante il comune denominatore delle api, diverso è lo spirito che anima il poeta ellenistico e quello mantovano: il primo infatti, descrivendo la scena d’addio tra Giasone e Issipile, pone in risalto – con pregnante allusione – il lato erotico del rapporto, parlando di “frutto dolcissimo”, mentre il secondo, anche alla luce del passo delle Georgiche (IV, 156-169) in cui vi è un’altra similitudine basata sugli stessi insetti, vuole sottolinearne la industriosità e il loro stile di vita comunitario. E alla luce di ciò, il paragone con i Cartaginesi, intenti ad edificare una nuova città, risulta particolarmente calzante: se ne deduce, inoltre, il ruolo di superiorità – implicitamente ribadito dalla ripetizione dell’appellativo regina – di Didone. Ancora, come notato da John Grant95, l’ape, come la cerva, è associata con Artemide in molti luoghi, e particolarmente ad Efeso, dove i sacerdoti sono chiamati ἐσσῆνες, termine che secondo l’Etymologicum Magnum è da connettersi direttamente al nome dell’ape regina 96 . Analogamente, e con specifico riferimento a questa dea, proprio le similitudini con Diana (per quel che riguarda Didone) ed Artemide (per quanto concerne Medea), il precedente è da ravvisarsi nel passo del VI libro dell’Odissea, dove, narrando dell’arrivo di Ulisse presso i Feaci, Nausicaa97 viene paragonata ad Artemide ‘urlatrice’, cioè che solleva il grido di caccia: οἵη δ᾽ Ἄρτεµις εἶσι κατ᾽ οὔρεα ἰοχέαιρα, ἢ κατὰ Τηΰγετον περιµήκετον ἢ Ἐρύµανθον, τερποµένη κάπροισι καὶ ὠκείῃς ἐλάφοισι: τῇ δέ θ᾽ ἅµα νύµφαι, κοῦραι ∆ιὸς αἰγιόχοιο, 95 J. N. GRANT, Dido melissa, in «Phoenix», vol. 23, 1969, n°4, p. 389. 96 Ivi, p. 390. 97 Parlando di Didone, con riferimento sia alla figlia di Alcinoo che a Medea, P. A. PEROTTI (in Il libro di Didone: una tragedia nell’ “Eneide”, in «Prometheus», anno XVI, 1990, fasc. 3, p. 238) scrive: «mentre l’episodio omerico dell’amore di Nausicaa per Odisseo ha una straordinaria delicatezza, ossia il sentimento della fanciulla feace è appena accennato, e si limita al sogno d’amore, all’irrealizzato turbamento di un’adolescente, l’amore di Medea per Giasone è invece una passione tanto più violenta in quanto suscitata in lei da un dardo di Eros, analogamente al veleno instillato da Cupido in Didone (Eneide, I, 720 sgg)». 16 ἀγρονόµοι παίζουσι, γέγηθε δέ τε φρένα Λητώ: πασάων δ᾽ ὑπὲρ ἥ γε κάρη ἔχει ἠδὲ µέτωπα, ῥεῖά τ᾽ ἀριγνώτη πέλεται, καλαὶ δέ τε πᾶσαι: ὣς ἥ γ᾽ ἀµφιπόλοισι µετέπρεπε παρθένος ἀδµής. (Odissea, VI, 102-109) οἵη δὲ λιαροῖσιν ἐφ᾽ ὕδασι Παρθενίοιο, ἠὲ καὶ Ἀµνισοῖο λοεσσαµένη ποταµοῖο χρυσείοις Λητωὶς ἐφ᾽ ἅρµασιν ἑστηυῖα ὠκείαις κεµάδεσσι διεξελάσῃσι κολώνας, τηλόθεν ἀντιόωσα πολυκνίσου ἑκατόµβης: τῇ δ᾽ ἅµα νύµφαι ἕπονται ἀµορβάδες, αἱ µὲν ἐπ᾽ αὐτῆς ἀγρόµεναι πηγῆς Ἀµνισίδος, ἂν δὲ δὴ ἄλλαι ἄλσεα καὶ σκοπιὰς πολυπίδακας: ἀµφὶ δὲ θῆρες κνυζηθµῷ σαίνουσιν ὑποτροµέοντες ἰοῦσαν: ὧς αἵγ᾽ ἐσσεύοντο δι᾽ ἄστεος: ἀµφὶ δὲ λαοὶ εἶκον, ἀλευάµενοι βασιληίδος ὄµµατα κούρης. (Argonautiche, III, 876-886) Qualis in Eurotae ripis aut per iuga Cynthi exercet Diana choros, quam mille secutae hinc atque hinc glomerantur Oreades; illa pharetram fert umero gradiensque deas supereminet omnis (Latonae tacitum pertemptant gaudia pectus): talis erat Dido, talem se laeta ferebat per medios instans operi regnisque futuris. Tum foribus divae, media testudine templi, saepta armis solioque alte subnixa resedit. (Eneide, I, 498-507). La similitudine, aldilà dell’omaggio ad Omero, è volta non solo a servire da semplice commento circa la bellezza della regina cartaginese: essa mira anche a stabilire la differenza tra Didone e la figlia di Alcinoo, dal momento che quest’ultima è ancora ignara del mondo dell’amore, mentre la prima ha già amato Sicheo, e solo in un secondo momento ha scelto la castità98. Il proposito di fornire, partendo da una stessa base poetica – la similitudine con Artemide/Diana – un diverso ritratto psicologico di Didone rispetto all’archetipo omerico, risulta quindi evidente dallo scarto presente tra la semplice ed innocente bellezza di Nausicaa e la “animata e fiduciosa” autorità propria di Didone99. È comunque anche vero che l’immagine complessiva che di questa viene fuori è quella di una donna non solo capace d’esercitare la propria autorità nell’edificazione di uno stato o nel campo legislativo, ma anche – 98 M. K. THORNTON, in The Adaptation of Homer’s Artemis-Nausicaa Simile in the Aeneid («Latomus. Revue d’études latines», XLIV, 3, juillet-septembre, 1985, p. 616 e passim) stabilisce la sostanziale differenza tra i due passi mediante l’associazione di Didone alla sfera di Venere, mentre «Nausicaa, with a chaste, slight sexual interest belongs in the realm of Artemis». 99 Cfr. R. G. AUSTIN, P. Virgilii Maronis Aeneidos Liber Primus, Oxford, Clarendon Press, 1955, p. 167. 17 forse, soprattutto – nella gestione delle proprie emozioni. Se inoltre l’incontro tra la giovane Nausicaa e Ulisse ha un solo – breve e privo di reali conseguenze – momento d’accensione sensuale, ben diverso è il funesto esito della passione – appartenente di sicuro alla sfera di Venere – che sboccia tra la regina fenicia ed Enea100. D’altronde un sottile ma importante legame con l’Odissea sta proprio nel retaggio erotico di Circe che risulta stratificato in Didone101. Nella seconda sembrano inoltre sopravvivere tratti stregoneschi propri della prima, come dimostrano i versi che mettono al corrente la «adgressa soror» Anna delle cognizioni di magia della maga conosciuta in terra etiope: Inveni, germana, viam (gratare sorori), […] Oceani finem iuxta solemque cadentem Ultimus Aethiopium locus est, ubi maximus Atlans Axem umero torquet stellis ardentibus aptum; Hinc mihi Massylae gentis monstrata sacerdos, Hesperidum templi custos, epulasque draconi Quae dabat et sacros servabat in arbore ramos, spargens umida mella soporiferumque papaver. (Eneide, IV, 479-486), come anche, all’interno dell’estrema invocazione al Sole: nocturnisque Recate triviis ululata per urbes et Dirae ultrice set di morientis Elissae, (Eneide, IV, 609-610). Ma la Didone di Vigilio ha radici e connessioni, seppur indirette e perse nella leggenda, più stringenti con il contesto storico rispetto alla Circe omerica, avendo la relazione d’amore con il condottiero troiano una diretta attinenza al destino e al futuro di due popoli: così, «Virgil’s hero, moving toward a divinely preordained goal among reges et proelia […] is less free than Homer’s to explore Circean delights»102 . 100 L’Odissea gioca ancora un ruolo fondamentale in due casi: il canto di Demodoco, nell’ottavo libro, si pone infatti come riferimento di quelli di Orfeo, che calma la disputa tra Idmone e Ida nel primo libro delle Argonautiche (v. 494-515) e di Iopa, nel primo libro dell’Eneide (v. 740-746). L’erba magica (“molu”) procurata da Circe nel decimo libro, assomiglia agli ingredienti del filtro preparato da Medea (III, v. 851-859), ma anche al ‘nigrus venenus’ utilizzato da Didone nel quarto libro. Come giustamente notato da Hunter, il primo libro del poema virgiliano si caratterizza per un esordio di tipo omerico e un epilogo che rimanda ad Apollonio, «thus marking out the round over which Virgil’s epic will be written» (cit. p. 177). Un implicito legame tra i testi di Apollonio e Virgilio sembra esser costituito inoltre dall’indiretto richiamo ad Orfeo, che – a rinforzo dell’infelix posto ad inizio di verso – già preannuncia il senso di separazione: “rappresentando Enea e Didone due mondi, questa è veramente una separazione, che un giorno porterà alla creazione di un nuovo ordine romano”(ibidem). 101 «Gods and men cannot intermingle as easily in the Aeneid as they could in the Odissey, and Vergil’s divinities are on a loftier plane and are more remote than Homer’s», C. SEGAL, Circean temptations: Homer, Virgil, Ovid, in «Transactions and Proceedings of the American Philological Association», vol. 99, 1968, p. 429. 102 Ivi, p. 430. 18 Per quanto riguarda l’aspetto fraseologico e semantico, molti sono i tratti di tangenza. In primo luogo, la risposta da parte di Didone dopo il discorso di Ilioneo, pronunciata voltum demissa (I, 561), sembra avere un importante antecedente sia nell’imbarazzo di Issipile di fronte a Giasone ([…] ἡ δ᾽ ἐγκλιδὸν ὄσσε βαλοῦσα / παρθενικὰς ἐρύθηνε παρηίδας: […]103) sia, più avanti, nell’emozionato silenzio di Medea ([…] ἡ δ᾽ ἐγκλιδὸν ὄσσε βαλοῦσα104) di fronte allo stesso personaggio. Entrambe le donne, dopo aver ricevuto visita da Eros/Cupido inviato da Afrodite/Venere, sentono il fuoco della passione (Medea: […] βέλος δ᾽ ἐνεδαίετο κούρῃ / νέρθεν ὑπὸ κραδίῃ, φλογὶ εἴκελον: […], ma eloquente a tale proposito anche, poco oltre, la similitudine con la “filatrice”, nella cui casa, al buio, la “fiamma si leva altissima dal piccolo ramo”105; Didone: […] pesti devota futurae, expleri mentem nequit ardescit tuendo106). Questo, nonostante i propositi di fedeltà nei confronti di Eeta e Sicheo (αἰδώς τε στυγερόν τε δέος λάβε µουνωθεῖσαν / τοῖα παρὲξ οὗ πατρὸς ἐπ᾽ ἀνέρι µητιάασθαι. 107 ; sed mihi vel tellus optem prius ima dehiscat, / vel pater omnipotens abigat me fulmine ad umbras, / pallentis umbras Erebi noctemque profundam, / ante, Pudor, quam te violo aut iura resolvo. Ille meos, primum qui me sibi iunxit, amores / abstulit; ille habeat secum servetque sepulcro108). Sia il legame tra Giasone e Medea che quello tra Didone ed Enea acquistano il crisma dell’ufficialità mediante il giuramento compiuto con la mano destra (Ὧς ηὔδα, καὶ χεῖρα παρασχεδὸν ἤραρε χειρὶ / δεξιτερήν: […]109 per quel che riguarda il primo caso, mentre la regina cartaginese si rivolge disperata al condottiero troiano dicendogli: nec te noster amor nec te data dextera quondam110). Comune denominatore dei due passi è anche il rimprovero mosso dalla donna all’amato, che viene definito infatti νηλεές in Apollonio111 e crudelis in Virgilio112 . Sia Giasone che Enea vengono ancora identificati come rovinosa causa di dolore (σῶν ἕνεκεν καµάτων sostiene Medea113; Didone spiega ad Enea che “ […] Lybicae gentes Nomadumque tyranni / odere, infensi Tyrii […] iniziando enfaticamente la frase con Te propter114). Questo genera terribili maledizioni: la figlia di Eeta ammonisce infatti Giasone con queste parole: “Ma tu, anche quando sarai tornato nella terra di Iolco, di me / ricordati, come anche io di te, anche contro i miei genitori / avrò memoria, e giungerà a me una voce, o un uccello / recante messaggi, qualora tu mi dimenticassi; / o che possano rapirmi le veloci buriane e portarmi oltre il mare, sino a Iolco, che io ti possa fissare negli occhi, rimproverare e rammentarti che fu solo grazie a me che sei scampato a morte. Oh, cosa darei per 103 I, 790-791. 104 III, 1008. 105 III, 286-287 e 291-194. 106 I, 712-713. 107 III, 742-743. Come avvertono i curatori Guido Paduano e Massimo Fusillo (A. RODIO, Le Argonautiche, Milano, Rizzoli, 2004, p. 469), «la coppia pudore-paura (endiadi, non opposizione) definisce icasticamente la stratificazione nella psiche di Medea dei tabù tradizionali e della specifica repressività familiare», e questo, ovviamente, dona una connotazione affatto differente ai sentimenti di Medea rispetto a quelli di Didone. 108 IV, 24-29. 109 IV, 99. 110 IV, 307. 111 IV, 389. 112 IV, 311. 113 IV, 369. 114 IV, 320-321. 19 comparire / non attesa al tuo focolare, in casa tua !”115, ed ancora, «in termini magico-onirici»116: “[…] E di me un giorno dovrai ricordarti, / quando sarai consumato dai mali, e possa allora il tuo vello scomparire come i sogni nell’Erebo, e dalla tua patria / presto le mie Erinni ti manderanno via, come io ho sofferto / a causa della tua crudeltà. E ti assicuro che quanto dico / non cadrà inascoltato, dal momento che tu, crudelmente, non hai tenuto fede ad una promessa sacra […]”117. Dal canto suo, la regina di Cartagine scaglia parole altrettanto feroci verso il traditore: “[…] spero equidem mediis, si quid pia numina possunt, supplicia hausurum copuli et nomine Dido saepe vocaturum. Sequar atris ignibus absens et, cum frigida mors anima seduxerit artus, omnibus umbra locis adero. Dabis, improbe, poenas; audiam et haec manis veniet mihi fama sub imos” (Eneide, IV 382-387). Nonostante la proposta degli uomini di non dimenticare le donne sedotte e abbandonate, come dimostrato dalle parole di Giasone: Καὶ λίην οὐ νύκτας ὀίοµαι, οὐδέ ποτ᾽ ἦµαρ σεῦ ἐπιλήσεσθαι, προφυγὼν µόρον, εἰ ἐτεόν γε φεύξοµαι ἀσκηθὴς ἐς Ἀχαιίδα, […] (Argonautiche, III, 1079-1081) e di Enea: […] Ego te quae plurima fando enumerare vales nunquam, regina, negabo promeritam nec me meminisse pigebit Elisse, dum memor ipse mei, dum spiritus hos regit artus (Eneide, IV, 358-362) queste non possono evitare di sprofondare nell’ amara e quasi sarcastica disillusione, che sfocia in amari rimproveri contro se stesse: se infatti Medea, dopo aver chiesto a Giasone “dove sono finiti i giuramenti fatti in nome di Zeus protettore dei supplici, e le dolci promesse”, deve constatare la gravità del tradimento della patria: ᾗς ἐγὼ οὐ κατὰ κόσµον ἀναιδήτῳ ἰότητι / πάτρην τε κλέα τε µεγάρων αὐτούς τε τοκῆας /νοσφισάµην, τά µοι ἦεν ὑπέρτατα: […]118, Didone si esprime in questi analoghi termini, analizzando il suo comportamento nei confronti del Troiano: […] Eiectum litore, egentem / excepi et regni demens in parte locavi / amissam classem, socios a morte reduxi119. Particolarmente pregnante – 115 III, 1109-1117 116 Cfr. commento di Paduano-Fusillo ad A. RODIO, Le Argonautiche, cit., p. 583. 117 IV, 383-389. 118 IV, 358-362. 119 IV, 373-375. 20 specie per la loro affinità semantica – è la scelta, da parte dei due autori, dei termini volti a definire l’infausto sentimento d’amore, al cui proposito nelle Argonautiche si parla di Σχέτλι᾽ Ἔρως120, mentre nell’Eneide il vocativo è Improbe Amor121: le analogie si presentano anche sotto il profilo prosodico e poetologico, dal momento che in entrambi i casi le due espressioni sono posizionate in apertura di esametro e sono seguite da considerazioni, da parte dell’autore, circa i devastanti poteri della passione amorosa. In conseguenza dei dolori da questa causati, l’unica scelta sembra essere la morte: […] ἦ τ᾽ ἂν πολὺ κέρδιον εἴη τῇδ᾽ αὐτῇ ἐν νυκτὶ λιπεῖν βίον ἐν θαλάµοισιν, (Argonautiche, III, 798-799) Ergo ubi concepit furias evicta dolore Decrevitque mori […] (Eneide, IV, 474-475). Inutile si rivela il ricorso alle arti magiche, ma mentre Medea sparge sugli occhi di Giasone gli ἀκήρατα φάρµακα122con un ramo di ginepro appena reciso, poco prima che questi, dietro suo comando, possa materialmente impadronirsi del vello d’oro, Didone destina a se stessa, per ottenere oblio, la mistura a base di miele, papavero e loto, fornitale dalla sacerdos gentis Massylae123: chiaro, inoltre, appare il legame tra entrambi i passi citati e il secondo idillio teocriteo, L’incantatrice, modello dell’ottava ecloga virgiliana. Anche l’ambientazione notturna coincide (Νὺξ µὲν ἔπειτ᾽ ἐπὶ γαῖαν ἄγεν κνέφας / […] ἀλλὰ µάλ᾽ οὐ Μήδειαν ἐπὶ γλυκερὸς λάβεν ὕπνος / πολλὰ γὰρ Αἰσονίδαο πόθῳ µελεδήµατ᾽ ἔγειρεν124 scrive Apollonio; Nox erat et placidum carpebant fessa soporem / corpora per terras […] At non infelix animi Phoenissa neque umquam / solvitur in somnos oculisve aut pectore noctem / accipit […] 125), quando l’insonnia funge ancora da trait d’union non solo tra le due donne in questione, ma anche con la protagonista delle menzionate Φαρµακεύτριαι del poeta siracusano: ἶυγξ, ἕλκε τὺ τῆνον ἐµὸν ποτὶ δῶµα τὸν ἄνδρα. ἠνίδε σιγῇ µὲν πόντος, σιγῶντι δ᾽ ἀῆται: ἁ δ᾽ ἐµὰ οὐ σιγῇ στέρνων ἔντοσθεν ἀνία, ἀλλ᾽ ἐπὶ τήνῳ πᾶσα καταίθοµαι, ὅς µε τάλαιναν ἀντὶ γυναικὸς ἔθηκε κακὰν καὶ ἀπάρθενον ἦµεν. (Idilli, II, 37-41) Νὺξ µὲν ἔπειτ᾽ ἐπὶ γαῖαν ἄγεν κνέφας: οἱ δ᾽ ἐνὶ πόντῳ ναῦται εἰς Ἑλίκην τε καὶ ἀστέρας Ὠρίωνος ἔδρακον ἐκ νηῶν: ὕπνοιο δὲ καί τις ὁδίτης ἤδη καὶ πυλαωρὸς ἐέλδετο: καί τινα παίδων 120 IV, 412 121 IV, 445. 122 IV, 156 123 IV, 483-493. 124 III, 744 e 751-752 125 IV, 522-523 e 529-531. 21 µητέρα τεθνεώτων ἀδινὸν περὶ κῶµ᾽ ἐκάλυπτεν: οὐδὲ κυνῶν ὑλακὴ ἔτ᾽ ἀνὰ πτόλιν, οὐ θρόος ἦεν ἠχήεις: σιγὴ δὲ µελαινοµένην ἔχεν ὄρφνην. ἀλλὰ µάλ᾽ οὐ Μήδειαν ἐπὶ γλυκερὸς λάβεν ὕπνος. (Argonautiche, III, 744-751) ed ancora: στρευγοµένοις δ᾽ ἀν᾽ ὅµιλον ἐπήλυθεν εὐνήτειρα Νὺξ ἔργων ἄνδρεσσι, κατευκήλησε δὲ πᾶσαν γαῖαν ὁµῶς: τὴν δ᾽ οὔτι µίνυνθά περ εὔνασεν ὕπνος, ἀλλά οἱ ἐν στέρνοις ἀχέων εἱλίσσετο θυµός. (Argonautiche, IV, 1058-1061) Nox erat et placidum carpebant fessa soporem […] At non infelix animi Phoenissa neque umquam solvitur in somnos oculisve aut pectore noctem accipit: ingeminant curae rursusque resurgens saevit amor magnoque irarum fluctuat aestu. (Eneide, IV, 522-532). A livello fraseologico, anche la costruzione dell’avversativa con negazione risulta comune ai testi di Apollonio e di Virgilio, come dimostrano il verso 751 del III libro del primo e il verso 529 del IV libro del secondo, ma particolarmente calzante appare l’analogia vigente tra i due momenti in cui le protagoniste, in preda ad ansie ed indecisione, discutono con se stesse: φῆ δέ οἱ ἄλλοτε µὲν θελκτήρια φάρµακα ταύρων δωσέµεν, ἄλλοτε δ᾽ οὔτι: καταφθίσθαι δὲ καὶ αὐτή: αὐτίκα δ᾽ οὔτ᾽ αὐτὴ θανέειν, οὐ φάρµακα δώσειν, ἀλλ᾽ αὔτως εὔκηλος ἑὴν ὀτλησέµεν ἄτην. ἑζοµένη δἤπειτα δοάσσατο, φώνησέν τε: "∆ειλὴ ἐγώ, νῦν ἔνθα κακῶν ἢ ἔνθα γένωµαι; πάντῃ µοι φρένες εἰσὶν ἀµήχανοι: οὐδέ τις ἀλκὴ πήµατος: ἀλλ᾽ αὔτως φλέγει ἔµπεδον. ὡς ὄφελόν γε Ἀρτέµιδος κραιπνοῖσι πάρος βελέεσσι δαµῆναι, 775πρὶν τόνγ᾽ εἰσιδέειν, πρὶν Ἀχαιίδα γαῖαν ἱκέσθαι Χαλκιόπης υἷας. τοὺς µὲν θεὸς ἤ τις Ἐρινὺς ἄµµι πολυκλαὕτους δεῦρ᾽ ἤγαγε κεῖθεν ἀνίας. […] πρὶν τάδε λωβήεντα καὶ οὐκ ὀνοµαστὰ τελέσσαι." (Argonautiche, III, 766-801)126 126 Questo passo costituisce l’introduzione per il terzo e più vasto ed articolato monologo di Medea, per le cui diverse sfumature di caratteriali e sentimentali cfr. commento di Paduano-Fusillo ad A. RODIO, Le Argonautiche, op. cit., p. 473. 22 'en, quid ago? […] quis me autem, fac velle, sinet ratibusve superbis invisam accipiet? nescis heu, perdita, necdum Laomedonteae sentis periuria gentis? quid tum? sola fuga nautas comitabor ovantis? an Tyriis omnique manu stipata meorum inferar et, quos Sidonia vix urbe revelli, rursus agam pelago et ventis dare vela iubebo? quin morere ut merita es, ferroque averte dolorem. tu lacrimis evicta meis, tu prima furentem his, germana, malis oneras atque obicis hosti. non licuit thalami expertem sine crimine vitam degere more ferae, talis nec tangere curas; non servata fides cineri promissa Sychaeo.' (Eneide, IV, 534-551). Il monologo acquista valore paradigmatico e caratterizzante per la figura di Didone, dal momento che si rivela lo specchio più fedele della sua complessità, a tratti contraddittoria ma per questo intensamente umana, «che combina una sorta di civetteria ritrosa alla capacità di prendere iniziative»127, e forse non è un caso che la Medea senechiana si apra proprio con un monologo. Proprio nell’umanità di Didone è possibile ravvisare una differenza fondamentale con vari personaggi tragici, come ad esempio l’Aiace sofocleo, con il quale peraltro, come si avrà modo di vedere, vi sono alcuni cruciali tratti in comune128 . L’importanza dei monologhi della protagonista risalta ancor più dalla constatazione che, nella struttura del IV libro, «i discorsi diretti occupano oltre 250 versi, più della metà dell’intero libro, caratteristica che […] induce a pensare alla peculiarità della tragedia»129. È in particolar modo nei discorsi della regina che è forse possibile cogliere l’esatta cifra di peculiarità propria della poesia virgiliana: in questi specifici versi sembra brillare tutta la sua gravitas e la sua maiestas. Se infatti il lungo passaggio dei versi 365-386 del IV libro virgiliano costituisce un mirabile esempio di varietas, con un contrasto/alternanza di vari sentimenti che spaziano dal cieco dolore all’amara ironia, dall’ira 127 P. BONO-M.V. TESSITORE, op. cit., p. 161. 128 Sia Aiace che Didone, ad esempio, nascondono sino all’ultimo i propri propositi suicidi: la regina alla sorella Anna, l’eroe greco suscitando persino esplosioni di gioia nel coro di fanciulle; entrambi appaiono come non responsabili delle loro sventure, dal momento che i loro mali sono «dovuti a cause estranee all’individuo» (P. SCAZZOSO, (Il libro IV dell’Eneide, in «Paideia», anno, IV, n°2-3, marzo-giugno 1949, p. 86), ma coscientemente responsabili della loro decisione fatale di morte, di cui sia Tecmessa che Anna troppo tardi si accorgono. Per un confronto tra alcuni loci del testo sofocleo i il IV libro dell’Eneide, cfr. G. B. CONTE, Virgilio – l’epica del sentimento, seconda edizione accresciuta, Torino, Einaudi, 2007, pp. 132-134. 129 P. A. PEROTTI, op. cit., p. 239. Con particolare riferimento ai monologhi di Didone, P. SCAZZOSO, op. cit., p. 85) scrive: «Nei monologhi di Didone è in gioco tutta la tecnica retorica di Virgilio. C’è l’aspirazione dell’arte augustea di elevare il patetico nella sfera del sublime, nobilitando le varie sfumature del sentimento con una lingua austera, cadenzata da un ritmo sostenuto e solenne, in una eloquenza (il termine è usato nella sua accezione antica ad indicare alta dignità di linguaggio, in cui nobiltà di accenti umani e fermezza austera di forma coincidono), in cui si incontrano l’alessandrinismo e il classicismo». 23 all’autocommiserazione, l’ultimo soliloquio, specie nei versi 651-662, costituisce il massimo picco tensivo, con Didone che, gettando l’ultimo sguardo alla propria vita attraverso la lente di un estremo e disincantato rimpianto, rivivendo felicità trascorse e tristezze patite, si avvia verso la morte: proprio in questo passaggio rifulge al meglio la natura umana della regina, in conflitto solo ed unicamente con se stessa, mentre – a differenza di Aiace, capace di superare la paura della morte – cerca istintivamente, sino all’ultimo, anche nell’estrema agonia, il fuoco della vita. Altri importanti punti di differenza tra Didone e Medea meritano d’essere citati: in primo luogo, la regina di Cartagine viene a porsi come un ostacolo ai progetti di Enea, mentre la figlia di Eeta diveniva un mezzo per quelli di Giasone, ed il carattere più manifestamente tragico della prima, donna con già fondamentali esperienze alle spalle e forte di una coscienza civica che la avvicina ad Enea, è ben diverso da quello di una giovane infatuata, ‘amoralmente’ disposta, in nome di questa passione, anche al fratricidio. Inoltre, vi è il dato di fatto che mentre Didone non sopravvive all’amore per il Troiano, Medea, pur come manifesta criminale, non muore: tutte e due le donne vengono assalite da dubbi e ripensamenti, dopo aver preso la decisione fatale, ma mentre Didone non vede speranza alcuna al suo destino, Medea indietreggia130, dal momento che lo spettro della morte riaccende l’amore per la vita. Entrambi i casi, comunque, hanno una innegabile radice in comune, come evidenziato prima da Alfred Körte131e successivamente da Ward Briggs132, nelle situazioni di contrasto tipiche dei romanzi ellenistici: le opposizioni, in linea di massima, riguardano una donna straniera in un luogo straniero, sovente una affascinante e seducente figura proveniente da Est, che si incontra con un virtuoso, e generalmente non troppo romantico, uomo che viene dall’Ovest: un elemento icasticamente definito da Briggs come «willful Epicurean personality» che si scontra con un altro elemento identificato come «restrained and patriotic Stoic»133 . Particolarmente indicative sembrano le differenze caratteriali tra le due donne, con fondamentali conseguenze di ordine semantico e quindi più genericamente poetico. Il sentimento di Medea è contenuto nei poli della “vergogna” e della “passione”, espresso nei termini αἰδώς e ἵµερος (ἤτοι ὅτ᾽ ἰθύσειεν,ἔρυκέ µιν ἔνδοθεν αἰδώς: / αἰδοῖ δ᾽ ἐργοµένην θρασὺς ἵµερος ὀτρύνεσκεν) 134, laddove il secondo si riferisce ovviamente a Giasone, mentre il primo indica fondamentalmente il contrasto con il padre Eeta, ed il relativo timore di una sua punizione. Da ciò deriva un atteggiamento insincero e falso da parte di Medea, che riesce a mostrarsi come baluardo di difesa dei nipoti, i figli di Calcione. Il dramma di Didone, tutto introspettivamente contenuto nella sua personalità, è tra il pudor e l’amor, tra la fedeltà al marito Sicheo e la nuova fiamma per Enea, di cui la sorella Anna è completamente messa al corrente. 130 […] ἀλλά οἱ ἄφνω / δεῖµ᾽ ὀλοὸν στυγεροῖο κατὰ φρένας ἦλθ᾽ Ἀίδαο (III, 810). 131 W. W. BRIGGS, Die Hellenistische Dichtung, Leipzig, Alfred Kröner, 1925, p. 164. Altre osservazioni su questo punto – come ad esempio il contrasto tra una passione momentanea e un più alto fine di ampio respiro – furono già compiute, più di un secolo fa, da E. NORDEN (Vergils Aeneis im Lichte ihrer Zeit [1901] in Kleine Schriften zum Klassichen Altertum, hereausgegeben von B. KRITZLER, Berlin, W. De Gruyter, 1966, p. 358-396) e successivamente da A. S. PEASE, Some Aspects of the Character of Dido, in «Classical Journal», XXII, (1926-1927) n°4 (January), pp. 243-252. 132 Op. cit., p. 961. 133 Ibidem. 134 Argonautiche, III, 652-653. Paduano e Fusillo (op. cit., p. 461) parlano a proposito di «scontro tra le forze psichiche […] [che] trova una formula sintetica persuasiva, ed una efficacissima trascrizione nei movimenti fisici». 24 Un’importante base comune alle due situazioni sembra essere la forte caratterizzazione psicologica operata dai due autori, ma questa avviene in sensi e direzioni differenti: Apollonio Rodio, più che come modello vero e proprio, funge per Virgilio da fonte d’ispirazione. Se in entrambi i casi è palese l’intento di voler dimostrare quanto distruttiva possa rivelarsi, in alcuni casi, la passione amorosa, il poeta latino riprende e dispone secondo un nuovo ordine vari aspetti caratteriali propri di Medea, subendo un’evoluzione della personalità che la vede passare “da eroina ad amante a sposa a vendetta personificata”135, e legando a questi cambiamenti una climax tensiva. Nel caso di Didone, il senso del tragico è sottolineato e aumentato, all’interno del conflitto tra il Fato e il suo carattere di donna forte, anche su un altro livello, che non è legato, come nel caso di Apollonio, al successo o all’insuccesso della storia d’amore, ma piuttosto ad un esito che, nonostante i primi momenti di speranza e felicità, appare già da subito come infaustamente segnato. I molteplici rapporti e le differenze vigenti tra la Medea di Apollonio e la Didone virgiliana si basano anche sulla quantità di relazioni che vi sono, e mutano caso a caso, tra le sfere del pubblico e del privato. Partendo dalle implicazioni tra questi due elementi già presenti in nuce nell’episodio di Nausicaa, con il timore che la sua scelta del marito possa contrastare con gli interessi del popolo dei Feaci136, e rammentando i consigli politici di Anna alla sorella, volti a considerare i vantaggi di una duratura unione con Enea per una forte stabilizzazione del suo ‘nuovo’ regno, l’intimo dissidio tra i privati desideri di una donna e il bene del popolo governato dal padre, «a chasm hinted at in Odissey and fully explored in the Argonautica» 137, acquista massima e drammatica attualità nella storia di Didone: «it is this fact, no less than the iron rule of fatum, which turns the imminent ‘tragedy’ of Apollonius’s Medea into the present ‘tragedy’ of Dido»138 . 2. Altro elemento fondamentale, per la messa a fuoco del carattere di Didone, è inoltre la Medea euripidea. Se in questo autore ad un minor peso, rispetto a Sofocle ed Eschilo, del coro e del destino, corrisponde la maggiore attenzione alle problematiche dell’individuo «in balia di se stesso»139, è proprio in questo testo che il contrasto tra l’elemento greco e l’elemento barbaro viene presentato come «antitesi […] tra due mondi con leggi diverse e incomunicabili che la presunzione ellenica all’autosufficienza identifica semplicisticamente come opposizione di legge e non legge»140: questo punto, nella versione dell’omonima opera di Grillparzer, acquisterà poi un’inquietante sfumatura di natura quasi razziale, insistendo sul motivo di Medea come ‘esclusa’ da una determinata società. Alla luce delle osservazioni fatte riguardo alle analogie Didone/Cleopatra e alla necessità virgiliana di descrivere epicamente la vittoria del vigore romano sull’insidia proveniente da Est, alcuni passi euripidei possono risultare particolarmente importanti: quella che in Virgilio è la forza propulsiva e trionfante dell’impero romano sembra mostrare infatti significativi tratti in comune con la supposta superiorità greca. Nella 135 OTIS, op. cit., p. 88 n.1. 136 Odissea, VI, 277-288. Medea agisce palesemente contro il volere ed il consenso della sua famiglia, e lo dimostra l’atmosfera di segretezza che regola le nozze con Giasone. 137 R. HUNTER, cit., p. 182. 138 Ibidem. 139 P. SCAZZOSO, op. cit., p. 87. 140 G. PADUANO, La formazione del mondo ideologico e poetico di Euripide. Alcesti-Medea, Pisa, Nistri-Lischi, 1968, p. 353. 25 visione erodotea, inoltre, «aspetto e ragione fondamentale della diversità tra Greci e Barbari è la differente indole politica dei popoli»141: i primi appaiono come strenui difensori della libertà, soggetti unicamente al νόµος, mentre per i secondi la monarchia assoluta, e quindi un certo concetto di sudditanza, sarebbe quasi congenito; naturale sarebbe allora l’idea stessa di schiavitù, come sembra d’altronde trasparire chiaramente anche dai versi euripidei: ἔπειτα πατρίδος θεοί µ᾽ ἀφιδρύσαντο γῆς ἐς βάρβαρ᾽ ἤθη, καὶ φίλων τητωµένη δούλη καθέστηκ᾽ οὖσ᾽ ἐλευθέρων ἄπο: τὰ βαρβάρων γὰρ δοῦλα πάντα πλὴν ἑνός. (Elena, 273-276) e βαρβάρων δ᾽ Ἕλληνας ἄρχειν εἰκός, ἀλλ᾽ οὐ βαρβάρους, µῆτερ, Ἑλλήνων: τὸ µὲν γὰρ δοῦλον, οἳ δ᾽ ἐλεύθεροι. (Ifigenia in Aulide, 1400-1401). In Euripide, particolarmente forti sono le espressioni di Giasone nei confronti della figlia di Eeta, quando quest’ultima lo accusa d’essere ingrato e traditore, e lo stesso Giasone dice sprezzante: “Tu […] è più quello che hai ricevuto rispetto a quanto hai dato. […] In primo luogo quella che tu abiti è terra di Grecia, e non un paese barbaro; conosci la giustizia e sei capace di valerti delle leggi senza ricorrere alla violenza”142. Ed è Giasone a insistere sulla radicale e terribile diversità/inferiorità di Medea (λέαιναν, οὐ γυναῖκα, τῆς Τυρσηνίδος / Σκύλλης ἔχουσαν ἀγριωτέραν φύσιν) 143: egli infatti, “rimpiangendo l’errore di averla condotta in una casa greca da un paese straniero”, si pente d’aver portato in casa propria un essere ‘indegno’ ( […] ἐγὼ δὲ νῦν φρονῶ, τότ᾽ οὐ φρονῶν, / ὅτ᾽ἐκ δόµων σε βαρβάρου τ᾽ ἀπὸ χθονὸς / Ἕλλην᾽ ἐς οἶκον ἠγόµην, κακὸν µέγα) 144. Ed è proprio la cocente delusione – pronta a trasformarsi in atroce sentimento di vendetta – derivante dal tradimento da parte dei beneficiari del loro aiuto (Enea e Giasone) che sembra costituire il fondamentale trait d’union tra Medea e Didone: non a caso quest’ultima si sfoga e si tortura con le domande “A chi mi lasci sul punto di morte, ospite? […] Che sto aspettando? Forse che mio fratello Pigmalione svella le mie mura, o che cada prigioniera del getulo Iarba?”145 . Analizzando vari passaggi della vicenda umana di Didone nell’Eneide è possibile anche scorgere altre similarità, degne di attenzione, con un altro personaggio protagonista di una già citata tragedia euripidea: Elena. Come notato anche da Howard Jacobson più di vent’anni or sono146, i comuni 141 C. CATENACCI, L’Oriente degli antichi e dei moderni. Guerre persiane in Erodoto e Guerra del Golfo nei media occidentali, in «Quaderni Urbinati di cultura classica», n. s. 58/1, 1998, p. 177. 142 Euripide, Medea, 534-538. 143 Ivi, 1342-1343. Cfr. P. BONO-M. V. TESSITORE, op. cit., p. 35. 144 Euripide, Medea, 1329-1331. 145 Eneide, IV, 323 e 325-326. 146 Cfr. H. JACOBSON, Vergil’s Dido and Euripides’ “Helen”, in «The American Journal of Philology», vol. 108, n°1 (Spring 1987), p. 167-168. Un confronto tra i due testi era già stato compiuto, nella seconda metà del secolo XIX, da O. 26 denominatori riguardano sia la tradizione previrgiliana relativa alla donna fenicia, sia più direttamente il testo del poeta mantovano. Per intanto, sia Didone che Elena, entrambe regine che sono dovute fuggire dal proprio luogo d’origine per riparare nell’Africa settentrionale, sembrano brillare per fedeltà147 e devozione nei confronti del marito morto ([…] τὸν πάλαι δ᾽ἐγὼ πόσιν / τιµῶσα […]148; Esto, aegram nulli quondam fremere mariti, / non Libyae, non ante Tyro; despectus Iarbas / ductoresque alii, quos Africa terra triumphis / dives alit […]149); ma – come già Medea – anche Elena e Didone meditano sull’ipotesi del suicidio: φόνιον αἰώρηµα διὰ δέρης ὀρέξοµαι, ἢ ξιφοκτόνον δίωγµα λαιµορρύτου σφαγᾶς αὐτοσίδαρον ἔσω πελάσω διὰ σαρκὸς ἅµιλλαν, (Elena, 352-356) Quin morere, ut merita es, ferroque averte dolorem (Eneide, IV, 547). Sia Didone che Elena, inoltre, ricevono uomini stranieri che hanno alle spalle il conflitto troiano, e che stanno affrontando un viaggio denso di difficoltà con lo scopo di fondare una nuova patria: i due visitatori, entrambi naufraghi, che giungono presso le due donne, hanno Hera/Giunone come nemica, ma sia alla fine della tragedia greca che del poema virgiliano la divinità è passata dalla loro parte, come dimostrano le parole della profetessa Teonoe nel primo caso e la risposta della sorella di Giove al fratello: Ἥρα µέν, ἥ σοι δυσµενὴς πάροιθεν ἦν, νῦν ἐστιν εὔνους κἀς πάτραν σῷσαι θέλει ξὺν τῇδ᾽, […] (Elena, 880-882) ‘Ista quidam quia nota mihi tua, magne, voluptas, Iuppiter, et Turnum et terras invita reliqui; nec tu me aëria solam nunc sede videres digna indigna pati, sed flammis cincta sub ipsam starem aciem trahentemque inimica in proelia Teucros (Eneide, XII, 808-812). OCCIONI in un articolo pubblicato nella «Nuova Antologia» (vol. XXXIV, 2° serie, 1882, p. 201-222), citato da E. STAMPINI, op. cit., p. 57. 147 A questo proposito, G. STARRY WEST, in Andromache and Dido («The American Journal», vol. 104, n° 103, Autumn 1983, p. 257), sostiene che, proprio attraverso un implicito paragone con il sentimento di fedeltà proprio di Andromaca, nei confronti del defunto marito Ettore, Virgilio mette in risalto «the significance of Dido’s feelings of faithful love and, later, of guilt toward Sycaeus». 148 Elena, 63-64 149 Eneide, IV, 35-38. 27 Ancora, è importante notare150 come due versi, divenuti celeberrimi, dell’Eneide possano mostrare interessanti legami con altrettanti versi euripidei: la frase di Enea infandum regina iubes renovare dolorem (II, 3), indiscusso modello del «Tu vuo’ ch’io rinovelli / disperato dolor che ‘l cor mi preme» di Ugolino di Guelfo della Gherardesca151, sembra, almeno in parte, riecheggiare la frase di Teucro, incalzato dalle domande di Elena, ἅλις δὲ µύθων: οὐ διπλᾶ χρῄζω στένειν (Elena, 143); ancora, il forsitan et haec olim meminisse iuvabit (I, 203) pronunciato dal condottiero troiano agli affranti compagni mostra qualche analogia con la frase di Menelao, pronunciata nei confronti di Elena, “Parla, dunque! È dolce udire delle passate sventure” ((Elena, 665)152. Infine, stando ai versi in cui la stessa Didone parla della vista dell’esule Teucro, e della sua domanda d’aiuto nei confronti del padre Belo: Atque equidem Teucrum memini Sidona venire Finibus expulsum patriis, nova regna petentem ausilio Beli; genitor tum Belus opimam vastabat Cyprum et Victor dicione tenebat. (Eneide, I, 619-622) si può almeno ipotizzare che, per questo spunto dovuto alla fantasia del poeta mantovano, il primo episodio della tragedia euripidea possa aver rappresentato un modello di riferimento. 3. A livello narrativo, inoltre, con riferimento al tema della fedeltà coniugale e al rispetto di questa, a parte l’aggettivo infelix con cui viene introdotta la figura di Andromaca (II, 455), che richiama il verso 749 del primo libro (infelix Dido longumque bibebat amorem), le parole pronunciate dalla moglie di Ettore, a proposito del congedo e dei doni ad Ascanio ([…] longum Andromachae testentur amorem / coniugis Hectoreae) 153, inserite nel contesto narrativo di Enea, fungono da implicito richiamo interno ai versi Huic coniunx Sycaeus erat, ditissimus agri / Phoenicum et magno miserae dilectus amore (I, 343- 344). Da un duplice punto di vista, narratologico e di definizione dei personaggi, il dato più importante è che la figura di Andromaca viene presentata da Virgilio quale esempio di amorevole fedeltà verso il marito proprio nel momento in cui i sentimenti di Didone iniziano ad esser soggetto del cruciale cambiamento: all’oblio del passato s’aggiunge la speranza di un futuro differente da quello di una vedovanza sicuramente rispettosa e rispettabile, ma fatalmente priva di vivo amore154: l’artefice è Cupido, con le sembianze di Iulus, quando viene tenuto in grembo da Didone: 150 Cfr. H. JACOBSON, op. cit., p. 67. 151 In rapporto al modello virgiliano, N. SAPEGNO, nel suo commento a D. ALIGHIERI, Inferno (Firenze, La Nuova Italia, 1985, p. 367), definisce il tono dantesco di ben maggiore drammaticità, dal momento che «l’accento batte con forza sulle parole che esprimono il contrasto violento delle passioni (disperato, preme, infamia)». 152 Due passaggi dell’Odissea possono al loro volta esser indicati come possibile fonte sia della frase euripidea sia di quella virgiliana: καί που τῶνδε µνήσεσθαι ὀίω (XII, 212) dice il protagonista ricordando l’episodio di Polifemo, ma ancor più importanti sono le parole di Eumeo, nel libro dell’arrivo di Telemaco, […] µετὰ γάρ τε καὶ ἄλγεσι τέρπεται ἀνήρ, / ὅς τις δὴ µάλα πολλὰ πάθῃ καὶ πόλλ᾽ ἐπαληθῇ (XV, 400-401), mettendo già in rilievo la cruciale connessione tra possibilità di godimento nel presente e dolori patiti nel passato. 153 III, 487-488. 154 Cfr. G. STARRY WEST, op. cit. p. 260. 28 matris Acidaliae paulatim abolere Sychaeum incipit et vivo temptat praevertere amore iam pridem resides animos desuetaque corda. (Eneide, I, 720-722). Così, quando all’inizio del IV libro viene presentata Didone come totalmente fedele e devota alla memoria di Sicheo, la figura della sposa di Ettore ritorna alla mente. Diversamente si muoverà ad esempio Hector Berlioz, nel IV Atto de Les Troyens155, il quale non solo stabilisce una connessione diretta tra i sentimenti di fedeltà di Didone verso Sicheo e di Andromaca verso Ettore, ma fa sì che la prima ceda alle lusinghe di una nuova passione solo quando messa al corrente che anche Andromaca, “fedele alle sue più care memorie”, ha sposato Pirro, “l’assassino di suo padre, il figlio dell’uccisore del suo marito illustre”. In realtà, tra le due donne, accostate per similitudine o differenza più volte nel poema virgiliano, vi sono anche sensibili diversità. Mentre infatti la vedova di Ettore appare sempre staticamente uguale a se stessa, «a static image of perfect love and fidelity beyond the grave»156, Didone, capace di conservare praticamente il suo stato di univira157 , è una figura complessa e contraddittoria nella sua evoluzione: raccogliendo anche le suggestioni di Edward Phinney158, è possibile affermare che la modernità del personaggio della regina fenicia, come anche la diffusione della storia del suo infelice amore, è spiegabile con il fatto che ella vive, pur nella dimenticanza dell’infatuazione, la propria passione per Enea come culpa: questo è ben chiaro nelle parole voces et verba vocantis (IV, 460), vivide manifestazioni della propria colpa e dei rimproveri contro se stessa. La concezione dell’amore propria di Didone è assoluta e onnicomprensiva: in partenza fedele – come Andromaca – al marito, circostanze differenti da quelle della vedova di Ettore la portano a scegliere di morire, poiché la sua attrazione per la vita non le permette di mantenere saldi i principi di fedeltà e innocenza che pur da se stessa pretende. Fallito l’idillio con Enea, la morte diventa per lei extrema ratio per affermare quel principio d’integrità morale su cui poggiavano le sue certezze prima dell’avvento del duce troiano. La casta fedeltà a Sicheo era sinonimo di gloria, mentre il rovinoso addio da parte di Enea corrisponde ad una caduta verticale della sua autostima. Ma mentre quello di Andromaca è visibile come un tradimento ‘per cause di forza maggiore’ (Grace Starry West ha parlato a proposito di «Andromache’s unwilling “betrayals” of Hector»159), nel caso di Didone vi è una profonda e tragica conflittualità nello sbocciare e nel crescere della passione. E se Andromaca appare rassegnata a sopravvivere a se stessa «despite her preference for death»160, Didone opta per la scelta opposta: la partenza di Enea risulta infatti letale per i suoi ideali di pudor e fama161 . 155 Cfr. in particolare IV, n°35, «Recitatif et Quintet». 156 Ivi, p. 261. 157 Cfr. V. PÖSCHL, Dido und Aeneas, in «Festschrift Karl Vretska zum 70. Geburtstag am 18. Oktober 1970, überreicht von seinen Freunden und Schülern», Heidelberg, C. Winter, 1970, p. 150. 158 E. PHINNEY, Dido and Sychaeus, in «Classical Journal», vol. 60, 1965, p. 355-359. 159 Op. cit., p. 264. 160 Ibidem. 161 Cfr. IV, 321-323. 29 4. A questo punto può forse esser lecito domandarsi se, e in quali termini, si possa parlare tout court di tragedia per la storia di Didone, anche in specifico riferimento al valore e alla consistenza della culpa. Secondo i canoni aristotelici, il/la protagonista della vicenda drammatica deve appartenere alla schiera di coloro che “vivono circondati da grande reputazione («τῶν ἐν µεγάλῃ δόξῃ ὄντων καὶ εὐτυχίᾳ» 162), di modo che il cambio (µετάβασις), solitamente, ma non necessariamente, avvenga da una situazione di fortuna ad un’altra di sfortuna, così da poter essere più estremo, quindi più drammaturgicamente pregnante. Il concetto di colpa (ἁµαρτία), inoltre, è per Aristotele, centrale e direttamente collegato al tema tragico, dal momento che il personaggio piomba nella sventura appunto «µήτε διὰ κακίαν καὶ µοχθηρίαν […] ἀλλὰ δι᾽ ἁµαρτίαν τινά» 163. Se il concetto di colpa risulta quindi «a direct causal connection between the actions of the tragic agent and his downfall»164, fondamentale è – a questo connessa – il concetto di giudizio morale (προαίρεσις) cui la platea è chiamata, riguardo alla rettitudine o allo sbaglio che è alla base delle scelte del personaggio principale, e della giustizia/ingiustizia del fato nei suoi confronti. Nello specifico della vicenda di Didone, proprio in ragione di quanto appena puntualizzato, si potrebbe parlare di tragedia in termini aristotelici: l’incontro amoroso tra la regina cartaginese ed Enea nella grotta165 (IV, 165-172) viene a porsi infatti come oggetto di discussione e scelta morale, laddove la frase ille dies primus leti primusque malorum / causa fuit (IV, 169-170) sembra prefigurarsi come una ἀρχὴ κακῶν, elemento basilare del pensiero e della struttura narratologica sia dell’epica omerica sia della tragedia greca166 . 5. Partendo dalla definizione di «einer strengen, einer milden» usata da Rudolph Heinrich Klausen in riferimento a Didone ed Anna167, Thelma De Graff si soffermò, in un articolo dei primi anni trenta del secolo scorso168, su varie analogie che sembrano legare la figura della regina cartaginese ad Antigone. Il destino di entrambe è segnato da lutti – il marito nel primo caso, padre, madre e fratelli nel secondo – e da sofferenze, a causa dell’assassinio di Sicheo per Didone, per la maledizione gravante sulla casa di Edipo per Antigone. Un destino sempre al centro del conflitto tra umana e divina volontà. Inoltre, in entrambi i casi la schiacciante supremazia di un più ampio e profondo disegno contrasta con una passione terrena. Ambedue mostrano ancora un simile rapporto affettivo nei confronti delle sorelle Anna e Ismene. Se del personaggio e del comportamento di Didone si è avuto modo di vedere alcuni tratti mascolini, similmente, Ismene ricorda alla sorella le limitazioni proprie della loro natura di donna 162 ARISTOTELE, Dell’arte poetica, XIII.2.22. 163 Ivi, XIII.2.20-21. 164 J. B. MOLES, Aristotle and Dido’s “hamartia”, in «Greece&Rome», XXXI, n°1, April 1984, p. 49. 165 Riguardo a cui l’autore, secondo Moles (ivi, p. 51) “fa un passo fuori dal campo della narrazione e pronuncia il proprio giudizio”. 166 Ibidem. Secondo G. WILLIAMS (Tradition and Originality in Roman Poetry, Oxford, Clarendon Press, 1968, p. 379) in questa frase di Didone si potrebbe suonare quasi riconoscere un’eco di quanto detto, in Tucidide (II.12.3), dall’ambasciatore spartano alla fine dell’ultimo consulto di pace prima della guerra del Peloponneso: «ἡ ἡµέρα τοῖς Ἕλλησι µεγάλων κακῶν ἄρξει». 167 R. H. KLAUSEN, Aeneas und die Penaten, Hamburg und Gotha, im Verlag von Friederich und Andreas Perthes, 1839- 1840, I, 512. 168 T. DE GRAFF, Antigone and Dido, in «The Classical Weekly», vol. 25, n° 19, whole n°682, 1932, p. 148-150. 30 (“Bisogna tener presente questo: siamo nate donne, non fatte per combattere contro gli uomini”169), ed ambedue hanno avuto modo di dimostrare la loro assoluta lealtà, l’eroina tebana condividendo l’esilio del padre per tutta la durata della vita di Edipo, la regina d’origine fenicia con la sua estrema fedeltà al marito assassinato. Le due situazioni drammatiche pongono le due donne al centro di un momento di crisi: Antigone, come accennato dalla versione eschilea dei Sette contro Tebe, è posta di fronte all’alternativa tra l’obbedienza all’editto creonteo che vieta la sepoltura di Polinice e la sua volontà, o imperativo morale, di adempiere il proprio compito nei confronti del fratello morto; Didone si trova di fronte alla sempre più drammatica percezione che la passione crescente per Enea possa far vacillare la volontà di tener fede alla sacralità del voto nei confronti del coniuge defunto: «in each case, the problem has to do with obligations to the dead»170. Benché entrambe avvertano il bisogno di metter al corrente di questi drammi interiori le persone a loro più care171, anche per riceverne consiglio, sia in un caso che nell’altro – senza troppa esitazione nel caso di Antigone, con maggior travaglio psicologico per quel che concerne Didone – la decisione finale sembra sin dall’inizio già determinata; alla luce di ciò non stupisce una certa somiglianza nei termini con cui le protagoniste rivolgono alle proprie sorelle: ὦ κοινὸν αὐτάδελφον Ἰσµήνης κάρα, (Antigone, 1) “Anna soror, quae me suspensam insomnia terrent […] Anna, fabeor enim, miseri post fata Sychaei Coniugis et sparsosfraterna caede penatis, […] (Eneide, IV, 9-29). La grandezza delle due donne emerge ancor più alla luce dei consigli, alquanto limitati e poco comprensivi del dissidio lacerante l’animo delle più profonde personalità delle congiunte: Ismene infatti, alla rivelazione da parte di Antigone di voler onorare il fratello con l’estremo rito, dopo aver posto inquieta il quesito in merito (ἢ γὰρ νοεῖς θάπτειν σφ᾽, ἀπόρρητον πόλει; 172), avverte la sorella dei possibili rischi, rispetto alla più passivamente tranquilla obbedienza alla legge: νῦν δ᾽ αὖ µόνα δὴ νὼ λελειµµένα σκόπει ὅσῳ κάκιστ᾽ ὀλούµεθ᾽, εἰ νόµου βίᾳ ψῆφον τυράννων ἢ κράτη παρέξιµεν. (Antigone, 58-60) 169 Antigone, 61-62. 170 T. DE GRAFF, op. cit., p. 149. 171 Se Ismene rischia la vita recapitando all’esiliato Edipo importanti messaggi, al quale rimane fedele, esattamente come nei confronti della sorella, Anna preferisce schierarsi al fianco di Didone, sebbene – per quel che è dato sapere dall’Eneide – tra lei e il fratello Pigmalione non ci furono mai particolari contrasti. Proprio il rapporto Didone-Anna, con particolare riferimento al ruolo del(la) confidente, è visto come modello per tutta una serie di scrittori epici rinascimentali d’area britannica, da L. WANN, The Rôle of confidant(e) in the Renaissance Epic («Zeitschrift für Englische Philologie», Volume 1927, Issue 51, p. 63 e passim). 172 SOFOCLE, Antigone, 44. 31 mentre Anna, mossa da meri interessi d’ordine pratico e incurante o inconsapevole dei veteris vestigia flammae173 che ritornano a scuotere la sorella, le domanda: solane perpetua maerens carpere inventa, nec dulcis natos, Veneris nec praemia noris? id cinerem aut manis credis curare sepultos? […] Nec venit in mentem, quorum consederis arvis? […] Quid bella Tyro surgentia dicam Germanique minas? (Eneide, IV, 34-44) Una differenza fondamentale sta però nel fatto che se l’eroina del ciclo tebano, nonostante quel che ne pensi Ismene, rimane irremovibilmente ferma nei suoi propositi, dal momento che εἴκειν δ᾽ οὐκ ἐπίσταται κακοῖς174, Didone invece cede, non tanto in nome della concretezza alla base dei ragionamenti di Anna, bensì perché si accorge che, rispetto alla pur nobile fedeltà a Sicheo, la forza della nuova passione risulta sempre più soverchiante, nonostante a causa di questa finirà omnino capta ac deserta175. Condivisibile è l’opinione di De Graff176 secondo cui entrambe le sorelle consigliere, se peccano di incomprensione nei confronti dei drammi che affligono Antigone e Didone, non vengono mai loro meno per quel che riguarda la lealtà. Al rifiuto posto da Antigone a Ismene circa il diritto di scegliere tra la gloria o una sorte avversa, quest’ultima sostiene: µήτοι, κασιγνήτη, µ᾽ ἀτιµάσῃς τὸ µὴ οὐ θανεῖν τε σὺν σοὶ τὸν θανόντα θ᾽ ἁγνίσαι (Antigone, 544-545) e come estrema dimostrazione d’affetto ammette la sua impossibilità di vivere, privata della sorella177 . Un simile tono di rimprovero si può cogliere, seppur non in modo altrettanto diretto, nelle parole di Didone: Tu lacrimis evicta meis, tu prima furentem His, germana, malis oneras, atque obicis hosti (Eneide, IV, 548-549). Una certa similitudine, inoltre, è possibile riscontrarla tra i tentativi di Ismene di moderare la collera di Creonte e l’intercessione presso Enea che tenta Anna 178. Infine, sulla scorta di quanto già osservato da 173 VIRGILIO, Eneide, IV, 23. 174 SOFOCLE, Antigone, 472. 175 VIRGILIO, Eneide, IV, 330. 176 T. DE GRAF, op. it., p. 149. 177 καὶ τίς βίος µοι σοῦ λελειµµένῃ φίλος; (Antigone, 458). Alla domanda, all’interno dell’incalzante sticomitia, segue subito la piccata risposta della protagonista Κρέοντ᾽ ἐρώτα: τοῦδε γὰρ σὺ κηδεµών. 32 Otto Ribeck179, è anche possibile ipotizzare un ulteriore legame tra il quarto libro del poema virgiliano e la tragedia sofoclea, con un trait d’union costituito da alcuni frammenti superstiti dell’Antigona di Accio: ποίαν παρεξελθοῦσα δαιµόνων δίκην; τί χρή µε τὴν δύστηνον ἐς θεοὺς ἔτι βλέπειν; τίν᾽ αὐδᾶν ξυµµάχων; ἐπεί γε δὴ τὴν δυσσέβειαν εὐσεβοῦσ᾽, ἐκτησάµην. (Antigone, 921-924) iam iam neque di regunt neque profecto deum supremus rex curat hominibus (Antigona, fr. 5)180 […] iam iam nec maxima Iuno Nec Saturnius haec oculis pater aspicit aequis (Eneide, IV, 371-372) 6. Se si tiene presente la versione epitomizzata che Marco Giuniano Giustino fornisce delle Historiae Philippicae di Pompeo Trogo, Didone non sarebbe morta gettandosi nella pira ardente, bensì lasciandosi cadere sulla spada181, la cui provenienza, come detto chiaramente nel versi 646-647 del IV libro182, è certamente troiana. Questo, definito appunto come «Schwert-Motiv» da Eckard Lefèvre183, è un cruciale denominatore comune tra la vicenda della regina fenicia e la fine di Aiace Telamonio, con particolare riferimento alla tragedia sofoclea. Ad avvalorare la presenza di alcune analogie tra il suicidio di Didone e quello di Aiace, si possono citare due passi di Macrobio e Servio184, cui si può aggiungere tuttavia il commento di Juan Lodovico de la Cerda, che scrisse a proposito: 178 Per Anna la tragedia consiste nel constatare amaramente che Didone decide di morire sola, rendendo vano tutto l’affetto verso di lei in ogni momento dimostrato: quid primum deserta querar? Comitemne sororem / sprevisti moriens? Eadem me ad fata vocasses, / idem ambas ferro dolor atque eadem hora tulisset. (Eneide, IV, 677-679). 179 O. RIBBECK, (edidit) TRAGICORUM ROMANORUM FRAGMENTA, Leipzig, Teubner, 1897, p. 178. 180 Cit. in Sophocles (ed. by D. Greene and Richard Lattimore), Chicago&London, University of Chicago Press, 1969, XXXIX. In queste pagine viene ribadita la fondamentale osservazione fatta da Ribbeck che non c’è certezza che le parole siano effettivamente pronunciate dalla protagonista. A proposito dei consigli elargiti da Ismene alla sorella, il secondo frammento della medesima tragedia di Accio quanto magis te isti modi esse intellego / Tanto, Antigona, magis me par est tibi consumere et parcere viene connesso da Macrobio (Sat. VI.2.17) con le parole pronunciate da re Latino a Turno […] (Eneide, XII, 19-21) quantum ipse feroci / virtute exsuperas, tanto me impensius aecum est / consumere atque omnis metuentem expendere casus. 181 «sumpto gladio, pyram conscendit atque ita ad populum respiciens ituram se ad virum, sicut praeceperint, dicit vitamque et gladio finivit» (Trogi Pompei historiarum Philippicarum Epitoma, XVIII.6.6). (XVIII. 6. 6) 182 […] ensemque recludit / Dardanium, non hos quaesitum munus in usus. 183 E. LEFÈVRE, Dido und Aias – Ein Beitrag zur römischen Tragödie, in «Abhandlungen der Geistes-und Sozialwissenschaftichen Klasse», Akademie der Wissenschaftenund der Literatur, Jg. 1978, n°2, pp. 5-28. 184 Cfr. R. LAMACCHIA, Didone e Aiace (in margine a una pagina di esegesi virgiliana antica), in «Studi di poesia latina in onore di Antonio Traglia», Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, I, p. 432. Il primo (Sat., V.2.14), elencando una serie di loci communes tra l’Eneide e l’Odissea e parlando della discesa agli inferi di Enea, scrive: «ibi Palinurus Elpenori, sed et infesto Aiaci infesta Dido et Tiresiae consiliis Anchisae monita respondent», mentre il secondo, come commento al verso 33 «Credibile est, contendisse Virgilium ad exemplum Soph. in Aiace: ubi Aiax ipse iā moriturus, Atridisque imprecatus, ad Solem dirigit sermonem, hunc in modum, σὺ δ᾽, ὦ τὸν αἰπὺν οὐρανὸν διφρηλατῶν Ἥλιε, πατρῴαν τὴν ἐµὴν ὅταν χθόνα ἴδῃς, ἐπισχὼν χρυσόνωτον ἡνίαν ἄγγειλον ἄτας τὰς ἐµὰς µόρον τ᾽ ἐµὸν γέροντι πατρὶ τῇ τε δυστήνῳ τροφῷ. [Aiace, 845-849]. […] Ex hac imitatione apparet eo consilio aduocatum Solem ab Elissa ante diras, ut hae quocunque terrarum perueniant, Sole ipso, qui videt, nuntium perferente»185». Proprio in virtù di ciò è quindi ipotizzabile una contaminatio virgiliana delle due versioni differenti circa la morte di Didone: al più arcaico motivo della pira, intriso di valenze mitico-magiche, si unisce sovrapponendosi quello di carattere più strettamente eroico legato alla spada, trait d’union con il motivo sofocleo di Aiace. In effetti vi sono, tra i due testi, alcune stringenti somiglianze. In primo luogo, come le accalorate parole di Tecmessa, in preda alla disperazione di fronte ad una prospettiva di solitudine: ἐµοὶ γὰρ οὐκέτ᾽ ἔστιν εἰς ὅ τι βλέπω πλὴν σοῦ. σὺ γάρ µοι πατρίδ᾽ ᾔστωσας δόρει, καὶ µητέρ᾽ ἄλλη µοῖρα τὸν φύσαντά τε καθεῖλεν Ἅιδου θανασίµους οἰκήτορας. (Aiace, 514-517) possono già, almeno in parte, riflettere in nuce, la situazione della regina cartaginese, così dell’ imprecazione dolorosa, intrisa di memorie, pronunciata dalla figlia del re di Frigia fatta schiava: καί σ᾽ ἀντιάζω πρός τ᾽ ἐφεστίου ∆ιὸς εὐνῆς τε τῆς σῆς […] (Aiace, 491-492) è possibile trovare un’eco nello sfogo di Didone (Eneide, IV, 313-319) memore della supposta stabilità di un legame invece già finito, nonostante il suggello del giuramento, di cui già sono state osservate le molteplici connessioni. Ma le analogie più stringenti sembrano tuttavia riguardare Didone e il protagonista del testo sofocleo. La constatazione dell’impossibilità d’azione o di valida alternativa, che si apre in entrambi i casi con una domanda, già sottintende l’unica e radicale soluzione nella morte, essendo per il primo impossibile, perso l’onore, ritornare presso il padre, mentre per la seconda non è ormai più ipotizzabile un futuro di dignità e libertà: virgiliano [Aeneas] lenibat dictis / animum lacrimasque ciebat (VI, 468), spiega: «tractum autem est hoc de Homero qui inducit Aiacis umbram Ulixis conloquia fugientem, quod ei fuerat causa mortis». 185 P. Virgilii Maronis Æneidos Libri Sex priores Argumentis Explicationibus et Notis illustrata a Ioanne Ludovico de la Cerda toletano societatis Iesu. Lugduni, 1612, p. 472. 34 καὶ νῦν τί χρὴ δρᾶν; ὅστις ἐµφανῶς θεοῖς ἐχθαίροµαι, µισεῖ δέ µ᾽ Ἑλλήνων στρατός, ἔχθει δὲ Τροία πᾶσα καὶ πεδία τάδε. πότερα πρὸς οἴκους, ναυλόχους λιπὼν ἕδρας µόνους τ᾽ Ἀτρείδας, πέλαγος Αἰγαῖον περῶ; καὶ ποῖον ὄµµα πατρὶ δηλώσω φανεὶς Τελαµῶνι; […] (Aiace, 457-463) “En quin ago? Rursune procos inrisa priores, experiar Nomadumque petam conubia supplex, quos ego sim totiens iam designata maritos? Iliacas igitur classes atque ultima Teucrum iussa sequar? Quiane ausilio iuvat ante levatos et bene apud memores veteris stat gratia facti? (Eneide, IV, 534-539). Una similitudine è possibile tracciare anche tra le due invocazioni che, in punto di morte, pronunciano entrambi i protagonisti: ambedue, nel desiderio di subitanea morte, si raccomandano – il primo ad una divinità, la seconda alla nutrice Barce, persona terrena, ma assolutamente fidata – affinché il loro corpo sia consegnato alle persone più care186: σὺ πρῶτος, ὦ Ζεῦ, καὶ γὰρ εἰκός, ἄρκεσον. αἰτήσοµαι δέ σ᾽ οὐ µακρὸν γέρας λαχεῖν. πέµψον τιν᾽ ἡµῖν ἄγγελον, κακὴν φάτιν Τεύκρῳ φέροντα, πρῶτος ὥς µε βαστάσῃ πεπτῶτα τῷδε περὶ νεορράντῳ ξίφει, καὶ µὴ πρὸς ἐχθρῶν του κατοπτευθεὶς πάρος ῥιφθῶ κυσὶν πρόβλητος οἰωνοῖς θ᾽ ἕλωρ. (Aiace, 823-830) “Annam, cara mihi nutrix, huc siste sororem; dic corpus properet fluviali spargere lympha et pecudes secum et mostrata piacula ducat. […] (Eneide, IV, 634-640). Allo stesso modo, l’espressione di Anna: Exstinxisti te meque, soror, populumque patresque Sidonios urbemque tuam. […] (Eneide, IV, 681-682) 186 «She sends for Anna so that her next of kin may be to reach her dead body, compose it, and prepare it for a decent burial. Thus, Ajax prays Zeus to send a messenger for Teucer, who will be the first to lift his body off the sword and protect it from dishonor », G. HIGHET, The speeches in Virgil’s Aeneid, New York, Princeton University Press, 1972, p. 230. 35 sembra riecheggiare quanto esclamato dal Coro, subito dopo che l’inorridita Tecmessa ha annunciato la terribile visione di Aiace “riverso. Caldo nel sangue. Carne che fascia la lama […]”: ὤµοι, κατέπεφνες, ἄναξ, τόνδε συνναύταν, τάλας (Aiace, 901-902). Con particolare riferimento agli incontri avvenuti nel regno dell’oltretomba, è stata notata187 una particolare affinità che lega gli accorati monologhi di Enea e di Ulisse, dove, in entrambi, la consapevolezza dell’atto suicida da parte di Didone e Aiace è ulteriormente aggravata dal peso d’esserne stati la causa. Ma quello che più di tutto sembra legare queste due figure è il piglio eroico/tragico con cui si ergono nella loro drammatica solitudine, oltre la scelta estrema in cui questa inevitabilmente sfocia. E, ritornando anche a quanto affermato all’inizio, proprio nella statura eroica del personaggio Didone – non a caso a questo proposito è stato scritto «Although she was a woman, Dido has the will power of a man»188 – risiede il punto di comunanza più importante con l’eroe greco. Questo risulta ben evidente dalla comparazione tra i versi che, in entrambi i casi, scandagliano a fondo la presa di coscienza del gesto volontario di morte: la solitudine di Aiace (ribadita anche mediante una soluzione di tipo scenico189): τί γὰρ παρ᾽ ἦµαρ ἡµέρα τέρπειν ἔχει προσθεῖσα κἀναθεῖσα τοῦ γε κατθανεῖν; οὐκ ἂν πριαίµην οὐδενὸς λόγου βροτὸν ὅστις κεναῖσιν ἐλπίσιν θερµαίνεται: ἀλλ᾽ ἢ καλῶς ζῆν ἢ καλῶς τεθνηκέναι τὸν εὐγενῆ χρή. […] (Aiace, 475-480) corrisponde a quella di Didone che, sfinita dalla sofferenza e ormai stanca della luce celeste, si sforza di pianificare l’atto di morte. Quest’unica radicale soluzione, come per Aiace, si presenta infatti come «senza alternative, liberatrice dall’angoscia e dal disonore di cui si era macchiata agli occhi dei sudditi e dei popoli circostanti»190 : Ergo ubi concepit furias evicta dolore decrevitque mori, tempus secum ipsa modumque exigit […] (Eneide, IV, 474-476). 187 Cfr. R. LAMACCHIA, op. cit., p. 436. 188 G. HIGHET, op. cit., p. 182. 189 Estremamente calzante è l’osservazione di Eduard Fränkel (Due seminari romani, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1994, p. 34) riguardo la sola uscita di scena di tutta la tragedia da parte del coro, proprio in questo punto: «Aiace è separato da tutto il mondo, e non ha nessuna ragione di parlare con altri […]. La tragedia conduce a questo colmo: il poeta era forzato a usare un mezzo molto raro, forse unico». Secondo Brooks Otis (op. cit., p. 57), è possibile vedere «nella trasposizione Didone/Aiace una reminiscenza tragica ed omerica allo stesso tempo». 190 R. LAMACCHIA, op. it., p. 452. 36 È poi particolarmente in due verbi, entrambi coniugati alla prima persona ed esprimenti morte ἄτιµος Ἀργείοισιν ὧδ᾽ ἀπόλλυµαι (Aiace, 440) […] exuviasque omnis lectumque iugalem, quo perii, […] (Eneide, IV, 494-495) che si esprime la più forte comunanza di tragici destini. Il legame, quindi, tra il concetto di fiero pudor proprio della regina fenicia e quello di αἰδώς che sta alla base del gesto estremo di Aiace finiscono per rafforzare, nella prima, l’immagine di una «virago d’impronta omerico arcaica, [nella quale] amore e onore sono i due risvolti di un medesimo sentimento: l’uno non è concepibile senza l’altro, e se le due componenti per un accidente vengono scisse, l’unica via d’uscita […] resta la morte»191. Ed è in esatta relazione all’accostamento e alla corrispondenza tra i due lemmi αἰδώς / pudor che è collegato il senso di intima lotta con la propria culpa dilaniante Didone. §3 Catullo e il Seneca tragico: analogie con la Didone virgiliana 1. La tematica dell’abbandono e, a questa connessa, quello del giuramento rinnegato, permette di tracciare anche un importante collegamento Euripide – Catullo – Virgilio: delle accorate parole della Medea del primo, infatti, […] εἰ γὰρ ἦσθ᾽ ἄπαις ἔτι, συγγνώστ᾽ ἂν ἦν σοι τοῦδ᾽ ἐρασθῆναι λέχους ὅρκων δὲ φρούδη πίστις, οὐδ᾽ ἔχω µαθεῖν εἰ θεοὺς νοµίζεις τοὺς τότ᾽ οὐκ ἄρχειν ἔτι ἢ καινὰ κεῖσθαι θέσµι᾽ ἀνθρώποις τὰ νῦν, ἐπεὶ σύνοισθά γ᾽ εἰς ἔµ᾽ οὐκ εὔορκος ὤν. φεῦ δεξιὰ χείρ, ἧς σὺ πόλλ᾽ ἐλαµβάνου καὶ τῶνδε γονάτων, ὡς µάτην κεχρῴσµεθα κακοῦ πρὸς ἀνδρός, ἐλπίδων δ᾽ ἡµάρτοµεν (Medea, 490 – 498) è possibile infatti cogliere un’eco192 nell’imprecazione catulliana di Arianna a Teseo: 191 Ivi, p. 457. 192 Come già notato da E. STAMPINI, op. cit., p. 62. Frank Debatin, in Catullus: A Pivotal Personality (in «The Classical Journal», vol. 26 n°3, Dec. 1930, p. 216) fornì una serie di «striking verbal parallels» tra vari loci catulliani e passi dell’Eneide, come ad esempio non datur ac veras audire et reddere voces (Eneide I, 409) e non missas audire queunt nec reddere voces (carme LXIV, 166); Quid Syrtes, aut Sylla mihi, quid vasta Charybdis (Eneide VII, 302) e Quae Syrtis, quae Scylla rapax, quae vasta Charybdis (carme LXIV, 156), come anche Pictus acu chlamydem et ferrugine clarus Hibera (Eneide IX, 582) e Carbasus obscurata dicet ferrugine Hibera (Carme LXIV, 227). 37 “sicine me patriis avectam, perfide, ab aris, perfide, deserto liquisti in litore, Theseu? sicine discedens neglecto numine divum immernor ah devota domum periuria portas? nullane res potuit crudelis flectere mentis consilium? tibi nulla fuit clementia praesto immite ut nostri vellet miserescere pectus? (Carme LXIV, 132-138). […]”. In riferimento a questo carme, Jeffrey Wills193, ancora una volta sulla scorta di precedenti osservazioni194, pone l’attenzione sulla particolare importanza accordata sia da Virgilio che da Catullo ad un aggettivo, che infatti viene ripetuto: dissimulare etiam sperasti, perfide, tantum posse nefas tacitusque mea decedere terra? (Eneide, IV, 305-306) […] Nec tibi diva generis nec Dardanus auctor, perfide, […] (Eneide, IV, 365-366) nel caso di Virgilio, mentre nel carme 64 le parole dell’abbandonata Arianna sono: sicine me patriis avectam, perfide, ab aris, perfide, deserto liquisti in litore, Theseu? (Carme LXIV, 132-133). La geminatio dell’aggettivo caratterizzante l’autore del gesto ha come unica differenza l’entità della interiectio195: questa è infatti costituita da un minimo inciso nel caso di Catullo, mentre si presenta molto più estesa per quel che riguarda il testo virgiliano. La tecnica della «divided allusion»196 viene più volte applicata, dal momento che in entrambi i casi, a discreta distanza, l’aggettivo viene ulteriormente ripreso: […] solam nam perfidus ille te colere, arcanos etiam tibi credere sensus (Eneide, IV, 421-422) perfidus in Cretam religasset navita furem (Carme LXIV, 174). 193 J. WILLIS, Divided allusion: Virgil and the ‘Coma Berenices’, in «Harvard Studies in Classical Philology», vol. 98 (1998), p. 277. 194 A. CARTAULT, L’Art de Vergile dans l’Enéide, Paris, Presses Universitaires de France, 1926, I, p. 350. 195 Cfr. H. LAUSBERG, Elementi di retorica, Bologna, Il Mulino, 1969, p. 134. 196 Cfr. J. WILLS, op. cit., p. 279. 38 Una sorta di corrispondenza simmetrica risulta inoltre dal fatto che se per quel che riguarda Arianna, si ha un unico discorso, con al suo interno un triplice uso di perfidus, Virgilio utilizza tale aggettivo una volta per ognuna delle tre sequenze discorsive di Didone197: altro punto in comune di non indifferente importanza, tra i due testi, è poi l’eguaglianza del numero di versi (70) del primo, con la somma dei tre gruppi di versi del secondo, e se in entrambi i casi l’aggettivo perfidus è volto a sottolineare l’istanza d’infamia e d’accusa nei confronti di Teseo e Enea, sia nell’Eneide sia nel carme catulliano, la chiusa è all’insegna dell’ira, come dimostrano le minacce di Didone: Litora litoribus contraria, fluctibus undas Imprecor, arma armis: pugnent ipsique nepotesque (Eneide, IV, 628-629) e di Arianna: sed quali solam Theseus me mente reliquit, tali mente, deae, funestet seque suosque (Carme LXIV, 200-201). È ancora possibile trovare altre parentele alquanto evidenti tra due coppie o gruppi di versi virgiliani e catulliani: nel primo caso questo è dimostrato dall’accostamento tra le amareggiate parole di Didone: felix, heu nimium felix, si litora tantum numquam Dardaniae tetigissent nostra carinae (Eneide, IV, 657-658) e l’invocazione a Giove da parte di Arianna: Iuppiter omnipotens, utinam ne tempore primo Cnosia Cecropiae tetigissent litora puppes (Carme LXIV, 171-172), dove l’unica differenza consiste della diversa posizione del verbo (posposto in iperbato da Virgilio e preposto direttamente all’oggetto da Catullo), ma la corrispondenza, a testimonianza dell’estrema somiglianza delle situazioni di Didone ed Arianna, si estende bene anche agli altri lemmi delle frasi198 . Nel secondo caso, invece, diversi termini utilizzati nell’oltretomba da Enea: […] per sidera iuro, per superos et si qua fides tellure sub ima est, invitus, regina, tuo de litore cessi199 (Eneide, VI, 458-460) 197 Osserva a proposito Wills (op. cit., p. 280): «Dido’s three speeches make stronger internal reference to each other and external reference to Ariadne precisely because they so explicitly utilize interlocking pieces of a divided original». 198 Al si tantum (separato in tmesi) virgiliano corrisponde l’utinam di Catullo, come al ne tempore primo sta il numquam; puppes e carinae sono sinonimi accomunati dalla sineddoche, mentre l’unica differenza risiede negli aggettivi riferiti alle navi, cfr. J. WILLS, op. cit., p. 291. 199 Il verso risente ovviamente del precedente Italiam non sponte sequor ( Eneide, IV, 361). 39 sono riscontrabili nel passo pronunciato dalla chioma recisa: invita, o regina, tuo de vertice cessi, invita: adiuro teque tuumque caput,200 digna ferat quod si quis inaniter adiuravit: (Carme LXVI, 39-41), dove in Catullo la frase acquista maggiore ridondanza grazie all’anafora e a varie assonanze ed allitterazioni. Con particolare attenzione alla sfera semantica201, l’istanza di analogia si polarizza sull’utilizzo di due particolari termini: il primo, con piccola differenza suffissale (iuro: Eneide VI, 458 / adiuro: Carme LXVI, 40) in riferimento all’atto del giuramento presente sia in Virgilio che in Catullo, il secondo, in sineddoche, in relazione al fatale taglio: della vita – quindi in senso traslato – nel caso di Didone, della ciocca, nel caso di Berenice. In entrambi i contesti gli autori utilizzano l’ablativo ferro, e sempre in posizione centrale di verso. Ma lo snodo cruciale dell’accostamento tra i due episodi, incentrati sulla recisione di una ciocca di capelli, sta nel fatto che l’uno va a costituire l’esatto contrario dell’altro. La valenza del gesto in un caso assume significati e prelude ad esiti opposti nell’altro: mentre infatti nell’episodio di Berenice l’offerta è foriera della ricongiunzione al marito, sotto forma di stella, in grazia della mancanza di adulterio, come testimoniato dalle parole di Conone: Sed quae se impuro dedit adulterio, illius a mala dona levis bibat irrita pulvis: namque ego ad indignis praemia nulla peto. (Carme LXVI, 83-85) nel caso della regina fenicia il gesto202 – supremo explicit della ‘tragedia’ del IV libro – sancisce l’addio alla vita, l’atto estremo di riconoscimento della colpa d’adulterio: […] “Hunc ego Diti Sacrum iussa fero teque isto corpore salvo”. Sic ait et dextra crinem secat: omnis et una Dilapsus calor atque in ventos vita recessit (Eneide, IV, 702-704). Non è d’altronde da scartare del tutto l’ipotesi di Griffith secondo cui nel poema virgiliano vi sarebbe una «implicit importation» della figura di Berenice mediante la «allegorical equation»203 tra la sua discendente Cleopatra e appunto Didone. 200 Il secondo emistichio del pentametro catulliano ha una fortissima somiglianza con il primo del’esametro virgiliano (testor utrumque caput) (VI, 357). 201 R. DREW GRIFFITH, Catullus’ Coma Berenices and Aeneas’ Farewell to Dido, in «Transactions of the American Philological Association», vol. 125 (1995), pp. 47-48. 202 Anche questo, unitamente ad altri importanti fattori comuni (cfr. R. DREW GRIFFITH, op. cit., p. 50 n.7) costituisce un fondamentale trait d’union con la tragedia greca, in particolare con l’Alcesti euripidea, come testimoniano i versi (74-76) pronunciati da Tanato: “Vado, per dare con la spada inizio al rito: la persona, dal cui capo io recida un capello con la spada, è consacrata agli Dei del sottosuolo”. 40 2. A sostegno poi dei rapporti tra la figura di Didone e vari personaggi femminili del Seneca tragico, è possibile partire dalla fama poetica di Virgilio: se questa infatti era già affermata al tempo del filosofo di Cordoba, innegabile era la predilezione di quest’ultimo per l’Eneide204. Ovviamente, un presupposto ad un accostamento di questo tipo risiede ancora nella natura fondamentalmente tragica dell’episodio della Didone virgiliana, di cui un’ulteriore conferma è fornita anche da Austin205: in base a questo assunto, si può, anche sulla scorta di quanto evidenziato da Fantham, ipotizzare che il personaggio greco di Fedra sia stato oggetto di una reinterpretazione senechiana proprio in esatto rapporto alla Didone dell’Eneide. Ancora una volta è infatti possibile mettere in luce diversi punti in comune tra i due casi, come lo sbocciare di un amore contrario ad una certa idea di moralità (passione verso il figliastro / tradimento della memoria del defunto Sicheo), la comprensione / accettazione di questo nuovo sentimento dopo il confronto con una persona fidata (la nutrice nel caso di Fedra, Anna nel caso di Didone) che, seguendo una climax agogica, comporta un’intensificazione dello struggimento206. Lo snodo focale e comune risiede nel confronto tra le donne innamorate e l’oggetto della loro passione che oppone – in un secondo momento, nel caso di Enea – un rifiuto. Una sostanziale differenza sta però nel fatto che mentre Didone incontra prima personalmente il condottiero troiano, per poi affidarsi vanamente alle intermediazioni della sorella, nel caso di Seneca l’intervento della nutrice precede la dichiarazione di Fedra ad Ippolito. Un aspetto presente in entrambi i casi − «absent from other surviving sources for the Phaedra myth»207 − non è tanto il fallimento dell’incontro tra le regine e l’uomo amato, bensì quello dell’esito dell’incontro con Anna e la nutrice. Se infatti, dopo aver riferito dell’inutilità delle preghiere della prima, Virgilio descrive la resistenza di Enea mediante una forte similitudine: Ac velut annoso validam cum robore quercum alpini boreae nunc hinc nunc flatibus illinc eruere inter se certant; it stridor et altae costernunt terram concusso stipite frondes; ipsa haeret scopulis et quantum vertice ad auras aetherias, tantum radice in Tartara tendit: (Eneide, IV, 441-446) la nutrice similmente commenta a proposito di Ippolito: 203 R. GREW GRIFFITH, op. cit., p. 51 n. 10. 204 Cfr. tra gli altri W. S. MAGUINNESS, Seneca and the Poets, in «Hermathena», LXXXVIII, 1956, p. 93 e E. FANTHAM, Virgil’s Dido and Senaca’s tragic Heroines, in «Greece&Rome», second series, vol. 22, n°1, April 1975, p. 2 e passim. 205 «if Vergil had written nothing else […] it would have established his right to stand beside the greatest of the Greek tragedians», op. cit., pp. IX e X. 206 Sebbene con differenti sfumature: «for Phaedra this is in conflict with her former surrender to passion, and led to suggestions of a change of dramatic model by Seneca; for Dido the torment is delayed until after the brief period of happy mutual love, and comes with the news of Aeneas’ departure», E. FANTHAM, op. cit., p. 2. 207 Ibidem. 41 Ut dura cautes undique intractabilis resistit undis et lacessentes aquas longe remittit, verba sic spermit mea - (Fedra, 480-482). In entrambi i casi, tenuti ben presenti le differenze tra i testi di carattere epico – seppur con fortissime valenze drammatiche – e dichiaratamente tragico, la descrizione serve ad approfondire la psicologia dei personaggi, facendone risaltare luci, ombre, abissi ed incertezze. Inoltre, alla luce di una preferenza del termine intractabilis accordata da Seneca in contesto prosastico, insieme all’utilizzo di termini simili come immitis e ferus208, e considerando anche i versi usati da Virgilio per introdurre il paragone con la quercia209, è forse possibile desumere, sulla base appunto del discrimine lessicale tractabilis / intractabilis, che è proprio partendo dal ripudio di Didone che deriva la precisa scelta semantica senechiana, volta a rappresentare una particolare affinità di Ippolito con creature ostiche e selvagge, specie in relazione alla sua pervicace resistenza ad ogni tentazione femminile. Fondamentale, nel primo delinearsi della storia della Didone virgiliana, è la metafora relativa alla passione che consuma come una fiamma e, a questo collegata, l’idea della ferita d’amore. L’incipit del IV libro recita infatti: At regina gravi iamdudum saucia cura vultus alit venis et caeco carpitur igni. (Eneide, IV, 1-2). Il concetto viene ripreso, nonché semanticamente variato /approfondito, in seguito: […] est mollis flamma medullas Interea et tacitum vivt sub pectore volnus. Uritur infelix Dido, totaque vagatur Urbe furens, qualis coniecta cerva sagitta (Eneide, IV, 66-69) Interessante è, a questo proposito, il confronto con alcuni versi senechiani del monologo d’ingresso di Fedra: […] alitur et crescit malum Et ardet intus qualis Aetneo vapor Exundat antro. […] (Fedra, 101-103) che presentano infatti un’indubbia analogia con quelli virgiliani. 208 immitis annos caelibi vitae dicat, / conubia vitat: genus Amazonium scias (230-231) e Amore didicimus vinci feros (240): a parlare sono la nutrice nel primo caso e la protagonista nel secondo. È sempre la nutrice, riferendosi a Ippolito, a dire: quis huius animum flectet intractabilem? (220). 209 […] sed nullis ille movetur / fletibus, aut voces ullas tractabilis audit; / fata obstant placidasque viri deus obstruit aures (IV, 438-440). 42 Catullo viene inoltre a porsi come riferimento comune sia per Virgilio che per lo stesso Seneca: se infatti si può concordare con Fantham210 circa un’influenza catulliana (quam penitus maestas exedit cura medullas, LXVI, 23) per quel che riguarda il verso 66 del Mantovano, anche la similitudine con il vapore dell’Etna presente nella tragedia ha un’eco in un passo del poeta veronese (cum tantum arderem quantum Trinacria rupes, LVIIIb, 53). Ma il dato più importante resta comunque quello incentrato – anche alla luce dei versi senechiani relativi alla passione amorosa qui blandiendo dulce nutrivit malum / sero recusat ferre, quod subiit iugum (Phaedra, 134-135) – sull’idea secondo cui «passion grows and is nourished by the sufferer»211 viene esplicitata da Virgilio e ritorna nelle parole del coro della Phaedra senechiana non habet latam data plaga frontem / sed vorat tectas penitus medullas: passo che suona quale paradigmatica espressione del potere distruttivo dell’amore. Questo, nella sua incubazione, comporta una serie di sintomi che, tanto in Didone, quanto in Fedra, appaiono simili: indecisione, inquietudine, insonnia e dimenticanze attagliano gli animi di entrambe le donne. Su tutto, è possibile notare una particolare vicinanza tra i versi: […] Agnosco veteris vestigia flammae (Eneide, IV, 23) e fatale miserae matris agnosco malum (Fedra, 113). L’immagine della rabbia, che prende Didone allorquando viene messa al corrente della partenza di Enea, viene espressa da Virgilio con il termine aestus: […] ingeminant curae, rursusque resurgens saevit amor, magnoque ira rum fluctuat aestu212 . (Eneide, IV, 531-532) direttamente riferito alla regina cartaginese, e illa dolos dirumque nefas in pectore versat, certa mori, variosque iraum concitat aestus. (Eneide, IV, 563-564) in variatio stilistica, cioè indirettamente riferito a Didone all’interno del discorso di Mercurio al condottiero troiano. Il termine aestus viene raccolto, e differentemente sviluppato, da Ovidio e da Seneca. In particolare, il secondo ne amplifica i significati di tempesta marina, con uno spostamento verso la sfera semantica fluctus / fluctuare. Questo appare chiaramente anche in altre due tragedie, non solo nell’esordio di Clitennestra dell’Agamennone, dove inoltre la valenza del quesito verso se stessa è rafforzata dall’anafora: 210E. FANTHAM, op. cit. p. 5. 211 Ibidem. 212 A sua volta molto vicino a […] magnis curarum fluctuat undis (carme LXIV, 62). 43 Quid, segnis anime, tuta consilia Quid fluctuaris? (Agamennone, 108-109) ma anche in un passo cruciale della Medea213, dove ritorna il lemma aestus: quid, anime, titubas? Ora quid lacrimae rigant variamque nunc huc ira, nunc illuc amor diducit? Anceps aestus incertam rapit: ut saeva rapidi bella cum venti gerunt utrimque fluctus maria discordes agunt dubiumque fervet pelagus, haud aliter meum cor fluctuatur […] (Medea, 937-943). §4 Le altre testimonianze pre-virgiliane e l’ipotesi del frammento n° 7 B (23 Mo) del Bellum Poenicum di Nevio214 Grazie agli indizi presenti in Marco Terenzio Varrone e Ateio Filologo è possibile riscontrare che la leggenda dell’amore infelice tra Didone ed Enea fosse già nota prima di Virgilio. Il primo215 avrebbe infatti visto in Anna, e non nella regina d’origine fenicia, la donna innamorata di Enea tanto da porre fine alla sua passione con il suicidio: questo è chiaramente testimoniato sia da Servio216 che da Servio Danielino217 ai versi 4 e 682 rispettivamente del V e del IV libro dell’Eneide. Un’opera del secondo (An amaverit Didun Aeneas) 218, citata da un grammatico del I secolo a. C., era presumibilmente volta a chiarire i termini e l’entità della storia d’amore. Ma una trattazione della vicenda di Didone precedente la consacrazione ricevuta dal poema virgiliano non può prescindere dalle ipotesi che si sono succedute riguardo il possibile soggetto del frammento neviano tramandato nel IV libro (‘De varia significatione sermonum’) del trattato De compendiosa doctrina di Nonio Marcello: blande et docte percontat Aenea quo pacto Troiam urbem liquori la cui traduzione è: “in modo invitante ed attento domanda come Enea abbia abbandonato la città di Troia”. Marino Barchiesi219, ricostruendo tutta la discussione filologica relativa al passo di Nevio, 213 «in the corresponding self-analysis […] at her time of decision», E. FANTHAM, op. cit., p. 9. 214 Ci si riferisce all’edizione dei frammenti di Barchiesi e Morel. 215 Con molta probabilità nel perduto De Familiis Troianis, cfr. P. BONO-M.V. TESSITORE, cit., pp. 23-24. 216 «sane sciendum Varronem dicere, Aeneam ad Anna amatum». 217 «Varro ait non Didonem sed Annam amore Aenea impulsam se supra rogum imtermisse». 218 Cfr. C. BARWICK, Flavii Sosipari Charisii Artis grammaticae libri V, Lipsiae, in aedibus B. G. Teubneri, 1964, p. 162. 219 M. BARCHIESI, Nevio Epico. Storia, interpretazione, edizione critica dei frammenti del primo epos latino, Padova, Cedam, 1962, p. 477. 44 identifica in Giusto Lipsio e in Ernst Spangenberg gli antesignani dei due gruppi di studiosi fautori e detrattori dell’ipotesi secondo cui Didone sarebbe potuta essere il soggetto mancante della frase. In alternativa a Didone, questo potrebbe essere infatti un hospes italico di Enea (Evandro o Latino). Antonio Mazzarino220, anche sulla scorta di un passo del grammatico Lucio Anneo Cornuto riportato da Carisio, sembra basarsi su una «somiglianza di situazione»221 tra il frammento neviano e la vicenda della Didone virgiliana per identificare in questa il soggetto della frase: si verrebbe così a creare, già in un contesto epico fortemente legato all’Odissea, una situazione d’avventura anticipatrice di quella creata poi da Virgilio. L’altro filone, invece, il cui più autorevole sostenitore è stato Scevola Mariotti222, ha escluso la possibilità che sia Didone a proporre il quesito, motivando tale posizione sulla base dei frammenti 17 e 21 Morel, in cui si dà già per avvenuto l’arrivo di Enea in terra italica. D’altronde, «l’esistenza nel poema del personaggio di Didone non è legata necessariamente all’identità dell’interrogante»223: in altre parole, è possibile congetturare un incontro tra Enea e la regina cartaginese pur tenendo salda l’identità ‘italica’ dello sconosciuto che formula la domanda224 . Questo assunto sembra ricevere ulteriori conferme anche alla luce degli accostamenti operati da Serrao225 con passi delle Divinae Institutiones di Lattanzio e dell’Origo gentis Romanae. La coincidenza o meno del soggetto della domanda con Didone è d’altronde legata alla più ampia questione relativa alla spiegazione fornita da Nevio della origo belli Punici e all’entità di un’ipotetica origo Carthaginis – non provata neanche in Ennio – da contrapporre alla origo Romae. L’unico dato che però, allo stato attuale, sembra indiscutibile è che, tanto per il frammento neviano, quanto anche per l’unica attestazione enniana del nome di Didone: Poenos Didone oriundos (Annali, VIII, 179)226 si è oggettivamente in possesso di troppi pochi dati per poter elaborare congetture d’ampio respiro circa la tradizione pre-virgiliana della regina punica. 220 Il racconto di Enea: per un’interpretazione dell’Iliuperside virgiliana, Torino, Loescher, 1955, pp. 53-59. Di avviso simile anche si era già mostrato Władysław Strzelecki (De Neviano Belli Punici carmine quaestiones selectae, Nakladem Polskiej Akademij Umejetnosci, Kraków, 1935, e Cnaei Naevii Belli Punici carminis quae supersunt, Leipzig, 1964, p. 69). 221 G. SERRAO, Nevio, ‘Bellum Punicum’, fr. 23 Mo., in «Helikon», V, 1965, p. 515. L’intera quaestio relativa a questo problema è riassunta in R. LAMACCHIA, op. cit., p. 441 n.21. 222 S. MARIOTTI, Il ‘Bellum Punicum’ e l’arte di Nevio, Roma, Signorelli, 1955, p. 27 e passim. Del medesimo parere anche J. PERRET, Les origines de la légende troyenne de Rome, Paris, Les belles letttres, 1942, pp. 95-99. 223 M. BARCHIESI, op. cit., p. 478. 224 Secondo l’esempio odissiaco di Alcinoo che chiede notizie riguardo le peregrinazioni dell’eroe, E. SPANGERBERG (Quinti Ennii Annalium Libri 18 fragmenta. Post Pauli Merulae curas iterumrecensita, auctiora, reconcinnata, et illustrata. Accedunt Cnaei Naevii librorum De Bello Punico fragmenta collecta, composita et illustrata, Lipsiae, sumptibus Librariae hahnianae, 1825, p. 193) propone il nome di Latino, mentre Rudolph Heinich Klausen (op. cit., p. 193), seguito da N. TERZAGHI (Studi sull’antica poesia latina: il principio del ‘Bellum Punicum’, in «L’Arcadia», 12, 1928, p. 37) propendono per Evandro. 225 G. SERRAO, op. cit., pp. 516-518. 226 Si adotta la catalogazione di Antonio Traglia (cfr. «POETI LATINI ARCAICI», a cura di Antonio Traglia, Torino, UTET, 1996, p. 451). 45 40 Capitolo II LA DIDONE VIRGILIANA 41 §1 Il concetto di fides, i valori politico-sociali virgiliani e la valenza dolorosa del racconto di Enea 1. Affrontando la figura di Didone all’interno dell’intera vicenda dell’Eneide è forse bene porre in primo luogo l’attenzione su due aspetti: la dimensione d’autonomia propria della regina rispetto ad Enea («sia per quanto riguarda […] la sua vicenda storica, sia per quanto riguarda la sua trasformazione mitica e artistica»1 ) e lo sbilanciamento che la critica ha talvolta dimostrato verso un’interpretazione esageratamente/esclusivamente ‘sentimentale’ nella lettura – specie del IV libro – della storia della regina fenicia2 . È comunque una coincidenza significativa il fatto che Enea senta pronunciare per la prima volta il nome di Didone dalla bocca di Venere3 (Eneide, I, 335-342): Tum Venus: […] Imperium Dido tyria regit urbe profecta, Germanum fugiens. Longa est iniuria, longae Ambages, sed summa sequar fastigia rerum. AC […] Or n’è capo e regina Dido che, da l’insidie del fratello Fuggendo, è qui venuta. A dirne il tutto Lunga fôra novella e lungo intrico. VA RCO […] Dido, sfuggita Alle insidie fraterne, i Tirj suoi Qui trasportati regge. Or lunga e oscura Del suo soffrir fora la storia. Ond’io Breve ti narro e le cagioni e il frutto. † Didone regge il comando, partita da Tiro per fuggire il fratello. Lunga storia d’offese, lungo intrico, ma seguirò i sommi capi. Al primo aspetto, inoltre, è legata la questione della fondazione della città di Cartagine. A questo proposito, molto interessanti sono le testimonianze fornite da Dionigi il Periegeta (II secolo d. C.) nella Periegesi, dal già citato Prisciano di Cesarea (V secolo d. C.) nella parafrasi di quest’ultima opera ed anche da Eustazio di Tessalonica (XII secolo d. C.) nei Commentarii: tutte e tre le fonti parlano della leggenda della pelle di bue scaltramente utilizzata da Didone4 . Nel rapporto tra quest’ultima ed Enea cruciale è il concetto di fides (sancito dal giuramento di cui si è visto il parallelo con quello tra Medea e Giasone) e il tradimento che tale valore subisce. Questo è in stretta relazione con i problemi interpretativi posti dal termine dextera5 nei versi 307- 308 del IV libro: 1 P. BONO-M.V. TESSITORE, op. cit., p. 59. 2 «Emphasis has been placed on Dido as a sentimental heroine at the expense of a fact obvious to every reader of the poem, namely that Vergil also presents her as a political woman, the ruler of a city destined to be the rival of Rome», RICHARD C. MONTI, The Dido episode and the Aeneid, Leiden, Brill, 1981, p. 1. 3 Cfr. E. PARATORE, Commento al libro I dell’Eneide, in VIRGILIO, Eneide (libri I – II), traduzione di Luca Canali, Milano, Mondadori (Fondazione Lorenzo Valla), 1978, p. 180. 4 Cfr. Appendice I. 5 Il concetto di dextera nel preciso significato di mano destra ricorre molte volte nel poema virgiliano: «in the majority of the cases the word [dextera] merely designates the right hand in its functional aspect (e.g. engaged in battle, greetings, celebrating rites). In contrast to these altogether expected uses, the term appears a number of times as the palpable expression of an individual’s trustworthiness within the context of various types of personal and political relationships», RICHARD C. MONTI, op. cit., p. 5. Gli unici riferimenti riportati dal Thesaurus Linguae Latinae (Leipzig, Teubner Verlagsgesellschaft, vol. V, 1, 1975, p. 934) al contesto del matrimonio citati per la ‘voce’ dextera sono tratti dall’Amphitruo plautino (per dexteram tuam te, Alcumena, oro ,opsecro / da mihi hanc veniam, ignosce, irata ne sies, vv. 923-924 sono le ironiche parole di Giove supplichevole travestito da Anfitrione) e dalle Metamorfosi ovidiane (XIV, 294-298), in relazione all’incontro di Ulisse con Circe (ille domum Circes et ad insidiosa vocatus / pocula conantem virga mulcere capillos / reppulit et stricto pavidam deterruit ense. / Inde fides dextraeque datae thalamoque receptus / coniugii dotem sociorum corpora poscit). Visto l’ironico uso dei termini Coniugium e dos, il passo può essere una dimostrazione a contrario della stretta della mano destra come reciproco patto di fedeltà. 42 Nec te noster amor nec te data dextera quondam Nec moritura tenet crudeli funere Dido? AC […] E del mio amore, de la tua data fé, di quella morte che ne farà la sfortunata Dido, punto non ti sovviene e non ti cale? VA RCO […] Nulla Te non rattiene omai? Né data destra; né amor giurato; né Dido infelice, Che ne morrà di cruda morte? Ahi fero! Né il nostro amore, la destra, che tu pur m’hai data, né può tenerti Didone, che morrà crudelmente? e poco oltre (versi 314-315) Mene fugis? Per ego has lacrimas dextramque tuam te (Quando aliud mihi iam miserae nihil ipsa reliqui) AC […] E me lasci, e me fuggi? Deh! Per queste mie lagrime, per quello che tu della tua fé pegno mi desti (poiché a Dido infelice altro non resta che a sé tolto non aggia) […] VA RCO Forse me sfuggi?Ah! Per queste mie lagrime Per questa destra tua, (da ch’io null’altro Per me stessa, ahi me misera! serbava) Me fuggi? Oh per queste mie lagrime, per la tua destra (quando null’altro io stessa ho lasciato a me misera) similmente al secondo emistichio del verso 597 En dextra fidesque! pronunciato dalla ormai sconvolta regina cartaginese. Sebbene sia stata sicuramente accolta nel mondo romano, nello specifico dell’episodio di Didone l’associazione tra dextera/dextra e l’idea di fides6 ha anche dato adito a interpretazioni troppo assolute 7 . Nonostante sin dall’età repubblicana l’utilizzo della mano destra, specie in alcune occasioni particolari, abbia simbolicamente rappresentato la fides e a ciò connesso, amicitia, clientela e anche hospitium, lo stringersi le mani destre è stato piuttosto raramente inteso come suggello di fedeltà matrimoniale: «if dextera in Aeneid IV.307 and 314 means conjugal fidelity, it would be an anomalous usage»8 . Da questa constatazione derivano problemi di natura interpretativa circa il vero senso del lamento di Didone e l’effettiva natura della fides tradita. Il termine dextera/dextra viene piuttosto inteso da Virgilio9 ‒ in linea con quanto genericamente fatto in età repubblicana – all’interno di più ampi contesti di relazioni interpersonali, non esclusivamente politici. Da un punto di vista di testimonianze relative alla storia di Roma questo può essere 6 Cfr. P. BOYANCÉ, La Main de Fides, in «Latomus - Hommage à Jean Bayet», 1964, pp. 101-105. 7 Cfr. G. AMEYE: «Énée est impie pour Didon parce que les serments d’amour, dextra, fides, sont sacrés pour elle», in “Eadem impia Fama…detulit”, «Revue des Études Latins», vol. 44, 1966, p. 325 n°1. 8 RICHARD C. MONTI, op. cit., p. 4. 9 Ricorrente è l’associazione tra il concetto di fides e quello di foedus «as the symbol of the assumption of obbligations in political relationships», ivi, p. 6. A dimostrazione di ciò bastino i versi di Amata che tenta di dissuadere Latino dal proposito di matrimonio dinastico di Enea con Lavinia, ricordandogli le sue responsabilità verso Turno (quid tua sancta fides? Quid cura antiqua tuorum / et consanguineo totiens data dextera Turno? VII, 365-366) e quelli di Diomede che esorta i Latini a costituire un’unica alleanza con Enea ([…] coeant in foedera dextrae / qua datur […] XI, 292-293). A sua volta, particolarmente stringente è la relazione polisemica tra foedare e foedus: «Foedare è un termine che Virgilio usa con parsimonia: esso è limitato alla sola Eneide, in cui occorre undici volte. Raramente testimoniati anche l’aggettivo e l’avverbio corrispondenti, foedus (in cinque passi eneadici e in uno delle Georgiche) e foede (due volte entrambe nell’Eneide) […]. Prima di fare il suo ingresso nella poesia epico-didascalica con Lucrezio, [questa famiglia lessicale] è ristretta ai testi drammatici, comici in particolare […]. I testi virgiliani confermano sostanzialmente tale semantica di foedare, oltre che di foedus e foede. Vi emerge però una significativa connessione di questa voce con il tema della morte dell’eroe. In tre passi (II, 286; VII, 575; XII, 99) essa è infatti usata per descrivere il volto, o il capo, di un guerriero defunto, sfigurato dal dileggio del nemico ed imbrattato di sangue e/o di polvere», M. RIVOLTELLA, Le forme del morire. La gestualità nelle scene di morte dell’ “Eneide”, Milano, Vita e Pensiero, 2005, pp. 8-9. 43 documentato ad esempio in Livio, quando lo storico parla del primo leggendario incontro tra Latino ed Enea10, mentre l’uso del termine quale garanzia di fiducia ed affidabilità è ben frequente in Cicerone 11 . In virtù di ciò è allora possibile ipotizzare che alla base del dolore di Didone, particolarmente esemplificato nel suo lamento (IV, 371-378) vi possa essere anche una venatura di natura politica, vista anche l’assistenza fornita alla flotta troiana. Questo non deve però neanche portare a dimenticare che quello della regina fenicia resta comunque il suicidio di un’amante abbandonata12 . 2. È allora dalla natura dei rapporti e dall’utilizzo di alcuni termini particolari, afferenti alla sfera politica della romanità13 (con particolare attenzione all’età augustea), che è giusto partire per meglio affrontare il testo virgiliano. L’organizzazione sociale era fondata non sui rapporti dialettici tra fazioni divise da differenti idee politiche, bensì piuttosto sulle relazioni tra vari gruppi di persone tra cui vi era un legame di tipo clientelare ad un determinato personaggio. In questo senso, grande importanza ha la parola amicitia, intesa in modo sensibilmente diverso dal senso odierno 14 . Solitamente usato tra persone di pari rango sociale, essa può includere anche rapporti di ospitalità con stranieri: all’amicitia è quindi connesso l’hospitium. Mediante uno scambio di servizi (officia) e favori (beneficia), si estrinseca la natura profondamente personalistica dell’idea romana di politica. Condizione indispensabile per l’amicitia è inoltre la fides, solo elemento in grado di garantire al legame stabilità e chiarezza, e l’importanza sacrale connessa alla fides15 è comprovata dall’utilizzo del termine pietas per indicare l’osservanza a tali obblighi, esattamente come i foedera vengono sanciti sotto la protezione divina. Tali rapporti (e quindi la sfera semantica a questi connessi) sono i medesimi che regolano la relazione che Didone intraprende con Enea ed il suo popolo. È esattamente nel versi 520-558 del primo libro dell’Eneide che l’autore narra i primi sviluppi e l’instaurarsi dei primi rapporti tra Troiani e Cartaginesi. Tutto inizia dalle richieste di Ilioneo, il quale mira sia in primo luogo ad ottenere da quella che considera subito il reggente del popolo cartaginese salvezza per sé e i suoi compagni sia a dimostrare la piena dignità dei profughi troiani. Grande importanza rivestono nelle parole di Ilioneo alcuni moduli comportamentali. In primo luogo viene affrontata la cruciale differenza tra costumi barbari e mondo ‘civilizzato’: in realtà la durezza delle parole di Ilioneo è tale che «Didone avrebbe potuto avrebbe potuto irritarsi di questo giudizio sul suo popolo, ed è proprio un segno della sua humanitas il fatto ch’essa risponda con tanta cordialità e con tanto zelo ospitale alle dure parole del portavoce dei troiani»16. La natura ‘barbara’ dovrebbe emergere dall’ignorare gli appelli d’aiuto mediante la proibizione imposta ai naufraghi di 10 «Dextra data fidem futurae amicitiae sanxisse [Latinum], inde foedus ictum inter duces, inter exercitus salutationem factam, aeneam apud Latinum fuisse in hospitio; ibi Latinum apud penates deos domesticum publico adiunxisse foedus filia Aenae in matrimonium data» (I.1.8-9). 11 Esempio su tutti siano le parole rivolte da Cicerone al proprio cliente Flacco: «O mea dextera illa, mea fides, mea promissa, cum te, si rempublicam conservaremus, omnium honorum praesidio quoad viveres, non modo munitum, sed etiam ornatum fore pollicebatur», Pro Flacco, XLI, 103. 12 Se infatti – come detto in apertura – in alcune sedi si è troppo calcato l’accento sul lato amoroso della storia di Didone, non si deve neanche cadere nell’eccesso opposto, considerando l’infausta fine della storia tra la regina e il condottiero troiano come fallimento di una progettualità politica, come sembra fare appunto Monti (op. cit., p. 8): «She is not criticizing Aeneas for breaking a promise of foreswearing an oath; rather she is blaming him for shirking his responsabilities towards her. She took him in and even gave him a place in her kingdom; he thereby contracted certain obligations towards her which he now refuses to accept and which he moreover has the temerity to say the gods – who protect the observation of such obligations – order him to neglect». 13 Cfr. J. HELLEGOUARC’H, Le Vocabulaire latin des relations et partis politiques sous la République, Paris, Les Belles Lettres, 1963 e J. BLEICKEN, Die Nobilität der römischen Republik, in «Gymnasium» n° 88, 1981, 236–253. Cfr. (anche se ormai datato) M. GELZER, Die Nobilität der römischen Republik, Leipzig, Teubner, 1912. 14 «a term which has little to do with the sentimental notion of friendship», RICHARD C. MONTI, op. cit., p. 9. 15 «Mit “fides” deckt sich vielfach die bedeutung von “officium”, die man mit "gegenseitigen Naheverhältniss" wiedergeben kann», M. GELZER, op. cit., pp. 52-53. 16 E. PARATORE, Commento al libro I dell’Eneide, cit., p. 208. 44 mettersi in salvo. Eloquenti sono i versi 539-543 del I libro (ed in particolare la repetitio usata da Caro, volta a mettere in risalto proprio questo aspetto): Quod genus hoc hominum?Quaeve hunc tam barbara morem Permittit patria? Hospitio prohibemur harenae; Bella cient primaque vetant consistere terra. Si genus humanum et mortalia temnitis arma, At sperate deos memores fandi atque infandi. AC Ma qual sì cruda gente, qual sì fera e barbara città quest’uso approva, che ne sia proibita ancora l’arena? Che guerra ne si muova, e ne si vieti di star ne l’orlo de la terra a pena? VA RCO Ma, qual mai gente inospita, qual terra Barbara è questa? Incontro a noi s’inalza Grido di guerra, e siam respinti, e il porto Negato vienci […] Ma che popolo è questo? Che barbara patria permette una simile usanza? L’asilo della sabbia ci negano, ci fan guerra, ci vietano di porre piede sul lido! Subito dopo segue la presentazione del condottiero Enea17, in cui, con un’indiretta reminiscenza dell’incipit del poema (Arma virumque cano) particolare attenzione viene data alle sue qualità principali consistenti nella iustitia, nella pietas e nell’officium18. Queste precise virtù sono quelle che per Cicerone sembrano costituire l’essenza del termine humanitas. L’ultima andrebbe ad indicare quindi un comportamento civile, e prova ne sia l’utilizzo antifrastico dell’aggettivo barbarus rispetto a humanitas e sinonimico rispetto a inhumanus19 . La missione di Roma è quella di apportare civiltà, giustizia e stabilità, e l’humanitas si diffonde anche mediante la guerra: tu regere imperio populos, Romane, memento (hae tibi erunt artes), pacique imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos (Eneide, VI, 851-853) e in questo senso il recondito e più sottile messaggio inviato a Didone consiste nell’ipotetico scambio tra un trattamento barbaro che la flotta troiana potrebbe ricevere e un prezioso bagaglio di conoscenze e civili comportamenti che questa può trasmettere: «the declaration places the onus on Dido to act in acccordance with the norms it proclaims»20 . 17 Rex erat Aeneas nobis, quo iustior alter / nec pietate fuit, nec bello maior et armis. / Quem si fata virum servant, si vestitura aura / aetheria neque adhuc credelibus occubat umbris, / non metus, officio nec te certasse priorem / paeniteat. Sunt et Siculis regioni bus urbes / armaque Troianoque a sanguine clarus Acestes. (I, 544-550). Nel VII libro ancora Ilioneosi presena – in questo caso a Latino – come ambasciatore del popolo troiano, presentando Enea con parole che mostrano forti analogie con quanto detto a Didone: non erimus regno indecores, nec vestra feretur / fama levis tantique abolescit gratia facti, / nec Troiam Ausonios gremio excepisse pigebit; / fata per Aeneae iuro dextramque potentem / sive fide seu quis bello est expertus et armis 18 Cicerone (De Natura Deorum, I, 116), connettendo appunto iustitia e pietas, chiosa: «est enim pietas iustitia adversum deos», mentre nel De Officiis (I.7.23) scrive: «fundamentum est autem iustitae fides». 19 «Pius, dont le sens premier est vraisemblablement (au coeur) pur […] caractérise l’état de celui qui s’est purifié pas l’accomplissement des devoirs qui lui incombaient. Ainsi la pietas appartient au domaine de l’officium; le pius est ò’homme qui s’est acquitté de la dette qu’il a contractée en raison de bienfaits reçus» J. HELLEGOUARC’H, op. cit., p. 276. Cfr. anche RICHARD C. MONTI, op. cit., p. 11 e F. KLIGNER, Römische Geisteswelt, München, Ellermann, 1965, pp. 724 e 743. 20 RICHARD C. MONTI, op. cit., p. 16. Questa facoltà, da parte dei Troiani, di liberare il popolo cartaginese della propria indole barbara in parte potrebbe risultare in contraddizione con l’ accusa (neanche troppo latente), che attraversa l’intero poema, che vede i Troiani, e quindi in particolar modo Enea, come ladri e predoni, come testimoniano le parole di Iarba e Amata: et nunc ille Paris cum semivio comitatu, / Maeonia mentem mitra crinemque madentem / Subnexus, rapto potitur (IV, 215-217) e o genitor, nec miseret nataeque tuique? Nec matris miseret, quam primo Aquilone relinquet / perfidus alta petens abducta virgine praedo? (VII, 360-362). 45 Le parole di Enea nei confronti di Acate (Solve metus; feret haec aliquam tibi fama salutem, I, 463) fungono sostanzialmente da prolessi della risposta di Didone, demissa vultu21, a Ilioneo (I, 562- 566): «Solvite corde metum, Teucri, secludite curas. Res dura et regni novitas me talia cogunt Moliri et late finis custode tueri. Quis genus Aeneadum, quis Troiae nesciat urbem Virtutesque virosque aut tanti incendia belli? […]» AC […] «o miei Troiani, toglietevi dal cuore ogni timore, ogni sospetto. Gli accenti atroci, la novità di questo regno a forza mi fan sì rigorosa, e sì guardinga de’ miei confini. E chi di Troia il nome, chi de’ Troiani i valorosi gesti, e l’incendio non sa di tanta guerra? […]» VA RCO […] «Ogni sospetto, Dardani in bando; ed ogni affanno or esca Dai petti vostri. Io son da scabri casi Astretta, e in un, da signoria favella, A vegliar sempre, e custodir severa Tutti i confini miei. Ma gente al mondo Havvi lontana dal cammin del Sole Tanto, o noi Tirj siamo barbari tanto, Da non saper dell’alta Troia i fatti? Sue forti pugne, i chiari gesti, i prodi Eroi, d’Enea la stirpe? […]» «Sciogliete l’ansia dal cuore, Teucri, lasciate l’angoscia. Dura vita e nuovo regno a questo mi forzano, guardar tutt’intorno con l’armi i confini Ma degli Eneadi chi il sangue, chi ignora Troia e gli uomini e i fatti e tanto incendio di guerra? […]» Il primo verso presenta una struttura geometrica, con il vocativo plurale a separazione di un’analoga esortazione ripetuta (al cui proposito Servio commenta «iteratio est ad augmentum benevolentiae»)22, mentre la Res dura è sempre stata intesa come allusione alla tragedie passate («domus calamitatem», chiosa il Danielino) di Didone. All’interno della narrazione, ad opera di Venere, della storia di Didone grande peso sembra avere l’aspetto politico dell’impresa di quest’ultima: la regina fenicia viene infatti a porsi come dux23 di un fuggitivo gruppo di dissidenti. Se per l’importanza accordata da Virgilio al termine - basti pensare a quanto scritto in riferimento a Pollione nella IV Ecloga24, ma rimarchevole è anche l’uso fatto nella quarta Georgica per indicare gli elementi di comando delle api sotto la cui leadership è adombrata l’ideale tipo di società 21 Valeria Ricottilli («Tum breviter Dido vultum demissa profatur» (Aen. I, 561): individuazione di un «cogitantis gestus» e delle sue funzioni e modalità di rappresentazione nell’Eneide, in «Materiali e discussioni per l'analisi dei testi classici», n° 28, 1992, pp. 179-227, opera un’accurata analisi delle varie problematiche interpretative connesse a quest’espressione di Didone: se la prima e forse più scontata lettura del” tener basso lo sguardo” è stata quella legata all’espressione di un pudore tutto femminile, consono alla situazione (Danielino: «dicendo autem “vultu demissa” aliud genus officii adiecit», p. 181, e condivisa da de la Cerda, op. cit., p. 104 «vultum demissa, quia oratorem, praesertim vero foeminam, pudor decet), viste anche le associazioni operate da Apollonio Rodio al pudore e alla modestia femminile per quel che concerne Medea e Issipile (p. 182 e passim), un’altra possibile interpretazione potrebbe essere quella connessa alla vergogna provata dalla regina cartaginese, come sembra ipotizzare Claudio Donato: «vultum demissa potest sic accipi, ut non solum propter feminam verecundiam vultum deiecerit verum etiam propter obiecta» (p. 185). L’espressione di Didone può essere messa in relazione, inoltre, sia con un più specifico senso di ritrosa timidezza (messo in rilievo dalla versione del 1890 di Walpole “casting down her eyes”, p. 179) sia con un atteggiamento pensoso, come testimoniato da un passo del V canto (vv. 109-111) dell’Inferno dantesco (quand’io intesi quell’anime offense, / china’ il viso, e tanto il tenni basso, / fin che ‘l poeta mi disse: “Che pense?”, p. 192). 22 «molto più elegante che non excludite, eicite, deponite», P. VIRGILIO MARONE, Libro I, commento di A. SALVATORE, Napoli, Loffredo, 1971, p. 62. 23 «dux et auctor […] peuvent tous les deux, soit à tour de role, soit associés, designer un home politique de premier plan», J. HELLEGOUARC’H, op. cit., pp. 325-326. 24 Teque adeo decus hoc aevi, te consule, inibit, / Pollio, et incipient magni procedere menses; / te duce, si qua manent, sceleris vestigia nostri / inrita perpetua solvent formidine terras (Bucoliche, IV, 11-14). 46 rettamente letto da leggi25 ˗ più complicato è capire quanto il poeta mantovano possa aver desunto dalle sue fonti in relazione all’uso politico del termine dux in questo caso riferito a Didone: a questo proposito Timeo e Giustino non sembrano dare indicazioni significative26. È comunque chiaro che le battute tra Didone e Ilioneo sono funzionali a dimostrare l’humanitas (romanamente intesa) della regina cartaginese che, con le sue parole (vv. 565-566) ribatte in maniera arguta e educata alle accuse di barbarismo, dimostrando – conoscendo già l’eco delle gesta di Enea e dei fatti di Troia – di non vivere fuori dal mondo civile. Il supporto (hospitium) 27 offerto da Didone è garantito sia che i profughi decidano di raggiungere le coste siciliane sia che scelgano di restare in territorio cartaginese: «it is significant that only when Dido has proved her humanitas in this way that the magical cloud enshrouding Aeneas evaporates to allow him to speak with her»28. L’osservanza di queste regole che informano i rapporti tra i due popoli condiziona la replica di ringraziamento da parte di Enea (I, 597-610), che viene anche a porsi quale «risposta complessiva ai due discorsi di Ilioneo e Didone»29 «O sola infandos Troiae miserata labores, Quae nos relinquas Danaum, terraeque marisque Omnibus esausto iam casibus, omnium egeo, Urbe domo socias, grates per solvere dignas Non opis est nostrae, Dido, nec quid quid ubique est Gentis Dardaniae, magum quae sparsa per orbem. Di tibi, si qua pios respectant numina, si quid Usquam iustitia est et mens sibi conscia recti, Praemia digna ferant. Quae te tam laeta tulerunt In freta dum fluvii current, dum montibus umbrae Lustrabunt convexa, polus dum sidera pascet, Semper honos nomenque tuum laudesque manebunt, Quae me cumque vocant terrae. […]» AC «[…] A te ricorro, vera regina, a te sola pietosa de le nostre ineffabili fatiche. Tu noi, rimasi al ferro, al fuoco, a l’onde d’ogni strazio bersaglio, d’ogni cosa bisognosi e mendici, nel tuo regno e nel tuo albergo umanamente accogli. A renderti di ciò merito uguale bastante non son io, né fôran quanti de la gente di Dardano discesi Vanno per l’universo oggi dispersi. Ma gli dèi (s’alcun dio de’ buoni ha cura, se nel mondo è giustizia, se si truova chi d’altamente adoperar s’appaghe) te ne dian guiderdone. Età felice! Avventurosi genitori e grandi Che ti diedero al mondo! Infin che i fiumi Si rivolgono al mare, infin ch’a’ monti Si giran l’ombre, infin c’ha stelle il cielo, i tuoi pregi, il tuo nome e le tue lodi mi saran sempre, ovunque io sia, davanti» VA RCO «[…] regina, o tu che dei Trojani affanni Sola prendi pietade; o tu, che degni Del tuo impero novel compagni accorro Noi, degli Achivi avanzo, in terra in mare Noi stancatori d’avversa sorte, D’ogni ajuto mendichi; or, quando mai, Come, potremo rimeritar noi tanti Favori mai? Ciò non fia dato unquanco, Non che a noi, né a quanti altri erran pel mondo Della Dardania stirpe. A te sol ponno «[…] O Sola che provi pietà dell’indicibile angoscia di Troia, e noi, l’avanzo dei Dànai, per terra e per mare sfiniti da tutti i pericoli, di tutto in bisogno, t’associ di patria, di tetto, offrirti degno ricambio non è, Didone, in nostro potere, e non di quanti, dovunque sono di seme troiano, che per l’immensa terra è disperso. Gli dèi, se le Potenze guardano i buoni, se vale qualcosa mai la giustizia, la buona coscienza dell’animo, degni premi ti diano. Quale età fortunata ti ha dato a noi? Chi furono i genitori gloriosi 25 Admiranda tibi levium spectacula rerum / magnanimosque duces totiusque ordine gentis / mores et studia et populos et proela dicam, Georgiche, IV, 3-5. 26 Se il primo si limita a scrivere di Didone che «ἐνθεµένη τὰ χρήµατα µετά τινων πολιτῶν, ἔφευγε», il secondo, con maggior dettalio, spiega che «fugam […] molitur adsumptis quibusquam principibus in societatem, quibus par odium in regem esse eandemque fugiendi cupiditatem arbitraretur» (XVIII.4.9). 27 Ed è esattamente con questo termine che Venere chiama la relazione che si sta instaurando tra i due popoli: Nunc phoenissa tenet Dido blandisque moratur / Vocibus et vereor quo se iunonia vertant / Hospitia […] (I, 670-672). 28 RICHARD C. MONTI, op. cit., p. 24. 29 E. PARATORE, Commento al libro I dell’Eneide, cit., p. 215. 47 Dar pari al merto il guiderdone, i Numi: Se Numi v’ha, che ai píetosi ai giusti Rendan lor dritto: e guiderdon tu stessa Conscia di tua virtude. Età beata, che te produsse! Almi parenti, ond’era Procreata tal donna! Ah, pria tributo Negheran di lor onde al mare i fiumi L’ombre alle valli pria manco verranno, Le stelle al ciel, pria ch’onoranza e laude Alla tua fama io non tributi, ovunque Me chiamerà la sorte mia […]» che tale t’han fatta? Al mare fin che i fiumi corrano e l’ombre nel cavo dei monti s’addensino, e pasca il cielo le stelle, sempre per me il tuo onore e il nome e la gloria vivranno, qualunque terra mi chiami» […]» Se al verso 597 l’autore impiega un aggettivo (infandos) tra i più eloquenti per descrivere la portata della tragedia vissuta dal popolo troiano, con il senso della frase che anticipa proletticamente quanto detto in seguito (Et breviter Troiae supremum audire laborem, II, 11), da un punto di vista poetico è molto interessante il calco lucreziano del verso 608, in cui il polus dum sidera pascet mostra evidenti analogie con l’espressione unde aether sidera pascit (De rerum natura, I, 231)30. Il senso della gloria e del rispetto nei confronti di Didone da parte di Enea risulta inoltre dall’ampiezza del verso 609, identico a Bucolica V, 78. Alle parole di quest’ultimo segue lo stupore («quod iam futuri amoris est signum» secondo Servio) di Didone (I, 613-614)31, nel cui animo l’ammirazione per la fisicità d’Enea inizia a compenetrarsi alla pietà per le sventure patite: Obstipuit primo aspectu Sidonia Dido Casu deinde viri tanto et sic ore locuta est: AC […] Stupì Didone nel primo aspetto d’un sì nuovo caso, e d’un uom tale; indi riprese a dire: VA RCO Da pria l’aspetto, e le vicende quindi D’eroe cotanto, addoppian lo stupore Della Regina, che al fin pur gli dice: Stupefatta rimase Didone Sidonia, anzitutto a vederlo, poi della sorte mirabile dell’eroe,e così disse: La sola ricompensa che Enea si sente in grado di garantire sembra limitarsi alla manifestazione verbale di gratitudine (v. 609). Honos si riferisce alla sfera religiosa, con principale significato di omaggio agli dei, spesso usato in connessione in formule di sacrificio: «transferred to the political sphere, honos is used to designate the payment of the debt that results from receiving an officium or a beneficium, and again belongs to the domain of fides and pietas» 32. Anche il termine laus, desunto dall’originale sfera religiosa, più genericamente può indicare parole di ringraziamento e celebrazione nei confronti di chi, in guerra o in contesto civile, si sia distinto per azioni particolarmente meritevoli: tra i due termini vi è quindi una sicura connessione. Sebbene utilizzati 30 A questo proposito, Salvatore (P. VIRGILIO MARONE, Libro I, op. cit., p. 66) cita il passaggio del De natura deorum (II.46.118): «Sunt autem stellae natura flammae: quo circa terrae, maris, aquarum vaporibus aluntur iis, qui a sole ex agris excitantur». 31 «Questo della sorpresa che desta un personaggio col suo apparire è un motivo importante di tutto il poema (ivi, p. 67)», di cui altri esempi nel corso del poema sono costituiti dalla sorpresa di Andromaca (Arma amens vidit, magnis exterrita mostri, / Deriguit visu in medio, calor ossa relinquit, III, 307-308), di Aceste (At procul excelso miratus vertice montis / Adventum sociasque rates occurrit Acestes, V, 35-36) e di Evandro (Terrentur visu subito cunctisque relictis / Consurgunt mensis […], VIII, 109-110). Il verbo obstipuit in apertura d’esametro «in funzione formulare […] ritorna (sempre nella medesima posizione del verso) in II 378, V 90, VIII 121, IX 197, XII 665», E. PARATORE, Commento al libro I dell’Eneide, cit., p. 217. 32 RICHARD C. MONTI, op. cit., p. 26. 48 non esclusivamente in accezione politica, nelle parole di Enea a Didone i due termini hanno questo preciso significato33 . 3. Immersi nel silenzio notturno della reggia di Didone, su esplicito invito della stessa regina, Enea inizia il racconto della tragedia troiana: tema che dall’Iliupersis di Arctino di Mileto alla Piccola Iliade di Lesche di Lesbo e a La presa di Troia di Trifiodoro godrà ancora di indubbia fortuna. Conticuere omnes intentique ora tenebant Inde toro pater Aeneas sic orsus ab alto: «Infandum, regina, iubes renovare dolorem, Troianas ut opes et lamentabile regnum Eruerint Danai, qua eque ispe miserrima vidi Et quorum pars magna fui. […]» AC Stavan taciti, attenti e disïosi D’udir già tutti, quando il padre Enea In sé raccolto, a così dir da l’alta Sua sponda cominciò: «Dogliosa istoria E d’amara e d’orribil rimembranza, regina eccelsa, a raccontar m’inviti: come la già possente e glorïosa mia patria, or di pietà degna e di pianto, fosse per man de’ Greci arsa e distrutta. VA RCO Taciti tutti, e con volti bramosi D’udire, immoti stavansi. Dall’alto Suo seggio allor, tale incomincia Enea. Amaro duol di fera storia imponi Ch’io rinnovi: o regina arsa e distrutta La ricca Troja, e svelto appien dai Greci Un infelice regno: orridi casi, Ch’io medesmo vedea, di cui gran parte† Io stesso m’era. […]» Tacquero tutti e intenti il viso tendevano. Dall’alta sponda il padre Enea cominciò: Dolore indicibile tu vuoi ch’io rinnovi, o regina, come la forza troiana e il misero regno i Dànai distrussero, le cose tristi che io vidi, e ne fui parte grande. […]» Questi versi iniziali, di cui il primo s’apre con un raro verbo frequentativo34 e si chiude con una clausola enniana35, introducono il primo dei tre motivi principali che costituiscono l’ossatura del II libro dell’Eneide: la narrazione dell’episodio del cavallo (vv. 13-248), la nyctomachia (vv. 250-558) e il tema della famiglia e dell’esilio (vv. 559-804) 36. Se lo stupore dell’attesa del racconto stimolato dalla regina è un topos letterario presente, oltre che nel frammento (87 Vahl²) enniano, anche in Apollonio Rodio (Ἦ, καὶ ὁ µὲν φόρµιγγα σὺν ἀµβροσίῃ σχέθεν αὐδῇ. / τοὶ δ᾽ ἄµοτον λήξαντος ἔτι προύχοντο κάρηνα / πάντες ὁµῶς ὀρθοῖσιν ἐπ᾽ οὔασιν ἠρεµέοντες / κηληθµῷ: τοῖόν σφιν ἐνέλλιπε θέλκτρον ἀοιδῆς.)37, e Dante (a proposito di Casella: Noi eravam tutti fissi e attenti / alle sue note […])38, particolare pregnanza poetica ha il terzo verso, il cui modello potrebbe essere Omero39 , precisamente nell’allocuzione rivolta da Ulisse ad Arete 40 (“ἀργαλέον, βασίλεια, διηνεκέως 33 «Fides and gratia require, if not some more concrete action, at least the everlasting verbal expression of gratitude for the hospitium offered and accepted», ibidem. 34 Cumtacesco, formato dalla preposizione cum + il raro frequentativo di taceo. Osserva Ettore Paratore (Commento al II libro dell’Eneide, op. cit., p. 237) come il verbo, già attestato in due loci plautini, riceva in questa sede proemiale il primo utilizzo in contesto epico. 35 Cfr. Annales, frammento 87 Vahl²: «sic expectabat / populus atque ora tenebat / […]». Il terzo libro dell’Eneide si chiude inoltre con il verso «Conticuit tandem ractoque hic fine quievit», dove per Enea, che ha terminato il racconto, viene usato lo stesso verbo utilizzato all’inizio per gli ascoltatori. 36 A questa tripartizione corrispondono i tre aspetti caratterizzanti poeticamente il libro: «l’aspetto più propriamente epico, con delle punte drammatiche; l’aspetto epico-drammatico; l’aspetto epico-lirico-elegiaco», A. SALVATORE, Introduzione a P. VIRGILIO MARONE, Libro II, commento di A. SALVATORE, Napoli, Loffredo, 1987, p. 7. 37 Argonautiche, I, 512-514. 38 Purgatorio, II, 119-120. 39 Cfr. MACROBIO, Saturnalia, V, 5, 2. 40 «Didone […] è regina, e in parte ricorda Arete, madre di Nausicaa; a Didone Enea racconta la sua storia, come Ulisse la racconta ad Arete e al re Alcinoo», J. KNIGHT, Virgilio romano, Milano, Longanesi, 1949, p. 144. 49 ἀγορεῦσαι / κήδε᾽, ἐπεί µοι πολλὰ δόσαν θεοὶ Οὐρανίωνες: […])41. Il verso riecheggia l’altro O sola infandos Troiae miserata labores (I, 597), proprio in virtù della ripetizione del lemma caratterizzante (derivato da in + for: “indicibile”): se anche questo esametro avrà un indiscutibile influsso su Dante ([…] Tu vuo’ ch’io rinnovelli / disperato dolor che ‘l cor mi preme), Leopardi riesce a rendere magistralmente il senso d’angoscia e dolore espresso da Virgilio mediante una particolare collocazione – in apertura e chiusura di verso – di alcune parole, all’interno di una traduzione letterale42: Ammutirono tutti, e fissi in lui Teneano i volti; allor che il padre Enea Si cominciò dall’alto letto: Infando, O regina, è il dolor cui tu m’imponi Che rinnovelli. I’ dovrò dir da’Greci I Teucri averi e il miserando regno Come fosser diserti: io dire i casi Tristissimi dovrò, cui vidi io stesso E di che fui gran parte. […]43 Aldilà dell’ipotesi secondo cui il vocativo regina (v. 3) potrebbe suonare come una captatio benevolentiae, «la giustapposizione di regina e iubes sembra dar forza all’idea [della] volontà che impone l’eccezionale indugio narrativo»44 reso da Leopardi. Differenza fondamentale tra i due testi greci e l’Eneide è però che mentre nel primo caso lo stupore viene descritto dopo che il racconto è stato fatto, in Virgilio – al fine di dar maggior peso ai contenuti della narrazione – l’attenzione dell’uditorio è descritta prima che Enea inizi a parlare. §2 La tragedia di Didone 1. Anche in relazione con quanto osservato nel capitolo precedente circa l’utilizzo del termine ‘tragedia’45, è effettivamente possibile ‒ considerando complessivamente il IV libro ‒ rinvenire una 41 Odissea, VII, 241-242. 42 Interessante notare quanto scritto dallo stesso Leopardi nell’introduzione alla sua versione del Libro secondo dell’Eneide del 1817, circa il carattere di autonomia che il poeta di Recanati riconosce al secondo libro del poema virgiliano, unitamente al giudizio espresso sulla traduzione di Annibal Caro: «Mal però avviseresti se credessi che ove a questa traduzione non incontrasse mala ventura, io avessi in animo di voltar del pari in Italiano tutta l’Eneide. L’opera mia comincia con il verso: Contiquere omnes, intentique ora tenebant ed ha fine nell’altro: Cessi, et sublato montem genitore petivi E questo perché sarebbe da gareggiare, non già con Annibal Caro (che per avventura pensi che m’impaurisca, e male; poscia ché sì come non ha forse italiano che non più di me ammiri quel grande scrittore, così on ne ha per sorte alcuno che più fermamente creda potersi ancor desiderare in Italia una traduzione della Eneide), ma con Virgilio, in Il secondo libro dell’Eneide – considerazioni di Napoleone Bonaparte, traduzione di Giacomo Leopardi, «Atene e Roma», Pavia, 1924, p. 9. 43 Op. cit., p. 11. 44 E. PARATORE, op. cit., p. 238. 45 Per una completa panoramica bibliografica su questo aspetto cfr. M. FERNANDELLI, Virgilio e l’esperienza tragica. Pensieri fuori moda sul libro IV dell’ “Eneide”, in «Incontri triestini di filologia classica», 2 (2002-2003), pp. 1-4 con relative note. «Si può leggere la vicenda di Enea e Didone come una tragedia, quale infatti è, anche se non è composta secondo moduli teatrali. E il modo migliore di intenderla è in una particolare accezione contemplativa, nonostante la 50 divisione in tre ‘atti’ (1-295; 296-503; 504-705) 46 , a loro volta suddivisibili in ‘scene’: tale suddivisione è sicuramente coerente con il contenuto fortemente tragico, benché non si debbano dimenticare gli influssi derivanti dal genere dell’epillio. Particolare valenza patetica ha inoltre la presentazione virgiliana della storia di Didone, sensibilmente differente da quella fornita da Giustino47. L’esordio (vv. 1-6) entra subito in medias res At regina gravi iamdudum saucia cura Vulnus alit venis et caeco carpitur igni. Multa viri virtus animo multusque recursat Gentis honos; haerent infixi pectore voltus Verbaque, nec placidam membris dat cura quietem AC Ma la regina d’amoroso strale Già punta il core, e ne le vene accesa D’occulto foco, intanto arde e si sface; e de l’amato Enea fra sé volgendo il legnaggio, il valore, il senno, l’opre, e quel che più le sta ne l’alma impresso soave ragionar, dolce sembiante, tutta la notte ne pensa e mai non dorme. VA RCO Ma gravemente già d’amor piagata, Vie già maggior esca al fuoco occulto, ond’arde Va ministrando la Regina. Or volge L’alto valor d’Enea nell’egra mente, E dei Teucri l’altezza; or vie più addentro Fitte ha nel cor l’alme di lui sembianze, E le dolci parole: indi non trova Quíete mai pel travagliato fianco. Ma sanguina ormai la regina in un tormento pesante, nelle sue vene nutre una piaga, da chiuso fuoco è consunta. Grande il valore dell’uomo, grande le assedia la mente La gloria del nome: è fitto in cuore quel volto, la voce: placido sonno non dà alle membra il tormento La prima parola (richiamante l’ αὐτὰρ omerico, otto volte utilizzzato in apertura di verso) già è volta a marcare un’opposizione drastica e irrisolvibile tra le sofferenze di Enea, che comunque sembrano esser giunte a termine (contiquit tandem, III, 718) e quelle, fatalmente foriere di un tragico epilogo, di Didone, la cui figura appare sin dai primi versi lacerata tra le ansiose debolezze della donna innamorata e l’orgoglio della nobile regina. Didone è già in preda di un’incontrolabile48 passione: «c’est un amour inquiet (cura), qui l’a blessée à mort (saucia), terriblement (gravi cura)»49. La congiunzione avversativa posta all’inizio del verso caratterizza il sentimento d’amore, «irresoluto»50 e quindi tragico. Quest’impatto della forza dell’amore su Didone sarà ben presente al Racine autore della Phèdre, come dimostrano i seguenti versi: violenza dei sentimenti e dell’azione: nel senso di un cupo, orgiastico e insieme severo oratorio funebre», L. ROMANO, Prefazione a VIRGILIO, Eneide, libro IV (a cura di M. CASALI), Torino, Paravia, II. 46 N. HOLZBERG, Vergil der Dichter und sein Werk, München, Verlag C. H. Beek, 2006, p. 151. 47 «Il confronto con l’ampia narrazione in Giustino XVIII 4 mostra con chiarezza quanto consapevolmente Virgilio, anche in questa circostanza, cerchi di far leva sul patetico, sollecitando sentimenti di simpatia nei riguardi di Didone e sdegno verso Pigmalione. Così si spiegano da un lato l’accento posto ripetutamente sull’amore di Didone per Sicheo e la crudele dissimulazione del crimine perpetrato, che le si svela solo alla vista dolorosa dell’ombra del marito; e d’altro canto l’amplificazione del crimine: ante auras, incautum superat, inhumati coniugis, e gli epiteti di Pigmalione scelere ante alios immanior omnis, inpius, securus amorum germanaem multa malus simulans, un tiranno temuto e odiato dal suo stesso popolo», R. HEINZE, op. cit., p. 169 n.7. 48 «caeco: c’è chi lo intende come “accecante, che fa uscir di senno”, chi come “furtivo, nascosto”». In favore della seconda interpretazione militano gli esempi di Lucrezio, IV, 1120, tabescunt volnere caeco e Ovidio, Met. III 490 et tecto paulatim carpitur igni. Ma forse anche qui è da ravvisare la voluta ambivalenza delle espressioni virgiliane, come vuol e il Pascal, il quale osserva che l’amore, ora furtivo, accecherà Didone sino al punto di farle rompere fede al cenere di Sicheo. Anche in Georg. III 210 et caeci stimulos avertere amoris si avverte in un’analoga espressione uguale pregranza», E. PARATORE, Commento al libro IV dell’Eneide, in VIRGILIO, Eneide (libri III – IV), traduzione di Luca Canali, Milano, Mondadori (Fondazione Lorenzo Valla), 1978, p. 184. 49 A. SCHMITZ, Infelix Dido, Gembloux, Éditiond Duculot, 1960, p. 21. 50 G. PASCOLI, Epos, Livorno, Giusti, 1938, p. 157. 51 Je le vis, je rougis, je pâlis à sa vue; un trouble s’éleva dans mon âme éperdue; Mes yeux ne voyaient plus, je ne pouvais parler; je sentis tout mon corps et transir et brûler (Phèdre, I, 3, 273-276). Alla regina cartaginese non appartiene l’intima felicità propria della donna amante e riamata: al contrario, la sua nuova e già affermata (iamdudum) passione si manifesta precocemente in tutta la sua forza distruttiva. Ed è proprio in questo che consiste il magistrale tratto di novità virgiliana rispetto al modello omerico: «la raffigurazione dell’amore come passione esclusiva e devastante»51 . Se già tutta la figura di Enea sembra essersi già trasfusa in lei (i tratti fisiognomici di lui, voltus, sono infixi nella mente e nel cuore di lei e non si staccano, haerent), ella rimane sola con il suo segreto: Didone appare sin dall’esordio del IV libro già attaccata dal fuoco della passione (caeco igni), la cui ferita ella nutre della propria vita (venis): come scritto da Lalla Romano, «Il ritmo martellante, le allitterazioni (2° verso) accentuano la nettezza del tema. Tutto vi è già detto: la passione è malattia, fatalità e tragedia» 52 . Presto Didone sente il bisogno di parlare (vv. 9-30) con la sorella Anna, forse perché, come dice Stratonice a Pauline nel Polyeucte di Corneille, Á raconter ses maux, souvent on les soulage (I, 3, 37): Anna soror, quae me suspensam insomnia terrent! Quis novos hic nostris successit sedibus hospes, Quem sese ore ferens, quam forti pectore et armis! Credo equidem, nec vana fides, genus esse deorum. Degeneres animos timor arguit. Heu, quibus ille Iactatus fatis! Quae bella exhausta canebat! AC […] «Anna sorella, che vigilie, che sogni, che spaventi son questi miei? Che peregrino è questo che qui novellamente è capitato? Vedestu mia sì grazïoso aspetto? Conoscesti unqua il più saggio, il più forte, e ‘l più guerriero? Io credo (e non è vana la mia credenza) che dal ciel discenda veracemente. L’alterezza è segno d’animi generosi. E che fortune, e che guerre ne conta! […] VA RCO […] O fida Anna mia, che fian mai quest’aspre veglie, Che me dubbia travagliano? Oh, qual degno Ospite nuovo accolto abbiamo! Oh quanto Leggiadro, ardito, e in armi prode! Ei stirpe Ben è dei Numi: e qual v’ha dubbio? Ai forti Non tralignanti di lui spirti, io ‘l veggo. Oh quai vicende ei pur soffria! Quai guerre, Da lui compiute, ei ci narrava! […] «Anna, sorella, che sogni m’hanno sconvolta! Che straordinario ospite m’è venuto a palazzo, che portamento, che forza in cuore e nell’armi! Credo, certo, non è fede vana: è stirpe di dèi. Un’indole ignobile, vil timore la smaschera. E quale Destino lo incalza, che guerre durate narrava! Indefinite pulsioni hanno tormentato il sonno della regina, lasciandola perplessa e indecisa (suspensam). La contraddizione delle pulsioni interne all’animo di Didone emerge subito: da un lato il novos (strategicamente posto in posizione d’evidenza), che con tutta la sua gamma di fascino e valori inizia a sconvolgerla, dall’altro c’è Sicheo, al quale la sposa si sente ancora indissolubilmente legata. Particolare importanza è la caratterizzazione epica data da Didone all’hospes (termine nobile, come lo ξένος greco) ad Enea, cantore (canebat) di guerre. 51 R. HEINZE, op. cit., p. 152. 52 L. ROMANO, op. cit., III. A proposito del verso 6 Postera phoebea lustrabat lampade terras Pascoli annota: «con pace del mio Poeta sia detto che qui c’è un poco d’inverosimile; che il racconto di Enea era cominciato tardi (se non a mezza notte: cf. 81) e a lungo aveva durato, e Didone non poteva aver avuto tempo di essere molto atterrita da brutti sogni», G. PASCOLI, op. cit., pp. 157-158. 52 Anna53 si rivolge alla sorella (non chiamandola mai Dido o Elissa, bensì soror o germana) in termini estremamente affettuosi: sintomatico il lemma usato dalla prima nei confronti della seconda, O luce magis dilecta sorori. Ancora Pascoli, anche a proposito di quanto detto nel capitolo precedente circa i rapporti testuali Virgilio/Catullo, nota la forte analogia con il Carme LXVIII (v. 160 Lux mea, qua viva vivere dulce mihi est) 54 Solane perpetua maerens carpere iuventa, Nec dulcis natos, Veneris nec praemia noris? Id cinerem aut mani credis curare sepultos? AC «[…] dunque sola Vuoi tu vedova sempre e sconsolata Passar questi tuoi verdi e florid’anni? […]» VA RCO « […] Strugger vuoi dunque sola il fior degli anni? Né pegno mai d’amore, i dolci figli, Tu d’ottener consenti? Al cenere freddo D’ombra sepolta, or credi abbia a venirne Noia o dolore? […]» «[…] sola vorrai consumarti, piangendo l’intera età bella? E non saprai i dolci figli, i premi di Venere? Caro al cenere questo tu credi, all’ombre sepolte? […]» I versi 31-33 fanno appello ai sentimenti e alle ispirazioni proprie di ogni donna: dalla paura della solitudine (solane) senza fine (perpetua) «qui déchire tout l’être»55, dal fisiologico bisogno di essere madre (dulcis natos) 56 al puro piacere dell’amore (Veneris praemia); in particolare, alla mancanza di figli e al desiderio di averne, la regina ritorna oltre, nei versi 327-33057. Proprio dal riferimento di Anna ai Veneris praemia, invece, è nata l’ipotesi ˗ probabilmente legata all’equivoco varroniano che considerava Anna e non Didone la vera fondatrice di Cartagine, e su cui è incentrato lo scritto di Carisio Amaverit Didun Aeneas ˗ dell’amore di Anna, e non solo della regina cartaginese, nei confronti di Enea: a ciò connessa è la storia della sorella di Didone presente nei Fasti ovidiani58 . In modo realistico, quasi lucrezianamente, Anna definisce Id ciò che dovrebbe inquietare le ceneri di Sicheo. Anna usa forse volutamente termini alquanto vaghi: Sicheo non è più Sicheo, bensì solo cenere, e il piacere è nel presente. Interessante è anche il commento di Servio al verso 33: «bene extenuat dicendo non animam, sed cineres et manes sepulto. Dicit autem secundum Epicureos, qui animam cum corpore dicunt perire», connesso da Paratore al dantesco con Epicuro tutti i suoi seguaci / che l’anima col corpo morta fanno59 . L’imperativo in apertura di verso 35 Esto è volto a scuotere la sorella indecise nel suo nobile idealismo, i cui sintomi della passione sembrano sempre più simili a quanto descritto nel De rerum natura proprio a proposito dell’amore60: 53 «the tritagonist in Book IV is Dido’s sister, Anna, whose connection with the story seems to appear first in Naevius», S. PEASE, op. cit., p. 49. 54 G. PASCOLI, op. cit., p. 159. 55 A. SCHIMTZ, op. cit., p. 33. 56 Benché «Anna, accennando alla possibilità di figli, adopera proprio l’argomento che poteva meglio vincere Didone, che dal primo matrimonio non aveva avuto figli», E. PARATORE, op. cit., p. 187. 57 Saltem si qua mihi de te suscepta fuisset / Ante fugam suboles; si quis mihi parvulus aula / Luderet aeneas, qui te tamen ore referret, / Non equidem omnino capta ac deserta viderer. 58 Nel terzo libro (vv. 523-654) si narra infatti di come, defunta Didone, Iarba fosse riuscito a conquistare Cartagine. Questo determinò la fuga di Anna a Malta, il cui re accettò la richiesta di Pigmalione che reclamava la sorella di Didone. Quest’ultima fu allora costretta ad un’ulteriore fuga, approdando sulla spiaggia di Laurento. Qui incontrò Enea, sposato con Lavinia che inziò a nutrire una tale gelosia nei confronti della profuga da meditare di ucciderla. Anna, avvertita in sogno dall’ombra di Didone, fuggì ancora. Una voce del fiume Numicio, esprimendosi in persona di Anna, rispondeva a chiunque ne chiedesse notizie, che Anna – con il nome di Anna Perenna – era diventata la ninfa del fiume. 59 Inferno, X, 14-15. 60 «having devoted her passion to the cares of founding a new city, she [Dido] appears to be as invulnerable to the furor of love as a veritable physicist. But this appearance is false. She has in fact no resources at all for resisting the fullblown delusionary furor of love; so far from protecting her against the irruption of furor within herself, her Epicurean 53 unaque res haec est, cuius quam plurima habemus tam magis ardescit dira cuppedine pectus. Nam cibus atque umor membris assumitur intus; quae quoniam certas possunt obsidere partis, hoc facile expletur laticum frugumque cupido. Ex hominis vero facie pulchroque colore nil datur in corpus praeter simulacra fruendum tenvia; quae vento spes raptast saepe misella. (IV, 1089-1096). Didone e Anna si accingono a celebrare sacrifici in onore dei numi tutelari della fecondità e del matrimonio (Cerere, Febo, Bacco Lyaeus, “scioglitore di affanni” e Giunone Pronuba). A differenza di tutte le altre rappresentazioni di riti religiosi presenti nell’Eneide, Didone appare caratterizzata in questo caso da promiscuità, eccesso e furore: tratti propri dell’uomo superstizioso secondo Lucrezio61. Nei versi 54-59 viene messo ben in evidenza il collegamento tra il moto dell’animo in preda all’amore e la pratica sacrificale, più etrusca e greca, che ‒ seppur frequente ‒ mai resa ufficiale a Roma: His dictis incensum animum inflammavit amore Spemque dedit dubiae menti solvitque pudorem. Principio delubra adeunt pacemque per aras Exquirunt; mactant lectas de more more bidentis Legiferae cereri Phoeboque patrique Lyaeo, Iunoni ante omnis, cui vincla iugalia curae. AC Con questo dir, che fu qual aura al foco ond’era il cor de la regina acceso, l’infiammò, l’incitò, speme le diede e vergogna le tolse. Andaro in prima a visitare i templi, a chieder pace e favor de’ celesti, a porger doni, a far d’elette pecorelle offerta a Cerere, ad Apollo, al padre Bacco. e, pria che a tutti gli altri, a la gran Giuno, cui son le nozze e i maritaggi a cura VA RCO […] Alla già ardente Dido Fiamma porgon viepiù tai detti, e a speme Il dubbio cor le schiudono; e Vergogna Già già arrétra. Ambe le suore intanto Di varj templi all’are immolan scelte Vittime, e pace invocan dagli Dei. A Febo, a Bacco, a Cerere datrice Di leggi; e, più che a tutte, all’alta Giuno Prònuba, danno e incensi voti. […] Con queste parole incendiò l’animo ardente d’amore, speranza diede al cuore incerto, dissolse il pudore. E prima salgono ai templi, la pace agli altari Cercano, offrono pecore ritualmente bidenti Alla legífera Cerere, a Febo al padre Lièo, avanti a tutti a Giunone, che il nodo di nozze tutela. Subito (principio) le due sorelle entrano nei luoghi sacri (e la solennità dell’ingresso è sottolineata dal verbo adeunt, la cui mancanza del soggetto «contribuisce a creare l’aura di mistero e di colpevole complicità di cui è circondato il rito»62), per compiere sacrifici (mactant) secondo un rituale (de more) e chiedere (exquirunt) l’assenso di divinità di cui, seppur la presenza nel pantheon romano è ben attestata, ben risalta l’origine greca. Significativo è il silenzio, da parte dell’autore, circa l’esito finale di questo rituale. La passione cresce nel cuore di Didone, rendendola vulnerabile e instabile sia sul piano fisico che psichico, come sembra adombrare la similitudine dei versi 68-73: AC education itself in the only way open to her, through fear of the thunderbolt as divine punishment», E. ADLER, Vergil’s Empire – Political thought in the Aeneid, Oxford, Rowman&Littlefield Publishers, 2003, p. 107. 61 Cfr. De rerum natura, V, 1198-1203. 62 E. PARATORE, op. cit., p. 191. 54 Uritur infelix Dido totaque vagatur Urbe furens, qualis coniecta cerva sagitta, Quam procul incautam nemora inter cresia fixit Pastora gens telis liquitque volatile ferrum Nescius; illa fuga silvas saltusque peragrat Dictaeos, haeret lateri letalis harundo. Arde Dido infelice, e furïosa per tutta la città s’aggira e smania: qual ne’ boschi di Creta incauta cerva d’insidïoso arcier fugge lo strale che l’ha già colta: e seco, ovunque vada, lo porta al fianco infisso. […] VA RCO […] Avvampa Dido Infelice, e gli erranti insani passi Per la città spinge quà e là. Tal fugge Per le Dittée foreste agile incauta Cerva, in cui saettò da lunge i dardi Pastor, che ignaro è appien d’aver colta: Didone brucia, infelice, e si aggira per tutta la città, come folle, come cerva da freccia piagata, che incauta, da lungi, nei boschi di Creta pastore colpì seguendola in caccia, nel corpo lasciò il ferro alato, senza saperlo: e lei, fuggendo, corre le selve, le forre dittée, ma è fonda nel fianco la freccia mortale. Dal momento in cui gli aruspici sembrano aver approvato l’amore di Didone la morte inizia a insinuarsi dentro di lei, attraverso infiniti patimenti. Amore capace di trasfigurare completamente la regina, vagante senza meta nella città da lei fondata, che sarà partecipe della sua infelice passione63 . Lo stato di crescente difficoltà psico-fisica è espresso nella coppia di versi 68-69, poi esemplificato dalla similitudine con la cerva ferita a morte. Didone, poco prima pulcherrima (v. 60), è ora inesorabilmente infelix, mentre l’innocenza di Enea viene retoricamente sottolineata dall’enjambement di nescius. Lo stato confusionale di Didone è esemplificato nel verso 76: Incipit effari mediaque in voce resistit AC […] or disïosa Di scoprirgli il suo duol, prende consiglio: poi non osa, o s’arresta. […] VA RCO […] A lui talora Di favellare imprende, e a mezzo resta Poi: […] e muove la voce a parlare, e resta a metà parola in cui l’indecisione comportamentale della regina è espressa metricamente nell’opposizione dei due verbi, in apertura e chiusura di verso: īncǐpǐt >< rĕsīstīt. Analogamente, anche nell’episodio dell’unione nella caverna (vv. 165-172), nella cui versione di Caro il poliptoto aggettivale d’inizio verso sottolinea fortemente il senso dell’unione che scaturisce: Speluncam Dido dux et Troianus eandem Deveniunt. Prima et Tellus pronuba Iuno Dant signum: fulsere ignes et conscius aether Conubiis summoque ulularunt vertice nynphae. Ille dies primus leti primusque malorum Causa fuit; neque enim specie famave movetur, Nec iam furtivum Dido meditatur amorem: Coniugium vocat; hoc praetexit nomine culpam. AC Solo con sola Dido Enea ridotto in un antro medesimo s’accolse. Diè di quel che seguì la terra segno e la pronuba Giuno. I lampi, i tuoni fûr de le nozze lor le faci e i canti; testimoni assistenti e consapevoli sol ne fûr l’aria e l’antro; e sopra ‘l monte n’ulularon le ninfe. Il primo giorno 63 Cfr. vv. 86-90: Non coeptae adsurgunt turrae, non arma iuventus /Excercet portusve aut propugnacula bello / Tuta parant: pendent opera interrupta minaeque / Murorum ingentes aequataque machina caelo. 55 fu questo, e questa fu la prima origine di tutti i mali, e de la morte alfine de la regina; a cui poscia non calse né de l’indegnità, né de l’onore, né de la segretezza. Ella si fece moglie chiamar d’Enea; con questo nome ricoverse il suo fallo […] VA RCO Entro una grotta stessa aver ricovro Trovasi: là, prónuba Giuno, all’aure Varj auspicj d’udíro; il suol tremò; L’etra avvampò; dell’imenéo novello Quasi conscia: e ulular dall’erte cime Di quei monti le Ninfe. Il dì fu quello Sì mortifero poscia a Dido; il giorno, D’ogni suo mal cagione. Ella, in non cale Del volgo il dir tenendo, arcano velo Già non appone a questi amori; e ad alta Voce gli appella conjugali, al suo Fallir così plaudevo dando il nome. Nella stessa spelonca Didone e il re dei Troiani vengono. E prima la Terra e Giunone pronuba dànno il segno: sfolgorarono i fulmini e il cielo che vide l’unione, e sulle vette le Ninfe ulularono. Quel giorno fu il primo passo alla morte, la causa prima dei mali. Non gli occhi, non la fama, non pensa Didone, oramai, a un amore furtivo: nozze le chiama, nasconde con questo nome la colpa. in particolare negli esametri 165 e seguenti si nota una grande variatio di cesure, prima pentemimere, poi tritemimere ed infine eftemimere. Se il passo può esser stato fonte d’ispirazione per Milton circa la descrizione della gioia in seguito alle nozze tra Adamo ed Eva nel Paradise Lost64, di non semplice e immediata interpretazione è l’ululato delle ninfe65 : sicuramente ben presente al Carducci autore de Alle fonti del Clitumno66, l’unione in «religioso polisindeto [tra] una divinità ctonia (Tellus) e una divinità dell’etere (Giunone) […] allusione a una specie di ἱερὸς γάµος» 67 può anche trovare una spiegazione nel commento serviano «secundam Etruscam disciplinam nihil tam incongrum nubentibus, quam terrae motus vel caeli», che spiegherebbe anche – aldilà del verbo plurale dant ‒ la condizione di dolorosa solitudine, ribadita dall’aggettivo prima68 . Ma quello che marca a fuoco l’episodio è la conclusione negativa, con la messa in risalto della colpa. Consistente, aldilà del tradimento nei confronti di Sicheo, nel non aver compreso che la pietas di Enea (quindi la sua ferrea obbedienza alle leggi divine) avrebbe comunque rappresentato un ostacolo per una loro duratura unione69: il pudor è completamente dimenticato, e a questo specifico proposito già Richard Heinze 70 aveva richiamato l’ ἐρρέτω αἰδώς di Medea 71 . Se 64 […] To the nuptial bow’r / I led her blushing like the morn / all heav’n / and happy constallations on that hour /Shed their selectest influence; the earth / Gave sign of gratulation, and each hill […], VIII, 510-520. 65 Servio, definendo il passaggio medius sermo (per denotarne l’ambiguità), commenta: «in luctu autem ululari non dubium est», e Danielino conferma scrivendo: «quia post nunptias mors consecuta est». 66 Fuggîr le ninfe a piangere ne’ fiumi / occulte e dentro i cortici materni, / od ululando dileguaron come / nuvole a monti, vv. 117-120. 67 E. PARATORE, op. cit., p. 198. 68 Positiva l’interpretazione di Pascoli, scevra (o solo indirettamente velata) da riflessi funerei: «i baleni furono le faci, ululi di ninfe il canto nuziale. Da quel giorno d’amore si preparava la morte dell’innamorata, che già si dichiara moglie di Enea», op. cit., p. 164. 69 «solo un istante di oblio poteva far dimenticare momentaneamente a Enea il suo impegno; perciò la stessa dea delle nozze, Giunone, era ricorsa all’espediente del momento d’oblio, illudendosi di potervi fondare sopra la possibilità di una lunga deviazione di Enea dal compito impostogli da Giove. Ma le era venuto meno il sostanziale appoggio di Venere, che aveva simulato l’accordo solo per procurare al figlio la sospensione dell’odio di Giunone e la possibilità per lui di rifocillarsi prima di riprendere il cammino», ivi, pp. 200-201. 70 R. HEINZE, op. cit., p. 158. 71 A. RODIO, Argonautiche, III, 784. 56 l’esempio della Fama è poi stato assunto a modello sin da Ovidio e Stazio72, sino a Chauser e Manzoni73, è necessario prestare attenzione ad alcuni lemmi utilizzati da Virgilio nei versi 189-194 per le dicerie, in cui già si riflette progressivamente «il sentire di Iarba, che apparirà suscitato da esse»74: haec tum multiplici populos sermone replebat Gaudens et pariter facta atque infecta canebat: Venisse Aenean, Troiano sanguine cretum, Cui se pulchra viro dignetur iungere Dido: Nunc hiemem inter se luxu, quam longa, fovere Regnorum inmemores turpique cupidine captos. AC Questa, gioiosa, bisbigliando in prima, poscia crescendo, del seguito caso molte cose dicea vere e non vere. Dicea, ch’un di troiana stirpe uscito, venuto era in Cartago, a cui degnata s’era la bella Dido esser congiunta. VA RCO Costei di vario grido allor pasceva Gli Affricani, giojosa, e le già fatte Cose e narrando e le da farsi: Enea Approdato in Cartagine da Troja: Sposa a sì degno eroe darsi la bella Didone: essi frattanto all’ozio in grembo, Da quanto dura il verno, star sepolti, E in turpe amore immemori del regno. Essa riempiva allora di molti discorsi le genti, esultando, e cantava ugualmente il certo e l’incerto: ch’era venuto Enea, rampollo del sangue troiano, e a lui Didone bella non sdegnava di unirsi: ora in lussurie l’inverno quant’è lungo godevano, dei loro regni immemori, presi da turpe passione. Enea, di nobile sangue troiano, è giunto presso Didone (pulchra, non più pulcherrima) e trova normale (dignari) intrattenersi con lei: turpis è la loro condotta, definita in modo assoluto, e il senso di negatività implicito nella condanna sembra quasi risuonare nell’allitterazione della sillaba |pi| nell’ablativo turpique cupidine, battuta alternativamente da accento metrico e ritmico, oltre che nella repetitio di «dicea» nella versione di Caro. 2. L’apertura del ‘secondo atto’ sembra confermata in primo luogo dall’utilizzo, in apertura di verso, dalla medesima particella avversativa At posta in apertura di libro75 . At regina dolos (quis fallere possit amantem?) Praesensit motusque exepit prima futuros, Omnia tuta timens. Eadem impia Fama furenti Detulit, armari classem cursumque parari. Saevit inops animi totamque incensa per urbem Bacchatur, qualis commotis excita sacris Thias, ubi audito stimulant trieterica Baccho Orgia nocturnusque vocat clamore Cithaeron. AC […] Ma Didon del tratto tosto s’avvide: e che non vede amore? Ella pria se n’accorse; ch’ogni cosa temea, benché secura. E già la stessa Fama importunamente le rapporta armarsi i legni, essere i Teucri accinti a navigare. Onde d’amore e d’ira accesa, infurïata, e fuori uscita 72 Metamorfosi, IX, 137 e passim e Tebaide, III, 425 e passim. 73 The House of Fame, III, 250 e passim e Fermo e Lucia, III, 3 cfr. E. PARATORE, Manzoni e il mondo classico, in «Italianistica», II, n°1, gennaio-aprile 1973, pp. 76-132: 108-110. 74 E. PARATORE, Commento al libro IV dell’Eneide, in VIRGILIO, Eneide (libri III – IV), cit., p. 203. «For Iarbas’ role is, at first glance, obscure. His dramatic function i sto call Jupiter attention to Aeneas’ lapse from cleaving to his divine mission; but his speech, his prayer to Jupiter, is quite disproportionate to that dramatic function. Iarbas’s selfunderstanding in his speech is entirely unrelated to Aeneas’s mission, or to Jupiter’s true interest in Aeneas», E. ADLER, op. cit., p. 120. 75 «La particule At, qui semble avoir une puissante valeur déictique et exclamative, attire l’attention sur la personne de la reine; c’est donc la personne majesteuse et redoutable de la reine de Carthage qui se dresse en face du dol de l’amant infidèle», A. SCHMITZ, op. cit., p. 121. 57 di se medesma, imperversando scorre per tutta la città. Quale a i notturni gridi di Citeron Tïade, allora che ‘l trïennal di Bacco si rinnova, nel suo moto maggior si scaglia e freme, e scapigliata e fiera attraversando e mugolando al monte si conduce VA RCO Ma la regina antivedea (chi puote Ingannar donna amante?) e in se nudriva Presagio infausto del futur suo danno; Nella calma temendo. E, tosto aggiunse Ai suoi dubbj terrori terror certo, Quell’empia Fama stessa; armarsi i legni, Allestirsi a partire i Teucri. Udito Ella tal grido, infuriata avvampa, S’agita insana, e quindi scorre e quindi La città tutta; di baccante in guisa, Che in triennali orgíe bollenti, all’aure Sen va brandendo il sacro Tirso; e sprone A imperversar viepiù le son di Bacco Gli uditi gridi, onde notturno eccheggia Il ripercosso Citerone. […] Ma la regina (chi ingannerà donna amante?) Presentì il tradimento, capì prima le mosse future, lei che del sicuro tremava. E a lei, già fremente, la Fama empia narrò che armavan le navi, la partenza allestivano. Smania, fuori di sé, per tutta la città delirando impazza, come Baccante invasata, al muover dei sacri segni, quando al grido di Bacco l’orgia triennale la stimola, e il Citerone con il richiamo notturno la invita. Ancora la Fama76, irrispettosa di ogni valore (impia) 77, informa la regina. Didone inizia a capire (excepit: «’indovinò, colse’ spiando»78) che la flotta si accinge a partire: la tragicità di quest’ultimo particolare sembra risaltare ancor più dalla rima interna dei due emistichi del verso 299 (Detulit, armari classem cursumque parari). Estremamente forte è poi la descrizione di Didone che, pazza come una baccante79, abbandona la propria regale dignità aggirandosi sconvolta nella città da lei fondata e governata. Ella non trova altro sfogo che insultare Enea, come dimostrano i versi 305 e seguenti: Dissimulare etiam sperasti, perfide, tantum Posse nefas? Tacitusque mea decedere terra? Nec te noster amor nec te data dextera quondam Nec moritura tenet crudeli funere Dido? Quin etiam hiberno moliris sidere classem Et mediis properas aquiloni bus ire per altum, Crudelis? Quid si non arva aliena domosque Ignotas peters, sed Troia antiqua maneret, Troia per undosum peteretur classi bus aequor? Mene fugis’ […] AC «Ah perfido! Celar dunque sperasti una tal tradigione, e di nascosto partir de la mia terra? E del mio amore, de la tua data fé, di quella morte che ne farà la sfortunata Dido, punto non ti sovviene e non ti cale? Forse che non t’arrischi in mezzo al verno Tra’ più fieri Aquiloni a l’onde esporti? Crudele! Or che faresti, se straniere non ti fosser le terre, ignoti i lochi che tu procuri? E che faresti, quando fosse ancor Troia in piede? A Troia andresti di questi tempi? E me lasci, e me fuggi? 76 «Un mostro alato sparge la notizia di ciò: un mostro che più va e più andrebbe, la Fama, prima piccola per paura, poi smisurata, dalla terra al cielo: figlia della Terra, ha un occhio per ogni penna, e tante bocche e tante penne, e non dorme mai», G. PASCOLI, op. cit., p. 165. 77 Benché un’altra interpretazione, condivisa ad esempio da Vaclav Klouček (Miscellen zu Horatius und Vergil, «JahreBericht des K. K. Ober Gymnasius zu Leitmeritz in Böhmen» für das Schulahr 1869, p. 14 e passim) intenda tanto eadem quanto impia come accusativi plurali riportanti il giudizio della regina cartaginese su quelle voci. 78 G. PASCOLI, op. cit., p. 170. 79 i baccanali, benché vietati dal senato romano, erano ben diffusi nell’Italia meridionale, come si può dedurre anche dagli affreschi della Villa dei Misteri pompieana. 58 VA RCO […] Enea, Perfido tu, potermi asconder dunque Speravi, un tanto rio disegno? a’ miei Liti dar tu tacito il tergo? Nulla Te non rattiene omai? Né data destra; né amor giurato; né Dido infelice, Che ne morrà di cruda morte? Ahi fero! E i legni or là nel cuor del verno appresti? Infra nemici burrascosi venti, Scior t’affretti le vele? Ove pur anco Troja tua stesse; ove d’estraneo seggio Tu non andassi errante in traccia; a Troja, Di’, volgeresti in tal stagion tue prore? Forse me sfuggi? […] «Speravi, spergiuro, di potermi nascondere tanta empietà? Senza parola dalla mia terra partirtene? Né il nostro amore, la destra, che tu pur m’hai data, né può tenerti Didone, che morrà crudelmente? E sotto le stelle invernali muovi le navi? T’affretti a prendere il largo tra gli aquiloni, crudele?E che faresti se non campi estranei, non case ignote cercassi, ma Troia antica restasse, Troia pel mare ondoso ti fosse meta alle navi? Me fuggi? […] Aldilà dei punti in comune con la Medea di Apollonio, già discussi nel primo capitolo, è interessante notare come la forza dell’insulto di Didone venga reso da Caro e dalla Calzecchi Onesti: se il primo, con una certa libertà poetica rispetto al testo virgiliano, rende con l’aggettivo possessivo singolare mio il noster amor virgiliano e attribuisce al solo Enea (tua data fé) il giuramento d’amore, la seconda opta per una doppia allitterazione d’impatto (Speravi, spergiuro) posta in apertura di verso: l’appellativo di perfidus è inoltre il medesimo che Enea riceverà (VII, 362) da Amata, come rimprovero per il progetto nuziale con Lavinia. Questo passaggio dello sfogo diretto della regina80 avrà importanza cruciale non solo per Metastasio, bensì anche per Racine. Se la giustificazione di tanto odio è solo nell’amore tradito (Ah! Je l’ai trop aimé pour ne le point haïr, dice Hérmione nell’Andromaque raciniana; II, 1, 416), nei successivi versi 373-375 […] Eiectum litore, egentem Excepi et regni demens in parte locavi: Amissam classem, socios a morte reduxi. AC […] Io l’ho raccolto, io gli ho ridotti I suoi compagni, e i suoi navili insieme, ch’eran morti e dispersi; ed io l’ho messo (folle!) a parte con me del regno mio, e di me stessa. […] VA RCO Costui, ch’io accolsi, ai lidi miei scagliato, Abbandonato, bisognoso: e a parte Del mio seggio il chiamava; e legni e armata E compagni salvargli… […] Miserabile, naufrago io l’ho raccolto, io, pazza, l’ho messo a parte del regno la flotta distrutta, i compagni ho salvato da morte. e 380-381: 80 A proposito del nec te del verso del verso 307: «si noti la climax delle ragioni: l’amore, il matrimonio (Didone s’illude sempre d’esser divenuta la sposa d’Enea), la persona stessa della donna amata», E. PARATORE, op. cit., p. 212. 59 […] Neque te teneo neque dicta refello. I, sequere Italiam ventis, pete regna per undas. AC […] Or va’, che per innanzi Più non ti tegno, e più on ti contrasto. Va’ pur, segui l’Italia, acquista i regni Che ti dan l’onde e i vènti. […] VA RCO Vanne omai, va, che ch’io te già non rattengo Né i tuoi detti ribatto: Italia afferra: Naviga; cerca estranei regni. […] Vattene, non ti trattengo, le tue parole non confuto: vattene, cerca nel vento l’Italia, cercati il regno sul mare. è possibile individuare il principale modello dei versi raciniani: Non, je ne veux plus rien. Ne m’importune plus de tes raisons forcées: Je vois combien tes voeux sont loin de mes pensées. Je ne te presse plus, ingrate, d’y consentir. Rentre dans le néant dont je t’ai fait sortir (Bajazet, II, 1, 520-524)81 Similmente, i versi successivi 365-368, in cui la regina dà ancora sfogo al suo furore Nec tibi diva parens, generis nec Dardanus auctor Perfide, sed duris geniut te cautibus horrens Caucasus Hyrcanaeque admorunt ubera tigres AC […] «Tu, perfido, tu Sei di Venere nato? Non già; ché l’aspre rupi Ti produsser di Caucaso, e l’ircane Tigri ti fûr nutrici. […] VA RCO […] No; né a te madre Venere mai, né di tua schiatta capo Dardano fu; sleale, a te diè vita Bensì fra’suoi macigni il Caucaso aspro; A te dier latte Ircane tigri. […] «Non t’è madre la dea, non Dardano t’è capostipite, spergiuro, no: irto di dure rupi, te il Caucaso ha fatto, ircane tigri t’han dato a succhiare le poppe mostrano lo stesso addolorato lirismo risentito dell’Arianna di Catullo (Quaenam te genuit sola sub rupe leaena / Quod mare conceptum spumantibus expuit undis, / Quae Syrtis, quae Scylla rapax quae vasta Charybdis, / Talia qui reddis pro dulci praemia vita?, LXIV, 154-157) e della Medea ovidiana (Hoc ego si patiar, tum me de tigride natam / Tum ferrum et copulo gestare in corde fatebor, Metamorfosi, VII, 32-33), costituendo anche il palese modello per le parole che Armida rivolge a Rinaldo: ˗ Né te Sofia produsse e non sei nato De l’azio sangue tu; te l’onda insana Del mar produsse e ‘l Caucaso gelato, e le mamme allattàr di tigre ircana (Gerusalemme liberata, XVI, 57, 1-4)82 . 81 Le parole di Roxane al protagonista riecheggiano a loro volta, e nuovamente con forti analogie con il testo virgiliano, quelle di Pauline all’amante nel Polyeucte: Cruel (car il est temps que ma douleur éclate…) / Et qu’un juste reproche accable une âme ingrate / Est-ce là ce beau feu? Sont-ce là tes serments? / Témoigne-tu pour moi les moindres séntiments? (Polyeucte, IV, 3, 76-79), così come la stessa Roxane aveva già detto prima J’abandonne l’ingrat et le laisse rentrer / Dans l’état malheureux d’où je l’ai su tirer, (Polyeucte, I, 3, 324). 82 Tasso costruisce l’intera ottava sul modello virgiliano, dal momento che i successivi versi Che dissimulo io più? L’uomo spietato / pur un segno non diè di mente umana / Forse cambiò color? Forse al mio duolo / bagnò almen gli occhi o sparse un sospir solo? sono quasi la traduzione di Nam quid dissimulo aut quae me ad maiora reservo? / Num 60 Di fronte a queste accuse terribili e a tali strazianti parole, Enea si trova costretto a mostrare tutta la propria pietas, che – come già detto – va intesa come cieca e inscalfibile volontà d’ubbidienza nei confronti del dettato divino: At pius Aeneas, quamquam lenire dolentem Solando cupit et dictis avertere curas, multa gemens magnoque animum labefactus amore iussa tamen divm exsequitur classemque revisit AC Enea, quantunque pio, quantunque afflitto e d’amore infiammato e di desire di consolar la dolorosa amante, nel suo core ostinossi. E fermo e saldo d’obbedire agli dèi fatto pensiero, calossi al mare, e i suoi legni rivide. VA RCO […] In cuor Enea sospira Profondamente: al maschio petto assalti Feroci muove il forte amor; vorrebbe Allevíarle con dolci parole L’immenso duolo, e ai di lei gravi affanni Dar tregua almen; ma nol concede un Dio, Che severo lo incalza, e spinge, e sforza Suoi passi là, dove le navi eccelse Varando stanno gli operosi Teucri. Ma Enea pio, che pur tanto vorrebbe lenir la dolente, confortarla, sopirle parlando la pena, e molto geme, da molto amore sconvolto nel cuore, obbedisce al comando dei numi, la sua flotta rivisita. se Alfieri pone l’accento sul dolore della regina, aggiungendo un aggettivo (immenso) non presente nel testo latino, Caro opta per la messa in evidenza del dissidio di Enea, prima con la reiterazione della congiunzione concessiva quantunque poi con la scelta del verbo (ostinossi), che rende perfettamente l’intimo conflitto tra il sentimento d’amore per Didone e l’obbligo imperativo di portare avanti la missione affidatagli. Al ritorno del loro capo, i Troiani si affannano nei preparativi, tirando le navi in mare e allestendo le vele83, e i loro sforzi sembrano quasi aver una resa metrico-prosodica nei pesanti spondei dei versi 397-398: Tum vero Teucri incubunt et litore celsas Deducunt toto navis. Natat uncta carina. Didone, notando dall’alto della rocca gli indaffarati movimenti – che le sembrano un formicolio84 – non regge al dolore e supplica la sorella Anna di pregare Enea affinché possa almeno rimandare la partenza: fletu ingemuit nostro? Num lumina flexit? / Num lacrimas victus dedit, aut miseratus amantem est? (Eneide, IV, 367- 370). Pascoli (op. cit., p. 173), dopo aver citato il Carme LXIV di Catullo, trova invece in un passo omerico lo spunto dei versi virgiliani: «Versi imitati dal fiero ma amorevole rimprovero di tuttl’altro tono, che fa Patroclo ad Achille Il 33: “Spietato, oh! Non padre a te era Peleo cavaliere né Thetis madre: te il ceruleo mare partorì E li scogli scoscesi, perché hai mente crudele!”». 83 Il verso 418 Puppibus et laeti nautae imposuere coronas ricorre identicamente nelle Georgiche (I, 304), «perciò molti lo hanno giudicato una stanca ripetizione o un’interpolazione, a cominciare da Probo che – come testimonia il Danielino – avrebbe scritto: «si hunc versum omitteret, melius fecisset», E. PARATORE, op. cit., p. 222. 84 I versi 402-407 (Ac veluti ingentem formicae farris acervom / Cum populant, hiemis memores, tectoque reponunt: / It nigrum campis agmen praedamque per herbas / Convectant calle angusto, pars grandia trudunt / Obnixae frumenta umeris, pars agmina cogunt / Castigantque moras, opera omnis semita fervet) «occorrono in un brano che sulla superficie ha un carattere transitorio, di connessione tra due momenti forti (ossia tra l’ultimo sfogo di Didone con Enea, vv. 362-392, e l’ultimo tentativo della regina di trattenere a Cartagine, attraverso Anna, l’eroe, vv. 416-449: esso in realtà ha anche un’altra funzione, di natura strutturale, poiché si fissa qui la separazione ‘ritmica’ del racconto, fra una rapida progressione dei fatti, che ridisegna il corso epico (la partenza dei Troiani da Cartagine), e l’assorbimento e la 61 Anna, vides toto preparari litore circum, Undique convenere: vocat iam carbasus auras: Puppibus et laeti nautae imposuere coronas. Hunc ego si potui tantum sperare dolorem, Et perferre, soror, potero. Miserae hoc tamen unum Exsequere, Anna, mihi: solam nam perfidus ille Te colere, arcanos etiam tibi credere sensus: Sola viri mollis aditus et tempora noras. I, soror, atque hostem supplex adfare superbum: Non ego cum Danais Troianam exscindere gentem Aulide iuravi classemve ad Pergama misi; Nec patris Anchisae cinerem manesve revelli. Cur mea dicta negat duras demittere in auris? Quo ruit? Extremum hoc miserae det munus amanti: Expectet facilemque fugam ventosque ferentis. AC […] Anna, – le disse – Tu vedi che s’affrettano, e sen vanno. Vedi, già loro in su la spiaggia accolti, le vele in alto, e le corone in poppa. Sorella mia, s’avessi un tal dolore antiveder potuto, io potrei forse Anco soffrirlo. Or questo solo affanno prendi per la tua misera sirocchia, poiché te sola quel crudele ascolta, e solo di te si fida, e i lochi e i tempi sai d’esser seco e di trattar con lui; truova questo superbo mio nimico, e supplichevolmente gli favella. Dilli che Dido io sono, e che non fui in Aulide co’ Greci a far congiura contra a’ Troiani; e che di Troia a’ danni né i miei legni mandai, né le mie genti. Dilli che né le ceneri, né l’ombre Né del suo padre mai, né d’altri suoi non vïolai. Qual dunque o mio demerto o sua durezza fa ch’ei non ascolti il mio dire, e me fugga, e sé precipiti? Chiedili per mercé dell’amor mio, per salvezza di lui, per la mia vita, ch’indugi il suo parti tanto che ‘l mare sia più sicuro e più propizi i vènti. VA RCO Anna, tu vedi il lido tutto in moto, E la folla dei Teucri, e ai venti invito Le sciolte vele, e dai nocchier festosi Le coronate poppe. Ah fida suora! Poich’io pure un tal danno presagire Senza morir potea, soffrirlo forse Anco potrò: ma intanto or un mio prego, Anna, eseguisci; o tu, cui sola ei cole, Cui sola ei schiude del suo cor gli arcani, Quel disleal: tu, che hai benigno accesso Sola appo lui, quando opportuna il cogli; Tu il ritrova, o sorella e a quell’ostile Superbia sua così supplice parla: Dido in Aulide in somma, ai Greci unita, Di Troja, no, l’eccidio non giurava; Io non mandava Tirie navi a danno D’Ilíon mai; non io del padre Anchise L’ombra insultai, né il cener freddo offesi. Perché chiud’egli al mio parlar gli orecchi Ferrei suoi? Dove corre? Ultimo dono A una misera amante, almen l’ascolti! Aspetti almen, che meno avversi i venti Al suo fuggire arridano! […] «Anna, vedi, per tutta la spiaggia s’affrettano, da ogni parte raccolti: le vele già chiamano il vento, han già coronato le poppe i naviganti festosi. Se ho potuto aspettarmelo, questo grande dolore, anche soffrirlo potrò, sorella. Per me misera solo una cosa, Anna fa’: s’, lo spergiuro sola onorava, a te confidava anche arcani pensieri, tu sola dell’uomo i momenti, gli approcci migliori sapevi. Va’, sorella, supplice parla al superbo nemico: non io giurai con i Dànai sterminio alla gente Troiana in Aulide, non mandai flotta a Pergamo, del padre Anchise non dissacrai l’ossa e il cenere: perché negli occhi crudeli parole mie non accoglie? Dove precipita? Conceda un ultimo dono alla misera Amante, facile aspetti la fuga, favorevoli i venti. dilatazione di essi nelle profondità di una – ormai isolata – psicologia: premessa di un avvento pieno della tragedia», M. FERNANDELLI, op. cit., p. 24. 62 Come il primo discorso rivolto alla sua unica confidente, anche questo s’apre con il vocativo nominale di Anna85: lo stesso nome viene poi ripetuto, a dimostrazione della «maggiore frequenza con cui le invocazioni alla sorella si dipanano in questo secondo discorso rispetto al primo»86. I versi 422-423, in cui Didone accenna a supposti rapporti di confidenza tra Anna e Enea (versi che hanno spinto alcuni critici a vedere anche un piglio di gelosia della regina nei confronti di Anna) sono alla base della leggenda – cui si è fatto cenno e una cui eco sarà presente in Metastasio – che vorrebbe Anna innamorata di Enea. Quest’ultimo è ormai un hostem, e la durezza del termine spicca maggiormente in virtù della stretta vicinanza con il lemma supplex caratterizzante Didone. Ma la seconda invocazione diretta di Didone ad Anna 87 è preceduta da una «improvvisa invocazione emozionale»88, talmente accorata da suscitare il commento pascoliano: «Il P. [Poeta] si appassiona alla sua finzione che par cosa vera»89: Quis tibi tum, Dido, cernenti talia sensus Quosve dabas gemitus, cum litora fervere late Prospiceres arce ex summa totumque videres Misceri ante oculos tantis clamoribus aequor! Improbe amor, quid non mortalia pectora cogis! Ire iterum in lacrimas, iterum temptare precando Cogitur et supplex animos summittere amori, Ne quid inexpertum frustra moritura relinquat. AC Che cor, misera Dido, che lamenti erano allora i tuoi, quando da l’alto un tal moto scorgevi, e tanti gridi ne sentivi sul mare? Iniquo amore, che non puoi tu ne’ petti de’ mortali? Ella di nuovo al pianto, a le preghiere, a sottoporsi a l’amoroso giogo da la tua forza è suo malgrado astretta. Ma per fare ogni schermo, anzi che muoia, la sorella chiamando: […] VA RCO Or tu, Dido infelice, che dall’alta Tua reggia miri il lido tutto e il mare Bollir di navi e gente ricoperti, Quale e quanto è il tuo duolo! Ahi, quali all’aure Gemiti mandi! Iniquo Amor, gli umani Petti ad ogni tua voglia, empio, trascini. Ecco, ei di nuovo la Regina a forza Trae, supplice in atto, in suon dimessa, A lagrimare, e a ritentar pregando Di svolger pure Enea: l’armi sue tutte Pria ch’indarno morire, oprar vuol ella. E tu, vedendo questo, che cuore avevi, Didone? Che gemiti davi, mentre brulicar vastamente Contemplavi dall’alto la riva, e tutta vedevi sconvolta, davanti ai tuoi occhi, con tanti clamori la piana del mare! Crudele Amore, a che cosa non sforzi i cuori degli uomini. A scendere ancora alle lacrime, ancora a tentar le preghiere è costretta, a piegare l’orgoglio, supplicando, all’amore, per non lasciar nulla intentato, per non vanamente morire. Da un punto di vista di tecnica narrativa, l’autore compie una contaminazione di registri tanto sperimentale quanto drammaticamente efficace: «non è tanto importante che qui Virgilio lasci cadere (per senso del sublime e per gusto del decor) l’esempio di Apollonio che coglieva l’occasione per sfogare il proprio risentimento personale contro i suoi nemici. Molto più significativo è che Virgilio, mentre esclama la sua pietà per Didone, faccia emergere direttamente nel discorso il tormento dei sentimenti di lei […]. La struttura ripetitiva, fatta di ‘tema descrittivo’ e successiva ‘variazione patetica’, prima rappresenta il personaggio cogliendolo nei suoi atti esterni 85 Le cui diversità rispetto a Calciope, sorella di Medea, sono evidenti: «nell’azione è una figura accessoria, e Medea non si confida con lei, anzi cela i propri sentimenti, e nel momento decisivo, in occasione della fuga, agisce di testa sua, senza curarsi della sorella», R. HEINZE, op. cit., p. 158. 86 E. PARATORE, op. cit., pp. 222-223. 87 Così resa da Pascoli: «Stanno per salpare, Anna! Sarò forte, ma fa’ che io abbia un ultimo conforto. Ti prediligeva, lui, si confidava con te. Tu lo conosci bene. Va’ da lui e digli che io non sono poi stata nemica sua, che non gli ho distrutta la patria, non ho sparso le ceneri di suo padre! Eppur non vuol sentire una mia parola. Pregalo tu d’un ultimo dono: aspetti che il vento sia più favorevole, aspetti un poco», op. cit., p. 175. 88 E. PARATORE, op. cit., p. 221. 89 G. PASCOLI, op. cit., p. 175. 63 (lacrime e preghiere), poi si lascia permeare da un’empatheia prepotente: e così viene in primo piano l’interiorità della regina (i suoi sentimenti d’orgoglio e umiliazione). Ora che l’ottica è stata consegnata al punto di vista dell’infelice Didone, come se lei fosse un attore che si muove sulla scena tragica, non possono venir fuori che le stesse sue parole, rivolte alla sorella Anna»90 . La regina nota chiaramente (cernenti) quello che succede sulla riva: soffre atrocemente, e con un lungo sguardo (prospiceres) è costretta a vedere (videres) la gioiosa agitazione che precede la partenza dei Troiani, ed è proprio la corale visione dei festosi preparativi a donare tragico risalto all’intima e disperata solitudine della regina cartaginese, la quale d’altronde è consapevole che la proroga della partenza di Enea (Tempus inane peto, requiem spatiumque furori, v. 433), lungi dal rasserenarla, diverrebbe per lei ulteriore fonte di angoscia e dolore91 . Di fronte agli accorati appelli di Anna – taciuti da Virgilio – Enea si mostra irremovibile, pur soffrendo in cuor suo: il condottiero troiano resiste immobile ed inflessibile come quercia nella tempesta92 Talibus orabat, talisque miserrima fletus Fertque refertque soror. Sed nullis ille movetur Fletibus aut voces ullas tractabilis audit: Fata obstant placidasque viri deus obstruit auris. AC Queste e tali parole ella piangendo Dicea con Anna, ed Anna al frigio duce Disse, e ridisse, e riportò più volte Or da l’una or a l’altro, e tutte invano; ché né pianti, né preci, né querele punto lo muovon più. Gli ostano i fati, e solo in ciò gli ha dio chiuse le orecchie. VA RCO Così pregava, piangendo; e i suoi pianti Ad Enea la mestissima sorella Porta, e riporta; indarno, a nessun pianto Enea si piega: aspro destino, e i Numi Vegliano al varco de’ pietosi orecchi Né al cor piagato dell’Eroe tai voci Scender lasciano. […] Pregava così, questi pianti la desolata sorella Porta e riporta: ma nessun pianto lo muove, nessuna parola può ascoltar con favore: lo vietano i Fati, e gli orecchi gli chiude, placidi, un dio. egli sa che deve unicamente obbedire all’ordine di Mercurio, la cui ineluttabilità si cristallizza al centro del verso 438, nel Sed avversativo posto in variatio rispetto all’esordio At pius Aeneas del verso 393. Al definitivo rifiuto di Enea, Didone invoca apertamente la morte: Tum vero infelix fatis exterrita Dido Mortem orat: taedet caeli convexa tueri. Quo magis inceptum peragat lucemque relinquat, Vidit, turicremis cum dona inponeret aris, (Horrendum dictu) latices nigrescere sacros AC La sfortunata Dido, poiché tronca si vide ogni speranza, spaventata dal suo fato, e di sé schiva e del sole, disïò di morire; e gran portenti di ciò presagio e fretta anco le fêro. 90 G. B. CONTE, Virgilio. L’epica del sentimento (nuova edizione accresciuta), Torino, Einaudi, 2007, pp. 120-121. 91 È in quest’accezione che va intesa, secondo Pascoli, l’espressione veniam cumulatam morte dei versi 435-436 (benché Pascoli accetti la lezione ablativale cumulata): «Ma Didone dentro di sé intende “con morire, non una volta sola, ma più, con una morte moltiplicata”, perché quel tempo che Didone chiede, non farà se non irritare la sua passione e accrescere il suo dolore per la necessaria partenza, che ogni giorno, pensandola nel futuro, vedrà in atto di avvenire nel presente», op. cit., p. 176. 92Come spiegato da Macrobio (Saturnalia, V, 6, 13-4) ˗ la similitudine, aldilà dei punti in comune con le Apollonio Rodio di cui si è già discusso ˗ è di chiara derivazione omerica, in particolare da tre passi dell’Iliade: XII, 131-134(τὼ µὲν ἄρα προπάροιθε πυλάων ὑψηλάων / ἕστασαν ὡς ὅτε τε δρύες οὔρεσιν ὑψικάρηνοι, / αἵ τ᾽ ἄνεµον µίµνουσι καὶ ὑετὸν ἤµατα πάντα / ῥίζῃσιν µεγάλῃσι διηνεκέεσσ᾽ ἀραρυῖαι) per descrivere un particolare momento della resistenza sotto le mura, durante una battaglia, in occasione della morte di Cembrione; XVI, 765-771 (ὡς δ᾽ Εὖρός τε Νότος τ᾽ ἐριδαίνετον ἀλλήλοιιν / οὔρεος ἐν βήσσῃς βαθέην πελεµιζέµεν ὕλην /φηγόν τε µελίην τε τανύφλοιόν τε κράνειαν, / αἵ τε πρὸς ἀλλήλας ἔβαλον τανυήκεας ὄζους / ἠχῇ θεσπεσίῃ, πάταγος δέ τε ἀγνυµενάων, / ὣς Τρῶες καὶ Ἀχαιοὶ ἐπ᾽ ἀλλήλοισι θορόντες / δῄουν, οὐδ᾽ ἕτεροι µνώοντ᾽ ὀλοοῖο φόβοιο) durante la narrazione dei fatti di Patroclo. 64 Fusaque in obscenum se vertere vina cruorem Ella, mentre a gli altari incensi e doni Offria devota (orribil cosa a dire!), vide avanti di sé cogli occhi suoi farsi lurido e negro ogni liquore, e ‘l puro vino cangiarsi in tetro sangue: VA RCO Dai Fati allora l’infelice Dido Atterrita, già già la luce abborre, E invoca omai la sola morte. In tale Fero proposto or la conferma un alto Prodigio orrendo. Co’ proprj occhi suoi, Nell’offrir voti agl’incensati altari, Ella vedea di latte i sacri rivi Annerarsi, versandoli; vedeva Gli sparsi vini trasmutarsi in atro Sangue. […] Allora infelice, atterrita dal fato, Didone Invoca la morte: veder la volta del cielo l’angoscia. E perché compia il proposito e lasci la luce, doni sull’are che fumano incenso ponendo, ella vide (orribile a dirlo!) il latte sacro annerire, murarsi in sangue corrotto il vino libato. Al momento di portare agli altari i doni, la prima allucinazione attacca la psiche sconvolta della regina: l’acqua lustrale prende a scurirsi (nigrescere), e il senso di brusca sorpresa è reso metricamente con lo spondeo dell’iniziale vidit del verso 453. Questo primo fenomeno è preludio di un altro, che avviene immediatamente dopo: il vino si trasforma in sangue, generando spettacolo obscenum93; Virgilio impiega tale aggettivo in quattro occasioni, a proposito del volo delle Arpie (Obscenas pelagi ferro foedare volucres, III, 241), descrivendo la Furia Alletto dalle sembianze stregonesche (Et frontem obscenam rugis arat, […]. VII, 417) e parlando degli uccelli del malaugurio (Obscenae volucres: alarum verbera nosco, XII, 876): in tutte le occasioni, al lemma è quindi associato un forte senso di orrore, negatività e distruzione94. Il destino tragico di Didone appare esemplificato nella ricapitolazione sinistra e angosciosa della propria vicenda terrena (dal matrimonio con Sicheo alla morte di questo, dal giuramento di fedeltà all’amore per Enea)95: […] Agit ipse furentem In somnis ferus aeneas, semperque relinqui Sola sibi, semper longam incomitata videtur Ire viam et Tyrios deserta quaerere terra. Eumenidum veluti demens videt agmina Pentheus Et solem geminum et duplicis se ostendere Thebas, Aut agamemnonius scaenis agitatus Orestes, Armatam facibus matrem et serpentibus atris Cum fugit ultricesque sedent in limine Dirae. AC Vedeasi Enea tutte le notti avanti con fera imago, che turbata e mesta la tenea sempre. Le parea da tutti restare abbandonata, e per un lungo e deserto cammino andar solinga de’ suoi Tirii cercando. In cotal guisa le schiere de l’Eumènidi vedea Pèntëo forsennato, e doppio il sole e doppia Tebe. In cotal guisa Oreste per le scene imperversa, e furïoso vede, fuggendo, la sua madre armata di serpenti e faci, e ‘n su le porte Le Furie ultrici. […] VA RCO […] Al fin, d’Enea crudele L’imago ognor nei torbidi atri sogni La persegue e martíra: ognor sel vede Strappar dal fianco, e sola e abbandonata, Per lunga via deserta, ai Tirj indarno Avviarsi le sembra. Tal vaneggia Penteo insano, qualor schierate […] Lui stesso la folle perseguita, Enea, crudelmente, nei sogni; e sempre lasciata si sente, sola, senza compagni le sembra d’andare lunghissima via, in terra deserta cercando i suoi Tirii: così vede schiere d’Eumenidi Pénteo folle, e due soli e doppia mostrarglisi Tebe, o per le scene inseguito, il figlio d’Agamennone, Oreste, 93 «à la fois hideuse et de sinistre présage», A. SCHMITZ, op. cit., p. 169. 94 «sembra che il significato originario della parola sia proprio “male augurante, infausto”, sì che se ne è additata la derivazione dall’Etruria, insieme con l’arte aruspicina», E. PARATORE, op. cit., p. 225. 95 Cfr. B. GRASSMANN-FINSCHER, Die Prodigien in Vergils Aeneis, München, Wilhelm Fink Verlag, 1966, p. 103. 65 Innanzi a se l’Euménidi, e rimira Gemino il Sol, gemina Tebe: e tale Infurían fra l’alte scene Oreste Scorgiam, qualor d’orride faci armata E d’atre serpi, Clitennestra i passi Del figlio incalza; al suo fuggir fan fronte L’ultrici Eríne in su la soglia assise. quando fugge la madre armata di faci e di neri serpenti, ma siedono sopra le soglie, vendicatrici, le Dire. Le immagini psichiche che sconvolgono la mente di Didone, sempre più sola e isolata dal mondo96 , s’impongono drasticamente interagendo con il piano della narrazione puramente epica 97 : se sicuramente vi sono varie analogie con le Argonautiche di Apollonio Rodio98, il passo di Virgilio risente anche del modello enniano e del passaggio catulliano Necdum etiam sese quae visit visere credit, utpote fallaci quae tum primum excita somno desertam in sola miseram se cernat harena (Carmen LXIV, 55-57)99 Ben decisa a morire, Didone si rivolge ancora alla sorella, spiegandole come, in cerca di un tentativo estremo di liberarsi dall’amore per Enea, abbia deciso di rivolgersi alle arti della magia100 . Ma si tratta in realtà di una dissimulazione, dal momento che la decisione di porre fine alla propria vita è stata irrimediabilmente presa: «dopo aver parlato, l’infelice impallidisce. Anna però non sospetta che quelli siano preparativi di morte»101 . Inoltre, a differenza di Medea e della maga tessala Eritone della Farsalia102, realmente iniziate alle arti magiche, Didone non sembra prestar fiducia alle pratiche misteriche: il rituale da lei preparato funge solo da lugubre tela di sfondo per il suicidio finale. 3. Quello che si può definire ‘terzo atto’ inizia ancora una volta con la preposizione incontrata in apertura di libro AC 96 «L’assenza di comites nell’incubo di Didone traduce il timore di aver smarrito il ruolo dominante e l’aura carismatica di monarca, che si riverberano, a livello gestuale, nella prerogative di farsi seguire da una corte ampia e sfarzosa», M. RIVOLTELLA, op. cit., p. 78. 97 Cfr. D. WEST, Multi-correspondence Similes in the Aeneid, in «Journal of Roman Studies» vol. 59 n°1/2, 1969, pp. 40-49. 98 Cfr. A. PERUTELLI, Il sogno di Medea da Apollonio Rodio a Valerio Flacco, in in «Materiali e discussioni per l'analisi dei testi classici», n°33, 1994, pp. 40-41. Con diretto riferimento agli incubi di Didone è interessante vedere lo stretto collegamento tra questo passo e quanto osservato da Goethe in Über epische und dramatische Dichtung, a proposito della dimensione ‘interna’ dell’uomo nella tragedia e della forte interazione tra vari livelli, toni e piani narrativi (interno/esterno, tragico/drammatico) realizzata da Virgilio (cfr. M. FERNANDELLI, op. cit., p. 31). 99 In relazione alla rievocazione, da parte di Didone, dei momenti felici irrimediabilmente passati, Pascoli richiama altri versi dalla medesima composizione di Catullo (Regia, quam suavis expirans castus odores / Lectulus in molli complexu matris alebat, / Quales Eurotae progignunt flumina myrtus / Aurave distinctos educit verna colores (vv. 86-90), poi commentando: «Ma che dico io? Questi sono pensamenti, sentimenti, fantasticamenti de’ soli moderni! Gli antichi (tu, Virgilio!) non avevano gli occhi del corpo per la natura, né quelli dell’anima per la psiche!», op. cit., p. 177. 100 Una linea interpretativa (il cui riferimento moderno è R. PICHON, La magie dans le IVᵉ livre de l’Enéide, in «Revue de Philologie de Littérature et et d’Histoire ancienne», XXIII, 1909, p. 247 e passim) vede in quest’episodio una derivazione dalla Didone neviana (discussa nel primo capitolo) «in cui andrebbe scrota un’ipostasi della Circe omerica, mirante a tener l’eroe lontano dalla meta, come Circe aveva tentato di fare con Odisseo», E. PARATORE, op. cit., p. 228. 101 Ivi, p. 178. 102 IV, 507-532. 66 At regina, pyra penetrali in sede sub auras Erecta ingenti, taedis atque ilice secta, Intenditque locum serti se fronde coronat Funerea: super exuvias ensemque relictum Effigiemque toro locat, haud ignara futuri. […] Fatta la pira, e d’ilici e di tede aride e scisse altamente composta, la regina d’atre ghirlande e di funeste frondi ornar la fece intorno: indi le spoglie e la spada e l’effigie de l’amante sopra a giacer vi pose, ben secura di ciò che n’avverebbe. […] VA RCO Nei penetrali della reggia, all’aure Sorta è di tede e d’infiammabili elci L’accatastata pira: intorno intorno La inghirlanda Didone; e al sovrapposto Talamo, in cui già stanno e il brando e tutte D’Enea le spoglie, e la sua effigie, appende (Dotta dell’avvenir) funeree frondi. Ma la regina, enorme il rogo nel cuor della casa alzato all’aria, legno di pino, tronchi di leccio, orna con serti il cortile e lo corona di fronda funerea là sopra le spoglie sul letto pone, sapendo il futuro. Se in tutto il passo è forte il presentimento di morte, come dimostra la versione di Caro («atre ghirlande e funeste frondi») l’effigie, collegata al rito magico («solent magi effigies eorum facere propter quos carmen instituunt», commenta a questo proposito Danielino) potrebbe indicare una residua speranza d’amore che ancora anima la disperata Didone103. In efficace climax, sopravviene la notte, portatrice a tutti di sonno ristoratore (Nox erat et placidum carpebant fessa soporem / Corpora per terras silvaeque et saeva quierant / Aequora. […], vv. 522-524), ma non alla regina fenicia104. L’inquietudine (curae) non le dà tregua, colpendola con rinnovata (ingeminant) violenza, mentre la passione per Enea non arriva a spegnersi (resurgens), quasi tornando sui suoi passi (rursus) e aggiungendo dolore al dolore (saevit): chiaro è l’esempio di Apollonio Rodio. Di fronte alla sempre più prossima soluzione della morte, Didone dimostra una volta ancora, in primo luogo a sé stessa, tutta la sua regale dignità, bandendo timori e paure, come efficacemente dimostra la litote posta a conclusione del verso 508 (haud dubia futuri), variamente sciolta e resa nelle versioni di Caro, Alfieri e di Calzecchi Onesti. Benché in Omero vi siano vari passi che descrivono la calma notturna, l’archetipo del testo virgiliano potrebbe esser individuato nel fr. 159 di Alcmane105: εὕδουσι δʼ ὀρέων κορυφαί τε καὶ φάραγγες πρώονές τε καὶ χαράδραι φῦλά τʼ ἑρπέτ' ὅσα τρέφει µέλαινα γαῖα θῆρές τʼ ὀρεσκώιοι καὶ γένος µελισσᾶν καὶ κνώδαλʼ ἐν βένθεσσι πορφυρέας ἁλός· εὕδουσι δʼ οἰωνῶν φῦλα τανυπτερύγων. Allo stesso tempo, la descrizione della quiete notturna funge da modello per Tasso, quando descrive il cammino di Argante: 103 Come già notato nel primo capitolo, questo è il punto di più forte analogia – oltre che con l’ottava ecloga – con il secondo idillio teocriteo, come già dimostrato anche da E. CESAREO in Studi virgiliani 1. Spunti teocritei in Virgilio epico, in «Athenaeum», VII, 1929, p. 173 e passim. 104 «La notte scende a portare pace e silenzio a tutti; non a Didone. È la sua ultima, quella notte. Ella esamina, nel suo amore sempre ardente e disperato, i varii partiti a cui potrebbe forse anco appigliarsi. Cercare ora i maritaggi già rifiutati nei Nomadi dell’Africa? Seguire Enea e i Troiani, come una schiava? Essa, loro benefattrice? E poi la accoglierebbero? Sono così spergiuri! E se invece di seguirli essa da sola…si gettasse su loro coi suoi Tyrii? Non la seguirebbero, attaccati come sono alla loro terra. Oh! Non c’è che morire. E ripensa le prime circostanze dell’amore che si conclude con la morte: fu un suo fallo, certo; ma senza la sorella….che pure l’amava ed era ragionevole nel suo consiglio e cedeva alle sue lacrime….oh! ma era destino, e la fede giurata al cener di Sycheo non fu tenuta! », G. PASCOLI, op. cit., p. 180. 105 Fr. 89 in D.L. PAGE, Poetae melici Graeci, Oxford 1962 e tramandato da Apollonio Sofista, grammatico della seconda metà del I secolo dopo Cristo e autore di un lessico omerico. 67 Era la notte, allor ch’alto riposo Han l’onde e i venti, e parea muto il mondo. Gli animai lassi, e quei che ‘l mare ondoso, E de’ liquidi laghi alberga il fondo, E chi si giace in tana o in mandra ascoso, E i pinti augelli, nell’obblio profondo, Sotto ‘l silenzio de’ secreti orrori, Sopian gli affanni, e raddolciano i cuori. (Gerusalemme liberata, II, 96, 1-8). Ad Enea, mentre dorme sulla nave, appare Mercurio che lo esorta a partire in fretta, onde evitare la vendetta della regina: Aeneas celsa in puppi, iam certus eundi, Carpebat somnos, rebus iam rite paratis. Huic se forma dei vultu redeuntis eodem Obtulit in somnis rursusque ita visa monere est, Omnia Mercurio similis, vocemque coloremque Et crinis flavos et membra decora iuventa: «Nate dea, potes hoc sub casu ducere somnos, Nec quae circum stent deinde pericula cernis, Demens, nec zephyros audis spirare secundos? Illa dolos dirumque nefas in pectore versat, Certa mori, variosque irarum concitat aestus. Non fugis hinc praeceps dum precipitare potestas? AC Quando già di partir fermo e parato Enea, per riposar pria che sciogliesse, s’era a dormir sopra la poppa agiato. Ed ecco un’altra volta, in sogno, avanti Del medesmo celeste messaggiero Gli appar l’imago, con quel volto stesso, con quel color, con quella chioma d’oro con che lo vide più giovane e bello; e da la stessa voce udir gli parve: «Tu corri, Enea, sì gran fortuna, e dormi? Non senti qual ti spira aura seconda? Dido cose nefande ordisce ed osa Certa già di morire, e d’ira accesa A dire imprese è vòlta; e tu non fuggi, mentre fuggir ti lece? […] VA RCO Enea frattanto in su l’eccelsa poppa Certo omai del partirsi, e in punto il tutto Mezzo un riposo ei pur prendea: quand’ecco Se gli rappresenta in visíone un Dio; Qual mostrato a lui dianzi appunto s’era Di Maja il figlio; uno splendore istesso, Un giovenil purpureo fiore, i crini Aurei stessi, e la voce, e gli alti avvisi, Tutto qual s’era: Oh ! Dormi tu, dell’alma Venere figlio, (ei gridagli) tu dormi? In tal frangente? A tai perigli in grembo, senza scorgerli, insano? E spira intanto Favonio fausto; e tu nol senti? In fera Tempesta ondeggia l’adirata Dido, Che certa omai del morir suo, feroci Inganni e rio delitto in cor rivolge: E tu, mentre il fuggirtene t’è dato, A vol non fuggi? […] Enea, sull’alta poppa, ben deciso a partire, godeva il sonno, ché ormai tutto era in ordine. E a lui il fantasma del dio, con l’aspetto medesimo Tornante nel sogno s’offerse, e parve spronarlo, simile in tutto a Mercurio, e voce e colore capelli biondi e giovane corpo bellissimo: «Figlio di Venere, dormi? Dormi in questo momento? Non vedi quali pericoli ti stanno ancora d’intorno, non senti, pazzo, lo zefiro, che spira secondo? Lei medita inganni, ha in cuore orrendo delitto, decisa a morire, tempeste d’ira la scuotono. Non fuggi di qui a precipizio, finché fuggire è possibile? In sensibile variatio semantica, al verso 560 il vocativo Nate dea non ha nei confronti di Enea alcun tono celebrativo, bensì «obiurgatio cessantis est», come nota il Danielino106, e la sentenza di morte, prolettica rispetto all’esito tragico del IV libro, è tutta nelle parole di Mercurio certa mori. Il dio esorta il condottiero troiano ad affrettarsi, dal momento che Didone, in quanto donna, è 106 «quasi a rimproverargli l’accidia nel profittare della protezione largitagli dagli dei come figlio di Venere», E. PARATORE, op. cit., p. 233. 68 sinonimo di imprevedibilità e inaffidabilità, come sembra adombrare la frase (vv. 569-570) Varium et mutabile semper / Femina107 . Enea, allora, spaventato «dalla apparizione in un subito venuta e dileguata» 108 si desta precipitosamente e sprona i compagni alla partenza (v. 571-579): Tum vero Aeneas, subitis exterritus umbris, Corripit e somno corpus sociosque fatigat: Praecipites vigilate, viri, et considite trans tris: Solvite vela citi. Deus, aethere missus ad alto, Festinare fugam tortosque incidere funis, Ecce iterum stimulat. Sequimur te, sancte deorum, Quisquis es, imperioque iterum paremus ovantes;Adsis o placidusque iuves et sidera cielo Dextra feras. […] AC Enea, preso da súbito spavento, destossi, e fe’ destar la gente tutta: «Via, compagni, - dicendo – a i banchi, a i remi; ch’or d’altro uopo ne fa che di riposo. Fate vela, sciogliete: ché di nuovo Precetto ne si fa dal ciel e fretta. Ecco, qual tu ti sia, messo celeste, che ‘l tuo detto seguiamo; e tu benigno n’aíta e ‘l cielo e’l mar ne rendi amico» VA RCO Dalla tremenda visíon percosso, Già in piè balzato Enea, suoi Teucri stringe Su via, compagni; ai remi, su; le vele Sciogliamo ratti: un Dio dal ciel mi viene Affrettator del fuggir nostro: un Dio Or, per mia man le funi tronca. O Nume, Qual che sii del sacro Olimpo, agli alti Imperj or lieti obbediam noi; seguiamti; Deh, fausto arridi; e di propizie stelle Scorta concedi al corso nostro. […] Enea allora, atterrito dal fantasma fuggevole, strappa il corpo dal sonno e non dà tregua ai compagni: «Destatevi subito, uomini, sedete agli scalmi, sciogliete le vele, presto: un dio, dal cielo alto disceso, a prendere in fretta la fuga, a tagliar la ritorte ancora ci stimola. Noi ti seguiamo, o dio santo, chiunque tu sia, ancora al comando obbediamo festanti. Oh, sii benigno, soccorrici, buone nel cielo Dacci le stelle!» […] La forte analogia tra i primi emistichi dei versi 450 e 571 (Tum vero infelix [Dido] / Tum vero Aeneas), con medesima struttura spondaica ed elisione nella stessa sede, sembra suggellare l’intima benché infelice unione di Didone ed Enea. La regina, vedendo dall’alto la flotta prendere il largo, s’abbandona a rabbiose invettive109: Et iam prima novo spargebat lumine terras Tithoni croceum linquens Aurora cubile. Regina e speculis ut primum albescere lucem Vidit et aequatis classem procedere velis, Litoraque et vacuos sensit sine remige portus, Terque quaterque manu pectus percussa decorum Flaventisque abscissa comas, Pro Iuppiter! Ibit Hic, sit, et nostris inluserit advena regnis? AC […] Era vermiglio e rancio Fatto già de la notte il bruno ammanto, lasciando di Titon l’Aurora il letto, quando d’un’alta loggia la regina tutto scoprendo, poi ch’a piene vele vide le frige navi irne a dilungo, e vòti i liti, e senza ciurma il porto; contra sé fatta ingiurïosa e fera, il delicato petto e l’auree chiome si percoté, si lacerò più volte; e ‘ncontra al ciel rivolta: «Ah, Giove, – disse – Dunque pur se n’andrà? Dunque son io Fatta d’un forestier ludibrio e scherno 107 Frase riecheggiata poi anche da Calpurnio Siculo (Mobilior ventis o! Femina, Ecloghe, III, 10). In realtà, quanto detto da Mercurio intende anche distogliere Enea dalle parole di morte ascritte a Didone. Parole che, vista la reciprocità del sentimento d’amore, potrebbero costituire un ulteriore freno per il dux troiano. 108 G. PASCOLI, op. cit., p. 182. 109 «Al primo chiarore dell’alba, Didone era sull’alto dell’arce, e vide la flotta che veleggiava lontano, in linea, e il lido vuoto e silenzioso. Ella fa sentire grida selvaggie d’ira impotente: “Portate fuoco, lanciate aarmi, forza sui remi! Oh! Non è più tempo, ora. Quel pio! Che porta i suoi Penati, che si addossò il vecchio genitore…averlo potuto buttare in mare, uccidergli i compagni, il figlio e darglielo a pezzi in cibo! Potevo non vincere; morire: che importa? Avrei bruciato tutto, avrei ucciso padre e figlio e tutti e me stessa per giunta!», ivi, p. 183. 69 Nel regno mio? […] VA RCO Ma nuova luce omai recava in terra, L’Aurora, il suo Titone entro all’aurato Letto lasciando; ed ecco, dalle eccelse Torri sue la Regina, a gonfie vele In sul primo albeggiar la Teucra armata Vedea volante, e vuoto il porto e i lidi. Tre volte, quindi, e quattro, oltraggio al bianco Petto fea con le mani, e all’aureo crine, esclamando: O gran Giove! E fia pur vero, Che costui fugga illeso? Che a schernirmi Abbia nel regno mio, straniero errante? E già irrorava la terra di luce nuova la prima Aurora, dal croceo letto di Titone levandosi: appena dalle finestre vide albeggiare la luce, e vide, Didone, procedere a vele spiegate la flotta, tre e quattro volte colpendo con la mano il bel petto, strappandosi i biondi capelli: «Ah Giove, gridò, se n’andrà lo straniero, e avrà deriso il mio regno? Aldilà dell’ipallage messa in luce da Servio in riferimento all’infinito albescere110, è stata notata un’incoerenza temporale tra la partenza notturna di Enea e il fatto che Didone, all’aurora, non avrebbe potuto vedere le navi allontanarsi111. L’infelice regina si lascia andare ad un’ultima serie d’imprecazioni verso il traditore, il cui nome – come dimostra l’infandum del verso 613 – non viene più pronunciato. Sol, qui terrarum flambi opera omnia lustras, Tuque harum interpres curarum et conscia Iuno Nocturnisque Hecate triviis ululata per urbes, Et Dirae ultricesset di morientis Elissae, Accipite haec meritumque malis advertite numen Et nostras audite preces. Si tangere portus Infandum caput ac terris adnare necesse est Et sic fata Iovis poscunt, hic terminus haeret: At bello audacis populi vexatus et armis, Finibus extorris, complexu avolsus Iuli, Auxilium imploret videatque indigna suorum Funera; nec, cum se sub leges pacis iniquae Tradiderit, regno aut optata luce fruatur; Sed cadat ante diem mediaque inhumatus harena. AC Sole, a cui de’ mortali ogn’opra è conta; Ècate, che ne’ trivi orribilmente Sei di notte invocata; ultrici Furie, spiriti inferni, e dii de l’infelice Dido ch’a morte è giunta, il mio non degno caso riconoscete, e insieme udite queste dolenti mie parole estreme. Se forza, se destino, se decreto è di Giove e del cielo, e fisso e saldo è pur che questo iniquo in porto arrivi e terra acquisti; almen da fiera gente sia combattuto, e, de’suoi fini in bando, da suo figlio divelto implri aiuto, e perir veggia i suoi di morte indegna. Né leggi che riceva, o pace iniqua Che accetti, anco gli giovi; né del regno, né de la vita lungamente goda: ma caggia anzi al suo giorno, e ne l’arena giaccia insepolto. […] VA RCO Sole, o tu ch’ogni cosa in terra allumi; E tu, delle mie infauste nozze, o Giuno, Conscia e prónuba; e tu, triforme Diva, Fra le negr’ombre della notte ad alta Voce invocata; e voi, d’Averno ultrici Dire; e voi, Dei della morente Elísa, (Se alcun glien resta) or le mie preci udite: E, il rio destin, qual essi il mertan, cada Per vostra man su i rei. S’egli è pur forza D’alto Fato, ch’Enea malvagio afferri Gli Ausonii porti, in ciò si appaghi il Fato: Ma di armigera gente ai feri assalti Sole, che con le tue fiamme tutte l’opere illumini della terra, e tu artefice e complice di queste pene, Giunone, Ecate, che per trivii e città notturno l’ululo evoca, Dire vendicatrici, dèi d’Elissa che muore, accogliete voi questo, voi col pio nume perseguitate i colpevoli e udite le nostre preghiere: se pur deve giungere al porto quel maledetto, se deve toccare terra, così vuole il fato di Giove, fisso è questo termine, oppresso però dalla guerra dun popolo audace, ramingo dalla città, strappato all’abbraccio di Iulo, mendichi aiuto, veda strazio orrendo dei suoi. E quando anche di pace umiliante ai patti si pieghi, 110 «luce enim albescunt omnia, non lux albescit». 111 Cfr. E. PARATORE, op. cit., p. 285. 70 Colà soggiaccia; or da’ confini suoi Per guerre espulso; or, dagli amplessi amati Del suo Ascanio disgiunto, ajuto implori Quà [sic] e là vagante; e de’ suoi Teucri ei vegga Perire il fior, di sanguinosa morte: E quando a lui gravose leggi imposto Avrà la pace, allor né il regno ei goda, Né la luce del sol; reciso ei cada Anzi il suo dì, né onore abbia di tomba non goda del regno, non dell’amabile luce, ma cada avanti il suo giorno, su nuda terra, insepolto. Nella sua invocazione112, ricca di parole in cui suoni chiari si contrappongono a vocali scure (terrarum, lustras, harum, curarum, ululata) si possono cogliere alcuni elementi anticipatori della descrizione della inops et inhumata turba (VI, 325) vagante intorno allo Stige, come anche della preghiera di Niso: Sit qui me raptum pugna pretiove redemptum Mandet humo solita, aut si qua id Fortuna vetabit, Absenti ferat inferias decoretque sepulcro (IX, 231-216) ma il modello di riferimento principale – aldilà di vari passi dell’Iliade e dell’Aiace sofocleo – è con ogni probabilità latino. Questo è infatti da individuare nei tetrametri trocaici catalettici 321-323 (fr. CX Joc.): Iuppiter, tuque adeo summe Sol, qui omnis res inspicis, Qui mare terram caelum contines cum limine, Inspice hoc facinus prius quam fit. Prohibessis scelus della Medea enniana. Dopo aver allontanato Barce, l’affezionata nutrice di Sicheo113 il cui nome ricorda quello della famiglia di Annibale e Amilcare, mandandola a chiamare Anna, Didone si dirige nel cortile interno, monta sulla pira e, dopo aver snudato la spada di Enea114, guarda per l’ultima volta le amate spoglie e il caro letto nuziale. Poi si trafigge. At trepida et coeptis immanibus effera Dido, Sanguineam volvens aciem maculisque trementis Interfusa genas et pallida morte futura, Interiora domus inrumpit limina et altos Conscendit furibunda rogos ensemque recludit Dardanium, non hos quaesitum munus in usus. Hic, postquam iliacas vestes notumque cubile Conspexit paulum lacrimis et mente morata, Incubuitque toro dixitque novissima verba: AC Dido nel suo pensiero immane e fiero Fieramente ostinata, in atto prima Di paventosa, poi di sangue infetta Le torve luci, di pallore il volto, e tutta di color di morte aspersa, se n’entrò furïosa ove secreto era il suo rogo a l’aura apparecchiato. Sopra vi salse; e la dardania spada, ch’ebbe da lui non a tal uso in dono, 112 «il sole che si leva, fa levare, si direbbe, gli occhi a lei che torvamente guarda le vele in riga, lontane…la sua voce si fa solenne: essa vede il futuro si stragi e d’incendio: “Sole, che tutto vedi, tu Giunone, Hecate, Furie, Dei tutti di questa infelice che muore, uditemi: se quell’uomo è fato che tocchi la terra italica, che sia costretto a demandar aiuto, profugo, lontano dal figlio, e veda morire i suoi migliori; se è destino che vinca, subisca iniqua la pace e non goda del regno: muoia anzi tempo, resti insepolto», G. PASCOLI, op. cit., p. 184. 113 «la vecchierella si allontana, e Didone, con su il volto della morte future, ascende la pira, e snuda la spada di Enea…al momento di ferirsi, contempla le spoglie del tanto amato, le saluta con voce di disperato affetto, e ripercorre col pensiero la sua vita così forte, così gloriosa, felice, sì, anche felice, se quelle navi non avessero toccato il suo lido. Bacia il letto; e (anima supremamente gentile) si accontenta per vendetta, che Enea veda di lontano le fiamme del suo rogo. Si ferisce. La città è subito piena di clamore, alla notizia del fatto», G. PASCOLI, op. cit., p. 186. 114 Cfr. A. KHAN, Dido and the Sword of Aeneas, in «Classical Philology», vol. 63, n° 4 (Oct. 1968), pp. 283-285. 71 Dulces exuviae, dum fata deusque sinebat, Accipite hanc animam meque his exsolvite curis. Vixi et quem dederat cursum Fortuna peregi: Et nunc magna mei sub terras ibit imago. Urbem praeclaram statui, mea moenia vidi, Ulta virum poenas inimico a fratre coepi: Felix, heu nimium felix, si litora tantum Numquam dardaniae tetigissent nostra carinae. Dixit et os impressa toro: Moriemur inultae! Sed moriamur, ait. Sic sic iuvat ire sub umbras. Hauriat hunc oculis ignem crudelis ab alto Dardanus et nostrae secum ferat omnina mortis distinse: e rimirando i frigi arnesi e ‘l noto letto, poich’in sé raccolta lacrimando e pensando alquanto stette, sopra vi s’inchinò col ferro al petto, e mandò fuor quest’ultime parole: «Spoglie, mentre al ciel piacque, amate e care, a voi rendo io quest’anima dolente. Voi l’accogliete: e voi di questa angoscia mi liberate. Ecco, io son giunta al fine de la mia vita, e di mia sorte il corso ho già compito. Or la mia grande imago n’andrà sotterra: e qui di me che lascio? Fondata ho pur questa mia nobil terra; viste ho pur le mie mura; ho vendicato il mio consorte; ho castigato il fiero mio nemico fratello. Ah, che felice, felice assai morrei, se a questa spiaggia giunte non fosser mai vele troiane!» VA RCO Ma inferocita Dido, palpitante Per suo crudo proposto, atro di sangue L’occhio rotando, e di futura morte Tinta le guance tremule cosperse Di lividori, scagliasi per entro Ai limitari della reggia: all’alto Rogo è balzata, e furibonda il brando Dardanio snuda. Ahi brando! A sì crud’opra Il tuo signor ti destinava ei mai? Là, poich’alquanto riguardate avea L’ilíache e il troppo noto letto, Lagrimando, in se stessa sovrastava: Poscia sul letto a volto in giù lasciandosi Cadere abbandonata, a questi estremi Detti il labro schiudeva: O spoglie, amate Finché agli Dei piacque e ai Fati, or questa Alma spirante accor vi piaccia, e trarmi D’affanni tanti. Io vissi; il corso ho pieno, Qual fortuna mel dava; ond’io sotterra Ombra onorata andronne. Alta cittade Ebb’io fondata, e di mie torri cinta Vidila pure: io dell’estinto sposo Fatta ho vendetta sul crudel fratello. Felice me, (felice, ahi troppo, invero) Ove a mie spiagge mai Dardanie prore Giunte non fosser, mai!Dice; ed intanto, Abbracciando ella il talamo, prosiegue: Dunque inulta morrò?...Su, via, si muora; Ripigliava: così, così mi giova Irne fra l’ombre. Il crudo Teucro infido Miri or dal mar queste voraci fiamme, Gli occhi suoi ne satolli: ma al suo fianco Abbai sempr’egli di mia morte fera Gl’infausti augurj. […] Ma Didone, tremante, stravolta dall’atroce proposito, gli occhi iniettati di sangue, chiazzate le guance frementi, livida già della morte futura, corre nell’intimo cuor del palazzo, sale sull’alto rogo, come una pazza, e snuda la spada dardania, dono che chiese, oh non per quest’uso! Qui sulle iliache vesti, sul noto letto, per poco posò lo sguardo, con lacrime, e rimase a pensare: poi si gettò sui cuscini e disse le estreme parole: «O spoglie, dolci fin che il fato, un dio permetteva, la vita mia ricevete, da queste pene scioglietemi. Ho vissuto, ho compiuto la strada che m’ha dato Fortuna, e ora sotto la terra grande andrà la mia immagine. Città bellissima ho fatto, ho visto mie mura, vendicato lo sposo, punito il fratello nemico: felice, oh troppo felice, solo che le mie spiagge mai navi dardane fossero giunte a toccare». Disse, e premendo sul letto le labbra: «Morirò invendicata, ma voglio morire, gridò, così voglio scendere all’ombre. Beva cogli occhi dal mare questo fuoco il crudele Dardano, maledizione l morte mia con sé porti!» Se in vario modo Caro e Alfieri mettono in luce la grande dignità regale di Didone pronta al passo fatale, è forse bene puntare l’attenzione sullo ὕστερον πρότερον del verso 649 (lacrimis et mente) 72 «che favorisce l’allitterazione»115, magistralmente reso da Pascoli con “piangendo nel ricordare”116 , mentre il Moriemur inultae! (v. 659) è il chiaro modello per il leopardiano Morremo. Il velo indegno a terra sparto, / Rifuggirà l’ignudo animo a Dite, E il crudo fallo emenderà del cieco / Dispensator de’ casi (Ultimo canto di Saffo, vv. 55-58). Ma il sempre più ossessivo senso di morte contrasta fatalmente con la dolcezza (Dulces exuviae, dum fata deusque sinebat, v. 651) con cui Didone è ancora capace di vedere i ricordi. Allo stesso tempo, con un’abile sovrapposizione di piani narrativi, Didone appare, nel momento topico del trapasso, in tutta la sua ambivalenza storicomitica: se infatti appartiene ad un leggendario passato (è contemporanea degli eroi omerici), è anche parte determinante della storia romana (le guerre puniche sono proiezioni delle sue maledizioni): ella è divina e umana, «orientale et romaine; elle est séduisante et redoutable comme Cléopâtre; elle est mystérieuse et intelligente comme Cleopâtre; et, par tous ses aspects, elle est éternelle, dans sa tendresse et dans son délire»117. Ed è in questo passo che è possibile trovare ancora importanti elementi desunti dalla tragedia greca. Benché nell’Alcesti euripidea 118 la situazione sia differente, l’addio pronunciato sul talamo sembra costituire un importante precedente per le parole di Didone119 . In ultima analisi, l’intima colpa di Didone, accensa furore, potrebbe risiedere anche nella sua azione distruttiva comportante una morte innaturale, quindi una non merita mors: Tum Iuno omnipotens, longum miserata dolorem Difficilisque obitus, Irim demisit Olympo, Quae luctantem animam nexosqueque resolveret artus. Nam, quia fato, merita nec morte peribat, Sed misera ante diem subitoque accensa furore, non dum illi flavom Proserpina vertice crinem Astulerat Stygioque caput damnaverat Orco. Ergo Iris croceis per caelum roscida pinnis Mille trahens varios adverso sole colores Devolat et supra caput adstitit; Hunc ego Diti Sacrum iussa fero teque isto corpore solvo. Sic ait et dextra crinem secat: omnis et una Dilapsus calor atque in ventos vita recessit. AC […] De l’affannosa morte fatta Giuno pietosa, Iri dal cielo mandò, che ‘l groppo disciogliesse tosto, che la tenea, malgrado anco di morte col suo mortal sì strettamente avvinta; ch’anzi tempo morendo, e non dal fato ma dal furore ancisa, non le avea Prosèrpina divelto ancor il fatale Suo dorato capello, né dannata era ancor la sua testa a l’Orco inferno. Ratto spiegò la rugiadosa dea le sue penne dorate, e ‘ncontra al sole di quei tanti suoi lucidi colori lunga striscia traendo; indi sospesa sopra al capo le stette, e d’oro un filo Ne svelse e disse: «Io qui dal ciel mandata questo a Pluto consacro, e te disciolgo De le tue membra». Ciò dicendo, sparve. Ed ella, in aura il suo spirto converso, restò senza calore e senza vita. VA RCO 115 E. PARATORE, op. cit., p. 240. 116 G. PASCOLI, op. cit., p. 186. 117 A. SCHMITZ, op. cit., p. 227. 118 κἄπειτα θάλαµον ἐσπεσοῦσα καὶ λέχος / ἐνταῦθα δὴ 'δάκρυσε καὶ λέγει τάδε: /Ὦ λέκτρον, ἔνθα παρθένει᾽ ἔλυσ᾽ ἐγὼ / κορεύµατ᾽ ἐκ τοῦδ᾽ ἀνδρός, οὗ θνῄσκω πάρος, / χαῖρ᾽: οὐ γὰρ ἐχθαίρω σ᾽: ἀπώλεσας δέ µε / µόνον: προδοῦναι γάρ σ᾽ ὀκνοῦσα καὶ πόσιν / θνῄσκω. […], Alcesti, vv. 175-181. G. B. CONTE (op. cit., p. 121) pone l’attenzione sul «lamento felix, heu felix, si litora tantum / numquam Dardaniae tetigissent nostra carinae […] – un lamento che ripete significativamente i versi d’apertura della Medea di Euripide: Εἴθ᾽ ὤφελ᾽ Ἀργοῦς µὴ διαπτάσθαι σκάφος / Κόλχων ἐς αἶαν […]». 119 Cfr. J. RAUK, The cutting of Dido’s Lock, Aeneid Books Four, 696-699, in « American Philological Association. Abstracts», Atlanta, 1991, p. 52. 73 […] Impietosita allora L’onnipossente Giuno di sì lunga Agonía dolorosa, Iri le manda Fin dall’Olimpo a sprigionar quell’alma Tenace tanto. La immatura morte, Che repentina di sua man si dava La furíosa donna, al giusto e ai Fati Troppo era oltraggio: indi il fatale aurato Capello ancora non le avea disvelto Proserpina; che ancor dannata a Stige La sua testa non era. Iride adunque Le rugiadose piume d’oro all’aura Spiegando, a vol pel vario-pinto immenso Di color mille arco splendente, è scesa Sul moribondo capo; e al crin la destra Stendendo, esclama: Del tuo corpo a sciorti Mandata io sono; e questo a Pluto io reco. E in così dir, tronco il fatal capello, Ciò che di vita rimanea, svaniva. Infine la grande Giunone, pietosa del lungo patire, del morire difficile, Iride mandò dall’Olimpo, che liberasse la vita lottante, le giovani membra sciogliesse. Giacché non per fato, non di dovuta morte moriva, ma misera, avanti il suo giorno, travolta da pazzo furore, né dal suo capo Proserpina ancora il biondo capello aveva strappato, donando all’Orco Stigio la vita. Iride rugiadosa, con l’ali d’oro pel cielo mille cangianti colori traendo dal sole, volò giù, sulla testa le stette: «Questo io a Dite dono e consacro – è il comando – da questo corpo ti sciolgo». Così dice, e strappa con la destra il capello, in quel punto tutto il calore fuggì, tra i venti volò via la vita. Con l’estremo strappo del vertice crinem120 (clausola catulliana LXIV, 350, ma di derivazione euripidea, come notato da Macrobio121) si chiude la vicenda terrena di Didone: l’ultimo verso viene reso alla lettera da Alfieri – che posticipa in ultima posizione il verbo, rendendo il perfetto con l’imperfetto per dare l’idea di un’azione dolorosamente prolungata – mentre Caro traduce liberamente, vedendo la metamorfosi in vento dell’ultimo respiro di Didone. Sia Caro che la Calzecchi Onesti optano però per un passato remoto, al fine di cristallizzare in un’azione finita il trapasso, di cui viene sottolineato il lancinante dolore122. Interessante vedere come quest’ultima sia l’unica a mantenere e rafforzare l’allitterazione123 in ventos vita > “tra i venti volò via la vita”, rispetto alla più morbida versione alfieriana, e anche pascoliana “Ciò che di vita rimaneva, svaniva” traduce il primo, “e allora il calore sfuma e la vita svanisce” è la versione del secondo124. Infine, la 120 «la leggenda di Scilla – ricordata da Virgilio in Georgiche I, 405 e sviluppata nel poemetto Ciris – che aveva provocato la morte del padre Nico strappandogli il capello che ne assicurava la vita, ha determinato il motivo che trova l’ultima espressione nell’episodio di Orrilo nel canto XV dell’Orlando furioso ariostesco. 121 Saturnalia, V, 19.2. Il riferimento è ai versi (72-75) dell’Alcesti in cui Thanatos si vanta con Apollo dei suoi poteri: πόλλ᾽ ἂν σὺ λέξας οὐδὲν ἂν πλέον λάβοις: / ἡ δ᾽ οὖν γυνὴ κάτεισιν εἰς Ἅιδου δόµους./ στείχω δ᾽ ἐπ᾽ αὐτὴν ὡς κατάρξωµαι ξίφει: / ἱερὸς γὰρ οὗτος τῶν κατὰ χθονὸς θεῶν / ὅτου τόδ᾽ ἔγχος κρατὸς ἁγνίσῃ τρίχα. Con diretto riferimento al legame Didone-Alcesti, J. RAUK (The cutting of Dido’s lock, ‘Aeneid’ Book Four, 696-699, in «American Philological Association. Abstracts, Atlanta, 1991, p. 52) ha scritto: «the contras are deed and resonant. Alcestis, the perfect wife, dies in order to save her husband; Dido dies in order to destroy hers. Alcestis, in the end, is redeemed, and the value of her marriage and self-sacrifice is reaffirmed. Dido does not return from the underworld, and her reunion with Aeneas there is a bitter reaffirmation of the alienation that her fate». 122 «Although Dido commits suicide, in the end she does not yield to death without a struggles», R. A. SMITH, A lock and a Promise: Myth and Allusion in Aeneas’ Farewell to Dido in the” Aeneid” 6, in «Phoeinix», vol. 47, n°4 (Winter 1993), p. 308. 123 ««eos sequitur, qui animam aerem dicunt […] aut certe eos qui animam perire cum corpore», è il commento di Servio, da cui emerge l’ostinazione di rintracciare motivi epicurei nel testo virgiliano. A proposito della questione della mors immatura, L. NICASTRI (Per un’iniziazione a Virgilio, Salerno, Edisud, 2006, pp. 428-429), dopo aver osservato che si può colpevolizzare la natura «solo dal punto di vista insipiente e fallace di una teleologia antropocentrica», scrive: «sappiamo bene che all’interno dell’universo di senso virgiliano posto in essere nel linguaggio poetico – inteso ed esperito come via di conoscenza – egli lascia sussistere molteplici e gravi aporie: tutte quelle che il limite della dicibilità lascia irrisolte. Ecco dunque che Virgilio, diversamente da Lucrezio, ricerca il senso della morte in relazione non ad un concetto scientifico ma all’esistenza umana considerata in tutta la ricchezza delle sue tensioni vitali, dei suoi desideri, delle sue determinazioni finalistiche: di qui la sua percezione essenziale della morte come limite doloroso, decettivo (Aen. 4. 17: postquam primus amor deceptam morte fefellit) dell’esistenza umana e animale, come condizionamento radicale intrinseco e insuperabile». 124 G. PASCOLI, op. it., p. 185. 74 cifra del pathos tragico che caratterizza la chiusa risalta ancor più con la citazione dell’arcobaleno125 (v. 701), «che reca un tocco di pace al termine del lungo dramma»126 . §3 L’ultimo incontro nell’oltremondo 1. Nei lugentes campi, Didone viene significativamente nominata dal poeta mediante la medesima dittologia (phoenissa […] Dido) con cui era stata per la prima volta (I, 670) presentata. Nella Chioma di Berenice (tanto in Callimaco quanto nella versione catulliana), il taglio della ciocca aveva assicurato un sicuro ritorno di Tolomeo III: «when Aeneas echoes the lock’s cry, Dido’s husband is standing nearby, in the shaded grove. The echo thus prepares for the news that Sycaeus, like Ptolemy, has been restored to his devoted wife» 127, come ben dimostrano i versi conclusivi del IV libro. La riconciliazione con il defunto Sicheo, d’altronde, giunge come prevedibile scioglimento della colpa che attanaglia costantemente Didone. Significative sono però alcune differenze tra Didone e Berenice (ed Arsinoe). Come le regina cartaginese, anche le due donne egiziane furono associate con le loro città, ma, a differenza di Didone, il loro ruolo di coniuge non era in contraddizione con quello regale; Didone, invece, proprio a causa della vedovanza, fu fondatrice regnante di una nuova città. Piuttosto, similmente a Cleopatra (discendente di Berenice), ella ebbe il destino sfortunato d’innamorarsi di un uomo che sarebbe poi stato causa della sua rovina128 . Molto interessante è l’ipotesi interpretativa secondo cui ogni figura femminile incontrata nel Tartaro insieme a Didone potrebbe rappresentare una parte del suo passato129: Nec procul hinc partem fusi monstrantur in omnem Lugentes campi: sic illos nomine dicunt. Hic quos durus amor crudeli tabe peredit Secreti celant calles et myrtea circum Silva tegit: curae non ipsa in morte relinquont. His Phaedram Procrimque locis maestamque Eriphylen Crudelis nati monstrantem volnera cernit, Euadnemque et Pasiphaen: his Laodamia It comes et iuvenis, quondam, nunc femina, Caeneus, Rursus et in veterem fato revoluta figuram. AC Quinci non lunge si distende un’ampia Campagna, che del Pianto è nominata; per cui fra chiusi colli e fra solinghe selve di mirti, occulte se ne vanno l’alme, c’ha feramente arse e consunte fiamma d’amor, ch’ancor ne’ morti è viva. Qui vider Fedra e Procri ed Erifíle, infida moglie e sfortunata madre, di cui fu parricida il proprio figlio; vider Laodamía, Pasífe, Evadne, e Cènëo con esse, che di donna in uomo, e d’uomo alfin cangiossi in donna. 125 «Nel cielo si disegna l’arco dei mille colori. È Iris che scende per l’aerea via, a volo. La manda Giunone, perché sciolga la vita che si dibatte, essendo violenta e immeritata la morte. Per questo Proserpina, la dea Inferna, non si affrettava a togliere alla non destinata vittima il capello, che a lei la consacrava. È Iris, venuta dal cielo, che toglie quel capello, e allora il calore sfuma e la vita svanisce», G. PASCOLI, op. cit., p. 188. 126 E. PARATORE, op. cit., p. 244. 127 P. A. JOHNSTON, Dido, Berenice, and Arsinoe: “Aeneid” 6. 460, in «American Journal of Philology», vol. 108, n°4 (Winter 1987), p. 649. Un ulteriore tratto in comune, specie tra il testo catulliano e quello virgiliano, consiste nel dolore che affligge tanto Anna quanto la chioma stessa al momento della recisione/separazione: se Catullo parla infatti di abiunctae sorores (LXVI, 51), la sorella di Didone esclama sconvolta dal dolore: sic te ut posita crudelis abessem? (IV, 681). 128 Cfr. S. SKULSKY, “Invitus, regina…”: Aeneas and the Love of Rome, in «American Journal of Philology», n° 106, 1985, p. 452. 129 Cfr. J. PERRET, Les compagnes de Didon au Enfers (“Aeneid”, VI, 445-449), in «Revue des etudes latins», XLII, 1967, p. 247-261 e E. KRAGGERUD, Caeneus und der Heroinenkatalog, Aeneis VI 445-449, in «Symbolae Osloenses», XL, 1965, pp. 66-71. Scrive E. PARATORE (Commento al libro I dell’Eneide, in VIRGILIO, Eneide (libri V – VI), traduzione di Luca Canali, Milano, Mondadori (Fondazione Lorenzo Valla), 1979, p. 278): «Per molte di queste eroine, che tornano quasi tutte nella poesia ovidiana, si poteva trovare ispirazione in Euripide (Fedra, Erifile, Evadne, Pasifae, Laodamia); e data la grande fortuna di Euripide nella poesia e nella cultura ellenistica, ciò conferma che Virgilio si sia ispirato ad un catalogo ellenistico». Fedra, Procri ed Erifile sono infine le donne con cui dialoga Odisseo (Odissea, XI, 225.327). 75 VA RCO Quinci non lunge apertamente appieno Scorgonsi i campi, nomati del pianto. Per celati sentier, fra mirto e mirto Si aggiran ivi l’alme al crudo Amore State serve lassù: né il rio veleno Lasciate l’ha dopo la morte istessa. Fedra e Procri vi stanno, e la dolente Erífile, che ancor la piaga ostenta Dal crudo figlio fattale: ed Evadne, E Pasífae; cui van compagne al fianco Laodamía, e Cenéo, donna or tornato Qual egli nacque, e da Nettuno indarno Nel miglior sesso trasmutata poi. Non lontano di qui s’aprono in larghe distese i Campi del Pianto: con questo nome li chiamano. Qui quanti duro consunse con ansie struggenti l’amore, sentieri appartati proteggono, e intono una selva di mirti li copre: però non li lascia neppur nella morte l’affanno. Qui è Fedra e Procri e piena d’angoscie Erifíle, mostrante le piaghe che il figlio crudele le inferse, Euadne vede, e Pasifae: con esse Laodámia va compagna, e, uomo un giorno e poi femmina, Céneo, di nuovo tornata, per fato, all’antica figura. Con particolare riferimento a Pasifae, un comune denominatore tra questa e la regina cartaginese è il furor che anima la passione d’amore, come dimostrano bene i versi virgiliani: et fortunatam, si numquam armenta fuissent, Pasiphaen […] (Bucolica VI, 45-46) Felix, heu nimium felix, si litora tantum Numquam Dardaniae tetigissent nostra carinae (Eneide, IV, 657-658) e lo stesso furore caratterizza anche la figura di Fedra. Inoltre, se Erifile, uccisa per aver tradito il marito Anfiarao, ricevette la ferita fatale dal figlio Alcmeone, Didone fu ‘ferita’ da un altro figlio, Cupido con le sembianze di Ascanio, né si deve dimenticare che anche Berenice, come Erifile, fu uccisa da suo figlio. Lo strazio di Laodamia per la morte di Protesilao, ancora, è assimilabile al mortale dispiacere provato da Didone per la partenza di Enea130 . 2. È stato anche osservato che Enea si rivolge, nell’ultimo incontro dei lugentes campi, a Didone in toni molto vicini alla poesia alessandrina131: effettivamente, l’allusione a Catullo culminante nel verso 460 (Invitus, regina, tuo de litore cessi), su cui già si è discusso nel capitolo precedente e che – come si è detto – va direttamente collegata alla recisione della ciocca di capelli di cui si parla nei versi finali del IV libro132, va adeguatamente contestualizzata. Il segmento comprendente l’ultimo incontro tra Enea e Didone, inoltre, appare chiaramente diviso in tre momenti: la scoperta di Didone da parte di Enea (vv. 450-454), il tentativo di dialogo da parte di quest’ultimo (vv. 455-468) seguito dall’eloquente silenzio della regina 133 , che infine s’allontana (469-476): suggestiva, oltre che fondamentalmente condivisibile, l’interpretazione fornita da Thomas Eliot a riguardo, secondo cui «Dido’s behaviour appears almost as a projection of Aeneas’ own conscience; this, we feel, is the 130 Infine, se «Procri’s jealous suspicious of her husband’s innocent pursuit of the hunt might be compared with Dido’s inability to understand Aeneas’ pursuit of his fated mission» (P. A. JOHNSTON, op. cit., p. 651), per l’ambigua figura di Ceneo si può condividere quanto osservato da G. S. WEST (Caeneus and Dido, in «Transactions of the American Philological Association», vol. 110, 1980, pp. pp. 318-319), secondo cui il cambio di sesso di Cenide in Ceneo potrebbe avere un parallelo nel passaggio da moglie devota a governatore di città, con ulteriore e fatale ritorno della natura femminea con l’innamoramento per Enea, nel caso di Didone. 131 «Aeneas speaks not merely as the hero of the poem, or even as the hero of a Herculan catabasi, but as a learned, Alexandrian poet», R. A. SMITH, A Lock and a Promise: Myth and Allusion in Aeneas’ Farewell to Dido in “Aeneid” 6, in «Phoenix», vol. 47, n° 4 (Winter 1993), p. 305. Cfr. anche M. SKINNER, The Last Encounter of Dido and Aeneas: Aeneid 6 450-476, in «Vergilius», vol. XXIX, 1983, p. 18. 132 Cfr. J. TATUM, Allusion and Interpretation in Aeneid 6 440-476, in «American Journal of Philology», vol. 105, n°4 (Winter, 1984), pp. 434-452. 133 Al cui proposito Servio scrive: «tractum autem est hoc de Homero, qui inducit Aiacis umbram conloquia fugiente, quod ei fuerat causa mortis». 76 way in which Aeneas conscience would expert Dido to behave to him»134. Didone appare nel mondo ultraterreno in compagnia di altre donne, ognuna delle quali – come poc’anzi si è già accennato – rappresenta una parte del suo destino: fedele al marito come Evadne, ma non sino in fondo come Erifile; suicida per un amore vietato, al pari di Fedra, ma anche vittima innocente, come Procri. Mediante l’accostamento a Ceneo, infine, si può osservare che proprio mediante il venir meno ai pubblici/politici impegni di dux femina facti, Didone riscopre, ancorché con esito tragico, la propria dimensione intima di donna capace d’innamorarsi135 . Inter quas phoenissa recens a volnere Dido Errabat silva in magna. Quam troius heros Ut primum iuxta stetit adgnovitque per umbras Obscuram, qualem primo qui surgere mense Aut videt aut vidisse putat per nubila lunam, Demisit lacrimas dulcique adfatus amore est: Infelix Dido, verus mihi nuntius ergo Venerat extinctam ferroque extrema secutam? Funeris heu tibi causa fui? Per sidera iuro, Per superos, et si qua fides tellure sub ima est, Invitus, regina, tuo de litore cessi. Sed me iussa deum, quae nunc has ire per umbras, Per loca senta situ cogunt noctemque profundam, Imperiis egere suis: nec credere quivi Hunc tantum tibi me discessu ferre dolorem. Siste gradum teque aspectu ne subtrahe nostro. Quem fugis? Extremum fato quod te adloquor hoc est. Talibus Aeneas ardentem et torva tuentem Lenibat dictis animum lacrimasque ciebat. Illa solo fixos oculos aversa tenebat: Nec magis incepto voltum sermone movetur, Quam si dura silex aut stet marpesia cautes. Tandem corripuit sese atque inimica refugit In nemus umbriferum: coniunx ubi pristinus illi Respondet curis aequatque Sycaeus amorem. Nec minus Aeneas casu concussus iniquo Prosequitur lacrimans longe et miseratur euntem. AC Era con queste la fenissa Dido, che, di piaga recente il petto aperta, per la gran selva spazïando andava. Tosto che le fu presso, Enea la scòrse per entro a l’ombre, qual che vede o crede Veder tal volta infra le nubi e ‘l chiaro la nova luna, allor che i primi giorni del giovinetto mese appena spunta; e di dolcezza intenerito il core, dolcemente mirolla e pianse e disse: «Dunque, Dido infelice, e’ fu pur vera quell’empia che di te novella udii, che col ferro finisti i giorni tuoi? Ah, ch’io cagion ne fui! Ma per le stelle, per gli supremi dèi, per quanta fede ha qua giù, se pur v’ha, donna, ti giuro che mal mio grado dal tuo lito sciolsi. Fato, fato celeste, imperio espresso fu del gran Giove, e quella stessa forza, che da l’eteria luce a questi orrori de la profonda notte or mi conduce, che da te mi divelse; e mai creduto ciò di me non avrei, che ‘l patir mio cagion ti fosse ond’a morir ne gissi ma ferma il passo, e le mie luci appaga de la tua vista. Ah, perché fuggi? E cui? Quest’è l’ultima volta, ohimè! Che ‘l fato Mi dà ch’io ti favelli, e teco sia». Così dicendo e lagrimando intanto placar tentava o raddolcir quell’alma, ch’una sol volta disdegnosa e torva lo rimirò; poscia o con gli occhi in terra, o con gli omeri vòlta, a i detti suoi stette qual alpe a l’aura, o scoglio a l’onde. Alfin, mentre dicea, come nimica gli si tolse davanti, e ne la selva al suo caro Sichèo, cui fiamma uguale e par cura accendea, si ricondusse né però men dolente, e men pietoso restonne il teucro duce: anzi quant’oltre poté con gli occhi, e lungo spazio poi col pianto e coi sospiri accompagnolla. VA RCO Fra queste tutte, errar per l’ampia selva Vede Enea la pur dianzi uccisa Dido; O di vederla pargli; che a quel fioco Barlume, qual fra nubi incerta luna, Tra l’altre, fresca ancor di ferita, Didone fenicia vagava per la foresta immensa. Ed ecco l’eroe teucro le fu vicino, e la conobbe, fra l’ombre incerta, come chi sorgere, al principiare del mese, 134 T. S. ELIOT, What Is a Classic, London, Faber&Faber, 1946, p. 20. 135 Cfr. V. PÖSCHL, Dido und Aeneas, op. cit., p. 158. 77 La scorgea. Ma non pria le giunge appresso, E la ravvisa, che il pianto lo assale, E tal con amor tenero le parla: Dido infelice, (oimé) verace dunque Fu la novella, che di ferro estinta Tu di tua propria man cadessi? Ahi lasso! Cagion io fui del morir tuo! Ma, il giuro Per gli astri tutti, e per gl’Iddii, (se fede Dite ammette pur anco) io da’ liti tuoi Mal mio grado, o Regina, mi partiva. Comando alto de’ Numi, ch’or mi spinge Quaggiù tra l’ombre e lo squallor tremendo Di questa notte eterna, allor mi trasse Fuor de’ tuoi regni a forza. Ahi! Non credetti Che dolor tanto il mio partir ti fora. Deh, ferma il piè; dagli occhi miei non vogli Così sottrarti. Oh ! Tu mi sfuggi? E questi, gli ultimi accenti miei son pur che ascolti…. Con tali voci Enea l’irata Dido, Che torva riguardavalo, addolciva, Invitandola al pianto. Ma, rivolta Gli occhi immobili al suolo, ella si stava Sorda a sue voci, e tacita, più ch’aspro Marpesio masso in Alpe. Al fin si toglie Dalla di lui presenza, in atto ostile, Rinselvandosi là, dove di pari Amor l’appaga il pristino consorte Sichèo, che ancor le cure sue divide. Cogli occhi lagrimosi l’accompagna Quanto più puote il Teucro Eroe, compunto Dal fero caso, e impietosito, assai. vede, o crede vedere, fra nubi la luna; e lasciò correr le lagrime e la chiamò con amore: «Didone misera! e dunque era vero l’annunzio che t’eri uccisa col ferro, che avevi voluto morire. Di morte io ti fui causa! Per le stelle ti giuro, pei superi, per quale valga mai pegno sotto la terra profonda, io non volevo, regina, lasciar la tua spiaggia. Ma la legge dei numi, che or mi fa andare fra l’ombre, per luoghi squallidi, mucidi, entro la notte profonda, con la sua forza mi urgeva: e non potevo, no, credere che t’avrei dato, partendo, così disperato dolore. Ferma il passo, oh non sottrarti al mio sguardo. Chi fuggi? Per fato, è l’ultima volta che posso parlarti!» Così quell’anima ardente, che torvo guardava, Enea tentava lenir con parole, e piangeva. Ma lei gli occhi a terra, nemica, fissi teneva. Né al suo parlare cambia espressione del volto, più che se rigida roccia o scoglio marpesio là stesse. Si scosse alla fine e corse, nemica, a nascondersi nel bosco ombroso: là dove il primo marito, al suo affanno risponde, uguaglia il suo amore, Sicheo. Tanto più Enea, sconvolto dall’ingiusta sciagura, la segue con lacrime a lungo, mentre fugge, e ne piange. Se Annibal Caro decide d’insistere – mediante la reduplicatio (“Fato, Fato celeste”) – sull’ineluttabilità dell’obbligo cui Enea è dovuto sottostare, Alfieri sottolinea giustamente – a differenza della Calzecchi Onesti – la particolare sfumatura (dulci amore, tradotto con “amor tenero”) del sentimento che spinge Enea a rivolgersi a Didone. Tutta la scena è magistralmente giocata su un cambio di ruoli rispetto a due momenti topici del primo e del quarto libro, e la permutazione avviene mediante due similitudini: lo scorgere, da parte di Enea, Didone, come luna fra nubi136, e la ostinata resistenza della regina a non rivolgere parola all’addolorato Enea137 . Ancora, se il quesito con cui s’apre l’ultimo incontro di Enea e Didone sembra confermare l’ignoranza del primo circa la morte della seconda, rivelandone «his human weakness»138 , in riferimento al paragone Catullo/Virgilio circa la recisione della ciocca, nell’Eneide la spada acquista un significato ben più profondo e tragico, dal momento che è lo strumento mediante cui Didone si infligge la morte139. Solo nel mondo dell’oltretomba Enea capisce il senso della tragedia 136 immagine mediata probabilmente dall’incontro di Linceo con Eracle in Apollonio Rodio (IV, 1479-1480). 137 «This starting point of the last encounter between Aeneas and Dido sends us back to their first meeting when Aeneas, like a statue of a god, suddenly appeared from a cloud of mist which had hidden him from Dido (1. 586-593). In comparison with book 1 the roles are now reversed. The first encounter of the lovers happened in the daylight, but they had no knowledge of their fate. Now, in the darkness of the underworld, knowledge will come. The second simile relates our scene to Book 4. Despite Aeneas’ entreaties, Dido remains unmoved as marble (6. 470-471). In book 4 conversely, Dido had implored Aeneas and he had been hard as stone (4. 366) and unshattered like an oak in the storm (4. 441-449). The similes reflect the reversal of the situation and the change of roles», M. VON ALBRECHT, Roman epic: an interpretive introduction, Leiden, Brill, 1999, p. 124. 138 D. C. FEENEY, The Taciturnity of Aeneas, in «Classical Quarterly», New Series, Vol. 33, n°1, 1983, p. 217. 139 «The curse and the sword, however, rather being associated with Aeneas, the character that swears here and who is, within the heroic milieu, equal to the sword, fall instead upon Dido», R. A. SMITH, op. cit., p. 307. 78 causata140 e anche mediante l’allusione catulliana al catasterismo della ciocca, viene anticipato il futuro destino grandioso della stirpe: Giulio Cesare, discendente di Enea, la cui morte fu testimoniata dal fenomeno astronomico della cometa, diverrà post mortem figura divina, con una propria costellazione141. Per quel che concerne invece il nesso Alcesti/Didone, per la seconda (ed Enea) è condivisibile quanto, in riferimento alla tragedia euripidea, ha scritto Segal circa l’importanza della figura maschile, reale nodo problematico della tragedia142 . §4 I commenti di Fulgenzio e Bernardo Silvestre 1. Didone, come in genere tutte le figuri femminili, sembra avere un peso relativamente modesto nell’esegesi Expositio Virgilianae continentiae secundum philosophos moralis 143 di Fulgenzio: l’attenzione del commentatore africano (vissuto con molta probabilità durante il periodo dell’occupazione vandala, tra il V e il VI secolo dopo Cristo) è fondamentalmente concentrata sulla discussione/dimostrazione della valenza allegorica del percorso compiuto da Enea. Attraverso la conoscenza dei primi dolori della vita e la Bildung morale e affettiva costruita mediante silenziosi ascolti, il condottiero troiano cresce e – specie nel II e III libro del poema – si mostra completamente disinibito e diviso tra attrazioni erotiche e sogni di gloria. Il quarto libro costituisce il fulcro dell’abbandono alle tentazioni dell’amore, da cui è distolto dal ricordo di Anchise morto: «di fatto il raggiungimento della prudentior aetas coincide con l’arrivo nella penisola Ausonia e con la rinuncia allo spazio marino»144. Questo passaggio cruciale è sancito dal fuoco catartico che avvolge sia le navi (immagine allegorica dei sensi) sia il corpo di Miseno. Il valore purificatore del fuoco ricorre in vari loci del commento di Fulgenzio, anche a proposito del IV libro (Expositio virgilianae, righi 283-293): come lapidaria condanna dell’episodio di Didone, la definizione di «adulterium». Se per l’espressione, relativa al fuoco e alle ceneri quali classici simboli della purificazione, un fondamentale precedente è nel passo «Poma in terra Sodomorum gigni quidem et ad maturitatis faciem pervenire; sed morsu pressuve temptata in fumum ac favillam corio fatiscente vanescere» tratto dal V paragrafo «Infideles flagitant rationem quam ipsi nequeunt reddere...» del De civitate dei, sempre agostiniana è la fonte della frase affine «iactantiae fastu corrupti atque absumpti in fumum favillamque vanescunt« (Epistolae, XLVIII, 2). 140 «Enea – il quale aveva dovuto tacere o infingersi per non soccombere, quando la donna disperatamente amante si umiliava a supplicarlo – [effonde] ora la sua pena con un groviglio di sentimenti (dichiarazione sconsolata del proprio inutile, fatale amore; orrore e stanchezza per le peregrinazioni dolorose e paurose; umanissima illusione di poter riafferrare lì, fra l’ombre, un bagliore della passione schiantata; trepido senso dell’irrevocabilità di una gioia che s’è dovuta calpestare con lo strazio del proprio cuore), nel quale c’è un’immensa pietà, pietà di lei, pietà di sé stesso, pietà di tutt ala povera umanità dolente su cui la misteriosa Provvidenza trascorre spesso con furore di tempesta», E. PARATORE, op. cit., p. 281. 141 OVIDIO, Metamorfosi, XV, 849-851. 142 «The play is called Alcestis, but the real concern is male rather than female experience. Alcestis is there as the object of loss, but also as a problem: she displays and embodies a heroism that Admetus himself cannot reach», C. SEGAL, Euripides’s “Alcestis”: Female, Death and male Tears, in «Classical Antiquity», Vol. 11, n°1 (April 1992), p. 155. 143 Cfr. F. ROSA, Introduzione a FULGENZIO, Commento all’Eneide, Milano-Trento, Luni Editrice, 1997, p. 19. 144 Ivi, p. 9. 79 «Feriatus ergo animus a paterno iudicio in quarto libro et venatu progreditur et amore torretur, et tempestate ac nubilo, velut in mentis conturbatione, coactus adulterium perficit. In quo diu praesumptum amorem relinquit; Mercurius enim deus ponitur ingenii; ergo ingenio instigante aetas deserit amoris confinia. Qui quidem amor contemptus emoritur et in cineres exustus emigrat; dum enim de corde puerili auctoritate ingenii expellitur, sepulta in oblivionis cineres favillescit.» Nel quarto libro il giovane, libero dentro il suo animo dal giudizio del padre, si fa cacciatore e fiamma d’amore. Spinto dalla tempesta e dal nubifragio, versando cioè in uno stato di confusione mentale, si abbandona all’adulterio. In tale stato permane per un lungo lasso di tempo, fino al momento in cui su spinta di Mercurio non lascia l’amore mal concepito, frutto della sua sensualità. Mercurio è presentato quale dio dell’intelligenza. E proprio su istigazione dell’ingegno la giovinezza abbandona i confini della passione. L’amore disprezzato ha termine e s’incenerisce bruciandosi poiché, quando mediante l’intelligenza, è buttata via dal cuore giovanile, la finisce per giacere sotto le ceneri della dimenticanza e sparisce in faville. Pietra di volta nel commento di Fulgenzio è il libro VI, che dimostra la fondamentale evoluzione ‘agostiniana’: e i vari incontri sia con l’ombra di Didone che di Deifobo e di altri defunti sono volti proprio a dimostrare questo. L’incontro con Didone nel regno dei morti (Expositio virgilianae, righi 413-422) viene quindi a rappresentare simbolicamente il penultimo (l’ultimo è incarnato da Deifobo, e il primo da Palinuro) ricordo/legame di Enea con il suo passato pieno di orrore e passione impura145 . «Illic etiam et Dido videtur quasi amoris atque antiquae libidinis umbra iam vacua. Contemptando enim sapientiam libido iam contemptu emortua lacrimabiliter penitendo ad memoriam revocatur. At vero dum ad locum illum venitur, ubi dicimus: “Porta adversa in gens solidoque, adamante colomnae, vis ut nulla virum, non ipsi excindere ferro caelicolae valeant, stat ferrea turris ad auras” vide quam evidentem superbiae atque tumoris imaginem designavimus.» In questo luogo Enea rivede Didone, ormai solo un ombra dell’amore e dell’antica passione. Nella contemplazione della sapienza, l’antica passione, ormai affogata nel disprezzo, riaffiora alla memoria grazie alle lacrime del pentimento. Ma quanto si arriva a quel punto, in cui dico: “Di fonte la porta, enorme: di acciaio massiccio i pilastri non forze umane, né valgono gli stessi Celesti a smantellarli col ferro, si erge nell’aria una torre di ferro” [VI, 552-554] vedi con quanta evidenza ho indicato il simbolo della superbia e dell’arroganza. È d’altronde chiaro che una concezione di Enea profondamente mutata dall’archetipo classico (non più eroe della pietas ma sapienziale), in un contesto generale di forte valenza allegorica caratterizzato da un massiccio uso della Denkform etimologica 146 , possa comportare uno stravolgimento della classica lettura dell’episodio di Didone. La vicenda di Enea è suddivisa in tre fasi, di cui ogni gradus ha un valore ontologicamente pregnante. Alla prima fase caratterizzata dal possesso di innate qualità (habere / natura) segue quella relativa alla doctrina mediante cui si realizza l’attività intellettuale (doctrina / regere): come ultimo livello evolutivo del processo, la felicitas che completa l’educazione della persona (felicitas / ornare): ontologicamente avviene un’evoluzione che parte dalla substantia corporalis (libri I-IV) e – mediante la substantia sensualis 145 Cfr. B. OTIS, op. cit., pp. 290 e passim. 146 Cfr. E. R. CURTIUS, Europäische Literatur und Lateinisches Mittelalter, Bern-München, Franke, 1973, pp. 486- 490. conversione morte rinascita 80 dei libri V-VI – approda alla substantia censualis degli ultimi sei libri dell’Eneide147 . Ne deriva una certa disparità di trattamento, con un’analisi più approfondita della prima metà del poema virgiliano e un trattamento più sommario della seconda, dedicata ai labores più pratici. 2. Lo sbilanciamento tra commento alla prima e alla seconda parte dell’Eneide (se si vuole tra parte ‘odissiaca’ e ‘iliadica’ del poema virgiliano) si accentua maggiormente con il Commentum Super Sex Libros Eneidos Virgilii di Bernardo Silvestre, redatto orientativamente tra il 1125-1130. Aldilà di tutta una serie di problemi legati alla trasmissione del testo148, chiaramente ereditato da Fulgenzio è l’idea interpretativa (allegorica) dei primi libri dell’Eneide come narrazione di un percorso di progressiva e catartica maturazione/perfezione149: rispetto all’esegesi di Fulgenzio, vi è un gusto enciclopedico ed erudito che in parte rischia di essere in alcuni punti eccessivamente gravoso. Come nel caso di Fulgenzio, d’altronde, netta e senza appello è la condanna di Didone, il cui nome, seguendo quanto adombrato già nell’Expositio Virgilianae continentiae, conterrebbe la condanna già nella sua radice etimologica (che avrà la sua importanza anche nel Convivio dantesco): Didone si conferma quindi quale regina libidinis150 , perno assiale di una civiltà e di una mentalità distorta e assolutamente contraria alla logica – crudamente sessista – di chi scrive151: ritornano, questa volta in salsa cristiana, le inossidabili convinzioni di superiorità del maschio sulla donna, inconcepibile nelle vesti di governatrice di città. In apertura di Commentum, l’autore opera una distinzione tra differenti modalità narrative («naturalem scilicet et artificialem», [1]): in particolare, la seconda consiste nella tecnica del flashback, cioè «quando a medio narrationem incipimus artificio atque modo ad principium recurrimus» ([2]). Oltre Terenzio, Bernardo inserisce anche Virgilio tra coloro che adottano questa tecnica, [2] Tum enim foret iste ordo naturalis, si primo excidium Troie describeret atque inde Troianos in Cretam, a Creta Sciciliam, a Scicilia in Libiam deduceret. Primo eos ad Didonem deducit atque Eneam subvertionem Troianam et cetera que passus fuerat enarrantem introducit. [2] Potrebbe esservi l’ordine naturale se davvero prendesse a descrivere la caduta di Troia conducendo poi i Troiani a Creta, da qui in Sicilia e dalla Sicilia in Libia. Per prima cosa invece li conduce da Didone e mostra Enea che racconta la rovina di Troia e tutte le altre disavventure. e come esempio viene indicato proprio l’episodio di Didone. Sebbene poco dopo si legga: 147 Cfr. F. ROSA, op. cit., pp. 14-15. 148 A partire dal fatto che un solo manoscritto (Parisinus 16146) porta nel titolo Bernardi Silvestris super sex libros Aeneidos Virgilii una sicurezza d’attribuzione, mentre negli altri testimoni il nome dell’autore non compare. 149 «i primi sei libri dell’epos alludono, per significato simbolico e nella figura del protagonista, esule da Troia, agli stadi dello sviluppo umano, collocati ognuno nella serialità dei libri di Virgilio: infanzia (I), fanciullezza (II), adolescenza (III), giovinezza (IV), età virile (V) e infine conquista della comprensione filosofica trascendente attraverso la discesa nel regno dei morti (VI)», B. BASILE, Introduzione a B. SILVESTRE, Commento all’ “Eneide”, Roma, Carocci, 2008, p. 30. 150 M. GIOSEFFI, La tradizione di commento a Virgilio, in «Nec timeo mori: Atti del congresso internazionale di studi ambrosiani nel XVI centenario della morte di sant’Ambrogio» (Milano, 4-11 aprile 1997, a cura di Luigi F. PIZZOLATO e M. RIZZI), Milano, Vita e Pensiero, 1998, p. 620. Cfr. anche J. E. SINGERMAN, Under clouds of Poesy. Poety and Truth in French and English Reworkings of the «Aeneid» 1160-1513, New York, Garland, 1986, pp. 1-25 e N. RUFF, Regina, meretrix and libido: the Medieval and Rrenaissance Dido, in «Acta Conventus Neo-latini Hafniensis, Copenaghen, 12-17 August 1991», Tempe, Binghamton, 1997, pp. 875-881. 151 [12 ]«In hac civitate invenit mulierem regnantem et Penos servientes quia in mundo isto talis est confusio quod imperat libido et virtutes opprimuntur quas per Penos, fortes et rigidos viros, intelligimus atque ita servit vir et imperat mulier. Ideo in dinivis libris dicitur mundus civitas Babilonis, id est confusionis». Dido < > libido 81 [3] Per immoderatum Didonis amorem ab appetitu illicitorum revocamur. [3] Attraverso l’amore libidinoso di Didone siamo distolti dal desiderio dell’illecito. l’incontro tra Didone e Enea è descritto in termini innegabilmente negativi: [12] Tectus nube Carthaginem venit. Quemadmodum nubes coruscationem ascondi, ita ignorantia sapientiam. Sub ignorantia Carthaginem venit, id est ad novam civitatem mundi scilicet qui quidem civica est omnes habens in se habitatores. In hac civitate regnum habet Dido, id est libido. Hec civica nova est Enee quia nuper in eam illatus est. [12] Nascosto in una nuvola, [Enea] giunse a Cartagine. Come la nube cela lo splendore, così l’ignoranza nasconde la sapienza. Sotto il velo dell’ignoranza egli arrivò a Cartagine, cioè la città nuova del mondo, che è anzi una città che raggruppa in sé tutti gli abitanti. Qui ha il suo regno Didone, vale a dire la lussuria. La città è nuova per Enea, che vi è giunto da poco. Dopo l’invito da parte della regina, nel secondo libro, a narrare le proprie vicende152, il commento del Quartus Liber si concentra sull’atto peccaminoso della caverna: [23] Sepulto patre venatum vadit. Tempestatibus actus in spluncam cum Didone divertit ibique adulterium committit. Quam turpem consuetudinem consilio Mercurii deserit. Dido vera deserta in cineseres excocta defficit et demigrat. [23] Sepolto il padre, [Enea] va a caccia. A causa di temepste, è costretto a rifugiarsi con Didone in una grotta dove commette adulterio. Tale turpe relazione, su consiglio di Mercurio, viene troncata. Didone, poi, abbandonata, muore e trapassa, divenuta cenere. Torna quindi sia il lemma adulterium che l’immagine della cenere, entrambi già utilizzati da Fulgenzio: se quindi «il naufragio di Enea […] è la nascita dell’uomo, gettato nudo nell’esistenza […] Didone è naturalmente l’età delle passioni, mentre Mercurio è l’intelligenza»153, grazie a questa è possibile abbandonare le insidie della carne 154 . Se anche nelle Glosae di Silvestre ritornano concetti già espressi dall’esegeta africano (come ad esempio la ricorrente equazione del mare come simbolo della passione155), l’attenzione del commentatore della scuola di Chartres si concentra, anche per quel che riguarda Didone, più che tutto sul VI libro, termine della progressione etica di Enea, e sul carattere peccaminoso della lussuria: anche in riferimento allo sguardo della regina e alle osservazioni in precedenza fatte sulla dittologia demissa vultu, Bernardo Silvestre sostiene che ella, conscia della sua colpa, è quasi costretta a guardare a terra, dal momento che “il lussurioso non alza verso i cieli l’ingegno e la sua ragione”156. È nell’Ade (segno di rinuncia a ogni fascinazione mondana) che il condottiero troiano entra in vero e fertile contatto con il sacro, lasciando dietro le sue spalle ogni mondana caducità. Solo nell’oltremondo, per Silvestre, chiuso tra infernali fiumi di dolore ([51] «Lethen esse oblivionem, Stigem odium, Flegetontem ardorem irarum, Acherontem tristiciam»), Enea acquista consapevolezza della negatività propria della sua natura contingente. 152 [15] «Per hoc enim quod ad narrandas historias suasu Didonis provocatur, nichil aliud demostratur nisi quod ad proferenda verba sua eum manifestari volens voluntas hortatur cui satisfaciens in verba prorumpit». 153 H. DE LUBAC, Esegesi medievale – i quattro sensi della Scrittura (vol. 4 sezione V “Scrittura e Eucarestia”), Milano, Jacabook, 2006, p. 293. 154 [25] «Increpat Mercurius Eneam oratione alicuius censoris. Discedit a Didone et desuescit a libidine». 155 Ad esempio [47] «MARIA: commotiones temporalium et carnis libidines» e [52] «MARIA: libidines. PEGAGI: commotionis temporalium. […] MINAS PELAGI: infestationes carnis». 156 Per la versione integrale delle Glosae di Bernardo Silvestre ai versi 450-476 del VI libro dell’Eneide, cfr. Appendice II. 92 Capitolo III DIDONE NELLA PATRISTICA DIDONE NELLA PATRISTICA NELLA PATRISTICA E NEL MEDIOEVO: LA RICEZIONE DEL MITO 93 §1 La lettura dei Padri della Chiesa 1. In particolar modo nella letteratura patristica, rispetto a quella classica1 , l’espediente retoricostilistico dell’exemplum virtutis ha goduto di indubbia fortuna: sono stati soprattutto i primi autori della cristianità latina a farne un uso ben mirato, volto a mettere in luce varie figure o personaggi appartenenti al mondo pagano, nonostante – specie per quel che concerne gli aspetti della verginità e della castità – nella storia della chiesa non mancassero fulgidi esempi, come il caso di Maria o di Susanna ed Anna dimostrano2 . Benché strenui accusatori di tanti aspetti della paganità, «the Christian Apologists had all practiced the exercices assigned by the grammaticus and rhetor and had declaimed on themes from Greek and Roman history before they began to plead the cause of Christianity»3 . In quest’ottica, Didone acquista un’importanza indiscussa, fornendo un’ulteriore dimostrazione dell’effettivo peso della tradizione ‘altra’, relativa alla regina di Cartagine, rispetto a quella della tragica passione amorosa per Enea. D’altronde, a testimoniare la presenza di casi di fedeltà estrema, anche nella letteratura latina, non erano mancati nella storia di Roma casi di donne che preferirono suicidarsi piuttosto che sopravvivere al proprio coniuge4 . Insieme a Lucrezia, moglie di Tarquinio Collatino divenuta suo malgrado adultera e perciò suicida5 , Didone è una figura che, specie in Tertulliano, ricorre con una certa insistenza. Anche Petrarca (Africa, III, 652-772), dopo aver lodato Didone, si soffermerà sulle qualità e sui meriti di Lucrezia. Il fine è ovviamente quello di mostrare un modello, strenuo e allo stesso tempo credibile, di castità, tenuta presente la visione gerarchica con la quale questa veniva considerata6 . Sul comune modo di vedere ed elogiare la verginità, è sintomatico l’uso insistito di alcuni termini e di determinate espressioni: se infatti Valerio Massimo, parlando delle donne del passato, parla di coloro che presero un solo marito quali meritevoli della «corona pudicitiae»7 , Girolamo usa l’espressione 1 Fondamentale è la distinzione presente nella Retorica aristotelica (I, 2, 8) tra induzione dialettica (ἐπαγωγή) e retorica (παράδειγµα), intendendo quest’ultimo come esempio paradigmatico. Importanti esempi di applicazioni di exempla possono trovarsi nelle Tusculanae Disputationes di Cicerone e nelle Epistolae senecane, passando – seppur indirettamente – alla Naturalis Historia pliniana, sino al Liber Memorialis di Lucio Ampelio e al già citato Collectaneae Rerum memorabilium di Giulio Solino. In questo genere particolare posizione acquista l’opera di Valerio Massimo Factorum et Dictorum memorabilium Libri Novem, cfr. M. L. LORD, Dido as Example of Chastity: The Influence of Example Literature, in «Harvard Library Buletin», XVII, 1 (January), pp. 22-23. Un’esaustiva, benché oggi datata, panoramica su quest’argomento comprensiva anche dei frammenti e fonti indirette relative a Terenzio Varrone, Cornelio Nepote e Giulio Igino è H. W. LITCHFIELD, National ‘exempla virtutis’ in Roman Literature, in «Harvard Studies in Classical Philology», XXV (1914), pp. 1-71. 2 Cfr. AMBROGIO, De Virginibus, II, 6-7 e De Viduis, 24 e LUCA, Vangelo, II, 36-37. 3 M. L. LORD, op. cit., p. 24. 4 Come ad esempio la moglie di Pomponio Labeo (cfr. TACITO, Annales, VI, 29). 5 «Sp. Lucretius cum P. Valerio Volesi filio, Collatinus cum L. Iunio Bruto venit, cum quo forte Romam rediens ab nuntio uxoris erat conventus. Lucretiam sedentem maestam in cubicolo inveniunt. Adventu suorum lacrimae obortae, quaerentique viro " Satin salve?" "Minime" inquit;"quid enim salvi est mulieri amissa pudicitia? Vestigia viri alieni, Collatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum violatum, animus insons; mors testis erit. Sed date dexteras fidemque haud impune adultero fore. Sex. est Tarquinius, qui hostis pro hospite priore nocte vi armatus mihi sibique, si vos viri estis, pestiferum hinc abstulit gaudium". Dant ordine omnes fidem; consolantur aegram animi avertendo noxam ab coacta in auctorem delicti: mentem peccare, non corpus, et unde consilium afuerit culpam abesse. "Vos" inquit "videritis quid illi dabeatur: ego me etsi peccato absolvo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo vivet», LIVIO, Ad Urbe Condita, I, 58, 6-10. 6 Cfr. GIROLAMO, Adversus Iovinianum, I, 3. Al primo posto vi erano ovviamente le vergini, seguite dalle vedove che rifiutavano le seconde nozze e infine dalle donne fedeli ai propri mariti. Come notato ancora da Lord (op. cit., p. 26), Agostino (De bono viduitatis, 6) sembra anteporre alla castità coniugale la continenza vedovile. 7 Factorum et Dictorum memorabilium Libri Novem, II,1,3. 94 «virginitatis coronam»8 , forse seguendo la frase tertullianea «Fortunae Muliebri coronam non imponit nisi univira, sicut nec Matri Matutae»9 . 2. Giustino, nella già citata Epitome dell’opera storica perduta di Pompeo Trogo afferma – seguendo la narrazione di Timeo – che quando i Cartaginesi obbligarono Didone a sacrificarsi per il bene della patria sposando Iarba, ella dichiarò ambiguamente che sarebbe andata dove la chiamavano il suo destino e la città. Detto ciò e fatto preparare un rogo, quasi volesse offrire un sacrificio ai Mani di Sicheo, vi salì e si uccise davanti al suo popolo. Secondo tale versione Didone muore quindi pura, e proprio in virtù della sua castità fu lodata dai Padri della Chiesa. Tra questi, Tertulliano sembra essere particolarmente interessato alla storia della regina di Cartagine. Non è d’altronde casuale che questo interesse, in una particolare fase della storia di Roma, venga da un fervido eretico proveniente dalla costa dell’Africa settentrionale10 che, da una prima adesione alla dottrina cattolica si sposta gradualmente su posizioni montaniste. Tre opere tertullianee riflettono questo passaggio: Ad uxorem (anteriore al 206), De exhortatione castitatis (circa 210) e De monogamia (214). Sin dal primo lavoro citato, che è una lunga lettera scritta alla moglie, Tertulliano pone l’accento sull’importanza della castità, in particolare vedovile: Didone viene citata direttamente nel XIII capitolo del De exhortatione castitatis: «ut Dido quae profuga in alieno solo, ubi nuptias regis ultro optasse debuerat ne tamen secundus periretur, maluit e contrario uri quam nubere». Il dato più interessante di questo passaggio risiede nella completa confutazione del messaggio paolino, secondo cui: «Dico autem non nuptis, et viduis: bonum est illis si sic permaneant sicut et ego. Quod, si non se continent, nubant. Melius est enim nubere quam uri» 11 . Parlando della monogamia in uso presso gli «ethnici» (pagani)12, la figura della regina d’origine fenicia ritorna sempre nel capitolo conclusivo del trattato: Didone, insieme a Lucrezia, viene citata come fulgido esempio di «foemina saecularis», capace di distinguersi per la sua pervicace monogamia. Nel De monogamia Didone viene nuovamente citata nell’ultimo capitolo, in maniera fortemente simile a quanto già descritto nel De exhortatione castitatis: «exurget regina Cathaginis et decernet in Christianas, quae profuga et in alieno solo et tantae civitatis cum maxime formatrix, cum regis nuptias ultro optasse debuisset, ne tamen secundas eas experiretur, maluit e contrario uri quam nubere» 13 . 8 GIROLAMO, Adversus Iovinianum, I, 3. 9 TERTULLIANO, De Monogamia, 17. 10 «a una prima fase di evangelizzazione e rinforzo della dottrina segue, dopo l’Editto di Milano del 313, l’identificazione della religione con il potere temporale, cui reagiscono movimenti di rigorismo, trattati dalla chiesa ufficiale quali eresie», P. BONO-M. V. TESSITORE, op. cit., p. 67. 11 PAOLO, Ad Corinthios, VIII, 9. Secondo Rambeaux (Tertullien face aux morales des trois premiers siècles, Paris, les Belles Lettres, 1979, p. 223) l’affermazione tertullianea non è in completa contraddizione con quella paolina, dal momento che il primo vorrebbe vedere la limitatezza del valore del vincolo matrimoniale, cui sarebbe comunque da preferire la castità. 12 «Denique, monogamia apud ethnicos ita in summo honor est, ut et virginibus legitime nubentibus univira pronuba adhibetur», TERTULLIANO, De exhortatione castitatis, XIII. 13 Id., De monogamia, XVII, 2. 95 All’interno di una galleria d’esempi di varie figure del passato che preferirono darsi la morte piuttosto che cedere alle tentazioni della carne, in Ad martyres (197) l’eretico africano cita sempre Didone: «Heraclitus, qui se bubulo stercore oblitum exussit; item Empedocles, qui in ignes Aetnaei montis dissiluit; et Peregrinus, qui non olim se rogo immisit, cum feminae quoque contempserint ignes; Dido, ne post virum dilectissimum nubere cogeretur: item Asdrubalis uxor, quae iam ardente Carthagine, cum maritum suum supplicem Scipionis videret, cum filiis suis in incendium patriae devolavit» 14 . Ancora, enumerando i casi di coraggioso disprezzo per la morte, in Ad nationes vengono citate varie donne, tra cui Didone: «Regina Aegypti bestiis suis usa est. Ignes post Carthaginensem feminam Asdrubale marito in extremis patriae constantiorem docuerat invader ipsa Dido»15 . L’associazione tra Didone e la moglie di Asdrubale, presente anche in Floro (Epitoma de Tito Livio, II, 15.15-17) e Valerio Massimo (III, 2), verrà mantenuta sino ad Orosio e Otto von Freising16 . Nell’ Apologeticum (197), Didone è ancora una volta inserita, seppur senza che ne sia fatto direttamente il nome, in una serie di positivi esempi al cui nome si lega un’ ammirevole idea di perseveranza e coraggio: «Aliqua Carthaginis conditrix rogo secundum matrimonium dedit: o preconium castitatis!» mentre nel De anima (208-212) Tertulliano, ragionando sulla trasmigrazione dell’anima umana nel corpo degli animali, si domanda sotto quale forma di animale sarebbe potuta rinascere Didone: «Age nunc, ut poetae in pavos vel in cycnos transeant, si vel cycnis decora vox est, quod animal indues viro iusto Aeaco? Quam bestiam integrae feminae Didoni?» 17 . La ricorrenza nelle citazioni tertullianee della figura di Didone quale vergine casta, martire e suicida, in nome di un ideale di fedeltà onorato sino all’estremo, conferma allora la portata della tradizione extra-virgiliana, ben diversa rispetto a quella incentrata sulla storia d’amore per Enea: inoltre l’evidenza di come Tertulliano, per indicare i valori della castità, della fedeltà e del coraggio, faccia sovente ricorso a figure pagane, dimostra come egli venga a porsi, in ultima istanza, quale continuatore di «quella stessa cultura da lui talvolta chiamata sprezzantemente pagana» 18 . D’altronde, pur se coerente con l’involuzione sempre più oltranzista della sua dottrina, tale estenuante difesa della secunda virginitas non sembra trovare riscontri né nella dottrina biblica (nell’Antico Testamento in più punti viene ribadito che la vedova senza figli maschi poteva/doveva convolare a nuove nozze). 14 Id., Ad martyres, IV. 15 Id., Ad nationes, I, 18. 16 «Sic ultimae reginae ac primae, Dydonis scilicet, sors et exitus similis fuit», Chronica de duabus civitatibus, II, 41. 17 Id., De anima, XXXIII. 18 P. BONO-M. V. TESSITORE, op. cit., p. 72. Cfr. anche M. L. CARLSON, Pagan Examples of Fortitude in the Latin Christian Apologists, in «Classical Philology», Vol. 43, n° 2, pp. 97-98. 96 3. Similmente a quanto fatto da Tertulliano, anche Girolamo accosta la storia di Didone a quella della moglie di Asdrubale, probabilmente grazie alla mediazione del testo perduto di Tertulliano Ad Amicum Philosophum19: «Nam Hasdrubalis uxor, capta et incensa urbe, cum se cerneret a Romanis capienda esse, apprehensis ad utroque latere parvulis filiis, in subiectum domus suae devolvit incendium» 20 . A differenza di Tertulliano, Girolamo tratta la storia di Didone in maniera più dettagliata; nel XIV paragrafo dell’Epistula CXXIII ad Ageruchiam de monogamia (opera composta per distogliere una giovanissima vedova da nuove nozze), viene citato direttamente il verso 552 del IV libro dell’Eneide: «Non licuit thalami expertem sine crimine vitam Degere more ferae, tales nec tangere curas. Non servata fides cineri promissa Sichaei. Proponis mihi gaudia nuptiarum: ego tibi opponam pyram, gladium, et incendium. Non tantum boni est in nuptiis quod speramus, quantum mali, quod accidere potest, et timendum est» 21 . Iin questa radicale contrapposizione tra le gioie del matrimonio e l’estremo sacrificio della rinuncia Didone viene quindi riproposta, in modo assolutamente estraneo sia all’immagine di donna mortalmente ferita dalla passione sia da quella della pericolosa ammaliatrice orientale, quale esempio di strenua forza, «reginam pudicam sexu suo fortiorem»22 . Se anche Draconzio esprime ammirazione per l’eroismo dimostrato di Didone, non ponendosi il problema della coesistenza di differenti tradizioni del suo mito23, Agostino – ad ulteriore conferma dell’inevitabilità della versione virgiliana24 della tragedia amorosa, come dimostra anche la XXVIII Dictio di Ennodio25 – racconta di come, colpevolmente dimentico dei propri errori, si fosse lasciato distrarre dalla storia di Didone26 durante i suoi studi di gioventù: «[…] primae illae litterae, quibus fiebat in me et factum est et habeo illud, ut et legam, si quid scriptum invenio, et scribam ipse, si quid volo, quam illae, quibus tenere cogebar Aeneae nescio cuius errores oblitus errorum meorum et plorare Didonem mortuam» 27 . 19 Benché sia nell’Adversus Helvidium che nella lettera ad Eustochio (Epistula XXII) Girolamo abbia discusso della superiorità della verginità rispetto al matrimonio. 20 GIROLAMO, Adversus Iovinianum, I, 43. 21 Id., Epistula CXXIII Ad Ageruchiam de monogamia, XIV. 22 M. FELICE, Octavius, XX, 6. 23 Dives Dido fugax, exctincti coniugis ultrix, / Urbis Elisaeae perfectis moenibus ample, / Ipsa pyram manibus propiis construxit, et aram, / Quam pedibus furiata suis conscendit, et arsit. / Impulit ad flammas accurrere funere vivo / Aut amor Aeneae, aut venientis terror Hiarbae. Carmen De Deo, III, 499-504. 24 P. BONO-M. V. TESSITORE, op. cit., p. 77. Cfr. anche H. JACOBSON, Augustine and Dido, «The Harvard Theological Review», Vol. 65, n°2 (April 1972), pp. 296-297. 25 Cfr. Appendice V. Con specifico riferimento a questa parafrasi in prosa dei versi 365-387 del IV libro virgiliano cfr. L. PIROVANO, La “Dictio 28” di Ennodio. Un’etopea parafrastica, in ‘Uso, riuso e abuso dei classici’ a cura di M. GIOSEFFI, Milano, LED, 2010, pp. 15-52. 26 Alla citazione agostiniana forse «non è estraneo un pizzico di compartecipazione particolare per un dettaglio per un personaggio celebre dell’Africa», E. GIANNARELLI, L’infanzia secondo Agostino: “Confessiones” e altro, in ‘”L’Adorabile vescovo di Ippona: Atti del convegno di Paola (24-25 maggio 2000) a cura di F. E. CONSOLINO, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001, p. 17. 27 AGOSTINO, Confessiones, I, 13, 20. Sul rapporto Virgilio-Agostino, con vari riferimenti specifici a Didone, cfr. G. WILLS, Vergil and St. Augustine, in ‘A companion to Vergil’s Aeneid and its tradition’ (ed. by J. FARRELL and M. J. PUTNAM), Blackwell, Chichester, 2010, pp. 124.132. 97 Subito dopo aver ricordato gli studi giovanili, Agostino si lamenta della miseria propria di chi – come lui – viene sedotto da simili storie28: «Didone si presenta ad Agostino sub specie della poesia ammaliatrice, dell’inganno prodotto dalla fantasia»29. Con ciò resta ben inteso che la condanna morale, come affermato da Pierre Courcelle, non implica una diminuzione del fattore emozionale insito nella vicenda di Didone, anche per gli stessi lettori cristiani30, e a ulteriore dimostrazione di quanto – anche nei secoli a venire – la complessa e tragica storia di Didone ed Enea e le loro diverse interpretazioni abbiano suscitato gli interessi più vari, si veda la distinzione tra “verosimile falso” (cui afferisce la poesia) e “verosimile vero” (relativo invece alla storia) operata da Agostino Mascaldi nella Ars Historica (1636)31 . È anche importante notare come anche in sede cristiana venga dato risalto alle virtù di Didone quale fondatrice di città, in linea diretta con il primo libro dell’Eneide. Nel primo libro della raccolta dei Mythographi Vaticani, dopo alla narrazione della Fabula Didonis et Historia Saturni (211)32, il paragrafo successivo (212) è dedicato infatti all’Item de Didone et condita Carthagine, dove compare anche qualche variante del mito: «Dido cum pertrasiret insulam Iunonis, illic accepit oraculum et sacerdote eius abstulit, cum ei parum crederet promittenti sedes Cartagini. Quo cum venissent, sacerdos elegit locum faciende urbi, quo effosso inventum est capud bovis. Quod cum displicuisset, quia bos semper subiugatur, alio loco effosso capud equi inventum est, et placuit quia hoc animal, licet subiugetur, bellico sum tamen est vincite t plerumque concordat. Illic ergo Iunoni templa fecerunt. Unde et | bellicosa est Cartago per equi omen et fertilis per bovis» mentre in un’altra fonte del VII secolo, il Chronicarum Quae dicuntur Fredegarii Scholastici Liber II vi è l’inserimento, comprensivo di elementi di novità e differenza rispetto ad altre versioni, di Didone in un constesto storico relativo alla storia del popolo ebreo: «10a . Cartago inb tempore Salomonis a lacedaemonies in Africa condita est a rege Cestratoe et alias urbis plurimas. Nam et Cartago a Arcedoned Tyro, ut veroe aliae, a Dido, filia eius, 28 «Quid enim miserius misero non miserante se ipsum et flente Didonis mortem, quae fiebat amando Aenean, non flente autem mortem suam, quae fiebat non amando te, Deus, lumen cordis mei et panis oris intus animae, meae […].», Ivi, I, 13, 21. 29 P. BONO-M. V. TESSITORE, op. cit., p. 81. Cfr. anche A. G. HAMMAN, La vita quotidiana nell’Africa di S. Agostino, Milano, Jaca Book, 1989, pp. 90-91, 30 Cfr. H. DE LUBAC, Esegesi medievale. Scrittura ed Eucarestia. I quattro sensi della scrittura vol. 4 (Vol. XX Opera Omnia), Milano, Jaca book, 2006, pp. 292-293. 31 «Due sorti di verisimile, per quanto a questo luogo appartiene, si possono considerare: una che riguarda il falso, l’altra che ch’ha per oggetto il vero. E mi dichiaro: finge Virgilio, per cagion d’esempio, Didone, reina di Cartagine, innamorata d’Enea, innamorata d’Enea, ch’abbandonata e tradita furiosamente s’uccide. Il fatto è tutto falso, perché Didone fu castissima donna, né mai d’Enea s’invaghì, né mai lo vide; rattiene con tutto ciò la somiglianza del vero, perché molte donne veramente per amore disperatamente s’uccisero; e poteva Didone per avventura uccidersi, se, disonorata, sotto la fede del maritaggio, dall’amico e dall’ospite, in quelle congiunture di luogo e di tempo finte dal poeta avvenuta si fosse. Questo verisimile, che intorno a materia falsa s’aggira, falso anch’egli parimente s’appella», cit., in E. BELLINI, Agostino Mascardi tra “ars poetica” e “ars historica”, Milano, Vita e Pensiero, 2002, p. 148. Tale descrizione segue quanto scritto da Tommaso Campanella nella lettera a Cristoforo Pflug «a’ primi di luglio 1607», in cui si legge: «finge Enea avvilito appo Didone, ma con falsità intollerabile, in vituperare donna tanto eccellente» (cfr. T. CAMPANELLA, Lettere, a cura di V. SPAMPANATO, Bari, Laterza, 1927, p. 120. 32 «Dido metonis filia, quem Virgilius bellum nomat, interfecto Acerbo coniuge suo, quem Virgilius Sycheum nominat, a Pygmalione rege fratreque suo per fugam elapsa naves ascendit cum magno pondere auri et Affrice littora pervenit. Ibi ab Hyarba rege Maurorum tantum soli emit quantum corio bovis posset metiri vel occupare, et fraude urbem vendicavit. Nam corium in tenuissimas corrigias sectum tetendit occupavitque fugus erraret Iunone sociata et, ne longo tedio lassaret vie, eam nynphis Affrice commendavit alendam, quo Cartaginem magnam Iuno semper ibi habuit.» 98 ann. 144 expleta fuisse refertur. Colleguntur autem omni tempus a Moysin et egressusf Israel […]»33 . §2 Didone nel Medio Evo 1. È a partire dall’epoca medievale, però, che della storia di Didone si inizia a fare un uso diverso, dando alla vicenda della regina un significato nuovo: se «The Aeneid requires its Dido, if only to autenticate its hero’s grief»34, è in quest’epoca che la principessa d’origine cartaginese, sulla scia delle riflessioni patristiche, acquista una luce nuova. Sia nell’ essenza drammatica propria del testo virgiliano sia nella sfumatura elegiaca della VII Epistula ovidiana, la tragedia della regina di Cartagine inizia infatti ad essere considerata come possibile risposta/alternativa al tema principale dell’Eneide, con un sensibile senso di rottura nei confronti di una ben consolidata tradizione: «By displacing the epic hero Aeneas, the tradition of reading Dido disrupts the patrilineal focus of the Aeneid as an imperial foundation narrative»35. Si è visto, d’altronde, come le vicende della regina cartaginese siano intimamente connesse con gli sviluppi del più importante regno occidentale. Questo – come si è già avuto modo di osservare in vari punti – comporta molte implicazioni, di vario genere, che dal piano più strettamente storico e letterario arrivano sino a quello sociologico. Significativo, ad esempio, il fatto che per secoli le donne siano state escluse dallo studio dei testi classici36: «This pattern is closely connected with the position of women in society and with the fact that until recently the learned professions, where Latin was used, were closed to them»37. Tale realtà implicava che per secoli e secoli l’Eneide, come praticamente tutti i testi latini e greci, fossero stati destinati ad un pubblico esclusivamente maschile, come sagacemente testimoniato ad esempio da Virginia Woolf38, e tale dato ha avuto indubbie ricadute, pesanti sebbene indirette, sull’assetto socio-politico dei vari stati dell’occidente europeo 39. Accanto a Virgilio (che comunque rimane il principale artefice della fortuna nei secoli di Didone40), anche Ovidio rivestiva un ruolo importante 33 Cfr. Monumenta Germaniae Historica (Scriptorum Rerum Merovingiorum Tomus II), ed. B. KRUSCH, Hahn, Hannover, 1888, p. 48. 34 L. I. LIPKING, Abandoned women and poetic tradition, University of Chicago Press, 1988, p. 227. 35 M. DESMOND, op. cit., p. 2. 36 Quanto Virgilio sia stato centrale nella formazione dell’uomo romano è confermato da Quintiliano (Institutio oratoria, I.8.5): «Ideoque optime institutum est, ut ab Homero atque Vergilio lectio inciperet, quanquam ad intelligendas aorum virtutes firmiore sudicio opus est des huic rei super est tempus, neque enim semel legentur. Interim et sublimitate heroi carminis animus adsurgat et ex magnitudine rerum spiritum ducat et optimis imbuatur». Anche nel periodo medievale l’autore dell’Eneide fu un riferimento obbligato, cfr. A. SCAGLIONE, The Classics in Medieval Education in ‘The Classics in the Middle Ages: Papers of the Twentieth Annual Conference of the Center for Medieval and Renaissance’ (ed. by A. S. BERNARDO and S. LEVIN), Binghamton, Center of Medieval and Early renaissance Studies, 1990, pp. 343-362, M. L. HOLTZ, La survie de Virgile dans le haut moyen age in ‘La presence de Virgile: Actes du colloque des 9, 11 et 12 décembre 1976, Paris, 1978, pp. 209-222 e B. M. OLSEN, Virgile et la renaissance du XIIe siècle in ‘Lectures médiévales de Virgile: Actes du colloque organisé par l’École française de Rome’, Rome, 1985, pp. 31-48. 37 W. J. ONG, The Barbarian Within and Other Fugitive Essays and Studies, New York, The Macmillan Company, 1962, p. 162. 38 Cfr. V. WOOLF, Three Guineas, New York, 1938, p. 85. Per analoghe osservazioni relative ad altri testi di Virginia Woolf (come ad esempio A room of One’s Own, Jacob’s Room and the Waves e To the Lighthouse) cfr. M. DESMOND, op. cit. p. 4. 39 Cfr. R. I. MOORE, The Formation of a Persecuting Society: Power and Deviance in Western Europe 950-1250, Oxford, Basil Blackwell, 1987, pp. 124-153. 40 «No cabe duda de que a Virgilio exclusivamente debe Dido su vida de fama dentro de la literatura occidental», M. R. LIDA DE MALKIEL, Dido en la literatura española. Su retrato y defensa, London, Tamesis Books, 1974, p. 3. 99 nell’orizzonte didattico medievale41, e (anche) su questi autori si formavano gli uomini preposti ad aver un peso influente e decisivo nella società. L’equivalenza Romanitas >< mascolinità 42 in diretto riferimento al poema di Virgilio sembra ricevere ulteriori conferme sia dall’idea di «modern audience» dell’Eneide, secondo l’analisi di Curtius, sia da alcune riflessioni di Harold Bloom a proposito del testo virgiliano: se infatti il primo scrive: «engraved in the heart of every reader of the Aeneid are the flowerlike youths – “purpureus veluti flos” – Nisus and Euryalus, Lapsus and Pallas, and, above all the rest, Ascanius»43 , il secondo, sulla stessa lunghezza d’onda, nota: «I suspect that, if he [Virgil] was in love with any of his own characters in the poem, it was with Burnus, rather than Dido, let alone Aeneas»44. La connessione tra splendore dell’impero romano e identità (sicuramente prevaricante, secondo i canoni odierni) maschile si spiega bene, d’altronde, con la successione patrilineare della gens troiana, che viene preservata anche grazie alle perdite di Creusa e Didone45, nei confronti delle quali Enea manifesta rispettivamente disattenzione e irresponsabilità46, determinando in sostanza la loro ultima natura di vittime sacrificate sull’altare dello Splendor Romanitatis. Questo dato interessa specialmente la ricezione medievale di Enea come traditore, i cui tratti eroici vacillerebbero proprio in virtù di alcuni suoi discutibili comportamenti47 e – anche alla luce di quanto detto a proposito della lettura del testo virgiliano da parte dei padri della chiesa – riceve ulteriore conferma dalle osservazioni di Eliot su Enea, visto prototipicamente come l’eroe della cristianità: «It is only upon readers who wish to see a Christian civilization survive and develop that I am urging the importance of the study of Latin and Greek. If Christianity is not to survive, I shall not mind if the texts of the Latin and Greek languages became more oscure and forgotten than those of the language of the Etruscans»48. Queste osservazioni acquistano una particolare importanza in relazione a due fattori: in primo luogo al ruolo ‘fuori schema’ rivestito da Didone (e per certi versi da Camilla, essendovi analogie di non poca importanza tra le due donne49) all’interno dell’Eneide, e – connesso a questo 41 «Virgil and Ovid were part of medieval boys’ educational curriculum. Ovid’s Metamorphoses and Heroides provided inspiration for the depiction of love psychology in romances. His Ars amatoria and Remedia Amoris gave medieval readers a provocatively amoral, witty, sensual – male oriented – models for approaching the subjects of sexual desire and women which made its own contribution to the potential ambivalent, even anti-Christian, ways of conceiving sexual experience, a set of contradictions, latent or overt, which have fascinated, perplexed, and divided readers of many medieval romances and lyrics ever since», H. PHILLIPS, Medieval Classical Romances, in ‘Christianity and Romance in Medieval England’ (ed. by. R. FIELD, P. HARDMAN and M. SWEENEY), Cambridge, Boydell&Brewer, 2010, p. 6. 42 «Not only have readers of Virgil historically been men, but the reading of the Aeneid – as part of Latin training – has been associated with a classic-specific performance of masculinity», M. DESMOND, op. cit., pp. 7-8. 43 E. R. CURTIUS, Virgil in European Literature, in ‘Virgil’s Aeneid: Modern Critical Interpretations’ (ed. H. BLOOM), New York, Chelsea, 1987, p. 16. 44 H. BLOOM, ivi, p. 5. 45 Legate da un processo di sostituzione iniziato da Didone e concluso da Lavinia (la prima prende il posto di Creusa, mentre la seconda sostituisce la regina cartaginese) secondo una lettura di tipo antropologico del testo virgiliano fornita da M. SUZUKI, Metamorphoses of Helen: Authority, Difference, and the Epic, London, Ithaca, 1989, pp. 92-149. 46 «The women’s deaths are at least partially attributable to the manner of Aeneas’s departure although Aeneas does not acknoledge this. To Creusa Aeneas is fatally inattentive. To Dido he is also irresponsible, even treacherous», C. G. PERKELL, On Creusa, Dido and the Quality of Victory of Virgil “Aeneid”, in ‘Reflections of Women in Antiquity’ ed. H. P. FOLEY, New York, Gordon and Breach Science Publications, 1981, p. 370. 47 Cfr. M. REINHOLD, The Unhero Aeneas, in «Classica et Medievalia» vol. 27, 1966, pp. 195-207. 48 T. S. ELIOT, Modern Education and the Classics, in ‘Selected Essays’, London, Faber and Faber, 1932, p. 515. Cfr. anche ID. Virgil and the Christian World, in ‘On Poetry and Poets’, London, Faber and Faber, 1957, pp. 135-148. 49 «Both women are leaders with constructive energy that is openly acknowledged and praised in the text. Both represent the potential of power to be autonomously wielded by female leaders. Although both undergo extreme 100 primo aspetto – alla nozione di “gender” fornita recentemente; tali definizioni metodologiche diventano particolarmente cogenti soprattutto in connessione ad un’analisi della complessità della figura della regina cartaginese e delle varie letture che in letteratura e in musica ne sono state date. Se infatti Joan Wallach ha parlato di «gender» come «primary field within or by means of which power is articulated»50, Trinh Minh-ha scrive: «the notion of gender is pertinent to feminism as far as it denounces certain fundamental attitudes of imperialism and as long it remains unsettled and unsettling»51. A proposito di Camilla, inoltre, è da notare come la forte differenziazione rispetto a Didone – con l’ideale mediazione rappresentata da Lavinia – sia un tratto fondante dell’universo femminile del Roman d’Enéas52 . Per contro, su influsso dell’Adversus Iovinianum nonché seguendo il tono larmoyant dell’epistola ovidiana, Chaucer – come del resto John Gower nella sua Confessio amantis, in cui compare proprio il motivo della lettera da parte dell’amante ormai votata al suicidio a causa dell’abbandono53 – inserisce nella House of Fame la storia di Didone, o meglio la «Legenda Didonis martiris, Cartaginis regina»: in linea con la tradizione patristica degli exempla, viene così messo in luce la positività della sovrana fenicia. Ma, ad ulteriore dimostrazione della polisemica ricchezza di cui il mito di Didone si può di volta in volta ammantare54, in Chaucer la sua storia acquista un’importanza considerevole perché, all’interno della cornice onirica caratterizzante la narrazione, l’intento dell’autore è celebrativo non dei fasti della capitale dell’impero, bensì di Venere55 . 2. Se per un verso le letture eticizzate del testo virgiliano indurranno autori come Dante a condannare Didone senza appello, dall’altro intorno alla figura della regina si sviluppa, partendo dal testo di Giustino e dalla lettura fornita dai Padri della Chiesa, una lettura della leggenda volta – in maniera diametralmente opposta alla prima – a mettere in luce lo strenuo valore di castità vedovile proprio di Didone. Una delle prime testimonianze di questa seconda interpretazione – sposata da Petrarca e Boccaccio ‒ è contenuta nel Chronicon di Benzo di Alessandria in cui, al fine di purificare l’immagine della regina e preservarne la valenza storica autonoma dalle vicende di Enea, reversals, their characters nonetheless provide a representation of power as a female prerogative, if only momentarily, in the epic», M. DESMOND, op. cit., p. 14. 50 J. W. SCOTT, Gender and the Politics of History, Columbia University Press, 1988, pp. 44-45. 51 T. T. MINH-HA, Woman Native Other: Writing Post-coloniality and Feminism, Indiana University Press, 1989, p. 79. 52 «Camilla’s enhanced importance creates a trio of female portraits, presenting three female types according to contemporary perceptions: first Dido, as the epitome of the passionate, lustful woman, a sexually experienced widow, and the epitome too of woman as dangerous Desire, tempting the hero away from his heroic mission; second, Camilla, chaste and virtuous, lacking Dido’s dangerous association with unconstrained passion, yet unfruitful and participating – in quite startling fashion – in the public, masculine world of politics and bloodshed; finally Lavine, an ideal combination: young, innocent and virtuous yet ripe for love and marriage, combining intense passion with a pivotal role in the public political dramas, and representing the ideal fusion of mutual will with legal marriage», H. PHILLIPS, op. cit., pp. 19-20. 53 Cfr. P. BONO – M. V. TESSITORE, op. cit., p. 96. 54 Tale possibilità di varie, e non di rado opposte, possibilità di interpretazione è ovviamente comune ad una larghissima cerchia di figure femminili: «From Eve to Pandora, to Dido, to the elegiac domina in the works of Propertius, Tibullus, and Ovid, and to the Blessed Virgin Mary, the icon of the feminine has been used to represent a variety of complex and often contradictory notions», Introduction a Sex and Gender in Medieval and Renaissance Texts – The Latin Tradition, ed. by B. K. GOLD, P. A. MILLER and C. PLATTER, University of New York Press, 1997, p. 6. 55 Per un esaustivo inquadramento della leggenda di Didone in Chaucer cfr. C. BASWELL, Virgil in Medieval England: Figuring the Aeneid from the Twelfth Century to Chaucer, Cambridge Univerity Press, 1995. Per i rapporti tra l’ipotesto virgiliano, la VII epistula ovidiana e la lettura che dell’episodio di Didone fa Chaucer cfr. anche T. LYNN TINKLE, Medieval Venuses and Cupids: sexuality, hermeneutics, and English poetry, Stanford University Press, 1996, pp. 115 e passim. 101 viene rilevata, mediante la diretta citazione delle fonti di cui si è appunto parlato, la discrepanza cronologica che metterebbe in discussione l’incontro tra i due: «ACTOR: Eliminandus igitur per hec Trogi sive iustini dicta illorum fabulosus error, qui, sequentes Omerum, quem Sibilla Erictrea mendacem appellat, nec non Virgilium et Ovidium, sequaces Omeri, quos locutos constat ut Octaviano Augusto placerent, quibusve mos est non istoria sequi, sed legem potius artis poetice immitari, credunt, immo asserunt, Eneam Troianum hanc vidisse Didonem aut ei contemporaneum fuisse eamque eum adarnasse impudico vel pudico amore et ob id, cum se clam absentasset, ipsam se pugione confodisse, furibundi amoris vehementia victam. Preter enim dicta Trogi sive Iiustini habemus doctores illos magnos, Ieronimum et Augustinum, in testes omni exceptione contra talium errorem, maxime videlicet quod Dido nec se occiderit propter Eneam nec eum umquam venisse Carthaginem» (M, f, 136r) 56 . È quindi su questa base, analogamente a quanto sviluppato nel Roman de la Rose e nel Troy Book di Lydgate, che prende inizio «il filone di Enea traditore di un amore sincero e dunque degno di disprezzo»57, cui appartiene anche la Declamatio attribuita ad Antonio Loschi da Vicenza, in cui la regina Cartaginese prende le proprie difese contro l’autore dell’Eneide58 . §3