Monday, December 9, 2024

; Revisting the Genetic Perspective; computationism. SAGGI FILOSOFICI ii VICO BENEDETTO CROCE LA FILOSOFIA DI GIAMBATTISTA VICO Seconda edizione riveduta BARI GIUS. LATERZA & FIGLI TI l'OQ KAFI-KDITOBI-LIHK AI 1922 PROPRIETÀ LETTERARIA A NORMA DELLE VIGENTI LEGGI Stampato in Trani, coi tipi dolla Ditta Tipografica Editrice Vecchi e C. ifs- V4GV0X GUGLIELMO WINDELBAND 743018 AVVERTENZA Per quali ragioni a me sia sembrata necessaria una nuova esposizione della filosofia del Vico, potrà agevolmente desumersi dai cenni sulla fortuna di que- sto scrittore e dalle notizie bibliografiche, che si leg- gono nella seconda e terza appendice del presente volume. Qui occorre avvertire soltanto che la mia esposi- zione non vuol essere un riassunto libro per libro e parte per parte degli scritti del Vico; e, anzi, presup- pone la conoscenza di questi scritti e, ove manchi, vuol eccitare il lettore a procacciarsela per meglio seguire, e per riscontrare, le interpetrazioni e i giudizi che gli vengono da me offerti. Su questo presupposto, pur valendomi assai spesso (specialmente nei capitoli relativi alla storiografia) delle parole testuali dell'autore, non ho creduto op- portuno virgoleggiarle (salvo dove mi piacesse dare risalto alla precisa espressione originale), perché, aven- dole di solito combinate da brani sparsi nei più vari luoghi e ora abbreviate ora allargate e sempre fram- Vili AVVERTENZA mischiate liberamente con parole e frasi mie di com- mento, il continuo virgoleggiarle sarebbe stato un met- tere in mostra, con più di fastidio che di utilità, il rovescio del mio ricamo, che ciascuno potrà osservare da sé, quando ne abbia voglia, col sussidio dei rimandi che ho messi in fondo al libro. Desideroso di attestare, per quanto mi era possi- bile, in ogni particolare del mio lavoro, la reverenza che si deve al gran nome del Vico, mi sono studiato di essere breve, di quella brevità che egli conside- rava quasi suggello di libri scientifici ben meditati. Al qual uopo ho sacrificato anche le discussioni coi singoli interpetri, contentandomi di semplici accenni. Del resto, parte delle interpetrazioni qui esposte mi sembrano frutti maturi delle indagini e controversie che costituiscono la migliore letteratura vichiana; e tutta quell'altra parte, che è mia personale, e l'idea stessa generale del mio libro, difenderò a suo tempo, se sarà il caso, contro i dissenzienti e gli obiettanti, nel modo diretto che nel corso dell'esposizione non ho stimato di adoperare. Perché io spero che questo libro avrà l'effetto non già di spegnere ma di rac- cendere le discussioni intorno alla filosofia del Vico: di questo Altvater, come lo chiamò il Goethe, che è fortuna per un popolo possedere, e al quale biso- gnerà sempre fare capo per sentire italianamente la moderna filosofìa, pur pensandola cosmopoliti- camente. La dedica del mio lavoro (oltre a essere omaggio a uno dei mag giori maestri odierni della storia della filosofia) vuol esprimere l'augurio e la speranza che AVVERTENZA IX venga presto riempita, in tale storia, la lacuna, sulla quale ho richiamato l'attenzione più volte, e special- mente alla fine della seconda delle appendici di questo volume. Raiano (Aquila), settembre 1910. L'augurio espresso nelle ultime linee della prece- dente avvertenza ebbe compimento, e non solo il Win- delband die luogo alla filosofia del Vico nella quinta edizione della sua Storia della filosofìa moderna (Leip- zig, 1911, I, 597-98), ma il mio libro fu subito tra- dotto in inglese e in francese, e altre versioni se ne preparavano, e fiorivano le indagini e le discussioni, quando la guerra sopravvenne a sospendere quella ripresa di studi e la divulgazione dell'opera vichiana fuori d'Italia. Non si per altro che, durante la guerra e in relazione ad essa, i concetti vichiani non fossero qua e là richiamati per dominare col pensiero il corso delle cose; e li richiamò, tra gli altri, lo stesso Win- delband, nell'ultimo suo scritto, che fu una « lezione di guerra » sulla Filosofia della storia. Questa nuova edizione contiene piccole correzioni, schiarimenti e aggiunte, ed è messa al corrente nella parte bibliografica. La tavola dei rinvìi ai testi vi- chiani è stata resa più precisa, e in ciò, come nella revisione generale, ho avuto l'amichevole aiuto del Nicolini, benemerito editore della Scienza nuova. Circa la concezione e il metodo del libro non ho alcun cangiamento da introdurre né pentimento da X AVVERTENZA manifestare : sebbene da più parti mi sia stata rivolta la facile ma superflcialissima critica, che l'interpre- tazione del Vico vi sia tutta compenetrata dal mio proprio pensiero filosofico, e perciò non sia « ogget- tiva ». In verità, chi voglia conoscere davvero il Vico deve leggere e meditare i libri del Vico; e questo è indispensabile, e questa è la sola oggettività possi- bile: non la cosiddetta « esposizione oggettiva » che altri ne faccia, e che non potrebbe riuscire se non lavoro estrinseco e materiale. L'esposizione, invece, storica e critica di un filosofo ha una diversa e più alta oggettività, ed è necessariamente il dialogo tra un'antico e un nuovo pensiero, nel quale solamente l'antico pensiero viene inteso e compreso. E tale è, o procura di essere, il mio libro. Che cosa avrei po- tuto intendere io del Vico, se non mi fossi travagliato su problemi strettamente congiunti ai suoi o derivanti da quelli suoi? Per questa ragione anche non posso dare impor- tanza all'opposizione che mi è venuta da egregi scrit- tori cattolici, i quali è naturale che vedano le cose con occhi diversi dai miei. Ciò che, per altro, non mi sembra logico, è il loro sforzo di ridurre il Vico a pensatore ortodosso; nel quale sforzo urtano ine- vitabilmente in due gravi difficoltà. In primo luogo essi vengono a trovarsi di fronte all' impossibilità di spiegare perché mai il Vico, che, a loro giudizio, non avrebbe fatto altro che ripetere o rinfrescare i con- cetti della tradizione filosofica cattolica, sia sembrato e sembri tanto originale e rivoluzionario, e sia andato tanto a genio ai pensatori moderni. E parimente, in AVVERTENZA XI secondo luogo, si tolgono il modo di spiegareT avver- sione che per lui provarono gli scrittori cattolici del suo secolo e taluno insigne del secolo seguente, co- me, per es., Cesare Balbo, che lo senti estraneo alla scienza cristiana. E questo basti aver detto, perché, riguardoso come credo d'esser sempre stato verso gli scrittori cattolici, non perciò polemizzerei mai con essi, stimando la cosa tanto poco utile, quanto utile e doveroso è, per me, tirare innanzi per la mia via. Napoli, 27 dicembre 1921. B. C. La prima forma della gnoseologia vichiana JJa prima forma della dottrina del Vico sulla cono- scenza si presenta come diretta critica e antitesi del pen- siero cartesiano, che da oltre mezzo secolo dava l'indirizzo generale allo spirito europeo ed era destinato a dominare ancora per un secolo le mepti e gli animi. Cartesio aveva collocato f ideale della scienza perfetta nella geometria, sul modello della quale intese a riformare la filosofia e ogni altra parte del sapere. E poiché il me- todo geometrico perviene mercé l'analisi a verità intuitive, e da queste muove dipoi per ottenere con deduzione sin- tetica sempre più complesse affermazioni, la filosofia, per procedere con rigore di scienza, doveva, a mente di Car- tesio, cercare anch'essa il fermo punto d'appoggio in una verità primitiva e intuitiva, dalla quale deducesse tutte le sue ulteriori affermazioni, teologiche, metafisiche, fisiche e morali. L'evidenza, la percezione o idea chiara e di- stinta era, dunque, criterio supremo; e l'inferenza imme- diata, l'intuitiva connessione del pensiero con l'essere, del cogito col smn, porgeva la prima verità e la base per la scienza. Con la percezione chiara e distinta, e col dubbio metodico che conduceva al cogito, Cartesio si argomentava B. Croce, La filosofia di Giambattista Vico. 1 2 FILOSOFIA DEL VICO di sconfiggere una volta per sempre lo scetticismo. Ma, per ciò stesso, tutto quel sapere non ancora ridotto o non riducibile a percezione chiara e distinta e a deduzione geometrica, perdeva ai suoi occhi valore e importanza. Tale la storia, che si fonda sulle testimonianze; l'osserva- zione naturalistica, non ancora matematizzata ; la saggezza pratica e l'eloquenza, che si valgono dell'empirica cono- scenza del cuore umano ; la poesia, che offre immagini fantastiche. Piuttosto che un sapere, codesti prodotti spi- rituali erano per Cartesio illusioni e torbide visioni : idee confuse, destinate o a farsi chiare e distinte e perciò a sve- stire la loro anteriore forma d'esistenza, o a trascinare un'esistenza miserabile, indegna dell'attenzione del filosofo. La luce solare del metodo matematico rendeva superflue le fiammelle che sono di guida nelle tenebre e proiettano sovente ombre ingannatrici. Ora il Vico non si restringe e non si attarda, come altri avversari di Cartesio, a prendere scandalo per le conse- guenze del metodo soggettivo, pericoloso alla religione; o a disputare scolasticamente se il cogito sia o non sia un sillogismo, e se come sillogismo sia o no difettoso ; o a protestare con l'offeso buon senso contro il disprezzo car- tesiano verso la storia, l'oratoria e la poesia. Egli va di- ritto al cuore della questione, al criterio stesso stabilito da Cartesio per la verità scientifica, al principio dell'evi- denza; e dove il filosofo francese stimava di aver fornito tutto quanto si potesse richiedere per la scienza più rigo- rosa, il Vico osserva che, posta l'esigenza alla quale s'in- tendeva soddisfare, in realtà, col metodo raccomandato, si otteneva ben poco o addirittura nulla. Bella scienza (dice il Vico) è codesta dell'idea chiara e distinta! Ch'io pensi quel ch'io penso è, si, cosa indu- bitabile, ma non mi ha punto l'aria di una proposizione scientifica. Ogni idea, per erronea che sia, può apparire I. PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 3 evidente; e, non perché a me appaia tale, acquista virtù di scienza. Che « se si pensa, si è anche », era cosa nota persino al Sosia di Plauto, che esprimeva questa sua per- suasione quasi con le stesse parole della filosofia cartesiana : « sed quom cogito, equidem certo sum ». Ma lo scettico re- plicherà sempre ai Sosì e ai Cartesì, che egli non dubita di pensare; professerà anzi asseverantemente che quel che a lui sembra scorgere è certo, e lo sosterrà con ogni sorta di cavilli; — e che non dubita di essere, anzi cura di esser bene, mercé la sospensione dell'assenso, per non ag- giungere ai fastidì delle cose gli altri provenienti dalle opinioni. Ma, nell'affermare cosi, sosterrà insieme che la certezza del suo pensare e del suo essere è coscienza e non scienza; ed è coscienza volgare. Tanto poco la chiara e distinta percezione è scienza, che da quando, per effetto del cartesianismo, essa viene adoperata nella fisica, la conoscenza delle cose naturali non è divenuta punto più sicura. Cartesio ha spiccato un salto per sollevarsi dalla coscienza volgare alla scienza ; ed è ricaduto di piombo in quella coscienza, senza raggiungere la scienza agognata. Ma in che cosa la verità scientifica consiste, poiché cer- tamente non consiste nella coscienza immediata? In che la scienza differisce dalla semplice coscienza? Qual è il criterio, o, in altri termini, quale la condizione che rende possibile la scienza? Con la chiarezza e con la distinzione non si muove un sol passo ; con l'affermazione di un primo vero non si risolve il problema, che non è già circa un primo vero, ma circa la forma* che la verità deve avere perché possa essere riconosciuta verità scien- tifica, ossia verità vera. 11 Vico risponde a questa domanda, e giustifica la sua accusa d' insufficienza al criterio cartesiano, col ricorrere a una proposizione che, a bella prima, potrebbe dirsi ov- via e tradizionale. Tradizionale non in conseguenza della 4 FILOSOFIA DEL VICO tesi storica con la quale il Vico l'accompagna e che egli stesso poi ebbe a rifiutare, cioè che quella proposizione ri- salga a un'antichissima sapienza italica; ma nel senso che essa era comune e quasi intrinseca al pensiero cristiano. Nulla di più familiare, infatti, a un cristiano, il quale re- cita ogni giorno il suo credo in un Dio onnipotente, onni- sciente e creatore del cielo e della terra, dell'affermazione che solo Dio può avere scienza piena delle cose, perché egli solo ne è l'autore. Il primo vero (ripete il Vico) è in Dio, perché Dio è il primo fattore; ed è vero infinito perché egli è fattore delle cose tutte, esattissimo perché rappresenta a lui gli elementi cosi esterni come in- terni delle cose, le quali egli contiene tutte in sé. Questa medesima proposizione circolava nelle scuole, specie, a quanto sembra, presso scotisti e occamisti, e, nel rinasci- mento, Marsilio Ficino l'asseriva nella Theologia platonica, dicendo che la natura, opera divina, produce le sue cose con vive ragioni dall'intrinseco, come la mente del geo- metra dall'intrinseco fabbrica le sue figure; e il Cardano ripeteva che tale è la vera scienza, la scienza divina, quaì res facit, e che di essa tra le umane rende immagine la sola geometria; e lo scettico Sanchez, nel Quod nihil scltur (1581), ricordava che non può « perfecte cognoscere quis quaì non creavit, nec Deus creare potuisset nec creata regere quce non perfecte prcecognovisset ; ipse ergo, solus sa- pientia, cognitio, intellectus perfectus, omnia penetrai, om- nia sapit, omnia cognoscit, omnia intelligit, quia ipse omnia est et in omnibus, omniaque ipse sunt et in ipso » l. Ma il 1 Si veda per le origini il mio saggio: Le fonti della gnoseologia vicliiana (cit. nell'append. bibliografica), pp. 243-58. Sul concetto del Sanchez (cfr. Opera medica, ed. di Tolosse Tectosagum, 1636, p. 110) ri- chiamò l'attenzione il Windelband, Gesch. d. neuer. Philosophie3, I, p. 23. I. PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 5 Vico non si restringe ad affermazioni incidentali e, inten- dendo pel primo la fecondità del concetto espresso in quella proposizione, dall'elogio dell' infinita potenza e sapienza di Dio e dal raffronto con quella limitata dell'uomo ricavò, contro Cartesio, il principio gnoseologico universale, che la condizione per conoscere un-a cosa è il farla, e il vero è il fatto stesso: « verum ipsum factum ». Non altro che codesto si vuol dire (egli chiarisce), quando si afferma che la scienza è « pei- ccnisas scire » , perché la cagione è quel che per produrre l'effetto non ha bisogno di cosa estranea, è il genere o modo di una cosa : cono- scere la cagione è saper mandare ad effetto la cosa, pro- vare dalla causa è farla. In altri termini, è rifare ideal- mente quel che si è fatto e si fa praticamente. La cogni- zione e l'operazione debbono convertirsi tra loro, come in Dio intelletto e volontà si convertono e fanno tutt'uno. Senonché, stabilito nella connessione del vero e del fatto l'ideale della scienza, e (poiché l'ideale è la vera realtà) conosciuta la natura vera della scienza, la prima conseguenza che da questo riconoscimento deve trarsi è quella stessa che ne traevano i platonici e gli scettici del Rinascimento, l'impossibilità della scienza per l'uomo. Se Dio ha creato le cose, Dio solo le conosce per cause, egli solo ne conosce i generi o modi, ed egli solo ne ha la scienza. Forse che l'uomo ha esso creato il mondo? ha esso creato la propria anima? All'uomo non è data la scienza, ma la sola coscienza, la quale per l'appunto volge sulle cose di cui non si può dimostrare il genere o forma onde si fanno. La verità di coscienza è il lato umano del sapere divino, e sta a que- sto come la superficie al solido : piuttosto che verità, do- vrebbe dirsi certezza. A Dio l' ìntelligere, all'uomo il solo cogitare, il pensare, l'andare raccogliendo gli elementi delle cose, senza poterli mai raccogliere tutti. A Dio il vero di- 6 FILOSOFIA DEL VICO mostrativo; all'uomo le notizie non dimostrate e non scien- tifiche, ma o certe per segni indubitati o probabili per forza di buoni raziocini o verisimili pel sussidio di potenti congetture. Il certo, la verità di coscienza, non è scienza, ma non perciò è il falso. E il Vico si guarda bene dal chiamare false le dottrine di Cartesio : egli vuole soltanto degradarle da verità compiute a verità frammentarie, da scienza a coscienza. Tatt'altro che falso è il cogito ergo sum: il tro- varsi finanche sulla bocca del Sosia plautino è argomento non per rigettarlo, anzi per accettarlo, ma come verità di semplice coscienza. Il pensare, non essendo causa del mio essere, non induce scienza del mio essere; se l'inducesse, essendo l'uomo (secondo che i cartesiani ammettono) mente e corpo, il pensiero sarebbe causa del corpo; il che ci av- volgerebbe tra tutte le spine e gli sterpi delle dispute circa l'azione della mente sul corpo e del corpo sulla mente. Il cogito è, dunque, un mero segno o indizio del mio essere: nient'altro. L'idea chiara e distinta non può dare criterio, non pure delle altre cose ma della mente medesima, per- ché la mente in quel suo conoscersi non si fa, e, poiché non si fa, ignora il genere o modo onde si conosce. Ma l'idea chiara e distinta è quel che solo è concesso allo spirito dell'uomo, e, come unica ricchezza ch'egli abbia, preziosissima. Anche per il Vico la metafisica serba il pri- mato fra le scienze umane, che tutte derivano da lei; ma laddove per Cartesio essa può procedere con sicuro me- todo di dimostrazione pari a quello geometrico, pel Vico deve contentarsi del probabile, non essendo scienza per cause ma di cause. E del probabile si contentò ai suoi bei tempi, nella Grecia antica e nell' Italia del Rinascimento; e quando volle abbandonare il probabile e si empi la te- sta dei fumi di quel detto fastoso : « sapientem nihil opi- navi », cominciò a turbarsi e a decadere. L'esistenza di I. PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 7 Dio è certa, ma non è scientificamente dimostrabile, e ogni tentativo di dimostrazione è da considerare documento non tanto di pietà quanto piuttosto d'empietà, perché, per dimostrare Dio, dovremmo farlo: l'uomo dovrebbe diven- tare creatore di Dio. Parimente bisogna ritenere vero tutto quello che ci è stato rivelato da Dio, ma non domandare in qual modo sia vero, che è ciò che non potremo mai comprendere. Sulla verità rivelata e sulla coscienza di Dio si appoggiano le scienze umane e vi trovano la loro norma di verità ; ma il fondamento stesso è verità di coscienza e non di scienza. Come il Vico abbassa le scienze che Cartesio predili- geva e coltivava, la metafisica, la teologia, la fisica, cosi risolleva le forme di sapere che Cartesio aveva abbassate : la storia, l'osservazione naturalistica, la cognizione empi- rica circa l'uomo e la società, l'eloquenza e la poesia. 0, per meglio dire, non ha bisogno di sollevarle per rivendi- carle : dimostrato che le superbe verità della filosofia con- dotta con metodo geometrico si riducono anch'esse a nien- t'altro che probabilità e asserzioni aventi valore di seni- plice coscienza, la vendetta delle altre forme del sapere è, nell'atto stesso, bella e compiuta, perché tutte si ritrovano ormai adeguate alla medesima altezza o bassezza che si dica. L'idea di una scienza umana perfetta, che respinga da sé un'altra indegna di questo nome perché fondata non sul ragionamento ma sull'autorità, è chiarita illusoria. L'au- torità delle proprie e delle altrui osservazioni e credenze, l'opinione generale, la tradizione, la coscienza del genere umano, vengono restaurate nell'ufficio che hanno sempre avuto e che ebbero nello stesso Cartesio ; il quale (come suole accadere) disprezzò quel che egli possedeva in gran copia e di cui si era potentemente giovato, e, uomo dot- tissimo, screditò la dottrina e l'erudizione, come chi si è nutrito può darsi il lusso di parlare con disdegno del cibo 8 FILOSOFIA DEL VICO che è già sangue nelle sue vene. La polemica di Cartesio contro l'autorità si era provata, per alcuni rispetti, bene- fica, avendo scosso la troppo vile servitù di star sempre sopra l'autorità. Ma che non regni altro che il proprio in- dividuale giudizio, che si pretenda rifare da cima a fondo il sapere sulla propria individuale coscienza, che si giunga (come fece il Malebranche) ad augurare perfino di vedere bruciati tutti i filosofi e poeti antichi e di tornare alla nu- dità di Adamo; è una follia o, per lo meno, un eccesso, dal quale conviene rifuggire nel giusto mezzo. E il giusto mezzo è di seguire il proprio giudizio, ma con qualche ri- guardo all'autorità; di congiungere insieme, cattolicamente, la fede con la critica circoscritta dalla fede e giovevole alla fede stessa : in modo conforme al carattere indelebile di mera probabilità che ha il sapere o la scienza umana, in modo avverso all'indirizzo della Riforma, pel quale lo spirito interno di ciascuno si fa divina regola delle cose che si devono credere. C'è, per altro, un gruppo delle scienze cartesiane al quale par che il Vico riconosca, come i suoi predecessori del Rinascimento, un posto privilegiato ; vale a dire, non di coscienza, ma di vera e propria scienza, non nella cer- tezza, ma nella verità: le discipline matematiche. Sono queste, secondo lui, le sole conoscenze possedute dall'uomo in modo del tutto identico a quello del sapere divino, e cioè perfetto e dimostrativo. E non già, come Cartesio aveva creduto, per effetto del loro carattere di evidenza. L'evidenza, usata nelle cose fisiche e nelle agibili, non dà una verità della stessa forza che nelle matematiche. Né le matematiche sono per sé evidenti : con quale chiara e di- stinta idea si potrebbe concepire che la linea consti di punti che non hanno parti? Ma il punto impartibile, che non si può concepire nelle cose reali, si può, invece, de- finire; e col definire certi nomi, l'uomo si crea gli eie- I. PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 9 menti delle matematiche, coi postulati li porta all'infinito, con gli assiomi stabilisce certe verità eterne, e con questi infiniti e con questa eternità disponendo i loro elementi, egli fa il vero che insegna. La forza delle matematiche nasce, dunque, non dal criterio cartesiano, ma appunto dall'altro enunciato dal Vico; non dall'evidenza, ma dalla conversione del conoscere col fare : « mathematica demon- stramus, quia verum facimus ». L'uomo prende l'uno e lo moltiplica, prende il punto e lo disegna; e crea i numeri e le grandezze che egli conosce perfettamente perché opera sua. Le matematiche sono scienze operative, e non solo nei loro problemi, ma negli stessi teoremi, che volgarmente si stimano cosa di mera contemplazione. Per tal ragione esse sono anche scienze che dimostrano per cause, contra- riamente all'altra opinione volgare che esclude dalle ma- tematiche il concetto di causa ; sono, anzi, le sole, tra le scienze umane, che davvero provino per cause. Da questo procedere provengono le loro Verità meravigliose ; e tutto l'arcano del metodo geometrico consiste nel definire prima le voci, e cioè fare i concetti coi quali si abbia a ragionare; poi stabilire alcune massime comuni, nelle quali colui col quale si ragiona convenga; finalmente, se bisogna, doman- dare cosa che per natura si possa concedere affine di poter dedurre i ragionamenti, i quali senza una qualche posi- zione non verrebbero a capo ; e con questi principi da ve- rità pili semplici dimostrate procedere fil filo alle più com- poste, e le composte non affermare se prima non si esa- minino una per una le parti che le compongono. Si direbbe che il Vico sia circa il valore delle matema- tiche affatto d'accordo con Cartesio, dal quale differisca soltanto nella fondazione di quel valore. E, posto chela sua fondazione debba considerarsi più profonda, tanto più ne verrebbe rafforzato ed esaltato l'ideale matematico, pre- fisso alla scienza da quello. Se l'unica conoscenza perfetta 10 FILOSOFIA DEL VICO che lo spirito umano raggiunga è quella matematica, è chiaro che sopra essa bisogna sorreggersi e alla stregua di essa modellare o giudicare le altre. Il Vico, insomma, si sarebbe mosso per dare torto a Cartesio e gli avrebbe procurato una migliore ragione che quegli non sospettava. Ma, quantunque cosi sembri a prima vista (e cosi abbia pensato qualche interpetre), osservando meglio si scorge che la gran perfezione che il Vico attribuisce alle matema- tiche è più apparente che reale ; che la sicurezza che egli vanta di quel procedere, è, per sua medesima confessione, acquistata a spese della realtà; e che, insomma, l'accento della teoria non cade tanto sulla verità di quelle disci- pline quanto sulla loro arbitrarietà. E in questo risalto dato al carattere di arbitrarietà egli differisce non solo dai ricordati filosofi del Rinascimento, ma anche da Galileo e dalla sua scuola *. L'uomo infatti (egli dice), andando attorno a investi- gare la natura delle cose, e accorgendosi finalmente di non poterla in niun modo conseguire, perché non ha dentro di sé gli elementi onde sono composte, e, anzi, li ha tutti fuori di sé, è condotto via via a volgere a profitto questo stesso vizio della sua mente; e con l'astrazione (non, s'intende, con l'astrazione sulle cose materiali, perché il Vico non assegna origine empirica alle matematiche, ma con l'astrazione che si esercita sugli enti metafisici) si fog- gia due cose, « duo sibi confingit » : il punto da disegnare, e l'unità da moltiplicare. Entrambi finzioni (utrumque ftctum), perché il punto disegnato non è più punto e l'uno moltiplicato non è più uno. Indi, da quelle finzioni, di pro- prio arbitrio (proprio iure) assume di procedere all'infi- nito, sicché le linee si possano condurre nell'immenso, 1 Si veda sulla storia della gnoseologia delle matematiche fino al Vico il mio saggio cit., pp. 258-67. I. PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 11 l'uno moltiplicare per l' innumerabile. A questo modo co- struisce per suo uso un mondo di forme e numeri, che egli abbraccia tutto dentro di sé ; e col prolungare, col tagliare, col comporre le linee, con l'aggiungere, togliere e compu- tare i numeri, fa infinite opere e conosce infiniti veri. Non può definire le cose e definisce nomi; non può attingere gli elementi reali e si contenta di elementi immaginari, dai quali sorgono idee che non ammettono alcuna contro- versia. Simile a Dio, « ad Del instar >, da nessun sostrato materiale, e quasi dal niente, crea punto, linea, superficie: il punto che è posto come quello che non ha parti ; la linea come l'escurso del punto, ossia la lunghezza priva di larghezza e di profondità; la superficie, come l'incon- tro di due linee diverse in uno stesso punto, cioè la lun- ghezza e la larghezza senza la profondità. Cosi le mate- matiche purgano il vizio della scienza umana, di avere sempre le cose fuori di sé e di non aver essa fatto ciò che vuole conoscere. Quelle fanno ciò che conoscono, hanno in sé medesime i loro elementi e si configurano, perciò, a somiglianza perfetta della scienza divina {sdentici divince similes evadunt). A chi legge queste e altrettali descrizioni e celebrazioni vichiane del procedere matematico, par d'avvertire come un'ombra d'ironia, se non proprio intenzionale, certamente risultante dalle cose stesse. La fulgida verità delle mate- matiche nasce, dunque, dalla disperazione della verità; la loro formidabile potenza dalla riconosciuta impotenza! La somiglianza dell'uomo matematico con Dio non è troppo diversa da quella del contraffattore di un'opera col suo autore: ciò che Dio ò nell'universo della realtà, l'uomo è, si, nell'universo delle grandezze e dei numeri, ma que- sto universo è popolato di astrazioni e finzioni. La divinità conferita all'uomo è, quasi, divinità da burla. Per effetto della diversa genesi che il Vico assegna alle 12 FILOSOFIA DEL yiCO matematiche, anche la loro efficacia viene assai ristretta. Le matematiche non stanno più, come per Cartesio, al sommo del sapere umano, scienze aristocratiche, destinate a redimere e a governare le scienze subalterne ; ma oc- cupano una cerchia, per quanto singolare, altrettanto ben circoscritta, fuori della quale se mai esse si provano a uscire, pèrdono, d'un subito, ogni loro mirabile virtù. Il potere delle matematiche incontra ostacoli a parte ante e a parte post: nel loro fondamento e in quel che a loro volta sono in grado di fondare. Nel loro fondamento, perché se creano i loro elementi, cioè le finzioni iniziali, non creano la stoffa in cui queste sono ritagliate, e che a esse, non meno che alle altre scienze umane, è fornita dalla metafisica, la quale, non potendo dar loro il proprio sog- getto, ne dà certe immagini. Dalla metafisica la geometria toglie il punto per disegnarlo (cioè, per annullarlo come punto); e l'aritmetica l'uno per moltiplicai'lo (cioè, per di- struggerlo come uno). E poiché la verità metafisica, per quanto certa appaia alla coscienza, non è dimostrabile, le matematiche, in ultima analisi, riposano anch'esse sull'au- torità e sul probabile. Ciò basta a svelare la fallacia di ogni trattazione matematica che si tenti dalla Metafisica. Il Vico sembra ammettere una specie di circolo tra geo- metria e metafisica, la prima delle quali riceverebbe il suo vero dalla seconda e, ricevutolo, lo rifonderebbe nella stessa metafisica, confermando reciprocamente la scienza umana con la divina. Ma questo concetto (che è più che contestabile e si può dichiarare senz'altro incoerente e con- tradittorio) richiama, in ogni caso, l'uso metafisico, o piut- tosto simbolico e poetico che della matematica fecero Pi- tagora e altri filosofi antichi e del Rinascimento, e non ha nulla da vedere con una filosofia trattata matematicamente al modo dei cartesiani. La geometria sarebbe, a giudizio del Vico, l'unica ipotesi per la quale dalla metafisica sia dato I. PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 13 passare alla fisica; ma rimarrebbe in tale accezione un'ipo- tesi, una probabilità, qualcosa di mezzo tra la fede e la critica, tra l' immaginazione e il ragionamento, quale ri- mane sempre la metafisica e, in genere, la scienza umana, secondo il modo di vedere del Vico in questa prima forma della sua gnoseologia. Come non fondano la metafisica dalla quale anzi deri- vano, cosi le matematiche non sono neppure in grado di fondare le altre scienze, che pure seguono a esse nell'or- dine di derivazione. Tutte le materie, diverse dai numeri e dalle misure, sono affatto incapaci di metodo geometrico. La fisica non è dimostrabile; se potessimo dimostrare le cose fisiche, le faremmo (sì physica demonstrare possemus, faceremus); ma non le facciamo e perciò non possiamo darne dimostrazione. L'introduzione del metodo matema- tico nella fisica non ha giovato a questa disciplina, che fece scoperte grandi senza quel metodo, e nessuna né grande né piccola ha fatta mercé di esso. La fisica moderna somi- glia, in verità, a una casa che gli antenati hanno ricca- mente arredata e di cui gli eredi non hanno accresciuto la suppellettile, ma si divertono solamente a cangiarla di posto e a disporla in modi nuovi. È necessario perciò re- staurare e sostenere, in fisica, l'indirizzo sperimentale con- tro quello matematico: l'indirizzo inglese contro quello francese, il cauto uso che delle matematiche fecero Galileo e la sua scuola contro l'incauto e arrogante dei cartesiani. A ragione in Inghilterra si proibisce l'insegnamento della fisica matematica: cotal metodo non procede se non prima definiti i nomi, fermati gli assiomi e convenute le domande; ma in fisica si hanno a definire cose e non nomi, non vi ha convenzione che non sia contrastata, né si può domandare cosa alcuna alla ritrosa natura. Onde, nel migliore dei casi, quel metodo si risolve in un puro e innocuo verbalismo: si espongono le osservazioni fìsiche con la dicitura: « per la de- 14 FILOSOFIA DEL VICO finizione IV», «per il postulato II», « per l'assioma III», e si conclude con le solenni abbreviature: « Q. e. d. » ; ma non si svolge nessuna forza dimostrativa e la mente resta dipoi in tutta la libertà di opinare che possedeva innanzi di udire tali metodi strepitosi. Il Vico non sa astenersi, a tal proposito, da paragoni satirici. Il metodo geometrico (egli dice), quando è nel suo legittimo dominio, opera senza farsi sentire, e, ove fa strepito, segno è che non opera: appunto come negli assalti l'uomo timido grida e non fe- risce, l'uomo d'animo fermato tace e fa colpi mortali. E ancora: il vantatore del metodo geometrico in cose in cui quel metodo non trae necessità di consentire, quando pro- nuncia: « questo è assioma » o « questo è dimostrato », è simile al pittore che a immagini informi, le quali per sé non si possano riconoscere, scriva sotto: « questo è uomo », « questo è satiro », « questo è leone », e via discorrendo. Onde accade che col medesimo metodo geometrico Proclo dimostri i principi della fisica aristotelica, Cartesio i suoi, se non tutti opposti, certamente diversi; eppure furono due geometri, dei quali non si può dire che non sapessero usare il metodo. Quel che bisognerebbe, se mai, introdurre nella fisica sarebbe non il metodo ma la dimostrazione geome- trica; ma questa è proprio ciò che non è dato introdurvi. Meno ancora è possibile nelle altre scienze via via più cor- pulente e più concrete: meno che in ogni altra, nelle scienze morali. E perciò, non potendosi usare la cosa, in cambio si abusa tanto del nome; e, come il titolo di « si- gnore », rifiutato un tempo da Tiberio perché troppo su- perbo, si dà ora a ogni vilissimo uomo, cosi quello di « di- mostrazione », applicato a ragioni probabili e talora aper- tamente false, ha sminuito la venerazione che si deve alla verità. Per le matematiche stesse il Vico scorge pericoli nella sostituzione dei metodi analitici ai geometrici o sintetici. I. PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 15 E dubita che la nuova meccanica sia frutto davvero del- l'analisi, la quale attutisce l'ingegno, ossia la facoltà in- ventiva, e, certa nel risultato {opere), è oscura nella via (opera), laddove il metodo sintetico è tum opere tura opera certissimo. L'analisi adduce le sue ragioni aspettando se per caso si diano le equazioni che cerca, e sembra un'arte d'indovinare, o una macchina piuttosto che un pensiero. Per analoghe considerazioni il Vico non teneva in alcun pregio le topiche più o meno meccaniche e le arti lulliane e kircheriane dell'invenzione e della memoria. La simpatia per lo sperimentalismo che, come si è visto, stacca il Vico dall'indirizzo francese e cartesiano e lo av- vicina piuttosto a quello italiano e inglese, a Galileo e al Bacone, lo rende altresì nemico dell'aristotelismo e dello scolasticismo. Esortando egli a cercare i particolari e a va- lersi del metodo induttivo; affermando che il genere umano era stato arricchito di innumerevoli verità dalla tìsica, la quale, mercé il fuoco, le macchine e gli strumenti, si era fatta operatrice di cose simili a peculiari opere della na- tura; raccomandando la propria metafisica come tale che serve bene {anclllantem) alla fisica sperimentale; non può non riconoscere ben meritato il discredito in cui era ca- duta la fisica aristotelica, troppo (egli diceva) universale. E se a Cartesio rimproverava l'introduzione delle forme fisiche nella metafisica, e con ciò la tendenza verso il ma- terialismo, Aristotele e gli scolastici sono poi da lui accu- sati dell'errore opposto, cioè di aver voluto introdurre le forme metafisiche nella fisica. Come Bacone, egli stima che il sillogismo e il sorite non producano nulla di nuovo e ripetano ciò che è già contenuto nelle premesse; e mette in chiaro i molteplici danni che gli universali aristotelici cagionano in tutte le parti del sapere : nella giurisprudenza, in cui le vuote generalità soffocano il senno legislativo; nella medicina, che bada piuttosto a tenere in piedi i si- 16 FILOSOFIA DEL VICO stemi che a sanare gl'infermi; nella vita pratica, nella quale gli abusatori di universali sono derisi- col nome di « uomini tematici ». Dagli universali derivano le .omoni- mie o equivoci, cause d'ogni sorta di errori. Alla diffidenza verso gli universali, intesi qui nel senso di concetti gene- rali o astratti, risponde nel Vico (com'era stato caso fre- quente presso gli antiaristotelici della Rinascenza) l'esal- tazione delle idee platoniche, delle forme metafisiche, o, come egli anche le chiama, dei generi, modelli eterni degli oggetti e infiniti per perfezione. Nominalista nelle matematiche, sospettoso del nominalismo in tutti gli altri campi del sapere, il Vico asserisce la realtà delle forme o delle idee, e narra come fin da giovane fosse attratto da questa dottrina, insegnatagli da un suo maestro che era scotista e perciò seguace di quella tra le filosofie scolasti- che che più si approssimava alla platonica. Considerata nella sua interezza, la prima gnoseologia del Vico non è intellettualistica, non è sensistica e non è vera- mente speculativa; ma contiene tutte tre queste tendenze che si compongono in certo modo tra loro, non col sottomet- tersi gerarchicamente a una tra esse, ma col sottomettersi tutte alla riconosciuta incompiutezza della scienza umana. Il suo intento sarebbe di fronteggiare, con un sol movimento tattico, dominatici e scettici, contro i primi negando che si possa sapere tutto e contro i secondi che non si possa sapere cosa alcuna; ma riesce invece a un'affermazione di scetti- i> cismo o agnosticismo, nella quale non manca neppure qual- ' che tratto mistico. Il sapere divino è sapere unitario, quello umano è la frammentazione dell'unità; Dio sa tutte le cose perché contiene in sé gli elementi dai quali le compone tutte ; l'uomo si studia di conoscerle col ridurle in pezzi. La scienza umana è una sorta di anatomia delle opere di natura, eviene dividendo l'uomo in corpo e anima, e l'anima in in- telletto e volontà, e dal corpo astrae la figura e il moto, e da I. PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 17 questi l'ente e l'uno; onde la metafisica contempla l'ente, l'aritmetica l'uno e la sua moltiplicazione, la geometria la figura e le sue misure, la meccanica il moto dell'ambito, la fisica il moto del centro, la medicina il corpo, la logica la ragione, la morale la volontà. Ma accade di questa ana- tomia come di quella del corpo umano, circa la quale i più acuti fisiologi dubitano se per effetto della morte e della stessa dissezione sia più possibile indagare il vero sito, struttura e uso delle parti. L'ente, l'unità, la figura, il moto, il corpo, l'intelletto, la volontà sono altro in Dio, nel quale fanno uno, altro nell'uomo in cui restano divisi : in Dio vivono, nell'uomo periscono. La percezione chiara e distinta, nonché prova di forza, è prova di debolezza dell'intendimento umano. Le forme fisiche appaiono evi- denti fintanto che non si mettono al paragone delle meta- fisiche: il « cogito ergo sum » è certissimo, quando l'uomo considera sé stesso, creatura finita, ma addentrandosi in Dio, che è l'unico e vero ente, egli conosce veramente non essere: con l'estensione e le sue tre misure crediamo di stabilire verità eterne, ma nel fatto « ccelum ipsum peti- mus stillatici », perché le eterne verità sono solamente in Dio: eterno ci sembra l'assioma che il tutto è maggiore della parte, ma, risalendo ai principi, si scorge che è falso e si vede che tanta virtù di estensione è nel punto del cerchio quanto in tutta la circonferenza. Perciò (conclude il Vico) « in metafisica colui avrà profittato che nella me- ditazione di questa scienza avrà sé stesso perduto ». Giudicare (come pur talora è stato fatto) che in queste proposizioni il Vico sia nient'altro che un platonico o un seguace della tradizionale filosofia cristiana, e negare per conseguenza qualsiasi importanza alla sua prima gnoseo- logia, significherebbe attenersi a quell'erroneo modo di cri- tica e di storia filosofica il quale, guardando alle conclusioni generali di un sistema, ne trascura il contenuto particolare, B. Croce, La filosofia di Giambattista Vico. % 4 18 FILOSOFIA DEL VICO che solo gli dà la vera fisonomia. S'intende bene che ogni filosofo è sempre, nelle sue conclusioni finali, o agnostico o mistico o materialista o spiritualista, e via dicendo ; ossia rientra in qualcuna delle perpetue categorie nelle quali si aggira il pensiero e la ricerca filosofica. Ma presentare in questo modo unilaterale i filosofi giova soltanto a favorire il pregiudizio che la storia del pensiero ripeta di continuo, sterilmente, sé medesima, passando da un errore ad un altro e abbandonando l'errore vecchio per il nuovo, che poi sarebbe anch'esso un vecchio rifatto o ritinto giovane. Il platonismo, agnosticismo o misticismo del Vico è som- mamente originale perché tutto contesto di dottrine che non solo non sono inferiori al livello della filosofia contem- poranea, ma lo sorpassano d'assai. La prima di queste dottrine è la teoria del conoscere come conversione del vero col fatto, sostituita al tau- tologico criterio della percezione chiara e distinta. Quan- tunque per il Vico quella conversione rappresenti un ideale inconseguibile dall' uomo, non pertanto con essa viene esattamente determinata la condizione e la natura della conoscenza, l'identità del pensiero e dell'essere, senza la quale il conoscere è inconcepibile. La seconda è la svelata natura delle matematiche, singolari per la loro origine tra le altre conoscenze umane, rigorose perché arbitrarie, ammirevoli ma inette a dominare e a trasformare il restante sapere umano. La terza dottrina, finalmente, è la riven- dicazione del mondo dell'intuizione, dell'esperienza, della probabilità, dell'autorità, di quelle forme tutte che l'intellettualismo ignorava o negava. In questi punti l'agnostico, il platonico, il mistico Vico non era né agno- stico né mistico né platonico, e compieva un triplice pro- gresso sopra Cartesio, che, sotto tutti e tre questi aspetti, veniva da lui definitivamente criticato. Dove, invece, Cartesio sopravanzava ancora il Vico era, I. PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 19 per l'appunto, in quel dornmatismo di cui il Vico non voleva a niun conto sapere. Riuscisse o no, Cartesio ten- tava una scienza umana perfetta, dedotta dall'interna co- scienza; e il Vico, giudicando troppo superbo il filosofo francese e disperando del tentativo, asseriva invece la trascendenza della verità, si appoggiava alla rivelazione e si restringeva a dare una metafisica « humana imbecillitale dignam». La sua era una gnoseologia dell'umiltà, come quella di Cartesio della superbia. Ora, il Vico non poteva progredire anche per questo verso se non ismettendo almeno una parte della sua umiltà e acquistando qualcosa della superbia di Cartesio; introducendo nel suo spirito cattolico un po' del lievito di quello spirito protestante che gli sem- brava cosi pericoloso; provandosi a* concepire una filosofia alquanto meno degna dell'umana debolezza e tanto più degna dell'uomo, che è debole e forte insieme, è uomo ed è Dio. E questo progresso è manifesto nella forma succes- siva del suo pensiero. II La seconda forma della gnoseologia vichiana L la. volontà di credere, fortissima nel Vico, e la com- pleta dedizione del suo animo al cattolicismo del suo tempo e del suo paese, lo legavano saldamente alla gnoseologia e metafisica platonico-cristiana; la quale, per questi osta- coli psicologici, non poteva sviluppare nella mente "di lui le contradizioni di cui era pregna. L'idea di Dio lo domava e lo sorreggeva insieme; ed egli non aveva l'audacia né sentiva il bisogno d'investigare a fondo quale valore sia da attribuire alla rivelazione, o se sia concepibile un Dio fuori del mondo, o come l'uomo possa affermare Dio senza in qualche modo dimostrarlo e perciò crearlo lui. Per far si che il Vico aprisse e in parte percorresse una nuova via, la quale avrebbe condotto lo spirito umano al supera- mento della concezione platonico-cristiana, era indispensa- bile che la Provvidenza (per servirci fin da ora di un con- cetto vichiano, che verrà illustrato più oltre) adoperasse verso di lui un inganno, e con lungo e tortuoso giro lo menasse all'imboccatura della nuova via, non lasciandogli sospettare dove questa avrebbe messo capo. Gli scritti, nei quali il Vico espose la sua prima gno- seologia, il De ratione studiorum, il De antiquissìma ita- lorum sapientia, e le polemiche relative, appartengono al 22 FILOSOFIA DEL VICO quadriennio 1708-1712. Nel decennio che segui, il Vico fu tratto a darsi sempre più alle ricerche sulla storia del di- ritto e della civiltà. Lesse Grozio per prepararsi a scri- vere la vita di Antonio Carafa, e s'ingolfò nei dibattiti sul diritto naturale; intensificò gli studi sul diritto romano e sulla scienza del diritto in genere, per rendersi degno di una cattedra di giurisprudenza nella università napole- tana; ripensò alle origini delle lingue, delle religioni, degli Stati, poco soddisfatto delle tesi storiche da lui sostenute nel De antiquissima, e forse anche intimamente scosso da qualche critica che coglieva giusto, fattagli da un recen- sente del Giornale dei letterati', l'insegnare rettorica, che era il suo mestiere, gli porgeva continua occasione a me- ditare sulla natura e la storia della poesia e delle forme del linguaggio. Cosicché, se non è esatto dire che il Vico fu condotto al suo nuovo orientamento, culminante nella seconda' Scienza nuova, mercé un processo non filosofico ma filologico (essendo chiaro che un orientamento filosofico non può nascere se non da un processo egualmente filoso- fico), è indubitabile che il materiale e lo stimolo pel suo nuovo pensiero gli furono offerti dagli studi filologici. Attraverso i quali egli ebbe -a fare un'esperienza so- lenne: cioè, che quella materia di studio non poteva es- sere e non era elaborata dal suo pensiero senza l'ajuto di certi principi necessari, che gli si ripresentavano in ogni parte della storia da lui presa a meditare. Un tempo gli era sembrato che le scienze morali, ragguagliate al me- todo matematico, occupassero, quanto a sicurezza, l'in- fimo posto. Ora, nella quotidiana familiarità con quelle scienze, gli si veniva scoprendo il contrario: niente di più sicuro del fondamento delle scienze morali. E quella loro sicurezza non era la semplice evidenza cartesiana", nella quale l'oggetto, per intrinseco che si dica, rimane estrinseco; ma era una sicurezza davvero intrinseca, II. SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 23 intrinsecamente ottenuta. Nel ripiegarsi con la mente sui fatti della storia, il Vico sentiva di appropriarsi meglio qual- cosa che già gli apparteneva, di rientrare in possesso di propri beni. Egli ricostruiva la storia dell'uomo; e che cosa era la storia dell'uomo se non un prodotto dell'uomo stesso? Chi fa la storia se non la fa l'uomo, con le sue idee, i suoi sentimenti, le sue passioni, la sua volontà, la sua azione? E lo spirito umano, che fa la storia, non è quello stesso che si adopera a pensarla e a conoscerla? La verità dei principi generatori della storia nasce, dunque, non dalla forza dell'idea chiara e distinta, ma dalla connessione in- X dissolubile del soggetto con l'oggetto della conoscenza. Il che importava che la scoperta che il Vico ora com- piva, la verità che egli ora riconosceva alle scienze mo- rali, era la visione di un nuovo nesso del principio gno- seologico già da lai formolato nel periodo precedente della sua speculazione, ossia del criterio della verità riposto nella conversione del vero col fatto. La ragione da lui addotta, per la quale l'uomo può avere perfetta scienza del mondo umano, è per l'appunto che il mondo umano l'ha fatto l'uo- mo stesso; e « ove avvenga che chi fa le cose esso stesso le narri, ivi non può essere più certa l'istoria ». Con questo riattacco alla precedente teoria l'afferma- zione circa la possibilità delle scienze morali non prese, soggettivamente, nello spirito del Vico l'importanza e non portò le conseguenze di una rivoluzione, che gli sconvol- gesse da cima a fondo l'assetto delle sue idee e lo costrin- gesse a procurarne uno affatto nuovo. Quell'affermazione parve a lui, da una parte, una conferma della sua vecchia dottrina, un esempio aggiunto agli altri che aveva già recati di scienza perfetta (scienza divina dell'universo e scienza umana del mondo matematico); e dall'altra, un'estensione del campo conoscitivo, i cui limiti (perché certi limiti sus- sistevano sempre) aveva tracciati dapprima in modo troppo 24 FILOSOFIA DEL VICO stretto. Prima, aveva circoscritto una breve sfera luminosa in mezzo a un vasto campo buio o fiocamente illuminato; ora, la sfera luminosa si ampliava di un tanto, e di al- trettanto scemava la zona tenebrosa. Ampliamento che non lo gettava punto in conflitto con le sue convinzioni reli- giose, e, anzi, sembrava favorirle ed esserne favorito. La religione non insegna forse la libertà, responsabilità* e consapevolezza che l'uomo ha dei propri atti e fatti? Il Vico non senti dunque il bisogno di scrivere un nuovo libro metafisico, perché gli sembrò che bastasse aggiun- gere una postilla al già scritto e ritoccare alquanto le sue precedenti affermazioni. La sua nuova gnoseologia, tenendo fermo il criterio generale della verità contrapposto al cri- terio cartesiano — e cioè, che solo chi fa le cose le cono- sce, — divideva le cose tutte nel mondo della natura e nel mondo umano; e osservando che il mondo della na- tura è stato fatto da Dio e perciò Dio solo ne ha la scienza, restringeva l'agnosticismo solamente al mondo fisico, e di- chiarava, per contrario, che del mondo umano, come fatto dall'uomo, l'uomo ha la scienza. Elevava cosi le conoscenze, dapprima meramente indiziarie e proba- bili, circa le cose dell'uomo al grado di scienza perfet- ta; ed esprimeva maraviglia che i filosofi si studino con tanto impegno di conseguire la scienza del mondo natu- rale, chiuso all'uomo, e trascurino il mondo umano o ci- vile o delle nazioni (come anche lo chiamava), del quale è possibile conseguire scienza. Di questo erramento tro- vava la cagione nella facilità che la mente umana, immersa e seppellita nel corpo, prova a sentire le cose del corpo, e nello sforzo e fatica che le costa d'intendere sé mede- sima: come l'occhio corporale vede tutti gli oggetti fuori di sé e, per vedere sé stesso, ha bisogno dello specchio. In ogni altra parte, le sue idee restavano immutate. Di là dal mondo umano, il mondo soprannaturale, inaccessi- II. SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 25 bile all'uomo, e il mondo naturale, che era in certo senso anch'esso soprannaturale; di là dalla scienza perfetta che l'uomo può avere di sé stesso, la metafisica platonico-cri- stiana, adatta alla debolezza, che continuava pur sempre ad affliggere l'uomo. Le discipline naturali venivano con- siderate sempre come semiscienze; le matematiche come una formazione astratta, validissima nell'astratto, priva di forza innanzi al reale. Il sillogismo di Aristotele, il sorite degli stoici, il metodo geometrico dèi cartesiani erano per- seguitati dallo stesso odio di prima, e con lo stesso amore celebrata l'induzione che il Verulamio, « gran filosofo in- sieme e politico », commendava e illustrava nel suo Or- gano, e che gl'inglesi adoperavano con gran frutto della sperimentale filosofia. Un ravvedimento circa l'applicabilità del metodo geo- metrico potrebbe sembrare la frequente asserzione del Vico che la scienza delle cose umane sia da lui costruita con uno « stretto metodo geometrico ». Ma, anche a lasciar andare che la struttura della Scienza nuova è proprio l'op- posto di quella geometrica, è un fatto che, nel tempo stesso e negli stessi libri, "egli non cessa di mettere in guardia contro l'uso del metodo matematico nelle cose fisiche e morali, il quale « ove non sono figure di linee o di numeri o non porta necessità, spesso invece di dimostrare il vero può dare apparenza di dimostrazione al falso » ; onde il preteso ravvedimento sarebbe una palmare contradizione, se non gli si potesse dare un significato che ristabilisce interamente la coerenza nelle idee del Vico. Un signifi- cato assai sémplice, perché, riconosciuta ormai alle scienze morali non meno che alla geometria la potenza di con- vertire il vero col fatto, esse potevano e dovevano svolgersi con metodo analogo a quello sintetico della geometria, () con cui da vero si passa a immediato vero, e seguire il * mondo umano dai suoi inizi ideali nei suoi progressi fino 0 26 FILOSOFIA DEL VICO alla sua perfezione, sicché lo studioso non doveva sperare di poter intendere le loro dottrine per salti, ma doveva percorrerle per gradi da capo a piedi, senza recalcitrare alle conclusioni inaspettate che ne uscissero, come non si recalcitra a quelle della geometria, e attendendo sol- tanto a esaminare la saldezza del nesso tra premesse e conseguenze. Era, dunque, codesto un metodo chiamato geometrico per analogia o per sineddoche, ma in effetti intrinsecamente speculativo, da non confondere con l'ap- plicazione della matematica alle cose morali, quale ne ave- vano dati esempì i cartesiani e lo Spinoza. Né si può concedere senza riserve il giudizio di alcuni interpetri : che il Vico in realtà, con l'ammettere una scienza dell'uomo da investigarsi nelle modificazioni stesse della mente umana, si ravvicinasse e facesse seguace di Cartesio; al qual uopo si suole addurre anche l'altra di- chiarazione di lui, che, per pensare la sua Scienza nuova, convenisse « ridursi a uno stato di somma ignoranza, come né filosofi né filologi né libro alcuno fossero mai stati al mondo ». Certamente, il Vico con la nuova forma della sua gnoseologia entra anche lui nel soggettivismo della filo- sofia moderna inaugurato da Cartesio (anzi, vi era già entrato, in certo modo, con la sua dottrina attivistica della verità come rifacimento del fatto); e, in questo si- gnificato del tutto generico può dirsi, anche lui, carte- siano. Pure, se a Cartesio rimane ancora inferiore, per- ché il suo soggettivismo è principio non della scienza tutta ma di quella sola del mondo umano, per un altro verso si pone di sopra al filosofo francese, in quanto, per lui, la ve- rità meditata nel mondo umano non è statica ma dina- mica, non è trovata ma prodotta, è scienza e non coscienza. Per quel che concerne poi l'esortazione a far conto come se non vi fossero mai stati libri al mondo né pla- citi di filosofi e di filologi, essa non importa altro se non che II. SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 27 bisogni spogliarsi di ogni pregiudizio, di ogni comune in- vecchiata anticipazione, di ogni corpulenza proveniente da fantasia o da memoria, per ridursi « in istato di puro in- tendimento, informe di ogni forma particolare », com'è indispensabile per la scoperta e l'apprendimento di ogni nuova verità ; e tanto poco qui l'esortazione ha il significato cartesiano e malebranchiano di un rifiuto della erudizione e dell'autorità, che, per non dir altro, nel medesimo luogo al quale di sopra si è alluso, si trova avvertito che la Scienza nuova « suppone una grande e varia cosi dot- trina come erudizione », dalle quali prende le verità come già conosciute per valersene da termini per fare le sue proposizioni. Nella nuova sua gnoseologia il Vico, insomma, diventa non già più cartesiano ma sempre più vicinano, sempre più lui. Cartesio non pare gli servisse neppure come tra- mite attraverso cui giungere alla persuasione della possi- bilità di costruire con la mente la scienza della mente. Il tramite vero fu il criterio stesso vichiano della verità, messo a contatto con le osservazioni che l'autore venne facendo nel corso dei suoi studi storici. Che se si voles- sero cercare precedenti, nella storia della filosofia, alla seconda forma della gnoseologia del Vico, bisognerebbe, circa la divisione dei due mondi di realtà e delle due sfere di conoscenza, e circa la preferenza manifestata per le in- dagini morali rispetto alle naturali, correre col pensiero alla posizione assunta da Socrate verso i fisiologi del suo tempo, al sentimento di religioso mistero onde il filosofo attico arretrava innanzi al mondo della natura e si ri- volgeva a indagare la conformazione dell'animo umano. E, circa la maggiore trasparenza delle scienze morali in quanto concernono cose che l'uomo stesso ha prodotto, si potrebbe richiamare la partizione aristotelica delle scienze in fisi- che, che considerano il movimento estrinseco all'uomo, 28 FILOSOFIA DEL VICO e in pratiche e poietiche, che considerano le cose prodotte dall'uomo. La distinzione era passata nella filosofia delle scuole; e Tommaso d'Aquino parla della natura come « ordo qnem ratio considerai sed non facit », e del mondo dell'attività umana come « ordo quem ratio considerando facit ». Ma queste riferenze non sono indicate dal Vico, il quale pure assai si compiaceva nel fare omaggio dei propri pensieri agli antichi filosofi ; e, ammesso anche che avessero qualche efficacia sopra di lui, è certo che tra esse e la dottrina vichiana sulla conoscibilità del mondo umano corre distanza non minore che tra la proposizione dell'on- niscienza di Dio creatore e il principio gnoseologico che egli seppe ricavarne. Di questo principio, la dottrina vichiana sulle scienze morali è né più né meno che la prima legittima appli- cazione; e inesattamente il suo autore (come di solito, poi, gl'interpetri) ebbe a presentarla quale semplice esten- sione delle applicazioni già date, un secondo caso aggiunto a quello già contemplato delle scienze matematiche. Nel caso delle scienze matematiche, il principio della conversione del vero col fatto veniva applicato solo in apparenza. Originale e vero, quel principio; originale e vera la teoria delle matematiche; del tutto artificiale e falsa la connessione delle due verità. Mancava (se non c'inganniamo) un effettivo rapporto tra il concetto di Dio che crea il mondo, e, perché lo crea, lo conosce; e quello di colui che costruisce arbitrariamente un mondo di astra- zioni e, nel fare ciò, non conosce nulla o conosce soltanto (quando non è più geometra o aritmetico ma filosofo, quando scrive non gli Elementi di Euclide ma le pagine di gnoseologia del De antiquissima) che egli procede arbi- trariamente. Se le discipline matematiche foggiano i con- cetti a libito, se producono finzioni e non verità, esse, a dir vero, non sono scienze né conoscenze di sorta, e non II. SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 29 c'è possibilità di porle a riscontro con la scienza divina, che è scienza della reale realtà. Nelle matematiche (diceva il Vico) « l'uomo, contenendo dentro di sé un immagi- nato mondo di linee e di numeri, opera talmente in quello con l'astrazione, come Dio nell'universo con la realtà ». Il riscontro può riuscire brillante, ma risplende, forse, di luce piuttosto metaforica che logica. Nelle scienze morali, invece, il riscontro è tanto logico, che deve dirsi senz'altro coincidenza. Il sapere umano è, qualitativamente, il medesimo del divino, e al pari del pensiero divino conosce il mondo umano ; sebbene, quan- titativamente più ristretto, non si estenda, come quello, al mondo della natura. Nel campo umano, non più espe- dienti di debolezza, non più finzioni, non più falsificazioni : qui si è nella maggiore concretezza del conoscere. L'uomo crea il mondo umano, lo crea trasformandosi nelle cose civili; e, col pensarlo, ricrea la sua creazione, ripercorre vie già percorse, la rifa idealmente e perciò conosce con vera e piena scienza. Questo è davvero un mondo, e l'uomo è per davvero il Dio di questo mondo. Ci sembra, dunque, incontrastabile che solamente l'ap- plicazione del verum- factum, quale si effettua nella Scienza nuova, risponda al criterio stabilito; e che l'altra che ne era stata anteriormente tentata per le matematiche, im- portante per altri rispetti e validissima a liberare gli spi- riti dal pregiudizio matematico, non si possa considerare vera e propria applicazione. E, forse, il Vico ebbe talvolta qualche sentore della differenza tra le due applicazioni, la propria e la metaforica, che per solito confuse come iden- tiche. La scienza del mondo umano (egli dice) « procede appunto come la geometria che, mentre sopra i suoi ele- menti il costruisce o '1 contempla, essa stessa si faccia il mondo delle grandezze; ma con tanto più di realità quanta più ne hanno gli ordini d' intorno alle faccende X 30 FILOSOFIA DEL VICO degli uomini, che non ne hanno punti, linee, superficie o figure ». E un altro indizio della coscienza che si ac- cendeva a tratti in lui di avere per la prima volta, nella dottrina circa il mondo umano, ritrovata una conoscenza vera e propria (non una mera finzione di conoscenza), po- trebbe vedersi nell'uso assai più convinto, più caldo ed entusiastico che egli fa, in questo caso, dell'epiteto « di- vino » ; ben diverso da quello freddo, se non propriamente ironico, dell' « ad Dei instar » nel De antiquissima. Le prove della Scienza nuova (dice più d'una volta, con rapi- mento) « sono d'una spezie divina, e debbono, o leggitore, arrecarti un di v in piacere, perocché in Dio il conoscere e il fare è una medesima cosa! ». La conversione del vero col fatto nelle scienze morali non* poteva non ripercuotersi nella trattazione del certo ossia (secondo uno dei parecchi significati, e forse il prin- cipale, che il Vico attribuisce a questa parola) delle co- gnizioni storiche (del peculiare, certuni, contrapposto al commune o veruni); il che forma l'altro tratto importante della seconda gnoseologia vichiana. Nella prima gnoseo- logia, quelle cognizioni erano legittimate e protette, come si è visto, col parificarle a ogni altra sorta di conoscenze tutte egualmente deboli o egualmente forti, perché tutte fondate sulla probabilità e sull'autorità, sia dell'individuo (autopsia) sia del genere umano. Ma, redenta dall'autorità e dalla probabilità la conoscenza dello spirito umano e delle sue leggi, le cognizioni storiche, quantunque di loro natura fondate sempre in qualche modo sull'autorità, venivano ri- schiarate di nuova luce. Il certo doveva entrare in un nuovo rapporto, perché aveva ormai di fronte non un altro certo, ossia una semplice conoscenza probabile circa lo spirito umano, ma un vero, una conoscenza filosofica. Questo rapporto è chiamato altresì dal Vico il rapporto di filosofia e filologia, la prima delle quali versa circa II. SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 31 « necessaria naturai » e contempla la ragione onde viene la scienza del vero, la seconda circa « piatita fiumani ar- bitrii » e osserva l'autorità onde viene la coscienza del certo. L'una considera l'universale, l'altra l'individuale, l'una (avrebbe detto il Leibniz) le « vérités de raison », l'altra le « vérités de fait ». Distinzione che non è mantenuta dapper- tutto, presso il Vico, nella medesima nettezza ; tanto che a volte l'autorità contrapposta alla ragione diventa, secondo lui, parte della ragione stessa, o si confonde con la cono- scenza dell'arbitrio umano, contrapposta a quella della vo- lontà razionale; ma di cui è per altro chiarissimo il senso generale. E per « filologia » il Vico non intende solamente lo studio delle parole e della loro storia, ma, poiché alle parole sono annesse le idee delle cose, anzitutto la storia delle cose; onde i filologi debbono trattare di guerre, paci, alleanze, viaggi, commerci, di costumi, leggi e monete, di geografia e di cronologia, e di ogni altra cosa che si attenga alla vita dell'uomo nel mondo. La filologia in- somma (nel significato vichiano, che è poi il significato esatto) abbraccia non solamente la storia delle lingue o delle letterature, ma quella altresì delle idee e dei fatti, della filosofia e della politica. Certamente, la filologia, le verità di fatto, il certo non sempre erano stati brutalmente maltrattati come dai car- tesiani. Il Grozio aveva dato esempio di vastissima erudi- zione storica, messa a servigio delle sue dottrine sul diritto naturale. Il Gravina, contemporaneo e connazionale del Vico, richiedeva come necessarie al giurisperito non solo la « ratiocinandi ars », ma la « latince linguai peritia » e la « notitia temporum ». E il Leibniz, or ora ricordato, rias- seriva l'importanza dell'erudizione contro i cartesiani e padroneggiava da gran signore i più svariati aneddoti sto- rici, che profondeva a piene mani nei suoi libri. Ma il Vico notava che filosofia e filologia rimanevano tuttavia, ai suoi 32 FILOSOFIA DEL VICO tempi, estranee l'una all'altra, come erano state quasi del tutto presso i greci e i romani: i tanti luoghi di storici, oratori, filosofi e poeti, che il Grozio accumulava, costitui- vano un puro ornamento ; e il medesimo il Vico avrebbe giu- dicato forse (se ne avesse avuto conoscenza e ce ne avesse comunicato il suo giudizio) del largo uso che il Leibniz faceva della storia. Leggendo i libri dei filologi, egli pro- vava un tal senso di vuoto e di fastidio per l'affastellamento inintelligente delle notizie storiche, che era tratto quasi a dare ragione (e dovè darla per qualche tempo incondiziona- tamente) a Cartesio e al Malebranche nel loro odio contro l'erudizione. Senonché (pensò dipoi), quei due filosofi, in cambio di sprezzare l'erudizione, avrebbero dovuto piut- tosto indagare se non fosse stato possibile richiamare la fi- lologia ai principi della filosofia; e i filologi, da parte loro, invece di arrecare i fatti a pompa di erudizione, debbono in- dustriarsi di elaborarli a fini di scienza. La filologia è da ridurre a scienza: ceco il pensiero del Vico circa i rapporti del certo col vero, della filologia con la filosofia. Che cosa vuol dire ridurre la filologia, o la storia, che è lo stesso, a scienza o a filosofia? A rigore, la riduzione non è possibile, non perché si tratti di cose eterogenee, ma anzi perché quelle sono omogenee : la storia è già in- trinsecamente filosofia; non è possibile proferire la più pic- cola proposizione storica senza plasmarla col pensiero, cioè, con la filosofia. Ma poiché questo presupposto filosofico della filologia allora non era avvertito (come non fu molto spesso neppure nei tempi seguenti), e facilmente veniva negato; poiché i più, come sappiamo, o concepivano un'a- ristocratica filosofia geometrica, disdegnosa e aborrente dal profanum vulgus dei casi storici, ovvero (come fa- ceva prima il Vico stesso) una filosofia e una storia egual- mente poco rigorose e meramente opinabili; il Vico, mu- tato il suo punto di vista filosofico, raggiunta la coscienza II. SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 33 del metodo speculativo nella scienza dell'uomo, inteso più profondamente lo spirito umano, doveva scorgere quanto ci fosse da riformare nella storiografia corrente, sentire il bisogno di una più perfetta filologia come conseguenza della sua più perfetta filosofia, e in termini gnoseologici esprimerlo con quella formola del richiamare alla filosofia la filologia, « ut hcec posterior, ut par est, prioris sit con- sequentìa ». Doveva, in altre parole, togliere la storia dalla sua condizione d'inferiorità, dalla servitù al capriccio, alla vanità, al moralismo, alla precettistica o ad altri fini estrin- seci, e riconoscerle il fine proprio e intrinseco di neces- sario complemento del vero universale. In pari tempo, la filosofia si sarebbe riempita di storia, affiatata con la storia; e da questo affiatamento avrebbe acquistato maggiore lar- ghezza e un senso più vivo della realtà concreta da spie- gare. Tale, senza dubbio, è uno dei significati che ha la formola vichiana del congiungimento di filosofia e filologia e della riduzione della filologia a scienza. Ma non meno è fuori dubbio che, nel pronunziare quella formola, il Vico voleva qualcosa di più e, di solito, inten- deva qualcosa d'altro. Questo qualcos'altro può, nel modo più diretto, essere chiarito dall'appello che egli fa al Ba- cone e al suo « metodo di filosofare più accertato »: metodo espresso nel titolo del libro baconiano: Cogitata et visa, e che il Vico si proponeva di « trasportare dalle naturali alle umane cose civili». Esigeva, insomma, la costruzione di una storia tipica delle società umane (cogitare), da riscontrare poi nei fatti (videre), accertando coi fatti la costruzione ideale e avverando con la costruzione ideale i fatti, confermando la ragione con l'autorità e l'autorità con la ragione; di una scienza che fosse insieme filosofia del- l'umanità e storia universale delle nazioni. Ora questa co- struzione che egli esigeva, questo qualcosa di mezzo tra il cogitare e il videre, tra il pensiero e l'esperienza, questo B. Croce, La filosofìa di Giambattista Vico. 3 34 FILOSOFIA DEL VICO misto dei due processi, è intrinsecamente diverso dalla unita, di filosofia e filologia in quanto interpetrazione filosofica dei dati di fatto. Questa interpetrazione è la storia vivente ; l'altra non è né filosofia né storia, ma una scienza em- pirica dell'uomo e delle società, materiata di schemi che non sono le extratemporali categorie filosofiche e nep- pure gì' individuali fatti storici (benché senza categorie fi- losofiche e senza fatti storici non potrebbero mai costruirsi) : una scienza empirica, e perciò né esatta né vera, ma so- lamente approssimativa e probabile, e soggetta a verifica- zione e rettificazione da parte cosi della filosofia come della storia. Sarebbe impossibile determinare quale di codesti due significati della filologia ridotta a storia sia quello proprio del Vico, perché nel suo pensiero si trovano tutti e due ; o quale prevalga, perché effettivamente prevale ora l'uno ora l'altro, quantunque il secondo, quello empirico, sia più di frequente formolato. Anzi si potrebbe dire che, quando Vico intitolava Scienza nuova la sua opera, il princi- pale dei significati che dava a questo titolo « invidioso », si riferiva appunto a quella scienza empirica: alla scienza cioè che fosse insieme filosofia e storia dell'umanità, alla storia ideale delle leggi eterne sopra le quali corrono i fatti di tutte le nazioni nei loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini. Il Vico, in realtà, non unificò mai (e non poteva) i due diversi significati, e ne serbò la duplicità, la quale, appunto perché non era distinta chiaramente, pren- deva apparenza d'identità. Di qui la parziale giustifica- zione di entrambe le tendenze che si sono manifestate tra gl'interpetri, dei quali alcuni vogliono che il Vico profes- sasse e adoperasse il metodo speculativo, altri che il suo metodo fosse, nell'idea e nell'attuazione, empirico, indut- tivo e psicologico ; gli uni che egli mirasse a dare un si- stema di filosofia dell'umanità, gli altri che si propo- II. SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA 35 nesse una sociologia o una demopsicologia. Unilaterali en- trambi, ma i secondi più dei primi, perché se in verità nel Vico c'è del Bacone e c'è del Platone, dell'empirista e del filosofo, quando poi si colga il carattere del suo ingegno, quando si penetri nell'intimo del suo spirito, e si partecipi ai suoi dissidi e al suo magnanimo sforzo, si deve riconoscere che il Vico, checché volesse e credesse, era della stoffa di un Platone e non di un Bacone; — che il Bacone stesso del quale egli parla è mezzo immaginato da lui, è un Bacone alquanto platonizzato ; — e che la Scienza nuova gli pareva, in fondo, cosi nuova non perché fosse un'empìrica costruzione baconiana (nel quale caso niente di più vecchio, bastando ricordare la Politica di Aristotele e i Discorsi del Machiavelli), ma perché era tutta pregna di una nuova filosofia, la quale, infatti, irrompe da ogni parte, attraverso tutta la sua empiria. Ili La struttura interna della scienza nuova JUa poca chiarezza circa il rapporto di filosofia e filo- logia, l' indistinzione dei due modi affatto diversi di con- cepire la riduzione della filologia a scienza, sono conse- guenza e cagione insieme dell'oscurità che regna nella « Scienza nuova » . Col quale nome intendiamo tutto quel complesso di ricerche e dottrine che il Vico venne met- tendo fuori dal 1720 al 1730, anzi al 1744, e che, elaborato precipuamente nelle tre opere del De uno universi iuris principio et fine uno e della prima e seconda Scienza nuova, ha nella redazione definitiva di quest'ultima la sua forma più sviluppata e matura, alla quale principalmente giova riferirsi. La Scienza nuova, in modo conforme al vario signifi- cato dei termini e del rapporto tra filosofia e filologia, con- sta di tre ordini di ricerche: filosofiche, storiche ed em- piriche; e contiene tutt' insieme una filosofia dello spi- rito, una storia (o gruppo di storie), e una scienza sociale. Alla prima appartengono le idee, enunciate in alcuni assiomi o dignità e sparse altresì nel corso dell'opera, sulla fantasia, sull'universale fantastico, sull'intelletto e l'universale logico, sul mito, sulla religione, sul giudizio morale, sulla forza e il diritto, sul certo e il vero, sulle 88 FILOSOFIA DEL VICO passioni, sulla provvidenza, e tutte le altre determinazioni concernenti il corso o sviluppo necessario della mente ossia dello spirito umano. Alla seconda, ossia alla storia, l'ab- bozzo di una storia universale delle razze primitive dopo il diluvio e dell'origine delle varie civiltà; la caratteristica della società barbarica o eroica antica in Grecia e special- mente in Roma sotto l'aspetto della religione, del costume, del diritto, del linguaggio, della costituzione politica; l'in- dagine sulla poesia primitiva, che si esemplifica poi più lar- gamente con la determinazione della genesi e del carattere dei poemi omerici ; la storia delle lotte sociali tra patriziato e plebe e dell'origine della democrazia, studiata anch'essa principalmente in Roma ; la caratteristica della barbarie ri- corsa, ossia del medioevo, anch'esso studiato in tutti gli aspetti della vita e raffrontato con le società barbariche pri- mitive. Finalmente, alla scienza empirica si richiama il tentativo di stabilire un corso uniforme nelle nazioni, con- cernente la successione cosi delle forme politiche come delle altre e correlative manifestazioni teoretiche e pratiche della vita, e i tanti tipi che il Vico viene delineando del patri- ziato, della plebe, del feudalesimo, della patria potestà e della famiglia, del diritto simbolico, del linguaggio meta- forico, della scrittura geroglifica, e via discorrendo. Ora se questi tre ordini di ricerche e dottrine fossero stati logicamente distinti nella niente del Vico e solo let- terariamente mescolati e compressi in un medesimo libro, questo sarebbe potuto riuscire disordinato, sproporzionato, disarmonico, e perciò faticoso a chi si faccia a leggerlo, ma non veramente oscuro. Né, del resto, in linea di fatto, può dirsi che la Scienza nuova, almeno la seconda ossia l'esposizione definitiva che il Vico offri del suo pensiero, difetti di un disegno generale, abbastanza ben concepito. L'opera è divisa in cinque libri, il primo dei quali dovrebbe raccogliere i principi generali, cioè la filosofia; il secon- III. STRUTTURA INTERNA DELLA SCIENZA NUOVA 39 do, oltre un breve cenno sulla storia universale antichis- sima, descrivere la vita delle società barbariche, e ad esso formare appendice il terzo sulla discoverta del vero Omero, e cioè sul più cospicuo esempio della poesia barbarica; il quarto, delineare la scienza empirica del corso che fanno le nazioni ; e il quinto esemplificare il ricorso col caso par- ticolare del medioevo. E tuttavia, a dispetto di questa bella architettura, la seconda Scienza nuova, com'è la più ricca e compiuta, cosi è la più oscura tra le opere del Vico. Se, d'altra parte, il Vico, pur avendo ben chiare in mente le sue idee, adoperasse una terminologia insueta o una forma troppo concisa di esposizione e troppo piena di allusioni e d'inespressi presupposti, sarebbe senza dubbio uno scrit- tore difficile, ma, neppure in questa ipotesi, oscuro. La quale ipotesi neanche risponde alla realtà, giacché il Vico è assai parco di termini scolastici e predilige le espressioni vive e popolari; è scrittore robusto ma non laconico, e spesso si compiace di ripetere le sue idee ferman dovisi sopra a più riprese e con molta insistenza; emette in tavola tutte le sue carte, cioè tutto il materiale erudito dal quale gli sono state suggerite le dottrine. Né, infine, si è detto molto quando si è detto che al Vico mancava piena co- scienza delle sue scoperte; perché questa coscienza manca più o meno in tutti i pensatori e in nessuno può essere mai piena. L'oscurità, la vera oscurità, quella che si avverte nel Vico, e che a volte avvertiva egli stesso senza riu- scir mai a trovarne la causa, non è superficiale e non na- sce da cagioni estrinseche o accidentali, ma consiste vera- mente in oscurità d'idee, nella deficiente intelligenza di certi nessi e nella sostituzione con nessi fallaci, nell'ele- mento arbitrario che perciò s' introduce nel pensiero, o, per dirla nel modo più semplice, in veri e propri errori. Si potrebbe riscrivere la Scienza nuova rifacendone l'ordine e mutandone o schiarendone la terminologia (chi scrive" ha 40 FILOSOFIA DEL VICO fatto per suo conto questa prova), e l'oscurità persiste- rebbe, anzi si accrescerebbe, perché in siffatta traduzione l'opera, perdendo la forma originale, perderebbe altresì quella torbida ma possente efficacia che può tenere luogo talvolta della chiarezza e che, dove non illumina, scuote lo spirito del lettore e propaga l'onda del pensiero quasi per vibrazioni simpatetiche. Che cagione dell'oscurità, ossia dell'errore o degli er- rori del Vico, sia l' indistinzione o confusione già notata nella sua gnoseologia circa il rapporto tra filosofìa, storia e scienza empirica, e sussistente non meno nel suo effettivo pensiero intorno ai problemi dello' spirito e della storia uma- na, risulta dall'osservare come filosofia, storia e scienza empirica si convertano a volta a volta presso di lui l'una nell'altra e, danneggiandosi a vicenda, producano quelle perplessità, equivoci, esagerazioni e temerità, che sogliono turbare il lettore della Scienza nuova. La filosofia dello spi- rito si atteggia ora come scienza empirica ora come storia; la scienza empirica ora come filosofia ora come storia ; e la proposizione storica acquista l'universalità del principio filosofico o la generalità dello schema empirico. Per esem- pio, la filosofia dell'umanità assume di determinare le for- me, categorie o momenti ideali dello spirito nella loro suc- cessione necessaria, e bene merita per tal rispetto il titolo o la definizione di storia ideale eterna sulla quale cor- rono nel tempo le storie particolari, non potendosi conce- pire nessun frammento, per piccolo che sia, di storia reale, dove non operi quella storia ideale. Ma poiché storia ideale è anche pel Vico la determinazione empirica dell'ordine in cui si succedono le forme delle civiltà, degli stati, dei lin- guaggi, degli stili, delle poesie, accade che egli concepisca la serie empirica come identica alla serie ideale e fornita delle virtù di questa; onde la pronunzia tale che debba sempre esattamente riscontrarsi nei fatti, « fosse anco che III. STRUTTURA INTERNA DELLA SCIENZA NUOVA 41 nell'eternità nascessero di tempo in tempo mondi infiniti *; il che è apertamente falso, non essendovi alcuna ragione che si ripetano in perpetuo (col « dovette, deve e dovrà ») le empiriche aristocrazie di Grecia o di Roma, e le civiltà sorgano o decadano per l'appunto come sorsero o decad- dero quelle antiche. E nel medesimo atto di questo assolu- tizzamento del corso empirico, il corso ideale si vela di un'ombra empirica, perché, reso identico all'altro, riceve il carattere empirico dell'altro, e si temporalizza, da eterno ed extratemporale che era nella concezione iniziale. Si dica il medesimo delle singole forme dello spirito, le quali, come ideali ed extratemporali, sono tutte e sempre in ogni sin- golo fatto; ma il Vico, confondendole coi fatti reali e con- creti che la scienza empirica fissa nei suoi schemi, viene, subito dopo averle proposte, ad abbuiarle nella loro ideale forma e distinzione. È vero che il momento della forza non e quello della giustizia; ma il tipo empirico della società barbarica fondata sulla forza, appunto perché è una determinazione rappresentativa e approssimativa, e si rife- risce a uno stato di cose concreto e totale, non contiene solamente forza, si anche giustizia; e quando quel momento ideale e quel tipo sono scambiati fra loro e presi come iden- tici, da una parte il concetto filosofico della forza s'intor- bida di quello di giustizia e, facendosi ibrido e contradit- torio e incoerente, si sforma, dall'altra il tipo empirico della società barbarica viene esagerato e di troppo irrigi- dito. La confusione dell'elemento filosofico e dell'empirico si può dire manifesta nella « dignità » che definisce la na- tura delle cose: « Natura di cose altro non è che na- scimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascono lo cose»; dove appaiono messi insieme le guise e i tempi, la genesi ideale e la genesi empirica. Similmente, è veris- simo che la storia debba procedere d'accordo con la filo- 42 FILOSOFIA DEL VICO sofìa, e che quello che è filosoficamente ripugnante non possa essere giammai storicamente accaduto ; ma, poiché per il Vico la filosofia è indistinta dalla scienza empirica, egli, dove il documento gli manca e perciò nessuna filosofia è applicabile, si sente tuttavia sicuro della verità, e, riempiendo il vuoto con la congettura che gli fornisce lo schema della scienza empirica, s'illude di aver fatto ri- corso a « prove metafisiche ». 0 anche, trovandosi innanzi a fatti dubbi, anziché attendere che la scoperta ài altri do- cumenti dissipi le dubbiezze, risolve il dubbio col prenderli, come egli dice, « in conformità delle leggi », cioè sem- pre dello schema empirico; il che, in via d'ipotesi, è cer- tamente lecito. Ma queir ipotesi è, invece, pel Vico, una « verità meditata in idea », sicché il riscontro coi fatti, che egli pure raccomanda per conferma, dovrebbe essere su- perfluo; o, se i fatti nel riscontro risultassero contrari, il torto dovrebbe essere dei fatti, cioè dell'apparenza, non mai dell'ipotesi, affermata come verità indubbia perché filoso- fica. Di qui la tendenza, che è nel Vico, a fare, come si dice, violenza ai fatti. Bastino questi esempì a indicare il vizio intimo di strut- tura che è nella Scienza nuova, e a" porre uno dei capi- saldi della nostra esposizione e della nostra critica del pensiero vichiano, nel corso delle quali molti altri esempì ci si faranno spontaneamente innanzi e anche i già dati sa- ranno meglio schiariti. Ma un altro caposaldo che bisogna bene stabilire è che quel vizio è il vizio di un organismo sommamente robusto, e che gli ordini di ricerche che ven- gono dal Vico confusi sono costituiti da effettive ricerche di straordinaria novità, verità e importanza. E, insomma, il vizio medesimo che s'incontra di frequente presso gl'in- gegni assai originali e inventivi, i quali di rado portano a perfezione nei particolari le loro scoperte; laddove gl'in- gegni meno inventivi sogliono essere più. esatti e conse- III. STRUTTURA INTERNA DELLA SCIENZA NUOVA 43 guenti. Profondità e acume non sempre vanno insieme e con pari vigore; e il Vico, quantunque non fosse molto acuto, era sempre molto profondo. Luce e tenebre, verità ed errore che si alternano e in- crociano quasi a ogni punto della Scienza nuova, sono di- versamente appresi secondo le diverse anime dei lettori e critici; anzi, in casi eminenti com'è questo del Vico, si possono scorgere in modo più netto tali diversità. Vi sono anime restie e diffidenti, pronte a notare ogni più piccola contradizione, inesorabili nell'esigere le prove di ogni affer- mazione, vigorose nel maneggiare le tenaglie dei dilemmi che stritolano senza pietà un povero grand'uomo. Per co- storo l'opera del Vico (e molte altre della stessa qualità) è un libro chiuso; e, tutt'al più, offrirà loro l'argomento per una di quelle cosi dette « demolizioni », che essi compiono con grande facilità e gusto, sebbene con scarso successo, perché l'uomo da essi ucciso, dopo morto, suole restare più vivo di prima. Ma vi sono altre anime, che alla prima parola che vada diritta al loro cuore, al primo raggio di verità che lampeggi ai loro occhi, si aprono tutte con desiderio, si abbandonano con fiducia, s'inebriano d'entusiasmo, non vogliono sapere di difetti, non scorgono difficoltà, o le difficoltà appianano subito e i difetti giusti- ficano nel modo più semplice, e, quando per caso scri- vono, le loro scritture si configurano come « apologie ». E per costoro è da temere che la Scienza nuova sia un libro troppo aperto. Certamente, se fra questi due atteg- giamenti opposti non ce ne fosse un terzo, se bisognasse risolversi di necessità per l'uno o per l'altro, sarebbe da preferire il peccato del troppo vivo amore a quello della gelida indifferenza, la troppa fede, che pur lascia cogliere qualche aspetto del vero, alla nessuna fede che non ne lascia vedere alcuno. Ma un terzo atteggiamento è possi- bile, ed è doveroso pel critico: quello di non perdere mai 44 FILOSOFIA DEL VICO di vista la luce, ma di non dimenticare le oscurità; di giungere allo spirito passando oltre la lettera, ma di non trascurare la lettera, anzi di ritornarvi di continuo, pro- curando di mantenersi interpetre libero ma non fantasioso, amante fervido ma non cieco. I due capisaldi stabiliti, il vizio e la virtù che si sono riconosciuti propri della mente del Vico, la sua geniale confusione o la sua genialità confusionaria, impongono perciò come generale canone ermeneutico di andare separando per via d'analisi la schietta filosofia che è in lui dall'empiria e dalla storia con le quali è commista e quasi incorporata (e altresì queste da quella), e di notare via via gli effetti e le cause della commistione. Le scorie non possono essere considerate inesistenti, congiunte come sono all'oro nello stato di natura, ma non debbono impedire di riconoscere e purificare l'oro; o, fuori di metafora, la storia dev'essere storia senza dubbio, ma tale non è se non è intelligente. IV La forma fantastica del conoscere (La poesia e il linguaggio) D. "elle forme dello spirito il Vico studiò, nella Scienza nuova, principalmente, e si potrebbe dire esclusivamente, quelle inferiori o individualizzanti, che egli designava tutt' insieme col nome di « certo »: — nello spirito teore- tico la fantasia, nello spirito pratico la forza o arbitrio, e nella scienza empirica corrispondente alla filosofia dello spirito, la civiltà barbarica o sapienza poetica, la cui in- vestigazione costituisce (come egli stesso dice) « quasi tutto il corpo dell'opera ». Perché e come egli prendesse cosi forte interesse a co- deste forme inferiori e alle società primitive e storie bar- bariche che le rappresentavano, è anche qui, nell'aspetto estrinseco, spiegato dagli studi che il Vico ebbe a condurre sul diritto romano e sui tropi e le figure rettoriche, dalla tradizione umanistica ancora viva in Italia, dal culto allora rinvigorito per le scienze archeologiche, dalla cu- riosità che spingeva a indagare l'antichissima civiltà ita- liana, e via enumerando. Ma altri non pochi, nel suo tempo e nel suo stesso paese, trattarono le medesime ma- terie senza punto acquistare la predilezione e la pene- trazione del fantastico, dell'ingenuo, del violento: cose 46 FILOSOFIA DEL VICO delle quali lo stesso Vico possedeva la predilezione, ma non ancora la penetrazione, quando compose il De anti- quissima. Sicché la ragione piena di queir interessamento si vede quando si consideri l'origine del Vico filosofo e si tenga presente il carattere della sua mente, antitetica allo spirito cartesiano. Il cartesianismo, tatto rivolto alle for- me universalizzanti e astrattive, trascurava le individua- lizzanti; e tanto più il Vico doveva essere attirato da esse come da un mistero. Il cartesianismo rifuggiva con orrore dalla selva selvaggia della storia; e il Vico s'internava bramoso in quella parte appunto della storia, nella quale, per cosi dire, è più forte il sentore della storicità: nella storia che è più lontana e diversa dalla psicologia delle età colte. Il cartesianismo generalizzava questa psicologia a tutti i tempi e a tutti i popoli, e il Vico era portato a in- dagare nelle loro profonde differenze e opposizioni i modi di sentire e di pensare delle varie età. Lo sforzo grande che bisognava fare, e che egli stesso fece, per riprendere, attraverso l'intellettualismo moderno, la coscienza della psicologia primitiva, è espresso dal Vico, dove parla delle « aspre difficultà », che gli era costata « la ricerca di ben venti anni », per « discendere da queste nostre umane nature ingentilite a quelle affatto fiere ed immani, le quali ci è affatto negato d'imaginare e sola- mente a gran pena ci è permesso d'intendere »; o, poco diversamente, quando insiste sull'impossibilità — ora che le menti umane sono troppo ritirate dai sensi perfino presso il volgo, adusate ai tanti vocaboli astratti, assotti- gliate con l'arte dello scrivere, quasi spiritualizzate dalla pratica dei numeri — di entrare nella vasta immagina- tiva dei primi uomini, « le menti dei quali di nulla erano astratte, di nulla assottigliate, di nulla spiritua- lizzate, anzi tutte profondate nei sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite nei corpi », e di formare IV. LA POESIA E IL LINGUAGGIO 47 l'idea, per es., della « natura simpatetica ». E quello sforzo, doloroso ma trionfante, che aveva dovuto compiere, era un'altra delle ragioni per le quali egli sentiva come « nuo- va » la sua Scienza. Di questa infatti, ossia della ricerca sulla forma ideale e sull'epoca storica del certo, mancò (egli dice) tutta la greca filosofìa. Platone l'aveva tentata invano nel Cratilo, perché gli era rimasta ignota la lingua dei primi legislatori, dei poeti eroi, tratto in inganno dalle forinole emendate e ammodernate che le leggi erano venute rivestendo via via in Atene. In un errore analogo erano caduti tra i moderni Giulio Cesare Scaligero, Francesco Sanchez e Gaspare Schopp, che presero a spiegare le lin- gue coi principi della logica, e della logica aristotelica, sorta tanti secoli dopo le lingue. E il Grozio, il Selden, il Pufendorf e gli altri scrittori del diritto naturale medita- rono anch'essi sulla natura umana ingentilita dalla religione e dalle leggi, sicché ritrassero il corso storico cominciando dalla metà in giù; ossia si fermarono sull'intelletto e igno- rarono la fantasia, sulla volontà moralmente disciplinata e trascurarono la selvaggia passione. Egli stesso, il Vico, se col prendere a indagare l'antichissima sapienza italiana aveva dato segno del suo interessamento per quel proble- ma, si era, per altro, sviato nella ricerca, seguendo le orme dell'autore del Cratilo. Sotto l'aspetto filosofico, la Scienza nuova, per questa preponderanza che vi ha l'indagine delle forme individua- lizzanti e in ispecie della fantasia (la dottrina dei primi popoli come poeti e del loro pensare per caratteri poetici è, dice il Vico, « la chiave maestra » dell'opera), si po- trebbe non troppo paradossalmente definire una filosofia dello spirito con particolare riguardo alla filosofia della fantasia, cioè all'Estetica. L' Estetica è da considerare veramente una scoperta del Vico: sia pure con le riserve onde s'intendono sempre 48 FILOSOFIA. DEL VICO circondate tutte le determinazioni di scoperte e di scopri- tori, e quantunque egli non la trattasse in un libro speciale, né le desse il nome fortunato col quale doveva battezzarla, qualche decennio più tardi, il Baumgarten. Del resto, giova notare che nella terminologia della Scienza nuova s'in- contra un nome simile ad alcuno degli equivalenti che il Baumgarten passava in rassegna per l'Estetica: quello di Logica poetica. Ma, in fondo, il nome importa poco, e assai importa la cosa; e la cosa è che il Vico espose una idea della poesia, che era a quei tempi, e doveva rimanere per un pezzo ancora, un'ardita e rivoluzionaria novità. Per- sisteva allora la vecchia idea praticistica o pedagogica, che dalla tarda antichità, attraverso il Medioevo, si era tra- piantata e radicata nel Rinascimento, della poesia come ingegnoso rivestimento popolare di sublimi concetti filoso- fici e teologici; e, accanto a questa, sebbene in grado mi- nore, l'altra che la considerava come prodotto o strumento di svago e di voluttà. Queste concezioni avevano alterato perfino il senso originale del trattato aristotelico della Poe- tica, nel quale venivano introdotte e poi lette come se effet- tivamente Aristotele le avesse pensate e scritte. Né il carte- sianismo le rettificò, ma piuttosto (com'era da aspettare, data la sua generale tendenza) attenuò e annullò l'oggetto me- desimo di quelle definizioni, come cosa di nessuno o di tra- scurabile valore. In un tempo in cui si cercava di ridurre a forma matematica la metafisica e l'etica, in cui si di- spregiava l'intuizione del concreto, si escogitavano una letteratura e una poesia atte a diffondere la scienza nel volgo o nel bel mondo, s'iniziavano tentativi per foggiare lingue artificiali logiche più perfette di quelle storiche e viventi, e perfino si teneva possibile di stabilire regole per comporre arie musicali senza essere musicisti e poemi senza essere poeti; — in codesto ambiente distratto, gelido, ne- mico, beffardo, solo un miracolo sembra potesse risvegliare IV. LA POESIA E IL LINGUAGGIO 49 una diversa e opposta coscienza, una coscienza calda e veemente di quel che sia veramente la poesia e della sua originale funzione; e questo miracolo fa compiuto dallo spirito tormentato, agitato e scrutatore di Giambattista Vico. Il quale criticò tutt' insieme le tre dottrine della poesia, come esornatrice e mediatrice di verità intellettuali, come cosa di mero diletto, e come esercitazione ingegnosa di cui si possa senza danno far di meno. La poesia non è sapienza riposta, non presuppone la logica intellettuale, non contiene filosofemi: i filosofi, che ritrovano que- ste cose nella poesia, ve le hanno ficcato dentro essi stessi, senza avvedersene. La poesia non è nata per capriccio di piacere, ma per necessità di natura. La poesia tanto poco è superflua ed eliminabile che, senza di essa, non sorge il pensiero: è la prima operazione della mente umana. L'uomo, prima di essere in grado di formare uni- versali, forma fantasmi; prima di riflettere con mente pura, avverte con animo perturbato e commosso; prima di arti- colare, canta; prima di parlare in prosa, parla in versi; prima di adoperare termini tecnici, metaforeggia, e il suo parlare per metafore è tanto proprio quanto quello che si dice « proprio ». La poesia, non che essere una maniera di divulgare la metafisica, è distinta e opposta alla meta- fìsica: l'una purga la mentp dai sensi, l'altra ve la im- merge e rovescia dentro; l'una è tanto più perfetta quanto più s'innalza agli universali, l'altra quanto più si appro- pria ai particolari; l'una infievolisce la fantasia, l'altra la richiede robusta; quella ci ammonisce di non fare dello spi- rito corpo, questa si diletta di dare corpo allo spirito; le sentenze poetiche sono composte di sensi e passioni, quelle filosofiche di riflessioni, che, usate nella poesia, la rendono falsa e fredda: non mai, in tutta la distesa dei tempi, uno stesso uomo fu insieme grande metafisico e grande poeta. Poeti e filosofi possono dirsi gli uni il senso, gli altri l'intel- B. Croce, La filosofia di Giambatlista Vico. 4 50 FILOSOFIA DEL VICO letto dell'umanità; e in tale significato è da ritenere vero il detto delle scuole che « niente è nell'intelletto che prima non sia nel senso ». Senza il senso, non si dà intelletto; senza poesia, non si dà filosofia né civiltà alcuna. Quasi più miracoloso di questa concezione della poesia è che il Vico intravedesse la qualità genuina del linguag- gio: problema non meglio risoluto e assai meno agitato e investigato dalla filosofia antica e nuova, fino a quel tempo. Il linguaggio si soleva, a volta a volta, o confon- derlo con la logicità o abbassarlo a semplice segno estrin- seco e convenzionale o, per disperazione, dichiararlo di origine divina. Il Vico intese che l'origine divina era, in questo caso, un rifugio da pigri, e che il linguaggio non è né logicità né arbitrio, e, al pari della poesia, non è pro- dotto né di sapienza riposta né di placito o convenzione. Il linguaggio sorge naturalmente: nella prima forma di esso, gli uomini si spiegarono « con atti muti », ossia per cenni, e « con corpi aventi naturali rapporti alle idee che volevano significare », ossia per oggetti simbolici. Ma, anche per i linguaggi articolati e per le lingue volgari, « con troppo di buona fede », cioè con iscarso accorgimento, è stato ricevuto da tutti i filologi che essi significhino a placito; laddove, per le anzidette origini, dovettero signi- ficare naturalmente, e ogni parola volgare cominciare cer- tamente da un singolo individuo di una nazione e prove- nire dal linguaggio primitivo per cenni e per oggetti. Nel latino, come nelle altre lingue, si osserva che quasi tutte le voci sono formate per proprietà naturali o per trasporti ; e il maggior corpo delle lingue tutte, presso tutte le na- zioni, è costituito dalla metafora. La diversa opinione de- riva dall'ignoranza dei grammatici, i quali, abbattutisi in gran numero di vocaboli che offrono idee confuse e indi- stinte, non sapendone le origini onde furono un tempo lumi- nose e distinte, escogitarono, per darsi pace, la dottrina IV. LA POESIA E IL LINGUAGGIO 51 della convenzione, e vi trassero Aristotele e Galeno, arman- doli contro Platone e Giamblico. La grave difficoltà, che si suole mettere innanzi contro l'origine naturale del lin- guaggio e in favore della convenzione, la diversità delle lingue volgari secondo i popoli, si scioglie col considerare che i popoli, per la diversità dei climi, temperamenti e costumi, guardarono le medesime utilità o necessità della vita sotto aspetti diversi, e perciò produssero lingue di- verse; com'è comprovato altresì dai proverbi, che sono massime di vita umana sostanzialmente identiche, eppure spiegate in tanti diversi modi quante sono state e sono le nazioni. Singolarmente importante è poi l'insistenza onde il Vico professa di avere ritrovato le vere origini delle lingue « nei principi della poesia ■»: con che viene, per una parte, riasserita l'origine spontanea e fantastica del linguag- gio, e dall'altra, se non per esplicito, certo per implicito, si tende a sopprimere la dualità di poesia e linguaggio. Nei quali principi della poesia il Vico ritrova non so- lamente l'origine delle lingue, ma anche quella delle let- tere o scritture, dichiarando errore di grammatici la separazione fatta tra le due origini, che sono congiunte per natura e che come tutt'una cosa si presentano nella lingua primitiva mutola, per cenni -e per oggetti. La sapienza ri- posta e la convenzione non hanno luogo neppure qui: i ge- roglifici non furono un ritrovato di filosofi per nascondervi dentro i misteri delle loro grandi idee, ma comuni e naturali necessità di tutti i primi popoli ; e solamente le scritture al- fabetiche nacquero tra i popoli già inciviliti per effetto di libera convenzione. In altri termini, il Vico viene a di- stinguere, sia pure in modo confuso, nelle cosi dette scrit- ture quella parte che è propriamente scrittura e perciò convenzione, dall'altra che è invece diretta espressione, e perciò linguaggio, favola, poesia, pittura. Caratteristica di queste scritture espressive o linguaggi è l'inseparabilità 52 FILOSOFIA DEL VICO del contenuto dalla forma; la loro ragione poetica è tutta qui: che la favola e l'espressione siano una cosa stessa, cioè una metafora comune ai poeti e ai pittori, sicché un mutolo senza espressione verbale possa dipingerla. Il Vico arreca in esempio di esse alcuni aneddoti tradizionali, come le cinque « parole reali » (la ranocchia, il topo, l'uccello, il dente d'aratro e l'arco da saettare), che Idantura, re degli Sciti, mandò in risposta a Dario che gli aveva inti- mato guerra; e l'apologo degli alti papaveri che re Tar- quinio svolse innanzi agli occhi dell'ambasciatore di suo tìglio Sesto circa il modo di domare Gabì: — procedi- menti espressivi non diversi da costumanze che si osser- vano ancora presso popolazioni selvagge e presso i volghi; — e poi, altresì, le imprese, le bandiere, gli emblemi delle medaglie e monete. Una frivola favoletta, che rimpiccio- lisce e calunnia l'ufficio vero delle imprese, narra come esse venissero inventate nei tornei di Germania, qual co- stume di galanteria, dai garzoni che gareggiavano per me- ritare l'amore delle nobili donzelle. Ma le imprese, nel Medioevo, furono cosa seria, come a dire la scrittura ge- roglifica di quell'età: un parlare muto, che suppliva la povertà dei parlari convenuti o delle scritture alfabetiche; e solamente più tardi, nei tempi colti, diventarono gioco e diletto, si convertirono in imprese galanti ed erudite, le quali bisogna animare coi motti, perché, ora, hanno signi- ficazioni solamente analoghe, laddove quelle primitive e naturali erano mutole e tuttavia parlavano senza bisogno d'interpetri. In questa schietta naturalità perdurano nei tempi colti alcune di tali forme espressive; per es., le inse- gne o bandiere, che sono una certa lingua armata, con la quale le nazioni, come prive di favella, si fanno inten- dere tra loro nei maggiori affari del diritto naturale delle genti, nelle guerre, alleanze e commerci. Cosi, al lume del concetto estetico pensato dal Vico, IV. LA POESIA E IL LINGUAGGIO 53 poesia, parole, metafore, scritture, simboli figurati, tutto si rischiara di lampi e dà guizzi di vita: cose grandi e cose piccole, l'epos e l'araldica. La dottrina delle forme fantastiche riceve un avviamento nuovo affatto nella storia delle idee ; perché se il Vico si oppone coi suoi concetti alle scuole del suo tempo e specie alla cartesiana, nem- meno poi annoda e ripiglia altra scuola o tradizione più o meno remota. Egli stesso sente la propria opposizione come diretta non contro una scuola particolare, ma contro tutte quelle che, nei secoli, avevano formolato dottrine sull'ar- gomento. Circa la poesia dice che egli « rovescia » tutto ciò che se ne era pensato da Platone e poi da Aristotele via via fino ai recenti Patrizzi, Scaligero e Castel vetro, i quali si perderono in inezie tali « che fa vergogna fin ri- ferirle » (il Patrizzi faceva nascere la poesia dai canti degli uccelli e dal sibilo dei venti!). Circa le lingue, il suo inten- dimento non era rimasto soddisfatto né da Platone né dai moderni Wolfango Lazio, Scaligero e Sanchez. Circa le let- tere, rifiutata l'origine divina che era sostenuta dal Mal- linkrot e da Ingevaldo Elingio, o (che valeva il medesimo) interpetratala a suo modo, dà saggio per iscandalo delle vane opinioni, incerte, leggiere, sconce, boriose e ridevoli, che le facevano provenire dai Goti e per essi da Adamo e dalla personale comunicazione di Dio, o più direttamente dal paradiso terrestre, o da un gotico Mercurio inventore. Circa le imprese, infine, osserva che i tanti che ne ave- vano composto trattati, non ne avevano inteso nulla, e, solo per caso e indovinando, lasciavano trapelare un seniore della verità col chiamarle « eroiche ». In realtà, sarebbe diffi- cile assegnare veri e propri precedenti ai concetti estetici vichiani, e tutt'al più si potrebbero ritrovarne vaghe sug- gestioni in certe sparse sentenze che egli raccoglie; qual- che stimolo più prossimo nelle dispute secentesche sulle differenze tra intelletto e ingegno, ragione e immaginativa, 54 FILOSOFIA DEL VICO dialettica e rettorica1; e qualche riscontro di particolari estrinseci, come nei ravvicinamenti fatti da qualche retore di quel tempo (il Tesauro) delle arguzie rettoriche parlate con le arguzie figurate. Senonché quei concetti, nati da cosi possente getto di originalità, non appena dai loro lineamenti generali si passi alle determinazioni particolari, dall'idea o ispirazione ori- ginaria agli svolgimenti effettivi, si vedono come turbarsi, ondeggiare, barcollare. Lasciamo da parte le varie succes- sive opinioni che il Vico tenne, e che si legano al processo storico del suo spirito, sulla poesia, sulla lingua o sulla me- tafora, — dalle orazioni accademiche e poi dal De ratione e dal De antiquissima al Diritto universale, e ancora da que- sto alla prima, e dalla prima alla seconda Scienza nuova: — indagine che potrebbe porgere argomento a un'apposita dis- sertazione e che non entra nel quadro della nostra esposi- zione. Ma, anche nella forma ultima del suo pensiero este- tico, coesistono dottrine contradittorie. Egli non sta pago a dire, come ha detto, che la forma poetica è la prima opera- zione della mente, che essa è costituita da sensi di passione, è tutta fantastica, priva di concetti e di riflessioni; ma ag- giungerà che la poesia, diversamente dalla storia, rappre- senta il vero nella sua idea ottima, e compie perciò quella giustizia e attribuisce quel premio e quella pena che spetta a ciascuno e che non sempre si ottiene nella storia, dominata sovente dal capriccio, dalla necessità e dalla for- tuna. Dirà ancora che la poesia ha per suo fine l'anima- zione dell'inanimato, essendo il più sublime lavoro di essa indirizzato a dare vita e senso alle cose insensate. Dirà che la poesia non è altro che imitazione, e che i fan- ciulli, i quali valgono assai nell' imitare, sono poeti, e che i popoli primitivi, fanciulli del genere umano, furono in- 1 Si veda il capo 3.o della parte storica della mia Estetica. IV. LA POESIA E IL LINGUAGGIO 55 sieme sublimi poeti. Dirà che la poesia ha per propria ma- teria l'impossibile credibile, com'è impossibile che i corpi siano menti e pure fu creduto che il cielo tonante fosse Giove, onde i poeti non si esercitarono in altro mag- giormente che nel cantare i prodigi compiuti dalle maghe per opera d'incantesimi. Dirà che la poesia è nata da ino- pia, ossia che è un effetto d'infermità dello spirito; per- ché l'uomo rozzo e di debole cervello, non potendo sod- disfare il bisogno che prova del generale e dell'univer- sale, foggia a sostituzione i generi fantastici, gli uni- versali o caratteri poetici; e che, per conseguenza, il vero dei poeti e il vero dei filosofi sono lo stesso, questo astratto e quello rivestito d'immagini, questo una meta- fisica ragionata e quello una metafisica sentita e immagi- nata, confacente all'intendimento popolaresco. Parimente da inopia, cioè dall'incapacità ad articolare, sarebbe nato il canto, e perciò i muti e gli scilinguati escono in suoni che sono canti; e dall'incapacità a significare le cose in modo proprio, le metafore. Dirà, infine, che lo scopo della poesia è d'insegnare al volgo l'operare virtuosa- mente. — In questi detti sono accennati i più diversi concetti sulla poesia, alcuni conciliabili con la dottrina fondamentale, ma proposti senza mediazione e perciò ef- fettivamente non conciliati; altri, affatto inconciliabili. Il Vico potrebbe essere, a volta a volta, sul fondamento di singoli testi, presentato come sostenitore dell'estetica mo- ralistica, pedagogica, astratta e tipeggiante, mitologica, animistica, e via discorrendo. E se non ricasca nelle vec- chie teorie che egli aborriva, e se non si dissipa tra gli er- rori nuovi che precorreva, si deve al fatto che su tutte quelle varietà e incoerenze sormonta costante il pensiero che la poesia è la prima forma della mente, ante- riore all' intelletto e libera da riflessione e ra- ziocini. 56 FILOSOFIA DEL VICO Come non seppe, valendosi del suo principio capitale, sceverare e accorciare gli altri che circa la natura della poesia esistevano nella tradizione scientifica o erano stati da lui escogitati, cosi non riusci a liberarsi dalla tirannia delle classificazioni empiriche, vecchie e nuove. In cambio, si sforzò di filosofarle, e tentò di dedurre serialmente le di- verse forme della poesia, epica lirica drammatica; del verso e del metro, spondaico giambico prosastico ; del parlare figurato, metafora metonimia sineddoche ironia; delle parti del discorso, onomatopee interiezioni pronomi particelle nomi verbi, modi e tempi del verbo (al qual proposito ri- chiama perfino un caso di afasia da lui osservato in Napoli in persona di « un uomo onesto tócco da grave apoplessia, il quale mentova nomi e si è dimenticato affatto de' verbi ») -r delle scritture, geroglifiche simboliche alfabetiche; delle lingue secondo la loro crescente complessità, che va dalle parole monosillabiche alle composte e dalla prevalenza di vocali e dittonghi alla prevalenza delle consonanti. In que- sti tentativi disseminò dappertutto interpetrazioni nuove e parzialmente vere di fatti particolari; ma non giunse, e non poteva, a sistemazione scientifica. E neppure vide chiaro nella relazione della poesia con le altre arti, che talora unificò con quella, come quando considera intrinse- camente identiche pittura e poesia, e viene notando ana- logie tra la poesia e la pittura del Medioevo; e, tal'altra, stranamente separò, come quando pretende che la delica- tezza delle arti sia frutto delle filosofie e che delicatissime siano pittura, scultura, fonderia e intaglio, perché debbono astrarre le superficie dai corpi che imitano. Queste incoerenze ed errori, che abbiamo passati in rapida rassegna, se in parte derivano da scarsa capacità di distinzione e di elaborazione, per un'altra e maggiore parte si riportano più direttamente al già chiarito vizio fondamentale che è nella strattura della Scienza nuova ^ IV. LA POESIA E IL LINGUAGGIO 57 e qui, propriamente, allo scambio fatto dal Vico tra il con- cetto filosofico della forma poetica dello spirito e il concetto empirico della forma barbarica della civiltà,. « Talché (egli stesso dichiara) questa prima età del mondo si può dire con verità tutta occupata d'intorno alla prima operazione della mente ». Ma la prima età del mondo, essendo costituita da uomini in carne ed ossa e non da categorie filosofiche, non potè essere occupata intorno a una sola operazione della mente. Quest'una poteva, come si suol dire, prevalere (e la parola stessa scopre il carat- tere quantitativo e approssimativo del concetto); ma tutte le altre dovevano essere in atto insieme con lei, la fantasia e l'intelletto, la percezione e l'astrazione, la volontà e la moralità, il cantare e il numerare. A siffatta evidenza il Vico non poteva sottrarsi, epperò in quella fase di civiltà introdusse non solo il poeta, ma anche il teologo, il fisico, l'astronomo, il pater familias , il guerriero, il politico, il le- gislatore ; senonché le attività di tutti costoro volle consi- derare e chiamare poetiche, con metafora tratta dall'as- serita prevalenza della forma fantastica dello spirito, e il complesso di esse sapienza poetica. Il carattere meta- forico della denominazione è accusato, o balza agli occhi, in alcuni luoghi caratteristici; come dove le « arti », ossia le arti meccaniche, produttrici pratiche di oggetti per gli usi della vita, sono definite « poesie in certo modo reali », e l'antico diritto romano, per l'abbondanza delle formolo e cerimonie onde si riveste, è detto « poema drammatico serio ». Ma le metafore sono pericolose, quando, come nel caso della Scienza nuova, trovano terreno favorevole alla loro conversione in concetti; e, infatti, l'età storica, bar- barica, metaforeggiata come sapienza poetica, non tardò a trasformarsi, presso il Vico, nell'età ideale della poe- sia, conferendo a quest'ultima tutte le proprie attribu- zioni. Colà erano teologi, e la poesia fu considerata dal 58 FILOSOFIA DEL VICO Vico come teologia, sebbene fantastica; educatori, e fu fatta educatrice, sebbene di volgo; sapienti di cose fisiche, e fu fatta sapienza, sebbene di fisica immaginaria. E poi- ché quei barbari non potevano non pensare per concetti, rozzi che questi fossero e involti nelle immagini, i fanta- smi della poesia, individuati, singolarizzati, le sentenze di essa sempre corpulente, si falsificarono in universali fanta- stici, che sarebbero qualcosa di mezzo tra l'intuizione, che è individualizzante, e il concetto, che universalizza : la poe- sia, che doveva rappresentare il senso, lo schietto senso, rap- presentò invece il senso già intellettualizzato, e il detto che niente si trova nell'intelletto che non sia già nel senso, acquistò il significato che l'intelletto è il senso stesso, schiarito, o il senso l'intelletto stesso, confuso; onde non si ebbe più bisogno dell'aggiunta cautela: « nìsi intellectus ipse •». Per converso, la civiltà barbarica divenne come una mitologia o allegoria della ideale età poetica; e i primi popoli furono trasformati in moltitudini di « sublimi poeti » ; come poeti furono fatti (nella ontogenesi corri- spondente a tale filogenesi) perfino i fanciulli. Il concetto dell'universale fantastico come anteriore all'universale ragionato concentra in sé la duplice contradizione della dot- trina; perché all'elemento fantastico dovrebbe essere con- giunto in quella formazione mentale l'elemento dell'univer- salità, il quale, per sé preso, sarebbe poi un vero e proprio universale, ragionato e non fantastico: donde una petitio principii, per la quale la genesi degli universali ragionati, che dovrebbe essere spiegata, viene presupposta. E, d'altro canto, se l'universale fantastico s' interpetrasse come purifi- cato dell'elemento universale e logico, cioè come mero fanta- sma, la coerenza si ristabilirebbe certamente nella dottrina estetica ; ma la sapienza poetica o civiltà barbarica verrebbe mutilata di una parte essenziale del suo organismo, perché privata di ogni sorta di concetti, e, per dir cosi, disossata. IV. LA POESIA E IL LINGUAGGIO 59 Per risolvere la contradizione conveniva dissociare poe- sia e sapienza poetica; del che, in verità, s'incontra qual- che accenno presso il Vico. Egli confessa talvolta, quasi involontariamente, la non corrispondenza tra la categoria filosofica e il tipo sociale, e per quest'ultimo è costretto a ricorrere ai « press'a poco », e ai « più o meno ». Gli ac- cade di dire, per es., che gli uomini primitivi erano « nulla o assai poco ragione e tutti robustissima fantasia », « quasi tutti corpo e quasi niuna riflessione » ; ovvero, dopo avere distinte con filosofiche pretese tre lingue degli dèi, degli eroi e degli uomini, osserverà che « la lingua degli dèi fu quasi tutta muta e pochissimo articolata; la lingua degli eroi mescolata egualmente di articolata e di muta; la lingua degli uomini quasi tutta articolata e pochissimo muta ». La favella poetica (ammette ancora) sopravvive alla sapienza poetica e scorre per lungo tratto dentro il tempo istorico o età civile, come (dice con magnifica immagine) « i grandi rapidi fiumi si spargono molto den- tro il mare e serbano dolci l'acque portatevi con la vio- lenza del corso ». Anche nei tempi moderni non si può dismettere il parlare fantastico, e « per ispiegare i lavori della mente pura ci han da soccorrere i parlari poetici per trasporti de' sensi ». La poesia non sembra che sia finita con la fine della barbarie, perché pur nei tempi civili sorgono poeti; e che quelli della prima epoca fos- sero fantastici per natura, e i nuovi tali si facciano per arte ed industria — ossia, come il Vico vuole, con lo sforzarsi di perdere memoria delle parole proprie, di pur- garsi delle filosofie, di riempirsi la mente di pregiudizi fanciulleschi o volgari, di rimettere la mente in ceppi co- stringendosi, tra l'altro, all'uso della rima, — queste restri- zioni, del resto facilmente confutabili, si affaticano invano a sminuire l'importanza del fatto riconosciuto: che la poesia è di tutti i tempi, e non di quello solo barbarico; è 60 FILOSOFIA DEL VICO una categoria ideale e non un fatto storico. Ma le restri- zioni anzidette, come la rarità e la timidezza degli accenni ricordati, provano che il Vico non era in grado di eseguire la dissociazione tra poesia e sapienza poetica, impeditone dall' ibridismo del concetto e del metodo stesso della Scienza nuova. Se, per altro, l'idea della poesia come pura fantasia, nonostante tutte le confusioni e incoerenze nelle quali si avvolge, non fosse rimasta salda nel fondo del pensiero del Vico, e non avesse operato, per cosi dire, nel sotto- suolo della Scienza nuova, non sarebbe agevole, né forse possibile, intendere la concezione capitale che domina la sua filosofia dello spirito, e che è strettamente legata con quell'idea. Diciamo, la concezione dello spirito come svi- luppo, o, per adoperare la terminologia propria del Vico, come corso o spiegamento: concezione la quale, pur senza espressa contrapposizione, superava quella ordinaria, limitantesi quasi esclusivamente a enumerare e classificare le facoltà dello spirito. La dottrina degli universali fanta- stici come spontanee formazioni mentali, universali rozzi ma forniti di un motivo di vero, era certamente bastevole come strumento per debellare l'empirica teoria che faceva sorgere le civiltà da un'alta e ragionata saggezza ordina- trice, opera personale di Dio o di uomini sapienti, sorti non si sa come e piovuti non si sa donde. Il Vico poneva chiaro il dilemma delle due e non più guise di spiegare l'origine della civiltà: o nella riflessione di uomini sa- pienti, ovvero in un certo senso e istinto umano di uo- mini bestioni; e si risolveva per la seconda ipotesi, per i « bestioni » che via via si erano fatti uomini ; cioè per il pensiero che si evolve dall'universale fantastico a quello ragionato, per l'assetto sociale che procede via via dalla forza all'equità. Ma era quella concezione bastevole per fon- dare la storia ideale o filosofia dello spirito? Nella fi- IV. LA POESIA E IL LINGUAGGIO 61 losofia dello spirito, essa si sarebbe tradotta in qualcosa di simile, se non d'identico, alla dottrina che, per effetto del cartesianismo e anche di una certa tal quale rinascita che ebbe la scolastica di Duns Scotus, correva ai tempi del Vico, e secondo cui la vita dello spirito si esplicava nei gradi successivi del concetto oscuro, confuso, chiaro e distinto: il Leibniz, com'è noto, fece argomento di speciale studio le percezioni oscure e confuse, le « petltes perceptions ». Dottrina nel suo intrinseco intellettualistica, perché i concetti, confusi e oscuri che fossero, erano pur sempre concetti; e impotente perciò a dare ragione, nonché della poesia, neppure delio sviluppo spirituale, che non può intendersi, nella sua dialettica quando sia costi- tuito di differenze meramente quantitative, le quali, in realtà, non sono differenze ma identità e perciò immobi- lità; e, infatti, tutto quell'indirizzo fa, insieme, antieste- tico e statico, privo di una vera dottrina della fantasia e di una vera dottrina dello sviluppo. Il pensiero del Vico ò, invece, avverso all'intellettualismo, simpatico alla fanta- sia, tutto dinamico ed evolutivo; lo spirito è, per lui, un eterno dramma; e, poiché il dramma vuole tesi e antitesi, la sua filosofia della mente è impiantata sull'antinomia, cioè sulla reale distinzione e opposizione di fantasia e pen- siero, poesia e metafisica, forza ed equità, passione e mo- ralità, per quanto egli sembri talvolta, per le ragioni già note, disconoscerla o, piuttosto, per quanto venga talvolta a ingarbugliarla con indagini e dottrine empiriche e con determinazioni storiche. La forma semifantasticà del conoscere (Il mito e la religione) A, .nche la dottrina del Vico sul mito, se è non meno originale e profonda di quella circa la poesia, non è del tutto limpida, perché le relazioni tra poesia e mito sono cosi strette che l'ombra gettata sull'una deve necessaria- mente stendersi in qualche modo sull'altro. Proseguendo a indagare, come abbiamo fatto sin qui e faremo sempre nel séguito, lo stato delle cognizioni ai tempi del Vico secondo le varie discipline e problemi che egli prese a trattare, ricorderemo in breve, circa gli studi sulla mitologia, come tra il Cinque e il Seicento non so- lamente si mettessero insieme grandi compilazioni lette- rarie di miti (delle quali già aveva dato esempio, nel Tre- cento, il Boccaccio), ma venissero dottamente propugnate le due teorie esplicative già note all'antichità classica e non ignote del tutto al Medioevo : la teoria del mito come allegoria di verità filosofiche (morali, politiche evia discor- rendo), e quella del mito come storia di personaggi effet- tivamente esistiti e di avvenimenti accaduti, adornate dal- l'immaginazione che divinizzava gli eroi (evemerismo). L'allegorismo ispirava, tra l'altre, l'opera di Natale Conti, MythologicB sive explanationis fabularum libri decerti (1568) 64 FILOSOFIA DEL VICO e il De sapientia veterum (1609) del Bacone ; dove, per altro, quel sistema era proposto non senza qualche dubbio e con la espressa cautela che, se anche non valesse come interpe- trazione storica, avrebbe potuto sempre mantenere il suo valore di moralizzazione (aut antiqultatem illustrabimus aut res ipsas). Il neoevemerismo era rappresentato autore- volmente da Giovanni Ledere (Clericus), l'erudito gine- vrino-olandese verso cui tanta reverenza e gratitudine ebbe a professare il Vico per aver degnato di attenzione il suo Diritto universale, e del quale fece epoca, in materia mito- logica, l'edizione della Teogonia esiodea; lo segui tra gli altri il Banier, autore del libro: Les fables expllquèes par l'histoire (1735). Un terzo sistema, anch'esso non senza qual- che precedente antico, derivava i miti da popoli partico- lari, dagli egiziani o dagli ebrei, ovvero dall'opera di sin- goli filosofi e poeti inventori; e, quando non si risolveva in una pura e semplice ipotesi storica sulla formazione di alcuni o di tutti i miti trasmessi dall'antichità o non si riportava alla rivelazione divina, è chiaro che implicava la teoria che il mito sia non già una forma eterna, ma un contingente prodotto dello spirito, il quale, com'è nato una volta, cosi possa morire o sia già morto. Il Vico si oppone risolutamente alla prima e alla terza scuola, all'allegorismo e alla dottrina della derivazione storica; e ricorda, perla prima, il trattato baconiano dal quale aveva tratto incentivo a meditare sull'argomento, ma ch'egli giudicava « più ingegnoso che vero » ; e per l'altra scuola, considerante i miti come storie sacre alte- rate e corrotte dai gentili e in particolare dai greci, il De theologla gentili (1642) del Vossio, la Demonstratio evan- gelica (1679) di. Daniele Huet, e il Phaleg et Canaan del Bochart. I miti o favole non contengono sapienza riposta, cioè concetti ragionati, avvolti consapevolmente nel velo della favola; e perciò non sono allegorie. L'allegoria im- V. IL MITO E LA RELIGIONE 65 porta che si abbia, da una parte, il concetto o significato, dall'altra la favola o involucro, e tra le due cose l'artifizio che le fa stare insieme. Ma i miti non si possono scindere in questi tre momenti, e neppure in un significato e un si- gnificante: i loro significati sono univoci. Importa altresì, -quella teoria, che chi crede al contenuto, non creda alla forma ; ma i creatori dei miti dettero ingenua e piena fede •a quelle loro creazioni; e fintasi, per es., la prima favola divina, la più grande di quante mai se ne finsero in ap- presso, Giove re e padre degli dèi e degli uomini in atto di fulminante, essi stessi che se lo finsero lo credettero, e con ispaventose religioni lo temerono, riverirono e os- servarono. Il mito, insomma, non è favola ma storia, quale possono formarsela gli spiriti primitivi, e da questi è seve- ramente tenuta come racconto di cose reali. I filosofi che sorsero posteriormente, servendosi dei miti per esporre in modo allegorico le loro dottrine, ovvero illudendosi di ri- trovarvele per quel senso di riverenza che si porta all'anti- chità tanto più venerabile quanto più oscura, ovvero sti- mando comodo di giovarsi di tale espediente per i loro fini politici, — e cosi Platone omerizzando e, nel tratto stesso, platonizzando Omero; — resero i miti favole, quali in origine non erano e intrinsecamente non sono. Onde è da dire che filosofi e mitologi furono piuttosto essi i poeti che immaginarono tante strane cose sulle favole, laddove i poeti o creatori primitivi furono i veri mitologi e intesero narrare cose vere dei loro tempi. — Per la me- desima ragione, ossia per essere i miti parte essenziale della sapienza poetica o barbarica, e come tale spontanei in tutti i tempi e luoghi, non si può attribuirli a un sin- golo popolo che li avrebbe inventati e dal quale si sareb- bero trasmessi agli altri, quasi ritrovato particolare di uomini particolari od oggetto di rivelazione. Codesta dottrina, superante l 'allegorìe mò e lo storici- B. Croce, La filosofìa di Giambattista Vico. 5 66 FILOSOFIA DEL VICO srao, è un altro aspetto della rivendicazione che il Vico compi delle forme conoscitive alogiche contro l' intellet- tualismo, il quale le negava appunto col presentarle ora come forme artificiali ora come prodotti accidentali o do- vuti a cause soprannaturali. Né sembra accettabile l'opi- nione che aggrega il Vico all'indirizzo neoevemeristico, da lui in verità non combattuto espressamente e verso il quale presenta anche, se si vuole, alcune superficiali somiglianze, ma insieme con le somiglianze questa radicale diversità: che per lui le favole non sono alterazioni di storie reali né si riferiscono di necessità a individui reali, ma sono intrinsecamente verità storica, nella forma che la verità storica suol prendere nelle menti primitive. Altra più precisa determinazione circa la natura del mito il Vico non dà né poteva, appunto perché essendo in lui ondeggiante il concetto stesso della poesia, egli non era in grado di segnare i limiti tra le due forme. Parlò, in ge- nere, di poesia e di mito come di cose distinte, ma non fermò la distinzione. Eppure, il Vico si era bene imbattuto nel concetto che porge quel criterio distintivo, e l'aveva enunciato; senonché, in cambio di valersene per la dottrina del mito, ne aveva fatto una o alcune delle sue parecchie definizioni della poesia. Quel carattere poetico, quell'u- niversale fantastico che, introdotto nell'estetica come principio esplicativo della poesia, dà origine a tante insupe- rabili difficoltà, è invece, per l'appunto, la definizione del mito, e come tale fornisce alla scienza della mitologia il vero principio che le bisogna. Se il concetto del compiere grandi fatiche pel comune vantaggio non si sa staccare dall'immagine di un uomo particolare che abbia compiuto alcuna^ di quelle fatiche, quel concetto diventa il mito, per es., di Ercole; ed Ercole è insieme un individuo che fa azioni individuali e uccide l'idra di Lerna e il leone nemeo o lava le stalle di Augia, ed è un concetto; come V. IL MITO E LA RELIGIONE 67 il concetto dell'operosità utile e gloriosa è un concetto ed è, insieme, Ercole: è un universale e un fantasma: un uni- versale fantastico. Anche quel sublime lavoro., che il Vico diceva proprio della poesia, di dare vita alle cose inanimate, spetta non propriamente alla poesia ma al mito. Il quale, incorporando i concetti in immagini, ed essendo le immagini sempre qualcosa d'individuale, viene ad atteggiarli come esseri vi- venti. Cosi gli uomini primitivi, che non conoscevano la cagione del fulmine e perciò non ne possedevano la defi- nizione fisica, erano tratti, miteggiando, a concepire il cielo come un vasto corpo animato, che — a somiglianza di essi medesimi quando erano in preda alle loro violentissime passioni, urlando, brontolando, fremendo, — parlasse e vo- lesse dire qualche cosa. E del mito e non della poesia si deve riconoscere l'origine nell' «inopia», nella debolezza della mente e nella sua inadeguazione ai problemi che vuole risolvere, nella incapacità a pensare per universali ragionati e a esprimersi con termini propri, onde sorgono gli universali fantastici e le metonimie e le sineddoche e ogni sorta di metafore. Le contradizioni, notate da noi nel- l'universale fantastico e che lo rendono inadatto a fondare la dottrina estetica, stanno perfettamente a posto nella dot- trina del mito; il quale è, per l'appunto, questa contradi- zione: un concetto che vuol essere immagine e un'imma- gine che vuol essere concetto, e perciò un'inopia, anzi un'impotenza potente, un contrasto e una transizione spiri- tuale, dove il nero non è ancora e il bianco muore. Infine, la sapienza poetica, cioè la teologia, fisica, cosmografia, geografia, astronomia e tutto il complesso delle restanti idee e credenze dei popoli primitivi, esposte dal Vico, erano effettivamente mito e non, come egli dice, poesia, per la buona ragione ch'egli stesso adduce che quelle erano le loro storie; e la poesia è poesia e non istoria, neppure 68 FILOSOFIA DEL VICO più o meno fantasticata. Poesia, i poemi omerici in quanto esprimevano i sentimenti e le umane aspirazioni della gre- cità; storia, gli stessi poemi omerici, in quanto erano can- tati e ascoltati come racconti di fatti realmente accaduti : due forme di prodotti spirituali che, se sembrano mate- rialmente raccogliersi in una stessa opera, non per ciò s'identificano. Tutto questo il Vico vede e non vede, o, meglio, ora intravede e ora travede e perciò non si può dire che riesca a determinare veramente la distinzione e a risolvere il pro- blema dei rapporti tra mito e poesia. Un altro importante e ancora assai dibattuto problema della scienza mitologica, se cioè il mito sia filosofia o storia, potrebbe credersi, in- vece, da lui risoluto in modo netto; perché egli ripete molte volte che i miti contengono sensi storici, e non già filo- sofici, dei popoli primitivi; ma, in realtà, ove si faccia bene attenzione, si scorge che egli, nonché risolverlo, non se lo propone neppure. I sensi storici, che il Vico assevera, sono contrapposti non propriamente ai sensi filosofici in ge- nere, ma « ai sensi mistici di altissima filosofia » e ai « sensi analogi», che i mitologi da lui criticati vi ritrovavano; cioè, da una parte ripetono la critica all'allegorismo e, dall'altra, combattono quel cattivo modo d'interpetrazione storica che trasferisce idee e costumi moderni ai popoli an- tichi. La sua teoria si concilia, a dir vero, alla pari con quella che avvicina il mito alla filosofia, e con l'altra che l'avvicina alla storia; con l'eclettica che ammette entrambi gli elementi, e con la speculativa, che li ammette altresì entrambi ma perla ragione che filosofia e storia, cosi in sé medesime come nel mito, costituiscono, in fondo, una cosa sola e indivisibile. Come « inopia », il mito deve essere superato. La mente umana — che agogna naturalmente di unirsi a Dio donde ella viene, cioè al vero Uno, e che non potendo per la V. IL MITO E LA RELIGIONE 69 esuberante natura sensuale dell'uomo primitivo esercitare la facoltà, sepolta sotto i loro sensi troppo vigorosi, di astrarre dai subietti le proprietà e le forme universali, si era finta le unità immaginarie, i generi fantastici o i miti, — nel suo successivo spiegarsi o esplicarsi risolve via via i generi fantastici in generi intelligibili, gli universali poe- tici in ragionati, e si libera dai miti. L'errore del mito passa cosi nella verità della filosofia. Il Vico conosce e ado- pera un concetto dell'errore, dell'errore propriamente detto, nascente dalla volontà e non dal pensiero, il quale quanto a sé non erra mai (mens enim semper a vero urgetur quia nunquam aspectu amittere possumus Deum) ; dell'errore che consiste in vuote parole arbitrariamente combinate (verbo, autem scepissime veri vini voluntate mentientis eludimi oc mentem deserunt, immo nienti vim faciunt et Dea obsistunt); dell'errore, insomma, che, per adoperare la sua efficace de- scrizione, si ha quando gli uomini « mentre con la bocca dicono, non hanno nulla in lor mente, perocché la lor mente è dentro il falso, che è nulla ». Ma sa anche che l'errore non è mai del tutto errore, appunto perché, non potendosi dare idee false e consistendo il falso soltanto nella sconcia combinazione delle idee, in esso è sempre il vero, e ogni favola ha qualche « motivo di verità ». Perciò, lungi dal disprezzare le favole, ne riconosce il valore quasi di embrione del sapere riposto o della filosofia che si svol- gerà poi. I poeti (ossia, nel nuovo significato che assume nel Vico questa parola, i creatori dei miti) sono il senso (cioè, nel nuovo significato, la filosofia rudimentale e imperfetta); e i filosofi sono l'intelletto dell'umanità (vale a dire, la fi- losofia più compiuta, che nasce dalla precedente). L'idea di Dio si evolve a poco a poco dal Dio, che colpi la fan- tasia dell'uomo isolato, al Dio delle famiglie, divi paren- tum, al Dio della classe sociale o della patria, divi patrii, al Dio delle nazioni, fino a quel Dio « che a tutti è Giove », 70 FILOSOFIA DEL VICO al Dio dell'umanità. Le favole destarono Platone a inten- dere le tre pene divine, che gli dèi solamente, e non gli uomini, possono infliggere: l'oblio, l'infamia e il rimorso; il passaggio per V Inferno gli suggerì il concetto della via purgativa onde l'anima si purifica dalle passioni, e l'ar- rivo agli Elisi quello della via unitiva onde la mente va ad unirsi a Dio per mezzo della contemplazione delle eterne cose divine. Dalle somiglianze e metafore dei poeti Esopo trasse gli esempì e gli apologi con cui dette i suoi avvisi ; e dall'esempio, che si fonda sopra un caso solo e soddisfa le menti rozze, si svolge l'induzione, che si vale di più casi simili, quale l'insegnò Socrate con la dialettica, e suc- cessivamente il sillogismo, che Aristotele scoperse e che non regge senza un universale. Le etimologie delle parole svelano le verità intraviste dai primi uomini e deposte nel loro linguaggio; per es., ciò che i filosofi moderni con gravi ragioni hanno dimostrato, che i sensi fanno essi le qualità chiamate « sensibili » , è già adombrato nella parola « olfa- cere » della lingua latina, che implica il pensiero che l'odo- rato « faccia » l'odore. Il Vico attribuisce tanta importanza a questa connessione tra universali poetici e universali ra- gionati, tra mito e filosofia, da essere tratto ad affermare che le sentenze dei filosofi, le quali non trovino precedente e riscontro -nella sapienza poetica e volgare, debbano es- sere errate. Anzi, è questo un altro significato che egli assegna talvolta al rapporto tra filosofia e filologia : di una conferma reciproca tra sapienza volgare e sapienza riposta, conciliate entrambe nell'idea di una filosofia perenne dell'umanità. Con la teoria del mito e del rapporto di esso con la filosofia il Vico ha dato, tutt' insieme, la sua teoria della religione e del rapporto tra religione e filosofia. Due pensieri circolano, a questo proposito, per entro la Scienza nuova: l'uno, che la religione nasca, nella fase della debo- V. IL MITO E LA RELIGIONE 71 lczza e dell'incultura, dal bisogno mentale di dare pace alla curiosità e d'intendere in qualche modo le cose della natura e dell'uomo (di spiegare, per es., il fulmine); — l'altro, che la religione s'ingeneri negli animi pel terrore di colui che minaccia fulminando. E si potrebbero chia- mare le due teorie, dell'origine teoretica e dell'origine pratica della religione; e poiché, conformemente alle dottrine del Vico, l'uomo è nient'altro che intelletto e vo- lontà, è chiaro come, fuori di queste due origini, la reli- gione non possa averne altre. Ora, lasciando da parte la religione nel significato pratico (della quale si discorrerà più innanzi), la religione nel significato teoretico che cosa è altro se non l'universale fantastico, l'animismo poetico, il mito? A essa si lega quell'istituto che il Vico chiama la divinazione, il complesso dei metodi coi quali si racco- glieva e interpetrava la lingua di Giove, le parole reali, i segni e cenni del Dio, finto nell' universale fantastico e creato dall'immaginazione animatrice. E come dal mito procede la scienza e la filosofia, cosi, parimente, dalla di- vinazione la conoscenza delle ragioni e cause, la previsione filosofica e scientifica. Il Vico, a questo modo, si liberava dal pregiudizio che cominciava a prevalere al suo tempo (si ricordino la storia degli oracoli antichi del Van Dale, resa popolare dal Fon- tenelle, e il libro già citato del Banier), e tanta efficacia ebbe per un secolo ancora, delle religioni come « impo- stura d'altrui », quando erano invece (egli dice) nate da « propria credulità ». Colui che non ammetteva l'origine artificiale dei miti, non poteva ammetterla neppure delle religioni. Ma come egli rifiutava altresì l'origine sopranna- turale o rivelata dai miti, cosi nello stesso atto pronun- ziava né più né meno che l'origine naturale, anzi umana, delle religioni; e, quel che più specialmente è da notare, la riponeva in una forma inadeguata dello spirito, nella 72 FILOSOFIA DEL VICO forma semifantastica, che è il mito. Né bisogna fare caso- di qualche suo breve detto incidentale, che sembra in con- trasto con questa teoria; come là dove dice che la religione precede non solo le filosofie ma il linguaggio stesso, il quale suppone la coscienza di qualcosa di comune tra gli uomini: equivoci derivanti dalla solita perplessità metodica e da abito di poca chiarezza. L'identificazione della religione coL mito, e l'origine umana delle religioni, non solo è insisten- temente espressa, ma è essenziale a tutto il sistema del Vico. Origine umana, che non esclude, nelle parole di lui, un diverso concetto di religione: la religione rivelata, e per- ciò di origine soprannaturale. Egli, infatti, pone sempre, da un canto, la teologia poetica, che è mitologia, e la teologia naturale, che è metafisica o filosofia; e, dal- l'altro, la teologia rivelata. Ma quest'ultimo concetto è ammesso da lui, non perché si leghi ai precedenti e tutti derivino da un principio comune, si bene semplicemente perché il Vico afferma gli uni e afferma l'altro. L'origine umana, la teologia poetica, di cui è séguito la teologia me- tafisica, è quella che vale per l'umanità gentilesca, ossia per l'umanità intera, fatta eccezione del popolo ebreo che è privilegiato dalla rivelazione. Per quali motivi il Vico serbasse questo dualismo, e sopra quali contradizioni pun- genti fosse a cagione di esso costretto ad adagiarsi, anche questo si vedrà più oltre, e a suo luogo. Ma appunto per- ché quel dualismo rimase in lui senza mediazione, noi dobbiamo, esponendo il suo pensiero, tenere fermo cia- scuno dei due termini del dualismo, e, per ora, l'ori- gine meramente umana: la religione quale prodotto del bisogno teoretico dell'uomo giacente in condizioni di rela- tiva povertà mentale. Concetto che ha rapporti solamente indiretti con quello bruniano della religione come cosa ne- cessaria alla moltitudine rozza e poco sviluppata, e con quello campanelliano della religione naturale o perpetua, V. IL MITO E LA RELIGIONE 73 eterna filosofia razionale coincidente col cristianesimo spo- gliato dai suoi abusi; e che ha rari e deboli riscontri ne- gli scrittori del tempo, i quali, anche quando vi accennano di passaggio, l'intendono in modo superficiale e lo presen- tano senza nessuna coerenza con le altre loro idee : bat- tono sulla religione in quanto ignoranza e trascurano la sapienza di quella ignoranza, la religione come verità. VI La coscienza morale JLie altre dottrine del Vico di ragion teoretica, cioè di logica della filosofia, delle scienze fisiche e matemati- che e delle discipline storiche, sono state già esposte nel- l 'esporre la sua gnoseologia, e si desumono quasi tutte dai primi scritti, perché nella Scienza nuova la fase della « mente tutta spiegata » appare, più che altro, come un limite della ricerca. Soltanto giova notare che il Vico tocca altresì il problema del rapporto tra poesia e storia, ma, sempre a causa dell' indistinzione tra filosofia e scienza so- ciale, non gli riesce di risolverlo pienamente. Sotto un aspetto, sembra a lui che la storia sia anteriore alla poe- sia, perché questa, dice, presuppone la realtà e contiene una «imitazione di più»; sotto un altro aspetto, che la poesia costituisca la forma prima, perché presso i popoli primitivi la loro storia è la loro poesia e i primi storici sono i poeti. A ogni modo, egli insiste sull'elemento poe- tico, intrinseco alla storia; e di Erodoto, padre della greca storia, osserva che non solo i libri di lui sono ripieni la più parte di favole, ma « lo stile ritiene moltissimo dell'o- merico, nella qual possessione si sono mantenuti tutti gli storici che sono venuti appresso, i quali usano una frase mezza tra la poetica e la volgare »: « verba ferme poStarum », come ripete altrove facendo suo un detto di Cicerone. 76 FILOSOFIA DEL VICO Né si trovano svolti particolarmente nel Vico i rapporti fra teoria e pratica, intelletto e volontà, benché dapper- tutto egli suggerisca il pensiero generale che come in Dio intelletto e volontà coincidono, similmente nell'uomo, im- magine di Dio ; onde la mente o spirito non è divisa in un pensiero e in una volontà, in un pensiero che proceda per un verso e in una volontà che proceda per un altro, ma pensiero e volontà si compenetrano e formano un tutto solo : concezione assai superiore a quella della filosofìa del suo tempo, cioè del leibnizianismo, in cui persisteva il con- cetto dell'arbitrio divino, e perciò dell'irrazionalità. Un al- tro suo e singolare pensiero importerebbe invece, per chi concluda frettolosamente, la precedenza della pratica sulla teoria ; perché il Vico dice che i filosofi pervengono ai loro- concetti mercé l'esperienza delle istituzioni sociali e delle leggi nelle quali gli uomini si accordano come in qualcosa di universale, e che Socrate e Platone, per es., presuppon- gono la democrazia e i tribunali ateniesi. Ma questa suc- cessione delle religioni che generano le repubbliche, delle repubbliche che generano le leggi, delle leggi che generano le idee filosofiche, e che egli chiama « una particella della storia della filosofia narrata filosoficamente ». è, appunto, teoria d'importanza non filosofica ma sociologica. Per quel che concerne le dottrine di ragion pratica, delle quali ora entriamo a trattare, potrebbe parere che il Vico, diversamente che in quelle di ragion teoretica, non sia in recisa opposizione alle idee del suo tempo, ma anzi si ricolleghi proprio a un movimento del suo tempo: alla scuola del diritto naturale. Il capo della scuola, l'inizia- tore del movimento, Ugo Grozio, era da lui chiamato uno dei suoi quattro autori, insieme con Platone, in cui trovava appagata la sua brama di una filosofia idealistica, col Bacone che gli aveva fatto sorgere in mente l'idea di una scienza positiva e storica delle società, e con Tacito, che- VI. LA COSCIENZA MORALE 77 vedremo più innanzi qual servizio gli rese o il Vico cre- dette di averne ottenuto. E insieme col Grozio ricorda per- petuamente gli altri principali autori del diritto naturale, il Selden e il Pufendorf, trascurando gl'innumerevoli loro seguaci, che considera, piuttosto che autori di scienza, sem- plici « adornatori » del sistema groziano. Il ricollegamento, in un certo senso, è evidente e con- fessato e professato dallo stesso Vico ; ma anche è indubi- tabile che egli non aderì semplicemente a quella scuola, « neppure la continuò al modo di chi serbi i concetti ge- nerali e direttivi, e svolga o corregga i particolari. La con- tinuò solamente in significato dialettico, cioè in quanto ne ebbe a contrastare le tesi capitali o ad accoglierle cangian- dole profondamente. Il diritto naturale gli offerse non so- luzioni ma problemi, e di questi anche se alcuni gli of- ferse ben determinati, altri, e più gravi, suscitò solamente nel suo spirito : problemi dunque o non risoluti o neppure veduti, che il Vico si propose e in parte risolse. Gli aspetti e le tendenze del diritto naturale erano mol- teplici, e conviene preliminarmente distinguerli ed enu- merarli. In primo luogo, in quella scuola, presa nel suo complesso e nei suoi tratti essenziali, si esprimeva il pro- gresso sociale, onde l'Europa, uscendo dal feudalesimo e dalle guerre di religione, si dava una nuova coscienza, spiccatamente borghese e laica : si ricordi che la formazione di essa fu quasi contemporanea alla nascita dell'anticleri- cale e borghese istituto della « massoneria ». «Naturale » voleva dire, tra l'altro, « non soprannaturale »; e, quindi, ostilità o indifferenza di fronte al soprannaturale e alle isti- tuzioni che lo rappresentavano e ai conflitti sociali che ingenerava. Non a caso il Grozio fu arminiano ; il Pufen- dorf ebbe liti con teologi; il Tomasio è rammentato tra i promotori della libertà di coscienza. Le proteste di reve- renza verso la religione e verso la chiesa, che con molta 78 FILOSOFIA DEL VICO abbondanza quei pubblicisti solevano inserire nei loro scritti (i quali ne sono come soffusi da un velo di pietà), erano cautele da politici, che procurano di minare il ne- mico senza lasciarsi scorgere, di ferire coprendosi. Cautela lodata, per es., nel Grozio da uno dei seguaci della scuola (l'autore della Pauco plenior iuris naturalis historia, 1719), che celebra il maestro come « instrumentum divince provi- dentice », quasi Messia venuto a redimere il « lumen natu- rale » dalla servitù al « super naturale », e fornito perciò* di tutta la forza e di tutta l'abilità occorrenti; talché, esperto delle persecuzioni scolastiche, « caute versabatur ne maius bilem adversus prudentiam naturalem et rationalem ex latebris productam tara minis irritaret », e procedendo a separare le leggi umane dalle divine, non prendeva di fronte la scuola teologica con l'attaccarne gli errori fonda- mentali, anzi perfino la lodava nei prolegomeni dell'opera sua. « Naturale » significava altresì ciò che è comune agli individui delle varie nazioni e stati ; onde, sotto l'aspetto pratico, forniva un ottimo motto d'ordine per riunire in certi desideri, speranze e lotte comuni la borghesia dei vari: paesi. I trattati del diritto naturale furono, nel secolo deci- mosettimo e nel seguente, per la borghesia, quel che il Ma- nifesto dei comunisti e il grido : « Proletari di tutto il mon- do, unitevi », tentarono di essere perla classe operaia nel decimonono. In quanto quella scuola e quella pubblicistica erano ma- nifestazione di un moto pratico, l'interesse filosofico vi aveva parte subordinata e ufficio sussidiario. Per questa ragione, in secondo luogo, le trattazioni del diritto naturale, filoso- ficamente considerate, non si levano di solito sopra un chiaro e popolare empirismo. I principi, sui quali si appoggiano, non sono approfonditi e assai spesso neppure estrinsecamente unificati; i concetti, che adoperano, sono piuttosto rappresentazioni generali ; la forma della tratta- VI. LA COSCIENZA MORALE 79 zione è solo apparentemente sistematica. Qualcuno di quegli scrittori procurava di collegare le sue dottrine giusnatura- listicbe con la filosofia platonica, stoica o cartesiana, ri- saliva ad assiomi logici e metafisici, si giovava della de- duzione e del metodo matematico. Ma tutto codesto era accostamento e non fusione, adornamento e non ravviva- mento; e, tutt'al più, valeva come prova di diligenza e di serietà d'intenzioni. La filosofia, per altro, implicita più o meno nei tratta- tisti del diritto naturale ed esplicita nei filosofi che pre- sero a elaborarlo speculativamente, si accordava con lo spi- rito del tempo, del quale ci sono noti i caratteri generali. Cosicché terzo aspetto del giusnaturalismo fu, in etica, o l'utilitarismo, ora più o meno larvato ora apertamente dichiarato, e a volta a volta ragionato con filosofia piut- tosto matematizzante o piuttosto sensistica, di tendenze materialistiche o di tendenze razionalistiche; ovvero (che è quasi il medesimo) un astratto e intellettualistico moralismo, che minacciava di precipitare a ogni istante nell'utilitarismo. Dal quale intellettualismo e utilitarismo, combinati con l'impronta pratica e rivoluzionaria di quel moto spirituale, che era rivolto piuttosto a un semplicistico diritto da far trionfare che non a riconoscere quello real- mente svoltosi nella storia e ricco di tante forme e vicen- de, derivava il quarto carattere di esso, cioè la mancanza di senso storico, l'antistoricismo della scuola, la quale stabiliva l'astratto ideale di una natura umana fuori della storia umana o non fusa e vivente in questa. Infine, borghese, anticlericale, utilitario o materialistico com'era, il giusnaturalismo aveva un quinto e importante carattere, l'avversione alla trascendenza e la tendenza a una concezione immanentistica dell'uomo e della so- cietà. Carattere poco esplicato e poco ragionato dottri- nalmente, ma non pertanto facilmente riconoscibile nel complesso dei concetti di quella scuola. 80 ' FILOSOFIA DEL VICO Ora, l'ispirazione del Vico era genuinamente ed esclu- sivamente teoretica, punto pratica o riformistica; alta- mente speculativo il suo metodo, e disdegnoso dell'empiri- smo; idealistico, e perciò antimaterialistico e antiutilitari- stico, il suo spirito; la sua gnoseologia anelante al concreto, al certo, e però storicizzante. Per conseguenza, la sua dot- trina della ragion pratica, pure prendendo le mosse dal giusnaturalismo, doveva uscire diversa, anzi contraria a questo, in tutti i primi quattro caratteri da noi enunciati. E se in qualcosa coincideva (non nella via per pervenirvi, ma nel risultamento), era appunto dove meno l'autore avrebbe voluto : nel carattere immanentistico e areligioso. Ma poiché il nostro proprio tema non è già la critica e modificazione che il diritto naturale ebbe nel pensiero del Vico, si bene questo pensiero stesso, sarà opportuno, ripigliando il filo della esposizione, seguire ordine alquanto diverso da quello tenuto nel ricapitolare i vari caratteri del giusnaturalismo, e cominciare dal vedere l'opposizione del Vico all'utilitarismo dichiarato o larvato di quella scuola, e la dottrina che egli svolse sul principio del- l'etica. I due principali rappresentanti dell'utilitarismo nel se- colo decimosettimo, che il Vico ha sempre innanzi agli oc- chi, sono l'Hobbes e lo Spinoza; ma ricorda insieme con essi il Locke e il Bayle e, del secolo precedente, il Ma- chiavelli e, risalendo all'antichità, gli stoici col loro con- cetto del fato, gli epicurei con quello del caso, Cameade col suo scetticismo, e perfino l'inconsapevole dottrina che è contenuta nel motto « Vce victis », attribuito al Brenno o capo dei Galli invasori di Roma. Dell' Hobbes ammirava lo sforzo magnanimo nel cercare di accrescere la filosofia di una teoria che le era mancata nei bei tempi della Grecia, cioè della teoria dell'uomo considerato in tutta la società del genere umano; ma diceva infelice l'evento, fallito il ten- VI. LA COSCIENZA MORALE 81 tativo, che (come anche quello del Locke) nel fatto risultava assai prossimo all'epicureo. L'Hobbes non si era accorto che egli non si sarebbe potuto neppure proporre il suo problema del diritto naturale dell'umanità, se il motivo non gliene fosse stato fornito per l'appunto dalla religione cristiana, la quale comanda verso tutto il genere umano, nonché la giustizia, la carità. Agli stoici invece, al loro fato e al loro determinismo onde furono incapaci a ragio- nare adeguatamente di repubblica e di leggi, a codesti « spinosisti dell'antichità », si collegava idealmente lo Spi- noza, del cui utilitarismo, diverso di spiriti tanto dal lo- ckiano quanto dall' hobbesiano (perché lo Spinoza « mente, non sensu de veris rerum diiudìcat »), non isfuggiva al Vico la singolarità. Ma, per singolare che debba dirsi, esso co- strinse lo Spinoza a ragionare di repubblica in modo poco elevato, « come di una società che sia di mercadanti ». Quelle dottrine utilitarie, calunniose dell'umana natura, parvero al Vico proprie di uomini disperati, che per la loro viltà non ebbero mai parte nello stato, o per la loro superbia si stimarono tenuti bassi e non promossi agli onori dei quali per la loro boria si credevano degni; e an- noverò tra costoro il povero Spinoza, il quale, non avendo, perché ebreo, niuna repubblica, mosso da livore, si sarebbe dato a escogitare una metafisica « da rovinare tutte le re- pubbliche del mondo ». Severo è il suo giudizio sulle con- dizioni dell'etica ai suoi tempi, che era quale poteva essere sulla base di una metafisica meccanica e materialistica, senza lume di finalità. Cartesio fu affatto sterile in quel campo, perché le poche cose che sparsamente ne lasciò scritte non compongono dottrina e il suo trattato delle Pas- sioni serve piuttosto alla medicina che alla morale; simil- mente sterili il Malebranche e il Nicole, e i Pensieri del Pascal, solitaria eccezione, sono « pur lumi sparsi ». Degli italiani, il Pallavicino offri appena un abbozzo di etica nel B. Croce, La filosofìa di Giambattista Vico. 6 82 FILOSOFIA DEL VICO suo trattato Del bene, e il Muratori, nella sua Filosofia mo- rale, fece prova assai infelice. L' utilità non è principio esplicativo della moralità,, perché proviene dalla parte corporale dell'uomo e, per tale provenienza, è caugevole, laddove la moralità, l' ho- nestas, è eterna. • Derivare la moralità dall'utilità è scam- biare l'occasione con la causa, fermarsi alla superfìcie e non spiegare per nulla i fatti. Nessuno dei vari modi nei quali il principio utilitario viene atteggiato dai filosofi, la frode o impostura, la forza, il bisogno, rende conto delle differenziazioni, cioè dell'organismo sociale. Quale frode poteva mai sedurre e trarre in inganno i supposti primi semplici e parchi posseditori di campi, i quali vive- vano affatto contenti della sorte loro? Quale forza, se i ricchi, i pretesi usurpatori, erano pochi, e i poveri, i deru- bati, molti? Codeste spiegazioni sono giochetti, indegni del grave problema. Quei forti, quei potenti erano, in realtà, potenti d'altro che di sola forza; tanto che si fa- cevano protettori dei deboli e oppugnatori delle tendenze distruttive e antisociali: la loro legge era, si, di forza, ma « a natura prcestantiori dlctata » , cosa che ben era lecito ignorare al barbaro Brenno, ma non a uomini filosofi. La forza creatrice e organizzatrice delle prime repubbliche fa tutta umanità generosa, alla quale si debbono ri- chiamare sempre gli Stati, quantunque acquistati con l'im- postura e con la forza, perché reggano e si conservino; conformemente al detto del Machiavelli di richiamarli alle origini, ma con l'intesa che le origini profonde si trovano nella clemenza e nella giustizia. Gli uomini sono tenuti insieme da qualcosa di più saldo dell'utilità. Società d'uo- mini non può incominciare e durare senza fede scambie- vole; senza che altri riposino sopra le altrui promesse e si acquetino alle altrui asseverazioni di fatti occulti. Si può forse ottenere questa fede col rigore delle leggi penali VI. LA COSCIENZA MORALE 83 contro la menzogna? Ma le leggi sono prodotto della so- cietà, e, perché sorga società, è necessaria quella fede scambievole. Si dirà, come dice il Locke, che si tratta di un processo psicologico, pel quale gli uomini via via si avvezzano a credere quando altri loro dica e prometta di narrare la verità? Ma, in questo caso, quegli uomini già intendono l'idea di un vero, che basti rivelare per obbli- gare altrui a doverlo credere senza niun documento umano ; e il principio psicologico dell'abitudine è oltrepassato. La causa vera della società umana non è, dunque, l'uti- lità, la quale favorisce soltanto, come occasione, l'azione della causa, e fa si che gli uomini, per natura sociale de- boli e indigenti, e divisi dal vizio di origine, si traggano a celebrare la loro natura sociale, « rebus ipsis dictantibus », secondo la forinola pomponiana, che il Vico ripete con pre- dilezione. Cose, fatti, circostanze mutano nella moralità che non muta; e di qui l'illusione degli utilitaristi, che guardano dall'esterno e si tengono alle apparenze e vedono il mutamento e non la costanza. L'omicidio è vietato ; ma l'approvazione che si dà a colui il quale, minacciato nella vita, non potendo altrimenti salvarsi, uccide l'ingiusto aggressore, non importa mutevolezza del criterio morale circa l'omicidio, perché, in quelle particolari circostanze, non si tratta, in realtà, di omicidio, ma di pena capitale che l' ingiustamente aggredito, trovandosi in solitudine, infligge quasi per tacita delegazione sociale. Il furto è vietato; ma colui che, per tenersi in vita, prende altrui un pane, non viola la moralità, perché esercita un di- ritto fondato sull'equobono. La sola filosofia che porti con sé una vera etica sem- bra al Vico la platonica, risalente a un principio metafi- sico, l'idea eterna che educe da sé e crea la materia; laddove l'etica aristotelica è fondata sopra una metafisica che conduce a un principio fisico, alla materia, dalla quale 84 FILOSOFIA DEL VICO si educono le forme particolari facendo di Dio un vasel- laio che lavori le cose fuori di sé. L'etica dei giureconsulti romani abbonda, senza dubbio, di splendidi aforismi, ma non è altro che una semplice arte di equità, insegnata con innumerabili minuti precetti di giusto naturale, che quelli indagavano dentro le ragioni delle leggi e la volontà del legislatore; epperò non può considerarsi come filosofia mo- rale, dove fa d'uopo procedere da pochissime verità eterne, stabilite in metafìsica da una giustizia ideale. Per ragioni analoghe il Vico non poteva appagarsi del Grozio e degli al- tri giusnaturalisti ; circa i quali nota in genere cosa veris- sima, cioè che i loro grossi volumi recano, si, titoli ma- gnifici, ma poi non contengono nulla più di ciò che è vol- garmente risaputo. Se si pesano i principi del Grozio con la bilancia esatta della critica, risultano tutti piuttosto pro- babili e verisimili che necessari e invitti. Nella questione dell'utilità il Grozio non coglie il punto giusto, non distin- guendo l'occasione dalla causa; né « inchioda », ossia non definisce, l'antichissima disputa se il diritto sia in natura o solo nelle opinioni degli uomini, nella quale filosofi e teo- logi ancora contendono con lo scettico Cameade e con Epi- curo; propone l'ipotesi degli uomini primitivi che siano « semplicioni », ma si dimentica affatto di ragionarla. E poiché quei suoi « semplicioni », accortisi dei danni della solitudine bestiale, vengono alla vita comune, e questa de- terminazione è loro dettata dall'utilità, il Grozio scivola anche lui, senza avvedersene, nell'utilitarismo e nell'epi- cureismo. Ma il Vico, invece, alla domanda se il diritto sia per na- tura o per convenzione risponde con la solenne « dignità » : « Le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano ». Alla domanda donde nasca la società ri- sponde richiamando il senso umano, la coscienza, il bisogno che ha l'uomo di salvarsi dal nemico interno che gli VI. LA COSCIENZA MORALE 85 rode il petto. L'origine è certamente nel timore, ma nel timore di sé stesso, non della violenza altrui; è nel ri- morso che punge, nel pudore che tingendo di rosso il volto dei primi uomini fa risplendere per la prima volta la moralità sulla terra. Dal pudore nascono tutte le virtù, l'onore, la frugalità, la probità, la fede nelle promesse, la verità nelle parole, l'astensione dall'altrui, la pudicizia. Celebrando la società, l'uomo celebra la natura umana. Il pudore o coscienza morale, tradotto nella corrispon- dente scienza empirica, dà il senso comune degli uo- mini d'intorno alle umane necessità o utilità, che è la fonte del diritto naturale delle genti. Questo senso comune (dice il Vico) è un giudizio senza alcuna ri- flessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione e da tutto il genere umano. Giudizio senza riflessione non è veramente giudizio, dal quale la riflessione è inseparabile; non è giudizio anche perché sentito e non pensato. Ma non è neppure quello che poi si disse « sentimento », termine vago, ignoto al Vico non meno che alla filosofia tradizionale. È piuttosto un atteggiamento pratico che, simile a un di presso negl' in- dividui viventi in condizioni simili, produce i simili co- stumi dei vari gruppi sociali, da quelli di una classe parti- colare a quelli dell'intera umanità. Atteggiamento affatto spontaneo (e, anche per questo definito privo di riflessione), onde i costumi si generano dall'interno e non dall'ester- no, e sono simili senza che siano copiati gli uni dagli altri (« senza prendere esempio l'una nazione dall'altra »). At- traverso quel senso comune la coscienza morale s'incor- pora in compatti e resistenti istituti; ed esso accerta l'umano arbitrio, che è di sua natura incertissimo. VII Morale e religione M. .a il timore interno, il pudore, la coscienza morale è svegliata negli uomini dalla religione: il timore è timore di Dio, il pudore è vergogna innanzi a lui. Gli uomini pri- mitivi errano per la terra solitari, selvaggi, feroci, senza lingue articolate, senza concubiti certi, in preda alle loro disordinate violentissime passioni; piuttosto che uomini, « bestioni ». Chi li frenerà? Donde verrà il soccorso che loro impedisca di distruggersi a vicenda? Non possono in- dirizzarli uomini sapienti, che non si sa donde o come s'introdurrebbero in mezzo a loro; non può salvarli l'in- tervento di Dio: Dio si è ritirato nel suo popolo eletto e non ha nessun commercio con la restante umanità, con l'umanità gentilesca. Ma quei « bestioni » son pur uomini: Dio, nell'abbandonarli, ha lasciato nel fondo del loro cuore una favilla dell'esser suo. Ecco: il cielo fulmina, i bestioni stupiscono, si fermano, temono; si accende in loro la confusa idea di qualcosa che li supera, di una divinità. Ed essi pen- sano, o piuttosto immaginano, un primo Dio, un Cielo o un Giove fulminante; e a quel Dio si rivolgono per placarlo o per invocarlo a soccorso. Ma per placarlo e averlo soc- corritore debbono conformare la propria vita a questo in- tento: umiliarsi alla divinità, domare l'orgoglio e la fie- SO FILOSOFIA DEL VICO rezza, astenersi da certi atti, compierne altri. Dal pensiero della divinità riceve forza dunque il conato ossia la li- bertà, che è propria della volontà umana, di tenere in freno i moti impressi alla mente dal corpo per acquetarli o per dare loro altra direzione. E con questi atti di do- minio sopra sé stesso, con la libertà, è nata insieme la mo- ralità: il timore di Dio ha posto il fondamento alla vita umana. La terra si copre di are; le grotte dei suoi monti, dove il maschio trascina ora la femmina, vergognoso dei concubiti innanzi al volto del Cielo o di Dio, assistono ai primi riti nuziali, proteggono le prime famiglie; il grembo della terra si apre ad accogliere il pio deposito dei morti corpi. Le prime e fondamentali istituzioni etiche — culto religioso, matrimoni, sepolture — sono sorte. Questa potenza etica- e sociale dell' idea di Dio si riaf- ferma nel corso della storia posteriore ; perché, quando i popoli sono infieriti con le armi, e nessun potere hanno più sopra di loro le umane leggi, l'unico mezzo di ridurli .è la religione. Si riafferma nello svolgimento individuale della vita umana: ai fanciulli, infatti, non si può altri- menti insegnare la pietà che col timore di qualche divi- nità; e, nella disperazione di tutti i soccorsi della natura, l'uomo desidera un essere superiore che lo salvi, e questo essere è Dio. Tutte le nazioni credono in una divinità provvidente: popoli che vivano in società senza alcuna coscienza di Dio, per es., in alcuni luoghi del Brasile, in Cafra, nelle Antille, sono novelle di viaggiatori, che pro- curano smaltimento ai loro libri con mostruosi ragguagli. Se è cosi (e cosi è certamente), nessuna dottrina è più stolta di quella che pretende concepire morale e ci- viltà senza religione. Come delle cose fisiche non si può avere certa scienza senza la guida delle verità astratte fornite dalle matematiche, delle cose morali non si può senza la scorta delle verità astratte metafisiche, e perciò VII. MORALE E RELIGIONE 89 senza l'idea di Dio. Quando si spegne o si oscura la co- scienza religiosa, insieme si spegne e si oscura il concetto di società e di stato. Ebrei, cristiani, gentili e maomet- tani ebbero quel concetto, perché tutti credettero in qual- che divinità, sia come mente infinita libera, sia come più dèi composti di mente e di corpo, sia come un unico Dio, mente infinita libera in corpo infinito. Ma non lo ebbero gli epicurei, che attribuivano a Dio il solo corpo e col corpo il caso; né gli stoici, che lo fecero soggetto al fato. E ottimamente Cicerone diceva ad Attico, epicureo, di non potere istituire con lui ragionamento intorno alle leggi, se prima non gli concedesse che vi sia provvidenza divina. L'Hobbes, che rinnovava l'epicureismo, e lo Spi- noza, rinnovatore dello stoicismo, si è visto che non inte- sero nulla di quel che siano società e stato. Tra gli empì uomini primitivi, brutti, irsuti, squallidi, rabbuffati, do- vrebbero andarsi a disperdere quei dotti dalla « sfumata letteratura », e a capo di essi Pietro Bayle, che sostengono che senza religione possa vivere, e viva di fatto, umana società. La manchevolezza nell' idea di Dio è altresì il principale argomento della critica che il Vico muove a due di coloro che egli altamente onorava come « principi » del diritto naturale,. al Grozio e al Pufendorf. Né l'uno né l'altro (egli dice) statuisce per primo e proprio principio la provvi- denza divina. Il Grozio non già che propriamente la ne- ghi, ma, « per lo stesso grande affetto che porta alla ve- rità », per meglio assodare la necessità razionale dell'umana società, ne vuol prescindere, e professa che il suo sistema regga, tolta anche ogni cognizione di Dio; onde il Vico lo taccia di socinianismo, perché pone la naturale inno- cenza in una semplicità di natura umana. Peggio il Pufen- dorf, il quale addirittura sembra sconoscere la provvidenza e comincia con un'ipotesi scandalosa ed epicurea, suppo- 90 FILOSOFIA DEL VICO nendo 1' uomo gettato in questo mondo senza niun aiuto e cura di Dio (senza neppure quella scintilla chiusa in petto, che si dilaterà in fiamma morale); della qual cosa essendo stato ripreso (dallo Schwartz), cercò di giustificarsi con una particolare dissertazione (l' Apologia del 1686), ma non giunse a scorgere il principio vero che solo rende possi- bile spiegare la società. Ora perché mai, essendoci note tutte codeste energiche affermazioni e polemiche del Vico sulla condizionalità re- ligiosa della morale, abbiamo asserito che il solo punto in cui egli si trovi veramente d'accordo col Grozio, col Pu- fendorf, e in genere con la scuola del diritto naturale, è la concezione affatto immanente dell'etica? — Perché, se ben si osservi, il Vico non si oppone al metodo tenuto dai giusnaturalisti ; che anzi anch'egli costruisce la sua scienza della società umana prescindendo, come il Grozio, da ogni idea di Dio, e, come il Pufendorf, ponendo l'uomo senza aiuto e cura di Dio, cioè prescindendo dalla reli- gione rivelata e dal Dio di essa. Come per quei due, ma- teria della sua indagine è il diritto naturale e non il so- prannaturale, il diritto delle genti e non quello del popolo eletto, il diritto che sorge spontaneo nelle caverne e non quello che scende giù dal Sinai. L'opposizione del Vico (da lui esposta con la consueta confusione e oscurità) si aggira non sopra codeste affermazioni, ma sul concetto stesso di religione. La religione, insomma, della quale egli parla, non è la medesima di cui parlavano, o non par- lavano, il Grozio e il Pufendorf. Religione, come già sappiamo, vale per il Vico non già rivelazione ma concezione della realtà; o che si affermi, come nei tempi della mente tutta spiegata, in forma di metafisica intelligibile, e mova dal pensiero di Dio per schiarire la logica nei suoi raziocini e discendere a pur- gare il cuore dell'uomo con la morale; o che si affacci, VII. MORALE E RELIGIONE 91 come nei primordi dell'umanità, in forma di metafisica poe- tica. Dalla religione rivelata, quando si ricerchi il fonda- mento della morale, si può ben prescindere ; ma in qual modo si potrebbe da quella religione naturale, che è tut- t'una cosa con la coscienza della verità? Plutarco, descri- vendo le primitive religioni spaventevoli, pone in proble- ma se, invece di venerare cosi empiamente gli dèi, non sa- rebbe stato meglio che non fosse esistita religione alcuna; ma egli dimentica che da quelle fiere superstizioni si svol- sero luminose civiltà e sull'ateismo non crebbe mai nulla. Senza una religione, mite o feroce, ragionata o immagi- nosa, che dia l'idea più o meno determinata e più o meno elevata di qualcosa che superi gl'individui e in cui gli in- dividui tutti si raccolgano, mancherebbe alla volontà mo- rale l'oggetto del suo volere. E a questo punto si chiarisce quello che abbiamo di- stinto come il secondo significato, pratico o etico, della parola « religione » nel Vico. Nel qual significato egli ri- vendica e giustifica il detto degli empì che « il timore fece gli dèi»; o, anche, addita la radice della religione nel de- siderio che gli uomini hanno di vivere eternamente, mossi da un senso comune d' immortalità nascosto nel fondo della loro mente. La religione è, in questo secondo significato, un fatto pratico ossia la moralità stessa, come nel primo era la verità stessa. Intesa dunque la religione dal Vico o (nel primo signi- ficato) come condizione o (nel secondo) come sinonimo della moralità, è chiaro che, col censurare il "Grozio e il Pufen- dorf per la loro trascuranza di questo importantissimo concetto, egli non faceva altro in sostanza che ribadire la critica all'insipido moralismo e al larvato utilitarismo di quei due pensatori. E pel medesimo fine ebbe anche al- tre volte ricorso all'efficace strumento del concetto di reli- gione. Perché se alla filosofìa attribuì talora l'ufficio di 92 FILOSOFIA DEL VICO giovare il genere umano sollevando e reggendo l'uomo ca- duto, tal'altra giudicò che essa sia piuttosto adatta a ra- gionare, e che le massime ragionate dai filosofi intorno alla morale servano solamente all'eloquenza per accendere i sensi a compiere i doveri della virtù, laddove solo la reli- gione è efficace a far virtuosamente operare. Nella scienza empirica, poi, che corrisponde a questa parte della filoso- fia dello spirito, il Vico, mutate in due epoche storiche la religione (o metafisica poetica) e la filosofia, fatto della prima il carattere dell'epoca barbarica e della seconda quello dell'epoca civile, è ovvio che dovesse sostenere, come sostenne, che sola fondatrice di ogni civiltà e della stessa filosofia è la religione, e rigettare il detto (che egli, non senza ritoccarlo, attribuiva a Polibio) che, se ci fossero al mondo filosofi, non farebbero uopo religioni. Come potreb- bero sorgere filosofi (egli obietta), se prima non sorgano le repubbliche ossia le civiltà? e come le repubbliche potreb- bero sorgere, senza l'opera delle religioni? Quel detto si deve dunque invertire: senza religione, nessuna filosofia. Fu la religione, fa la provvidenza divina, che addimesticò i figliuoli dei Polifemi e via via li ridusse all'umanità degli Aristidi e dei Sperati, dei Lelì e degli Scipioni Africani. Anche il concetto dello stato ferino, che nei libri dei giusnaturalisti serviva da ipotesi e da espediente didasca- lico, sia per isvolgere la trattazione indipendentemente dalla teologia mistica senza sollevare troppi scandali, sia per in- sinuare le loro teorie utilitaristiche, nel Vico ricompare con nuovo ufficio è nuovo contenuto. Cattolico di pure in- tenzioni, avendo dato pace al suo animo col separare la religione rivelata da quella umana, egli è in grado di assu- mere lo stato ferino come vera e propria realtà. Verità ideale, in quanto rappresenta nella dialettica della co- scienza pratica un momento necessario per la genesi della moralità (il momento premorale); realtà storica ed empi- VII. MORALE E RELIGIONE » 93 rica, come approssimativa condizione di fatto in quei pe- riodi di anarchia e fermentazione che precedono il sorgere della civiltà o seguono alle crisi di queste. I giusnaturali- sti facevano ossequio, ora più ora meno, alla dottrina tra- dizionale della chiesa, cioè che l'umanità gentilesca, nella dispersione seguita alla confusione babelica, avesse por- tato seco un residuo di religione rivelata, un vago ricordo del vero Dio, donde l'origine della vita sociale e degli dèi falsi e bugiardi, barlume del Dio vero ; e per questa ragione lo « stato ferino » veniva proposto nel loro sistema come astratto e irreale. Il Vico eseguiva sul serio la distin- zione tra ebrei e gentili, e concepiva lo stato ferino come privo di ogni aiuto che provenisse dall'anteriore rivela- zione: uno stato nel quale l'uomo era, per cosi dire, da solo a solo con le proprie sconvolte e turbolente passioni. Stato di fatto senza moralità, ma (diversamente che nell'ipotesi utilitaria) tutto pregno di esigenze morali, e dal quale si esce col farsi esplicito di questo implicito. Ma si esce naturalmente e non già per effetto della grazia divina: la vera grazia divina è la stessa natura umana, a cui partecipano i gentili al pari degli ebrei, tutti irrag- giati nel volto da un lume divino. L'uomo ha libero arbitrio, ma debole, di fare delle pas- sioni virtù; e nel suo travaglio verso la virtù è aiutato in modo naturale da Dio con la provvidenza. Di certo, il Vico non intende disconoscere l'efficacia altresì della di- retta e personale grazia divina; ma, col suo solito me- todo, la separa dalla provvidenza naturale, che sola gì' im- porta e sola considera. A lui piacque sempre, per quel che concerneva le controversie sulla grazia, di tenersi lontano dai due estremi, tipicamente rappresentati, secondo lui, dal pelagianismo e dal calvinismo; e fin da giovane, studiando le opere del Ricardo (il gesuita Stefano Deschamps), teo- logo della Sorbona, ne accettò la dimostrazione circa l'ec- 94 FILOSOFIA DEL VICO cellenza della dottrina agostiniana, appunto perché media tra quegli estremi. Siffatta temperata dottrina gli sembrava propria (diceva) per meditare un principio di diritto na- turale delle genti, che spiegasse l'origine del diritto ro- mano e di ogni altro gentilesco, e per tenersi nel tempo stesso in accordo con la religione cattolica. Era disposto a concedere che vi sia una nazione privilegiata, l'ebrea; e che l'uomo cristiano, nella lotta contro le passioni, sia più. forte del non cristiano, perché, dove non giunge la grazia naturale, può essere soccorso dalla soprannaturale. Ma, in- fine, il miracolo è miracolo, e la Scienza nuova non è scienza di miracoli. Che tale non sia, è confermato dalla critica del Vico al terzo dei tre « principi » del diritto naturale, a Gio- vanni Selden, celebre ai suoi tempi quanto dimenticato poi, autore del De iure naturali et gentium iuxta discipli- nam hebrceoì'um (1640). Diversamente dal Grozio (e avver- sario di lui anche in altre questioni), il Selden non negava anzi sublimava l'efficacia della religione, né concepiva pos- sibilità alcuna di vita morale e civile per il genere umano, fuori della rivelazione. La quale, fatta da Dio al popolo ebreo, da questo sarebbe passata ai gentili per molteplici vie di trasmissione: Pitagora, per es., avrebbe avuto per maestro Ezechiele ; Aristotele, al tempo della spedizione di Alessandro in Asia, si sarebbe stretto in amicizia con Simone il giusto; a Numa Pompilio sarebbe giunta qualche notizia della Bibbia e dei profeti. C'era di che soddisfare ogni animo di credente, che si ritraesse timoroso dai libri degli altri giusnaturalisti avvertendone le tendenze etero- dosse. Ma il Vico non vuol sapere di codesto sistema ultra- religioso. Se il Grozio prescindeva dalla provvidenza e il Pufendorf la sconosceva, il Selden aveva il torto (egli dice) di supporla, di farne cioè un deus ex machina, senza spie- garla con V intrinseca natura della mente umana. Contrario VII. MORALE E RELIGIONE 95 alla filosofia, quel sistema non era meno contrario alla storia sacra, la quale anche per gli ebrei ammette in certo modo un diritto non rivelato ma naturale, e solamente perché essi ne persero coscienza nel tempo della schiavitù d'Egitto, fa intervenire l'opera diretta di Dio con la legge data a Mosé; — e non era conforme, nell'asserita trasfusione di cognizioni e leggi dagli ebrei nei gentili, a quel che dice Flavio Giuseppe degli ebrei, sempre restii a qualsiasi con- tatto con popoli stranieri, e a quel che il Vico supponeva fosse detto anche a questo proposito da Lattanzio, come in genere era privo di qualsiasi più elementare sussidio di do- cumenti. Cosicché la conclusione del Vico è sempre la me- desima: gli ebrei si giovarono altresì di un aiuto straordi- nario del vero Dio, ma le restanti nazioni s'incivilirono per opera dei soli lumi ordinari della provvidenza. Se poi il Vico interpetrasse esattamente il Grozio e il Pufendorf ed esattamente ne riferisse le parole, è que- sito per noi di lieve peso, perché non tanto e' importa il modo nel quale il Vico espose e giudicò gli altri filosofi, quanto le idee che egli sostenne pur attraverso i suoi frain- tendimenti storici, che, a dir vero, non sono pochi. Tut- tavia, sarà bene indicare di volo, circa le difficoltà che possono incontrarsi su questo punto, la soluzione che a noi sembra plausibile. Senza dubbio, chi, dopo aver letto le censure del Vico, apra il De iure belli et pacis e vi trovi che il Grozio include espressamente fra i suoi tre principi fondamentali, accanto alla ragione e alla socialità, la vo- lontà divina, e che quel suo prescindere da Dio suona poco più di una semplice frase enfatica a significare la forza della socialità e della ragione (le quali avrebbero efficacia « etiamsi daremus non esse Deum » o che Dio non si curi delle cose umane, « quod sine summo scelere davi nequit >); — chi apra il Pufendorf e vi legga il più solenne rifiuto dell'ipo- tesi groziana, empia ed assurda, e la dichiarazione che le 96 FILOSOFIA DEL VICO leggi naturali resterebbero sospese in aria, prive di forza, senza la volontà di un Dio legislatore ; — può essere tratto a tacciar il Vico di poca diligenza o di strana puntiglio- sità ortodossa nella critica che muove a questi suoi prede- cessori. Ma il Vico, in verità, non sapeva che cosa farsi di un Dio messo accanto alle altre fonti della moralità, o messovi disopra come una superflua fonte della fonte; egli, che cercava Dio nel cuore dell'uomo, sentiva e scor- geva l'abisso che lo separava da coloro che non l'avevano più nel cuore e appena, per abito o per prudenza, lo serba- vano nelle parole. Più sottilmente si potrebbe domandare perché mai, se il Vico era d'accordo coi giusnaturalisti nel prescindere dalla rivelazione, e se egli, anziché riget- tare, approfondiva la loro superficiale dottrina immanenti- stica, si atteggiasse a loro risoluto avversario e facesse la voce grossa e insistesse presso prelati e pontefici nell'at- tribuirsi il vanto di aver esso pel primo formato un si- stema del diritto naturale, diverso da quello dei tre autori protestanti e adatto alla chiesa romana. L' ipotesi che ope- rasse cosi per politica cautela la proporremmo, se, invece di lui, avessimo innanzi, per es., un appassionato e magnanimo ma furbo frate, un Tommaso Campanella; ma la candida personalità del Vico la esclude affatto, e solo si può conce- dere che, poco chiaro com'era sempre nelle sue idee, questa volta si adagiasse alquanto nella poca chiarezza e, traspor- tato dalla sua calda fede, alimentasse le sue illusioni, fino a idoleggiarsi dentro di sé con la veste di defensor ecclesia nell'atto stesso che soppiantava la religione della chiesa con quella dell'umanità. Vili Morale e diritto D. Da Tacito, insomma, egli avrebbe ricevuto la spinta al suo gran lavoro, che fu di rendere concreto l'ideale, e d'inserire (come diceva, adattando un detto ciceroniano) la repubblica di Platone nella feccia di Romolo. IX La storicità del diritto G /ome lo spirito conoscitivo passa dal sentire senza av- vertire all'avvertire con animo perturbato e commosso e indi al riflettere con mente pura; cosi, analogamente, lo spirito volitivo passa dalla ferinità al certo pratico e da questo al vero. Nella correlativa scienza empirica il pas- saggio è press 'a poco quello dallo stato ferino all'eroico o barbarico e dall'eroico al civile. Tutte le manifestazioni della vita si conformano a questi tre tipi sociali: donde tre spezie di nature, tre spezie di costumi, tre spezie di diritti e quindi di repubbliche, tre spezie di lingue e di scritture, tre spezie di autorità, di ragioni, di giudizi, tre sètte di tempi. Per quanto il Vico sia confuso e talvolta contradittorio nel determinare i particolari delle varie cor- rispondenze, il suo pensiero generale è chiaro. Dove la ri- flessione è scarsa e la fantasia gagliarda, sono anche ga- gliarde le passioni, violenti i costumi, aristocratici ossia feudali gli stati, sottoposte alla rigida autorità paterna le famiglie, dure le leggi, simbolici i procedimenti dei negozi giuridici, metaforici i linguaggi, geroglifiche le scritture. Per contrario, dove la riflessione predomina, la poesia si dilegua o si riempie di filosofia, i costumi si fanno miti, le passioni regolate, i popoli assumono i governi, i componenti 106 FILOSOFIA DEL VICO delle famiglie sono anzitutto cittadini dello stato, le leggi si compenetrano di equità, le procedure si semplificano, i linguaggi si sfrondano di metafore, le scritture diventano alfabetiche. Forme miste, quali le vagheggiano artificio- samente alcuni politici, sarebbero mostri; e sebbene si os- servino forme mescolate naturalmente, ossia ritenenti il vezzo delle primiere, ciascuna forma per la sua unità si sforza sempre, quanto più può, di scacciare dal suo sub- bietto tutte le proprietà di altre forme. Quale dei vari tipi sociali sta a fondamento degli altri e porge il criterio per giudicarli? o quale è il criterio e la misura per giudicarli tutti quanti? Una siffatta domanda, per il Vico, non ha senso. Ciascuno di quei tipi ha la pro- pria misura in sé stesso. I governi (egli dice) debbono es- sere conformi alla natura degli uomini governati : la scuola dei principi è la morale dei popoli. Si può inorridire in- nanzi alla guerra, al diritto del più forte, alla riduzione dei vinti a schiavi, cioè a cose che ripugnano ai nostri costumi ingentiliti ; ma la società, che si esplicava con quei costumi, era necessaria e perciò buona. La divinità della forza, come si è detto di sopra, teneva il posto e compieva l'ufficio del non ancora possibile impero della ragione. Vengono di poi i tempi della ragione umana tutta spiegata; e gli uomini non si stimano più secondo la forza, ma si riconoscono eguali nella natura ragionevole, che è la propria ed eterna natura umana. Altri tempi, altri costumi, e buoni non meno, ma non più, dei primi. Tanto varrebbe domandare la misura comune di questi vari tipi sociali, quanto se si domandasse quale sia la vera età della vita individuale, la misura comune della fanciul- lezza, della giovinezza, della virilità, della vecchiaia. Pa- ragone che, per l'appunto, il Vico stesso mette innanzi. Come i fanciulli tutto scelgono secondo il capriccio e si comportano con violenza, gli adolescenti vigoreggiano per IX. LA STORICITÀ DEL DIRITTO 107 la fantasia, gli adulti guidano le cose con più pura ragione e i vecchi con solida prudenza ; cosi al genere umano, in- fermo, solitario e indigentissimo nelle sue origini, convenne crescere dapprima in isfrenata libertà, poi ritrovare i ne- cessari, utili e comodi della vita con l'ingegno e con la fantasia (che fu il secolo dei poeti); e, infine, coltivare la sapienza con la ragione (che fu il secolo dei filosofi). Pari- mente, il diritto naturale nacque dapprima con leggi, per cosi dire, di giusta libidine e di giusta violenza; poi fu rivestito con alcune favole di giusta ragione ; infine, si affermò apertamente nella sua schietta ragione e generosa verità. Con siffatto modo di considerare e giudicare stati, leggi e costumi, il Vico respingeva un'altra delle dottrine o delle pretese capitali del giusnaturalismo: quell'astrattismo e antistoricismo, che abbiamo ricordato a suo luogo, e del quale era conseguenza la concezione di un diritto na- turale, che stia di sopra al diritto positivo, e perciò una sorta di codice eterno, una legislazione perfetta, non at- tuata ancora pienamente ma da attuare, i cui lineamenti traspaiono con molta nitidezza nelle opere dei giusnatura- listi attraverso il tenue velame dottrinale e filosofico. Co- dice eterno, che era poi, nella sua parte effettuale, un co- dice contingente e transitorio, o almeno la proposta di un codice conforme alle tendenze riformistiche e rivoluziona- rie di quegli scrittori, piuttosto che filosofi, pubblicisti. Il Vico si spaccia del codice ideale eterno senza averne l'aria: prontissimo, anzi, a riconoscere che il « ius naturale philosophorum » ò eterno nella sua idea e severissimamente stabilito « ad rationis mternee libellam ». Ma dall'eternità concessagli a parole e per ossequio alla vecchia filosofia scolastica e tradizionale, della quale qua e là egli risentiva l'efficacia, passa a negargli di fatto l'eternità e il carattere soprastorico, perché, invece di metterlo sopra e fuori la 108 FILOSOFIA DEL VICO storia, lo colloca al posto che gli spetta, dentro la storia. Il diritto della violenza o eroico, cangiatosi nel diritto in- civilito, giunge via via a un certo termine di chiarezza, al quale per la sua perfezione altro non rimane che alcuna setta di filosofi lo compia e fermi con massime ragionate sull'idea di un giusto eterno; e questo raziocinamento e sistemazione è il « ius naturale philosophorum », estrema forma dello svolgimento storico del diritto e non già regola perpetua di esso: risultamento, non misura. Di qui l'accusa del Vico al Grozio che, per avere scambiato il « ius naturale philosophorum », il diritto composto di massime ragionate da moralisti e teologi e in parte da giuristi, col « ius na- turale gentium » (nella terminologia groziana : per avere scambiato il diritto naturale con una forma di diritto arbitrario o positivo), fraintese i giureconsulti romani, i quali intendevano parlare solamente di questo secondo, e perciò propose correzioni e mosse loro censure i cui colpi vanno a cadere nel vuoto. Il codice eterno, considerato intrinsecamente, è un'uto- pia; e poiché la prima e maggiore delle utopie fu la Re- pubblica platonica, conviene, per meglio determinare il punto di cui si tratta, osservare il comportamento del Vico rispetto alla costruzione politica platonica. A dare ascolto alle sue parole, la Repubblica platonica sarebbe stata un altro dei tanti incentivi e modelli che egli avrebbe avuti a concepire la Scienza nuova. Dallo studio di Pla- tone incominciò a destarsi in lui, senz'avvertirlo, « il pen- siero di meditare un dritto ideale eterno che celebras- sesi in una città uni ve r sale nell'idea o disegno della providenza, sopra la quale idea son pure fondate tutte le repubbliche di tutti i tempi, di tutte le nazioni: che era quella repubblica ideale, che in conseguenza della sua me- tafisica divina doveva meditar Platone ». Doveva, ma non lo potè fare « per l' ignoranza », in cui egli era, « del primo IX. LA STORICITÀ DEL DIRITTO 109 uomo caduto » ; cioè dell'originario stato ferino e della sapienza, che gli successe, affatto poetica o volgare : igno- ranza in cui fu mantenuto per un errore comune delle menti umane che misurano da sé le nature non ben conosciute d'altrui, di guisa che egli innalzò le barbare e rozze ori- gini dell'umanità gentilesca allo stato perfetto delle sue al- tissime divine cognizioni riposte, e sapientissimi di tal sa- pienza riposta immaginò quei primi uomini che furono in- vece, nella realtà, « bestioni tutti stupore e ferocia ». In conseguenza di quest'errore erudito Platone, in cambio di meditare sulla repubblica eterna e sulle leggi del giusto eterno con le quali la Provvidenza ordinò il mondo delle nazioni e lo governa con le bisogne comuni del genere umano onde esse si reggono sul comune senso di tutta l'umana generazione, « meditò in una repubblica ideale ed in un pur ideale giusto », col quale le nazioni non si conducono punto. E, anzi, se mai, dovrebbero discostar- senc e purgarsene, perché tra quelle determinazioni di repubblica perfetta se ne trovano alcune disoneste e da aborrire, com'è la comunanza delle donne. Cosicché, il Vico accettava da Platone l'idea di una repubblica eter- na, sconvolgendola da cima a fondo con la soggiunta ri- serva : che la vera repubblica eterna non è l'astratta platonica, ma il corso storico in tutti i suoi vari e succes- sivi modi, dai bestioni non esclusi a Platone compreso. Di codesta, che è la « generis Immani respublica », la « magna generis humani civitas », la « respublica universa », egli in- tende studiare « formarti, ordines, societates, negotia, leges, peccata, pcvnas et scientiam in ea tractandi iuris », e come tutte queste cose si venissero svolgendo « a suis usque pri- mis human itatis originibus, divina providentia moderante, moribus gentium ac proinde auctoritate », cioè presso il Vico può essere, anzi è per l'appunto, quello della persuasione circa la provvidenza, ossia l'idea che l'uomo ha di Dio, dapprima nella forma del mito, di- poi in quella pura e ragionata della filosofia. Le antiche nazioni gentili (egli dice) « incominciarono la sapienza poetica metafisica di contemplare Dio per l'attributo della sua provvidenza », sulla quale furono fondati gli auspici e la divinazione. Senza di essa, dunque, non si forma nel- l'uomo la sapienza, che è coscienza dell'infinito; non sorge la moralità, eh' è timore e riverenza del potere superiore che governa le cose umane. Ma la provvidenza, in tale si- gnificato, non dà luogo a nuovo discorso, dopo di quello già fatto da noi a proposito cosi del mito come dei rap- porti tra morale e religione. Passando, dunque, senz'altro, alla Provvidenza nel se- condo significato, ossia al suo vero e proprio concetto, ci sembra opportuno prescindere per qualche istante dal Vico e fornire alcuni schiarimenti dottrinali. È comune osservazione che altro è produrre un fatto, altro conoscere il fatto prodotto. La conoscenza di ciò che realmente un fatto è, si ottiene talora, nella vita dell' in- dividuo, dopo parecchi anni, nella vita dell'umanità dopo parecchi secoli. Coloro medesimi che sono i diretti agenti di un fatto, non ne hanno di solito la conoscenza o l'hanno assai imperfetta e fallace; tanto che sono passate in pro- verbio le illusioni, che, come si dice, accompagnano l'attività degli uomini. Il poeta crede di cantare la purità X. LA PROVVIDENZA 117 ed effettivamente canta la lascivia ; crede di cantare la forza e canta la debolezza; crede di essere terribilmente pessimista ed è fanciullescamente ottimista; crede di es- sere Satana ed è un brav'uomo inoffensivo. Non meno s'ingannano i filosofi; e dei loro inganni non dovremo, in verità, andar lontano a cercare esempì, perché tanti e tanti ce ne viene porgendo proprio il filosofo che stiamo studiando: uno di coloro che maggiormente s'illusero sulle reali tendenze dei propri pensieri. E s'inganna l'uomo politico che, assai spesso, credendo e professando di lot- tare per la libertà, è semplice aiutatore di reazione, o credendo di servire alla reazione, incita a ribellarsi e serve alla libertà. E via discorrendo. Illusioni spiegabilissime, perché gl'individui e i popoli, nel fervore del produrre o appena uscenti da quel fervore, possono forse esprimere il loro stato d'animo, ma non farne quella critica che è il racconto storico; onde, quando non si rassegnano a ta- cere e ad aspettare, narrano di sé stessi storie fantastiche, verità e poesia commiste. Anzi, in questa dimostrata dif- ficoltà di conoscere l'agire nell'agire è uno dei motivi della saggia raccomandazione a parlare il meno possibile di sé medesimi, e della diffidenza che si prova per le au- tobiografie e i libri di memorie, curiosi e anche, se si vuole, importanti, ma che non porgono mai la schietta verità storica dei fatti narrati. Le opere umane ci giungono, per tal modo, avvolte nei fumi delle illusioni che si sollevano dagl'individui. E lo storico superficiale si ferma all'involucro e prende a raccontare come le cose siano andate, facendosi portavoce di quelle illusioni. A questo modo la storia della poesia si viene conformando come il racconto delle intenzioni, delle opinioni, dei fini del poeta o di quelli che gli attribuirono i suoi contemporanei; la storia della filosofia, come l'aned- dotica dei sentimenti, delle bizze, e dei fini pratici dei fi- 118 FILOSOFIA DEL VICO losofi; quella politica, come un tessuto d'intrighi, dibassi interessi, di pettegolezzi, di miserie. Ma non appena un più cauto o diverso ingegno storico si avvicina a quelle sto- rie, il primo atto ch'egli compie è di soffiare sulla nebbia, spazzare via gl'individui e le loro illusioni e guardare di- rettamente le cose, quali si sono prodotte nella loro suc- cessione oggettiva e nella loro origine sopraindividuale. La storia vera e reale emerge allora di là dagl'individui, come un'opera che si compia dietro le loro spalle: opera di una forza diversa dagl'individui agenti: Fato, Caso, Fortuna, Dio. Gl'individui, che prima erano tutto e riempivano la scena coi loro gesti o coi loro gridi, ora, in questa seconda guisa di storia, sono meno che nulla, e i loro atti e gridi, destituiti di seria efficacia, destano riso o pietà. Si guarda atterriti il Fato che li domina, si stupisce alle strane com- binazioni del Caso e ai capricci della Fortuna, si adorano i disegni imperscrutabili della Provvidenza divina. Di co- deste forze gl'individui appaiono a volta a volta l'inerte materiale, i leggieri giocattoli, i ciechi strumenti. Senonché una più profonda considerazione va oltre anche questa seconda veduta della storia. La pietà che sembrano destare gl'individui, la comicità che suscitano, in effetti non è meritata da essi ma dalle loro immaginazioni, o, piut- tosto, da coloro che le scambiano per verità. La storia reale è fatta dalle opere e non dalle immaginazioni e illusioni; ma le opere sono poi compiute dagl'individui, non cer- tamente in quanto sognanti, ma, appunto, in quanto ope- ranti; non nella frivolezza del loro opinare, ma nell'ispi- razione del genio, nel sacro furore del vero, nel santo entusiasmo dell'eroismo. Fato, Caso, Fortuna, Dio sono spiegazioni che hanno tutto il medesimo difetto, che è di separare l'individuo dal suo prodotto, e, invece di cacciare via, come si argomentano, il capriccio o l'arbitrio indivi- duale dalla storia, inconsapevolmente lo rafforzano e lo X. LA PROVVIDENZA 119 moltiplicano. Capriccioso è il cieco Fato, il Caso strava- gante, il tirannico Dio; epperò il Fato passa nel Caso e in Dio, il Caso in Fato e Dio, e Dio si converte nell'uno e nell'altro, tutti eguali e tutt'uno. L'idea, che supera e corregge tanto la visione indivi- dualistica della storia quanto quella sopraindividualistica, è l' idea della razionalità della storia. La storia è fatta da- gl' individui ; ma l'individualità è la concretezza stessa dell'universale, e ogni azione individuale, appunto perché individuale, è sopraindividuale. Non vi è né l' individuo né l'universale come due cose distinte, ma l'unico corso storico, i cui aspetti astratti sono l'individualità priva di univer- salità e l'uuiversalità priva d'individualità. Quest'unico corso storico è coerente nelle sue molteplici determinazioni, al modo di un'opera d'arte che è varia e una insieme e nella quale ogni parola si abbraccia coll'altra, ogni tono di colore si riferisce agli altri tutti, ogni linea si lega a ogni altra linea. A tale patto solamente è dato intendere la storia, che altrimenti resterebbe inintelligibile, come inintelligibili restano un discorso senza significato e una incoerente azione da folle. La storia dunque non è opera né del Fato né del Caso, ma di quella necessità che non è fatalità e di quella li- bertà che non è caso. E poiché la veduta religiosa che la storia sia opera di Dio ha, sulle altre, il vantaggio e il merito d'introdurre una causa della storia che non sia né fato né caso, e perciò neppure pili propriamente causa ma efficienza creativa e spirito intelligente e libero, è na- turale che, per atto di gratitudine verso questa veduta più alta, non meno che per opportunità di linguaggio, si sia tratti a dare alla razionalità della storia il nome di Dio che tutto regge e governa, o della Provvidenza divina. A denominarla cosi, purgando in pari tempo la denomina- zione delle sue scorie mitiche, per le quali Dio e la sua 120 FILOSOFIA DEL VICO provvidenza si corrompevano di nuovo in un fato o in un caso. Onde la Provvidenza nella storia ha, in quest'ultima sua forma logica, il duplice valore di una critica delle illusioni individuali, allorché si presentano come la piena e sola realtà della storia, e di una critica della trascendenza del divino. E si può dire che nel punto di vista di essa si siano collocati e si collochino sempre, come per istinto, cioè anche senza fare professione di espli- cita teoria, tutti gì' ingegni naturalmente forniti di quella particolare attitudine che si chiama senso storico. Se ora, nel tornare al Vico, ricerchiamo quale solu- zione egli desse al problema della forza che muove la sto- ria, e quale contenuto preciso avesse in lui il concetto della provvidenza nel significato oggettivo, è agevole an- zitutto escludere che la sua fosse quella Provvidenza tra- scendente e miracolosa, che aveva formato il tema del- l'eloquente Discours del Bossuet. Agevole, sia perché egli in tutta la sua filosofia non fa mai altro che ridurre il trascendente all' immanente, e qui innumeri volte ripete che la sua provvidenza opera per vie naturali o (valendosi della terminologia della scuola) per cause seconde; sia perché sopra questo punto c'è, si può dire, fra gl'inter- petri consenso generale. Non meno insistente è la sua critica del fato e del caso, o, come talora tripartisce, della fortuna, del fato e del caso. Egli avverte anche che la dottrina del fato si aggira in un circolo vizioso, perché la serie eterna delle cagioni, con la quale esso tiene cinto e legato il mondo, pende dall'arbitrio di Giove e Giove è insieme soggetto al fato; onde c'è rischio che gli stoici restino avvolti in quella « catena di Giove », con la quale vogliono trascinare le cose umane. Quei tre concetti, ai quali corrispondono le opportunità se si tratta di cose desiderate, le occasioni se di quelle che avvengono oltre la speranza, e gli acci- X. LA PROVVIDENZA 121 denti se di quelle che si presentano oltre l'opinione, sono distinzioni più che altro dell'apprendimento soggettivo, per- ché oggettivamente pertengono a un'unica legge, la quale potrebbe chiamarsi altresì « fortuna », ove con Platone si riconosca per signora delle cose umane l'opportunità; e tutte tre sono le manifestazioni e le vie della Provvidenza divina, che è intelligenza, libertà, necessità. Quello che fece il mondo delle nazioni « fu pur Mente, perché '1 fe- cero gli uomini con intelligenza; non fu Fato, perché '1 fecero con elezione; non Caso, perché con perpetuità, sem- pre cosi facendo, escono nelle medesime cose ». Il Vico lumeggia nei modi più immaginosi quella com- media degli equivoci, che sono le illusioni circa i fini delle azioni che si compiono. Gli uomini credettero di salvarsi dalle minacce del cielo fulminante col portare via le fem- mine nelle grotte per isfogare la libidine bestiale fuori dello sguardo di Dio; e, nel tenerle ferme colà dentro, fondarono i primi concubiti pudici e le prime società; cioè i matrimoni e le famiglie. Si fortificarono in luoghi adatti col fine di difendere sé stessi e le loro famiglie; e, in realtà, con quel fortificarsi in certi luoghi, ponevano fine alla vita nomade, al divagamento ferino, e imparavano la cultura dei campi. I deboli e sregolati, ridotti alle estreme neces- sità dalla fame e dalle vicendevoli uccisioni, per campare la vita corsero a chiedere riparo in quelle terre fortificate facendosi famoli degli eroi; e cosi, senza sliperlo, vennero ad ampliare le famiglie da famiglie di soli figliuoli a fa- miglie anche di famoli e da queste a stati aristocratici e feudali. Gli aristocratici, feudatari o patrizi, credettero di difendere e perpetuare il loro dominio quiritario sulle terre con l'usare la più stretta rigidità verso i famoli o plebi che le lavoravano; ma a questo modo indussero i famoli, per loro difesa, a unirsi tra loro, svegliarono in essi la coscienza della propria forza, da plebe ne fecero uomini, 122 FILOSOFIA DEL VICO e quanto più fieramente i patrizi si stimarono patrizi e si sforzarono di mantenersi tali, tanto più efficacemente concorsero a distruggere lo stato patrizio e a creare quello democratico. Cosi (dice il Vico) il mondo delle nazioni esce * da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini partico- lari ch'essi uomini si avevan proposti; de' quali fini ri- stretti fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli ha sem- pre adoperati per conservare l'umana generazione in que- sta terra ». Ma già da talune di queste parole del Vico si potrebbe ritrarre bhe egli tendeva talvolta a concepire gli uomini come coscienti dei propri fini utilitari e incoscienti di quelli morali. Il che condurrebbe logicamente a spiegare la vita sociale con esclusivi principi utilitari, e la moralità come un qualcosa di accidentale rispetto alla volontà umana e perciò di non veramente morale : una formazione estrin- seca più o meno potente a tenere insieme gli uomini, o l'opera nascosta di una Provvidenza extramondana. L'uti- litarismo s'insinua soprattutto in una pagina nella quale è detto che l'uomo, per la sua corrotta natura, essendo tiranneggiato dall'amor proprio pel quale segue principal- mente la propria utilità e vuole tutto l'utile per sé e niuna parte pel compagno e non può porre in conato le passioni per indirizzarle a giustizia, nello stato bestiale ama sola- mente la sua salvezza; presa moglie e generati figliuoli, ama la sua salvezza con la salvezza della fami- glia; venuto a vita civile, ama la sua salvezza con la salvezza della città; distesi gl'imperi sopra più po- poli, ama la sua salvezza con la salvezza della na- zione; unite le nazioni in guerre, paci, alleanze e com- merci, ama la sua salvezza con la salvezza di tutto il genere umano; e « in tutte queste circostanze ama principalmente l'utilità propria ». Per la qual ragione, X. LA PROVVIDENZA 123 « non da altri che dalla Provvedenza divina deve essere tenuto dentro tali ordini a celebrare con giustizia la fami- gliare, la civile e finalmente l'umana società; per gli quali ordini, non potendo l'uomo conseguire ciò che vuole, al- meno voglia conseguire ciò che dee dell'utilità, eh' è quel che dicesi giusto ». La pubblica virtù romana (scrive al- trove) « non fu altro che un buon uso che la Provvedenza faceva di si gravi, laidi e fieri vizi privati, perché si con- servassero le città ne' tempi che le menti degli uomini, essendo particolarissime, non potevano naturalmente intendere ben comune ». Senonché l'utilitarismo, come sappiamo, è affafto repu- gnante alla concezione etica del Vico, fondata sulla co- scienza morale o sul pudore ; e perciò queste sue affer- mazioni, che inconsapevolmente vi condurrebbero, non possono spiegarsi se non come effetto del turbamento che talora produceva in lui la sopravvivenza del concetto tra- scendente e teologico circa la Provvidenza, e anche della poca chiarezza di pensiero, per la quale non gli riusciva di tenere ben distinto il concetto delle illusioni indivi- duali da quello dei fini individuali e sostituiva talvolta il secondo dove avrebbe dovuto trattare solamente del primo.. Se la provvidenza divina, 1' « unità della religione d'una divinità provedente », è « l'unità dello spirito che informa e dà vita al mondo delle nazioni », questa religiosità non può starsene al pensiero dell' inconsapevole' indirizzamento dei fini individuali a effetti universali, ma deve esplicarsi nel dar vita e vigore ai fini universali direttamente, e l'uomo sarà tutt' insieme utilitario e morale, oche s'illuda di essere morale dov'è utilitario o di esser utilitario dov'è effettivamente morale. A ogni modo, e nonostante queste oscillazioni o piut- tosto confusioni, concepire i fini particolari come veicolo degli universali e le illusioni come accompagnanti e eoo- 124 FILOSOFIA DEL VICO peranti con l'azione importa concepire dialetticamente il moto della storia e superare il problema del male. Nel Vico, questo problema ha, infatti, pochissimo rilievo, tanto in lui dominava l'idea che la Provvidenza governi tutto; e perciò quel che si chiama male, non solo gli si mostrava voluto dagli uomini sotto sembianza di bene (fal- sum sub veri specie, mala sub bonorum simulaci* ìs amplecti- mur), ma doveva logicamente svelarglisi come esso stesso una forma di bene, a quella guisa che bene era la barba- rica forza costitutrice della prima società. In qualche raro luogo dei suoi primi scritti nel quale gli accade di accen- nare a tali questioni, il Vico nota che noi altri uomini, a causa della nostra iniquità onde « nosmetipsos, non hanc rerum universitatem spectamus >, le cose che ci con- trariano stimiamo male, « quce tamen, quia in mundi com- mune conferunt, bona sunt ». La concezione della storia diventa nel Vico veramente oggettiva, affrancata dall'arbitrio divino, ma non meno dall'impero delle piccole cause e delle spiegazioni aned- dotiche ; e acquista coscienza del suo fine intrinseco, che è d'intendere il nesso dei fatti, la logica degli avveni- menti, di essere rifacimento razionale di un fatto razionale. Gli studi storici, a quei tempi, non erano tanto danneg- giati dal primo errore (che anzi la concezione teologica, fin dagli inizi del Rinascimento italiano, poteva conside- rarsi decaduta), quanto da quella forma di storia che ap- punto allora venne prendendo nome di prammatica, e che restringendosi all'aspetto personale degli avvenimenti e non raggiungendo per questa via la piena realtà storica, cercava di darsi calore e vita mercé le riflessioni e gli ammaestramenti politici e morali. Un monumento di storia prammatica sorgeva nella stessa patria del Vico, contem- poraneamente alla Scienza nuova : la Storia civile del regno di Napoli di Pietro Giannone, il quale era veramente X. LA PROVVIDENZA 125 l'uomo del suo paese e del suo tempo e scrisse un gran libro di polemica e anche, per certi rispetti, di storia, ma tale che, con la sua altezza, dà modo di segnare la tanto maggiore altezza dell'opera vichiana. Ben altro che astuzie di papi, vescovi e abati, e semplicità di duchi e imperatori, avrebbe saputo scoprire il Vico, se avesse dovuto narrare lui per filo e per segno le origini della proprietà e della potenza ecclesiastica nel Medioevo. E ben altro, come ve- dremo, egli scopri realmente nella storia, tutte le volte che prese a indagarne qualche parte. XI I RICORSI L Lio spirito, percorsi i suoi stadi di progresso, e dalla sensazione innalzatosi successivamente all'universale fanta- stico e poi a quello intelligibile, dalla violenza all'equità, non può, in conformità della sua eterna natura, se non ripercorrere il suo corso, ricadere nella violenza e nel senso, e di là riprendere il moto ascensivo, iniziare il ri- corso. È codesto il significato filosofico del « ricorso » vichiano, ma non è il modo preciso in cui lo si trova espresso negli scritti del Vico, dove l'eterno circolo viene quasi esclusi- vamente considerato nelle storie dei popoli, come ricorso delle cose umane civili. La civiltà va a terminare nella « barbarie della riflessione », peggiore della prima barba- rie del senso, che era di una fierezza generosa, laddove l'altra è vile, insidiosa e traditrice; e perciò è necessario che quella malnata sottigliezza d'ingegni maliziosi vada a irrugginire dentro lunghi secoli di una nuova barbarie del senso. Tuttavia, dai fatti storici e dallo schema socio- logico bisogna estrarre e depurare il concetto del « ri- corso », non solo per rendersi conto dell'assolutezza ed eternità che il Vico gli attribuisce, ma anche per giustifi- care la rappresentazione storica e la legge sociologica che 128 FILOSOFIA DEL VICO si fondano sopra di esso e da esso principalmente attin- gono la loro forza. Le leggi di corsi e ricorsi, che erano state stabilite dai filosofi e politici greci e da quelli italiani del Rinascimento, si fondavano certamente anch'esse sopra qualche filosofia, ma assai superficiale ; onde assumevano a loro obietto le estrinseche e vuote forme politiche, delle quali procura- vano di determinare la successione sopra dati di esperienza o su vaghi raziocini. Ma il Vico ha per suo obietto le forme di cultura, che abbracciano in sé tutti gli atteggiamenti della vita, l'economia e il diritto, la religione e l'arte, la scienza e il linguaggio ; e, riportandole alla loro intima fonte, che è lo spirito umano, ne stabilisce la successione secondo il ritmo delle elementari forme dello spi- rito. Per questo, tutta l'erudizione che si è spesa per rav- vicinare i ricorsi vichiani alle teorie di Platone o di Po- libio, del Machiavelli o del Campanella, riesce mediocre- mente inutile: tanto più che il Vico (il quale, come sap- piamo, pure fraintendendo spesso i suoi predecessori, non si può dire che volesse celarli, anzi, dove gli pareva scor- gere riscontri e consensi, se ne pompeggiava) non senti il bisogno di ricordarle o vi accennò con poca stima. L'àvay.óxXtoats di Polibio, la sua economia della natura se- condo la quale si cangiano e tramutano e al medesimo punto gli stati ritornano, è sembrata quasi un'anticipa- zione della storia ideale eterna ; pure il Vico mette Poli- bio insieme con gli altri, invitando i lettori a considerare « quanto [poco] i filosofi abbiano con iscienza meditato sui principi dei civili governi, e quanto [poco] con verità, Po- libio abbia ragionato sulle loro mutazioni ■». Il Campanella connetteva i suoi circoli storici con leggi astrologiche ; e il Machiavelli ecco come concepisce la catastrofe che inizia il ricorso : « Quando l'astuzia e malignità umana è venuta dove la può venire, conviene di necessità che il mondo XI. I RICORSI 129 •si purghi per uno dei tre modi [peste, fame e inonda- zione, oltre quelli umani delle nuove religioni e linguaggi], acciocché gli uomini, essendo divenuti pochi e battuti, 'vi- vano più comodamente e divengano migliori ». Il solo precedente al quale il Vico quasi si gloria di riferirsi, è l'antichissima tradizione egiziana sulla successione delle tre età degli dèi, degli eroi e degli uomini, che interpetra in guisa tutta sua e riempie di contenuto affatto nuovo. Se la filosofìa, che è nel fondo, conferisce forza alla teo- ria sociologica vichiana dei ricorsi, il materiale storico col quale è, per cosi dire, impastata, v'introduce qualche de- bolezza. Il Vico ebbe pratica e predilezione particolare per la storia specialmente giuridica di Roma, donde mossero le sue indagini e alla quale si dedicò per più anni; e que- sta storia, sia perché da lui meglio ricercata, sia per la sua stessa complessità, grandiosità e durata, fini per pa- rergli la storia tipica o normale, da servire di misura tutte le altre, e gli si confuse con la stessa legge del corso e ricorso. Roma gli offriva l'asilo di Romolo, cioè il passaggio dallo stato ferino all'ordinamento politico ; le .aristocrazie, monarchiche dapprima solo in apparenza, e poi neppure nell'apparenza; la democrazia, uscente dalla lotta contro l'aristocrazia e terminante nell'effettiva mo- narchia, cioè nella forma pili perfetta della vita civile; e di qui, per processo degenerativo, la barbarie della rifles- sione ossia della civiltà, che è incomparabilmente peggiore della prima e generosa barbarie, e, conseguenza di essa, una seconda condizione di di vagamento ferino, e la nuova barbarie, la nuova gioventù, il Medioevo. La storia di Roma, a mala pena generalizzata e integrata qua e là con quella della Grecia, si scorge nelle « degnità » vicinane che formolano le leggi della dinamica sociale. Gli uomini prima sentono il necessario, dipoi badano all'utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del pia- B. Cuoce, La filosofìa di Giambattista Vico. 1> 130 FILOSOFIA DEL VICO cere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impaz- zano in istrapazzar le sostanze. Ci vogliono prima uomini immani e goffi come i Polifemi, affinché l'uomo ubbidisca all'uomo nello stato delle famiglie, e per disporlo a ubbi- dire alla legge nello stato futuro delle città. Ci vogliono i magnanimi e gli orgogliosi come gli Achilli, determinati a non cedere ai loro pari, affinché sulle famiglie si costi- tuiscano le repubbliche di forma aristocratica. Quindi si richiedono i valorosi e giusti, quali gli Aristidi e gli Sci- pioni Africani, per aprire la strada alla libertà popolare. Più innanzi, personaggi appariscenti con grandi immagini di virtù accompagnata da grandi vizi, che presso il volgo» fanno strepito di vera gloria, quali gli Alessandri e i Ce- sari, per introdurre le monarchie. Più oltre ancora, i tristi riflessivi, quali i Tiberi, per istabilirle ; e, finalmente, i furiosi, dissoluti e sfacciati, quali i Caligola, i Neroni, i Domiziani, per rovesciarle. Per effetto di questo assottigliamento della storia romana a storia tipica, e insieme della corpulenza che la storia ti- pica acquista nella storia di Roma, la ìegge vichiana dei ricorsi è tutta rotta da eccezioni, assai più frequenti e gravi che le medesime leggi empiriche non comportino j talché se il suo schema empirico fosse tutt'uno, come a lui sembrò, con la legge ideale dello spirito, parrebbe quasi ironia l'affermata costanza di esso nell'eternità e nei mondi infiniti. Il disegnato corso delle cose umane (egli scrive) non fecero, nell'antichità, Cartagine, Capua e Numanzia^ le tre città che minacciarono di disputare a Roma l'im- pero del mondo ; perché i cartaginesi furono prevenuti dalla nativa acutezza africana, che più aguzzarono nei commerci marittimi ; i capuani dalla mollezza del cielo e dall'abbondanza della Campagna felice; i numantini, per- ché nel loro primo furore dell'eroismo furono oppressi dalla potenza romana, comandata da uno Scipione Africano, vin- XI. I RICORSI 131 citore di Cartagine, e assistita dalle forze del mondo. E dall'antichità saltando ai tempi moderni, gli americani cor- rerebbero ora il corso delle cose umane, se non fossero stati scoperti dagli europei; Polonia e Inghilterra persi- stono stati aristocratici (tale stimava il Vico l'Inghilterra, perché, non come la Francia, monarchia assoluta), ma per- verranno a perfettissime monarchie, se il corso naturale delle cose umane civili non sarà loro impedito da cagioni straordinarie. Neppur il Medioevo poteva considerarsi, se- condo la mente del Vico, come un vero e proprio ritorno allo stato ferino, se si apri con lo stabilimento della re- ligione del vero Dio, del cristianesimo; né, a ogni modo, quel ritorno alla ferinità e alla barbarie sembra che sia la sola via che si offra alle nazioni, giunte alla loro tbqiVj, al loro culmine. C'è l'altra che le nazioni corrotte perdano l'indipendenza e vengano sotto il dominio di altre migliori. Né, infine, la decadenza è inevitabile, se uomini di stato e filosofi, lavorando concordi, possono ser- bare la perfezione raggiunta e raffrenare la dissoluzione minacciante, e se difatti (come egli nota) le poche repub- bliche aristocratiche che sopravvivevano ai suoi tempi quali residui del Medioevo (per es., Venezia), riuscivano a con- servarsi con arti di « sopraffina sapienza ». I suoi propri tempi il Vico giudica di alta civiltà : una compiuta umanità (egli dice) sembra sparsa, oggi, per tutte le nazioni. Pochi grandi monarchi reggono il mondo dei popoli, e quelli an- cora barbari o durano per la perdurante sapienza volgare di religioni fantastiche e fiere, o insiememente per effetto del temperamento naturale dei vari popoli. Le nazioni, infatti, soggette allo czar di Moscovia sono di mente pi- gra ; quelle del chan di Tartaria, genti molli ; i popoli sui quali regnano il negus di Etiopia e i re di Fez e di Ma- rocco, deboli e parchi. Nella zona temperata il Giappone celebra un'umanità eroica, somigliante alla romana dei 132 FILOSOFIA DEL VICO tempi delle guerre cartaginesi, fieri nelle armi, con una lingua che arieggia la latina (qui il Vico fraintendeva il ragguaglio di un missionario gesuita), con una religione feroce di dèi orribili tutti carichi d'armi infeste (e qui esagerava alquanto un passo del Bartoli) ; i cinesi, invece, con una religione mansueta, coltivano le lettere e sono umanissimi; umani ed esercitanti le arti della pace, i popoli del gran Mogol; i persiani e i turchi mescolano alla mollezza dell'Asia la rozza dottrina della loro reli- gione, e i turchi in ispecie temperano l'orgoglio con la magnificenza, col fasto, con la liberalità e con la gratitu- dine. Umanissima per eccellenza l'Europa, composta in grandi monarchie e dove dappertutto si professa la reli- gione cristiana, la quale insegna un'idea di Dio infinita- mente pura e perfetta e comanda la carità verso tutto il genere umano. Il Vico ferma l'occhio sulle confederazioni dei cantoni svizzeri e delle provincie unite di Olanda (che gli ricordano le leghe etolie ed achee), e sul corpo del- l'Impero germanico, sistema di città libere e di principi sovrani, che gli sembra quasi saggio di un grande stato aristocratico, il più perfetto di tutti, forma ultima degli stati civili, perché non si può intenderne altra superiore, riproducendo essa la prima, l'aristocrazia dei patrizi, re sovrani nelle loro famiglie e uniti in ordini regnanti nelle prime città, ma riproducendola non più barbarica, anzi sommamente civile. L'Europa sfolgora dappertutto di tanta -umanità, che vi si abbonda di tutti i beni i quali possono felicitare l'umana vita non meno pei piaceri della mente e dell'animo che per gli agi del corpo ; e tutto ciò per virtù della religione cristiana che insegna verità sublimi, servita dalle più dotte filosofie dei gentili e dalle tre maggiori lingue del mondo, l'ebraica, la greca e la latina, e riu- nente per tal modo la sapienza comandata con la ragionata, la più scelta dottrina dei filosofi con la più colta erudizione XI. I RICORSI 133 dei filologi. Codesta somma civiltà, garantita dal cristia- nesimo, sarebbe andata o stava per andare incontro a un nuovo stato ferino? È diffìcile conoscere quel che vera- mente il Vico pensasse in proposito. C'è, tra i suoi versi, una canzone cupamente pessimistica ; ma è una effusione giovanile e, a ogni modo, piuttosto che a decadenza so- ciale, accenna addirittura a un'imminente fine del mondo. Nelle sue lettere, si fa un triste quadro delle condizioni degli studi ai suoi tempi ; ma non si spinge lo sguardo fuori di quel campo ristretto, a considerare la vita sociale e politica. D'altra parte, nell'ultimo suo scritto filosofico, nel De mente heroica, volgendosi a quelli che dicevano tutto essere ormai perfetto e non presentarsi nient'altro da fare, affermava che si era nel maggior fervore di progresso: « Mundus iuvenescit adhuc; nani septingentis non ultra ab hinc annis, quorum tamen quadringentos barbaries percur- rit, quot nova inventa? quot novee artesf qnot novee scientice exeogitatee?... ». Ma si potrebbe osservare che il De mente heroica è un'orazione accademica, e che forse per questo il Vico vi fece tacere i suoi dubbi o i suoi intimi convinci- menti. In ogni caso, come adattare nella previsione di una imminente decadenza il sorgere di quel fatto provvidenziale che era la Scienza nuova, la quale illuminava la vita delle nazioni e ne rendeva possibile la diagnosi e la cura? Tutto sommato, è probabile che il pensiero del Vico circa le sorti della società a lui contemporanea sia difficile tanto a co- gliere perché, in verità, un pensiero determinato su quel punto a lui mancava, essendo il suo animo tratto in qua e in là da diverse e opposte tendenze e agitato fra timori e speranze. Se non fosse stata turbata dallo schema della storia romana, la teoria empirica dei ricorsi non sarebbe stata costretta ad accogliere tante e tanto gravi eccezioni, né si sarebbe impigliata in cosi angosciose perplessità, e avrebbe 134 FILOSOFIA DEL VICO pili agevolmente allogato le osservazioni storiche dell'au- tore, e, insomma, si sarebbe presentata con tratti più sem- plici e generali. Essa sarebbe consistita sopratutto nella determinazione e illustrazione del nesso tra epoche di pre- valenza fantastica ed epoche di prevalenza intellettiva, tra spontanee e riflesse, onde dalle prime escono le se- conde per potenziamento e dalle seconde, attraverso la degenerazione e la decomposizione, si torna alle prime. La storia politica mostra di continuo lo spettacolo di aristo- crazie che, da forti che erano, si fanno vili e spregevoli, e cedono all'urto di classi meno affinate o addirittura rozze ma moralmente più energiche, fintanto che queste, diventate a loro volta raffinate, raggiunta la più alta fio- ritura delle idee storiche di cui portavano il germe, en- trano in un periodo di decadenza e di fermentazione, dal quale esce una nuova classe dominatrice, giovanilmente barbara. E la storia della filosofia mostra periodi positi- vistici e periodi speculativi, l'irrigidirsi delle soluzioni filosofiche nelle dottrine scolastiche e nei dommi, il ri- torno alla mera osservazione del fatto singolo, e il rina- scente processo speculativo. E la storia letteraria ci parla anch'essa di periodi realistici e idealistici, romantici e clas- sicisti, di corruttela classica che è alessandrinismo e deca- dentismo, e di barbarie romantica che da questo risorge. Ecco altrettanti casi di veri e propri ricorsi vie hi ani. Ma poiché la natura dello spirito, messa a fondamento di questi cicli, è fuori del tempo ossia è in ogni istante del tempo, non bisogna esagerare la distinzione dei periodi; e, se quella legge deve avere una certa rigidezza, deve per altro serbare anche una certa elasticità. Non bisogna mai dimenticare che in ogni epoca, per aristocratica o demo- cratica, romantica o classica, positiva o speculativa che si dica, anzi in ogni individuo e in ogni fatto, è dato notare momenti aristocratici e democratici, romantici e classici, XI. I RICORSI 135 positivi e speculativi, e che quelle 'distinzioni su grande scala sono quantitative e di comodo: il che non deve por- tarci né a sostenere quella legge a tutti i rischi, cadendo nell'artificiosità, né a combatterla a oltranza, ricusando i servigi che gli schemi generali e approssimativi sogliono rendere. Perciò, quando sia cosi intesa e corretta, non solo non' e' è bisogno d'introdurre in essa quelle grosse e stridenti eccezioni che il modellamento sulla storia ro- mana e sulla sua catastrofe finale faceva necessarie, ma le accuse mosse al Vico di troppa uniformità si dileguano. Vincenzo Cuoco, uno dei primi che presero a studiare con intelligenza l'opera del Vico, notava, a proposito e contro i ricorsi, che « la natura non si rassomiglia mai a sé stessa, ed è l'uomo che per comporre. le sue osservazioni forma le classi e i nomi ». Verissima sentenza, ma che si volesse applicare a questo caso, non varrebbe solo contro i ricorsi vichiani, ma contro ogni sorta di scienza umana di carattere empirico. Altri rimprovera al Vico di avere trascurato ordini di cause che hanno importanza grande nella storia, per es. il clima, le disposizioni naturali delle razze e dei popoli, gli avvenimenti straordinari. Ma, lasciando stare che il Vico fece menzione più volte di tutte queste cose mettendo in rapporto i caratteri dei popoli e i climi con le forme e vicende degli Stati e ricordando avvenimenti e circostanze che affrettano il corso naturale ossia ordinario delle na- zioni (come, tra l'altro, nel discorrere della storia greca) ; il vero è che egli non doveva tenerne conto, o non poteva indugiarvisi, perché il suo assunto concerneva le uniformità e non le differenze, o certe uniformità e non certe altre, che rispetto alle prime diventavano differenze trascurabili. Allo stesso modo (e il paragone è calzante ed è più che un paragone) chi si faccia a notare i caratteri generali delle varie età della vita, della infanzia, della fan- 186 FILOSOFIA DEL VICO ciullezza, dell'adolescenza e via dicendo, trascurerà di no- tare gli acceleramenti o ritardi di sviluppo secondo i vari climi o le varie razze o i vari accidenti. Nel medesimo gruppo di addebiti, veri e inopportuni insieme, rientra che il Vico abbia negato la comunicabilità e compenetra- zione reciproca delle civiltà col sostenere insistentemente che la civiltà nacque separatamente presso i popoli senza sapere nulla gli uni degli altri e perciò senza prendere esempio reciproco. Il quale addebito è stato controbattuto osservando che il Vico non manca di ricordare casi di ef- ficacia di un popolo sull'altro e di trasmissione delle ci- viltà e dei loro prodotti (per es., della scrittura alfabetica dai caldei ai fenici e da questi agli egiziani), e che, a ogni modo, la sua legge è non empirica ma filosofica e si ri- ferisce alla spontaneità produttrice dello spirito umano. Senonché, ciò che è in discussione è appunto l'aspetto em- pirico e non quello filosofico della legge ; e la risposta giusta sembra a noi, come si è già accennato, che il Vico non potesse e non dovesse tenere conto delle altre circo- stanze, al modo stesso (per ripigliare l'esempio) che chi nello studiare le varie fasi della vita descrive le prime manifestazioni del bisogno sessuale nel vago fantasticare o in altri fatti consimili della pubertà, non tiene conto dell'iniziazione all'amore che gli adolescenti meno esperti possono ricevere dai piti esperti, quando l'assunto della ricerca concerna non le leggi sociali dell'imitazione ma le leggi fisiologiche dello sviluppo organico. E colui che affermasse che pur senza iniziazione e ammaliziamento il bisogno sessuale si risveglia egualmente e si procaccia soddisfazione, riaffermerebbe, senza dubbio, nient'altro che l'incontrastabile verità di un'antichissima novellina orien- tale che il Boccaccio inseri nel Decamerone, ma pronun- zierebbe insieme il più esatto riscontro alla famosa e tanto contrastata dignità vichiana. XI. I RICORSI 137 Né i ricorsi vichiani si oppongono di necessità, come spesso si è creduto, al concetto di progresso sociale. Si opporrebbero, se, invece di essere semplicemente uniformi, fossero identici, in conformità dell'idea, che si è affacciata nell'antichità e nei giorni nostri- a qualche cervello strava- gante, dell'eterno ritorno delle cose singole e individuali. Il ripercorso del corso, il circolo eterno dello spirito, può e deve (sebbene il Vico non lo dica) pensarsi non solo di- verso nel moto uniforme, ma continuamente arricchentesi e crescente su sé stesso, in guisa che la nuova epoca del senso sia in realtà arricchita di tutto l'intelletto, di tutto lo svolgimento precedente, e cosi la nuova epoca della fantasia o quella della mente spiegata. La barbarie ritor- nata, il Medioevo, fu per tanti rispetti uniforme all'antica barbarie ; ma non per ciò deve considerarsi identica se con- tenne in sé il cristianesimo che compendiò e superò il pen- siero antico. Tutt'altra questione è se nel Vico sia esplicito e rile- vato il concetto di progresso. 11 Vico non nega il progresso, vi fa anche, quando parla delle condizioni dei suoi tempi, qualche accenno come a una realtà di fatto; ma non ne ha il concetto, e molto meno gli dà rilievo. La sua filosofia, se procura l'alta visione del processo dello spirito ubbidiente alla sua propria legge, ritiene tuttavia, da questa mancanza di coscienza circa il progressivo ar- ricchimento del reale, qualcosa di desolato e di triste. Il carattere individuale degli uomini e degli avvenimenti ò, nel Vico, obliterato: individui e avvenimenti stanno sol- tanto come casi particolari di un aspetto dello spirito o di una fase della civiltà ; e perciò, sempre, Aristide con Sci- pione, Alessandro con Cesare, non mai Aristide come Ari- stide, Scipione come Scipione, e Alessandro e Cesare come Alessandro e come Cesare. Progresso importa ufficio pri- vilegiato di ciascun fatto, di ciascun individuo, ciascuno 138 FILOSOFIA DEL VICO mettendo la propria nota, insostituibile, nel poema della storia, e ciascuno rispondente con maggior voce al suo predecessore. Ma la ragione per la quale al Vico doveva fare difetto l'idea di progresso e la sua ricerca storica doveva riuscire unilaterale, non si può scorgere bene se non quando si sia dato uno sguardo alla sua metafisica. XII La metafisica _L er « metafisica » intendiamo la concezione che ebbe il Vico della realtà tutta e non del solo mondo umano; e includiamo nel significato della parola anche l'eventuale conclusione negativa che affermi l' inconoscibilità o la im- perfetta conoscibilità di una o più sfere del reale, o di quella suprema in cui le altre si riuniscono. Il Vico per l'appunto (come ci è noto dalla seconda forma, che è poi l'ultima, della sua gnoseologia) segnò una profonda linea divisoria tra mondo umano e mondo natu- rale: il primo trasparente all'uomo perché fatto dall'uomo, e il secondo opaco, perché Dio, che l'ha fatto, egli ne ha la scienza. E la sua concezione della realtà totale e ul- tima, la metafisica da lui esposta tutt' insieme con la sua prima gnoseologia, ritiene il solo valore, che questa le con- cede, di una probabile ma inverificabile congettura, la quale si compie nella certezza della teologia rivelata. Essa rimane perciò senza possibile congiungimento con la Scienza nuova, che procede con metodo sicuro di verità e prescinde affatto dalla rivelazione. Il Vico non la rifiutò mai ; ne discorre nella sua autobiografia che è del 1725, contem- poranea alla prima Scienza nuova; la ricorda con compia- cimento nel 1737, cioè sette anni dopo la seconda Scienza 140 FILOSOFIA DEL VICO nuova, quando la sua vita scientifica era (ed egli stesso cosi la considerava) terminata. Ma, sebbene non la rifiu- ' tasse, la tenne sempre come appartata in -un angolo della sua mente. Sembrerebbe che, assodato questo punto, non ci do- vesse essere, circa la metafisica vichiana, altro da dire d'importanza filosofica. Pure, non è cosi. E in primo luogo, poiché ogni parte della filosofia implica le altre e dalla trattazione di una delle cosi dette scienze filosofiche par- ticolari si può sempre desumere il carattere del tutto, è legittimo cercar di determinare, scrutando la Scienza nuova, quale metafisica vi è implicita, ossia quale com- plemento filosofico quella scienza logicamente sopporta e richiede. Ora la Scienza nuova, che affermava la conoscibilità piena delle cose umane, e non già nella loro superficie come in una psicologia, ma nell'intima loro natura; la Scienza nuova, che raggiungeva di là dagl'individui la conoscenza della Mente che informa il mondo ed è Provvi- denza; quella Scienza, che con divino piacere contem- plava l'eterno circolo dello Spinto: innalzata che si era a tale altezza tendeva necessariamente all'interpetrazione di tutta la realtà, della natura e di Dio come Mente. Che questa tendenza fosse oggettiva, della Scienza nuova, e non soggettiva, del Vico, nel quale quella scienza, per cosi dire, si era pensata, è quasi superfluo avvertire di nuovo. Il Vico, come persona, non solo non la favori, ma anzi la compresse e represse con tanta energia che non ne lasciò apparire traccia nei suoi libri. Di nessuna dottrina filoso- fica ebbe tanto terrore, e contro nessuna polemizzò con tanta frequenza, quanto contro il panteismo ; e forse pro- prio questa preoccupazione polemica è la sola traccia, seb- bene affatto involontaria, che si possa notare nei suoi scritti, della tendenza che egli doveva sentire in sé. Egli XII. LA METAFISICA 141 era e voleva restare cristiano e cattolico: la trascendenza, il Dio personale, la sostanzialità dell'anima, per quanto la sua scienza non vi conducesse, erano bisogni irrefrena- bili della sua coscienza. Ma ciò, come permetteva al Vico di reprimere soltanto, e non di sopprimere, la logica e in- trinseca tendenza del suo pensiero, cosi dà a noi facoltà di riconoscerla nella cosa stessa. E a ragione un critico italiano (lo Spaventa) ebbe ad affermare che nel Vico si affacci l'esigenza di una nuova metafisica; e un altro, tedesco e cattolico, defini il sistema di lui un semipan- teismo. Più arrischiato sarebbe forse, col ricordato critico italiano, spingersi a dire che il Vico progredì sul concetto delle due sostanze cartesiane e dei due attributi spinoziani e della stessa monade leibniziana, sorpassando il paralle- lismo e l'armonia prestabilita col distinguere le due prov- videnze, i due attributi, la natura e lo spirito, in modo che uno di essi sia scala all'altro, e col concepire il punto di unione e la derivazione del contrario come spiegamento o sviluppo; onde la natura sarebbe il fenomeno e la base propria dello spirito, il presupposto che lo spirito fa a sé stesso per essere veramente spirito, vera unità. Perché, potendosi dubitare che la distinzione dei due attributi o delle due provvidenze, la naturale e l'umana, sia ben fon- data e ineluttabile conseguenza del concepire la sostanza come spirito e come mente, non si può dedurre il passag- gio evolutivo dall'una all'altra come tendenza implicita nel concetto vichiano della mente. Per questa seconda e particolare tendenza occorrono, insomma, prove partico- lari e documentarie, che si hanno bensì ma insufficienti e malsicure, e non nel sistema della Scienza nuova, ma piuttosto in quello che cronologicamente lo precedette. Perché anche la metafisica che il Vico delineò nella pri- ma fase del suo pensiero non è (com'è sembrato a parecchi e può sembrare a prima vista) priva di ogni significato e 142 FILOSOFIA DEL VICO importanza. Essa dimostra la medesima avversione contro il materialismo e il medesimo amore per V idealismo che anima le meditazioni della Scienza nuova. La filosofia di Epicuro, che prende a suo principio il corpo già formato e diviso in parti multiformi ultime, composte d'altre parti che per difetto di vuoto interposto si fingono indivisibili, sembrava a lui una filosofia da soddisfare le menti rozze dei fanciulli e le deboli delle donnicciuole; e con quanto diletto vedeva spiegate da quel filosofo (ossia nel poema di Lucrezio) le forme della natura corporea, con altret- tanto o riso o compatimento lo vedeva tratto dalla dura necessità a perdersi in mille inezie e sciocchezze per ispie- gare le guise della mente. Di « falsa posizione », non meno dell'epicurea, il Vico accusava la tìsica cartesiana, che anch'essa ha per principio il corpo già formato, diversa da quella di Epicuro in ciò che l'una ferma la divisibilità del corpo negli atomi, l'altra fa i suoi tre elementi divi- sibili all'infinito; l'una pone il moto nel vano, l'altra nel pieno; l'una comincia a formare i suoi infiniti mondi da una casuale declinazione di atomi dal moto in giù del pro- prio loro peso e gravità; l'altra, i suoi indefiniti vortici da un impeto impresso a un pezzo di materia inerte e quindi non divisa ancora, che col moto impresso si divide in quadrelli e impedita dalla sua mole mette in necessità di sforzarsi a movere in moto retto, e, non potendo per il suo pieno, incomincia, divisa nei suoi quadrelli, a mo- versi circa il centro di ciascun quadrello. Cosi se Epicuro commetteva il mondo al Caso, Cartesio lo assoggettava al Fato; e invano, per salvarsi dal materialismo, egli sovrap- pose alla sua fisica una metafisica alla maniera platonica, con cui si studiò di stabilire due sostanze, una distesa e l'altra intelligente, e di far luogo a un agente immate- riale, perché queste due parti non erano congruenti nel si- stema, richiedendo la sua fìsica meccanica una metafisica XII. LA METAFISICA 143 come l'epicurea, che stabilisce un sol genere di sostanza corporea operante. Per simili o analoghe ragioni, il Vico respingeva le filosofie del Gassendi, dello Spinoza e del Locke; e le fisiche di altri autori, quella per es. di Roberto Boyle, gli parevano profittevoli per la medicina e per la spargirica, inutili per la filosofia. Di Galileo giudicava che avesse mirato la fisica con occhio di gran geometra, ma non con tutto il lume della metafisica. Le sue simpatie si volgevano ai filosofi che erano insieme geometri, e perciò alla fisica pitagorica o timaica, secondo la quale il mondo consta di numeri ; alla metafisica platonica che dalla forma della nostra mente, senz'alcuna ipotesi, stabilisce per prin- cipio di tutte le cose l'idea eterna sulla scienza e coscienza che abbiamo di certe eterne verità che sono nella nostra mente e che non possiamo sconoscere o rinnegare; alla dottrina, che egli attribuiva a Zenone stoico, dei punti metafisici ; e, infine, alla filosofia del Rinascimento italiano, quando risplendevano i Ficino, i Pico della Mirandola, gli Steuco, i Nifo, i Mazzoni, i Piccolomini, gli Acquaviva e i Patrizzi. Il concetto fondamentale della sua cosmologia era dato dai punti metafisici, nei quali trovava applicazione il rio- peramento della matematica sulla metafisica, da lui am- messo come procedere analogico costruttivo. Al modo stesso che dal punto geometrico nasce la linea e la superficie, e il punto che viene definito non aver parti dà la dimostra- zione che le linee altrimenti incommensurabili si tagliano eguali nei loro punti; cosi è lecito postulare punti non più geometrici ma metafisici, i quali, non estesi, generino l'estensione. Tra Dio, che è quiete, e il corpo, che è moto, s'interpone mediatore il punto metafisico, il cui attributo è il conato, ossia l' indefinita virtù e sforzo dell'universo a mandar fuori e sostenere le cose particolari tutte. L'esi- stenza del corpo non è altro che un'indefinita* virtù di 144 FILOSOFIA DEL VICO mantenerlo disteso, la quale sta egualmente sotto cose di- stese quantunque disuguali, ed è insieme indefinita virtù di muovere che sta sotto ai moti quanto si voglia disu- guali. Sotto un granello di arena vi ha tal cosa che, divi- dendosi quel corpicello, dà e sostiene un' infinita estensione e grandezza; sicché la mole dell'universo tutto, nel corpo del granello, se non è in atto, è bene in potenza e in virtù. Questo sforzo dell'universo, che è sotto ogni piccolissimo corpicciuolo, non è né l'estensione del corpicciuolo né l'estensione dell'universo; è la mente di Dio, la quale, pura di ogni corpolenza, agita e muove il tutto. Ogni partico- lare determinazione della realtà si accorda con questa ve- rità fondamentale. Il tempo si divide, l'eternità è nell'in- diviso; le perturbazioni dell'animo diminuiscono e cresco- no, la tranquillità d'animo non conosce gradi ; le cose estese si corrompono, le inestese constano nell'indivisibi- lità; il corpo tollera divisione, la mente non la tollera; le opportunità sono nel punto, i casi in ogni parte; la scienza non si divide, l'opinione genera le sètte; la virtù non sta né più in qua né più in là, il vizio spazia dappertutto ; il retto è uno, le cose prave innumerevoli; in ogni genere di cose, insomma, l'ottimo viene collocato nell'indivisibile. La sostanza in genere, che sta sotto e sostiene le cose, si divide nelle due specie della sostanza distesa, che e quella che sostiene ugualmente estensioni disuguali, e della sostanza cogitante, che sostiene ugualmente pensieri di- suguali; e siccome una parte dell'estensione è divisa dal- l'altra ma indivisa nella sostanza del corpo, cosi una parte della cogitazione, cioè a dire un determinato pensiero, è divisa dall'altra ed è indivisa nella sostanza dell'anima. Proprio dell'anima è il conato, ossia la libertà, negata af- fatto ai corpi ; e Cartesio, che cominciava la sua fisica dal conato dei corpi, la incominciava veramente da poeta e ri- cadeva nelle concezioni antropomorfiche dei popoli primi- XII. LA METAFISICA 145 tivi. Quelli che i meccanici dicono conati, forme, potenze, sono moti insensibili dei corpi, coi quali essi o s'appres- sano, come voleva la meccanica antica, ai loro centri di gravità, o, secondo le teorie della meccanica nuova, s'al- lontanano dai loro centri del moto. E, al pari del conato, e inconcepibile nei corpi la comunicazione del moto, con- cedere la quale tanto varrebbe quanto concedere la com- penetrazione dei corpi, non essendo altro il moto che il corpo che si muove : la percossa data a una palla è sol- tanto occasione perché lo sforzo dell' universo, il quale era si debole nella palla da far sembrare che essa si mante- nesse quieta, si spieghi di più e cosi ci dia apparenza di più sensibile moto. Coi cartesiani, per altro, e in ispecie col Malebranche, il Vico s'accordava circa l'origine delle idee, inclinando alla concezione che Dio le crei in noi volta per volta; coi cartesiani altresì teneva che i bruti fossero macchine ; e con tutta la filosofia del suo tempo ricono- sceva la soggettività delle qualità sensibili. Lasciando queste ultime dottrine, alle quali il Vico ac- cenna appena e che non gli sono proprie, tutta sua vera- mente è quella fondamentale dei punti metafisici ; giacché l'attribuzione di essa a un fantastico Zenone, nella cui persona erano fusi e confusi l'eleate e lo stoico (secondo un errore comune nella letteratura filosofica del tempo), non può ingannare nessuno, e non ingannò il medesimo Vico che, messo alle strette, spiegò come fosse stato con- dotto a interpetrare a quel modo ciò che di Zenone rife- risce Aristotele e concluse che, se quella dottrina non si voleva ricevere come zenoniana, la si prendesse per sua propria e non assistita da nomi grandi. Né, d'altro canto, si può riportarla alla monadologia leibniziana, che è dub- bio se fosse nota al Vico, che il Vico a ogni modo non mentova (laddove pur mentova, con parole di alta reve- renza, il Leibniz), e con la quale la somiglianza è molto B. Cuoce, La filosofia di Giambattista Vico. IO 146 FILOSOFIA DEL VICO vaga, perché i punti metafisici non sono monadi. Se mai, qualche efficacia si può affermare che avesse sopra di essa la scoperta leibniziana e newtoniana (che allora si comin- ciava a divulgare in Italia anche per opera di taluni amici personali del Vico) del calcolo infinitesimale ; i cui ter- mini d'infiniti massimi, minori, maggiori e via dicendo (egli dice) stravolgerebbero l'umano intendimento, perché l'infinito è schivo di ogni moltiplicazione e comparazione, se non soccorresse una metafìsica la quale stabilisca che sotto tutti gli attuali distesi e attuali movimenti sia una virtù o potenza di estensione e di moto sempre uguale a sé stessa, cioè infinita. E più giustamente ancora è stato indagato il confluire nella concezione vichiana delle cor- renti platoniche (del platonismo della Rinascenza) e gali- leiane, particolarmente di queste ultime; il che, per altro, non ne diminuisce l'originalità. Originalità, senza dubbio, di un pensare fantasticheg- giante e arbitrario, che per tal ragione rimase senza pos- sibilità di svolgimento e senza efficacia diretta sulla re- stante concezione del Vico. Al recensente del Giornale dei letterati, che chiamava quella metafisica un abbozzo, l'autore rispondeva che era affatto compiuta: un aborto, invero, piuttostq che un abbozzo, e, come aborto, compiuto. E nella Scienza nuova, oltre qualche richiamo alla negata attribuzione del conato ai corpi, c'è un solo fuggevole ma curioso tentativo di connessione con una metafìsica geome- trica o aritmetica sul tipo di quella ora delineata ; ed è là dove si afferma che sull'ordine delle cose civili corpulente e composte si conviene l'ordine dei numeri, che sono cose astratte e purissime, e si osserva che, infatti, i governi cominciano dall'uno con le monarchie familiari, passano ai pochi con le aristocrazie, s'inoltrano ai molti e tutti nelle repubbliche democratiche, e finalmente ritornano all'uno nelle monarchie civili (assolute), sicché l'umanità XII. LA METAFISICA 147 corre sempre dall'uno all'uno, dall'assolutismo del pater- familias a quello del monarca illuminato. Ma se si può e si deve negar valore alla cosmologia vichiana; se le contradizioni e le oscurità in cui si av- volge sono manifeste e furono notate dai critici del tempo; è anche innegabile il carattere che essa ha di dinami- smo, in opposizione al meccanicismo della filosofìa contem- poranea. L'escogitazione dei punti metafisici, nella quale Dio appare il gran geometra che conoscendo fa e facendo conosce le cose dell'universo, è come il simbolo della ne- cessità di risolvere la natura in termini idealistici. Un Vico teologizzante, un Vico agnostico, perfino un Vico immagi- noso inventore di romanzi cosmologici e tìsici, si trova qua e là; ma un Vico materialista non si trova in nessuna parte dell'opera sua. Anche questa non ardita metafisica destò sospetto di panteismo, benché l'autore insistesse nella dottrina teolo- gica *che il fare di Dio si converte « ab intra» col generato e « ab extra » col fatto, e che perciò il mondo è creato in tempo; che l'anima umana, la quale, specchio della divina, pensa l'infinito e l'eterno, non è terminata da corpo e quindi neppure da tempo, e perciò è immortale ; e che in qual modo l'infinito sia disceso nelle cose finite, ciò, se anche Dio l'insegnasse, non si potrebbe intendere dal- l'uomo. Comunque, egli stimò necessario chiudere le ri- sposte ai suoi critici col raccogliere le proposizioni che dimostravano il suo ortodossismo, e ribadire che « essendo Dio altrimente sostanza e altrimente le creature, e la ra- gion d'essere o l'essenza essendo propria della sostanza, le sostanze create, anche in quanto all'essenza, sono diverse e distinte dalla sostanza di Dio ». La trascendenza limitava la mente del Vico e, impe- dendogli di raggiungere l'unità del reale, gì' impediva an- che la conoscenza veramente completa di quel mondo 148 FILOSOFIA DEL VICO umano, ch'egli aveva cosi potentemente, con opposto prin- cipio, rischiarato. Ed ecco ora perché il Vico, senza negare il progresso, non poteva averne il concetto. E stato osservato che il concetto di progresso è estraneo al catto- licismo e prende origine dalla riforma protestante, e che perciò il cattolico Vico doveva inibirselo. Ma altresì il concetto della provvidenza immanente è inconciliabile col cattolicismo, e tuttavia il Vico lo pensò profondamente. Il che vuol dire che non l'impulso gli mancava, ma piut- tosto la possibilità di andar oltre un certo segno, dove la sua fede sarebbe stata messa a troppo aperto sbaraglio. Il progresso, dedotto dalla provvidenza immanente e in- trodotto nella Scienza nuova, avrebbe accentuato la diffe- renza nell'uniformità, il sorgere del nuovo a ogni istante, il perpetuo arricchimento del corso a ogni ricorso ; avrebbe cangiato la storia, da un rassegnato percorrere e ripercor- rere il solco tracciato da Dio sotto l'occhio di Dio, in un dramma che ha in sé la propria ragion d'essere; avrebbe trascinato nelle sue spire l'intero cosmo e reso reale il pensiero dei mondi infiniti. Il Vico, all'affacciarsi di que- sta visione, arretra pauroso, si ferma ostinato, e il filosofo è sostituito in lui dal credente. xnr Passaggio alla storiografia Carattere generale della storiografia vichiana D, 'alle cose precedentemente discorse è chiaro che la parte storica della Scienza nuova non poteva configurarsi come una storia del genere umano, nella quale ai popoli e agl'individui fosse riconosciuto l'ufficio proprio e singolare che ciascuno di essi esercitò nel corso degli avvenimenti. A tal uopo il Vico avrebbe dovuto chiudere il suo sistema di pensiero, che in un punto rimaneva spezzato e aperto alla concezione religiosa ; e innalzare la sua divinità prov- vidente a divinità progrediente, determinando i corsi e i ricorsi come il ritmo interno del progresso. Ovvero, per raggiungere nella storia, in senso diametralmente opposto, la visione dell'individualità, doveva abbandonare la sua germinale filosofia idealistica, togliere la divisione tra prov- videnza ordinaria e straordinaria, darsi totalmente in brac- cio alla fede e alla tradizione religiosa, e tracciare la storia dell' umanità sul disegno che Dio aveva rivelato o per- metteva d' intravvedere. Come credente, egli repugnava al primo partito, come filosofo, al secondo; onde la storia da lui ricostruita non poteva essere, e non fu, storia uni- versale. Per conseguenza, non fu neppure quello che si chiama filosofia della storia, se a questa denominazione si rida 150 FILOSOFIA DEL VICO il significato originario di una « storia universale » (cioè che abbia l'occhio alle maggiori e più nascoste iuncturce rerum) « narrata filosoficamente » (vale a dire, più filoso- ficamente che non si solesse dai cronisti, dagli aneddotisti e dagli storiografi cortigiani, politici e nazionali). La con- troversia se al Vico o allo Herder spetti di aver fondato la filosofia della storia, dovrebbe francamente risolversi a fa- vore dello Herder, perché l'opera di costui ha quell'anda- mento di « storia universale » che manca alla Scienza nuova; sebbene, d'altro canto, sia agevole trovare allo Herder precursori in buon numero, a cominciare dai pro- feti ebraici e dallo schema delle quattro monarchie, che rimase non solo nel Medioevo ma ben oltre nei tempi mo- derni lo schema costruttivo della storia universale. Né sarà fuori luogo soggiungere che la cosi detta filosofia della sto- ria in quanto storia universale non costituisce una speciale scienza filosofica o una storia nettamente distinguibile da altre forme di storia (salvo che, per ismania di renderla autonoma, non se ne faccia il mostro di una storia astratta o di una filosofia storicizzata); e quando al Vico o allo Herder si attribuisce il vanto di avere creato con la filo- sofia della storia una nuova scienza, si rivolge loro un complimento di dubbia lega: il quale, per ciò che in particolare concerne il Vico, è stato cagione che non si scorgesse il valore' vero dall'opera sua. Infatti, la « Scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni », intesa come l'equivoca scienza della filosofia della storia (Phi- losophie de l'histoire intitolò il Michelet la sua riduzione francese dell'opera vichiana), non ha lasciato vedere la Scienza nuova come nuova filosofia dello spirito e iniziale metafisica della mente. Il dissidio che era, nella sua concezione generale, tra scienza e credenza, riappare, nella storiografia del Vico, come divisione e opposizione tra storia degli ebrei e XIII. CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA 151 storia delle genti, tra storia sacra e storia profana. La storia ebraica non andò soggetta alle leggi delle altre, ebbe un corso tutto proprio, si spiega con principi affatto parti- colari, cioè con l'azione diretta di Dio. La Scienza nuova, che nella sua parte filosofica non ne dava i principi espli- cativi, non avrebbe dunque dovuto trattarne altrimenti nella sua parte storica. E tale sarebbe stato, forse, il desi- derio del Vico. Ma al desiderio si opponeva (senza parlare del bisogno in cui egli era di premunirsi della taccia di empietà, che non sarebbe mancata) il suo scrupolo di uomo di fede e di buona fede, che lo spingeva a cercare una qualche armonia tra le due storie, le quali, per quanto di- vise egli le ponesse (ricordando in proposito che anche un autore gentile, Tacito, chiamava gli ebrei « uomini inso- cievoli >), entrambe si erano svolte sulla terra e avevano avuto reciproche relazioni, non foss'altro che all'origine dell'umanità e nella sua palingenesi per opera del cristia- nesimo. Accadde che il Vico il quale voleva e doveva, per l'indirizzo stesso della sua mente, evitare il racconto della storia universale, e attenersi insieme ai soli problemi filo- soficamente e filologicamente trattabili, non potesse esi- mersi dal rompere talvolta il suo proposito, e dal tentare un qualche congiungimento tra le due storie, e in pari tempo una qualche apologia della storia sacra con gli ar- gomenti forniti dalla scienza e dalla storia profana. E questa la parte più infelice ma altamente significante dell'opera sua. Egli era costretto ad ammettere, in con- trasto a tutte le sue scoperte, con istrazio di tutta la sua mente, che gli ebrei avevano goduto il privilegio di ser- bare intatte le loro memorie fino dal principio del mondo, della qual cosa le altre nazioni si vantavano a vuoto, e che perciò l'origine e successione certa della storia uni- versale dovesse domandarsi alla storia sacra. E l'esigenza di connettere i suoi concetti circa le civiltà primitive con 152 FILOSOFIA DEL VICO la cronologia biblica, con l'anno che si soleva assegnare alla creazione del mondo, con la tradizione del diluvio universale e con quella dei giganti, di trovare (com'egli dice) « la perpetuità della storia sacra con la profana », lo portò a immaginare le cose più stravaganti. Imperver- sato dunque nell'anno 1656 dalla creazione il diluvio, e separatisi i figli di Noè, mentre gli ebrei iniziano o prose- guono la loro sacra storia con Abramo e gli altri patriar- chi, e poi con le leggi date da Dio a Mosè, tutti i restanti semiti e i camiti e giapetici, i primi più tardi e per minor tempo, i secondi e i terzi più presto e per tempo più lungo, caddero nello stato ferino ed errarono per la terra, be- stioni stupidi e feroci. E laddove gli ebrei, sottomessi al governo teocratico, severamente educati e praticanti le abluzioni, rimasero di giusta statura, i componenti delle altre razze, senza disciplina né morale né fisica, travol- gendosi nel fango, nello sterco e nell'urina e assorbendo sali nitrici (cosi come di sterco e di urina la terra s'in- grassa e diventa feconda) crebbero in corpi mostruosi e giganteschi. Cento anni pei semiti e dugento per le altre due razze durò lo stato ferino; fino a quando la terra, che era rimasta a lungo inzuppata dall'umidore del diluvio uni- versale, asciugandosi mandò fuori esalazioni secche o ma- terie ignite in aria a ingenerare i fulmini. Coi fulmini, come già sappiamo, e con la mitologia del cielo fulminante che è Giove, si sveglia nei bestioni la coscienza di Dio e la coscienza di sé, onde diventano uomini. Si apre cosi l'età degli dèi, che socialmente è quella delle monarchie familiari dove il padre è re e sacerdote e nel corso della quale si viene costituendo il sistema delle deità maggiori, e i giganti mercé le spaventose religioni e l'educazione domestica che doma la loro carne e sviluppa in essi l'ele- mento spirituale, e mercé le lavande, degradano via via alla giusta corporatura quale hanno gli uomini che s' in- XIII. CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA 153 contrailo agli inizi della susseguente età eroica. — Tale, indicata per sommi capi, è la bizzarra costruzione, fatta dal Vico, dei cominciamenti della storia umana sulla terra, messi in armonia coi racconti della storia sacra; e di essa si sarebbe riso o sorriso meno, se si fosse guardato al dramma che vi è sotto, alla tormentosa coscienza del cre- dente che, lottando col pensatore, cerca rifugio in quelle stravaganze. Con le quali, a ogni modo, il Vico valicava sopra una serie di sassi vacillanti (il diluvio, i giganti, le esalazioni secche) la fiumana della tradizione religiosa e raggiungeva il terreno sodo della storia critica, dove sco- priva altresì il primo appoggio della sua filosofia dello spirito, la ferinità. È da osservare inoltre che il rapporto con la storia ebraica — la sola che a lui s' imponesse come storia vera e propria, cioè come un unicum, sebbene in modo miracoloso, affatto individuato — gli suggerì i rari accenni che s' incontrano nei suoi scritti ad asse- gnare ai vari popoli uno speciale ufficio o missione; onde gli parve talvolta che gli ebrei rappresentassero la mens, i caldei la ratio e i giapetici la pliantasia. Parallelamente a questa storia fantastica dei comincia- menti del genere umano sulla terra, corrono i tentativi di apologetica biblica. Il Vico non tralascia di arrecare prove che dovrebbero profanamente confermare i racconti della storia sacra. Conferma, per es., del diluvio e dei giganti sa- rebbero i simiglianti racconti dei greci e di altri popoli; — il governo teocratico, del quale nessuna storia profana ha notizia precisa e oscuramente vi alludono i poeti nelle loro favole, si riscontrerebbe nel governo degli ebrei innanzi e dopo il diluvio ; — gli ebrei avrebbero ignorato la divi- nazione, perché vivevano in diretti rapporti col vero Dio, laddove i caldei ebbero la magia o divinazione secondo i moti degli astri e i popoli di Europa quella per auspici. Si sente in tutto ciò, senza dubbio, qualcosa di voluto, un 154 FILOSOFIA DEL VICO voler vedere o un voler non vedere, un darsi sulla voce, un eccitarsi alla persuasione; come è consueto, del resto, in molti credenti colti e scientificamente educati. Il Vico scriverà perfino una volta, nell'esporre la genesi storica delle forme grammaticali e nell'asserire che i verbi comin- ciarono dagli imperativi e cioè dai comandi monosillabici che i padri davano a mogli, figliuoli e famoli (es, sta, i, da, fac ecc.), che da ciò si ricava un'indiretta dimostrazione della verità del cristianesimo, perché in ebraico la terza persona singola e maschile del perfetto è rappresentata dalla nuda radice senza alcun segno flessivo : prova evi- dente che i patriarchi dovettero dare gli ordini nelle loro famiglie a nome di un sol Dio (Deus dixit). Questo, a suo parere, era « un fulmine da atterrare tutti gli scrittori che hanno oppinato gli ebrei essere stati una colonia uscita da Egitto, quando, dall' incominciar a formarsi, la lingua ebraica ebbe incominciamento da un solo Dio ». Sono ful- mini, a dir vero, che invece di fulminare i miscredenti, illuminano la povertà degli argomenti sui quali l'apologe- tica si appoggia anche in un uomo come il Vico; e, ogget- tivamente considerando, la divisione introdotta per iscru- polo religioso tra storia sacra e storia profana, col conse- guente trattamento critico di questa e dommatico di quella, e con le conseguenti strane ipotesi e difese, faceva e fa pensare irresistibilmente che il sottrarsi della storia sacra alla scienza umana provenga non dall'impotenza della scienza umana, ma dall'impotenza della storia sacra, cioè, dall'impotenza a serbarsi inalterata nella scienza; sicché di rado uno scrupolo religioso fu di tanto pericolo alla causa della religione. Ma il Vico aveva troppo genuino e rigoroso senso scien- tifico da mettersi a fare, e per giunta a contraggenio, il Selden o il Bossuet; onde l'armonizzamento con la storia sacra o l'apologetica rimangono in lui episodi, dai quali XIII. CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA 155 si può prescindere. E poiché, d'altra parte, gli era vietato di profanare del tutto la filosofia e la storia, e di rappre- sentare il movimento storico complessivo in base al criterio del progresso, non gli restava se non guardare i fatti dal- l'aspetto che la sua filosofia gli concedeva libero: quello dei corsi e ricorsi, dell'eterno processo e delle eterne fasi dello spirito. Qui era la sua forza, qui poteva riconoscere il carattere specifico, se non propriamente quello individuale, di leggi, costumi, poesie, favole, d'in- tere formazioni sociali e culturali che erano state fraintese dalla storiografia fino ai suoi tempi. E per questa ragione egli, anziché narrare la storia, doveva restringersi a met- tere in luce gli aspetti comuni di certi gruppi di fatti, ap- partenenti a tempi e nazioni varie. Nella Scienza nuova si ha (egli dice) « tutta spiegata la storia, non già par- ticolare ed in tempo delle leggi e dei fatti de' ro- mani e de' greci, ma sull'identità in sostanza d'in- tendere e diversità dei modi lor di spiegarsi ». « Si arrecheranno (dice ancora in altra occasione) i fatti a modo di esempli perché s'intendano in ragion di prin- cipi » , imperocché « vedere avverati i principi nella quasi innumerabile folla delle conseguenze, egli si dee aspettare da altre opere che da noi o già se ne son date fuori o già sono alla mano per uscire alla luce delle stampe ». Ossia, come sappiamo, in quella Scienza si ha da una parte una filosofia e dall'altra una descrittiva empirica, storicamente esemplificata, nella quale i romani non stanno come romani, ma in ciò che hanno di comune coi greci o ma- gari coi giapponesi ; la storia di Roma sotto i re o ai primi tempi della repubblica spiega le sue affinità con quella dei primi secoli del Medioevo; e Omero non sta come Omero, ma come esempio della poesia primitiva e, attraverso i secoli, ritrova e abbraccia il suo fratello, Dante. Forza e limite insieme, perché la storia non consiste di certo, essen- 156 FILOSOFIA DEL VICO zialmente, in queste somiglianze ; ma senza la percezione delle somiglianze come si giungerebbe a fissare le diffe- renze? Dante non è Omero, i baroni non sono i « patres » r l'ateniese Solone non è il romano Publilio Filone, il feu- dalismo dell'età carolingia e in genere medievale non è la costituzione sociale delle età primitive di Grecia e di Roma; ma certamente, per taluni rispetti, Dante è più vicino a Omero che non al Petrarca, i baroni della prima epoca più prossimi ai « patres » che non alla posteriore nobiltà di corte, Solone somiglia più a un tribuno o a un dittatore romano che a qualche altro dei sette savi coi quali suole andare congiunto, il feudalismo medievale si rischiara col ravvicinamento alle società fondate sull'economia agraria. Notare queste somiglianze significa negare o rigettare in- dietro altre più superficiali e aprire la via alla conoscenza dell' individualità, indicando la regione approssimativa dove si trova la verità piena. Il Vico, piuttosto che narrare e rappresentare, classifica; ma c'è classificazione e classifi- cazione: quella che si fa a servigio di un pensiero super- ficiale e quella che si fa a servigio di un pensiero profondo. E la parte storica della Scienza nuova è una grande sosti- tuzione di classificazioni superficiali con classificazioni pro- fonde. In questo àmbito, dov'è la forza della storiografia vi- chiana, le deficienze e gli errori provengono non dal dì fuori dei limiti tracciati, ma da cagioni operanti dentro quei limiti stessi. È stato allegato, in discolpa del Vico, che gran parte dei suoi errori sono da attribuire ai mate- riali scarsi e insufficienti dei quali egli disponeva; ma scarsi e insufficienti rispetto alla nostra brama di sapere sono, sempre, i materiali di studio, e nel giudicare uno storico non può essere questione di ciò, si del modo cauto o incauto nel quale egli adopera i materiali di cui dispone. Ancora è stato detto che il Vico ebbe i difetti del suo tempo; XIII. CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA 157 e qui si è dimenticato che egli nasceva nel secolo nel quale si era svolta la criticissima filologia di Giuseppe Sca- ligero e di tutta la scuola olandese, e Che suoi contempo- ranei furono in Italia lo Zeno, il Maffei e il Muratori. Il vero è che la forma mentale da noi giù, descritta, del Vico, come turbava la pura trattazione filosofica con le deter- minazioni della scienza empirica e dei dati storici, cosi turbava la ricerca storica col miscuglio della filosofia e della scienza empirica. 11 Vico era in uno stato come di ebrezza: confondendo categorie e fatti, si sentiva molto spesso sicuro a priori di quel che i fatti gli avrebbero detto e non li lasciava parlare e subito metteva loro in bocca la sua risposta. Una frequente illusione gli faceva ravvisare rapporti tra cose che non ne avevano alcuno; gli mutava ogni ipotetica combinazione in certezza ; gli faceva leggere negli autori, invece delle parole esistenti, altre non mai scritte e ch'egli medesimo senz'accorgersene aveva inte- riormente pronunziate e proiettate negli scritti altrui.. L'esattezza gli era impossibile, e in quella sua eccitazione ed esaltazione di spirito, quasi la disprezzava; perché, in- fatti, dieci, venti, cento errori particolari che cosa avreb- bero tolto alla verità sostanziale? L'esattezza, la « dili- genza » (egli dice) « dee perdersi nel lavorare d'intorno ad argomenti e' hanno della grandezza, perocché ella è una minuta e, perché minuta, anco tarda virtù. ». Etimo- logie immaginose, interpetrazioni mitologiche arrischiate e infondate, scambi di nomi e tempi, esagerazioni di fatti, citazioni fallaci s'incontrano a ogni passo nelle sue pagine e molte se ne possono vedere notate nella bella edizione della seconda Scienza nuova, curata dal Nicolini, e qual- cuna ne noteremo via via anche noi a mo' di saggio, ma guardandoci dal dargli di continuo sulla voce, e qual- che volta rettificando tacitamente le sue citazioni. Sicché, come parlando della sua filosofia abbiamo osservato che il 158 FILOSOFIA DEL VICO Vico non era ingegno acuto, cosi, parlando della sua sto- riografia, dobbiamo ora dire che egli non era ingegno critico. Ma come, negandogli colà l'acume in piccolo, gli riconoscevamo quell'acume in grande che e la profondità, cosi anche qui dobbiamo aggiungere che, se il Vico man- cava di senso critico in piccolo, abbondava di quello in grande. Negligente, cervellotico, affastellato nei par- ticolari; circospetto, logico, penetrativo nei punti essen- ziali; scopre il fianco, e talora tutta la persona ai colpi del pili meschino e meccanico erudito, e intimidisce ed è atto a ispirare reverenza a ogni critico e storico, per grande che sia. E se spaziando sempre negli universali e tutto preso dalle sue geniali scoperte, molte volte non die tempo ài tempo e non die agio e campo alla sua forza in- dagatrice e osservatrice di spiegarsi, e invece di storia in- ventò miti e intessé romanzi ; dove poi lasciò che quella forza liberamente si spiegasse, compi anche nel campo della storia cose mirabili, come c'industrieremo di venire mostrando nei capitoli che seguono. Ma passare a rassegna le interpetrazioni storiche vi- chiane* per confrontarle, come da molti si è fatto ed è co- mune vezzo, con quelle della storiografia odierna e lodarle o censurarle di conseguenza, sarebbe poco concludente; per- ché, dove c'è accordo tra i due termini del confronto, l'ac- cordo potrebbe essere fortuito, e, dove c'ò divergenza, la dottrina recente potrebbe essere pur tuttavia svolgimento o conseguenza del tentativo antico, e, a ogni modo, lo stato odierno delle cognizioni storiche non porge in niun caso una 9 misura assoluta. E, d'altra parte, sarebbe fuori luogo (oltre- ché superiore alle nostre forze) ripigliare tutti i problemi che il Vico trattò e toccò per esaminare quel che' di vero o di falso fosse nelle sue conclusioni, perché tanto varrebbe scrivere una terza Scienza nuova, meglio conforme ai no- stri tempi. A noi spetta indicare soltanto i principali prò- XIII. CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA 159 blemi storici che egli si propose, riassumere le soluzioni che ne diede, e avere l'occhio sempre allo stato della scienza non già ai tempi nostri ma ai tempi suoi, per determinare quali progressi si debbano al Vico nella sto- ria degli studi storici. XIV Nuovi canoni PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO E FAVOLOSO L .1 periodo storiografico, che precedette il Vico, fu, co- me s'è detto, tutt'altro che di credulità e di acrisia. Tra- scorsi da un pezzo erano i tempi in cui si compilavano le « cronache del mondo » e si accoglieva ogni favola e ogni più grossolana falsificazione come storia: i semi sparsi da alcuni umanisti avevano portato i loro frutti negli eruditi italiani, nella scuola giuridica francese, nella già ricordata scaligeriana, in tutti i grandi cronologi, epigrafisti, archeo- logi, topografi e geografi, che ordinarono nel secolo deci- mosettimo le prime e colossali raccolte critiche di fonti per la storia dell'antichità. Anzi, nel tempo stesso che i fi- lologi andavano correggendo e perfezionando i loro me- todi e sfatavano imposture e riempivano lacune, si dif- fondeva, per effetto della filosofia intellettualistica, lo scet- ticismo, o pirronismo storico come anche era chiamato, ■col Bayle, col Fontenelle, col Saint-Evremond e altri molti, precursori di quella polemica contro la verità e l'utilità della storia, che doveva diventare cosi vivace nel secolo seguente. Quest'ultimo indirizzo era, piuttosto che critico, iper- critico, mettendo capo alla distruzione della storia in ge- B. Ckocjo, La filosofia di Giambattista Vico. 11 162 FILOSOFIA DEL VICO nere; e poiché lo scetticismo storico rivesti assai spesso il carattere di paradosso a uso della società elegante e dei belli spiriti, la sua efficacia sul progresso degli studi fu as- sai scarsa, o, tutt'al più, valse a provocare vigorose reazioni (di una delle quali fu rappresentante il Vico) a favore della tradizione e dell'autorità. Giova invece notare le deficienze del primo e seriamente scientifico indirizzo dei filologi e antiquari: i quali restituivano testi, svelavano falsificazioni, ricostruivano serie di sovrani e di magistrati, raddrizzavano la cronologia, contestavano perfino alcune leggende; ma, sia per la mentalità consueta dei puri eru- diti e filologi, sia per l'ambiente generale della cultura di quel secolo, pur vivendo sempre a contatto dell'antico e del primitivo, non sentivano punto, e non facevano sen- tire, l'antico e il primitivo. Fortissimi nei particolari, erano deboli nelle cose essenziali. Anche quando alcuno dei più geniali si accorgeva, per es., dell'importanza dei canti po- polari, mezzo di trasmissione storica in tempi in cui man- cava o era rarissimo l'uso della scrittura, da queste e si- mili osservazioni non riceveva tale scossa da esserne spinto a rinnovare da cima a fondo la sua concezione della vita primitiva, come accadde invece al Vico, il quale, quasi a un tempo, intese la forma filosofica del certo e i due periodi di vita spirituale e sociale, che le corrispondevano nella storia reale: il periodo oscuro e quello favoloso. Anch'egli moveva da una sorta di scetticismo, scetti- cismo concernente i pregiudizi dei dotti e delle nazioni circa l'indole e i fatti dell'antichità ;. e statuiva, nel com- batterli, una serie di canoni o « degnità », che paiono ispi- rati agli « idola » del Bacone, di cui offrono come l'analogo nel campo della ricerca storica. Il Vico metteva in guardia in primo luogo contro le magnifiche opinioni che si erano avute fino ai suoi tempi intorno alla lontanissi- ma e sconosciuta antichità: ingenua illusione di cui XIV. CANONI PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO 163 trovava la sorgente in ciò che l'uomo, allorché si rovescia nell'ignoranza, fa di sé regola dell'universo (e qui è più vicina l'analogia col Bacone, perché tale enunciato somi- glia per l'appunto alla classe degli « idola tribus » in cui la mente fa di sé regola delle cose, ex analogia hominis, non ex analogia universi). Sopra la medesima osservazione si fonda il detto che « fama crescit eundo », e il tacitiano : « omne ignotum prò magnifico est ». Donde il vezzo d' in- terpetrare i costumi antichi con l'aspettazione di trovarli simili o migliori di quelli moderni e civili. Cosi Cicerone, per « un trasporto di fantasia » ammirava la mansuetu- dine degli antichi romani, che chiamavano « ospite » il nemico di guerra; non avvedendosi che la cosa stava pro- prio al rovescio e che gli ospiti erano « hostes », stranieri e nemici. Parimente Seneca, per provare che convenga usare umanità verso gli schiavi, ricordava che i padroni erano detti in antico « padri di famiglia » : quasi che i « patresfamilias » non fossero stati disumanissimi, nonché contro gli schiavi e famoli, contro i medesimi loro figliuoli, adeguati ai famoli. E per lo stesso pregiudizio il Grozio (che veramente il Vico scambia qui col suo esegeta Gro- novio e di costui fraintende le parole), volendo dimostrare la mitezza degli antichi germani, recava un gran numero di leggi barbariche, nelle quali l'omicidio era punito con la multa di pochi danari: documento, per contrario, di quanto fosse tenuto a vile il sangue dei poveri vassalli rustici, che erano per l'appunto gli « homìnes », di cui parlavano quelle leggi. In secondo luogo, ammoniva di non prestare fede alla boria delle nazioni, che (come avrebbe osservato Dio- doro siculo) tutte sia greche sia barbare — caldei, sciti, egizi, cinesi — si vantarono di avere, ciascuna prima delle altre, fondata l'umanità, ritrovati i comodi della vita e ser- bate le loro memorie fin dalle origini del mondo. Ciascuna 164 FILOSOFIA DEL VICO di esse, non avendo per molte migliaia d'anni avuto com- mercio con le altre onde potesse accomunare le notizie, fu, nel buio della sua cronologia, simile a un uomo che, dormendo in una stanza piccolissima, nell'errore delle te- nebre la crede certamente molto maggiore di quanto con le mani la toccherà poi. Chi prenda quei sognati vanti per notizie sicure, si trova nell'imbarazzo di scegliere fra tante nazioni e tante memorie, tutte, con pari fondamento, of- frentisi a gara come primitive. Con la boria delle nazioni il Vico metteva la boria dei dotti, i quali ciò che essi sanno vogliono che sia an- tico quanto il mondo; e perciò si compiacciono nell' im- maginare una inarrivabile riposta sapienza degli antichi, che coincide poi per l'appunto, mirabilmente, con le opi- nioni professate da ciascuno di quei dotti e da essi amman- tate di antichità per imporne pili solennemente l'accetta- zione. In tale errore cadde non solo Platone, specialmente nelle ricerche del Cratilo, ma quasi tutti gli storici, anti- chi e moderni: vi era caduto lo stesso Vico (che potè, dunque, studiarlo assai bene in sé medesimo), quando nel De antiquissima aveva creduto di trovare nelle etimologie dei vocaboli latini le prove di una metafisica italiana per- fettamente concorde con quella sua propria della conver- sione tra « verum » e « factum » e dei punti metafisici. Ai quali tre pregiudizi, e più strettamente alla boria dei dotti, va di séguito il quarto che ora si chiamerebbe delle « fonti » o degli « influssi di cultura », e che il Vico .sarcasticamente designava come quello della succes- sione delle scuole per le nazioni. Secondo tale dot- trina, Zoroastro, per es., avrebbe istruito Beroso per la Cal- dea, Beroso a sua volta Mercurio Trismegisto per l'Egitto, Mercurio Atlante legislatore dell'Etiopia, Atlante Orfeo missionario della Tracia, e finalmente Orfeo avrebbe fer- mato la sua scuola in Grecia. Lunghi viaggi, e agevoli, XIV. CANONI PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO 1G5 in verità, a quelle prime nazioni che, appena uscite dallo stato selvaggio, vivevano appollaiate sulle montagne in siti poco accessibili, sconosciute alle loro medesime confinanti! E questi lunghi viaggi avrebbero, avuto per oggetto di dif- fondere invenzioni, che ciascuna nazione poteva fare sen- z'altro da sé, e che se poi, conosciutisi tra loro i popoli per guerre e trattati, si ritrovarono simili, fu perché con- tenevano un motivo comune di vero e nascevano dalle me- desime necessità umane. C'era bisogno di supporre l'effi- cacia del diritto ateniese o di quello mosaico sul romano, come usavano i « pareggiatori » delle leggi o trattatisti del diritto comparato, per ispiegare come si fosse formato il diritto, riconosciuto in Palestina, in Atene e in Roma, di uccidere il ladro di notte? C'era bisogno che Pitagora andasse diffondendo la dottrina della trasmigrazione delle anime, che si ritrova perfino in India? Restava il pregiudizio circa gli storici antichi conside- rati come informatissimi dei tempi primitivi, i quali, in- vece, nel racconto delle origini, seppero quanto o meno di noi posteri. Per la storia greca, il Vico leggeva, o meglio credeva di leggere, in Tucidide la confessione che i greci, fino alla generazione a questo storico precedente, non conoscevano nulla della propria antichità; e osser- vava altresì che gli storici greci solo al tempo di Seno- fonte cominciarono ad avere qualche notizia precisa delle cose persiane. La storia romana si soleva principiarla da Roma; ma con Roma certamente non nacque il mondo, la quale fu una città nuova fondata in mezzo a un gran nu- mero di minuti popoli più antichi nel Lazio ; e per Roma stessa Tito Livio dichiara di non entrare mallevadore della verità dei fatti concernenti i primi secoli di quella storia, e a proposito della seconda guerra cartaginese, di cui è. in grado di scrivere con più verità, ingenuamente con- fessa di non sapere da qual parte Annibale fece il suo 166 FILOSOFIA DEL VICO grande e memorabile passaggio in Italia, se dalle Alpi eozie o dalle appennine. Tanto gli storici antichi erano bene informati! Per questi e altrettali motivi di scetticismo, tutto quanto si narrava dei greci fino al tempo di Erodoto e dei romani fino alla seconda guerra cartaginese parve al Vico tutto incertissimo: un territorio quasi res nullius, ove si poteva entrare col diritto del primo occupante. Egli vi entrava armato dei canoni positivi che nascevano accanto, anzi dal grembo di quelli negativi, che abbiamo riferiti. Perché, se il Vico negava fede agli storici lontani dai tempi e luoghi dei fatti che raccontavano, se screditava le vante- rie nazionali, se svelava le illusioni e le ciarlatanerie dei dotti, non rimaneva pago per altro a quest'opera di di- struzione ; e al posto del vecchio e malfido cacciato via badava a sostituire il nuovo di migliore qualità e di mag- giore resistenza, cioè un complesso di metodi mercé i quali era dato procacciarsi nuovi documenti con lo studiare meglio quelli già posseduti. Ogni avanza- mento nelle conoscenze storiche non si effettua, in verità, in altra guisa che con questo ritorno dal racconto ricevuto al documento sottostante, col quale solamente è dato con- fermare, rettificare e arricchire il racconto. Il primo metodo che il Vico addita, la prima fonte che egli schiude per la conoscenza delle società antichissime, è l'etimologia delle lingue, che si soleva esercitare ai suoi tempi in modo affatto arbitrario, col raffrontare i suoni di qualche sillaba o lettera, e cercare altre superficiali somi- glianze, inferendone la derivazione di un vocabolo da una lingua o dall'altra, dal latino, dal greco o dall'ebraico. Ma affinché l'etimologizzare sia fruttuoso, bisogna non di- menticare che le lingue sono i testimoni più gravi degli antichi costumi dei popoli, che si celebrarono al tempo in cui si formarono esse lingue ; e illuminare per- XIV. CANONI PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO 167 ciò, perpetuamente, le lingue coi costumi e i costumi con le lingue. Cosi le etimologie dei vocaboli astratti ci portano nel bel mezzo di una società affatto contadinesca, perché 1' « intelligere », per es., richiama il « legere » o raccogliere i frutti dei campi (donde « legumina »); il « disserere », lo spargere semenze; e la maggior parte delle espressioni in- torno a cose inanimate si svelano trasporti dal corpo umano e dalle sue parti e dagli umani sensi e passioni, come « bocca » per ogni apertura, « labbro » per orlo di vaso, -« fronte e spalle » per avanti e dietro, e simili. Il Vico vagheggiò un etimologico comune a tutte le lingue native, composto di radici monosillabiche e in gran parte onoma- topeiche; un altro delle voci di origine straniera, introdotte dopo che le nazioni si furono conosciute tra loro; un terzo, universale, per la scienza del diritto delle genti, dal quale apparisse come gli stessi uomini, fatti o cose, guardati con diversi aspetti dalle varie nazioni, avessero ricevuto diversi vocaboli; e, infine, un dizionario di voci mentali, comuni a tutte le nazioni, che, spiegando le idee uniformi circa le sostanze e le modificazioni diverse che le nazioni eb- bero nel pensare intorno alle stesse necessità umane o uti- lità comuni a tutte, secondo la diversità dei loro siti, cieli, nature e costumi, narrasse le origini delle diverse lingue vocali, che tutte convengono in una lingua ideale comune. La seconda fonte, schiusa dal Vico, è l'interpetrazione dei miti o favole, che, conforme alla sua dottrina, non erano allegorie, invenzioni o imposture, ina la scienza stessa dei popoli primitivi. Nel Diritto universale il Vico distinse quattro sensi pei quali gli dèi passarono: dapprima significando cose naturali, Giove il cielo, Diana le acque perenni, Dite o Plutone la terra inferiore, Nettuno il mare, e cosi via; poi, cose umane naturali, per es. Vulcano il fuoco, Cerere il frumento, Saturno i seminati; in terzo 163 FILOSOFIA DEL VICO luogo, fatti sociali; fintanto che, in ultimo, salirono al cielo, furono assunti agli astri, e le cose terrene e umane vennero divise dalle divine. Ma nelle due Scienze nuove mise in rilievo quasi esclusivamente il terzo significato, quello sociale, che diventò per lui l'originario; perché (sembra che egli pensasse) le prime nazioni erano troppo intente a sé stesse, troppo immerse nella loro dura e dif- ficile vita, da speculare astraendo dalle cose sociali. Cosi nei miti egli trovò riflesse le istituzioni, le scoperte, le di- visioni sociali, le lotte di classe, i viaggi, le guerre, dei popoli primitivi. Anche pei tempi abbastanza progrediti il Vico fu alieno dalle interpetrazioni naturalistiche o filoso- fiche; e il « Conosci te stesso », attribuito all'antico savio, gli parve nient'altro che un monito alla plebe ateniese per- ché conoscesse le proprie forze, trasportato dipoi a sensi metafisici e morali. Oltre questa ermeneutica sociale, un altro principio assai importante egli stabilisce: vale a dire che i significati galanti, lubrici e osceni delle favole fu- rono tutti intrusi in tempi tardi e corrotti, che interpe- trarono i costumi antichi sui propri o presero a giustifi- care le proprie lascivie con l'immaginare che gli dèi ne avessero dato l'esempio. Onde si ebbero Giove adultero, Giunone nemica a morte della virtù degli Ercoli, la casta Diana che sollecita gli abbracciamenti degli addormentati Endimioni, Apollo che infesta fino alla morte le pudiche donzelle, Marte che come se non bastasse commettere adul- teri in terra li trasporta fin dentro il mare con Venere, e, peggio ancora, gli amori di Giove con Ganimede e dello stesso Giove trasformato in cigno con Leda: dipinture atte a sciogliere il freno al vizio, come per l'appunto accadde nel giovinetto Cherea dell'Eunuco di Terenzio. Ma nella loro forma e significato originari le favole furono tutte severe e austere, degne di fondatori di nazioni; e, per es., Apollo che insegue Dafne alludeva agl'indovini o àuspici XIV. CANONI PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO 169 delle nozze, che perseguitavano per le selve le donne an- cora in preda ai concubiti vagabondi e nefarì; Venere, che si copre le vergogna col cesto, era simbolo pudico di matrimoni solenni; gli eroi, figliuoli di Giove, non erano già i frutti degli adulteri, ma gli eroi nati da nozze certe e solenni, celebrate con la volontà di Giove che si rive- lava negli auspici. Omnia intenda mundis et immunda im- mundis: le selve e i picchi delle montagne non potevano produrre immagini da alcove e postriboli. Oltre queste due ricche fonti delle lingue e dei miti, il Vico ne menziona e adopera una terza, che chiama dei 194 FILOSOFIA DEL VICO sima real donzella Polissena, della rovinata casa del poc'anzi ricco e potente Priamo, divenuta misera schiava, non gli venga sacrificata sul sepolcro e le sue ceneri assetate di vendetta non bevano l'ultima goccia di quel sangue inno- cente. E giù. nell'inferno Achille, domandato da Ulisse come vi stia volentieri, risponde che « vorrebbe essere un vilissimo schiavo, ma vivo » ! — Questo è l'eroe che Omero, con l'aggiunto perpetuo d' « irreprensibile » (àjiójAwv), canta ai popoli greci in esempio della virtù eroica. Un siffatto eroe, che pone tutta la ragione nella punta della lancia, non si può altrimenti intendere se non come un uomo or- goglioso, il quale ora si direbbe che non si faccia passare la mosca per innanzi alla punta del naso. Se i più grandi caratteri di Omero sono tanto sconve- nevoli alla nostra natura civile, le comparazioni delle quali egli si vale hanno a lor materia belve e altre cose selvagge. E se per i costumi che rappresenta — da fan- ciulli per la leggerezza delle menti, da femmine per la robustezza della fantasia, da violentissimi giovani per il fervido bollore della collera, — e per le favole degne di vecchierella che intrattenga bimbi ond'è piena l'Odissea,. non si può attribuire a Omero nessuna sapienza riposta j quel suo cotanto riuscire nelle fiere comparazioni non è certamente da ingegno addimesticato e incivilito da alcuna filosofia. Né da animo che sia umanato e impietosito da filosofia potrebbe nascere quella truculenza e fierezza. di stile, onde si descrivono tante e si varie e sanguinose bat- taglie, tante e si diverse e tutte in istravaganti guise cru- delissime specie di ammazzamenti, che particolarmente for- mano la sublimità dell'Ilìade. Ma chi fu, in realtà, Omero? Che cosa di lui dicono gli antichi scrittori, che cosa si trae dai suoi poemi? A leggere l'Iliade e l'Odissea senza pregiudizi, a ogni passo ci si avventano agli occhi e ci offendono stravaganze e in- XVI. OMERO E LA POESIA PRIMITIVA 195 coerenze. Incoerenze di costumi, che trasportano or di qua or di là a tempi lontanissimi tra loro: da una parte si vede Achille, l'eroe della forza; dall'altra, Ulisse, l'eroe della saggezza; da una parte, la crudezza, la villania, la ferocia, l'atrocità; dall'altra, i lussi di Alcinoo, le delizie di Calipso, i piaceri di Circe, i canti delle sirene, i passa- tempi dei proci, che tentano anzi assediano le caste Pe- nelopi; da una parte, costumi rustici e ruvidi, dall'altra giuochi, vesti magnifiche, cibi squisiti e arti d'intagliare in bassorilievo e fondere in metalli ; da una parte, rigida società eroica, dall'altra, perfino, accenni a libertà popolari. Questi costumi cosi delicati mal si convengono con gli altri tanto selvaggi e fieri, che nello stesso tempo si nar- rano dei medesimi eroi, particolarmente nell'Iliade. Messi insieme tutti a un tempo, riescono incompossibili: dai co- stumi dell'età troiana si sbalza senza transizione a quelli del tempo di Numa; talché, « ne placidi s coè'ant inmitia », si è costretti a pensare che i due poemi furono per più età e da più mani lavorati e condotti. Incoerenze di allusioni geografiche, che anch'esse trabalzano in ambienti fisici diversi e lontani: l'Iliade all'oriente della Grecia, verso settentrione ; l'Odissea, all'occidente, verso mezzodì. In- coerenze di linguaggio, sconcezze di favellari, che per- mangono nonostante l'emendazione di Aristarco, e per la quale si sono proposte le più strane teorie, come quella che Omero sarebbe andato raccogliendo il suo linguaggio da tutte le varie popolazioni greche. Dai poemi passando alle tradizioni circa il loro autore, nessuna fede meritano le vite di Omero scritte da Erodoto (o da chi altri ne sia l'autore) e da Plutarco (dallo pseudo Plutarco). Intorno a Omero mancano le notizie più ele- mentari: proprio dove dagli antichi si tratta di questo che fu il maggior lume di Grecia, siamo lasciati affatto al buio. Non si sa di Omero né il tempo in cui visse né il 196 FILOSOFIA DEL VICO luogo di nascita : ciascuno dei popoli di Grecia lo rivendi- cava suo cittadino. Si narra bensì ch'egli fosse povero e cieco; ma codeste sono di quelle minute particolarità che mettono sospetto, come muove a riso ciò che dice Lon- gino che Omero da giovane componesse l' Iliade e da vec- chio l'Odissea. Mirabile che si conoscessero queste private faccende di un uomo del quale s' ignoravano poi due cose da nulla: il tempo e il luogo ! E la critica deve domandarsi, anzitutto, come mai fosse possibile che un sol uomo com- ponesse due cosi lunghi poemi, in un'età nella quale non esisteva ancora la scrittura; giacché le tre iscrizioni eroiche, una di Anfitrione, l'altra d'Ippocoonte e la terza di Laomedonte, delle quali con troppo buona fede parla il Vossio, sono imposture, simili alle tante che sogliono ese- guire i falsificatori di medaglie antiche. Per tutte queste considerazioni sorse nel Vico il so- spetto che Omero non fosse, per lo meno in tutto e per tutto, un personaggio reale, ma anch'esso « per la meta ■» uno di quei caratteri poetici ai quali si erano riportate nel- l'antichità lunghe serie di azioni, opere e avvenimenti. Se infatti ci si prova a pensare che i poemi omerici non siano l'invenzione di un individuo, ma due grandi tesori dei costumi della Grecia antichissima, che contengono la storia del diritto naturale e dell'età eroica delle genti greche ; se invece che a uno o due poeti singoli si pensa a un po- polo intero poetante; invece che a due opere di getto, a una poesia popolare svoltasi per secoli : tutto si rischiara e si riaccorda. Si spiegano le stravaganze delle favole, per- ché la composizione dell' Iliade e dell'Odissea appartiene alla terza età di quelle, vere e severe presso i poeti teologi, al- terate e corrotte presso gli eroici, e ricevute cosi corrotte nei due poemi. Si spiegano le varietà dei costumi, richia- manti le- varie età della composizione; e altresì l'Omero giovane e l'Omero vecchio, simbolo del più antico e del XVI. OMERO E LA POESIA PRIMITIVA 197 più recente tempo della Grecia primitiva. Si spiega la va- rietà dei luoghi di nascita e di morte, assegnati al loro autore, e le varietà dei suoi linguaggi, perché vari furono i popoli che produssero quei canti. Si spiega, infine, per- ché ogni popolo greco volle Omero suo concittadino, per la ragione cioè che essi popoli per l'appunto furono que- st'Omero; e perché fosse detto cieco e mendico, perché tali erano di solito i cantori che giravano per le fiere re- citando le storie. Bisogna dunque che Omero, perché sia inteso nella sua verità, venga sperduto dentro la folla dei greci popoli e considerato come un'idea o carat- tere eroico di uomini greci in quanto narravano can- tando le loro storie. Cosi quelle che sono sconcezze e. in- verisimiglianze nell'Omero finora creduto, diventano nel- l'Omero qui ritrovato tutte convenevolezze e necessità. E, innanzi tutto, gli si aggiunge una sfolgorantissima lode d'es- sere stato il primo storico a noi pervenuto dell'intera Grecia. In Omero si ha il documento della primitiva iden- tità di storia e poesia, e una conferma di quel che il Vico credeva di leggere in Strabone, cioè che prima di Erodoto, anzi prima di Ecateo milesio, la storia dei popoli di Grecia fu scritta dai loro poeti. Nell'Odissea, volendosi lodare al- cuno per avere ben narrata una storia, si dice « averla raccontata da musico e da cantore ». Il Vico non si perde in poco feconde congetture isti- tuendo indagini più particolari circa il modo di elabora- zione dei poemi omerici. Propende tuttavia, come s'è visto, per due principali autori poeti, l'uno per l'Iliade, nativo dell'oriente di Grecia, verso settentrione, l'altro per YO- dissea, nativo dell'occidente verso mezzodì; e il nome « Omero » intende come di compositore e legatore di fa- vole. Ma, d'altro canto, a causa del significato puramente ideale che per lui ha quel nome, non è da escludere, forse, l'interpetrazione che i due Omeri fossero, a loro volta, 198 FILOSOFIA DEL VICO due correnti poetiche e due gruppi di popoli o di cantori popolari. Le persone storiche, che egli si trova innanzi, sono i rapsodi, uomini volgari che paratamente, chi uno chi altro, andavano recitando i canti d'Omero nelle fiere e nelle feste per le città greche. Lunga età corse dalla primitiva composizione fino ai Pisistratidi, i quali fecero dividere e disporre i canti omerici nei due gruppi del- Y Iliade e dell'Odissea (donde si deduce quanto innanzi dovessero essere stati una confusa congerie di cose), e or- dinarono che d'indi in poi fossero cantati dai rapsodi nelle feste panatenaiche. Comunque, non è di certo in questa risoluzione mate- rialmente intesa dell'individuo Omero in un mito o carattere poetico l'importanza (come, forse, non è la verità) della teoria vichiana. Dalle incoerenze ch'egli non pel primo notava, e non sempre con esattezza (la qual cosa, per altro, è di poco rilievo, essendo agevole compensare le osservazioni inesatte con le molte altre esatte da lui tra- lasciate), non c'era rigoroso passaggio logico all'afferma- zione della non esistenza di un Omero individuo, princi- pale autore di uno o di entrambi i poemi. Quelle incoe- renze" valevano a dimostrare che il poeta o i poeti lavora- rono sopra una ricca materia tradizionale, della prove- nienza più varia per luoghi e per tempi, e non tanto disposta a strati secondo la provenienza (che era a un di- presso l'fpotesi messa innanzi dal D'Aubignac), quanto piuttosto in tutti i suoi strati mescolata e sconvolta. Uno o molti poeti, ovvero molti poeti e un abile collettore dei loro canti, o una società di abili collettori; queste e altret- tali ipotesi si potevano proporre (come si sono proposte di poi) con pari diritto, e sostenere (come sono state so- stenute) con argomentazioni parimente valide e parimente difettose perché non documentabili. Ma nel fondo di quella risoluzione di Omero in un carattere poetico (come analo- XVI. OMERO E LA POESIA PRIMITIVA 199 gamente in altre simili risoluzioni fatte o tentate dal Vico) era la scoperta della lunga e laboriosa genesi storica at- traverso cui era passata la materia di quei poemi, che, in questo senso, ben potevano dirsi prodotto di collabo- razione dell'intero popolo greco. La sostituzione a Omero di un popolo di Omeri fu, anche questa volta, la mitolo- gia tessuta dal Vico sulla propria scoperta: mitologia che omnes quivìtes te- nerent ». L'autorità del senato ne venne ristretta, perché laddove, precedentemente, di quel che il popolo aveva de- liberato i padri si facevano « auctores », ora i padri erano essi « autori » al popolo, che approvava le leggi secondo la forinola proposta dal senato, o le antiquava, cioè di- chiarava di non volere novità. La plebe ottenne, inoltre, l'ultima magistratura ancora non comunicata, la censura. La legge Petelia, che segui pochi anni dopo, cancellò l'ul- timo vestigio di legame feudale, il nesso (nexus), che ren- deva i plebei, per causa di debiti, vassalli ligi dei nobili -e li costringeva sovente a lavorare tutta la vita nelle pri- vate prigioni di costoro. Quando Fabio Massimo alla divisione tra patriziato e plebe, coi corrispondenti comizi curiati e tributi, ebbe so- stituita la divisione secondo i patrimoni dei cittadini, ri- partiti nelle tre classi di senatori, cavalieri e plebei, l'or- dine dei nobili venne a sparire affatto, e « senatore » e « cavaliere » non furono più sinonimi di « patrizio », né « plebeo » d' « ignobile ». Ma al senato rimase il dominio sovrano sopra i fondi del romano imperio, che era già pas- sato nel popolo; e, mercé i cosi detti senatoconsulti ul- timi o « ultimce necessitatis », lo mantenne con la forza delle armi finché la romana fu repubblica popolare ; e quante volte il popolo tentò di disporne, tante il senato armò i consoli, i quali dichiararono ribelli e uccisero i tri- buni della plebe che avevano promosso quei tentativi. Il che si spiega con una ragione di feudi sovrani soggetti a maggiore sovranità, come al Vico pareva confermato dal detto di Scipione Nasica nell'armare il popolo contro Ti- 216 FILOSOFIA DEL VICO berio Gracco : « Qui rempublicam salvam velit, consulem sequatur ». Aperta con le leggi la porta degli onori alla moltitudine che comanda nelle repubbliche popolari, non restava altro in tempo di pace che contendere di potenza, non con le leggi ma con le armi; e mercé atti di potenza comandare leggi per arricchire, quali furono le agrarie dei Gracchi, onde provennero in pari tempo guerre civili in casa e ingiuste fuori. Tutta la società, col trionfo della plebe e con la muta- zione dello stato da aristocratico in popolare, muta fiso- nomia. Muta, in primo luogo, la flsonomia della famiglia: nella quale, durante l'impero del patriziato, per serbare le ricchezze dentro l'ordine, solo tardi furono ammesse le successioni testamentarie e facilmente i testamenti veni- vano annullati ; dalla successione paterna era escluso il fi- gliuolo emancipato; l'emancipazione aveva l'effetto di una pena ; le legittimazioni non erano permesse ; è da dubitare che le donne succedessero. Ma nella società democratica, poiché la plebe pone tutta la sua ricchezza, tutta la sua forza e potenza nella moltitudine dei figliuoli, si comincia a sentire la tenerezza del sangue, e i pretori ne conside- rano i diritti e prendono a fargli ragione con le « honorum possessiones » e a sanare coi loro rimedi i vizi o i difetti dei testamenti, agevolando cosi la divulgazione delle ric- chezze, che sole sono ammirate presso il volgo. — Muta il significato degli istituti della proprietà: il dominio civile non è più di ragion pubblica e si disperde per tutti i do- mini privati dei cittadini, che formano ora la città popo- lare; il dominio ottimo non è più quello fortissimo, non infievolito da niun peso reale, neppure pubblico, e signi- fica semplicemente quello che sia libero da ogni peso pri- vato : il quiritario non è più il dominio di cui il nobile era signore feudale e che .doveva venire a difendere nel caso che ne fosse decaduto il cliente o plebeo, ma è di- XVII. LA STORIA DI ROMA 217 ventato dominio civile privato, assistito da rivendicazioni, diversamente dal bonitario che si mantiene col solo pos- sesso. — Le forme dei processi, cosi frondose di finzioni, di forinole solenni, di atti simbolici, sono semplificate e razionalizzate: si comincia a far uso dell'intelletto, ossia della mente del legislatore^ e i cittadini si conformano in un'idea di comune ragionevole utilità, intesa come spiri- tuale di sua natura. Le caussce, che prima erano forinole cautelate di proprie e precise parole, diventano affari o negozi, che si solennizzano coi patti convenuti e, nei tras- ferimenti di dominio, con la tradizione naturale ; e sola- mente nei contratti che si dicono compiersi con le parole, nei contratti verbali, cioè nelle stipulazioni, le cautele ri- mangono « caussce >, nell'antica proprietà di questo ter- mine. Cosi il certo delle leggi, essendosi la ragione umana spiegata tutta, mette capo nel vero delle idee, determinate con la ragione delle circostanze dei fatti, che è « una for- inola informe di ogni forma particolare » (formula naturai, come dice Varrone), che a guisa di luce informa di sé, in tutte le ultime minutissime parti della superficie loro, i corpi opachi dei fatti sopra i quali ella è diffusa. Nelle repubbliche popolari regna Ycequum bonum, l'equità natu- rale. — Le crudelissime pene, che si usavano nel tempo delle monarchie familiari e delle società eroiche (le leggi delle dodici tavole condannavano a essere bruciati vivi coloro che avevano dato fuoco alle biade altrui, preci- pitati giù dalla rupe Tarpea i falsi testimoni, fatti vivi in brani ì debitori falliti), vengono sostituite da pene be- nigne, perché la moltitudine, che è composta di deboli, è di sua natura incline a compassione. — Le leggi, che erano nelle aristocrazie poche, ferme e religiosamente osservate, si moltiplicano nelle democrazie e si fanno cangevoli e flessibili. Gli spartani, che serbarono l'aristocrazia, dice- vano che in Atene si scrivevano molte leggi, ma le poche 218 FILOSOFIA DEL VICO che erano in Isparta si osservavano : la plebe romana, a guisa dell'ateniese, comandava tuttodì leggi singolari, e invano Siila, capoparte dei nobili, cercò di ripararvi al- quanto con le « questioni perpetue », perché, dopo di lui, si moltiplicarono di nuovo. — Le stesse guerre, crudelis- sime nelle repubbliche aristocratiche, che distruggevano le città conquistate e riducevano i vinti in gruppi di gior- nalieri sparsi per le campagne a coltivare a prò dei vin- citori, si mitigano nelle repubbliche popolari, le quali, to- gliendo ai vinti il diritto delle genti eroiche, lasciano loro quello naturale delle genti umane. Gl'imperi si dilatano, perché le repubbliche popolari valgono assai più delle ari- stocratiche per le conquiste, e più ancora vi valgono le monarchie. Eppure, in questo generale umanarsi dei costumi, sce- ma la sapienza di governo, la virtù politica. Gli antichi patrizi facevano duramente rispettare le leggi ; e, avendo privatamente ciascuno gran parte della pubblica utilità, a questo grande interesse particolare, che veniva loro con- servato dalla repubblica, posponevano gl'interessi privati minori, e perciò magnanimamente difendevano il bene dello stato e saggiamente consigliavano intorno ad esso. Per contrario, negli stati popolari, e perché i cittadini comandano il bene pubblico che si ripartisce loro in mi- nutissime parti quanti sono essi i cittadini che compon- gono il popolo, e per le cagioni che producono siffatta forma di stati, che sono affetto d'agi, tenerezza di figliuoli, amore di donna e desiderio di vita, gli uomini sono por- tati ad attendere alle ultime circostanze dei fatti che pro- muovono le loro private utilità, e perciò all'equobono, che è ciò solo di cui le moltitudini sono capaci. A cotal punto balza spontanea, perché di lunga mano preparata e resa necessaria, la monarchia: quella mo- narchia che gli ordinari scrittori di politica facevano venir XVII. LA STORIA DI ROMA 219 fuori, senza il precorso di tante e si varie cagioni che deb- bono condizionarla, di un tratto, al bel principio della sto- ria umana, « cosi come (dice il Vico) nasce, piovendo l'està, una ranocchia ». E molto meno sorse artificialmente, per effetto della favoleggiata legge regia dell' « ignorante gre- cuzzo » Triboniano, con la quale il popolo romano si sa- rebbe spogliato del suo sovrano e libero imperio per con- ferirlo a Ottavio Augusto. La legge, che le die' vita, fu una legge naturale, concepita con questa forinola di eterna utilità : che poiché nelle repubbliche popolari tutti guar- dano ai loro privati interessi ai quali fanno servire le pub- bliche armi in eccidio della propria nazione, per impedire che le nazioni vadano in rovina debba sorgere un solo, come tra i romani Augusto (« qui »j come scrive Tacito, « cuncta beììis civililms fessa nomine principia su^ imperium accepit >•>); un solo, che con la forza delle armi richiami a sé tutte le cure pubbliche e lasci ai soggetti l'attendere alle loro cose private o a quel tanto delle cose pubbliche che viene loro permesso, e si circondi di pochi sapienti di stato per consultare con l'equità civile nei gabinetti circa i pubblici affari. Quel solo è invocato alla pari da nobili e da plebei: dai nobili, che dopo essere stati abbas- sati e sottomessi al governo plebeo, abbandonata l'antica aristocratica volontà d'impero, non pensano se non ad avere salva almeno la vita comoda; e dai plebei, che dopo avere sperimentato l'anarchia o la sfrenata demagogia (della quale non si dà tirannide peggiore, essendo tanti i tiranni quanti sono gli audaci e dissoluti delle città), fatti accorti dai propri mali, chiedono pace e protezione. La monarchia è, dunque, una nuova forma del governo popolare. Perché un potente diventi sovrano, è necessario che il popolo parteggi per lui, ed egli deve governare po- polarmente, agguagliare tutti i soggetti, umiliare i grandi per tenere libera e sicura la moltitudine dalla loro oppres- 220 FILOSOFIA DEL VICO sione, mantenere il popolo soddisfatto e contento circa il sostentamento che gli bisogna per la vita e circa gli usi della libertà naturale, e adoprare un ben ponderato si- stema di concessioni e privilegi o a interi ordini (nel qua! caso si chiamano « privilegi di libertà »), o a persone par- ticolari, promovendo fuori d'ordine uomini di merito straor- dinario e di virtù eccezionali. Nella monarchia, che è governo « umano » al pari della democrazia, prosegue e s' intensifica quel processo di uma- namente o ingentilimento dei costumi e delle leggi, che le repubbliche popolari avevano iniziato. Si sciolgono sempre più i rigidi vincoli della famiglia paterna e gentilizia. Gl'imperatori, ai quali faceva ombra lo splendore della nobiltà, si diedero a promuovere le ragioni della natura umana, comune a nobili e a plebei ; e Augusto attese a proteggere i fedeco in messi, coi quali nei tempi innanzi, mercé la puntualità degli eredi gravati, i beni erano pas- sati agi' incapaci di eredità, e li trasformò in necessità di ragione, costringendo gli eredi a mandarli ad effetto. Suc- cesse una folla di senatoconsulti, coi quali i cognati entra- rono nell'ordine degli agnati ; finché Giustiniano tolse le differenze tra legati e fedecommessi, confuse la quarta fal- cidia e trebellianica, distinse poco i testamenti dai codicilli e adeguò « ab intestato », in tutto e per tutto, gli agnati e i cognati. Tanto le leggi romane ultime si profusero in favorire i testamenti che, laddove anticamente per ogni leggiero motivo essi erano invalidati, poi si dovettero in- terpetrare nel modo che meglio conduceva a mantenerli saldi. Caduto affatto il diritto « ciclopico », che i padri avevano esercitato sulle persone dei figliuoli, andò cadendo altresì quello economico sugli acquisti dei figliuoli ; onde gl'imperatori introdussero prima il peculio castrense per attrarre i giovani alla guerra, poi il quasicastrense per invitarli alla milizia palatina, e finalmente, per tenere con- XVII. LA STORIA DI ROMA 221 tenti quelli che non erano né soldati né letterati, il pe- culio avventizio. Tolsero l'effetto della patria potestà alle adozioni, le quali non si contennero più ristrette nella cerchia di pochi congiunti ; approvarono universalmente le arrogazioni, difficili alquanto perché è difficile che un pater familias , un sui iiiris, si sottometta alla patria pote- stà d'un estraneo ; reputarono le emancipazioni quali be- nefizi e dettero alle legittimazioni (p. 41), V, 99 (degn. XIV) ; — le cosi dette « prove metafisiche » vichiane (p. 42), IV, 81 ; — i fatti dubbi sono asseriti dal Vico « in conformità delle leggi » e ritenuti da lui « verità meditate in idea » (ivi), IV, 73; V, 91, 148-50. IV. — Il « certo » (p. 45), Opere, V, 97 ; — la « sapienza poe- tica » costituisce « quasi tutto il corpo » della seconda Scienza nuova (ivi), V, 44 ; — le « aspre difficultà » per discendere dalle nostre nature ingentilite a quelle degli uomini primitivi e l'idea della « natura simpatetica » (p. 46-7), IV, 36 ; V, 141, 166 ; — una delle ragioni perché « nuova » la Scienza del Vico (p. 47), V, 42; — errori di Platone, Giulio Cesare Scaligero, Francesco Sanchez, Ga- spare Schopp (ivi), III, 232-3 ; IV, 194, 228 ; — gli errori di Grozio, Selden e Puffendorf (ivi), IV, 20 ; V, 175 ; — il Vico confessa l'er- rore commesso da lui medesimo nel De antiquissima (ivi), IV, 194, 228 ; — la sapienza poetica è la « chiave maestra » della seconda Scienza nuova (ivi), V, 42 ; — la « Logica poetica » (p. 48), V, 179 ; — la sapienza riposta fu intrusa nella poesia dai filosofi, III, IV, V, passim, e cfr. per es. IV, 191-3; — la poesia è « necessità di na- tura » e la « prima operazione della mente umana » (p. 49), V, 220, 237; — l'uomo, prima di riflettere, avverte con animo com- mosso e, prima di articolare, canta (ivi), V, 112, 114; — la poesia è anteriore alla prosa (ivi), V, 115 ; — il linguaggio « proprio » e il linguaggio « improprio » (ivi), V, 186; — la poesia e la me- tafìsica (ivi), IV, 199-200; — nessuno fu insieme gran metafisico e gran poeta (ivi), IV, 200; V, 441; — i poeti sono il senso, i fi- losofi l'intelletto dell'umanità (pp. 49-50), V, 152; — il linguaggio per « atti muti » (p. 50), V, 197, 466; — le lingue articolate non sono per convenzione (pp. 50-1), V, 209-10; — le origini delle lingue furon trovate dal Vico nei principi della poesia (p. 51), V, LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE 261 194-218, 466-7; — una e medesima è l'origine del linguaggio e della scrittura (ivi), V, 198; — i geroglifici (ivi), V, 201, 249; — identità tra favola (poetica) ed espressione (p. 52), IV, 205; — le cinque « parole reali » d' Idantura (ivi), V, 82, 201-2 ; — g-li alti papaveri troncati dal re Tarquinio (ivi), V, 202; — analoghi pro- cedimenti espressivi presso popolazioni selvagge e i volghi (ivi), V, 202-3 ; — le imprese, bandiere, medaglie, monete (ivi), IV, 202- 16; V, 230-1; — la « favoletta » sull'origine delle imprese (ivi), IV, 206; — le improse primitive furon « mutole » (ivi), V, 230-1 ; — le insegne e bandiere sono una sorta di « lingua armata » (ivi), IV, 211-2; — le teorie di Platone, Aristotele, ecc. sulla poesia son « rovesciate » da quella del Vico (p. 53), IV, 163; V, 169; — i . Il De Cristofaro è il noto matematico e giureconsulto napoletano, pel quale si veda F. Amodeo, Vita matematica napoletana, parte III (Napoli, Giannini, 1905), pp. 31-44, e fu amico del Vico. Altre notizie intorno agli « epicurei » di Napoli di quel tempo, in Carducci, Opere, voi. II, pp. 235-6. 3 Lettera del 12 ottobre 1720. I. VITA E CARATTERE DEL VICO 287 erano mai codesti errori e debolezze ? — E quando usci il De universi iurte tino principio et fine uno, anzi la Sinopsi che ne dava il programma, « le prime voci » avverse, che il Vico senti levarsi, « erano tinte da una simulata pietà » ; contro le quali egli trovò scudo e conforto nella religione stessa, cioè nell'assenso del Giacchi, « primo lume del pili severo e più santo ordine de' religiosi » l. Ma come delle accuse che su questo punto gli si facevano non ci resta notizia particolare, cosi dei dubbi religiosi, che po- terono travagliarlo, non si ha nemmeno la generica certezza. Tutti gli scritti del Vico mostrano che nel suo animo si assideva grave, salda, immota, come colonna adamantina, la religione cattolica : salda e forte cosi da non essere nep- pure in piccola parte intaccata dalla critica, che egli inau- gurava, dei miti. Né soltanto in tutte le esteriori dimostra- zioni il Vico fu cattolico irreprensibile, e sottomise sem- pre ogni parola che mettesse in istampa alla doppia cen- sura, pubblica e privata, degli amici ecclesiastici, e fra zimarre sacerdotali e cocolle fratesche, più ancora che fra toghe di giuristi, menò la sua vita filosofica e letteraria; — ma egli giunse perfino allo scrupolo d'intermettere il commento al Grozio, non sembrandogli dicevole che un cat- tolico commentasse un autore protestante 2 ; ed ebbe cosi delicato punto d'onore cattolico da non accettare nemmeno la polemica circa i suoi sentimenti religiosi : « Questa dif- ficoltà (diceva ai critici del Giornale de' letterati), come quella che mi fate sull'immortalità dell'anima, dove par che premiate la mano con ben sette argomenti, se non mi fusser fatte da voi, io giudicherei che andassero più alta- mente a penetrare in parte la quale, quantunque si pro- i Ivi. - Autob., ed. cit., p. 39. 288 APPENDICE tegga e sostenga con la vita e coi costumi, pure s'offende con la stessa difesa. Ma trattiamo le cose! » \. Il suo cat- tolicesimo si mostra scevro di materialità e superstizioni, cosi generali nel costume del tempo, e specie a Napoli dove in ogni avvenimento della vita privata e pubblica in- terveniva attore e direttore san Gennaro : era cattolicesimo di animo e di mente alta, e non di volgo. Ma neppure contro le credenze popolari e le superstizioni il Vico as- sunse le parti di censore; — pago di non parlarne, come non si parla delle debolezze di persone e d'istituzioni che sono oggetto della nostra reverenza. ii Disposizione d'animo analoga per più rispetti a quella verso la religione ebbe il Vico verso la vita politica e so- ciale. Non era nulla in, lui dello spirito combattivo da apòstolo, propagandista, agitatore e congiurato, che fu di alcuni filosofi della Rinascenza; in ispecie di quel Bruno e di quel Campanella, che egli (benché, e forse perché, napoletano) non nomina mai. Certo, il suo tempo e il suo paese non furono luogo e tempo di rivolgimenti e rivoluzioni e di quegli ardenti contrasti che suscitano grandi azioni e passioni politiche. Pure, vi si agitarono partiti politici (il francese e l'austriaco), e si profilò un certo desiderio d'indipendenza nazionale, e sorsero uomini che dettero l'opera e la vita a questi fini, e furono perseguitati e andarono profughi; e, segnatamente, giungeva in quel tempo al più alto punto la lotta dello Stato contro la 1 Le cose, cioè, non le obiezioni religiose, che a lui suonavano come offesa personale (Risposta al Giornale de' letterati, in Orazioni ecc., ed. G-entile-Nicolini, pp. 266-7). I. VITA E CARATTERE DEL VICO 289 Chiesa, e di Napoli contro Roma, con Pietro Giannone, del quale come di tutto quel movimento il Vico tacque sempre e parve non essersi nemmeno accorto. La vita politica stava alta sopra il suo capo, come il cielo e le stelle; ed egli non si protese mai nel vano sforzo di attin- gerla. Come le controversie religiose, cosi quelle politiche e sociali furono il limite della sua attività. Era veramente uomo apolitico. Di che non si può fargli colpa né acca- gionarlo di fiacchezza, perché ogni uomo ha il suo li- mite, e una lotta esclude l'altra, un lavoro esclude gli altri lavori. Non che egli si ritraesse da ogni contatto con la po- litica e coi rappresentanti di essa. Purtroppo, dovette cor- ■teggiare assai di frequente e l'una e gli altri, con isto- rie, orazioni, versi ed epigrafi, latini e italiani; i quali basterebbero da soli a ricostruire la serie delle vicende cui andò- soggetta Napoli dalla fine del secolo decimoset- timo alla metà del decimottavo : il viceregno spagnuolo, la congiura e rivoluzione tentata dagli autonomisti, la rea- zione e il rassodato viccrcgno spagnuolo, la conquista au- striaca, il viceregno austriaco, la riconquista spagnuola e il regno di Carlo Borbone.... Ma egli, « molto pei suoi bisogni conversevole » ', e professore di eloquenza nella regia università, doveva fornire i componimenti letterari, richiesti dalle solennità del giorno; cosi come il drappiere lavorava, per le medesime occasioni, le frange, e lo stuc- catore le volute e gli svolazzi. E quali frange e quali svo- lazzi ! Perdurava la moda letteraria secentesco-spagnuola; e 'ciò basta per gran parte a spiegare quel che nelle lodi profuse dal Vico ci sembra, ed è, iperbolico e barocco. Del suo animo indifferente e innocente può dare esempio quel 1 In Autob., ecc.. ed. cit., p. 142. B. Crock, La filosofia, di Giambattista Vico. 19 290 APPENDICE luogo dell'autobiografia, dove, dopo aver fatto ricordo del Panegyricus Philippo V inscriptus, da lui composto per or- dine dell'ultimo viceré spagnuolo duca di Ascalona, con- tinua, come se niente fosse, col riattacco di un semplice « appresso » : « Appresso, ricevutosi questo reame al do- minio austriaco, dal signor conte Wirrigo di Daun, allora governatore delle armi cesaree in questo regno, ebbe l'or- dine » di comporre le iscrizioni pei funerali espiatori di Giuseppe Capece e Carlo di Sangro 1 ; cioè dei due ribelli contro Filippo V, che il governo precedente aveva messi a morte, qualche anno prima, nella repressione della con- giura di Macchia, dal Vico narrata, veridicamente bensì ma con ossequio al governo costituito, nel De parthenopea coniuratione. Ma non c'è, nel Vico, bassezza; e, se deve dirsi, in quei suoi scritti, retore e panegirista, non può dirsi adu- latore. L'adulatore, l'uomo senza coscienza, vilipende e calunnia gli avversari degli uomini da lui adulati, o col- pisce i vinti; e questo è bassezza. Il Vico, il quale, pur conoscendo chi fosse l' italiano, anzi il napoletano, che aveva inviato agli Ada lipslensìa la noterella contumeliosa contro di lui, e fremendo d'ira, e potendo facilmente ro- vinarlo (perché quella noterella era anticattolica), genero- samente non volle mai svelare quel nome 2, presta, si, i suoi servigi di professore d'eloquenza, ma non traffica con gli interessi dei suoi lodati padroni. Della Vita di Antonio Carafa, composta per commissione, e col provento della quale maritò una figliuola, dice che la lavorò « temprata di onore del subietto, di riverenza verso i principi e di giustizia che si dee aver per la verità » 3. E, per tornare i Autob., ed. cit., p. 56. 2 Lettera del 4 dicembre 1729; in Autob., ecc., ed. cit.. pp. 20910. 3 Autob., ed. cit., p. 38. I. VITA E CARATTERE DEL VICO 291 al caso sopraricordato del Capece e del Sangro, quando nel De parthenopea conluratione egli narra la morte di quei due nemici della parte trionfante, mostra anche al- lora, in taluni particolari, il suo animo gentile; e del Ca- pece, che non volle arrendersi ai soldati spagnuoli, scrive * ostentali s pectus ned eamque infestis armis efflagitans, inexoratus occubuit, fortissimum mortis genus si causa coho- nestasset »; e pel Sangro, riferita la voce della grazia fat- tagli da Luigi XIV e giunta troppo tardi, aggiunge: « un- de maior damnati, qui iam poenas persolverat, misera- no * l. Senza dubbio, non poteva essergli, e non gli era, na- scosto che la più parte degli individui da lui lodati valeva ben poco. A leggere i suoi scritti panegiristici parrebbe che Napoli avesse allora una nobiltà splendida di virtù, di cultura, di dottrina; eppure, informando il padre De Vitry che gli aveva chiesto notizie circa le condizioni degli studi in Napoli, il Vico non celava la realtà: « i nobili sono ad- dormentati da' piaceri della vita allegra » 2. Un suo motto satirico circa quella nobiltà, spesso pezzente ma sempre fastosa e capace di soffrire la fame in casa pur di sfog- giare in pubblico con cocchi e altre gale, ci è stato ser- bato dal suo scolaro Antonio Genovesi 3. A proposito del letterato duca di Laurenzano formulava la teoria che gli scrittori « nobili » non possono essere se non eccellenti * ; eppure, tra le sue carte io ho trovato il manoscritto di un libro di quel signore, riscritto da cima a fondo dallo stesso 1 Opp., ed. Ferrari, I, pp. 367, 368; e cfr. B. Croce, in Critica, XIX, 377 sgg. 2 In Autob., ecc., ed. cit., p. 191. 3 Diceva che molti « tiravano le carrozze colle budella » ! (ivi, P. 121). 1 In Autob., ecc., ed. cit., pp. 215-6. 292 APPENDICE Vico K Contradizioni e transazioni da pover'uomo, schiac- ciato dalla miseria e divenuto riguardoso e timido; tanto che riesce difficile determinare fino a qual punto egli am- mirasse a parole e per compiacenza, e fin a qual altro il suo sentimento d' inferiorità sociale si mutasse in effettiva ammirazione per coloro che avevano e ricchezze e dignità e tutto quello che a lui mancava, e che stavano cosi in alto, ed erano i « signori ». in Perché, com'è risaputo, le sue condizioni economiche furono sempre tristissime. Figliuolo di un libraiuccio di Napoli, fu dapprima costretto a recarsi come precettore domestico in un borgo selvaggio del Cilento; poi, tornato a Napoli, tentò invano di ottenere il posto di segretario della città, e, avuta per concorso nel 1699 la cattedra di rettorica, rimase per trentasei anni in quell'ufficio con lo stipendio annuo di cento ducati (lire 425). Invano tentò, nel 1723, di passare a cattedra di maggiore importanza: fosse sfortuna, fosse inabilità (« uomo di poco spirito in- torno alle cose che riguardano l'utilità », si riconosceva esso stesso)2, dove rinunziare a ogni avanzamento univer- sitario. Era costretto, dunque, ad aiutarsi un po' coi lavori letterari del genere- detto di sopra, e più ancora con le lezioni private; e non solamente (oltre quella nella pub- blica università) teneva scuola a casa sua, ma saliva e scendeva le altrui scale come insegnante di grammatica a giovinetti, o addirittura a fanciulli. Non fu fortunato nella famiglia: la moglie era analfabeta, senza le virtù delle donne analfabete, incapacissima di curare le più piccole i Bibl. vidi., pp. 27-S. 2 Antob., ed. cit., p. 24. I. VITA E CARATTERE DEL VICO 293 faccende domestiche; cosicché il marito doveva farne le parti. Dei figliuoli, una femmina gli mori dopo lunga ma- lattia, e dopo quei lunghi dispendi che inacerbiscono le malattie dei poveri ; un figliuolo maschio gli die grandi dolori ed egli fu costretto a invocare l'intervento della polizia per chiuderlo in una casa di correzione. La sua irrazionale e sublime tenerezza paterna fu tanta, in que- sta occasione, che al vedere dalla finestra gli uffiziali di polizia, da lui richiesti, i quali venivano a portar via il figliuolo sciagurato ed amato, corse a costui gridandogli : • Figlio mio, salvati! » }, Ebbe, invero, animo affettuosissimo : il che si può ri- trarre, fra l'altro, dall'orazione piena di nobiltà e di dol- cezza che compose per la morte della sua amica donna •Angela Cimini, dagli accenti di pietà e di sdegno che ha nella Scienza nuova per le plebi oppresse, di cui investiga la storia, o per le dolenti figure di Priamo e di Polissena, di cui risente la poesia; e perfino da certi sparsi segni sti- listici, come, per es., in quella dignità (la XL) dove ri- corda che le streghe, per solennizzare le loro stregonerie, « uccidono spietatamente e fanno in brani amabilissimi innocenti bambini », e tutto si turba, in modo inop- portuno ma significante, per la sorte di quei piccini, che adorna nella commossa fantasia di superlativa amabilità! I maggiori conforti domestici gli vennero dalla figliuola Luisa, colta e poetessa, e dal figliuolo Gennaro, che lo supplì e poi gli successe nella cattedra. Quando, nell'elo- gio della contessa d'Althann, accenna sarcasticamente ai filosofi che ragionano passeggiando per gli ameni giardini o sotto i portici dipinti, non nauseati né afflitti dalle « mogli che infantano » e dai « figliuoli che nei morbi 1 Villakosa, nelle aggiunte alVAuloò. (ed. cit., p. 79). 294 APPENDICE languiscono » l, si sente che parla per diretta esperienza e che lo pungono ricordi angosciosi della propria vita familiare. Accade molto spesso, specie ai giorni nostri, di osser- vare gli uomini di qualche ingegno emanciparsi da questo o quello dei più umili doveri; e tanto più bisogna ammi- rare quest'uomo di genio, che invece li accettò tutti e (per adoperare una parola che il Flaubert disse di sé mede- simo), pensando da semidio, visse costantemente da bor- ghese, anzi da popolano. Egli aveva preso l'abitudine di leggere, scrivere, meditare e comporre i suoi lavori « ra- gionando con amici e tra lo strepito de' suoi figliuoli » ~. La salute ebbe sempre malferma ; gli amici lo chiama- vano « mastro Tisicuzzo » 3: debole assai da giovane, stra- ziato in vecchiaia da ulceri alla gola, da dolori alle cosce' e alle gambe. Insomma, quel riposo, quell'ozio, quella tran- quillità, che altri filosofi goderono per tutta la loro vita, o per lunghi tratti di questa, al Vico mancò sempre. Egli dovette fare da Marta e da Maddalena : travagliandosi per le necessità pratiche sue e dei suoi ; travagliandosi insie- memente con sé stesso, per adempiere alla missione asse- gnatagli fin dalla nascita e dare forma concreta al mondo spirituale che gli si agitava dentro. IV Non c'è bisogno, dunque, di foggiare o desiderare un Vico eroe, cercandolo nella vita religiosa, sociale e poli- tica, quando il Vico eroe ci sta innanzi, ed è appunto questo: l'eroe della vita filosofica. E stato notato da altri 1 Opp., ed. Ferrari, VI, p. 235. 2 Autob., ed. cit., p. SS. 3 In Autob.y ed. cit,, p. 120. I. VITA E CARATTERE DEL VICO 295 che egli ebbe carissima la parola « eroe » e tutti i deri- vati di essa (« eroismo », « eroico », ecc.); e ne fece con- tinuo uso e svariatissime applicazioni. L'eroismo era, per lui, la forza vergine e strapotente, che appare negli inizi e riappare nei ricorsi della storia. Questa forza egli doveva sentire in sé medesimo, nel lavorare per la verità e nel- l'aprire, abbattendo ostacoli d'ogni sorta, nuove vie alla scienza. Per questa forza, superate le giovanili incertezze, gli smarrimenti, gli avvilimenti, che talvolta lo fecero ca- dere in un cupo pessimismo individuale e cosmico (come si vede dalla canzone Affetti d'un disperato), potè sollevarsi alla sicura professione di metodo scientifico, che enunciò nel De nostri temporis studiorum ratione, e al suo primo tentativo di applicazione filosofico-storica, rappresentato dal De antiquissima italorum sapientia', e da questo, poi, dis- facendo in parte il suo stesso pensiero e ritessendo col resto una nuova tela, giungere al De uno universi iuris principio et fine uno e *alla Scienza nuova : « dopo venti- cinque anni (egli diceva delle scoperte contenute in que- sta) di continova ed aspra meditazione ». L'opera, menata a termine da quel povero maestro di grammatica e rettorica, da quel pedagogo che un satirico contemporaneo raffigura « stralunato e smunto, con la fe- rula in mano » ', da quel tormentato pater familias, stu- pisce e, quasi, spaventa: tanta somma di energia mentale vi è condensata. È un'opera di reazione e di rivoluzione insieme : reazione al presente per riattaccarsi alla tradi- zione dell'antichità e del rinascimento; rivoluzione contro il presente e il passato per fondare quell'avvenire, che si chiamerà poi, cronologicamente, secolo decimonono. Nel campo della scienza, l'umile popolano diventava i Ivi, p. 120. 296 APPENDICE aristocratico; e quello « stile da signori » l, che egli fal- samente lodava nelle misere scritture dei superbi cavalieri e dei pomposi mitrati del suo tempo, era veramente il suo. Egli aborriva la letteratura galante e socievole, che comin- ciava a diffondersi dalla Francia in Italia e negli altri paesi d'Europa, i « libri per le dame » 2. Ma non meno rifuggiva da quella maniera di trattazioni che si chiamano ora « manuali », e in cui si espongono per filo e per segno definizioni elementari e cose già da altri accertate: libri che possono giovare soltanto ai giovani 3, ai quali per altro il Vico già abbastanza si sacrificava nella cerchia della scuola perché dovesse poi sacrificar loro anche qualcosa della propria inviolabile vita scientifica. In questa mirava ad altro pubblico che a giovinetti, cavalieri e dame: quando scriveva, il suo primo pensiero, la sua prima « pratica » era : « Come riceverebbero le cose da lui meditate un Pla- tone, un Varrone, un Quinto Muzio Scevola? »; e la se- conda : « Come riceverà queste cose la posterità » *. Dei contemporanei, aveva innanzi agli occhi, esclusivamente, la Repubblica letteraria, l'Ordine dei dotti, le Accademie di Europa; un pubblico, a cui non bisognava ripetere ciò- che già era stato trovato e detto nel corso della storia delle scienze e che esso aveva bene a mente, ma porgere soltanto pensieri che fossero reale avanzamento del sapere: non libri voluminosi, ma « piccioli libricciuoli, tutti pieni di cose proprie » 5. Un pubblico ideale, insomma, che in- genuamente egli confondeva talvolta con quello dei dotti di professione e dei critici da riviste letterarie; donde,. 1 la Autob., ed. cit., p. 216. 2 In Autob., ed. cit., p. 186. 3 Ordz., ecc., ed. cit., p. 215. 4 Scienza nuooa, ed. Nicolini, p. 51. 5 Oraz., ed. cit., p. 51. I. VITA E CARATTERE DEL VICO 297 poi, le frequenti sue delusioni. I libri brevi, in materia metafisica, sembrava a lui che avessero (come infatti hanno) particolare efficacia, acconciamente paragonata alle medi- tazioni sacre, « che brievemente propongono pochi punti », le quali fanno molto più profitto nelle cose dello spirito cristiano che non « le prediche più eloquenti e più spie- gate da facondissimi predicatori » [. Per quest'amore alla brevità, fu restio dall'aggravare di troppi libri la repub- blica letteraria, che già non regge sotto il peso ; lasciò inedite le orazioni, stampò per dovere il De ratione, ed ebbe, infine, a manifestare più volte 2 il desiderio che, di tutte le sue opere, sola gli sopravvivesse la Scienza nuova, la quale conteneva condensate e perfezionate tutte le sue indagini precedenti. All'aristocrazia dell'ideale si accompagnavano nella sua concezione della vita scientifica il più nobile decoro e la più profonda lealtà. Dalle sue polemiche si potrebbe rica- vare un intero catechismo circa il modo in cui si debbono condurre le dispute letterarie. Bisogna (egli dice) non mi- rare a vincere nella disputa, ma a vincere nella verità; onde voleva che quelle si svolgessero « con sedatissima maniera di ragionare », perché « chi ha potenza non mi- naccia e chi ha ragione non ingiuria » ; variate tutt'al più da piacevoli motti, « i quali diano a divedere gli animi de' ragionatori esser placidi e tranquilli, non perturbati e com- mossi ». Agli avversari, che movevano obiezioni vaghe, faceva notare : « Il giudizio è in termini troppo generali : e gli uomini gravi non hanno mai di risposta deguato se non le particolari e determinate opposizioni, che loro sono fatte ». Ai medesimi, quando si appellavano al « raffinato 1 Oraz., ed. cit., p. 253. 2 Tra le altre, nella lettera a Celestino Galiani del 18 novembre 1725 (Autob., ed. cit., p. 170-1), e il cui autografo è presso di me. 298 APPENDICE buon gusto del secolo, il quale ha sbandito, ecc. ecc. », rispondeva sdegnoso: « Questa è invero una grande oppo- sizione, perché opposizione non è; perché, ritirandosi gli avversari al tribunale del proprio giudizio, con quel dire di ' codesto che tu dici non ho idea ', da avversari diven- gono giudici ». Alle autorità non intendeva appoggiarsi, ma neppure le disprezzava; dovendo l'autorità « farci con- siderati a investigare le cagioni che mai potessero gli au- tori, e massimamente gravissimi, indurre a questo o a quello opinare ». E, accusato di avere commesso il medesimo pec- cato di Aristotele attribuendo errori ai filosofi per poterli con agevolezza confutare, protestava dignitosamente: « Io mi contento del mio poco sapere ingenuo, che essere com- parato di mal costume ad un gran filosofo ». Della sua equanimità può dare esempio lo splendido elogio che egli fa di Cartesio, contro il quale pure era rivolto tutto lo sforzo maggiore del suo pensiero. La sua lealtà è attestata dal pronto riconoscere i propri errori: « Confesso (dice, in un punto, ai critici del Giornale dei letterati) che la mia divisione è viziosa » l. « Né già questo (scrive nella se- conda Scienza nuova) dee sembrare fasto a taluni che noi non contenti de' vantaggiosi giudizi da tali uomini dati alle nostre opere, dopo le disapproviamo e ne facciamo rifiuto; perché questo è argomento della somma venerazione e stima che noi facciamo di tali uomini anzi che no. Imperciocché i rozzi ed orgogliosi scrittori sostengono le loro opere anche contro le giuste accuse e ragionevoli ammende d'altrui ; altri, che per avventura sono di cuor picciolo, s'empiono de' favorevoli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi non più s'avanzano a perfezionarle; ma a noi le lodi degli uo- mini grandi hanno ingrandito l'animo di correggere, sup- 1 Si vedano pass, le Risposte, in Oraz., ecc., ed. cit. I. VITA E CARATTERE DEL VICO 299 plire ed anco in miglior forma di cangiar questa no- stra » '. Vita scientifica proba, come di serio ricercatore del vero : vita sentimentale commossa e rapita, come di chi giunga a faccia a faccia col vero a lungo bramato e cer- cato, ed esulti di poterlo annunziare agli uomini. Di qui la sua alta poesia, che è non già nei versi, ma nelle prose, e, segnatamente, nella Scienza nuova. « Il Vico è poeta (scrive il Tommaseo): dal fumo dà luce, dalle metafisiche astrazioni trae imagini vive: raccontando, ragiona e, ra- gionando, dipinge; e per- le cime de' pensieri non passeg- gia, ma vola; onde in un suo periodo sovente è più estro lirico che in odi assai »2. Certo, fossero anche tutte im- maginazioni le sue dottrine, quella nascita che egli descrive della società, quella rappresentazione delle età primitive e delle lotte in cui si travagliano e assurgono, splenderebbe ognora, con le sue gigantesche figure, con le sue robu- ste passioni, col divino immanente in quegli aspri petti, come un mirabile poema; e il De Sanctis vide infatti nella Scienza nuova l'andamento di un poema, quasi di una nuova Divina commedia. E, come Dante sublime, fu anche più di Dante severo; e se le labbra del ghibellin fuggia- sco pur si mossero talvolta * un poco a riso », il Vico leva veramente innanzi alla storia un volto « che giam- mai non rise ». Del resto, egli che ha avuto tante censure pel suo stile, non era scrittore volgare; anzi, studioso della buona forma e della toscanità 3, non meno che sot- tile estimatore, al dire del Capasso, di vocaboli latini 4. 1 Scienza nuova, -ed. cit., p. 10. 2 G. B. Vico e il suo secolo (nel voi.: La storia civile nella letteraria, Torino, Loescher, 1872), p. 104; cfr. un giudizio sul Vico scrittore, ivi, pp. 9-10. Più ampiamente ora, il Nicolini, nella introd. alla sua ediz. della Scienza nuova. 3 Autob., ed. cit., pp. 10-11 : cfr. Opp., ed. Ferrari, VI, 45, 140. 4 In Autob., ed. cit., p. 120. 300 APPENDICE Ma componeva male i suoi libri, perché la sua mente non padroneggiava tutta la materia filosofica e storica, che aveva accumulata ; scriveva confusamente, perché con furore e come in preda a un dèmone : donde, le spro- porzioni nelle varie parti dell'opera, nelle singole pagine, nei singoli periodi. Rende talora immagine di quella bot- tiglia di cui parla il poeta, piena d'acqua e capovolta di botto, nella quale l'umore, che vorrebbe uscire, tanto s'affretta e intrica per la via angusta, « che a goccia a goccia fuori esce a fatica ». A fatica o a fiotti, disordina- tamente. Un'idea che egli sta enunciando, gliene richia- ma un'altra, e questa un fatto, e il fatto un altro fatto; ed egli vuol dire tutto in una volta, e perciò le parentesi si aprono nelle parentesd, con ritmo spesso vorticoso. Ma quei suoi periodi disordinati, come erano materiati di pensieri originali, cosi sono tutti contesti di frasi possenti, di pa- role scultorie, di espressioni commosse, d'immagini pitto- resche. Egli scrive male, se cosi piace dire; ma di quello « scriver male », del quale i grandi scrittori portano con sé il segreto. L'eroismo filosofico del Vico non si affermò soltanto nella lotta interiore con sé stesso per l'elaborazione della scienza, ma fu sottomesso ad altre e più dure prove. La posizione mentale, da lui raggiunta, avversa al presente e, sotto specie di reazione, vòlta all'avvenire, lo condan- nava necessariamente all'incomprensione. È codesta, senza dubbio, la sorte di tutti gli uomini di genio: incompresi intimamente, anche quando la fortuna sociale sembra se- condarli ed essi sollevano entusiasmi e trovano in folla scolari e ripetitori. 11 motto che, secondo la leggenda, lo Hegel avrebbe pronunziato sul letto di morte (« uno solo I. VITA E CARATTERE DEL VICO 301 de' miei scolari mi ha inteso, e questi mi ha frainteso »), esprime a meraviglia tale necessità storica: chi è perfet- tamente inteso nel suo tempo, muore col suo tempo. Pure, di rado o non mai la sproporzione tra il proprio pensiero e la incomprensione dei contemporanei fu cosi grande come nel caso del Vico. Se altre cagioni d'infelicità non l'aves- sero tormentato, sarebbe bastata quest' una. Il « desio di laude », che è poi negli animi non volgari desio di ve- dere compartecipato, assentito e universalizzato negli altri spiriti ciò che a essi sembra vero e buono, rimase sempre per lui un « van desio ». Tanto pid l'incomprensione e l'indifferenza lo angoscia- vano, in quanto, com'è facile supporre, aveva piena co- scienza, dell' importanza delle proprie scoperte. Egli sapeva che la Provvidenza gli aveva affidato una missione altis- sima; sapeva di esser « nato per la gloria della sua pa- tria, e in conseguenza dell'Italia, perché quivi nato, e non in Marrocco, esso riusci letterato » u. Allorché mandò fuori la Scienza nuova, gli pareva come di avere dato fuoco a una mina, e ne aspettava da un momento all'altro lo scop- pio e il fragore. Non ne segui nulla: la gente non gliene parlava ; onde egli scriveva a un amico, dopo qualche giorno: « In questa città si io fo conto di averla mandata al deserto ; e sfuggo tutti i luoghi celebri per non abbat- termi in coloro a' quali l'ho mandata, e, se per necessità egli addivenga, di sfuggita li saluto: nel quale atto non dandomi essi né pure un riscontro di averla ricevuta, mi confermano l'opinione che io l'abbia mandata al deserto »2. Egli aveva creduto, addirittura, a un effetto rapido e im- mediato; e sperato di trovare gli animi pronti e gl'in- telletti aperti a ricevere e a fecondare i suoi pensieri, 1 In Aulob., ed. cit., p. 48. 2 Lettera al Giacchi, 25 nov. 1725, in Anteo., ed. cit., p. 175. 302 APPENDICE nientemeno che tra i suoi contemporanei e conoscenti di Napoli : tra i frati occupati a comporre e mandare a me- moria prediche verbose, tra i verseggiatori che rimavano sonettuzzi, tra gli avvocati che scrivevano allegazioni! Trovò, invece, moltissimi scettici e indifferenti, e non pochi irrisori. Già il libro sul Diritto universale, quando comparve, venne generalmente « ripreso per oscuretto », come c'informa il Metastasio l ; e fu poco letto e avven- tatamente censurato per le stravaganze che la lettura disat- tenta e a salti faceva trovarvi in ogni punto 2. Il padre Paoli, cui l'autore ne aveva donato copia, vi scrisse sopra un distico celiando sull'incomprensibilità dell'opera3. Peggio fu per la Scienza nuova: si sa che Nicola Capasso (che pure era dotto uomo e bene affetto verso il Vico), provatosi a leggerla, credè di avere smarrito ogni scintilla d'inten- dimento, e, buffoneggiando, eorse a farsi tastare il polso dal medico Cirillo *. Un erudito senese, nel riferire le impres- sioni di una sua visita al Vico e della lettura di qualche suo scritto, lo definì stravagante, privo di criterio e sec- catore 5. Un nobile napoletano, interrogato a Venezia dal Finetti circa quel che si pensasse a Napoli del Vico, disse che, per un certo tempo costui era passato per uomo dav- vero dotto, ma che dipoi, per le strane sue opinioni, aveva acquistato fama di squilibrato. « E quando die fuori la Scienza nuova? », insiste il Finetti. « Oh, allora (rispose l'altro), era già diventato affatto pazzo! » 6. I maldicenti lo i Ivi, p. 118. 2 Latterà al Giacchi del 12 ottobre 1720, in Aniob., ed. cit., p, 143. 3 Ivi, p. 113. * In Autob., ed. cit., p. 119: cfr. p. 76. 5 Lettera di G. N. Bandiera del 1726, ed. dal Nicolini e ristamp. Critica, XV (1917), pp. 295-97. P In Autob., p. 119. I. VITA E CARATTERE DEL VICO 303 colpivano perfino nella modesta professione da cui traeva il sostentamento, dicendolo « buono ad insegnare a' giovani dopo aver fatto tutto il corso de' loro studi, cioè quando erano stati da essi già resi appagati del lor sapere » ; o, più insidiosamente, che egli era adatto non a insegnare, ma « a dar buon indirizzo ad essi maestri » ' ; e, cioè, ri- conoscevano la sua superiorità soltanto per farsene un ar- gomento da danneggiarlo nella già cosi stentata sua vita pratica. vi Né alla generale indifferenza e alla leggerezza o alla malignità dei critici potevano formare compenso gli amici e lodatori, che anche al Vico non mancarono. Come sareb- bero potuti mancargli, se egli ne faceva una trepida ed at- tenta cultura artificiale? Si veda, per es., in qual modo col- tivasse il cappuccino padre Giacchi. Lodava di costui le « opere ammirabili », « il divinissimo ingegno », « la rara sublimità delle meravigliose e divine idee ». Gli annunziava di aver dato a leggere ai letterati della città l'epistola elo- giativa ricevuta da lui, e che tutti ne avevano ammirato •* il sublime torno del concepire » (eppure egli proprio, rifaceva in latino d'oro le iscrizioni che il Giacchi compo- neva in un latino fratesco !) 2. Gli comunicava, altra volta, che le lodi di un Giacchi avevano destato invidia ed erano state prese da taluni per adulazioni. Eguali fatiche spen- deva per propiziarsi l'arcivescovo di Bari, Muzio di Gaeta, un vanitoso, tutto pieno del proprio merito (negli Elogi del Gimma fa perfino lodare la sua avvenenza), e che non sa- peva parlare se non di sé stesso, autore di un panegirico 1 Autob., 1. e. 2 Furono pubblicate da me in Napoli nobiliss., XIII (190-J), f. I, e di ììtftvo in Sscondo nappi, alla BUA. deh., pp. 70-2. 304 APPENDICE di papa Benedetto XIII, pel quale, lodato e rilodato dal Vico, non si saziava mai, e provocava, anzi chiedeva espres- samente, nuove lodi. E il Vico a inaffiarlo pazientemente della linfa desiderata: « la maravigliosa opera di V. S. I. »; il suo « dire da signore »; le « digressioni demosteniche »; l'eloquenza, che fu la favella filosofica, con la quale par- larono gli antichi accademici greci, tra i latini Cicerone, e « tra gl'italiani niun altro che V. S. I. »! All'avvo- cato Francesco Solla, che gli era stato scolaro e si era poi ritirato in provincia, insinuava che la sua Scienza nuova aspettava che egli fosse tra i pochissimi forniti d'alto intendimento, che volessero riceverla con mente sgombra di tutti i pregiudizi circa i principi dell'umanità l. Erano artifizi ingenui, fanciullaggini pietose, con le quali procurava di dare un'illusoria soddisfazione al suo bisogno di riconoscimento e di lode, e un calmante ai suoi nervi eccitati. Ma anche a questo modo raccoglieva frutti assai po- veri. Nelle lettere del Giacchi, non è parola che provi che costui avesse intesa una sola delle dottrine vichiane o che almeno le avesse considerate con serio interesse. Monsignor di Gaeta, dopo molti giri eli frasi, gli confessa di avere « più ammirate che intese -> le opere di lui 2; e, certamente, non le aveva neppur lette, tutto occupato ad ammirare la propria prosa. Il Solla, nel quale il Vico sembrava ri- porre tante speranze, giudicava l'orazione per la morte di donna Angela Cimini cosa superiore a tutte le altre opere dell'autore e alla stessa Scienza nuova. Un simile incauto complimento rivolgeva al Vico un altro ammi- ratore, pur caldo e affettuoso, l'Esteban3. Lodi generi- che o banali gli giungevano talvolta (ma più spesso per- i In Autob., ed. cit., p. 202. « Ivi, p. 251. 3 Ivi, pp. 195-6. I. VITA E CARATTERE DEL VICO 305 darà vano, ostinati, la trascuranza e il silenzio), in ricam- bio di alcuno dei tanti esemplari delle proprie opere, che inviava non solamente ai letterati di Napoli, ma a quelli di Roma, di Pisa, di Padova, anzi di Germania, di Olanda, d'Inghilterra: ne mandò, perfino, a Isacco Newton1. Egli ottenne, tutt'al più, di farsi considerare erudito tra centi- naia di eraditi e letterato tra migliaia di letterati: dotto uomo, insomma; ma niente altro. Senza dubbio, il Vico ebbe, tra i modesti, tra gli oscuri, tra i giovani, schietti ammiratori. Di costoro era il poeta, poi oratore sacro, Gherardo de Angelis; i già ricordati Solla ed Esteban ; il frate Nicola Concina di Padova ; e altri pochi. Ma, se il loro affetto era grande, la loro intel- ligenza era scarsa. Anche il Concilia confessava, in mezzo #1 fervore dei suoi entusiasmi, di non intendere troppo bene: « Oh quanti fecondissimi e sublimissimi lumi vi sono per entro ! Cosi avessi io talento da farne uso e da com- prendere il fondo ed il mirabile artificio, che panni al- quanto di ravvisare! » *. Il miglior ufficio, che codesti amici potessero adempiere, era di lenire con parole buone, se non con intima corrispondenza di pensieri, l'animo esa- cerbato del Vico. Cosi faceva l' Esteban, concludendo la lettera nella quale procura di rimediare a quel che gli era scappato dalla penna a proposito dell'orazione per la Ci- mini, e ripeteva frasi che aveva dovuto cogliere sulla bocca del maestro: « Vivete sicuro che la Provvidenza, per canali da V. S. non immaginati, farà sorgere a V. S. una fonte perenne di glorie immortali ! » \ Il gesuita pa- dre Domenico Lodovico (autore del distico, che si legge sotto il ritratto del Vico), ricevuta la seconda Scienza 1 Autob., ed. cit., p. 55. - In Autob., ed. cit., p. 231. 3 Ivi, p. 205. B. CitOCE, La filosofìa di Giambattista Vico. 20 306 APPENDICE nuova, mandò all'autore, con pratico senno, un po' di vino della cantina e un po' di pane del forno della casa gesui- tica ' della Nunziatella, con una graziosa letterina nella quale lo pregava di accettare « codeste cosucce, comeché semplici, quando né pure il bambino Gesù rifiuta le rozze offerte de' rustici pastorelli ». E gli suggeriva di aggiungere nella simbolica dipintura che precede l'opera, accanto all'al- fabeto, un piccolo nano in atteggiamento di chi ammirando ammuta come il montanaro di Dante, scrivendovi sotto « con significante dieresi » il nome: Lodo-vico ! *. Tra i tanti giovani della sua scuola, erano alcuni, tutti pieni della dot- trina di lui, pronti a difendere il maestro a spada tratta *-T ma si sa che cosa valgano codesti entusiasmi di giovani. Se quegli scolari avessero penetrato davvero le dottrine o qualche parte delle dottrine vicinane, se ne sarebbero vedute le tracce nella letteratura e nella cultura della ge- nerazione che segui al Vico ; e, invece, non ne fu nulla o quasi. Appena qualche sentenza, qualche affermazione sto- rica, qualche concetto isolato e superficialmente inteso fu ripetuto a Venezia dal Conti, a Padova dal Concina, in Ispagna da Ignazio Luzàn (il quale aveva dimorato a Na- poli negli anni della pubblicazione della Scienza nuova) \ e qualche cosa di più nella patria dell'autore, dal Geno- vesi e particolarmente da Ferdinando Galiani. GÌ' invidi, i leggieri, i pettegoli, i calunniatori, gl'inin- telligenti eccitavano nel Vico scoppi di collera violenta. Di questo suo peccato si confessa nell'autobiografia, dicendo che « con maniera troppo risentita inveiva contro o gli errori d' ingegno o di dottrina o mal costume dei letterati suoi emuli, che doveva con cristiana carità, e da vero fi- i In Autob., ed. cit., pp. 218-4. 2 Ivi, p. 121. 3 Ivi, p. 122. I. VITA E CARATTERE DEL VICO 307 losofo, o dissimulare o compatirgli » l. Ma, in fondo, quel peccato non gli spiaceva: al pari di Dante, vi trovava qualche bellezza. L'orazione per la Cimini contiene una specie d'inno alla collera, alla « collera eroica », « che negli animi generosi co' suoi bollori turbando e dall'imo confondendo ogni mal nata riflessione della mente, da cui nasce la razza vile della fraude, dell'inganno, della men- zogna, fa ella gli eroi aperti, veritieri e fidi, e si, interes- sandoli della verità, li arma forti campioni della ragione incontro ai torti ed alle offese » 2. Benché nello scrivere si guardasse « a tutto potere » dal cadere in quella passione 3, la collera si sente tumul- tuare mal repressa nelle lettere private, in tutte quelle punte contro i « dotti cattivi », che « amano più l'erudi- zione che la verità », contro il comune degli uomini che è « tutto memoria e fantasia », e via dicendo. Nella con- versazione poi, era, a quel che sembra, mordacissimo. Quando, nel 1736, Damiano Romano pubblicò un libro con- tro la tesi vichiana relativa alle dodici tavole, il .Vico (rac- conta il Romano medesimo), sebbene vi fosse stato trattato coi titoli di « dottissimo » e di « celeberrimo » e con ogni altra dimostrazione di reverenza, « ci addentò in maniera che fu di ribrezzo e di orrore a chiunque vi si trovò pre- sente », vedendo egli di malissima voglia che « un garzone come noi si fusse con lui cimentato » *. Ma agli scoppi di collera si alternavano le ricadute nella più profonda tri- stezza. In un sonetto, egli si dice oppresso da quel fato « che l'ingiusto odio altrui creò sovente », onde si era np- i Ivi, Pp. 96, 120-1. 2 Opp-ì eJ. Ferrari, VI, p. 254. 2 Autob., ed. cit., p. 76. * In Autob., pp. 120-1. 308 APPENDICE partato dal consorzio umano a vivere solo con sé stesso. Da quel torpore si riscoteva, talvolta, per qualche istante: Poi ricaggio in me stesso, e da mie gravi cure sospinto a tornar là dov'era, di me, non per mia colpa, ho da dolermi 1. VII Eppure, fra tanti tormenti e contrarietà e delusioni, in mezzo a questa tristezza che veniva frequente a rico- prirlo dei suoi neri veli, il Vico provò una delle più alte felicità dell'uomo: quel « vivere di meditazione scevra e pura di passione, che allora senza la compagnia tumul- tuosa e grave del corpo vive veramente l'uomo solo.... »; quella vita di sicuro possesso, perché « medesimata con l'anima, sempre presta e presente, che gli dimostra il suo essere fisso nell'Eterno che tutti i tempi misura, e spa- ziante nell'infinito che tutte le finite cose comprende; e si il colma di una eterna immensa gioia, non in certi luoghi invidiosamente né in certi tempi avaramente ri- stretta, ma che senza uggia di emulazione, senza tema di scemamento, per ciò unicamente in esso lui accrescere si potrebbe se ella fosse tuttavia a più e più umane menti comunicata e diffusa » 2. Della verità raggiunta non dubitò mai, pur continuando sempre a elaborarla: sopra il sistema presentato nel libro del Diritto universale la sua mente (egli dice) « riposava sodisfatta » 3. Le fatiche, e gli stessi dolori che aveva cosi acerbamente sofferti, gli erano cari, perché attraverso di essi era pervenuto alle sue scoperte : 1 In Autob., ed. cit.. p. 325. 2 Opp., ed. Ferrari, p. 2»i7. 3 Lettera al Giacchi del 12 luglio 1720, in Autob., ed. cit., p. 188. I. VITA E CARATTERE DEL VICO 309 « Benedico ben venticinque anni da me spesi nella medita- zione di siffatto argomento, ed in mezzo le avversità della mia fortuna e le remore che mi facevano gli esempli infelici degl'ingegni, che han tentato delle nuove e gravi disco- verte.... »*. Come poteva non benedire quelle fatiche e quei dolori e quelle avversità, se ogni qual volta si solle- vava dal tumulto passionale dell'uomo empirico e dalle lotte dell'uomo pratico, la sua mente gli mostrava la ne- cessità ineluttabile e di quanto egli aveva operato e di quanto aveva sofferto, e l'ima e l'altra necessità strette in modo tra loro da formarne una sola e indivisibile? La sua stessa dottrina filosofica gli porgeva dunque la medicina del male, e promoveva nel suo animo la catarsi liberatrice: quella dottrina che aveva per centro l'idea della Provvidenza immanente o, come si disse poi, della necessità storica. « Sia pur sempre lodata la Provvidenza, che quando agl'infermi occhi mortali sembra ella tutta severa giustizia, allora più che mai è impiegata in una somma benignità! Perché da questa opera io mi sento aver vestito un nuovo uomo e provo rintuzzati quegli sti- moli di più lamentarmi della mia avversa fortuna, e di più inveire contro alla corrotta moda delle lettere che mi ha fatto tal'avversa fortuna; perché questa moda, questa fortuna mi hanno avvalorato e assistito a lavorare que- st'opera. Anzi (non sarà per avventura egli vero, ma mi piacerebbe che fosse vero), quest'opera mi ha informato di un certo spirito eroico, per lo quale non più mi per- turba alcun timore della morte e sperimento l'animo non più curante di parlare degli emoli. Finalmente, mi ha fermato come sopra un'alta adamantina ròcca il giudizio i Lettera al card. Corsini del 15 dicembre 1725, in Autob., ed. cit., p. 178. 310 APPENDICE di Dio, il quale fa giustizia alle opere d'ingegno con la stima dei saggi », degli uomini cioè di altissimo inten- dimento, di erudizione tutta propria, generosi e magna- nimi, « intenti a conferire opere immortali nel comune delle lettere », che « sempre e da per tutto furono pochis- simi » l. La Provvidenza gli mostrava, dunque, la neces- sità di tutto ciò che gli era accaduto e ancora gli acca- deva nella vita, e, inculcandogli la rassegnazione, gli pro- metteva la Gloria. Vili Cosi l'uomo collerico diventava perfino tollerante: di quella tolleranza, di quella indulgenza superiore che non è da confondere- col volgare tollerantismo. L'Università, nella quale aveva sperato fare avanzamento e verso cui aveva rivolto il pensiero nel comporre le prime opere, non aveva voluto sapere di lui ; ed egli si era tutto riti- rato in sé stesso a meditare, la Scienza nuova. Dunque (di- ceva con sorriso in cui si sente ancora alcunché di amaro), questa mia opera io la debbo all'Università, che, riputan- domi immeritevole della cattedra e non volendomi « oc- cupato a trattar paragrafi », mi ha dato l'agio di medi- tarla: « posso io avergliene più grado di questo? » 2. Un amico, il fiorentino Sostegni, in un sonetto a lui indiriz- zato, usciva in parole di biasimo contro la città di Napoli, che aveva tenuto in poco conto il suo gran figlio. E il Vico, nella risposta, giustifica con nobili parole la patria, dura con lui perché molto da lui aspettala e molto aveva voluto ottenerne: 1 In Autob., ed. cit., pp. 120-1. 2 Lettera al Giacchi del 25 novembre 1725, in Autob.. ed. cit., p. 134. I. VITA E CARATTERE DEL VICO 311 Severa madre non vezzeggia in seno figlio, che ne fia poscia oscura e vile; ma grave in viso ancor l'ode e rimira l. Da questa condizione di spirito nacque Y Autobiografia-. opera che è stata mal giudicata e del tutto fraintesa dal Ferrari, il quale vi biasima il teleologismo dominante e vi lamenta la mancanza di una spiegazione « psicologica » della vita del Vico *. Come se il Vico medesimo non avesse professato che l'aveva scritta « da filosofo » ! 3. E che cosa significa scrivere da filosofo la vita di un filosofo, se non intendere l'oggettiva necessità del suo pensiero e scor- gerne gli addentellati anche dove all'autore, nel momento che lo pensò, non apparivano del tutto chiari? 11 Vico « meditò nelle cagioni cosi naturali come morali, e nel- l'occasioni della fortuna; meditò nelle sue ch'ebbe fin da fanciullo o inclinazioni o avversioni più ad altre spezie di studi che ad altre; meditò nell'opportunitadi o nelle tra- versie onde fece o ritardò i suoi progressi ; meditò, final- mente, in certi suoi sforzi di alcuni suoi sensi diritti, i quali poi avevangli a fruttare le riflessioni, sulle quali la- vorò l'ultima sua opera della Scienza nuova, la qual ap- pruovasse tale e non altra aver dovuto essere la sua vita letteraria » 4. L' Autobiografia del Vico è, insomma, l'applicazione della Scienza nuova alla biografìa dell'autore, alla storia della propria vita individuale ; e il metodo ne è, quanto originale, altrettanto giusto e vero. Che poi il Vico riuscisse solo in parte nel suo assunto, e, cioè, non po- tesse fare la critica e la storia di sé stesso come sono in 1 In Autob., ed. cit., p. 825. - Nell'introd. al IV voi. delle Opere. 3 Autob., ed. cit., p. 62. 1 L. e. 312 APPENDICE grado di farla i critici e gli storici odierni, e altrimenti saranno quelli futuri, è troppo ovvio perché vi si debba insistere. — L' Autobiografia termina anch'essa-con una be- nedizione alle avversità, un riconoscimento della Provvi- denza e una certezza di fama e di gloria. IX Negli ultimi anni di sua vita il Vico, aggravato dalla vecchiaia, dalle domestiche cure e dalle malattie, « ri- nunziò affatto agli studi » l. Da la tremante man cade il mio stile e de' pensier s'è chiuso il mio tesauro -, esclamava in due versi, pieni di lacrime, di un sonetto del 1735. Preparò allora, per una possibile ristampa, le aggiunte e correzioni alla seconda Scienza nuova, e le in- corporò nel definitivo manoscritto dell'opera; pensò per un momento di mettere a stampa l'operetta De cequilibrio corporis animantìs, composta molti anni prima e che andò poi smarrita3; adempiè ancora a qualche obbligo di uffizio, come, nel 1738, all'orazione per le nozze di re Carlo Bor- bone. Ma già nel 1736 o nel 1737 il figliuolo aveva comin- ciato a sostituirlo nella scuola, e nel gennaio 1741 riceveva definitivamente la cattedra dalla quale il padre si ritirava *. Viveva il Vico tra i suoi, come un vecchio soldato exacta militici, nel ricordo delle battaglie combattute, nella co- scienza del dovere compiuto. Il buon figliuolo gli faceva, ' Autob., ed. cit., p. 75. 2 In Autob., ed. cit., p. 326 (sonetto del 1735 per le nozze di Rai- mondo de Sangro). 3 Autob., ed. cit., 75: cfr. Bibl. vich., pp. 38-9, Sec. tuppL, p. 6. -i In Aidob.y ed. cit., p. 123. I. VITA E CARATTERE DEL VICO 313 ogni giorno, qualche ora di lettura dei classici latini da lui più amati e studiati un tempo. E, in questo suo tra- monto, gli fu risparmiato, almeno, il tormento dei tor- menti: quello che straziò negli ultimi anni di vita un fi- losofo tanto di lui più fortunato, Emanuele Kant, ansioso di dare séguito e compimento al suo sistema filosofico e consumantesi in una sterile lotta coi pensieri che gli sfug- givano e le parole che non più gli obbedivano. Il Vico aveva detto tutto ciò che doveva dire, e conobbe da sé stesso, quale grande storico di sé stesso, il momento in cui la Provvidenza aveva terminato in lui l'opera sua, chiudeva il tesoro dei pensieri che gli aveva cosi larga- mente aperto per tanti anni e gli comandava di deporre la penna. II La fortuna del Vico L la narrazione delle vicende alle quali andò soggetta la fama del Vico non dev'essere sostituita o frammischiata all'esposizione e giudizio del pensiero vichiano, perdendo di vista la storia della filosofia propriamente detta o turbandola con la storia della cultura1. Ma anche quando poi si passi a questa seconda storia, bisogna guar- darsi da un altro genere di errore: dalla pretesa di giun- gere a determinare, mercé quella narrazione, se l'opera del Vico fosse o no culturalmente utile, e quanti gradi di utilità le si debbano riconoscere. Siffatta indagine è priva di significato e la corrispondente misurazione impossibile & eseguire ; perché (se ben si consideri) un unico discepolo può valere le decine e le centinaia, un effetto solo pro- dottosi dopo secoli compensare un'efficacia ritardata per secoli, un oblio immeritato riuscire altrettanto memorabile e ammonitivo quanto una fama meritatissima, e una mede- * Restringo in breve i principali risultati delle ricerche da me fatte sull'argomento ed esposte nella Bibliografia vichiana e nei due annessi Supplementi (efr, in questo volume, p. 342), ai quali lavori rimando per maggiori particolari e per la documentazione delle cose che qui si affermano. i Si veda sopra, pp. 249-50. 316 APPENDICE sima verità, scoperta due volte in modo indipendente, da questa stessa duplicazione e apparente superfluità ricevere come il crisma della sua ineluttabile necessità. L'opera del Vico (si è concluso di solito) fu del tutto inutile, perché ap- parsa fuori tempo ossia troppo presto, e rimasta sconosciuta o giunta a notizia quando non poteva insegnare più nulla. E, col dire ciò, si è blasfemato contro la storia, la quale non ammette nulla d'inutile ed e sempre, in ogni sua parte, opera (avrebbe detto il Vico) della « Provvidenza », alle cui ampie utilità non è lecito applicare piccole misure umane, corte di una spanna. Ebbe il Vico rinomanza, lettori, intenditori e seguaci nel corso del secolo decimottavo? Si è risposto, con pari risolutezza, no e si ; e, a provare la risposta affermativa, si sono andati raccogliendo con molta diligenza i ricordi che del nome e delle dottrine del Vico si trovano sparsi negli scritti di quel secolo, accumulando sospetti e indizi su tracce inconfessate delle sue idee, che si scorgerebbero in libri italiani e stranieri. Ma un pensatore come il Vico non si può dire propriamente conosciuto se non quando di lui sia stato còlto il pensiero fondamentale e risentito lo spirito animatore. Ora la maggior parte dei fatti arre- cati a documento dell'efficacia dell'opera sua concernono dottrine particolari, che, avulse dal complesso, furono ac- cettate o contestate né più né meno di quelle di qualsiasi altro critico ed erudito o dicitore di paradossi del tempo suo. Tale è il caso, in primo luogo, della teoria circa l'origine della legge delle dodici tavole, discussa nella po- lemica che si agitò fra Bernardo Tanucci e Guido Grandi dal 1728 al 1731, oppugnata nel 1736 da Damiano Romano, accolta in Francia nel 1735 dal Bonamy e rammentata nel 1750 dal Terrasson; delle nuove interpretazioni storiche circa i primi tempi di Roma, ricordate dallo Chaslellux, se- guite e svolte dal Duni e, attraverso costui, sfruttate dal II. FORTUNA DEL VICO 317 Da Bignon; delle ipotesi sulla preistoria e sulle origini del- l'umanità, adoperate e alterate dal Boulanger in Francia e da Mario Pagano in Italia; dei concetti storici e politici, e di quelli sulla poesia e sul linguaggio che si trovano presso il Galiani, il Pagano, il Cesarotti e qualche altro. Questione pili sostanziale era quella del metodo di stu- diare e giudicare le istituzioni politiche e le leggi; per la qual parte il Montesquieu fu messo a paragone col Vico e accusato di essersi valso largamente della Scienza nuova senza citarla. È ormai accertato che nel 1728 Antonio Conti in Venezia consigliò al futuro autore dell'Esprit des lois (come risulta dai diari di quest'ultimo) di comprare a Napoli il libro del Vico: consiglio che fu certamente messo in atto quando il Montesquieu si recò a Napoli l'anno dopo, per- ché un esemplare della Scienza nuova, nell'edizione del 1725, si serba ancora nella biblioteca del castello de la Bròde. Ma ingegno troppo diverso rispetto al Vico, e troppo meno profondo, era quello dello scrittore francese, da trarre vitale nutrimento da un'opera come la Scienza nuova; e i vestigi d' imitazione, che si è creduto di scorgere nell'Esprit des lois, sono assai contestabili e, in ogni caso, di scarsa importanza. Deve dirsi, per altro, che il merito general- mente attribuito al Montesquieu, di avere introdotto l'ele- mento storico nel diritto positivo, prendendo per tal modo a considerare in guisa veramente filosofica (come poi scrisse lo Hegel) la legislazione, quale momento dipendente di una totalità in rapporto a tutte le altre determinazioni che for- mano il carattere di un popolo o di un'epoca; • — questo inerito, in ordine cosi di tempo come di eccellenza, spetta invece al Vico. Come il Montesquieu per la scienza della legislazione, cosi il Wolf per la questione omerica, fu sospettato di es- sersi giovato tacitamente delle speculazioni vicinane. Ma il Wolf, quando nel 1795 die fuori i Prolegomena ad Home- 318 APPENDICE rum, ignorava, almeno direttamente, la Scienza nuova, che non conobbe se non di nome nel 1801 e di fatto l'anno dopo, pel dono che di quel libro gli fece il Cesarotti. È da no- tare per altro che i concetti del Vico circa il carattere bar- barico e la mancanza di riposta sapienza nell'epos omerico erano (forse per opera del Galiani) divulgati nel 1765 dalla Gazette Uttéraire de l'Europe del Suard e dell' Arnaud ; e, meglio ancora, che la Scienza nuova era conosciuta e ado- perata dal filologo e archeologo danese Zoega (il quale la cita in un suo saggio' su Omero, composto nel 1788 seb- bene pubblicato assai più tardi); e che con lo Zoega teneva carteggio lo Heyne, il quale accusò poi il Wolf di avere attinto alle sue lezioni per la teoria presentata nei Pro- legomena (e, in verità, sin dal 1790 manifestava l'idea di una genesi graduale dei poemi omerici); e, infine, che quelle teorie già si profilavano nel Wood e in alcune me- morie del Merian. I concetti vichiani con o senza il nome del loro autore erano dunque penetrati in qualche misura nell'ambiente filologico tedesco ; e il Wolf ne ebbe indub- biamente un certo sentore indiretto. E, in ogni caso, re- sta sempre, anche qui, il fatto riconosciuto da tutti co- loro che hanno studiato la questione : che la teoria omerica, cosi come si trova esposta dal Wolf, dovrebbe dirsi non wolfiana ma vichiana, perché tale è veramente in quasi tutti i suoi tratti fondamentali. Del resto, il Wolf, filologo di gran lunga superiore al Vico ma anch'esso pensatore assai minore, non era in grado d'intendere le motivazioni ideali che avevano condotto il suo predecessore a quella dottrina intorno a Omero; com'è chiaro dall'articolo, alquanto su- perficiale, che nel 1807 vi scrisse intorno. Certamente a Napoli, nel secolo decimottavo, fu in molti una confusa coscienza della grandezza dell'opera vi- chiana ; ma in che propriamente questa grandezza consi- stesse non si sapeva determinare, perché facevano ancora II. FORTUNA DEL VICO 319 difetto l'esperienza e la preparazione adeguate. E fuori d'Italia, e in Germania in particolare, dove questa prepa- razione c'era, o almeno ce n'era assai di più, l'opera del Vico rimase generalmente sconosciuta, in parte per il di- scredito in cui erano caduti sin dalla fine del seicento i libri italiani, in parte per le difficoltà che lo stile del Vico offriva agli stranieri. Quando la Scienza nuova capitò tra le mani di uomini atti a comprenderla, sembra come se il caso si divertisse a impedirne loro la seria lettura e l'intelligenza. Lo Hamann si procurò la Scienza nuova da Firenze nel 1777, in un tempo in cui si occupava di econo- mia e di fisiocrazia, immaginando che vi si trattassero tali materie; e rimase deluso quando, nella scorsa che le dette, si avvide di avere innanzi una selva di ricerche filologiche, eseguite per giunta con scarsa acribia. 11 Goethe l'ebbe a Napoli, nel 1787, con grandi raccomandazioni, dal Filan- gieri e la portò seco in Germania e nel 1792 la prestava al Jacobi; ma solo per una felice combinazione, piuttosto che per una vera conoscenza o per un chiaro intuito, av- vicinò il nome del Vico a quello dello Hamann. Lo Herder (che anch'esso conobbe l'opera del Vico non forse nel 1777 mercé l'accenno fattogliene dallo Hamann nel loro carteggio, ma piuttosto nel suo viaggio d'Italia nel 1789), ne discorse nel 1797 in termini affatto generici e senza avvertire nessuno dei molteplici rapporti che al Vico lo stringevano, in ispecie nelle dottrine sul linguaggio e sulla poesia. I soli che nel secolo decimottavo veramente penetrassero la tendenza fondamentale del Vico e, pur senza volerlo, ne riconoscessero la genuina grandezza, furono (a nuova conferma della salda contestura spirituale del cattolicesi- mo) gli avversari cattolici, che egli, allora, ebbe in buon numero: il Romano, il Lami, il Rogadei, e sopra tutti, il Finetti. Videro costoro che il Vico, nonostante i suoi fermi 320 APPENDICE propositi di ortodossia religiosa, coltivava un' idea della Provvidenza affatto difforme da quella della teologia cri- stiana, e di Dio faceva continua menzione a parole, ma non lo lasciava poi operare effettivamente, come Dio per- sonale, nella storia; — che distaccava con taglio cosi netto storia profana e storia sacra da giungere a una dottrina 'affatto naturale e umana delle origini della civiltà (mercé lo stato ferino) e di quelle della religione (mercé il timore, il pudore e l'universale fantastico), laddove la dottrina tradizionale cattolica ammetteva una certa comunicazione tra la storia sacra e la profana, e nella religione e civiltà pagana riconosceva il lievito operante di una qualche no- tizia, sia pur vaga, della primitiva verità rivelata; — che, pure protestando di accogliere e rafforzare l'autorità della Bibbia, egli la minava e scrollava in molti punti; — che la sua critica alla tradizione storica profana, condotta con spirito superbo di ribellione al passato, poteva aprire l'adito a dannosissimi abusi, perché istigava ad applicare il me- desimo spirito e metodo alla storia sacra, come fece poi il Boulanger l. Un'invettiva, insomma, nella quale erano già accuratamente indicate tutte le parti che dovevano di- poi entrare a comporre il grandioso elogio che il secolo de- cimonono avrebbe indirizzato al Vico. Nacque per tal modo tra gli uomini di chiesa una certa diffidenza verso questo autore; di che, tra l'altro, fu effetto più tardi, al tempo della restaurazione, la polemica antivichiana del vescovo Colangelo, preceduta da un giudizio del regio censore Lo- renzo Giustiniani, che diceva la Scienza nuova: un « libro il quale diede luogo a segnare un'epoca molto infelice in Europa ». 1 La critica dei cattolici contro il Vico porse materia a un libro assai istruttivo del Labanca: cfr. più oltre in questo volume, p. 339. II. FORTUNA DEL VICO 321 Quasi a contrasto, tra i giovani che in Napoli, sulla line del secolo deci mot tavo, coltivavano con ardore gli studi sociali e politici e si accingevano all'opera attiva della imminente rivoluzione, il Vico cominciò a essere conside- rato come scrittore anticlericale e anticattolico, e sorse la leggenda (ricordata in altra parte di questo volume ') che il Vico avesse di proposito e per accorgimento reso oscuro il suo libro per salvarsi dalla censura ecclesiastica. Quei giovani presero a leggere e a vantare la Scienza nuova; disegnarono di ristamparla, perché era divenuta rara, con le altre opere dell'autore e con gli scritti inediti; prepa- rarono lavori espositivi e critici sul sistema filosofico e sto- rico del Vico; taluno, come il Pagano, si provò a rie- laborarlo mescolandolo con le idee del sensismo francese, e tal altro, come il Filangieri, benché molto lo ammi- rasse, non ne fu distolto dai sogni del più roseo rifor- mismo; nel 1797 il tedesco Gerning, che capitò a Napoli, notò questo fervore di studi intorno al Vico e augurò una traduzione o almeno un estratto tedesco della Scienza nuova. E quando la caduta della repubblica napoletana del 1799 spinse quei giovani (quelli, tra essi, che scamparono dalle stragi e dai patiboli della reazione borbonica) agli esili nell'Italia superiore e specialmente in Lombardia, la fama del Vico ebbe i suoi primi ardenti apostoli e missionari. Vincenzo Cuoco, Francesco Lomonaco, Francesco Salii e altri patrioti meridionali fecero conoscere la Scienza nuova al Monti, che ne toccò nella sua prolusione universitaria di Pavia del 1803 ; a Ugo Foscolo, che ne accolse parec- chi pensieri nel carme dei Sepolcri e nei saggi di critica; ad Alessandro Manzoni, che doveva poi istituire nel Di- scorso sulla storia longobarda un celebre raffronto tra il Vico e il Muratori; e ad altri minori. Il Cuoco informò 1 Si veda sopra, pp. 285-6. B. Cuoce, La filoso/la di Giamhaltisia Vico. 81 322 APPENDICE intorno al Vico il Degérando, che allora lavorava alla sua Histoire comparée des sgstèmes philosophiques; un altro esule, il De Angelis, metteva la Scienza nuova tra le mani di Giulio Michelet; il Salti discorreva del Vico negli arti- coli della Revue encyclopèdique e in volumi ed opuscoli scritti in francese. Anche per suggerimento di quei napo- letani, fu nel 1801 a Milano ristampata la Scienza nuova; e altre edizioni e raccolte di opere minori vicinane non tardarono a comparire. Per tali vicende, e in quel pri- mo decennio del secolo decimonono, il Vico, da reputa- zione quasi esclusivamente municipale e napoletana, per- venne a reputazione nazionale e italiana. Senonché, conforme alle loro personali disposizioni e alle tendenze del tempo, il primo e principale ammaestra- mento che i patrioti .studiosi del Vico trassero dal suo pen- siero, fu politico o di filosofia politica ; e cioè, la critica di quel giacobinismo e di quel filogallismo che avevano fatto cosi cattiva prova negli avvenimenti del 1799. Il pen- siero del Vico li guidò a concetti più concreti, e generò un'opera di capitale importanza, il Saggio storico sulla ri- voluzione, napoletana (1800) di Vincenzo Cuoco. Similmente, alcuni decenni dopo, il Ballanche, nei suoi JEssais de pa- lingénesie sociale (1827), scriveva che il Vico, se fosse stato noto in Francia nel secolo decimottavo, avrebbe esercitato un'azione moderatrice e benefica sulle rivoluzioni sociali che seguirono. Un altro particolare aspetto del Vico, la riforma ch'egli aveva iniziata della metodologia storica e della scienza sociale a servigio della storia, fu avvertito e lumeggiato dall'archeologo Cataldo Iannelli nel libro: Sulla natura e necessità della scienza delle cosa e delle storie umane (1818). Il Foscolo principalmente, e coloro che da lui presero ispirazione, fecero penetrare nella critica e sto- ria letteraria qualcosa delle concezioni vichiane sulla in- terpetrazione storica della poesia. II. FORTUNA DEL VICO 323 Invece, in Germania, il Jacobi, che aveva letto il De 1 quali il Vico trasse un opuscolo: De (Equilibrio corporis ani- mantis, che molti anni dipoi pensava di pubblicare e che è -andato perduto ; onde di quelle, come delle sue specula- zioni di fisica (che dovevano costituire il Liber physicus), non si sa altro se non ciò che egli stesso dice nell'auto- biografia. Tralasciando gli scritti rettorici e per commissione, dei quali il più esteso è il De rebus gestis Anton ii Campitevi (Napoli, Mosca, 171 G), i nuovi frutti del suo pensiero (che si andò concentrando sui problemi morali e storici), prima accennati in una prolusione del 1719 della quale il som- mario è nell'autobiografia, furono condensati dal Vico, in italiano, nel 1.720, in un programma a stampa di quattro pagine fitte a due colonne, noto sotto il nome di Sinopsi del diritto universale, e svolti nell'ampia trattazione: De universi iuris uno principio et fine uno liber units (Napoli, Mosca, 1720), compiuta l'anno dopo dal Liber alter qui est de constantia iurisprudentis, e accresciuta nel 1722 dalle Kotce in dioos libros, ecc., che rappresentano un ulteriore avanzamento (ivi) ; la quale opera si suole designare nel suo complesso, seguendo l'esempio dello stesso autore, col nome di Diritto universale. Questo libro, secondo il Cantoni (op. cit. , p. 243), rap- presenterebbe il culmine dell'attività scientifica del Vico: giudizio non meno inaccettabile del precedente. L'autore (Opp., V, 10-11) rifiutò il Diritto universale, perché gli pa- reva che vi perdurassero il pregiudizio e la pretesa di « scendere » dalla mente di Platone e degli altri filosofi a quelle degli uomini primitivi, onde in esso avrebbe errato «in alquante materie »• ma lo disse anche a ragione, « ab- bozzo della Scienza nuova », qual è veramente. Le idee sulla poesia vi sono ancora perplesse, Omero non vi è an- cora un mito, i canoni mitologici sono meno unitari di quel che divennero poi, per l'origine delle XII tavole si affaccia 332 APPENDICE un'ipotesi ibrida, la teoria dei ricorsi vi è appena debol- mente adombrata, e insomma cosi la storia ideale eterna come la gnoseologia, sulla quale essa si fonda, sono an- cora immature. L'opera è rifusa nelle posteriori, salvo ciò che riguarda la generale filosofia etica e giuridica (che non è molto originale) e salvo alcuni svolgimenti storici che nelle opere posteriori ricompaiono solo in accenno. È andato perduto il manoscritto di un'opera italiana, divisa in due libri, in cui il Vico esponeva le sue dot- trine « per via negativa », ossia con metodo prevalente- mente polemico. In modo positivo, invece, e in forma con- cisa, le espose nei Principi di una Scienza nuova in- torno alla comune natura delle nazioni, per la quale sì ritrovano i principi di altro sistema del diritto naturale delle genti (Napoli, Mosca, 1725), che sono coKOsciuti con la denominazione (anche questa proveniente dall'autore medesimo) di Prima scienza nuova. Nello stesso anno in cui pubblicò la Prima scienza nuova, cioè nel 1725, il Vico narrò la storia dei suoi studi: Vita di G. B. V. scritta da sé medesimo, che fu inserita nella Raccolta di opuscoli scientifici e filologici del Calogerà (Venezia, Zani, 1728, voi. I, pp. 145-256). Dei minori scritti di questo periodo sono notevoli altresì le due orazioni in morte della contessa di Althann (1724) e della marchesana della Petrella Angiola Cimini (1727); il volumetto Vici vindicice (Napoli, Mosca, 1729), contenente una difesa di carattere personale (con un'importante digres- sione teorica sul «riso») contro una maligna noterella in- serita negli Acta lipsiensia del 1727 intorno alla Scienza nuova; e alcune lettere bellissime al Giacchi, al Degli An- gioli, all'Esperti, al De Vitry e al Solla, sul contrasto tra la sua opera e le condizioni degli studi a quel tempo. Alla Prima scienza nuova il Vico pensò di aggiungere una lunga serie di Annotazioni (effettivamente poi scritte III. CENNI BIBLIOGRAFICI 333 ma andate disperse) in una ristampa che se ne preparava a Venezia tra il 1728 e il 1730. Ma poiché questa non ebbe più effetto e, d'altro canto, quel libro non lo soddisfaceva se non proprio per le materie (egli dice), per l'ordine te- nuto (Opp.,'V, 11), si risolse a dare un'esposizione affatto nuova delle sue dottrine nei Cinque libri de' principi di una Scienza nuova d'intorno alla comune natura delle na- zioni, in questa seconda impressione con più propia ma- niera condotti e di molto accresciuti (Napoli, Mosca, 1730), che formano la Seconda scienza nuova. Quantunque il Cantoni (op. cit., pp. 238-9) consideri quest'opera come una senile degenerazione del pensiero del Vico, essa è invece il risultato necessario e la forma perfetta a cui mettono capo i tentativi precedenti; ed è il libro che, insieme col De antiquissima e con l'autobiografia, basta a fornire tutto l'essenziale per la conoscenza del pensiero di lai. Nel Diritto universale e nella Prima scienza nuova si può spigolare soltanto qualche particolare dipoi trala- sciato; ma, pel resto, vi compaiono le medesime dottrine della Seconda scienza nuova in un modo meno profondo e meno sicuro, e, certamente, meno vichiano. Il con- fronto particolare tra queste tre opere fu eseguito con diligenza nei sommarietti apposti dal Ferrari alle sue edi- zioni della Prima e della Seconda scienza nuova ; e moltis- simi altri riscontri e più particolareggiati possono vedersi ora nella edizione della Scienza nuova, curata dal Nicolini. Anche alla redazione del 1730 il V., senza quasi più mutarne l'ordine e la sostanza, andò facendo, negli anni tra il 1731 e il 1736 circa, molte variazioni e aggiunte, che poi incorporò per gran parte nel testo in un mano- scritto definitivo, sul quale fu condotta l'edizione dei Prin- cipi di una Scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni, uscita sei mesi dopo la morte del V. (Na- poli, nella stamperia muziana, 1714). Sono serbati nella 334 APPENDICE Biblioteca nazionale di Napoli gli autografi cosi di questo manoscritto come di due altri anteriori di aggiunte e cor- rezioni, dai quali trassero alcuni brani rimasti inediti il Giordano (Napoli, 1818) e il Del Giudice (Napoli, 1862), e ora tutti i brani inediti e le varianti ha estratto il Nico- lini per la sua edizione. Dopo la Seconda scienza miova, il Vico scrisse pochis- sime cose: notevoli, tra esse, l'orazione De mente heroica (Napoli, 1732), l'aggiunta all'autobiografia (1731) e alcuni sonetti, nei quali, sebbene composti (come quasi tutti i suoi versi) per occasione e commissione, risuona, qua e là, una nota personale. II Ristampe, raccolte e traduzioni Degli scritti minori del Vico si fecero due raccolte, una delle sole Latince orationes, a cura di F. Daniele (Napoli, 1766), e l'altra, ricca di cose inedite ma non esente da raffazzonature dell'editore, degli Opuscoli italiani e latini, in quattro volumi, a cura di C. A. de Rosa marchese di Vil- larosa (Napoli, 1818-1823). Il Villarosa ebbe tutto ciò che avanzava delle carte del Vico dal figliuolo di costui, Gen- naro; e i preziosi autografi si serbano ancora a Napoli in casa dei miei cari amici ingegneri Tommaso e Vincenzo, de Rosa di Villarosa. Delle Opere complete la prima, e si può dire unica edi- zione perché riprodotta in tutte le altre, è quella di Giu- seppe Ferrari in sei volumi (Milano, Classici italiani, 1835-7), ristampata con qualche miglion*nento nel 1852-54. Le Opere a cura di N. M. Corcia (Napoli, tipografia della Si- billa, 1834, due voli.), sono, invece, una scelta; e le Opere a cura di F. Preclari (Milano, Bravetta, 1835) si arrestano al primo e disordinato volume. Incompleta e disordinata è III. CENNI BIBLIOGRAFICI 335 anche l'edizione di Napoli, Iovene, 1840-41, che segue l'edi- zione del Ferrari, ma pur contiene qualche bazzecola inedita. Materialmente condotta sulla ferrariana, e poco corretta, è l'edizione napoletana delle Opere (i primi volumi presso la tipografia dei Classici italiani, e gli altri presso l'edi- tore Morano) in otto volumi (III, 1858, III, 1861, IV, 1859, V-VI, 1860, VII, 1865, Vili, 1869); la quale, per altro, e la più completa di tutte, essendovi unite la Sinopsi, le Isti- tuzioni oratorie e le Orazioni latine edite dal Galasso (che vennero fuori dopo l'edizioAe Ferrari); vi sono aggiunte anche versioni italiane del De ratione, del De antiquissima e del Diritto universale, a cura dell'avv. F. S. Pomodoro. Scritti inediti o sparsi del V., non compresi in nessuna di tali edizioni, sono raccolti nel Croce, Bibliografìa vi- chiana e Primo e Secondo supplemento, e Nuove ricerche, §2; e in un opuscolo di B. Donati: si veda più oltre. Una edizione critica della Seconda scienza nuova è stata pubblicata nella Collana dei classici della filosofia moderna diretta da B. Croce e G. Gentile (Bari, Laterza, 1911-16, voli. 3). È dovuta al d.r Fausto Nicolini, che si e valso per essa degli autografi ed ha arricchito l'edizione Ferrari, che conteneva solo i brani soppressi di quella del 1730, di tutti i brani delle redazioni intermedie fino al testo del 1744; ha, inoltre, riscontrato le citazioni vichiane e recato in nota i luoghi degli autori classici e moderni ai quali si riferiva il V. ; additati i molti errori d'erudizione, procu- rando sempre che fosse possibile di mostrarne la genesi; schiariti i punti oscuri col riferimento alle altre opere del Vico; e, finalmente, ha riformato (secondo un desiderio più volte espresso anche da autorevoli letterati come il Tommaseo) l'ortografia e la punteggiatura. Dell'edizione ferrariana sono riprodotti in questa del Nicolini, ma al- quanto ritoccati, gli utili sommarietti-. In un'ampia intro- duzione si studia il Vico scrittore e si da notizia delle sue- 336 APPENDICE cessive redazioni e rimanipolazioni della Scienza nuova', due escursi mostrano come il Vico giunse via via alla sua teoria omerica e all'altra analoga sulla Legge delle XII Ta- vole; e le ricerche nei tre volumi sono agevolate da un minuto indice analitico. Lo stesso Nicolini, col Croce e col Gentile, attende a una nuova edizione delle Opere complete, che farà parte della raccolta degli Scrittori a" Italia del Laterza e il cui disegno e indice particolareggiato si può leggere nel Croce, Secondo supplemento alla Bibliografia vichiqna (pp. 102-113). Di questa edizione sono stati pubblicati il voi. I {Le ora- zioni inaugurali, il De italo rum sapientia e le polemiche, a cura del Gentile e del Nicolini, 1914), e il voi. V {L'autobio- grafia, il carteggio e le poesie varie, a cura del Croce, 1911). Le opere latine del V. sono state più volte tradotte in italiano: il De antiquissima da un anonimo, che forse fu Vincenzo Monti (1816), e poi dal Sarchi (1870); il primo libro del Diritto universale dal Corcia (1839), dall'Amante (1841), dal Giani (1855) e dal Sarchi (1866), e tutti i due libri, nonché il De ratione e il De antiquissima, come si è già detto, dal Pomodoro. La Seconda scienza nuova fu tradotta in francese, ma molto abbreviata, da Giulio Mi- chelet (col titolo: Principes de la philosophie de l'histoire, Paris, Renouard, 1827, e più volte ristampata), e di nuovo, completa, da un anonimo che si designa come « l'auteur de l'Essai sur la formation du dogme catkolique » e che fu la principessa di Belgioioso Cristina Trivulzi (Paris, Renouard, 1844). Completa anche, e fornita di ottime note, è la traduzione tedesca di W. E. Weber (Leipzig, Brock- haus, 1822), che suggerimenti e aiuti ebbe da Gaspare Orelli. In inglese, si ha solo la versione del libro su Omero, condotta sulla francese del Michelet e inserita nell'opera di II. Nelson Coleridge, Introduction to the study of the greek classic poets (3.a ediz., London, Murray, III. CENNI BIBLIOGRAFICI 337 1846). Il Michelet tradusse alcune delle operette minori del V., che si accompagnano alla Scienza nuova nell'edi- zione CEuvres choisies de V. (Paris, Hachette, 1835, e in ristampe). Del primo libro del Diritto universale si ha un compendio in tedesco di K. H. Miiller, primo volumetto di una serie non proseguita di Kleine Schriften del V. (Neubrandeburg, Brùnslow, 1854). Ili • Biografia dkl Vico A supplemento dell'autobiografia, il Villarosa raccolse le notizie degli ultimi anni della vita del Vico, e le mise come continuazione di quello scritto nella sua edizione degli Opuscoli, voi. I (1818). Questo supplemento, e tutto ciò che di poi è venuto fuori di documenti o di ricordi di contemporanei intorno al V., si trovano raccolti nel quinto volume della nuova edizione, annunziata di sopra (p. 303), delle opere del V., intitolato: L'autobiografia, il carteggio e le poesie varie, a cura di B. Croce (Bari, Laterza, 1911). Posteriormente, alcune aggiunte, in Croce, Nuove ricerche, § 1, e Nuove curiosità storiche (Napoli, Ricciardi, 1922), pp. 123 52, e nel volumetto del Donati. IV Letteratura intorno al Vico Le tre sole monografie intorno al Vico, che possano ancora essere lette con frutto (quella del Ferrari, pur cosi benemerito editore, La mente del V., è degna di essere pietosamente dimenticata), sono : B. Croce, La filosofìa di Giambattista Vico. 22 338 APPENDICE 1. Carlo Cantoni, G. B. V., studi critici e comparativi (Torino, Civelli, 1867). Cfr. per alcune riserve A. Faggi, in Rivista filosofica italiana, voi. IX, 1906, pp. 593-606, e G. Gentile, in Critica, voi. V, 1907, pp. 197-201. 2. Karl Werner, G. B. V. als Philosoph und gelehrter Forscher (Wien, Braumùller, 1881). Cfr. Zeitschrift far Phi- losophie und philos. Kritik, voi. LXXII, 1883, pp. 139-152. 3. Robert Flint, V. (Edinburgh a. London, 1884). Tra- duzione italiana di F. Finocchietti (Firenze, 1888). Si veda ciò che intorno a esse si è detto di sopra, pp. 326-7. Dei lavori hi'cvi di carattere generale hanno singolare pregio : 1. B. Spaventa, G. B. V., in Prolusione e introduzione alle lezioni di filosofia (Napoli, Vitale, 1862), pp. 83-102: opera ristampata col titolo: La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea, a cura di G. Gentile (Bari, Laterza, 1908); si veda a pp. 111-135 di questa ristampa. 2. F. de Sanctis, Storia della letteratura italiana (Na- poli, Morano, 1870; molte ristampe), voi. II, pp. 342-362. 3. F. Fiorentino, Lettere sopra la ' Scienza nuova ' (Fi- renze, 1865); ristampate in Scritti vari (Napoli, Morano, 1871), pp. 161-211. 4. E. Cauer, G. B. V. und seine Stellung zur modernen Wissenscìiaft (nel Deutsclies Museum, diretto da R. Prutz e W. Woelfsohn, Leipzig, Hinrichs, a. I, 1851, voi. I, pp. 249-265). Per la trattazione più o meno larga di parti speciali sono da tenere presenti : 1. F. A. Wolf, G. B. V. iiber den Homer (nel Museum der Alterthumsicissenschaft, Berlino, 1807, voi. II, pp. 555- 570). 2. J. K. von Orelli, V. und Nìebuhr (nello Scìnceizeri- sches Museum di Aarau, voi. I, p. 184 segg.). III. CENNI BIBLIOGRAFICI 839 3. C. Iannelli, Sulla natura e necessità della scienza delle cose e delle storie umane (Napoli, Porcelli, 1818, e Mi- lano, Fontana, 1832). 4. Exierico Amari, Critica di una scienza della legisla- zione comparata (Genova, Istituto dei sordomuti, 1857). Cfr. intorno a questo libro K. Werner, E. A. in seinem Ver- hàltniss zu G. B. V. (Wien, 1880; dai Sitzung sberi elite der phil.-histor. Classe della Accademia imperiale di Vienna, voi. XCVI). 5. F. Acri, Teoria del V. intorno alle idee o paradimmi (in Abbozzo di una teoria delle idee, Palermo, Lao, 1870; e con modificazioni nel volume : Vidcbimus in cenigmate, Bologna, Mareggiani, 1907, pp. 287-313). 6. E. Cenni, esposizione della metafisica del V., a pp. 109- 182 del volume nel quale nessuno la cercherebbe, perché il titolo suona: Considerazioni sull'Italia ad occasione del traforo del Gottardo (Firenze, Cellini, 1884). 7. E. .Bouvy, De V. Cartesii adversario (Paris, Hachette, 1889). 8. E. Bouvy, La critique dantesque au dix-huitième sie- de: Dante et V. (Paris, Leroux, 1892). 9. G. Sorel, Etude sur V. (nel Devenir social, di Pa- rigi, voi. II, 1896); e si veda, altresì, dello stesso au- tore: Le système historique de Renan (Paris, Jacques, 1905), passim. 10. B. Labanca, G. B. V. e i suoi critici cattolici (Na- poli, Pierro, 1898). 11. G. Rossi, V. nei tempi di V. (nella Rivista filosofica italiana, voi. II, 1899, pp. 294-319, e seconda parte, ivi, voi. X, 1907, pp. 602-G34). 12. G. Maugain, Etude sur revolution intellectuelle de l'Italie de 16ò7 à 1750 environ (Paris, Hachette, 1909). 13. G. Finsler, Homer in der Neuzeit von Dante bis Goethe (Leipzig, Teubner, 1912). 340 APPENDICE 14. G. Gentile, Studi vichianì (Messina, Principato, 1915). Contiene, tra l'altro, un'importante monografia su Lo svolgimento della filosofia di G. B. V., pp. 15-143. 15. P. Nicolini, Ferdinando Galloni e G. B. V., in Giorn. stor. d. leti. Hai., 1918, voi. LXXI. • 16. Id., Divagazioni omeriche (Firenze, Ariani, 1919). 17. 0. v. Gemmingen, Vico, Hamann und Herder, Inau- gural-dissertation (Bona-Leipzig, Noske, 1918). 18. A. Scrocca, G. B. V. nella critica di B. Croce (Na- poli, Giannini, s. a., ma 1919), dal punto di vista cat- tolico. 19. Benvenuto Donati, Autografi e documenti vichiani inediti o dispersi, note per la storia del pensiero del V*. (Bologna, Zanichelli, 1921). 20. Circa i miei lavori precedenti sul V., si avverta che la materia del capitolo sulla dottrina estetica vichiana, B. Croce, Estetica5 (Bari, Laterza, 1922), cap. V, pp. 249- 265, è rielaborata in forma più matura nel capitolo IV della presente monografia; lo scritto sull'Etica del V. (in Critica, VI, 1908, pp. 71-77) è rifuso nei capp. VI- Vili; e cosi quello sui Lineamenti di storia, letteraria in G. B, V. (ivi, pp. 460-80), nei capp. XVI e XVIII ; gli altri scritti sparsi hanno, in genere, interesse solamente erudito, filologico o polemico. — Posteriormente alla prima ed. di questo libro, ho pubblicato: 1. Le fonti della gnoseologia vichiana (in Atti d. Acc. Pontan., voi. XLII ; ristamp. nel voi. Saggio sullo Hegel e altri scritti di storia della filosofia, Bari, 1913); 2. La dottrina del riso e dell'ironia in G. B. V., ristamp., ivi; 3. Il Vico e la critica omerica, ristamp., ivi; 4. Fran- cesco Bianchini e G. B. Vico, ristamp. in Conversazioni cri- tiche (Bari, 1918), II, 101-109; 5. Il Vico e Gius. Ferrari, ivi, II, 124-30. Dell'influsso del V. sugli studi italiani nel corso del secolo decimonono ho trattato ampiamente nella Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono (Bari, III. CENNI BIBLIOGRAFICI 341 1921). Sulla posiziono del V. nella storia della critica dan- tesca, v. La poesia di Dante (3.a ed., Bari, 1922), pp. 173-4, 179-80. Del resto, tutta la letteratura vichiana (con estratti dei libri, opuscoli e articoli più rari e con documenti inediti), come tutte le più minute notizie sulle edizioni degli scritti del V., si trovano raccolte nelle tre memorie, alle quali più volte si è fatto riferimento: B. Croce, Bibliografìa vi- chiana contenente nella parte I il catalogo delle edizioni, traduzioni e manoscritti delle opere di G. B. V. ; nella parte li, quello dei giudizi e lavori storico-critici intorno al V. sino all'anno corrente; nella parte III, lettere inedite del V. e al V., documenti e altri scritti inediti o rari, e va- rie appendici illustrative (Napoli, 1904; estratto dagli Atti dell'Accademia pontanianal di Napoli, voi. XXXIV, di pp. xn-127, in 4.°); Supplemento alla Bibliografia vichiana (ivi, 1907; estr. dagli Atti cit., voi. XXXVII, di pp. 34, in 4.°), e Secondo supplemento (ivi, 1911, estr. dagli Atti cit., voi. XL, di pp. 116, in 4.°); — riunite anche tutte e tre in un sol volume col titolo : Bibliografia ciciliana, raccolta di tre memorie presentate all' Accademia pontaniana di Na- poli nel 1903, 1907 e 1910, con appendice di F. Nicolini (Bari, Laterza, 1911). Continuazione di queste memorie sono le Nuove ricerche sulla vita e le opere del V. e sul vì- chismo, in Critica, voli. XV-XIX, 1917-21. Si veda anche Per la biografia di G. B. V., ivi, XIX, pp. 371-87 (e ora in Nuove curiosità storiche, Napoli, Ricciardi, 1922, pp. 123-52). INDICE DEI NOMI A bramo, 152. Achille, 102, 130, 191, 192-4, 195, 199, 238. Acilio Glabrione, 203. Acquaviva M., 143. Acri F., 339. Adamo, 53. Adriano, 222. Agamennone, 178, 191, 192, 193. Agide, 176. Agostino (s.), 169. Alcinoo, 192, 195. Alessandro, 94, 130, 137, 221. Amante E., 336. Amari E., 339. Anacreonte, 202.. Anfitrione (iscrizione di), 196. Angelis (de) A., 322. Angelis (de) Gh., 305, 332. Annibale, 165. Anteo, 187. Apollo, 102, 168, 187. Arcbiloco, 185. Ariosto, 233. Aristarco, 195. Aristide, 92, 130, 204. Aristotele. 15, 25, 35, 48, 51, 53, 70, 94, 97, 145, 175, 182, 202, 298. Arnaud, 241. Ascalona (duca d'), 290. Atlante, 164. Attico Tito Pomponio, 89. Attilio Regolo, 176. Aubignac (d'), 198, 199. Augusto, 204^ 219-20. Baader, 323, 327. Bachhofen, 256. Bacone F., 15, 25, 33, 35, 64, 76, 115, 162, 163. Ballancbe, 322, 324. Balmes, 325. Balzac O., 324. Balzo (del) A., 241. Bandiera G. N., 302. Banier, 64, 71. Bartoli D., 132. Bartolo da Sassoferrato, 231. Baumgarten, 48. Bayle P., 80, 89, 161, 246. Beroso, 164. Bianchini F., 340. Biese A., 327. Bignon (du), 317. Boccaccio, 63, 136, 171, 234. Bochart S., 64, 208. Bockh A., 323. Bodin, 174, 228. Boiardo, 233. Bonamy, 316. Bossuet, 120, 154, 327. Boulanger, 317, 320. 344 INDICE DEI NOMI Bouvy E., 339. Boyle R.. 143. Brenno, 80, 82. Briseide, 191, 193. Bruno Giordano, 288. Bruto Giunio, 176, 179, 209, 210. Caligola, 130. Calipso, 195. Galogerà, 332. Campanella T., 96, 98, 128, 288. Cantoni C, 326, 327, 330, 331, 333, 337. Capasso N., 299, 302. Capece G., 290, 291. Capeto (Ugo), 228-29. Caracalla, 221. Cardano, 4. Carlo di Borbone, 289. Cameade, 80. 81. Cartesio, 1-3, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 12, 14, 15, 18, 19, 26, 27, 32, 81, 142, .144, 244, 251, 298, 325. Castelvetro, 53. Cauer E., 338. Cenni E., 325, 339. Cerere, 167. Cesare, 130, 137. Cesarotti, 317, 318. Chastellux, 316. Chateaubriand, 171, 324. Cherea, 168. Cibele, 187. Cicerone, 75, 89, 163, 184, 202, 212, 244. Ciclici (poeti), 200. Cimini Angela, 293. Ciucio Alimento, 209. Circe, 195. Cirillo N., 302. Cola di Rienzo, 233. Colangelo F., 320. Comte A., 324. Concina N., 305, 306. Confucio, 187. Conti A., 306, 317. Conti N., 63. Corcia N. M., 334, 336. Corneille, 244. Cornewal Lewis, 256. Corrado III, imperatola, 232. Costantino, 221. Cournot, 324. Cousin, 324. Criseide, 191. Cristofaro (di) G., 286. Croce B., 335, 336, 337, 340-1. Cuiacio, 226, 227. Cuoco V., 135, 321, 322. Curiazì, 182. Curio, 176. Curzio, 176. 13 Dafne, 168. Dale fvan) A., 71. Daniele F., 334. Dante, 155, 156, 234-6, 256, 299r 306, 307, 324, 341. Daun (conte di), 290. Decio, 176. Dogérando, 322. Deschamps S., 93. Diana, 167, 168, 177, 187, 191. Diodoro, 163, 212. Diomede, 191. Dione siracusano, 212, 237. Dionigi d'Alicarnasso, 211, 212. Domiziano, 130. Donati B., 335. 337, 340. Dracone, 184, 188. Dubois (cardin.), 245. Dugald Stewart, 251. Duni, 316. E Ecateo milesio, 197. Elena, 193. Eliano, 184. Elingio Ingevaldo, 53. Endimione, 168. Enea, 208. Ennio, 203. Epicurei, 99. Epicuro, 84, 103, 142. INDICE DEI NOMI 345 Eraclito, 212. Ercole, 66, 67, 168, 187. Erodoto, 75, 166, 195, 197. Ermodoro, 212, 213. Esiodo, 201. Esopo, 70, 187, 201. Esperti, 332. Esteban F., 304, 305. Ettore, 192, 193. Europa, 187. Eusebio, 184. Ezechiele, 94. Fabio Massimo, 214, 215. Fabio Pittore, 209. Fabrizio, 176. Faggi A., 337. Faramondo, 171. Ferrari G., 311, 333, 334, 337, 340. Ferron (du), 324. Fichte, 253. Ficino M., 4, 143. Filangieri, 319, 321. Filippo V, 290. Finetti, 302, 319, 323. Finsler, 339. Fiorentino F., 338. Flaubert, 294, 324. Flint R., 327, 338. Fontenelle, 71, 161. Foscolo, 178, 321, 322. Fdzio, 246. Francie A., 324. Fustel de Coulanges, 256, 324. G Gaeta (di) M., 303, 304. Galasso A., 329. Galeno, 51. Galiani F, 306, 317, 318. Galileo, 10, 13, 15, 143, 146. Gambetta L., 324. Ganimede, 168. Garofalo P., 340. Gassendi, 143. Gemmingen von O., 340. Genovesi A., 291, 306. Gentile G., 336, 338, 339. Gerning, 321. Giacchi B., 286, 287, 303-4, 332. Giamblico, 51. Giani C, 336. Giannone P., 124, 289. Giansenisti, 99. Gimma, 303. Giobbe, 184. Gioberti, 325. Giordano A., 334. Giordano L., 173. Giove, 55, 65, 69, 71, 88, 102, 120, 152, 167, 168, 169, 186, 187, 188, 189, 191. Girolamo (san), 184. Giudice (del) G., 334. Giuliano Salvio, 222. Giunone, 168, 186, 191. Giuseppe ebreo, 95, 184. Giustiniani L., 320. Giustiniano, 100, 220. Giustino, 177. Goethe, viii, 319. Gorgia, 185. Gracchi, 216. Grandi, 316. Gravina, 31. Grimm, 256. Gronovio, 163. Grozio, 22, 31, 32, 47, 76, 77, 78, 84, 89, 90, 91, 94, 95, 99, 100, 103, 108, 163, 236, 287. Guglielmo pugliese, 233. Guntcro, 233. H Hamann, 252, 319. Hegel, 251, 252, 253, 254, 300, 317, 323, 325. Herder, 150, 252, 319, 327. Heyne, 252, 256, 318. Hobbes, 80, 81, 89, 103, 253. Hòffding H., 327. Hoffmann, 246. Hoffmannswaldau, 236. Holbach (d'), 328. 346 INDICE DEI NOMI Huet D. (Uezio), 64. Humboldt, 252. Hume D., 252. Iannelli C, 286, 322, 338. Idantura, 51. Ifigenia, 178. Ippocoonte (iscrizione d'), 196. Iside, 184. Issione, 187. Jacobi, 251, 319, 323. Jouffroy, 324. K Kant, 251, 252, 253, 313, 325. Labanca B., 320, 339. Lambert, 256. Lami G., 319. Laomedonte (iscrizione di), 196. Lattanzio, 95. Laurent, 324. Laurenzano (duca di), 291. Lazio W., 53. Lebrun, 173. Ledere G. (Clericus), 64. Leda, 168. Legge canuleia, 214. Legge delle dodici tavole, 211-2. Legge petelia, 215. Legge publilia, 215. Legge regia di Triboniano, 219. Leibniz, 31, 32, 61, 145, 146, 257. Lelio, 92. Lerminier, 324. Licambe, 185. Licurgo, 184. Lipsio G., 184. Livio Andronico, 203. Livio Tito, 165, 169, 211. Locke, 80, 81, 83, 143, 253. Lodovico (padre), 305. Lobenstein, 236. Lomonaco F., 321. Longino, 196, 203. Lucio Emilio Regillo, 203. Lucrezio, 142, 203. Luigi XIV, 291. Luzàn I., 306. M Macchia (congiura di), 290. Machiavelli, 35, 80, 82, 103, 128, 210, 223. Malebranche, 8, 32, 81, 145, 244. Mallinkrot B., 53. Manlio capitolino, 176. Manlio l'imperioso, 176. Manzoni, 321, 396» Marino G. B., 236. Marte, 168, 187, 191. Marx C, 256. Maffei S., 157. Maugain G., 339. Mauthner P., 327. Mazzoni L, 143. Medea, 235. Menandro, 201. Mendelssohn, 328. Menelao, 182, 193. Mercuri Trismegisti (i due), 164, 187. Mercurio, 193. . Mercurio gotico, 53. Merian, 318. Merlino, 171. Metastasio, 244, 302. Michelet, 150, 322, 323, 324, 336. Minosse, 184, 187. Minotauro, 187. Mommsen, 256, 323. Montesquieu, 317. Monti V., 321, 336. Moreri, 246. Mosco, 202. Mosè, 95, 152, 204-5. Miiller K. O., 252, 256, 323, 337. Muratori, 82, 157, 321. INDICE DEI NOMI Ì47 N Nelson Coleridge, 336. Nerone, 130. Nettuno, 167, 187. Nevio, 203. Newton, 146, 305. Nicole P., 81. Nicolini F., 157, 299, 333, 334, 335, 336, 340, -341. Niebuhr, 256, 323. Nietzsche F., 256. Nifo A., 143. Noè, 152. Numa Pompilio, 94, 188, 195. Oldendorpio, 226. Olivieri A., 339. Omero, 39, 65, 155, 156, 169, 191- 205, 234-5, 256, 257, 331. Orazi, 182, 201. Orazio Fiacco, 185, 204. OrelH, 323, 336, 338. . Orfeo, 164, 187. Origene, 184. Orlando, 170, 233. Pagano M., 317, 321. Pais E., 256. Pallavicino, 81. Paoli (padre), 302. Paolo veneto, 242. Paride, 182. Pascal, 81. Patrizzi F., 53, 143. Patroclo, 192. Penelope, 195. Perseo, 187. Petrarca, 156, 234. Piccolomini A., 143. Pico della Mirandola, 14c Pindaro, 201, 204. Pirro, 176, 208. Pisistrato, 198. Pitagora, 12, 94, 165, 188, 208, 212. Pitagorici, 237. Platone, 16, 35, 47, 51, 53, 65, 70, 76, 103, 104, 108, 109, 121, 128, 164, 173, 188, 204, 208, 296, 331. Plauto, 3, 182. Plinio, 213. Plutarco, 9.1. 177, 195, 203, 210. Polibio, 92, 128, 208, 210, 212. Polissena, 194, 293. Pomodoro F. S., 335, 336. Pomponio, 83. Porsenna, 176. Portoreale, 241. Predari, 334. Priamo, 193, 194, 293. Proclo, 14. Publilio Filone, 156, 215. Puffendorf, 47, 77, 89. 90, 91, 94, 95. R Racine, 244. ■ Ricardo: v. Deschamps. Rinaldi o cantastorie, 200. Rodigino Celio, 203. Rogadei G. D., 319. Romano D., 307, 316, 319. Romolo, 104, 129, 169, 188, 203, 208, 227, 228. Rosa (de) C. A. vedi Villarosa. Rosmini, 325. Rossi G., 339. Saint-Evremond, 161. Salfl, 321, 322. Sanchez F. (il Brocense), 4, 47, 53. Sanctis (de) F., 256, 299, 325, 338. Sangro (di) O, 290, 291. Sangro (di) R., 312. Sarchi, 336. Saturno, 167, 187, 213. Savignv, 256, 323. Scaligero. 47, 53, 157. Scevola (Q. Muzio), 176, 296. 348 INDICE DEI NOMI Schelling-, 252. Schopenhauer, 254. Schopp G., 47. Schwarz J., 90. Scipione Africano, 92, 130, 137. Scipione Nasica, 215. Scoto (Duns). 16, 61.» Scrocca A., 340. Selden G., 47, 77, 94, 154. Seneca, 163. Senofonte, 165. Servio Tullio, 188, 209, 214. Shakespeare, 235, 244. Siila, 218. Simone il giusto, 94. Sisifo, 187. Socrate, 27, 70, 76, 92, 201. Solla F., 304, 305, 322. Solone, 156, 188, 212. Sorel G., 225, 256, 327, 339. Sostegni, 310. Spaventa B., 141, 325, 338. Spinoza. 26, 80, 81, 89, 103, 143, 205, 325. Steuco A., 143. Stobeo, 246. Stoici, 99, 120. Strabone, 197. Stuart Mill, 324. Suida, 246. Thierry A., 171, 256. Tiberio, 14, 130. Tomasio C, 77, 101, 253. Tommaseo N., 299, 325, 335. Tommaso d'Aquino, 28. Trabalza C, 340. Triboniano, 219, 236. Trivulzi Cristina, principessa di Belgioioso, 3.36. Trova C, 256. Tucidide, 165. Tulio Ostilio, 188. Turpino, 233. Vacherot, 324. Valletta G., 245. Varrone, 169, 203, 212, 217, 296. Venere, 168, 169, 187, 191. Vico Gennaro, 293, 334. Vico Luisa, 293. Villarosa, 334, 337. Virgilio, 203. Visconti, 171. Vitry (de), padre, 291, 332. Voss (Vossio), 64, 196. Vulcano, 167, 187. W Tacito, 76, 103, 104, 151, 177, 180, 184, 219. Tantalo, 187. Tanucci B., 316. Tarquinio Prisco, 188. Tarquinio Superbo, 52, 175, 209. Teofrasto, 204. Terenzio, 168. Terrasson, 316. Tesauro E., 54. Teseo, 187. Weber W. E., 323, 336. Werner, 141, 327, 338, 339. Windelband, 4 n., 327. Wolf F., 256, 317-8, 338. Wood, 318. Zeno A., 157. Zenone, 143, 145. Zoega, 318. Zoroastro, 164, 187. INDICE Avvertenza pag. vii I. La prima forma della gnoseologia vichiana . . » 1 II. La seconda forma della gnoseologia vichiana . » 21 III. La struttura interna della Scienza nuova ...» 37 IV. La forma fantastica del conoscere (La poesia e il linguaggio) » 45 V. La forma semifantastica del conoscere (Il mito e la religione) » 63 VI. La coscienza morale » 75 VII. Morale e religione » 87 VIII. Morale e diritto > 97 IX. La storicità del diritto » 105 X. La Provvidenza ■■> 115 XI. I ricorsi » 127 XII. La metafisica •> 139 XIII. Passaggio alla storiografia. — Carattere generale della storiografia vichiana » 149 XIV. Nuovi canoni per la storia del tempo oscuro e favoloso » 161 XV. Le società eroiche > 173 XVI. Omero e la poesia primitiva » 191 XVII. La storia di Roma e la formazione delle demo- crazie » 207 350 INDICE XVIII. La barbarie ritornata o il Medioevo pag. 223 XIX. Il Vico contro l' indirizzo di cultura dei suoi tempi » 239 XX. Conclusione. — Il Vico e lo svolgimento poste- riore del pensiero filosofico e storico ... » 249 Luoghi del Vico adoprati o richiamati nel corso del- l'esposizione » 259 Appendice : I. Intorno alla vita e al carattere di G. B. Vico . . * 285 II. La fortuna del Vico » 315 III. Cenni bibliografici » 329 Indice dei nomi > 343

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