OPERE COMPLETE DI GIOVANNI GENTILE A CURA DELLA FONDAZIONE GIOVANNI GENTILE PER GLI STUDI FILOSOFICI GIOVANNI GENTILE OPERE
XVI SANSONI - FIRENZE GIOVANNI GENTILE STUDI VICHIANI 33 edizione riveduta e accresciuta a cura di VITO A. BELLEZZA SANSONI - FIRENZE PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA Stampato in Italia All’amico FAUSTO NICOLINI delle opere di Giambattista Vico editore e illustratore diligentissimo e intelligente Digitized by Google PREFAZIONE Raccolgo in questo volume, rivedendoli e introducendovi ai luoghi opportuni le aggiunte consigliatemi da studi po- sleriori miei ed altrui, alcuni scritti concernenti la storia del pensiero di Giambattista Vico, la sua biografia e la sua fortuna. Lo studio sullo svolgimento della filosofia vichiana inau- gura, mi pare, un nuovo genere di ricerche, che da me sono state appena iniziate, ma promettono una viva luce intorno all'origine e al significato proprio delle idee del Vico. Il quale è stato studiato per l’innanzi în relazione col suo lempo e con la filosofia tedesca kantiana e post-Rantiana, ala quale egli genialmente drecorse. Ma, se alla cultura contemporanea di certo non rimase estraneo, e in essa per- tanto bisogna pure che dallo storico sia collocato; egli fu anche e sopra tutto un autodidatta, che molto studiò, a suo modo, di antichi pensatori e filosofi italiani precedenti, alla cui tradizione attinse taluni de’suoi concetti fondamen- tali, che elaborò bensì e trasformò profondamente, ma senza riuscire, com’ è naturale, a cancellarne l’ impronta origi- naria. E questa impronta i0 mi sono studiato di rimettere alla luce. Palermo, 1° ottobre 1914. fr. ca De di etnei x PREFAZIONE Questa seconda edizione contiene di più e di meno di quella del 1915. È un'aggiunta lo scritto che forma il quinto capitolo; e ne è rimasto fuori lo studio sul Cuoco, con re- lativa appendice, entrato ora a far parte d'un mio volume dedicato al Cuoco, che sarà quanto prima pubblicato dalla Casa editrice di Venezia La Nuova Italia. Ma gli altri scritti che erano nella prima edizione qui sono tutti con- servati, con correzioni e molte aggiunte rese necessarie da nuovi studi, specialmente del Nicolini. AL quale vedrà il lettore quanto questi Studi devono di nuove notizie ed 0s- servazioni sulla biografia e sulla cronologia vichiana. Roma, 20 gennaio 1927. NOTA BIBLIOGRAFICA Degli scritti raccolti in questo volume il primo Il pensiero italiano nel secolo del Vico consta di due recensioni pubblicate nella Critica del CRocE nel 19I10 e nel 1914. Il secondo La prima fase della filosofia vichiana fu la prima volta dato in luce nel vol. di Studi pubblicati in onore di Francesco Torraca (Napoli, 1912). Il terzo La seconda e la terza fase uscì dapprima in francese col titolo La philosophie di G. B. Vico nella rivista France-Itahe, a. I, 1913, e in tedesco col titolo G. B. Vicos Stellung in der Gesch. der europàischen Philosophie nell’ Internationale Monatsschrift Jùr Wissenschaft Kunst u. Technik di Berlino, del gennaio 1914. Il quarto Da) concetto della grazia a quello della provvidenza fu pubblicato la prima volta nella prima edizione di questi Studi vichiani. Il quinto su Le varie redazioni della « Scienza Nuova » nel Giorn. Stor. d. letter. ital. del 1917; e il sesto sul Figlio di G. B. Vico nell’Arch. Stor. per le prov. napoletane, a. XXIX e XXX e quindi a parte (Napoli, Pierro, 1905). Roma, gennaio 1927. G. G. Questa terza edizione è accresciuta di una Appendice II, in cui sono raccolti due discorsi e una relazione. Il primo (G. B. Vico nel ciclo delle celebrazioni campane) fu tenuto nell’aula magna della R. Università di Napoli la sera del 26 settembre 1936 nel ciclo delle celebrazioni campane promosse dalla Confe- derazione dei professionisti e degli artisti, e fu pubblicato in Celebrazioni campane (vol. I, Urbino, 1936, pp. 319-52), nella Tiv. «Leonardo» (1936, n. 9-10; pp. 277-86) e a parte nella ‘ Biblioteca del Leonardo», III, Firenze, 1936. Il secondo (G. B. Vico mel secondo centenario della morte) fu tenuto all'Accademia d’ Italia, in Firenze, il 19 marzo 1944, € pubbli- cato nella « Nuova Antologia » del 1° aprile 1944, pp. 209-17. La relazione su Cartesio e Vico fu discussa alla Reale Accademia Nazionale dei Lincei, Classe di Scienze morali, storiche e filo- logiche, nella seduta del 15 maggio 1938, e quindi pubblicata negli Atti di quella Accademia. Roma, gennaio 1966. | V. A. B. IE AS SERIO A PRIZE I POSE I AES ROSI E PE 67 RS IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO CI ie LL SEO * Nel 1657 Leopoldo de’ Medici fonda l'Accademia del Cimento. Per la prima volta, dopo la condanna di Ga- lileo, scienziati italiani associano i loro sforzi allo scopo di studiare la natura con ogni indipendenza, e di ripi- gliare, contro i ciechi amici della tradizione, la lotta rimasta interrotta nel 1633, quando il maestro era stato condannato e aveva dovuto ritrattare la dottrina dei Massimi sistemi. Nel 1663 l’esempio degli accademici toscani è imitato dagli Investiganti di Napoli; e nel ’68 è fondato a Roma il primo Giornale de’ letterati, organo de’ moderni. Verso lo stesso tempo vengono in voga in Italia Lucrezio e Gassendi. D'altra parte, verso la metà del secolo seguente, Ga- lileo ottiene la suprema riparazione. Nel 1737 i suoi resti sono raccolti nel mausoleo di Santa Croce; nel ’44 sl fa una pubblicazione autorizzata del Dialogo già condannato: Il metodo sperimentale trionfa. La filosofia di Locke si diffonde per tutta la Penisola, che vi resterà fedele per Circa ottant'anni. Tra il ’42 e il ’50 si spengono gli scrit- tori più notevoli che l’ Italia aveva avuti in quel secolo: Fagiuoli (1742), Vico (1744), Giannone (1748), Conti (1749), Muratori e Zeno (1750). Un valente studioso francese, il Mougain, ha voluto studiare 1 lo svolgimento intellettuale italiano durante I GABRIEL MaucaIn, Étude sur l’évolution intellectuelle de 1° Italie de 1657 à 1750 environ, Paris, Hachette, 1909. Ted. ALZI -—-/*/*/%*/(*‘)4*\w*À*+>J,o. Tr da (0... 4 STUDI VICHIANI questo periodo di fermento e di preparazione, in cui, tolto Vico, solitario, e dal Maugain, a dir vero, non ab- bastanza staccato dallo sfondo del suo quadro, benché non possa non rilevarne l’opposizione alle idee correnti del tempo, l’ Italia non produce nulla di originale !. Essa lavora unicamente a riformare la propria cultura, liberandola dal peso schiacciante della tradizione e pro- curando di partecipare alla vita europea. Poiché il centro di questa vita, rimasto fin allora tra noi, s'era già trasfe- rito, dopo Galileo e dopo Campanella, in altri paesi. I nomi più insigni che eccellono in questo secolo, più che alla storia letteraria o alla storia della scienza, ap- partengono alla storia della cultura, nel senso che danno i tedeschi a questa espressione; giacché, tolto sempre Vico, non creano idee nuove; ripetono, commentano, difendono, oppugnano, agiscono piuttosto sulla società che sulla scienza, anche se preparino un nuovo sapere, come chi, agendo appunto sullo spirito del suo tempo, promuove le condizioni favorevoli a un nuovo progresso reale dello spirito. Soltanto la tradizione galileiana vive; ma vive appunto delle idee che aveva messe in onore Galileo, definendo filosoficamente i nuovi concetti della scienza naturale e della natura: che furono per lui una nuova filosofia, anzi la sola filosofia. Ma di vita religiosa, di vita artistica, di vita filosofica dello spirito, in cui ogni istante è una posizione nuova e una creazione, in cui insomma lo spirito vive realmente, nessuna traccia: ossia, nessuna traccia cospicua. Questa atonia spirituale ci spiega la gran fortuna in- contrata al principio di questo periodo in Italia dal G as- sendi, del quale attrae l’attenzione soltanto la concezione I Contro questa tesi vedi ora gli studi che B. Croce vien pubbli- cando nella Critica (1926): Il pensiero italiano nel Seicento. I quali per altro non modificano sostanzialmente il concetto della filosofia italiana in quel secolo, quantunque mettano giustamente in rilievo alcuni note- voli movimenti d'idee finora poco noti. I. IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO 5 meccanica, conforme, metafisicamente, al fiorente natu- ralismo galileiano; e alla fine dal Locke, di cui si nota e si apprezza principalmente l’empirismo, che giustifica anch'esso, gnoseologicamente, la scienza sperimentale della natura, e, come allo spirito dei gretti galileiani im- portava, questa sola. Cartesio sul cadere del Sei e nei primi trent'anni del Settecento suscita entusiasmi e op- posizioni tenaci, fiere polemiche, un vivo appassiona- mento: ma non sveglia nessuno spirito di filosofo. Gl’Ita- liani accettano e mettono in versi la diottrica, la fisica, la fisiologia meccanistica di lui: ne adottano il metodo, come assunto, meramente formale ed estrinseco, di libertà di filosofare; assunto, che in Italia era trionfato nella storia viva dello spirito scientifico fin dal primo affer- marsi dell’ Umanismo; ed era stato celebrato nella scuola del Galilei, e particolarmente nell'Accademia dei Lincei:, e non aveva quindi bisogno, in realtà, del nuovo puntello straniero. Ma della metafisica cartesiana appena si bi- sbiglia; né se ne vede scosso profondamente nessuno. Son dilettanti, che fanno della filosofia un passatempo e un argomento di moda nei salotti (il Maugain ricorda Aurelia d’ Este, renatista; e avrebbe potuto ricordare anche Giuseppa Eleonora Barbapiccola, traduttrice dei Principii di filosofia»: sono medici, fisici e avvocati, i quali, compiacendosi degli ultimi portati letterari della filosofia, polemizzano con gli uomini del mestiere, legati Sempre, anima e corpo, alla Scolastica; 0 tutt'al più Professori di filosofia, che cambiano autore, come oggi sì cambia testo nei licei, senza nessuna profonda ragione — 1 Vedi G. GABRIELI, JI) carteggio scientifico ed accademico fra î primi lincei (1603-1630); nelle Mem. d. R. Acc. dei Lincei, cl. sc. mor.. serie 68, vol. I, fasc. 2°, 1925. ? B. Croce, Supplem. alla Bibliografia vichiana, Napoli, 1907, Pp. 3. Incontreremo la Barbapiccola anche nello scritto sul Figlio di G. B. Vico, cap. I. Sul Concina e sui suoi rapporti col Vico, cfr. Vico, Auto- biografia, ed. Croce, indice dei nomi, al nome. mm —— 6 STUDI VICHIANI spirituale, e che, per difendere la loro infrazione alle tradizioni della scuola italiana, scrivono anch'essi qualche libercolo pro e contro. La metafisica, in realtà, sarebbe dimenticata, se non avesse una cattedra negli studi pub- blici; e nel 1732 Niccolò Concina, nella sua prolusione a Padova, ringraziava il governo veneto di non essersi ar- reso ai consigli di chi tentava far sopprimere quella catte- dra come inutile e indegna d’una sì illustre università *. Il Maugain, che giustamente ha preso i Giornali dei letterati, che in questo tempo si pubblicavano in Italia, a guida delle sue laboriose ricerche, trovandovi l’eco continua delle questioni che si venivano dibattendo tra le persone colte, avrebbe anche dovuto seguire la storia dei principali insegnamenti nelle varie università, i quali coi programmi e le provvisioni delle autorità, i libri de- gl’ insegnanti, le loro polemiche e le attinenze rispettive coi loro avversari, sono anch'essi i centri di riferimento della cultura temporanea. II. Pure la fine del sec. XVII e la prima metà del succes- sivo sono l’epoca del maggior fiorire degli studi storici in Italia. È il tempo in cui il benedettino Benedetto Bacchini pubblica e illustra il Liber pontificalis (1708), e col Noia, col Grandi, col Lami e col sommo Muratori imprende arditamente la critica delle leggende agiogra- fiche; Scipione Maffei distrugge (1712) le favolose origini dell'ordine costantiniano e illustra con vasta erudizione le antichità veronesi (1732); il Muratori, dopo avere in- dagato con occhio di lince le antichità italiane del Medio Evo, mette insieme con lena infaticabile e con sagace — —_—_—@ I MAUGAIN, p. 218. I. IL PENSIERO \iTALIANO NEL SECOLO DEL VICO 7 critica la sua monumentale raccolta: per non dire dello stuolo numeroso dei minori eruditi, che coadiuvano i maggiori con l'ordinamento delle biblioteche, la compila- zione dei giornali, la raccolta e la critica dei documenti. Come si spiega questa vivacità d’interesse storico durante la stasi generale della vita più profonda dello spirito, se nella storia si concentrano le energie dello spirito, se la storia non è concepibile senza le grandi passioni e senza quindi le grandi intuizioni della vita ? Oggi noi pensiamo la storia come la stessa concretezza della filosofia. Il Maugain, con giusto fiuto della verità, ricollega gli studi storici che mettono capo al Muratori, e che più propria- mente sono studi di erudizione, al fiorire delle scienze sperimentali: «Cette renaissance a lieu durani la lutte décisive d’où sortent victorieux les Italiens qui n’admettent sans contròle aucune proposition relative aux phénomènes naturels ou aux étres organisés. Bien mieux, plusieurs de ceux qui, à la fin du XVII’ siècle et dans la première moité du XVIII’, se sont illustrés comme érudits, connaissaient en détails et admiraient les progrès accomplis depuis une centaine d’années par le sciences expérimentales. Parfois, ils y avaient personnellement contribué ». E altrove, non meno giustamente, osserva che il Vico si distingue non soltanto dai cartesiani di Napoli ma presso che da tutti gl’ Italiani contemporanei, quantunque altrove nella Pe- nisola prosperassero le ricerche storiche che i cartesiani disdegnavano. « Mais selon quelle méthode s’y livre-t-on ? On publie avec le plus grand soin des inscriptions, des textes importanis et devenus rares. On reproduit par le dessin et l’on décrit minutieusement des statues antiques, des médarl- les, des monnaies. On les examine de près pour fixer quelque point d’érudition jusqu'alors incertain, on ne va plus loin; on a épuisé toute la curiosité dont on était capable » *. I O. c., pp. 9I, 208-9. 8 STUDI VICHIANI Tutto questo è verissimo. Anche di recente abbiamo assistito a questo fenomeno del decadere della filosofia nel momento stesso in cui risorgevano e vigoreggiavano gli studi storici; e abbiamo veduto dagli stessi cultori di questi raccostare spesso il metodo da essi seguîìto al metodo delle scienze sperimentali, o, come questa volta si diceva, della filosofia positiva: raccostamento, che aveva un lato di vero in quanto positivismo e metodo storico, ciascuno a modo suo e nel suo campo, si proponeva di ricostruire una verità certa: ossia una verità che con- stasse al soggetto, con di più il presupposto ingenuo, che questa ricostruzione possa aver luogo senza che il soggetto — cioè la mente conscia di sé e quindi capace di render conto di sé — ci metta nulla del proprio, delle sue leggi e di tutto il suo essere storicamente divenuto. Allora, come ora (o almeno qualche anno fa), ci erano gli studi storici, in Italia; mancava la storia, come com- prensione dello spirito nella sua concreta attualità. Allora, la storia era morta col Sarpi e col Pallavicino, rappre- sentanti di due grandi, opposte, concezioni della vita; la prima delle quali tentava risorgere nell’ Istoria civile del Regno di Napoli del Giannone, ma senz’attinenza intrinseca colle idee dominanti nella generale cultura italiana, e con radici sprofondate nella storia economica e politica del Napoletano: anch'essa, come la Scienza Nuova, staccata dal quadro generale dello spirito italiano contemporaneo. Non già, beninteso, che negli studi storici muratoriani non ci sia nulla della storia: perché anch'essi sono tutti storia; ma storia in germe, immatura, frammentaria, e perciò, nel suo insieme, estrinseca, meccanica: storia, che non ha raggiunta la sua forma vera della comprensione comunque determinata del processo storico, perché non poteva raggiungerla, non animata, com'era, da nessuna sorta di filosofia. La storia vera, viceversa, come intui- I. IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO 9 zione di idee che si realizzano nei fatti, non poteva man- care, e non manca in una mente come quella del Vico; e va cercata nella parte più propriamente storica della Scienza Nuova *. E nessuno meglio di Vico, nell’orazione De nostri temporis studiorum ratione, nella lettera a Fran- cesco Solla e nella stessa opera maggiore, intese questo vuoto spirituale che vaneggiava negli studi contemporanei. In conchiusione, la storia che con tanto amore e tanta fatica ha indagata il Maugain, non è una storia che ci sì possa compiacere di mostrare fuori di casa nostra. È una storia assai malinconica. Tolta la tradizione gali- leiana, che è storia di epigoni, ancorché non pochi insigni, è tutto lavorio di ripercussione, d’ imitazione, di tradu- zione e adattamento. Sorgono i Giornali de’ letterati, segno, senza dubbio, di una certa vita, espressione d’un certo bisogno di studi; ma ad imitazione, e il primo quasi edizione italiana, del Journal des sgavans. Fioriscono, come s’ è detto, gli studi critici intorno alle fonti della storia; e Muratori è gloria italiana incontestabile; ma gl’ Italiani e lo stesso Muratori si muovono dietro le tracce del Mabillon e degli altri famosi benedettini fran- cesi. I riformatori della letteratura, che levano la ban- diera del vero e dell’utile, riecheggiano l’estetica raziona- listica postcartesiana. Prodotto italiano è l’Arcadia, dei poeti senza poesia; l’arcadia pastorale, come l’arcadia della scienza ?, espressione significativa dell’ indifferenza degli spiriti verso il loro contenuto; e la stessa arcadia sacra, che era cominciata, per altro, dai primi del Seicento: versificazione di testi religiosi, mescolati ai motivi comuni allo stile poetico del tempo: « Les poètes, dice il Mau- I Come ha dimostrato B. Croce, La filosofia di G. B. Vico, Bari, Laterza, 1911 (23 ed., 1922), capp. XIII-XVIII. è Studiata da E. BERTANA nello scritto L'Arcadia della scienza, Parma, Battei, 1890; rist. nel vol. In Arcadia, saggi e profili, Napoli, Perrella, 1909. IO STUDI VICHIANI gain !, ne songeaient aucunement à y méditer sur les grands problèmes du catholicisme, non plus qu'à exprimer leurs émottons religieuses. Ils se bornaient à traduire un para- graphe de théologie ou à rimer quelque passage de la vie des saints ». III. Malinconica storia, dunque, e specchio dell’estrema ruina della decadenza italiana. Dopo la metà del se- colo XVIII, da questa morte rinascerà la vita, e si pre- parerà l’Italia che accoglierà la Rivoluzione. Essa si riscuoterà tutta, e riprenderà la sua via in tutte le mani- festazioni della vita spirituale, e si aprirà un varco nella politica de’ grandi Stati, e risorgerà come nazione. Ma devo pur dire che nel modo, che ha tenuto l’egregio Mau- gain a rimettercela innanzi, essa diventa assai più malin- conica che forse non sia nel fatto: tutta senza colore, senza anima, né anche piccola, né anche frammentaria: senza significato. Ora, una realtà storica così non c' è. Come ha costruito il suo libro Maugain ? Ce lo dice egli stesso nella prefazione. Spogliò otto collezioni di giornali pubblicati in Italia tra il 1668 e 1750, dove, se non sempre l’analisi, trovava per lo meno il titolo preciso di opere, delle quali ritrovò poi e lesse gran numero a Firenze, Roma, Bologna, Venezia, Padova, Verona, Bergamo, Milano, To- rino e Genova. Scorse parecchie raccolte importanti di let- tere e il Mare magnum della Marucelliana; cercò e studiò articoli e monografie e libri indicati dal Catalogo metodico della Camera, dal Giornale storico, dalla Bibliothèque des éerivains de la Compagnie de Jésus di Backer-Sommervo- gel. Gli venne così fatto di raccogliere una gran quantità I O. c., p. 300. 2 — (ii —————=m__—————————___—____—_—_—_—_—__—t2t“ zz ic ‘cir —. I. IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO II di documenti, che gli parve di poter classificare in tre parti, secondo che si riferissero alla credulità e allo spirito critico (conseguenza della condanna di Galileo, movi- mento delle scienze sperimentali, contrasti tra antichi e moderni, studi di critica storica); alle lotte tra spiritualisti e materialisti (fortuna di Gassendi, Cartesio e Locke in Italia e polemiche dei loro seguaci con gli scolastici, attacchi di Doria e di Vico); al vero e all’utile nelle lettere (idee intorno alla poesia prevalse dalla Poetica del Gra- vina in poi, giudizi e polemiche, come quella Bouhours- Orsi, sulla letteratura italiana, ritorno ai modelli greci e latini, caratteri principali della letteratura italiana del tempo). Fatta questa classificazione, il Maugain si è messo, senz'altro, a stendere il suo lavoro, ordinando ed esponendo secondo legami cronologici, topografici e per soggetti il suo vasto materiale. Per copia e sistemazione di materiale bibliografico ne è venuto infatti un lavoro eccellente, fondamentale per chi vorrà tentare qualunque studio sulla storia dello spirito italiano di questo periodo: e dobbiamo tutti esser grati a questo studioso dello stru- mento prezioso di ricerca apprestatoci. I giudizi generali da lui formulati e gl’ indirizzi delineati dimostrano pure ottimo criterio e larghezza di vedute storiche. Ma rimane a chi legge il suo libro, — pur leggendolo con profitto, — un senso profondo d’ insoddisfazione, come di chi assista a uno spettacolo interessante, ma troppo da lungi per poter udire le parole degli attori, e seguirne con l'occhio il commento che ne vien facendo in ciascuno la fisionomia. In uno studio come questo non è possibile, certo, rap- presentare nella loro varietà psicologica i singoli attori, che vi rientrano, e ritrarre di ciascuno la fisionomia morale. Una storia dello svolgimento generale dello spirito in un dato tempo e paese dev'essere per necessità schematica. Ma, d’altro lato, lo stesso schema, divenendo oggetto di rappresentazione storica, deve assumere una vita sua 12 STUDI VICHIANI nella mente dello storico. Le idee nei loro tratti salienti, vissute da diversi spiriti, devono venirvi innanzi vive insieme coi motivi che le sorressero, articolarsi nelle forme in cui si concretarono, riflettere una situazione storica: avere insomma, anch'esse, quella individualità che è proprietà necessaria del fatto storico. A ciò i titoli dei libri, come le designazioni generiche e le etichette estrin- seche, è ovvio, non giovano. Per meschina che sia, po- niamo, la filosofia di un cartesiano d’ Italia, non basterà dire che egli difendeva Cartesio: bisogna mostrare come lo difendeva, e perché; quale vita il cartesianismo assu- meva in lui, quale propriamente era il suo cartesianismo. Occorreva, se così può dirsi, che il Maugain esponesse con un po’ più di simpatia storica la materia del suo dotto studio: perché allora ci saremmo visto innanzi, non un gran movimento, ma un movimento; non degli spiriti creatori, ma degli spiriti: quella vita che l’ Italia pensante visse tra la metà del Sei e la metà del Sette- cento, l’avremmo pure avuta. Giacché non bisogna di- menticare che quella stessa che diciamo morte, è tale soltanto in un senso relativo; non sarà una vita palese, appariscente; sarà una vita segreta, torpida, e presso che invisibile, e pure condizione e momento di quella che fu dopo la vita più intensa ed evidente; e senza intendere l’una, non è possibile giungere all’ intendimento dell’altra. La stasi del periodo studiato dal Maugain non è il pro- gresso della creazione, ma è pure progresso, se è prepa- razione al progresso che seguirà. Noi infatti non po- tremmo intendere l’ Italia nuova, nutrita dalla cultura europea compenetrata con la tradizione nostra, quale la troviamo p. e. nella poesia del Foscolo e nell’ Italia tutta del tramonto del secolo XVIII e degli albori del seguente, se la innestassimo immediatamente all’ Italia tutta ita- liana, creatrice in filosofia come in arte, maestra ancora all’ Europa tutta, e vivente di una vita spirituale sua, I. IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO 13 del Cinque e del primo Seicento. L’ Italia dal 1657 al 1750 è l’ Italia che accoglie il riflusso della cultura europea, su cui ha esercitato ella precedentemente un’azione sto- rica rinnovatrice: e in questo lavoro di riassorbimento, che dev'essere ed è anche di reazione (esempio solenne Vico), è la vita sua nuova rispetto al passato. Il senso di questa vita nuova, se non m' inganno, non c’ è nel libro di Maugain: forse perché esso è un semplice «saggio », che per diventare una vera storia avrebbe bisogno di una ricerca e di una ricostruzione più profonda e più intima in ogni sua parte. IV. Il secolo del Vico è stato in Italia negli ultimi tempi argomento di studio di molti, che variamente hanno tentato di scuotere la vecchia tesi di Giuseppe Ferrari, sostanzialmente giusta benché espressa in formula troppo rigida e contornata da più di un giudizio paradossale, se- condo il gusto di quello scrittore. Tra questi studiosi merita che qui si menzioni, anche come tipico esempio di quella passione che in ogni tempo suscitò con le parti stesse misteriose del suo pensiero e della sua vita Giam- battista Vico nelle province meridionali, uno scrittore erudito e ingegnoso, quantunque variamente indulgente alle tendenze di una cultura dilettantesca: Raffaele Co- tugno. Il quale nel 1890 pubblicò un opuscolo su G. 8. Vico, il suo secolo e le sue opere. E nel 1914 tornò sul tema in un volume *1, dove raccolse il miglior frutto de’ suoi lungbi studi. ——————— — _ ————————_—_—=&= I RAFFAELE CoTUuGNO, La sorte di Giovan Battista Vico e le po- lemiche scientifiche e letterarie dalla fine del sec. XVII alla metà del XVIII secolo, Bari, Laterza, 1914. 2 14 STUDI VICHIANI Da vari decenni infatti egli era vissuto col suo autore, non solo come studioso e ammiratore intelligente, ma quasi come un coetaneo ed amico: raccogliendo libri e ricordi rari non solo del Vico, ma di quanti ebbero rapporti con lui, o appartennero in qualunque modo allo stesso mondo, in cui alla fantasia rievocatrice del Cotugno piace vedere e amare il suo Vico; leggeva e rileggeva, e godeva, come amico che torna sempre con piacere a con- versare con l’amico; e gli piace rendersi sempre più fa- miliare non solo il suo spirito attuale, ma i casi passati della sua vita, e tutti i particolari, in cui può vagheg- giarlo con l'immaginazione. Non giudica, non critica, non esamina. Tutto ciò che può tornare ad onore del- l’amico gli è bene accetto, ancorché contraddica all’ idea ch'egli se n’ è formato. Il Cotugno plaude di gran cuore al Vico del Croce. Vico crociano («come ad alcuno con giudizio affrettato piacque affermare »)? — Ma che! Esso è «la più vasta, profonda, ed il più che sì poteva, completa esposizione delle dottrine del sublime pensa- tore la cui anima nessuno seppe più e meglio [del Croce] comprendere e penetrare ». — E come va allora che il vostro Vico non è quello del Croce ? Come va, per dirne una, che voi fate del Gravina, in estetica, un precursore del Vico; e il Croce invece ha detto che precursore egli si può dire nel senso che il Vico, riprendendo le medesime questioni, le risolse in modo perfettamente opposto a quello del Gravina ? E come non vi siete accorto che, se il Vico del Croce è il vero Vico, per la vostra tesi bi- sognava cercare nel pensiero contemporaneo e anteriore idee a cui potessero rannodarsi le dottrine estetiche, gnoseologiche, metafisiche, etiche e storiche, che sono il Vico del Croce ? — Egli è che il culto del Cotugno pel Vico non è un culto critico; e però nulla di strano che, senza andar pel sottile, si fondano in un’ immagine sola quel Vico che egli è uso a vedere e il Vico esaltato dallo I. IL PENSIERO ITALIANO NEL SECOLO DEL VICO I5 studio del Croce, ossia dal maggiore studio che ci sia intorno al pensiero vichiano. Quest’atteggiamento del Cotugno verso il suo autore ha evidentemente il suo difetto, ma ha anche il suo pregio: e l’uno è inseparabile dall’altro. Si vuol dimostrare che « G. B. Vico non era stato un solitario, un anacronismo tra i suoi contemporanei (che non lo avevano compreso), ma sibbene una voce de’ tempi, un genio sublime che aveva sintetizzato il suo secolo » 1; e l’ultimo capitolo, a cui è indirizzata tutta la dimostrazione dei tre prece- denti (i più importanti del volume), e che è intitolato, come tutto il libro, La sorte di G. B. Vico, torna a riba- dire quello che già si sapeva e s’era sempre detto, che Vico non passò inosservato al suo tempo (tutt'altro !), ma non fu punto capito. Fu dunque un anacronismo, o no ? Se fosse stato la maggior voce del suo secolo, tutti i pensatori del tempo avrebbero trovato nella Scienza Nuova la più profonda espressione del loro stesso pensiero, la soddisfazione più adeguata ai loro maggiori bisogni spirituali. Ciò che anche il Cotugno documenta che non avvenne. Non solo pertanto egli dimostra ciò che ormai non ha più bisogno di esser dimostrato; ma pare creda di dimostrare il contrario. Lo stesso difetto di critica nel primo capitolo del libro, dove l’autore si rifà dal Medio Evo e dalle contese d’allora tra Chiesa e Stato e dalla Scolastica, per venire al risorgi- mento filosofico e al rinnovamento sperimentale delle scienze: il tutto per cenni che son troppo e troppo poco agl’ intenti del libro. Lo stesso difetto nella indetermi- natezza di molti giudizi particolari; ma sopra tutto nella incompiutezza delle citazioni: che sono un accessorio, ma un accessorio di non piccolo interesse in un libro come questo. Il quale raccoglie attorno al Vico una messe 10. c., p. v. 16 STUDI VICHIANI copiosa di notizie dirette su uomini e libri oscuri e non facilmente reperibili, né pur nelle biblioteche napoletane, intorno alla cultura scientifica, filosofica, letteraria, giu- ridica dell’ambiente in cui il Vico formò la sua; e in cui bisogna perciò rivivere col Vico, chi voglia intenderne pienamente la concreta mentalità. È il mondo stesso della sua mirabile Autobiografia, che è già essa una guida attraverso lo svolgimento progressivo del pensiero vi- chiano, ma ricercato e rifrugato in tutti gli angoli, in cui posò o passò la faccia malinconica e meditabonda del filosofo, concentrato bensì nel suo pensiero, ma non sì, com’ è naturale, che non si guardasse intorno, e non ne risentisse sempre nuovi stimoli all’originalità delle sue idee. Malgrado tutto, gli studiosi si gioveranno molto del nuovo libro del Cotugno, che porta molte aggiunte e rettifiche all’ opera del Maugain; e gli sapranno anche grado di un curioso documento inedito di cui, per comu- nicazione dello stesso Cotugno, aveva dato notizia il Croce nelle note all’Autobiografia, ma che dal Cotugno è inte- gralmente pubblicato nell’appendice del suo volume: con- tenente una minuta relazione dell'ultima disgrazia toccata al povero Vico, dopo morte, per le strane e villane gelosie della confraternita laica, a cui era ascritto, e che ne avrebbe dovuto curare perciò il seppellimento; e invece, dopo aver costretti i professori universitari, recatisi in forma ufficiale e solenne alle esequie, a ritirarsi, abban- donò il feretro nel cortile in cui era stato intanto calato, per nuove contestazioni di prerogative col parroco. La sorte avversa non gli dava requie né pur dopo morte! II LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA Della prima fase di una filosofia si può parlare, com’ è ovvio, in un senso relativo; perché questa fase, per prima che sia, suppone un processo già avviato, di cui non sa- rebbe possibile assegnare l’ inizio assoluto; né è così chiusa in se stessa, da potersi nettamente distinguere da quelle che le succederanno; e le succederanno con una conti- nuità di processo, che costituisce l’unità assoluta, solo astrattamente divisibile, del sistema nel suo storico svol- gimento. Il primo momento di una filosofia può, dunque, essere soltanto quella forma, nella quale noi possiamo conoscerla attraverso i documenti più antichi, che di fatto ne possediamo: forma da studiarsi e definirsi per quello che possiamo sapere anticipatamente che essa fu: ossia come germe o avviamento del pensiero ulteriormente svolto nella coerenza maggiore e quindi nel significato più profondo che l’autore seppe conferire al sistema delle proprie idee. Ogni germe si conosce infatti dal frutto. Del Vico gli studiosi conoscono soltanto due filosofie, o due momenti più rilevanti della sua filosofia: il primo dei quali è rappresentato dalla orazione De nostri temporis Studiorum ratione (18 ottobre 1708), dal libro De an- tiquissima Italorum sapientia (1710), e dalle due Rispo- ste (1711 e 1712) che il Vico oppose alle critiche mosse a questo suo libro dal Giornale dei letterati d’ Italia: il secondo, iniziato nel 1720 col De universi iuris uno prin- cidio et fine uno, si spiega nel lungo laborioso processo 20 STUDI VICHIANI della Scienza Nuova, tante volte redatta o rimaneggiata, come si vedrà, e la cui ultima edizione venne in luce nell’anno stesso della morte del filosofo (1744). Lo stesso Vico, ricostruendo nella Autobiografia lo svolgimento del proprio pensiero, fa cominciare dal 1708, dall’ora- zione sul metodo degli studi de’ suoi tempi, la storia della propria filosofia. Prima sentiva di non aver ritro- vato se stesso. Dal 1693 in poi era venuto pubblicando versi e orazioni rettoriche 1. Dal ’99, come professore di rettorica, aveva’ letto quasi tutti gli anni l’orazione inaugurale nell’università di Napoli, usando « proporre universali argomenti, scesi dalla metafisica in uso della civile »°. E nell’Autobiografia, dopo aver riferito som- mariamente gli argomenti di quelle sue orazioni, fino al 1707, dice: «Fin dal tempo della prima orazione..., e per quelle e per tutte l’altre seguenti e più di tutte per queste ultime, apertamente si vede che Vico agitava un qualche argomento e nuovo e grande nell'animo, che in un principio unisse egli tutto ilsa- pere umano e divino)»; cioè il principio di una filosofia ciceronianamente intesa dal nostro professore di rettorica come rerum divinarum et humanarum scientia; «ma tutti questi da lui trattati ne eran troppo lontani. Ond’egli godé non aver dato alla luce queste orazioni, perché stimò non doversi gravare di più libri la repub- blica delle lettere, la quale per la tanta lor mole non regge; e solamente dovervi portare in mezzo libri d’ impor- tanti discoverte e di utilissimi ritrovati ». I Anzi fin al 1699 egli s'era illuso d'essere molto più un poeta che non un filosofo. Cfr. F. NicoLINI, Per la biografia di G. B. V., pun- tata I, Firenze, 1925 (estr. dall’Arch. stor. ital.), p. 59. 2 L’Autobiografia, il carteggio e le poesie varie a cura di B. CROCE, Bari, Laterza, 1911 (vol. V delle Opere, a cura di B. Croce, G. Gentile, e F. Nicolini, nella collezione degli Scrittori d’ Italia), p. 26. Da que- st'Autobiografia, quando non sia altrimenti avvertito, sono tolti tutti i luoghi e le parole del V. riferite qui appresso nel testo. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 2I . Così, nel 1725, il Vico rifiutava le sue orazioni scritte tra il 1699 e 1l 1707. Ma sei anni dopo rifiutava non solo i due libri del Diritto Universale, ma anche, salvo tre soli capitoli, la prima Scienza Nuova, scrivendo in una prefazione a una nuova edizione della seconda: «Né già questo dee sembrare falso a taluni, che noi, non con- tenti de’ vantaggiosi giudizi da tali uomini [quali Gio- vanni Le Clerc] dati alle nostre opere, dopo le disappruo- viamo e ne facciamo rifiuto; perché questo è argomento della somma venerazione e stima che noi facciamo di tali uomini, anzi che no. Imperciocché i rozzi ed orgogliosi scrittori sostengono le lor opere anche contro le giuste accuse e ragionevoli ammende d’altrui; altri, che, per avventura, sono di cuor picciolo, s'tempiono de’ favore- voli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi non più s’av- vanzano a perfezionarle. Ma a noi le lodi degli uomini grandi hanno ingrandito l’ animo di correggere, supplire ed anco in miglior forma di cangiar questa nostra » *. Il Vico, autodidatta, com’egli si compiaceva di affer- marsi *, fu tormentato tutta la vita dall’assillo dei grandi autodidatti; i quali si trovano quasi d’un tratto, con la cultura personale e tutta propria raccolta nel loro cervello, a cozzare con quella dei contemporanei; e mal riescono ad orientarsi, e con fatica e con pentimenti continui e smarrimenti penosi s’ incamminano per la propria via. Sempre scontenti di se medesimi, travagliati da un bi- sogno incessante di chiarire il proprio pensiero, porre in termini più netti i loro problemi, trovarne soluzioni più adeguate: impotenti a guardare con un solo sguardo la realtà, a volta a volta diversa secondo che la mirano quale essi avevano imparato per loro conto a vederla, o sì pro- 1 Scienza Nuova, ed. Nicolini, p. 10. bi Va forse con una certa esagerazione: cfr. NICOLINI, Per la bdio- grafia di G. B. V., puntata II. 22 STUDI VICHIANI DI vano a mirarla qual’ è per i contemporanei: fluttuanti, quindi, con l'animo tra due mondi, che gl’ ingegni più vi- gorosi si sforzeranno tutta la vita di unificare. Vico sentì tragicamente questa legge della sua cultura; e ne fu, fino a un certo punto, la vittima, poiché alla chiarezza delle idee, che covavano nella sua mente, egli non pervenne mai, benché vi lavorasse, con eroica costanza, per più di un quarto di secolo, se non tutti gli anni quarantaquattro, che visse nel sec. XVIII; e si può dire che tutto il suo pensiero sia rimasto dentro di lui allo stato di gestazione. Gestazione dolorosa ! Il maggior corso di studi, comegli stesso ci fa sapere, lo fece da sé nei nove anni (1686-1695) * pas- sati a Vatolla, in quel di Salerno, piccola terra di poche centinaia d’abitanti, dove attese alla istruzione dei figli del marchese Domenico Rocca: cioè dai diciotto ai venti- sette anni di sua vita, lontano, a suo dire?, da ogni moto di cultura viva, com'era allora quella di Napoli, sotto l’ in- flusso della scuola galileiana, e poi di Gassendi e di De- scartes. Quando il Vico ne partì, era avviato per gli studi giuridici; e in giurisprudenza egli afferma 3 d’aver dovuto istituire i figli del Rocca. Aveva bensì, ben per tempo, mostrato in che modo di siffatti studi avrebbe potuto far I Questa la data assegnata ora al soggiorno vatollese dal NICOLINI, Per la biografia cit., puntata II. 2 « A suo dire », giacché ora gli studi di BENVENUTO DONATI (Auto- grafi e documenti vichiani inediti 0 dispersi, Bologna, Zanichelli, 1921, pp. 38 sgg.), e, ancor più, quelli del NicoLINI (Per la biografia cit., pun- tata II), hanno mostrato che il così detto «novennio vatollese » fu intramezzato da parecchie e non brevi dimore a Napoli e a Portici, e che anzi, forse, durante quei nove anni, il Vico dimorò più a Napoli che non a Vatolla. 3 Anche quest'altra affermazione dell’Autobiografia è revocata in dubbio e con buone ragioni, dal NicoLINI (Per la biografia cit., pun- tata II), secondo il quale il V. sarebbe entrato in casa Rocca come aio; e, soltanto negli ultimi tempi del suo soggiorno in quella casa, avrebbe data qualche lezione di giurisprudenza all’ultimo figliuolo del Rocca (Saverio). II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 23 pascolo della sua mente: poiché in essi aveva portato un abito mentale, di analisi e di penetrazione speculativa, che della giurisprudenza doveva fare semplice materia di ri- flessione filosofica. Il giovinetto aveva avuto a maestro un gesuita nominalista, il quale lo aveva spinto allo studio delle Summule di Pietro Ispano e di Paolo Veneto: e se l'ingegno ancor debole da reggere a quella specie di logica Crisippea (come rifletteva più tardi lo stesso Vico) si smarrì, si stancò e abbandonò l’ impresa, da quella di- sfatta dovette restargli una natural ripugnanza a tale ma- niera di filosofare, tutta astratta, artificiosa e formale, propria dei terministi. E se un qualche profitto ne ricavò, non poté essere altro che negativo: il senso forse della va- nità di una filosofia che, staccati i concetti dalla realtà, e perduto perciò ogni intimo contatto con la verità, si riduce a giuocare con la combinazione de’ suoi concetti; un senso di scetticismo, che gli s’ insinuò allora nell'animo, e non poté esserne snidato dagli studi di filosofia poco stante ri- presi e continuati sotto la guida d’ un altro gesuita, « uomo di acutissimo ingegno, scotista di setta, ma zenonista nel fondo » :. Presso costui il Vico ricorda com’egli apprendesse con piacere che le sostanze astratte hanno più di realtà che i modi del maestro nomi- nalista. Lo scotista lo trattenne a lungo nella metafisica dell’ente e della sostanza, e lo invogliò poi a studiarsi da sé le Disputationes metaphysicae di Suarez, su cui il Vico passò un intero anno. Perché, posta pure la realtà delle sostanze astratte, chi assicurerà l’animo invaso una I Zenonismo è la filosofia dal Vico attribuita a Zenone nel De an- liquissima: specie di monadismo dinamico, qui attribuito allo sco- tista perché questi doveva spiegare la realtà fisica con principii meta- fisici. Ma intorno al significato di questo « zenonismo » nella filosofia del tempo, vedi il pregevole studio di GIovaNNI Rossi, Vico ne' tempi di Vico: La cosmologia vichiana, nella Rivista filosofica del 1907, pp. 015-7. 24 STUDI VICHIANI volta dallo scetticismo, che le nostre idee siano identiche a quelle astratte sostanze ? Sulla via della speculazione della sostanza, aperta da Suarez, si misero pure i grandi padri della filosofia moderna, Cartesio e Spinoza !: e riu- scirono a una metafisica che è una matematica, ossia a una costruzione della realtà meramente pensata, o sol- tanto possibile, come cominciò ad avvertire Leibniz; di contro alla quale Kant trovò giustificabile lo scetticismo di Hume. Comunque, nutrito di studi siffatti, non poteva il Vico acconciarsi alle lezioni del giurista, dal quale man- dollo poi il padre ?: «tutte ripiene di casi della pratica più minuta dell'uno e dell’altro fòro e dei quali non ve- deva i principii, siccome quello che dalla metafisica aveva già incominciato a formare la mente universale a ragio- nar de’ particolari per assiomi o sien massime ». Sì di- stolse quindi anche da quella scuola, e prese a studiare da sé le Istituzioni civili del Vulteio e le Canoniche del Canisio. E qui, specie nel Vulteio, si trovò a suo genio. «Sentiva un sommo piacere in due cose: una in riflettere, nelle somme delle leggi, dagli acuti interpetri astratti in massime generali di giusto i particolari mo- tivi dell’equità, ch’avevano i giureconsulti e gli impera- tori avvertiti per la giustizia delle cause: la qual cosa l’affezionò agl’interpetri antichi, che poi avvertì e giu- I V. CARL LupEWIG, Die Substanztheorie bei Cartesius im Zusam- menhang mit der scholastischen und neueren Philosophie, Fulda, 1893; FREUDENTHAL, Spinoza und die Scholastik, in Philos. Aufsdtze Eduard Zeller gewidmet, Leipzig, 1887 e una recens. in Zettschr. f. Philos. u. philos. Krit., t. CVI, pp. 113-15; L. BRruNSCHVvICcG, La révolution car- tésienne et la notion spinoziste de la substance, in Revue de métaphys. et de morale, sept. 1904; G. TH. RICHTER, Spinozas philos. Terminologie historisch u. immanent Rkritisch untersucht, I Abth. Leipzig, Barth, 1913; e le mie note all’ Etica, Bari, Laterza, 1914. 2 Francesco Verde. Sul quale, sul suo insegnamento e sul tempo in cui il V. frequentò la sua scuola privata (1684), vedere ora NICOLINI, Per la biografia cit., puntata I, pp. 44 Sg8., 54 S88. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 25 dicò essere i filosofi dell’equità naturale; l’altra, in os- servare con quanta diligenza i giureconsulti medesimi esaminavano le parole delle leggi, de’ decreti del Senato e degli editti de’ pretori, che interpetrano: la qual cosa il conciliò agl’ interpetri eruditi, che poi avvertì ed estimò essere puri storici del dritto civile romano » 1. Non Vul- telo, dunque, e i giureconsulti romani furono il suo nu- trimento spirituale; ma quella filosofia e quella storia o filologia, che egli costruiva per mezzo di essi; né la nozione giuridica del diritto era materia del suo sommo piacere, ma quello che egli vedeva o poneva in questo diritto con la tendenza astrattiva di uno sco- tista, con la sottigliezza filologica di un terminista e di un secentista (poiché, secondo l’andazzo dei tempi, an- ch'egli era solito «spampinare nelle maniere più corrotte del poetare moderno, che con altro non diletta che coi trascorsi e col falso » e della poesia s’era fatto «un eser- cizio d’ ingegno in opere di argutezza »). La giurispru- denza diventava occasione o materia indifferente a tro- vare nelle determinazioni dello spirito umano i principii, i concetti fondamentali, le sostanze reali, in cui per lo scotismo si risolve tutto il reale, e a tormentare le parole, in cui tutte le determinazioni dello spirito pigliano corpo, per farne sprizzare fuori l’anima, il senso riposto. Che era un primo avviamento del problema vichiano della constantia iurisprudentiae come constantia philosophiae et constantia philologiae, e della Scienza nuova come scienza a un tratto del vero e del certo. I Questo il racconto dell’Autobiografia (1728); alla quale continuo ad attenermi, quantunque il NicoLINI sospetti essa sia, a siffatto pro- posito, anacronistica, e cioè che il V. (in perfetta buona fede, s' in- tende), abbia intruso, in quella che fu l’effettiva forma mentale dei suoi diciotto anni, parecchio dell’esperienza spirituale di chi aveva già scritta la prima Scienza Nuova (1725): cfr. Per la biografia cit., pun- tata I, pp- 51 Sgg. 26 STUDI VICHIANI Intanto con questo mondo filosofico, in cui il giova- netto si chiudeva, attraverso lo studio del diritto si poneva la realtà che doveva essere oggetto della sua filosofia. Il mondo del diritto è un mondo umano, creato dalla volontà. Dentro di esso la natura non si vede; né Vico poteva trovarvela. Approfondendone la conoscenza, come fece nei suoi studi di Vatolla, doveva necessariamente imbattersi nella volontà, nello spirito come libertà. Profon- dando, eglici dice, lo studio delle leggi e dei canoni, al quale lo portava l’obbligazione contratta col Rocca, «in grazia della ragion canonica inoltratosi a studiar de’ dogmi, si ritrovò poi nel giusto mezzo della dottrina cattolica d’ intorno alla materia della grazia »; e gli accadde di conoscere e appropriarsi tale dottrina per l'esposizione di un teologo che faceva vedere «la dottrina di sant'Agostino posta in mezzo, come a due estremi, tra la calvinistica e la pelagiana e alle altre sen- tenze che o all’una di queste due o all’altra sì avvicinano ». Posizione, che servì poi al Vico, secondo egli stesso dichiara, a spiegare storicamente (umanamente) le origini del di- ritto romano ed ogni altra forma di civiltà gentilesca, senza contraddire alla sana dottrina della grazia; che fu perciò, possiamo dire, il primo nucleo del suo concetto della Provvidenza, che è l’arbitrio umano accertato e deter- minato dal senso comune *: una volontà, non imme- diata, generica, astratta, ma determinata e concreta attraverso la storia, nel cui corso razionale si realizza una volontà superiore a quella dell’ individuo, un fine in cui si risolvono i fini particolari dei singoli uomini: la grazia. Ma questa unità di divino e di umano, se è un'esi- genza della posizione media tra calvinismo e pelagianismo (astratta posizione della grazia o volontà divina, e quindi negazione della umana; ed astratta posizione della volontà —_——— I S. N., dign. X, XI. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 27 umana, e quindi negazione della divina), ha bisogno, com'è facile intendere, di maturare per divenire un concetto !. Intanto Vico non dissocia lo studio del pensiero da cui discende il diritto, dallo studio delle parole, in cui il diritto vive. Le Eleganze del Valla lo rimandano a Cicerone. Studia Virgilio e Orazio; e questi lo disgustano del secentismo, e gli fan cercare Dante, Boccaccio e Pe- trarca =. Orazio gli fa osservare che la suppellettile più ricca alla poesia è fornita dalla lettura dei filosofi mo- rali. E studia l’etica aristotelica, che gli mostra il fon- damento del diritto romano essere nella ideale giustizia, di cui parla il filosofo, architetta nel lavoro delle città. Dalla morale così intesa si volge alla metafisica di Aristotele; ma questa non gli spiega la ra- gione del giusto ideale. Perché ? Allora non sapeva ren- dersene conto. Passò a Platone; e vi trovò il fatto suo, perché vi ebbe una metafisica, in cui la realtà è pura idea: che era ciò che egli, l’alunno dello scotista e lettore di Suarez, andava cercando, per non cadere, rispetto al- l’ idea della giustizia o giustizia ideale, nel nominalismo. Nell’Autobiografia spiega perché alla sua morale trovò il fondamento in Platone e non in Aristotele, dando delle due dottrine la seguente caratteristica: « Perché la metafisica d'Aristotele conduce a un principio fisico, il quale è materia, dalla quale si educono le forme parti- colari, e si fa Iddio un vasellaio che lavori le cose fuori di sé; ma la metafisica di Platone conduce a un principio metafisico, che è lor idea eterna, che da sé educe e crea la 1 Vedi in proposito qui appresso il cap. IV: Dal concetto della grazia a quello della Provvidenza. 2 Così l’Autobiografia. Ma a determinare il passaggio del V. dal Secentismo al purismo trecentesco concorse moltissimo, sebbene egli non lo dica, l'influsso di Leonardo di Capua. Cfr. NicoLINI, Per la biografia cit., puntata III. 28 STUDI VICHIANI materia medesima, come uno spirito seminale che esso stesso si formi l’uovo ». Dove non è propriamente definita né la metafisica di Aristotele, né quella di Platone. L’ Id- dio aristotelico che pensa se stesso, è troppo pago di sé perché possa fare questo mestiere del vasellaio, che tragga le forme dalla materia. Tutte le forme le ha in sé; e quindi anche quella della giustizia. D'altra parte, l’ idea, che è l’ente, per Platone, ha fuori di sé la materia, che è il non-ente, e non può edurla quindi da sé. Questo pla- tonismo polemizzante con Aristotele non è filosofia plato- nica, ma posteriore ad Aristotele, neoplatonica. E più in là, dove il Vico accenna allo studio della fisica gassen- diana e cartesiana da lui potuto fare in quello stesso torno di tempo, a Vatolla, su Lucrezio e sui Fundamenta phy- sicae del Regio, dice esplicitamente che «queste fisiche gli erano come divertimenti dalle meditazioni severe sopra i metafisici platonici » 1. E altrove ricorda i Marsili Ficino, i Pico della Mirandola, e lamenta che i letterati napole- tani, che dianzi volevano le metafisiche chiuse nei chio- stri, poi per la moda cartesiana avessero preso «a tutta voga a coltivarle, non già sopra i Platoni e i Plotini coi Marsili, onde nel Cinquecento fruttarono tanti gran let- terati, ma sopra le Meditazioni di Renato delle Carte ». I Anche a codesto proposito, l’Autobiografia, secondo il Nicolini, è anacronistica. Antigassendiano e soprattutto anticartesiano, il V. se- condo lui, fu soltanto dal 1710 in poi. Nella sua gioventù,invece, anch'egli partecipò all'’ammirazione dei suoi amici e concittadini per Lucrezio (sul quale è da vedere un suo importante giudizio in Opere, ediz. Fer- rari, VI, 138, e cfr. Croce, Filos. di G. B. V.2, p. 203); e, pur con riserve in fatto di estetica (comuni, del resto, al Caloprese e agli altri cartesiani napoletani) fu anch’egli per non pochi anni, cartesiano. Vedere al riguardo NIcOLINI, Per la biografia, puntata III. Aggiungo per curio- sità che le opere di ARISTOTELE furono studiate dal V. in un esem- plare della magnifica edizione giuntina del 1550 sgg., il quale, serbato Oggi dalla famiglia Ventimiglia di Vatolla, reca ancora l’ex libris del convento di Santa Maria della Pietà di quella terra. E quell’edizione reca appunto il «gran commento » di Averroè. Cfr. NICOLINI, Per la biografia, puntata II. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 29 L’aristotelismo rifiutato dal giovane Vico era dunque quel dualismo rigido, a cui esso s'era ridotto in Averroè !; il platonismo da lui abbracciato è il monismo emanatistico di Plotino così strettamente affine a quello del De la causa di Bruno 2. Lo spirito seminale è il Xyog otepuatimnòe O tvebpa orsppatixòv: quei spiritalia et vI- vifica semina, onde, secondo il Ficino, l’anima del mondo, emanazione di Dio e vita vitarum, avviverebbe la natura. Punto di capitale importanza nella storia del pensiero di Giambattista Vico. Dal neoplatonismo egli dovette ri- cevere un forte impulso ad approfondire il concetto ago- stiniano della grazia come mediazione della volontà umana I Cfr. Autob., p. 11: «La metafisica non lo aveva soccorso per gli studi della morale, siccome di nulla soccorse ad Averroè....» e p. 19: «Ne’ chiostri.... era stata introdotta fin dal sec. XI la metafisica d’Ari- stotile, che quantunque per quello che questo filosofo vi conferì del suo ella avesse servito innanzi agli empi averroisti....». Qui risuona l'eco della polemica di Marsilio Ficino contro l’averroismo. Un ravviÌ- cinamento del pensiero vichiano a quello del Ficino fece già F. DE SANCTIS, St. d. letter. ital., ed. Croce. Bari, Laterza, 1912, II, 290-1; e poi meglio K. WERNER, G. B. Vico als Philosoph und gelehrter Forscher, Wien, Braumiiller, 1881, pp. 8-9; per cui cfr. FLINT, Vico, Edimburgh a. London, 1884, pp. 74-5, 128-9. In una recensione della prima edi- zione di questi studi un critico della Civiltà Cattolica, quaderno del 5 febbraio 1916, osservava che se Vico nella pref. al Diritto Universale dice che « Aristoteles in Ethicis doctrinae civilis principia vecte aut a divina philosophia esse repetenda: namque haec metaphysices argumenta Philosophi alteram philosophiae partem statuebant, et ‘ verum divinarum * nomine significabant »: «da ciò appare come il Vico non avesse nella prima fase de’ suoi studi rifiutato, secondo vorrebbe il Gentile, l’ari- stotelismo, quasi dualismo rigido, a cui esso si era ridotto in Averroè ». Ma io avevo detto: «L'aristotelismo rifiutato dal giovane Vico era dunque quel dualismo rigido, a cui esso s'era ridotto in Averroè ». Dunque, non io avevo affermato che Vico avesse respinto l’ aristotelismo: questo lo dice esso il Vico. Io dicevo invece che, sotto nome di aristote- lismo, il Vico aveva respinto l’averroismo. 2 «Questo è nomato da’ Platonici fabro del mondo [cfr. il fab- bro del mondo delle nazioni di Vico].... Plotino lo dice padre e progenitore, ed è il prossimo dispensator de le forme. Da nol si chiama artefice interno, perché forma la materia e la figura da dentro, come da dentro del seme o radice manda ed esplica lo stipe; da dentro lo stipe cacci i rami» ecc. Così G. Bruno, De la causa, in Opere ita- liane, ed. Gentile, I2, 179, e cfr. De minimo, I, 3, in Opera latine conser, I, III, 142. 3 30 STUDI VICHIANI e della divina, e attingere il primo bisogno dell’imma- nenza del divino nella natura e nella storia. Una pagina della Theologia Platonica (IV, I) del Ficino dovette fer- mare certamente la sua attenzione, poiché un’eco ne ri- suona, molti anni dopo, nelle teorie fondamentali del De antiquissima e della stessa Scienza Nuova; e merita esser riletta. | Proinde si ars humana nihil est aliud quam naturae imitatio quaedam, atque haec ars per certas operum rationes fabricat opera, similiter efficit ipsa natura, et tanto vivaciore sapien- tioreque arte, quanto efficit efficacius et efficit pulchriora. Ac si ars vivas rationes habet, quae opera facit non viventia, neque principales formas inducit, neque integras, quanto magis pu- tandum est vivas naturae rationes inesse, quae viventia generat, formasque principales producit et integras ! Quid est ars humana? Natura quaedam materiam tractans exstrinsecus [cfr. il vasellaio del Vico]. Quid natura ? Ars intrinsecus materiam temperans, ac si faber lignarius esset in ligno. Quod si ars humana, quamvis sit extra materiam, tamen usque adeo congruit et propinquat operi faciundo, ut certa opera certis consummet ideis, quanto magis ars id naturalis implebit, quae non ita materiae superficiem per manus aliave instrumenta exteriora tangit, ut geometrae anima pulverem, quando figuras describit in terra, sed perinde ut geometrica mens materiam intrinsecus phantasticam fa- bricat. Sicut enim geometrae mens, dum figurarum rationes secum ipsa volutat, format imaginibus figurarum intrinsecus phan- tasiam, perque hanc spiritum quoque phantasticum absque labore aliquo vel consilio, ita in naturali arte divina quaedam sapientia per rationes intellectuales vim ipsam vivificam et motricem ipsi coniunctam naturalibus seminibus imbuit, perque hanc mate- riam quoque facillime format intrinsecus. Quid artificium ? mens artificis in materia separata. Quid naturae opus ? naturae mens in coniuncta materia. Tanto igitur huius operis ordo similior est ordini qui in arte est naturali, quam ordo artificii hominis arti; quanto et materia propinquior est naturae quam homini, et natura magis quam homo materiae dominatur. Ergo dubitabis certorum operum certas in natura ponere rationes ? Imo vero sicut ars humana quia superficiem tangit materiae, et per contin- gentes fabricat rationes, formas similiter solum efficit contingentes, II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 3I é sic naturalem artem, quia formas gignit sive eruit substantialis ex materiae fundo, constat funditus operari per rationes essen- tiales atque perpetuas !. E si riscontri quest'altro luogo dello stesso Ficino nel suo Commento al Parmenide platonico: Cum enim nos per cognitionem non simus authores rerum, nulla forsan est ratio quare percipiamus eas, nisi proportio quae- dam; cum vero divina scientia sit causa prima rerum, non ideo res cogniturus est Deus, quia congruat cum natura rerum, sed ideo cognoscit quoniam ipse est causa rerum. Qui, cognoscendo se ipsum principium omnium, omnia statim et cognoscit et facit ?. Nella tradizione platonica italiana questa equazione tra conoscere e fare rimase un punto fermo, e fu ripetuta talvolta come un luogo comune anche da filosofi che non fecero poi su questo concetto tanta attenzione da sentire il bisogno di svilupparlo e connetterlo intimamente con le altre loro dottrine. Così nel trattato De arcanis aeterni- tatis di G. Cardano s'incontra una chiara formulazione della stessa dottrina vichiana, quantunque lasciata lì senza svolgimento e senza rilievo. Il Cardano dice: Anima humana in corpore posita substantias rerum attingere non potest, sed in illarum superficie vagatur sensuum auxilio, scrutando mensuras, actiones, similitudines ac doctrinas. Scientia vero mentis, quae res facit, est quasi ipsa res, velut etiam in humanis scientia trigoni, quod habeat tres angulos duobus rectis aequales, eadem ferme est ipsi veritati: unde patet naturalem scientiam alterius generis esse a vera scientia in nobis 3. E non avrà letto il Vico questa pagina del Cardano ? Egli non cita mai né Bruno, né Campanella. Ma non è I M. Ficino, Opera, Basilea, 1561, t. I, p. 123. 2? Comm. in Parm., c. 32, in Opera, II, 1149. 3 Tract. de arc. aetern., c. 4. Cfr. FIORENTINO, B. Telesio, I, 212. 32 STUDI VICHIANI meraviglia, chi pensi ai suoi profondi scrupoli religiosi. Che egli tuttavia, con quella sua insaziabile curiosità, che gli faceva cercare ogni sorta di libri, non leggesse anche di questi filosofi famosi ancorché esecrati quel che trovava nella biblioteca del Valletta, a lui, come sappiamo di sicuro, ben nota :, non è credibile. Ora in quella biblio- teca sì conservava (e si conserva tuttavia nella Biblioteca dei Gerolamini, dove i libri del Valletta passarono) l’esem- plare della «Scelta d’alcune poesie filosofiche di Set- timontano Squilla cavate da’ suoi libri detti La Cantica con l’esposizione, stampato l'anno MDCXXII » che era stato usato e corretto dall'autore medesimo. Ed era libro che il Valletta non solo possedeva, ma aveva letto? egli stesso, e poteva perciò aver avuto egli stesso occasione di additare all'amico filosofo e gran divoratore di libri. In quelle Poesîe il Vico poté leggere i seguenti versi: Ma lo Senno Primero che tutte cose feo tutte è insieme, e fue; né per saperle, in lor si muta Deo, S’egli era quelle già in esser più vero. Tu, inventor, l’opre tue sai, non impari; e Dio è primo ingegniero. I Autob. ed. CROCE, pp. 41, 113, 192. È anzi tanto più sicuro che con la biblioteca Valletta il V. avesse familiarità fin dai suoi primi studi, in quanto il Valletta appunto, ch'egli aveva conosciuto nella sua pue- rizia, fu uno dei suoi primi protettori e colui che lo indusse a porre a stampa le sue prime poesie: cfr. NICOLINI, Per la biografia cit., pun- tata I, pp. 30 sgg., e puntata III. 2 [Cfr. infatti L. AMABILE, Il Santo Officio della Inquisizione in Na- poli, Città di Castello, 1892, II, 67 n. 1. E come la Scelta di poesie, così il Valletta possedeva e aveva lette altre opere del Campanella. « Ho rice- vuto »,scriveva, per es., in una sua lettera inedita al Magliabechi, ser- bata nel magliabechiano segnato VIII, 1090, « ho ricevuto l’ Incredulo senza scusa del p. SEGNERI, dove ho lette molte cose riportate dal pa- dre CAMPANELLA nel suo Afeismo trionfato....». (Comunicazione di F. NICOLINI)}. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 33 «Dio primo ingegniero » è frase che infatti si ritroverà nello stesso Vico !. Il quale, nell'esposizione degli stessi versi, poté trovare che « Dio è il primo ingegniere avanti la Natura; però sa il tutto; l’ insegna e non l’ impara »?. E in altro luogo3 dell’esposizione: «Se l’alma non sa come s’ è fabbricato il corpo, né come fece tante membra a tanti usi, né come si frena il calore etc., è segno ch’essa non fece il corpo»n4. Da questa dottrina neoplatonica non è dubbio che, quando l’avrà covata nel suo cervello e fecondata di sue osservazioni, il Vico trarrà l’opposizione scettica della gnoseologia del De antiquissima tra il sapere divino che è formazione intrinseca della natura, e il sapere umano che è la formazione estrinseca e superficiale, di cui parla il Ficino 5; ma trarrà anche la sua intuizione dinamica o, I De antiquissima, in Opere I, 179, e Vindiciae, in Opere, ed. Fer. rari, IV, 309-310. ® CAMPANELLA, Poeste, ed. Gentile, p. 33. 3 O. c., p. 143. 4 Niun dubbio, io credo, che al Vico doverono esser note anche altre opere del Campanella, e che meriti di essere studiato il problema delle suggestioni che dové riceverne. Alle osservazioni di A. SARNO, (Campanella e Vico, nel Giornale critico della filosofia ital., IV, 1924, p. 137) altre importanti ce ne sarebbero da aggiungere. Cfr. il mio G. Bruno e il pensiero del Rinascimento?, Firenze, Vallecchi, 1925, p. 276. Aggiungo qui un riscontro alla dottrina vichiana della Prov- videnza relativa alla eterogenia dei fini. Campanella (nella Città del sole ed. Kvaéala, p. 65) dice: « Però gli spagnoli trovaro il resto del mondo, benché il primo trovatore fu il Colombo nostro genovese, per unirlo tutto a una legge; e questi filosofi saranno testimoni della ve- rità eletti da Dio; e si vede che noi non sappiamo quello che facemo, ma siamo instrumenti di Dio: quelli vanno per avarizia di danari cer- cando nuovi paesi, ma Dio intende più alto fine. Il sole cerca strug- gere la terra, non far piante e uomini; ma Dio si serve di loro: in questo sia laudato ». Cfr. ed. Paladino, p. 59. 5 La derivazione neoplatonica di questa dottrina vichiana è ormai riconosciuta. Vedi Croce, Fonti della gnoseologia vichiana, in Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti ecc., Bari, Laterza, 1913, pp. 250-I. GIAN PaoLo ricorda anche lui questo concetto del conoscere come fare, attribuendolo agli scolastici: «So wie nach den Scholastikern Gott alles erkennt, weil er es erschafft, so bringht das Kind nur ins geistige Erschaffen hinein; die Fertigkeit des erkennden Aufmerkens folgt dann von selber »: Levana, $ 131. Ma si tratta di una vaga reminiscenza. 34 STUDI VICHIANI com’egli, confondendo in uno Zenone d’ Elea con quello di Cizio, userà dire, zenonistica !: che è vero e proprio panteismo. E quell’opposizione, se dapprima potrà dar luogo allo scetticismo della metafisica vichiana, più tardi renderà possibile la profonda concezione — che è la sco- perta di Vico — della scienza del mondo umano, 0, com’ è stato detto, della metafisica della mente. Giacché, una volta ammesso il concetto neoplatonico, svolto anch'esso dal Ficino ?, che Deus omnia agit et servat, et in omnibus omnia operatur, poiché causae rerum sequentes Deum nihil agunt absque virtute actioneque divina, Dio, immanente nell’operare di una natura esterna a noi, sarà fuori di noi (onde la nostra conoscenza della natura non potrà aver verità); ma Dio immanente nella volontà umana sarà I Nell’ Autobiografia, nel De antiquissima, nella Sec. risposta al Giorn. d. letterati il Vico parla indifferentemente di Zenone e della sua scuola (de Zenone eiusque secta, Zenonii) e di Zenone e degli stoici, mostrando perciò di unificare i due Zenoni. E Znv@vetot in Dio. L., VII, 5 son detti gli stoici. La dottrina di Zenone, che Vico dice ma- lamente riportata e combattuta da Aristotele (nel VI della Fisica), è la celebre aporia dell’ Eleate intorno alla molteplicità, dove si arresta la divisione del continuo a quel minimo, che egli poi dimostra non potersi insieme non concepire come massimo. Ma la ricostruzione che il Vico stesso nella Sec. risposta $ 4 dà della sua interpretazione dei punti metafisici (che parrebbero questi minimi), risalendo ai numeri zenoniani-pitagorici, è fantastica. Realmente egli aveva contaminato il concetto dell’ Eleate con la dottrina stoica, ed il dinamismo del De antiquissima è di origine stoica. Si chiamino punti metafisici i X6yot orepuatixot, e la metafisica di Vico avrà la sua base nello stoicismo. Con la cui rpévota, quale si ritrova nei neoplatonici, da Plotino (Enn. III, 2, 3) a Ficino (7A. pI. II, 13), dovrebbe pure essere messa in relazione la Provvidenza della Scienza Nuova. Ma non mi par dubbio che al Vico lo stoicismo perviene attraverso i neoplatonici. E mi par degno di nota che la polemica vichiana contro il concetto della divi- sione all’ infinito opposto da Aristotele a Zenone (De ant. c. IV, $ 2) si riscontra puntualmente con quella che contro lo stesso concetto aveva rivolta fin dal 1591 il Bruno nel De triplici minimo, I, 6-8: in cui può parere che si ripiglino gli argomenti lucreziani in favore dell’atomo, ma in realtà, come in Vico, si trasforma l’atomo in conato, o operazione dell'anima del mondo (v. GENTILE, G. Bruno e il pensiero del Rinasci- mento, pp. 223-4). Le radici delle due filosofie, bruniana e vichiana, si toccano e s' intrecciano. 2 Theol. plat., II, 7. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 35 in nol, proprio come diceva Bruno, più che noi medesimi non siamo dentro a noi (e la conoscenza del nostro mondo sarà certa) !. A Vatolla giungevano bensì le novelle di Napoli e delle forme di cultura che colà venivano in auge. La notizia del nuovo epicureismo, messo in onore dal Gassendi, fa studiare al Vico Lucrezio: la cui dottrina, data già la sua intuizione metafisica, non poteva non apparirgli quale gli apparve, o almeno, egli asseriva molti anni più tardi, che gli era apparsa ?: «una filo- sofia da soddisfare le menti corte de’ fanciulli e le deboli delle donnicciuole ». Questo studio gli servi «di gran motivo di confermarsi vie più ne’ dogmi di Platone » 3; cioè dei neoplatonici; pensando 4 « essere principio delle cose tutte una idea eterna, tutta scevera da corpo, che nella sua cognizione, ove voglia 5, crea tutte le cose in I Cfr. il concetto vichiano dell’astuzia della Provvidenza, per cui il vero soggetto nostro trascende neoplatonicamente il nostro soggetto empirico e i suoi fini particolari e finiti. ® Si veda sopra p. 28 nota 1. Qui si aggiunge che della voga go- duta a Napoli dal poema lucreziano, il V., più che da lontano e per sentito dire, ossia a Vatolla, ebbe notizia molto da vicino e per cono- scenza diretta, vale a dire a Napoli stessa. Cfr. NICOLINI, Per la bio- grafia, puntata II. 3 Ma non forse, com’ è detto nell’ Autobiografia, durante il periodo vatollese, bensì alcuni anni più tardi, e forse non troppo prima del 1708. Cfr. NicoLINI, Per la biografia, puntata III. 4 Autob., p. 17. 5 « Non operari eum [Deum] externos effectus per meram intelligen- tiam, nisi accedat voluntatis assensus »: Ficino, Th. fI., II, 11; t. I, p. 107. Può parere la dottrina di S. Tommaso, Summa theol., I, q. XIV, a. 8. Se non che, per Ficino, come già per Plotino, come per Bruno e per Spinoza, la volontà razionale di Dio coincide con l'intelligenza, ed è quindi libera in quanto necessaria. Vedi Th. pi., II, 12: «Si ubi plus est rationis, ibi sortis est minus, in Deo, qui summa ratio est, vel fons rationis, nihil potest cogitari fortuitum.... Necessitas autem ipse est Deus.... Et quoniam necessitati nulla praeest necessitas, ideo ibi est summa libertas.... At in Deo idem est re ipsa esse, intelligere, velle. Quamobrem ita est per voluntatem suam intelligentiae essentiaeque suae compos, ut non modo sicut est et sicut intelligit suapte natura, ita quoque velit, verum etiam sicut vult, ita intelligat atque existat ». Cfr. PLotINO. Enn. VI, I, 8, c. 1 e 13. 36 STUDI VICHIANI tempo e le contiene dentro di sé e contenendole le so- stiene » !. A Napoli era salita in pregio la fisica sperimentale, e si magnificava il nome di Roberto Boyle. Vico ne ebbe sentore; ma egli stesso ci dice di averla voluta «da sé lontana.... perché nulla conferiva alla filosofia dell’uomo.... ed egli principalmente attendeva allo studio delle leggi romane, i cui principali fondamenti sono la filosofia degli umani costumi e la scienza della lingua e del governo ro- mano, che unicamente si apprende sui latini scrittori ». Il suo spirito graviterà sempre più verso il mondo umano; di un umanesimo concepito come accade di concepirlo a chi la realtà umana sia avvezzo a mirare nel diritto posi- tivo, ossia come società. Ond’ è che non gli parrà mai morale quella degli stoici né quella degli epicurei, « sic- come quelle che entrambe sono una morale di solitari ». Poi venne a sapere «aver oscurato la fama di tutte le passate la fisica di Renato delle Carte »; e cercò averne contezza. Ma già infatti l'aveva studiata e giudicata nel- l’opera del Regio, e l'aveva respinta perché meccanica al pari di quella di Epicuro. Tornò definitivamente a Napoli; e trovò tutta Napoli cartesiana; e per amor di Cartesio tornata anche alla metafisica 2. « Si erano cominciate a coltivare le Medita- zioni metafisiche ». Egli, l’autodidatta, tuttavia immerso nelle « meditazioni severe sopra i metafisici platonici », non provò per la metafisica cartesiana la stessa ripugnanza che per la fisica. Vide e non vide il carattere di questa filo- sofia: non la trovò coerente, perché « alla sua fisica con- I « Deus ideo est in omnibus, quia omnia in eo sunt, quae nisi essent in eo, essent nusquam, et omnino non essent »: FicIino, op. cit., II, 6; G. Pico, Heptaplus, V, 6. 2? Naturalmente, nell’affermarsi assai sorpreso di trovar Napoli affatto diversa da quella ch’egli aveva lasciata, il V. esagera, secondo il Nicolini, giacché, come s’è detto, i suoi contatti con la sua città natale durante il novennio vatollese erano stati frequenti e talora abba- stanza lunghi. Si veda sopra p. 22, nota 2. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 37 verrebbe una metafisica che stabilisse un solo genere di sostanza corporea operante »: e quindi alla sua metafisica una fisica fondata sui principii spirituali (spiriti seminali) dei corpi. Ed aveva ragione, come dimostrava in quel torno, a insaputa di Vico, il Leibniz, che movendo dal cogito cartesiano, trasformava il meccanismo nel dina- mismo. E in conclusione quello sterile abbozzo metafisico delle Meditazioni, soffocato dal meccanismo quindi in- capace di svolgimento sistematico, parve al Vico niente più che un brandello del platonismo suo. Più tardi, quando s'acuì il suo senso di avversione al cartesianismo, scrisse addirittura il Descartes non aver fatto altro che tracciare «alquante prime linee di metafisica alla maniera di Pla- tone.... per avere un giorno il regno anche tra’ chiostri, dove una metafisica materialista non sarebbe stata mai accolta ». Ingenuo giudizio postumo. Quando, intorno al 1695, poté conoscere le Meditazioni dovette scorgervi tracce luminose di verità, rese più visibili dal contrasto di esse col giudizio che egli aveva dato della fisica carte- siana e con l’aspettativa, poi delusa, che questa gli aveva fatto nascere rispetto alla metafisica. L’ inconseguenza cartesiana dové parergli una felix culpa, da render degno di stima anche ai suoi occhi il celebrato filosofo francese; e con l’acrisia ermeneutica, della quale doveva dare nelle sue opere così curiosa dimostrazione !, dovette in un primo momento piuttosto esagerare che attenuare il merito del Cartesio, scorgendovi più platonismo che realmente non vi sia, e che lo stesso Vico più tardi non vi ricono- scesse. Il suo neoplatonismo non era la preparazione più adatta per entrare nello spirito del cartesianismo, né per quel che è il difetto, né per quel che è il pregio di esso. Ei rimase chiuso dentro di sé a rimuginare il suo I V. le note del NicoLinI alla sua edizione della Scienza Nuova. 38 STUDI VICHIANI pensiero; e quel Cartesio che vi ammise, fu un Cartesio neoplatonico. Giova chiarire brevemente questa situazione. L’ intui- zione fondamentale cartesiana (metafisica) è direttamente opposta alla platonica e neoplatonica: in quanto questa è orientata verso l’ Uno, o l’ Idea, o Dio, come oggetto o come verità; quella invece verso il pensiero, come soggetto o certezza. Il problema di Platone è appunto il con- cetto della verità, quello di Cartesio il concetto della certezza. Dentro ciascuno di questi concetti le due filosofie ricomprendono, naturalmente, e costruiscono tutta la realtà, la quale nell’uno e nell’altro è diversa sol- tanto se si considera come contenuto del rispettivo con- cetto, in cui si organizza. Lo stesso concetto della cer- tezza, c’ è nel platonismo, ma come momento del concetto della verità; e questo c’ è nel cartesianismo, ma come mo- mento del concetto della certezza. La differenza, in altri termini, è nel punto di partenza, in quanto Platone muove dalla massima oggettività (le idee come mondo intelligi- bile), e Cartesio dalla massima soggettività (1’ idea come attività intelligente). Vico, platoneggiando, muove dalla massima oggettività (quella idea, che egli dice scevera da corpo): e però in Cartesio, quando vi trova solo alquante linee di metafisica platonica, non vede il principio, il cen- tro stesso, intorno a cui tutto gravita: la certezza; o me- glio, vi vede questo concetto, platonicamente, come mo- mento della verità. Le critiche che farà più tardi a Cartesio attesteranno appunto questo capovolgimento che egli fa del cartesianismo. Ma queste critiche, com’ è naturale, ver- ranno più tardi in conseguenza della logica che egli met- teva dentro al suo concetto del cartesianismo. Qui è l'urto dell’autodidatta col pensiero del tempo suo: poiché col vecchio cervello esercitato sulle opere della libreria dei Minori Osservanti di Vatolla egli si trova a pensare un mondo nuovo, prodottosi intanto nella II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 39 cultura europea. Lo scetticismo intorno alle scienze na- turali, che trovò a Napoli sostenuto da uomini come Tom- maso Cornelio e Leonardo da Capua ', non doveva fargli specie: anzi veniva incontro a quella opposizione tra sa- pienza umana e divina, che egli aveva trovata nei neo- platonici. La filosofia galileiana di un Luca Antonio Porzio, suo stretto amico ?, dovette parergli una esemplifi- cazione appunto dell’arte umana incapace d’entrare nel- l’ interno della natura. Bacone, conosciuto in quel tempo, non destò per altro la sua ammirazione, che per avere nel De augmentis esposto l’elenco dei desiderati della scienza. Quell’altro aspetto della soggettività, a cul mi- rava il filosofo inglese nella sua polemica contro la logica aristotelica e nella rivendicazione del sapere come ricerca della causa reale, non poteva fermare la sua attenzione. Questa nuova filosofia non poteva avere un significato per lui, rimasto cogli occhi intenti sulla realtà platonica, oggetto del pensiero. Eppure il suo cuore non era in quella realtà. La filo- sofia egli l'aveva cercata per intendere il mondo umano. Per questo aveva cercato l’etica aristotelica; per questo ne aveva schivato la metafisica intesa a mo’ degli aver- roisti, e s'era volto ai platonici. Per questo mondo, che è mondo dell’umana volontà, s'era affacciato alle contro- versie sulla grazia, e s'era fermato in un concetto che non negasse l'autonomia del volere umano, ma né pure l'azione su di esso del volere divino. E facendo sua la metafisica degli zenonisti, per salvare il suo mondo, era scantonato innanzi alla loro morale. E perché il suo in- teresse era tutto in cotesto mondo, non lo aveva attratto I Autob., pp. 21, 33; e del CORNELIO v. il De ratione philosophandi, in Progymnasmata physica, Napoli, 1688, pp. 66 e sgg. Cfr. ora il ci- tato scritto del Croce, Fonti della gnoseologia vichiana. 2 Autob., p. 37. 40 STUDI VICHIANI Boyle con la sua fisica da tutti vantata; ed egli poté con- sentire con gli scettici della scienza della natura, e, oltre Platone raffigurante l’uomo quale deve essere, leggere Tacito che lo rappresenta quale è, e in Bacone ammirare il magnanimo programma della storia umana futura. Questo umanesimo è dentro lo stesso vecchio cervello del platonico filosofante; e preme da dentro per rompere la corteccia, o scioglierla, piuttosto, e riassorbirla nel cir- colo della sua vita. Poiché Vico non resterà di qua da Cartesio e da Bacone; anzi se li lascerà indietro; ma con quanta fatica, si sforzerà di procedere, e di dare intera la vita a quell’umanesimo che gli si agita dentro ! Né dalla contraddizione si libererà mai del tutto. Quando nel dicembre 1697 si bandisce il concorso per la cattedra di rettorica dell’universià, qual meraviglia che il nostro umanista, abituato a cercare il pensiero nelle parole, e nelle parole il pensiero, lettore assiduo di poeti e di filosofi, a intelligenza del suo diritto romano, vi slinscriva ? Il 31 gennaio 1699 è nominato professore di rettorica, alla cattedra di cui si dovrà contentare per tutta la vita. Ma qual meraviglia se il nuovo professore, dovendo per l’ ufficio suo recitare nell’annuale inaugura- zione degli studi un discorso d’occasione, trasformerà ogni volta l’ordinaria parenesi rettorica in una medita- zione filosofica ? II. I primi documenti diretti del pensiero filosofico del Vico (poiché finora abbiamo ragionato dei suoi primi studi vagliando i suoi ricordi, non anteriori al 1725), sono le sei orazioni inaugurali da lui scritte tra l’otto- bre 1699 e l'ottobre 1707: la prima e le ultime quattro II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 4I pubblicate da Antonio Galasso nel 1867 ! di sul mano- scritto, in cui l’autore, non avendole messe a stampa, le aveva raccolte e donate al suo amico p. Antonio da Palazzuolo; la seconda acefala, dal Villarosa nel 1823 ?, e quindi ristampata più volte nelle varie raccolte delle opere vichiane; ma dal Galasso integrata del principio che si desiderava. Questi scritti, per altro, da mezzo se- colo che sono venuti alla luce, non sono stati mai studiati con l’attenzione che meritano le prime manifestazioni di un pensiero così profondamente originale. Quando furono pubblicati, il Cantoni, che due anni prima aveva pubblicato sul Vico un’ampia monografia (dalla quale, a dir vero, non risulta perché l’autore giudicasse il filosofo napoletano degno di un così largo studio) 3, se trovò lode- vole l’opera del Galasso 4, non esitò a dire che queste orazioni «si aggirano intorno ai vantaggi del sapere e dello studio, e per verità, meno qualche considerazione qua e là, esse non escono dai luoghi comuni delle mille orazioni accademiche che si fecero sopra un tale argo- mento » 5. Roberto Flint, che è stato degli studiosi più accurati della filosofia vichiana, riconobbe che le prime tracce di questa son da cercare in queste orazioni, vedendo qual conto fosse da fare del giudizio che ne dà nella sua Vita lo stesso Vico; e fece di queste orazioni una succinta I Cinque orazioni latine inedite di G. B. V. pubbl. da un cod. ms. della Bibl. naz. [di Napoli] per cura di A. GaLasso, Napoli, Morano, 1869. Una nuova edizione è nel primo volume delle Opere, a cura di Giovanni Gentile e Fausto Nicolini, e a questa edizione mi riferisco in questo volume ove cito soltanto: Opere, I. 2 JoH. B. Vici, Opuscula, Neapoli, pp. 191-208. 3 V. le mie Orig. della filos. contemp. în Italia, 1%, pp. 280-85, e A. FacGI, Cantoni e Vico, nella Riv. filos., IX (1906), pp. 593 S8g8- 4 Il Galasso premise alle orazioni un lungo discorso col titolo Storia intima della Scienza Nuova; il quale gira molto largo, e non stringe mai da presso la questione del valore storico delle orazioni pubblicate. 5 C. CANTONI, recensione del vol. del Galasso nella Nuova Antologia del 1870, vol XIV, p. 392. 42 STUDI VICHIANI analisi !, additando alcuni concetti, che saranno ripresi e svolti nelle opere posteriori. Ma l’analisi merita di essere ripresa e guidata da un più pieno concetto storico dello svolgimento di tutto il pensiero vichiano. Soggetto della prima orazione è la dimostrazione della sentenza: Suam ipsius cognittonem ad omnem doctrina- rum orbem brevi absolvendum maximo cuique esse in- citamento; ossia che la conoscenza dello spirito contiene in sé i principii di tutto lo scibile, poiché nello spirito umano si contraggono tutte le forme del reale. Era stato un concetto eloquentemente svolto dal Pico nel De hkoma- nis dignitate, e anche altrove. Dio, secondo il Pico, creato il mondo e fatto Adamo, avrebbe detto a questo: « Nec certam sedem, nec propriam faciem, nec munus ullum peculiare tibi dedimus, o Adam, ut quam sedem, quam faciem, quae munera tute optaveris, ea, pro voto, pro tua sententia, habeas et possideas. Definita caeteris natura intra praescriptas a nobis leges coèrcetur; tu nullis angustiis coèr- citus, pro tuo arbitrio, in cuius manu te posui, tibi illam praefinies. Medium te mundi posui, ut circumspiceres inde commodius quicquid est in mundo. Nec te coelestem, neque terrenum, neque mortalem, neque immortalem fecimus, ut tur 1psius quasi arbitrarius honorariusque plastes et fictor, in quam malueris, tute formam effingas. Poteris in inferiora, quae sunt bruta, degenerare; poteris in superiora, quae sunt divina, ex tui animi sententia regenerari ». All’uomo perciò è dato habere quod optat, 1d esse quod velit. I bruti, da che nascono, portano seco quel che potranno mai possedere. Gli spiriti supremi (gli angeli) furono fin da principio, o poco dopo, ciò che saranno in eterno. Nascenti homini omnifaria semina et omnigenae vitae germina indidit Pater. I R. FLINT, Vico, pp. 50-58. Un breve cenno, proporzionato all’ in- dole del suo libro, ne ha fatto B. Croce, La filosofia di G. B. Vico, p. 2097; 28 ed., p. 329. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 43 A seconda di quello che ne avrà coltivato, ognuno crescerà e fruttificherà. «S7 vegetalia, planta fiet; si sensualia, obbrutescet; si rationalia, coeleste evadet animal; si intel- lectualia, angelus eritt et Dei filius. Et si, nulla creaturarum sorte contentus, in unitatis centrum suae se receperit, unus cum Deo spiritus factus, in solitaria Patris caligine, qui est super omnia constitutus, omnibus ante- stabit »*. E per questa sua onnifaria natura l’uomo si può dire possegga l’ immagine di Dio. Non la sua natura spirituale, intelligibile, invisibile e incorporea è il carattere privilegiato che fa ritrovare in lui un'immagine di Dio. La stessa natura è negli angeli, e più eccellente, e meno commista alla natura contraria. La proprietà, onde l’uomo si assomiglia a Dio, è questa, che «kominis sub- stantta omnium in se mnaturarum substantias et totius universitatis plenitudinem re ipsa complectitur ». Re ipsa: vale a dire, non in quanto le può pensare, ma in quanto può realizzarle. Con questa sola differenza tra Dio e l’uomo: che il primo contiene in sé tutto, come principio di tutto; 1l secondo contiene tutto, come medio tra tutti gli esseri, onde in lui tutti gli esseri inferiori si nobilitano e i su- periori degenerano ?. Ccen questo panteistico concetto dell’uomo, Vico ri- chiama il sacro detto che era scritto a lettere d’oro sul tempio di Apollo: Tvad. cexvtév: due parole piene di tanta verità, che dagli antichi, quantunque alcuni le at- tribuissero a Pitagora, molti a Talete, altri a Biante, altri a Chione, tutti, per consentimento generale, vere colonne dell’umana sapienza, si finì col toglierle a questi stessi sapientissimi uomini, e ascriverle per unanime con- senso all’oracolo pizio. Così parve meraviglioso che, tam pressa brevitate, questo motto potesse contenere tale ab- I Pico, Opera, Basilea, 1601, p. 208. 2 Cfr. Heptapl., V, 6, p. 27. 44 STUDI VICHIANI bondanza di significato profondo. Giacché questo motto non fu escogitato a reprimere la superbia umana, come pur si crede volgarmente, quasi inculcasse di considerare la scarsezza delle forze umane; anzi ad eccitare e incorare gli uomini a quanto v’ è di grande e di sublime, ricono- scendone loro la capacità. Difficile bensì questa piena cognizione di se medesimo. Difficile in ogni tempo: ma allora poi, a Napoli, difficilis- sima. Il Vico ricorderà nella sua Vita: che allora, negli anni estremi del sec. XVII, tra i suoi concittadini «ai quantunque dotti e grandi ingegni, perché si eran prima tutti e lungo tempo occupati in fisiche corpuscolari, in isperienze ed in macchine », le Meditazioni cartesiane riu- scivano astrusissime appunto per la difficoltà di «ritrar da’ sensi le menti per meditarvi; onde l'elogio di gran filosofo era: — Costui intende le Meditazioni di Renato ». Non fisiche corpuscolari, esperienze e macchine, ma la contemplazione del mondo intelligibile, in cui si sono eser- citati i platonici, occorreva per una metafisica come la cartesiana. E cartesiano egli, in quanto platonico, poteva sentirsi nel 1699 dicendo « magnus ingenti conatus est revo- care mentem a sensibus et a consuetudine cogitationem abdu- cere». In una dignità della Scienza Nuova (la LXIII) dirà che «la mente umana è inchinata naturalmente co’ sensi a vedersi fuori nel corpo, e con molta difficultà per mezzo della riflessione ad intendere se medesima ». L’ascenso, infatti, pei platonici è arduo, difficile, e di pochi. Quell’abducere a consuetudine cogitationem in- nesta bensì sul vecchio motivo platonico un elemento cartesiano, che è la critica del sapere ricevuto, della tra- dizione o della storia positiva. Ma il Vico non se n’'ac- corge, e insiste nel motivo platonico: « Af mentis actes, quae omnia invisit, se ipsam intuens, hebescit. Vel hoc 1 dutob., p. 25. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 45 ipso agnoscis animi iui divinitatem, eumque Dei Opt. Max. simulacrum esse animadvertis ». Par di riudire Pico. L’animo pel Vico è expressissimum simulacrum di Dio, per la medesima ragione per cui tutti i neoplatonici, da Plotino fino, si può dire, a Spinoza, concepiscono Dio come uno, non moltiplicabile per se stesso, e quindi tutto in tutto, e come Dio l’uno: ossia come sua emanazione, suo modo, ogni unità. «Ut enim Deus per ca, quae facta suni atque hac rerum universitate continentur, cognoscitur; ita et animus der rationem, qua dpraestat, per sagacitatem + et motum, per memoriam et ingenium divinus esse percipitur ». La mol- teplicità del mondo fa conoscere Dio, come la molteplicità delle operazioni psichiche fa conoscere l’anima. Ma, come il molteplice fa conoscere l’ Uno ? Ci sono due modi di passare dal molteplice all’ Uno: uno dei quali è quello di S. Tommaso (degli argomenti a posteriori dell'esi- stenza di Dio), per cui il molteplice è sostanzialmente differente dall’ Uno: e l’ Uno si può concepire perciò senza il molteplice, né questo contiene in sé quello; e l’altro è quello di Spinoza (dell'argomento 4 prior: o ontologico), per cui il molteplice non è pensabile senza l’ Uno, poiché solo l’ Uno è pensabile; ma 1’ Uno non si può pensare se non nell’ infinità dei suoi attributi (che ne costituiscono l'essenza). Il modo di Vico è questo di Spinoza, e non quello di Tommaso: è il panteista. « Ut enim Deus in mundo, ita animus in corpore est. Deus per mundi ele- menta, animus per membra corporis humani perfusus; uterque omni concretione secreti omnique corpore meri I È qui da confrontare questo luogo di Bruno: «Sagacitas facultas distinctiva et apprehensiva circa errores, qui a deceptoribus fabulosis et impostoribus ingerantur; et consistit in potentia partim indicativa, partim scrutativa, qua, sicut naribus odorem percipimus, ita ingenio sophistam et circumventorem »: G. BruNO, Lampas trig. stat., in Opera, III, 143. 4 40 STUDI VICHIANI purique agunt». L'uno e l’altro non si confondono (con- cretione secreti) con la materia, in cui agiscono. Onde Dio e l’anima senza il mondo e il corpo saranno, ma non si potranno conoscere. Per ea quae facta sunt cognoscuntur. Così, se Vico dice che mundus vivit quia Deus est; si mundus pereat, etiam Deus erit, e analogamente corpus sentit quia viget animus; si corpus occidat, animus tamen est immortalis, egli però premette: Deus semper actuosus, semper operosus animus; e così pareggia le partite, perché l’agire lega Dio al mondo e l’anima al corpo, e in generale l’ Uno al molteplice, o, nel linguaggio cartesiano, la so- stanza ali suoi attributi. Che è cartesianismo rigoroso, come coraggiosamente poi l’affermò Spinoza; ma è pure il neoplatonismo, assai più antico di Spinoza e di Cartesio. Par di leggere Giordano Bruno: « Er Deus in mundo, et in corpore animus ubique adest, nec usquam compre- henditur: Deus enim in aethere movet sydera, in aère i1n- torquet fulmina, in mari procellas ciet, in terra denique cuncta gignit [quindi anche i pensieri della mente e i decreti della volontà]; mec coelum, nec mare, nec tellus Dei circumscriptae sunt sedes: mens humana in aure audit, in oculo videt, in stomacho tirascitur, ridet 1n liene, in corde sapit, in cerebro intelligit, nec in ulla corporis parte habet finitum larem. Deus combplectitur et regit ommia, et extra Deum nihil est; animus, ut cum Sallustio loquar, ‘ rector humani generis, ipse agit atque habet cuncta, neque ipse habetur’ » 3. I Cfr. G. Bruno, De la causa, dial. II: «Se l’anima del mondo e forma universale [cioè la divinità] se dicono essere per tutto, non s’ in- tende corporalmente e dimensionalmente; perché tali non sono; e così non possono essere in parte alcuna; ma sono tutti per tutto spi- ritualmente. Come per esempio, anche rozzo, potreste imaginarvi una voce, la quale è tutta in una stanza, e in ogni parte di quella; perché da per tutto se intende tutta »: Opere ital., 12, 195. Cfr. anche pp. 183-4 e Opera lat., III, 41, 57. L'anima individuale in relazione col corpo ha la stessa individualità, perché sta all'anima del mondo come il modo alla sostanza spinoziana (v. GENTILE, G. Bruno e il pens. del 1I. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 47 Non ci vuole molto ad accorgersi che, per quanto, con tutti 1 neoplatonici da Plotino a Bruno, il Vico si sforzi di attenuare l’unità e identità di Dio e dell'anima, chia- mando questo simulacro di quello, o, come dirà altrove 1, riferendosi al concetto svolto in questa orazione, una specie di divinità, parlando soltanto, come qui fa, di una divina quaedam vis cogitandi (per definire la facoltà umana del pensiero), il rapporto in cui lo spirito umano è posto con Dio, è rapporto d’ identità, poiché alla distinzione di Deus e animus precede il concetto pan- teistico ficiniano: Deus omnia agit. Procedendo su questa strada, il Vico si trovò più d'una volta ad essere accusato delle conseguenze pericolose, a cui la sua filosofia poteva condurre. Il recensore del Giornale de’ letterati vide profondamente dentro il De antiquissima quando della sostanza vichiana, punto me- tafisico (tal quale il minimo di Bruno) inesteso e prin- cipio di estensione, notò che, convenendo cotesti concetti «altresì alle sostanze spirituali e pensanti, se ne po- trebbe dedurre che queste ancora sieno principio di esten- sione; il che per altro è un manifesto assurdo ». Non assurdo per Vico, che per l’appunto, emanatisticamente, superando il corpo formato, a cui s'arrestava per una falsa posizione la fisica corpuscolare, in- tendeva edurre la materia dallo spirito. — Il Vico rispose: «Queste difficultà, come quelle che fate dell’ immortalità dell’anima, dove par che premete la mano con ben sette argomenti, se non mi fusser fatte da voi, io giudicherei che andassero più altamente a penetrare in parte, la quale, quantunque si protegga e sostenga con la vita e col co- Rinascimento, p. 218 sgg.). Per Ficino, v. sopra p. 34, e cfr. Theol. plat., XV, 5 (I, p. 337): « Anima tota est in qualibet particula corporis ». Cfr. PLotINO, Enn.. VI, 4, 12; e anche A. StEUCO, De perenni philos. (1540), IX, 5; IX, 14; IX, 23. 1 Autob., P. 27. 48 STUDI VICHIANI stumi, pure s’offende con l’ istessa difesa » 1, E soggiunge, quasi per pura cortesia, un argomento, che schiva bensì l’assurdo, ma conferma l’ interpretazione monistica del- l'avversario; laddove quella ombrosa sensibilità religiosa, quel ricoverarsi sotto lo scudo della vita e dei costumi svelano che egli, come Bruno, assegnava la religione allo spirito pratico, sottraendo la ricerca speculativa ad ogni preoccupazione religiosa 2. La stessa contraddizione in- genua di Bruno innanzi ai suoi giudici veneti è in fondo al lamento, onde Vico nel 1720 si doleva oscuramente col p. Giacco di certe accuse religiose suscitategli contro dalla pubblicazione della Sinopsi del Diritto universale 3: « Le prime voci che in Napoli ho sentito contro da coloro che han voluto troppo in fretta accusarmi dal medesimo saggio che ne avea dato, erano tinte di una simulata pietà, che nel fondo nasconde una crudel voglia d’opprimermi con quelle arti, con le quali sempre han soluto gli ostinati delle antiche o piuttosto loro opinioni rovinare coloro che hanno fatto nuove discoverte nel mondo dei letterati». Onde non sai se per cerimonia o se per ingenua incapacità di apprezzare accuse di cotesto genere, si confortava dicendo al suo corrispondente: « Però il grande Iddio ha permesso per sua infinita bontà I Opere, I, 226-7, 266. ? Per Bruno, v. il mio G. Bruno, pp. 160 sgg. 3 Qualcuno a Napoli nel 1720 ricordava forse ancora qualche debo- lezza giovanile del Vico, in fatto di religione. Fausto Nicolini mi comunica in proposito: « Che il Vico attraversasse nella sua gioventù un periodo di cupo pessimismo, è cosa che gli Affetti di un disperato non potrebbero mostrare in modo più chiaro. Di più, ancora nel 1710, il Vico dirà (prologo del De antiquissima) che i suoi amici più cari erano Agostino Ariani, Nicola Galizia e Giacinto De Cristofaro. E proprio contro l’ultimo fu intentato nel 1687-1693 un clamorosissimo processo per ateismo dal Sant’ Ufficio: processo di cui discorre a lungo l’AMABILE nel suo libro sul Sant’ Ufficio a Napoli (ne aveva già parlato il GIANNONE) e del quale esiste anche uno spezzone inedito nella Biblioteca Nazionale (molte notizie complementari si trovano anche nei Giornali inediti del CONFUORTO e soprattutto nei carteggi ci- frati del nunzio pontificio a Napoli, serbati nella Vaticana). Dal pro- II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 49 che la religione istessa mi servisse di scudo, e che un padre Giacchi, primo lume del più severo e più santo ordine de’ religiosi, desse tal giudizio, per bontà sua, delle mie debolezze » !. Comunque, il suo pensiero viveva dentro questo mondo, in cui tutto è Dio; e questo suo pensiero egli stesso viveva con profondo sentimento, che ricollega nella storia del no- stro pensiero, direttamente, Vico a Bruno, suo forse igno- rato precursore; ed è da entrambi chiamato, con termine neoplatoneggiante, mente eroica, o spirito eroico ? cesso e dagli atti sussidiari appare che il De Cristofaro faceva gran propaganda e che affetta da lebbra epicureo-lucreziana-atomistica-atei- stica fosse parte della gioventù studiosa napoletana (compreso il Ga- lizia). Finora il nome del Vico non è venuto fuori (disgraziatamente molti nomi nel processo sono indicati con segni convenzionali). Ma, tenuto conto di tutte le circostanze, non sarebbe illegittimo conget- turare che anche lui, come tanti giovani suoi coetanei, avesse una pa- rentesi ateistica o semiateistica. E si consideri poi una coincidenza per lo meno curiosa. Nel Diritto Universale e anche nelle due Scienze Nuove il Vico pone ripetutamente l’equazione « filii Dei o filii Jovis = eroi, nobili ». Orbene quest’equazione appunto era addebitata nel 1693, come un forte capo di accusa, al De Cristofaro e agli altri coaccusati, i quali, al dir dei denunzianti, ne cavavano la conseguenza che l’attributo di « filius Dei» dato a Cristo volesse dire, non già che egli fosse davvero figlio di Dio, ma, alla stessa guisa degli eroi dell’antichità pagana, che fosse soltanto un uomo illustre ». Ma lo stesso Nicolini non crede di esser giunto sopra questa materia a conclusioni definitive. I Autob., p. 143. 2 V. lett. del 25 nov. 1725, in Autob., p. 175. Che Vico abbia potuto leggere qualcuno degli scritti del B. è reso probabile dal fatto che questi, a tempo del Vico, dovevano essere familiari tra gli amici stessi del Vico. Che Tommaso Cornelio ne avesse letto qualcuno lo dimo- strano i suoi Proginnasmi. Ma quel Giuseppe Valletta, nella cui biblio- teca, come abbiamo visto (p. 32), Vico poté leggere Campanella, aveva pure il De l’ infinito universo e mondi del Nolano. In un suo libro co- minciato a stampate ma rimasto incompiuto (conservato tra i Mss. della Bibl. Naz. di Napoli, colla segn. 149 Q. 26) Sul procedimento del Sant’ Uffizio, pp. LKXXIHI e LXxXII, s'incontra la seguente citazione im- portantissima per la storia della fortuna che ebbero le opere del Bruno: «Il p. Cantini, non sapendo, o fingendo di non sapere ciò che disse Sant'Agostino nel libro VII della Città di Dio: Mundus unus est, et in eo uno omnia sunt, e nel Sermone XII sulle parole dell’Apostolo: Unum mundum condidisti, ed egualmente nel cap. X del libro 3 Contro gli Accademici, si pose egli ad esplicare la probabilità di sì fatta sentenza », e «audacemente dice.... che noi non dobbiamo condannare il parere 50 STUDI VICHIANI In questo suo mondo il Vico potrà trovare il prin- cipio della Scienza Nuova (il concetto della provvidenza realizzantesi nella storia). In questa prima fase del suo filosofare egli ha in mente, ma non vede, l’unità del di- vino e dell'umano; e però parla di simulacro, come Pico della Mirandola. Non la vede, perché non ha ancora viva coscienza della realtà umana; e la sua realtà vera è an- di altri filosofi intorno alla pluralità de’ Mondi, quasi ripugnante alle Sacre lettere, perché, se alcun s’applicasse, dic’egli, a considerar la cosa più da presso e più naturalmente, inveniet cam certe multum habere probabilitatis. Il che reca non poco di meraviglia in un uomo di tanta autorità quanto egli certamente si era; e potrebbe, se non altro, dar luogo alla calunnia, di dire che egli abbia per avventura approvato la dottrina di Giordano Bruno; la quale avesse piaciuto al Cielo, che fosse rimasta affatto incenerita nelle giustissime fiamme, in cui arse l’autore e non vivesse ancora nel suo abbominevole libro scritto della plura- lità di Mondi. Questo, con idea non più intesa, disotterrando le più stravaganti opinioni, già sepolte de’ Greci, de’ Caldei e degli Egizi, fece un nuovo ed inudito sistema; dove a pruova risplende l’umano ardimento e la libertà non meno di pensar tutto ciò, che è possibile, che di scrivere tutto ciò che può pensarsi. Nî/ mortalibus arduum, coelum ipsum petitur stultitié. Giace, dice egli, nel mezzo del nostro Mondo immobile il Sole; e la Terra con perpetue vertigini intorno a quello s’aggira: come in un Madrialetto, posto nel terzo dialogo: Quanto nel Cielo, e sotto il Ciel si mira, Non sta, si volge, e gira. Né di ciò contento, vuole che ogni pianeta sia una terra, e ciascuna stella sia un altro sole; e che detti pianeti non siano quei pochi, che noì osserviamo, nettampoco le stelle: ma infiniti ed innumerabili, e quelli e queste sparse nello spazio infinito dell’ Universo; che, es- sendo com'’ei dice, immagine dell’ Onnipotenza infinita, non dee ricono- scere termine alcuno. E non bastando questo alla vastità della sua im- maginazione, s'avanza a dire che tutti questi infiniti Mondi sono abi- tati da sostanze diverse e forse migliori della nostra: e che l’ intermi- nata ampiezza dell’ Universo sia assistita e governata da un'anima universale, non meno che ciascuno Mondo dalla sua particolare. Alla fine questo scellerato, prevedendo gli effetti della sua disperata libertà, così, dopo apportati gli argomenti per la sua opinione, traboccando d’una in altra empietà, fa parlare nel primo dialogo a I'iloteo: Questi, se non sono semplici, sono demostrativi sillogismi, tuttavolta che da alcuni degniì Teologi non se admettano; perché provvidamente considerando, sanno che gli rozzi popoli ed ignoranti, con questa necessità vegnono a non posser concipere come possa star la elettione, e dignità, e meriti di giusticia: onde, confidati o desperati sotto certo fato, sono necessariamente scelleratis- simi. Come talvolta certi correttori di leggi, fede e religione, volendo parere II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA SI cora per lui, come per i platonici, quella che fa Dio: la natura, la stessa natura di Ficino, di Bruno e di Spinoza. E rispetto a questa natura, l’uomo non è den- tro, ma fuori della realtà divina; e può solo intuirla ri- salendo all’ Uno, cioè come operazione non propria, ma di questo Uno (che è il dommatismo spinoziano). Qui si ferma Vico, restando innanzi al dualismo, e quindi allo scetticismo, che corrode alla radice la metafisica del De antiquissima. Concludendo, nella Orazione del 1699, il confronto tra Dio e lo spirito umano, il Vico dice: « Tandem Deus na- turae artifex; animus artium, fas sit dicere, Deus » 1. For- mola che coincide a capello con quella del Ficino, e anticipa la gnoseologia del De antiquissima. C'è l’unità e c' è l'opposizione: l’unità nelle arti (mondo delle nazioni, si dirà nella Scienza Nuova), dove, se è vero, come Vico ha detto, che Dio en terra cuncta gignit, lo spirito non crea se non in quanto è esso stesso Dio (senza metafora); l'opposizione nella natura, dove Dio crea, e l’uomo guarda da fuori. Da questo punto di partenza Vico potrà giungere alla Scienza Nuova, ma non potrà mai superare la posizione del De antiquissima; perché quella natura, di cui la me- tafisica può avere un’ intuizione indimostrabile, essendo fuori dello spirito, non potrà mai risolversi nello spirito *. savii, hanno infettato tanti popoli, facendoli dovenir più barbari e scelle- rati che non eran prima, dispregiatori del ben fare, ed assicuratissimi ad ogni vizio e ribalderia, per le conclusioni che tirano da simili premisse. Però non tanto il contrario dire appresso gli sapienti è scandaloso, e detrae alla grandezza ed eccellenza divina, quanto quel che è vero, è pernicioso alla civile conversazione e contrario al fine delle leggi, non per esser vero, ma per esser male inteso, tanto per quei che malignamente il trattano, quanto per quei che non son capaci de intenderlo, senza jattura de’ costumi ». (Cfr. BRUNO, Opere ital. ed. Gentile, 1%, pp. 339 € 301). Su codesto scritto del Valletta, e l'occasione a cui si riferisce, v. AMABILE, Il Sant Offizio, II, 64. I Opere, I, 8. 2 Accenno alla tesi dello Spaventa circa il concetto della meta- fisica della mente, di cui la Scienza Nuova dimostrerebbe per lo meno 52 STUDI VICHIANI L'avrebbe superata, se avesse potuto cangiare il suo mondo, e non essere insomma il Vico neoplatonico, ri- portante tutto a Dio e mirante quindi la natura come parallela allo spirito nelle manifestazioni di Dio, per concepire non più questa dualità di natura e artes, ma una natura essa stessa ars di quel Dio che è animus; e ridurre insomma tutto ad ars. Elementi corrosivi dell’oggettività platonicamente tra- scendente del reale, che si organizzeranno alla meglio a poco a poco per la laboriosa meditazione del mondo umano del diritto e in generale della storia, nella Scienza Nuova, ce ne sono, e di grandissima importanza, già in questa Orazione del 1699. Poiché fin da questo scritto il nostro filosofo ha un acuto intuito dell’attività creatrice dello spirito. La fantasia, nello stesso senso della Scienza Nuova, autrice di un suo mondo pieno e perfetto, contem- plato dalla sapienza poetica, fa qui la sua prima appari- zione: « Vis vero illa rerum imagines conformandi, quae dicitur ‘ phantasia ‘, dum novas formas gignit et procreat, divinitatem profecto originis asserit et confirmat. Haec finxit maiorum minorumque gentium deos; haec finxit he- roas; haec rerum formas modo vertit, modo componit, modo secernit; haec res maxime remotissimas ad oculos pontt....». Né questa facoltà di creare gli dèi è assegnata inci- dentalmente alla fantasia. Quel luogo d’oro di Giamblico nel De mysteriis Aegyptiorum, che sarà ricordato nella Scienza Nuova a riprova della teoria dei caratteri poetici (dign. XLIV), che cioè gli Egizi tutti 1 ritrovati ——_— —_——_—_____r_r——-@y666 l'esigenza; e sono d’accordo col Croce (La filos. di G. B. Vico, p. 137; 2% ed. p. 141), nel ritenere che non si possa parlare di unificazione di natura e spirito in Vico: il quale s’arrestò, e doveva arrestarsi, alla dualità degli attributi. Ma è vero che se egli non sa svolgere l’esigenza implicita nella posizione della S. N., e deve mantenere la metafisica del De ant., cotesta esigenza, che noi vediamo nella sua mente, è tale da distruggere la posizione del De ant. Per la sua esigenza, Vico va al di là di Spinoza e di Leibniz, ed è kantiano prima di Kant. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 53 utili alla vita umana attribuissero a Mercurio Trimegisto, doveva esser noto al Vico fin da quando scriveva nel ’99: Quid vero illa, quae aut singularem utilitatem, aut summam admirationem hominibus voluptatemve attulerunt, nonne ethnici homines, suimet ipsorum ignari, sive ad deos quosdam retulerunt, sive deorum dona esse existimarunt? Leges, quod iis vitae societas conservetur, « deorum donum » Demosthenes dixit; at eae donum humani animi vestrum similis fuit. Socrates moralem philoso- phiam de coelo dictus est devocasse; at is potius animum in coelum intulit. Medicinam Graecia ad Apollinem retulit, elo- quentiam ad Mercurium; at ii homines, ut quivis vestrum fuere. Orphei lyra, Argus navis, inter sidera invecta, vestras hominum mentes luculento testimonio caelestes esse confirmant. Et, ut hanc rem omnem brevi complectar, dii omnes, quos ob aliquod beneficium in hominum societatem collatum coelo appinxit antiquitas, vos estis. Razionalismo evemeristico, che si fonde nel pensiero fondamentale dell’animus artium deus (poiché leggi, filo- sofia morale, medicina, eloquenza, musica e poesia son tutte arti); e dà alla fantasia creatrice degli dèi, propria degli uomini suimet ipsorum ignari, un posto nella me- tafisica generale del nostro pensatore. Che poi la fantasia creatrice di questi, come dirà più tardi il Vico, caratteri poetici o ritratti ideali, che sono gli dèi degli antichi, non sia pur fatta creatrice di tutti gli dèi, antichi o mo- derni — poiché anche la religione è un’ars — non vor- rebbe dir nulla, se il Vico avesse la forza di rovesciare il suo mondo sulla propria base, per fondarlo sullo spi- rito: allora la sua fantasia, il suo spirito diverrebbe crea- tore davvero del cielo e della terra. Per esser tale, infatti, non avrebbe bisogno di saperlo; anzi non dovrebbe sa- perlo: suimet ipsius ignarus. Vico, interrogato, a rigore non potrebbe non negare. Questa è, e rimarrà, una pura esigenza del suo pensiero: non far creare misteriosamente l'uomo da Dio, ma, razionalmente, Dio dall’uomo. 54 STUDI VICHIANI Certo, da queste prime formule del suo pensiero fino alle dignità più solide e definitive di esso, sta per Vico che «gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avver- tiscono con animo perturbato e commosso, finalmente ri- flettono con mente pura» (dign. LIII); e in generale, come per Schelling, prima è il fare e poi il sapere di aver fatto; verum ipsum fecisse (prima aver fatto); e la Scienza Nuova può essere una dimostrazione di fatto storico della Provvidenza, « perché dee essere una storia degli ordini, che quella, senza verun umano scorgimento o consiglio, e sovente contro essi proponimenti degli uomini, ha dato a questa gran città del genere umano » ®. È dunque stretta dottrina del Vico, che la piena coscienza del suo pen- siero non può esser nel suo pensiero, ma solo nella ri- flessione posteriore. Né la fantasia crea soltanto le religioni. Crea le lin- gue, con sorprendente rapidità; sì che a due anni, al più a tre, si sanno omnia verba et res quibus communis vitae usus continentur; che se si volesse redigerne un vocabo- lario, vi occorrerebbero di gran volumi. Così ognuno di noi ha in sé una filosofia, tutto lo scibile: e non lo sa. Basta attendervi. L’ innatismo platonico si colorisce di immagini stoiche, dove Vico esorta ad eccitare 2/as nobis tot rerum atque tantarum a prima veritate insitas et quasi consignatas notiones, quae in animo, tanquam igniculi sepulti, occluduntur; et magnum cunctae eruditionis in- cendium excitabimus. Ricorda poi la storia del Menone platonico, dove lo schiavo ignaro di geometria, accorta- mente interrogato, si palesa geometra. Vobiscum sunt, vobiscum scientiae omnes, adolescentes, si vosmet 1sos recte novenitis, fortunatissimi. Questo innatismo è un modo della inconsapevolezza originaria dell’anima, quale va concepita nella dottrina I S. N., p. 184. IT. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 55 neoplatonica del descenso in contrapposto all’ascenso. Lo spirito umano è, in quanto è ignaro dei tesori celati nel suo grembo !. Ne acquista coscienza con la volontà, come richiede il platonismo, dall’&owg del Convito al- l'amor Dei intellectualis dell’ Ethica. «O insignem desi- diosorum ignominiam, eos sapientes non esse! Cur? quia noluerint; quando ut sapientes simus, id voluntate ma- xime constat ». E a persuadere che questo tesoro è già nel- l'animo, e che basta quindi volere, che cioè veramente lo spirito non possiede soltanto quello che sa di possedere, come Leibniz nei Nuovi Saggi anche il Vico scende al- l'osservazione di quelle che il filosofo di Lipsia dirà pic- cole percezioni. Quivis vestrum cottidie tabulas pictas in- tuetur, sed innumera non videt quae pictores observant; cottidie symphonias et cantus audit, sed quam multa eum fugiunt, quae exaudiunt in eo genere exercitatt ! Non vi manca altro, conchiude Vico, che l’arte del vedere e dell’udire. Che più ? La stessa filosofia non è se non una sco- perta, che chi vuole fa dentro di sé, di un mondo che reca in se stesso, anche se non vi rifletta mai su. A dimostra- zione di ciò, neoplatonicamente, Vico esemplifica ai suoi uditori il processo filosofico come un itinerario della mente a Dio: a sui ad Dei cognitionem ascensto. Ma l’esposi- zione di questo processo riesce affatto nuova e sorpren- dente a chi, familiare col Vico delle opere da lui pub- blicate, legga per la prima volta queste orazioni che egli, maturata la sua filosofia, rifiutò. L’acerbo critico di Car- tesio qui ci apparisce cartesiano. Vediamo. Etsi de omnibus omnino rebus mens humana haereat dubi- tetque, nullo usquam pacto ambigere potest quod cogitet, nam id ipsum ambigere cogitatio est. Cum itaque nequeat se non I Vedi innanzi, pp. 60-62. 50 STUDI VICHIANI cogitationis consciam agnoscere, ab ea cogitandi conscientia conficit primum, quod sit res quaedam; nam, si nihil esset, qui cogitaret ? Questo è il cogito ergo sum cartesiano, se anche non esposto con tutta la precisione desiderabile (poiché con quel nam sî nihil esset la verità della proposizione cessa di essere quella res per se nota simplici mentis intuitu che Cartesio voleva). Ma Vico prosegue: Deinde sibi infinitae cuiusdam rei notionem esse insitam sensit; tum adsumit tantundem in caussa esse oportere quantum in re est, quae ab ea caussa producatur: hinc denuo colligit, eam infini- tae rei notionem a re, quae sit infinita, provenire. Heic se finitum et imperfectum agnoscit: itaque infert eam notionem sibi ab infinita quadam re, cuius ipse aliqua sit particula, obortam esse. Hoc explicato, adsumit: — Quod infinitum est, in se continet omnia, nec a se quicquam excludit. — Hinc rursus complectitur eam notionem sibi esse a natura omnium perfectissima ingenitam. Proponit iterum: — Quod perfectissimum est, id omnibus est erfectionibus cumulatum. — Colligit denuo: — Itaque ab eo nulla secreta est. — Ad haec assumit: — Perfectio est quid esse. — Tandem denique concludit: — Est igitur Deus. Cumque Deus sit omnia, est omni pietate dignus !. È, come ognun vede, uno stringato estratto dalla terza Meditazione cartesiana. Se non che, in qual modo si deve intendere questo cartesianismo della prima fase della filo- sofia di Vico ? L’anticartesianismo è la sola norma legit- tima della sua interpetrazione. Nel De antiquissima e nella polemica col Giornale de’ letterati egli svolgerà una critica della certezza cartesiana, che ha due momenti in- separabili. I) La certezza del cogito è coscienza, nonscienza. Scire est tenere genus seu formam, quo res fiat; conscientia autem est eorum, quorum genus seu formam demonstrare I Opere, I. Ir. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 57 non possumus!. O altrimenti: la scienza è aver cogni- zione di quella causa che per produrre l’ef- fetto non ha bisogno di cosa fore- stiera?: onde «il criterio di avere scienza di una cosa è il mandarla ad effetto; e che il pruovare della causa sia il farla; e questo essere assolutamente vero, perché sì con- verte col fatto, e la cognizione di esso e la operazione è una cosa istessa »3. Il Vico avverte che egli non rifiuta perciò «l’analisi con la quale il Cartesio perviene al suo primo vero ». Sarebbe cioè ancora disposto a farla sua, come nella Orazione del 1699. «Io l’appruovo e l’ap- pruovo tanto, che dico anche i Sosi di Plauto, posti in dubbio di ogni cosa da Mercurio, come da un genio fal- lace, acquetarsi a quello sed quom cogito, equidem sum. Ma dico che quel cogito è segno indubbitato del mio essere; ma, non essendo cagion del mio essere, non m'’ in- duce scienza dell’essere » 4. 2) Il vero processo per Vico è quest'altro: Quid in me cogitat; ergo est: in cogitatione autem nullam corporis ideam agnosco; id igitur quod in me cogitat, est purissima mens, nempe Deus. Perciò egli, approvando l’analisi car- tesiana, può illustrare il significato del cogito, dicendo che questo cogito non è ‘causa, ma signum dell’ esse: «Nisi forte mens humana ita sit comparata, ut cum ex rebus, de quibus omnino dubitare non possit, ad Dei Opt. Max. cognitionem pervenerit, postquam eum morit, falsa agnoscat vel ca, quae omnino habebat indubia. Ac proinde ex genere omnes îdeae de rebus creatis prae idea summi Numinis quodammodo falsae sint, quia de rebus sunt, quae ad Deum relatae non esse ex vero videntur: de uno I Opere, I, 139. 2 Prima risp., II e III in fine; Sec. risp., $ IV. 3 Sec. risp., $ IV: Opere, I, 258. 4 Prima risp., II; cfr. De ant., c. I, $ 3. 58 | STUDI VICHIANI autem Deo idea vera sit, quia is unus ex vero est » 1. E però Vico rimprovera al Malebranche, che pur platoneggiava, di non essersi accorto che la mente umana può ricavare la cognizione, non pure del corpo, ma di se medesima, soltanto da Dio; ita ut nec se quoque cognoscat, nisi in Deo se cognoscat. È così, completando il processo già esposto: « Mens cogitando se exhibet: Deus in me cogitat: in Deo igitur meam ipsius mentem cognosco ». Sicché la critica vichiana, se si guarda nel suo primo momento, ha un significato; nel suo complesso ne ha un altro. A Vico sfugge interamente il valore del cogito cartesiano, perché lo vede sempre in quel mondo, in cui non è centro il pensiero come pensare (ego cogito), ma il pensiero come pensato: l’ Idea, l’ Uno, il Dio platonico e neo-platonico. Il cogito non può essere la causa dell’esse (cogitansì, — come pure evidentemente è per chi attri- buisce al cogito il valore e l'autonomia che gli spetta, — perché Vico non vuol dimenticare (e Car- tesio stesso, per altro lo dimentica fino a un certo punto) quello che ha appreso dalla vecchia filosofia: che l’esse, lo stesso esse cogitans, non è causa sui, non è sostanza, ma res creata, la quale perciò non ha in sé nessuna verità, e va riportata alla sua causa, che è la sua sostanza. Il punto di vista vichiano contro Cartesio è panteistico e antispirituale, precisamente come quello di Spinoza ?, che, persuaso, da buon neoplatonico, che ad essentiam hominis non pertinet esse substantiae, opponeva la stessa critica a Cartesio: vulgus philosophicum incipere a crea- turis, Cartesium incepisse a mente, se incipere a Deo 3. Cotesto punto di vista il Vico non sorpassò mai; e in I De ant., c. VI; in Opere, I, 173-4. ? V. Epist. 2; la pref. del MEyER ai Princ. philos. Cartes., e Eth., II, prop. X, sch. 2. 3 Tschirnhaus a Leibniz, in L. STEIN, Leibniz u. Spinoza, Ber- lin, 1890, p. 283. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICIIIANA 59 certe aggiunte, poi rifiutate, che faceva nel 1731 alla Scienza Nuova *, ripeteva con leggiere varianti, la stessa critica, sul principio che «gli addottrinati non debbono ammettere alcun vero in metafisica che non cominci dal vero ente, ch’ è Dio ». Ricorda quivi e critica anche Spi- noza, sforzandosi (con argomenti che dovevano contentar poco lui stesso, e più tardi infatti vi rinunziò) di dimo- strare una reale distinzione tra il mio essere e il vero Essere. La questione già gli si era presentata nel De antiquis- sima; quando arditamente asseriva: 1n Deo meam 1ipsius mentem cognosco; facendo Dio omnium motuum sive cor- porum sive animorum primus Auctor. Gli s'era affacciata negli stessi termini che a Plotino e a tutti quelli che s’eran messi sulle tracce di lui, finché Spinoza non trasse col coraggio del genio filosofico la conseguenza necessaria, che sola poteva chiarire il gran difetto di quel primus Auctor. — Unde mala? — Vico sente tutta la difficoltà: «sed heic illae syrtes, illi scopuli. Quonam pacto Deus mentis humanae motor, et tot prava, tot foeda, tot falsa, tot vicia ? ». Cartesio che, appena raggiunta la sola realtà certa del pensiero, la smarrisce ricascando nel platonismo della cognizione intellettuale, che è passiva intuizione delle idee oggettive, spiega del pari platonicamente l'errore con la volontà: che non si sa poi perché non debba essere della stessa passività dell’ intelletto, se la sua libertà non importa altro che la possibilità del- l'errore. La soluzione del Vico è più profonda. Nessuno, come insegna il Vangelo di Giovanni, può andare al Padre, misi Pater idem traxerit. E la volontà ? Quomodo trahit, st volentem trahit? Vico aveva accettato e accetta la dottrina agostiniana come la più conforme alla so- I Pubblicate per la prima volta nell’ed. Nicolini, pp. 242-3, ma da lui anticipate nella Critica, VIII (1910), p. 479. 60 STUDI VICHIANI stanza (necessità) della volontà divina, e alla libertà della nostra; mantiene cioè l’azione divina, e la volontà umana; o meglio quella in questa. Giacché, spinozianamente, egli nega l’assolutezza del male, nega il finito come finito, che non sia modo dell’ infinito. Questo luogo del De anti- quissima non è stato mai ben considerato, ma è di grande importanza per l’ intelligenza del pensiero vichiano: Hinc fit quod in ipsis erroribus Deum aspectu non amittimus nostro: nam falsum sub veri specie, mala sub bonorum simulacris amplectimur: finita videmus, nos finitos sentimus; sed id ipsum est, quod infinitum cogitamus: motus a corporibus excitari, a corporibus communicari nobis videre vide- mur; sed eae ipsae motus excitationes, eae ipsae communicationes Deum, et Deum mentem, motus authorem asserunt et confir- mant; prava ut recta, multa ut unum, alia ut idem, inquieta ut quieta cernimus !. Nel De antiquissima quindi conchiude tornando a dire ambiguamente: «Sed cum neque rectum, neque unum, neque idem, neque quietum sit in natura; falli în his rebus nihil aliud est, nisi homines vel imprudentes vel falsos de creatis rebus in ipsis imitamentis Deum Opi. Max. intueri »; come se realmente l’ intelligibilità da lui ve- duta nel molteplice non fosse l’uno, e nel movimento la quiete, e così via. Ma il fiore sboccerà nella Scienza Nuova: dove i bestioni diverranno la prima forma necessaria dello spirito divino nel corso dell’umanità: e la grazia agostiniana diventerà quindi assoluta immanenza. Ma torniamo al cartesianismo vichiano del 1699. È chiaro ormai ch’esso è tutto un cartesianismo platonico, e come dire, capovolto. Tutti i mistici medievali, da Agostino in poi, movendo da Plotino, rientrano în ?1nte- riore homine, per risalire quindi sopra la mente a Dio. E Vico aveva ragione di dire che quel che c’era di nuovo I De ant., c. VI: Opere, I, 174; cfr. Opere2, ed. Ferrari, III, 209-10 II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 6I per lui, in Cartesio, era falso, e il vero era vecchio: non cartesianismo, ma platonismo. Ecco qui che cosa aveva egli letto, per esempio, nella Teologia platonica del Ficino *: Neque audiendi sunt sceptici, si negaverint in animis nostris esse veritatem, quia videantur de singulis dubitare. Non enim de omnibus dubitat animus, ut apparuit in omnibus necessariis veritatibus quas narravimus, et similibus. Hoc mihi candidum videri scio. Hoc mihi iucunde olere scio. Hoc dulciter gustum attingere scio. Quis nesciat summum bonum esse, quo nihil prae- stantius ? Et esse vel in homine, vel extra hominem, et si in ho- mine, vel in animo, vel in corpore, vel in utroque ? Quis non certo sciat Deum esse, vel non esse ? et si sit, oportere unum esse, vel plures, et si plures, aut finitos numero, aut infinitos ? opor- tere Deum esse corporeum, vel incorporeum, ac si non sit corporeus, esse necessario incorporeum ? [Fin qui è benissimo espresso il carattere della vecchia metafisica scrollata dal cogito cartesiano: tutta concetti senza realtà, 0, se sì vuole, tutta verità senza certezza). Item regulas multas astrologiae et medicinae certas esse declarat effectus [che è, si badi, il concetto dell'esperimento, non baconiano, dunque, ma ficiniano di Vico]*, ut arithmeticas et geometricas praetermittam, quibus nihil est certius [che è pure la dottrina vichiana) 3. Et quod maius est, si quando animus de re aliqua dubitat, tunc etiam de multis est certus. Nam se tunc dubitare non dubitat. ‘Acsi certum habet se esse dubitantem, a veritate certa id habet certum. Quippe qui se dubitantem in- telligit, verum intelligit, et de hac re quam intelligit, certus est, de vero igitur est certus. Atque omnis qui utrum sit veritas dubi- tat, in seipso habet verum, unde non dubitet. Nec ullum verum nisi veritate verum est. Nonigitur oportet I Lib. XI, c. 7; ed. cit. I, p. 263. 2 Cfr. De ant., c. I, $ 2: Opere, I, 136: «In physica ea meditata probantur, quorum simile quid operemur: et ideo praeclarissima ha- bentur de rebus naturalibus cogitata, et summa omnium consensione excipiuntur, si iis experimenta apponamus, quibus quid naturae si- mile faciamus ». 3 Cfr. sopra pp. 30-31, e ancora Theol. plat., VIII, 2 (I, p. 185) e 4 (p. 189), dove il Ficino chiarisce il carattere soggettivo o mentale delle realtà matematiche. 5 62 STUDI VICHIANI eum de veritate dubitare, qui potuit undecumque dubitare, ut Augustinus inquit, praesertim cum non modo se dubitare intel- ligat, sed quod hoc intelligit animadvertat, et quod animadvertit agnoscat, ac deinceps in infinitum. Discernit praeterea dubium animum ab indubio. Nec eum latet quanto satius foret non du- bitare, et quam ardenter cupiat veritatem. Certitudinem cum dubio comparat, quo fit ut de utrisque sit certus. Est insuper certus se investigare, sentire, vivere, esse. Siquidem nihil dubitat qui non est, vivit, sentit, et investigat. Certus quoque est se non esse primam veritatem, quippe cum ipsa per se non dubitet. Scit eam dubitatione et errore non implicare Qui il cartesianismo di Vico c’ è tutto; ma a suo posto: la verità trovata dalla mente, in se stessa, è atto della verità che trascende la mente, e si celebra in un’altra mente, la quale agisce in noi. Giacché in questa assenza della mente nostra a se medesima, o in questa passività della mente, in quanto mente infinita, si fonda neopla- tonicamente il concetto della inconsapevolezza originaria dello spirito come fantasia, quale si vede, per la prima volta, nella nostra Orazione. Il legame intimo dei due concetti è chiaro appunto in Ficino, e mi permetto di riportare ancora un lungo passo di lui per l’ interesse che ha qui il chiarimento di questo punto: Mens autem, quae supra nos est, quia purus intellectus est, puro intelligibili pascitur, id est pura fruitur veritate. Eadem nostra mens assidue vescitur, si epulis superioris mentis accumbit. Nec iniuria intelligentiam in anima essentialem perpetuamque locamus, quia ex eo est in anima, quod convenit cum perpetuis eius essentiae causis. Et sicut animae ingenitus est appetitus boni perpetuus atque essentialis, ita et ipsius veri naturalis essen- tialisque intuitus, sive tactus aliquis potius, ut Iamblici verbis utar. Tactus, inquam, omni cognitione discursuque prior atque praestantior 1. Eiusmodi sententiam hac insuper ratione divinus ! Cfr. il celebre luogo del CAMPANELLA, Metaph. I, proem.: « A Deo errantes per fiagella reducti sumus ad viam salutis et cognitio- II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 63 Iamblicus confirmavit, quod quemadmodum temporalia con- tingentiaque per temporalem contingentemque cognitionem attin- gimus, ita oportet necessaria et aeterna per essentialem et per- petuam attingere notionem, quae non aliter inquisitionem nostram antecedit, quam status motum. Temporalis vero cognitio ita inquisitionem sequitur, ut contingens effectus motum sequitur ac ‘tempus. Putant autem divinum ipsum mentis actum, qui quodam intuitu et quasi tactu divinorum fit, propter actiones inferiores non intermitti quidem in seipso, quamvis quod animad- versionem pertinet, in viribus inferioribus intermittatur, atque actus intellectus rationalis, vel rationis intellectualis, qui di- scursione fiunt, propter operationes inferiores soleant intermitti, atque e converso. Verum cur non animadvertimus tam mirabile nostrae illius divinae mentis spectaculum ? Forsitan quia propter continuam spectandi consuetudinem admirari et animadvertere desuevimus. Aut quia mediae vires animae, videlicet ratio et phantasia, cum sint ut plurimum ad negotia vitae procliviores, mentis illius opera non clare persentiunt, sicut quando oculus praesens aliquid aspicit, phantasia tamen, in aliis occupata, quod oculus videat non agnoscit. Sed, quando mediae vires agunt ocium, defluunt in eas intellectualis speculationis illius scintillae velut in speculum. Unde et vera ratiocinatio nascitur ex intelligentia vera, et humana intelligentia ex divina. Neque mirum est aliquid in mente illa fieri quod nequaquam persentiamus. Nihil enim animadvertimus nisi quod in medias transit vires. Ideo licet saepe vis concupiscendi esuriat atque sitiat, non prius tamen hoc animadvertimus quam in phantasiam transeat talis passionis intentio. Nonne nutriendi virtus assidue agit ? Assiduam tamen actionem eius haudquaquam perpendimus, itaque neque perpe- tuam mentis intelligentiam. Neque ex hoc est intelligentia illa debilior, quod intelligere nequaquam nos agnoscamus; imo est potius vehementior. Saepe enim dum canimus aut currimus, canere nos aut currere nequaquam excogitamus, atque ex hoc attentius operamur. Animadversio enim actionis intentionem distrahit animae, ac minuit actionem. Tyrones in qualibet arte opera eius artis sine attentione non agunt, veterani autem, etiam nem divinorum, non per syllogismum, qui est quasi sagitta qua sco- pum attingimus a longe absque gustu, neque modo per authoritatem, quod est tangere quasi per manum alienam, sed per tactum intrinsecum in magna suavitate ». 64 STUDI VICHIANI si non attendant, habitu quodam et quasi natura operantur. Quid prohibet talem esse continuam mentis intelligentiam ? !. Intuizione, che da Bruno? fino a Schelling, Schopen- hauer e Hartmann avrà grande fortuna, finché non si saprà scorgere la potenza creatrice dello spirito, e però l’unità di queste che Ficino dice mens e ratio. Anche per Vico, da principio, la cognizione originaria, la vera co- gnizione, base d'ogni riflessione, è questo tesoro non nostro, e quest’asinità, come l’aveva detto Bruno, che sarà essere, o sostanza, ma non è pensiero; onde l'asino, per dirla ancora con Bruno, solo se è predestinato, può arrivare alla Gerusalemme della beatitudine e visione aperta della verità divina: « perché gli sopramonta quello, senza il qual sopramontante non è chi condurvesi va- glia » 3. Vico nella Scienza Nuova scoprirà una Gerusa- lemme della ragione tutta spiegata, a cui si conduce l'uomo con le sue forze; ma potrà scoprirla in quanto, profondandosi sempre più nella stessa intuizione neo- platonica, troverà che le forze dell’uomo sono la stessa forza divina; e l’asino e il cavaliere bruniani divente- ranno a’ suoi occhi un essere solo. III. Con la seconda Orazione (18 ottobre 1700) si rimane nella cerchia della filosofia neoplatonica; e mal si po- trebbe scorgervi un accento personale e una traccia di elaborazione originale del pensiero vichiano. Pure il Vico, quando già aveva tutte quante scritte queste sei orazioni anteriori al De nostri temporis studiorum ratione, 1 Theol. plat., libr. XII, c. 4; I, p. 273. * Cabala del cavallo pegaseo. 3 Opp. ital., ed. Gentile, IT, pp. 245-6. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 65 questa orazione tra tutte tenne, una volta, degna di veder la luce per istampa. Poiché una sua dedica del dicembre 1708 a Marcello Filomarino ! dimostra che almeno allora non era dell’opinione espressa più tardi nell’ Autobiografia e già da noi ricordata, poiché questa seconda almeno pensava allora di darla alla repubblica delle lettere; quantunque il suo disegno non avesse poi esecuzione. La preferenza dell’autore per questa seconda orazione non può aver altro significato se non che il Vico attri- buiva uno special valore alle verità quivi contenute, e le sentiva più vivamente nel suo animo. Profondità e intimità, che ci viene per altro attestata dalla forte elo- quenza con cui l’autore esprime il suo pensiero in questa orazione, che è tra le pagine più belle del Vico. Egli vi espone principii dell'etica, di cui nella prece- dente orazione aveva abbozzata la metafisica. Hostem hosti infensiorem infestioremque quam stultum sibi esse neminem. Tema, che in forma più piana può formularsi così: la felicità consiste nella cognizione del saggio che conosce se stesso (nel senso della prima Orazione) e, in se stesso, Dio. Il concetto medesimo classicamente svolto da Spinoza nell’ Etica, sorretto dalla intuizione neopla- tonica del bene come Uno immanente nello stesso mol- teplice: onde ogni essere tende all’unità da cui deriva. Il Vico comincia dal contrapposto, che abbiamo visto in Pico della Mirandola *, tra la natura e l’uomo: la natura, governata da leggi necessarie, assolutamente inviolabili, per cui ogni cosa non può essere che se stessa e non può realizzare se non la propria legge; l’uomo, dotato di una prerogativa, che è il principio di tutti i suoi mali: la libertà, onde può accogliere in sé le più aspre contrad- dizioni. La natura è fatta, l’uomo si fa: o, come dice I Opere, ed. Ferrari, VI, 80-81. ® Vedi anche Ficino, Theol. plat., XIV, 3. 66 I | STUDI VICHIANI Vico, nella natura omnia ad aeternum exemplar facta, aeternoque consilio regi; nell'uomo nedum diversa et con- traria, sed a sua communique natura aliena atque abhor- rentia studia, e però, lungo il corso del tempo, un alzum a se atque alium fieri. È meglio esser fatto o farsi ? Pel Vico della Scienza Nuova la risposta non sarà dubbia, quantunque, come ha nettamente veduto il Croce 1, né anche il Vico si liberi del tutto della trascendenza in modo da poter conquistare un pieno concetto del pro- gresso. In questa orazione tentenna, come Pico, come Ficino, come ogni neoplatonico; e, in fondo, se si va a vedere, questa che si dice libertà, è servitù, e la vera libertà è quella per cui si nega la prima, senza conser- varla, senza mostrare che soltanto per la prima si giunge alla seconda. Ad ogni essere Dio prescrive la sua legge. All’uomo questa, scolpita da Vico nello stile delle XII Tavole: «Homo mortali corpore, aeterno animo esto. Ad duas res, verum et honestum, sive adeo mihi uni, nascitor. Mens verum falsumque cognoscito. Sensus menti ne imponunto. Ratio vitae auspicium, ductum imperiumque habeto. Cu- piditates rationi ancillantor. Ne mens de rebus ex opinione, sed sui conscia iudicato; neve animus ex libidine, sed ra- tione bonum amplectitor. Bonis animi artibus aeternam sibi nominis claritudinem parato. Virtute et constantia humanam felicitatem indipiscitor. Si quis stultus, sive per malam fraudem, sive per luxum, sive per ignaviam, sive adeo per imprudentiam secus faxit, perduellionis reus sibi 1psi bellum indicato » 2. La legge dell’uomo, adunque, è un valore che non è valore; è un dover essere, che è essere; è una volontà, I La filos. di G. B. Vico, pp. 143-4; 28 ed., pp. 147-8. 2 Riferita con qualche variante dal Vico nell’Autob., ed. Croce, p. 28. mere Ade ii II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 67 che è piuttosto natura. Si determina in imperativi che, mentre par sì dirigano da Dio all'uomo, sono rivolti da Dio a se medesimo. L’essere anima e corpo, il tendere naturalmente (nascitor) a Dio come verità e come bene, il conoscer la mente il vero e il falso, sono, e devono essere, volontà di Dio; non sono, né possono essere, vo- lontà dell’uomo. E se le altre determinazioni della legge umana fossero dello stesso tenore, l’uomo non si farebbe da sé quel che è (stultus o sapiens); sarebbe tale per volere di Dio. Vico, non occorre dirlo, da questo genere di determinazioni passò ad altre determinazioni che come libere potessero essere rimesse alla libertà umana (non sottomettere la ragione ai sensi, ma dar l'impero alla ragione, e a questa soggiogare gli appetiti, mirando al fine da essa prescritto, e superando per tal modo la guerra tra le passioni e le razionali aspirazioni); ma, poiché esse non sono se non le definizioni della natura umana, quale può esser data dalla cognizione della propria divi- nità (onde Vico conchiude che lex, quam Deus humano generi sanxit, sapientia est), poiché questa cognizione non può essere del senso, ma solo della mente, la quale per natura cognoscit verum et falsum, ed è quindi incapace di errore, non si vede come la legge potrebbe esser mai liberamente violata: non si vede cioè come queste altre determinazioni potrebbero esser leggi per la volontà umana (leggi morali) e non più per la divina (leggi natu- rali), se Vico, come altri prima di lui, non sottintendesse una volontà, che non è mens né sensus, o meglio è insieme mens e sensus, e però può farsi questo e tornare ad essere quella. Il motto, pertanto, di questa prima etica vi- chiana, è quello della morale stoica e neoplatonica: seguir la natura: «Si sapientiae studiis animum adiungamus, naturam sequimur: sin ab ea ad stultitiam traducamur, a nostra declinamus natura, et in cam facimus legem ». Li- berar la propria natura (concepita nella sua originaria 68 STUDI VICHIANI divinità astratta) dall’elemento estraneo sensuale, è il processo morale: morale, perché eudemonologico, come fu concepito dalla filosofia greca; eudemonologico, perché intellettualistico, come fu concepito da Socrate, dalle scuole socratiche e nel neoplatonismo, per cui il supremo fastigio dello spirito è amor Dei intellectualis. Il Vico comincia dal ritrarre co’ più foschi colori una truce immagine della guerra: scontro degli eserciti av- versi, e fiammeggiare degli odii sul campo, quando ferve inesorabile l’ ira e il furore acceca le menti e una prepo- tente libidine di strage infierisce negli animi. E i volti efferati minacciano eccidio, e gli occhi rossi di fiamme cercano nel nemico il punto da ferire, e la mano assale pugnace, e il ferro passa da parte a parte. Se gli uni re- spinti indietreggiano, gli altri incalzano: se questi stan fermi, quelli fanno impeto; dove si scompiglian le file, penetrano gli avversari. Quindi, spettacolo miserando, il campo seminato di strage, dopo la vittoria. E poi gli orrori delle devastazioni, dei saccheggi, delle desolazioni. Ebbene, assai più terribili sono i mali arrecati dalla guerra che dentro di sé lo stolto fa a se medesimo: onde si perde patria, felicità, libertà e ogni fortuna. L’anima è parte razionale, parte irrazionale. Nell’anima irrazionale, secondo l’ immagine di Filone, ci sono come due cavalli, maschio e femmina; uno irascibile e l’altro concupiscibile: uno tutto forza e impeto, l’altro tutto debolezza e lan- guore. Nato l’appetito di alcun bene apparente (frava cupiditas alicuius apparentis boni), l’anima è gittata nelle passioni (perturbationes), di cui la sorgente è l’amore; che è desiderio, seilbeneè lontano; speranza, se sl può conseguire; gaudio, se presente; ge- losia, se si ritiene così alto, che uno solo ne possa godere; e quindi emulazione, invidia se altri .ne ha molto, e noi poco. Ma, ottenuto lo scopo e strap- pata la maschera, resta la cosa, e il bene diventa male, II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 69 l’amore diventa odio, e se il male è assente, ne viene l’avversione (abominatio et fuga); se presente, la tristezza e il dolore. Edecco riscuotersi l’altro cavallo, il maschio, l'ira; che si fa audacia, se può vincere il male; se dispera della vittoria, rinasce l'appetito (della parte concupiscibile): e se il male è tol- lerabile, ne viene la noia (faedium); se trasmoda, lo sbalordimento (stupor). Le gioie s’alternano per- petuamente ai dolori; ma quanto fugaci le gioie, e come fallaci tutte le promesse a cui si arrende l'appetito ! Gli stolti che gli si danno in balìa, veggono talvolta Il soave diletto di un Archimede occupato, durante il saccheggio di Siracusa, nelle sue dimostrazioni geome- triche; di uno Scipione che, mal compensato da Roma della distruzione di Cartagine, si ritira tranquillo in una villetta a studiare e, chiuso nella sua virtù, godere delle meditazioni della filosofia e del ricordo delle sue grandi gesta. Ma che perciò ? Basta forse la bellezza della virtù, a metterli, destando il desiderio di sé, sulla via che sola conduce a quella dolce gioia che non è premio della virtù, ma la virtù stessa ? La virtù è scienza: scienza del giusto mezzo o di quei termini, per dirla del poeta, Quos ultra citraque nequit consistere rectum; è coerenza logica, per cui non si può lodare la virtù e Seguire il vizio; è ragionevolezza, per cui l'uomo si sottrae all’insania delle gioie vane e delle tormentose cupidigie. «Stulti vita semper ingrata, semper trepida est, semperque is sibi dissidet, secumque pugnat: semper fastidio sui Lla- borat, suique taedet ac poenitet. Nunquam ei velle ac nolle decretum est ». Lo stolto, dice Vico, semper foris est; nunquam secum habitat. Sconfitto nella guerra con se stesso, egli vien cacciato dalla sua patria. Dalla patria del sapiente: non dalla 70 STUDI VICHIANI piccola città che un muro e una fossa serra, ma dalla grande, cui circondano i flammantia moenia del poeta; non dalla terra, che è governata dalla mente dell’uomo con umano diritto; sì dal mondo, che aeterno regitur iure: dalla città, in cui con Dio abitano i saggi: il mondo di- vino, che è la natura degli stoici e dei neoplatonici, pantei- sticamente intuita nella sua divinità: «etenim ius, quo haec maxima civitas fundata est, divina ratio est toti mundo et partibus eius inserta, quae omnia permeans mundum continet et tuetur ». Quella ragione, che è in Dio, e costi- tuisce la sapienza divina, è conosciuta dall’uomo, e co- stituisce la sapienza umana (ma già dev’essere, com’ è detto nella prima Orazione, anche nell'uomo, perché questi non la conosce se non in se stesso); quella ferfecta ratio, come il Vico dice pure esplicitamente, « qua Deus cuncta operatur, sapiens cuncta intelligit ». Cuncta: anche le passioni, la cui conoscenza viene ad essere perciò sa- pientia, quindi superamento della stultitia, e però libertà virtù, felicità: tal quale in Spinoza. La quale virtù, ap- punto come in Spinoza, allo stringer dei nodi, poiché Dio operando tutto, deve pur operare quell’ intelligenza onde noi intelligimus omnia, cioè siamo virtuosi, non è ope- razione dell’uomo, ma dello stesso Dio. A Vico infatti par troppo superbo il pensiero degli stoici, che la virtù (dell’uomo) faccia il sapiente simile a Dio; e gli par più vero e più profondo dire: «una re nos Deus sur similes reddit, virtute, qua nedum humanae, sed cum caelestibus etiam aeternae nos compotes facit felicitatis ». L'amore intellettuale della mente verso Dio, aveva detto Spinoza, — col quale Vico era portato necessariamente ad incontrarsi spesso dalla logica del suo pensiero 1, — è lo stesso amore di I Sarebbe tema degno di studio speciale quello dei rapporti ideali di Vico con Spinoza. Intorno ad alcuno dei probabili rapporti storici v. B. CROCE, La filosofia di G. B. Vico, p. 198; 28 ed., p. 204. I riscontri della metafisica vichiana con quella dello Spinoza notati da II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 71 Dio: l’amore cioè con cui Dio ama se medesimo, non in quanto è infinito, ma in quanto si può esplicare per l’es- senza della mente umana considerata sub specie aeterni- tatis; o in altri termini, l’amore intellettuale della mente CARLO SARCHI, Della dottrina di B. Sp. e di G. B. Vico, Milano, Bor- tolotti, 1877, pp. 103-7, 195-6, additano certamente rassomiglianze non trascurabili, quantunque qualcuna di esse sia inesatta; ma non dimo- strano nessun rapporto né storico, né ideale; perché non concernono nessun concetto specifico dello spinozismo. Ecco invece alcune coincidenze significative che potranno fornire materia a una speciale indagine. Spinoza (Età. III, def. 1) distingue due specie di causa: «Causam adaequatam appello eam, cuius effectus potest clare et distincie per eandem percipi. Inadaequatam autem seu partialem illam voco, cuius effectus per ipsam solam intelligi non po- test». E il Vico nella Prima risp. al Giorn. d. Letter. (Opere, I, 221) avverte: «Per vera cagione intendo quella che per produrre l’effetto non ha di altra bisogno », 0, come spiega nella Sec. risp. (I, 257), «non ha di cosa forestiera bisogno »: quella causa insomma nella co- gnizion della quale la scienza consiste, poiché «il criterio di avere scienza di una cosa, è il mandarla ad effetto ». Tutta spinoziana, più che cartesiana, è la dottrina della sostanza e degli attributi propugnata nel De antiq., e così riassunta nella Sec. risp. (I, 267): «Sostanza in genere dico esser ciò che sta sotto e sostiene le cose, indivisibile in sé, divisa nelle cose ch’ella sostiene; e sotto le divise cose, quantunque disuguali, vi sta egualmente. Dividiamola nelle sue spezie:sostanza distesa è quella che sostiene estensioni disuguali egualmente; s o - stanza cogitante è quella che sostiene pensieri disuguali egualmente; e siccome una parte dell’estensione è divisa dall'altra, ma indivisa nella sostanza del corpo, così una parte della cogitazione, cioè a dire un pensiero, è divisa dall’altra, cioè da altro pensiero, ed è indivisa nella sostanza dell’anima ». Cfr. De uno, lemm. I (Opp.?, ed. Ferrari, III, 16). — Il Vico, De antiq., c. IV, $ 2 (Opere, I, 156-7), riproduce anche la distinzione spinoziana di attributum e modus. — Spinoziano è pure quel che il Vico dice nella Sec. risposta (I, 268) in- torno all’errore: «Io non mai ho inteso dire false le apprensioni nell’esser loro; perché i sensi, anche allorquando ingannano, fanno fedelmente l'ufficio loro; ed ogni idea, quantunque falsa, porta seco qualche realità, essendo il falso, perché nulla, impercettibile. Ma le ho dette false, in quanto sono urti e spinte al precipizio della mente in giudizii falsi ». Cfr. SPINozA, Eth., II, prop. 17 sch., prop. 35 etc. — Per Spinoza (E#h., II, pr. 7) ordo et connexio idearum idem est ac ordo et connexio rerum; e per Vico egualmente: «L'ordine dell’ idee dee procedere secondo l’ordine delle cose » e «le dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che trattano »: due di- gnità (LXIV e CVI) che, intese alquanto meglio che non suonino le parole, si riferiscono allo stesso ordo di Spinoza. — Per Spinoza è un corollario della cit. proposizione «quod Dei cogitandi potentia aequalis est ipsius actualì agendi potentiae; hoc est, quicquid ex infinita Det 72 STUDI VICHIANI DI verso Dio è parte dell’ infinito amore onde Dio ama se stesso !. Lo stolto, vinto dalle passioni, ci rimette la propria felicità: perché la virtù, come dice Spinoza, è premio a natura sequitur formaliter, id omne ex Dei idea eodem ordine eademque connexione sequitur in Deo obiective»: che è il verum factum convertuntur rispetto a Dio, di Vico. — Per Spinoza (E#à., I, app.) il concetto delle cause finali è antropomorfico (quod scilicet com- muntiter supponant homines, omnes res naturales ut ipsum propter finem agere) e l’interrompere la ricerca delle cause meccaniche ricorrendo ad Dei voluntatem è un ad ignorantiae asylum confugere. E Vico: « Gli uomini ignoranti delle naturali cagioni che producon le cose, ove non le possono spiegare nemmeno per cose simili, essi dànno alle cose la loro propria natura.... », e «La fisica degli ignoranti è una volgar metafisica, con la quale rendon le cagioni delle cose ch’ ignorano alla volontà di Dio, senza considerare i mezzi de’ quali la volontà divina si serve » (dign. XXXII e XXXIII). — E altri riscontri si possono aggiungere come i seguenti: « Primum verum metaphysicum et primum verum logicum unum idemque esse »: Vico, Notae al Diritto Univer- sale, in Opere?, ed. Ferrari, III, 21 (Scienza Nuova?, dign. CVI: «Le dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che trattano »; cfr. pure dign. LXIV). Cfr. Spinoza, Eth., I, 10 sch. — «La fantasia tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio » (Sc. N.2, dign. XXXVI; e cfr. oltre, pp. 84 sgg.). Cfr. Spinoza, Tract. Theol.- pol., c. 2: « Nam qui maxime imaginatione pollent, minus apti sunt ad res pure intelligendum, et contra, qui intellectu magis pollent, eumque maxime colunt, potentiam imaginandi magis temperatam, magisque sub potestatem habent et quasi freno tenent, ne cum in- tellectu confundatur ». — Anche per lo Spinoza (Etàh., IV, 37 sch. I e 68 sch. e le note mie all’Ethica, Bari, Laterza, 1914, parte IV, nn. 40, 80) la religione è, come pel Vico, il principio della vita civile dell’uma- nità. — A Spinoza manca certamente la profonda teoria vichiana del certo (v. oltre, pp. 120 sgg.); ma un accenno a questo concetto è nella sua dottrina del valore probativo dei fatti storici (a proposito delle profezie) nel Trattato teologico-politico. Notevole questo luogo delle Annot. in Tract. th.-pol., VIII, in Opera, Vloten-Land, II, 177: « Per res perceptibiles non illas tantum intelligo, quae legitime de- monstrantur, sed etiam illas, quae morali certitudine amplecti et sine admiratione audire solemus, tametsi demonstrare nequaquam possunt. Euclidis demonstrationes a quovis percipiuntur priusquam demon- strantur. Sic etiam historias rerum tam futurarum quam praeteritarum, quae humanam fidem non excedunt, ut etiam jura, instituta et mores, perceptibiles voco et claros, tametsi nequeunt mathematice demonstrari. Caeterum hieroglyphica et historias, quae fidem omnem excedere videntur, imperceptibiles dico.... ». I Eth., V, prop. 36. Era dottrina neoplatonica. Mi piace citare qui un luogo di un nostro neoplatonico, di cui subì l’ influsso anche Spi- noza, Leone Ebreo; il quale nei Dialoghi di amore (1516) dice che II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 73 se stessa: la virtù, che è rerum scientia, certa scire, quindi mente adire Deum, che è il sommo bene. Il saggio, ritraen- dosi con la mente dentro se stesso, riacquista la perduta libertà (quella libertà che sarebbe stato meglio non avesse mai compromessa e smarrita per il libero arbitrio !): poiché egli « agnoscit quae in nobis sunt, natura sua libera et propria esse: extra autem postta, serva et alieni iuris ». Lo stolto infine, sconfitto e fatto prigioniero di se me- desimo, è gittato nel carcere del corpo: « Tenebricosus carcer esì corpus; triumviri, opinio, falsitas, error; custodes, sensus, qui in pueris acerrimi, in senibus hebetes, et in omni vita pravis affectionibus corruptissimi ». Il nosce te ipsum della prima Orazione diviene nella seconda: sequere naturam. Ma è sempre lo stesso pro- «]» amor divino non solamente ha dell’onesto, ma contiene in sé l’one- stà di tutte le cose e di tutto l’amor di quelle, come che sia: perché la divinità è principio, mezzo e fine di tutti gli atti onesti.... È principio, perché dalla divinità depende l’anima intellettiva agente di tutte l’onestà umane, la quale non è altro che un piccolo raggio dell’ infinita chiarezza di Dio appropriato all'uomo per farlo razionale, immortale e felice. E ancora questafanima intellettiva, per venire a fare le cose oneste, bi- sogna che partecipi del lume divino: perché, non ostante che quella sia prodotta chiara, come raggio della luce divina, per l’ intendimento della colligazione che tiene col corpo, e per essere offuscata dalla te- nebrosità della materia, non può pervenire all’ illustri abiti de la virtù e lucidi concetti della sapienzia, se non ralluminata dalla luce divina in tali atti e condizioni, che così come l’occhio, se ben da sé è chiaro, non è capace di vedere i colori, le figure e altre cose visibili, senza esser illuminato dalla luce del sole, la quale, distribuita nel proprio occhio e nell'oggetto che si vede e nella distanzia, che è fra l’uno e l’altro, causa la visione oculare attualmente, così il nostro intelletto, se ben è chiaro da sé, è di tal sorte impedito negli atti onesti e sapienti dalla com- pagnia del rozzo corpo e così offuscato, che gli è di bisogno essere illu- minato dalla luce divina....»; ed. Venezia, D. Giglio, 1558, p. 19. Pei rapporti di Leone con Spinoza vedi E. SoLMI, B. S. e Leone Ebreo, Modena, Vincenzi, 1903; e GENTILE, Studi sul Rinascimento, Firenze, Vallecchi, 1923, p. 96 sgg. Dopo, un importante lavoro su Leone fu pubblicato da Ernst AppPEL, Leone Medicos Lehre vom Weltall u. ihv Verhdltniss zu griech. u. zeitgenòssichen Anschauungen, notevole per la illustrazione delle fonti di Leone (Plotino, Ficino): in Arch. f. Gesch. d. Philos., XX (1907), 287-403, 456-96. Vedi ora gli studi del SAITTA nel Giorn. Crit. d. filos. ital., 1924-25; e H. PFLAUM, Die Idee der Liebe, Leone Ebreo, Tiibingen, Mohr, 1926. 74 STUDI VICHIANI cesso: onde la metafisica diviene un'etica, ma un'etica che è una metafisica: un'etica naturalistica, come quella di Bruno e di Spinoza, dove l’uomo non può trovare la sua libertà perché è un modo della sostanza. Se il Vico fosse rimasto a questo punto, in cui Deus operaur e l’uomo non può se non intelligere quel che fa Dio, al concetto della storia, di un mondo creato dall'uomo, non sarebbe mai pervenuto. Ma egli ora va ricercando come l’ intelligere umano possa essere un operari di Dio; unità di contrari, senza di cui la storia della Scienza Nuova non sarebbe nata nemmeno ?. IV. La terza Orazione (che il Vico dice recitata il 18 ot- tobre 1701, che è, a dir vero, dell’anno successivo) = ri- prende la concezione dell’etica adombrata nella precedente, mantenendo l’opposizione dualistica di natura e uomo, ragione e senso, virtù e passioni, e quindi il concetto della libertà come prerogativa fatale dell’uomo, prima origine di tutti i suoi vizi; onde tutto il male che fa l’uomo, lo fa lui, e tutto il bene, in fondo, lo fa Dio. È rafforzata l'opposizione tra la necessità naturale e la libertà umana coi colori presso a poco di cui s’era servito, come s' è 1 Pel tema di questa Orazione cfr. il De uno, c. XXX, e la nota del Ferrari a q. 1. in Opere2, III, 25. I concetti stoici dell’ Orazione ri- compaiono nello stesso De uno, cc. XII-XXXVIII. 2 [Infatti nel 1701, causa la così detta rivoluzione del principe di Macchia, lo Studio napoletano si riaprì, non secondo la tradizione, il giorno di San Luca (18 ottobre), bensì, senza alcuna cerimonia inau- gurale, il ro novembre. Inoltre in certi Giornali inediti di ANTONIO BuLIFON (amico del V.), alla data del 18 ottobre 1702, è detto che, nella riapertura degli Studi avvenuta in quel giorno, «il signore Gio- vanni de Vico fe’ una erudita orazione come lettore di rettorica » (Co- municazione di F. NicoLINI, al cui lavoro rimando per una più precisa documentazione)]. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 75 veduto, il Pico. Ma esplicitamente deplorata, a differenza del Pico, la sua prerogativa. « At utinam Deus fecisset immortalis naturam humanam sibi itidem, ut reliquae, mancipatam ! ». Se non che, nell’etica di quest'anno spunta un ele- mento nuovo, che rompe l’ascetismo dell’ Orazione pre- cedente. L'uomo, tornando in se stesso, per seguire la propria natura, vi trova una legge che lo riporta fuori di se stesso: « Maxima quidem et potentissima illa vis est in hominum animis insita, quae alium alii consociat et co- mungit ». Pel Vico la filosofia è ancora una naturae ve- stigatio; ma in questa natura comincia ad esserci vera- mente qualche cosa, che non è la natura fatta da Dio, e che non è male: ed è la soctetas. Questa realtà non è più l’ Uno astratto del neoplatonico, perché si realizza nella molteplicità; talché la stessa sapientia, che prima era quel dio che l’ individuo trovava nel fondo della propria essenza, ora essa stessa è un legame, una comunità, di cui compartecipano i filosofi. È il mondo del diritto, che comincia a premere in Vico sul neoplatonismo: un empi- rismo contro una filosofia, ma che ha su questa il van- taggio di affermare il valore di quel mondo umano, vario, diverso, non raggomitolato nel pensiero immutabile del- l’immutabile verità, ma spiegantesi attraverso l’amore e l'odio per trionfarne. Legge della società è che il socio aut rem aut operam conferat in commune; e Vico in questa Orazione svolge pedagogicamente la necessità che i soci di quella società che è costituita dai letterati, dagli scienziati e dai filosofi adempiano in buona fede — secondo il monito del giu- reconsulto romano (inter bonos bene agier) — cotesta legge. Scarsa l’ importanza scientifica dei singoli precetti di questa morale letteraria esposta nel séguito dell’ora- zione; ma nelle esemplificazioni e nella deduzione di essi il Vico ha occasione di darci notizie assai interessanti 76 STUDI VICHIANI per la storia del suo pensiero filosofico, e indizi manifesti di una crisi che in lui vien maturando. Dove riprende i filosofastri che contravvengono alla buona legge della repubblica letteraria non recandovi il contributo di opere proprie, ma badando a lacerare le altrui, reca ad esempio le ingiurie che si sogliono sca- gliare contro Platone, anilium fabellarum auctorem; contro Zenone, vanum mirabilium promissorem, magnificum, su- derbum et fastus plenum; contro Democrito ed Epicuro, carneos homines; contro Cartesio, naturae pottastrum, € contro Aristotele, al quale non se ne risparmia nessuna. Lo studioso di buona fede deve, invece, lodare in ogni scrittore quel che c’è da lodare; e attribuire gli errori all’umana debolezza. Si te philosophiae dedidisti, audi Platonem, quae disserat de animorum immortalitate, de divinarum aeterna et infatigabili vi idearum, quae de geniis, quae de Deo summo bono, quae de amore a libidine defoecato; et eum divini cognomentum lure promeruisse cognosces. Audi Stoicos, quam graviter et severe sapientis constantiam doceant; et tute rigidos ac torvos virtutis custodes dixeris. Audi Aristotelem, quanto acumine facultatem dissertatricem universam complexus sit: cui nihil hactenus aliud, nisi quam explicationem, rationem, et aliquod utilius exemplum addi- derunt: quo corde de re oratoria et poética praecepta tradat; absolutissimum illud de morum philosophia systema perlege; et ingeniorum miraculum ultro fateberis. Audi Democritum, quam verisimillima de principiis rerum, de corpusculorum effluvio, de sensibus contempletur; et Na- turae praelucem appellabis. Audi Carthesium, quae de corporum motu, de passionibus animi, de sensu videndi nova et admiranda investigarit, quae de primo vero sit meditatus; ut geometricam methodum in phy- sicam doctrinam invexit; et philosophum dices non ad aliorum exemplar factum. Dove, se non m’ inganno, è un documento assai note- vole delle opinioni filosofiche di Vico al 1702. Platone II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 77 coi rimaneggiamenti neoplatonici (caratteristici il de geniis e il de Deo summo bono) è sempre, com'era da aspettarsi, il fondamento: su cui si accettano degli stoici la morale (cfr. Orazione precedente); di Aristotele la logica, la rettorica, la poetica e l’etica (fusa con la stoica); e, quel che è più interessante, si fa buon viso non solo a Cartesio, di cui già la prima Orazione accettava la teoria del primo vero, che il De antiquissima combatterà, e il metodo geometrico, che sarà sempre, più o meno, vagheggiato come l’ ideale della dimostrazione scientifica in tutte le opere, fino alla Scienza Nuova; ma, quel che non ci saremmo davvero aspettati, anche a Democrito, anche a quella fisica corpuscolare democrito-epicurea e cartesiana, che dal De antiquissima in poi il Vico avverserà vigorosa- mente dallo stesso punto di vista dal quale contempora- neamente, e per analoghe ispirazioni, la scalzava il Leibniz. La dottrina dei punti metafisici non era ancor nata; ma è lecito anche sospettare che per allora il Vico non vedesse nettamente l’ irriconciliabile contrasto che c’è tra il meccanismo della fisica corpuscolare e il dinamismo della sua metafisica platonica. Non è per altro da tra- scurare che fin d’allora il Vico non riconosceva valore di verità, ma soltanto una certa verisimiglianza a quella dottrina fisica, come probabilmente alla teoria demo- critea, che poco prima aveva rinnovato il Locke, della soggettività delle qualità secondarie (cui forse si allude col de sensibus). Poiché in questa stessa Orazione spun- tano quelle riserve, che egli farà più tardi esplicitamente circa la portata dimostrativa del metodo geometrico, su cui il razionalismo cartesiano faceva troppo assegnamento; e s’affaccia quello scetticismo — rispetto alla scienza della natura — che sarà svolto poi nel De antiquissima, quando Vico acquisterà la chiara coscienza (una trentina d’anni prima di D. Hume) che la scienza della natura ci è vietata dall’ impossibilità di conoscer le cause reali; e affermerà 78 STUDI VICHIANI esplicitamente che il razionalismo dei filosofi dal fastoso placito sapientem nihil opinari, genera l’ordine tutto opposto degli scettici: e opporrà al vero dei mate- matici i probabile dei filosofi!. Nella fisica cor- puscolare doveva vedere nel 1702 una verisimiglianza equivalente alla probabilità propria della metafisica del De antiquissima. E insomma di fronte a quella fisica è da credere che rimanesse in atto di non irriverente scet- ticismo; secondo una tendenza ovvia del suo neoplato- nismo (e se ne è colta l’espressione nel Ficino), che con- trappone l’operare di Dio nella natura all’operare della mente nell'animo: dualismo, per questo lato non diverso da quello onde l’empirismo inglese doveva minare la scienza razionalistica cartesiana. Tra gli altri precetti di buona fede scientifica Vico appunto raccomanda di non finger di sapere quello che s’ ignora. E nella illustrazione di questo precetto fermenta certo lievito di scetticismo, indice di studi nuovi e di nuovi bisogni mentali. Esempio di ignoranza dissimulata sotto la maschera della scienza: l’antipatia. La si definisce: una facoltà che non ne soffre un’altra. — Ma che Dio ti benedica, spiègami in che cosa è riposta questa facoltà. — In certa facoltà occulta. — Ma appunto di questo ti prego: spie- gami questa facoltà occulta. — E zitto. Perché non dire piuttosto fin da principio: non so ? ?. Fin qui è la polemica cartesiana contro le entità me- tafisiche e le qualità occulte degli aristotelici. Poi segue un altro esempio, che è la satira di un'applicazione car- I Sec. visp., in Opere, I, 273-4. 2 Nel De antiq., c. IV, $ 2 e nella Sec. risposta, $ IV in Opere, I, 261, il Vico poi diede torto così agli aristotelici, «che guardano le cose fisiche con aspetto di metafisici per potenze e virtù, e così cre- dono esser luce quelle cose che sono opache »; come ai cartesiani, « che con l'aspetto di fisici guardano le metafisiche cose, per atti e forme finite, cioè non credono esser luce se non dove ella riflette ». II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 79 tesiana del metodo geometrico in fisica. Donde apparisce che fin da principio il Vico doveva in quella sorta di fisica incontrare insormontabili difficoltà, e si scorge una certa anticipazione di una arguta censura mossa più tardi all'abuso di certi metodi strepitosi: S' immagina che un cartesiano, movendo dalle sue regole, definizioni e postulati, voglia dimostrare che i corpi lan- ciati sien portati non dalla gravità, bensì dalla circum- pulsione dell’aria, con la pretesa di dare alla dimostrazione la stessa evidenza di quella, che gli angoli di un triangolo sono eguali a due retti. — Vico non la vede così chiara. — Ma tu hai concesso i principil. — SÌ, perché sono molto verisimili. — E allora? — Ma, chi sa? Qualcuna di queste regole del moto di Cartesio potrebbe anche esser falsa. Ossia, potrebbe! Forse che il Malebranche ne ha scoperta falsa una sola? — In conclusione: Quid simulamus et geometricas demonstrationes homini sanae mentis obtrudimus, quas non assequatur ? Sarebbe come chi ha buona vista, è sveglio, e non vede la luce del sole. Ma confessiamo qualche volta la debolezza della nostra natura: :n hoc studia valeant, ut hoc sciamus vel nescire, vel admodum pauca scire. La differenza tra l’ ignorante e il dotto, si sa, è che il primo crede di sapere, e il secondo sa d’ ignorare. V. Nella quarta Orazione (che dall’autore è attribuita al 18 ottobre 1704)? il Vico illustra un concetto ancor più alieno dal mero ascetismo: che i maggiori vantaggi che sì possono ritrarre dagli studi sono quelli che coincidono —— I Sec. risp., $ IV: Opere, I 272. 2 Vedi Nota più avanti, pp. 92 sgg. So STUDI VICHIANI coi fini morali propri degli studi stessi indirizzati a pro della comunità civile. Egli s’allontana sempre più dalla concezione mistica dello spirito, attratto dal vivo senso della realtà storica della natura umana: onde finirà col vedere il vero e il certo dello spirito soltanto nel senso comune degli uomini. Il sommo bene non è più soltanto Dio (il Dio immediato, astratto); ma è anche la vita comune, la realtà storica (Dio concreto, mediato). Non è cangiato il punto di vista; ma la legge morale si riempie di un contenuto, al quale lo spirito prima era indiffe- rente, e che accentua il motivo dell’ immanenza, di contro a quello della trascendenza del panteismo acosmico dei neoplatonici. La sapienza o cognizione di Dio si orienta verso la realtà umana; pur rimanendo mera cognizione, ed un'etica, perciò, eudemonistica. Il Vico sente il bi- sogno di spezzare una lancia in favore dell’ intellettua- lismo socratico, combattuto da Aristotele, pigliandosela con coloro che «omnium primi hanc humanae societati perniciosissimam invexerunt horum verborum ‘utilis hone- stique’ distinctionem; et quod natura unum idemque est, falsis opinionibus distraxerunt ». Per Vico, come per Spinoza! e per tutti i platoniz- zanti, la felicità, consistendo nella cognizione, che è pure la virtù, non può scompagnarsi da questa, anzi coincide con questa. Vico, per altro, introduce di suo una distin- zione notevole: distingue beni fisici e beni spirituali, tralasciando di dimostrare (ma non negando) nei primi la identità socratica dell’utile e dell’onesto; e restrin- gendosi ai secondi. « Officia, egli nota, quae a mentis opi- bus animique proveniunt, non sunt ciusmodi, ut vita, fundus, aedes, quas qui insumit non utitur, qui utitur non in- sumit; sed res eius miri generis sunt, ut qui eas tenent, non habeant; qui donant, hoc ipso quod donani, conser- t Eth., IV, prop. 24. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 8I vent; et argute ac vere carum avaros înopes, liberales dixeris copiosos. Et vero caussarum patrocinia, morborum curationes, agendorum fugiendorumque consilia uter în suis rationibus referat îs, qui accepit has res, an qui dederit ? Quod si ita se res habet, necessario illud conficitur: quo quis eiusmodi officiorum finem sibi ampliorem proponit, uberius eorum facere compendium mnecesse est. Quis autem amplior finis, quam velle iuvare quam plurimos, quo uno homines, alius alio proprior ad Deum Opt. Max. accedit, cuius ea est natura, iuvare omnes ? >. Qui abbiamo, mi pare, un nuovo orientamento, non per l’ indirizzo etico, che rimane immutato, ma pel con- cetto fondamentale dello spirito. L’accessio ad Deum, in cui si continua sempre a risolvere il processo dello spirito, non è veduta come un ritrarsi dello spirito dalla molte- plicità (della natura corporea) nella propria unità; anzi come un uscire dalla propria astratta unità e realizzarsi nella molteplicità (dello stesso spirito, come comunità sociale). Vico non guarda più alla natura, in cui non ha trovato mai il suo mondo, e da cui si sforzava di rac- cogliersi in sé; ma comincia a guardare alla storia, dove ha ritrovato sempre se stesso, studiando il diritto. Onde il processo spirituale gli si rovescia, e se prima era un ascenso a ritroso del descenso divino, ora comincia ad apparirgli un descenso anch’esso parallelo al divino; e con questo di vantaggio, che il descenso divino del neo- platonico è decremento di realtà, e il descenso dello spirito è un incremento di realtà, e quindi piuttosto un ascenso. Lo spirito si realizza nella comunicazione; non si diffonde perciò, ma si concentra. Non si tratta più di cieco ema- natismo, ma di veramente provvidenziale, finalistico, processo teogonico. Vico intravvede già oscuramente la via sua, e comincia a staccarsi dalla vecchia filosofia. E sulla nuova via riso- lutamente s’avanza nella successiva Orazione (18 ottobre 82 STUDI VICHIANI 1705) *, che, proponendosi di provare respublicas tum maxime belli gloria inclytas et rerum imperio potentes, cum maxime literis florueruni, ha occasione di svolgere il concetto dialettico dello spirito che è spuntato nel- l’ Orazione dell’anno innanzi. Poiché essa si aggira intorno al concetto della guerra, che riapparisce in aspetto affatto diverso da quello, in cui era stata rappresentata nel- l’ Orazione del 1700. Lì la guerra era dell’uomo in balìa del senso, accecato dalle passioni, artefice di male agli altri e a se stesso, errante fuori della sua razionale natura, nella cui immoltiplicabile unità non può nascere conflitto di sorta. Nata dall’errore, essa non poteva non esser deplorata come l’errore: effetto di una libertà malaugu- rata, non manifestava la divinità, anzi la miseria dell’uomo alienatosi dalla sua divina origine. Qui invece l’errore stesso comincia ad apparire all'uomo, che ha meditato sul mondo umano, qualche cosa di necessario: ut ad quod verum vecta pergere nati sumus, non nisi per viarum am- fractus circumducamur. Che è ben altra cosa da quella facile impresa che pareva una volta la filosofia a Vico (Oraz. I), per cui ognun che volesse non aveva che a guardar il tesoro di divina sapienza recatosi in seno dalla nascita. Qui la filosofia è un’ impresa non meno virile ed ardua della gesta guerriera. Le forze dello spirito si su- blimano ai suoi occhi; non per la loro natura od origine, ma pel loro valore e destino. « An ignoramus, quanta sit animi vis, quamque admirabilis?... Qui sapientiam ociosam putant, non plane norunt. Ea enim est hominis emendatio. Nam mens et animus homo: mens autem erroribus obrupta, animus cupiditatibus depravatus. Sapientia utrique me- detur malo, et mentem veritate, animum virtute format. Virtus instar ignis actuosa semper.... ». Qui tutto è capo- volto. La stessa mens, contro cui lo stolto della seconda I Se questa data assegnata dal Vico è esatta. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 83 Orazione si metterebbe arrendendosi agli appetiti, non è verità, ma errore anch'essa. Il punto di partenza (la natura umana) non è più il bene, ma il male. L'uomo comincia ad apparire originariamente non più l’Adamo dell’ Eden, ma il bestione postdiluviano. La ragione tutta spiegata non è a principio, ma alla fine; e il processo non è un tornare indietro dopo vani erramenti, ma un andare avanti, sempre avanti, dall’errore alla verità. I conflitti, quindi, che la guerra deve risolvere, non sono più accidentali, ma naturali e necessari; e le guerre stesse quo res componanit vengon dichiarate necessarie al genere umano !. «Quid enim sibi volunt graves ex eo 1ure con- ceptae formulae, nisi bona pace iniurias ad iuris hosti- mentum revocari; sin per pacem non liceat, ut armata vi vindicare inferendas, ulcisci acceptas ius sit: et fas natio- num supremamque iuris gentium legem, conservationem humanae societatis, quam sapientes volunt, omnium officio- rum moderatricem, armatos milites asserere ac vindicare? ». Le guerre, secondo il Vico, si devono definire turis 1udicia; la scienza della guerra humani iuris prudentia, giuri- sprudenza internazionale; e, perché tale, atta a nutrirsi, come è dimostrato anche dallo studio della storia, di tutta la ricchezza spirituale che in uno Stato è tesorizzata dal fiorire d'ogni cultura letteraria, scientifica, filosofica, 0, in genere, dello spirito. Sì comincia così ad intravvedere un vero certo, un razionale provato dalla realtà, un diritto prodotto dai fatti; un bene che sfavilla dal cozzare dei mali; una sapienza, a cui collabora il genere umano, in una fatica che non è più vana. 1 Vico distingue due specie di guerre, bella generis inferioris e bella generis superioris; le guerre di Attila, devastatrici e barbariche, e le guerre di Senofonte, civili ed edificatrici di civiltà. Inutile qui rilevare il carattere empirico della distinzione. 84 STUDI VICHIANI VI. Il Vico ha distratto il suo sguardo dal mondo intelli- gibile dei filosofi platonici; è concentrato nella contem- plazione dell’uomo. Nella sesta Orazione (18 ottobre 1707) ® affronta, come farà più ampiamente nell’orazione notissima dell’anno dopo, il problema dello svolgimento pieno e graduale dello spirito dal lato che interessa la pedagogia: Corruptae hominum naturae cognitio ad uni- versum ingenuarum artium scientiarumque orbem absol- vendum invitat, ac rectum, facilem ac perpetuum in tis addiscendis ordinem exponit. È il problema stesso della prima Orazione, dove il nosce te ipsum non faceva scoprire altro che l’astratta natura divina dello spirito umano, e qui invece mette innanzi tutto un processo di sviluppo di questo spirito, dalla sua natura corrotta alla scienza. Sviluppo, che non è niente di accidentale, ma la rea- lizzazione dello spirito; e a cui perciò il pedagogista si appella contro l’usanza di avviare i giovani allo studio di questa o quella determinata scienza o arte, filiorum in- genio ad quaenam id factum natumque sit inexplorato, et eorumdem naturae viribus inexpensis, ex sua animi libi- dine.... vel invita quam sacpissime Minerva 2. Il Vico comincia dal descrivere al vivo gli effetti del peccato originale, oltre il quale la sua mente più tardi non risalirà a vagheggiare lo stato originario dell’uomo perfetto. Di qua da esso l’uomo non ha più nella lingua lo strumento di espressione adeguato del proprio pen- siero; nella mente non ha più lo strumento del vero; e quindi si travaglia tra le apparenze fallaci e le mutevoli opinioni; e, quel che più lo affligge, l'animo non gli serve 1 Vedi Nota più avanti, pp. 92 sgg. 2 Cfr. S. Nuova, Dign. VIII: «Le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano ». II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 85 più se non a gettarlo in preda alla tempesta delle passioni. L'emendazione dello spirito consisterà pertanto nell’elo- quenza, nella scienza e nella virtù. Il fine dell’uomo, si può dire, è quello di farsi uomo: certo scire, recte agere, digne loqui. Uomini divini son quelli che stimolano effi- cacemente gli uomini al raggiungimento di cotesto fine. «Nec sane alio fictis fabulis poètae sapientissimi Orpheum lyra mulxisse feras, Amphionem cantu movisse saxa, t1sque sese sponte sua ad symphoniam congerentibus, Thebas moenisse muris; et ob ea merita illius lyram, delphinum huius in coelum invectum astrisque appictum esse finxerunt. Saxa illa, illa robora, illae ferae homines stulti sunt: Or- pheus, Amphion sapientes, qui divinarum scientiam huma-. narumque prudentiam cum eloquentia coniunzeruni, erusque fleramina vi homines a solitudine ad coetus, hoc est a suo ipsorum amore ad humanitatem colendam, ab inertia ad industriam, ab effrena libertate ad legum obsequia traducuni ; et viribus feroces cum imbecillis rationis aequabilitate con- sociant ». Orfeo e Anfione diverranno per Vico, più tardi, ritratti ideali e fantastici universali della prudenza incivi- litrice dell’uomo: ma qui appariscono come i rappresen- tanti della forza plasmatrice (flexamina vis) tutta propria della spiritualità umana: per cui gli uomini da se medesimi escon di solitudine, celebrano l’umanità loro nelle città, nel lavoro, costringono la libertà sotto il freno delle leggi, consociano le loro forze selvagge al mite governo della ragione: quello insomma che si dirà il mondo delle nazioni. Is perpetuo est horum studiorum verissimus, amplissimus et praeclarissimus finis. Siamo ben lontani dal non doversi altrove il fine degli studi riporre che in coltivare una specie di divinità nell'animo nostro, come sosteneva la prima Orazione ! A dichiarazione del metodo proposto come l’unico da seguire per il raggiungimento del fine proprio degli studì, il Vico premette un disegno dell’enciclopedia (:9sam 86 STUDI VICHIANI sapientiae suppellectilem omnem instrumentumque). Dise- gno, che dà luogo a due osservazioni. La scienza delle cose divine è distinta in scienza delle cose naturali, quarum Deus natura est, e scienza delle cose divine propriamente dette, quarum natura Deus est. Distinzione, come si vede, neoplatonica, fondata sulla distinzione di un Deus-natura e un Deus supra naturam, com’ è in Bruno. Le scienze naturali sono: la matematica, di cui è un’applicazione, operaria appendix, la meccanica; e la fisica, a cui van riportate l’anatomia, studio della fabbrica del corpo umano, e la medi- cina, fisica del corpo umano ammalato, e corollario pratico dell’anatomia. Di queste due scienze naturali qui per la prima volta sì presenta esplicito il concetto, che sarà sostenuto tra breve nel De antiquissima, dove prenderà corpo lo scet- ticismo prenunciato nell’ Orazione terza: «Naturalium rerum contemplamur vel ca, de quibus tam inter homines con- ventt et constat, formas et numeros, de quibus mathesis suas conficit apodixes ; vel caussas, de quibus maxime inter doctis- simos homines disceptatur, quas explicat physice ». E più innanzi dello studio delle matematiche si dice: « Eo facto adolescentes in rebus, de quibus iam inter homines conventi, ex dato vero verum conficere assuefiunt; ut in physicis, de quibus maxime contenditur, idem praestare possint ». Il nucleo centrale di quella che è stata detta prima forma della gnoseologia vichiana è già formato. L’ex dato vero accenna già all’artificiosità delle matematiche, di queste verità, che son tali per noi perché fatte da noi. Il verum conficere prelude da vicino al verum factum. L'applicazione della matematica alla fisica è già dichia- rata impotente a conferire a questa la certezza di quella. Ma, come or ora vedremo, il Vico non ha raggiunto ancora la chiara coscienza della esigenza di una fisica dinamistica contenuta nella sua metafisica. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 87 Enumerate tutte le discipline, fa osservare che, salvo le matematiche, la logica e la metafisica, a causa della somma astrattezza dei loro oggetti, tutte le altre hanno non soltanto una parte teorica (le instituttones quae rerum genera prosequuntur), ma anche una parte storica; che, nel pensiero del Vico, non è propriamente la storia delle singole discipline, ma la concretezza del loro contenuto, l'applicazione delle teorie ai particolari, l’esemplificazione dei concetti generali nelle specie. Giacché altro è studiare, poniamo, la lingua latina, in astratto, altro studiarla nei suoi ottimi scrittori; altro studiare la rettorica, altro gli oratori; e lo studio della poetica si compie e integra con quello dei poeti. La fisica non deve né anch’essa contentarsi di generalità; ma descrivere i fenomeni particolari. I diari clinici con la nota dei così detti rimedi specifici sono la storia della medicina. La teologia si storicizza nei libri sacri, nei dommi e nella tradizione perpetua dell’ insegnamento e della disciplina della Chiesa. La giurisprudenza ha la sua storia nelle singole leggi, nelle interpretazioni singole dei giureconsulti, nei vari esempi delle cose giudicate. La dottrina dell’uomo e del cittadino (moralis et civilis), non occorre dirlo, hanno la loro storia in quella che è la storia per antonomasia, le memorie e gli annali degli uomini grandi e i pubblici monumenti. Concetto, di cui non c’ è bisogno di rilevare la grande importanza e le attinenze intime con quell’unità del vero col certo, della filosofia con la filologia, che sarà una delle intuizioni principali, la principale, della Scienza Nuova. Definito quindi il disegno di una compiuta istruzione onde lo spirito può instaurare la propria natura, Vico trae il suo criterio metodico dalla norma già altra volta invocata a instaurazione dello spirito etico: in guisa che, per stabilire l’ordine degli studi, naturam, egli dice, se- 88 STUDI VICHIANI DI quamur ducem. E infatti la deduzione del suo metodo è una filosofia dello spirito, di cui in questa ultima delle sue Orazioni inedite egli segna alcune linee definitive. Le quali saranno riprese nell’ Orazione dell’anno appresso De nostri temporis studiorum ratione, e non saranno più cancellate nella ulteriore elaborazione del pensiero vichiano. La prima proposizione, in cui culmina un pensiero già incontrato nella prima Orazione, d'origine neoplatonica, suona: « Nullum sane dubium est, quin pueritia, quantum ratione infirma aetas est, tantum memoria valeat »; la quale poco più oltre vien integrata con l’altra: «n ephoebis phantasia plurimum pollet.... nil autem rationi magis, quam phantasia adversatur », sicché, a suo tempo, « phan- tasia attenuanda est, ut per cam ipsam ratio invalescat » *. Che saranno due delle più famose dignità della Scienza Nuova: «La fantasia tanto più è robusta quanto è più debole il raziocinio » 2; e « ne’ fanciulli è vigorosissima la memoria; quindi vivida all'eccesso la fantasia, ch'altro non è che memoria dilatata o composta»: e tutte insieme uno dei concetti più importanti e suggestivi della filosofia del Vico. Che la memoria sia potente nei fanciulli vien confermato dall’osservazione, già fatta nella prima Orazione, circa il ricchissimo patrimonio linguistico che i fanciulli son capaci di accumulare nei primi tre anni; e dall'altra, che il Vico dimenticherà nel De antiquissima, ma rinnoverà più tardi, facendone uno dei canoni capitali della Scienza Nuova: che cioè la lingua non è creazione della ragione, ma della memoria (o fantasia), perché pro- en I Nella Orazione IV già aveva detto: « Atque ea omnia quae memo- rari facienda sunt ab adolescentibus, qua aetate et sensus maxime vi- gent et phantasia plurimum pollet, et mens, quia tum primum materiae vinculis relaxetur, angustissima sit; et ratio, cum in summa versetur ignoratione rerum, sit ad vicium usque curiosa »: Opere, I, 37. ? Dign. XXXVI. II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 89 dotto popolare, e non frutto di sapienza riposta *. Il corollario pedagogico è, che le lingue sono gli studi più adatti alla prima età. Superata la quale, spunta la ragione. Ma lo sviluppo di questa è impedito dal fluttuare delle opinioni, ‘dal prepotere "della ‘fantasia. Chi non sa che, quando questa ci ha fatto immaginare da giovinetti città e regioni lontane e mai viste, a stento col progredire degli anni riusciamo a formarci un'idea diversa ? Tam alte prior caelata est, ut complanari, et alia super ca induci non posstt. E dell'opposizione tra fantasia e ragione si fa esperienza nelle donne; le quali, appunto perché ci su- perano nella fantasia, fanno meno uso della ragione: onde più degli uomini soggiacciono alle passioni. L’at- tenuazione della fantasia è, come siè accennato, il mi- glior modo di favorire il vigore della ragione: e però 1 giovani, dopo le lingue, devono studiare la matematica, che è tutto un esercizio d’ immaginazione, la quale deve spiegare tutte le sue forze per tener dietro a lunghissime serie di figure e di numeri e cogliere quindi la verità delle dimostrazioni. Intanto la fantasia in cosiffatto esercizio (per una specie di eterogenia di fini, onde si gioverà tanto la Scienza Nuova a intendere lo sviluppo dello spirito), vien rimettendo ogni crassezza e corpulenza (crassitie et corpulentia): la fantasia, si direbbe, nega se stessa nella considerazione dei punti e delle linee: la mente umana si liquefà, comincia a purgarsi, e dal senso passa al pen- siero. Giacché, dopo le matematiche, si può volgere alla fisica, ossia agli oggetti che non sono più sensibili, e pur sono corpi; « atque ex rebus, quae sensu percipiuntur, par est, quae omnem sensum effugiuni colligere, adhuc corpora tamen »; appunto mercé la fisica, che studia « insensibilia 1 «Nulla doctrina ratione minus, magis memoria constat, quam sermonis, nam eius ratio consensus et usus populi est: quem penes arbitrium est, et ius, et norma loquen- di»: Opere, I, 63-4. 90 STUDI VICIIIANI corpora corumque insensibiles et figuras et motus, quae sunt naturalum rerum principia et caussae ». (Siamo, come si vede, ancora alla fisica corpuscolare, che sarà detta poi di falsa posizione in quanto non trascende i corpi per ispiegarli). Così la mente, fer gradus, attraverso 1 dati della matematica e i dubbi della fisica, si vien depurando, e liberando dal senso, e può elevarsi allo studio delle cose spirituali, e conoscere con intelletto puro (la mente pura della Dign. LIII) se stessa, e per se stessa Dio. Scoperta quindi la regola del vero e del falso, si potrà studiar la logica; e, conosciuto Dio, volgersi alla teologia; e quindi all’etica, che consegue dall’ intera scienza delle cose divine ed umane. Ma poco importano 1 particolari del ciclo, onde si conchiude lo sviluppo dello spirito: molto la legge di questo sviluppo, che è quella a cui s’'atterrà il pensiero vichiano; e, liberatosi nel De antiquissima dalla intuizione neoplatonica del mondo, in cui aveva, per così dire, impegnati i suoi occhi (mondo della natura, da cui si risale a Dio, ma da cui non si può salire all'uomo), se ne farà una fiaccola, nel Diritto Universale e nella sua opera maggiore, che è poi la vera sua opera, per penetrare in quell’oscuro mondo dell’uomo, in cui l’uomo crea se stesso: il mondo, che era affatto ignorato da tutta la filosofia precedente. VII. Conchiudendo: la prima fase del pensiero vichiano si distingue dalla seconda e dalla terza come l’unità ancora indistinta di entrambe; quell’unità, a cui bisognerà guar- dare per intendere le due fasi consecutive, ciascuna delle quali la porterà tuttavia oscuramente in se stessa. In questa fase c’ è la metafisica antica dell’essere, in cui la mente è in quanto cessa di esser mente, il molteplice nega II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 9I la sua molteplicità, lo sviluppo si contrae nel suo punto di partenza, e il mondo, come mondo, non ha valore, e rappresenta un decadimento e una diminuzione di realtà. È la metafisica antica, platonica per antonomasia; verità senza certezza; oggetto senza spirito: e quindi trascen- denza e scetticismo: il dommatismo di Spinoza e lo scet- ticismo di Hume. Ma c’è anche un’altra metafisica, che non è dell’essere, bensì dello spirito, il cui essere non è se non in quanto si fa (spiritualmente), attraverso contrasti, sempre composti e sempre rinascenti, in cui si svolge con incremento continuo la realtà, che non è più concetto astratto (genera, gli universali della logica aristotelica), ma storia, particolari, onde si realizza l’universale: individuo. La prima metafisica è svolta nel De antiquis- sima. La seconda nelle opere con cui, dieci anni dopo, dal Diritto Universale in poi, il filosofo riprese la sua at- tività letteraria. Ma, come il conato della prima metafisica porta l’ Uno a moltiplicarsi e lo spirito a farsi natura, la natura umana della seconda è na- turalmente portata a dilettarsi del- l'uniforme (Dign. XLVII); ossia un nuovo co- nato: spinge il molteplice a unificarsi, la natura (la natura dello spirito, il sentire senza av- vertire) a farsi spirito (riflessione con mente pura), che, come senso comune (Dign. XII), supera ogni arbitrio dello spirito finito, ed è la stessa Provvidenza divina, Dio 2. Ora, come il primo conato lega Dio al mondo, e quindi la metafisica a una storia che, per non esser nostra, non può esser conosciuta da noi; il secondo lega il mondo come umanità a Dio, e quindi fa della storia la nostra vera metafisica. Ma Vico 1 Scienza Nuova?, ed. Nicolini, pp. 183, 238. . ,* «E questo istesso è argomento che tali pruove [della S. N.] sieno d'una Specie divina e che debbano, o leggitore, arrecarti un divin piacere » (p. 188). 92 STUDI VICHIANI ha perfettamente ragione nella Scienza Nuova di ripetere quel che è lo scetticismo del De antiquissima, e però di conservare la metafisica che non è nostra (di quel mondo naturale, di cui Dio solo ha la scienza)! insieme con la nostra metafisica. Le due vedute, le due opere vichiane,"s’ integrano a vicenda. Il che vuol dire che a fondamento del processo dalla natura a Dio della Scienza Nuova rimane sempre pel Vico un processo da Dio alla natura, un descenso platonico, che spiega così la tendenza vichiana al panteismo e all’ immanenza e però al soggettivismo e alla metafisica della mente, come la tendenza, anch’essa incontestabilmente vichiana, al teismo e alla trascendenza, e però al platonismo e alla metafisica dell’essere. La luce è anche in Vico cinta da un emisfero di tenebre. NOTA Un valente studioso, il prof. BENVENUTO DONATI, ha nel 1915 pubblicato (negli Annali della Fac. di Giurispr. della Univ. di Perugia, vol. XXX) un’ importante memoria sui Prolegomeni della filosofia giuridica del Vico attraverso le Orazioni inaugurali dal 1699 al 1708. Dove è indagato con molta sagacia lo svolgi- mento del pensiero vichiano attraverso le Orazioni inaugurali, compresa quella del 1708 De nostri temporis studiorum ratione; e ciò in relazione col Diritto Universale. E si vuol mostrare come a grado a grado si venissero svolgendo i germi che giunsero a dare i loro frutti maturi nel De uno. E non si può non congratularsi di questa nuova analisi dei primi scritti del Vico, che fino a pochi anni fa solevano passare quasi inosservati: poiché il Donati mette nella più chiara luce gli addentellati che in essi hanno taluni dei con- cetti principali del periodo posteriore della speculazione vichiana, — —————T—- —-» I « Dee recar meraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studia- rono di conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza » (p. 173). II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 93 spiegando ottimamente perché le prime sei Orazioni il Vico non avesse più pubblicate, e in qual senso rifiutasse tutte le opere anteriori alla Scienza Nuova seconda; quantunque troppo forse egli si giovi delle tardive illustrazioni e dichiarazioni dell’Awuto- biografia per accertare l’originario significato dei primissimi scritti. Tutte le sette Orazioni inaugurali sono considerate stretta- mente connesse tra loro e tutte destinate a preparare la tratta- zione del De uno con la discussione di tutti i problemi critici 0 introduttivi: e andrebbero divise in tre gruppi, distribuendo le prime sei dal Vico lasciate inedite in due trilogie (come le vuol denominate il Donati): l’una sul fondamento della sapienza, e l’altra sulla destinazione di questa. Alle quali trilogie seguirebbe da ultimo, a modo di conclusione, l’ Orazione sul metodo. E poiché il fondamento della sapienza, ossia dello svolgimento dell’attività razionale conoscitiva dello spirito, consiste nella natura dello spirito considerata dal Vico non come astratta unità isolata, ma, unità del molteplice, e quindi individualità che ha la sua con- cretezza nella storia, nelle attinenze sociali e nella vita comune, dalla prima trilogia è ovvio il passaggio logico alla seconda, de- stinata a illustrare i fini della scienza desunti dalla vita, e a mo- strare nella scienza stessa uno strumento per l’azione e il principio della retta volontà. Onde entrambe le trilogie si possono a ragione considerare una preparazione analitica di quella sintesi, che è rappresentata dall’ Orazione sul metodo del 1708, e che il Vico nella sua Autobiografia dice come « un abbozzo dell’opera che poi lavorò: De universi iuris uno principio ecc., di cui è appendice l’altra De constantia iurisprudentis ». La esposizione che ne fa il Donati in correlazione col De uno è meritevole d’ogni lode: precisa, netta, chiara e rigorosa, in modo da riuscire una illustrazione efficacissima dell’ordine di pensieri adombrati dal filosofo napoletano nella forma alquanto rettorica di quegli antichi suoi tentativi. Ma, né mi pare che ne venga un risultato nuovo per gli studi intorno alla formazione della filosofia vichiana; né che riesca sufficientemente dimostrata la tesi finale dell’autore, circa l'autonomia del Diritto Universale, come trattazione speciale di filosofia del diritto, e conclusiva d'un periodo d’indagini filosofico-giuridiche, dalla Scienza Nuova, come quadro più vasto, a cui il problema del diritto si sarebbe esteso dopo il De uno. In un punto il Donati accenna ad una interpretazione della Orazione del 1699 diversa da quella data da me. Egli ritiene che le dichiarazioni del Vico in quella Orazione circa la potenza crea- 7 904 STUDI VICHIANI trice dello spirito nel mondo umano bastino a salvare l’auto- nomia dell’uomo; né quindi si potrebbe convenire con me per l’ identità che io vidi in quello scritto tra l’uomo e Dio. Ma nello stesso luogo io richiamai altri pensieri analoghi di scrittori del nostro Rinascimento (v. sopra p. 46; e ora lo studio intorno al Concetto dell’uomo nel Rinascimento, nel mio volume G. Bruno e il pensiero del Rinascimento); pensieri i quali mettono fuor di dubbio che questa celebrazione dell’uomo era un motivo tradi- zionale, caro sopra tutto agli scrittori neoplatonici, ignari ancora d’ogni vero principio di distinzione dello spirito umano dal divino, e insufficiente quindi da sola a quella coscienza dell’assoluta libertà dell’uomo, alla quale più tardi tenderà con tanto ardore il Vico. E sta logicamente che, se già nel 1699 il Vico avesse rag- giunto questa nozione dell'autonomia dell’uomo, non avrebbe potuto, undici anni dopo, incorrere nello scetticismo del De an- tiquissima. E quanto ai rapporti del De uno con la Scienza Nuova, sono essi da considerare o no, come due redazioni diverse e successive della stessa opera ? Va da sé che l’accentuazione dello speciale problema del diritto — dal Vico non ravvisato mai nella sua caratteristica differenziale — che l’autore può aver fatto nel De uno per ragioni estrinseche, come quelle de’ suoi interessi accademici, non può aver peso per decidere se, sostanzialmente, il tema in cui si travaglia in entrambe le opere la mente del Vico sia sostanzialmente il medesimo. E tra tutti i rilievi fatti in pro- posito dal Donati, quello che, secondo lui, dovrebbe togliere perplessità ed equivoci (p. 81), si riduce a chiarire, secondo lo stesso autore, che quando il proposito del Vico nel De uno «ritorna per dar materia alla Scienza Nuova, si allarga nella sua estensione, si precisa nel suo significato » (ivi). Il che non costituisce certamente una differenza sostanziale, per la quale s’abbia a conferire al problema del diritto nella filosofia vichiana quell’ importanza specifica che esso non ha: almeno fino a che il Donati non ci abbia dato una dimostrazione più conclusiva di questa, con cui si chiude il suo bello opuscolo. Un'altra serie di studi molto importanti, di carattere biografico e cronologico, ma che potrebbero avere conseguenze di gran rilievo rispetto alla storia intellettuale del Vico, sono quelli che vien conducendo sull’Autobiografia il NicoLINI. Il quale dagli errori cronologici commessi dal Vico nella ricostruzione della sua vita e del suo pensiero e fors’anche nella datazione delle sue II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 95 vecchie Orazioni inedite, è indotto a dubitare se per avventura non solo l’anticartesianismo ma fors’anche lo stesso neoplato- nismo di questa prima fase del pensiero vichiano non sia, almeno in parte, una coloritura tardiva che l’autore medesimo fece del proprio pensiero. Codesti suoi dubbi il Nicolini mi ha amiche- volmente comunicati. E sebbene a me sembrino eccessivi, sopra tutto se si tien presente la logica dello stesso sviluppo del pen- siero vichiano, non voglio qui tralasciare di riferire talune sue osservazioni, delle quali bisogna tener conto ancorché non ba- stino a suffragare le conclusioni che il Nicolini tende a ricavarne. Prima di tutto a proposito del cenno autobiografico sul Di Capua da me richiamato a p. 39: « Non ho fatte ancora ricerche speciali sulle derivazioni del Vico da Tommaso Cornelio. Ma quanto a Lionardo di Capua (che abitava a Napoli a pochi passi dalla casuccia del Vico, a San Biagio dei Librai), posso affermare di sicuro che il Vico nella sua gioventù fu un fervente ‘ capuista ’, e che il giudizio non favorevole dato nell’Autobiografia sullo scetticismo del Di Capua è, al solito, anacronistico; e cioè rappresenta lo stato d'animo del Vico nel 1728, non nel 1695. Tutto ciò è mostrato nella terza puntata del mio lavoro Per la biografia, ove, tra altri argomenti, son messi in rilievo questi: « a) la prosa giovanile del Vico (periodo, costruzione, termi- nologia e giro di frase) è modellata esattamente su quella di Lionardo di Capua; «b) ancora nel 1715-17 il Vico era (almeno letterariamente) così capuista, da ricalcare la sua Vita di Antonio Carafa sulla Vita di Andrea Cantelmo del Di Capua (fu già osservato anche dal CROocE nel suo scritto sulla Vita di Antonio Carafa); «c) nella famosa disputa tra il Di Capua e l’Aulisio, che per anni tenne divisa la Napoli dotta in due partiti avversissimi, che polemizzarono tra loro nel modo più violento, il Vico, insieme con altri suoi amici capuisti, si schierò risolutamente accanto al Di Capua; tanto che per parecchi anni l’Aulisio gli serbò il broncio e gli perdonò soltanto nel 1709, dopo che il Vico ebbe pubblicato il De studiorum ratione (cfr. Autobiografia, p. 33). «Insomma, qui come in molti altri punti dell’ Autobiografia, Il Vico, nel discorrere dei suoi studi giovanili, trasportò alla sua forma mentis giovanile quella dei suoi sessant'anni: da che la conseguenza che, per la ricostruzione della primissima fase del suo pensiero, l’Autobiografia è una fonte assai infida. Diverso, naturalmente, dovrebb’essere il caso per la ricostruzione del 96 STUDI VICHIANI pensiero vichiano dal 1699 in poi, perché di esso si dovrebbero pure avere documenti contemporanei nelle Orazioni inaugurali. Senonché, queste, nel testo in cui ci son perve- nute, ci offrono l'effettivo e successivo svolgi- mento della mente del V. dal 1699 al 1707 ? Questa la questione. « Che il codice della Biblioteca Nazionale di Napoli, donde prima il Galasso, poi tu e io pubblicammo quelle Orazioni, ne contenga non la prima stesura (quella recitata via via all’ Uni- versità) e nemmeno la seconda (di cui restan soltanto alcune Emendationes), ma soltanto una terza stesura, — dimostrai già nella Nota bibliografica di quel nostro volume vichiano. Resta ora a vedere: « I) in qual tempo il V. allestì codesta terza stesura; « 2) se nell’allestirla, egli v’introdusse soltanto correzioni di forma, o non anche mutamenti filosofici più o meno profondi e correlativi al grado di maggiore maturità raggiunto dal suo pensiero. «Quanto al primo punto, è cosa più che certa che la terza stesura delle Orazioni può esser bensì posteriore, non mai ante- riore al 1708. Basti dire che nel codice che ce l’ ha serbata (tutto di pugno di Giuseppe Vico con correzioni autografe di Giam- battista), le sei Orazioni inaugurali formano un sol corpo col De studiorum ratione (recitato il 18 ottobre 1708), e tutte sette s' intitolano complessivamente: De studiorum finibus naturae humanae convenientibus. Anzi, poiché da alcuni raffronti che ho iniziati, la redazione del De studiorum ratione contenuta dal co- dice anzidetto comincia a sembrarmi non anteriore ma posteriore al testo a stampa (pubblicato nell'aprile 1709), la data dell’ in- tero codice potrebbe anche esser fissata tra la fine del 1709 e 1 principii del 1710. «Se poi nell’allestire codesta stesura definitiva il V. introdu- cesse anche nelle prime sei Orazioni mutamenti correlativi alla sua forma mentale del 1709-10, è impossibile naturalmente di- mostrare con una prova documentaria, perché manca il meglio: il testo primitivo su cui compiere il raffronto. Tuttavia alcune circostanze, che ti verrò enumerando, rendono, a mio vedere, la cosa altamente probabile. « 1) Il pensiero del V., come tu ben sai, non fu mai statico, ma sempre ultradinamico. Per citare un esempio solo tra cento, dalla pubblicazione del De constantia iurisprudentis (1721) a quella delle Note al Diritto universale (1722) corrono appena pochi mesi: eppur nelle Note il V. svolse, sopra tutto in fatto II. LA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 97 di mitologia, di estetica e di critica letteraria, ‘canoni ’ affatto diversi e talora diametralmente opposti a quelli ch’egli medesimo aveva posti pochi mesi prima. Per contrario, le Orazioni inau- gurali, sebben tra la prima e la sesta intercedano ben otto anni (1699-1707), esibiscono non un pensiero in continua gestazione e dall’una all’altra Orazione sempre più progredito, ma un pen- siero già bell’e formato e, sia pur provvisoriamente, consolidato. L’una illustra l’altra; tutte si compiono a vicenda; nella sesta si riprende, con altri sviluppi, ma senza alcun mutamento fon- da mentale, il motivo centrale della prima: tutte sei, insomma, col De studiorum ratione, che dell’edificio è il magnifico coro na- mento, formano, come il V. voleva che formassero, un blocco solo, un tutto armonico. Salvo dunque a supporre che il dinami- cissimo V. del 1720-44 fosse invece nel 1699-1709 il più statico dei filosofi e degli scrittori, è da ritenere che, allorché nel 1709 o nel 1710 egli si risolse a riunire tutte le sette Orazioni (De stu- diorum ratione compreso) nel De siudiorum finibus naturae hum a- nae convenientibus, introducesse, sopra tutto nelle più antiche, mutamenti così profondi da farle sembrar tutte scritte in un momento solo. O, per dir la medesima cosa con altre parole, le sette Orazioni non sono sette documenti di sette momenti diversi del pensiero del V., ma un documento unico d’un momento solo, naturalmente, l’ultimo (1709 o 1710). «2) Non mancano indizi che il V. allestisse il testo definitivo delle Orazioni inaugurali, non voglio dire senza guardar nem meno la stesura primitiva, ma tenendo di questa un conto molto re- lativo. Nel testo recitato via via all’ Università (1699, 1700, ecc. ecc.) era materialmente impossibile che il V. sbagliasse le date delle singole Orazioni. Invece curiosissimi errori del genere si trovano nella stesura definitiva e nel riassunto che il V. stesso ne die’ poi nell’Autobiografia. Ho già fatto osservare che la terza Orazione (‘terza ’, sempre che le Orazioni furono recitate ef- fettivamente nell'ordine dal V. e questi non introdusse anche, nella stesura definitiva, qualche inversione), che la terza Ora- zione, dicevo, fu pronunziata il 18 ottobre, non del 1701, secondo afferma il V., ma del 1702. E molto maggiori, e più aggrovi- gliate, sono le incongruenze cronologiche che si osservano nella quarta Orazione, alla quale, così nel testo definitivo come nel- l’Autobiografia, il V. assegna la data del 18 ottobre 1704. « a) A principio di essa si dice che, nei due precedenti anni scolastici, non c’era stata all’ Università alcuna Orazione inau- gurale. E, nemmeno a farlo apposta, ce n’era stata una all’ inizio 98 o, STUDI VICHIANI dell’anno scolastico 1703-4, e l’ aveva recitata l’ amico e collega del V. Giovanni Chiaiese, nominato il 28 luglio 1703 lettore di Istituzioni di diritto civile (Praelectio ad initium legis ecc. ecc. a D. JOHANNE CHIAIESIO, în inclyta Academia Neapolitana ha- bita, Neapoli, 1703); e un’altra, a principio dell’anno scolastico 1702-3, l'aveva recitata proprio Giambattista Vico ! « b) Il V. soggiunge che causa del suo supposto silenzio nei due anni precedenti (1702 e 1703) era stata la preparazione della riforma dell’ Università napoletana compiuta dal cappellano maggiore Diego Vincenzo Vidania per incarico del viceré marchese di Villena. Ma codesta riforma (dalla quale il filosofo ricavò il beneficio che la sua cattedra di rettorica, da quadriennale, di- venisse perpetua) era stata già bell’e compiuta venti mesi prima dell’ottobre 1704 mercé la nota prammatica del 28 feb- braio 1703. «c) Nell’Autobiografia, infine, il V. aggiunge che dopo che, il 18 ottobre 1704, aveva recitata ‘ metà’ di questa quarta Ora- zione, entrò nell’aula ‘il signor don Felice Lanzina Ulloa, pre- sidente del Sacro Real Consiglio, in onor di cui egli con molto spirito diede altro torno e più breve al già detto, e attaccollo con ciò che restava a dire’. E il 18 ottobre 1704 don Felice Lanzina Ulloa era già morto da diciotto mesi, giacché la Gaz- zetta di Napoli reca il suo decesso (e proprio di lui, presidente del Sacro Real Consiglio) nel numero del 20 marzo 1703. « 3) Alla sesta Orazione il V. assegna, così nella stesura defi- nitiva come nell’ Autobiografia, la data del 18 ottobre 1707. Ma tre mesi prima le truppe austriache erano entrate a Napoli; al due volte secolare viceregno spagnuolo era sottentrato il vice- regno austriaco; e come loro re i napoletani non avevan più Fi- lippo V di Spagna, ma Carlo d’Austria. È mai possibile che, in una solenne prolusione universitaria, in un discorso ufficiale tenuto appena tre mesi dopo avvenimenti così clamorosi, non si trovi nessun accenno a essi, non una parola sola di omaggio al nuovo dinasta ? e che non vi accennasse proprio il V., i cui scritti ufficiali, come dice argutamente il Croce, ‘basterebbero da soli a ricostruire la serie delle vicende cui andò soggetta Napoli dalla fine del secolo decimosettimo alla metà del decimottavo ’ ? il qual V., anzi, l’ 11 ottobre 1707 (sei giorni prima dell’ Orazione) aveva avuto incarico ufficiale dal nuovo governo di preparare una solenne commemorazione dei martiri della congiura di Mac- chia ? Allora una delle due: o l’ Orazione fu recitata in anno diverso dal 1707, oppure nella stesura definitiva il V. soppresse Il. TA PRIMA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 99 qualsiasi accenno politico. E, nell’un caso o nell’altro, si giunge sempre al risultato, che la stesura definitiva è diversa dal testo primitivo. «Comprendo io pel primo che questi dati di fatto sono ancor troppo poca cosa perché possan già far configurare diversamente la cronologia (che in questo caso è storia) del pensiero vichiano. E non mancherò certo, nelle mie future postille all’Autobiografia, di allargare e approfondire l’ indagine. Ma, in fin dei conti, nes- suno potrà sconvenire che la sicurezza, che finora avevamo tutti, che al neoplatonismo il V. passasse per lo meno fin dal 1699 (data della prima Orazione) comincia a essere alquanto scossa. E cor- relativamente comincia a delinearsi la possibilità che codesto passaggio, almeno in forma decisiva, avvenisse soltanto nel 1708 O 1709, cioè quasi alla vigilia del giorno in cui, col De antiquis- sima (1710), il V. spiegherà risolutamente la bandiera anticarte- siana. Neoplatonismo e anticartesianismo, insomma, potrebbero nel V. esser coevi o quasi: come quasi coevi, del resto, li dice l’Autobiografia, salvo ad anticipare al 1686-95, e ad asserir già bell'e compiuto nel 1695, un atteggiamento spirituale, che forse in lui non cominciò a prender consistenza se non molti anni dopo. Che se poi questi miei dubbi assurgessero un giorno a certezza, sarebbe molto interessante indagare se e in qual misura il neo- platonismo del V. venisse determinato dalle sue lunghe e appas- sionate conversazioni filosofiche con Paolo Mattia Doria, ricor- date dal V. medesimo nel prologo del De antiquissima e nel- l’Autobiografia ». Digitized by Google III LA SECONDA E LA TERZA FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA Digitized by Google La filosofia di G. B. Vico, se si può da una parte con- siderare come una delle forme più eminenti dello schietto spirito italiano e una delle maggiori forze autoctone svi- luppatesi dalla storia particolare d’ Italia, apparisce, dall'altra, a chi ne investighi accuratamente i più profondi motivi ideali, quasi uno specchio dei principii fonda- mentali della moderna filosofia europea: francese, inglese e tedesca. Essa, insomma, come le affermazioni più vigo- rose dello spirito, unisce in sé e concilia in un solo atto di vita la più larga universalità ideale con la più con- creta determinatezza storica. E l’aver guardato per solito all'una o all'altra faccia del pensiero vichiano ha reso molto difficile la piena intelligenza della sua storica indi- vidualità, mentre ha prodotto, come conseguenza né- cessaria, quella strana storia della fortuna dello scrittore, che non so se abbia riscontro in altro scrittore di qual- Stasi letteratura: quella storia anch'essa a doppia faccia di un « illustre ignoto »: di un grande, anzi grandissimo filosofo per gl’ Italiani, che da un secolo e mezzo non né Tipetono il nome senza sentirsi vivamente compresi di ammirazione mista a riverenza come innanzi a uno de’ genti maggiori della loro stirpe, di quelli che la coscienza d o popolo consacra nel tempio de’ suoi spiriti tutelari; e d'un filosofo, d’altra parte, ignorato come tale, malgrado 104 STUDI VICHIANI sporadici omaggi di simpatie, di lodi, e di plagi, nel mondo della cultura internazionale *, Contrasto tanto più significativo, se sl considera che l'ammirazione universale e sconfinata degli Italiani per Vico non aveva punto radici in sentimenti e tempera- menti spirituali di geloso nazionalismo, poiché Vico sorge in mezzo a una cultura impregnata d'’ influssi stranieri, segnatamente francesi, e la sua fama postuma vive e grandeggia attraverso tutto quel secolo XIX, in cui l’ Italia non lavora che ad affiatarsi con la filosofia stra- niera, dal Galluppi, che meditò tutta la vita la filosofia francese e la tedesca di Kant, fino a Bertrando Spaventa hegeliano o a Roberto Ardigò riecheggiante in Italia il positivismo francese e inglese; e si pon mente, d'altro canto, che gli stranieri, se disconoscevano il valore d’un filosofo della forza del Vico, non indugiavano a scorgere ‘ e pregiare in giusta misura altri dei maggiori rappre- sentanti della genialità italiana. Basti per tutti ricordare il Goethe, di cui invano Gaetano Filangieri richiamò l’attenzione sulla Scienza Nuova, e che ebbe invece animo così pronto a intendere e gustare Giordano Bruno, p. es., e il Manzoni. Onde è chiaro che non, per così dire, la generica italianità di Vico fu ostacolo all’ intelligenza del suo pensiero fuori d’ Italia, ma la sua italianità parti- colare, riuscita oscura agli stessi Italiani preoccupati delle forme, in cui gli stessi problemi vichiani si erano pre- sentati nella filosofia straniera: ossia appunto in quella filosofia che era stata il maggior pascolo delle loro menti. Uno dei caratteri più appariscenti della italianità del Vico è il suo atteggiamento negativo e polemico verso I Tutti i documenti di questa singolare storia sono stati con grande amore raccolti da B. Croce, Bibliografia vichiana, Napoli, 1904 (negli Atti dell’Accademia Pontaniana) col Supplemento del 1907, il Secondo supplemento del 1910 (negli stessi Atti) e nuove aggiunte nella Cri- tica, 1917-21. III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA IO5 la cultura del suo tempo, quando lo spirito italiano era tributario della cultura straniera, e accoglieva passivo le idee dominanti oltre Alpi, sopra tutto in Francia: in filosofia, nelle due forme dell’atomismo gassendista e del matematicismo cartesiano. E Vico alla intuizione mate- rialistica e naturalistica dell’atomismo contrappone la concezione idealistica e umanistica della storia, e al- l'astratta contemplazione delle idee chiare e distinte, oggetto di intuizione e deduzione matematica, il processo autogenetico della umanità, che vien creando il suo mondo, e nel suo mondo se stessa. La storia dell’umanità, prima del Vico e attorno al Vico, in Italia e fuori d'’ Italia, era erudizione (o filologia, per usare la parola dello stesso Vico): rivolta più a raccogliere i documenti esterni dell’attività dello spirito umano, che a penetrarvi dentro e giovarsene a intendere l’ intimo sviluppo di quest’attività medesima. Movimento, di certo, tutt’altro che trascurabile, anzi di grandissima importanza nella storia dello spirito italiano, nella quale Ludovico Antonio Muratori occupa un posto cospicuo: ma che aveva non- dimeno nel suo presupposto speculativo quel difetto che Vico avvertì: di vedere il solo aspetto esterno di quella realtà, che è il processo storico: quel difetto, di cui lo stesso Vico additò profondamente la correzione nella sua unità di filologia e filosofia. E anche per questa parte è ormai noto che le menti italiane entravano in una cor- rente che moveva dalla Francia *. Contro questa cultura in voga, di cui notava accor- tamente le origini forestiere, il Vico si vantava di essere «autodidascalo » e di far parte per se stesso riannodan- dosi alla tradizione italiana dei filosofi del Quattro e del Cinquecento: ai Ficino, ai Pico, ai Patrizzi, ai Mazzoni, 1 Vedi G. Maucain, Étude sur l’évolution intellectuelle de 1° Italie de 1657 à 1750 environ, pp. 93 sgg.; e qui sopra p. 9. 106 STUDI VICHIANI agli Steuco. E in realtà la mentalità del Vico si spiega meglio nel suo svolgimento se si ricollega col pensiero ita- liano del Rinascimento, anzi che con quello de’ suoi con- temporanei. Non s'intenderebbe mai, per dirne una, perché il Vico affermi con tanta insistenza di essere un platonico, egli che è pure l’autore di una delle filosofie più avverse al platonismo, senza considerare le tracce di platonismo rimaste nel suo pensiero dallo studio dei filo- sofi italiani neoplatonici e neoplatonizzanti del sec. XV e del XVI *. Ma fuori di questa intima parentela italica della mente vichiana non s’' intenderebbe neppure un’altra delle ca- ratteristiche più speciali della sua filosofia, che non è stata tra le minori cause della sua scarsa fortuna nella storia internazionale del pensiero speculativo: voglio dire la sua forma, affatto impropria, per cui non c’è uno scritto del Vico, che si possa additare come esposizione adeguata o approssimativa della sua dottrina, a quel modo che si fa per Cartesio, per Spinoza, per Leibniz, per Locke, per Hume e per tanti altri filosofi del periodo stesso, a cui il Vico appartiene. Questi, invece, non sì propone mai chiaramente e direttamente la trattazione del pro- blema, che agita realmente il suo pensiero, e vi riceve infatti una soluzione. Il suo pensiero filosofico fonda- mentale, per motivi estranei alla sua interna struttura logica, ci è presentato in una forma più atta a deviare l’attenzione da esso che non a fermarvela sopra e concen- trarvela: in una forma impostagli violentemente dall’au- tore, più sollecito, apparentemente, d’accentuare questa forma estrinseca arbitraria che non la sostanza vera ed ori- ginale del suo pensiero. Le opere capitali del Vico son due: il De antiquissima Italorum sapientia ex linguae latinac originibus eruenda (1710) e 1 Principii d'una scienza nuova ! Vedi lo studio precedente. III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA IO7 d’ intorno alla comune natura delle nazioni (1725, 2% edi- zione 1730 e ’44). Nella prima l’autore, come attesta lo stesso titolo, si propone per l’appunto di dimostrare quale sia la filosofia che può e deve ricavarsi dalle origini della lingua latina, come quella dottrina che una volta dové esser professata da’ più antichi saggi d’Italia; e nella seconda come argomento principale della ricerca viene annunziata una scienza nuova intorno alla natura della società umana (come si vien realizzando attraverso la storia). Ora la critica ha dimostrato che i problemi, intorno ai quali si travaglia la mente del Vico in queste due opere, non sono né l’uno né l’altro di questi qui enun- ciati, nei quali è pure innegabile che egli abbia impegnato di proposito copiose riserve di dottrina e d’ ingegno, se- gnatamente nella Scienza Nuova. Chi voglia intendere il De antiquissima, non deve tenere nessun conto del suo titolo e del proemio, e di tutte le vane investigazioni che qua e là vi ricorrono, dei riposti concetti, che, secondo 1l Vico, supporrebbero talune voci latine, ma limitarsi a considerare in se stessa questa dottrina che egli pretende rimettere in luce dal più vetusto tesoro della mente ita- lica, e che non è altro che una dottrina modernissima, quale poteva essere costruita da esso Vico nel 1710. E chi voglia parimenti penetrare nel pensiero nuovo, che è il nocciolo sostanziale della Scienza Nuova, non deve ar- restarsi agli sforzi faticosi, con cui il Vico si argomenta di dimostrare come infatti l’umanità civile percorra e ri- percorra nel tempo una storia ideale eterna, ossia come il processo storico obbedisca a una legge costante immanente alla natura dello spirito umano (che sarebbe soltanto l’as- sunto di quel contestabile problema filosofico, che si disse poi di « filosofia della storia »); ma guardare più addentro, per mirare a quella profonda speculazione (su cui pur costantemente s’aggira il pensiero vichiano) intorno alla natura dello spirito umano. Della quale egli scopre in- 108 STUDI VICHIANI fatti una scienza nuova, ma che non è altro che una nuova filosofia, un nuovo sistema filosofico. Il pensiero vichiano perciò è un nocciolo chiuso dentro un forte guscio; e chi non è in grado di rompere il guscio, non può gustare quel pensiero. Ora questo guscio, come dicevo, non si spiegherebbe senza la cultura speciale del Vico: cultura anacronistica, certamente, ma italiana. Quella inutile fatica che si dà l’autore del De antiquissima di sforzare il significato di talune voci latine per farne altrettanti documenti di un pensiero italiano antichissimo, da farsi risalire, secondo probabili congetture, fino alla filosofia degli egiziani !, ri- chiama bensì il Cratzlo di Platone 2, ma si riconnette ben più da presso al metodo dei neoplatonici italiani del Rina- scimento, che aveva, a sua volta, la sua buona ragion d'es- sere nel sec. XV e nel XVI, ma diventa una semplice «maniera » letteraria nel XVIII; quantunque qualche suggerimento o incoraggiamento ad usarne possa il Vico aver ricevuto dagli stessi scrittori contemporanei 3. Il neoplatonismo italiano del Quattrocento risaliva anch'esso, per la trafila di Platone, Filolao, Pitagora, Aglaofemo, Orfeo, Mercurio Trimegisto, fino all’arcana e favolosa sa- pienza egiziana 4: ed era uso comune a tutti i filosofi pla- tonizzanti di esporre il proprio pensiero come dottrina de’ più famosi ed antichi, ancorché non mai esistiti, filo- sofi e sapienti. Tipico per questo rispetto il sincretismo del De perenni philosophia di Agostino Steuco (1540), dal Vico menzionato tra gli autori da lui tenuti in maggior considerazione. I Vico, Seconda risposta al Giorn. dei letterati, $ 1; Opp., I, 242-8. 2 Ricordato dallo stesso Vico nel Proemio. 3 GIOVANNI RossI, Vico nei tempi di Vico: La cosmologia vichiana, nella Rivista filosofica, vol. X (1907), pp. 602 sgg. 4 Ficino, Argomento premesso alla sua trad. del Pimandro. III. LA II E LA II FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 109 Quanto alla Scienza Nuova, non parmi possibile spie- Gare la genesi del problema, nella forma in cui vi è pro- Posto, senza rifarsi da Platone, dal Vico così lungamente meditato in compagnia de’ suoi filosofi del Rinascimento, € tenuto poi sempre per la maggior guida al vero filo- Sofare, quantunque la concezione filosofica incarnatasi nella Scienza Nuova sia, com’ho accennato, diametralmente con- traria ai principii del platonismo. Che altro, infatti, è la Repubblica platonica se non una sorta di storia ideale eterna del corso delle nazioni, dedotta in qualche modo dalla speculazione della natura dello spirito umano; storia, in cui campeggia una forma di Stato ideale, punto di par- tenza ideale e ideal punto di arrivo dei singoli periodi ci- clici della perpetua vicenda del mondo, ma che anch'essa non può, nel suo divenire, spiegarsi se non pel natural moto dei sentimenti e delle idee umane ? Nella prima edizione della Scienza Nuova, dove discorre della estrema difficoltà, in cui si trova chi indaghi le prime origini ideali dell'umanità, a ridursi in quello «stato di somma igno- tanza », libero dalle «comuni invecchiate anticipazioni », in cui è pur necessario collocarsi per assistere al primo Svegliarsi d’«ogni senso d’umanità », il Vico dice: « Tutte Queste dubbiezze, insieme unite, non ci possono in niun conto porre in dubbio questa unica verità, la qual dee esser la prima di sì fatta scienza; poiché in cotal lunga e densa notte di tenebre quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo delle gentili nazioni egli è stato Pur certamente fatto dagli uomini; in conseguenza della quale per sì fatto immenso oceano di dubbiezze, appare questa sola picciola terra, dove si possa fermare il piede; che i di lui principii si debbono ritruovare dentro la natura della nostra mente umana, e nella forza del nostro intendere». E Platone aveva detto che « quante sono le forme degli Stati, altrettante rischian IIO STUDI VICHIANI di essere le forme dell’anima »: cinque quelle, cinque queste !; essendo chiaro, come dice altrove ?, che non dal rovere e dal macigno procedono le forme politiche, sì dai costumi dei popoli che nel loro mutare trascinan seco tutto il resto. La differenza tra la ricerca platonica e la vichiana è certo grandissima per la diversa concezione da cui muovono, della storia o dell'umanità: ma, senza dire delle analogie particolari, qui si vuole fermar l’atten- zione sul loro comune carattere di speculazione ambigua intorno alla storia, ora intesa come storia ideale, e ora come storia empirica e cronologica. E così nella Scienza Nuova come nella Repubblica questa impostazione della ricerca è una superfetazione, che deve superare chi voglia scoprire la sostanza di pen- siero filosofico viva nelle due opere. La teoria delle idee e l'etica della Repubblica infatti non ha che vedere con le fiacche speculazioni politiche sovrappostevi dall’autore; come le dottrine intorno al mondo dello spirito svolte dal Vico nella Scienza Nuova non hanno intrinseco legame con la filosofia storica dei corsi e dei ricorsi. E come il filosofo antico, in quella sua indagine della ideale successione delle forme di reggimento politico, ritenne 3 più opportuno, perché più evidente, @c vapyfotepov, in- durre dall’ indole degli Stati l’ indole degli uomini che li creano anziché quella dedurre da questa, e cioè contem- plare la natura dello spirito non in se medesima, nei suoi eterni caratteri, ma nella sua manifestazione storica ; così il moderno si svia dietro uno sforzo improbo di rielabora- zione logica (e però incongrua) della materia storica, per farne sprizzare quell’organismo di categorie spirituali, che sono il proprio oggetto della sua speculazione. I Rep. 445 C. 2 544 D-E. 3 545 B. III. LA II E LA Ill FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA III Di qui un errore capitale della sua costruzione, che sì ripeterà nella filosofia della storia di Hegel, e che si può definire come quel riflesso del dualismo, per cui si pone fuori dell’eterno il temporaneo, e si persegue per- tanto il riscontro del primo nel secondo. Giacché il Vico è tratto dal suo pensiero verso la storia ideale eterna, la quale, per essere eterna, non può avere fuor di sé il tempo, e non deve quindi né applicarsi, né verificarsi in riscontri assurdi. L’eterno è la risoluzione del tempo; e però realtà eterna è quella che, se essa è, non può esser altro che essa. E se, dopo aver concepito una realtà eterna, ne concepiamo ancora una temporanea, egli è che noi mettiamo da parte la prima per concepire la seconda. La violenta mescolanza che il Vico, dualisticamente, è indotto a fare, sulle orme di Pla- tone, della considerazione speculativa (sub specie aeterni) della storia con la considerazione empirica (sub specie tem- doris), ha fatto della Scienza Nuova una filosofia della storia, laddove essa avrebbe dovuto esser nella forma, come è nella sostanza e in ciò che costituisce il suo valore, una filosofia dello spirito, cioè una metafisica della realtà intesa come spirito. E come filosofo della storia bisogna dire che il Vico è stato conosciuto piuttosto largamente, anche fuori d' Italia. Se non che, come tale, egli, salvo particolari fortunati, come la sua celebre teoria omerica (non fortunati, per altro, per le profonde radici che essi avevano in tutta la speculazione vichiana) non poteva conquistare uno di quei Primi posti, a cui egli senza dubbio ha diritto, nella storia generale della filosofia. Il guscio, assai duro a rompersi, celava il nocciolo prezioso. Ma quando, intorno al 1860, la sua opera maggiore fu riletta attentamente da un pensatore italiano espertissimo nell’ intendimento dei più vivi pensieri attraverso i quali si è venuta costituendo la filosofia moderna, Bertrando 112 STUDI VICHIANI Spaventa, uno dei più forti pensatori che abbia avuto l’ Italia, poco noto anche lui fuori d’ Italia per la cagione stessa del Vico, cioè per la sua intensa italianità, il guscio fu infranto :; e dentro al filosofo della storia si cominciò a vedere il filosofo originalissimo. Del quale un'analisi e ricostruzione ampia e sistematica diede per primo Bene- detto Croce =, mettendo in luce in modo magistrale quelle che si possono dire le scoperte del celebre pensatore na- poletano, ed eloquentemente dimostrando le ragioni del- l'alta valutazione che di esso deve farsi nella storia uni- versale. II. Ora, invece che l'originalità del Vico, io vorrei qui brevemente rilevare la larga risonanza che hanno in Eu- ropa i pensieri fondamentali della sua filosofia nella se- conda e nella terza ed ultima fase del suo svolgimento e dimostrare così che essa non è un frutto fuor di stagione, sì uno dei fuochi più potenti in cui si concentrò la specu- lazione umana nel sec. XVIII, in guisa da non pure racco- gliere la più ricca eredità del passato, ma da anticipare altresì le più valide conquiste dell’avvenire. La filosofia vichiana, superata la sua prima fase di preparazione e di orientamento, in cui rimane sotto l’ in- flusso del neoplatonismo e si sforza di conquistare il proprio punto di vista, e affermatasi quindi nella sua autonomia, si svolge per due principali gradi, nettamente distinti, quan- I Da vedere tra i suoi Scritti filosofici (ed. Gentile, Napoli, Morano, 1900) la prolusione Carattere e sviluppo della filosofia italiana dal sec. XVI, sino al nostro tempo (1860), la lettera Paolottismo, positivismo, raziona- lismo (1868), e La Filosofia ital. nelle sue rela. con la filos. europea (1861), lez. VI, ed. Gentile, Bari, Laterza, 1908; 2% edizione 1926. è La filosofia di G. B. Vico, cit. III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 113 tunque il secondo sia evidentemente lo svolgimento del primo. L’uno è rappresentato dall’ Orazione De nostri temporis studiorum ratione (1708) e dal De antiquissima (1710); l’altro dal Diritto Universale © (1720-21) e dalla Scienza Nuova. In quello si hanno 1 lineamenti di una filosofia kantiana insieme con taluni dei motivi fondamen- tali della filosofia, da cui Kant prese le mosse; in questo sono affermati i principii stessi della filosofia postkantiana, cioè dell’ idealismo tedesco. Dall’uno all’altro c’ è infatti un passaggio analogo a quello per cui l’idealismo sog- gettivo della Critica della ragion pura = diventa in Hegel un idealismo assoluto. Come nella filosofia kantiana confluiscono la metafisica del razionalismo leibniziano e lo scetticismo dell’empiri- smo inglese, così nella prima filosofia vichiana il prin- cipio kantiano della sintesi costruttiva del sapere umano si presenta come l’accordo di uno scetticismo che ha molti punti di contatto con quello, posteriore di trent'anni, di David Hume, e di una metafisica che ha strane somi- glianze con quella di Leibniz, da cui è storicamente indi- pendente. Il Vico infatti segue questi stessi indirizzi, in cui sì moveva da una parte l’empirismo inglese e dall'altra il razionalismo francese e tedesco; ma stringendoli insieme, e riuscendo perciò a cavarne conseguenze che precorrono di almeno sessant’anni le più profonde vedute del cri- ticismo. | Egli scorge con Bacone, e più acutamente, il valore dell'esperimento, onde il fisico sa della natura quel che n — E —_— I Come si suole designare, sull'esempio dell’autore, il suo trattato De universi iuris uno principio et fine uno (1720), compiuto l’anno dopo con un secondo libro: De constantia îurisprudentis. è Il primo a notare il riscontro della dottrina gnoseologica del De antiquissima col criticismo kantiano fu F. H. JacoBr nel 1811 nel suo scritto Von den gottlichen Dingen u. ihrer Offenbarung (Werke, II, 451-4) II4 STUDI VICHIANI riesce a rifarne (utpote 1d pro vero in natura habeamus, cuius quid simile per experimenta facimus) :: restando negli stessi limiti della dottrina baconiana che, ferma nel supposto empirista della opposizione della natura allo spirito, non può riconoscere all’attività di questo una produttività reale: sicché l’esperimento riesce non a far la natura, ma soltanto a rifarla, oa farne un quid simile. La teoria vichiana dell'esperimento, del pari che in Bacone e in Galileo, presuppone la teoria dell’esperienza sensibile come solo mezzo di conoscenza diretta della realtà naturale. Ma, con più coerenza di Galileo, il Vico si sot- trae alla illusione dell’oggettività della geometria o della matematicità della natura, e combatte il metodo geome- trico di Cartesio e dei cartesiani, e in generale la con- cezione razionalistica del reale con un nominalismo empi- rico, che è scala allo storicismo della sua seconda filosofia. E viene perciò ad incontrarsi con Hume, che separerà la conoscenza della natura dalla conoscenza matematica, con- trapponendole l'una all’altra in quanto l’una ha per og- getto verità di fatto e l’altra mere relazioni ideali; e asse- gnando quindi alla prima un compito, che non si potrebbe ragionevolmente ascrivere alla seconda, quantunque nep- pure alla prima riesca di assolverlo: la scoperta della causa, non quale antecedente empirico dell'effetto, ma quale potere o forza produttiva, per cui solo è possibile, I De antiq., concl. Cfr. cap. II, p. 144-5: « Genus humanum innu- meris novis veris ditarunt ignis et machina, istrumenta, quibus utitur recens physica, rerum, quae sint similes peculiarium naturae operum, operatrix », e Vici Vindiciae (in Opere*, ed. Ferrari, IV, 309): « Uti- nam philosophiae opera daretur cum Verulamii Organo, ut quod phi- losophi meditarentur, id ii verum esse experimentis ipsis demonstra- rent.... Nam, si ita physicae incumberetur, non solum non pluris fie- rent a Socrate sutores quam sophistae, cum illi tamen aliquod faciant opus humano generi utile, hi vero nullum omnino; sed in eo sane Deo Opt. Max. quodammodo similes fierent, cuius intelligentia et opus unum idemque sunt». III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA II5 secondo che nota Hume, concepire il rapporto causale come connessione necessaria. La ragione per la quale Hume nega alla matematica la facoltà di conferire alla fisica il carattere necessario proprio di essa come scienza razio- nale e a priori, coincide con quella del Vico: ed è l'assoluta opposizione della mente alla natura, il cui processo è un processo interno, diverso e remoto da quello della mente, che nell’esperienza può seguire soltanto le semplici appa- renze sensibili nel loro contingente succedersi. La realtà, in questa seconda forma della filosofia vi- chiana, è esterna alla mente. E però Vico si schiera contro la Scolastica e la logica del sillogismo, e contro l’ innati- smo e l’astrattismo razionalistico di Cartesio. Condanna Aristotele, che «metaphysicam recta in physicam intult ; quare de rebus physicis metaphysico genere disserit. per virtutes et facultates »; convinto che « naturae iam exstan- tis phaenomena non virtute et potestate explicare par est», e vedendo con soddisfazione che «tam meliorum virtute Pphysicorum illud disserendi genus per studia et aver- stonesnaturae, per arcana eiusdem con- stlia, quas qualitates occultas vocani, tam, inquam, sunt e physicis scholis eliminata » *. Loda il De- scartes ?, « che volle il proprio sentimento regola del vero; perché era servitù troppo vile star tutto sopra l'autorità »; e « volle l’ordine nel pensare; perché già sì pensava troppo disordinatamente con quelli tanti e tanto sciolti tra loro obiicies primo, obiicies secundo ». Sta con Bacone contro Il sillogismo e quella deduzione analitica del Descartes, che egli paragona al sorite stoico, e combatte con la tenacia stessa e gli stessi motivi con cui contro la logica di Crisippo stettero in campo nell’antichità gli Accademici 1 De antig., c. IV, $$ 2 e 3: Opp., I, 158, 161: cfr. Sec. risp., $ IV: Opere, I, 261-63. Cfr. pp. 83-85. 2 Sec. risp., in Opere, I, 274-5. IIO STUDI VICHIANI (al Vico familiari per le Accademiche di Cicerone, da lui espressamente citate, e per le [fotipost di Sesto Empirico, che deve pure avere studiate, se non altro, attraverso l’ Examen vanitatis doctrinae gentium et veritatis Christianae disciplinae di Giovan Francesco Pico della Mirandola) *. DI Il metodo deduttivo anche per Vico è sterile: presup- pone la scienza, non la costituisce: non tam utilis est ut nova inveniamus, quam ut ordine disponamus inventa. Così egli paragona i fisici contemporanei, tutti soddisfatti della loro fisica razionale, chiusa in un sistema statico di idee ben ordinate, ma senza alcun rapporto vivo con l’espe- rienza mutevole, a coloro, «quibus aedes a parentibus re- lictae sunt, ubi nihil ad magnificentiam et usum deside- retur, ut iis tantum amplam supellectilem mutare loco, aut aliquo tenui opere ad seculi morem exornare relin- quatur ». Costoro, nota il Vico profondamente, scambiano la natura con la loro fisica (pongono infatti le loro idee chiare e distinte come la stessa realtà, o verità, da cono- 1 Per Cicerone v. la Sec. rîisp., $ IV, p. 272 (dove appunto si rife- risce ad Acad., II, 16, 49). Per Sesto cfr. De antiq., Il, p. 146 (argo- mento degli aequivoca) con Hyp. Pirr. II, 23; De antig., I, 3 (dottrina dei segni) con H. P., II, 10. Per la critica del sillogismo e del sorite v. De nostri temp., VI, in Opere, I, 89-90, De antig., VII, 5 (Opere, I, 183-4) e Scienza Nuova?, ed. Nicolini, pp. 358-9; e non occorre ricordare la famosa e perentoria critica del sillogismo di Sesto, H. P., II, 14. Pel Pico v. per ora F. STROWSKI, Montaigne (nella Collezione dei Grands philosophes), Paris, Alcan, 1906, pp. 125-30. Un primo accenno allo scetticismo accademico prevalso in questa seconda fase della filosofia vichiana si può scorgere in questo luogo della Orazione III (1701), in Opere, I, 36: « Te iactas, philosophe, principia rerum et caussas asse- cutum. In quo te iactas ? in quo animos effers, ubi adversae sectae alius te putat errare ? Addiscamus igitur verum studiorum usum; et sciamus, vetitam primi parentis curiositatem in nobis esse vera rerum cognitione mulctatam. Hoc disciplinae doctos a vulgo distinguat. Utri- que nesciunt: sed vulgus se scire putat, eruditus ignorare se noscit. Ita sapiens in omnibus verat; si omnia cum illa exceptione affirmet: ‘ Aio, ni rectius, aut verisimilius obstet’. Ita nunquam falletur, nec unquam fallet; ita nunquam ullam stultorum profert vocem: ‘ Aliter putabam ’ ». Cfr. il De mostri temporis, in Opere, I, 83: « Academici antiqui, Socratem secuti, qui nihil se scire, practerquam nescire affirma- bat, abundantes et ornatissimi ». III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 117 scere); sicché sarebbero quasi da ringraziare perché con la loro scienza ci tolgono l’ incomodo di più oltre studiare la natura: nos tanto negotio naturae ultra contemplandae liberarunt ®. Che è la più efficace critica che possa farsi del vecchio apriorismo in nome dei diritti dell'esperienza. L’empirismo, come ho accennato, trae il Vico alle. sue conseguenze nominalistiche, dov’ è il fondamento ul- timo della critica del razionalismo astratto. Combatte in- fatti nel De nostri temporis l'applicazione del sorite (me- todo deduttivo) alla medicina, avvertendo che nella de- duzione non si procede da una verità antica a una verità nuova, ma si rende esplicito l’ implicito, cioè si rimane nel vero già posseduto. « Afqui morbi semper novi sunt et alri, ut semper alia sunt aegrotantes. Neque enim ego idem nunc sum, qui modo fui, dum aegrotantes proloquerer: innumera namque temporis momenta tam actatis meae praeterieruni, et innumeri motus, quibus ad summum diem impellor, tam facti sunt». E nel De antiquissima poco dopo dirà: «‘ Rectum’ et ‘idem’ res metaphysicae sunt. Idem ipse mihi videor; sed perenni accessu et decessu rerun, quae me intrani, a me exeunt, quoquo temporis momento sum alius». E ancora: «Haec est vita rerum, fluminis nempe instar, quod idem videtur, et semper alia atque alia aqua proflut » 2. I De mostri temp., $ IV. ? De nostri temp., c. VI e De antigq., c. 1V, $$ 4-5; in Opere, I, 102, 164. Cfr. per la VI Orazione qui sopra pp. 86-87. Vico così fa sua la dottrina, che PLATONE (Teeteto 154 A) combatteva, o meglio dalla quale egli, che moveva dall’eraclitismo, cercava liberarsi. E prima del Vico l'aveva fatta sua in Italia Tommaso Campanella, a cui Vico qui sì rannoda. Basta leggerne questo curioso brano che ha così vivo sapore di modernità: « Però gran stoltizia è credere, che la scienza consista nel sapere gli universali: che saprò io, se intendo che Pietro è uomo animale razionale, mentre non intendo le sue qualità e proprietà minutamente ? Vero è che, essendo impossibile cognoscere tutti gl’ individui, per man- camento fu bisogno imparare le scienze in universali e in confuso; ma Dio sa le minutissime particolarità d’ogni cosa; e questa è vera, certa sapienza. Ma la medicina per il bisogno si avvisa, che non basta sapere 118 STUDI VICHIANI Così nel De studiorum ratione conclude che la defini- zione del concetto generico non coglie quel che vi è di proprio nei singoli casi; e però miglior partito sarà guar- dare al concreto (ut particularia consectemur), e attenersi alla induzione. Che febra è questa, ma quando, come assale, e la complessione dell’ in- fermo particolare, e del morbo, e del medicamento; non in communi, cioè del reubarbaro, ma di questo reubarbaro, che se ha da dare sino alla tale ora »: Del senso delle cose, ed. Bruers, II, 22 (Bari, Laterza, 1925, p. 106). Cfr. CAMPANELLA, Metaph., V, 2, a. 2: «Itaque prin- cipia scientiarum sunt nobis historiae »; e in proposito, RITTER, Gesch. d. Phil., X, p. 26. BACONE, letto e ammirato da Vico, dei difetti della medicina del suo tempo aveva detto nel De augm. scient., IV, 2, (ed. Ellis-Spedding?, I, 590): « Solent autem homines naturam tanquam ex praealta turri et a longe despicere, et circa generalia nimium occu- pari; quando si descendere placuerit, et ad particularia accedere, resque ipsas attentius et diligentius inspicere, magis vera et utilis fieret com- prehensio. Itaque huius incommodi remedium non in eo solum est, ut organum ipsum vel acuant vel roborent, sed simul ut ad objectum propius accedant. Ideoque dubitandum non est quin si medici, missis paulisper istis generalibus, naturae obviam ire vellent, compotes ejus fierent, de quo ait poéta [Ovid., Rem. am. 525]: Et quoniam variant morbi, variabimus artes; Mille mali species, mille salutis erunt ». E tra i desiderata per i progressi della medicina aveva osservato (ivi, I, pp. 591-2): « Primum est, intermissio diligentiae illius Hippo- cratis, utilis admodum et accuratae, cui moris erat narrativam com- ponere casuum circa aegrotos specialium; referendo qualis fuisset morbi natura, qualis medicatio, qualis eventus. Atque hujus rei nactis nobis jam exemplum tam proprium atque insigne, in eo scilicet viro qui tanquam parens artis habitus est, minime opus erit exemplum aliquod forinsecum ab alienis artibus petere; veluti a prudentia jurisconsul- torum, quibus nihil antiquius quam illustriores casus et novas decisiones scriptis mandare, quo melius se ad futuros casus muniant et instruant ». Ma più degno di considerazione, per le sue probabili relazioni col pensiero del Vico è forse un brano della Dissertatio logica (1681) del medico napoletano Luca ANTONIO Porzio « ultimo filosofo italiano della scuola di Galileo » (come lo chiama il Vico nell’Autob., p. 37, ricor- dando la stretta amicizia e gli spessi ragiona- menti avuti con lui). In questo brano, dopo aver accennata la dot- trina platonica e cartesiana delle idee innate, è detto: « Coeterum licet haec majori ex parte verissima censeri possint; homini tamen, ut satis excultus animo sit, non sufficere existimo, universalia et communia scientiarum principia. Oportet enim non raro ad particularia descen- dere, et singularem alicujus rei nobis scientiam comparare. Quod non fit nisi assumpto etiam peculiari et proprio aliquo quaesitae rei prin- cipio. Sed non inficiabor, ingenium excolendi et exercendi gratia, posse III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 119 Qual'è, si domanda altrove :, la causa del gran discre- dito in cui è caduta oggi la fisica aristotelica ? È troppo universale, laddove gli esperimenti della fisica moderna riproducono fenomeni peculiari determinati. Così nella giurisprudenza l’arte non consiste nel possedere summum et generale regularum, ma nel vedere le circostanze pros- sime, alle quali non sempre si possono applicare le disposi- zioni generali della legge. Ottimi oratori non sono quelli che discorrono per luoghi comuni, ma quelli che, per dirla con Cicerone, haerent in propriis. Né gli storici pos- sono contentarsi di narrare i fatti all’ ingrosso, assegnan- done cause generiche. Né la sapienza della vita si giova di massime astratte, poiché il sapiente dev’esser tale Caso per caso, e non affidarsi ai sistemi, come fanno 1 dot- trinari (fhematici), poiché la realtà è sempre nuova: e nova, mira, inopinata universalibus illis generibus non providentur. Così, nel discorso, ogni parola conviene sia propria e adatta a ciò che a volta a volta si vuol dire; nos arbitratu nostro quaecumque velimus determinare, et cuiuscunque speculationis, quod lubet statuere principium, atque inde quaenam investigare. Quod si ea quae inveniuntur, consona fuerint tum ei, quod sumpsimus, hypothesi scilicet prius factae, tum scientiarum dignitati- bus, hoc est propositionibus per se notis, et communibus hominum Opinionibus, tunc affirmare poterimus, recte nos fuisse speculatus. Si quid vero consequatur, quod vel repugnet axiomati alicui, vel sit contra hypothesim, tunc certi esse possumus de fallacia aliqua nostrarum cogi- tationum.... Quamobrem si non idcirco philosophamur, ut ingenium tantummodo exerceamus, verum etiam ut speculationum et inventio- num nostrarum aliquis sit usus, deducendae illae sunt tum ab universa- libus scientiarum principiis et communibus hominum opinionibus, tum ex peculiari non ficto principio, non ficta hypothesi; sed quae sit secundum rei naturam, quam indagandam suscepimus. Atque ideo meo quidem iudicio summe custodienda atque promovenda est rerum omnium historia sive civilium sive bellicarum, sive physicarum sive aliarum, quarumcunque rerum, utcunque observatarum. Etenim cum vel ipsa natura universalia non edoceat, observatarum rerum historia particu- laria nobis praebet principia unicuique scientiae propria, quibus adjuti pleraque, quae nobis occulta erant, dignoscere valeamus »: Opera omnia medica, philosophica et mathematica, Neapoli, Mosca, MDCCXXXVI, t. 1, pp. 379-80. 1 De antiq., c. II, in Opere, I, 144. 120 STUDI VICHIANI giacché loqui universalibus verbis infantium est aut bar- barorum. Ed ecco spuntare una dottrina, che avrà un grande va- lore nella terza forma della filosofia vichiana: la dottrina del certo. IIIl Il certo nel pensiero del Vico è il determinato, il positivo, l’effettuale o il concreto, fuori del quale non v’ ha realtà, ma astrazione: dottrina, che si collega da una parte con la teoria dell’ induzione e dall’altra con quella della percezione. In molti luoghi del De nostri tem- poris studiorum ratione e del De antiquissima Italorum sapientia, nonché della polemica a cui questo libro diede luogo, il Vico raccomanda l’ induzione baconiana, come l'organo proprio della scienza, che vuol costruire il vero sulla base del certo 1. Ma in un paragrafo del De anti- quissima ?, svolge una teoria della conoscenza che va assai più in là di Bacone. Attribuisce alla mente tre operazioni: percezione, giudizio e raziocinio ; donde provengono le tre arti della to pica, o arte di trovare, della critica, o arte di giudicare, e del metodo,o arte di ordinare razionalmente le materie: ma fondamentali sono la topica e la critica, ossia le funzioni del percepire e del giudicare. E tra le due quella che costituisce ed estende il dominio del sapere, la propria sciendi facultas, è la funzione del percepire, che il Vico ama chiamare ingegno?3: che è qualche cosa di analogo, ma anche qualche cosa di supe- I E il concetto ritorna nella Scienza Nuova*, ed. Nic., pp. 358-9. 2? Cap. VII, $ 5. 3 Oltre il De antig., vedi le Vicî vindiciae, Nota q, in Opere, ed. Ferrari, IV, 309. III. LA li E LA Ill FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 12I riore alla esperienza o intuizione sensibile di Kant. Alla celebre proposizione di questo, che l’ intuizione è cieca senza il concetto, e il concetto vuoto senza l’ intuizione, 11 Vico prelude nel suo linguaggio dicendo: « Neque in- ventio sine tudicio, neque tudicium sine inventione certum esse potest ». E il gi udizio vichiano è proprio quello che è il concetto puro kantiano, se fuso con l’in- venzione o percezione: laddove si muta in un’ idea a priori, in una prolessi dommatica a mo’ degli stoici, o in un' idea innata a mo’ di Cartesio, se diviso dalla per- cezione. La quale, come operazione propria dell’ ingegno, non è soltanto l’ intuizione del dato (come l’ intuizione di Kant), ma ogni intuizione del certo, ossia del nuovo, del proprio o singolo, del reale, onde si estende la sfera del conoscere, e però propriamente si sa. Di guisa che l’ in- gegno è la forza dello scopritore di regioni per l’ innanzi inesplorate nel dominio della natura, ma è anche la forza del poeta nella sua originale creazione, e dello scienziato che scopre rapporti ideali non più veduti: onde la dottrina vichiana dell’ ingegno supera il concetto dell’ intuizione kantiana, e accenna alla dottrina del genio dei roman- tici tedeschi. La percezione è insomma non tanto la espe- rienza passiva di Kant, base alla funzione attiva dello Spirito, quanto la stessa pura attività mentale, creatrice e costruttiva, con cui non si rielabora un contenuto già ac- quisito, ma si acquista o si pone il contenuto stesso; e non si rimane perciò nel già noto, ma si procede di là dal suoi confini: non analytica via, sed sinthetica, per usare le stesse parole del Vico, che anticipa con esse la famosa distinzione della Critica della ragion pura. « Academici toti în arte inveniendi, în illa iudicandi toti Stoici fuerunt: utrique prave »: e gli Accademici erano per Vico i filosofi che non avevano costruito con la ragione sull'esperienza, ma s’eran limitati a raccogliere le appa- renze sensibili e i dati di fatto, senza né pur giudicarli 122 STUDI VICHIANI per affermarli o negarli; i puri empirici, insomma; lad- dove gli Stoici, contro cui gli Accademici avevan batta- gliato, s'erano sbizzarriti a dommatizzare con la loro pre- sunta scienza naturale della natura; cioè i razionalisti. Correggere perciò gli opposti difetti degli uni e degli altri vuol essere pel Vico lo stesso programma annunziato nelle prime parole della Critica di Kant: « Non c’ è dub- bio che ogni nostra conoscenza comincia con l’espe- rienza.... ma non per questo tutta la nostra conoscenza deriva dalla esperienza »: il superamento e la concilia- zione del pretto empirismo e della metafisica razionalistica. Ma, come Kant na tuttavia una manifesta propensione per gli empiristi contro i metafisici, si direbbe pure che il Vico abbia una particolar simpatia per i suoi Accademici. Egli serba tutti i suoi strali per gli Stoici (leggi Carte- sio '*), come Kant intitola Critica della ragion pura la sua opera, che avrebbe pur potuto capovolgere e intitolare « Critica della pura esperienza ». Per questa simpatia verso gli Accademici il Vico accentua da una parte lo scetti- cismo della sua tesi empirica, e, risentendo, assai più che tra qualche decennio David Hume, anch'egli, com’ è noto, tornato ad ispirarsi alla filosofia accademica ?, il motivo umanistico-socratico di questa, s’apre la via dallo scetti- cismo del De antiquissima alla filosofia positiva della Scienza Nuova. Al dommatismo cartesiano, che, agli occhi del Vico, rinnovava quello degli Stoici, egli contrappose il pro b a - bilismo di Carneade 3, salvandone, come Hume, le matematiche. Le quali sono scienze del vero; ma di un I «.... Stoicis, quibus recentiores respondere videntur »: De nostri temp. in Opere, I, 97; Cfr. De antiquissima, ivi, pp. 138-9. 2? Hume, An enquiry concerning human understanding, sect. V, part. I in princ., e sect. XII. 3 Cfr. la critica di Descartes nel De antig., I, 3 e la Sec. risp., in Opere, I, 272-3. III. LA II E LA l1ll FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 123 Vero senza certezza; come il certo del probabile è senza verità. Lo stesso cogîto cartesiano agli occhi del Vico di- venta quel che è agli occhi di ogni empirista e di ogni scettico: un fatto, un certo, com’egli dice; un probabile, come avrebbero detto gli Accademici: qualche cosa che è oggetto di coscienza, non di scienza; quindi privo della certezza, nel senso cartesiano di esclusione del dubbio. L’essere dell’ I o che pensa, per esser vero, e non semplicemente probabile, dovrebbe potersi dimostrare come l'eguaglianza degli angoli di un triangolo a due retti. Ma in che consiste la dimostrazione del matematico? o, in altri termini, in che consiste la verità del suo sapere ? Se la scienza della natura è offuscata dall’ ignoranza ineli- minabile dell’ intimo processo della natura, onde la causa- lità cessa di essere una connessione necessaria, e uno schema d'’ intelligibilità sistematica dei fatti naturali, nella matematica ci dev'essere quel che manca alla fisica: la conoscenza del processo per cui si generano i numeri e le figure (che son la realtà del matematico); e come quel processo pei fatti naturali è inattingibile, perché la natura è una realtà opposta allo spirito che la conosce, così il processo generatore della realtà matematica dovrà, per essere conoscibile, coincidere col processo conoscitivo; e la causazione essere la stessa conoscenza. Di qui la or: mula vichiana: verum et factum convertuntur. A questo concetto della matematica in opposizione al concetto della fisica, che del resto serpeggiava, ancora immaturo, in Galileo e nella sua scuola, il Vico fu spinto e dallo studio dei Neoplatonici (poiché nel Ficino egli aveva letto qualche cosa di simile) 1, e dal confluire nel suo spirito della nuova gnoseologia delle matematiche, dell’empirismo della sua scepsi accademizzante e dei vec- chi concetti platonici e scolastici intorno al rapporto di —- ! Cfr. la dimostrazione precedente, pp. 30 sgg. e più avanti pp. 139588. 124 STUDI VICHIANI Dio col mondo. Posto il carattere di verità delle matema- tiche, riconosciuto da tutta la filosofia, dal Rinascimento in poi; posto lo scetticismo come negazione della cono- scenza causale della natura come realtà estramentale; posta la naturaco me realizzazione del pensiero divino (quale la concepiscono tutti gli scolastici e quei neopla- tonici, a cui il Vico amava rannodarsi); il dommatismo matematico doveva apparire il rovescio del ricamo dello scetticismo fisico. E così il Vico fu condotto a scoprire il suo grande principio del verum factum, per cui la scienza è solo di ciò che si fa: che è lo stesso concetto con cui Kant doveva, molto più tardi, giustificare il valore della scienza, quale cognizione, non di un oggetto che si porga bello e costituito alla mente umana, anzi di un oggetto costruito appunto dall’atto stesso del conoscere. La scienza, rispetto alla quale sorge nel De antiquis- sima la nuova gnoseologia vichiana, è bensì una scienza puramente formale: piena di verità, ma vuota di certezza. Vuota di certezza, perché la realtà pel Vico, nel De anti- quissima, resta la natura (l’opera di Dio): la natura stessa degli empiristi, ma neoplatonicamente o (che, qui, è lo stesso) spinozisticamente considerata, cioè superata: non però nel monismo meccanico del filosofo di Amsterdam, sì in una specie di pluralismo dinamico, che richiama quello di Leibniz. Come Spinoza, il Vico pone una natura estesa irridu- cibile al pensiero: ma, pel suo scetticismo, supera Spinoza, come lo supera Hume; giacché non iscambia la causalità razionale (che è l’intelligibilità della matematica, o della verità senza certezza) con la causalità reale della natura, e tiene ben distinto l’ordine delle verità di fatto dall’or- dine delle verità di ragione. Spinoza risolve la sua natura corporea o la molteplicità infinita dei modi dell'estensione nell’unità della sostanza estesa, la quale nella sua unità è la negazione del corpo e del moto; ma la sostanza per III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 125 Spinoza non si sveste mai né può svestirsi dell’estensione, che è attributo irriducibile ad altri attributi. Per Vico, invece, come per Leibniz, l’esteso ha il suo principio nello inesteso, talché la sostanza degli stessi modi corporei è inestesa 1. Né il movimento si risolve nel meccanismo del- l’ impulso che un corpo esercita sopra un altro corpo, come nel determinismo spinoziano; bensì nel conato stesso della sostanza, che è a base del corpo. L'’inesteso è il punto metafisico, che nella metafisica vichiana ora par molti, ora uno, con un'esitazione che non è in Leibniz, ma che può dimostrare una vista più acuta di quella di Leibniz: perché la molteplicità è uno dei ca- ratteri fantastici della monade leibniziana, la quale, come principio del composto, ossia del molteplice, dovrebb'es- sere esclusione assoluta della molteplicità. La scienza del punto metafisico viene ad essere pel Vico una sorta di geometria del divino, per la quale non si penetrerà già nell’attualità o nel certo della natura (oggetto della fisica), destinato a rimanere un libro chiuso con sette suggelli; al punto che, se Dio volesse insegnarci egli stesso come l’ infinito (la sostanza) sia sceso in questi finiti (i modi), noi non potremmo, dice risolutamente il Vico, comprenderlo: perché cotesta è propria scienza di Dio, che fa dell’ infinito il finito. Si ricordi la dotta igno- ranza, o cognizione negativa del Cusano, che il Vico non pare abbia conosciuto, ma alle cui fonti dirette o indirette s'’abbeverò anche lui. Senza trascendere tuttavia la sfera della conoscenza formale concessa all'uomo, una metafisica è possibile in un senso analogo a quello per cui Kant può, senza sconfinare dai limiti segnati dalla t «In mundo, quem Deus condidit, est quaedam individua virtus extensionis, quae, quia individua est, iniquis exstensis ex aequo ster- nitur » (De antig., IV, 2; Opp., I, 156). Per le relazioni di questa dottrina con quelle affini di Bruno, di Spinoza e di Hegel, v. B. SPA- VENTA, Saggi di critica, Napoli, Ghio, 1887, pp. 394-5. 1°) 126 STUDI VICHIANI Critica, indagare i Principii metafisici della scienza della natura; una metafisica che, conforme allo spirito d’umile agnosticismo della religione 1, stia nei termini della geo- metria 2; e sia una geometria che renda pensabili i dati dell'esperienza, procurando di spiegare il mondo che è fuori della mente con quello che è dentro di essa, come pure avran pensato di fare i Pitagorici 3, quando dei nu- meri fecero il principio di tutte le cose. La fisica infatti ci dà corpi e moto. Ora, pensare quelli e questo non è possibile senza trascenderli: ché l’essenza del corpo, ciò che noi pensiamo dicendo corpo, non è niente di esteso e divisibile, come i corpi, bensì un che d'’ ine- steso e indivisibile. Né l’essenza del movimento si muove; e dev'essere perciò posta di là dal moto. Ma, se il corpo realizza la propria essenza, questo è un inesteso che si estende; e se il moto realizza la sua essenza, questa non è neppure l’assoluta quiete, ma il principio del movi- mento in fieri. L’inesteso, essenza dell’esteso, è il punto, concuiinfatti la geometria costruisce le linee, le figure e, in generale, l’esteso; e se l’esteso si muove, il suo principio sarà principio di movimento, oltre che di estensione: conato. Il punto metafisico (che è lo stesso concetto del punto geometrico, non come defini- zione nominale, ma reale) e il conato sono i due concetti che, secondo il Vico, rendono intelligibile la fisica quale apparisce alla mente umana. Ma la metafisica non può andar oltre, e dire come e perché la sostanza inestesa, unica, infinita col suo sforzo I«Christianae fidei commoda m»: De antig., concl. 2 « Et ea ratione geometria a metaphysica suum verum accipit, et acceptum in ipsam metaphysicam refundit »: De antig., IV, 2, in Opere, I, 157. 3 « Nec.... cum de naturae rebus per numeros disseruerunt, naturam vere ex numeris constare arbitrati sunt: sed mundum, extra quem essent, explicare per mundum, quem intra se continerent, studuerunt »: O. c., in Opere, I, 154. III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 127 si estenda, si moltiplichi, si determini, si muova e dia luogo alla natura. La quale è opera di Dio, e perciò è conosciuta soltanto da lui. Pure quel semplice sguardo negativo gettato dentro al segreto della natura basta a farci apparire tutta la meccanica del determinismo una apparenza seco stessa contradittoria. Come Leibniz, Vico non sa più concepire quiete assoluta, né comunicazione di movimento. Accetta da Malebranche l’occasionalismo 1, e con lui ascrive a Dio ogni attività: « Lo sforzo dell’uni- verso, che sostiene ogni piccolissimo corpicciuolo,... non è né l’estensione del corpicciuolo, né l’estensione del- l'universo. Questa è la mente di Dio, pura d'ogni corpo- lenza, che agita e muove il tutto » 2. E quel che Dio è al corpi, è anche alle menti, in cui il Vico, traendo audace- mente alla massima coerenza l’ intuizione neoplatonica del Malebranche 3, non ammette se non quello che vi pensa Dio, omnium motuum, sive corporum sive animo- rum, primus auctor. Sicché il dinamismo vichiano del De antiquissima ri- specchia quella critica interna del meccanismo carte- siano che, attraverso Geulincx e Malebranche, perviene in Leibniz al superamento della fisica come scienza dei fenomeni (dei corpi formati, come dice Vico) nella speculazione dei punti metafisici, che caratterizza, come tutti sanno, la prima fase della filosofia leibniziana; ma non raggiunge il concetto della monade. Giacché, per quanto si sforzi il Vico d’ introdurre e affermare nella sua stessa intuizione emanatistica il concetto della libertà dello spirito (che è la nota più profonda della monade), I «Dunque la percossa non serve ad altro che di occasione che lo sforzo dell’universo, il quale era sì debole nella palla, che sembrava star queta, alla percossa si spieghi più, e, più spiegandosi, ci dia ap- parenza di più sensibile moto »: Sec. risposta, in Opere, I, 265. * Prima risp., $ III, Opere, I, 218. 3 Cfr. De antiq., cap. VI. 128 STUDI VICHIANI questo concetto rimane affatto estraneo al suo pensiero; e il suo punto metafisico, come conato, ondeggia sempre tra il concetto dell’unica mente di Dio (che è il solo centro reale di questo mondo) e il concetto dei molti centri indi- viduali di forza. IV. Ma il concetto della spiritualità e della libertà del reale nello sviluppo ulteriore del pensiero vichiano fu affermato ben più validamente che nella monadologia leibniziana. Lo sguardo gettato sulla metafisica della natura, nel suo significato negativo, è una tappa nella speculazione del Vico. Tappa, in cui Vico si è sbarazzato del meccani- smo, e si è raffermato nella sua intuizione giovanile del- l’ immanenza di Dio nel reale, e quindi nella mente umana. Della quale intanto aveva scoperta la legge intrinseca: che è quella di creare il mondo che è suo, e non poter penetrare nella costituzione di un mondo derivante da un principio diverso. Questa scoperta, a cui la meditazione dell’antico scet- ticismo lo aveva condotto, era suscettibile di un grandioso ampliamento, pur che il Vico avesse volto l'animo a un altro importante suggerimento implicito in uno dei motivi principali dello scetticismo accademico: voglio dire nel con- cetto socratico della conversione della ricerca speculativa dalle cose naturali o divine alle umane: concetto centrale nella filosofia accademica, considerata perciò da taluno de’ suoi seguaci e de’ suoi storici quasi un ritorno al punto di partenza originario della filosofia platonica, a Socrate. Ora dall’ Orazione De mostri temporis studiorum ra- tione: come dalla Seconda risposta al Giornale de’ let- I $ VII. Ill LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 129 terati* si vede chiaramente quanto ben disposto fosse l'animo del Vico ad accogliere quel suggerimento e a fe- condarlo dentro di sé, già fin dal tempo della sua meta- fisica negativa. Nel primo scritto infatti lamenta, come grave danno arrecato dal metodo dommatico e scientifico prevalente nella cultura contemporanea, quel chiudersi negli studi delle scienze naturali, considerando la natura solo oggetto possibile di scienza, cioè di cognizione uni- versale e necessaria, e trascurare ogni dottrina morale perché hominum natura est ab arbitrio incertissima. Cer- tamente, il metodo aprioristico della scienza fallisce nelle cose umane, dove il variare delle occasioni e la scelta generano l’ imprevedibile. Ma il senno pratico (fru- dentia civilis vitae) non si giova della ricerca del vero (dell’astratto), né i fatti umani possono valutarsi ex ista mentis regula, quae rigida est; anzi debbono misurarsi con quella flessibile regola lesbia, che non adatta a sé i corpi, ma essa si adatta ai corpi; con una specie pertanto di cognizione, che non guardi alle vette della scienza, sì alle infime particolarità delle cose individuali, e segua la realtà (il certo) in tutti i suoi mutevoli accidenti mercé il senso comune, che, in luogo del vero, si contenta e si giova del verisimile. E nello scritto polemico, contro il matematicismo cartesiano il Vico asserisce che «la repubblica delle lettere fu così da prima fondata, che 1 filosofi si contentassero del probabile, esi lasciasse a’ matematici trattare il vero. Mentre si conser- varon questi ordini al mondo, del quale avem notizia, diede la Grecia tutti i principii delle scienze e delle arti, e quei felicissimi secoli furono ricchi di inimitabili repub- bliche, imprese, lavori e detti e fatti grandi; e godé l’umana società, da’ greci incivilita, tutti i commodi e tutti 1 pia- ceri della vita sopra de’ barbari. Sorse la setta stoica, I $ IV. Questa Sec. risp. è del 1712. 130 STUDI VICHIANI e, ambiziosa, volle confonder gli ordini, e occupar il luogo de’ matematici con quel fastoso placito: Sapientem nihil opinari; e la repubblica non fruttò alcuna cosa migliore ». Dove chi abbia qualche notizia della dottrina di Car- neade non può non riconoscere il suo probabilismo in servizio della gpévnotc, che è la stessa prudenza vi- chiana; come non è possibile disconoscere la parentela della critica vichiana della morale stoica e giansenista ! con la polemica anticrisippea di Carneade. Per Vico, dunque, come per Carneade e per tutta la tradizione accademica, l’ ideale del filosofo tornò ad essere Socrate, che anche lui parve «primus a rebus occultis et ab ipsa natura involutis, in quibus omnes ante eum philo- sophi occupati fuerunt, avocavisse philosophiam et ad vitam communem adduxisse, ut de virtutibus et vitiis, om- ninoque de bonis rebus et malis quaereret »*. Socrate, che « sconsigliava dallo speculare sulle cose celesti e sul come la divinità produca ciascuno di quei fenomeni » per non «dare in vaneggiamenti non meno assurdi di quelli in cui era venuto Anassagora; quell’Anassagora, che si era dato così gran vanto di sapere spiegare gli artifizi messi in opera dagli dei » 3. Socrate, che, tutto raccolto per la parte sua nello studio dell’uomo, « domandava se, a quella guisa che gli studiosi delle cose umane si credono in grado di effettuare.... quello che avranno imparato, così pari- mente gli indagatori delle cose divine credono, scoperte che abbiano le cause di ciascun fenomeno, di poterlo pro- durre quando vogliano, e formare, a un bisogno, i venti, le pioggie, le stagioni e ogni altra cosa di simil genere » 4. Parole, di cui par di sentire un'eco lontana in quelle con cui il Vico enuncia insieme ed illustra la sua più matura I CROCE, 0. C., pp. 97-8; e cfr. qui appresso, p. 143 Sgg. ? CIcER., Ac., I, 15. 3 SENOFONTE, Memor., IV, 7, 6 (tr. Bertini). 40. c., I. 1, 15. III. LA Il E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 131 concezione del problema della scienza: « Questo mondo ci- vile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i principii den- tro le modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo che, a chiunque vi rifletta, dee recar meraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studiarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale, perché Id- dio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza gli uomini » *®. Non occorre dire che questo concetto della filosofia, se ha attinenze storiche, di cui non è possibile non tener conto, con idee della filosofia socratica e accademica, è, nel suo proprio significato, assolutamente originale; come lo scetticismo del De antiquissima, malgrado le sue ma- nifeste ispirazioni accademiche, è, col suo concetto kan- tiano delle scienze formali matematiche, più moderno dello stesso scetticismo di D. Hume. Ora, se nel De an- tiquissima Vico anticipava Kant, qui, nella Scienza Nuova egli precorre a dirittura Hegel. Lì la mente umana era considerata creatrice di un mondo astratto, avente perciò esclusivamente valore pel soggetto che lo costruisce, men- tre ha fuori di sé la realtà, opera di Dio. E lo spirito geo- metrico era dio di un mondo di figure, come Dio poteva dirsi il geometra di un mondo reale =. Qui invece lo spi- rito appare creatore di un mondo saldo, in sé perfetto, qual è il mondo delle nazioni, la civiltà, la storia. La profonda meditazione di quella realtà umana, a cui il suo scetticismo lo richiamava, ha fatto scoprire in questa I Scienza Nuova, ed. Nicolini, pp. 172-3. 2 «Geometra in illo suo figurarum mundo est quidam Deus, uti Deus Opt. Max. in hoc mundo animorum et corporum est quidam geometra». Così ripete ancora nel 1729 il Vico nelle Vindiciae: Opere, ed. Ferrari, IV, 310. Cfr. sopra p. 33 n. 1. 132 STUDI VICHIANI realtà un essere ignoto all’autore del De antiquissima, tutto preso dalla vista dell’essere naturale posto da Dio. Il conato cieco dei punti metafisici, che si risolve nello sforzo dell’universo, e quindi in Dio, di cui è atto, diventa ora il conato, «il qual è proprio dell’umana volontà, di tener in freno i moti impressi alla mente dal corpo, ef- fetto della libertà dell'umano arbitrio, e sì della libera volontà, la qual’è domicilio e stanza di tutte le virtù » 1. Il punto metafisico quindi diventa monade; ma anche ben più che monade. Perché nel concetto della monade leibni- ziana rimane qualche cosa del concetto dell’estensione, che vuol superare; giacché ogni monade, come elemento costitutivo del composto, ha accanto a sé tante altre mo- nadi; sicché è sì spirito, ma limitato e particolare; è individuo, ma di una individualità che non contiene an- cora in sé l'universalità; quella universalità interna, senza la quale non ci è spirito. La monade vichiana invece è la trasformazione del punto metafisico, quale lo concepiva Vico, tendente a identificarsi con Dio stesso: l’unico spi- rito, unità che non ha altre unità fuori di sé, ed è per- ciò vera, assoluta unità. L’umano arbitrio (che è il conato della Scienza Nuova) è determinato (accertato, nel linguaggio vichiano) dal senso comune degli uomini; e questo ‘ senso comune vien definito «un giudizio senz’alcuna ri- flessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il ge- nere umano »: il gran criterio «insegnato alle nazioni dalla Provvedenza divina per diffinire il certo d’ intorno al diritto natural delle genti » 2, onde s’ intesse tutta la trama della storia. In guisa che lo spirito non è più con- cepito né come individuale, che abbia fuori di sé l’uni- -_—_————__—_& I S. N, ed. Nic., p. 183. 2 S. N.2, Dign. XI-XIII. III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 133 versale, né come universale che abbia fuori di sé l’ indi- viduale: anzi individuale, in quanto universale, secondo il concetto che il Vico era venuto maturando del certo, già accennato nella dottrina dell’unità della percezione e del giudizio. «Il certo delle leggi », dice ora 1, «è un’oscurezza della ragione unicamente sostenuta dall’autorità, che le ci fa sperimentare dure nel praticarle, e siamo necessitati praticarle per lo di lor certo, che in buon latino significa particolarizzato o, come le scuole di- cono, individuato; nel qual senso certum e com- mune, con troppo latina eleganza, sono opposti tra loro ». Troppo, perché, secondo il Vico, il comune nel certo può essere oscuro, come quando si vede nel diritto il solo lato positivo o della forza; ma non può mancare. E in un’altra tesi fondamentale 2: « La filosofia contempla la ragione, onde viene la scienza del vero; la filologia osserva l’auto- rità dell'umano arbitrio, onde viene la coscienza del certo ». La scienza del vero è la scienza stoica, cartesiana; la scienza delle verità di ragione di Hume: il dommatismo dell’universale astratto. La co - scienza del certo è l’attualità del fenomeno, che Vico nella già accennata critica di Cartesio ha detto non esser negata neppur dagli scettici: è la verità di fatto di Hume. Alla matematica del De antiquissima mancava la co- scienza del certo: come alla fisica mancava la scienza del vero. Qui la Scienza Nuova supera l’astrattezza di quelle due scienze, mercé il concetto della storia, in cui appunto vero e certo coincidono. E però dopo le parole testé riferite Vico soggiungeva, che quella sentenza di- mostrava, «aver mancato per metà così i filosofi che non I Dign. CXI. * Dign. X. 134 STUDI VICHIANI accertarono le loro ragioni con l’autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d’avverare le loro autorità con la ragion de’ filosofi; lo che se avessero fatto,... ci avrebber prevenuto nel meditar questa scienza »; la quale si propone di essere l’unità della filologia e della filosofia. Il vero accertato o il vero certo è unità di ragione e di fatto, perché è la stessa ragione che si attua nella vo- lontà (l'umano arbitrio). Non è pura speculazione sul fatto altrui, ma verum-factum, la realizzazione stessa dello spirito. La realtà dunque della Scienza Nuova non solo è mente, ma mente come autocoscienza: non astratta universalità, quale apparisce a se stessa la mente considerata come oggetto di sé (idea, mondo intelligibile, Dio trascendente), ma quella concreta universalità che è il soggetto che si pone per sé, e si attua raccogliendosi nella coscienza di sé. È insomma la mente quale si realizza nella storia. Infatti «natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise » 1; e la mente vien manifestando, anzi costituendo, la sua attraverso il processo storico. Che è il concetto dello spirito o dell’ idea assoluta, come si sforzerà di pensarlo Hegel. Non è possibile indagare qui fino a che punto il Vico sia riuscito a svolgere un tal concetto. Il suo maggior difetto consiste nel non essersi liberato del tutto dalla trascendenza e dal dualismo; aver lasciato accanto alla nuova realtà da lui scoperta (che non tollera compagnia) quella del De antiquissima, ossia la natura opera di Dio; e aver concepito poi la storia, oggetto della Scienza Nuova, come qualche cosa per sé stante (un’altra specie di na- tura) di rimpetto alla scienza, quasi storia che debba esser rifatta dallo storiografo: dualismo del tutto analogo a quello con cui il Vico si rappresentava nel- I Dign. XIV. Iil. LA ILl E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 135 l'esperimento l’opera del fisico rispetto all’opera indi- pendente della natura. Ma questi gravi residui della concezione dualistica antica permangono anche nel- l’idealismo assoluto hegeliano, come ora si viene chia- rendo: e l’opera del Vico precede di poco meno che un secolo quella di Hegel. NOTA Riproduco qui appresso un brano d’una mia risposta (pubbl. nella Critica del 1916) a una recensione che della prima edizione di questo libro fu fatta nella Civiltà Cattolica del 5 febbraio di quell’anno. Il punto principale dove io e altri (Jacobi, Spaventa, Croce) avremmo preso un grosso abbaglio, e lo scrittore della Civiltà Cattolica pretende rimettere le cose a posto, è quel che riguarda la celebre dottrina gnoseologica del De antiquissima, da me rac- costata, per la sua parte negativa, allo scetticismo di Hume, e per la parte positiva intesa, come dagli altri maggiori interpreti, quale dottrina analoga alla kantiana, e raffrontata a certe osser- vazioni del Ficino. Qui, mi dispiace dirlo, il recensore non ha capito proprio di che si tratta. « La distinzione », egli dice, « onde il V. separava la geometria e l’aritmetica dalle altre scienze, si fonda sul supposto che quelle due sono fatte dall’uomo, e le altre no. Né si accorgeva il bravo uomo che non diversa è la posizione del nostro intelletto davanti alla matematica di quel che sia di fronte a qualunque altro 0g- getto delle cose; e anche il punto, la linea, la superficie e la ma- tematica, che diceva dall'uomo creati ad Dei instar ex nulla re substrata, tanquam ex mnihilo, erano accolti nella mente per una astrazione, alta quanto si voglia, dalla materia delle cose cor- pulente, giacché gli spiriti non hanno né punti né linee né su- perficie » (p. 340). Gran brav’uomo davvero quel Vico! In primo luogo, è da fermar bene che non le scienze matematiche diceva egli esser fatte dall'uomo: ché questo era carattere comune (da tutti am- 136 STUDI VICHIANI messo) a ogni scienza, la teologia esclusa; ma la differenza spe- cifica del sapere matematico, per la quale questo sapere si salva dallo scetticismo, è pel V. questa, che cioè anche il suo o0g- getto è fatto da noi. In secondo luogo, non è possibile stare a ripetere che la matematica è scienza d’astrazione (ossia empirica) senza lasciarsi sfuggire tutto il significato della dottrina vichiana; la quale non si riferisce alle relazioni matematiche che il recen- sore dice «già esistenti e fatte nelle cose e negli oggetti della nostra contemplazione scientifica », ma a quelle altre, onde l’uomo mundum quemdam formarum et numerorum sibi condidit, quem intra se universum combplecteretur: l’oggetto delle matematiche pure, che è in sé compiuto e perfetto, senza nessun rapporto con gli oggetti dell’esperienza. Quanto poi agli elementi di cotesto universo interno alla mente, il punto e l’unità, s’accomodi pure il recensore se crede che già ineriscano alla materia delle cose corpulente. Noi amiamo stare col brav’uomo: « Atqui utrumque fictumi punctum enim, si designes, puncium non est; unum si multiplices, non est amplius unum » (De ant., I, $ 2). Questo, ad ogni modo, sarà apprezzamento, non accertamento del pensiero vichiano. Ma, dove si tratta di definire il senso di esso, ecco lo storico della Civiltà Cattolica saltar su a confondere e cancellare i tratti essenziali della dottrina di cui si vuol di- scutere 1: « Va però osservato, a non esagerare di troppo la ten- denza scettica della norma vichiana, esser cioè veri criterium et regulam ipsum fecisse, che il V., quando afferma la minor cer- tezza delle altre scienze rimpetto alle matematiche, non diceva cosa nuova, e ripeteva ciò che in parte aveva già letto nella me- tafisica di Suarez, e forse nel commento dell’Aquinate, le cui parole non sembrano sconosciute al Vico. Non pare pertanto che, come afferma il Gentile, proprio dalla schietta dottrina neoplatonica il V. deducesse la sua gnoseologia.... » (p. 341). Malgrado l’abilità dello stile (che vuol dire e non dire), qui evidentemente si afferma che almeno un addentellato alla gnoseologia del verum-factum (senza il colorito scettico che assume nel V.) può trovarsi in Suarez I Del resto, a proposito di un’ interpretazione arbitraria che io avrei fatta di alcune parole di Vico, la Civiltà Cattolica ci addita una novissima e mai sospettata interpretazione del verum-factum, scrivendo: «Se, secondo il Vico,il vero si converte col fatto, occorre]affermare che nel fatto (!) delle sue parole sia la verità (!) della sua mente quale in- tese farcela conoscere » (p. 345). In verità, non si può essere interpreti più fedeli del pensiero d’un filosofo ! einS. let. 3, Ma (2.0 Re laphysi Mathen Talibus fecta « superio Modo « esse te i haec ulteriu Parter Plicite Quod Per ns0 di condert pol di la tele gin È of cer” dicev* Jla DE i paso! -—r —— — — III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 137 e in S. Tommaso. Del primo dei quali si cita Metaph., Disp. I, lect. 5, n. 26; e del secondo Comm. alla metaf., lib. I, lect. 2. Ma ecco integralmente il luogo del Suarez: « Respondetur ! ergo primo fortasse in aliquo statu posse Me- taphysicam humanam esse perfectiorem et certiorem quam sint Mathematicae: nam, licet acquirendo hanc scientiam solis natu- ralibus viribus et ordinario modo humano non possit tam per- fecta obtineri, si tamen noster intellectus iuvetur ab aliqua superiori causa in ipsomet discursu naturali, vel si ipsa scientia modo supernaturali fiat, licet res ipsa sit naturalis, potest forte esse tam clara et evidens ut Mathematicas superet. Quia vero haec responsio magis est theologica quam philosophica, addo ulterius, quamvis Metaphysica in nobis semper sit, quoad hanc partem, inferior Mathematica in certitudine, nihilominus sim- pliciter et essentialiter esse nobiliorem: ad quod multum refert quod sit secundum se et ex parte obiecti certior: nam dignitas obiecti maxime spectat ad dignitatem scientiae et illa est quae per se redundat in scientiam: imperfectiones autem quae ex parte nostra miscentur, sunt magis per accidens: et ad hoc tendit definitio data, in quo sensu nullam involvit repugnantiam». Dove, per aguzzare che si faccia la vista, non si vede nulla della dottrina vichiana. E S. Tommaso, commentando quel testo della Metafisica aristotelica, che dice più certe (propriamente, più esatte, &xprBéotepar) le scienze aventi oggetti più semplici e più elementari, come l’aritmetica rispetto alla geometria, che richiede qualche dato di più (I, 2, p. 982 a 25-28), dice: I Al n. 23, a proposito del luogo di ARIST., Metaph., II, 3, p. 995 a, 14-16, s'era proposta la distinzione tra la metafisica in noi che ha minor certezza della matematica, e la metafisica in sé, a cui la matematica stessa è subordinata, e dal cui valore perciò dipende, poiché «res illae de quibus Mathematicae tractant, includunt communia et trascendentia praedicata de quibus Metaphysica disserit ». Alla qual difesa della metafi- sica, nel numero 25 si opponeva: « Haec scientia [sc. Metaph.], prout in nobis est, semper est minus certa in hac parte, quam Mathematica: ergo simpliciter est minus certa, quia Metaphysica de qua agimus non est alia nîsì humana: haec tantum in nobis est. Quid ergo vefert ad nobili- tatem Metaphysicae, quod secundum se sit angelica ? illud enim erit verum de Metaph. angelica, non de nostra. Unde tractando de mostra, videtur involvi repugnantia in illa distinctione secundum se et prout in nobis. Haec enim optime quadrat et ita est illa usus saepe Arist.in 1° Poster. etin principio Phys. et Metaph. At vero acconimodata actibus vel habitibus nostris nullo modo videtur posse habere locum ». 138 STUDI VICHIANI «Quanto aliquae scientiae sunt priores naturaliter, tanto sunt certiores: quod ex hoc patet, quia illae scientiae, quae dicuntur ex additione ad alias, sunt minus certae scientiis, quae pauciora in sua consideratione comprehendunt, ut Arithmetica certior est Geometria; nam ea, quae sunt in Geometria, sunt ex additione ad ea quae sunt in Arithmetica. Quod patet, si consideremus id quod utraque scientia considerat in primum principium, scic. unitatem et punctum. Punctus enim addit super unitatem situm. Nam ens indivisibile rationem unitatis constituit; et haec, secundum quod habet rationem mensurae, fit principium numeri. Punctus autem supra hoc addit situm. Sed scientiae particulares sunt posteriores secundum naturam universalibus scientiis, quia subiecta earum addunt ad subiecta scientiarum universalium, sicut patet quod ens mo- bile, de quo est naturalis philosophia addit supra ens sim- pliciter, de quo est Metaphysica, et supra ens quantum, de quo est Mathematica: ergo scientia illa, quae est de ente et maxime universalibus, est certissima. Nec illud est contrarium, quod dicitur esse ex paucioribus, cum supra dictum sit quod sciat omnia. Nam universale quidem compre- hendit pauciora in actu, sed plura in potentia. Et tanto aliqua scientia est certior, quanto ad sui subiecti considerationem pau- ciora actu consideranda requiruntur. Unde scientiae operativae sunt incertissimae, quia oportet quod considerent multas singu- larium operabilium circumstantias ». La certezza di cui parla qui Tommaso d’Aquino, l’&xptBoXoyla di Aristotele, non ha nulla da vedere con la certezza di cui parla il Vico, la certitude cartesiana, che è il problema di Hume, di Kant e di tutta la filosofia moderna. Quella è, si può dire, una certezza oggettiva, e corrisponde all’ idea chiara di Descartes; questa invece è la certezza soggettiva, o presenza del soggetto nell’og- getto, del cui significato storico il mio recensore avrebbe potuto rendersi conto già per quel poco che io pure ebbi occasione di dirne nel mio studio. Senza dire poi che per Aristotele e per Tom- maso d’Aquino, di questa certezza, è sì più certa l’aritmetica della geometria, e tutte due della fisica; ma più certa ancora dell’aritmetica è la metafisica. E senza dire che il concetto di questa qualsiasi certezza non ha (com’ è naturale) nessun punto di contatto con la dottrina del verum-factum. Sicché, non volendo dire che lo scrittore della Civiltà Cattolica abbia citato i due luoghi di Suarez e di S. Tommaso per gettar polvere negli occhi, III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA 139 bisogna pensare che non si sia fatto ancora una chiara idea di quel che significhi la dottrina del Vico. I riscontri invece tra il concetto del Vico e la dottrina del Ficino, seguitata dal Campanella, di cui ho pure additato luoghi molto significativi, sono così evidenti, che bisogna proprio voler tenere gli occhi ben chiusi per non vederli. Il mio recensore vi sorvola per notare poi che « sulla identità del vero col fatto, dal Gentile e dal Croce meglio si poteva citare ciò che il Ficino dice della verità divina, ove afferma che Dio è veritas, quia producendo esse dat omnibus (Opera, ed. 1561, I, 97)» e in un altro luogo dove l’arte umana è paragonata alla divina, e quindi si distingue una veritas operis humani, adaequatio eius ad hominis mentem e una veritas operis naturalis, quod est divinae mentis opus, adae- quatio ad divinam mentem (II, 1221). Ma egli stesso poi deve affrettarsi a soggiungere: «In ciò il filosofo cristiano platonico non diceva nulla di nuovo né di diverso dagli scolastici e dal- l’Aquinate » (p. 342). O allora ? Se per trovare l’origine del con- cetto vichiano — che lo stesso recensore è costretto a ricono- scere come diverso dal concetto scolastico — si deve cercare in un concetto analogo, è inutile cercare in quelle pagine del Ficino, dove questi non si allontana dagli scolastici; ma bisogna rivol- gersi a quegli altri punti, sui quali si fermò la mia attenzione, e che il recensore si guarda bene dal considerare. Ai quali mi piace qui aggiungerne un altro, che sempre più conferma che il con- cetto vichiano della verità non è nel filosofo fiorentino un’osser- vazione fortuita e senza radici nel suo pensiero. Nella stessa Theologia platonica, XIII, 3, leggiamo: «Unum est illud in primis animadvertendum, quod artificis solertis opus artificiose constructum non potest quilibet qua ratione quove modo sit constructum discernere, sed solum qui eodem pollet artis ingenio. Nemo enim discerneret qua via Ar- chimedes sphaeras constituit aeneas, eisque motus motibus cae- lestibus similes tradidit, nisi simili esset ingenio praeditus. Et qui propter ingenii similitudinem discernit, is certe posset easdem constituere, postquam agnovit, modo non deesset materia. Cum igi- tur homo caelorum ordinem, unde moveantur, quo progrediantur, et quibus mensuris, quidve pariant, viderit, quis neget eum esse ingenio, ut ita loquar, pene eodem quo et author ille caelorum ? ac posse quodammodo caelos facere, si instrumenta nactus fuerit, materiamque caelestem postquam facit eos nunc, licet ex alia materia, tamen persimiles ordine ? ». 140 STUDI VICHIANI Nel suo Commentario al Parmenide poi, cap. 32 (ed. cit., t. II, p. 1149) si trova un’osservazione, che fu già da noi riferita a p. 31, dove il Ficino dice che la cognizione umana delle cose materiali, poiché noi non siamo gli autori delle cose non è altro che una proportio quaedam, laddove Dio le conosce veramente, perché ne è la causa. Che se qui pare dubitativamente concedere potersi la cogni- zione umana intendere forse come proporzione al conosciuto, ossia come adequazione del soggetto all’oggetto, più oltre, e nella pagina stessa, dimostrando perché la cognizione divina non importi congruenza dell’ intelletto divino con le cose materiali e transeunti, mette bene in chiaro la natura affatto soggettiva d'ogni conoscenza, l’umana compresa: «.... Multo minus actio in agente manens, id est cognitio, adducit agentem, id est cognoscentem, pro ipso cognoscendorum modo cognoscere: quod omne cognoscens non simpliciter pro rei cognitae qualitate, sed pro ipsa cognitivae virtutis natura, forma et dignitate, cognoscat et iudicet, hinc apparet, quia hominem nobis obiectum aliter quidem sensus exterior, aliter autem ima- ginatio viderat, aliter item ratio, aliter intellectus. Sensus enim solam rem praesentem percipit et accidentia sola; imaginatio et absentem repetit et quodammodo substantiam suspicatur, com- ponit, dividit, sola summatim conficit quae singulatim quinque sensus; ratio vero et haec efficit omnia, et praeterea ad univer- salem speciem incorporeamque naturam argumentando se tran- sfert; intellectus denique simul quodam intuitu conspicit, quae ratio multifariam argumentando circumspicit, quemadmodum visus obiectum globum semet percipit ut rotundum, tactus autem saepius attingendo.... Neque rerum cognitarum conditiones, sed naturam ipsam suam sequitur [sc. întellectus] cognoscendo: na- turam inquam uniformem, indivisibilem, immutabilem ». Dottrina tra le più atte a confermare la tendenza della gnoseo- logia del verum-factum: tendenza scettica, finché non si risolva il dualismo del soggetto e dell’oggetto. Dal Ficino, e in generale dal platonismo, ho sostenuto che il Vico fosse anche indirizzato verso quella intuizione panteistica, che è, suo malgrado, nel fondo di tutto il suo pensiero filosofico. Sono affatto inutili e fuor di luogo le osservazioni che si tornano a fare ancora una volta circa l’avversione del Vico al panteismo. Nessuno ha mai dubitato di ciò, e la questione non è questa. Il punto ora contestato è che dal Ficino il filosofo napoletano potesse ricevere suggestioni panteistiche. Contestato, III. LA II E LA III FASE DELLA FILOSOFIA VICHIANA I4I bensi, col solito dire e disdire: perché prima si assicura che « se il Vico lesse e studiò le opere del Ficino e dei Platonici, non ne bevve però gli errori dommatici »: il che vorrebbe dire che questi errori intanto nel Ficino ci sono; poi si garentisce che «quel letterato [cioè, il Ficino appunto] era assai ben ferrato in teologia cattolica » e che «la sua Theologia platonica altro non è che una teologia cristiana » e che «è assai difficile ammettere che il F. e dopo di lui il V. accogliessero il panteismo » (341-2). Che diamine ! Bruno sì: egli, tra il Ficino e il Vico, egli accolse il panteismo, «perciò incorse nelle condanne della Chiesa ». Ma sta a vedere chei sognatori alemanni e i nuovi hegeliani napoletani hanno scoperto essi che il buon canonico di Santa Maria del Fiore accolse l’emanatismo plotiniano, pure sforzandosi di accomodarlo coi dommi cristiani. Io confesso di non conoscere storico della filosofia degno di questo nome, che lo metta in dubbio; e mi pare che potrebbe bastare per tutti il Vacherot, autore di una Histoire critique de l’école d’Alexandrie, che è della metà del secolo passato, ma che non è stata ancora sostituita. Il quale, dopo dimostrato che nella stessa Theologia il Ficino espose la dottrina di Plotino avec un ordre, une clarté, une précision qu'on ne retrouve point dans les Ennéades, osserva: « En devenani Alexandrin, Ficin voudrait rester orthodoxe. Mais il est facile de s’apercevoir qu’ il ne conserve guère que la langage de la théologie chrétienne. Il préte è Dieu tous les attributs Psychologiques dont le dépouillait l’ idéalisme néoplatonicien.... mais il les détruit pour les définitions et les explications tout Ale- xandrines qu’ il en donne.... La psychologie de Ficin est encore Plus compléiement alexandrine que sa théologie», ecc. (t. III, Pp. 180-1). Sicché questa almeno del panteismo ficiniano non è poi la grande eresia alemanna o napoletana ! 10 Digitized by Google IV DAL CONCETTO DELLA GRAZIA A QUELLO DELLA PROVVIDENZA Digitized by Google La quistione della grazia, come s’ è veduto, fu stu- diata dal Vico negli anni passati a Vatolla (1686-95). «In grazia della ragion canonica », racconta di sé nel- l’Autobiografia, «inoltratosi a studiar de’ dogmi, sì ri- truovò poi nel giusto mezzo della dottrina cattolica d’intorno alla materia della grazia, particolarmente con la lezion del Ricardo, teologo sorbonico, che per fortuna si aveva seco portato dalla libreria di suo padre ». E la dottrina di questo teologo il Vico stesso riassume dicendo che costui «con un metodo geometrico fa vedere la dot- trina di sant'Agostino posta in mezzo come a due estremi tra la calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze che all'una di queste due o all’altra si avvicinano; la qual disposizione riuscì a lui efficace a meditar poi un prin- cipio di dritto natural delle genti, il quale e fosse comodo a spiegar le origini del dritto romano ed ogni altro civile gentilesco per quel che riguarda la storia, e fosse conforme alla sana dottrina della grazia per quel che ne riguarda la morale filosofica ». Dove c’è un’interpretazione del Ricardo e una genealogia della propria dottrina, per così dire, postuma: data dal Vico più di trent'anni dacché aveva letto il teologo sorbonico, e dopo che il suo pen- siero (almeno su questo punto) aveva fatto molto cam- mino. Non è quindi privo d’ interesse ricordare quanto del Vico ci sia nell’ interpretazione del Ricardo, e quanto del Ricardo nella genesi del pensiero vichiano. Ne deriverà 1 V. sopra p. 26. 140 STUDI VICHIANI qualche nuovo chiarimento intorno a un punto essen- ziale di questa filosofia. Il Ricardo, a cui il Vico si riferisce, è il gesuita francese Stefano Dechamps (1613-1701), professore della Sorbona, confessore del principe di Condé, autore di vari scritti polemici di teologia, pubblicati anonimi o sotto lo pseu- donimo di Antonius Richardus *. Gran diffusione ebbero, nel fervore della lotta tra giansenisti e gesuiti, la sua Disputatio theologica de libero arbitrio, qua defenditur cen- sura sacrae Facultatis Theol. Parisiensis lata 27 iunii r560, et plures novi dogmatis propositiones ab eadem merito proscribi et S. Augustini aliorum Patrum ac veterum theolo- gorum doctrinae adversari demonstratur (1645); di cui una quarta edizione fu pubblicata a Parigi nel 1646, e una quinta a Colonia nel 1653; e il grosso ?n-folio, al quale il Vico certamente allude, De haeresi Janseniana ab apo- stolica sedes merito proscripta, in tre libri, la cui prima edizione, incompleta, è del 1645, e la seconda del ‘54. A documentare la posizione tenuta dal Dechamps meglio di ogni esposizione possono giovare alcune citazioni te- stuali. Basterà limitarsi ai punti più importanti. Contro l’accusa di pelagianismo, che Martino Chemnitz aveva mossa ai gesuiti, il Dechamps riferisce la risposta datagli dal gesuita Andradio, che fu de’ teologi del Con- cilio di Trento: « Et sane, inquiunt, quamvis nos a divina misericordia pen- deamus; quamvis nihil boni operetur fidelis, quod in illo non efficiat Deus; quamvis non solum gratia conferatur ut converti possimus, sed etiam ut convertamur; etsi gratia haec, quae ad operandum necessaria est et velle facit, non sit quaecumque inspiratio aut cogitatio sancta, sed efficax Dei operatio: quamvis I BACKER-SOMMERVOGEL, Biblioth. d. écriv. de la Comp. de Jésus, part. I, t. II, coli. 1863-9. V. anche SoMMERVvOGEL, Dictionn. des our. anonymes et pseudon.., Paris, 1884, s. Richardus. 2 Citerò quest’ultima, Lutetiae Paris, Cramoisy, MDCLIV. IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA 147 haec omnia vere admittamus, homini tamen semper liberum relinquitur divinae operationi praebere impedimentum, eamque vel amplecti, vel etiam repudiare ». Haeccine verba, Chemniti, sunt liberum arbitrium a divina gratia segregantium !... Haec est Coloniensium patrum Societatis Iesu sententia, quam Pela- gianismi insimulare numquam desinis !, Per Giansenio non c’è termine medio tra grazia e libero arbitrio; quel libero arbitrio, che i pelagiani avreb- bero preso dalla filosofia profana, e introdotto in teologia ad extenuandam Christi gratiam. Né vale richiedere, oltre al libero arbitrio, la grazia: «qui semel liberum hominis lapsi arbitrium indifferentem ad utrumlibet facultatem esse definienit, etsi postea gratiam ad bene agendum necessariam esse fateatur, abire tamen non potest, quin, S. Augustino iudice, in Pelagir haeresim incidat ». Tutte calunnie, secondo il Dechamps. Il quale contesta che non si possa conciliare il concetto della libertà con quello della grazia, e che Agostino abbia condannato come pelagiano qualsiasi concetto della libertà, secondo che Giansenio pretende. In primo luogo bisogna osser- vare che il libero arbitrio può esser considerato in due modi, Primo, pro naturali facultate secundum se sumpta quae pro libito potest alterutrum e duobus eligere, sive quae, positis omni- bus ad agendum requisitis, agere potest et non agere. Secundo, pro facultate omnibus ad bene agendum viribus instructa. Quae duo quantum inter se distent, hoc exemplo intelligetur. Aliud est oculum posito lumine videre posse, aliud habere lumen ad viden- dum. Nam qui caecus non est, etsi tenebroso claudatur specu et nulla collustretur luce, oculos tamen habet, quibus, cum lux adfuerit, videre poterit. Ita aliud est hominis voluntatem esse eiusmodi, ut, positis omnibus ad agendum praerequisitis, agere possit et non agere; aliud ea omnia ad bene agendum praere- quisita habere. Primum ad libertatem naturae spectat; secundum ! Lib, I, disp. III, c, VI, $ 6, p. 58. 148 STUDI VICHIANI ad libertatem gratiae, sive ad laudabilem illum liberi arbitrii statum, ad quem divina gratia evehimur. Prima libertas deleri peccato non potest. Nam, etsi voluntas necessariis ad bene agen- dum praesidiis spolietur, et, infami daemonis servituti manci- pata, ne levissimum quidem melioris vitae votum de se concipere possit, talis est tamen semper, ut, cum aliunde necessaria ad bene agendum subsidia adfuerint et caelestis gratiae aura afflaverit, agere possit et non agere. Secunda, primi parentis culpa periit. Nam tum omnibus gratiae praesidiis destituti, cam in miseriam incidimus, ut non simus sufficientes cogitare ali- quid ex nobis, tanquam ex nobis. Qui cum Calvino aliisque superioris aevi haereticis congressi sunt Ca- tholici, hanc utriusque libertatis distinctionem diligenter obser- vaverunt; quod ex illa totius de libero arbitrio controversiae disceptatio penderet. Hinc Bartholomaeus contra Calvinum scribens (lib. I de lid. arbit., cap. 3); «Ignoras», inquit, « aliud esse hominem libertatem arbitrii habere, hoc est potentiam con- sentiendi vel dissentiendi, ut dixi: quod naturae liberum dicitur arbitrium; aliud vero libertatem meritorie ope- randi iustitiam: quod liberatum liberum dicitur ar- bitrium»!. In secondo luogo, poi, è da notare che non pensa di- versamente sant’Agostino: il quale, quando nega contro Pelagio il libero arbitrio, intende di questa libertà libe- rata, principio attivo di bene; ma non nega mai in con- seguenza del peccato di Adamo il libero arbitrio, anche come principio di male. « Fides Catholica, egli dice, neque liberum arbitrium negat, neque tantum eci tribuit, ut sine gratia valeat aliquid ». E altrove più chiaramente: « Pec- cato Adae liberum arbitrium de hominum natura periisse non dicimus, sed ad peccandum valere in hominibus subditis diabolo ; ad bene autem vivendum non valere, nisi ipsa voluntas hominis Dei gratia fuerit liberata, et ad omne bonum actionis, cogitationis, sermonis adiuta ». I Lib. III, disp. II, cap. 18. IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA 149 Questo concetto insufficiente della libertà negativa s' è già incontrato nel Vico, nell’ Orazione del 1700 *. Ma in quella stessa Orazione abbiamo visto com'’egli sentisse pure il bisogno di qualche cosa di meglio. Certo, nel suo teologo non trovava un libero arbitrio che senza l’estrin- seco aiuto della divina grazia bastasse a bene operare; quantunque dovesse, senz’alcun dubbio, esser più sod- disfatto da questa dottrina che un’ombra almeno di libertà lasciava all'uomo; all’ucmo di quella che egli chiamerà umanità gentilesca, artefice an- ch'egli del mondo delle nazioni. E non poteva egualmente non propendere alla sentenza della teologia sorbonica nella questione famosa della grazia efficace, che è l’altro mcmento della nega- zione della libertà nel giansenismo: per cui, l’uomo non è libero prima d'esser redento dalla grazia, perché, per effetto del peccato, è in potere del diavolo; e non è libero né anche dopo, perché l’efficacia della grazia redentrice consiste nella necessità della redenzione. Prima la sua volontà è principio del male, e soltanto del male; poi, del bene, e soltanto del bene. E non vien concepita mai come principio degli opposti, quale dev'essere, per esser libera. Anche qui il gesuita distingue; e se la distinzione tra grazia sufficiente che non è sufficiente e grazia efficace provocherà il sorriso del Pascal, essa però ha una pro- fonda ragion d'essere, e mira a salvare insieme con la grazia la libertà, senza la quale la grazia edificherebbe la distruzione. Il Ricardo riferisce in proposito un luogo del De spiritu et littera (c. 33) di Agostino, che egli dice un compendio di tutti i libri scritti dal Santo contro i nemici della grazia e del libero arbitrio: un muro di bronzo contro pelagiani, manichei, luterani, calvinisti e simili pesti. 1 Vedi sopra pp. 65 sgg.. 150 STUDI VICHIANI Attendat et videat non ideo tantum istam voluntatem divino muneri tribuendam, quia ex libero arbitrio est, quod nobis na- turaliter concreatum est; verum etiam quod visorum suasionibus agit Deus ut velimus et ut credamus: sive extrinsecus per Evan- gelicas exhortationes, ubi et mandata legis aliquid agunt, si ad hoc admonent hominem infirmitatis suae, ut ad gratiam iusti- ficantem credendo confugiat; sive intrinsecus, ubi nemo habet in potestate quid ei veniat in mentem; sed consentire vel dissentire propriae voluntatis est. His ergo modis quando Deus agit cum anima rationali, ut ei credat; neque enim credere potest quolibet libero arbitrio, si nulla sit suasio vel vocatio, cui credat; profecto et ipsum bonum velle Deus operatur in homine, et in omnibus misericordia eius prae- venit nos: consentire vocationi Dei, vel ab ea dissentire, sicut dixi, propriae volun- tatis est!. Anche il Concilio di Trentc ?, ispirandosi a questa dottrina di Agostino, sentenziò lhominem praevenienti gratiae posse dissentiri. Basta perciò questa grazia a salvar l’uomo, nel senso che non gli occorre altro, se egli vuole salvarsi. Ma egli deve volere. La grazia risana la volontà (e si dice perciò medicinale). Ma all'uomo già di sana volontà Agostino 3 afferma Deum permisisse atque dimisisse facere quod vellet, e però gratiam in eius arbitrio reliquisse. E qui c'è un punto, che dové fermare l’at- tenzione del Vico 4: Insignis est in hanc sententiam planeque divinus locus ille, quo S. Augustinus Petilianum Donatistarum episcopum sic af- fatur: «Si tibi proponam quaestionem, quomodo Deus Pater attrahat ad filium homines, quos in libero dimisit arbitrio, fortasse eam difficile soluturus ess Quomodo enim attrahit, si dimittit ut quis quod vo- I Lib. III, disp. III, cap. 1. 2 Sess. 6, can. 4. 3 De corrept. et gratia, c. 12. 4 Cap. cit, IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA ISI luerit eligat? Et tamen utrumque verum est, sed intel- lectu hoc penetrare pauci valent. Si ergo fieri potest, ut quos in libero dimisit arbitrio attrahat tamen ad Filium Pater, sic fieri potest, ut ea quae legum coércitionibus admonentur, non auferant liberum arbitrium ». Haec S. Augustinus scribit ad Donatistarum querelas retundendas, qui cum propositis suppliciis ab haeresi sua deterrebantur, de Catholicis graviter expostulabant in haec verba: « Cur vos non liberum arbitrium unicuique sequi permittitis, cum ipse tamen Dominus Deus liberum arbitrium dederit hominibus ? ». Respondet S. Augustinus liberum arbi- trium legum coéèrcitionibus non eripi, quemadmodum divina per gratiam tractione non violatur. Unde concludit: « Nemo ergo vobis aufert liberum arbitrium, sed vos diligenter attendite quid potius eligatis: utrum correcti vivere in pace, an in malitia per- severantes falsi martirii nomine vera supplicia sustinere ». Qua ex disputatione certissime conficitur quod pugnamus. Primo, quia clarissime et expressis verbis de gratia medicinali S. Augustinus affirmat, quod gratiae nullam agendi necessitatem inferentis argumentum esse Jansenius profitetur: nempe Deum per gratiam homines trabhere: et tamen in libero dimittere arbitrio, ut quis quod voluerit eligat. Secundo, quia inepta esset illa comparatio, et contra S. Augustini mentem, si divina ratio sequendi necessitatem im- poneret; nam ex illa Petilianus continuo colligeret, quod unum contendebat: nimirum intentata a legibus supplicio necessitatem parendi imponere, adeoque libertatem illam, quae necessitati est inimica, hominibus adimere. Il Vico riferisce ed accetta, come abbiamo visto !, nel De antiquissima questa soluzione agostiniana del pro- blema che nasce dal versetto del Vangelo di Giovanni (VI, 44): «Nemo potest venire ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum ». Il Vico condensa la soluzione nel motto: «Non solum volentem, sed et lubentem trahit, et voluptate trahit »?; e nel De constantia iurisprudentis (1721) dirà: «Ex divini sacrificiù meritis divina gratia ita trahit - —————————+——À#—— I Pagg. 59-60. * De an., in Opere, I, 174. 152 STUDI VICHIANI ad Deum homines, ut, quemadmodum appositissime D. Augustinus * ex Poeta docet: .... trahit sua quemque voluptas ». Intorno a questa voluftas 1 Dechamps disputa molto sottilmente ?, a proposito della grazia a perseverare con- cessa da Dio agli angeli e all'uomo prima del peccato. Per la quale osserva che Agostino non adopera mai nes- suno dei termini da lui usati per esprimere i moti della volontà, sia come impulsi di essa, sia come aiuti attuali inerenti a lei stessa. E nota ben dodici di questi termini; sel che si riconducono all’amor indeliberatus (come spiritus charitatis, inspiratio charitatis, ecc.); e sei che hanno per tipo la delectatto, ma suonano anche: suavitas, dulcedo, condelectatio, incunditas, voluptas 3. Tutti proprii del- l’uomo beneficato dalla grazia dopo il peccato, ed espri- menti tutti, perciò, non l’unità primitiva, in cui la na- tura ha in se stessa la grazia, ma un'unità che presup- pone l'opposizione. Cum igitur S. Augustinus eiusque discipuli, de statu inno- centiae disputantes, his nominibus natura, naturalis possibilitas, liberum arbitrium, non solam voluntatem sine vitio, sed ipsam quoque habitualem gratiam, quae completam bene agendi potestatem illi conferebat, plerum- que intelligant, quid mirum si bona status illius opera vel libero arbitrio adscribant, vel naturae opera appellent, vel, quod durius videtur, naturaliter fieri contendant ? Audi S. Augustinum de bono opere disputantem: « Hoc opus est gra- tiae, non naturae: opus est, inquam, gratiae, quam nobis attulit secundus Adam; non naturae, quam totam perdidit in semetipso primus Adam, etc. Non est igitur gratia in natura liberi arbitrii, quia liberum arbitrium ad diligendum Deum primi peccati gran- 1 Il Vico rimanda qui al Tract. XXII in Iohannem. Correggi: XXVI, 4. 2 Lib. III, disp. III, c. 16. | 3 E per la voluptas cita appunto il luogo del Tract. XXVI in Iohann. IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA 153 ditate perdidimus ». Quibus verbis manifeste significat opus bonum, quod iam gratiae tribuit, si Adam non peccasset, fore opus naturae; sed huius rei caussam inde repetit, quod ante primum peccatum gratia Dei esset in natura liberi arbitrii: gratia, inquam, illa, quae ad bene agendum ex parte voluntatis requiritur !. Questa natura liberi arbitrit, in cui, prima del peccato, era immanente la gratta, dopo del peccato è perduta; e per quanta voluptas Dio ci faccia sentire nell’assenso al suo divino suggerimento, essa non può considerarsi una espressione della stessa umana natura: come la sua vo- luptas del poeta latino. E quando perciò Vico nel De constantia iurisprudentis raccosta la voluptas agostiniana a quella virgiliana (e il raccostamento è già implicito nel lubentem del De antiquissima), egli mette in Agostino e nel Ricardo un po’, anzi molto del suo pensiero, che tende a risolvere il dualismo insuperabile del domma della grazia in una fondamentale unità. Ma, tanto nel De antiquissima quanto nel Diritto Uni- versale il Vico, pure accennando con questa interpreta- zione sforzata della dottrina agostiniana a superare il concetto trascendente della grazia, crede tuttavia di doversi arrestare. E mantiene la necessità della grazia per spie- gare il processo dello spirito. Nella seconda delle due opere testé menzionate si propone esplicitamente il pro- blema. Contrapposta la stoltezza dell’uomo caduto alla eroica sapienza di Adamo anteriore al peccato, concepisce la vita umana come un processo di realizza- zione dell’ infinito, ossia dello spirito. Dio è fosse, nosse, velle infimitum; l’uomo, poiché è corpo, oltre che spirito, e poiché il corpo è limitato, è mosse velle posse finitum quod tendit ad infinitum. L’uomo aspira a unirsi con Dio, che è il suo principio; e questa aspirazione può compiere ! Lib. III, disp. III, c. 23. I54 STUDI VICHIANI soltanto conformandosi all’ordine della natura, nel quale sovrasta per la ragione a tutti gli animali; ossia som- mettendo la volontà alla ragione. Sommissione, in cui consistette la natura hominis integra, conferita da Dio ad Adamo, ut nullo sensuum tumultu agitaretur, sed et in sensus ed in cupiditates liberum pacatumque exerceret im- perium. Questa natura integra dell’ucmo, conforme al- l’ordine delle cose, è la mnaturalis honestas integra. Ma questa rettitudine naturale dell’uomo venne corrotta per colpa dell’uomo: in che modo ? Ut voluntas rationi domi- naretur. Donde nasce la passione (cupiditas), che non è altro che amor sui ipsius, e l’errore, ossia quella iudicii temeritas, qua de rebus 1udicamus, antequam eas habeamus plane exploratas. Or, come riconquistare la verità, e ri- staurare il processo divino dell’ uomo ? Com? nel De an- tiquissima *, il Vico sente la necessità di ammettere un minin.o di umanità a capo dell’umanità. Sed homo Deum aspectu amittere omnino non potest suo; quia a Deo sunt omnia; et quod a Deo non est, nihil est; nam Dei lumen in omnibus rebus, nisi reflexu, saltem radiorum refractu cernere cuique datur. Quare homo falli nequit, nisi sub aliqua veritatis imagine; vel peccare nequit, nisi sub aliqua boni specie 2. Ma queste immagini della verità, questi semi di bene non bastano ancora pel Vico a spiegare l’umanità. Hinc aeterni veri semina in homine corrupto non prorsus extincta; quae, gratia Dei adiuta, conantur con- tra naturae corruptionem. Conato, che è l’effetto della provvidenza e della grazia divina, come una cosa sola. Giacché, se qui parla di gra- I Vedi sopra pp. 59-60. 2 Opere, ed. Ferrari, III, p. 26. IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA 155 zia, poco prima ha detto « provvidenza »; dove, definendo gli attributi di Dio, ne fa consistere la bontà in ciò, quod omnibus rebus a se creatis quemdam conatum, quod- dam 1ngenium indit se conservandi. Così, quando per corporeae naturae vitia, quibus dividitur, atteritur et cor- rumpitur, singula quaeque in sua specie conservari non possunt, divina Bonitas per ipsarum vitia rerum erumpit, et conservati în suo quaeque genere cuncia. Di guisa che questa bontà non ha funzione diversa dalla sapienza di- vina; la quale, quatenus suo quaeque tempore cuncia promat, Divina Providentia appellatur. Quella divina Provvidenza, le cui vie sono le opportunità, le occasioni, gli accidenti, attraverso ai quali erompe la divina Bontà, e fa nascere la virtù, com? virtù dianoetica o sapienza, e virtù etica, infrenatrice degli affetti, imperfetta nei gentili, o perfetta, qual’ è soltanto la virtù cristiana, che, reprimendo la filautia, piega l’uomo all’umiltà:. La virtù si può bensì distinguere in prudenza, temperanza e fortezza; ma a patto che vadano tutte insiem= con- giunte perché la virtù è una, e non dell’uomo. «Sed Dei virtus est, divina gratia, quae suo lumine Christianis perspicue recta vitae agenda demon- strat: et efficit ut uno genere assensionis et rebus contem- bplandis et rebus in vita agendis assentiamur » ?. I Pagg. 27-28. Cfr. p. 214. 2? Op. cit., p. 28. Uno genere assensionis, perché spinozianamente o, com'’egli preferisce dire, socraticamente, il Vico tiene a confermare quel che ha stabilito nel lemma 4° (Prolog.), che cioè la volontà libera o razionale coincide con l’ intelletto (voluntas et intellectus unum et idem sunt, aveva detto SPINOZA, Eth., II, prop. 49 sch.): « Unum esse genus assensionis, et quo rebus contemplandis, et quo rebus in vita agendis, perspicue, ut tamen utrarumque fert natura, demonstratis assentimur. Nam qui officio faciendo non assentitur, is perturbatione aliqua animi id perspicue faciendum non cernit: quare ubi perturbatio sedata sit, et animus ea sit defoecatus, hominem poenitet prave facti: quod quia in geometricis rebus ex. gr. non evenit, quia linearum nulla sunt studia sive affectus nulli, quibus perturbari homines possint, idcirco in iis ac in vitae officiis faciendis diversum assensionis genus esse videtur »: Vico, Op.2, ed. Ferrari, III, 17; cfr. pp. 42-43. 156 STUDI VICHIANI La virtù concreta è adunque virtù divina; o almeno quel lume della divina grazia, che rende possibile il volere umano instauratore dell’ordine morale. Che è pel Vico un ordine naturale, ossia ideale, eterno di giustizia: immuta- bile come fato, quasi sanctio et veluti vox divinae mentis, al dire di Agostino. E l’uomo vien instaurando questa eterna giustizia secondo le occasioni di utilità e di neces- sità, che la Provvidenza gli vien presentando affinché esso affini e svolga la sua natura primitiva. Homo erat factus ad Deum contemplandum colendumque et ad caeteros homines ex Dei pietate complectendos, quae erat honestas integra: bonae igitur occasiones fuere usus et necessitas, quibus Divina Providentia «rebus ipsis dictantibus », ut eleganter ait Pomponius, hoc est ipsarum sponte rerum, homines originis vitio dissociatos, non ex honestate integra, quae ex animo tota erat, prae Dei pietate, quia non integros, sed ex aliqua honestatis parte, nempe ex corporis utilitatum aequalitate, quae magna et bona parte corruptos ad colendam societatem retraheret. Uti corpus non est causa, sed occasio, ut in hominum mente excitetur idea veri, ita utilitas corporis non est causa sed occasio, ut excitetur in animo voluntas iusti !. Qui, evidentemente, la Provvidenza, senza la quale non ci sarebbe giustizia, e quindi non ci sarebbe società, è identica con la grazia: la quale opera sulla volontà umana illuminandola e traendola a Dio con quell’azione che vien definita dalla sana teologia agostiniana. Onde nella seconda parte del Diritto Universale (De const. iurisprud.) il Vico crederà di poter dire che i suoi tur:s principia sunt maxime conformia santiori de gratia doctrinae. Ratio enim naturalis est, qua gentes ipsae sibi sunt lex: eaque est «lumen divini vultus super omnes signatum »; et immutabiliter tuetur libertatem humani arbitrii, ut possimus, I Pagg. 30-31. IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA 157 si volumus, subsistere motus cupiditatis. Sed gentes vel Chri- stianae ipsae, exsortes divinae gratiae, aliis cupiditatibus, ut humana gloria, non tam subsistunt, quam deflectant motus cu- piditatis, unde edunt imperfectae virtutis facinora: sola Christi gratia victrix praestat, quam diximus esse verae virtutis notam !. In una lettera del 1726 all’ab. Esperti il Vico accennava alla morale giansenistica, deplorando che «in odio della probabile s’ irrigidisse in Francia la cristiana morale » ?. Morale da stoici, secondo lui, «i quali vogliono l’am- mortimento de’ sensi » e «negano la Provvidenza, facen- dosi strascinare dal fato, ignari che la filosofia, per giovar al genere umano, dee sollevar a reggere l’uomo caduto e debole, non convellergli la natura »; ignari «che si dia Provvidenza divina » e « che si debbano moderare l’umane passioni con la giustizia e da quella sì moderate farne umane virtù » 3. Tutte determinazioni che nella Scienza Nuova il Vico riferisce bensì agli stoici, ma a quegli stoici, coi quali si confondevano nella sua mente i razionalisti cartesiani, e quella sorta di razionalisti, che col loro fata- lismo e rigorismo erano pure, ai suoi occhi, i giansenisti 4. Il rigorismo, conseguenza necessaria del carattere tra- scendente della dottrina giansenistica della grazia, era pel Vico un lato solo della verità, che egli certamente, nel suo platonismo, non voleva disconoscere. E nel Diritto Universale, stabilita l’eternità come nota propria del diritto naturale, ossia della morale, soggiunge: « Indidem ruris naturalis immutabilitatem, quam meliores moralis Christianae auctores rigorem appellant, aeternam in- I Pagg. 220-1. * Opere, V, 186. 3 S. N, ed. Nic., p. 118 (secondo il testo 1730). Cfr. S. N.! in Opere, ed. Ferr., p. 14. 4 Egli conosceva e ammirava, pur dichiarandoli «lumi sparsi» e semplici tentativi, i Pensieri di Pascal e i Saggi di Nicole: Opere2, ed. Ferr., VI, 127, e Opere, V, 19, 238. 11 158 STUDI VICHIANI telligis »; e nota che di qui viene l’ immutabilità dello stesso giusto volontario: Quod fateri verum omnes necesse est, qui de divina gratia cum moelioribus sentiunt post D. Augustinum, qui saepe docet « Deum suo immutabili decreto nostram arbitrii libertatem tueri »; atque hac ratione iurisprudentiae Christianae propria principia docerent !. E qui interviene il concetto della sintesi del vero e del certo, ossia della ragione e dell’autorità o vo- lontà. Nella Scienza Nuova del 1725 della grazia non si parla, e il Vico si contenta di speculare su quella Provvidenza scoperta nel Diritto Universale, che qui dice «l’architetta di questo mondo delle nazioni » mediante la sapienza del genere umano: «mente eterna ed infinita, che penetra tutto e presentisce tutto; la quale, per sua infinita bontà, in quanto appartiene a questo argomento, ciò che gli uomini o popoli particolari ordinano a’ particolari loro fini, per li quali principalmente proposti essi anderebbero a perdersi, ella fuori e bene spesso contro ogni loro pro- posito dispone a un fine universale; per lo quale, usando ella per mezzi quegli stessi particolari fini, li conserva » *. E nelle successive rielaborazioni dell’opera si profonda sempre più nella speculazione di questa razionalità positiva del giusto, della civiltà, del processo storico, insomma, dello spirito umano. Onde, condensando nelle dignità della seconda Scienza Nuova tutta la filosofia delle sue indagini, finirà con l’accorgersi che la sua Provvidenza prescinde affatto dall’opera del Cristo, e perciò non ha ! Opere, ed. Ferr., V, p. 52. Per Sant'Agostino il V. qui cita del- l'edizione dei Maurini (Parigi, 1679-1700): De civ. Dei, V, 10, VII, 30 (to. VII): De 7r._ nit., III, 4, e De corrept. et gr., c. 8, n. 14 (to. X).Il Ferrari riproduce la nota con qualche inesattezza. 2 Opere, ed. Ferrari, IV, 39-40, 41. IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA 159 più niente che fare con la grazia. Laddove la filosofia, secondo la Dign. VI, considera l’uomo quale deve essere, «la legislazione considera l’uomo qual è per farne buoni usi nell’umana società; come della ferocia, dell’avarizia, dell'ambizione, che sono gli tre vizi che portano a tra- verso tutto il gener umano, ne fa la milizia, la merca- tanzia e la corte, e, sì, la fortezza, l’opulenza e la sa- pienza delle repubbliche; e di questi tre grandi vizi, i quali certamente distruggerebbero l’umana generazione sopra la terra, ne fa la civile felicità ». Donde il corol- lario: « Questa Degnità pruova esservi Provvedenza divina, e che ella sia una divina mente legislatrice, la quale delle passioni degli uomini tutti attenuti alle loro private utilità, ne fa la giustizia, con la quale si conservi uma- namente la generazione degli uomini, che si chiama gener umano ». La Provvidenza qui, evidentemente, è la stessa logica onde si rende intelligibile lo stesso fatto storico dell'umanità. Il quale basta, per Vico, nella successiva Dignità, a provare che c’è un diritto di natura o, che è lo stesso, che l’umana natura è socievole, « poiché il gener umano da che si ha memoria del mondo ha vivuto e vive comportevolmente in società », e «le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano ». E tutto ciò! prova «che l’uomo abbia libero arbitrio, però debole, di fare delle passioni virtù; ma che da Dio è aiutato, naturalmente con la divina Provvedenza e, soprannaturalmente, dalla divina grazia». Ed ecco esplicitamente messa da parte la grazia, e ricondotta alla sola Provvidenza come razionalità imma- nente ogni spiegazione della realtà umana, o di quella «natura comune delle nazioni » che il Vico chiama « sub- ———& I Dign. VII-VIII. 160 STUDI VICHIANI bietto adeguato » della propria scienza 1. La grazia non è negata, di certo, ma dichiarata estranea alla ricerca vichiana. Se non che, e questa è l’importanza delle riflessioni spese dal Vico nella questione della grazia, il suo concetto della Provvidenza, nato da quello della grazia e spiccatosi da esso quando il Vico sentì il bisogno d’una grazia immanente, conserva sempre la primitiva impronta della dottrina della grazia, quale è propugnata dal Dechamps. In un corollario infatti della Dign. CIV («la consuetudine è simile al re.... ») che conferma l’ VIII, l’autore torna a dedurne che «l’uomo non è ingiusto per natura assolutamente, ma per natura caduta e debole ». E soggiunge: E ’n conseguenza [questa Degnità] dimostra il primo principio della cristiana religione, ch’ è Adamo intiero, qual dovette nel- l’ idea ottima essere stato criato da Dio. E quindi dimostra i catolici principii della grazia: che ella operi nell'uomo, ch’abbia la privazione, non la niegazione delle buone opere, e sì, ne abbia una potenza inefficace, e perciò sia efficace la grazia; che perciò non può stare senza il principio dell’arbitrio libero, il quale na- turalmente è da Dio aiutato con la di lui Provvedenza.... sulla quale la cristiana conviene con tutte l’altre religioni 2. Dove la dottrina della grazia coincide perfettamente con quella che abbiamo vista difesa dal Ricardo, se si bada a quel principio dell’arbitrio libero, la cui necessità si tiene ad affermare accanto alla grazia efficace; ma dalla grazia si distingue la Provvidenza, non propria del Cri- stianesimo, bensì comune a tutte le religioni, e dal Vico concepita come la legge stessa di quel processo dal finito all’ infinito, che è per lui la vita dello spirito come unità 1 Mi attengo qui al testo del 1730, che è più affine al pensiero del Diritto Universale, ponendo la giustizia termine medio tra Dio e l’arbitrio umano. 2 S. N.*, ed. Nicolini, p. 164. IV. CONCETTO DELLA GRAZIA E DELLA PROVVIDENZA I6I di questi due opposti. Sicché, terminando la Scienza Nuova, ei potrà dire che quella mente che fece il mondo delle Nazioni, è bensì una sovrumana sa- pienza, ma che opera senza forza di leggi, anzi « facendo uso degli stessi costumi degli uomini, de’ quali le costumanze sono tanto libere d’ogni forza, quanto lo è agli uomini celebrare la lor natura»: E la grazia veniva quindi per lui ad identificarsi, per quanto oscuramente, con la stessa natura. I S. N, ed. Nicolini, p. 1047. Digitized by Google V LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA » E LA SUA ULTIMA EDIZIONE Digitized by Google Non spetta a me di lodare Fausto Nicolini del lavoro faticoso e difficile da lui condotto a termine nei tre ma- gnifici volumi della sua edizione della Scienza Nuova 3; quantunque io sia dei pochissimi che possano personal- mente attestare l’amore, l'entusiasmo che ha sorretto per sei anni o sette questa tempra fortissima di studioso sagace, instancabile e geniale attraverso la lunghissima via percorsa per rifare parola per parola la composizione, così singolare anche per gli sforzi tormentosi costati all'autore, di quest’'oscuro e vasto monumento del pen- siero italiano che è l’opera maggiore del Vico. L’amore, l'entusiasmo del Nicolini non ha bisogno d’altri testimoni, oltre il suo libro. Il quale si apre con una lucidissima introduzione, che illustra acutamente le complicate dif- ficoltà in cui rimase fatalmente avvolto il pensiero vi- chiano, e 1 molteplici tentativi ond’esso si venne a grado a grado accostando alla sua espressione finale nell'ultima I GIAMBATTISTA Vico, La Scienza Nuova giusta l’edizione del 1744, con le varianti dell’edizione del 1730 e di due redazioni intermedie inedite e corredata di note storiche, a cura di FAUSTO NICOLINI (nei Classici della Filosofia moderna, n. XIV), Bari, Laterza, 1911, 1913 e 1916 (8°, un vol. in tre parti di pp. LXXXxIV-1274, con ritratto). Del volume uscì contemporaneamente un'edizione di lusso in cento esem- plari numerati, di carta a mano, formato 8° grande. Dell'opera il N. ha ora in corso di stampa, negli Scrittori d’ Italia, una nuova edizione in due volumi. Nel primo sarà dato il testo e una scelta delle varianti di maggiore interesse. Nel secondo saranno condensate, in un'’espo- sizione continua, le note, arricchite di molte giunte. 166 STUDI VICHIANI forma della Scienza Nuova, per rifare quindi la storia dei manoscritti e delle stampe; e dimostra così l'opportunità dei criteri a cui s’ è inspirata la nuova edizione. Si con- chiude con un ricchissimo indice analitico, dove tutti gli elementi sparsi nel contenuto del difficile libro sono ad uno ad uno disarticolati e classificati e ordinati alfabeti- camente. E tutte le mille e dugento pagine mostrano il valente editore vigile scrutatore d'ogni parola, d’ogni sillaba, d'ogni virgola del suo testo, a ricostruire e, qua e là, perfino a emendare, ma con molta discrezione, l’ in- tricata né sempre corretta sintassi dell'autore, a indagare le fonti e le inesattezze e gli equivoci delle citazioni e dei richiami affollantisi dietro alle deduzioni vichiane, e schiarire oscurità, e illustrare argomentazioni, e rannodare pensieri; e non posar mai, insomma, finché non abbia accompagnato il suo gran Vico al termine del suo viaggio. Il nome di Vico non potrà più disgiungersi da quello del Nicolini; perché nessuno più studierà la Scienza Nuova senza servirsi di questa edizione e attingere al tesoro di erudizione, ammassatovi nelle note a dichiarazione degli accenni e riferimenti onde è sempre complicato il pen- siero vichiano. E questo è il maggior premio e la lode più bella che il Nicolini potesse ambire. II. Singolare opera la Scienza Nuova per la sua struttura ! Merito capitale della edizione del Nicolini è appunto il darci fedelmente il processo di questa struttura, per ciò beninteso che si riferisce a quella che l’autore stesso battezzò Scienza Nuova seconda. Giacché, dopo il De antiquissima Italorum sapientia (1710), — che contiene per alcune parti una dottrina in diretta antitesi con quella della Scienza Nuova, ma contiene pure il principio filosofico V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA») 167 più profondo, che animerà l’opera maggiore, — il Vico tutti gli altri trentaquattro anni della sua vita li visse nella meditazione dei problemi, che sono argomento della Scienza Nuova. Intorno al ’19 1 suoi pensieri avevano preso già corpo. Ma da quell’anno fino al ’35 o ‘36, quando si può ritenere abbia data l’ultima forma al libro cui intendeva affidare il suo nome, lavorò a ben quattro esposizioni diverse del suo pensiero. La prima volta gli die’ forma nei due libri De universi iuris uno principio et fine uno (1720) e De constantia turisprudentis (1721): due parti di una stessa opera, che il Vico stesso dice del Diritto Universale. Il De constantia comprendeva alla sua volta due parti: una, molto breve, De constantia philosophiae, esposizione dei principii filosofici che illu- minano tutta la storia del diritto nella sua concreta realtà, che è tutta la vita spirituale dell’uomo, ossia la civiltà; e l’altra, assai ampia, De constantia fhilologiae, ricostruzione dei fatti dalle testimonianze rimasteci, in- terpretate al lume di quei principii. E qui era un capi- tolo: Nova scientia tentatur; «donde » (come dirà Vico stesso nella sua Autobiografia) «s’ incomincia la filologia a ridurre a principii di scienza, e.... sopra tal sistema vi si facevano molte ed importanti scoverte di cose tutte nuove e tutte lontane dall’oppinione di tutti i dotti di tutti i tempi »!. I Autobiografia ed. Croce, pp. 41-2. Sui rapporti fra Dir. Universale e Scienza Nuova, v. ora anche NIcoOLINI, Vita di G.B. Vico, nel Giorn. crit. di filos. ital., 1925. Ma quanto alla data assegnata dal Vico alla Scienza Nuova in forma negativa, il NICOLINI stesso mi comunica ora qualche suo dubbio: « Par difficile che alla Scienza Nuova in forma negativa il V. cominciasse a lavorare fin dal 1722. Basta pensare che nel 1722 il V. lavorava intorno alle Note al Diritto Universale, le quali furon finite di stampare non prima dell’agosto 1722. Pertanto, malgrado l'affermazione dell’Autobiografia, credo che alla Scienza Nuova negativa il V. si accingesse non prima ma do po la disavventura universitaria dell’aprile 1723. Essa era già a buon punto nell’ottobre 1723, giac- ché il 30 di quel mese Anton Francesco Maria Marmi, informato da 168 STUDI VICHIANI A questa prima forma ne seguì ben presto un'altra, che non fu più stampata, quantunque già pronta per la stampa, e già riveduta e approvata dal censore eccle- siastico. La quale è andata smarrita. Essa dovette essere scritta nel '22 o nel ’23; perché nella Autobiografia il Vico, dopo aver narrato la disavventura toccatagli nel concorso alla cattedra mattutina di leggi (che ebbe luogo tra il gennaio e l’aprile del ’23), soggiunge che per ciò «egli non si ritrasse punto di lavorare altre opere; come in effetto ne aveva già lavorata una divisa in due libri, ch'avrebbono occupato due giusti volumi in quarto; nel primo de’ quali andava a ritrovare I prin- cip del diritto naturale delle genti dentro quegli dell’uma- nità delle nazioni per via d’ inverisimiglianze, sconcezze ed impossibilità di tutto ciò che ne avevano gli altri innanzi più imaginato che raggionato; in conseguenza del quale, nel secondo, egli spiegava la Generazione de’ costumi umani con una certa cronologia raggionata di tempi oscuro e favoloso de’ greci »*: la Scienza Nuova, insomma, «in forma negativa ». Questo manoscritto non poté essere stampato perché troppo voluminoso; e al povero Vico falli la speranza riposta nel card. Lorenzo Corsini (poi Clemente XII) di averne le spese della stampa in contraccambio della dedica offertagli. Ed ecco quindi la necessità (di cui parve qualche suo corrispondente napoletano, informava a sua volta il Muratori che il V. «lavorava sopra un’opera che voleva intitolare Dubbi e desidèri intorno alla teologia de’ gentili ». Quasi compiuta l’opera era già nel novembre 1724, e cioè quando il V. mandò al Cor- sini, per mezzo del Monti, la minuta della dedica (divenuta poi dedica della Scienza Nuova prima). Ma pronto per la stampa il ms. non fu se non nel maggio 1725: tempo in cui il V. lo dié al canonico Torno per la revisione. Il titolo definitivo che il V. voleva dare a codesta Scienza Nuova în forma negativa, era, come ha dimostrato il DONATI (Autografi e documenti vichiani, pp. 153 Sgg.): Scienza nuova dintorno aì principii dell'umanità ». - 1 Autobiografia, p. 48. V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA » 169 al Vico dover esser grato alla Provvidenza) di riscrivere la sua opera in forma più stretta e, come a lui parve, anche più stringente: abbandonando quel metodo negativo che procedeva « per via di dubbi e desiderii; maniera la qual fa più tosto forza che soddisfa la mente umana »; e facendo un’altra opera « più picciola in vero » (scriveva il Vico stesso, un mese dopo stampatala, il 20 nov. 1725), «ma, se non vado errato, di gran lunga più efficace; nella quale per mezzo di tre verità positive, sperimentate dall’universale delle nazioni, che si prendono per prin- cipli, e per un gran séguito di rilevantissime discoverte, dando altro ordine e più breve e più spedito a quelle medesime cose che si dubitavan e si ricercavano nella prima, si truovano tali principii convincere di fatto e 1 filosofi obbesiani e i filologi baileani », ecc. *. Ed ecco la Scienza Nuova in forma positiva, che è quella che, col titolo di Principit di una Scienza Nuova intorno alla natura delle nazioni, per la quale si ritruovano i principii di altro sistema del diritto naturale delle genti, venne in luce nel ’25; e che divenne più tardi, pel Vico e per gli studiosi, la prima Scienza Nuova. Ad essa seguì nel ’30 una nuova edizione, che, comin- ciata come un’ illustrazione della prima, riuscì poi una seconda Scienza Nuova, modificata in alcuni particolari, ma sostanzialmente conservata, nella terza ed ultima edizione, pubblicata postuma nel ’44. Sicché le redazioni principali dell’opera son quattro: il Diritto Universale e tre Scienze Nuove, la prima delle quali, in forma nega- tiva, non ci è pervenuta, e le altre due sono a stampa. Ma queste sono soltanto le principali! Già la quarta forma non ebbe, alla sua volta, meno di quattro reda- zioni: due rappresentate dalle edizioni ricordate del ’30 e del ‘44; e due, rimaste inedite, e soltanto ora note per t Lettera a L. Corsini, in A utobiogr., pp. 173-4- 170 STUDI VICHIANI l’accuratissimo spoglio fattone dal Nicolini dai rispettivi autografi conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli; e sono due forme intermedie, dove più compendiose dove più ampie della Scienza Nuova terza, l’una del 1731 e l’altra del ’34 circa. Dal Diritto Universale alla Scienza Nuova del ’44 ben sette redazioni dunque: attraverso le quali gli stessi problemi vengono risoluti e ripresi com- plicandosi con nuovi problemi per essere tornati a risol- vere in forma sempre più adeguata, finché sulle tormen- tate carte non cadde la stanca mano: da la tremante man cade lo stile e de’ pensier si è chiuso il mio tesauro; come lo stesso Vico dice nel suo sonetto a Gaetano Bran- cone, nel 1735 !. Né basta. Le due redazioni intermedie suddette, ri- maste inedite, sono entrambe intitolate Correzioni, miglio- ramenti ed aggiunte perché destinate ad essere incorporate «all'opera nella ristampa della Scienza Nuova” seconda », come il Vico soggiunge al titolo di quelle del 1731. In realtà, più che una revisione del testo del ’30, ne sono, le une e le altre, un rifacimento: come quel testo, a sua volta, era riuscito un rifacimento affatto nuovo del testo anteriore del ’25, quantunque il Vico credesse prima di poterlo intitolare: Trascelto delle annotazioni e dell’opera dintorno alla natura comune delle nazioni, in una maniera eminente ristretto ed unito, e principalmente ordinato alla discoverta del vero Omero =. Il titolo si spiega con l’origine di queste ulteriori redazioni, le quali, quasi per genera- zione spontanea, nascevano a volta a volta accanto al testo anteriore per l’ insoddisfazione che il Vico provava, I Autobiografia, p. 326. 2 Ed. 1730, p. 81. V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA » 171 appena data forma concreta e determinata al proprio pensiero. Sicché cominciava da prima a riempire di po- stille i margini de’ suoi libri, e poi a stendersi in annota- zioni ordinate con rinvii ai vari luoghi che gli parevano bisognosi d'ampliamenti e schiarimenti; e poi finiva col rifarsi da capo per dare sistema e unità alle stesse anno- tazioni, sì da farne un’opera nuova. Così fece col Diritto Universale, di cui prima tempestò di postille marginali alcuni esemplari; ma, dopo quello con particolar cura annotato pel principe Eugenio di Savoia, sentì di dover fare seguire le Notae în duos libros alterum De uno universi etc., alterum De constantia t1uri- sprudentis (1722): note tanto importanti da contenere p. e. per la prima volta la teoria vichiana intorno al vero Omero. Così fece per la Scienza Nuova del ’25, che, ap- pena pubblicata, gli die’ materia a scrivere un commento di 600 pagine, che nel ’28 egli, a richiesta del p. Lodoli e di Antonio Conti, mandava a stampare a Venezia; e se ne iniziava infatti la stampa colà, poi interrotta per dissidii sorti con l’editore, e non più proseguita !. E il manoscritto, richiamato dal Vico a Napoli, fu da cima a fondo rifatto tra il 25 dicembre 1729 e il 9 aprile del ’30, «con un estro quasi fatale », al dire dello stesso Vico: e fu la Scienza Nuova del ’30. Ma non aveva ancor finito la stampa del Trascelto, ed eran già cominciate le prime Correzioni, miglioramenti e giunte (CMA*), che l’autore faceva in tempo ad aggiungere a guisa di Errata, in I [Così, fin ora, hanno affermato i biografi, compreso il Nicolini. Il quale, per altro, per ragioni che sarebbe troppo lungo riassumere, è giunto ora alla conclusione che le parole dell’Autobiografia: « ma, dopo essersi stampato più della metà di detta opera, avvenne un fatto », ecc. (ediz. Croce, p. 72), si riferiscano non alle Annotazioni alla Scienza Nuova prima, di cui anzi non fu stampata nemmeno una riga, ma alla Scienza Nuova seconda, ossia all'edizione del 1730. Il V., insomma, riebbe da Venezia il ms. delle Annotazioni, dopo che già aveva stam- pata a Napoli più della metà della Scienza Nuova seconda, e cioè circa a metà del 1730). 172 STUDI VICHIANI fondo al volume. E divulgate appena le prime copie della nuova edizione, ecco il Vico, quasi felice che un errore provvidenziale notatogli dal principe di Scalea gli dia occasione di pubblicare una Lettera, a cui può aggiungere una nuova serie d’ importanti giunte, tra le quali un nuovo capitolo: Dell’origine de’ comizi curiati (CMA?). Ma queste prime revisioni rapidissime avevan dato luogo soltanto ad aggiunte relative ad alcuni luoghi particolari. In dodici paginette del Trascelto (pp. 465- 78) sono le CMA: e nelle dodici paginette della Lettera al Principe di Scalea sono comprese, oltre questa lettera, le CMA=?. Dalla continuazione dello stesso lavoro di re- visione, in modo più riposato e in forma più larga, nascono le CMA:3, che è un manoscritto di duecento pagine fit- tissime, nel corso del quale il Vico s’accorge di fare opera che sta già a sé, ben diversa dalla Scienza Nuova prima (1725): anzi finisce da ultimo col rifiutarla, salvo tre capitoli come rifiuta il Diritto Universale, salvando anche di questo due capitoli soli, di cui era tuttavia contento. E quando, due o tre anni dopo, rifà nelle CMA4 questo nuovo lavoro in un altro grosso manoscritto di cento- quaranta pagine, toglie ancora e aggiunge, e mostra di non essere per anco soddisfatto a pieno della forma rag- giunta dal proprio pensiero. Che infatti tornerà a riela- borare in quella che sarà la Scienza Nuova terza, ossia la definitiva forma della Scienza Nuova seconda, ch'egli non poté vedere stampata, e che ci rappresenta l’ultimo sforzo fatto dall’autore per svolgere con ordine e con sistema tutto il vasto materiale che gli si avvolgeva dentro la mente, solcato in tutti i sensi, ma non mai illuminato in pieno, dai lampi del suo genio speculativo. Sicché, al trar dei conti, e non contando, per la brevità loro, le CMA: e le CMA?, il Nicolini ha potuto dirci, che ben nove sono state le redazioni (più o men diverse tra loro) della Scienza Nuova: V. LE VARIE REDAZIONI DELLA « SCIENZA NUOVA » 173 I. Diritto Universale ; 2. Note al Diritto Universale ; 3. Scienza Nuova in forma negativa (smarrita); 4. Scienza Nuova prima (1725); 5. Scienza Nuova veneta (ossia, Scienza Nuova prima con Annotazioni e commenti, andati anch'essi smarriti); 6. Scienza Nuova seconda (1730); 7. CMA3 (1731); 8. CMA4 (1733 0 ’34); o. Scienza Nuova terza (1744; ma scritta tra il ’35 e il '36 e continuamente corretta fino al 1743). E pure il conto non si può dire rigorosissimo. Se sl con- tano le Note al Diritto Universale, si potrebbe pure con- tare il «saggio » del D. U. che iì Vico pubblicò nel ’20, la Sinopsi del D. U.; quantunque questa supponga forse già scritto, almeno in gran parte, il D. U. Ma certamente al Diritto Universale bisogna far precedere una prima redazione, a noi non giunta: per cui la somma comples- siva delle redazioni della Scienza Nuova deve salire a dieci. Il Nicolini stesso ricorda un documento, sul quale aveva fermato la sua attenzione il Croce, unico frammento di un’opera vichiana che non possediamo, e che nel 1837 fu pubblicato dal Ferrari (in appendice alla sua Mente di Vico) come prefazione al perduto Commento a Grozio del Vico 1. Il Croce osservò ?, che quella pagina «I. non è una prefazione, ma la nota finale di un’opera (in operis calce, ecc.); 2. non si riferisce ad annotazioni, ma a una opera originale (sî hos legeris libros); 3. non si riferisce a un commento a Grozio, perché, nel citare l’opera di questo, se ne dà il titolo per disteso e s’ invita a metterla a raffronto con quella di esso Vico...; 4. si riferisce, invece, I Nelle Opere del Vico, vol. I, pp. 280-1; nella 28 ed., vol. I, pp. 250-I. 2 Secondo Supplemento alla Bibliografia vichiana, pp. 3-4. 12 174 STUDI VICHIANI a un’opera del Vico in più libri (n tertia universae nostrae tractationis parte). L'opera trattava de metaphysica, de philologia, de re morali ac civili, de lingua, historia et iurisprudentia romana..., de ture naturali gentium; il Vico sì preoccupava di essere in essa riuscito oscuro; vi aveva esposto cose ‘inaudite’; nella terza parte si dimostrava falso il labefactare inconditis rationibus et distractis auctorum locis, quamquam numero plurimis, et magis memoria quam mente. Che questa nota finale non possa concernere il secondo e terzo libro del De antiquissima, è certo, perché quei due libri non furono mai scritti. Essa dunque o ap- partiene al disegno di un’opera che fu la prima idea del Diritto Universale; o (il che ci sembra più probabile) era destinata a questa opera stessa; la quale, benché divisa in due libri, essendo il secondo di questi bipartito, si può considerare come composta di tre parti». Il Nicolini prende le mosse da quest’acuta analisi del Croce, e ne trae una conclusione alquanto diversa: che cioè il lavoro, di cui, dunque, ci sarebbe rimasto il commiato, dev'essere ritenuto «un lavoro originale, il quale non può essere se non un primo (o secondo, o terzo, o quarto) getto del- l’opera capitale del Vico » (p. XXVI). Che si tratti della materia stessa del Diritto Universale è indubbio. Non solo le parole rilevate dal Croce, ma altre anche più precise c’ informano con certezza del contenuto dell’opera, là dove l’autore invita l’equanime lettore che volesse criticarla a metterglisi contro faribus armis; e a vedere an ex aliis tam paucis, quam sunt nu- mero sepiem vera, ci tam simplicibus, quantum sunt meta- physica, quae ut agnoscas vera, hominem esse sat est, alia faciliori et feliciori methodo plura quam nos, in universa historia profana, re poetica, grammatica, morali, civilique doctrina ad Christianam iurisprudentiam omnia accomo- date in unum systema componas, et sic efficies, ui nostrum sua sponte corruerit. Tutte queste materie rientrano ap- V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA » 175 punto nel programma del D. U. Ma né la pagina di cui si tratta, può attribuirsi proprio al D. U., né credo, a ben riflettervi, si possa parlare di due, e tanto meno di tre o quattro getti di cotesta opera. Che non sia pro- priamente il Diritto Universale, quale fu pubblicato nel 1720-21, risulta da questa sfida lanciata dall’autore al suo immaginario critico, di fare quanto aveva fatto lui nel suo libro, componendo un ugual numero di scoperte di storia profana universale, di poetica, di grammatica, di dottrina morale e civile, in un sistema di cristiana giurisprudenza; deducendo il tutto da non più che sette principii metafisici, ricavati dalla stessa natura della mente umana (quae ut agnoscas vera, hominem esse sat est). Numero sette, che non vedo dove si possa rin- tracciare nel Diritto Universale, o che si cerchi nei prin- cipii del De uno, o che si cerchi in quelli del De constantia philosophiae. Questi sette principii o verità (vera), così come sono definiti, parrebbero aver riscontro nei tre ele- menti d’ogni erudizione divina e umana (mosse, velle, posse), che nel Diritto Universale sono messi a base di tutto, come quelli quae tam existere, et nostra esse, quam nos vivere, certo scimus (Ferrari?, p. 14): ma non sono questi tre elementi. I quali pure erano stati annunziati come principio di unificazione d’ogni sapere, nell’Orazione inau- LI gurale del 1719, che non ci è stata conservata, ma di I Nel De Uno questa triade veramente è Posse, nosse, velle (Ferr.?, p. 21). E Vico citando, al solito, a memoria, dice « ut D. Augustinus in Confessionibus definit ». Ma Sant'Agostino (nelle Confess. XIII, 11) dà invece quest'altra triade: (Esse, nosse, velle). Nell’ Orazione del 1719 (Autob., p. 40) egli stesso aveva data la sua con diverso ordine: Nosse, velle, posse. Ma, in un modo o nell’altro, il concetto vichiano non credo risalga direttamente ad Agostino; bensì forse piuttosto al Campa- nella (che Vico, per ovvie ragioni, non ama nominare) che tanto nella Metafisica e nelle Poesie aveva insistito sulla sua dottrina delle pri- malità, o della « monotriade »: Posse, nosse, velle. Cfr. (anche per luoghi della Metafisica) Poesie filosofiche, ed. Gentile, pp. 31, 44, 133. E per i rapporti tra Vico e Campanella, vedi sopra pp. 31-33. 170 STUDI VICHIANI cui il Vico ci riferisce nella Autobiografia l'argomento, poi ripetuto testualmente nel Proloquium del Diritto Uni- versale. E si badi alla partizione che fin d'allora faceva dell'argomento: « Quod quo facilius facitamus, hanc tracta- tionem universam divido in partes tres: in quarum prima omnia scientiarum principia a Deo esse; in secunda, di- vinum lumen sive acternum verum per haec tria quae pro- posuimus elementa omnes scientias permeare, casque omnes una arctissima complexione colligatas alias in alias dirigere et cunctas ad Deum ipsarum principium revocare; in tertia, quicquid usquam de divinae ac humanae eruditionis prin- cipiis scriptum dictumve sit quod cum his principiis con- gruerit, verumy quod dissenserit, falsum esse demonstremus. Atque adeo de divinarum atque humanarum rerum notitia haec agam tria: de origine, de circulo, de constantia.... » ®. Partizione precisamente identica a quella presupposta dal commiato dell’opera di cui si tratta, dove l’autore dice al suo critico: «.... Sin postules inconditis rationibus, et distractis auctorum locis, quamquam numero plurimis, et magis memoria, quam mente, hanc nostram doctrinam la- befactare, ignosce, quaeso, si tibi nihil respondeam: nam silentum non mihi adrogantia, res ipsa faciet, quod ea illa ipsa fuerint, quae in tertia nostrae universae tractationis parte, hoc ipso, quod cum nostris principiis non congruerini, falsa esse demonstravimus ». Dove l’accenno al contenuto della terza parte diventa chiarissimo quando si riscontri con l'argomento dell’ Orazione del ’19, messo poi a capo anche del Diritto Universale. Conviene osservare altresì che le tre parti De uno, Constantia philosophiae e Constantia philologiae non sono propriamente quelle che l’autore distinse nella sua suc- cinta trattazione del ’19, né quindi quelle in cui era distinta l’opera smarrita: giacché nell’Autobiografia egli, t Autobiogr., p. 40; cfr. D. U. Ferrari?, p. 14. V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA ) 177 per indicare come nel Diritto Universale mantenesse le superbe promesse dell’ Orazione del ’19, dice esplicita- mente che nel De uno «pruova la prima e la seconda parte della dissertazione » (cioè, de origine, de circulo); e nel De constantia turisprudentis « più a minuto sì pruova la terza parte della dissertazione, la quale in questo libro si divide in due parti, una De constantia philosophiae, altra De constantia philologiae » *. Dunque, il Diritto Universale fu scritto dopo la dis- sertazione del ’19 (e quando nel ’20 il Vico pubblicò soltanto il primo libro, De uno, certo egli aveva ancora da scrivere il secondo, De constantia), la quale altrimenti avrebbe rispecchiato l’organamento dell’opera, di cui sa- rebbe venuta ad essere un riassunto. E poiché essa invece rispecchia la sistemazione che la materia aveva nell'opera perduta, questa piuttosto deve ritenersi anteriore alla dissertazione del ‘19. E per questa ragione, come per la discrepanza avvertita circa i principii tra l’opera perduta e il Diritto Universale, bisogna conchiudere che piima di questa opera (scritta tra il ’19 e il ’21), prima del- l’ Orazione inaugurale del ’19, il Vico dové scrivere un’opera che possiamo dire la prima forma così del Diritto Universale come della Scienza Nuova, e di cui ci è giunto il solo commiato. Quando la scrisse ? Certamente dopo la Vita di Antonio Carafa (1716), perché «nell’apparecchiarsi a scrivere questa vita, ll Vico si vide in obbligo di leggere Ugon Grozio, De iure belli et pacis », che fu il suo « quarto auttore » =; aggiuntosi allora a Platone, Tacito e Bacone: Ugone Grozio, che «pone in sistema di un dritto universale tutta la filosofia e la teologia in entrambe le parti di questa ultima, sì della storia delle cose o favolosa o certa, sì della storia I O. c., p. 4I. 2 Autobiogr., p. 38. 178 STUDI VICHIANI delle tre lingue, ebrea, greca e latina, che sono le tre lingue dotte antiche che ci son pervenute per mano della cristiana religione »1. Quando scrisse l’opera perduta, egli non solo aveva letto il De rure delli et pacis (da cui si può dire, in certo senso, che togliesse il problema), ma lo avea, come ora si direbbe, superato, potendo enun- ciare hactenus inaudita. Ciò che suppone qualche inter- vallo tra il ’16 e la nascita della detta opera, nel quale cade un altro lavoro vichiano; perché nell’Autobdiografia si legge che il Vico «molto più poi si fe’ ad- dentro in quest'opera del Grozio, quando, avendo ella a ristampare, fu richiesto che vi scrivesse alcune note, che ’1 Vico cominciò a scrivere, più che al Grozio, in riprensione di quelle che vi aveva scritte il Gronovio...; e già ne aveva scorso il primo libro e la metà del secondo; delle quali poi si rimase, sulla riflessione che non con- veniva ad uom cattolico adornare di note opera di auttore eretico » 2. Si rimase, sopra tutto, è da credere, perché dal lavorio delle note, dall’ intensa meditazione del pro- blema dovette cominciare a sorgergli nella mente e a prender forma e figura quel systema che doveva esser suo. « Con questi studi », continua infatti il Vico, « con queste cognizioni, con questi quattro autori che egli ammirava sopra tutt’altri, con desiderio di piegarli in uso della cattolica religione, finalmente il Vico intese [tra il ’17 e il 18] non esservi ancora nel mondo delle lettere un sistema, in cui accordasse la miglior filosofia, qual’ è la platonica subordinata alla cristiana religione, con una filologia che portasse necessità di scienza in entrambe le sue parti, che sono le due storie, una delle lingue, l’altra delle cose.... Ed in questo intendimento egli tutto spiccossi dalla mente del Vico quello ST Sao i V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA » 179 che egli era ito nella mente cercando nelle prime orazioni augurali ed aveva dirozzato pur grossolanamente nella dissertazione De nostri temporis studiorum ratione e, con un poco più di raffinamento, nella Metafisica. Ed in una apertura di studi pubblica solenne dell’anno 1719 propose questo argomento ». Che è quello che conosciamo: e che egli poté proporre, perché già s’era spiccato dalla sua mente il sistema che fin dalle prime Orazioni (dal 1699) era andato cercando: e che dev’essere appunto quell’opera anteriore al Diritto Universale, primissimo incunabulo della Scienza Nuova. Della quale, per concludere queste osservazioni, si può dire con tutta verità che sono state ben dieci le redazioni distinte e da considerare come altrettante stazioni attraverso le quali venne posando e passando il pensiero vichiano. Di queste dieci redazioni tre, dunque, sono per noi perdute: questa del ’17 o ’18; la Scienza Nuova in forma negativa, e la Scienza Nuova veneta. Delle sette rimaste, due, Diritto Universale e Note al Diritto Universale, possono pure riguardarsi come un’opera sola, e fondersi insieme, come fece il Ferrari; quantunque, dato il diverso mo- mento che esse rappresentano nello svolgimento della dottrina, meglio forse sarebbe aggiunger le Note a guisa di appendice, all’opera cui si riconnettono. Resta a sé la Scienza Nuova: del ’25; e fanno corpo insieme le altre quattro redazioni: Scienza Nuova?, CM A3, CM A4, Scienza Nuova: con le migliori aggiunte CMA*-:, già a stampa. III. Il Nicolini, facendo l’edizione di questa terza Scienza Nuova, è partito dal metodo già adottato parzialmente dal Ferrari. Il quale, giustamente, non credette di ac- contentarsi della sola lezione del 1744, e notò «tutte le 180 STUDI VICHIANI varianti delle edizioni del 1730 e tutte le aggiunte inserite in quella del 1744 »; cosicché ogni lettore potesse, diceva, « assistere allo spettacolo delle ultime idee di Vico, vedere in qual modo egli stesso si avvedesse di avere qualche volta naufragato contro la realtà istorica; e.... conoscere le intime esitazioni delle idee e dell’orgoglio di Vico di- nanzi all’ indifferenza de’ suoi contemporanei » :. Ma ha esteso questo metodo a CMA:, CMA?, CMA3 e CMA4, in guisa da darci prospetticamente, per intero, tutto il processo di formazione della Scienza Nuova dalla seconda alla terza edizione fattane dallo stesso autore. Quanta fatica debba esser costata al Nicolini questo riscontro e raccordo, può vedere ognuno che scorra con l'occhio la varia provenienza delle varianti che accompa- gnano in serie perpetua il testo, contrassegnate ciascuna dalla sigla della rispettiva redazione a cui appartiene. Ed è questa forse la parte del suo lavoro, per cui il Ni- colini ha più bene meritato degli studi vichiani, ove si consideri che mercé sua non solo sono cronologicamente distinti tutti gli elementi di questo tormentoso processo di pensiero che in cinque o sei anni fece e rifece tante volte con erculei sforzi l’elaborazione d’un vastissimo materiale di fatti e di idee, ma sono anche portati a no- stra cognizione molteplici documenti o frammenti finora ignorati di questo pensiero, che con le sue stesse ango- sclose oscurità esercita tanto fascino e desta tanto in- teresse in noi, che vogliamo leggervi fino al fondo. Di CMA4 due brani aveva pubblicati il bibliotecario della Biblioteca Borbonica (ora Nazionale) di Napoli, il can. Antonio Giordano nel 1818 ?. E messo sulle tracce di questi dimenticati manoscritti vichiani, ora tutti I Opere, ed. Ferrariz, V, p. XXIII. 2 Lettera ed altri pezzi inediti del ch. G. B. Vico tratti da un ms., ecc., Napoli, Giovannitti, 1818, V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA ») 181 raccolti, come si è accennato, in quella Nazionale, altri pochi brani, tra i più significativi, dalle stesse CMA4 e da CMA3 aveva potuti pubblicare, ma poco corretta- mente, Giuseppe Del Giudice nel 1862 !; poscia ripro- dotti nel vol. VII delle Ofere vichiane (1865) nella in- gloriosa ma tutt’altro che spregevole edizione napoletana curata da Francesco Saverio Pomodoro. Ma questi brani staccati non apparivano nella loro importanza; e ora ci tornano innanzi accompagnati da tutto lo spoglio dei manoscritti a cui spettano, nel sistema compiuto di tutto lo svolgimento del pensiero vichiano: ora forma imper- fetta di quello che il Vico sentì poi di poter esprimere più efficacemente, o più pienamente, o con maggior con- cisione; ora elementi espunti più tardi, probabilmente perché sembrati accessori o discordi dal filo del pensiero principale, o non più soddisfacenti a quel poderoso in- telletto così vigorosamente autocritico: ma che in ogni caso riescono, qual più qual meno, documenti di alto interesse per lo studioso. Segnatamente la redazione del ’'31 (CMA3) meritava di essere così tutta accuratamente analizzata e messa in luce. « Redazione quasi del tutto inedita », avverte il Nicolini, «e pure di singolare interesse per lo svolgimento delle idee vichiane », giacché « l'edizione del 1730 formava (almeno nella mente del Vico) tutt'uno con la Scienza Nuova prima, la quale appunto perciò vi è sempre citata, non con questo nome, ma con l’altro generico di ‘ opera ’ o di ‘ Scienza Nuova’, senz'altro. Invece nella nuova re- dazione, l’edizione del 1725 non solo non è più presup- posta (e quindi il Vico comincia a citarla col nome, che è poi restato, di Scienza Nuova prima), ma, tranne tre capitoli, rifiutata. E rifiutati altresì sono i due libri del I Scritti inediti di G. B. V. tratti da un autografo dell’A., Napoli, Stamp. R. Università, 1862. 182 STUDI VICHIANI Diritto Universale, e la Scienza Nuova in forma negativa e tutto ciò che il Vico aveva fino allora scritto di filosofico. Basta ciò a mostrare quanto di nuovo si debba trovare in questa.... redazione, in cui il Vico aveva voluto racco- gliere quel che del suo pensiero credeva degno di essere trasmesso alla posterità. Delle quattro redazioni della seconda Scienza Nuova, questa senza dubbio è la più piena: più piena anche dell’edizione del 1744. Di fronte a quella del 1730, essa, oltre che molti e lunghi brani intercalati qua e là, presenta ben quindici capitoli in più », ecc. E si badi che di questi capitoli soltanto sette rimangono in CMA4. Ebbene, degli altri otto solo una parte rientrarono nel testo del ’44; e 1 rimanenti e i molti singoli brani sop- pressi delle stesse CM 43 come delle CM A* era necessario pure far conoscere. E il Nicolini è stato colpito dalla importanza di questo nuovo materiale, rimasto fuori dalla redazione definitiva; e dove ha potuto, ossia dove trat- tavasi di capitoli interi, l’ ha incorporato senz'altro nel testo, avvertendone bensì sempre la provenienza. Riso- luzione certamente arbitraria, quantunque scusata dal carattere di questa edizione, che vuol essere pure una storia illustrativa di tutto il testo vichiano; e che per altro non crederei più giustificata in un’edizione che, pur fornendo notizia delle varianti (se pure ciò sarà più necessario dopo questa monumentale fatica, che non sarà più da rifare), ci mettesse innanzi in forma criticamente corretta quella che per l’autore fu, comunque, la forma definitiva del suo pensiero 1. Tutti i capitoli, adunque, soppressi dopo CM A3, sono dal Nicolini restituiti al testo; e con essi una sorta di prefazione, che in quella redazione l’autore aveva scritta col titolo Occasione di meditarsi I E infatti, nella nuova edizione che va ora preparando, lo stesso Nicolini ha relegati tutti codesti capitoli soppressi nelle varianti. V. LE VARIE REDAZIONI DELLA « SCIENZA NUOVA ) 183 quest'opera, e un'appendice, in cui intendeva, oltre due Ragionamenti, uno dintorno alla legge delle XII tavole venuta da fuori in Roma, e l’altro dintorno alla legge regia di Triboniano, rifacimenti e riadattamenti di alcune pagine del Diritto Universale, riprodurre tre luoghi della Scienza Nuova prima, come tutto ciò che all’autore pareva nel 31 di dover conservare di quei primi abbozzi della sua opera, che erano stati Diritto Universale e Scienza Nuova *. Di questi brani e interi capitoli restituiti al testo della Scienza Nuova o soggiunti a pie’ di esso tra le ‘varianti, buona parte era già nota, benché scorrettamente pubbli- cata dal Del Giudice insieme con quella prefazione e l’appendice. Ma due capitoli compaiono ora come affatto nuovi nella edizione del Nicolini (pp. 238-44), senza dire delle moltissime varianti, alcune lunghe, e altre brevi, ma assai significative. E benissimo ha fatto il Nicolini a darceli col resto dell’opera, benché — bisogna pur dirlo a onore del Vico, che lavorò con gli occhi aperti attorno a queste sue numerose redazioni, e non soppresse, credo, mai nulla a caso, — ragionevolmente fossero stati sop- pressi dall’autore nell’ulteriore revisione del libro. Dei due infatti (lib. II, sez. 1, capp. 3 e 4) il primo, Come da questa debbano tutte l’altre scienze prender i loro principii, ripete concetti qua e là accennati, e spesso meglio chiariti, in tutto il corso dell’opera. E il secondo ?, Riprensione delle metafisiche di Renato delle Carte, di Benedetto Spinosa e di Giovanni Locke, è un documento notabilissimo della po- sizione intellettuale del Vico, ma non colpisce nessuno dei tre pensatori, presi a bersaglio; o perché mira più alto, o perché mira più basso, e mai al segno giusto. E il Vico forse sentì che la sua critica contro il soggettivismo carte- siano era stata fatta per l'appunto da Spinoza (infatti I Pagg. XXXVII-IX. ? Venne già anticipato nella Critica, VIII (1910), 479. 184 STUDI VICHIANI egli dice che « cotal maniera di filosofare diede lo scandalo a B. Spinosa »)! e andava a finire nello spinozismo; e non gli consentiva quindi più la critica alla quale egli subito passa dello Spinoza. In sostanza il Vico, faccia a faccia col panteismo, che era nel fondo del suo pensiero, doveva dare addietro, e sopprimere il suo pericoloso saggio di critica. Quanto al Locke, che il Vico non doveva aver letto, e che giunge a riguardare come un materialista, egli non poteva non aver qualche dubbio a dirlo « co- stretto a dar un Dio tutto corpo operante a caso »; né quindi poteva fermarsi a credere veramente efficace contro l’empirismo del filosofo inglese il concetto « del vero Essere » anteriore ad ogni esperienza, compresa quella che il soggetto fa di se stesso. In generale credo sl possa dire (occorrerebbe un’analisi molto minuta e lunga per dimostrarlo) che l’autore fu bene avvisato, come sarebbe già da presumere a friori, nei tagli e nelle modificazioni che venne via via apportando al suo lavoro. Che, del resto, non diede poi subito al tipografo, poi che l’'ebbe condotto a termine: anzi lo trattenne parecchi anni presso di sé, e per quanto la luce della sua intelli- genza s'andasse in quegli ultimi anni della sua vita af- fievolendo, egli certamente avrebbe avuto tempo e forze per prendere dalle precedenti redazioni e restituire nel- l’ultima pezzi già pronti, di cui potesse dirsi soddisfatto. E quando non lo fece, avrà avuto le sue ragioni. Il Nicolini bensi ha preferito abbondare, una volta avviato il lavoro; e ha profuso fatiche e notizie e com- menti, dotti, arguti, inattesi, e sempre luminosi, nel ricchissimo commento, allargatosi da ultimo per alcuni punti sostanziali in excursus e note illustrative che sono vere e proprie memorie; come quella, la più lunga, mi- I Cfr. SPINoZzA, Eth., ed. Gentile, note 33 alla parte I e 23 alla parte II. V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA » 135 rabile di lucidità, intorno alla teoria vichiana sulla legge delle XII Tavole: nota premessa al primo dei già ricor- dati Ragionamenti dell’Appendice. Ma l’erudizione del Nicolini, ancorché laboriosa e densa, è agile sempre e quasi festosa, perché sorretta e animata da un gioioso spirito indagatore, che è più contento della difficoltà che delle vie piane ed aperte, per l'occasione che ne ha a cercare, a scrutare, ad esercitare il suo acume e il suo fiuto di segugio valente, e stare attorno al suo Vico a fargli lume e rendergli l’omaggio, profondamente sentito, bleno corde, della propria infinita devozione. Giacché il Nicolini ha vivamente amato il suo Vico; e chi dava di quando in quando un'occhiata amichevole e confortatrice alle stampe del suo lavoro, se da principio tentò arginare e frenare, come non del tutto necessaria, quella foga e quell’ impeto di copiosa vena irrompente in questo com- mento, fatto di ingegno, di dottrina e di amore, ha do- vuto a poco a poco ceder egli stesso terreno, e tòrsi di mezzo, e lasciar fare: e ora non può che plaudire a una somma di lavoro così difficile, così utile, così disinteressato, e così degno in tutto del gran Vico, che aspettava da quasi due secoli questo studio rivendicatore. Entrare, a questo punto, nell’analisi di questo com- mento, aggiungere, discutere, esaminare a parte a parte, informare di tutto, è impossibile: o per lo meno, questa recensione dovrebbe quintuplicarsi; e resterebbe sempre da invitare il lettore della recensione a prendere in mano 1 tre volumi del Nicolini, e studiarseli, e studiarsi il Vico, ora che lo studio è tanto agevolato; e quindi a scrutare anche lui, la sua parte, dentro ai pensieri di questo grande spirito e alle tante congetture che lo strenuo commenta- tore ha dovuto pur fare assai spesso per illustrarlo. Io preferisco perciò fermarmi qui, solo citando un luogo, dei più curiosi, e singolarmente caratteristico del fare vichiano e degli enigmi che la sua forma presenta non 186 STUDI VICHIANI di rado all’annotatore: esempio tipico delle difficoltà, in cui l’annotatore s’ è dovuto dibattere. Latona, dice il Vico nell’ Iconomica poetica, partorì i suoi figliuoli, Apollo e Diana, «presso l’acque delle fontane perenni, ch’ab- biamo detto; al cui parto gli uomini diventaron ranoc- chie, le quali nelle piogge d’està nascono dalla terra, la qual fu detta ‘ madre de’ giganti ’, che sono propriamente della Terra figliuoli » (p. 431). Ranocchie ? « Non sap- piamo », scappò qui a protestare certo pedante dei tanti abbattutisi in Vico, « non sappiamo in nessun modo inten- dere come l’autore si facesse a mandar fuori che al parto di Latona gli uomini diventassero ranocchie, dappoiché questa circostanza non è punto un mito e solo si rin- viene nell’alterata fantasia dell’autore ». Ma, «assai pro- babilmente », nota il Nicolini, «il Vico aveva in mente quelle che più sopra ha chiamate ‘ ranocchie di Epicuro ’ »; che sono (p. 181) gli uomini allo stato di pura natura, prima che incominciassero, come dice Vico, «a umana- mente pensare ». E perché poi ranocchie ? e dove ne ha parlato Epicuro ? L'immagine avrebbe potuto essere illustrata da quel luogo di Censorino, De die nat., 4, 9, che ci serba notizia della dottrina epicurea intorno al- l'origine naturale dell’uomo: « Democrito Abderitae ex aqua limoque primum visum esse homines procreatos. Nec longe secus Epicurus: is enim credidit limo calefacto uteros nescio quos radicibus terrae cohaerentes primum increvisse et infantibus ex se editis ingenitum lactis umorem natura ministrante praebuisse, quos ita educatos et adultos genus propagasse » (Usener, Epicurea, pp. 225-6) *1. Questi uteri I [Ora, il Nicolini mi comunica di essere riuscito a trovare il mito a cui precisamente voleva alludere il V. e la fonte a cui, pur con°qualche libertà, egli attinse. Si tratta del passo delle Metamorfosi ovidiane (VI, 313 sgg.) ov’ è detto che Latona, dopo aver partorito, nell’ isola Ortigia, Diana e Apollo ed essere stata cacciata di là da Giunone, giunse coi due neonati in Licia, presso un piccolo lago, e poiché alcuni villani volevano impedirle di dissetarsi, ella li maledisse e li trasformò in rane]. V. LE VARIE REDAZIONI DELLA «SCIENZA NUOVA ») 187 nella fantasia corpulentissima del Vico diventano quelle ranocchie che nella credenza popolare « nelle piogge d’està nascono dalla terra ». Non dunque ranocchie, ma uomini, e grossi uomini « goffi e fieri », giganti, i Polifemi di Omero, primi padri del genere umano, per Vico come già per Platone. Le ranocchie son simbolo dei primi uomini, che il mito fa nascere dalla terra: dalla terra e dall’acqua, come dice Epicuro, e come si può leggere in fondo al mito di Latona che partorisce presso alle fonti: mito, secondo il quale il Vico dice perciò che gli uomini di- ventaron ranocchie, cioè si rappresentarono alla fantasia quasi, al pari dei batraci, sorti ex aqua limoque. Enigmi come questi brulicano in tutta la mitologia vichiana; e trovan la maggior parte il loro Edipo nel bravo Nicolini, che ne toglie spesso materia a note argu- tissime, come quella sullo «scudo » funebre napoletano di p. 420. Ma ho detto di non volermi dilungare in questa materia. E basta anche cogli esempi; e faccio punto !. I A proposito di quel che ho detto nelle pp. 174 sgg., Fausto Ni- colini mi comunica le seguenti osservazioni: «Quando, a proposito dell’opera di incerto titolo, ho parlato di un primo getto dell’opera capitale del Vico, volevo alludere alla Scienza Nuova nel senso largo della parola, e cioè intesa come quel complesso di problemi a cui il Vico die’ poi il titolo di Scienza Nuova. Primo getto dunque del Diritto Universale. E a confermarmi nella mia opinione mi conforta proprio ciò che in codeste tue pagine è detto dei contatti evidentissimi tra quest’opera di titolo incerto e la pro- lusione del 1719. Insomma la cosa più ovvia sembra a me che il V. scrivesse prima la prolusione del 1719; indi la sviluppasse ai principii del 1720 in un’opera di poco più ampia e divisa in tre libri (l’opera d’ incerto titolo); e per ultimo, non più contento di questo lavoro ancor troppo ristretto, si desse a scrivere, sempre nel 1720, la prima parte del Diritto Universale. Che l’opera d’ incerto titolo sia anteriore al Di- ritto Universale è evidente; ma che essa sia anteriore anche alla pro- lusione del 1719, mi sembra non solo non evidente (e a ogni modo non provato), ma anche pochissimo verisimile. « Aggiungo, a sostegno della mia opinione, proprio la sfida all’ im- maginario critico che tu adduci. Critico che non è tanto immaginario. Narra infatti il V. nell’Autobiografia (p. 40) che, dopo aver recitata la prolusione del 1719, ‘ sembrò a taluni l'argomento, particolarmente per la terza parte, più magnifico che efficace, dicendo che non di tanto 188 STUDI VICHIANI si era compromesso Pico della Mirandola quando propose sostenere con- clusiones de omni scibili’, ecc. A questi critici appunto, tra i quali par che fossero il Capasso e altri professori universitari capassiani, è rivolta la sfida. Inoltre, nel prol/oquium del Diritto Universale il Vico dice che fu consigliato da Gaetano Argento a svolgere ampiamente il tema della pro- lusione da oratore, filosofo e giureconsulto (cioè in tre parti), e poi dal nipote dell’Argento, Francesco Ventura, a ricavare tutte le innu- merabili conseguenze derivanti dai principii posti nell’ Orazione del 1719; il che, a giudicarne dal commiato superstite, par che egli facesse o volesse fare nell’opera d’incerto titolo (che poté anche non essere scritta, ma soltanto abbozzata). « Pertanto la Scienza Nuova avrebbe avute le seguenti redazioni: I. Commento a Grozio (1717-8); 2. Orazione del 1719; 3. Opera d° incerto titolo (sviluppo dell’ Orazione) (1720); 4. Sinopsi del Diritto Universale (1720); 5. Diritto Universale (1720-21); 6. Note al Diritto Universale (1722); 7. Scienza Nuova negativa (1723-25); 8. Scienza Nuova prima (1725); 9. Scienza Nuova veneta (1727-1729); 10. Scienza Nuova seconda (1729-30); 11. Corr. migl. e agg. terze (1731); 12. Corr. migl. e agg. quarte (1732 o 1733); 13. Scienza Nuova terza (1734-1744). « Ciò senza calcolare alcuni riassunti totali o parziali, come per es. la Giunone in danza (1721); una conferenza (forse soltanto detta e non mai scritta) tenuta dal V. in casa del suo antico discepolo Giambattista Filomarino della Rocca (1721 o 1722); la lettera a Monsignor Monti del 18 novembre 1724; l’ampio riassunto della Scienza Nuova prima recato nell’Autobiografia (1728), ecc. ecc. ». VI IL FIGLIO DI G. B. VICO E GL INIZI DELL INSEGNAMENTO DI LETTERATURA ITALIANA NELLA UNIVERSITÀ DI NAPOLI LA FAMIGLIA DEL VICO Di figli, veramente, G. B. Vico ne ebbe più d'uno. E se Angelo Fabroni gli aveva attribuito binos libderos, nel 1818 il marchese di Villarosa corresse l'affermazione del biografo pisano, portando quel numero a sei. E sa- rebbero stati: Luisa, Ignazio, Teresa, un primo Gennaro, morto in tenera età, un altro Gennaro e Filippo 1. Ma la famiglia del Vico fu anche più numerosa, come dimo- strano i registri parrocchiali del Duomo di Napoli. Egli si ammogliò il 12 dicembre 1699 =. Il 17 settembre 1700 ebbe la prima figlia, a cui furono imposti i nomi di Luisa Gaetana 3. Il 17 luglio 1703, ebbe una seconda figlia, non ricordata dal Villarosa, e che fu chiamata Carmelia Nicoletta 4. Il 31 dicembre 1704, una terza figlia, Filippa Anna Silvestra 5, ignorata anch'essa dal Villarosa. Ma entrambe queste bambine devono essere morte ben presto e aver lasciato poca memoria di sé I Opuscoli di G. B. Vico, racc. e pubbl. da C. A. DE Rosa, march. di ViLLarosa, Napoli, Porcelli, 1818-23, I, 228. 2 VILLAROSA, Opuscoli, I, 208. 3 Loisa Caetana, secondo l’atto di battesimo, in data 21 set- tembre 1700 (Parrocchia del Duomo, Battesimi, lib. XI, fol. 87). Rin- grazio l’amico cav. Lorenzo Salazar della cortesia con cui volle ricer- carmi queste notizie nella parrocchia del Duomo. 4 Atto di battesimo addì 19 luglio 1703, nello stesso libro XI, fol. 109. È Atto di battesimo addì 1° gennaio 1705, nello stesso lib. XI, fol. 121. 192 STUDI VICHIANI nella famiglia :. Il quarto figlio, finalmente, fu un ma- schio; nacque il 31 luglio 1706, e si chiamò Ignazio Nicolò Gaetano Geronimo: fu tenuto al fonte battesimale da donna Teresa Stiammone de’ duchi di Salza =. Dopo, un’altra femmina, che non ebbe nome Teresa, come dice il Villarosa, ma Angiola 3, nata nel luglio 1709. Il primo Gennaro vide la luce il 19 luglio 1712; ma non visse fino al dicembre 1715, quando nacque il secondo Gennaro, che ebbe altri due nomi: Emanuele e Filippo. Nel feb- braio 1720 infine chiuse la serie l'ottavo figlio: Filippo Antonio Francesco Gaetano 4. Di tutti questi figli due soli sembra siano sopravvis- suti al padre 5. Giacché Niccolò Solla 6, autore di una Vita del Vico, e amico e scolaro del Vico stesso, « ono- rato », come egli dice, «di tutta la sua confidenza ed amore », scrive: « Rimasero di lui due figliuoli: il prime de’ quali gli è stato anche successore nella cattedra di I [E infatti dai Libri dei defunti della parrocchia del Duomo ap- pare che Carmelia Nicoletta morì il 27 luglio 1703, e Filippa Anna Silvestra il 28 luglio 1705 (Comunicazione di Fausto NICOLINI, che darà la documentazione delle sue giunte e correzioni, qui inserite, in un suo studio su G. B. Vico nella vita domestica))]. 2 Atto di battesimo dell’ 8 agosto 1706: lib. XII (Battesimi dal 17006 al 1739), fol. 4. 1 3 [Più esattamante: al fonte battesimale ricevè i nomi di Angela Teresa Ippolita, ma in famiglia solevan chiamarla Teresa (Comunica- zione di F. NICOLINI)]. 4 Tenne al fonte Angiola donna Ippolita Cantelmi, duchessa di Bruzzano (le cui nozze il Vico aveva cantate nel 1696 nella canzone D'’amaranti immortali ornai la fronte: v. Opere, V, 105: e diede il pa- rere per la stampa di certe Stanze di lei scritte nel 1729, ristampato dal NICOLINI, in B. Croce, Sec. supplem., p. 81), il 23 luglio 1709 (lib. XII dei Battesimi cit., fol. 21). Il primo Gennaro fu battezzato il 24 luglio 1712 (ivi, fol. 41); il secondo, il 26 decembre 1715 (ivi, fol. 64); Filippo, il 18 febbraio 1720 (ivi, fol. 84). 5 [Veramente, quattro: Gennaro II, Filippo, Luisa e Angiola Te- resa. Il Solla, com= si vede, non tenne conto delle femmine (Comu- nicazione di F. NicoLINI)]. Erano ridotti a cinque nel 1729, com’ è at- testato da un luogo delle Vindiciae: CROCE nelle note all'Autobd., p. 123. 6 B. Croc£, Bibliografia vichiana, Napoli, 1904, pp. 45-06. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 193 eloquenza » 1; cioè, come si vedrà, Gennaro: e l’altro, — ce lo dice il Villarosa =, — Filippo, morì impiegato nella Regia Dogana di Napoli 3. Di un figliuolo, il cui nome non gli piacque di ricordare, il Villarosa stesso 4, che ebbe modo d’esserne informato, ci fa sapere che amareggiò assai il padre per la sua cattiva indole. « Cresciuto questi in età, lungi di dar opera agli studi ed alle oneste discipline, diessi interamente in preda ad una vita molle ed oziosa, ed in processo di tempo a’ vizi di ogni maniera, in guisa che il disonore divenne dell’ intera famiglia ». Riuscite vane le ammonizioni e le minacce del padre e di autorevoli amici, il povero Vico fu, suo malgrado, costretto a ricorrere alla giustizia per farlo imprigionare. « Ma nel momento che ciò si eseguiva, avvedendosi che i birri già montavan le scale della casa di lui, e l'oggetto sapendone, trasportato dal paterno amore, corse dal disgraziato figlio, e tremando gli disse: — Figlio, salvati. — Ma un tal passo di paterna tenerezza non impedì, che la giustizia avesse il corso dovuto, poiché il figlio condotto venne in prigione, ove dimorò lunga pezza, finché non diede chiari segni di esser veramente ne’ costumi mutato » 5. Fu costui Filippo o Ignazio ? I Vita di G. B. Vico, nel Giornale arcadico del 1830, t. XLVIII, Pp. 97-8. % Opuscoli, I, 228. 3 [Chi, di sicuro, morì impiegato nella Dogana napoletana fu, ve- ramente, Ignazio. Ma potrebbe anche darsi che Filippo, dopo il 1744, avesse un posto simile a quello del suo maggior fratello (Comunica- zione di F. NICOLINI)]. 4 Opuscoli, I, 161-2; cfr. ora Opere, V, 79. 5 [Il racconto del Villarosa, che non è al certo inverisimile e sarà magari vero, non ha trovato alcuna conferma nei documenti contem- poranei venuti finora alla luce. I quali, per altro, dicono che l’ 8 feb- braio 1730 Ignazio Vico sposò la ventenne Caterina Tomaselli senza che i genitori di lui, a differenza che per gli altri loro figliuoli, inter- venissero al matrimonio (da che parrebbe che non lo volessero); e che al matrimonio stesso fu fatto inutile impedimento canonico da una Grazia Maddalena Pascale, con la quale sembra che Ignazio avesse una relazione intima (Comunicazione di F. NicoLINI)]. 194 STUDI VICHIANI Un documento rintracciato tra le carte vichiane, con- servate tuttavia dagli eredi del marchese Villarosa 1, mi fa propendere a vedere piuttosto l’ultimo dei due ora nominati nello sciagurato figlio, che addolorò tanto l’animo paterno. È una Breve nota di ragioni per D. Giov. Battista di Vico contro la magnifica Caterina Tomaselli, in una causa che fu trattata, non è detto quando, ma certo negli anni più tardi della vita del Vico ?, innanzi al Sacro Real Consiglio. Era morto Ignazio Vico, lasciando una figlia, a nome Candida; e la vedova, Caterina Tomaselli, soste- neva che spettasse a lei l'educazione della bambina, e dovesse esserne escluso l’avo paterno, richiamandosi a decisioni analoghe del magistrato 3. L’avvocato del Vico risponde non essere applicabili tali decisioni al caso pre- sente; perché, in una di esse, s'era considerato che il padre della pupilla era emancipato, e quindi poteva far testamento e lasciare per tutrice la madre; e s'era anche avuto riguardo al fatto che la madre era persona pru- dente ed onestissima, mentre l’avo paterno odiava la pupilla. Di un’altra decisione la ragione era stata che I Rendo qui le più vive grazie ai signori ing. Tommaso e Vincenzo De Rosa dei marchesi di Villarosa, i quali hanno gentilmente messe a mia disposizione le preziose carte vichiane, che già furono del loro bisavolo C. A. De Rosa marchese di Villarosa, benemerito editore degli Opuscoli di Vico. Un catalogo di queste carte pubblicò poi il NICOLINI in B. CROocE, Secondo supplemento, pp. 35-43. 2 [Infatti la causa ebbe inizio negli ultimi giorni del luglio 1737 (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 3 (Ignazio, che con la moglie e la figliuola Candida (nata il 5 aprile 1731) conviveva col padre, morì il 10 maggio 1737, lasciando, in un testamento commoventissimo, la tutela della figlia, coniunctim et non divisim, al V. e alla Tomaselli, alla quale impose di continuare a vi- vere coi suoceri e di prestar loro obbedienza e rispetto. Ma, appena un paio di mesi dopo (26 luglio 1737), il filosofo fu costretto a cacciar di casa la nuora. Da che la lite, terminata o sospesa in un primo momento col trionfo del V. che riuscì, fino alla sua morte, a tener con sé la nipote; la quale, peraltro, nel giugno 1744, mercé nuovo inter- vento della giustizia, fu dalla nonna consegnata alla madre (Comuni- cazione di F. NICOLINI)]. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO I95 l’avo era un dissipatore. Di una terza, che l’avo non era persona di buona fama e condizione. Nella specie della presente causa, concorre tutto l'opposto; poiché D. Gio. Battista di Vico, avo paterno, è persona di somma prudenza, virtù et integrità, come a tutti è noto; ed all’ incontro detta Caterina Tomaselli persona stravagante ed imprudente e di non retti costumi, come ben consta. Onde per ogni ragione e giustizia la tutela ed educazione di detta pupilla deve deferirsi al predetto D. Gio. Battista di Vico avo paterno. Anco perché detto Ignazio di Vico, padre di detta pupilla, era figlio di fami- glia, e come tale, oltre non poter fare testamento, ma nemmeno lasciare tutore alla sua figlia.... Detto D. Gio. Battista deve a sue proprie spese mantenere et alimentare detta pupilla per la tenuità del peculio di suo padre, che, come profettizio, sarebbe d’esso Gio. Battista. Se il figlio innominato, di cui parla il Villarosa, non fosse quest’ Ignazio, bisognerebbe dire che non uno, ma due figli fossero stati il tormento di Giambattista Vico *. Egli «amava 1 suol con eccesso di tenerezza; contento piuttosto di una rispettosa amicizia, che d’un servile — I Nella commedia in quattro atti di GruLio GENOINO, Giovan Bat- tista Vico, Napoli, Stamp. della Società Filematica, 1824, il figliuolo cattivo sarebbe Filippo. Se non che il Genoino cita tutte le sue fonti (gli Opuscoli di Vico a cura del Villarosa); né accenna a tradizioni orali. Questa del Genoino dovette essere la commedia dal titolo G. B. Vizo, che il Programina giornaliero degli spettacoli di Napoli annunziò per la sera del 7 settembre 1850 e poi per quella del 26 ot- tobre 1854 al Teatro dei Fiorentini, senza indicare il nome dell'autore. C’ è bensì nell’elenco dei personaggi un « Don Vincenzo » che non com- pare nella commedia del Genoino. Ma può trattarsi d’una leggera mo- difica della scena 38, atto IV del Genoino, dov’ è descritto l’ incontro di Don Vincenzo Milesio, suocero di Filippo Vico, con costui e col padre suo Giambattista. Nessuna delle raccolte delle commedie del bar. Gio. Carlo Cosenza conservate nelle Biblioteche di Napoli, com- presa la Lucchesi-Palli, ne contiene una su G. B. Vico; e sospetto che la citazione trovatane dal CrocE, Supplem., p. 7, possa esser nata da uno scambio col Genoino. Un dramma Giambattista Vico pubblicò nel 1845 DomENIco BureFA (Torino, presso Carlo Schiepati): e anche qui, come ricavo da una recensione di un tal Pier MURANI (Giornale Euganeo, a. III, quad. 5, maggio 1864, Padova), comunicatami da B. CROCE, ci sono pure alcune scene « in cui l’autore ci mostra il Vico in 196 STUDI VICHIANI timore » 1. La moglie Caterina Destito 2, analfabeta e meno che mediocre massaia, costrinse lui «a pensare a provvedere non solo a’ vestimen*i, ma di quanto altro i piccoli suoi figliuoli avean di bisogno » 3. Attese alla loro educazione ed istruzione da se medesimo; ed è bello pensare che, tra un pensiero e un altro della sua alta speculazione, egli rivolgesse l’animo a coltivare l’ intel- ligenza delle sue figliuole predilette: Luisa e Angiola. Furono la sua più cara consolazione. Al p. Benedetto Laudati, cassinese, quello stesso che, nel gennaio 1716, diede per la censura ecclesiastica il parere sulla Vita di Antonio Carafa, trovando un giorno il filosofo a scherzare tra le figliuole, spianata la fronte e un sorriso spensie- rato su quella faccia per solito meditabonda, tornarono sulle labbra quei versi del Tasso: Mirasi qui fra le meonie ancelle Favoleggiar con la conocchia Alcide. E Vico ne rise. La Luisa era il suo orgoglio. Dotata di raro ingegno, aveva largamente corrisposto alle cure paterne, ed era capace di scrivere de’ versi non inferiori famiglia, amato e venerato da pochi buoni e dai figli suoi, tranne da un Filippo, giovane sventato più che malvagio, il quale lo amareggia con gherminelle insolenti e poco drammatiche ». Il Buffa probabilmente avrà avuto la prima idea del suo dramma dal Genoino. 1 SOLLA, Vita, p. 97. 2 Figlia di uno scrivano fiscale di Vicaria; nata il 26 novembre 1678: VILLAROSA, Opuscoli, I, 208. Sopravvisse di quindici anni al marito, risultando dal necrologio della chiesa dei Padri dell’ Oratorio, detta dei Gerolamini, che fu ivi sepolta il 3 giugno 1759. Cfr. G. Ta- GLIALATELA, Commemorazione di A. Galasso, p. 26, in Atti dell’Acc. Pontaniana, vol. XXII. 3 [Così il Villarosa. E la cosa potrà anche esser vera. I documenti contemporanei, per altro, dicon soltanto che il V. aveva conosciuta la Caterina da bimbetta (eran vicini di casa), che la sposò per amore, e che ancora dopo trent'anni di matrimonio parlava di lei con grande affetto e riconoscenza. S’aggiunga inoltre che la Destito era non figlia, ma sorella di Pietro, scrivano fiscale di Vicaria (Comunicazione del NICOLINI)]. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 197 a quelli che scrivevano tutte le persone colte, i dotti, come allora si diceva, della società in cui il Vico sl ag- girava. I versi di lei, il suo canto dovevano scendere al cuore del padre, che tante amarezze ebbe nella sua vita affaticata. Perché aveva quell’ornamento in casa 1, egli che ebbe sempre abitazioni così modeste, poteva accogliere presso di sé uomini insigni e gentildonne dell’alta società napo- letana; e certo doveva condurla seco negli intellettuali ritrovi presso le nobili dame da lui frequentate con Paolo Doria e gli altri letterati del tempo: fino al 1727 ordina- riamente presso Angiola Cimini, marchesa della Petrella. Oh il rimpianto pel salotto di questa marchesa, quando, quell’anno, donna Angiola morì! Chi non conosce l'elogio magnifico che Vico ne scrisse e premise a una raccolta di scritti di tutti i frequentatori di quel salotto, da lui curata ed ornata del ritratto della marchesa e di molti finissimi fregi? La raccolta, che allora fece molto rumore in Napoli, e tanto se ne parlò che una mala lingua ne fece una satira ?. In quell’ Orazione, il Vico, celebrando la grazia di questa novella Aspasia, anche lei poetessa e curiosa di sapere e di entrare in questioni filosofiche, ricorda: « Ippolita Cantelmi-Stuarta, principessa della Roccella, donna che con la maestà che le corona la fronte, coll'augusto aspetto e colle sovrane maniere, congiunte alla singolare altezza I [La Luisa, per altro, cessò di convivere col padre fin dal set- tembre 1717, tempo in cui sposò un Antonio Servillo, e prese a dimo- rare col marito presso la chiesa della Pietrasanta (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 2 FRANcEscO VESPOLI, il cui nome s'incontra non di rado nelle raccolte poetiche di quel tempo, a proposito degli Ultimi onori di let- terati amici in morte di A. Cimini (Napoli, Mosca, 1727) e di uno spe- ciale libro di versi pubblicato in quell'occasione stessa da Gherardo De Angelis, scrisse una satira in ternari, non priva di spirito, tuttora inedita, che pubblico in appendice (v. pp. 343-53) come documento della società a cui il Vico appartenne. 198 STUDI VICHIANI dell’animo, alla grandezza de’ suoi pensieri ed allo splen- dore delle sue azioni, non che tra le nazioni ingentilite, tra’ barbari stessi dell’ Africa o della Zembla non potrebbe dissimulare e nascondere d’essere degno generoso ram- pollo del ceppo reale di Scozia, per una volta sola che nella nostra casa conobbela, ne concepì tanta ammirazione ed amore! ...». E chi sa quante altre delle gentildonne celebrate dai versi del Vico, oltre la Cantelmi (che era, s'è veduto, sua comare), frequentavano la sua casa! Letterati, scolari del Vico, come il De Angelis 2, professori, frati, predicatori, tutto il circolo degli amici ed ammiratori di lui, doveva spesso adunarsi nella modesta dimora del Largo dei Gero- lamini al n. 12 (dove il Vico abitò dal 1704 al ’18), o, più tardi, in quella nel Vico delle Grotte della Marra, e poi nel Vico delle Zite, e dal 1741 a San Giovanni a Carbonara, e per ultimo ai Giardini dei Santi Apostoli 3. V’intervenne per qualche tempo anche Pietro Metastasio, giovanissimo, che improvvisava 4. Si leggevano versi: e Luisa 5 leggeva — ——+—rr__r————m I Opere, ed. Ferrari, VI, 265. 2 Su Gherardo De Angelis o degli Angioli v. ora lo scritto di ENRICO PERITO, G. D. A., in Scritti di storia, di filologia e d’arte (Nozze Fedele-De Fabritiis), Napoli, Ricciardi, 1908, pp. 249-54, nonché LuIci PAPA, G. D. A., Verona, 1914. 3 Vedi l’art. del MANDARINI, // centenario di Vico, ne La Carità, riv. relig. scientif. letter., a. III, quad. VI, 1868; la nota del CORRERA, in Arch. stor. nap., IV (1879), 407-8; e ora F. NICOLINI, Per la biografia cit., punt. I, pp. 181. 4 F. NUNZIANTE, Metastasio a Napoli, nella Nuova Antologia del 15 agosto 1895, p. 722, e A. SALZA, in Giorn. stor. letter. ital., LX, p. 206, n. 2. Nella Vita del signor abate Pietro Metastasio poeta cesareo, ag- giuntevî le massime e sentenze estratte dalle sue opere, Roma, 1786, a spesa di Gioacchino Puccinelli, p. 98, si asserisce che la canzonetta Grazie agl’ inganni tuoi fu scritta dal Metastasio in Napoli « nella sua verde età per la figlia del celebre letterato G. B. Vico », «col quale spesso trattava, onde non seppe difendersi di non esser preso da’ vezzi di lei». Ma questo vago accenno, avverte un accuratissimo studioso della biografia del M. (SALZA, l. c.), non è confermato. D'altronde, come s’ è detto, Luisa era maritata fin dal 1717. 5 Il Villarosa diceva di avere presso di sé molte poesie mss. di VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO I99 i suoi. Spesso anche cantava. Ecco come ce la presenta uno dei frequentatori di quel circolo nel 1727: Il mover dolce di costei mi suole Fermar i sensi, e gli occhi, e lo ’ntelletto Al vago riso intenti, e al vestir schietto, E più alle saggie oneste alme parole ! Ma, quando scioglier l’angelico vuole Suo canto dal gentil candido petto, Lo mio spirto volar sovra è costretto A’ giri eterni, oltra le vie del sole, Sciolto nuotando in que’ diletti immensi; Tal che il ritorno obblia, né sa l’ incanto, Se alcun poi nol richiama, e riconsiglia. E ben mi spiace il farmi desto intanto, Dicendo all’alma: — Or dove star mai pensi ? Tu ascolti del tuo gran Mastro la figlia!. In un altro sonetto, lo stesso poeta si rivolge a Luisa: O figliuola di Lui, che °l tutto intese, e le augura serenità di spirito e animo di attendere alla poesia: Né amare indegne di Fortuna offese, Né d’aspri mali tempestoso verno Turbin mai lo bel tuo lucido interno Spirto, che a saper nuovo il cammin prese. Che se in te vedi, hai potestate accolta Di spezzar l’armi a’ minaccevoli astri, Luisa, trovate tra le carte del padre, oltre quelle che sono sparse per le tante raccolte stampate del tempo: Opuscoli, I, 228. 1 Rime scelte di GHER. DE ANGELIS, Firenze, MDCCXXX (con pref. di G. B. Vico), p. 185. Ma il 3° libro di queste Rime, a cui questo e l’altro sonetto, che sarà citato, appartengono, era stato stampato in- tegralmente la prima volta nel 1727. 200 STUDI VICHIANI Ad aprir siegui or tua limpida e colta Vena, che sazia i più superbi mastri: O forte e saggia, quanto adorna e bella !. Ma erano augurii meramente rettorici. Luisa ebbe marito; e certamente a lei Giambattista Vico diede i mille ducati, guadagnati con la Vita di A. Carafa, che gli ser- virono, come raccontava Gherardo De Angelis, per «mandare a marito una sua figliuola » =. Ed ebbe figli, o almeno una figlia, che, nella qualesima del 1729, era gravemente ammalata, e si temeva che morisse. E se Luisa era la figlia prediletta, s'immagini il dolore del- l’avo. In quella quaresima, venne a predicare in Duomo il p. Michelangelo da Reggio, cappuccino eloquentissimo; e contrasse amicizia con parecchi uomini di lettere e col Vico, che lo ascoltarono con ammirazione. Frequentò anche lui la casa del filosofo, allora centro di una vera e propria scuola letteraria, non ancora ben nota, e degna di essere studiata 3; e confortò la giovane madre palpitante per la salute della figliuola. Di che il Vico credé quasi di aversi a sdebitare, promovendo una raccolta in lode del cappuccino, pubblicata infatti quell’anno stesso con una dedica del Vico, che «divotamente consacra un rinfuso vago fascetto di fiori colti in Parnaso », cioè di componi- menti poetici scritti in onore di p. Michelangelo da « al- quanti gentili spiriti » 4. I Rime scelte, p. 1Io. ® VILLAROSA, Opuscoli, I, 225. 3 Da vedere per ora A. Fusco, Nella Colonia Sebezia, Benevento, tip. Forche Caudine, 1901, e M. Bruno, G. B. V. poeta, saggio critico con un'appendice di sonetti inediti e rari, Catanzaro, tip. G. Caliò, 1910. 4 Componimenti in lode del P. Michelangelo da Reggio di Lombardia cappuccino predicatore nel duomo di Napoli nella quaresima dell’anno MDCCXXIX. Napoli, Mosca, s. a. La dedica del Vico è ristampata dal ViLLaROosA, Opuscoli, II, 284-5. Ma non è riprodotta né dal Ferrari, né dagli altri editori posteriori. Ora è ristampata dal NICOLINI, Sec. supplem., pp. 74-5. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 20I Vi sono distici latini e sonetti italiani di parecchi lette- rati del solito circolo vichiano; uno, che giova rilevare, di Gaetano Maria Brancone 1, personaggio di grand'’affare, che presto incontreremo in un momento importante della biografia ael Vico. Ve ne sono, naturalmente, anche di questo ?. Dopo un sonetto di una giovane donna, il cui nome ri- corre sovente anch'esso nelle raccolte contemporanee, e che era amica a Luisa Vico, e cultrice di studi filosofici 3, oltre che di poesia, Giuseppa Lionora Barbapiccola, ce n'è uno della nostra Luisa, che ha un accento personale e I Ap. 13. * Ve ne sono due, ristampati dal ViLLarosa, Opusc., III, 11-12. Ma il primo di essi, che nell’ediz. Villarosa comincia: Alma mia, che perdesti il bel candore, nella raccolta del ’29 cominciava: Alma mia tutta al di fuore. E non saprei dire di chi sia la correzione. Noto anche che il 3° dei sonetti, che, nell’ediz. del Ferrari (VI, 416) e nelle successive (ed. Pomodoro, p. 318), è dato come in lode di p. Mich. da Reggio, non si trova in cotesta raccolta del 1729; e nella racc. del Vil- larosa (p. 53) reca per titolo solo: In lode di un Sacro Oratore. Comin- cia: Ammirdro già un tempo Atene e Roma. Il Villarosa lo trasse dal- l'autografo: v. NICOLINI, Sec. supplem., p. 52. 3 In un sonetto dello stesso lib. III delle Rime (1727), il DE AN- GELIS, rivolgendosi alla Barbapiccola, dice: Questa è colei, che aggiunse altro splendore Al gran RENATO, del ver tanto amico; E "1 monte aspro di gloria, ov’ i0 m’ implico, Vinse, pascendo d’onestate il core. Vieni a mirarla, o tu Francia superba, Che sì le tue donne al cielo înnalzi e canti; Qui scrive ancora in sua stagione acerba. Più d’essa non la greca Aspasia vanti Ciascuna età, che le più degne serba ... La Barbapiccola, ricorda uno scrittore napoletano, « per saggio di aver coltivate le moderne dottrine, produsse in italiano una versione della filosofia di Cartesio » (NAPOLI-SIGNORELLI, Vicende della coltura, vol. V. Napoli, 1786, p. 497). Vedi infatti I principii della filosofia di Renato Des-cartes, tradotti dal francese, col confronto del latino in cui l’Autore gli scrisse, da GIUSEPPA-ELEONORA BARBAPICCOLA tra gli arcadi MiRISTA, Torino, Mairesse, 1722. Un vol. in 4° di pp. 40 + 350 + 18 con figure intercalate. Vedi pure F. AMoDEO, Dai fratelli Di Martino a Vito Caravelli, negli Atti dell’Accad. Pontan., XXXII, 1902, p. 15 N, e CRocg, Suppl. alla Bibl. vich., Napoli, 1907, p. 8. o 900 T, ci) 0 “x f dA % a 07, N 7 o U td \\ & | NA S UN II NN si O LÒ Wa: 5 LA ND é N N i NN N a \K N \ \ \ MENTA) Lt ta agli È apr ab LU n Tipi ma, PO PIENA \ 7.0 st \ Arignano NN PL È “kan \k v alt \ N Ni \ DI INNI \ Fo Ul ì BRANI >, n ANN Ma) Pim < SEEN A tata y KEÉ N Nt Sap to tnt POL VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 203 Due anni appresso, in una raccolta nuziale, che reca anche un sonetto di Pietro Metastasio (Vanne, sposa leggiadra, ove sospira), Luisa rispose con un sonetto a rime obbligate all’amica Barbapiccola, che le diceva: O tu, che forte incontro a rei martiri Donna saggia ne vai, lucido esempio Di quel valor che signoreggia l’empio Fato, e in alto ten posi, e al vero aspiri; Vieni, e tu aita i giusti miei desiri De la gran coppia a dir ciò, ch’ io contempio ecc. E Luisa di rimando: Poic’ ho sì l’alma carca di martiri Fatta degl’ infelici un raro esempio, A cui turba e confonde il rio Fat'empio Ogni voglia leggiadra, ov’ella aspiri, Com’ornar posso i tuoi giusti desiri Per l’alta coppia, in cui miro e contempio Mille belle speranze entro il gran tempio Che virtù alzossi in su gli eterni giri ? Lionora, tu colla tua fronte lieta Chiama Imeneo, a cui, madre d’eroi, Partenope gentil applaude e gode. E tessi al chiaro innesto or degna lode Fra dotti cigni co’ be’ carmi tuoi, Ch’ io non oso toccar tant’alta meta !. Meno male che donna Luisa, in fine, aveva questa distrazione della letteratura !?. I Vari componimenti per le felicissime nozze degli eccellentissimi signori D. Tomaso Caracciolo marchese di Casalbore, principe di Tor- renova [...] e D. Ippolita di Dura de' duchi d’ Erce raccolti da GEN- NARO PARRINO, e dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio di Dura duca d’ Erce [...], in Firenze MDCCXXXI. Il son. del Metastasio è a p. 64. Ve n’ è uno di Francesco Vespoli (p. 37), e uno (a p. 25) di G. B. Vico, che non è stato mai ristampato: Benché io mi veggia da quel fato op- presso. Credo opportuno ristamparlo in appendice. [Poi fu ristampato anche dal NICOLINI, 0. C., p. 57]. 2 Un altro sonetto di Luisa Vico fu ristampato da G. FERRARI, nelle Opere, IV, 419. Comincia: Poiché della mortal terrestre spoglia, ed 204 STUDI VICHIANI 2. . PRIMI ANNI DI GENNARO VICO IL CARD. CORSINI E LA PRIMA «SCIENZA NUOVA » Ma tra tutti i figli, quello che a lungo sopravvisse al padre, attese, e seriamente, agli studi stessi di lui, con- tinuò il suo insegnamento universitario e quasi la tradi- zione domestica; quello che confortò del suo affetto filiale gli estremi anni infelici del vecchio filosofo, e ne proseguì poi con pietoso culto la memoria; quel figlio del Vico, insomma, che tutti gli studiosi conobbero, in Napoli, durante tutto il sec. XVIII, e al quale fecero spesso capo per notizie sul padre, è Gennaro, nato nel dicembre 1715. E di lui ho creduto opportuno raccogliere le notizie che ci rimangono, perché ne può derivar qualche luce sulla stessa biografia di Giambattista e sulla sua fama postuma. E già il grande filosofo fu così tenero de’ suoi figliuoli e così poco avventurato, che può quasi parere un debito di rico- noscenza verso di lui adunare attorno al suo nome le fronde sparte delle sue memorie domestiche. La prima volta che vien ricordato Gennaro nella vita del padre, è nel suo carteggio col card. Lorenzo Corsini, a proposito della prima Scienza Nuova *: carteggio, le cui date non sono scevre di qualche incertezza. Già il Croce notò che non si comprende come la risposta negativa del Corsini alla istanza del Vico per le spese di stampa era stato pubblicato nella Raccolta în morte di D. Giuseppe Alliata Pa- ruta Colonna principe di Villafranca, 1729, per cui G. B. Vico scrisse il sonetto Morte, o d’ invidia vil ministra e fera. I Un accenno veramente a questo figliuolo aveva già fatto il Vico stesso nel De const. iurisprud., II, c, XII, $ 12, in Opere2, ed. Fer- rari, III, 270; ed è stato rilevato da ANTONIO SARNO (Origini dell’ inci- vilimento, Napoli, 1926). VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 205 della prima Scienza Nuova sia, com’è data dal Villarosa 1, del luglio 1726, quando la prima Scienza Nuova era stata già pubblicata nell’ottobre 1725 ?. La stessa avvertenza doveva aver fatta il Ferrari, che corresse senz'altro la data di quella lettera in 20 luglio 1725 3. Correzione, secondo me, indispensabile (ed è confermata da quanto dirò in seguito). E, se si accetta questa correzione, si rifletta un po’ alla conseguenza che ne deriva, e che non è priva d'interesse. Nella sua Vita, Giambattista Vico, dopo avere accen- nato alla primitiva redazione dell’opera sua (che avrebbe «occupato due giusti volumi in-4°»), della quale ci rimane solo il disegno esposto dall’autore, nella lettera del 19 novembre 1724, a mons. Filippo M. Monti 4, continua dicendo: « Già l’opera era stata riveduta dal signor don Giulio Torno, dottissimo teologo della chiesa napoletana, quando esso [Vico], riflettendo che tal maniera negativa di dimostrare [seguìta nella primitiva redazione], quanto fa di strepito nella fantasia, tanto è insuave all’intendi- mento, poiché con essa nulla più si spiega la mente umana; ed altronde per un colpo di avversa fortuna, essendo stato messo in una necessità di non poterla dare alle stampe, e perché pur troppo obbligato dal proprio punto di darla fuori, r i- trovandosi aver promesso di pubbli- carla, restrinse tutto il suo spirito in un’aspra meditazione per ritro- I Opuscoli, II, 254. Ho riscontrato l’autografo servito alla stampa del Villarosa, ed esso concorda, per la data, con la stampa. È, tranne la firma, di mano del segretario del Corsini. * Bibliogr. cit., p. 97, n. 2. 3 Cfr. anche la ristampa delle Opere, Napoli, Jovene, 1840, IV, 134, e quella Pomodoro, 1860, VI, 80. w 4 CROCE, Bibliografia vichiana, pp. 96-7; e ora Carteggio, in Opere, s 167. 14 206 STUDI VICHIANI varne un metodo positivo, e sì più stretto, e quindi più ancora efficacep»!; che fu il metodo della edizione uscita in luce precisamente nel novembre 1725. Il colpo di avversa tor- tuna, non c'è dubbio, è la delusione inflittagli dal Corsini, a cui la promessa, qui accennata, di pub- blicare l’opera, doveva essere stata fatta con lettera del maggio 1725; la lettera, con la quale il Vico aveva dovuto accompagnare al cardinale l’invio della sua dedicatoria, che ha per l’appunto la data dell’8 maggio 1725. Si ricordi infatti la celebre postilla fatta dal povero Vico alla scon- fortante risposta del Corsini 2; « Lettera di S. E. Corsini, che non ha facultà di somministrare la spesa della stampa dell’opera precedente alla Scienza Nuova [cioè, della redazione primitiva 3], onde fui messo in necessità di pensar a questa della mia povertà, che restrinse il mio spirito [dopo la risposta del cardinale, cioè dopo il luglio] a stamparne quel libricciuolo, traendomi un anello che avea, ove era un diamante di cinque grani di purissima acqua, col cui prezzo potei pagarne la stampa e la legatura degli esemplari del libro, il quale, perché me ’1 trovava promesso a divulgarlo, dedicai ad esso signor Cardinale » 4. Si badi: il parere del revisore ecclesiastico don Giulio Torno, che è in fondo al libricciuolo, con la data del 15 luglio 1725, non può essere se non lo stesso parere ricordato dal Vico nella sua Vita come già scritto dal Torno per la prima redazione. È vero che vi si dice il libro mole exiguum; ciò che non si sarebbe potuto dire della prima forma; ma questa dev'essere stata una mutazione — forse la sola, — introdotta nella stampa del parere, I Opere, V, 48. 2 Postilla che ho riletta sull’autografo, in un margine esterno. 3 Lo ha notato anche il CROCE, op. e loc. cit. 4 Stamp. la prima volta dal ViLLarosa, Opuscoli, II, 255 n.; ora in Opere, V, 77. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 207 perché richiesta dalla mutata mole del libro, rimasto d’altronde sostanzialmente il medesimo, e non sottoposto quindi a una nuova revisione ecclesiastica. Il parere, invece, del censore civile, Giovanni Chiajese, è scritto dietro ordine del 3 ottobre, e seguito dall’approvazione per l’imprimatur del 12 ottobre. Sicché devesi riferire alla redazione pubblicata e già allora certamente tutta stam- pata, poiché il 18 novembre successivo ! l’autore poté mandare un certo numero di esemplari del libro, belli e legati, a Roma 2. E uno di essi andò, naturalmente, al Corsini 3. Al quale il Vico, scrivendo due giorni dopo, era costretto a spiegare anche perché l’opera, per metodo e per estensione, non fosse più quella che gli aveva propriamente offerta nel maggio innanzi. Non si rileggono senza pietà queste parole: « Riflettendo io al mio sommo onore, che Vostra Eminenza mi aveva già compartito per mezzo di monsignor Monti, di aver ricevuta nella vostra alta protezione l’opera da me scritta in due libri, nella quale per via di dubbi e desiderii, maniera la qual fa più tosto forza che soddisfa la mente umana, si andavano ritrovando i principii del- l'umanità delle nazioni, e quindi quei del diritto natural delle genti, 1a qual opera già era alla mano I Cfr. le importanti lettere del Vico all’ Esperti e al Corsini del 18 e 20 novembre 1725, pubblicate dal CROCE, Bibliogr., pp. 98-100; e ora Opere, V, 172, 173. Anche la lettera precedente a Celestino Galiani è del 18 novembre (non ottobre: l’autografo, ora posseduto dal Croce, potrebbe leggersi in un modo e nell’altro). ® [Anzi, fin dal 25 ottobre 1725, dopo averne già donati alcuni esem- plari ad amici e conoscenti napoletani, il V. ne inviava ad Arienzo un altro a suo p. Giacchi; e fin dal 3 novembre una cassetta con altri esemplari partiva da Napoli per Livorno, diretta al letterato ebreo Giuseppe Athias (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 3 [Era magnificamente rilegato in marocchino e oro: rilegatura che costò, certamente, al povero V. un’altra cavata di sangue. Ma il Corsini, senza neppur leggerlo, lo die’ prima a esaminare, e poi lo donò (decembre 1725) al marchese Alessandro Gregorio Capponi, che, alla sua morte (1746), lo lasciò, con la restante sua biblioteca, alla Vati- cana, ove tuttora si serba (Comunicazione di F. NICOLINI)]. 208 STUDI VICHIANI per istamparsi; e considerando altresì la mia avanzata e cagionevole età; mi determinai finalmente affatto abbandonar quella, e consacrare a Vostra Emi- nenza quest'opera, più picciola in vero, ma, se non vado errato, di gran lunga più efficace della prima » !. Questa seconda opera, dunque, nei mesi che corsero dal luglio al settembre dello stesso anno 1725, ossia non più che in due mesi, obbligò il Vico, impegnato ormai alla pubblicazione nonché alla dedica già annunziate al cardi- nale, diventatone poi immeritevole, a restringere, com'egli ci racconta, tutto il suo spirito in un’aspra meditazione, per ritrovare il metodo « positivo e più stretto ». Soprat- tutto più stretto, povero Vico!u«Sì fatta opera », scrive egli al Corsini, nella stessa lettera del 30 novembre, «aveva io destinato dare alla luce qualche anno dopo, come per soluzione della prima, quasi d’un problema innanzi proposto ». Non solo però dare alla luce, ma scrivere anche: benché l'animo gentile vieti al Vico di far intendere al cardinale la pena che questi gli ha cagionata. Il lavoro vagheggiato quale riposato lavoro di qual- che anno, come avrà affaticato, in quei due mesi, il grande spirito! Aspra meditazione la disse egli stesso; e la brevità del tempo e il tormento della promessa fatta a un principe di Santa Chiesa, non devono pure tenersi in conto, per intendere le ragioni dell’oscurità maggiore della prima Scienza Nuova, e del bisogno che il Vico sentì di mutare e rimutare le espressioni di essa, e con le postille sui margini di tanti esemplari donati agli amici 2, e con l'edizione del 1730, nonché poscia, del rifacimento radicale della edizione del ’44 ? ———— I CROCE, Bibliogr., 99; Vico, Opere, V., 173. 2 Vedi, per gli esemplari postillati, CROCE, Bibliogr., pp. 25-6. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 209 Altre difficoltà cronologiche sorgono dalla lettura della seguente bozza d’una lettera del Vico al Corsini, di cui ho trovato l’autografo inedito tra le solite carte del Villarosa !: Con l’umiliazione più ossequiosa m'inchino a professar a Vostra Eminenza gl’ infiniti obblighi per l’altezza dell’animo, onde ha Ella degnato con sensi sì generosi, e proprj della Vostra Grandezza di gradire una mia umile, e rive- rente offerta, che io non avendo l’ardire da me stesso, m’avvanzai d’umiliargliela per mezzo del sig. D. Francesco Buoncuore?. Talché benedico tutte le mie lunghe e penose fatighe che per lo spazio di tanti anni ho speso nella meditazione di questa mia Opera che sta per uscire alla luce, ed in mezzo le avversità della mia Fortuna abbia menato tant’oltre la Vita che portassi a compimento questo lavoro, che mi ha prodotto il merito, 0 per meglio dire la buona ventura di compiacersene un principe di S. Chiesa di tanta Sapienza, e grandezza, di quanta la Fama da per tutto con immortali laudi la celebra. Onde per non perdere una tanto per me onorevole occa- sione, con l’istessa umiltà di spirito mi fo ardito di dare a V.ra Em.za una piena testimonianza dell’animo mio grato e ri- verente, di annunciarle propizio questo giorno tanto nella Chiesa segnalato, e me- morabile.... Di questa bozza tutta la parte che non è in carattere spaziato si ritrova nella lettera pubblicata dal Villarosa, — I Ora è stampata nel Carteggio a cura di B. CROCE, Opere, V, pp. 168-9, lett. n. XXVII. ® Per Francesco Buonocore (o Boncore), « Philippi V Hispaniarum regis medico clinico, Caroli Borbonii regis utriusque Siciliae archiatro et in Regno Neapolitano medicamentariis universis praefecto », il Vico scrisse, nel 1738, un’ iscrizione pubblicata dal FERRARI (Operez, VI, 309). Il Vico nel 1721 lo aveva pur ricordato nella Giunone in danza: Opere, V, p. 288. Questa notizia della parte avuta anche dal Buonocore nella offerta del Vico al Corsini è nuova. Sullo stesso Buonocore v. SCHIPA, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, Napoli, Pierro, 1904, PP. 72, 94. 260, 268, 545. 778, 779. 210 STUDI VICHIANI con la data del 15 dicembre 1725 *. E l’autografo corri- spondente reca infatti questa data. Ora si può domandare: come mai nella prima bozza di questa lettera del 15 di- cembre, il Vico poteva dire della Scienza Nuova «sta per uscire alla luce », se da un mese egli ne aveva mandato al Corsini, come s'è visto, alcuni esemplari, e se fin dal- l’ 8 dicembre ? il cardinale lo aveva ringraziato del dono ricevuto ? Inoltre: che cosa offrì il Vico per mezzo del protome- dico Buonocore ? Non certo l’opera stampata, che Vico fece consegnare al Corsini nel novembre, « per mano del signor abate Giuseppe Luigi Esperti»3. La dedica? Ma, nella stessa lettera del novembre al Corsini, il Vico ricorda il «sommo onore, che Sua Eminenza gli aveva già compartito per mezzo di monsignor Monti, di aver ricevuto nella sua alta protezione l’opera » nella pri- mitiva redazione 4. Infine: in un'altra bozza di lettera (che trovasi nella stessa pagina della precedente, e, a riscontro di essa, reca il testo originale, pure autografo e senza data, della let- tera del Vico al Corsini, stampata dal Villarosa 5 con la data del 26 dicembre 1725), è detto, che l’onore, onde il cardinale l’aveva colmato, compiacendosi di gradire «l'umile ed ossequioso disiderio, di consegnare sotto l'alto e potente patrocinio del Cardinale un debol parto del suo scarso ingegno, che era per uscire alla luce, gli dava ora lo spirito di non perdere una tanto per lui ono- revole occasione, di dare a S. E. una piena testimonianza del suo animo umile e riverente, di annunciarle propizio I Opuscoli, II, 171-2 (lett. XXXVI nella racc. del CROCE). 2 Vedi questa lettera in VILLAROSA, II, 251-2, ristampata poi dal Ferrari e dagli editori posteriori. 3 V. la lett. del 20 novembre 1725 al Corsini. 4 Cfr. anche la lettera del 18 novembre 1724 allo stesso Monti, in CROCE, Bibliogr., pp. 96-7; ora in Opere, V, 167. 5 Opuscoli, II, 173-4. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 2II questo giorno tanto per noi segnalato e memorabile, augu- randoglielo con que’ più fervidi voti, che l’animo mio può concepire, continuato da una lunghissima serie d’anni », ecc. Parole che si riscontrano tutte nella stampa. Sicché, ancora il 26 dicembre 1725, l’opera stava per uscire alla luce, e Vico introduceva in questa lettera le parole d’augurio già inserite nella bozza della prima, di dieci giorni innanzi, e poi soppresse. Non una sola difficoltà, come si vede, sorge da questi documenti, se non si ammette che, scrivendo a un principe della « Cristiana Repubblica », il Vico non abbia voluto nella data segnare questa volta l’anno ab incarnatione, anzi che l’anno comune: trasportando così le due lettere al 1724 !. E questa soluzione vien suggerita dallo stesso stato delle due minute. Il Vico, dopo aver tentato, nel novembre 1724, la via di monsignor Monti (al quale tornò nel maggio successivo), aveva indi a poco trovato più speditivo l'intervento del medico Buonocore, per I E questa dev'essere anche la spiegazione della data 20 luglio 1726 della lett. del Corsini, di cui sopra si disse. È noto che Innocenzo XII (Pontefice dal 1691 al 1700) tolse l’uso di far cominciare l’anno, nelle date delle bolle, dal 25 marzo. Vedi L’art de vérifier les dates, Paris, Desprez, 1770, p. 324. E, nei volumi della corrispondenza di monsignor Celestino Galiani, donati da Fausto Nicolini alla Biblioteca della So- cietà Storica Napoletana, si hanno lettere di Alessandro Rinuccini al Galiani, del tempo in cui questi dimorò a Roma per le trattative del concordato, con la doppia data 1738-9 e 1739-40 (Corrispond., vol. VI, carte 119 sgg., 169 sgg.). Ciò che prova come anche allora durasse l’uso di far cominciare l’anno ab incarnatione, scrivendo da Roma o a Roma. [Le correzioni qui sopra proposte alla cronologia del carteggio del Vico col card. Corsini sono state accettate dal CRrocE nella sua ed. delle lettere vichiane, salvo che per la lett. XXXVI, pubbl. dal Villarosa e mantenuta anche dal Croce con la data del 15 dic. 1725: per la quale il Croce osserva: « Anche per questa lettera sarebbe da accettare la data proposta dal Gentile del 1724, se essa non fosse scritta sullo stesso foglio che contiene la lettera del Corsini dell’ 8 dicembre 1725, espri- mente i ringraziamenti per gli esemplari ricevuti della Scienza Nuova. È, dunque, effettivamente del 15 dicembre 1725; e quanto alla sua relazione con l’altra del dicembre 1724 (n. XXVII), è da ritenere che il V., serbando tra le sue carte l’abbozzo di una lettera officiosa non spedita, si valesse di alcune frasi di essa l’anno dopo »: p. 341). 212 STUDI VICHIANI aprire al Corsini il suo desiderio di dedicargli l’opera, che presto avrebbe data alla luce. Ottenuto così il con- senso, il 15 dicembre dello stesso anno 1724, se non prima, dové scrivere la minuta d’una lettera di ringraziamento e d’augurii pel prossimo Natale. Ma dopo, sembrandogli che fino al 25 avrebbe indugiata troppo questa sua azione di grazie, la quale, nel suo pensiero, doveva amicargli ancor più l’animo del cardinale (prima di accennargli la sua speranza del sussidio per la stampa), rimandò gli augurii a un altro giorno, e scrisse la lettera, che spedì subito, e che è quella a stampa con la data del 15 dicem- bre 1725. Ma conservò la prima minuta, quasi per ricor- darsi degli augurii che aveva poi da inviare: e, a fianco di essa, dieci giorni dopo, scrisse infatti l’altra lettera, che spedi senza altri mutamenti, riprendendo per gli augurii quasi i termini stessi già preparati. Nel maggio poi, si fe’ animo, e chiese. Ma, dopo più di un mese, il Corsini, di ritorno dalla visita allora fatta alla sua diocesi di Frascati, in cui gli «occorse di metter mano a molte esorbitanti spese », gli confidava di non aver modo di secondare la sua istanza. E il Vico non rifiatò. Stampare un libro di 500 fogli, di due volumi in-4°, con lo stipendio che aveva dall’università, di 100 ducati annui! Ma era corsa la promessa a un sì gran signore: e bisognò restringersi, e dare come i risultati dell’opera, e così stampare, dedicare e mandare al cardinale il libro, che era costato tanto pensiero, tanta gioia e tanta amarezza. Un raggio di speranza gli rimise in cuore la lettera con cui il Corsini, l’ 8 dicembre :, lo ringraziò; e, prote- stando la propria riconoscenza, lo esortò a « riprometter- sene altresì i proporzionati effetti », pur che gli avesse indicato «le convenevoli aperture d’impiegarlo in cose VILLAROSA, Opusc, II, 251-2. Ristampata nelle edizioni posteriori. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 213 di suo servigio ».. Che aperture ? Al povero uomo, che aveva allora 57 anni, cresceva costumato e promettente quel suo figliuolino, Gennaro, di così diversa indole da Ignazio. Aveva dieci anni: era il penultimo ‘dei figli, come s'è veduto. Ed egli l’amava tanto ! « È per natura », rifletteva nell’ Orazione per la Cimini, «che gli ultimi parti soglionci esser più cari per questi due occulti sensi di umanità: tra perché essi sono li più innocenti, e per conseguenza, che ci hanno recato maggior piacere, meno disgusti; e perché essi han bisogno di più lunga difesa, la quale i padri credono, per la loro avanzata età, poter a quelli al maggior uopo mancare »!. Se il cardinale procacciasse a Gennaro un benefizio per farlo chiericare ? La lettera che gli deve avere scritta, non l’abbiamo. Ma abbiamo la risposta del Corsini, del IQ gennaio 1726 :. Era stato pronto a rifarsi d’animo il Vico, e a ritentare. E gli toccò un’altra delusione. Il car- dinale gli ridava sì buone parole, ma nessuna promessa, nessuna speranza; e accampava di quelle difficoltà, che svelano il poco buon volere: « Nel particolare poi del far conseguire qualche benefizio a cotesto suo signor figliuolo, lo v’incontro delle difficoltà; imperciocché, oltre all’età tenera di esso figliuolo, che può fare non piccolo ostacolo, vi è da considerare ancora, che si trovano in oggi nel palazzo apostolico tante persone di Regno, che non sì tosto vaca qualche cosa, che già prima assai della vacanza sentesi la provista ». Vana fatica, dunque, battere a questa porta. E Vico, come soleva, scrisse malinconicamente sul dorso del foglio del cardinale: «Lettera di S. E. Corsini, con cui dice non poter proccurarmi un beneficio da potersi ordinare 1 Opuscoli, ed. Villarosa, I, 250-1; Opere, ed. Ferrari, VI, 258. * In VILLAROSA, II, 252 e nelle edizioni posteriori. 214 STUDI VICHIANI un mio figliuolo » *. Nel foglio stesso, dopo un mese, lo sconsolato filosofo, il 20 febbraio 1726, trovò la forza per offrire le sue più umili grazie, e dichia- rarsi convinto che «il differimento dell’effetto egli nasca dall’impossibile ». E mitigava frattanto la sua avversa fortuna «con la speranza, anzi fiducia di vivere sotto la potente protezione » di Sua Eminenza ?. Gennaro non si chiericò più; e, quando, quattro anni dopo, il padre ristampò, sempre a sue spese, la Scienza Nuova, la dedicò un’altra volta al Corsini, già divenuto Clemente XII: « Al quale », racconta nelle aggiunte po- stume alla Vita, da Gennaro date a pubblicare certo più di mezzo secolo dopo che papa Corsini era morto anche lui, «al quale era stata la prima [edizione] essendo cardi- nale, dedicata, e si dovette a Sua Santità anche questa dedicarsi » ! 3. E il cardinal Neri Corsini, nipote a Lorenzo, gli dava, il 6 gennaio 1731, la consolazione della notizia, che questa seconda edizione aveva « incon- trato nel clementissimo animo di Sua Santità tutto il gradimento ». Nient'altro. Allora, «colmato il Vico di tanto onore », è il Vico che parla, « non ebbe cosa al mondo più da sperare: onde per l'avanzata età, logora da tante fatiche, afflitta da tante domestiche cure, e tormentata da spasimosi dolori nelle cosce e nelle gambe, e da uno stravagante male, che gli avea divorato quasi tutto ciò, ch'è al di dentro tra l’osso inferior della testa e ’1 palato, rinunziò affatto agli studi ». 1 Dall’autografo. Ora in Opere, V, p. 1809 n. 2 La lettera fu pubblicata anch'essa dal VILLAROSA, II, 172-3; ora Vico, Opere, V, 192. In questa lettera, è detto che il figliuolo, che si sarebbe dovuto ordinare, era Gennaro. 3 Opere, V, 74, dov'è pure la lettera di N. Corsini. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 215 3. PASSAGGIO DELLA CATTEDRA DEL VICO AL FIGLIO E MORTE DEL FILOSOFO Il buon Gennaro continuò con amore gli studi sotto la direzione paterna !, e pensò a farsi la sua strada col la- voro. E ne aveva bisogno. Al padre, con l’età, comin- ciava a pesare indicibilmente quella scuola eterna che era costretto a tenere in casa, per ingrossare un po’ il sottile soldo universitario. Quando partirono quelle sanguisughe degli austriaci, e venne a Napoli Carlo di Borbone, inco- rato forse dal cappellano maggiore Celestino Galiani, il Vico si fece innanzi, chiedendo la carica di regio isto- riografo ?, nel giugno 1734. L'’infante don Carlo, si ricordi, non era entrato in Napoli che il 10 maggio ! Le strettezze del Vico dovevano essere grandi. L’animo amico del Galiani si scorge da questa consulta, ancora inedita, mandata al Montealegre: Illustrissimo Signore, Con riveritissimo biglietto di V. S. Illma dei 30 del caduto mese ho ricevuto i supremi veneratissimi comandi di S. M., che Iddio guardi, di riferire sopra un memoriale presentato alla M. S. da Gio. Battista Vico, lettore di Rettorica in questa Regia Uni- versità; in cui, dopo avere esposte le sue dotte fatiche letterarie, I Vedi VILLAROSA, Ritratti poetici, ed. 1842, pp. 61-62. 2 La supplica del Vico è passata nella Raccolta degli autografi di scienziati ed artisti, esposta nel Museo dell'Archivio di Stato di Napoli, insieme con la relazione inedita del Galiani, che io pubblico. Una copia di entrambe è nel vol. XIV, incartamento 13, delle Scritture diverse raccolte dalle Segreterie di Stato di Acton. La supplica del Vico fu pubblicata, il 19 aprile 1885, nella Napoli letteraria, giornale della domenica, a. II, n. 16. Devo alla cortesia dell’egregio prof. N. BARONE se ho potuto rintracciare nell'Archivio di Stato i documenti inediti su G. B. e Gennaro Vico, di cui mi servo in questo lavoro. 2106 STUDI VICHIANI supplica S. M. della carica di suo Istoriografo; acciocché possa coronar i suoi studj col mandare alla posterità le gloriosissime gesta della M. S. Su di ciò con tutto il maggiore ossequio debbo riferire a V. S. Ill.ma, esser più che vero quanto il suddetto Vico espone delle sue opere date alla luce. Egli è certamente uno de’ primi lette- rati d’ Italia, e singolarissimo ornamento di questa Regia Uni- versità, a cui colle sue dotte fatiche è stato di grand’onore. Î: pur vero, ch'egli sia il decoro di tutt’i lettori della mede- sima Università, ed insieme poverissimo, non rendendogli più la sua cattedra, dopo il lungo corso di tanti anni che serve il pubblico, che cento ducati l’anno, oltre a pochi altri ducati, che ricava dalle fedi, che fa per gli studenti che dagli studi di lettere umane passano a quei delle leggi; e trovandosi carico di famiglia, trovasi certamente in grande miseria, dalla quale recargli qualche sollievo in questi ultimi periodi della sua vita sarebbe cosa de- gnissima della somma regal clemenza e carità della M. S. Qui finora non vi è stato l’impiego d’ Istoriografo. Ma ora che ’1 Signore Iddio ha fatto a questo Regno il tanto desiderato beneficio di concedergli un proprio Re, che qui risegga, nella maniera che praticasi negli altri stati ben regolati, un tal impiego vi vorrebbe; e il detto Vico certamente sarebbe abilissimo ad esercitarlo con tutto il maggior decoro ed applauso che potesse desiderarsi 1, E sottoponendo tutto all’alta comprensione della M. S., con tutta osservanza resto Di V. S. IllLlma Napoli, 5 luglio 1734 Dev.mo ed obl.mo servidore C. Arcivescovo di Tessalonica Cappellano Maggiore. I Nella minuta di questa consulta (Arch. Sta. Napoli, Relaz. del Cappellano Magg., vol. 6°, dal giugno 1732 all'agosto 1735) sono, dopo questo punto, cancellate le parole seguenti: « Quando poi piacesse al Regal animo di S. M. onorare e consolare un vecchio di tanto merito, coll'appoggiargli la suddetta carica di suo Istoriografo, per assegnargli una mercede che non fusse di peso al Regio Erario, gli si potrebbe assegnar una pensione ecclesiastica di quella quantità che alla M. S. più piacesse, sopra qualche Vescovato di regia prelazione allora quando ve ne sarà l’apertura ». VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 217 Ma Carlo ebbe da pensare ad altro, allora, che alla nomina del suo istoriografo. Solo il 2 luglio dell’anno seguente, il Montealegre annunziava al Galiani che il re si era degnato onorare G. B. Vico del titolo ed impiego di suo istoriografo. E fu « notizia applauditissima » in Napoli, secondo riscriveva il cappellano maggiore, pronto, il 17 di quello stesso mese, a sollecitare il decreto nei ter- mini più onorevoli per il vecchio Vico 1. E il 22 luglio, finalmente, quel ministro comunicava al filosofo la sua nomina, e l’assegno di otros cien ducados =. Meschino soldo anche questo. Comunque, aggiunto a quello che il Vico percepiva da 38 anni, lo raddoppiava. Né qui si arrestarono le premure di Celestino Galiani. Il 26 luglio, cioè dopo quattro giorni che il Vico ebbe notizia del raddoppiamento del suo soldo, fu nominata una commissione, già sollecitata dal Galiani stesso, incaricata di proporre le riforme possibili per un migliore assetto dell'organico dell’ Università. La commissione, a capo della quale fu il Galiani, si riunì alla presenza del segretario di Stato, marchese di Montealegre, e del Tanucci; e il 9 ottobre 1735 presentò la sua Relazione per la riforma dell’ Università. In essa, la cattedra del Vico non era dimenticata: « Dell’ Elo- quenza latina col soldo di ducati 100. Si esercita dal dottor Giambattista Vico, Istoriografo della M. V.; secondo la nuova pianta, avrà di dote ducati 200 ». Il 2 novembre successivo, il re approvava questa parte delle proposte; la quale era stata particolarmente raccomandata da Bernardo Tanucci, nel suo parere sui lavori della commis- I Questo doc., da una copia esistente nella biblioteca della Società nap. di storia patria, è stato pubblicato da M. ScHIPA, Carlo di Bor- bone, pp. 739-40; e dal Croce, Bibliogr., p. 85-6. è Pubblicata la prima volta dal VILLAROSA, nelle sue aggiunte alla Vita del Vico, Opuscoli, I, 163: quindi ristampata in tutte le edizioni della Vita. 218 STUDI VICHIANI sione del 17 ottobre *. Il Tanucci anzi avrebbe voluto che, in riguardo della persona « por el merito, por la necesidad y honrra de istorico R.° que tiene Juan B.à de Vico..... a lo menos se le deviesen asignar otros cientos » ?. Non si volle confuso il valore della cattedra con quello del cattedratico ! Ad ogni modo, erano altri 100 ducati: non aveva mai sperato tanto il Vico dalla sua misera cattedra quadriennale. Ma don Giambattista non reggeva più alla fatica del- l’ insegnamento. Gennaro, non saprei dire se dottorato in legge, frequentava la Vicaria, e cercava anche lui di fare un po’ di quattrini, come avvocato. E il padre, che gli aveva insegnato con tanta cura il latino, e fatto leggere gli scrittori, cominciò anche a farsi aiutare da lui; dap- prima, forse, nel solo insegnamento privato. Giacché, com’ ho accennato, il Vico aveva sempre tenuto in casa una scuola di eloquenza e lettere latine 3, frequentata dai figli dei «più scelti gentiluomini della Capitale ». E uno scolaro del Vico ci dice che egli «in casa abbassavasi fino a spiegar Plauto, Terenzio e Tacito. Conservava nondimeno in questa stessa sua umiliazione tutta la grandezza del proprio carattere. Erano da lui, come di passaggio, avvertiti i mezzi della lingua, le or gini e proprietà delle voci, la bellezza e signoria delle espres- sioni. Ma, nell’affacciarsi alla sua mente le immagini delle nostre passioni, a miracolo dipinte in Plauto e Terenzio, I Vedi detta Relazione, £.0 196: Arch. Sta. Nap., Scritture diverse della cappellania maggiore, vol. 34. Di questa relazione e dell'esito che ebbe, rese conto sommario il prof. F. AMoDbEO, Le riforme universitarie di Carlo III e Ferd. IV Borbone, negli Atti dell’Acc. Pont., serie 22, vol. VII, 1902, pp. Ir sgg. 2 Al soldo della cattedra si riferisce infatti l'estratto di questa relaz. del Tanucci, copiato, a quel che pare, da F. Daniele e pubbl. dallo ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 740, n. 3 e dal CROCE, Bibl., p. 86. I « doscientos ducados », che sembravan focos al Tanucci, erano pro- prio quelli proposti per la cattedra di eloquenza. 3 VILLAROSA, nelle sue Aggiunte alla Vita del Vico. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 219 penetrando egli ne’ più segreti recessi del nostro cuore, intrattenevasi lungamente a scoprire le sorgenti delle umane azioni: e quindi, scorrendo di dovere in dovere, secondo le varie relazioni che noi abbiamo con Dio, con noi medesimi e cogli altri uomini, passava a descrivere le prime linee della moral filosofia e del diritto universal delle genti, condotte poscia a maggior lume e dimostrate in pratica sulle acutissime riflessioni di Tacito » !. In questa scuola privata, Gennaro dovette fare le sue prime prove d’insegnante, sotto la guida del padre. Ma le condizioni di questo s’aggravavano sempre più; e già non si sentiva la forza di trascinarsi fino all’università, per le sue lezioni ordinarie. Il 1° settembre 1736, un suo entusiasta ammiratore, professore di metafisica a Padova, il domenicano Nicola Concina, per notizie avute allora da Napoli (forse da suo fratello Daniele, amico anch'egli del Vico ?), e per quello che doveva avergli detto di sé il Vico stesso, gli scriveva: « Ella si faccia coraggio, e si governi; ed io non mancherò di pregare il Signore che la conservi, e l’invigorisca per suo, e mio, e comune vantaggio del mondo letterato. Mi riverisca quel suo figliuolo, che intendo di essere di una grande espettazione, per cui sento un ardentissimo amore, e gli bramo ogni miglior fortuna » 3. E il Vico gli rispon- deva, il 16 dello stesso mese: « La lode del profitto, che Gennaro mio figliuolo, che umilmente vi inchina, fa negli I SOLLA, Vita di G. B. Vico, in Giorn. arc., 1830, t. XLVIII, p. 95. Per questa scuola privata devono essere state scritte le Ammnotazioni sopra gli Annali di C. Tacito, pubblicate nel 1840, nell’ediz. Jovene delle Opere, IV, 409-418. Ad essa devono anche appartenere la maggior parte dei mss. vichiani posseduti dal sig. Raffaele Mottola, sui quali v. la Rassegna critica d. lett. it, del prof. Pércopo, II, 95; e NICOLINI, Sec. supplem., pp. 42, 85-93. 2 Cfr. il brano di lett. di Nicola a Daniele, pubbl. da B. CROCE, Bibl., 107-8; e ora in Opere, V, 218-3. 3 In VILLAROSA, II, 274, e nelle raccolte posteriori. 220 STUDI VICHIANI studi migliori, la qual scrive esserle con piacere giunta all’orecchia, e l’amore che gentilmente perciò gli portate, gli sono forti stimoli a più vigorosamente correre la strada della virtù » !. Questa voce giunta fino a Venezia, dove, in quei mesi, trovavasi il Concina, doveva esser nata dall’approvazione generalmente incontrata da Gennaro quell’anno, per aver cominciato a sostituire felicemente il padre nella cattedra di rettorica, con gran compiacimento di quanti stimavano e amavano il Vico, e gli desideravano pace all’età stanca. Gennaro, quell’anno, cominciò infatti il suo insegnamento universitario, come sostituto del padre; e divenne poi il titolare della cattedra, che conservò, vedremo, fino al 1805. Ma ecco come, in una supplica indirizzata a Ferdi- nando IV, al principio del 1797, lo stesso Gennaro ricor- dava da vecchio l’ inizio del suo insegnamento. Nelle sue parole trema ancora la commozione che il giovane provò, nel ’36, a prendere il posto del padre e maestro venerato: S. R. M. Signore, Gennaro Vico, pubblico professor di rettorica nella Vostra Regia Università de’ studj di Napoli, prostrato a’ piedi del Vo- stro Real Trono, umilmente l’espone, come finora ha avuta la gloria d’aver servito la M. V. ben sessant’anni, lungo corso della vita d’un uomo, che è quanto dire fin da che la M. V. era nel seno dell’ Eternità; onde ora è il Decano dell’ Università. Poiché Gio. Battista Vico, suo padre, mancando di giorno in giorno per le sofferte lunghe fatighe del tavolino, tarlo potentissimo a rodere insensibilmente la salute del corpo; al che si aggiungeva, che a misura che le forze del corpo gli s’ indebolivano, del pari l'abbandonava il vigor della mente, logorata dalle continue pro- fonde meditazioni, il supplicante, mal soffrendo di vederlo con tanto stento trascinarsi per andar a far lezione, d’ inverno, in I In VILLAROSA, II, 210, e nelle raccolte posteriori. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 221 tanta distanza, gliene dimezzò la fatiga con incaricarsi prima della dettatura, perché, quando poteva, venisse Egli a farne la spiega. Un giorno, mentre dettava, vennegli talento, per libe- rarnelo intieramente, di avventurarne anche la spiegazione; Dio sa con qual ribrezzo e palpitazione; e Dio gliela benedisse. Bastogli questo primo cimento, che gli era stato il più difficile e pericoloso, che tornato in casa disse a suo padre, che avesse pensato solamente a tirar avanti la sua vita, e a non più imba- razzarsi della lezione; narrandogli il tentativo fatto, e quanto gli era riuscito felice. Andò a darne parte a Monsignor Galiani, allora Cappellano Maggiore, il quale dimostronne sommo piacere, e d'allora cominciò, forse per ciò che disegnava, a non far passar quasi settimana che non venisse a sentirlo per la spiega in latino, com’ è costume: e per maggiormente esporlo, gli diede l’ incarico di far l’Orazione per l’apertura de’ studj. Finalmente, dopo d’aver servito per quattro anni da sostituto di suo padre, ne umiliò supplica all’Augustissimo Vostro Genitore di gloriosissima memoria, ed ottenne dalla di Lui Real Clemenza, in virtù di favorevolissima consulta del Cappellano Maggiore, la Cattedra in proprietà nell’anno 1740; la quale di padre in figlio già n’ è scorso un secolo, che per Sovrana Munificenza gode sua casa, avendola detto suo padre ottenuta nel 1696 !. Lasciando passare quest’ultima data, che, in una sup- plica di poco posteriore, lo stesso Gennaro corregge in 1697 (e avrebbe dovuto correggere in 1699), per l’esattezza storica bisogna avvertire due /afsus memoriae, ne’ quali incorre il più che ottuagenario Vico secondo; uno, che la Orazione per l'apertura degli studi, la sua prima Ora- zione, fu letta da lui non prima, ma nello stesso anno in cui ebbe la cattedra in proprietà; e l’altro, che la cat- tedra ei non l’ebbe nel 1740, ma nel gennaio 1741. Ne abbiamo i documenti. Vista la buona prova fatta per quattro anni da Gennaro, e preoccupandosi dello stato di Giambattista, l'ottimo = —.rr__— I Arch. Sta. Napoli, Espedienti di Consiglio, fascio 837, I, 12 di- cembre 1797. Questo non’ è se non un brano, da principio, della istanza, il cui séguito darò innanzi, p. 240. 16 222 STUDI VICHIANI Galiani volle, al principio dell’anno accademico 1740- 1741, regolare e assicurare la condizione del primo nel- l’ Università. Dové esortare il vecchio filosofo a presentare al sovrano la seguente supplica, che ci rimane, autografa, nell’incartamento del relativo espediente di Consiglio: e che io pubblico per la prima volta. È il pietoso testamento del Vico, che chiede di lasciare al figliuolo quella cattedra, che, bene o male, era servita a sostertare la sua famiglia. S. R. M. Signore, Gio. Battista Vico, Historiografo regio, e Professor d’ Elo- quenza ne’ Regj studj, prostrato a’ piedi della M. V., umilmente supplicandola, l’espone come esso da quaranta e più anni ha servito e serve in questa regia Università nella cattedra di Ret- torica, col tenue soldo di cento ducati annui!, co’quali misera- mente ha dovuto sostentar sé, e la sua povera famiglia; e perché ora è giunto in un’età assai avanzata, ed è aggravato, e quasi oppresso da tutti que’ mali, che gli anni, e le continue fatighe sofferte soglion seco portare; e sopra tutto è stretto dalle angustie domestiche, e dalli strapazzi dell’avversa fortuna, da’ quali sempre, ed ora più che mai, troppo crudelmente viene malmenato; quali mali del corpo, accompagnati ed uniti ai più potenti, quali sono quelli dell’animo, l’ hanno reso in uno stato affatto inabile per la vita, non potendo più trascinare il corpo già stanco, e quasi cadente; di maniera che miseramente vive quasi inchiodato in un letto: per la qual cosa si è venuto nella necessità di sostituire in suo luogo interinamente nella Cattedra della Rettorica un suo figliuolo, per nome Gennaro, il quale da più anni s’ ha indos- sato il peso di questa carica, ed in essa se ne disimpegna con qualche soddisfazione del pubblico, e della gioventù; del che ne può essere bastante pruova il mantenersi l’ istessa udienza, e l’ istesso concorso di giovani, che esso supplicante soleva avere; e perché esso già si vede in età cadente, e dall’angustie presenti nelle quali esso ed i suoi vivono, ne considera e prevede le mag- —— cm. I Il Vico qui ricorda lo stipendio goduto per 38 dei suoi 43 ann di servizio. VI. IL FIGLIO DIG. B. VICO 223 giori, nelle quali la sua povera famiglia dovrà cadere cessando esso di vivere: laonde supplica umilmente la Vostra Real Cle- menza a volersi degnare con suo real ordine di conferire la futura sostituzione proprietaria della mentovata Cattedra di Rettorica in persona di detto suo figliuolo, acciocché la sua famiglia, dopo la sua mancanza, possa almeno avere un qualche ricovero, donde in qualche maniera tener da sé lontana una brutta e vergognosa povertà, nella quale certamente andrà a cadere; e lo riceverà dalla Vostra Real Munificenza a grazia ut Deus 4. Dal 1737 ministro dell’ecclesiastico era quel Gaetano Maria Brancone, persona dottissima, al dire dei contem- poranei 2, che già abbiamo incontrato in relazioni lette- rarie col Vico. Il quale, nel 1735, nella raccolta per le nozze di don Raimondo de Sangro, principe di Sansevero, con donna Carlotta Gaetani di Laurenzana, indirizzò a lui un sonetto, in cui malinconicamente gli diceva: Né corone, né ostro, o gemme ed auro Giamai mi ponno, o mio Brancon gentile, Rimenare il mio già caduto aprile; Né qual serpe di nuovo al sol m’ innauro; Da la tremante man cade lo stile, E de’ pensier si è chiuso il mio tesauro 3. Il Brancone conosceva, dunque da vicino lo stato del Vico. E appena avuta la supplica. si affrettò a trasmet- terla, per la consulta, al Galiani con questo decreto 4: Ill.mo Signore, Haviendo recurrido al Rey con el memorial incluso Juan Bap.ta de Vico haciendo instancia que en remuneracién de sus I Arch. Sta. Napoli. R. segreteria dell’ecclesiastico. Espedienti di Consiglio, gennaio 1741, fascio 42: Cautelas de la semana de 8 por todo los 14 de Enero de 1741. ? ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 360. 3 Opere, V, 326. 4 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 36 (nov. 1740-genn. 1741), C. 194 b. 224 STUDI VICHIANI largos y sefialados servicios se digne conferir 4 Genaro su hijo la Cathedra de Rectoria (sic) que està exerciendo con la apro- baci6n que es notoria por la indisposiciòén del suplicante, me ha ordenado S. M. remitirlo à Usted para que informe con lo que se le ofreciere y pareciere; D. G. Nap. a 31 de dic.re 1740. G. M. B. Il Galiani intanto era dovuto tornare a Roma per le trattative del Concordato, che indi a poco si conchiuse. Ma, dopo soli sei giorni dal decreto del Brancone, scriveva e spediva la seguente consulta, nobilissima per le cose che dice, e pel modo: S. R. M. Si è servita V. M. con lettera della Segreteria di Stato per gli affari ecclesiastici dei 31 del caduto mese rimettermi un memo- riale di Giambattista di Vico, regio istoriografo, e professor d’elo- quenza ne’ regj studj: nel quale, dopo aver esposto il suo lungo servizio renduto a’ regj studj per lo spazio di quaranta anni coll’annuo soldo di soli cento ducati, fin a tanto che la sovrana clemenza di V. M. gliel'accrebbe fino a dugento; e le angustie della sua povera famiglia, ch’egli prevede assai maggiori colla sua morte non molto lontana, attesa la sua età troppo avanzata, e le malattie del corpo, che soffrisce; supplica la M. V. che con suo regal chirografo voglia degnarsi conferire in proprietà a Gennaro suo figliuolo la cattedra d’eloquenza, che egli, facendo le veci d’esso supplicante, esercita da qualche anno a questa parte. . Non vi è dubbio, S. M., che il supplicante Giambattista di Vico è benemerito della Regia Università degli Studj, alla quale egli colle sue dotte fatiche ha fatto molto onore; e perciò richiede la pubblica gratitudine, che gli si abbia qualche riguardo. Il sud- detto suo figliuolo Gennaro è giovine d’abilità, e nell’esercizio della detta cattedra incontra certamente tutto l'applauso. Solo mi dà fastidio, ch’egli nell’ istesso tempo pensi applicarsi al foro, perché il dover frequentare la Vicaria, che richiede certamente tutto l’uomo, e fare il professore in una cattedra d’eloquenza, che richiede profondo studio degli autori greci e latini de’ mi- gliori tempi; sono due mestieri, che insieme non possono star bene, e per necessità conviene trapazzare o l’uno o l’altro, o pure cn ———_— mt — = ur € ev — _— pr ne VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 225 amendue. Quindi sarei di parere, quando non sembri altrimenti al purgatissimo giudizio della M. V., che potesse il supplicante Tendersi consolato, ogni qualunque volta però si fusse certo, che il suo figliuolo, lasciate da parte le occupazioni forensi, fusse Per voltar tutto l’animo suo agli studj di eloquenza, ed a quei, Che sono necessarj per riuscir eccellente in tal non facile e sti- matissima professione. Che è quanto su di ciò ho stimato dover sottoporre alla sovrana comprensione della M. V. La Sagra Regal Persona il Sig.r Iddio sempre più prosperìi e conservi. Roma, 6 gennaio 1741. Umilissimo Vassallo e Cappellano C. Galliano Arciv.o di Tessalonica 1. Non era giunta da Roma questa consulta, che il Bran- cone portò, il 12 gennaio, la supplica del Vico col parere del Galiani in Consiglio di Stato. E, in quel giorno, solle- citò da Carlo il seguente decreto, che si legge a fianco della relazione della segreteria di Stato al re =: A 12 gennaio 1741. — Nel Consiglio di Stato: Essendo il supplicante benemerito della R. Università degli Studj, alla quale egli colle sue dotte fatiche ha fatto molto onore, ed essendo il suo figliuolo Gennaro giovine di abilità, e nell’eser- cizio della suddetta Cattedra avendo incontrato tutto l'applauso, S. M. si è degnato conferire in proprietà a Gennaro la suddetta Cattedra di Eloquenza, la quale egli ha esercitata facendo le veci di suo Padre da qualche anno a questa parte. Si vede che 11 Brancone non credette necessario assicu- rarsi, prima, che Gennaro averebbe abbandonato il foro. E, quel giorno stesso, poteva far riporre tutto l’incartamento I Nell’ incartamento cit. degli Espedienti di Consiglio: Cautelas de semana 8-14, I, 1741. La minuta di questa consulta è nel vol. 4° delle Relazioni del Cappellano maggiore, dal 6 gennaio al 26 maggio I74I (mandate da Roma alla corte di Napoli). 2 Vedi questa relazione in Appendice I. 226 STUDI VICHIANI con la nota apposta sotto il decreto ora riferito: ex.do en dicho dia a la sec.ria de Hazienda y al M. Capellan M vy. Infatti recano la stessa data, del 12 gennaio, i due seguenti dispacci del Brancone al segretario dell'azienda Giovanni Brancaccio, e all’obispo de Puzol, cioè a Nicola de Rosa, vescovo di Pozzuoli e cappellano maggiore interino, nell’assenza del Galiani. A Brancaccio, Decreto: Precedente suplica que ha hecho al Rey don Juan Bap.ta de Vico Historiografo Regio para que se confiera 4 su hijo Don Ge- naro la Cathedra de Eloquencia en la Universidad de Estudios que posee y presentemente la està exerciendo el mismo, respecto 4 que por le edad muy adelantada en que se halla, y por los muchos achaques que le han sobrevenido, no puede continuar 4 desempefiarla, como por lo pasado, ha venido S. M. en atenci6n 4 ser el suplicante benemerito de la Universidad de los Estudios, 4 la qual con sus doctas obras ha hecho honor, y par consiguiente es capaz de publica gratitud, y assimismo & que su hijo Genaro es de mucha habilidad como lo ha manifestado de algunos afios 4 esta parte en el exercicio de la mencionada Cathedra supliendo las veces de su Padre, en conferir en propiedad por gracia especial al dicho D. Genaro de Vico la citada Cathedra de Eloquencia, con el sueldo que 4 la misma està sefialado, en remuneraci6n de las circunstancias expresadas. Y de Real orden lo prevengo 4 Usted por que por la Secretaria 4 su cargo se dé lo conveniente 4 la Contadoria principal, por que execute el asiento y libra- mento de dicha cathedra y sueldo, 4 favor del citado Genaro de Vico, y que se la satisfaxa, como y quando & los demés cathe- dràticos. D. G. — Pal. à 12 de Enero 1741. G. M. B.!. Al Obispo de Puzol: Ill.mo Sig. Atendiendo el Rey 4 la supplica que le ha hecho D.n Juan Bap.ta de Vico Historiografo Regio, y Cathedratico de la Eloquencia 1 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 36 (novembre 1740-gennaio 1741), carte 131-132 £. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 227 en la Universidad de los Estudios, paraque en resguardo à la edad adelantada que tiene, y a los muchos achaques que le han Sobrevenido, y le impiden de poder continuar 4 esercer la dicha cathedra, como lo ha executado por lo passado con mucho be- Neficio de la misma Universidad y de los Estudiantes, se dignase Conferirla a D.n Genaro su hijo, que la està presentemente de- sempefiando con publica satisfaciòn; i teniendo su Mag.d al mismo tiempo consideracibn 4 que el suplicante es benemerito de la Universidad de los Estudios, 4 la qual con sus doctas obras ha hecho mucho honor, por lo que es capaz de una publica gratitud, y assimismo & que su hijo Don Genaro es de mucha havilidad, como lo ha manifestado de algunos afios à esta parte en el exer- cicio de la mencionada Cathedra, supliendo las vezes de su Padre, se ha dignado por gracia especial conferir en propiedad al referido D.n Genaro de Vico la enunciada cathedra de Eloquencia, con el sueldo que està sefialado 4 la misma en remuneracién de las circunstancias expressadas; i de orden de su Mag.d lo prevengo a Usted, 4 fin que en esta inteligencia disponga su complimiento, pues ya se ha dado lo conveniente 4 la contaduria principal para el asiento de la Cathedra y libramento del sueldo. Dios guarde. Palo 4 12 de Enero 1741 — Ill.mo Sig.r Don Gaetano M.a Brancone !. Questi documenti rettificano le inesattezze in cui in- corse il Villarosa, nel suo racconto di questo passaggio della cattedra dal Vico padre al Vico figlio; dove attri- buisce al proprio congiunto Nicola de Rosa ? il merito di quest’ultimo omaggio reso dallo Stato di Napoli alla glo- riosa vecchiezza di G. B. Vico. Dev’essere poi del Brancaccio questo altro dispaccio, di cui ho trovato copia a capo dei pagamenti del soldo di ducati 200, per rate quadrimestrali, a Gennaro Vico dal 1752 in poi, in un Ordinario della Scrivania di razione: 1 Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. cit., cc. 128 b-129 bd. 2 Nelle Aggiunte alla vita del Vico, Opusc., I, 164 (ora Opere, V, 81) e nella Prefaz. allo stesso vol. p. xv. Secondo il VILLAROSA, il vescovo di Pozzuoli avrebbe riferito al re sull’ istanza del Vico padre. 228 STUDI VICHIANI Su Magestad con Real orden 4 12 de Henero de 1741, compa- decido de los muchos achaques y aîios que tiene Don Juan Bap.ta de Vico Historiografo Regio, por cuyos motivos suplicé a su Real piedad se dignase conferir à Don Genaro de Vico su hijo la citada cathedra de la Universidad de los estudios que sirve de algunos afios 4 esta parte por sus indisposiciones, vino en conceder por gracia especial la mencionada Cathedra 4 Don Genaro de Vico, en atencion 4 su abilidad, y al mucho honor y credito con que la desempena y a los particulares meritos de su Padre y mandé se le considerasse y pagasse el sueldo que le correspondia desde el mismo dia 12 de Henero de 1741, en adelante al mismo tiempo que 4 los demas cathedraticos. Nell’ Ordinario segue la nota: cuya gracia fué con- firmada con otra Real Orden de S.M. de 18 de sept.re de 1745 *; cioè, dopo la morte del padre, e in perpetuo. — Quando si diffuse la notizia, nel gennaio 1741, fu anch'essa « applauditissima » per Napoli. Francesco Serao scrisse al venerando filosofo, congratulandosi vivamente che fosse toccato a un napoletano la lode di aver promosso sì nobile e liberale provvedimento, qual era la promozione di Gennaro iuvenis doctrinae probitatisque laude florentis- simi: e pensava che fosse dovuta al Vescovo di Pozzuoli o al Brancaccio, o ad entrambi. « Ego, soggiungeva, qui unus e multis, sed minime vulgari aut tralaticio animo, familiae tuae decora atque commoda prosequor, nullum finem faciam plausu ac praedicatione tam illustre facinus concelebrandi : tum animus est collegas lectissimos exci- tandi, ut de gratiarum actione, tamquam pro publico 1 Scrivania di vazione. Ordinario I: Lettori pubblici 1754-1805, vol. 32, c. 23. In questa carta e nella successiva sono segnati tutti i pagamenti fatti a Gennaro Vico dal 1° dic. 1752 al 5 aprile 1783. A c. 134, ricomincia la nota dei pagamenti al medesimo dal 6 giugno 1783 al 2 giugno 1797. A pie’ del doc. riferito nel testo, è avvertito che il real ordine del 1741 acompafia el Pliego de la fué Contadoria Principal del mismo (G. Vico); e la conferma del 1745 acompaòia el Pliego de D.n Blas Troise, ossia il Dispaccio del 18 settembre 1745 firmato dal Brancone, che ricorderò più innanzi. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 229 ‘ngentique beneficio, ad supremos aulae proceres habenda, cogutent. Nihil profecto aequius ; nihil universae scholae honorificentius fortasse et fructuosius fuerit » 3. Tra le carte di Gennaro si trova anche l’orazione che egli lesse nell’occasione dell'apertura degli studi, il primo anno che ebbe da titolare la cattedra che era stata del padre. Trattò questo tema: Sola efficax voluntas littera- rum studiosam iuventutem perquam doctissimam efficere dotest. Giova qui riferirne l’esordio: Cum ego die multumque mecum animo volutassem quam difficile sit ex hoc loco ad dicendum amplissimo verba facere, in quem nihil nisi ingenio elaboratum et industria perfectum et perpolitum adferri oportere comperio; dicendum est enim in hoc tam frequenti consessu tot doctissimis Antecessoribus, am- plissimis patribus, lectissimisgue Auditoribus referto et constipato, magis magisque huius diei subeundum periculum animus de- spondebat, cum me et dicendi rudem et rerum omnium impe- ritum ac pene hospitem, et meas infirmas vires huic tanto oneri, quod suscipiendum aggredior, omnino impares reputarem; nam cum id diu usquequaque versassem, humeros meos prorsus per- ferre non posse intelligebam: ad haec et summus timor, pudorque meus et vestra dignitas me quoque ab incoepto deterrebat. His tot tantisque difficultatibus jactato, quae me ab hoc optatissimo laudis aditu prohibebant, occurrebat pietatis erga optime de me meritum patrem officium; quum eum conspicerem senio malisque pene absumptum, curis confectum, et adversa fortuna usque vexatum et nunc quam maxime saeviente, corpus vix ac ne vix quidem trahere, aequum esse duxi me labentem iam aetatem ejus aliqua ex parte substentare; atque ita quodammodo in animum induxi meum ejus vices, quamquam deterrima comparatione, explere; etenim erga patrem officium praetendendo, me facile temeritatis vitium effugere posse, eaque pietatis professione, si non aliqua laude, at certe excusatione dignum fore arbitratus sum. Cum tandem aliquando me recreavit refecitque Munificentissimi et Sapientissimi Regis nostri consilium, quo me in ordinarium 1 Lett. pubbl. da B. Croce, nella Bib/., p. 109; e poi in Opere, V, 256-7. 230 STUDI VICHIANI Antecessorum numero referri placuit 1; cum enim me hoc tanto tamque praeclaro munere, nullo ingenii mei periculo facto, di- gnum et parem censuisset, ejus sacratissimam mentem, qua hoc pene immensum civile corpus informat et inspirat, et cuncta ratione et consilio recte atque ordine regit et moderatur, plus vidisse, et meas ingenii vires, quas ego in me non sentirem melius perlustrasse et penitius introspexisse putavi; quapropter auctus animo, Augustissimi Principis praesertim judicio, quod mihi maximum adversus obtrectatores propugnaculum esse poterit, hoc mihi impositum onus alacri animo suscipiendum potius, quam deponendum censui. Il manoscritto fu riveduto dal padre, che segnò qua e là, in margine, qualche parola da aggiungere. Così, a un certo punto, Gennaro diceva: « Nulla animi affectio homi- nis tam propria, quam curiositas, quae mihil aliud est, quam veri quaedam investigandi cupiditas, qua cuncti rerum caussas rimando veram rerum scientiam prosequun- tur ». E il padre aggiungeva al margine un fiore poetico: «unde, Felix qui potuit rerum cognoscere caussas ! ». E già, col consiglio del padre e sulle orme di consimili orazioni di lui, Gennaro aveva dovuto scrivere questa sua. Si scoprono, in fatti, in più luoghi i soliti pensieri, i soliti movimenti oratorii di Giambattista. Gennaro dice ai giovani: « Ne desides et inertes supina vota concipiatis, ut vobis in sinu de coleo decidat sapientia .... Neve impe- ritum hominum vulgus imitemini, qui ventri et somno dediti, et rei familiari solum intenti, id tantum ab hac publica sapientia mutuari oportere arbitrantur, quantum rebus bene în vita gerendis sufficere possit ». E il padre, I Queste parole non potevano essere scritte prima del 12 gen- naio 1741. Ma l’ Orazione doveva già essere preparata dalla metà di dicembre, perché in un angolo dell’ultima pagina (che fa da copertina al ms.), si legge, della mano stessa di Gennaro, una fede di studi in data « Neap. X Kal. Januari Anno MDCCXLI » (23 dicembre 1740). Il che significa che il Brancone e il Galiani avevano già assicurato l'esito della supplica al Vico. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 231 nella solenne Orazione De mente heroica (1732) aveva detto, con ispirazione bensì molto più alta: « Ne supina vota concipiatis, ut dormientibus vobis in sinum de coelo cadat sapientia, eius efficaci desiderio commoveamini, improbo, invictoque labore facite vestri pericula, quid pos- sitis .... vestras mentes excutite; et incalescite Deo, quo Dleni estis ». Gennaro, dunque, consolò gli anni estremi del padre, che morì il 23! gennaio 1744. Ma Gennaro solo nel 1789 ? poté fargli murare nella chiesa dei Gerolamini, in cui era stato seppellito, una modesta lapide, che rammenta con quello del padre il nome della madre — coniuge lectissima. Buon figliuolo ! 1 Per la data del giorno v. Croce, in Vico, Opere, V, 124. 2 Non 1799, come dice, credo erroneamente, A. RANIERI, Scritti vari, Napoli, Morano, 1879, I, 144; cfr. VIiLLAROSA, Aggiunte, in Opusc., I, 167-8. Tra le lettere di P. Napoli-Signorelli pubblicate da C. G. MININNI nel suo vol. P. N.-S., vita, opere, tempi, amici, con lett. e docc., Città di Castello, Lapi, 1914, ce n’è una (p. 456) ad Agostino Gervasio, al quale il N.-S. invia « due iscrizioni di Gennaro Vico per suo Padre » che aveva trovate tra le proprie carte. 232 STUDI VICHIANI 4. LA CARRIERA ACCADEMICA DI GENNARO VICO Il padre morì, come è pur noto, nella casa sui Gradini a Santi Apostoli. E qui ancora abitava Gennaro nel 1768 1. Qui continuò egli la quieta vita del padre, tra l’università, gli studi, la conversazione dei signori e dei dotti. Gennaro non si elevò mai alle speculazioni di Giambattista, ma seguì l’indirizzo umanistico e rettorico degli studi paterni. Continuò, insomma, la men difficile tradizione domestica. Non scrisse versi; ma compose più epigrafi del padre e studiò con pari amore le più leggiadre eleganze della lingua latina. Dev’essere stato un ottimo insegnante della sua materia; e le idee didattiche accennate nelle sue Orazioni inaugurali, che ci sono giunte, confermano tale giudizio. Ebbe anche dottrina classica e acume non volgari: ma fu modestissimo, e il suo titolo maggiore restò sempre quello di essere figliuolo di Gian Battista Vico. Né egli avrebbe ambito di più, conscio, benché confusamente, della paterna grandezza. Nel 1756, lesse per l'apertura degli studi un’ Orazione sul tema: Dissidium linguae ab animo factum praecipuum corruptae eloquentiae causam fuisse. E, sul principio di questa, accenna a un’altra Orazione, letta fere multis abhinc annis, nella quale aveva indagato quidnam esset, quod plures omnibus in artibus, quam in dicendo admaira- biles extitissent. Ma questa non si trova tra le sue carte. Una quarta volta, a nostra notizia, gli spettò di leg- gere l’ Orazione inaugurale, e fu al principio dell’anno I In una copia d’una Orazione per le nozze di Ferdinando IV (1768) trovo segnato l’ indirizzo di Gennaro così: « A S. Apostolo il Signor D. Gennaro Vico. — Attaccato alla porteria ». VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 233 scolastico 1774, il 13 novembre; e trattò un tema molto affine a quello della prima Orazione: Optima studendi ratio ab ipso studio petenda. Ma, qualche anno prima, il 5 novembre 1768, ebbe a parlare in occasione più so- lenne alla gioventù studiosa: In regiis Ferdinandi IV Neap. ac Sicil. Regis et Mariae Carolinae Austriae nupius. E queste due Orazioni die’ alle stampe in un nitido volu- metto nel 1775, amicis summo opere adnitentibus, siccome attesta, nel suo parere, il revisore civile 1, E veramente in quelle occasioni il buon Gennaro sì fece onore. Lo stesso revisore ricorda che le due Orazioni erano state lette tota ltteratorum plaudente cavea ; e, per conto suo, — era un professore di teologia, — ne giudicava così: « In e:s tantum nitoris ac dignitatis, totque Latialis eloquir veneres ubique emicant, ut cas numquam satis laudare quiverim, mihi si linguae centum sint, oraque centum. Sane parentem ejus doctissimum, Jo. Baptistam Vicum, immortalis me- moriae virum, latine loquentem audire jam videor. Adeo verum plerumque illud est : « Fortes creantur fortibus et bonis » 2. Il Decreto reale, già ricordato, del 18 settembre 1745, aveva stabilito la dotazione fissa di ciascuna cattedra, lasciando quella di eloquenza latina con 200 ducati 3. I L'opuscolo ha questo frontespizio: In regiis Ferdinandi IV. Neap. ac Sicil. regis et Mariae Carolinae Austriae oratio a JANUARIO Vico Regio Eloquentiae Professore, ad studiosam Juventutem in R. Neapolitana Academia solemniter habita Non. Novemb. Anni MDCCLXVIII. Ma l’ Orazione per le regie nozze va da p. WI a p. LI; e da p. LI a p. LXXXII segue l’ Optima studendi ratio ab ipso studio petenda, ad studiosam juventutem habita Id. Novembr. MDCCLXAXIV. La data di pubblicazione risulta dall'ordine dell’ imprimatur (p. LxxxIv), in data 29 settembre 1775. i 2 Il parere di questo revisore, p. Felice Cappiello, reca la data del 30 agosto 1775. 3 Vedi il Dispaccio del Brancone nel Cod. delle leggi del Regno di Napoli di AL. DE SaRIS, Napoli, 1796, lib. X, tit. IV, pp. 41-42. Ma 234 STUDI VICHIANI Ma, nel 1777, il marchese della Sambuca elevò la dota- zione complessiva dell’ Università da ‘7000, qual’era rimasta fin dal ’45, a duc. 12613,99. Si accrebbero quindi gli stipendi dei professori. E della cattedra di Gennaro, chiamata ora di Rettorica e poetica, nel nuovo piano che 11 marchese della Sambuca comunicò al ministro dell’eccle- siastico con dispaccio del 26 settembre 1777 !, è detto: «Questa Cattedra nella Università gode ora ducati 200, insegnando sette mesi dell’anno la sola Rettorica. Si accresce fino a ducati 300, con l'obbligo però d’insegnare per tutto l’anno, a riserva del mese di ottobre, anche la Poetica » =. Fu duro a Gennaro Vico, passati i 62 anni, restare a insegnare tutta l’estate, rinunziando per quel- l'aumento di soldo, a tre mesi di vacanza 3! Ce lo farà dire egli stesso, tra poco, in una relazione del Cappellano maggiore su certa sua istanza al re, che riporteremo più innanzi. Ma ad alleggerirgli il peso, nel giugno succes- sivo (1778), quando appunto, negli anni precedenti, soleva smettere le sue lezioni, venne a incorarlo un altro segno della regia benevolenza. È noto il dispaccio del marchese della Sambuca del 22 giugno 1778 4, per cui fu creata la RR. Accademia delle il testo originale di esso è tra i Dispacci del GATTA, parte II, t. III, Pp. 449-55. Vi sono stabiliti tutti gli stipendi dei singoli insegnanti, a cominciare da quello di Biagio Troisi di duc. 800. Ivi a p. 454: « Elo- quencia latina que se lee por le Dotor Don Gennaro Vico, dos cientos ducados ». I Vedilo in DE SARIIs, lib. X, tit. IV, pp. 51-3. Cfr. anche AMoDEO (Rif. universitarie, pp. 25, 55) il quale ignora che questi docc. erano stati pubblicati dal De Sariis, fin dal 1796. 2 Il DE SARIS, ha per isbaglio: Pratica. 3 Fino al 1777 il Calendario di Corte chiama la cattedra di G. Vico: Rettorica. In quello del 1777 (p. 68) si comincia a dire: Rettorica e poetica. Non è esatto quel che dice sul proposito l’AMODEO, Riforme, pp. 24-5- 4 Ristampato dal Minieri Riccio, Cenno stor. delle Acc. fiorite nella città di Napoli, in Arch. stor. nap., V (1880), 586-7; ma già pub- blicato dal DE SARIIS, lib. X, tit. VI, p. 55 e insieme cogli Statut dell'Accademia nel t. XIII della Nuova Collez. delle Prammatiche del Regno di Napoli del GiusTINIANI (Napoli, Stamp. Simoniana, 1805), VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 235 scienze e belle lettere. L’ Accademia veniva compartita in quattro classi: due per le scienze, Matematica e Fisica, e due per le lettere: Storia ed erudizione antica e Storia ed erudizione dei mezzi tempi. Si nominava il presidente, il vice-presidente e un segretario per ciascuno dei due rami dell’ Accademia; infine, quattro accademici pensionari (« coll’assegnamento ad ognuno di essi di annui ducati sessanta »), uno per classe: « per la Storia ed erudizione antica, don Gennaro Vico ». Presidente, vice-presidente segretari e questi primi quattro accademici dovevano riunirsi per formare «il piano e le regole dell’ Accademia », proporre « il numerc degli accademici pensionari e onorari, e i soggetti per occuparne le piazze, con riferirsi tutto al Re per la sovrana approvazione ». L’annunzio si dice destasse in Napoli grande entusiasmo, e nessuno pare sì meravigliasse dell’onore segnalato che riceveva Gennaro Vico. Certo, egli doveva essere ben veduto dalla Corte; ma, tra per i suoi meriti personali, e tra per un certo riflesso della gloria paterna, che veniva affermandosi ogni giorno più saldamente, doveva essere stimato ed amato anche dagli studiosi. Gli statuti, a cui lo stesso Gen- naro collaborò, furono approvati dal Re con dispaccio del Beccadelli del 30 settembre di quello stesso anno. PP. 57 S8gg.: pubblicazioni sfuggite, tutte e due al BELTRANI, nella sua memoria, del resto assai diligente, La R. Acc. di Scienze e belle lettere fond. in Napoli nel 1778, negli Atti dell’Accademia Pontaniana vol. XXX. Napoli, 1900; dov’ è detto (p. 62) che il Minieri-Riccio pubblicò il dispaccio 22 giugno 1778. E dalla pubblicazione del Minieri- Riccio il Beltrani non poté intendere il vero carattere del doc., che egli prende per una semplice /ettera del marchese della Sambuca al prin- cipe di Francavilla, maggiordomo reale (p. 3); laddove si tratta d’un regolare dispaccio di segreteria, ossia della ordinaria forma ufficiale onde erano annunziate tutte le determinazioni reali. Su quell’accademia vedere anche F. NICOLINI, in GALIANI, Dialetto napoletano, Napoli, Ricciardi, 1923, Introd., $$ 2, 3. I Sono pubbl., oltre che nel Del de Regimine Studiorum (N. Collez. ecc., t. XIII, pp. 58 sgg.), nel vol. rarissimo: Statuti della R. Acc. delle scienze e delle belle lettere, eretta in Napoli dalla Sovrana Munificenza, Stamp. Reale, 1780. Ivi è anche il lungo elenco dei soci. 236 SIUDI VICHIANI Facevasi obbligo agli accademici pensionari « d’inter- venire a tutte le private e pubbliche assemblee », e di non « allontanarsi dalla capitale, senza averne prima ottenuto in iscritto l'autentica permissione del presidente ». Infine, si stabiliva: «Ogni accademico pensionario sarà nell’ob- bligo indispensabile di comporre in ogni anno una me- moria su quell’argomento, che egli, a propria elezione, scerrà dalla serie degli argomenti dei lavori scientifici an- nuali ». Giacché non era riconosciuto ai singoli soci il diritto di scrivere su qualunque soggetto; ma sì di pre- sentare ogni anno « in iscritto un breve parere sul metodo, sugli argomenti e sulla qualità de’ lavori letterari e scien- tifici, che potrebbero per tutto il resto dell’anno in ogni Classe eseguirsi ». Tutti i pareri poi dovevano essere esa- minati da una «Deputazione di uomini savi e intelli- genti », nominata, per ciascuna classe, dal presidente, che, com'era stato ordinato nel dispaccio del 22 giugno, sarebbe stato sempre il maggiordomo maggiore di S. M. Gennaro fu messo a capo della classe di Erudizione e storia antica, che, nel dispaccio posteriore del 19 gen- naio 1783, fu detta di Alta antichità *. | Nel 1788, uscì il primo ed unico volume degli Atti di quest’ Accademia, contenente gli atti dalla fondazione sino all'anno 1787 =. Non vi è nessuna memoria del Vico 3; ma il segretario, Pietro Napoli-Signorelli, nel Discorso istorico preliminare, esponendo i lavori eseguiti dall’ Acca- i —____— — I In questo dispaccio (MINIERI-Riccio, in Arch. Stor. Nap., V. 587), si ordinava ai pensionari di non astenersi senza il real permesso dal presentare ogni anno una memoria. Non potendo, si domandasse la grazia di passare tra gli onorari. 2 Atti della R. Acc. delle scienze e belle lettere di Napoli, Napoli, Don. Campo, 1788, di pp. XCVIII-374 in -4°, con 18 tavole. 3 Né di altri soci del ramo letterario, salvo una di Dom. Diodati (della 4® classe, Mezzana Antichità), letta nel 1784 e nel 1786: Illu- strazione delle monete che si mominano nelle Costituzioni delle Due Sicili. (pp. 313-370). VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 237 demia in quel primo decennio, ricorda anche la parte di Gennaro: L'eruditissimo accademico pensionario della III classe don Gen- naro Vico, degno figliuolo dell’ immortale autore dei Principit di una Scienza Nuova e suo successore nella cattedra di Eloquenza nel Liceo Napolitano, prese in una dissertazione con piena eru- dizione e fina critica ad illustrar Pompei, celebre città della Cam- pania, sepolta da diciassette secoli dalle ceneri del Vesuvio. Non ebbe per oggetto di adornar alcune delle discoperte parti di essa, ma di considerarla col solo lume degli antichi scrittori e di rile- varne le vicende. Saggio e modesto quanto sagace osservatore, lontano da ogni ambizione di produrre cosa nuova in un argo- mento venerabile per la sua antichità, egli conseguì la rara lode di saper raccogliere con giudizio e disporre e combinare insieme con discernimento e dottrina que’ languidi e dispersi barlumi lasciatici dai greci e dai latini intorno a sì famosa città, e di ap- portar somma luce e dar sembianza di novità alle sue erudite ricerche !. E ne riporta un largo sunto ?, compilato con le parole stesse dell’autore, come risulta dal confronto con l’origi- nale manoscritto, conservato tra le carte Villarosa. Codesta memoria il Signorelli assegna agli anni anteriori al 1783, anno dei terremoti delle Calabrie e di Messina, che diedero occasione a speciali indagini e studi dell’ Accademia 3. Un'altra memoria del Vico ricorda poi, letta nel 1787, «sull’antica repubblica di Locri»; e dice che di essa si attendeva la continuazione, per pubblicarla nel volume seguente, che non venne più. Questa memoria era stata preparata da Gennaro con grandissima cura, come appa- risce da molti appunti, che sono tra le sue carte. Dove pure si trova un buon tratto della medesima, col titolo: Dissertazione sull’ origine, dominio, legislazione, governo, 1 Atti pp. LXII sgg. ® Pagg. LXIII-LXX. 3 Vedi su ciò la cit. memoria del BELTRANI. 16 238 STUDI VICHIANI ed uomini illustri della Repubblica di Locri nella Magna Grecia di G. V. — Parte I: Dell’origine della Repubblica di Locri ®. Ma altro dové scrivere per l'Accademia, anche dopo il 1787; e lo stesso Napoli-Signoi:elli, lodando altrove il medico Silvestro Finamore di Lanciano d'una memoria sulle antichità lancianesi mandata all'Accademia in forma d’una serie di questioni, accenna ai «dottissimi giudizi portati su di essa da due nostri valorosi accademici, il giureconsulto Domenico Diodati ed il regio professor di eloquenza Gennaro Vico »; il quale «prende per mano tutti i punti additati nella memoria, e ne illustra buona parte in quanto gli permette quel periodo tenebroso; e certamente il di lui esame merita (se pure torni un tempo che ci si conceda ?) che si renda di pubblica ragione » 3. Quel tempo non tornò più: ma della relazione del Vico sulla memoria del Finamore ci resta una copia di mano del marchese di Villarosa, insieme con una lettera del 22 giugno 1804 del Finamore, che, avuto sentore, per la notizia del Napoli-Signorelli, di quella relazione, e non sperando di vederla presto pubblicata, prega Gennaro Vico, con cui era entrato in relazione epistolare, di voler- gliela comunicare manoscritta *. E altro fors’'anco scrisse, di cui non ci resta notizia, per l'Accademia. Certo, quest'occasione a lavori di erudizione storica troppo tardi sorse nella vita di Gennaro, perché egli fosse ancora in tempo di produrre molti e notevoli frutti. Il suo genere erano sempre state, come vedremo, ora- I Non resta una copia completa, né anche della parte I; invece, della Dissertazione sulla città di Pompei ci sono tre esemplari, fra cui due autografi. ? Per le angustie finanziarie in cui si trovò l'Accademia, vedi BEL- TRANI, La RR. Acc. ecc. 3 P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di Ferdinando IV adombrato în tre volumi, t. I, Napoli, Migliaccio, 1798, p. 381. I Vedila in Appendice I. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 239 zioni ed epigrafi: il suo ideale letterario, l’elegante espres- sione, la frase classica pura: non era andato più oltre. Il suo mondo, sempre, quel circolo chiuso de’ professori e degli eruditi. Tra i ricordi della sua lunga vita neppure un alito di affetti domestici. Si trae un largo respiro, svolgendo le sue carte muffite, quando, finalmente, s'incontra la seguente lettera, che ci dà al viso quasi un soffio d’aria fresca. Una villeggiatura di don Gennaro, forse per una cortesia usatagli dal marchese di Campo- lattaro. Dalla cui villa immagino Gennaro scrivesse alla marchesa: Godo immensamente in sentirvi tutti bene: et infinitamente ringrazio V. S., il Marchesino e don Andrea della memoria, che avete di me; e le dico che desidererei poter meglio meritare le cortesie che ricevo. Quelle pere che le mandai, furono da me raccolte per terra, e come che alla giornata cadono immature, essendone io ora incaricato, voglio che V. E. ed il Marchesino le vedano; ed intanto le mandai, perché le avesse riposte, avendomi detto Giovanni che, accadendo l’ istesso alle sue, egli le ripone perché col tempo vengono alla maturità, sapendo bene che queste pere d’ inverno anche si colgono immature, e si ripongono. Io sempre mi dichiaro non solo pronto, ma anche ambizioso di ricevere l’onore di tutte l’ EE. VV., ma sempre con quella condizione; e desidererei che il Marchesino non misurasse me alla sua misura, e che si facesse carico della gran disparità della condizione e dello stato suo e mio, ed ancora della mia corte compendiosissima; perché una brieve anticipazione porta, che, se non posso far quel che devo, almeno fo quel che posso. Onde tanto Lui quanto V. E. faccino conto di tener qui un fattore di campagna: basta che si diano la pena di mandarmi l’ordine, per far conoscere il piacere di eseguirlo.... Poiché state colla falsa prevenzione che, favorendomi con anticipazione, io mi metta in cerimonie (veramente vi feci truovar archi e trofei!) per toglier ogni briga, e per aver l’onore [dei] vostri favori, fo una solenne dichiarazione, col contentarmi che la medesima sia anche ridotta in forma di pubblico istromento da potermi esser liquidato in ogni corte e foro, rinunciando ex nunc pro hinc ad ogni eccezione, così dilatoria come perentoria 240 STUDI VICHIANI e declinatoria di foro, la quale è del tenore seguente, videlicet: Dichiaro e mi obbligo etiam cum juramento quatenus opus, che, anticipandomi l’avviso de’ vostri favori, io sia tenuto farvi truo- vare non più né meno né altro di quello che è mio ordinario mangiare, intendendosi d’anticipazione a solo fine che non restiamo tutti digiuni !. Intorno al 1790, a cagione di grave infermità soprav- venutagli, Gennaro Vico fu costretto a smettere il suo insegnamento. Non potendo più leggere la memoria d’ob- bligo all'Accademia, perdette, non saprei dir quando, anche quel posto. E si preparò al triste tramonto. Dissi sopra * che, nel 1797, rivolse una supplica a Ferdinando IV, per esporgli il suo misero stato, e chiedere un sussidio. Dopo il tratto già riferito, il vecchio Vico continuava a raccontare di sé: Anni addietro essendoglisi aperto un gran tumor cistico, che da tanti anni aveva alla gola, con un fiume perenne di sangue, che per cinque mesi lo tenne inchiodato in un fondo di letto, disperato da’ medici, il fu don Nicola Frongillo, degnissimo Let- tore dell’ Università, lo curò, ed espressamente gli proibì, che non avesse pensato più a montar sulla Cattedra, perché avrebbe corso evidente pericolo di discenderne morto. Il quale ancor tiene I La lettera nella minuta, da cui la pubblico, non ha né data né intestazione; ma nello stesso foglio, a riscontro della minuta della lettera, sono due abbozzi, pure di mano di Gennaro, della seguente epigrafe: Villam hanc suburbanam breve otii negotiique confinium atîris salubritate laxiorisque amoenitate prospectus facile principem N. Blanch Campilactaris Marchio sibi emptam sibi auctam atque ad ingeniosissimam elegantiam compositam instructamque genio suo comparavit. Mi par ovvio che la epigrafe sia stata composta dove fu scritta la lettera, cioè nella villa Blanch, ora Famiglietti, a Mojarello (Capo- dimonte). 2 Vedi p. 220. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 241I aperto. Nel principio del suo male, per non far mancanza, stabilì per suo Sostituto il Sacerdote secolare don Ignazio Falconieri 1, conosciuto per le sue opere. Lo partecipò tosto a monsignor Cap- pellano Maggiore, per averne il permesso, il quale molto ne com- mendò la scelta; sempre però che la M. V. si degni di confermarla. Ed il medesimo ha continuato con soddisfazione, dovendolo il supplicante mantenere a suo costo, con detrarlo dalle angu- stissime sue finanze, non avendo il suo sostentamento altro ap- poggio, che quello della Vostra Real Munificenza. Continuava, rammentando i favori già ottenuti da’ Borboni, e confidava implorando un generoso sus- sidio dalla munificenza reale. Ma pare che la supplica rimanesse dapprima senza risposta ?. Gli toccò infatti di rinnovare l’istanza, abbre- 1 La Rettorica del Falconieri, pubblicata la prima volta nel 1786, si studiava ancora a tempo del De Sanctis; ne ho visto un'edizione del 1835, e il D’Ayala ne cita la ventisettesima! Vedi La giovinezza di F. de Sanctis, Napoli, Morano, 1899, p. 7. Ignazio Falconieri, fu, com’ è noto, afforcato il 31 ottobre 1799. « Era gran patriota, molto impiegato e stimato nella Repubblica, buon uomo, dotto scrittore di Retorica ». Così D. MARINELLI, Giornali, ed. Fiordelisi, I, 107, dov’è pur riferito il sonetto scritto dal Falconieri pochi giorni prima della sua morte. Nei Calendari di corte, da me veduti, degli anni 1758-1793, 1795-1797. non compare mai il nome del Falconieri come sostituto del Vico. Questi vi figura sempre come insegnante. Doveva perciò essere una sostituzione affatto privata. E chi sa che il modo, in cui fu messo fuori dall’ insegnamento universitario, non sia stato pel Falconieri un motivo personale per fare quel che fece nel 1799, e che è ricordato nella sentenza della Giunta di Stato, pubblicata da A. SANSONE, Gli av- venimenti del 1799 melle Due Sicilie, Nuovi Docc., Palermo, 1901 (Docc. per servire alla Storia di Sicilia, 48 serie, vol. VII), p. 260. Tra le altre colpe addebitategli dalla Giunta vi è anche quella di «aver educato i giovani per la Repubblica ». Fu infatti maestro di Vincenzo Russo: v. B. Croce, La Rivoluzione napoletana del 1799, Bari, La- terza, 1912, p. 87. Commissario per l’organizzazione repubblicana del Volturno, ebbe segretario Vincenzo Cuoco: SANSONE, p. 356 e Ruc- GIERI, Vincenzo Cuoco, studio storico-critico, Rocca S. Casciano, 1903, p. 17. Del Falconieri vedi la vita scritta da M. D’AvALA, Vite degli italiani benemeriti della libertà e della patria uccisi dal carnefice, Roma, 1883, pp. 264-67. Era nato a Lecce nel 1755. Oltre la Rettorica, pubblicò altre opere letterarie, che sono indicate dal D’Ayala. 2 Nell’ incartamento trovasi unito a questa supplica un breve rap- porto della Segreteria, con cui la supplica doveva esser sottomessa nel Consiglio di Stato all’esame reale, e su cui avrebbe dovuto esser segnata la risoluzione del re. Ma di questa non v'è traccia. 242 STUDI VICHIANI viando tutta la parte della prima supplica, che abbiamo riferita: e conservando, nel resto, i termini stessi, che sono i seguenti: .... Ora, essendo giunto all’età di 82 anni, indebolito da tutti que’ mali, che ne sono l’ indispensabile conseguenza; ed am- mirando alla giornata la somma Munificenza della M. V. verso di tutti, per cui tanto si assomiglia al Beneficentissimo Dio, di cui ne sostiene in terra le veci; poiché non v’è chi per qualche suo onesto desiderio venga a ricorrere al Vostro Trono, Fonte inesausto di Beneficenze, che non se ne torni pienamente dis- setato; anzi la M. V. è talmente trasportata da quest’ammirabile Virtù, che spesso ne previene li voti, e ne risparmia le preghiere: come infatti esso supplicante ben due volte l’ ha sperimentato nella sua persona: quando la M. V. instituì la Real Accademia delle Scienze, si degnò destinarlo per direttore dell’Alta Antichità, Greca e Romana, che è uno de’ quattro rami, ne’ quali la Reale Accademia è divisa: dovendo far la scelta de’ Maestri per istruir nelle scienze S. A. R. il principe Ereditario, senza che esso neppur osasse tant’alto, si degnò d’eleggerlo per precettore ne’ studi delle Lettere Umane: il qual invidiabilissimo onore per l’ecce- zione della sua cagionevole salute, per cui doveva spesso, e lungo tempo mancare, non poté conseguire. Or, se cotesto Sacro Fonte basta che sappia su di chi debba diffondersi, che da sé si apre, ed a larga mano versa le sue Beneficenze, come l’ ha ben due volte sperimentato in se stesso, in quanta maggior copia deve spargerlo su di chi vi ricorre portando in mano la chiave delle preghiere ? Due volte, o Sire, in tutta la sua vita esso vi è ricorso: la prima al Trono del Vostro Augustissimo Genitore, e ritornos- sene supra vota pienissimamente soddisfatto; questa è la seconda, al Trono di V. M., che ne siegue gloriosissimamente le tracce, ed implora un generoso sussidio dalla Vostra Real Munificenza, acciocché nella sua cadente età, in cui ha bisogno preciso di qualche comodo maggiore, non abbia da sempre luttare col- l’ indigenza, e colle difficoltà di soddisfarla; e l’avrà a grazia, ut Deus. I In questa seconda istanza corregge l’anno 1696, in cui, la prima volta, aveva detto essere stata conferita la cattedra al padre, in 1697. Questo e gli altri docc. qui appresso riferiti, ove non sia avvertito altrimenti, sono tolti dagli Espedienti di Consiglio, fascio 287, I, 12 di- cembre 1797 (Arch. Sta. Napoli). VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 243 In cima alla nuova supplica dalla Segreteria dell’eccle- slastico fu apposta (forse, in seguito ad ordine reale) la nota seguente: « 25 febbraio 1797. Informi, e manifesti il suo parere ». E, con questa nota, la supplica stessa dové esser trasmessa al cappellano maggiore. Il quale, nella sua consulta, che tardò più mesi, riassunta l’istanza del Vico, aggiungeva: Poiché la M. V. con Real Carta del dì 25 dello scorso Febbraio mi ha comandato, che informi, e manifesti il mio parere, debbo rassegnare alla M. V. che sono veri e noti i lunghissimi servizi prestati per lo corso di un secolo consecutivamente dal padre don Gio. Battista Vico, illustre letterato, e dal figlio supplicante don Gennaro, che ha caminato nelle orme del padre, a questa Regia Università degli Studi, con decoro della medesima, e con profitto della studiosa gioventù. Sono ancora vere le circostanze della cagionevole salute dello stesso supplicante don Gennaro nell’età di anni 82, a cui è giunto, fatigando per lo corso di circa anni 60 in beneficio dello Stato; onde io stimo che merita un tal soggetto gli effetti della Real Munificenza, per i quali possa provvedere ai bisogni della vita; e che a tale oggetto possa de- gnarsi V. M. conferirgli una pensione o sulle rendite delle chiese vacanti, o su di altro fondo che stimi più proprio. Il signore Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la vostra Real Persona = di V. M. = Napoli 6 Maggio 1697 = Umi- lissimo Vassallo = L. Arciv. di Colosso Capp. M. Il ritardo della consulta derivò dal ritiro, accaduto nel corso dell’anno 1797, del cappellano maggiore, monsignor Alberto Capobianco, arcivescovo di Reggio; il quale morì, più che nonagenario, nel febbraio 1798. Il successore nella cappellania maggiore, del quale si ha notizia, è mons. Agostino Gervasio, arcivescovo di Capua, nominato nel dicembre 1797! Interinalmente dovette esserci questo arcivescovo di Colosso, dal maggio, forse, al dicembre. ! Vedi il Catalogo de’ Cappellani Maggiori del Regno di Napoli c de’ confessori delle persone reali [del P. Luici Guarini], Napoli, Coda, 244 STUDI VICHIANI Il 23 maggio, la supplica, con la relazione del cappel- lano, fu presentata al re, che era a Foggia, e dispose che « gli si proponga questo espediente al suo felice ritorno ». Avvenuto il quale, gli fu riproposto, il 12 luglio. E sulla pratica fu scritto: Il Re vuole, che il C. M. indichi gli esempi delle pensioni ac- cordate a’ lettori emeriti dell’ Università degli Studi, e quale sia il soldo, che gode il ricorrente. Questi ordini furono trasmessi al cappellano mag- giore, con dispaccio dell’ecclesiastico del 22 luglio 1797 *. Qual differenza dalla sollecitudine usata nel ’40 e nel ’4I per provvedere alla vecchiaia di Giambattista Vico ! L’arcivescovo rispose, il 12 agosto, con quest'altra relazione al Re: Signore, .... In adempimento del Real comando, le fo presente, riguardo alla prima parte, che la Cattedra di Rettorica è isolata e non ha ascenso alcuno, come alcune delle altre facoltà, che di grado in grado giungono alle primarie. Non vi è esempio di Lettore emerito a cui sieno state accordate pensioni; ma non vi è esempio altresì di Lettore, il quale abbia servito 60 anni, che fa il corso di una lunga vita, con potersi anche considerare, che già sia scorso un secolo che dal padre e dal figlio sia stata occupata senza inter- ruzione la Cattedra di Rettorica nella Regia Università. Riguardo alla seconda parte, debbo rassegnarle che il padre del supplicante don Gio. Battista Vico, il quale illustrò questa Regia Università, sostenne la stessa Cattedra col soldo di soli docati cento: che l’Augusto fu Genitore della M. V. l’accrebbe a docati duecento, e così esso supplicante l’ ha sostenuta, finché la M. V. ordinò che l’ Università degli Studi pubblici passasse 1819, p. 63. Cfr. anche Sulla origine e giurisdizione del Capp. Magg. Cenni di GIR. pi Marzo, Palermo, Morello, 1840, p. 24. Ma questo elenco si arresta a mons. Capobianco. I Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 532, fol. 145 (Arch. Sta. Napoli). VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO. 245 al Salvadore; nel qual passaggio, essendo la sua Cattedra entrata nel ruolo di quelle, che debbono leggere fino alli 28 di Settembre, per tale accrescimento di fatighe gli furono aggiunti altri cento docati. Adunque egli, dopo aver già servito quarant’anni, per avere il soldo di docati trecento che godono anche i lettori più moderni, fu costretto tirare avanti le sue lezioni, in tutta l’està, quando per l’antico piano gli Studi finivano a’ 15 di giugno, ed a dover formare le Istituzioni poetiche, che nel corso dell’està andassero di séguito all’oratorie. Nella istituzione dell’Accademia Reale delle scienze V. M. si degnò eleggere il supplicante per direttore del Ramo dell'Alta antichità colla pensione di docati sessanta, e questa gli è mancata: altri piccioli emolumenti dice di essergli minorati: ed a queste detrazioni si aggiunge che per la sua cadente età dovrà pagare docati 30 annui per lo mantenimento del Sostituto. Quindi egli, per particolari circostanze de’ suoi lunghi servigi, della sua età e della sua salute cagionevole, implora sussidio per lo sostentamento della vita, facendo il conto di essergli mancati da cento venti docati annui. Il signor Iddio conservi lungamente e sempre prosperi la Vostra Sacra R.* Persona. Di V. M. = Napoli 12 agosto 1797 = Umi- lissimo Vassallo = L. Arc. di Colosso Capp. M. Portata di nuovo la pratica nel Consiglio, il 26 ago- sto 1797, da Belvedere, il re ordinò che a Gennaro Vico sì desse «la giubilazione coll’intiero soldo in pensione ed emolumenti, che ha perduti». E il 9 settembre furono spediti da Ferdinando Corradini, segretario dell’ecclesia- stico, i relativi dispacci al cappellano maggiore e al prin- cipe d’ Ischitella, segretario dell’ azienda *. Giubilato il Vico, si ordinò tosto il concorso per la cattedra di rettorica. Ma, per allora, non ebbe effetto. Ecco in proposito una relazione del cappellano maggiore, curioso documento di quel che fosse allora un concorso universitario: ue usata ! Vedili in Appendice I. 240 STUDI VICHIANI Il Sig.r.... Nella Università de’ regi Studi è vacata la cattedra di Ret- torica per la giubilazione da V. M. accordata al vecchio professore don Gennaro di Vico, e si è pure dalla M. V. ordinato di tenersi il concorso per la provvista di tale Cattedra, con doversi prima riferire i nomi, cognomi e patria di coloro, che dopo l’editto si ascrivono per detto concorso. Si è di già affisso l’editto a norma de’ Sovrani ordini; ma, frat- tanto che non si diverrà all’elezione del proprietario professore, manca nella R.® Università la lezione di Rettorica, la quale è necessaria nel corso degli studj, e per la quale mi si fa premura dalla gioventù studiosa. Un de’ concorrenti a detta Cattedra è il Sacerdote don Nicola Ciampitti, napoletano, professore di eloquenza nel Seminario arcivescovile, il quale coll’acclusa sup- plica si è offerto d’ insegnare le Istituzioni Oratorie come sostituto della cattedra medesima sin tanto che si eseguirà l’ordinato con- corso, senza pretendere soldo o riconoscenza veruna, ma sol- tanto per amore del ben pubblico. Ho trovato sode ragioni di accettare questa offerta, perché il Sac. Ciampitti è riputato non solo per l'abilità nella materia, in grado già di Professore, ma è noto eziandio pel costume irreprensibile, e pe’ puri sentimenti morali e di attaccamento al Regio Trono: e perché, senza alcun pregiudizio e interesse della R.8 Università, si provvede al bene pubblico, col non far mancare né anche per brieve tempo una lezione necessaria alla gioventù studiosa. Tutto ciò sommetto alla intelligenza di V. M.; affinché, se altrimenti non istimi, possa degnarsi approvare che il Sac. don Nic- cola Ciampitti insegni le Istituzioni Oratorie nella Cattedra di Rettorica della Università dei Regi studi, sin a che non sia prov- vista del professore in esito dell’ordinato concorso, in qualità di sostituto, e senza poter pretendere né soldo, né riconoscenza veruna. Il Sig.r.... 18 novembre 1797 !. A Gennaro Vico però dispiacque la giubilazione, e più una notevole perdita che l'abbandono della cattedra e la trasformazione del soldo in pensione gli avrebbe arre- cata. Presentò nell'ottobre un altro ricorso. Il quale, I Relazioni del Cappellano maggiore, vol. 78 duplicato, ottobre- decembre 1797. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 247 deferito al re, non ebbe se non questa dura risposta, segnata in margine alla pratica: Da Portici li 21 ottobre 1797. Il re è fermo nella presa riso- luzione. Ma il Vico non si perdé d’animo, e rinnovò il ricorso, con lievi mutamenti di forma. Riferisco questo secondo: Ss. R. M. Signore, Gennaro Vico, pubblico professor di KRettorica nella Vostra Regia Università de’ Studi, prostrato a’ piedi del Real Trono della M. V., umilmente le rappresenta, che essendosi per sua Real Munificenza degnata, con sua real Carta de’ 9 del caduto, ordinare che gli si dia la giubilazione col- l’intiero soldo in pensione, e gli emolu- menti che ha perduti: esso supplicante si dà lo spirito di umilmente esporle, che il soldo è immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta alla decima, la quale gli scema il pieno godimento del soldo intiero, che la M. V. si è degnata concederli: onde la supplica a volersi compiacere di accordargli l’ intiero soldo, siccome finora l’ ha goduto, secondando in questo la ge- nerosa inclinazione del Real Animo Vostro di beneficarlo. Alla cattedra di Rettorica è privatamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica !; e questo gli si è dimezzato; ma ne ritiene ed esige l’altra mettà. Egli si augura che la mente di V. M. sia, I L’esame di Rettorica era una specie di baccellierato. La Pramma- tica del conte di Lemos del 1616, parte III, tit. II, art. I dice: « Ordi- niamo e comandiamo che niuno studente grammatico possa passare ad intendere niuna facoltà o scienza, senza prima essere stato esami- nato per lo cattedratico, seu lettore di Rettorica, il quale a quello che approverà per sufficiente ed abile, darà una fede firmata di sua mano, nella quale dichiarerà averlo trovato idoneo, per poter passare alla facoltà che domanda; e lo Studente che sarà passato in qualsivoglia altro modo, non guadagnerà il corso in quella facoltà, che passò infin a tanto che non sarà esaminato ». L'art. 4 stabilisce che per questo esame lo studente, «sia approvato o sia riprovato, paghi all’esamina- tore mezzo carlino ». Cfr. ora N. CORTESE in Storia della Università di Napoli, Napoli, Ricciardi, 1925, pp. 304-5. 248 STUDI VICHIANI che su quel che ritiene gli si dia il compenso di ciò che ha perduto; dovendosi intender l’ istesso sul soprasoldo, che godeva di duc. 47, solito distribuirsi alli Lettori più emeriti, dimenticato nella sua prima supplica; e questo anche è decimato, esigendone duc. 38. Il che fa crescere la somma del compenso accordatogli dalla Vostra Real Clemenza a duc. 130, inclusivi li duc. 60 del- l'Accademia. Quindi ricorre a’ piedi della M. V., che è quanto dire al Sacro Fonte inesausto delle Beneficenze, ed umilmente la supplica, a volersi degnare fargli godere l’intiero soldo immune da decima, siccome l’ ha goduto finora; com’ancora esentarne il compenso accordatogli di ciò, che ha perduto negli emolumenti annessi alla cattedra, con degnarsi indicargli da qual fondo debba ripeterlo. Qualora poi V. M. voglia togliergli anche quel che ritiene ed esige in essi emolumenti, il compenso di duc. 130 ascenderebbe a duc. 200, che, uniti alli duc. 300 di soldo, formerebbero duc. 500: nel qual caso potrebbe la M. V. degnarsi ordinare, che gli si corrispondano duc. 500 annui, immuni ed esenti da decima, e da ogn’altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque detrazione nella sua cadente età, in cui ha bisogno di qualche comodo mag- giore: confidando di tutto conseguire dall’ammirabile generosità del Real Animo Vostro in considerazione di un povero suo sud- dito, che ha la gloria d’averlo sessant'anni servito; e tutto riceverà a grazia, ut Deus. Gennaro Vico supplica come sopra. Ritornata così l’istanza al re, questi diede l’ordine seguente, eseguito il 18 novembre ‘97: « Il C. M. s’incarichi di questo e riferisca speditamente, tenendo presente l’antecedente sua relazione, volendo S. M. che si riesa- mini ». Il cappellano maggiore rispose, questa volta con una lunga relazione, in cui premette la storia della lunga pratica; e prosegue: In oggi lo stesso don Gennaro Vico, con ricorso umiliato nelle vostre Reali mani, espone, che il soldo è immune da ogni peso, e la pensione è sottoposta alla decima, e chiede che gli si faccia godere il soldo intero senza alcun peso. Espone inoltre che alla Cattedra di Rettorica è privativamente annesso l’emolumento delle fedi di Rettorica, e questo gli si è dimezzato: che anche il VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 249 soprasoldo che godea di annui D.ti 47, si è minorato ad annui D.ti 38, onde fa ascendere il compenso da V. M. ordinatogli a D.ti 130 annui; e, qualora dovesse lasciare i detti emolumenti, il fa scendere a D.ti 200, che, uniti al soldo di detti D.ti 300, formano la somma di D.ti 500; e quindi implora la grazia di ordi- narsi, che gli si corrispondano gli annui D.ti 500 immuni ed esenti da decima e da ogni altro peso, essendogli sensibile ogni qualunque altra detrazione nella sua età cadente, in cui ha bisogno di qualche comodo maggiore. Debbo inoltre aggiungere, che lo stesso don Gennaro Vico, essendosi a me presentato, mi ha fatto conoscere, che avrebbe desiderato il solo domandato sussidio senza la giubilazione; affin- ché gli fosse continuato l’onore di pubblico Regio Professore fino alla morte. Quindi sommetto io alla sovrana intelligenza, che l’emolu- mento delle fedi di Rettorica non si è dimezzato al supplicante don Gennaro Vico, se non che per la condizione de’ tempi, in cui è minore il numero di coloro che si prendono la laurea dotto- rale; e quando la Cattedra di Rettorica sia provveduta di novello Professore, a costui dovrà appartenere la formazione di tali fedi, giacché il giubilato de Vico non potrebbe attestare ciò che non potrebbe sapere, che per altrui relazioni. Se il Professore don Gennaro Vico continuasse a leggere nella Cattedra di Rettorica colla pensione di annui D.ti 120 sulle rendite delle Chiese vacanti, avrebbe con queste un giusto compenso per la mancanza dei D.ti 60 che godeva come Direttore dell’Alta antichità dell’ Acca- demia Reale, e per la minoranza sofferta ne’ soprasoldi e negli emolumenti delle fedi. E potrebbe anche esentarsi dal peso di annui D.ti 30 per lo mantenimento del Sostituto, qualora avesse per sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti napoletano, il quale si è offerto di leggere in tale qualità senza pretendere soldo o riconoscenza veruna; ed io già l’ ho proposto alla M. V. per la sostituzione nella stessa Cattedra sotto il dì 18 del corrente, sino a che non fosse provvista di proprietario in esito del concorso ordinato; essendo detto Ciampitti riputato non solo per l’abilità in grado di Professore, ma noto eziandio per lo costume irrepren- sibile, e pe’ suoi sentimenti morali e di attaccamento al Regio Trono. La giubilazione, o Signore, del ricorrente don Gennaro Vico, non vi ha dubbio, che sia stato un effetto della vostra Sovrana Clemenza e paterno amore verso i vostri sudditi, considerando il lungo servizio ed età di lui avanzata: ma, siccome egli ama di ‘250 STUDI VICHIANI proseguire per quanto può nel servigio, e morire coll’onore di Cattedratico, desiderando solo il compenso per ciò che ha per- duto, così sarà effetto della stessa Sovrana Clemenza e paterno amore il risolvere, che gli si dia la pensione de’ suddetti D.ti 120, e continui ad essere il Professore nella Cattedra di Rettorica, accordandogli per sostituto il Sacerdote don Nicola Ciampitti senza soldo o riconoscenza alcuna, come esso Ciampitti si è offerto. Il Signore Iddio lungamente conservi e sempre prosperi la vostra Sagra Real Persona. = Di V. M. = Napoli 25 novem- bre 1797 = L. Arciv. di Colosso. Allora, il 12 dicembre 1797, il re prese la seguente decisione: Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio pubblico Lettore di Rettorica don Gennaro Vico, permette, che lo stesso rimanga nella Cattedra valendosi di un sostituto; e nel tempo stesso, per dare al medesimo un segno di sua sovrana beneficenza, gli accorda l’annua pensione di ducati 120 sul Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Nel comunicarsi al Cappellano Maggiore, si dica, che, rispetto al sostituto nominato, la M. S. li comunicherà appresso i suoi R.li ordini. Resti accordato per sostituto il proposto don Nicola Ciam- pitti, qualora la Giunta di Stato non l’abbia notato, e perciò se gli faccia la domanda. C[orradini]. es.° a 19. Nell'ultimo inciso si sente che sono avvenuti i pro- cessi del 1794, e che tutta la cultura è venuta in sospetto a’ Borboni. Il Corradini, adunque, dové prima assumere le informazioni politiche relative al Ciampitti; che gli vennero con questa lettera del principe di Castelcicala: Dalla consulta della Suprema particolare Giunta delegata di Stato de’ 7 del corrente Dicembre, avendo rilevato il Re che nelle carte della materia di Stato nonvi è alcuna nota o indicazione contro il Sacerdote don Nicola Ciampitti proposto dal Cappellano Maggiore per Sostituto alla vacante cattedra di rettorica ne’ VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 25I Regj Studj: nel Real nome, la Real Segreteria di Stato, Affari esteri, Marina e Commercio lo rescrive a V. S. Illma per sua intelligenza, in risposta del viglietto de’ 2 del suddetto Dicem- bre. = Palazzo 16 dicembre 1797 = Il Principe di Castelcicala — Sig. Marchese Corradini, E quindi, il 18 dicembre, il Corradini poté dare questo ultimo ordine ', eseguito il dì seguente: «Si comunichi al Cappellano maggiore la real risoluzione, affinché lo stesso l’esegua, accordando al Ciampitti la sostituzione della cattedra di Rettorica ». Ed ecco, infine il decreto, in data 19 dicembre 1797, con cui si chiuse questo piato lungo e pietoso: Il Re, prendendo in considerazione le circostanze del vecchio pubblico Lettore di Rettorica don Gennaro Vico, permette che lo stesso rimanga nella cattedra, valendosi del Sacerdote don Nicola Ciampitti per sostituto. E nel tempo stesso, per dare la M. S. al medesimo un segno di sua Sovrana beneficenza, è venuta ad accordargli l’annua pensione di ducati centoventi sul Monte Frumentario, soggetta però al peso della decima. Lo prevengo di Real Ordine a V. S. Ill ma, acciò ne disponga l'adempimento, nella prevenzione di essersi dati gli ordini alla Camera, per la pensione al Monte Frumentario. Palazzo, 19 dicembre 1797 = Saverio Simonetti = Sig. Principe d’ Ischitella 2. Così nel Calendario di Corte del 1798, per la cattedra di Rettorica e Poetica, accanto al nome di Gennaro Vico sì trova quello di don Nicola Ciampitti, professore I Segnato in margine alla lett. precedente del Princ. di Castelcicala. 2 «In vigore del sud. R. Ordine a 25 gennaio 1798 si spedì lib. a D. Gennaro Vico Lettore della Cattedra di Rettorica doc.ti sessantasei, e s. 66 2-3» ecc. ecc. Ordinario 32: Scrivania di razione. Lettori pubblici, c. 135 a. Se- guono ivi i pagamenti delle rate fatti al Vico fino al 21 marzo 1805 (c. 135 d). A c. 168 d sono segnati i due ultimi pagamenti del 6 giu- gno e 5 dicembre 1805. In pari data era comunicato lo stesso Decreto al Cappellano maggiore. Dispacci dell’ Ecclesiastico, 534, fol. 3 db. Anche nell’ Ord. 125, della Scrivania di razione: R. Studj — Pom- pei, fol. 38, sono segnati dei pagamenti di soldo fatti a Gennaro Vico 252 STUDI VICHIANI sostituto. Ma, disgraziatamente, non ci restano 1 Calendari degli anni 1799-1804. Per quanti anni insegnò Ciampitti? I suoi biografi ci farebbero pensare che fino alla morte di Gennaro Vico egli continuasse a sostituirlo: « Prescelto venne nel 1798 », dice uno di essi, «ad occu- par la cattedra di Eloquenza nella R. Università degli Studi, che per la decrepita età di Gennaro Vico era stata dal medesimo abbandonata. Nella qual palestra, avendo egli mostrato non volgar valore, come ordinario profes- sore, nel 1806 meritò di ottenerla » 1. Ma, nel Calendario del 1805, vediamo sostituto di Gennaro Vico, don Nicola Rossi, che forse era sottentrato al Ciampitti nella cattedra del liceo arcivescovile 2. Quell’anno, il 18 gennaio, le lezioni universitarie furono inaugurate nel chiostro di Monteoliveto 3 (donde l’ Università tornò al Gesù Vecchio, il 31 ottobre di quell’anno stesso 4). Abbiamo l’ Oratio Nicolai Rossi in Regio Neapolitano Archigymnasio Rhetor. et Poetic. Prof. subst. habita in aedibus Montis Oliveti in prima solemni studiorum instauratione An. MDCCCV 5. dal 21 ottobre 1799 al 5 dicembre 1805, tre volte all'anno; e ivi a fol. 12 leggesi anche una serie di pagamenti al medesimo, per gli anni pre- cedenti. I Elogio di N. Ciampitti del march. di VILLAROSA, in Ultimi uffizi alla memoria del Can. N. Ciampitti, Napoli, Porcelli, 1833, p. 16. (Vi si parla anche del metodo d’ insegnare del Ciampitti). Dello stesso VIL- LAROSA, Ritratti poetici, Napoli, 1842, p. 118. G. CASTALDI (Elogio stor. di N. Ciampitti, pron. nell’ad. gen. della R. Soc. Borb. il 30 genn. 1833, Pp. 7-8) parla anche lui della nomina di sostituto nel 1798, della de- crepitezza del Vico, e della nomina d’ordinario nel 1806 « per proposta fattane da Monsignor Capobianco Capp. Magg. ». Cfr. anche RovER, Elogio di N. C., Napoli, 1834, p. 18; e gli E/ogi dell’ab. SERAFINO GATTI, Napoli, Fibreno, 1832-3, II, 2009 e le note a p. 224. 2 C'è infatti un Januarii Caroli Borboni de Vita Commentariolus auctore NicoLAo Rossio in Archiepiscopali Licaeo Humanarum Lùite- rarum professore; s. a. 3 L. DeL Pozzo, Cron. civ. e milit. delle Due Sicilie sotto la dinastia Borbonica, Napoli, 1857, p. 213. 4 DEL Pozzo, sotto questa data. 5 Ut quisque literatissimus, ita civis optimus. Neapoli, ap. Vinc. Ursi- num, di pp. 32, s. a. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 253 Nell’esordio, il Rossi, accennando le ragioni della sua peritanza per la solennità dell’occasione, dice fra l’altro: « Moveor etiam 1ipsius loci insolentia, qui ut prope suo jure a me repetit, ne quid in occursu primo ominosum vitio meo ‘intercidat ; ita sua non assueta facies, nescio quam offensionem habet in dicendo » *. Queste parole non fanno pensare che il luogo, non la cattedra, era nuovo al Rossi ? In tal caso, il Rossi avrebbe sostituito il Vico anche prima del 1805. Questi percepì l’ultima rata del suo stipendio il 5 di- cembre 1805 =. Il pagamento successivo sarebbe toccato nel marzo 1806. Nel qual anno Gennaro morì 3. Un de- creto del 31 ottobre 1806, di Giuseppe Bonaparte, rior- dinava, come vedremo, gli studi dell’ Università; sop- primeva varie cattedre fra cui quella di « Rettorica »; e disponeva: « Tutti 1 professori proprietari delle cattedre soppresse avranno la metà del loro antico soldo per giubi- lazione » 4. Infatti un decreto degli 11 dicembre 1806 accordava la giubilazione a ventidue professori universi- tari, fra i quali sono 1 titolari delle cattedre soppresse 5. Ma Gennaro non c’è. Il decreto dell’ottobre istituiva bensì, come vedremo, una cattedra di « Eloquenza antica e mo- derna ». Ma appunto a questa un decreto del 14 novembre ° nominava il canonico Nicola Ciampitti. Il Vico, adunque, morì poco dopo compiuti i novant'anni 7. I Pag. 6. * Vedi sopra p. 251 n. 2. 3 IT NICOLINI ha ora trovato il testamento di Gennaro, che fu pubblica- to il 19 agosto 1806. Gennaro doveva esser morto uno o due giorni prima. 4 V. Collez. degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S. M. da' 15 febbr. a’ 31 dic. 1806, Napoli, Stamp. Simoniana, pp. 384, 385. Lo stesso Decreto è nella Collez. delle leggi, de’ decr. e di altri atti riguardante la P. S. promulgati nel già Reame di Napoli dall’a. 18c6 in poi, Napoli, 1861-63, I, 6 sgg. 5 Collez. degli editti cit., pp. 465-6. 6 Ivi, pp. 424-5- 7 Il march. di ViLLarosa, nel suo art. biografico su G. Vico, nei Ritratti poetici, ed. 1842 (nell’ed. 1834 non c’ è il « Ritratto » di G. Vico), 17 254 STUDI VICHIANI 5. GLI SCRITTI DI GENNARO VICO E IL SUO INSEGNAMENTO Quando, nel 1787, Gennaro Vico lesse nell’ Accademia la sua memoria sull’ Origine della repubblica di Locri, tra gli accademici che l’ascoltarono, era l’abate Filippo De Martino (1702-1794), l'elegante traduttore in esametri latini del Tempio di Cnido del Montesquieu (1786), l’autore dell’anonimo Hirpini poétae in Germanum Penthecato- sticon contro l’ Archenholz (1789), e di varie opere eru- dite, come i commentari Ad sex primorum Caesarum genea- logicam arborem, pubblicati appunto quell’anno, 1787. L’ab. De Martino, che sapeva comporre esametri e distici per ogni occasione ?, salsus attice — doctissimus eloquio — lepidissimus colloquio 3, fu ispirato dalla sua facile musa a indirizzare a Gennaro Vico i seguenti versi, che rimangono tra le carte di questo, nella pressoché illeggibile scrittura 4 dell’autore: non indica nessuna data; o meglio dà, sì, quella del 1° vol. degli Opuscoli di Vico da lui pubblicati, ma sbaglia indicando il 1816 in- vece del 1818. Dice che Gennaro finì di vivere nell’età di anni 78. Ma è un errore, come hanno dimostrato i nostri docc. E così erronea è l'indicazione di una Oratio ibid. (sc. in R. Neapolit. Acad.) în so- lemni studior. instauratione, An. 1768; che è l’ Orazione Optima stu- dendi ratio del 1774, pubblicata con quella In Regiis Nuptiis del 1768. I Vedi su di lui e i suoi scritti VILLAROSA, Ritratti poetici, pp. 1209-31. * Una raccolta di Carmina del De MARTINO fu pubblicata a Napoli, 1778, in-49. 3 Vedi l’epigrafe scritta per lui nel Sepulcretum amicabile di E. CAM- POLONGO (Napoli, 1781-2), I, 18. Il NAPOLI-SIGNORELLI, nel Supplemento alle Vic. d. colt. delle Due Sic., Parte I, Napoli, Flauto, 1792, p. 190: « E tuttavia risuona fra noi la cetra armoniosa dell’ab. Filippo Mar- tini, il quale presso a compiere il sedicesimo lustro di sua età serba in vecchie membra giovanile vigore e fecondità e facilità pari alla vena ovidiana ». 4 Anche il VILLAROSA, del cui padre il De Martino sarebbe stato age AL = _ E Ri © n n onice ci i ce a = ZA VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 255 Ad J. Vicum Hexastichon. Haeredem quis te virtutis jam paternae, Fortunaeque simul pauperis esse neget ? Ambo fortuna digni meliore, sed ambo Sprevistis caecam. Gloria parta satis: Trans Apenninos, Alpes gelidamque Pyrenem, Trans mare, trans Calpem fama perennis erit. Ad eundem pro Dissertatione de Pompejis. Eruis e tenebris Pompejos, pene sepultos, Et nitido praefers lumine jam facem. Hesperia ! reducis magnis hinc bobus abactis Amphitryoniadis maxima pompa fuit. Et terrae motum ?, quo corruit Vrbe theatrum, Pompej, Alcidis moenia celsa, notas, Dum caneret Nero, dum, tristi sed corde, severus Cum Seneca Burrhus plauderet ore, manu. Aurigam foedum vidit quoque Roma Neronem: Et mirata suum turpis arena Pium 3 Arrosos ungues scalptum caput, osque columnae Innixum nobis nobile monstrat opus. Ad eundem pro Dissertatione de Locris Dodecastichon alterum. Hoc ingens etiam studium, vigilemque lucernam Ad galli cantum, nocte silente, sapit. Italiae regio Graecis dominata colonis Quum fuerit priscis Graecia Magna fuit. Hic Locros memoras, Trojani ab tempore belli Et varios casus innumerasque vices, « amicissimo », diceva (l. c.) di possedere moltissimi versi del medesimo «scritti col di lui poco intelligibil carattere ». I Cioè dalla Spagna. Allusione alla leggenda menzionata anche nella Dissertazione del Vico, e che si trova in SoLIno (II, 5); la quale spiega il nome di Pompei «quia [Ercole, fondatore di Pompei] pompam boum duxerat ». % Il terremoto dell’anno 63 d. C. 3 Commodum gladiatorem (Postilla del De M.). 256 STUDI VICHIANI Hinc mutas etiam, vocales inde cicadas!, At de Thebano Vitigatore nihil. Collibus haud Thuscis, heic primam fixit Bacchus Sedem; mentitur Musa diserta Rhedi 3; Expeti an ignoras totum Locrensem orbem ? Siccavit vates pocula mane duo. Ride et vale, meque tui amantissimum tibique addictissimum, quod sponte talis, amare perge. PH. TUUS. Del resto anche nell’invettiva contro il dotto tedesco aveva esaltato Gennaro Vico insieme col padre glorioso: En Vicum ante alios, cui fasces ipse Leybnitz Submittit, nullo per loca trita solo Pergentem; sequitur, patriae non degener artis, Par animo natus, moribus, ingenio. E l'alto elogio era ingrandito dalla enumerazione degli altri maggiori discepoli del Vico, a capo dei quali pel De Martino stava Gennaro « patriae artis callentissimus » come egli stesso commentava nelle note, aggiungendo: «Multas etiam edidit orationes ac dissertationes, easque eruditissimas, inque nostro Atheneo latinam eloquen- tram meritissimus patris successor docet ». Multas, no: DI ma l’iperbole è indizio dell’animo 3. I Accenna al curioso fenomeno, su cui s’ intrattiene a lungo il Vico nella sua Dissertazione su Locri, accennato da Strabone, Plinio e altri scrittori antichi, che le cicale oltre il fiume Alece, dalla parte di Reggio, fossero mute, e al di qua, dalla parte di Locri, cantassero. Uno stu- dioso del luogo, al quale Gennaro Vico per mezzo dell’Accademia si era rivolto per ottenere certe informazioni topografiche su questo fatto delle cicale, per sapere se notavasi ancora il curioso fenomeno, ri- spondeva: « Quel che si dice delle cicale mutole e vocali non è punto vero, perché da per tutto assordano le orecchie di questi abitatori ! ». 2 In ditirambo Bacco în Toscana (Postilla del De M.). 3 Hyrpini potètae in Germanum Penthecatosticon, Neapoli, typ. Si- moniana, 1789, pp. 17 e 48; cfr. CRocE, Nuove ric. sulla vita e le opere del Vico e sul vichianismo, in Critica, XVII (1919), p. 307. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 257 E col De Martino un altro poeta, Giovanni Fantoni, Labindo, che allora era a Napoli e stretto in amicizia a Gennaro, dovette plaudire in prosa, se non in versi, alla sua dotta dissertazione. In versi elegiaci gli si rivolse quattro anni più tardi, quando già s'era allontanato da Napoli, nella primavera del 1791, in occasione della morte del loro comune amico il duca di Belforte Antonio di Gennaro, tra gli arcadi Licofonte Trezenio: Iannuario Vico, eruditissimo viro ac amico suavissimo, in obitu Lyco- phontis : Desine, Vice, meum lacrimis urgere dolorum: Iam satis in nostro pectore regnat amor. Regnat, et assiduis late loca questibus implet Et frustra surdis dis Lycophonta petit. Flebilis ille bonis, decus et spes magna Sebethi Occidit heu! nulli quam mihi flebilior; e così via per altri undici distici *. Quanta fosse la modestia di Gennaro si può vedere dalla risposta in prosa che egli fece ai distici del De Mar- tino, e che non vale certo meno di essi. In questa lettera c'è tutto lui: Philippo De Martino Januarius Vicus S. D. Accepi una cum elegantissima Elegia, mihi inscripta, et quasi comite adjuncta, nitidissimum tuum, Clarissimi Viri, Stephani I L’elegia fu pubblicata la prima volta nel 1791 nel vol. Omaggio poetico in morte di D. Antonio di Gennaro Duca di Belforte e Can- talupo Principe di S. Martino Marchese di S. Massimo, ecc., tra gli Arcadi Licofonte Trezenio, in -4° (s.a.); ma è stata riprodotta da un ms. orig. nella edizione delle Poesie, a cura di Gerolamo Lazzeri, Bari, Laterza, 1913, p. 436. A una cortese comunicazione dello stesso prof. Lazzeri devo la precisa determinazione del tempo in cui l’elegia fu scritta. 258 STUDI VICHIANI Patritii! Elogium; dignum sane argumentum, in quo laudata virtus cum compta laudantis facundia ita certare videtur, ut nescias utrum plus decoris dignitatis splendori accesserit, an ingenii ubertati. Quod sane a me ipso quasi abductus ea inexple- bili aviditate voravi, ut veritus sim, ne tot tantarumque venu- statum ingluvies stomacho nimis pigro et inerti, qua molestissima valetudine maxime laboro, aliquam pareret cruditatem:sed longe absunt ea, quibus corpora, ab iis, quibus aluntur ingenia: illa enim tempore egent, ut conficiantur; haec facillime concoquuntur, ac statim in vires et sanguinem transeunt. Quapropter cum res tuas legendas, imo potius admirandas suscipio, in quibus cum sen- tentiarum splendorem, tum, velut in vermiculato emblemate, sic structa verba videas; tantum abest, ut in iis Aristarchum agere audeam, ea jucunditate et quasi nectare animus perfunditur, ut, audacter dicam, quod sentio, ipse mihi quodam modo videor, epulis accumbere Divim Tuo lautissimo exceptus convivio, repletusque dapibus tuis, ne mihi, ne tibi desim, te vicissim ad me invitare cogor; nam saepe fit, ut quedam officia vel cum aliquo periculo praestanda sint. Fortasse inquies, quid agis ? Satin’ sanus es? qui me po- stules ad te vocare ? Vide ne quid temere facias! Visne tuum pusillum censum absumere ? audio: ineptus, profusus, impu- dens videar, quidvis, potius, dum ne sim inofficiosus. Quare mitto Tibi cum hac deprecatrice epistola duas Oratiunculas ?, quae si rei amplitudinem existimas, si quis eam commode et pro dignitate tractasset, haud longe abeunt ab iis, quas coeci per compita canentes stipem emendicant. Quanto sane mihi satius fuisset, exiguam illam de me opinionem, quaecumque ea esset, retinere, nullo typis edito experimento: quis modo recipiat, etiam levi illa existimatione me non esse revocatum ? Grave quidem et anceps, toties judicium subire, quot sunt ii, quorum in manus incidas: cum praesertim in rebus, in quibus non utilitas quaeritur necessaria, sed libera quaedam animi oblectatio, sciam quam sint I Su Stefano Patrizi (1715-1797), magistrato, professore di diritto feudale nell’ Università, dotto giureconsulto, autore anche di una Dis- sertazione sul Teatro (inedita), che è lodata dal Metastasio, vedi ViL- LAROSA, Ritratti, pp. 55-57. 2 Le due Orazioni stampate nel 1775: In Regiis Nuptiis e Optima studendi ratio. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 259 homines morosi et difficiles ut nodum in scirpo quaerant. Haec eo dico, ne me putes laureolam in mustaceo quaerere voluisse: quod vel ex eo patet, quod tam diu in publicum edere cessaverim; magnum sane nolentis indicium; sed ne diutius eorum, qui apud me plurimum possunt, voluntatem negligere viderer; ac proinde rogari er negare desinerem. Nunc tecum mihi res est: obliviscere parumper divitiarum atque opum tuarum: pone, quaeso, mundi- tias, pone lautitias tuas; illam denique eruditissimi palatus tui, cuncta minus exquisita aspernantis, elegantiam pone: da te mihi vicissim; et finge te iter facientem in quandam miseram atque omnium egenam cauponam divertisse, quod saepe usuvenire solet; atque in coena panem atrum, asperrimum vinum, coepas, allium, palustres mullos frictos et silvestria poma esse apposita; quid ageres ? nonne tempori servires ? Quidni amici tempori inser- vias? et siquid ei exciderit, quod tibi minus probetur (id vero pro meo jure postulem) transverso calamo signes ? Utinam ne cuncta: atque ejus causam suscipias ? Equidem liquido jurare possum; et tu fortasse iuxta mecum sentis: tantum iis dignationis accessurum, quantum tu tua auctoritate tribueris. Male factum: aegre est. Te propter M. Antonii, fratris amantissimi et sanctis- simae monialium, sororis tuae, obitum, adhuc in moerore et luctu versari !. Quid ? visne solus ignorare, vulgo quod dici solet, nihil facilius, quam lacrymas, inarescere ? Credis id Manes curare sepultos ? ac demum, quid jam ridentes, et coelo receptos luges ? Vale. Una lettera, come si vede, di chi non ha molto da fare: un componimento letterario, freddo, ma irreprensibile, e non privo di certa grazia. Dell’intenzione letteraria di chi lo scrisse ci assicura la doppia copia ?, che se ne trova tra le carte di Gennaro, e ci fa pensare che questi la dové dare a leggere a qualche amico. Certo, già questa lettera I Della sorella Maria Gabriella, che riedificò il monastero delle Cappuccine di Aversa, e morì in odore di santità, fu scritta la vita, che è ricordata dal VILLAROSA, Ritratti, p. 131. 2 Ne abbiamo riprodotta una, senza tener conto delle varianti di poco conto che l’altra presenta. 260 STUDI VICHIANI dimostra una conoscenza profonda e un uso sapiente del latino classico. Ma s’ingannerebbe chi pensasse che per Gennaro la frase o la forma fosse tutto. Non era stato questo l’insegna- mento paterno. Chi non ha letta l’orazione di G. B. Vico De nostri temporis studiorum ratione (1708) ? In essa 1l professore di rettorica si permetteva di criticare l’indi- rizzo di tutti gli studi del tempo suo, e di additare a tutti un’altra via. Onde sulla fine sospettava che altri potesse ammonirlo: «Quid tua, inquiet, ejusmodi argumenta, quae omnia sapiunt, disserenda suscipere ? » e rispondeva: «Nihil mea Ioh. Baptistae a Vico; at mea multum elo- quentiae professoris ; quando sapientissimi matores nostri, qui hanc studiorum universitatem fundarunt, eloquentiae professorem omnes scientias artesque doctum esse oportere satis suo instituto significarunt .... Nec temere ter maximus ille vir Franciscus Verulamius illud Iacobo Angliae regi dat de ordinanda studiorum universitate consilium, ut adolescentes, non omni doctrinarum orbe circumacto, ab eloquentiae studiis prohibeantur. Nam quid aliud est elo- quentia nist sapientia, quae ornate copio- seque et ad sensum communem accommodate loquatur?»:. E, nelle Institu- tiones oratoriae, che il Vico dettò a’ suoi scolari nel I7I1 2, la filosofia è detta rhetoricae instrumentum maxime neces- sarnum. E, nelle aggiunte postume alla propria Vita, parlando del suo insegnamento di rettorica, ci fa sapere che egli «non ragionò mai delle cose dell’eloquenza, se non in séguito della sapienza, dicendo che la eloquenza altro non è, che la sapienza che parla, e perciò la sua cattedra esser quella che doveva indirizzare gl’ingegni e fargli universali, e che l’altre attendevano alle parti, 1 Opere, I, 119-20. 2 V. CROCE, Bibliogr., p. 15. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 261 questa doveva insegnare l’intiero sapere, per cui le parti ben sl corrispondan nel tutto » '. Insegnamento, dunque, più di cose che di parole. E che non dissimile, mutatis mutandis, debba essere stato anche quello del figlio, basta ad attestarcelo l’inedita orazione del 1756: Dissidium linguae ab animo ecc., della quale giova dare particolare notizia, come documento dell’indirizzo mentale di Gennaro. Perché, egli si chiede, ci siamo tanto allontanati dal- l’eloquenza degli antichi, ut vix, ac ne vix quidem, species ejus quae beatissimis illis saeculis floruit, sit relicta ? E fa la curiosa e giusta osservazione, che nell’antichità ci furono tanti grandi oratori prima che s’inventasse la ret- torica; laddove il decadimento dell’oratoria incomincia proprio dalla invenzione di questa. E già anche il padre, nelle Istituzioni, aveva detto: « Sine natura, sine exercita- tone, ars misera dicendi officina est. Omnes enim ingenue educti rethoricam artem didiceruni ; at quotus quisque evasit eloquens, sive adeo disertus ? ... Itaque praestare putarim hanc artem praeceptionibus parce parcam, optimo- rum vero exemplorum tradere adolescentibus maxime copio- sam. Neque sane pictores, qui excellere in arte student, diu in eius subtili disputatione immorantur»?. Già il pa- dre dunque aveva scosso la fede nei precetti rettorici. Sì senta ora il figlio: Etenim jam constat quod, inventa arte, adductis praeceptis, adhibitis magistris, hoc dicendi studium tantum fecerit jacturam, ut singulis aetatibus vix singuli mediocres oratores extiterint ! Quid enim ad rem tam immensam, tam longe latedue dissitam definiendam magis aptum excogitari potuit, quam eam in arte redigere, quae nonnisi cognitis penitusque perspectis, et nunquam pallentibus rebus continetur ? Nonne nobis facillime actu videatur, quod quae observata sunt in usu et ratione dicendi, haec ab homi- I Opere, V, 75. ? Vico, Instituz. orat. e scritti inediti, Napoli, Morano, 1865, p. 9. 262 STUDI VICHIANI nibus acutissimis animadversa, notata, verbis designata, generibus illustrata, partibus sint distributa, ut quod illi sive natura, sive improbo labore effecissent, nos eadem suadente natura, atque aliena industria assequeremur ?... Hoc mirabilius videri debet, quod quibus adjumentis ceterae cunctae disciplinae, quae fere reconditis atque abditis fontibus hauriuntur, tantum incre- mentum sunt adeptae, iis haec dicendi ratio, quae in communi hominum more et sermone versatur, tantum accepit detrimentum, ut difficile dijudicari possit, utrum artis inventio profuerit magis an funditus everterit hanc liberalissimam facultatem. Si addurrà che manchi ai moderni l’intelligenza de- gli antichi? Sarebbe ridicolo, essendo innegabile anzi, che gli ingegni moderni abbiano superato gli antichi. Anche Gennaro fu figlio del sec. XVIII! Nobis gloriari licet, hanc nostram aetatem tot novis inventis, novis artibus, novisque scientiis ab antiquis aut ingenii vitio non animadversis aut voto tantum expetitis auctam esse et locuple- tatam, ut nihil fortasse quicquam quod ad humanos usus perti- neat amplius excogitandum, nihilque in re literaria desiderandum nobis relinquatur. La vera ragione sta proprio, secondo Gennaro, nel- l'insegnamento della rettorica; non, di certo, per colpa della stessa disciplina, bensì per i falsi criteri di chi l’in- segna: Non enim tam infestum animum in artem gero, ut putem eam nullius bonae frugis esse; nec ignoro multa adjumenta atque ornamenta huic dicendi studio ab arte esse subministrata; at rursum fateor quam plurima imo maxima in eloquentia existere, quae nec arte tradi, nec praeceptis contineri possunt: habet ea quaedam quasi ad commonendum oratorem quo quidque referat, et quo intuens, ab eo quod sibi proposuerit, minus aberret; at ex adverso petendo haec omnia ad excolendum oratorem non ad fingendum esse instituta: non abnuo artem quaedam limare posse, et quae bona sunt fieri meliora doctrina, et quae non optima, aliquo tamen modo acui posse et corrigi: at contra sic sentio, nisi subsit materia, in qua versetur, nihil quicquam proficere posse. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 263 Verum, seposita arte, cum ista artificum intemperie mihi res est, qui, omissis illis utilissimis sapientiae studiis, sine quibus eloquentia consistere nequit, in lingua tantum exercenda occupati, ex hujus artificii exilibus jejunisque praeceptionibus, tanquam e maximo dicendi emporio, omnes divitias et ornamenta eloquentiae petenda esse contendunt; eaque falsa persuasione imperitam juventutem, rerum omnium egenam, in eam fraudem inducunt, ut fere omnes credant se, ea percepta, omnibus laboribus jam esse perfunctos, atque in iis quae ad dicendum pertinent, nihil omnino aliud sibi addiscendum superesse.... Hoc maximum fuit incom- modum, haec gravissima pernicies fuit eloquentiae, quod dum in hac seclusa verborum aquula juventutem haerere patiuntur, ab uberrimo et perenni sapientiae fonte, a quo solida omnis et gene- rosa dicendi virtus promanavit, avertere atque abducere conantur. Hic factum est ut nostrorum temporum diserti sapientiae studia reformident; in paucissimos sensus, in inanem verborum sonitum, nulla re subjecta, in angustas sententias detrudant eloquentiam velut expulsam regno suo atque in pistrinum aliquod dejectam. Insomma, studiate l’eloquenza; ma non ut ducem, verum ut comitem cam adhibeamini. Al tempo del maggior fiorire dell’eloquenza greca, questa non proveniva se non dai penetrali della filosofia; iidemque erant et dicendi et morum praecedtores: at postquam isti verborum nugatores extitere, qui eloquentiam a sapientia, quae natura ipsa conjunctae erant, dissociarunt, et facto quodam linguae a corde divortio, quo alii nos sapere, alii dicere docerent, dum linguam in quaestu ponunt, animum desidia et socordia tabescere patiuntur, uberrimus fons eloquentiae pror- sus exharuit. Gennaro Vico si fa banditore della più sana teoria estetica, sostenendo che la vera eloquenza è quella che scaturisce dal pieno possesso dell’argomento. E lo dice molto bene: Sane dicendi virtus quiddam majus est, quam isti opinantur, atque ex pluribus artibus studiisgue collectum: quae, etiamsi in dicendo se non proferant, nec effundant, vim tamen occultam 264 STUDI VICHIANI suggerunt, et tacite quoque sentiuntur. Ipsa enim multarum artium scientia etiam aliud agentes nos ornat, atque ubi minime credas, eminet atque excellit: atque adeo si, quod isti ipsi celeri lin- gua et exercitata operarii fatentur, verum est, quod persapienter Socrates dicere solebat, omnes in eo quod sciunt, satis esse elo- quentes; ex eorum scilicet inanibus futilibusque praeceptiunculis scientia illa rerum plurimarum maximarumque, sine qua verbo- rum volubilitas inanis est atque irridenda, colligetur ? Rerum enim copia verborum copiam gignit: quonam pacto oratori in hoc tanto tamque immenso campo libere vagari liceat, atque ubicum- que constiterit, consistere in suo, nisi ei qui dicit, ea de quibus dicit perspecta sint? Qui poterit quandoque insurgere et ab an- gustis ejus cancellis, quod optimum est dicendi genus, in amplis- simum generum campum causam educere, nisi res subsit ab ora- tore percepta penitusque cognita ? Il Vico, quindi, si fermava a provare partitamente come i fini principali dell’oratoria presuppongano la conoscenza delle parti principali della filosofia, per conchiudere anche lui, come già il padre: eloquentiam nihil aliud esse, nisi copiose loquentem sapientiam. Ma quale filosofia ? E s’in- segnava allor nell’ Università di Napoli una filosofia capace di far risorgere l’eloquenza ? G. B. Vico, nel 1711, aveva detto: « Per ciò che riguarda la filosofia; come anticamente né la dottrina degli epicurei, né degli stoici era utile all’eloquenza (quando gli epicurei della nuda e semplice esposizione delle cose si contenta- vano, e gli stoici col troppo affettare sublimità, ciò che nell’orazione e nello stesso spirito ha di generoso, infran- geano e cincischiavano, e tolto ogni succo ne denudavan le ossa disciolte per soprappiù di lor giunture); così oggi né la cartesiana, né l’aristotelica del nostro tempo fa gran prò alle cose oratorie: questi perché disadorni e rozzi; quegli perché digiuni, secchi ed aridi in tanto, che io stimo l’eloquenza dei nostri tempi (quando la lingua latina pur coltivasi diligentissimamente) prender vizio dalle cose istesse; ed essersi principalmente corrotta VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 205 perché le cose filosofiche senza splendore alcuno, senza ornamento e ricchezza s’insegnano » 1. Nel 1756 insegnava filosofia, già dal ’41, nello Studio di Napoli Antonio Genovesi. Pure Gennaro, da buon figliuolo di Giambattista, dice vichianamente al suo udi- torio accademico: Audacter dicam quod sentio: nostrorum temporum philosophi nullum emolumentum eloquentiae afferre possunt, quippe nos non ut ad hanc civilem lucem natos, sed tanquam ab hominum societate sejunctos vitam acturos in sapientiae studiis instituunt; etenim dum nimis curiose naturae secreta rimari conantur, mo- ralem penitus neglexerunt, eamque potissimam partem, quae de humani generis ingenio, ejusque affectibus, de propriis virtutum et vitiorum notis, deque illa decori arte omnium difficillima disserit: atque adeo praestantissima de republica doctrina nobis deserta et inculta jacet; cumque hodie unus studiorum finis sit veritas, vestigamus rerum naturam, quae certa est, hominum naturam non vestigamus, quae ab arbitrio est incertissima. Anche nelle ultime parole pare di scorgere una remini- scenza degli scritti paterni. Si ricordi il celebre luogo della seconda Scienza Nuova: « A chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia, come tutti i filosofi seriosamente sì stu- diarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale; del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo civile, del quale, perché l’ave- vano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza gli uomini ». Non più che una reminiscenza: già lo spi- rito è diverso. Quapropter ad antiquos confugiendum! Ma a quali antichi ? Anche in ciò Gennaro segue da presso il padre. I Institut. orat., pp. 7-8. Ho citato la trad. del Parchetti, pel suo sapore vichiano. 206 STUDI VICHIANI Epicurus, etsi eum in sapientum numero! censeo, nuda ac simplici rerum expositione contentus dimittebat. Pyrrhoni vero quas in hoc opere partes habere potuisset, qui judices es- sent, apud quos verba faciat, reum pro quo loquatur, Sena- tum, in quo sit dicenda sententia, non liquebat. Zenonem, utpote ab hoc, quem instituimus, oratore abhorrentem, puto ejiciendum; nam cum illud in votum habuisset, suum sapientem liberum ac beatum esse, atque eos, qui sapientes non sint, servos, hostes, insanos, absurdum sane fuisset concionem ei aut senatum, aut ullum hominum coetum committere, cui nemo illorum qui adsunt, sanus, nemo civis, nemo liber videatur. Accedit etiam quod, nimia subtilitatis affectatione, quidquid erat in oratione generosius, frangebat, concidebatque 2. Quare factum est ut Stoici, qui fere omnes prudentissimi fuere in disserendo, traducti a disputando in dicendum, steriles et inopes reperti sint. Aristoteles studiose quo- dam oratorio (?) non immerito laetat, et sane ejus disserendi ratio utilis quidem esset, nisi hodie in vermiculatis illis quaestionibus, verbis utar Verulamii, versaretur. Anche per Gennaro il porto, che offre un sicuro rifu- gio, è quello della filosofia platonica, în qua disserendi ratio conjungitur cum suavitate et copia dicendi: e della quale Gennaro si compiace specialmente di ricordare la dialettica, come mirabilmente atta ad acuire le menti con quel suo procedere quo adolescentes ex seipsis vera inve- nire conarentur, secondo il principio socratico: neque scientias, neque virtutes doceri, sed auditorum mentibus atque animis educi 3. Pensieri e ricordi in tutto degni del padre. Nel dicembre dell’anno innanzi, Carlo di Borbone aveva istituita l’ Accademia Ercolanese. E Gennaro, sulla fine del suo discorso, incitando i giovani agli studi, non I Quel che segue nel ms. è di mano del Villarosa; ed è alquanto scorretto. 2 Sono le parole stesse del padre, nel l. c. 3 Gennaro confonde il metodo socratico con la dialettica platonica. Ma, raccomandando lo studio della filosofia platonica, egli pensa ai dialoghi di Platone. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 267 tralascia di richiamare alla loro mente i premi che riser- vava ai dotti l’ottimo principe; il quale tanta cura et sedulitate doctissimos ex universa civitate viros nuper delegit, novamque Academiam constituit ad situm illis venerandae antiquitatis ruderibus obductum detergendum, quae ex obruto Herculano continue eruuntur, ne in lucem prolata in iisdem tenebris maneant quibus tot saeculorum intervallo circum- fusa jacuerunt. Di Carlo di Borbone, in verità, Gennaro non aveva se non a lodarsi; e non si lasciò sfuggire occasione di tesserne le lodi. Quando, nel 1759, si seppe in Napoli che Carlo sarebbe passato al trono di Spagna, egli ebbe occasione di scrivere la seguente lettera, che credo indirizzata a quel padre don Giuseppe Bolafios (o Burafios), arcivescovo di Nisibe, che fu confessore di re Carlo :: Januarius Vicus Ex quo mihi sorte quadam datum est tibi, Vir Amplissime, innotescere, igniculum quendam animo injecisti, quonam pacto ei humanitati, qua me semper excipere soles, responderem cum tandem, quo majorem tuae erga me benevolentiae documen- tum praeberes, libellum mihi dono dedisti a te elucubratum.... (sic) mole quidem exiguum, fructu autem, quem ex eo quisque pro sua aeterna salute collegere potest, maximum; unguenta enim quo pretiosiora, eo angustioribus vasculis continentur: quem cum maxima utilitate quotidie versare non desino. Ex eo enim facile mihi intelligere datur optimo sane et sapientissimo consilio factum, Carolum Regem nostrum tibi viro religiosissimis moribus praedito tradere, ut ex te pene ab incunabulis veram pietatem, solidiora I ScHIPA, Carlo di Borbone, p. 464 n. e il Catalogo de’ cappellani maggiori e de’ confessori delle persone reali (del P. Luigi Guarini), Na- poli, Coda, 1819, p. 123. La data della lettera risulta in modo certo dal contenuto. Nella « Pianta della Famiglia della Regina (Maria Amalia) » del febbraio 1738 (in SCHIPA, o. c., p. 260), è dato come confessore (della regina) il frate Giuseppe da Madrid, « teologo e predicatore del re o Era egli il Bolafios ? A lei potrebbe essere scritta questa lettera del Vico. 268 STUDI VICHIANI nostrae religionis praecepta, omniumque Christianarum virtutum disciplinam acciperet; ut non mirum si apud omnes gentes verum Christiani Principis exemplar habeatur!: pro quibus maximis immortalibusque beneficiis quas Deo O. M. gratias agere quasque habere oportet? Quibus vocibus, quibusque laudibus te efferre, qui tantam ejus curam suscepisti, egregiamque alioquin indolem ad veram Christiani Principis imaginem conformare studuisti, ut eo tamquam coelo demisso 2 perfruamur ? At quid nunc dico ? Quo animus excurrit ? Nobis jam eo aegrius curandum est, quocum hic praesentem usque adhuc vidimus tanta humanitate tantaque mansuetudine ut merito parens omnium haberetur. Invida enim tantae felicitati Hispania (eheu, quem dono datum nobis putabamus, commodatum aegre intelligimus!) rursus repetit, et suo jure quodammodo sibi vindicat: ea est rerum humanarum vicissitudo. Verum enimvero ut Magni Alexandri animo terrarum orbis vix sufficere videbatur, ita haec tanta virtus nimis angustis hujus regni finibus circumsepta, alias terras nec Europae terminis, nec Oceano contentas, sed, fas sit dicere, ad fiammantia moenia mundi usque procurrentes exposcebat, quo libere spatiari posset. Quoniamque necessitas ita proloqui cogit, nec sine lacrimis pro- ferre audeo, grassetur in via virtutis, capessat potentissimum universae Europae imperium, et impleat Orbem gloria nominis sui magna ex parte in tuam laudem, Praesul Amplissime, redun- datura: non enim conaptissimis votis Ejus ac Regiae Sobolis incolumitatem expetemus, faustissimis ominibus ejus iter hinc prosequemur. Hoc tantum omnibus praecibus ab eo petimus 3, ut aliquem ex suis augustissimis liberis apud nos relinquat, quem tanquam ejus imaginem in sinu foveamus, quem utpote ex se natum, haud sui dissimilem fore speramus. Haec sint grati et observantis animi mei testimonia. Vale. I Sulla religiosità di Carlo vedi l’ Elogio estemporaneo per la glo- riosa memoria di Carlo III (Napoli, Perger, 1789) del prete dell’ Ora- torio FRANCESCO D’ ONOFRIJ, pp. XXII sgg. 2 Nella minuta: demissum. 3 Questo desiderio non poteva formarsi dopo il 6 ottobre 1759, quando si celebrò la solenne cessione del trono di Napoli da Carlo a Ferdinando IV. Né gli auguri pel buon viaggio possono essere ante- riori al 10 agosto 1759, giorno della morte di Ferdinando VI di Spagna. La lettera, quindi, fu scritta tra l’agosto e l’ottobre 1759. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 269 Questi medesimi sentimenti espresse con maggior larghezza nove anni dopo, nella solenne orazione letta, come già ricordai, nell’ Università, Per le nozze di Ferdi- nando IV con Maria Carolina (1768), giusto trent'anni dacché il padre vi aveva celebrato con una sua Orazione le nozze di Carlo e di Maria Amalia; giacché Gennaro a magnificare i nuovi destini di Napoli sotto il secondo Borbone trasse gli auspicî dalla memoria di tutto che di grande e di utile era stato compiuto dal primo. Sicché una buona parte del discorso è consacrata a re Carlo; e non è un elogio volgare, ma una breve ed efficace storia in iscorcio del regno di lui, narrata nel più puro latino e in classico stile. Storia, che, pur compendiosa, non va per le generali, ma, senza colorire, accenna tutte le linee principali e qualcuna anche delle secondarie di quel regno, rilevandone ogni carattere; in modo che ne risulta un concetto abbastanza compiuto di quel periodo così impor- tante della storia napoletana. Comincia dal rilevare la nota storica fondamentale, della costituzione del regno indipendente, per opera del Borbone: si Quisnam enim unquam in animum sibi inducere potuisset, Regnum hoc trecentos fere abhinc annos, tot tantasque rerum passum vicissitudines, semper exterarum gentium imperio su- bjectum, sui tandem juris factum, in suam ditionem perven- turum, Neapolitanorumque cervices diuturno externae domi- nationis servitio suetas suavissimum proprii Principis subituras ? !. Quindi, pensando alle contingenze storiche (special- mente al matrimonio di Filippo V con Elisabetta Farnese), a cui si dové la indipendenza del Reame di Napoli, non può a meno di rammentare un principio della Scienza Nuova, che non saprei peraltro quanto da lui esattamente 1 Opuse. cit., p. Iv. 18 270 STUDI VICHIANI compreso: «Abeant hinc, et facessant, qui stultissime putant humana ratione fieri, quae Divino tantum consilio eveniunt, aut fateantur caelesti Numine rectores terris dari ! ». Accenna poscia con tocchi liviani le giovanili imprese militari di Carlo, le sue doti guerresche, l’amore guada- gnatosi dei soldati, i costumi castissimi continentissimique Ducis, che eran d’esempio all’esercito; e la conquista del Regno, la vittoria di Bitonto, e poi il rapido acquisto della Sicilia (quam tanta celeritate in suam vredegit potestatem, ut haud quisquam cursu cam, quam victoria peragraverit), nonché il trionfale ingresso in Napoli. Della città ricorda la singolare tranquillità con queste efficaci parole: «Testes denique [della grandezza delle sue gesta] sumus nosmetipsi, qui velut in Theatro sedentes, tamquam de aliis fabula, non de nobis res ageretur, belli malis damnisque expertes, securi et oscitantes, in summo otto, in maxima rerum omnium copia sacvientis Martis furorem specta- bamus ». Menzionata anche la guerra di Velletri, tanto per com- piere il ricordo dei fatti militari di Carlo, torna con la memoria al giorno in cui l’infante don Carlo fece la sua prima entrata nella capitale (Io maggio 1734); e ricorda il giubilo della città in quell’occasione 1. Detto poi delle virtù pubbliche e private del re, accenna le principali riforme da lui promosse, a capo delle quali il riordina- mento della magistratura, e poi la restituzione della Uni- versità nel Palazzo degli Studi, il cui riattamento era stato già celebrato con un'epigrafe da G. B. Vico =; infine I Lo ScHIPA per la menzione che fa anche lui di quelle feste (op. cit., p. 125) avrebbe trovato nell’opuscolo del Vico un documento in- teressante; pp. IX-x. Vedi pure (pp. xv-xVviI) il ricordo delle feste di Napoli pel matrimonio di Carlo con Maria Amalia. 2 «Inter praecipua pacis ornamenta, quae jam animo volutaverat, nihil ei antiquius visum (utpote non ignaro bonarum artium disci- plinas rerum humanarum esse moderatrices) quam Musis, regno suo VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 271 passa ad enumerare le opere pubbliche, le imprese d’arte e di storia, cui provvide Carlo di Borbone. Questa la parte più curiosa e caratteristica dell’orazione; e merita d’esser conosciuta. Ecco come accenna alla costruzione del S. Carlo *: Praeterea, ne videretur otium virtute partum sibi tantum comparasse, neve populus expers esset honestissimarum vo- luptatum, quae pacis et tranquillitatis sociae in Rep. aluntur bene constituta, Theatrum totius ferme Europae magnificen- tissimum tanto temporis spatio excitavit, quantum vix ad opus designandum tignumque comparandum satis esset. Dei lavori per la Strada Nuova verso Porta del Car- mine, eseguiti nel 1749, e del ponte presso al Castello del Carmine, pel quale fu composta un'iscrizione dal Maz- zocchi 2, Gennaro dice: Quid dicam prohibitum a muris, quos autem alluebat, mare, strata civium commoditati urbisque ornamento publica via, quae mari intermittit, pontibus continuata, quodque antea cymbis ratibusque aptum, curribus nunc equisque pervium factum esse ? pomoeriumque prius e remis expertum nunc rotas pati, perque subterlabentes undas nedum tuto incedi, sed plaustra etiam duci videmus ? Quid jactis molibus super contractum mare pro- ductae civium inambulationes, et tutissimum navium receptui portum effectum, quo antea carebamus ? E della istituzione del Real Albergo dei poveri, comin- ciata nel 1751 3: quasi expulsis, nulla certa stabilique sede errabundis, vixque precario hospitio [a S. Domenico] exceptis, pristinum domicilium nitidius ele- gantiusque restituere » (pp. XVI-XVII). Per la parte di G. B. Vico nel ripristino dell’ Università nel Palazzo degli Studi vedi l’ importante ar- ticolo di GiusePPE CECI, Il palazzo degli Studi, nella Napoli nobilis- sima, vol. XIII, 1904, pp. 182-3. I Vedi in proposito, D’ ONOFRI, Elogio, p. cxxx; CROCE, I teatri di Napoli, Napoli, Giannini, 1891,pp. 322 sgg.; SCHIPA, o. c., p. 28I. è Cfr. D’ ONOFRI, Elogio, p. CXxVI. 3 D' ONOFRJ, p. CvII. Cfr. SCHIPA, o. C., p. 677. 272 STUDI VICHIANI Exhauriendae sentinae Urbis amplissimum Ptochotrophium coeptum, quo compellerentur imae plebis purgamenta, ne nobis molestiae, et civitati dehonestamento essent. E delle ville acquistate e abbellite da Carlo :: Quid tot villas ad urbium instar aedificatas, Bacchi, Florae Pomonaeque certamina, amplitudine, elegantia, amoenitate adeo admirabiles, ut cum Romanis ipsis de operum magnitudine jure contendere audeamus. E della cascata di Caserta: Praeterea quasi terrae ac maria sibi satis non essent, per ve- titum ruens, caelum ipsum tentare ausus est. Quis unquam fando audivit per aérem volitantia sua natura reptantia filumina ? altissimis jugis profundissimae aequatae valles, perfossi montes, ‘amnisque longissime arcessitus, ac Regiae Villae sublimis invectus. Jactet quamvis Romana magnitudo sua immania opera, templa, theatra, basilicas, villas denique suas, magna quidem admiran- daque, quorum rudera adhuc extantia animos omnium stupore defigunt, rerum tamen naturam non est supergressa; at rerum ordinem invertere, naturae vim facere, ni caelum ipsum moliri, nobis concedere cogatur. E gli arazzi di Parma e le porcellane di Capodimonte 3 famose. Gennaro ha un accenno anche per queste arti fiorite in quel felice periodo della storia napoletana: Quid de artibus aut inventis, aut advectis, aut perfectis dicam ? Nonne, ut Attalica peripetasmata et cetera cuncta consulto praeteream, scimus figulinam ab eo institutam, summoque studio Myrrhina pocula perfecta adeo, ut levitate, candore, per- spicuitate cum Sinensibus Saxonicisque, quae tanto pretio antea comparabantur, facile contenderent ? I D’'ONOFRJ, p. CKXXVIII, e SCHIPA 0. c. pp. 287 sgg. ? Cfr. SCHIPA, 0. c., p. 286. 3 Vedi D' ONOFR], p. Cxx, e L. DE LA VILLE, La r. fabbrica di por- cellane in Capodimonte durante il regno di Carlo Borbone, e La v. fab- brica di porcellane in Napoli durante 1l regno di Ferdinando IV, in Nap. nobiliss., III (1894), pp. 131-8, 182-7. VI. IL FIGLIO DIG. B. VICO 273 Degli scavi di Ercolano lo scrittore, eccitato dall’estro encomiastico, afferma che la gloria di averla scoperta non fu per Carlo maggiore che non fosse per la città quella di essere scoperta da Carlo; e che certo essa aveva deside- rato di starsene diciassette secoli sotterra per aspettare tanto scopritore ! Res natura occultas et latentes indagare quoque et inquirere curiosissime aggreditur; ausisque adeo affuit Fortuna, ut, terrae viscera rimando, Herculanum Vesuvii incendio haustum pa- tefecerit, quod tamdiu fortasse obrutum jacere optavit, ut a re- gum Clarissimo detegeretur, ne prolatum minus a Principis gloria lucis acciperet, quam decoris ejus fortunae tribuere videretur. Poi, com'era da aspettarsi, vien la volta dell’ Accademia, e in fine anche del Museo Ercolanese: cunctis gentibus, nedum earum rerum studiosis, tanquam antiquitatis mira- culum spectandum contemplandumque. E Pompei? Perché Carlo non s’è accinto anche agli scavi di Pompei? Fortasse factum puto — vi risponde Gennaro con classica reminiscenza, che poteva anche essere sprone ed ammonimento, — ut ejus gloriae, quam maximam jam sibi comparaverat, materram Ferdinando filio, regi nostro amabilissimo, relinqueret. Che più ? Né anche l’ordine di S. Gennaro, istituito dal Borbone nel 1738 !, è dimenticato: Postremo, quo munia bene obita, pericula fortiter suscepta rependeret, amplissimum Divi Januarii Ordinem instituit, ma- ximorum praemium meritorum ?. Dopo quello di Carlo viene, naturalmente, l'elogio di Ferdinando. ! Vedi SCHIPA, o. c., p. 325, e D’ ONOFRIJ, p. CCXxXIv. 2 Per tutti questi passi che ho citati, vedi In regiis, pp. XVI-XX. 274 STUDI VICHIANI È vero che per costui almeno si sarebbe dovuto atten- dere. E infatti, Gennaro dapprima preferisce insistere sull'esempio da imitare che Carlo aveva lasciato al figlio. Ma poi s’interrompe: At quorsum abeo ? fortes degenerem nunquam gignunt aquilae columbam! E si rivolge allo stesso Ferdinando con parole affettuose: Cogita Te non advenam, sed indigenam esse; non traducem pe- regre accersitum, sed heic satum; non aliis, at nobis autem natum esse: easdem nobiscum auras spirare coepisse; eodem caelo tectum; eadem moenia suo te complexu nobiscum continere; idem solum, patriam, patrios Divos communes habere nobiscum; nostris mori- bus institutisque imbutum; atque adeo civem nostrum esse!, etc. Si ricordi: Ferdinando aveva allora 17 anni; ma, come si vede, s'avviava a diventare il Re Lazzarone! Di Maria Carolina è lodata la bellezza, la serenità della fronte, la tranquillità dell’aspetto, la grazia, il sorriso. Tacitus enim ei inest lepos, qui vultus, oris, oculorum alit auget- que quodammodo venustatem, in quibus charites, tribus velut arcibus insidentes, excubare videntur, ad omnium animos te intuentium alliciendos 2. Che avrà detto il buon Gennaro de’ suoi amabili prin- cipi nel ’99, quando gl’impiccarono anche il suo Falco- nieri? In quell’occasione delle nozze di Ferdinando, compose anche quest’iscrizione, che forse fu apposta alla porta dell’ Università il giorno stesso, in cui fu letta l’ Orazione: Carolo III Borbonio Hispaniarum Regi Potentissimo semper Augusto in communi omnium plausu 1 Pagg. XXIX-XXXx. * Pag. XLII. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 275 pro firmata auspicatissimis Ferdinandi IV et Mariae Carolinae Austriae nuptiis Neapolitanarum felicitate vel ipse Musarum Numen Apollo e suis excitus adytis Laeta omina futura canens tanquam praesentissimo Numini pro tanto beneficio aucturo Caelitum numerum supplicationes ac pulvinaria decernendo respondit. Del re Carlo, quando morì (14 dicembre 1788) non so se Gennaro Vico abbia avuto l’incarico di leggere l’elogio. Tra le sue carte non ci resta se non un frammento di minuta di un’ Orazione in lode di questo re. Ma sono a stampa le quattro iscrizioni latine da lui composte pel funerale celebrato in onore di Carlo III dalla Real Compa- gnia de’ Bianchi ', il 12 febbraio 1789. L'ultima di esse dice: Si tuis precibus pronae Dei aures sì votîs invocari incipis pro ea în quam nos vecepisti fide te prolixe obsecramus ut Ferdinando et Mariae Carolinae DD. NN. Augustaeque proli 1 Solennità funebre all’eterna memoria di Carlo III, celebrata nella Real Compagnia de’ Bianchi della Carità sotto l’invocazione di Santa Sofia e Capuano di Napoli, s. a. In questo opuscolo, dopo descritto il mausoleo, è detto: « Vi si leggevano delle nobili Iscrizioni composte dal regio prof. della Università don Gennaro Vico » (p. 3). L’elogio fu So dal sacerdote don Bartolomeo De Cesare, professore di S. Teo- ogia. 276 STUDI VICHIANI semper propitius adsis cum in eorum incolumitate securitas et felicitas nostra contineantur. Gennaro Vico non fu regio istoriografo come il padre: ma, fosse obbligo, in certo modo, della sua cattedra di rettorica, fosse gratitudine per i benefici ricevuti dalla dinastia, fu panegirista ed epigrafista del re. Così nel 1781, quando tutta Napoli si profuse in dimostrazioni di lutto per la morte di Maria Teresa (27 novembre 1780) 1, Gennaro diede anche lui in luce un elogio dell’imperatrice, che non risulta, per altro, scritto per incarico ufficiale 2. Ma il suo genere era l’epigrafe, in cui gareggiava col collega, pro- fessore di lingua latina e antichità romane, don Emanuele Campolongo, le cui iscrizioni furono raccolte in due volu- mi, intitolati Sefulcretum amicabile (1781-2). Infatti, quando il 28 giugno 1790 furono celebrati i funerali d’un professore dell’ Università, il valente naturalista Gaetano. De Bottis, le iscrizioni attorno al mausoleo furono com- poste dal Campolongo, e una, la più importante, da collo- care sotto il ritratto dell’estinto, scritta dal Vico: « che in tale genere », dice il narratore di quei funerali, « han presso di noi raggiunto lo schietto ed aureo genio del- l’antichità » 3. I Vedi le due raccolte miscellanee di prose e versi in morte di Maria Teresa nella Bibl. naz. di Napoli ai segni 156, L 3 e 155, K 16. Vi è anche un’ Orazione del sac. MARCELLO Eus. ScoTTI pei funerali ce- lebrati in Procida il 19 febbraio 1781: Napoli, Stamp. Simoniana, s. a. Anche un martire del ’99! 2? Elogium Mariae Teresae Augustae a JANUARIO Vico inscriptum; Neapoli, ex tip. Bernardi Perger Vindobonensis [s. a.], di pp. 7 più I inn. in-4°. Stampa di lusso. 3 Solenne funerale di D. Gaet. De Bottis prof. [...] celebrato nella Torre del Greco sua patria, Napoli, MDCCXC, Stamp. Migliaccio, p. 6. L’epigrafe di G. Vico — che contiene tutta la biografia del morto — è a p. 7. V’è anche (pp. 34-9) una canzone dell’ab. don Antonio Jerocades. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 277 Tra le carte di Gennaro sono quattro abbozzi d’una epigrafe per una principessina reale, morta nel luglio 1783. L'ultimo, al quale pare l’autore si fermasse, è questo: Regia Infantula Ferd. IV et Mariae Carolinae Austriae filia infelicissima quasi esset parum ab omnibus naturae et summae Fortunae bonis ejici luce orba utraque carens nomine a suorun columbario etiam prohibita ad hoc tantum mata ui omnium expers esset | heic condita®. Nel 1787 morì, ancora in tenerissima età, un altro figliuolo della feconda Maria Carolina; e Gennaro scrisse quest'altra epigrafe: Have Animula innocentissima Caroli Titi dulcissima Augustae Domus Regnique primula nec dum quadrimula spes e 3 Ferdinandi IV et Mariae Carolinae Austriae moerentissimorum Parentum sinu et complexu acerbissimo funere erepta amarissimo cunctis relicto desiderio tui. Vixit annis III. mens. XI dieb. XIII Coelo recepta XVI. Kal. Januar. MDCCLXAXXVIII ®. — Ter I à I A 2 i Questo verso nel primo abbozzo segue: X/V. Kal. Sextil. Anni MDCCLXXXITI. e ® Ve n'ha tra le carte di Gennaro anche un’altra bozza. 278 STUDI VICHIANI Dai funerali alle nozze. In occasione del matrimonio di Francesco Borbone — il mancato discepolo di Gennaro Vico — con Maria Clementina d’ Austria, i fratelli Terres presentarono ai principi una tavola di marmo, in cui erano insieme rappresentate le due effigie regali; e vi scrisse la dedica Gennaro: Faustissimo Francisci Borboni et Mariae Clementinae Austriae conjugio dulcissimae spei ac nostrae posteritatis praesidio comperientis ! nostram felicitatem ex pene tisdem quibus ad nos fontibus ad seipsam promanare hac marmorea tabula novo picturae genere dedita opera expresso ut quae corporum conjunctio în speciem oculis subjicitur eadem animorum, dissecto marmore, penitus inveniatur F. T. pronti et venerabundi D. D. D. 1 Pare si accenni propriamente al 1790, quando si celebrò il ma- trimonio di Maria Teresa e Luigia Amelia di Borbone con Francesco d'Austria e Ferdinando granduca di Toscana, e si formò, come dice il COLLETTA (lib. II, c. II, $ 34), a Vienna il terzo matrimonio tra le due case di Napoli e di Vienna: questo di Francesco con Maria Clementina. ? L’anno innanzi, o quell’anno stesso, una tavola simile, con l’ef- figie di S. Domenico, fu mandata dai fratelli Terres a Ferdinando duca di Parma. E pel regalo onde il duca compensò i fratelli Terres, Gen- naro scrisse la seguente epigrafe, la cui minuta è sul retro d’una lettera in data 12 marzo 1789: Ferdinando — Parmae Placentiaeque — Duci — Qui — praeclarum Borbonidarum munificentiae — cum Farnesiorum — in fovendis alendisque pacis artibus — singulari studio — fida socie- tate conjunxit — marmoream tabellam — cum — Divi Dominici — ei praecipuo cultu habiti — effigie — indelebili quodam picturae ge- nere — marmovi coalescente — haud pridem invento — atque ana- glyptico opere exornatam -— cujus libenter accepta — vel maximum proemium fuisset — manus munere — sive potius cultum culto — rependens — suam imaginem — maximo aureo numismate — graphice expressam — colendam misiît — cuius pars aversa — drammaticae Poéè- seos coronatio — ut omnes cognoscerent — Parmensem ditionem — uti pridem, ita modo etiam — Musarum esse domicillum — atque opti- marum artium culiricem — pro quo summo beneficio — Fratres Terres — Neapolitani Bibliopolae — proni et venerabundi — cum gratia agunt — tum maximas habent et immortales. Pare che i Terres stampassero anche un’incisione della medaglia ricevuta, con un’altra iscrizione del Vico che comincia: En cur honor VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 279 Ferdinando IV fa ricostruire un ponte sul Garigliano; e Gennaro detta l’epigrafe che ne tramandi il ricordo ai posteri®. Nasce a Ferdinando un altro figlio; e il Vico raccoglie in un’epigrafe a S. Gennaro i ringraziamenti del popolo: St antea Dive Januari hanc sacerdotum sacra fronde redimitorum solemnem pompam caste celebravimus nunc vero solido gaudio perfusi ingentes tibi gratias agimus quod Maria Carolina felice foecunditate Ferdinandum alio dulcissimo praesidio auxit quo Augusta Domus pluribus munimentis insisteret nostraque felicitas stabilius firmaretur. Si celebra la solita festa a S. Gennaro, e sono del Vico le quattro iscrizioni che si leggono quel giorno nel Duomo; in una delle quali si prega il santo di voler rappresentare, «in suo liquenti cruore », Ferdinando et Carolinae — DD. NN. — Totique Domui Augustae — perpetuam incolu- mitatem felicitatemque — ac proinde nostram securitatem. alit artes — en cos ingeniorum — en effigies — Parmae et Placentiae Ducis; e accenna anch'essa alla tavola di S. Domenico ignoto pingendi genere — et nova diaglyphice — nulla ferri ope — eleganter exornata. I Vedi questa e altre epigrafi in Appendice I, scelte tra le molte che restano tra le carte di Gennaro, per lo più sepolcrali. 280 STUDI VICHIANI Con le lodi di Carlo III e di Ferdinando IV si apre anche la Dissertazione sulla città di Pompei : del primo, per gli scavi di Ercolano e per l’ Accademia Ercolanese, che veniva certo in proposito di ricordare in uno scritto con cui s’inauguravano i lavori della classe d’ Alta Anti- chità nella nuova Accademia; e del secondo, pel nuovo impulso dato ai medesimi studi con la nuova istituzione. Per adempiere [continua l’autore modestissimo] per quanto la scarsezza de’ miei talenti e la cortissima estensione delle mie cognizioni mi permettono, l’incarico superiore di gran lunga a me stesso impostomi dalla Sovrana Munificenza, prendo per oggetto delle mie ricerche la città di Pompei, non già sull’ idea di adornar alcuna delle discoperte parti di quel tutto, che ancor giace sepolto; ma di considerarlo al solo lume degli antichi scrittori; e coll’auto- rità dei greci e de’ latini, tra i di cui confini alla mia Classe è stato circoscritto il commercio, di tutti il più ricco, e ’1 più nobile, perché di tutto da essi abbiam ricevuto il sapere; rilevarne, per quanto mi sia possibile, le di lei vicende. Né sulla lusinga di produrre cosa nuova in un argomento, il qual solamente è venerabile per la sua antichità: quantunque il raccogliere, disporre e combinar insieme que’ languidi e dispersi barlumi, lasciatici dagli antichi, potrebbe conciliarsi una qualche sembianza di novità, se fossero da più dotta e più maestra mano stati ordinati e composti. Ma sulla speranza che siccome que’ venerabili avanzi di antichità, che da Ercolano si estrassero, furon cagione, che s’ instituisse l’Acca- demia Ercolanense, così a vicenda questa real Accademia istituita potesse cominciar li suoi fasti dall'epoca gloriosissima del risorgi- mento di Pompei, dopo essere stata per l’ immemorabil corso di ben XVII secoli sepolta: poiché.... se que’ rottami ercolanensi svelti ed infranti, rivestiti di sì dotta ed erudita luce da tanti chiarissimi ingegni, che vi travagliarono, si son resi non meno ammirabili per il buon lume ricevuto, che per la loro antichità; onde il Museo Ercolanense è divenuto nell’ Europa cotanto celebre, che può dirsi essere una delle cagioni del frequente concorso in questa città, per se stessa luminosissima, di tante culte nazioni: quanta, e quanta maggior confluenza ne attirerebbe, se mai po- tesse vedersi una nobilissima città, unico esempio nella storia di tutti i tempi, intieramente esposta alla luce del sole, e quindi all’ammirazione dell'universo ? VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 281 Gli scavi di Pompei, com'è noto, furono intrapresi nel- l'aprile 1748 !; ma rimasero presto interrotti; e s’è visto che Gennaro ne faceva un'eredità di gloria lasciata da re Carlo a Ferdinando. Certo, il nome del figliuolo del Vico va ricordato tra coloro che incitarono efficacemente a quest'opera importantissima. E, come già altri ha notato ?, a torto è dimenticata la sua monografia su Pompei, la cui parte più notevole è, come si disse, riferita dal Napoli- Signorelli nella sua Storia dell’ Accademia delle scienze e belle lettere. In questa monografia è innegabile profonda conoscenza e acuta critica delle fonti letterarie. Chi vorrà studiare il bel tema degli studi d’erudizione antica in Napoli durante il sec. XVIII, non potrà tra- scurare questo scritto del Vico, e il frammento che ci resta dell’altro su Locri. Ma non è qui il luogo di farne parti- colare esame. Dirò soltanto che ci si vede l’erudito, ma non l’antiquario di professione. Rifiutate le leggende, non subentra lo sforzo di spremere dalle scarse testimonianze superstiti quello che esse non possono darci; e il buon senso mette in guardia contro le sottigliezze e gli artifizi congetturali, che facilmente attraggono lo studioso dell’an- tichità. Ciò è particolarmente notevole nella relazione sulla memoria del Finamore intorno alle origini di Lanciano; dove, nonostante la « cadente età » e la «languidezza dello spirito », accusate sul principio dall'autore, spunta qua e là anche il bonario sorriso del buon senso contro certi arzigogoli del Finamore, per ottenere che l’ Accademia riconoscesse nell’antica Lanciano un municipio anzi che una colonia romana. Dopo un minuto esame delle epigrafi lancianesi mandate dallo stesso Finamore all’ Accademia, I FIORELLI, Descriz. di Pompei, Napoli, 1875, p. 22; o Pomp. antiq. historia, Neapoli, 1860, dov’ è la storia degli scavi. ® BELTRANI, La R. Acc. di scienze e belle lett., p. 37. Il lavoro del Vico non è citato, nota lo stesso Beltrani, p. 88, nella Bibliografia di Pompei, Ercolano e Stabia di FRIEDRICH FURCHEIM, Napoli, 1901. 282 STUDI VICHIANI il buon Vico viene a questa conclusione, che mi piace riferire: Avrei bramato soddisfare il dotto ed erudito sig. Finamore, se li monumenti me ne avessero somministrati i mezzi. Ed in questa occasione sperimento pur troppo vera la natura dell’ambi- zione, che non respiciîit, che non si volta mai indietro; la quale, quantunque vizio, quando però si propone per oggetto la virtù ed il sapere, deve riputarsi ambizione lodevolissima: siccome Quintiliano dice: quamquam ipsa sit vitium, frequenter tamen causa viriutum est: e l'ambizioso più si duole di un solo, che abbia innanzi, che l’attraversi il conseguimento del suo fine, che goda di tanti meno felici, che gli vengono appresso; e le passioni più commendabili devono essere regolate sempre da quel ne quid nimis; perché Virtus est medium vitiorum et utrimque reductum. Avrebbe desiderato il dotto ed erudito cittadino assiem col suo collega il sacerdote don Uomobuono de’ Buchachi!, con cui est studiorum societate conjunctus, che Lanciano fosse stato dichia- rato municipio, la quale quasi già non lo è; e non si volge dietro a considerare tant’altre città di condizione meno ragguardevole che Lanciano, che le vengono appresso. Mi lusingava di dover fare da avvocato del sig. Finamore in questa sua onestissima causa; e, mio malgrado, devo farvi la comparsa da fiscale, perché l'autorità e li monumenti l’oppugnano, e quelli stessi, che egli ha prodotti, punto non lo suffragano: ma non per questo può dirsi, che egli abbia intieramente perduta la sua causa: perché quod petit intus habet. Non sente essersi talmente confusi li diritti, e le prerogative de’ municipi con quelle delle colonie, e questi in quelli trasfusi in guisa, che gli uni dagli altri non sì distinguevano ? Non sente da Gellio il nome di municipio già dileguato — obscura et obliterata suni municipiorum jura, quibus uti per innotitiam non queunt ? Non ha inteso, che li municipi pretesero di cangiar la loro condizione in quella delle colonie, e non vede le istesse città I È lo stesso BOocHAcHE, autore del Saggio storico-critico della città di Lanciano, che si conserva ms. nella Biblioteca del Ginnasio di Lanciano ? Un brano ne pubblicò il prof. L. GAMBERALE, Notizie sui fatti di Agnone nel 1799 tratte dall’appendice al Saggio ecc. Campo- basso, Colitti, 1900. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 283 essersi appellate colonie e municipi ? Non ha inteso li distinti cit- tadini municipali in sì poco conto presso li romani ? Non conosce quindi, che il tutto si riduce alla distinzione del nome ? Perché Struggersi per investir la sua patria di un pregio, che, in tempo che valeva, era in sì poco conto, ed ora si riduce a un nome vano, in guisa che, se allora municipium e colonia eran riputati lo stesso, ora questo istesso è divenuto un nulla ? !. In questa dotta relazione, dove l’ «immortal Muratori » è vichianamente detto, con ammirazione, «ingordo vora- cissimo rivolgitor di biblioteche », è pur degna di nota, in mezzo all’erudizione archeologica, una disgressione filo- sofica, o «disgressione in astratto », come dice l’autore; e che egli chiede di poter fare, giudicandola « non capric- ciosa, perché avvalorata dall’autorità; se poi applicabile alla nostra ricerca, lo sottopongo al giudizio de’ dotti ». Da quale autorità, Gennaro non dice; ma basta sentirne il principio per indovinare l’allusione: È costante che le lingue sieno indici, che ci scoprono li co- stumi delle nazioni; e perché fide interpreti dell'animo, dovettero nascere aspre, dure, orride, esprimendo la rozzezza e la ferocia delle nazioni, che le parlavano; a misura poi che li costumi a poco a poco s'ingentilirono colle arti dell’ umanità, si raddolcirono anche le lingue: del che ce ne somministra una testimonianza la lingua latina, la quale tale la scorgiamo in que’ frammenti delle leggi delle XII Tavole; e pure cominciava il quarto secolo della fondazione di Roma. Tal dovette essere, e fu la lingua di Lucilio, di Pacuvio, di Livio Andronico, di Ennio; e Plauto, che ci è restato, e provenne assai più tardi, essendo morto nel consolato di Fublio Claudio Pulcro e di L. Porzio Licinio, cioè nel 570 di Roma, di quante ruvidezze e racidumi è pieno ! Come, per esem- pio, nel Prologo dell’Anfitrione: I Di questa relazione rimane una copia di mano del marchese di Villarosa. Anche all'Accademia credo sia stata letta una breve Rela- zione intorno a certe dissertazioni su Virgilio di A. DE SANCTIS, che resta tra le carte di Gennaro, curioso documento della sua bonarietà, contraria a ogni ipercritica, e un po’ anche alla stessa critica. 284 STUDI VICHIANI Ut vos în vostris voltis mercimoniis Emundis vendundisque. Uno scrittore del secolo d’oro avrebbe detto: Ut vos in vestris vultis mercimoniis Emendis vendendisque. Or l’ istesso dovette accadere in tutte le lingue delle altre na- zioni: che, a proporzione che colle arti dell’ umanità depressa [fu] la ferocia de’ costumi, così le lingue la loro asprezza, e quel rumoroso strepito di voci [perderono]. L’ istesso vediamo esser avvenuto nella ricorsa barbarie in tutti i dialetti della lingua italiana, che fu una corruzione della latina: le lingue, le quali ora parliamo, quanto sono differenti da quelle di tre o quattro secoli addietro ! Si ricordi la Dignità XVII della seconda Scienza Nuova: «I parlari volgari debbon esser i testimoni più gravi degli antichi costumi de’ popoli, che si celebrarono nel tempo, ch’essi si formaron le lingue ». Ma tutto il pensiero e le espressioni di questo brano sono di (G. B. Vico. Le cui opere Gennaro dové custodire sempre come cosa sacra, e leggere e rileggere, benché non avesse intel- letto pari alle speculazioni paterne; ma per compiacersi in ammirar i monumenti della grandezza del padre, alla cui ombra svolgevasi la sua vita tranquilla. Custodiva gelosamente quei libri. Dev’essere un suo parente chi gli scriveva, nel 1780, la seguente lettera: Casa, 27 luglio 1789. Veneratissimo mio Sig.r don Gennaro, Il Sig.r don Francesco Esperti 1, a che (sîc) molto devo, desi- dera la prima edizione della Scienza Nuova solamente per incon- I L’avv. Franc. Sav. Esperti, nipote di mons. Esperti, corrispon- dente di G. B. Vico. Nel 1792 pubblicò in un opuscoletto la lettera del Vico allo zio, relativa appunto alla 18 Scienza Nuova. Vedi VILLAROSA, Opuscoli, pp. 368-9, e CROCE, Bibliogr., p. 22. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 285. trare (sic) certo passo, e restituirvela. Spero dunque che l’abbiate, e me la favorite, che sarà mia cura di restituirla; e sicuro de’ vostri favori, resto pieno di stima dicendomi Vostro devot.mo servitore obbl.mo Nicolò Santaniello 1. Non pare che egli abbia avuto nessuna parte nel pre- parar la raccolta delle Latinae orationes del padre, pub- blicata nel 1767 da Francesco Daniele 2. Ma questi dové più tardi rivolgere nell’animo il proposito di raccogliere tutti gli scritti sparsi del Vico. E allora certo ricorse a Gennaro 3. Se non che il Daniele in fine non ne fece nulla; e Gennaro per un momento poté sperare di far lui la desiderata edizione delle opere paterne. È. ormai I Il ViLLarosa, Opuscoli, III, p. v, parla della «casa de’ signori Santaniello, ultimi eredi del Vico, sita nella strada dei Mannesi »; e dice che in essa conservavasi il ritratto di G. B. Vico dipinto dal So- limena, che fu distrutto con la casa stessa da un incendio intorno al 1819 (v. anche Croce, Bibdl., p. 116). [Filippo Santaniello (mi comu- nica il Nicolini), sposò Candida Vico, figlia di Ignazio, e due figli, Mer- curio e Carlo, nati da questo matrimonio, son nominati nel testamento di Gennaro Vico, in data 2 settembre 1805). 2 Nella dedica del libro al Targiani, il Daniele dice d’aver raccolto da sé e da molto tempo quelle Orazioni. Cfr. CROCE, Bibl., p. 30. 3 Nel 1804 faceva ricerca di scritti del Vico e di sue lettere, scri- vendone ad amici a Roma e altrove. Il Croce (Bib/., p. 30) ha richia- mato l’attenzione su due lettere del card. Borgia (del 1804) al Daniele, che sono nel carteggio inedito di costui, conservato dalla Soc. storica napoletana. Importante è anche il seguente brano d’una lettera allo stesso Daniele, scritta da Jacopo Morelli (l’erudito bibliotecario ve- neziano, a cui il Villarosa dedicò il 1° volume degli Opuscoli), da Ve- nezia 1I febbraio 1804: «Ho fatto ricerche per le Lettere del Vico richieste, e nulla si è trovato. Per quelle all’ab. Conti ho fatto esaminare le casse di lui, già possedute in Padova dal professore Toaldo, ed ora dal Cheminello. Per quelle al Lodoli non vi sono ricerche da fare, essendo perite le casse di lui in uno dei Pubblici Archivi, dove erano trasportate dopo la morte di lui; perché vi si trovavano scritture di affari di Stato me- scolate, e si fece un’asporto (sic) totale senza discrezione. Per quelle al Porcìa ho fatto cercare in Udine presso li discendenti del corrispon- dente col Vico, e nulla si è trovato. Sicché null’altro mi resta da fare » (Carteggio di F. Daniele, vol. III, c. 305; Soc. stor. nap.). Le relazioni del Vico coll’abate Conti e col Lodoli il Daniele non poté conoscerle se non dalle aggiunte, allora inedite, alla Vita del 19 286 STUDI VICHIANI nota la minuta della prefazione ! che egli già aveva prepa- rata pel primo volume, che avrebbe dovuto contenere la Scienza Nuova del 1744. Tandem tot flagitatoribus, tot obtrectatoribus mihi tanquam parum officioso exprobantibus morem gero, a quibus quasi obsessus quotidie oppugnabar; tandem rogari, atque invitus negare desino, cum non mea me voluntas, sed rationes meae ab incepto prohiberent: fidem meam absolvo, dato fidejussore satis superque locuplete, honestissimo Neapolitano Michaele Stasio, qui onus in se suscepit: tandem Patris mei (cujus etsìi eundem mu- neris ordinem adeptus, utinam eodem dignitatis gradu exples- sem !) opera omnia.... in unum corpus collecta, in lucem prodeunt. Accennando alla diuturna meditazione in cui s'era maturata la Scienza Nuova, Gennaro dice che è questa la ragione principale della pretesa oscurità trovata in quel- l’opera da taluni, « qui, ne de grege imperitae multitudinis habeantur, quae ca magis admiratur quae minus intelligit, prorsus damnant quod non intelligunt ». Aliud est, dice Gennaro, e nelle sue parole bisogna vedere un pochino lo stato d’animo di lui stesso quando leggeva la Scienza Nuova ; — aliud est dicere, non intel- lago, aliud, non intelligitur : illud modestiae, et suae cujusque conscientiae potius tribuen- dum; hoc autem summae arrogantiae indicium, quod firmissi- mum supinae ignorantiae argumentum; nam quid est aliud, quam se supra omnes extollere ac postulare, quod ipse non in- telligit, e nemine intelligi posse ? Nam vere docti quantum sibi desit, sciunt. Vico, che erano presso Gennaro, se già questi non le aveva date al march. di Villarosa. A quell’anno, infatti, devono pur risalire le av- vertenze del Daniele comunicate al Villarosa per una ristampa della Vita del Vico (cfr. Croce, Bibl., p. 110); dalle quali apparisce e la conoscenza delle carte vichiane possedute da Gennaro Vico, e la fa- miliarità del Daniele con quest’ultimo, già decrepito. Potrebbe anche pensarsi che queste ricerche pel Borgia e pel Morelli ei cominciasse a farle per compiacere al « marchesino Villarosa ». I Fu pubblicata dal Croce, Bibl., pp. 112-13. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 287 Non credo poi Gennaro tanto modesto da non credersi uno di questi vere doctt! Egli ben sentiva per sua espe- rienza che la Scienza Nuova non est ex eo librorum genere, saeculi commoditati obsecundan- tium, quos sagina graves, in lecto strati, supini et oscitantes, aut fallendi temporis aut somni conciliandi gratia in manus sumuntur, in quibus omnia extant omnium oculis exposita. Si iterum legas, leges eundem, ut animum despondens tertio legendi; aurum autem natura occultum et latens, indagatione ex terrae visceribus, in quibus jacet, patefaciendum eruendumque. Oh l’animo intento e la commozione di Gennaro, quando rileggeva per la ventesima o trentesima volta (non aveva letto 35 volte il suo Tacito il padre, scopren- dovi sempre qualche cosa di nuovo ?) la maggiore opera paterna, con la testa fra le mani, e la memoria che correva indietro a rivedere il vecchio Giambattista, languente in un angolo tristo della casa, dove Gennaro rimase! E qual dolore non dové essere per lui che l'edizione non si facesse più! Negli anni più tardi vi fu chi gli rifece nascere la speranza di veder ristampati in un corpo gli scritti paterni. Sollecitava l'edizione un giovane di grande ingegno, che studiava profondamente Vico ed era capace d’intenderlc. A Gennaro forse fu presentato dal suo sostituto Ignazio Falconieri, che con quel giovane aveva dimestichezza, e doveva di lì a poco metterlo a grave repentaglio, traen- dolo seco segretario nell’organizzazione repubblicana d’un dipartimento della repubblica del ’99. Questo giovane era Vincenzo Cuoco. Il quale però, pochi anni più tardi, nel 1804, scrivendo da Milano all’ideologo De Gérando, ricordava: « Una buona edizione di Vico [...] forse si sareb- be fatta in Napoli, ed eransi a tal fine preparati molti materiali. Si era invitato il figlio, allora ancor vivo !, a ! Al Cuoco, da cinque anni lontano da Napoli, pareva impossibile che il vecchio Gennaro vivesse tuttavia ! 288 STUDI VICHIANI somministrare i manoscritti del padre. Si eran raccolte molte cose ancor inedite. Una parte di ciò che erasi pre- parato trovavasi in casa mia; un’altra in casa di quel mio amico che voleva far l’edizione: ed ambedue le case fu- rono nel saccheggio anglo-russo-turco-napoletano saccheg- giate. Ed addio edizione di Vico »!. Intorno al 1804, infine, per lo stesso motivo, Gennaro vecchissimo fu visitato dal marchese Villarosa. Il quale, nella prefazione al primo volume degli Opuscoli =, non pubblicato, per altro, prima del 1818, quando Gennaro era morto da tredici anni, racconta che nell’accingersi alla sua raccolta, si diresse al figlio di Gio. Battista, uomo di antichissimi costumi, «per informarlo del suo proposito e pregarlo che volesse fargli dono di quegli opuscoli del padre, che aveva presso di sé. Il buon vec- chio, gravato dagli anni, e più da’ malori, quasi pianse della letizia per un tale avviso ». E gli diede infatti i pochi manoscritti rimastigli, e un abbozzo delle aggiunte alla Vita pubblicata dal Calogerà. Anche i libri del padre a uno a uno gli erano stati portati via dagli amici; ma conservava « un Tacito tutto dal padre nel margine postil- lato e qualche altro latino libro ». Qualche ferro, insomma, del mestiere ! Giacché anche gli storici il professore di rettorica doveva leggere e illustrare. Delle origini di questa cattedra si sa poco, come in generale delle origini di tutti gl’inse- gnamenti dello Studio di Napoli. Pare sia sorta per le esigenze umanistiche del Rinascimento napoletano, sotto gli Aragonesi. Il maestro del Sannazzaro, Giuniano Maio, l’autore del De Matestate, e di un dizionario latino De priscorum proprietate verborum, il precettore d’ Isabella I RUGGERI, V. Cuoco, pp. 191-92; e cfr. ora Cuoco, Scritti vari, ed. Cortese-Nicolini, I, 314-15. 2? Opusc., I, XIV-XV. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 289 d’ Aragona, lesse nello Studio (riaperto nel 1451 da Alfonso I) dal 1465 al 1488 rettorica, poesia o arte oratoria, col soldo di trenta o quaranta du- cati 1. E nello stesso anno 1465, re Ferdinando creava per Costantino Lascaris, venuto da Milano al séguito di Ippo- lita Sforza, di cui era stato maestro, una cattedra di eloquenza, ma ad lecturam Graecorum auctorum, poétarum scilicet et oratorum *. Non risulta, del resto, che il Lascaris v’insegnasse più d'un anno; e alla sua partenza la cattedra dové cadere. Non così quella di rettorica latina, detta poi anche di umanità, che ebbe maestri di fama, come Pomponio Gàurico, il quale v’inse- gnò sempre con la provvisione di 40 ducati dal 1512 al 15193, e l’amico del Pontano, Pietro Summonte, dal 1520 al ’26 4. Ma questa, come le altre cattedre dello Studio, ebbe un assetto stabile dalla prammatica del 1616, che (parte II, tit. I) ordinò «una cattedra di rettorica con I00 ducati di salario 5 l’anno: ha da leggere i precetti di essa, o per Aristotile, o per Quintiliano, o per il libro Ad Herennium, et parte dell’anno alcun oratore, o isto- riografo per poter esemplificare detti precetti » 6. In questo programma, d'altronde, bisogna scorgere la conseguenza I Pércopo, Nuovi docc. sugli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi, in Arch. stor. nap., XIX, 740-1; e introd. alle Rime del Cariteo, Na- poli, 1892, p. CCXVIII; e CANNAVALE, Lo Studio di Napoli nel Rina- scimento, Napoli, Tocco, 1895, docc. cit. nell’ Indice dei nomi, s. « Mayo de Juliano ». % CANNAVALE, doc. 13, p. XXI. 3 Pércopo, L’umanista Pomponio Gàurico e Luca Gàurico ultimo degli astrologi, Napoli, Pierro, 1895, pp. 69 e 173-7. 4 PÉRCOPO, od. cit. pp. 69 e 177-9. Per altri nomi oscuri vedi oltre il Pércopo, l. c., il CANNAVALE, p. 87. 5 Dai documenti pubblicati dal Cannavale risulta (p. 63) che il soldo era salito a 60 duc. nell’anno 1532-33. Ridisceso a 50 duc. nel 1568-69 (p. 70), risalì a 60 nel 1574-75 (p. 72); e vi si mantenne fino al 1580 (p. 74), ultimo anno per cui si abbia notizia d’un lettore d’huma- nità: e forse fino al 1616. Per maggiori particolari sulla cattedra si veda ora il cit. vol. miscellaneo sulla Storia della Università di Napoli. 6 V. Nuova Coll. delle Pramm. del Regno, t. XIII, p. 17. 290 STUDI VICHIANI dello stesso sviluppo storico di quell’insegnamento, che in esso ebbe quasi la sua codificazione. Quando, nel 1711, G. B. Vico dettò di suo le Institutiones oratoriae, in fondo non fece uno strappo al programma, perché la sostanza era sempre quella tradizionale. E Gennaro non fece di certo lui la rivoluzione. Fino al ‘77 insegnò la solita retto- rica; dopo gli toccò anche di «formare » le Istituzioni poetiche. Era sempre l’insegnamento greco e romano, rinnovato dagli umanisti e perpetuatosi dal Quattrocento in poi, col perdurare del generale indirizzo strettamente classico della cultura e della letteratura. Vedremo tra poco come timidamente, durante la vita stessa del nostro Gennaro, farà capolino nello Studio un insegnamento letterario moderno; e quanta fatica durerà ad affermarsi con carattere e spirito veramente nuovo e indipendente da questo vecchio istituto umanistico. A Gennaro, che, per altro, non fu l’ultimo dei maestri di rettorica latina, bisogna render merito dei sani criteri, che, per ispirazioni paterne, seppe mantenere nella sua disciplina, insistendo sempre sull'importanza del conte- nuto, combattendo il puro studio della forma vuota, le virtuosità stilistiche e sofistiche, le minuzie grammati- cali :, ed incitando i giovani agli studi seri e profondi. Nell’ Orazione inaugurale del 1774: Optima studendi ratio ab ipso studio petenda, tornando sul tema già trattato nel 1741?, fatta una dipintura satirica delle abituali occupazioni della gioventù effeminata del tempo, affermava questo bisogno degli studi coltivati con ardore d’animo e vigoria di volere: aeque naturalis et facilis est vobis sapien- tiae adipiscendae ratio, quae est vestramet ipsa voluntas 3. I Sono degni d’esser letti gli Avvertimenti per l’ insegnamento del latino, da lui dati, pare, per l'istruzione di qualche figliuolo di signori, e che io sono costretto a rimandare all’Appendice I. ? Vi sono ripetuti anche de’ periodi. 3 Pag. LXIv. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 29I La volontà vince anche i difetti della natura. Non c’è difficoltà che non si superi col buon volere. Ma il fine degli studi non è da riporre nel guadagno. Sordida haec et vilia sunt litterarum pretia, quae vobis con- temnentibus ultro abunde suppetent. Qui studio flagrat cognitionis et scientiae, is nullo emolumento ad eas res impellitur: quin etiam qui ingenuis studiis delectantur, eos videmus nec valetudinis nec rei familiaris habere rationem; omnia perpeti ipsa cognitione et scientia captos: cum maximis laboribus compensare eam, Rara in discendo capiunt voluptatem. Di che adduceva ad esempi Anassagora, Carneade, Archimede, Pitagora, Demostene: e meglio avrebbe potuto ricordare il padre, se non l'avesse trattenuto certo pudore domestico, che mai non gli fece pronunciare quel sacro nome, quando sulla sua bocca potesse suonare lattanza. 292 STUDI VICHIANI LA CATTEDRA DI LETTERATURA ITALIANA DALLA SUA ORIGINE ALLA RIFORMA DEL 31811 Da uno sdoppiamento della vecchia cattedra di retto- rica, nell’ Università di Napoli, trasse origine l’insegna- mento di letteratura italiana. Quello stesso marchese della Sambuca, che nel 1778, «per porre in attività il genio della nazione e il talento dei sudditi»! di Sua Maestà, die’ vita, come s’è visto, all’ Accademia delle scienze e belle lettere, in. quel torno stesso, tentò anche un ammo- dernamento dell’ Università con la riforma del 26 set- tembre 1777, che qualche modificazione importò anche alla cattedra di Gennaro Vico. Nel dispaccio con cui comunicava a Carlo Demarco, ministro del culto (da cui la pubblica istruzione dipendeva), il nuovo piano dell’ Università, scriveva: «La pubblica educazione, che è stata sempre tra le cure principali di ogni ben regolato governo, per la in- fluenza, che ha sul costume de’ popoli e su la floridezza dello Stato, con la cognizione e con l’esercizio delle scienze e delle arti liberali e meccaniche, necessarie non meno alla cultura ed alla politezza delle nazioni, che alla sua ricchezza e potenza, col promuoverne e sostenerne il com- ‘mercio, avea già richiamata l’attenzione del Re ». Si sente il linguaggio del tempo dei lumi. Sono quindi ricordate le precedenti cure di Ferdinando IV per l’istru- zione. « Dopo queste sue prime sovrane disposizioni, ha il Re voluto rivolgere ancora il suo pensiero all’ Università degli studi .... Ed avendo S. M. veduto, che siccome nelle I Disp. cit. del 22 giugno 1778. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 293 pubbliche scuole stabilite nella R. Casa del Salvatore vi erano alcune lezioni, che anche nell’ Università degli studi faceansi; e così in questa e in quelle ne mancavano poi molte, che le nuove scoverte fatte nelle scienze e nelle arti rendevano interessanti: ha perciò disposto che si combinassero insieme; e, togliendo per una parte quel che vi fosse di superfluo, e aggiungendo quel che mancasse per l’altra, e alcuni soldi, ch’'erano nelle scuole, soppri- mendo, ed altri, che nell’ Università eran troppo. tenui, aumentando, si formasse un corpo intero e compiuto di tutto ciò, ch’ è necessario alla perfetta istituzione della gioventù, cominciando da’ primi elementi fin alla Facoltà delle scienze più sublimi » 1. Affinché tutto questo corpo completo di studi fosse raccolto in un sol edificio, l’ Univer- sità passò allora nella casa del Salvatore, dov'era già il convitto. « Né qui si sono arrestate le paterne cure del Re. Ha determinato di più, e disposto, che si formino, oltre all’ Accademia della pittura, scultura ed architettura .... altre due Accademie, una per le scienze e l’altra per le belle lettere, con avere stabilite le pensioni corrispondenti ‘agli accademici ed ai segretari dell'una e dell’altra, che saranno a suo tempo dalla M. S. dichiarati, col presidente delle medesime. E siccome queste Accademie si terranno nell’edifizio, ove sin ora è stata l’ Università degli studi 2, ha disposto ancora S. M. che nel medesimo si situino le magnifiche due regali Biblioteche, Farnesiana e Palatina, destinandole all’uso del pubblico. Ed oltre ciò, vi saranno trasportati li due ricchissimi suoi regali Musei, Farne- siano ed Ercolanese, per lo stesso uso ». E, perché I Arch. Sta. Nap., Scritture diverse della cappellania maggiore, vol. 34, f.° 230 sgg. Ma il dispaccio è pubblicato nel DE SARIIS, Cod. di leggi del Regno di Napoli, lib. X, tit. IV, Napoli, Orsini, 1796, pp. 47 S8g- 2 Il Palazzo degli Studi. Sbaglia perciò il COLLETTA (Storîa, lib. II, cap. II, $ 13) ponendo tutti quest’ istituti insieme con l’ Università al Salvatore. 204 STUDI VICHIANI nulla mancasse alla perfezione di que - sta grande opera, ed alla compiuta istruzione della gioventù, si disponeva l'istituzione di una cattedra di storia naturale, di un orto botanico, di un laboratorio chimico, «e che vi sieno tutte le macchine per fare le esperienze, e le altre opera- zioni corrispondenti ». Tutto ciò nel Palazzo degli Studi. Si ordinava altresì all’ Ospedale degli Incurabili una cattedra di ostetricia e la formazione di un teatro anato- mico. Infine, si era annunziato l’ordinamento di un Osser- vatorio astronomico nella casa del Salvatore. In questa, che si può dire la riforma universitaria dell’illuminismo, tra le cattedre nuove comprese nel piano dell’ Università, troviamo appunto quella di Elo- quenza italiana. «Si dee provvedere», è detto nel Piano, anch'esso del 26 settembre 1777, « col soldo di ducati 300 » ®. E a questa, come alle altre cattedre nuove, si doveva provvedere per concorso: « Solamente », diceva il marchese della Sambuca al Demarco nel suo dispaccio, « solamente, per questa prima volta li maestri delle nuove cattedre si proporranno al Re da V. S. Ill. ma con la mia intelligenza, per combinarsi colla Riforma fatta ». Non passarono infatti tre mesi, che il ministro Carlo Demarco spediva al cappellano maggiore del tempo, don Matteo Gennaro Testa Piccolomini, arcivescovo di Cartagine, il seguente dispaccio: Essendosi fatta presente al Re la rappresentanza di V. S. I. de’ 19 dello scorso novembre, contenente le terne de’ soggetti proposti per le nuove cattedre aggiunte all’ Università dei Regi Studi, S. M. ha scelto per l’Eloquenza italiana don Luigi Serio; per la meccanica, p. Nicola Cavallo; per l’Arte Critica e Diplomatica, il p. don Emanuele Caputo Cassinese; per la Storia sagra e profana il prete don Francesco Conforto; I Arch. Sta. Nap., Scritture cit., vol. 34, f.° 252 db; DE SARIIS, p. 52. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 295 per l'Agricoltura don Nicola d’Andria; per l’Architettura Civile e Geometria pratica il Canonico Taralli; per la Geografia e Nautica il p. don Lodovico Marrano; coll’obbligo però, che debbano tutti tali lettori di persona far le lezioni, senz'ammettersi sostituti in loro vece nelle cennate rispettive cattedre nuovamente aggiunte. Rispetto poi alla cattedra di Logica e Metafisica, S. M. si ha ri- servato di risolvere in appresso, ed allora a suo tempo comunicherò a V. S. I. la Real risoluzione. Nel Real nome pertanto comunico a V. S. I. tal’elezioni de’ cennati lettori, fatte dalla M. S. perché ne disponga il possesso e l'adempimento; siccome ne ho dato l’avviso a’ medesimi per loro intelligenza. — Palazzo, 10 dicembre 1777 !. Chi era don Luigi Serio ? Nato nel 1744 a Vico Equense, esercitava in Napoli la professione d’avvocato; ma già intorno al ’65 era diventato una celebrità come improv- visatore. A differenza dei soliti poeti estemporanei, il Serio aveva solida cultura letteraria e scientifica. Né era privo di buon gusto, come dimostrano alcune sue polemiche letterarie. « La fraseologia dei novatori, della gente alla moda, gallicizzante ed anglizzante, delle anime sensi- bili, dei filosofanti, era un suo odio particolare. Contro costoro scrisse, tra l’altro, un opuscoletto, pubblicato anonimo, col titolo: Cose e non parole, mettendo in cari- catura gli obblighi filosofici e utilitari, che si volevano addossare alla poesia. Ma non pare che questo suo odio fosse effetto di un pensiero profondo »?. Le sue Rime, del resto, raccolte in due volumi nel 1772 e 1775, hanno I Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 426 (novembre 1777 a gennaio 1778), ff. 140-141; nonché tra le Scritture diverse della Cappellania Maggiore, vol. 34, i ff. 228-229. Parzialmente lo stesso dispaccio fu pubblicato dal prof. N. BARONE, Breve memoria intorno ai proff. di diplom. e pa- leografia nell’ Univ. e nel G. Archivio, Valle di Pompei, 1888, pp. 7 sgg. 2 B. CROCE, L. Serio, nel vol.: Aversa a D. Cimarosa, Napoli, Gian- nini, 1900; e poi nel volume dello stesso Croce, Aneddoti e profili sette- centeschi, Palermo, Sandron, 1914. Sul Serio scrisse più tardi uno stu- dio il prof. M. Bruno, L. S. letterato e patriota napoletano del Sette- cento, negli Studi di letteratura italiana, pubblicati da E. Pércopo, vol. VI, fasc. 1-2. 290 STUDI VICHIANI scarsissimo valore. Nel 1771 die’ in luce alcuni Pensieri sulla poesta*, dedicati all'abate Galiani: al quale diceva (salvo, nove anni dopo, nel Vernacchio, a colmarlo di vituperii): « Voi siete un letterato di vivacissimo spirito, di sublime ingegno, e di vasta erudizione .... Vedete dunque, se io senta qualche cosa avanti nella ragion poetica, ed il vostro giudizio mi servirà di perpetua norma ». Ma più che a questi Pensieri, in cui pure non mancano buone osservazioni sul mutare degli ideali artistici col mutare dei secoli, e sui difetti della vuota poesia del tempo, il Serio dové la cattedra di Eloquenza italiana alla stima guada- gnatasi in Corte con le sue ammirate improvvisazioni, che già quell’anno, 1777, gli avevano procacciato la nomina di poeta di Corte, nonché l’incarico di rivedere le opere teatrali e provvedere ai bisogni poetici del S. Carlo*. . Delle ragioni che indussero all’istituzione della nuova cattedra letteraria, il Napoli-Signorelli, facendone risalire il merito fino a Ferdinando IV, scriveva nel 1798: « Vide il nostro Re che la gioventù dedita alla greca e latina elo- quenza od a svolgere Demostene, Pindaro ed Omero, o Tullio, Orazio e Virgilio, riusciva così rozzamente a disvi- luppare i propri concetti nella materna lingua volgare, come si ravvisa singolarmente negl’immensi mucchi I Di cui non conosciamo altro che le prime 12 pp. conservate in una Miscellanea (III st., XV, F., 25) della Società storica napoletana. 2 Intorno alle lotte che dové sostenere, come revisore teatrale, per la riforma del melodramma, vedi B. Croce, I teatri di Napoli, Na- poli, Pierro, 1891, pp. 575 Sgg., 592 Sgg., 624 Sgg., 733 sgg. — P. Calà ULLOA, che non era privo di gusto, né di buon senso scrive: « On peut reconnaître encore dans quelques pages de Luigi Serio, plus éloquan- tes et plus spécieuses que raisonnables, des pensées neuves, et des images heureuses à còté des traits les plus hasardés. Il eut le torte de semer dans l’arène du palais les fleurs et les ornements de la poésie. Ses discours portaient l’empreint d’une éloquence factice et d’un goùt passager; il avait plus d’imagination que de force d’exprit ». Altri, d’ ingegno anche inferiore, «se laissaient aller, comme Serio, à inonder leur auditoire de fleurs d’une déclamation académique »: Pen- sées et souvenirs sur la littérature contemporaine du Royaume de Na- ples, Genève, 1859-60, I, 33-4. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 297 d’allegazioni ed altre scritte forensi; ed accorse ad ovviare a tale inconveniente col fondare una cattedra di Elo - quenza italiana, e fece sì che la lingua di Dante, del Petrarca e del Boccaccio e de’ tersi scrittori del secolo decimosesto s’intendesse, s’imparasse per principii e si pregiasse ». Il pensiero risale certo ad A. Genovesi, che fu il primo, com'è noto, a insegnare nell’ Università in italiano, quando iniziò le sue lezioni di Economia civile. E quando, dopo la cacciata de’ gesuiti, nel 1767, ebbe incarico dal Tanucci di formare un piano di scuole — che poi non poté essere adottato, almeno interamente — propose anche « una scuola di lingua, di eloquenza e di poesia toscana ; per- ciocché, mirando già tutte le nazioni di Europa a rendere volgari e comuni le regole delle arti e delle scienze, parve all'abate Genovesi necessario che i giovani si avvezzassero di buon’ora a sapere parlare e scrivere con nettezza ed eleganza la propria lingua ». Ma « questo studio sì neces- sario », concludeva il biografo del Genovesi, nel 1770 *, «è intanto il più negletto nella nostra educazione ». Importante è quello che lo stesso Napoli-Signorelli, dopo avere accennato alle altre cattedre moderne stabilite con la riforma del 1777, ci dice della impressione che di quelle novità ebbero i contemporanei: « Chi crederebbe », egli esclama, «che queste gloriose novità dovessero sem- brare innovazioni inutili a certi vecchioni che non hanno mai inteso più oltre delle istituzioni mediche, legali e teo- logiche, della fisica di Aristotele o di Cartesio, e della nuda pedanteria (ma non altro) delle lingue dotte ? E pure odonsi alcune sparute larve, ignoranti dell'importanza di tali stabilimenti, mormorarne e torcere il muso: — Quali cattedre ! (van dicendo) lingua italiana, agricoltura, chi- I G. M. GALANTI, Elogio stor. del sig. ab. A. Genovesi, 33 ed., Fi- renze, 1781, pp. 7I, 9I1-3, 109. 298 STUDI VICHIANI mica, commercio, diplomatica, storia naturale, geografia fisica ! Fa mestieri di un pubblico professore per istudiar la lingua volgare che parliamo dalle fasce .... — Così favel- lano certi noti annosi maestri, che non mai seppero passare oltre dei confini della pedanteria e cacciar da sé prisci vestigia ruris. Ma il gran Ferdinando che d’ingegno e di cognizioni, come di grandezza d’animo, di possanza e di maestà tutti sorpassa, ad onta di codesti idioti eru- diti alla vecchia maniera, ha fondate queste nuove scuole importantissime per rimuovere la gioventù da’ rancidumi, onde non più comparisca incep- pata e coperta di timidezza da collegio a fronte di chi bevve in migliori fonti » 1. Tra cotesti vecchioni, eruditi alla vecchia maniera, vi sarà stato anche Gennaro Vico ? Non parrà improbabile, se si considera che realmente, così come nacque, l’inse- gnamento della letteratura italiana fu una duplicazione della vecchia rettorica, che s’insegnava nell’ Università di Napoli dalla metà del Cinquecento; e se si ripensa alle sue lamentele del 1797 per la sorte toccatagli, di raggiun- gere dopo 40 anni d’insegnamento quello stipendio di 300 ducati, che altri aveva ottenuto tanto più presto: p. es. don Luigi Serio ! Che cosa abbia precisamente insegnato il Serio sì può argomentare da un interessante documento rimastoci ?: cioè dal manifesto, con cui. dopo 14 anni d'insegnamento, annunziò la pubblicazione delle sue Istituzioni, che non sembra vedessero poi la luce. Esso reca la data di Napoli, 16 maggio 179I: Agli amatori della bella letteratura: I P. NAPOLI-SIGNORELLI, Regno di Ferdinando IV, Napoli, Migliac- cio, 1798, pp. 242, 244-5. 2 Misc. XV, F. 25, nella Bibl. della Soc. stor. napoletana. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 299 Dalla stamperia di Vincenzo Flauto usciranno alla pubblica luce le istituzioni dell’eloquenza e della poesia italiana dell’avv. Luigi Serio, regio cattedratico. Quest'opera sarà divisa in quattro tomi: il primo conterrà le più importanti questioni intorno al- l'origine, all’ indole ed al carattere della lingua; e in esso si tratterà eziandio di tutto ciò, che principalmente alla grammatica ap- partiene, ma con animo di veder come esser possa una delle fonti dell’eloquenza. Nel secondo e nel terzo tomo va l’autore ritro- vando i mezzi, onde si pervenga alla perfezion del gusto, e crede di esservi riuscito, facendo le seguenti ricerche: I. In che con- siste l’artifizio delle metafore, e quale utilità se ne ricava ? II. Per- ché le figure, che si addimandan retoriche, facciano mirabili ef- fetti in qualunque specie di scrittura e di discorso ? E se ne addi- terà la cagione nelle passioni, di cui esse sono, e devono esser il linguaggio. III. Che cosa sono i pensieri ingegnosi e i concetti, e perché rapiscono ed incantano gli animi altrui, o riescon freddi e puerili ? IV. Coloro che declaman tanto contro il periodo, hanno pur ragione di farlo ? E qui si farà un’ analisi diciò che forma l'armonia del discorso in generale, e della lingua italiana in parti- colare. V. L’eleganza e l’elocuzione son voci, che esprimono idee distinte o confuse ? e possono esser soggette a un maggiore schia- rimento ? VI. Che cosa è stile ? E qui, abbracciandosi l’antica divisione di stile semplice, temperato e sublime, se ne dimostre- ranno i caratteri, e con questa occasione si faranno per lo stile semplice molte osservazioni sulle lettere familiari, su’ dialoghi, sulle materie didascaliche o sieno instruttive, e sulla istoria; e per lo stile sublime si andrà esaminando in che consista il me- rito di que’ fortunati pensieri, che in prosa o in verso riempiscono gli animi de’ lettori in un medesimo tempo di gioia, di maraviglia e di nobile ardimento. VII. Si faranno finalmente opportune riflessioni sull’eloquenza del pulpito e del foro. Il quarto tomo è destinato alla poesia italiana, e conterrà questi sei trattati, cioè l'origine della nostra poesia, il metro e le rime; l'armonia del verso, e come possa servire all’ imitazione; la locuzione poetica e il dar persona alle idee; la lirica poesia in generale, e le sue diverse specie; e i principii della poesia drammatica, e dell’epica.... Addio. L'insegnamento del Serio era, come si vede, il pendant della rettorica e della poetica insegnata da Gennaro Vico. Questi esemplificava i suoi precetti con la lettura dei classici latini; il Serio con quella degli scrittori italiani. 300 STUDI VICHIANI A’ suoi commenti danteschi accenna il marchese di Villa- rosa, quando in uno di quei suoi sciagurati Ritratti poetici fa dire al Serio: Dell’ itala eloquenza, in Dante oscura, Talora i pregi di svelarne avviso. Gli stessi precetti e le teoriche dovevano spesso dar luogo ad esemplificazioni, e quindi a letture di classici, secondo era richiesto già dall’antico programma di Retto- rica. Lo stesso Villarosa ci dice che, esercitando il suo ufficio, il Serio «ne riscosse non mentite lodi, perciocché le sue lezioni, pronunziate con brio e piacevolezza, eran ripiene di recondito sapere, le bellezze additando del- l’idioma gentil sonante e puro». « Ma la pagina più bella, scritta dal Serio, fu quella della sua morte » 3. È noto il racconto commovente del Colletta. Il 13 giugno 1790, il Serio si trasse dietro i nipoti a combattere contro le schiere di Ruffo, che assaltavano Napoli: «Il vecchio, per grande animo e natural difetto agli occhi, non vedendo il pericolo, procedeva combattendo con le armi e con la voce. Morì su le sponde del Sebeto: nome onorato da lui, quando visse, con le muse gentili dell'ingegno, ed in morte col sangue » 4. Il borbonico Villarosa nota amaramente che le Muse non furono «capaci a salvarlo, ed illagrimato non poté evitar la taccia di arrogante ed ingrato ». E per lo sdegno, forse, contro questa ingratitudine dei poeti, Ferdinando IV per un pezzo non volle più saperne di professori di Eloquenza italiana. Nell’ Almanacco di Corte del 1805 la cattedra si dà ancora per vacante 5. Ed. cit., p. 21. O. c., p. 84. B. CROcE, Aneddoti, p. 298. 4 COLLETTA, Storia, lib. IV, c. III, $ 32. 5 Calendario e notiziario della Corte per l’anno 1805, pp. 122-3 (Na- poli, 1805). I 2 3 VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 301 Venuto Giuseppe Bonaparte, il 31 ottobre 1806 emanò un decreto, come fu sopra accennato, per riorganizzare gli studi universitari sopprimendo parecchie cattedre, anche di quelle stabilite nel 1777, e alcune istituendone nuove *. Tra le soppresse con quelle di Diritto di natura, Testo d' Ippocrate, Etica, Teologia primaria, Testo di S. Tom- maso, Storia de’ concili, ecc., v'è anche, come dissi già, la Rettorica: la cattedra di Vico 2. L’ Università fu divisa in cinque Facoltà: Diritto, Teologia, Medicina, Filosofia 3 e Scienze naturali. Ma alle Facoltà erano aggiunte sei cattedre diverse : Commercio; Critica e diploma- tica; Eloquenza antica e moderna; Lingua greca; Lingua ebraica; Lingue orientali. Nell’ Eloquenza antica e moderna pare s’intendesse fondere i due insegna- menti di Gennaro Vico e di L. Serio; e vi fu nominato 1l già sostituto di Gennaro, il can. Nicola Ciampitti (decreto 31 dicembre 1806); il quale conservò la cattedra con quel titolo fino al 1811. Ma non passarono due anni, che un decreto del 20 gennaio 1808 erigeva nell’ Università una cattedra di Letteratura antica e moderna, nominandone titolare (col soldo di professore di 3* classe, come tutti gli altri delle « cattedre diverse ») certo Angelo Marinelli. Ci è arrivata la Prolusione che il Marinelli lesse quel- l'anno stesso în occasione dell'apertura della nuova catte- dra di letteratura antica e moderna eretta nella R. Università degli studi di Napoli ; ed essa accenna alle ragioni, per cui la « coltissima » Accademia di storia e d’antichità, fondata I Vedi questo Decreto nella Collez. degli editti, determinaz., decreti e leggi di S. M. da’ 15 febbr. ai 31 dic. 1806 (Napoli, Stamp. Simoniana), pp. 384 Sgg., nonché nell’altra Collezione (pressoché ignota e pure im- portantissima) delle leggi, de’ decreti e di altri atti riguardanti la P. I. promulgati nel già Reame di Napoli dall’anno 1806 in poi, Napoli, Fibreno, 1861-3 (3 voll.), I, 6-7. 2 Allora (per l’art. 58 di questo decreto) l’ Università, che nel 1805 era passata a Monteoliveto, tornò al « palazzo detto del Gesù vecchio ». 3 In questa Facoltà furono comprese 6 cattedre: 1) logica e me- tafisica; 2) matematica semplice; 3) matematica trascendentale; 4) mec- canica; 5) fisica sperimentale; 6) astronomia. 20 302 STUDI VICHIANI l’anno innanzi da Giuseppe !, aveva proposta e « garantita » al governo l'istituzione della nuova cattedra. E ci dà insieme un'idea di quello che tale insegnamento doveva essere. Non era un uomo volgare questo Marinelli. Fratello primogenito di Diomede, autore dei noti Giornali, ora in parte pubblicati, così utili allo storico degli avvenimenti napoletani dal 1794 al 1820 ?, egli, sebbene sacerdote, fu, come il fratello, caldo fautore della repubblica del 1799. Ma più del fratello dové compromettersi, se, appena caduta la repubblica, il 14 giugno venne arrestato e con- dotto al Ponte della Maddalena, quartier generale del Ruffo, poscia su un bastimento 3. Ne scese il 14 agosto; «ed ha sofferto molto dalla vil plebe », notava quel giorno il fratello 4, «come gli altri; e tra l’altro, gli ponevano in bocca ogni lordura, che trovavano in terra ». Il 27 set- tembre il fratello notava ancora 5: « Quest’oggi mio fra- tello Angelo Marinelli mi ha mandato a dire, ch'è stato condannato ad esser deportato fuori il territorio napole- I Con decreto del 17 marzo 1807: vedi la Col/ez. ora citata, I, 30-32. Questa Accademia fu poi, com'è noto (COLLETTA, Storia, lib. VI, c. III, $ 29; MINIERI Riccio, Arch. Stor. Nap., V, 1880, pp. 595-7) incorporata nella Società reale di Napoli, istituita da Giuseppe con decreto 20 maggio 1808 (Co/l. cit., I, 53-56), diventata nel 1817 Società Borbonica. Nei Giornali del Marinelli, t. XII, pp. 80-82, è riferito il decreto di costituzione dell’Accademia del 1807; e segue questo ricordo: « Per decreto di S. M. sono nominati Accademici dell’Accademia Reale d’ Istoria e di Antichità i signori p. Andrés, cav. Arditi, arcivescovo Capecelatro, abbate Gaetano Car- cani, Domenico Cotugno, Francesco Carelli, abbate Nicola Ciampitti, Francesco Daniele, consigliere di Stato Delfico, professore Gargiulo, abbate Donato Gigli, abbate Gaetano Greco, vescovo Lupoli, abbate Gi- rolamo Marano, generale Parisi, abbate Bartolomeo Pezzetti, vescovo Bosini, canonico Francesco Rossi, cav. Villa-Rosa ». 2 Vedi la nota su D. Marinelli in B. Croce, La Rivoluzione napo- letana del 17993, Bari, Laterza, 1912, pp. 187-88; e la cit. pubblicazione della I parte dei Giornali di D. M. a cura di A. FIORDELISI. 3 Giornali di D. M., ed. Fiordelisi, pp. 81-2. 4 Ivi, p. 88. 5 Ivi p. 96. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 303 tano, e portato in Marsiglia ». E il 19 novembre, infatti, Angelo, in Sant’ Elmo, firmava l'obbligo «di andare in esilio sua vita durante » *. Onde il 14 dicembre Diomede poteva registrare con piacere che nella notte il fratello era stato imbarcato per Marsiglia: « Sto contento », scri- veva, «temendo di peggio » =. Non ne seppe altro fino al giugno dell’anno dopo, quando Angelo, dopo sei mesi, gli diede finalmente notizie di sé da Marsiglia 3. Ma non doveva rivederlo che nel 1807 la sera del 12 ottobre, dopo otto anni d'esilio ! 4. Questi meriti patriottici del Marinelli, che, per altro, aveva esercitato sempre la professione dell’insegnamento, ne fecero un professore dell’ Università, con cattedra istituita per lui, sotto Giuseppe Bonaparte. « La sua repu- tazione », dice l’ Ulloa 5, «e una vita esente da rimpro- veri furono forse le vere cause della sua riuscita e del favore pubblico ». Oh! l’animo di Diomede, quando il giovedì 28 aprile 1808 poté scrivere nel suo diario ©: «Questa mattina Angelo mio fratello ha principiato le lezioni della nuova cattedra, ne’ Regi Studi, di letteratura antica e moderna !» Ma non convissero quindi che pochi anni. Ecco la necrologia di Angelo inserita nei Giornali 7: Angelo Marinelli, mio fratello germano, nato nel 17658, è passato a miglior vita nella notte a sei ore venendo il sabato di marzo del 1813. Mi è avvenuta questa disgrazia dopo una tediosa malattia di quasi tre mesi con idropisia, e poi è terminata con cangrena nella verga. È stato seppellito il sabato a sera nella I Ivi, p. 112. 2 Ivi, p. 117. 3 Ivi, p. 130. 4 Sotto questa data nel ms. t. XI, p. 708: «Questa sera verso le ore 3 è giunto Angelo mio fratello dopo l’esilio di otto anni ». 5 Pensées cit., I, 114. 6 Ms. t. XI, p. 723. 7 Dal ms. cit. XI, p. 733. 8 Nacque probabilmente a Longano nel Molise. 304 STUDI VICHIANI Congregazione di S. Caterina a Formello. Esso mio fratello era sacerdote, e professore dell’ Università di Napoli. Gli primi studi gli fece nel seminario d’ Isernia, e vi fu lettore e rettore per pochi anni. Nel 1795 venne in Napoli per studiare maggiormente, e aprì scuola privata. Nel 1799 fu arrestato dalla populazione della nota rivoluzione, e fu sbarcato a Marsiglia, e poco vi si trattenne essendo passato in Italia poco dopo. Fu professore nel Liceo di Alessandria e di Casal Monferrato. Finalmente nel dì 12 ottobre del 1807 si ritirò in mia casa, e poco dopo fu fatto professore nell’ Università, e confirmato dell’organizzazione seguìta a dì 18 gennaio 1811. Era uomo portato all’ ipocondria, sentenzioso e grave. Studioso all'eccesso ed era il suo idolo la gloria ed onore nelle scienze. Giusto nelle sue deliberazioni, e non capace di offen- dere niuno in fatti, sebbene in parole spacciasse che la ven- detta era il nettare di Giove. Amava la gioventù e principalmente i suoi allievi. È stato pianto da tutti quei che lo conobbero, non che da me. È passato a miglior vita monìto con tutt’i sagramenti, ch’ ha eseguiti, con edificazione degli astanti 1. Ma torniamo alla Prolustone. Il Marinelli dice che la nuova cattedra «ha di mira particolarmente l’analisi cri- tica e ragionata de’ classici antichi e moderni » per for- mare «di una maniera facile e breve » il gusto dei giovani, e abituarli «ad apprezzare e leggere gli autori con discernimento, pronunziare sul loro merito il proprio giudizio con sicurezza, e, proponendoseli per modelli, lavorare componimenti solidi e degni dell'immortalità ». I classici da leggere sono i grandi scrittori di queste quattro epoche: la Grecia di Pericle e di Alessandro, la Roma di Cesare e di Augusto, l’ Italia di Leone X e dei Medici, la Francia di Luigi XIV. « Da essi trar bisogna l’abbon- danza e la ricchezza de’ termini, la varietà delle figure, la maniera di comporre, le immagini, i movimenti, l’armo- nia e tutto ciò che evvi di bello, di grande e di squisito I Un nipote di Angelo Marinelli affermava nel 1887 che un’opera dello zio su la Fisonomia dell’uomo si conservava manoscritta presso l'arciprete di Longano (Croce, O. c., p. 187): ma non se ne sa altro. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 305 nel carattere del loro ingegno e del loro stile ». Dunque, lettura ed analisi di Omero, Sofocle, Euripide, Pindaro, Tucidide, Virgilio, Orazio, Sallustio, Petrarca !, Tasso, Ariosto, Corneille, Racine, Fénelon. Studio importantis- simo ai tempi nostri, dice il Marinelli, « perché oggi più che mai si trascurano i grandi originali, che soli formar possono il nostro spirito ». Del resto, il novello insegnante non intendeva presentare questi classici per modelli perfetti all’ammirazione cieca degli scolari. Anzi annun- ziava « una critica severa », che, rilevando le imperfezioni, avrebbe fatto meglio risplendere il merito, come « il fuoco dà un nuovo lustro alla purezza dell’oro ». La censura non fece forse migliori i cittadini di Roma? Bisogna distinguere le buone guide dalle pericolose. « Chi non sa che Seneca, Lucano e Marino hanno in diverse epoche contribuito a corrompere il gusto della gioventù ? ». Ricordarsi poi che negli autori migliori non tutto è egual- mente buono, né tutto ciò che è buono, conviene egual- mente in tutti i tempi e luoghi. « Chi oserebbe imitare oggidì le noiose enumerazioni d’ Omero e le similitudini ch'egli prende da cose basse e triviali; i dettagli minu- tissimi d’ Ovidio; lo stil concettoso del Marino; le leggi drammatiche tante volte trascurate dal gran Corneille ? ». Questa dev'essere «scuola di critica e di buon gusto ». «E quando questa novella cattedra », dice il Marinelli a’ suoi uditori, «non servisse ad altro ch’ a distruggere quel resto d’amore pe’ concetti e per le arguzie, che regna in quegli spiriti, il di cui gusto non è ancora depurato, a far amare da coloro che si piccano di comporre, quella saggia sobrietà che forma la solidità dello stile; a mo- strare che nelle cose piuttosto che ne’ termini bisogna I Dante non c'entra: forse perché non si poteva tirare come il Petrarca (per via degl’ imitatori), al secolo di Leone X. Del resto il Ma- rinelli conchiude: « Questi ed altri scrittori celeberrimi ». 306 STUDI VICHIANI cercare la nobiltà dell’espressione; ad evitare ne’ discorsi quella grandiosità affettata, la quale egualmente che la semplicità triviale, è contraria alla dignità della dizione; insomma a scrivere sensatamente, ciò bastar dovrebbe a convincervi della sua utilità ». Siamo, come sì vede, a un livello molto più alto che col Serio. Il fondo dell’insegnamento è ancora la retto- rica: ma che rivoluzione ! Tutta la precettistica, tutto il convenzionalismo, e il formalismo classico e pedantesco sono iti: Marinelli è uno schietto romantico; e in qualche accento ti parrebbe di sentir già il De Sanctis, se non stonasse, tra tanto buon senso e indipendenza di giudizio, qualche accenno a quel filosofismo, di cui il Marinelli doveva essersi imbevuto già prima del ’99, e anche più nelle sue peregrinazioni in Francia e nella Cisalpina. Terminando il suo discorso, esponeva brevemente il metodo che avrebbe seguito. In primo luogo si sarebbe studiato di «sviluppare le cagioni fisiche (sc) e morali, che hanno contribuito alla nascita, all'incremento ed allo splendore di ciascuna letteratura ». Avrebbe cercato «perché essa, come una pianta, in alcuni climi si è veduta nascere e fiorire spontaneamente; perché, esotica altrove, non ha prodotto dei frutti che a forza di cultura, o perché selvatica ha resistito alle cure che si son prese di cclti- varla ». Avrebbe indagato il perché della mirabile fiori- tura delle quattro epoche letterarie. Compiuto questo «quadro filosofico delle vicende e della storia letteraria de’ quattro secoli », sarebbe venuto quindi all’esame dei classici. Ma bisogna sentire quanto nei criteri qui enunciati per tale esame questo Marinelli, rimasto finora quasi interamente ignorato, s’avvicini a principii e metodi molto recenti: Di quelli che col lor sapere e coll’opera loro si renderon più illustri, parlerò più ampiamente; più brevemente di quelli che non VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 307 furon per equal modo famosi. Della vita de’ più rinomati scrittori accennerò in iscorcio le cose le più importanti, e quelle particolar- mente che contribuir possono a dar lume e risalto maggiore alle lor produzioni; più diffusamente ragionerò di ciò che appartiene al loro carattere, al loro sapere, al loro stile. Rileverò i pregi e le bellezze che sfolgoreggiano nelle opere loro, per promuoverne l’ imitazione. Non passerò sotto silenzio i difetti che intrusi vi sono, affinché s’evitino. E se parlar dovrassi di due o più scrittori, che si saranno nello stesso genere segnalati, non tralascerò di farne il parallelo e di mostrare in che l’ uno sull’altro primeggi. Infine il Marinelli credeva di conchiudere, che questo insegnamento avrebbe istruita la gioventù «senza obbli- garla al meccanismo de’ precetti, e senza ingolfarla nelle minuzie grammaticali, che sono per lo più disgradevoli alle persone di già avanzate negli studi ». Ben presto però il carattere speculativo di un tale inse- gnamento dovette prevalere sulla sua parte storica, e la materia trasformarsi in una filosofia dell’eloquenza. Filosofia dell’eloquenza s'intitola infatti il libro pubblicato dal Marinelli nel 1811, e dedicato (in data di Napoli, I La filosofia dell’eloquenza di AnGELO MARINELLI, professore di letteratura classica nella Regia Università di Napoli, e socio di varie Accademie italiane e straniere. In Napoli, 1811, presso Angelo Trani; di pp. VI-103, in-8°. A_pp. 68 sgg., è un cenno di quello che l’Autore avrà svolto nel suo corso: ossia intorno alle cause del fiorire delle lettere nei quattro secoli accennati nella Prolusione del 1808. — Una Filosofia dell’eloquenza o sia l’eloquenza della ragione aveva pubblicata nel 1783 in due grossi volumi in-16° (in Napoli, presso Vincenzo Orsini) l'avv. FRANC. ANT. ASTORE, uno de’ martiri del ’99, nato a Casarano, in Puglia, nel 1742, autore nel 1799 d’un Catechismo repubblicano e d’una trad. dei Diritti e doveri del cittadino del MaBLY. Vedi su di lui una notizia di N. MORELLI, in Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli del Gervasi, vol IX, Napoli, 1822; D’AvALA, Vite degli italiani bene- meriti ecc., Roma, 1883, pp. 34-41, e B. Croce nell'Albo della vivoluz. napol. del 1799, p. 28. Per la sua condanna v. SANSONE, Glîì avvenimenti del 1799 nelle Due Sicilie, p. cxcI, Palermo, 1901; e per la sua fine Croce, La Rivol. napoletana, pp. 151, 152. La Filosofia dell’eloquenza ebbe una ristampa a Venezia, e fu tradotta in francese dall’ Yverdun; ed è certamente opera notevole per la profonda conoscenza che di- mostra della letteratura estetica straniera, specie francese ed inglese, e per lo strano miscuglio che, come ne’ Saggi politici pubblicati quel- 308 STUDI VICHIANI 2 di luglio 1811) al conte Giuseppe Zurlo, capo della pub- blica istruzione, «versando sulla riforma dello studio dell’eloquenza ». Scopo del libro era «quello di mostrare che, più degli aridi precetti de’ retori, una felice disposizione della natura, il genio, l'entusiasmo, la conoscenza del mondo ed un ricco corredo di cognizioni filosofiche for- mano l’uomo eloquente ». Questa, dice il Marinelli nella sua dedica, è «una teoria da me già dimostrata ad evi- denza ». (Dove dimostrata, se non nelle sue lezioni ?) «Pure a giudizio di alcuni essa sembra ancora un pro- blema ». Da qui parrebbe che il suo insegnamento avesse suscitato qualche critica e forse anche un certo scandalo. Che insegnava egli dunque ? — Un cenno di questo libro non si riterrà fuor di luogo, se si tien conto delle felici osservazioni che vi abbondano e la grande rarità di esso. l’anno stesso dal Pagano, vi si fa, delle idee del Vico con quelle dei sensisti. La menziona il CROcE nelle sue Varietà di storia dell’estetica, nella Rassegna crit. di lett. ital. del Pércopo, VII (1902) p. 5 (poi in Probl. di estetica e contributi alla storia dell’estetica italiana, Bari, 1910, p. 385), ma merita uno studio particolare. In quest'opera però la retto- rica è elaborata filosoficamente, ma non è criticata. Il libro non ha altro che il titolo in comune con la Filosofia del Marinelli. Un lavoro sull’A. fu pubblicato nel 1905 dal prof. F. DE SIMONE BroUWER, Franc. Ant. Astore, patriota napoletano, nei Rend. dei Lincei, Sc. mor., serie 58, vol. XIV, pp. 299-315. L’Astore fu in amicizia con Gen- naro Vico, com'è dimostrato da una sua letterina pubblicata dal DE Si- MONE, p. 303, dov’ è detto: « Vi acchiudo due esemplari di certe bagattelle poetiche.... di un vostro amico.... il quale.... ve ne presenta un esemplare per vostro uso.... L'altro esemplare al nostro signor Vico ». Insieme coi libri del Marinelli e dell’Astore può esser ricordato il Saggio filosofico sull’eloguenza dell’ab. GrusEPPE GENTILE (Siracusa, Pu- lejo, 1795, 2 voll.). Ne ho potuto vedere soltanto il 2° volume, dove l'A. si dimostra un sensista, e si riferisce più d’una volta all’Astore. « Questo saggio », dice D. ScINÀ (Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel se- colo XVIII, Palermo, 1824-27, III, pp. 440-4I), « è modellato sul Batteux, e su quelli francesi, che scrivono di eloquenza più colla teorica, che col sentimento, e più colla metafisica che col gusto; e come manca di quel senso delicato, vero e naturale che ci fa il bello sentire; così avviene che di sugose osservazioni scarseggi, e venga nella scelta degli esempii non di rado a fallare. Cioè non di meno, se il Gentile non è atto a for- mare degli oratori o pur de’ poeti, ha il pregio di tener lontani i giovani dalla pedanteria ». VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 309 È diviso in due parti, una negativa, Del vero carattere dell’eloquenza, in cui l’autore critica la vecchia rettorica; e una positiva, Vedute filosofiche intorno alla scienza del comporre, che espone le dottrine critiche del Marinelli. L'esposizione procede per considerazioni aforistiche ed epigrammatiche; ed è più una serie di appunti, che una trattazione vera e propria. Rilevata l’importanza del linguaggio nello sviluppo dello spirito, accennati gli effetti per esso conseguibili quando tocchi il grado dell’eloquenza, l’autore afferma che questi effetti « annunciano la forza ed il potere di un’anima che signoreggia sulle anime mercé l'ascendente della pa- rola » +. E nota subito: « Quel che evvi però di singolare si è, che alcuni hanno creduto supplire colle regole ad un talento sì raro. Ciò sarebbe, a parer mio, lo stesso che il ridurre, se si potesse, il genio a precetti. E colui che ha preteso il primo, che gli uomini eloquenti si debbano all’arte, o 11 dono della parola certamente non possedeva, o era molto sconoscente ed ingrato verso la natura ». La natura sola fa l’uomo eloquente. Gli ornamenti stu- diati delle rettoriche hanno rispetto all’eloquenza il valore” della scolastica di fronte alla vera filosofia. Qual cosa, infatti, più triviale quanto il professare e mettere in pratica un’eloquenza sì ridicola ? Figure ammonticchiate, grandi parole, che non dicono nulla di grande, movimenti im- prestati, che non partono dal cuore, e che per conseguenza non vi giungono giammai, non suppongono al certo nell’autore e nel maestro alcuna elevazione di spirito, alcuna sensibilità. Ma la vera eloquenza essendo l'emanazione di un’anima ad un tempo sem- plice, forte, grande e sensibile, bisogna in sé concentrare tutte I L’ULLOA (Pensées, 1, 114), — il quale dice anche lui, che questa Filosofia dell’eloquenza «ne manquait pas d’apergus nouveaux et in- téressants » (1, 116), — a proposito dei discorsi letti dal Marinelli nella Pontaniana nota che in quel tempo «la conduite des écrivains était iné- gale et incorrecte. À ce défaut près, l’auteur a de la méthode, de l’éru- dition et du jugement ». 3I0 STUDI VICHIANI queste qualità per dar precetti ed eseguirli. Poiché, diciamolo pur con franchezza, chi è penetrato vivamente dal bello, dal sorpren- dente, dal sublime, lungi non è dall’esprimerlo !. I precetti non hanno prodotto mai nessun capolavoro. Infatti i grandi scrittori sono d’accordo nel dire che « gli squarci più sorprendenti delle loro opere hanno quasi sem- pre loro costato minor fatica, perché sono stati ad essi come ispirati, producendoli. L’eloquenza è nata avanti le regole della rettorica. Cmero sparso avea di tratti sublimi e magnifici i suoi poemi divini, ed il teatro greco vantava un Eschilo, un Sofocle ed un Euripide, prima che lo stile sublime fosse stato definito da Demetrio Falereo, ed il filosofo di Stagira prescritto avesse regole sulla tragedia ». La rettorica v’insegna l’uso della figura: ma il popolo stesso usa il linguaggio figurato, e nulla più frequente dei tropi sulla sua bocca. Come nelle leggi la lettera uccide e lo spirito vivifica, così le teorie rettoriche sono diventate altrettante gravi catene, di cui si è caricato il genio. Le istituzioni dei retori moderni, modellate su quelle degli antichi, « rigurgitano di definizioni, di regole e di particolarità, necessarie forse per leggere con profitto gli oratori latini, ma assoluta- mente inutili e contrarie anche al genere di eloquenza, che si professa ai giorni nostri ». Questi retori, « fanatici per l’antichità che si millantavano di conoscere, ci dettero per modelli tutto ciò ch'essa ci ha lasciato, e posero, senza discernimento, l’esempio, e l’autorità al luogo del senti- mento e della ragione ». Leggi ce ne saranno, ma bisogna ricavarle dagli stessi « principii delle cose », dallo studio degli uomini, della natura e delle arti medesime. Non de- vono essere regole, a cui il genio abbia da sottomettersi servilmente, senza il diritto di scostarsene ogni volta che I Pagg. 10-11. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO ZII gli siano di peso e d’imbarazzo. Abbia egli la regola per far bene, ma anche la libertà, per far meglio. Il Gravina avrebbe voluto che il Metastasio « radesse il suolo, schiavo della regola, quando era fornito di penne per tentare un volo di Dedalo, ed apprendesse le leggi del teatro dalle usanze de’ greci, quando, per ispirazione di Melpomene, st leggeva l’arte dentro il suo cuore ». Fortuna che la natura la vinse sull’autorità del maestro! «La scuola lo rese autor del Giustino; il genio ne fece un classico ». Sicché le opere artistiche bisogna giudicarle «non dalle imperfezioni e dalle quisquilie che vi si rinvengono, ma dalle bellezze che vi brillano ». Detto profondo e, almeno per l’ Italia, novissimo. Il De Sanctis ne farà un principio fondamentale della sua critica. « Il poema di Klopstock », dice il nostro Marinelli, «è forse meglio condotto della Eneide; ma venti bei versi di Virgilio sopraffanno tutta la regolarità della Messiade. I drammi di Shakespeare e la Divina Commedia di Dante hanno delle imperfezioni barbare e disgustevoli; ma a traverso di quella densa caligine folgoreggiano quei tratti di genio che eglino soli potevano avventurare ». Lasciate libera da ogni freno l’immaginazione; «lasciate saltellare e correre a suo bell’agio quel destrier generoso; esso non è giammai sì bello quanto ne’ suoi traviamenti .... Abbandonato a se stesso, alle volte cadrà certamente; ma che ? anche nella sua caduta conserverà quella fierezza e quell’audacia che perderebbe colla libertà » *. La turba dei retori definisce l’eloquenza: «l’arte di ben dire acconciamente per persuadere ». Meglio il D’ Alembert: «il talento di far passare con rapidità, ed imprimere con forza nell’anima altrui il sentimento pro- fondo di cui siamo penetrati ». In tutte le lingue vi sono I Pagg. 14, 15, 17-18, 20, 23. 312 STUDI VICHIANI squarci eloquentissimi, che non provano nulla, e quindi non si può dire che siano atti a persuadere; eloquenti sono perché scuotono potentemente chi legge od ascolta. «Quando Andromaca fa a Cesira il quadro dell’esterminio di Troia, o le rammemora il congedo che da lei prese Ettore sul punto di andare a battersi con Achille, non ha certamente disegno di persuaderla. Ella geme e, piena del dolore che la desola, cerca di aprire agli altri il suo cuore esulcerato ». C'è l’'eloquenza poetica e l’eloquenza prosaica, non tanto diverse, che, «attingendo le loro ricchezze nella medesima sorgente, non si ravvicinino qualche volta, non si tocchino, non si confondano ». La distinzione tra poesia e prosa è propriamente distin- zione tra arte e scienza: delle cui attinenze il Marinelli ha un concetto prettamente vichiano. I poeti classici precedono sempre i prosatori; ed « è agevol cosa a trovarne la ragione. La poesia non è che l’opera della fantasia e del sentimento. Or i popoli che sortono dalla barbarie, avendo idee ristrette e limitate, sono per conseguenza somma- mente immaginosi. Ciò osservasi di leggieri nei fanciulli che un simulacro sono de’ popoli selvaggi. Al contrario, la prosa richiede intelletto e spirito di osservazione. Quindi negli uomini sviluppandosi più presto quelle prime facoltà, che i talenti, i quali suppongono la maturezza del giudizio, è avvenuto che l’eloquenza pcetica ha sempre fiorito prima della prosastica in tutte l’epoche della lette- ratura ». Dopo di che fa veramente meraviglia che il Marinelli si affanni a dimostrare che «la filosofia, lungi dal nuocere, giova anzi moltissimo alle produzioni del genio », e che «il più bello squarcio di eloquenza, se manca del fondo di verità che vien compartito dallo spirito filosofico, rassomiglia a quel fiorellino, che, pompeggiando in mezzo al prato, sorprende i primi sguardi, ma, appena colto, VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 313 langue e si scolora ». Miscuglio di falso e di vero, in cui senti l’influenza della filosofia di moda, come là dove Dio non è altrimenti nominato che « Ente supremo » da questo curioso prete della rivoluzione, il quale si dice amasse vestire sempre da laico *. Pure, un fondo di verità, per dirla con lo stesso Mari- nelli, nel suo pensiero c’è; e si scopre subito, quando l’autore soggiunge che « per sentire il pregio dell’espres- sione, bisogna, come i Platoni, i Montaigne, i Baconi da Verulamio, i Montesquieu e i Filangieri, unire l’arte di scrivere all’arte di ben pensare ». Non si respira qui l’aria romantica ? Da anteporre a tutti gli studi dei libri, il più utile e 11 più necessario, lo studio degli uomini e della vita. Volete conoscere gli uomini ? Vedeteli da vicino, ascol- tateli, osservateli continuamente: « Una parola, un colpo d'occhio, un atteggiamento, un gesto ed il silenzio stesso è alle fiate quel che dà la vita, l’espressione » ?. Non sta negli ornamenti estrinseci il vero pregio di un’opera d’arte: il capolavoro, spogliato di essi, conserva tutto il suo interesse. Vuole lo scrittore rendersi interes- sante ? «S’investa bene della parte sua, ed esamini a fondo le cagioni e gli effetti degli avvenimenti. Quando una volta si è renduto padrone della sua materia; quando si è investito del carattere che dee rappresentare; quando la sua anima si è riscaldata, per così dire, ai riverberi della sua immaginazione; quando essa è montata al livello del soggetto e delle circostanze, la sua eloquenza è tale quale convien che sia. Ella si esprime con nettezza. Il va- lore del sentimento interiore si spande su tutto il suo discorso ». Sobrietà, sopra tutto, e naturalezza. Se un sol I CROCE, La Rivol. napol., p. 187. ? Pagg. 25, 28, 32, 35-6, 39. 314 STUDI VICHIANI tratto ha espresso una passione violenta, ogni aggiunta non fa che guastare *. 53 Romantica è anche l’idea del Marinelli, che bisogna essere originali, ma che, «se avete disegno di depredare le idee altrui, siano almeno quelle, che non alla vostra, ma all'estere nazioni si appartengono .... Trasporterete tra i vostri nazionali un nuovo fondo di dottrine, e dilaterete così la sfera delle loro cognizioni ». C'è ancora in questo libretto, certamente, molto vec- chiume rettorico; ma c’è pure una tendenza, che ha una importanza storica notevole; e qua e là lampeggia un ingegno critico non comune. I A questo proposito il Marinelli fa una critica del Laocoonte di Virgilio, la quale dimostra buon gusto, acume e libertà di giudizio (PP. 73-4). Aggiungerò qui in nota che negli Atti della Società Pontaniana (alla quale il Marinelli appartenne come socio residente), vol. I, Stamp. Reale, 1810, pp. 93-120, e 213-39, sono due memorie del Marinelli: Cagioni dei progressi straordinari dei greci nella letter. e nelle belle arti, letta ai 20 dicembre 1808; e Origine e progressi della letter. e delle belle arti presso 1 Romani, letta nella sed. de’ 30 maggio 1809. La prima è una dimostrazione di quell'amore della bellezza che i greci portarono in tutte le forme della loro attività. Curioso questo brano in cui si vuol spiegare la semplicità greca (p. 102): «I greci erano semplicis- simi, per la ragione ch’essendo repubblicani, esser dovevano più liberi e generalmente popolari. — Sì, quella libertà ch’eleva l’animo dei citta- dini, fu la prima cagione che contribuì allo sviluppo di quel popolo classico, poiché la forma del governo influisce essenzialmente sulle arti e sulle scienze di tutte le nazioni. I sovrani che, rispettando il codice eterno della natura, lasciano ai sudditi la porzione della libertà ch'è loro necessaria per illuminarsi, bisogno non hanno di minacce e di catene per tenerli a freno, né innalzar debbono baluardi sulle fron- tiere per garentire lo stato dagli insulti stranieri. Il genio, il valore, i lumi e la virtù sono i figli della libertà ». La seconda memoria è un abbozzo di storia letteraria romana. A p. 215 n., l’A., a proposito dell’origine greca delle leggi delle XII ta- vole, dice: « Non s’ignora che Giambattista Vico nella sua Scienza Nuova intorno alla natura delle cose (sic) ha messo in forse questo fatto; ma il dotto avvocato Antonio Terrasson in una delle sue me- morie inserita negli atti dell’Accademia delle Iscrizioni, tomo XII, l’ ha difeso in modo, che sembra non potersene più dubitare ». — Pur ci- tando il Terrasson (Sulle leggi delle XII tavole), il Cuoco, invece, nel suo Platone, $ LXIV, aveva sostenuto con acume e con brio la tesi vichiana. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 315 7. DALLA RIFORMA DEL 1811 ALLA FINE DEL REGNO Una Filosofia dell’eloquenza aveva propo- sta nel 1809 un altro molisano d’ingegno, — intelletto veramente superiore, — nel piano degli studi universitari, al luogo della cattedra del Ciampitti (Eloquenza antica e moderna)e di quella del Marinelli, il cui titolo era propriamente, come s’è veduto: Letteratura antica e moderna. Il Rapporto e progetto di legge presentato nel 1809 a G. Murat dalla Commissione straor- dinaria pel riordinamento della pubblica istruzione nel Regno di Napoli, di cui fece parte quello spirito illumi- nato di Melchiorre Delfico, ma fu relatore e vero autore Vincenzo Cuoco, è il documento pedagogico e scientifico più notevole, in cui ci sia accaduto d’incontrarci in questa nostra ricerca. Questa scrittura del potente scrittore di Civitacampomarano, insieme col Saggio storico sulla rivo- luzione napoletana, è anzi, vorrei dire, ciò che di più notevole produsse il pensiero napoletano in quegli anni agitati tra il 'gge il ’20. Tra i letterati e professori del suo tempo il Cuoco grandeggia in questo Rapporto come un alto spirito solitario, giacché egli si rannoda direttamente al pensiero d’un grande morto, rimasto nome sacro ma incompreso per tutto il periodo che abbiamo qui addietro percorso, e per cui si distese la vita presso che vuota di Gennaro Vico. Il nome del padre di costui ricorre in questo scritto più d’una volta. Sono esplicitamente richia- mate alcune delle idee più geniali dell’ Orazione De nostri femporis studiorum ratione*. Ma quando gli accade di I V. Cuoco, Scritti pedagogici ined. o rari racc. e pubbl. con note e appendice di docc. da G. GENTILE, Roma, Albrighi, Segati e C., 1909, 316 STUDI VICHIANI menzionare la Scienza Nuova, l’autore esce a dire di essa: « Una delle opere le più ardite che lo spirito umano abbia tentate; e se quell’opera non ha prodotto ancora tutto quello effetto che dovea produrre, ciò è solo perché era superiore di mezzo secolo all’età in cui fu scritta. Ma è degno di osservazione, che le idee di Vico vanno sbocciando nelle menti altrui, a misura che la filosofia dell’erudizione progredisce; e si spacciano da per tutto molte teorie come novità, mentre non sono altro che semplicissimi corollari della dottrina di Vico. Noi non ne facciamo l’enumera- zione, perché forse potrebbe dispiacere a molti, i quali saranno inventori di quelle cose, delle quali potrebbero esser creduti plagiari:, se mai le opere di Vico fossero tanto note, quanto meriterebbero di esserlo. Quello però che possiam dire con sicurezza si è, che la dottrina di Vico è nota e adottata quasi tutta intera nelle sue appli- cazioni; ma n’è rimasta oscura la teoria generale, da cui tali applicazioni dipendono, e da cui sl possono rendere più ampie e più certe » ?. Il Cuoco non è certo un plagiario del Vico, né anche in questo Rapporto 3: dal Vico trae ispirazioni e germi fecondi di pensiero nuovo. Un esame dell'intero scritto p. 98. Lo scritto del Cuoco nella cit. Collez. delle leggi e decr. della P.I. (dove fu ristampato nel vol. I) è riferito al 1811. Il RUGGIERI, o. c., p. 61, lo riferisce al 1812. Ma documenti inediti dell'Archivio di Stato di Napoli (da me pubblicati nel volume Scritti pedagogici inediti o rari, pp. 251-6) ci attestano che il Rapporto e il Progetto risalgono al 1809. Si vegga ora in Scritti varii del Cuoco, II, 1 sgg. I Il Cuoco non prende questo termine nel senso ora corrente: ma vuol dire ripetitori, non originali. Intorno a questa fortuna delle idee vichiane si può vedere del Cuoco l’Abbozzo di lettera al De Gérando, pubblicato dal RUGGERI, pp. 186-99 (cfr. sopra, pp. 287-88), e una sua Pagina inedita data in luce da M. Romano nel vol. Scritti di storia, di filologia e d’arte (Nozze Fedele-De Fabritiis), Napoli, Ricciardi, 1908, pp. 181-92. 2 O. c., pp. 132-3. 3 Sui rapporti del Cuoco col Vico si può anche vedere quel che ne ho detto nella Critica del 20 gennaio 1904, III, 39 sgg.; nel mio Saggio su V. C. pedagogista, che sarà prossimamente ristampato con la mia Commemorazione di V. C., 1924 [ora in V. Cuoco?, vol. XXII delle Opere di G. GENTILE, Firenze, Sansoni, 1964 (n. dell’ed.)]. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 317 sarebbe qui fuor di luogo. Tuttavia non è possibile, prima di vedere il disegno che il Cuoco propone e propugna per l'insegnamento letterario dell’ Università, non dare anche uno sguardo alle sue profonde osservazioni sull’insegna- mento letterario nella scuola media. Il Cuoco inizia per questa una riforma capitale, mettendo a capo di tutte le materie da insegnarvi la lingua italiana, della quale nelle scuole mezzane non s’era pensato ancora a far oggetto di studio speciale 1. E bisogna sentire come ragio- na la sua proposta. «Il linguaggio », egli dice, «non è solamente la veste delle nostre idee, siccome i grammatici dicono, ma n’è anche l’istrumento. La prima lingua che noi dobbiamo sapere, è la propria. L'educazione de’ nostri collegi dava troppo, ed inutilmente, allo studio grammaticale delle lingue morte. Le lingue non sì possono 1 Dopo la cacciata dei gesuiti, la riforma fatta nel 1770 dal Tanucci, che ordinò in Napoli il collegio del Salvatore e altri reali collegi in Aquila, Bari, Capua, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Lecce, Matera e Sa- lerno, restrinse ancora tutto l’ insegnamento letterario al latino e al greco. Vedi il Regolamento degli studi del Collegio napoletano del SS. Salvatore e de’ Collegi Provinciali, in DE SARIIS, lib. X, tit. VI, (pp. 53-54) e nelle Prammatiche De reg. studiorum (pp. 42-50). Vedi pure le Istruzioni per le scuole del Salvatore e delle Provincie, anche del Tanucci (1771), nelle stesse collezioni. Solo per i convittori del convitto in queste istruzioni si stabili un'ora al giorno di scuola particolare perlostudio delle lingue italiana, fran- cese e spagnuola, in due soli anni del corso, che era di otto; fuori, dunque, del programma comune. Nell’ istituzione dei collegi il Tanucci fu detto seguisse i consigli di Ferdinando Galiani. Vedi la Vita dell’ab. F. Galiani di L. DiopaTI, Napoli, Orsino, 1788, pp. 35-6. Nelle Lettere di F. Galiani a B. Tanucci, Napoli, Pierro, 1914, pubblicate da FAUSTO NICOLINI ce n’ è infatti una da Parigi, 4 gennaio 1768, riguardante gli istituti d’ istruzione che si dovevano fondare dopo l’espulsione dei ge- suiti. Rispetto al metodo, l’ab. Galiani dice solo che «si potrà dar la cura di distenderne il piano ai più valenti professori dell’ Università; ma intanto che si faccia, si potrà senza esitazione servirsi di que’ rego- lamenti distesi dal sig. E. Ferdinando di Leon, Commissario di Cam- pagna per il nuovo Collegio di Sora, messo sotto la sua cura. Kegola- menti, che fan conoscere non meno l’adequatezza e acume della mente, che le profonde cognizioni di questo Magistrato. Tutti gli altri regola- menti dal medesimo pensati per il vitto, vestito, distribuzioni di ore ecc. di quel Collegio, meritano d'esser a parer mio con applauso adottati ». 21 318 STUDI VICHIANI apprendere bene per via di grammatiche e di vocabolari; lo avverte benissimo il proverbio: alzud est grammatice, aliud est latine loqui; e l’esperienza giornaliera lo conferma. I precetti della grammatica in ogni lingua sono pochi e semplici; e tra le grammatiche la più breve è sempre la migliore. Lo studio della lingua, e non già della gram- matica, deve esser lungo; ma ogni studio soverchio, che si dà alla grammatica, è tolto al vero studio della lingua, la quale non si apprende se non colla lettura e retta imitazione de’ classici ». Tanto buon senso non dico che precorre il tempo del Cuoco; perché troppi ancora non ne sono capaci. Certo, meglio del Cuoco oggi non si potrebbe dire su questo punto. « Noi diremo anche di più », continua il Cuoco: «rende più facile lo studio delle lingue morte il saper bene la propria e vivente. Tutte le lingue hanno un mec- canismo comune, il quale dipende dalla natura comune delle menti umane ». Da questo principio vichiano il Cuoco desume che quella che occorre studiare è, a propo- sito della lingua nostra, una grammatica generale, una grammatica con metodo filosofico, che faci- liti l'apprendimento delle altre lingue *. Allo studio dell’italiana vuole unito quello delle lingue classiche, perché « quando esse si potessero senza danno e senza vergogna ignorare dagli altri popoli, non si deb- bono ignorare da noi ». Ma con lo studio delle lingue (tra cui non crede trascurabili le moderne, sopra tutto la fran- cese) il Cuoco intende che vada di pari passo la lettura dei classici, così latini e greci come italiani: « E questa continuerà per tutto il tempo delle scuole; e perché non per tutta la vita ? Sarà cura della Direzione ? il fare una I Il Cuoco doveva avere in mente la Grammatica generale del Du Marsais, che cita infatti poco dopo a proposito dei tropi. 2? Avrebbe dovuto essere (Progetto di Decreto, art. 4) un ufficio preposto a tutta la P. I., alla dipendenza del Ministero dell’ Interno. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 319 ripartizione dei nostri classici; onde ve ne siano degli adattati alla diversa età e capacità dei giovanetti: sarà cura de’ professori manodurli in questa lettura, più utile di qualunque lezione; renderla più utile ancora colle imi- tazioni, colle versioni, e con tutti quegli altri generi di esercizi scolastici, de’ quali, siccome notissimi, non occorre parlare ». Il concetto, come ognun vede, giu-tissimo, del Mari- nelli. Ma dove si nota anche più la modernità del Cuoco, è nei colpi che dà alla vecchia carcassa della poetica e della rettorica. Bisogna riferir questo luogo, che è un documento storico di molto valore: Noi non parliamo particolarmente della poetica e della retto- rica. Nella prima il meccanismo della versificazione è tanto facile ad apprendersi, che bastano quattro o cinque lezioni nel finir della grammatica, seguendo il metodo degli antichi, che tali lezioni alla grammatica solevano unire. Ma quanta distanza vi è fra il conoscere il meccanismo della versificazione, ed il saper fare de’ bei versi ? E quanta ancora dal far dei bei versi al fare un bel poema? Tutto ciò non si fa, se non a forza di genio e di bene intesa imitazione de’ grandi esemplari. Lo stesso dicasi per la rettorica. Che s’ insegna colle rettoriche ordinarie ? L’invenzione, quasi che l’inventare consi- stesse in altro, che nel paragonar due idee, che già si hanno, per farne sorgere una terza, che non si ha ancora; e quasi po- tesse inventare chi non ha idee, e non ha acquistato, a forza di esercizi matematici e logici, quella versatilità, che è necessaria per farne più rapidamente i paragoni! La disposizione, quasi che il disporre abbia altra ragione, che quella di ordinar le idee ed i sentimenti in modo, che producano il massimo effetto possi- bile; e quasi che questo non sia l’ultimo risultato della più profonda cognizione del cuore e dell’ intelletto umano! L’elocuzione, quasi che la forza intrinseca, principale dello stile, non dipenda dalla varia associazione e coordinazione delle idee! Che rimane dunque in quella, che chiamasi rettorica? L'esposizione delle figure delle parole, o sia de’ t ro pi, la cognizione de’ quali appartiene alla grammatica, ed è di sua natura tanto facile, che il più grande forse, e certamente il più filosofo degli scrittori, 320 STUDI VICHIANI che ne han trattato (Du Marsais), ha dimostrato, che que’ modi, che noi sogliam chiamar figurati, sono i modi più naturali di espri- merci !. Che altro finalmente ? La nomenclatura delle varie parti di un nostro discorso: nomenclatura, chesi può apprendere, e si apprende benissimo, anche senza maestro; perché si richiede ben poco a sapere, che quando taluno racconta, fauna narrazione, quando descrive fa unadescrizione. È tutto questo materia sufficiente per un corso particolare di lezioni ? AI risorgere delle lettere ci ha nociuto la mala intesa imitazione degli antichi: abbiam ritrovati di essi alcuni trattati particolari sopra talune parti della rettorica, sull'invenzione, sui tropi, sull’elocuzione..: gli abbiamo compendiati, gli abbiamo riuniti, e ne abbiam formato un corpo di scienza, che abbiam destinata pe’ giovinetti. Avean destinati ai giovinetti i loro libri anche gli antichi ? Aristotele non parla di rettorica al suo grande allievo, se non dopo i più profondi studi di morale e di politica; e l’opera rettorica, che di lui abbiamo, ben dimostra che non poteva esser diversamente: essa non potrebbe intendersi da un giovine di collegio. Tutta la scuola platonica credeva non esservi, propriamente parlando, alcun’arte rettorica; e che il saper bene parlare non altro fosse, che il saper ben pensare e vivamente sentire. Ed alla scuola platonica non si può per certo rimproverare di disprezzare ciò che non sapeva. Cicerone ha voluto difendere contro Platone la sua arte; ed ha voluto dimostrare, che l’oratore ha bisogno di qualche altra cosa, oltre del sapere. La disputa forse non è ancora decisa; ma lo stesso Cicerone non ha potuto negare, che all’oratore il sapere era indispensabile.... Perché invertiamo l'ordine della natura, e vogliamo insegnare a parlare a coloro che non ancora sanno pensare ? Onde poi ne avviene, che i giovani de’ nostri collegj sanno tutto Cygne ? e tutto De Colonia, e non sanno scrivere un biglietto? Perché turbiamo la classificazione delle scienze, e riuniamo alla rettorica ciò che deve esser il risultato di altri studi, i quali sono egualmente necessari ? Perché final- mente non imitiamo i grandi esempi ? Presso gli antichi, lo studio dell’eloquenza era l’ultimo di tutti; e Cicerone aveva compiuti tutti suoi studi, quando si esercitava sotto Molone. I Cfr. CROCE, Estetica 3, pp. 502-3. 2 Cioè l’Ars rethorica (1659) tante volte ristampata, di MARTINO DU CYGNE, gesuita (1619-1669). Il libro del De Colonia è più noto. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 321 Vedremo subito quale sia questa eloquenza che il Cuoco rimanda a studi superiori. Ora voglio notare soltanto, che questo assalto alla rettorica non è mosso da quello spirito, per cui certamente l’avrà approvato M. Delfico, da quel filosofismo astratto che era al fondo della cultura di costui, ma era solo una verniciatura di quella del Cuoco, e che dichiarò anch’esso guerra alle regole, alle tradizioni, alle pedanterie. Il Cuoco era altra tempra intellettuale: il suo libro è la Scienza Nuova. Basterebbe leggere, per accer- tarsene, ciò che dice con profondità da cui rimangono ancora assai lontani i compilatori di certi non ancor dimen- ticati programmi e pedagogisti della scuola media. Basta anche notare questa sua osservazione: «La storia deve esser collezione di fatti, e non di riflessioni: quindi non sono del tutto lodevoli quelle tante istituzioni di storie che coi titoli pomposi di filosofiche, si sono pubblicate in questi ultimi tempi, per uso de’ giovinetti. Se fate che le riflessioni precedano i fatti, voi non date più storia, ma riflessioni: e siccome la storia tiene nelle cose morali il luogo dell’esperienza, voi rassomigliate ad un maestro di fisica, il quale in vece di esperienza dia sistemi, in vece di dati dia conseguenze». Questo era genuino pensiero vichiano; era la buona tradizione paesana. Prima che queste idee del Cuoco nella scuola trionfino, passeranno ancora diecine d’anni. Bisognerà aspettare F. De Sanctis che dia mano, nella scuola di Vico Bisi, alle «lezioni sulla rettorica, o piuttosto sull’anti-retto- rica »; per insegnare — allora per la prima volta a una gioventù che ascolterà plaudente come alla rivelazione della verità — che «la rettorica ha per base l’arte del ben pensare, e perciò non può insegnarsi che ai già pro- vetti nelle discipline filosofiche »; che essa fu « una inven- zione e quasi un gioco dei sofisti» e produsse «l’indiffe- renza verso il contenuto e il disprezzo della verità »; che «le regole rettoriche non hanno la loro verità che nelle 322 STUDI VICHIANI forme del pensiero, materia della logica. Ma, come la ret- torica non ti dà il ben dire, così neppure la logica ti dà il ben pensare, essendo le sue forme staccate da quel centro di vita che si chiama lo spirito »!: che «la parola non manca a chi ha innanzi viva e schietta la cosa », e che bisogna perciò studiare le cose con serietà e libertà d’in- telletto. E così rinnovare la critica delle figure rettoriche e conchiudere — proprio come il Cuoco nel 1809 — che la rettorica «svia da’ forti studi, guasta l’intelletto e il cuore », e che bisogna buttare al fuoco tutte le rettoriche, e che «ci vuole il verbum factum caro, la parola fatta cosa » =. Il De Sanctis rifarà da sé il cammino: ma l’indi- rizzo di pensiero, da cui trarrà i motivi della sua critica, sarà pure una continuazione di quello del Cuoco, a lui per questo rispetto rimasto ignoto. Ma tutto il pensiero del Cuoco si compie in ciò che egli dice dell’insegnamento universitario. Egli propone — era la prima volta — la costituzione d’una speciale Facoltà di Belle lettere e filosofia;ela vuole anzia capo di tutte (lasciando le altre cinque del 1806, ma in un ordine diverso 3). In essa, oltre l’ideologia e l’etica, o teoria de’ sentimenti morali (nell'ordinamento del 1806, l’etica «religiosa e filosofica » era stata aggregata alla Facoltà di teologia, e nella Facoltà di filosofia s’era istituita una cattedra di logica e metafi- sica, rimasta immutata fino al 1860), chiede una disciplina filosofica del tutto nuova: «quella dell’eloquenza, I « Per imparare a ragionare », aveva detto il Cuoco nel Rapporto (Scritti, p. 94), «è necessità aver ragionato ». La logica non insegna a ragionare, ma a riflettere sulle operazioni logiche dello spirito. ? Vedi per tutto ciò La giovinezza di F. De Sanctis, cap. 25, pp. 252-3, 254, 250-7. 3 Cioè: 2) scienze matematiche e fisiche; 3) medicina; 4) giurispru- denza; 5) teologia. A quest’ultima, oltre l’esegesi e la storia, non la- sciava che la « teologia dogmatica e morale evangelica ». Vedi il Prog. di Decreto, artt. 46-59; negli Scritti, pp. 197-200. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 323 o, per meglio dire, della filosofia dell’eloquenza, la quale chiamar si potrebbe il complemento della filosofia istrumentale ». Contro la sua proposta il Cuoco prevede due sorta oppo- ste di avversari: « Alcuni troveranno questa cattedra inutile, perché contraria agli antichi metodi d’insegnare la rettorica; altri, perché per mezzo di essa non si faranno mai degli uomini eloquenti ». Ma «ai primi la risposta è facile. È da qualche tempo, che la filosofia si è impadronita delle materie dell’eloquenza. Questa che i pedanti vorre- bero far credere un’usurpazione, non è che una legittima rivindica di ciò che la filosofia possedeva nei tempi anti- chi ». E accenna quindi compendiosamente quanta luce la filosofia avesse fatta sulla vecchia materia empirica della rettorica. Ritorna col Du Marsais (ma un Du Marsais cuochiano, o vichiano che si voglia dire) a rilevare gli errori degli antichi teorici. E dopo aver disegnato a grandi tratti «il quadro di tutto ciò che la filosofia ha operato sull’eloquenza », entra in un ordine di considerazioni più fondamentale e più opportuno : Diremo che tutto ciò non sia che visione ed errore ? Questo sarebbe duro a dirsi, durissimo a credersi; ma, quando anche si dicesse e si credesse, non basterebbe. Quando anche tutte le osser- vazioni finora fatte fossero false, non ne verrebbe perciò, che non se ne dovessero fare delle vere; perché non ne verrebbe mai che i precetti potessero rimaner senza ragioni. E se queste ragioni si debbono ricercare, poiché esse non altronde si possono trarre che dalla natura dell’uomo, ne verrà sempre che, abbandonate le officine de’ retori, siccome diceva Cicerone, si debba ritornare alle accademie de’ filosofi. È vero, i pedanti perderanno il diritto di censurare il Tasso, perché avea messo il canto al principio del verso, mentre Virgilio l’avea messo nel mezzo; i sonettisti, imitatori del gran Petrarca, non spingeranno la servile imitazione fino al punto di comporre lo stesso numero di sonetti, di canzoni, di sestine, di ballate, o d’ innamorarsi anche essi di venerdì santo; i precetti cesseranno di esser esempi, il che è sempre o servile, se non vi discostate dall’originale, o pericoloso, se volete al tempo 324 STUDI VICHIANI istesso e discostarvene ed imitarlo; il genio avrà un campo più libero a correre, ed avrà sempre la ragione per guida. Ecco la differenza tra la rettorica ordinaria e quella che da noi si pro- pone. Non è un’affermazione netta: ma chi non vede che cosa avrebbe dovuto essere questa teoria razionale dell’arte, questa filosofia ? La critica filosofica della rettorica condu- ceva dove doveva condurre: all’estetica. Il Cuoco conviene cogli altri oppositori, che questa sua rettorica non formerà mai l’uomo eloquente. «E quale altra mai lo potrebbe ? Non vi è eloquenza, ove non vi è ricca vena di pensieri e di affetti ». Ma non è questo il fine di tale insegnamento. «La gioventù ne’ suoi primi anni non si esercita che a sentire le bellezze dei grandi modelli e ad imitarle: quando avrà già molto sentito, incomincerà a riflettere sulle proprie sensazioni; e questa riflessione, lungi dall’infievolire o distruggere le prime sensazioni, le conserva e le rinvigorisce. I giovani si arresteranno a riflettere sul bello ». « Saranno eloquenti, se la natura gli avrà fatti tali; e se la natura tali non gli avrà fatti, almeno non saranno né stentati, né affettati, per imitare le parole, i perlodi, lo stile di un antico, che esponeva idee ed affetti diversi dai loro; saranno semplici ed originali, il che è grandissima parte di bello ». Insomma, non doveva essere una precettistica, ma una teoria: cioè, per l'appunto, l’estetica. Lo studio degli scrittori, a cui, non i soli letterati, ma tutte le persone colte devono essere iniziate, nei ginnasi; e nell’ Università questo « studio profondo della teoria dell’eloquenza resti- tuito alla filosofia ». Il Marinelli, conterraneo del Cuoco, liberale moderato come il Cuoco, suo compagno d’esilio a Marsiglia 1, quando I Anche il Cuoco, com’ è noto, fu esiliato dalla Giunta di Stato nell'aprile 1800, e dové partire per Marsiglia, dove nel marzo l’aveva VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 325 nel luglio 1811 pubblicava la sua Filosofia dell’eloquenza, si può credere che non ne avesse già a lungo discorso con l’autore del Rapporto ? Il libro pare pubblicato col fine di ottenere la nuova cattedra, qualora le idee del Cuoco fossero trionfate. A ogni modo, le attinenze del pensiero del Cuoco col libro del Marinelli, dopo tutto ciò che si è detto, sono innegabili. La sola parte che un programma di studi moderno desidererebbe, e non sì trova nel piano del Cuoco, è la storia della letteratura; forse perché egli intendeva che questo studio dovesse, con l’esame degli scrittori, farsi nei ginnasi e nei licei. Quanto infatti sapesse pregiare il sapere storico si scorge in questo stesso Rafporto da quel che dice con acume e larghezza mirabili delle due cattedre, che propone, di filologia latina e filologia greca +1: alle quali voleva congiunto l'insegnamento della Paleografia e della Critica diplomatica (in una sola cattedra); e con- giunta anche — ardimento veramente notabilissimo ! — una cattedra di filologia universale, ossia della scienza speciale del Vico. « Anche la filologia », dice il Cuoco, «ha le sue idee astratte, ha la sua parte filosofica; perché ha le sue regole universali applicabili ai fatti di tutte le nazioni. Dalla filologia appunto dei particolari popoli il nostro Vico trasse i principii, che poscia espose nella Scienza Nuova ». E, fatto l’elogio, che s’è visto, di questo libro, continua: « Noi abbiam creduto e glorioso ed utile per la nostra nazione stabilire una cattedra, nella quale tal filologia universale s’insegnasse ». Filologia, per cui l’erudizione diventa filosofia, e quello che sappiamo dei preceduto l’altro molisano, cugino suo, Gabriele Pepe. Vedi RUGGIERI, O. C., Pp. 24-25 e M. Romano, Ricerche su V. Cuoco, Isernia, 1904, p. 23. _* Questa filologia è intesa, alla maniera del Boeckh, come «arte di conoscere e intendere tutti i monumenti, che a noi sono pervenuti dall’antichità » (p. 127). 326 STUDI VICHIANI greci e dei romani diventa utile a intendere ciò che igno- riamo o conosciamo molto imperfettamente della filologia delle altre nazioni. La stessa filologia greca e romana si illuminano di una luce tutta nuova; come ha dimostrato il Vico nel De antiquissima Italorum sapientia e nel De uno universi juris principio et fine uno. Le parole e i miti sono considerati «conseguenza certa della intrinseca natura della mente umana », e soggetti a regole costanti. La cattedra proposta, conchiude il Cuoco, è forse unica in Europa. « Ma che importa ? Esiste o non esiste questa scienza ? Ciò non si può negare, né anche da coloro che non conoscono Vico. Essa esiste tanto, che il solo spirito filosofico del secolo ne ha fatte sviluppare molte varietà di dettaglio nella testa di molti: perché dunque non inse- gnarne l’insieme ? ». E chi l’avrebbe insegnata ? Non credo che il Cuoco ci avesse pensato, e molto meno che vi si sarebbe potuto o voluto provare. Certo, non altri che lui allora ne sarebbe stato capace !. Ma, se su questo punto imbarazzo ebbe il consigliere Cuoco, ci fu chi ne lo cavò subito. Gabriele Pepe, che era in grado d'esser bene informato, nella Necrologia di V. Cuoco, ci fa sapere che il progetto di questo non fu accettato da re Gioacchino per le opposizioni di un altro molisano (di Baranello), Giuseppe Zurlo, ministro del- l’ Interno (da cui dipendeva l’ Istruzione); il quale ne aveva già presentato uno suo, che naturalmente pre- 1 Nel 1792 era stata istituita nell’ Università una cattedra di storia della filologia, e data ad Antonio Jerocades, di cui ci rimane la pro- lusione: Orazione intorno alla concordia della filosofia e della filologia, s. l. e a., e l'opuscolo Bacone e Vico, ossia Disegno delle parti della filosofia corrispondenti alle parti della filologia secondo il piano di Ba- cone e dì Vico (Napoli, 1792]; cfr. CRocE, Varietà cit., pp. 6-7, e ora Probl. di estetica, pp. 385-6. La biblioteca della Società storica per le province napoletane possiede anche un quaderno delle lezioni del Jerocades, scritte da un suo scolaro, l’ insigne giureconsulto Nicola Ni- colini. Ma presentano assai scarso interesse. Sul Jerocades vedi G. Ca- PASSO. Un abate massone nel sec. XVIII, Parma, 1887. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 327 valse :. Ed è quello promulgato col decreto 20 novem- bre 1811. Il quale, per ciò che concerne l’insegnamento letterario, tornò allo statu quo: la lingua italiana nei licei non ci entrò; la Facoltà di lettere e filosofia fu bensì costituita, ma con le cattedre antecedenti alla riforma del 1806: Eloquenza italiana, Eloquenza e poesia latina. Nessuna novità degna di nota. Alla Lingua greca si aggiunse la Letteratura; si introdussero l’ Archeologia greco-latina, la Cronologia e l’ Arabo. Ma, rispetto alla Letteratura italiana, si tornò indietro. Si tornò all’erudi- zione pura e alla vecchia rettorica: Vico e la filosofia furono sconfitti. Cuoco era andato troppo oltre; e si ripiombò nel sec. XVIII. Marinelli, perduta la cattedra ili letteratura antica e moderna, non ebbe 1’ Eloquenza italiana, malgrado la sua Filosofia dell’eloquenza dedicata a don Giuseppe Zurlo. Gli toccò di passare, credo nel 1812, alla Cronologia, e l’ Eloquenza italiana fu data un’altra volta al poeta di Corte, più propriamente bibliotecario 1 Vedi lo stesso Romano, o. c., p. 39. Oggi, grazie alle ricerche del Nicolini, sappiamo più precisamente come andarono le cose. Il Pro- getto primitivo del Cuoco fu approvato dalla Commissione dell’ Istru- zione. Ma la Commissione stessa, vista la resistenza del Consiglio di Stato (Sezione Interno) compilò un secondo progetto modificato (otto- bre 1809). Progetto modificato che fu rinviato al Consiglio di Stato (1° no- vembre 1809) perché lo approvasse in seduta plenaria. Ma lo Zurlo, ch’era divenuto frattanto (1 o 2 novembre) ministro dell’ Interno, lo fece bocciare (3 novembre). Nel settembre 1811 lo Zurlo compilò (o meglio fece compilare da Matteo Galdi) un terzo progetto, che pare fosse bocciato dalla Sezione dell’ Interno del Consiglio di Stato. Il Murat allora nominò una seconda Commissione di quattro ministri, che, con l’ intervento palese di Melchiorre Delfico e quello clandestino del Cuoco, compilò un quarto progetto, che finalmente fu approvato (29 novembre 1811) dal Consiglio di Stato e divenne legge il 13 di- cembre 1811. E quest’ultimo progetto s’accosta più al progetto Cuoco che non al progetto Zurlo. Cfr. NICOLINI, in Cuoco, Scritti vari, II, 4IO SQg. ? Collezione cit., I, 230-240. — Non è esatto, dunque, ciò che si dice nelle Notizie intorno alla origine, formazione e stato presente della R. Università di Napoli per l’ Esposizione nazionale di Torino nel 1884: rettore G. Capuano, Napoli, 1884, p. 48, intorno alla sorte del progetto Cuoco. 328 STUDI VICHIANI del re e più tardi lettore della regina, Angelo Maria Ricci, che si apprestava a cantare i Fasti di Gioacchino Murat, ma aveva cominciato già a tesserne le lodi fin dal 18009 con le ottave La Pace e nel 1810 ne aveva cantato il felice ritorno nell’ode La Verità*. Con lo spirito leggiero e vuoto del Ricci, si riebbe l'insegnamento del Seric. E lo studio della letteratura italiana non si rialzò più fino al 1860. In una breve notizia biografica sul poeta di Monopolino, sfuggita ai due recenti studiosi che si sono occupati di lui, il marchese di Villarosa ? dice che il Ricci « ottenne per lasua intemerata condotta intempo della mili- tare occupazione alcuni letterari impieghi, e fra questi di esser professore di Eloquenza italiana nella regia Univer- sità degli studi, impiego che conservò anche nel ritorno di re Ferdinando. Dovette tal onorevole carica rinunziare per motivi di salute, e ritornare ne’ patrii lari». Il che accadde sul finire del 18173. Il suo insegnamento non I Vedi G. B. FicoRILLI, A. M. Ricci: la sua vita e le sue opere, Città di Castello, Lapi, 1899, p. 21, e A. SACCHETTI-SASSETTI, La vita e le opere di A. M. Ricci, Rieti, 1898, pp. 22-23. Il 29 ott. 1901 dalla città di Rieti fu pubbl. un Numero unico A! poeta A. M. Ricci, Città di Castello, Lapi, pp. 20; contenente ritratti, autografi ecc., con una no- tizia biografica del prof. Sacchetti-Sassetti. — Non si trova nella rac- colta degli Almanacchi di corte posseduta dalla Soc. storica napoletana (la più ricca che si abbia) quello del 1812. Nell’Almanacco del 1811, p. 369, Ciampitti insegna ancora Eloquenza antica e mo- derna e Marinelli Letteratura antica e moderna. Nell’Alm. del 1813, p. 320, Ciampitti è all’Eloquenza e poesia latina, Ricci all’Eloquenza e poesia italiana, e Marinelli alla Cronologia. 2 In nota alle Lettere indiritte al marchese di Villarosa da diversi uomini illustri racc. e pubbl. da M. TARSIA, con note biografiche dello stesso Villarosa, Napoli, 1844, pp. 337-39. Una biografia del Ricci aveva il VILLAROSA inserita già nelle Notizie di alcuni cavalieri del Sacro Or- dine Gerosolimitano, Napoli, Fibreno, 1841; ed è citata dal SACCHETTI- SASSETTI, p. X. 3 FICORILLI, 0. c., p. 26. Il lavoro del Ficorilli è molto accurato e attendibile, per le molte carte e corrispondenze dell’Archivio di casa Ricci, di cui l’A. poté servirsi. VI. IL FIGLIO DIG. B. VICO 329 durò, dunque, più di sei anni. E il Villarosa ricorda appunto di essersi procurata l'amicizia di lui «udendo spesso le lezioni di Eloquenza italiana, che allor dettava nella regia Università degli studi, e che spesso terminava con la recita di qualche suo poetico componimento ». Della qual parte d’insegnamento si possono cercare i documenti nelle molte centinaia di poesie da lui pubblicate, raccolte in parte nelle Poesie varie, date in luce in Rieti in sei volumi dal 1828 al 1830. I documenti del resto li diede egli pubblicando nel 1813 Della vulgare eloquenza libri due *, indirizzati, come già le lezioni del Serio, Agli amatori delle lettere italiane. « Nulla di nuovo, e pochissimo del mio offro al pubblico », dice l’autore. « Tentai per ardito esperimento di essere oratore e vate ancor io .... Conobbi nell’arduo cammino quali fossero le regole di véto lusso magistrale, e quali quelle che contengono teorie fonda- mentali, appoggiate al buon senso. Quindi, come ape, mi proposi di sceglier da tutte il più bel fiore ». Ecco la materia che vi è trattata, poiché la semplice indicazione di essa può bastare a provarci che siamo rica- scati nelle vecchie teorie trite, false od inutili. Nel lb. I: Origine delle lingue volgari: lingua italiana — Eloquenza italiana — Del sublime — Del bello — Del gusto: modo di acquistarlo e di perfezionarlo: modelli che corrispondono al gusto universale — Del genio — Degli ornamenti del discorso, ossia delle figure — Dello stile, e sue qualità generiche — Stile epistolare — Stile di dialoghi — Stile didascalico — Stile istorico — Stile oratorio — Stile di novelle, e romanzi. Nel lb. II: Della poesia — Della poesia descrittiva — Della poesia pastorale — Della poesia lirica — Della poesia didascalica 1 Non m’ è riuscito di vedere se non l’edizione del 1819, fatta a Na- poli, Stamp. del Giornale delle Due Sicilie (di pp. vVII-199 in-16°), e non ne conobbe una anteriore il Sacchetti-Sassetti. Ma quella del 1813 è nota al FICORILLI (pp. 21 e 168), il quale cita una lunga recensione che dell’opera fu fatta nel Nuovo Giornale dei Letterati, 1828, n. 38, pp. 131-138; n. 40, pp. 17-34; n. 4I, pp. 124-145. 330 - STUDI VICHIANI — Della poesia epica — Della poesia drammatica — Della tra- gedia — Della commedia — Del dramma musicale: della favola pastorale: del dramma sentimentale. «Quanto alla materia », dice un recente critico, «in gran parte non sì tratta che dei soliti precetti letterarii; ma tuttavia è notevole nell’autore la erudizione vasta e la cognizione sicura che mostra d’avere di tutti i capolavori dell’arte antica e moderna, nostrana e in parte stra- niera » 1. Curioso quello che soggiunge lo stesso critico: «Se, come vasta la erudizione, avesse avuto egli profondo il giudizio, corretto il gusto e squisito il sentimento arti- stico, avrebbe potuto far opera eccellente ». Se cioè non l’avesse scritta il Ricci, ma un altro, l’opera poteva anche essere eccellente. Disgraziatamente però, la scrisse il Ricci; il Ricci, disgraziatamente, diede l’avviata a questo nuovo lungo inglorioso periodo dell’insegnamento della letteratura nella Università. «L’opera, pur troppo» (è sempre lo stesso critico) «contiene osservazioni, precetti e regole che sono, come ho detto, le solite » =. Dopo il Marinelli, si torna un’altra volta a dire, p. es.: « Che sia negletta la trina unità dram- matica, colla quale si pretende che in teatro una sia l’azione, uno sia il luogo, uno il protagonista ecc., non sì può concedere senza smentire l’arte e offendere la verisimiglianza ». «Quando era professore di eloquenza a Napoli », scrive un altro critico recente, il quale ha fatto una lunga analisi I Questa cognizione è specialmente dimostrata nella 3* edizione del libro, Rieti, 1828, in 2 volumi, dove i precetti sono accompagnati da copiosi esempi di classici. E a questa 3® ediz. è aggiunto qualche nuovo capitolo; ma non ha più che fare con la storia di cui ci occupiamo, dell’ insegnamento della letteratura nell’ Università. 2 FICORILLI, p. 168. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 33I di questa Vulgare Eloquenza*, «il Ricci comprese bene di non poter mai adempiere il suo debito che seguendo le tracce degli antichi maestri, e in ispecie di Aristotele ». Peccato che non l’avessero compreso, né bene né male, né il Marinelli né il Cuoco! Partito che fu il Ricci, alla cattedra si dové provvedere per concorso. Fu il primo che si facesse per questa disci- plina. Il 12 marzo 1816 furono pubblicati i nuovi Statut: per la R. Università degli Studi del Regno di Napoli?, rimasti immutati fino alla fine del Regno. Questi statuti mantennero la Facoltà di «filosofia e lettera- tura»yeinessa la cattedra di Eloquenza e poesia latina, aggiungendovi, in una cattedra sola, la letteratura; all’ Eloquenza italiana del 1811 sostituirono la Lette - ratura italiana3. Ma fu solo un cambiamento di nomi; la sostanza rimase quella. Gli statuti prescrive- vano il concorso per l’elezione dei professori (art. 50). Si ricordi come seccò la cosa al Galluppi, quando nel 1831 volle entrare nell’insegnamento universitario 4. Il concorso sl faceva nella stessa Università, sotto la sorveglianza del presidente della commissione della P.I. o del rettore dell’ Università. Da un trattato delle materie sulle quali versava l’insegnamento, a cui si voleva provvedere, si prendeva a caso, o si ricavava un quesito, che uno dei professori della Facoltà, delegato dal decano, avrebbe proposto a’ concorrenti; i quali dovevano tutti 1 SACCHETTI-SASSETTI, pp. 31-40. Questi addirittura conclude che l’opera «si poteva considerare come un eccellente Corso elementare di letter. italiana ». ? Collez. cit., I, 424 Sg8&- 3 Novità notabile fu l’ istituzione di una cattedra di « Principii ge- nerali della Storia », la quale però non fu subito coperta. Il titolare G. Mazzarella non v’insegnò niente che avesse valore. Vedi le sue Lezioni Sulla scienza della storia, Napoli, 1854; e quello che di lui e del libro ho detto nelle mie ricerche Dal Genovesi al Galluppi, Napoli, ed. della Critica, 1903, pp. 307-8 in nota. 4 Dal Genovesi al Galluppi, p. 222. 332 STUDI VICHIANI commentare e risolvere lo stesso punto o quesito in latino: raccolti tutti in una sala, col permesso di consultare i libri che avessero portato seco. Di che dovevasi fare particolare e distinta menzione negli atti del concorso (art. 51-53). | Del concorso, che sulla fine del 1817 o al principio del ’18 si fece per la letteratura italiana, chi lo vinse, il canonico Michele Bianchi, che dal 1832 al ’35 ebbe tra i suoi scolari L. Settembrini, raccontava, dopo tanti anni, com'era andato; e il Settembrini nelle Ricordanze ne ha lasciato memoria: « Prima del 1820 quando s’ebbe a fare 11 professore di letteratura italiana nell’ Università, si presentarono al concorso parecchi, fra i quali il Puoti e il poeta Gabriele Rossetti. Il tema fu: scrivere un comento itallano ad un sonetto del Petrarca, ed una dissertazione latina sopra non so qual secolo della nostra letteratura. La benedetta dissertazione latina decise il merito. Il Bianchi, professore in un collegio, avendo abito e faci- lità di scrivere in latino, poté dire agevolmente tutto quello che sapeva, dove che gli altri, più o meno impac- ciati dalla lingua, dissero meno di quello che sapevano: onde, giudicati imparzialmente su gli scritti, il Bianchi ebbe il primo luogo, e l’ultimo toccò al povero Rossetti, che fece qualche errore di grammatica, tutto che avesse quell’ingegno e quella beata vena di poesia »*. Al canonico Ciampitti, — che tirò innanzi nella Elo - quenza, poesia e letteratura latina fino al 1832, anno della sua morte ? — si venne, dunque, ad 1 Ricordanze, Napoli, Morano, 1881, I, 79-80. ® La sua cattedra fu coperta da un altro canonico, don Nicola Lu- cignano, nel 1835. L'Almanacco del 1834 la dà ancora come vacante. Del concorso, a cui prese parte anche Carlo De Sanctis, zio di Fran- cesco, sono ricordati nella Giovinezza di F. De Sanctis, pp. 66-70, al- cuni gustosi particolari. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 333 accompagnare il canonico Bianchi ', Al quale toccò subito di comparire in una pubblicazione ufficiale dei professori dell’ Università. Giacché sulla fine del 1818, Ferdinando I ammalò mortalmente, e il Colletta, non sospetto, ci dice che « palpitarono a quel pericolo i napoletani più accorti, per sospetto che il figlio mutasse in peggio gli ordini civili ; giacché, tenuto proclive al male, avverso alle blandizie di governo, intimo amico del Canosa .... Ma quei guarì, ed ebbe feste sacre e civiche, dove 1 migliori ingegni rappre- sentarono l’universale contento con rime e prose, in grosso volume raccolte » 2. In questo volume Pro recuperata vale- tudine Ferdinandi I utriusque Sic. Regis Archigymnasti Neapolitani officium3, miscellanea di scritti gratulatori ed elogiativi in italiano, in latino, in greco e in ebraico, come il Ciampitti mise un’orazione latina, e B. Quaranta, professore di archeologia e letteratura greca, un Aébyog (seguito bensì dalla relativa traduzione), il Bianchi inserì una Orazione italiana, oltre un Carmen latino, un Epi- gramma greco e alcuni altri distici latini. Orazione note- vole, perché non è una filza di vuote adulazioni; ma un buon riassunto di tutto il bene realmente fatto da Ferdi- nando. Degno ancora di esser letto è quello che vi si dice dei provvedimenti e delle riforme relative alla pubblica istruzione, durante il regno di Ferdinando. Tutte le Ora- zioni di questo tempo, a giudizio dell’ Ulloa, che fu sco- laro, credo, del Bianchi, rappresentano un periodo di transizione dalla licenza precedente alla tirannia del purismo; ed egli reca ad esempio questa del Bianchi «où d’incontestables mérites couvrent quelques défauts, et __— 1 Il primo Almanacco di Corte, tra quelli da me potuti vedere, che porti il nome del Bianchi, come titolare della cattedra di letteratura italiana, è quello del 1820, p. 485. * Storia, lib. VIII, cap. II, $ 40. FF 3 Pridie Id. Januarii An. MDCCCXIX, Typis Josephi M. Porcelli, di carte 57 (num. nel solo recto) in-fo. Pubblicazione di lusso. 22 334 STUDI VICHIANI font de l’oraison entière une ocuvre remarquable. Le style est clair, rapide, parfois incisive, et entraîne le lecteur. Comment n’étre pas frappé des observations et des faits qu'il présente rapidement, attestani l’étroite relation de la criminabité et de l’ignorance ? IL a su toucher avec convenance, avec retenue, à toutes les phases historiques de l’époque précé- dente, qui sous la plume d’un autre écrivain auraieni du étre difficilement traitées » 3. Dei difetti di stile notati in questo discorso, il Bianchi si sarebbe liberato nelle sue Istituzioni, dove all’ Ulloa pare di scorgere uno stile più puro, più paziente e più elaborato, e teorie di buon critico. E altrove ?, dopo aver ricordati gli Elementi di belle lettere di Cristoforo Mazzogatti, e l’ Arte del dire di Vito Fornari: «Mais, soggiunge, c'est l’ouvrage du chanoine Michele Bianchi qui dépasse tous ceux qui écrivent dans le but ordinaire de dicter des lecons de rhétorique ». Il Bian- chi era stato uno dei letterati la cui stima e benevolenza avevano incoraggiati i lavori della sua prima giovinezza, e l’ Ulloa lo trovava «tel qu'il était dans son ouvrage » 3. Giacché, come insegnante dell’ Università, aveva quasi un obbligo di pubblicare le sue istituzioni 4, nel 1832 egli die’ in luce le Lezioni di belle lettere ad uso de’ giovanetti 5, di cui così rende ragione nella prefazione: Da che presi a dettare le mie lezioni nella cattedra di Lingua e letteratura italiana fui sovente richiesto d’ indicare l’opera di 1 Pensées, I, 322 e 323. L’ Ulloa riferisce anche un tratto dell’ Orazione. 2 Pensées, I, 335. 3 Notava tuttavia che, anche nelle Lezioni, «les mots ne sont sou- vent que des clous rivés à téte d’or ». 4 L'art. 70 degli Statuti del 1816 diceva: « Ogni professore, quando non abbia ancora stampato le sue istituzioni o trattati, dovrà fare un elenco delle materie che insegnerà, il quale al principio dell’anno sco- lastico dovrà affiggere alla sua cattedra, acciò il sostituto, o l’aggiunto, e gli scolari possano esser preparati pe’ rispettivi esercizi ». 3 Vol. I. Napoli, Criscuolo, 1832. Nel 1833 uscì il 2° volumetto. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 335 cui mi giovavo all’uopo. E poiché fu da me risposto, avermi io com- pilato che che mi occorreva per l’affidato insegnamento, si chiese e s’ insistette, anche da persone autorevoli, che divulgassi per le stampe que’ divisamenti riputati adatti e buoni a formare il gusto letterario de’ giovanetti studiosi. Lasciai nondimeno trascorrere molti anni prima che m'’ inducessi a secondare simili desiderii e premure. Ma infine il pensiero che avrei potuto recare alcun utile agli alunni delle lettere vinse il mio ritegno. E così dalle lezioni scritte per la cattedra mi feci a tòrre quel tanto, che nel corso di un anno o poco più potesse nelle scuole insegnarsi. Più che lezioni, sono brevi dissertazioni, non molto strettamente connesse tra loro. La prima Sull’origine e sulle vicende della lingua italiana è una breve storia della lingua dalle origini fino alle polemiche contemporanee tra 1 puristi e gli antipuristi, e combatte così le affettazioni arcaiche degli uni, come le esagerazioni e la sciopera- taggine degli altri. Il Bianchi, uomo di non grande leva- tura, ma di buon senso, preferisce attenersi al giusto mezzo. Segue un Cenno sul bello e sulle varie sue forme, che non contiene altro che vacue trivialità sul povero Bello, distinto, «per conto della natura » in sensibile, intelligibile e morale, e « per conto degli oggetti » in gene- rale, particolare e convenzionale. L’Orator e il De oratore di Cicerone fanno le spese dell’erudizione estetica del Bianchi. Quindi, dopo un capitoletto sul Sublime, seguono queste altre dissertazioncelle, di cui basterà il titolo: Influenza delle lettere nella civiltà e nella morale dei popoli. — Analisi delle qualità necessarie ad ogni parlare colto. — Rettorica ragionata per le varie sue parti e Poetica ragio- nata per li suor rami diversi. Queste ultime tre parti sono la materia del secondo volumetto. Su per giù, la stessa materia della Vulgare eloquenza del Ricci, trattata con minor calore e minore sfoggio di dottrina, ma con modestia e buon senso. Aurea mediocritas : molto mediocre e poco aurea ! 336 STUDI VICHIANI A che, del resto, affannarsi a salire in regioni più ele- vate per quello scarso uditorio che aveva il canonico Bianchi ? « Eravamo ascoltatori soliti », ricorda il Settem- brini, «un quattro o cinque giovani .... Il Bianchi ragio- nava con noi, come con amici, e soltanto quando ci capi- tava qualche sconosciuto faceva un po’ di diceria distesa. Non usava come gli altri professori, che come scoccava la mezz’ora rompevano a mezzo il discorso, ma s’intratte- neva con noi lungamente, e ci diceva molte belle cose, e finita la lezione lo accompagnavamo per buon tratto di via, e seguitavamo a ragionare. Quando era io solo con lui, egli usciva alla politica, parlava de’ tempi trascorsi, di molti uomini, di molti avvenimenti, e ne giudicava con senno severo: e se parlava di quella che egli chiamava casta pretesca, non sapeva frenare lo sdegno, e diceva: È nemica di Dio e di Cesare: fu, è, e sarà principale cagione della servitù d’ Italia. Credete a me che conosco quali visi si nascondono sotto quelle maschere » !. Insomma «era egli», come soggiunge il Settembrini stesso, «un uomo che bisognava guardare da vicino, e allora lo stimavi e lo amavi. Poco eloquente, di maniere modeste, un po’ pedante, ma dotto assai, liberi sensi, gran bontà di animo ». Il Settembrini ci dice che ogni volta 1 Ricordanze, I, 77. Sarà stato come dice il Settembrini un prete liberale, ma alla Gioberti: perché teneva alle glorie e benemerenze della Chiesa, e quando nel 1825 pronunziò la sua Oratio in solemnt studiorum instauratione (a MicHAELE BIANCHI Palatinae Ecclesiae Ca- nonico et Litteraturae Italicae Professore in R. Archigymnasio Neapo- litano habita, s. d., di pp. 24 in-4°) tolse a discorrere « quam bene de humanitate vel ideo meruit catholica religio, quod ad excolendos a barbarie per Europam bonis artibus animos plurimum contulit » (p. 5). Un'altra Orazione inaugurale lesse nel dicembre 1843: De litterarum efficientia în animis mentibusque egregie formandis, Neapoli, Cuomo, MDCCCXLIII, di pp. 20, in-4°. Il discorso è tutto nel titolo. — Di lui è pure a stampa l’opuscolo Alla Consulta de’ Reali dominii di qua dal Faro ragguaglio della Memoria umiliata al Re mostro signore per la reintegrazione del Vescovo di Cajazzo, Napoli, Criscuolo, 1831 (di pp. 24 in-4°): ma non ha interesse letterario. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 337 che si partiva dal Bianchi, egli aveva imparato qualche cosa; e che però la sua memoria gli era cara e onorata. Egli fu, che, letti con piacere e lodati due dei primi scritti del Settembrini, li fece vedere a monsignor Colangelo, pregando costui di proporlo come professore in un col- legio. E poiché il Colangelo rispose che quelle cattedre si davano per esame, fu il Bianchi a spronare il Settem- brini all'esame, e fece, quindi, di lui un professore. Non avesse fatto altro, per amore del Settembrini, destinato a salire quella cattedra stessa di letteratura italiana, il buon canonico meriterebbe il nostro ricordo e la nostra sim- patia. Ma la vera e viva scuola di letteratura a Napoli allora non era nell’ Università. Lo stesso Settembrini rammenta che « mentre nell’ Univer ità il Bianchi leggeva agli scanni e a quattro studenti, il marchese Basilio Puoti aveva in casa sua una fiorita scuola di lettere italiane, dove conve- nivano oltre dugento giovani » 1. E dagli eccitamenti del Puoti a uno studio amorosc degli scrittori, ma sopra tutto dal potente lievito degli studi filosofici promossi dal Gal- luppi e dal Colecchi con l’esposizione e la critica delle moderne dottrine germaniche, e quindi da quel fervore di pensiero, che dagli scritti dell’eclettismo francese, da Hegel, da Vico attingeva materia di speculazioni non più tentate e motivo a una trasformazione filosofica degli stessi studi letterari, eromperà la prima scuola di F. De Sanctis, quale ci è rappresentata nel libro della sua Giovinezza. Il movimento, iniziato da Marinelli e da Cuoco, e subito arrestatosi, sarà ripreso per virtù di una mente geniale, che creerà la critica e la storia della letteratura italiana: il contenuto più razionale dell’insegnamento, di cui ho narrato i timidi inizi e il primo incerto svolgimento. 1 Ricordanze, I, 79. 338 STUDI VICHIANI Michele Bianchi insegnò fino al 1853. Nell’ Almanacco di Corte dell’anno seguente comparisce professore eme- rito; e per la cattedra rimasta vacante di Letteratura italiana non c’è che un sostituto: Stefano Lombardi. Il quale nel 1831 aveva pubblicate alcune Od: di Q. Orazio Flacco recate in versi italiani * (20 odi scelte dai quattro libri e 2 epodi): «lavoro rapido e incompleto », dice l’ Ulloa, « ma che rivela nel traduttore un bel talento di traduttore » 2. Nel 1854 appunto die’ alle stampe una canzone Alla Maestà di Ferdinando II. _ Nel 1850 il 6 marzo era stato pubblicato un nuovo Decreto col quale st modificava l'organico della R. Università degli Studi di Napoli 3. L’ Università, divise le scienze fisiche dalle matematiche, veniva a scomporsi in sei Facoltà, anzi che in cinque, come nel 1816, e nella Facoltà di Belle lettere e filosofia, l’Archeolo- gia e letteratura greca di prima si mutava in Lingua e archeologia greca, l’Elo- quenza, poesia e letteratura latina in Eloquenza, poesia ed archeologia latina. Le due letterature classiche così eran bandite: né rimasero più 1 Principii generali della storia. Ma la Letteratura italiana rimase intatta. Stefano Lombardi è ancora sostituto nel 1855. Nel 1856 o 1857 il Bianchi dev'essere morto. Perché nell’ Almanacco del 1857 non c’è più il suo nome come di professore eme- rito. E la sua cattedra ha per titolare don Geremia Ro- I Napoli, tip. del Sebeto, 1831, pp. 79, in-16°. Nella prefazione l’A. dice: « Dette Odi non andarono esenti di applausi, cosicché mi son reso ardito a farne dono al pubblico colle stampe. Che se, ora che al giudizio degli occhi fedeli son elleno sottoposte, pari applausi, benché del pari infruttuosi, mi arrecheranno, io mi reputerò fortunato ». Dové aspettare un quarto di secolo a cogliere il frutto ? ® Pensées, II, 172. 3 Collez. cît., IV, 25-8. VI. IL FIGLIO DI G. B. VICO 339 mano, sostituto sempre il Lombardi. Doveva esser morto anche il Lucignano, a cui successe don Gennaro Seguino. Il Romano credo -ia stato l’ultimo professore di lette- ratura italiana dell’antico regime. Chi era costui? Un Carneade, come il Lombardi: e la sua oscurità non è senza significato in questo tramonto della vecchia cattedra con l'ordinamento che la sorreggeva. Fi lui non ho tro- vato se non alcune osservazioni Sopra un pezzo d'avorio dorato esistinte nel R. Museo borbonico in Napoli (dove si dà appunto per regio professore) pubblicate nel 1858 :: memorietta archeologica bene scritta, con erudizione e non senza spirito. Ricorderò infine il primo ordinamento che, dopo la caduta dei Borboni, fu dato all’ Università con decreto del prodittatore G. Pallavicino, dal ministro R. Conforti, 11 16 febbario 1861. Alla Facoltà di filosofia e lettere, oltre la Letteratura italiana, la latina, la greca, fu data una Storia della letteratura. A questa venne sostituita, nella successiva legge di P. E. Imbriani del 16 febbreio 1861, la cattedra di Letteratura comparata. Chi dopo il 1861 abbia insegnato dalle due cattedre di Letteratura italiana e Letteratura compa- rata, e che cosa sia stato insegnato, è noto a tutti. Luigi Settembrini fu nominato alla prima il 24 ottobre 1861 *. Alla seconda il De Sanctis nel 1863; ma la coprì solo per quattro anni, dopo che ve l’ebbe richiamato un de- creto del 15 ottobre 1871 3. I Stamperia del Fibreno, di pp. 16 in-169. Misc. 180, I della Bibl. Naz. di Napoli. ® Sul Settembrini v. TORRACA, L. S., Notizia, Napoli, Morano, 1877. 3 CROCE, pref. al vol. F. DE SANCTIS, La letter. ital. nel sec. XIX, Napoli, Morano, 1897; e TORRACA, F. De S. e la sua seconda scuola, nel periodico La Settimana del 7 dicembre 1902; e poi nel vol. Per F. De S., Napoli, Perrella, 1910, pp. 890-117. Digitized by Google APPENDICE I Digitized by Google L’ ANGIOLA Capitolo serio-burlesco di FRANCESCO VESPOLI !. Donn’Angiola Cimina era una donna, ì Ch’eccetto quando stava ignuda in letto, Come ogni altra portò sempre la gonna. Sol piacevale andar col busto stretto, 4 Onde poi vogliono i contemplativi, Che le venisse l'asma e ’1 mal di petto. Benché da certi cicisbei corrivi, 7 Che fur della buon’anima divoti, Ma d'ogni di lei grazia e favor privi; Dico di certi poetuzzi ignoti, 10 Pieni di boria e di presunzione, Senza creanza e di scienza vuoti, I Da una copia esistente in un volume miscellaneo ms. posseduto dalla Soc. nap. di st. patria (XXII, c. 12) da carta 10 a c. 21. Nello stesso volume precede un Capitolo di D. Francesco Vespoli sopra il Genio alemanno, anch'esso in terzine; diretto contro il partito degli austriacanti rimasto in Napoli dopo la conquista borbonica. L’Angiola consta di 300 versi. Ne pubblico la parte che ha più interesse per la conoscenza della società vichiana. I versi del Vespoli furono già indi- cati dallo ScHIPA, Il regno di Napoli, p. 737. 344 STUDI VICHIANI I quali entro l’Angelica magione Andavan sol per essere stimati Uomini savi e d’erudizione: Benché da certi cotali accennati Si dica, che patì Sua Signoria La Marchesana il mal de’ letterati, Cioè d’ostruzione e d’eticìa: Mal, che vien per lo studio e ’l meditare: O maledetta, o brutta malattia ! Dico adunque così primieramente: È certo, che le donne per natura Son tutte sceme e deboli di mente; Sembiano nell’estrinseca figura Più perfette dell’uomo, e più capaci, Non che più vaghe, e belle di fattura; Ma con ragioni chiare ed efficaci Il contrario si prova dagli antichi E moderni filosofi veraci. E, senza che in recarle m'’affatichi, L'esperienza, mastra delle cose, Te ’1 fa vedere, e par che te lo dichi: Paion le donne a noi meravigliose In bellezza, in savere ed in valore, E tutte l’opre lor miracolose; Quando c’entra per esse un po’ d'amore, Questo è quel che ci fa poi travedere, Quest’ è cagione d’ogni nostro errore.... 13 16 19 «0 « «6 ‘49 APPENDICE I 345 Né mi stia a dir Platone l’ ideate Specie dell’amor suo; ché da lui quelle Per ingannare il vulgo fur trovate. 61 Virtude e amore, uomini e donne belle, Che star possano insieme, e senza alcuna Malizia praticar elli con elle, 4 Aristotile il nega, ed a quest’'una Opinion del suo maestro assegna Il concavo profondo della luna. 67 Sapea, che il senso la ragion disdegna, 70 E che, venendo insieme a competenza, La ragione va fuori, e ’l senso regna. Io non intendo entrar nell’altrui messe, 26 Ma dico sol, che non mi meraviglio Di certe decantate poetesse. E senza che ad alcuna io dia di piglio, 79 Si sa, ch’ogni lor parto o fu supposto, O vi pose qualch’uom parte e consiglio; Che che intenda provare a tutto costo ss Il nobil Doria in un volume intero Sebben la giunta strugga il fin proposto !. I Accenna ai Ragionamenti tre, ne’ quali si dimostra la donna în quasi che tutte le virtù più grandi non essere all’uomo inferiore, pubbl. da P. M. Dorta nel 1716. Dal Doria e dal Vico (come narra questi in Opere, ed. Ferrari, VI, 264) la Cimini fu iniziata alla filosofia. E di P. M. Doria c’è pure un sonetto per la morte della Cimini, nella rac- colta qui appresso citata (p. 129); come molte poesie a lui indirizzate sono tra le Rime scelte di GH. DE ANGELIS (con pref. del Vico), Fi- renze, 1730, passim. 346 STUDI VICHIANI Intanto il Vico stralunato e smunto Colla ferola in mano e ’1 Passerazio 1 N’appella, e vuol ch'io torni al primo assunto. 118 Ei, che suol porre alle parole il dazio, 131 Nella Raccolta fatta a onore e gloria Della signora ha posto un gran prefazio? x Lo qual non so s’ è calendario o storia, isà Se avvisi 3, o pur relazione nova, Se carta scritta per farne baldoria, Ivi il Soave-Austero4 si ritrova Laù Ch’ è l’acro-dolce, che sa fare un cuoco, O l’irco-cervo, ch’in sua mente cova. V’ è dell’arte rettorica ogni loco; 130 E ’l tanto a lui diletto paradosso: «Chi più ne legge, più n’ intende poco ». 1 Jean Passerat (1534-1602), maestro d’umanità, autore de’ Commen- tariù in Catullum, Tibullum et Propertium (Parisiis, 1608), gran reper- torio di erudizione filologica latina; nonché di altre opere di minore im- portanza. 2 L’ Orazione în morte di Angiola Cimini marchesana della Pe- trella, che il Vico inserì nel vol. Ultimi onori di letterati amici in morte di A. C. ecc., Napoli, Mosca, MDCCXXVII, pp. 12-55. Cfr. CROCE, Bibliogr., p. 17. Citerò la ristampa che è negli Opuscoli della ed. Fer- rari? (vol. VI delle Opere). Ma noto qui l'errore commesso dal VILLA- ROSA, nella sua edizione degli Opuscoli, I, XXII-XXIII, e ripetuto dagli editori successivi (v. ed. Ferrari, p. 261) per non aver capito (il Vil- larosa se ne dovette accorgere troppo tardi) che la nota fatta dal Vico a un certo punto dell’ Orazione, doveva nella ristampa incorporarsi nel testo, essendo essa una correzione e un’aggiunta. Vedila tra le « Correzioni » innanzi al volume Ultimi onori. 3 Vecchie gazzette. 4 Sul principio della sua Orazione, il Vico ne accennava quasi il tema, dicendo che la Cimini «a tutti i saggi uomini che ebbero la sorte di conoscerla e riverirla, fece intendere i tempi più colti della gentilissima Atene; siccome quella che fu loro il grande esempio della rara difficil tempra onde si mesce e confonde il soave austero della virtù » (p. 249). Con identiche parole l’Orazione si chiude; e il s o a v e - austero vi ricorre spesso nel mezzo. APPENDICE I 347 Ivi vuol comparir da gran colosso, Ma vi si scuopre un piedestallo basso E reo s’accusa, allor che fa il Minosso. 133 Orazion la chiama il babbuasso, ia Ma è lunga e sciocca sì, che non la puoi Leggere, senza dir più volte: ahi lasso! Com’ è possibil ch’egli non t’annoi sn Con quel proemio vecchio e riscaldato, E colle cose che seguon dappoi ? Precise quando del di lei casato ses Fa la descrizione, ed a minuto Narra la vita e ’1l transito beato ? Quando ci fa veder l’applauso muto, ia Ch'essa facea sporgendo il petto in fuori O con un giro d’occhi il bel rifiutot? Quando la di lei collera egli onora 148 Col titolo d’eroica, e dietro a lei Cesare allega, ed Alessandro ancora?? I Il Vico racconta che, nei trattenimenti letterari soliti in casa della Cimini, «ella, al dirsi le cose degne di applauso, applaudivale o con un leggiadro movimento del dilicato corpo, il casto petto sporgendo in atto come di chi incomincia a levarsi da sedere, o con un soave giro de’ suoi bellissimi occhi inverso il cielo;... a’ quali atti i riguar- danti ammiravano in lei e l’acutezza dello ’ngegno e la gravità del giudizio, e sopra tutto la somma modestia, con la quale si guardava di parere intendente col non professando d’ intendere, o vero di sem- brar saggia col non diffinitivamente approvare » (p. 266). 2? Parlando del temperamento collerico di Angiola, il Vico avverte che la sua era collera « ragionevole e generosa e quale appunto a donna di eroica virtù convenivasi.... Fin dalla sua più tenera età questa nobil fanciulla diede pur troppo gravi segni di tal collera eroica ». E diede saggio insieme «di eroica virtù, di quella specie onde lasciarono di sé tanto mondano romore i Cesari e gli Alessandri » (p. 254). 348 STUDI VICHIANI Quando abortir la fa ne’ mesi sei, ini E piagne gli campioni iti sotterra Ch’eran, Dio buono! tutti maschi, e bei? Quando la fa veder distesa in terra ie Battere il capo al duro pavimento ?: O ‘1 gran fatto! o ’1 malanno che l’afferra ! E questo detto sia per compimento iui Di tutta l’opra di sopr’accennata Di questo arcipedante pien di vento. Ond' io non so capir, dove appoggiata sea Sia la gran lode, che ne fa il Sostegni, Con che, se non è burla, è una frittata 3. Cesare Augusto, ch’ebbe tanti regni, 163 Che piantarvi i confini gli convenne E porvi ancor del non plus ultra i segni; 1 La Cimini morì a 27 anni, per male cagionatole da parto pre- maturo; ché «la collera virile », dice il Vico, «di che ella abbondava, depredando l’umidore che facevale mestieri per nmudrire i feti già fatti grandi, fece per mala sorte che tutti nel sesto mese, funesto da’ medici giudicato, ella facessegli aborti» (p. 270). E l’ultimo le fu fatale. Ma il Vico non parla dei « campioni » della satira. 2 Il Vico, facendo la storia della collera eroica della Ci- mini, ricorda pure, che bambina «ove mai non era ella compiaciuta di un qualche suo fanciullesco talento, si crucciava a tal segno, che, gittatasi lunga a terra, tutta vi si affliggeva, fino a percuotersi sul duro pavimento il tenero capo » (p. 254). 3 Nella Introduzione di Roberto Luigi Sostegni, canonico regolare lateranense, agli Ultimi onori, si dice (p. 10) l’ Orazione del Vico « su- blimissima », e che per essa «si scorge, poter l’Italiana Eloquenza ascendere a quell’altezza a cui la Grecia e la Romana pervenne, qua- lora l’istessa morale, e civil sapienza.... l’invigorisca e sostengala ». Un sonetto del Sostegni al Vico (Opere2, VI, 410) finisce: O chiaro Vico, o sol pari a te stesso. Nello stesso vol., p. 80, un sonetto del De Angelis dice: E basta poi per simulacro eterno Di sue virtudi, e d'altri pregi eletti, La prosa del divin Vico e Roberto! APPENDICE I 349 Nipote al zio, che vinse, vide, e venne, 1% Pur quando si partì per l’altra vita, Tal onor da’ vassalli non ottenne, Qual Donn’Angiola nostra, poiché gita 19 AI ciel se n’è, da’ Letterati Amici! Ha per tributo, come lor favorita. E siccome gli Orfei per l’ Euridici ATA Si mostrar grati, ed i Petrarchi e i Danti Per le loro Laurette e Beatrici, Così per lei si veggon tanti e tanti in Nostri partenopei cigni canori, Che non v’ ha qui de’ frati zoccolanti. Vi son poeti, medici e dottori, 178 Plebei, civili, dame, e cavalieri, E laici, e cherci, anco predicatori; E congiunti, e paesani, e forestieri, lei E buoni, e tristi, ed ottimi, e mezzani, La maggior parte innamorati veri. Non altramenti che al carname i cani, Sono accorsi costoro a tal impresa; E Dio il voglia, non vengano alle mani. 184 Nacque da precedenza la contesa Tra quei che furo ammessi alla Raccolta. Ma poi tra lor s’ è nova briga accesa: Cosa, che ha posto la città in rivolta, Talché hinc inde vi son forti partiti, E se non sai il perché, di grazia, ascolta. 190 I Il Vico nella perorazione della sua Orazione: «Letterati amici, che con uguale ossequio la onoraste e la riveriste » ecc. (p. 272). Ma la frase è già nel frontispizio della Raccolta. 23 350 STUDI VICHIANI Un tal Gerardo, ch'ora gli eruditi Della scuola d’ Ulloa 1 scrivon Gherardo. Giovine d’anni ventidue compiti 2, Piccolo di statura, ma gagliardo, Di bocca grande e di naso canino, D'occhi che ti spaventan collo sguardo: Di viso magro, giallo e saturnino, Col mento fesso e un poi rivolto in suso, Bello come la statua di Pasquino, Veste di negro di paglietta all’uso, Cammina alla carlona, e sempre astratto, Parla da vecchio 3, e scrive assai confuso, Vogliono alcuni che sia mezzo matto; Io credo che sia tutto; e testimonio N° è quanto ha scritto, ed anche il suo ritratto. Or egli, che al comporre è un gran demonio, Vo’ dir che spaccia versi anche dormendo, Per grazia special di Sant'Antonio, Improvvisante più del reverendo Quondam Fanelli e del siciliano, Ch’or ha nel molo un concorso stupendo, 193 196 199 205 208 211 I L'avv. Niccolò Ulloa-Severino, che scrisse una canzone per la Cimini (Ultimi onori, p. 122) e al quale è indirizzato un sonetto nel Quarto libro delle Rime del DE ANGELIS, p. 50. Chi legge la canzone di quest’ Ulloa per la Cimini, tutta affettature arcaizzanti, intende la punta satirica del Vespoli. N. ULLOA-SEVERINO pubblicò un volume di Lettere erudite, Napoli, 1699. ? Infatti Gherardo De Angelis era nato ad Eboli (prov. di Salerno) il 16 dicembre 1705. 3 Visi potrebbe vedere un’allusione contro l’epigramma, che nel 1725 il p. Sostegni aveva apposto al ritratto del De Angelis, nel 1° volume delle sue Rime toscane: Adspicis hunc quarto vix dum pubescere lustro ? Perlege; dispeream ni tibi Nestor erit. APPENDICE I 35I L’ ha fatta alli compagni suoi di mano, sà Col libro, c' ha stampato in questo mese: Azion veramente da villano ! Azion, che non ha scuse o difese, 217 Azion di lui degna e di suoi pari, Azion da scriverla al paese, Dove i nobili sono i bufalari, Paese di mal’aria e mal costume, Buono bensì per pascervi i somari. N’era Priapo il protettore e ’1 nume; das Or Eboli si vanta aver costui, Che ’n istampa gli ha dato onore e lume. Ma ritorniamo all’azion di lui, ciù Ch’ io non vorrei, col troppo andar vagando, Tirarmi addosso la censura altrui. Il fatto è come siegue. Allora quando sii Nella Raccolta dagli amici s'era Di Lei detto il più bello e ’1 più ammirando; Anzi Gerardo in mezzo a quella schiera ass Contribuito avea la maggior parte 1, La qual potea passar per lode intera; Volle egli solo poi farla da Marte. 235 Ed ecco, presto presto, ha dato in luce Su lo stesso soggetto un libro a parte. Per Quarto di sue Rime lo produce ass Senza il Terzo d’avanti; e, ad ingrandirlo, Rime vecchie per entro vi riduce ?. ! Del DE ANGELIS infatti ci sono una canzone e tredici sonetti (Pp. 75-91). l 2 Angiola Cimina Marchesana della Petrella defunta nel MDCCXXVI poesia (sic) di GHERARDO DE ANGELIS, Firenze, 1728. A p. 9: « Inco- 352 STUDI VICHIANI Leggilo, e dimmi poi se puoi capirlo, E se a me ne dimandi, io ti rispondo, Che ’n leggerlo mi venne il capogirlo. Gran cose vi vedrai dell’altro mondo, E ridicoli conti puerili, E fatti inverisimili in abbondo; Un gran mescuglio di contrari stili, Improprietà di voci, oscuri sensi, Componimenti rozzi e pensier vili; E barbarismi, e solecismi immensi, Ed atti di superbia e di dispregio, E dati ad altri ed a se stesso incensi. E queste cose, che sarian di sfregio In altri, non che error sommi e notabili, Sono oggigiorno in lui di stima e pregio ! Ma presso chi ? presso cervelli instabili, O presso pochi, che l’adulan solo Per farlo andare in tutto agl’ Incurabili *. Gli dicon, che sua fama ha fatto un volo Sì strepitoso ed alto, che già s’ode Il nome suo dall’uno all’altro polo. 241 244 247 253 259 mincia il quarto libro de le giovanili rime di Gh. De A., J. C.» ecc. Nella dedica a donna Emmanuela Pignatelli Silva Aragona, l’A. dice: «Sendosi partita da questa terra l’anima benedetta di A. C., santa, e saggia nobile Donna, come a V. E. e per l’ Italia si è già noto, dopo aver pubblicata in laude sua la sublimissima Orazione il gran Giam- battista Vico maestro mio, e molti altri elevati ingegni che la conobbero, prose e rime, le quali un libro compongono, io, fra tutti gli amici suoi e per l’età e per consiglio minore, ho voluto in onor di sì alta memoria, agli uomini che verranno queste poesie tramandare ». ! Famoso Spedale di Napoli. 0 APPENDICE I 353 Né s’accorge il meschino, che tal lode Ha dato al suo profitto un tal tracollo, Per non aver le basi vere e sode. Io son pronto a giurare, e a porvi il collo, Ch’ancor costui non sa dov’ è Parnaso, Né che son tra lor le Muse e Apollo; 265 Che se sapesse onde pisciò il Pegaso, Tante carte sporcato non avrebbe, Né de’ classici autor parlato a caso. Infatti, colmé suole, ei non direbbe, Che ’1 Bembo, il Casa ed il Petrarca ha vinto, E che il gran Tasso buono stil non ebbe. 271 O dove sei, gran papa Sisto quinto ! E pur quel tuo poeta una parola, Per forza della rima a dir fu spinto. 274 Ma il vizio, che s’'apprende in detta scuola, sn Quest’ è, di morder gli altri, e assiem grattarsi, Quando cavano fuor qualche lor fola. Procura bensì ognun di segnalarsi 280 In far meglio dell’altro l’antiquario, Con voci malagevoli a spiegarsi; Anzi il lor mastro ! un nuovo dizionario i S°' ha fatto di vocaboli a capriccio, Che non mai registrò il vocabolario. Quindi è che, s’egli scrive, fa un pasticcio ade Pieno di fracidume; e, se discorre, Fa l’alto-basso che suol fare il miccio. 1 Il Vico. Digitized by Google II PER LE NOZZE DI TOMMASO CARACCIOLO E DONNA IPPOLITA DE DURA Sonetto di G. B. Vico!. Bench’ io mi veggia da quel fato oppresso, Che l’ ingiust'odio altrui creò sovente, E affatto lungi dalla molta gente Viva, che appena me trovi in me stesso; Poiché il raro valor dal Ciel concesso A voi, bell’alme, unisce Amor possente, Al pubblico piacer mio spirto sente Disio di riveder l’alto Permesso, E cantar lieto in dilettosa schiera Vostro nodo real, gli onor degli avi, E svelar que’ futuri invitti germi. Poi ricaggio in me stesso, e da mie gravi Cure sospinto a tornar là dov'era, Di me, non per mia colpa, ho da dolermi. I Dalla raccolta: Vari componimenti per le felicissime nozze degli eccellentissimi signori D. Tommaso Caracciolo marchese di Casalbore, principe di Torrenova [...] e D. Ippolita di Dura de’ Duchì d’ Erce, raccolti da GENNARO PARRINO, e dedicati all’ Ecc.mo signor D. Orazio di Dura duca d’ Erce, Firenze, MDCCXXXI, p. 25. — Di questa raris- sima raccolta si conserva copia nella Biblioteca Villarosa. Digitized by Google III” RELAZIONE DELLA SEGRETERIA DI STATO AL RE SULLA SUPPLICA DJ G. B. VICO PEL CONFERIMENTO DELLA SUA CATTEDRA AL FIGLIO GENNARO Sefior, Exponiendo 4 V. M. Juan Bapt.ta de Vico, Historiografo Regio y Profesor de eloquencia en la Universidad de Estu- dios, son ya mas de quarenta afios, que ha servido y sirve en dicha Universidad la Cathedra de Rectorica, col en tenue sueldo de cien Ducados annuales, que le ha servido para el mantenimiento de su pobre familia, hallandose ya en edad muy adelantada agravado y oprimido de muchos achaques, y con especialidad de las angustias domesticas, y de la con- traria fortuna, por lo que se ha visto obligado & substituir en su lugar interinamente en el servicio de dicha Cathedra 4 su hijo Genaro, mozo de habilidad, y que asta aora ha sabido cumplir con publica satisfaciòn, suplica 4 V. M. se digne conferir la propiedad de dicha Cathedra al mismo Genaro, para que despues del fallecimiento del mismo, pueda su pobre familia quedar con algun apoio. El Capellan Maior representa a V. M. que el sobredicho Juan Bap.ta de Vico es benemerito de la Regia Universidad de Estudios, 4 la qual con sus doctos trabajos ha hecho mucho onor; por lo que requiere la publica gratitud, que se le atienda; que siendo el expresado su hijo mozo de habi- lidad, y portandose ciertamente en el exercicio de su Ca- 358 STUDI VICHIANI thedra con todo aplauso, solo puede ser de algun reparo que la aplicazion del mismo & los tribunales, pueda serle de em- barazo, requiriendo una y otra aplicacion, cadauna por si, todo un hombre, y la Cathedra de Eloquencia un profundo estudio en los Autores Griegos y Latinos; por lo que le parezze puede V. M. consolar al suplicante; quando haya la certidumbre de que dicho su hijo, dejando la aplicacion 4 los tribunales, vuelva todo su animo à los estudios de la elo- quencia, y 4 los demàs que son necessarios para ser exce- lente en tal profesion no facil, y éstimadissima. IV DISPACCI PER LA GIUBILAZIONE DI GENNARO VICO I. Al Cappellano maggiore. Informato il Re da quanto V. S. I. ha rappresentato con l’ultima sua consulta del 12 del caduto agosto, che al Let- tore emerito di Rettorica nella R. Università degli Studi D. Gennaro Vico siano mancati ducati 120 l’anno, cioè du- cati 60, che godea come direttore dell’Alta antichità nell’Ac- cademia Regale, ducati 30 pel sostituto che dee mantenere, e per altri emolumenti che gli sono minorati; ha S. M. con suoi sacri caratteri risoluto che gli si dia la giubilazione con l’intero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha perduto. Nel real nome lo partecipo a V. S. I. per intelligenza sua e del ricorrente, e per l'adempimento. Palazzo, 9 settembre 1797 *. 2. Alla Segreteria dell’ Azienda. Informato il Re da quanto gli ha consultato il Cappellan maggiore, che al Lettore benemerito di Rettorica nella Regia I Arch. Sta. Napoli: Dispacci dell’ Ecclesiastico, vol. 533, f.9 10 a. 360 STUDI VICHIANI Università degli Studi D. Gennaro Vigo (sîc) siano man- cati docati centoventi l’anno, cioè docati sessanta che go- deva come Direttore del Ramo dell’Alta antichità nell’Acca- demia Reale, docati trenta per il Sostituto che deve mante- nere, e per altri emolumenti che gli sono minorati, ha S.M. con suoi sacri caratteri risoluto, che gli si dia la giubilazione coll’ intero soldo in pensione, e gli emolumenti che ha per- duti. Lo partecipo di suo real ordine a V. S. Ill.ma, affinché da codesta Scrivania di razione se ne disponga l'adempimento. Palazzo, ‘a 9 settembre 1797 = Ferd. Corradini = Sig. Prin- cipe d’ Ischitella *. I Arch. Sta. Napoli: Ordinario 82: Scrivania di razione, Lettori pubblici, c. 135. V EPIGRAFI DI GENNARO VICO: I, Lirim — Saepe robora cautesque — Et quicquid sibi ob- stet — Nedum fluitantem scafam — Secum în praeceps abri- dientem — Ac proinde moriem trajicientibus — Minitabun- dum Ferdinandus IV — Bonc Reip. natus — Optimo cen- silio — Firmissimi pontis — Quadrato lapide extructi — Patientem effecit — ut qui antea — multos dies in ripis haerere — Cogebantur — In posterum — Ejus furorem — Despectantes — Tuto et continuo itinere — Transtirent ?. 2. Utinam — Pie VI Pontifex O. M. — Isthaec tua marmo- rea effigies — Tuorum in Catholicum Orbem menitorum — Memoria non vinceretur. 3. Deus vere Averrunce — Si — Per te clades — Per te ca- lamitates — Avertuntur — Uno ore tuam fidem imploramus 1 Traggo dagli autografi posseduti dai sigg. Villarosa queste altre quattro epigrafi di Gennaro Vico per l’ interesse storico che esse pos- sono avere, lasciando ad altri di ricercare le occasioni per cui vennero scritte. » Di questa iscrizione si trovano tra le carte di Gennaro altre va- rianti, ma di poca importanza. 362 STUDI VICHIANI — Adsis dexter adsis praesens semper propitius adsis — Et cuncta nobis merito ingruentia mala — Prohibeas — In Ve- suvit — Jam propinqui hostis — Cladem — Subjectis lon- ginquisque — Semper minitantis — Iram cohibes — Qui anno superiore — Annum integrum et plus eo — Quasi ratione et consilio — Sensim ignem in alvo concepit = Paulatim egessit — Eoque levi lapsu — In rivos deductum — Doctus iter melius — Innocuus devolvit — Forsitan uti metu antea tuo nutui semper parut — Posthac consuetudine tuae voluntati votisque nostris obsecundare assuescet *. 4. Regium hoc — Templum Maximum Cavense — Sanctae Dei Genttricis — Elisabetham invisentis — Nomine, et tu- tela augustum — A. D. N. Ferdinando IV Rege — Jure Patronatus sibr vindicatum An. M.D.CC.LXXVIIII. — Erigi a solo coeptum An. MDVII — Tum mole fatiscens sua refectum An. M.D.C.XXXXIII. — Consecratum vero VI Non. Majas An. M.D.C.XXXXII. — Terrae dehinc motibus An. M.D.CLXXXXIIII. et An. M.D.CC.XXXI. Labe- factum et restitutum — Quum adhuc ultimam manum expecia- ret — Ordo Populusq. Cavensis — Eadem pecunia publica, quae illud evexit, refecitque — Collata ut alias a suis Pon- tificibus — In opus symbola — Absolutum tandem sublaqueavit — Omnique ex parte prisco squalore deterso — Picturis opereque albario exornatum — In novam hanc splendidioremque formam — Redigendum curavit — An. M.D.CCC.I. I Credo accenni al « gran miracolo, operato [da S. Gennaro il 22 di ottobre del 1767], quando nel comparir sul Ponte [della Maddalena] la statua d’argento del Santo, cessò di botto l'eruzione » del Vesuvio (D’Ono- FRJ, Elogio, p. LXxIH). Onde fu collocata sul Ponte stesso la statua del Santo, con la destra levata verso il vulcano. VI AVVERTIMENTI ! PER L’ INSEGNAMENTO DEL LATINO di GENNARO VICO! Essendo il ragazzo, siccome si scrive, di talento, e che promette di sé liete speranze, sia cura del dotto ed avve- duto maestro non immergerlo troppo ne’ rudimenti di gram- matica, li quali poi dovrà dediscere; ma sopratutto eserci- tarlo nelle coniugazioni e declinazioni, e nei principali precetti della sintassi; e tutto il di più farglielo apprendere dall’ in- terpretazione de’ scrittori latini, essendo grandissima la di- stanza del parlare de’ grammatici dal parlare de’ latini. Que- sto basti: che nello spiegare lo scrittore latino gli facci fare in ogni membro una minuta analisi delle parti che lo com- pongono, e non lasci passare neppur la menoma particella senza spiegargliene la proprietà e la significazione; e nella ripetizione farsene render conto. Di poi quel tratto che ha spiegato, obbligarlo a riportarlo in iscritto tradotto, accioc- ché il fanciullo di buon’ora si avvezzi a ben concepire, a nobilmente spiegare le idee, non essendoci esercizio più pro- fittevole per la gioventù quanto quello delle traduzioni; poi- ché, avendo il giovane [da] trasportare da lingua in lingua, ed avendo ciascuna lingua un genio particolare di conce- pire, e quindi spiegare le idee, egli è costretto di riflettere I Dall’autografo esistente tra le carte Villarosa. 304 STUDI VICHIANI ed esaminare la maniera propria con cui lo scrittore latino ha concepito, e quindi spiegato quel pensiero, per poi studiarsi di concepirlo e di spiegarlo secondo il gusto particolare della sua lingua natìa. E questo è quello che si chiama spirito di lingua, che rende l’acquisto di una lingua tanto difficile, che vi bisogna la vita di un uomo, per poterla conseguire; dovendosi la diversità de’ termini e dei vocaboli riputare più tosto un giuochetto di memoria. Quindi si rileva quanto vantaggio rechi ad un giovane il continuo esercizio delle versioni, che, oltre al conseguire lo spirito della lingua da cui trasporta, senza accorgersene, acquista e la norma di saper con naturalezza ordinare li pensieri, e quindi saperli con feli- cità concepire, e quindi con nobiltà e chiarezza spiegarli, con- sistendo tutta la difficoltà nel concepire. Un pensiero felice- mente concepito, sarà sempre facilmente spiegato: Verba provisam rem non invita sequuntur. Onde Cicerone disse: Oplimus dicendi magister stylus. Sento che sia esercitato nel tradurre Cornelio Nipote e Virgilio. Perché due scrittori così vicini per l’età in cui fio- rirono, e così lontani per il genere in cui scrissero ?_ Non istimo proprio ad un ragazzo, che appena sta imparando il volgar latino, metter in mano Virgilio, che, come poeta, stu- dia di allontanarsene quanto più può, secondo quel detto di Cicerone, poétae alia lingua loquuntur. È l’istesso che se, per far apprendere ad un oltramontano la nostra volgare lin- gua italiana, si mettesse in mano Petrarca, Tasso, Ariosto. Li poeti, perché alia lingua loquuntur, devono riserbarsi al- l’ultimo. Il giusto metodo d'’ istituire la gioventù nello studio della lingua latina sarebbe farle prima apprendere la lingua volgare e familiare latina, e per questa dovrebbesi ricorrere alli purissimi due fonti inesausti di essa, Plauto e Terenzio, essendo gli argomenti delle comedie avvenimenti che sì rag- girano nell’uso della vita privata; ma non si deve, per far apprendere la purità della volgar lingua, esporre la gioventù al pericolo di corrompere la purità de’ costumi, che è quel che più deve interessare. Si eviti questo scoglio e si sosti- APPENDICE I 3065 tuiscano l’ Epistole familiari di Cicerone, li di cui argomenti sì versano presso a poco sull’ istesso: ed ecco che il giovane acquista il sermone volgar latino. Spedito che sia il giovane nell'acquisto della lingua vol- gare privata, mettergl’ in mano gli elegantissimi Commentari di Giulio Cesare, ne’ quali acquisterà la lingua pubblica, tanto necessaria per le arti della pace e della guerra; ed in essi la conseguirà nella sua somma purità e chiarezza, e tale e tanta, che ne riportò il grande elogio di Cicerone, che, par- lando de’ Commentari di Cesare, dice che egli li lasciò, per- ché poi ci fosse stato chi potesse scriverne l’ istoria: ma poi soggiunge: stultis gratum facere potuit, perché gli uomini dotti ed avveduti disperarono poterne scrivere una storia con quella limpidezza e eleganza, con cui Cesare scrisse li suoi Commentari. | E Virgilio fu il solo tra i latini che non solamente so- stenne, ma ancora rivendicò la gloria del nome romano con- tro la superbia de’ disprezzanti greci, che solevan distinguersi da tutte le altre nazioni; e ciò con qualche ragione in rap- porto alla felicità della lor lingua. Il qual pregio li romani stessi, che chiamavano barbara la maestosa lingua latina quante volte volevano metterla al confronto della greca, con somma ingenuità confessarono; come, fra gli altri attestati, ve n'è quello di Plauto nella comedia intitolata Asinara, ove fa dire al Prologo, che l’autore di quella comedia era stato Demofilo, poeta greco, e che M. Accio Plauto l’aveva tradotta in latino: Demophilus scripsit, Marcus vortit bar- bare, cioè latine. Così, al contrario, di rimbalzo, li romani poterono rivendicare la gloria del loro nome con opporre a tutta la Grecia il solo Virgilio, ché tutta la Grecia non aveva prodotto un ingegno così stupendo e quasi divino, il quale feliciter audax era riuscito egualmente ammirabile in tutti tre li caratteri del dire, nel tenue ed umile nelle sue Buco- liche, nel florido ed ornato nelle Georgiche, nel grande e sublime nell’ Eneide: e Torquato Tasso ardì d’imitarlo e riuscì felice in due solamente: essendo costante in tutti li scrittori di qualunque genere sieno, che chi è riuscito in una 24 366 STUDI VICHIANI delle tre note, non è riuscito nelle altre due; e così a vicenda: ed in fatti nella pittura, — la quale è sorella della poesia: Poéma est pictura loquens, mutum pictura poéma. — li principi delle tre famose scuole che fecero risorgere tanto felicemente la pittura in Italia, Raffaello d’ Urbino nel ca- rattere tenue e delicato, Tiziano nel complesso e carnuto, Michelangelo Buonarota nel robusto e lacertoso, ciascuno non uscì fuori dei confini che si aveva prescritti. Non dico poi di Orazio, il quale nelle sue liriche non solo tentò di gareggiare con Pindaro; ma si foggiò una forma di dire tutta nuova e tutta di conio suo così inimitabile, che dopo di lui fiorirono tra i latini molti nobili poeti, ma niuno osò scrivere in quel genere di poesia, in cui Orazio summum tetigerat; così inimitabile che può dirsi, che egli fu il primo e l’unico che vi fosse riuscito. Finalmente, per ritornare all’ intento, e render la ragione perché li poeti debbano riserbarsi all’ultimo, essendo la loro locuzione lontanissima dalla volgare, intendendo di escludere in rapporto della locuzione li poeti comici, li quali solamente sono poeti riguardo all’ invenzione della favola; imperciocché, per quel che s’appartiene alla locuzione, devono usare una locuzione affatto volgare, come sopra si è detto. Poi farlo passare alla lezione di chi cerca di elevarsi un poco al di sopra del sermon volgare; ed a questo primo grado subentia la locuzione oratoria, la quale, quantunque deve conformarsi al senso comune, nulla di meno deve usare una maniera di ragionare più culta e più elaborata, in guisa però che facciasi intendere dall’uom volgare; quindi passare alla lezione delle Orazioni di Cicerone. Spedito che sarà il giovane degli oratori, passi alla storia; la quale usa una locuzione posta in mezzo tra la locuzione oratoria e la locuzione poetica, perché lo storico ha da far due parti in comedia, le parti di oratore, nelle allo- cuzioni, che fanno generali all’eserciti, magistrati a popoli, come sono ammirabili quelle di Livio; ed ha da sostener le parti di poeta nelle descrizioni di battaglie, di assedi, di espu- APPENDICE I 367 gnazioni di città; onde Cicerone dice, che in historia fun- duntur verba prope pottarum: non assolutamente poetiche; ma prope pottarum. Finalmente far passare il giovane alla lezione de’ poeti; la di cui locuzione è lontanissima dalla vol- gare, perché, siccome devono dilettare colla novità delle fa- vole, così ancora colle novità della locuzione, dall’ammira- zione delle quali novità nasce il diletto: usano nuove forme di dire che inebbriano l’anima di piacere; richiamano in uso voci antiche e disusate, le quali, perché disusate, chiamate in uso, sembrano nuove; adoperare voci straniere, le quali, come le mode straniere, sogliono dilettare; e ciascuno si fog- gia un nuovo genere di dire: ed ecco quel di Cicerone, 04- tae alia lingua loquuntur. E questo sarebbe il metodo pro- fittevole alla gioventù nella lezione de’ scrittori latini.... Digitized by Google VII LETTERA DI SILVESTRO FINAMORE A GENNARO VICO —©- Ill.mo Signore, Signore e Padrone Col.mo, Contestando la vostra favoritissima de’ 12 andante con quella semplicità di espressioni e veracità di sentimenti che inspira la fama de’ vostri rari talenti e della vostra [mo]de- stia 1; mi fo un dovere di ringraziarvi distintament[e delle] gentilissime espressioni, onde, ad onta del mio de[bole inge- gno ?], mi onorate. Quindi protesto le mie indelebili.... zioni alla vostra generosità che si compiacque.... non solo di com- patire una mia memoria sullfe antichi]tà di questa mia patria, rimessavi dalla R. A[ccademia, ma] anche di con- siderarmi non indegno di esservi aggregato. Allora io non seppi qual ne fosse stato il degno censore, mentre ne ottenni la patente di socio nazionale; ma, colla pubblicazione che nel 1798 fece il dotto segretario Napoli-Signorelli del primo tomo del Regno di Ferdinando IV, p. 381, dove rilevai che vi compiaceste fare alla stessa memoria vari commenti e proporre alcuni dubi da sciogliersi da me medesimo, mi cadde il pensiero di leggere le vostre erudite riflessioni ed approfittarmene pria che si pubblicassero negli atti della R. A. Questo medesimo desiderio, anziché mancare, mi si avanza di più in più, dopocché ho acquistata la vostra pa- 1 Supplisco, quanto è possibile, quel che manca per uno strappo dell’autografo. 370 STUDI VICHIANI dronanza, e vi prego quanto so e posso di rimettermene una copia, giacché non sappiamo quando si potranno ria- prire le adunanze accademiche. Son sicuro che vi compia- cerete di soddisfare queste mie premure, e compatirete il mio ardimento con quella urbanità che è propria d’un animo grande. Veramente da una medaglia urbica disotterrata qui anni a dietro, del peso di una libra di bronzo, coll’epigrafe greca ANZANON e nel rovescio ®P, si conosce che il nome poi latinizzato di Anxanum, sempre identico a questa città, sia di origine greca; ma non saprei donde derivi la sua vera eti- mologia. Fatemi grazia d’illuminarmi su tal particolare, scusando sempre la mia impertinenza. Ai maestri di filosofia si dee sempre ricorrere in simile rincontro. Volendomi onorare di vostri graditissimi comandi non meno de’ vostri caratteri, vi prego di diriggermi le vostre lettere per la posta, e di significarmi se per la stessa possa diriggervi a dirittura le mie. Sono intanto con la più perfetta stima e divozione di V. S. Illma Lanciano, li 22 giugno 1804. Div. obblig.mo Serv. Vostro SILVESTRO FINAMORE !. I Dall’autografo esistente tra le carte Villarosa. APPENDICE II Digitized by Google G. B. VICO NEL CICLO DELLE CELEBRAZIONI CAMPANE I. Se Giambattista Vico redivivo vedesse questa Italia senza né Spagnuoli né Austriaci, padrona di sé, grande tra le grandi nazioni di Europa direttrici della civiltà, conscia della sua dignità, fiera della gloria de’ suoi figli maggiori, che anche nei secoli più bui e più duri della divisione politica e della servitù la fecero con l’altezza dell’ ingegno celebrata e ricer- cata da tutte le genti più culte, potente collaboratrice, maestra privilegiata d’ogni arte più splendida e d’ogni più originale scienza: la vedesse questa Italia tutta qui convenuta in ispi- rito a rendergli onore in questa aula magnifica della sua rinnovata università; Giambattista Vico sarebbe, non sor- preso, ma sbigottito di così insigne riconoscimento, che egli non avrebbe mai sperato. Ma poiché, per alta che fosse la sua intelligenza, l’animo era ingenuo come di fanciullo e sensibile alla lusinga della lode, lo sbigottimento facilmente cederebbe il luogo alla schiet- ta commozione, con la quale tornerebbe a ringraziare ancora una volta la Provvidenza delle traversie d'ogni genere sof- ferte durante tutta la sua grama esistenza; poiché queste traversie infine erano state la causa per cui egli si ritirasse e concentrasse sempre più nella sua solitaria meditazione e facesse le sue scoperte, e scrivesse il suo capolavoro, la Scienza Nuova; e fosse, insomma, Giambattista Vico. , 374 STUDI VICHIANI Aveva pubblicato da poche settimane, anzi da pochi giorni, il suo gran libro; e con quanta trepidazione ne aspettasse i primi giudizi dei concittadini nessuno dei quali (egli pur lo sapeva !) era propriamente preparato a rendersi conto dei profondi concetti animatori della sua opera, si può vedere dalla lettera che scriveva a un amico. Lettera dolente e superba, ma tutta piena di alta fede religiosa: In questa città sì io fo conto di averla mandata al diserto, e sfuggo tutti i luoghi celebri per non abbattermi in coloro a’ quali l’ ho io mandata; che, se per necessità egli addivenga, di sfuggita li saluto: nel quale atto non dandomi essi né pure un riscontro di averla ricevuta, mi confermano l’oppenione di averla io man- data al diserto. Io poi devo tutte le altre mie deboli opere d’ in- gegno a me medesimo, perché le ho lavorate per mie utilità pro- postemi affine di meritare alcun luogo decoroso nella mia città: ma poiché questa università me ne ha riputato immeritevole, io certamente debbo questa sola opera tutta a questa università, la quale, non avendomi voluto occupato a legger paragrafi, mi ha dato l’agio di meditarla ». (Dove si accenna alla gravissima de- lusione toccatagli nel concorso alla importante cattedra di Di- ritto civile della mattina, alla quale aspirava e si veniva prepa- rando da molto tempo). « Sia per sempre lodata la Provedenza, che, quando agli infermi occhi mortali sembra ella tutta rigor di giustizia, allora più che mai è impiegata in una somma beni- gnità ! Perché da quest’opera io mi sento avere vestito un nuovo uomo, e pruovo rintuzzati quegli stimoli di più lamentarmi della mia avversa fortuna, e di più inveire contro alla corrotta moda delle lettere, che mi ha fatto tale avversa fortuna, perché questa moda, questa fortuna mi hanno avvalorato ed assistito a lavorare quest'opera. Anzi (non sarà per avventura egli vero, ma mi piace stimarlo vero) quest'opera mi ha informato d'un certo spirito eroico, per lo quale non più mi perturba alcuno timore della morte e speri- mento l’animo non più curante di parlare degli emoli. Finalmente mi ha fermato, come sopra un’alta adamantina ròcca, il giudizio di Dio, il quale fa giustizia alle opere d’ ingegno con la stima de’ saggi, i quali, sempre e da per tutto, furono pochissimi » !. I Lett. del 25 ott. 1725 al p. Giacco, in Vico, L’Autob., il Carteggio e le poesie varie, ed. Croce-Nicolini, p. 187. APPENDICE II 375 II. Vico nacque il 23 giugno 1668 in uno stambugio sopra la botteguccia del padre, in via San Biagio dei Librai, n 3I. Giacché il padre era libraio, figlio d’un contadino di Madda- loni: modestissimo libraio, sposato a una povera donna, figliuola, a sua volta, d’un carrozziere. Famiglia numerosa: otto figli. Ambiente povero, buio, triste: dove, anche senza la tremenda caduta da una scala per cui il fanciullo set- tenne si ruppe il cranio e perdette molto sangue ed ebbe bisogno di tre anni di cure per riaversi — o muore, predi- ceva il cerusico, o sopravvive idiota! — era impossibile che non crescesse gracile, malinconico, infermiccio, come restò tutta la vita. Dal n. 31 il padre si trasferì nel 1685 al n. 23, di rimpetto al Banco della Pietà !: anche qui bottega e mez- zanino soprastante. Poca aria e poca luce, e povertà. Quando perciò il fanciullo a dieci anni poté tornare a scuola, l’anda1e e il venire erano boccate d’aria vivificanti; quantunque non ci fossero giuochi né spassi per lui studiosissimo, cresciuto tra i libri, impaziente della necessaria lentezza e gradualità dello studiare in comune con coetanei men veloci nell’apprendere. E per la sua malinconia e precocità, ombroso, puntiglioso. Abbreviò il corso elementare de’ suoi studî, fin d'allora auto- didatta; e iscrittosi poi nel Collegio dei Gesuiti (al Gesù Vec- chio) alla seconda classe di grammatica, se ne ritrasse però prima della fine dell’anno scolastico per un torto fattogli dai maestri in una gara in cui aveva vinto i primi della classe. Si chiuse nella libreria paterna e nel mezzanino di sopra. E giorno e notte sui libri. Da sé quindi, a furia, compì gli studî di grammatica e di umanità: tutta la sua istituzione letteraria. Scoraggiato, per la filosofia, da una astrusissima logica, che gli era stata consigliata, si svogliò e distrasse. Tentò più tardi tornare dai Gesuiti; ma quantunque il maestro quivi gli desse ! Per tutte le abitazioni del V. cfr. Note all’Autobiografia, dove sono i risultati delle molteplici sagaci esaurienti ricerche del Nicolini. 376 STUDI VICHIANI il gusto d’una metafisica che andò a genio al giovinetto al- lora forse quindicenne, gli parve che troppo costui andasse per le lunghe con le sue scolastiche distinzioni e sottodistinzioni; e si ritrasse pertanto da capo a studio privato, e da sé condusse a termine, con grande applicazione, il corso di filosofia; dal quale si accedeva alla Università. In questa, dopo avere fatto da sé, solo frequentando per un paio di mesi lo studio d’un canonico vicino di casa, insegnante di diritto di molta fama, s' immatricolò nel 1688 alla facoltà di Leggi; e vi fu iscritto per quattro anni. Ma non vi mise mai piede, dividendo il suo tempo tra gli studî giuridici, i lette1arî e i filosofici, pei quali allora come sempre qui a Napoli grande era l’ interesse delle persone colte. Una volta tentò i tribunali, in una causa civile, in difesa del padre. E la fortuna gli arrise; ma sentì egli che non era nato per la carriera forense. Accettò l'offerta di re- carsi a Vatolla, nel Cilento, precettore privato in casa di certi signori. E lì rinvigorì la salute, che tia gli stenti di Napoli era minacciata da tisi; e lontano dalle angustie familiari ebbe per nove anni ozio e serenità d’animo e agio per compiere il maggior corso, com'’egli più tardi ricordava, de’ suoi studî. III. Non aveva peraltro trovato la sua via. Le letture dei libri recenti di cui nelle sue gite a Napoli si provvedeva, non erano ordinate. Ma ogni autore metteva in movimento lo spirito del giovane, lo faceva pensare. E quelle meditazioni assidue erano più feconde d’ogni più metodica lettura. Ci rimane di quel tempo una canzone Affetti di un disperato, documento del pessimismo a cui di tratto in tratto lo spingevano l’ incertezza dell'avvenire, il pensiero della famiglia lontana miserabile, e sopra tutto il bisogno inappagato di trovare, in quella sua indole raccolta e meditabonda, una soluzione a certi problemi angosciosi. Erano i problemi che letture e forse ricordi di conversazioni avute a Napoli coi letterati inclini all’ateismo venuto di moda tra gli spiriti forti, gli avevan fatto intrav- vedere prima confusamente, poi scorgere in maniera sempre APPENDICE II 377 più chiara e paurosa per la sua anima severamente educata nella fede religiosa e di tempra profondamente mistica. Ma anche i dubbî, gli errori, che più tardi ricorderà !, degli anni giovanili, erano pungolo a scrutare più addentro nel proprio pensiero; finché non gli parve di trovare in Platone e nei Pla- tonici sopra tutto del Rinascimento italiano il fondamento speculativo incrollabile alle sue sante credenze. IV. Nel settembre 1695, il periodo del ritiro cilentano ebbe termine; e Vico tornò a Napoli. Aveva ventisette anni; il padre vecchio; sui fratelli non era da fare assegnamento. Bisognava provvedere alla famiglia, oltre che alla propria persona. Ricerca affannosa di un’occupazione stabile, anche umile. E intanto ripetizioni, anche elementari, mal retribuite e difficili a trovare. Lavori letterari d'occasione (orazioni, sonetti, canzoni) procuravano bensì qualche magra soddi- sfazione alla ambizione del giovane ormai maturo, a cui invano autorevoli personaggi cercavano onorato collocamento. Un d'essi non seppe far di meglio che consigliargli di farsi frate. Nel ’97 chiese la carica di segretario del Municipio, che era ufficio, allora, da letterato, poiché si carteggiava in lingua latina. Ma la domanda non fu accolta. Due anni dopo, final- mente, concorse alla cattedra universitaria di Eloquenza; e l'ottenne. Lo stipendio però era di 100 ducati l’anno, poco più di 35 lire al mese, oltre gli emolumenti non cospicui pro- venienti dai certificati che l'insegnante di quella cattedra rilasciava per l’immatricolazione degli studenti alle varie facoltà. E di cento ducati rimase lo stipendio di Vico, finché nel 1735 una riforma di tutto l’ordinamento universitario I Lett. al p. Giacco del 12 ottobre 1720. Per questi errori gio- vanili del V. v. CROCE, La filos. di G. B. V.3, p. 286 e Intr. a FINETTI, Difesa dell’autorità della S. Scrittura contro G. B. V., Bari, 1936; NI- COLINI, La giovinezza di G. B. V., Bari, 1932, p. 127; A. Corsano, Umanesimo e religione in G. B. V., Bari, 1935, pp. 17-22. 378 STUDI VICHIANI non glielo raddoppiò; nello stesso anno che il nuovo re Carlo di Borbone, seguendo il suggerimento del suo cappellano mag- giore, uomo di larga mente e dottrina, molto benevolo esti- matore di Vico, lo nominò istoriografo regio con altri cento ducati di assegno. Ma nel 1735 Vico era già presso che al ter- mine della sua carriera; e se fin allora, pur tra disagi, rinunzie e sacrifizi inenarrabili aveva potuto trascinare avanti l’esi- stenza, s'era dovuto aiutare con i proventi d’uno studio privato di rettorica, aperto in una sua casetta in Vicolo dei Giganti, mutata cinque anni dopo in altra alquanto più ampia al largo dei Gerolamini, dove rimase fino al 1733. Cambiò casa ancora tre volte; e finalmente nel ’43 andò ad abitare ai Gradini dei Santi Apostoli, dove morrà nella notte dal 22 al 23 gennaio dell'anno dopo. Appena ottenuta la cattedra universitaria, Vico non per- dette tempo: sposò una povera donna analfabeta e, quel che è più, inetta al governo della casa; e ne ebbe via via otto figli, cinque dei quali sopravvissero; e due procurarono al padre grandi gioie, ma uno altresì dolori acerbissimi. Com’egli vivesse in mezzo ad essi fanciulli, lo dice egli stesso nell’accenno che reiteratamente ! fa ne’ suoi scritti al costume suo di medi- tare e scrivere in mezzo alle conversazioni dei familiari e allo strepito de’ figliuoli. Altro che la quiete e il silenzio di cui sente il bisogno ogni scrittore ! V. Ma la stessa cattedra modesta avuta in sorte gli procurava almeno una volta l’anno una segnalata soddisfazione; poiché al professore di Eloquenza spettava di leggere, nel giorno del- l’ inaugurazione degli studî, un’orazione latina, sopra argo- mento d’ interesse generale e filosofico, alla presenza di tutti 1 colleghi e degl’illustri personaggi che erano invitati allora come oggi a tale solenne cerimonia. Vico ne aveva occasione I Autob., pp. 38, 46. APPENDICE II 379 ad esporre nel latino aureo, di cui la familiarità quotidiana con gli scrittori classici lo aveva reso maestro, i più alti concetti che nelle sue meditazioni veniva maturando intorno alla na- tura dello spirito umano, alla società, a Dio. In nuce oggi possiamo scorgere in quei concetti quasi tutta la filosofia posteriore. E Vico doveva in quelle occasioni cominciare ad assaporare il gusto del pensiero, che, levandosi sovrano sopra tutte le cose e tutte le idee, acquista la coscienza di non so che divino, che è la sua forza e la sorgente della sua superiore certezza. Onde a lui veniva fatto di dire, non potersi il fine degli studî altrove collocare che nel proposito «di coltivare una specie di divinità dell'animo nostro ». La sua filosofia platonizzante lo confermò poi sempre in questa intuizione della divina essenza delle idee, che l’uomo scopre con la riflessione dentro il proprio animo, e quindi di questa na- tura eroica, come già diceva Platone, ossia partecipe del divino, che è propria dello spirito umano che venga in possesso della verità. Intuizione, che fu sempre l'’ ispira- zione più profonda del carattere religioso del suo pen- siero e di quella lirica commozione che scuote ognora più vigorosamente la sua filosofia. Scrive infatti vivendo il suo pensiero come una demoniaca rivelazione interiore, che lo eleva al di sopra di sé e gli dà quella certezza che il pensiero umano attribuisce alla mente divina. Comporre quelle orazioni, leggerle a quegli uditori d’eccezione, in cui si raccoglieva il fiore dell’ intelligenza e della cultura napoletana, e poi per giorni e giorni serbare le impressioni provate in quell’ora solenne, e illudersi magari sul valore degli applausi di cui, sì sa, raramente l’uditorio è avaro all’oratore che finisce di parlare, era pure un motivo di compiacimento. In parte era anche appagamento dell’amor proprio di letterato, a cui Vico, come i suoi coetanei spasimanti per gli ozî, le parate e i mutui incensi delle accademie era sensibile (e forse in modo anche superiore all’ordinario, in ragione del candore dell’uomo vissuto per lo più fuori del mondo); ma in parte era la gioia che prova ogni nobile spirito al cospetto della verità o di quella che innanzi gli splende come tale. Lampi di luce che rischiaravano a un tratto la penombra faticosa e triste a cui 380 STUDI VICHIANI il povero filosofo abitualmente era condannato. Ma l’animo ne era spinto a innalzarsi dalle miserie della vita quotidiana al puro cielo dei grandi pensieri luminosi e rinfiancato a du- rare nella fatica e nella meditazione. Lezioni pazienti e umili, prosaiche cure domestiche, e letture di grandi scrittori antichi e moderni che lo traevano in su, alle cose serene e immortali. Quelle orazioni, salvo qualche riecheggiamento di filosofia cartesiana, allora diffusa a Napoli come l’ultimo figurino di Francia, si aggirano tra le idee platoniche. Ondeggiano pertanto tra la raffigurazione di un divino mondo trascendente, di là da questo della vita nostra mista di luce e di tenebre, di do- lori e di gioie, di essere e di non essere, e un acuto senso del- l’unità profonda del divino e dell'umano, e però della grandezza e potenza creatrice dell’uomo considerato in quella sua spi- rituale essenza, dove l’alta vena del divino preme a scorgere l’uomo alla cognizione del vero e alla volontà del bene e ad ogni arte che conferisce ai mortali il dominio delle loro passioni e delle forze stesse della natura. VI. Ma cogli anni l’orizzonte di Vico si allargava e arricchiva. Leggeva Bacone, che con la sua critica dell’antico sapere, fondato su presupposti razionali e costruito per deduzione raziocinativa, col suo vigoroso appello all’esperienza, al parti- colare, al mondo che non è nel pensiero, ma di fronte ad esso, non conosciuto a priori, ma da conoscere, da studiar sempre perché non mai abbastanza conosciuto, con l’alto suo grido dell’ instauratio magna ab imis fundamentis a cui la scienza moderna doveva accingersi, gli aprì quasi gli occhi ad una seconda vista. Cogttata et visa (titolo di uno scritto baconiano) divenne uno de’ motti prediletti di Vico. Pensare, analizzare i pensieri, criticare le opinioni ricevute nell’animo, sì; ma prima vedere, percepire, aprire l’animo al nuovo, con cui la vigile esperienza ad ora ad ora lo investe, lo scuote, lo trasforma. Cartesio a lui platonico aveva già mostrato chiaramente il carattere tutto moderno di quel pensiero a cui il filosofo fran- APPENDICE II 38I cese richiamava; e che non era più pensiero in sé, la verità divina a cui lo spirito umano aspira, ma il pensare dell’uomo che ha coscienza di sé, del fatto in cui esso consiste. Fatto umano, ma certo. Coscienza, non propriamente scienza. Fatto che è lì nello spirito umano, nella coscienza che questo ha di sé; non più. Ma, come tal fatto, investito d’un valore che è discutibile che possa attribuirsi alla verità, quale il pensiero, analizzando e deducendo, ce la pone innanzi. Si tratta di quel valore di certezza, che è il primo postulato del pensiero moderno, stanco d'ogni dommatismo e di ogni affermazione, per logica che sia, della quale naturalmente si possa dubitare. Altro il vero, altro il certo. E la sete di certezza, ossia di una verità che non sia passivamente ricevuta, ma acquistata come la verità che consti, e sia nostra verità, della quale non si possa dubitare senza rinunziare al pensare, e che perciò regga a ogni critica, e sia da accogliere non perché si abbia la for- tuna o sfortuna di appartenere a una chiesa, a una scuola, a una gente, ma perché si è uomini dotati di ragione; questa è l’ inquietudine salutare che muove il pensiero moderno: nella filosofia, come nella religione, nella politica e in ogni forma della cultura. Inquietudine non di spiriti scettici, ras- segnati alla propria ignoranza, anzi di spiriti positivi, costrut- tori, che han bisogno di possedere saldamente la realtà. E questa inquietudine riempie l’animo di Vico quando nel 1708, riprendendo l’abitudine da un biennio intermessa delle orazioni inaugurali, scrisse il discorso De nostri temporis studiorum ratione, pubblicato con aggiunte l’anno dopo. È una polemica contro l’ imperante cartesianismo, contro quel filosofare superbo, sprezzante di ogni erudizione storica od esperienza o poesia, o forma, in genere, della vita spirituale che non sia puro pensiero o astratta ragione: filosofare sordo alla storia, alla vita sociale, ai sensi, alle passioni, d’un astratto spirito tutto ragione, senza né memoria, né fantasia, né per- cezione sensibile, chiuso in sé e lavorante nel vuoto. Rivendi- cazione quindi del concreto, del particolare, dello storicamente determinato; di quello che non si deduce, ma si apprende, direttamente, materia di «topica», come Vico ama dire nel linguaggio della retorica tradizionale, prima che di « critica». 25 382 STUDI VICHIANI Filologia, non filosofia. Ma affermazione insieme della neces- sità della critica, della filosofia a complemento e intelligenza d'ogni sapore filologico o comunque di fatto. Certo e insieme vero. VII. Su questo punto si concentrò l’attenzione del filosofo, che l’anno appresso si trovava ad aver delineato nella mente tutto un sistema di filosofia, di cui pubblicò nel 1710 la prima parte contenente la metafisica; tre anni dopo abbozzò, in un opu- scolo, stampato postumo verso la fine del secolo in una rivista napoletana finora irreperibile, la parte seconda relativa alla fisica; e tralasciò la terza, la morale, poiché la materia di essa venne assorbita nelle maggiori opere posteriori. Questo De antiquissima Italorum sapientia diede fama all'autore, facen- dolo conoscere fuori di Napoli, specialmente per l’ impor- tante polemica che ne seguì tra gli scrittori del Giornale de’ Letterati d' Italia, che si pubblicava a Venezia, e Vico. Ma quel che attrasse l’attenzione fu piuttosto la cornice che il quadro: non la dottrina espostavi, in cui era l'originalità e l’importanza storica, notevolissima, dell’operetta, ma l’ ipo- tesì artificiosa e falsa con cui questa dottrina era presentata come dottrina antichissima degli Italiani, attestata dalle eti- mologie di alcune voci della lingua latina interpretate col metodo arbitrario usato da Platone nel Cratilo. Ipotesi di cui il primo a fare più tardi la critica perentoria sarà esso Vico, quando dimostrerà l’assurdo dei dotti, che da Platone in poli avevano attribuito ai primitivi una sapienza riposta, ossia una vera e propria filosofia. Ma la cornice, come accade, compromise il quadro, poiché gli uomini guardano più alla forma che alla sostanza; e la sostanza, che era una scoperta da fare epoca, passò inosservata. Era la soluzione del problema della moderna filosofia, dell’unità, come dirà Vico stesso, del vero col certo, del pensiero con l’esperienza, delle idee con i fatti, o, secondo una formula prediletta da Vico, della filosofia con la filologia. Giacché in questa prima parte del APPENDICE II 383 De antiquissima il Vico premetteva alla stringata esposizione della sua metafisica — una sorta di dinamismo spiritualistico analogo alla contemporanea monadologia leibniziana, che ben servirà di sfondo alla filosofia che Vico svolgerà poi nella Scienza Nuova — un cenno di teoria del conoscere che ha una strana somiglianza, pur essendone differentissima, con la cele- berrima teoria che sarebbe stata esposta settant'anni dopo da Kant nella Critica della ragion pura. Dove tutti gli storici della filosofia asseriscono aver ricevuto del pari soddisfazione, ed essere stati quindi conciliati, gli opposti indirizzi filosofici precedenti dell’età moderna: quello empiristico che comincia con Bacone e giunge allo scetticismo di D. Hume e quello razionalistico che da Cartesio arriva alla metafisica di Leib- niz. Ma la conciliazione era stata fatta qui a Napoli settant'anni prima in questo modestissimo libricciolo vichiano con la teoria fermata in un motto di conio scolastico diventato poi quasi proverbiale: verum et factum convertuntur; ossia, il vero con- siste nel fatto, poiché chi sa è chi fa, e della natura non fatta da noi, noi non possiamo osservare perciò e conoscere se non le apparenze, o i fenomeni, come aveva pur detto Galileo; e del perché, della essenza dell’operare che a noi si manifesta in forme fenomeniche, non ci è dato fare altro che una scienza per congettura, probabile e soddisfacente per la ragione, ma priva di quella certezza, che è carattere specifico del sapere scientifico. Con certezza noi possiamo sapere quel tanto di cui noi siamo autori. Poco, secondo le prime riflessioni suggerite a Vico dalla sua scoperta: ossia le grandezze matematiche, che sono innanzi a noi ed esistono, in quanto noi le costruiamo (numerando o tracciando triangoli e quadrati). Così anche per Vico in questa prima forma della sua gnoseologia, le mate- matiche, come per Galileo e per la massima parte dei pensatori contemporanei, rimangono il tipo della scienza perfetta. Non impoita per altro qui vedere quali scienze Vico conceda alla mente umana; importa invece il carattere che egli attribui- sce alla scienza: questo carattere costruttivo della realtà che ne è l'oggetto. Concetto che evidentemente nega la preesi- stenza dell’oggetto alla mente che lo conosce, e conferisce a questa un’attività creatrice di quel mondo che essa è in 384 STUDI VICHIANI grado di conoscere; sicché la certezza del fatto viene a coinci- dere con questa intimità della mente al mondo di cui è ar- tefice. È la certezza del poeta che è il creatore de’ suoi fantasmi, come Dio crea gli uomini vivi; ed è perciò dentro di essi, e ne conosce tutti i segreti. La verità è, sì, pensiero (evidenza delle idee alla mente), come voleva Cartesio; ma il pensiero non è spettatore di quel che si rappresenta, bensì produttore. Il fatto di cui perciò siamo certi, non è quello di cui siamo te- stimoni; ma quello invece di cui noi siamo gli attori (costruen- dolo o ricostruendolo). Si vedrà poi se noi siamo costruttori e creatori di astratti numeri e di astratte entità geometriche, o di qualche cosa di più saldo e reale; e cioè di quanto il nostro potere s’asso- miglia a quello che attribuiamo a Dio. Intanto la via è aperta. E Vico procederà. VIII. Procederà speculando, chiuso nel suo cervello, anche nei colloqui amichevoli e tra gli strepiti domestici. I coetanei non sospetteranno questo nuovo mondo che egli viene tentando e scrutando con trepidazione. Quelle sue pretese etimologie delle parole più filosofiche della lingua latina lo avevan fatto apparire agli occhi dei letterati piuttosto un pedante che un pensatore: lo avevan screditato cervello balzano e incline ad abusare della dottrina, anziché dimostrare l’elevatezza ecce- zionale del suo ingegno filosofico. Un lavoro storico scritto tra il 1714 e il '16 per commis- sione, la Vita di Antonio Carafa, gli diede occasione di leg- gere il De iure belli et pacis di Ugo Grozio; e questo poi gli fece cercare gli altri autori famosi di diritto naturale, Giovanni Selden e Samuele Pufendorf; e gli spiegò innanzi al pensiero più vasto e concreto orizzonte che non fosse quello degli astratti concetti ricavabili o no da poche etimologie latine: il mondo della storia al suo primo uscire dalla barbarie alla civiltà mediante il formarsi del diritto. Tutta una storia da rico- struire solo in piccola parte filologicamente, e nel suo complesso APPENDICE II 335 invece per congetture e argomenti di ragione appoggiata a considerazioni filosofiche intorno alla natura umana. Il pro- blema dell’origine storica e ideale del diritto gli si affacciò subito come il problema dell’origine e della natura dell’uma- nità, o della civiltà (poesia e religione, istituzioni sociali e giuridiche, scienze e filosofia): tutto l'insieme delle cose umane, dipendenti comunque dalla volontà o dalla intelligenza del- l’uomo: quello che più tardi Vico stesso dirà « mondo delle nazioni ». Problema di preistoria, che era poi un problema di storia, ma sopra tutto un problema di filosofia. Poiché le origini non si prestavano a essere ricostruite e interpretate se non al lume della stessa natura operante nel processo storico del diritto e in genere della civiltà; e quindi in base al concetto di questa natura onde si rende intelligibile ogni punto del processo storico. Il grande posto che occupava nella cultura e nell'ordinamento universitario il Diritto romano veniva per tal via ad illuminarsi agli occhi del Vico di nuova luce. Quelle antiche fonti della giurisprudenza romana, che agli occhi suoi erano state fin allora argomento di osservazioni filologiche, a un tratto si innalzarono a sorgenti della più veneranda sapienza; le parole diventarono cose, la filologia si trasfigurò in filosofia. Donde una più intensa applicazione del Vico al diritto. Quindi l’idea di non più tentate ricostruzioni del diritto ro- mano e di tutta la storia che nel diritto converge; e nel 1720-2I la pubblicazione del Diritto Universale, ossia di due volumi, uno De universi juris uno principio et fine uno e l’altro De constantia iurisprudentis, preceduti nel 1719 dalla Sinopsti del diritto universale (foglio volante che anticipava l’ idea dell’opera) e seguito nel ’22 dalle Notae, contenenti aggiunte e correzioni. Quindi la speranza per qualche anno accarez- zata e finita nella dolorosissima delusione che s'è veduta, di poter aspirare alla grande cattedra mattutina di Jus ci- vile (che gli avrebbe sestuplicato il troppo magro stipendio). Ma, sopra tutto, il primo scontro, per così dire, in campo aperto, di Vico, studioso, filosofo, scopritore di nuove idee e grande riformatore della scienza del suo tempo, coi rappre- 386 STUDI VICHIANI sentanti di questa, che erano poi gli uomini con cui egli do- veva vivere e fare 1 conti. IX. Il largo giro delle questioni abbracciate nel Diritto Univer- sale, non pure giuridiche e filosofiche, ma religiose, storiche e letterarie, interessanti ogni genere di studiosi di scienze morali, e l'originalità delle tesi che in ogni campo l’autore vi propugnava, in un primo abbozzo di quella che pochi anni dopo sarà la Scienza Nuova (pubblicata dall'autore la prima volta nel '25, la seconda nel ’30 e l’ultima nel ’44) non po- teva non mettere in qualche modo il campo a rumore. Ma la sorte del Diritto Universale fu subito quella che sarà più tardi la sorte dell’opera maggiore e più matura. La forma del pen- siero vichiano era così paradossale e, in apparenza, così inten- zionalmente rivoluzionaria rispetto alle opinioni tradizionali, così ostentata, col solito candore del filosofo, la propria ori- ginalità, così frammentarie e affrettate le prove filologiche dove ne occorressero, così pregnanti e sommarie quelle filoso- fiche a cui più spesso si faceva ricorso, così rapida e pure involuta e contorta l'andatura del pensatore, tutto rapito nella gioia delle sue intuizioni e nulla curante del pubblico a cui pur s' indirizzava, da procurare al Vico la taccia di oscu- rità, che pesò a lungo, in vita e dopo, sulla opinione che si ebbe di lui e impedì l’ intelligenza e la fortuna del suo pensiero, e gli diede mala voce tra i contemporanei. Gli venne la fama di spirito malinconico, bizzarro, senza criterio, privo di buon senso, stravagante, cervello imbrogliato e fantastico; e anche peggio. Amici, o malevoli, tutti celieranno sulla oscurità del filosofo. Era ripreso comunemente per oscuretto, scrisse con la sua mite bonomia il Metastasio. L’acre Giannone dava ragione a quel dotto napoletano che si stomacava « in vedere che i compilatori degli Att# di Lipsia tanto si travagliano per intendere le fantastiche ed impercettibili idee del Vico, quando, per non torcersi il cervello, non dovrebbero nemmeno fiutare i suoi librettini »; e quando vide l’autobiografia vichiana, APPENDICE II 337 non si peritò di battezzarla «la cosa più sciapita e trasonica insieme che si potesse mai leggere ». Di certe composizioni letterarie del filosofo, come di quell’orazione che egli scrisse con magnificenza di stile per la morte d’una culta gentildonna, che lo aveva degnato della sua benevola amicizia, Angiola Cimini marchesana della Petrella, si rideva; e un letterato di buon umore ne fece strazio in una satira bernesca, che girò per Napoli manoscritta, rappresentando il filosofo maestro di scuola: .... II Vico stranulato e smunto Colla ferola in mano e ’l Passerazio (che era un commentario ai poeti elegiaci romani). Della orazione per un’altra dama, che il Vico stesso mostrava a un letterato senese venuto a fargli visita nel 1726, questi scriveva a un amico le stranezze notatevi, aggiungendo: « Il bello che vi ha in questo discorso è che nella prima sola facciata vi sono due periodi, nel primo dei quali tra ’1 nome agente ed il verbo ci corrono undici versi e nel secondo quattordici ». Il lucchese Sebastiano Paoli, sopra un esemplare della Scienza Nuova inviatogli dall'autore annotò un suo distico: Culpa mea est, solus si non capio tua dicta; Culpa tua est, nemo si tua dicta capit. E certamente era in buona parte colpa del Vico se nessuno, proprio nessuno, lo capiva. Vero quello che egli sentenzia in una sua bellissima lettera del ’29, quasi a propria discolpa: «So bene che ’1 comune degli uomini è tutto memoria e fan- tasia: e perciò hanno sparlato tanto della Nuova scienza, perché quella rovescia tutto ciò che essi con errore si ricor- davano e si avevano immaginato de’ principî di tutta la divina ed umana erudizione. Pochissimi sono mente » 1. Vero altresì quel che egli dice nella stessa lettera e altrove della cultura contemporanea, tutta dietro ai metodi, per se stessi vuoti I Autob., p. 213. 388 STUDI VICHIANI e infecondi, e all’analisi laddove l’ ingegno è sintesi, e alla critica, che genera lo scetticismo, sempre a caccia del facile, del chiaro, ignorando che «la facilità così fiacca ed avvelena gl’ ingegni siccome la difficoltà gl’ invigorisce ed avviva »; e quel correr dietro ai compendî, ai manuali, ai dizionari, che sono il cimitero delle scienze. Tutto verissimo; ma restava che egli, fisso nelle idee che sgorgavano con vena abbondante e impetuosa dalla sua potente ispirazione, ne era trascinato come da un estro, da un furore eroico, e non sentiva più il freno dell’arte; non era più in grado di mettersi avanti il suo pensiero per introdurvi quell’ordine, che si richiede a dare unità così a un periodo, come ad un libro o a tutto un sistema di idee. Ma coloro che favoleggiano di tragedia vichiana, di una lotta trilustre incessante del Vico con la sua materia, ribelle ad ogni regola, ad ogni lavoro che la riducesse a lucidus ordo, a forma efficace e persuasiva, e la rendesse prima di tutto ben chiara e distinta allo stesso Vico, non distinguono in questa famosa questione della oscurità di Vico due cose differentis- sime. C'è l'oscurità oggettiva, per dir così, e c’ è l'oscurità soggettiva. L'una propria del pensiero non logicamente con- figurato, quale dev’essere perché possa valere in sé, essere comunicato altrui ed inteso da chi ascolta come da chi parla, da chi legge come da chi scrive. L’altra è l’oscurità sentita dallo stesso autore, che vede e non vede, ma sospetta le la- cune che non sa colmare nel suo pensiero, e non possiede insomma la verità che gli brilla da lungi davanti, che egli si sforza di raggiungere ma non vi riesce. La proclamazione frequente che s’ incontra in Vico delle proprie scoperte di- mostra una coscienza fermissima d’essere in possesso del vero; e lo stesso stile poetico, tutto fantasia corpulenta ed espres- sioni scultoree che si scolpiscono infatti nella fantasia del lettore e non si dimenticano più, sprezzante di ogni cura dida- scalica, tutto vibrante di passione e infuso di trionfante elo- quenza che si spande con l’empito d’una forza di natura — tutte qualità che sono caratteristiche della prosa vichiana e ne costituiscono la grande attrattiva, e stavo per dire l’ incan- to — dimostrano che egli è convinto bensì di trattare cose molto difficili, e che richiedono lunga e aspra meditazione APPENDICE II 389 ad essere intese; ma è convinto altresì che gli altri, per difetto loro, trovano oscuro quel che splende alla sua mente di luce abbagliante. Non è un maestro esemplare perché, sotto la spinta del dèmone che lo possiede, non pensa più agli scolari che stanno ad ascoltarlo; e si chiude in un soliloquio, che non deve servire se non per lui stesso. Così, perché il Vico si affida sempre alla memoria, che troppo spesso l’ inganna e lascia correre ne’ suoi libri tante citazioni sbagliate ? Perché non s' è presa la cura di controllare i ricordi delle sue letture e magari corredare le sue affermazioni con note esatte che confortassero e alutassero il lettore al riscontro delle fonti di cui egli si serviva ? È lo stesso motivo che fa sdegnare a ogni schietto poeta il commento della sua poesia, quantunque un buon commento storico e filologico riesca sempre utilissimo alla piena intelligenza del lavoro poetico. Ma il poeta, in quanto tale, è assorto in un suo mondo, dove non sono né lettori né ascoltatori: ed è solo, l’unico, infinito, come Dio. Vico, quan- tunque sia tornato nove o dieci volte sul tema suo dal primo abbozzo del Diritto Universale all'ultima forma della Scienza Nuova e fino all’estremo della vita, si può dire, abbia sempre tenuto presente l’opera sua, postillando, aggiungendo, correg- gendo, in essa, sottraendosi alle angustie della vita terrena, domestica e sociale, fu assorto, felice. E in quel continuo sforzo di revisione e ritocco è l’artista che accarezza la sua creatura, e rinnova il calore e il dolce gusto della creazione. Bisogna sentire questo calore, questo vigore poetico dello scrittore per rendersi conto di siffatti caratteri dello stesso pensiero vichiano. Mi permetterò quindi di leggere una pa- gina presa a caso dalla seconda Scienza Nuova; una pagina dove si assiste al primo apparire dei sensi di umanità tra gli uomini, ancora fieri bestioni: Con tali nature [ossia, con nature di fanciulli pronti a crear le cose con la fantasia] si dovettero ritruovar i primi autori del- l'umanità gentilesca quando — dugento anni dopo il diluvio per lo resto del mondo e cento nella Mesopotamia.... (perché tanto di tempo v’abbisognò per ridursi la terra nello stato che, disseccata dall’umidore dell’universale innondazione, mandasse esalazioni secche, o sieno materie ignite, nell’aria ad ingenerarvisi i fulmini) 390 STUDI VICHIANI — il cielo finalmente folgorò, tuonò con folgori e tuoni spavento- sissimi, come dovett’avvenire per introdursi nell’aria la prima volta un’ impressione sì violenta. Quivi pochi giganti, che dovetter esser gli più robusti, ch’erano dispersi per gli boschi sull’alture de’ monti, siccome le fiere più robuste ivi hanno i loro covili, eglino, spaventati ed attoniti dal grand’effetto di che non sapevano la cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo. E perché in tal caso la natura della mente umana porta ch’ella attribuisca all’effetto la sua natura.... e la natura loro era in tale stato, d’uomini tutti robuste forze di corpo, che, urlando, brontolando, spiega- vano le loro violentissime passioni; si finsero il cielo esser un gran corpo animato, che per tal aspetto chiamarono Giove, il primo dio delle genti dette maggiori, che col fischio de’ fulmini e col fragore de’ tuoni volesse loro dir qualche cosa.... In tal guisa i primi poeti teologi si finsero la prima favola divina, la più grande di quante mai se ne finsero appresso, cioè Giove, re e padre degli uomini e degli dèi, ed in atto di fulminante; si popolare, perturbante ed insegnativa, ch’essi stessi che sel finsero, sel credettero, e con ispaventose religioni il temettero, il riverirono e l’osservarono !. Xx. AI centro del quadro, dunque, la religione. Essa crea e man- tiene, secondo Vico, la civiltà, stringe gli uomini a una legge, è fondamento e forza dello Stato, perché primo principio e radice di tutta la vita dello spirito. Il quale con l’idea, 10zza da principio e tutta materiale, d'un Dio che vede l’uomo, gli parla e può correggerlo con la sua forza strapotente, dà inizio alla sua vita e dispiega i germi segreti che sono nella sua natura, passando dalla venere vaga al matrimonio e ai primi nuclei sociali, dal nomadismo errabondo alle sedi fisse, al- l'occupazione della terra, all'agricoltura, e a tutte le forme della vita civile. E quando le società decadono, dalla religione debbono rifarsi, e però da quello stato tutto fantasia in cui l’uomo crea la sua fede e ne è investito, sorretto, animato, 1 S. N. 1744 ed. Nicolini (Bari, Laterza, 1928) capoverso 377. APPENDICE II. 39I e irrompe perciò nella più potente poesia, tutta passione ed estro. Ma la religione di Vico scopritore della scienza nuova non è propriamente quella di Vico cattolico sincero e fervente: non è quella che interviene dall’alto nella vita umana natu- rale per salvarla con una forza superiore di cui l’uomo non potrebbe venire mai in possesso da se medesimo. Egli distin- gue infatti il popolo eletto, privilegiato della grazia divina, dalle nazioni gentili, o « tutte perdute » 1, come dice una volta; la cui storia si propone di spiegare con rigoroso senso scientifico per vie affatto naturali; in quanto ogni uomo, come uomo, è creatore del suo mondo. E la nuova scienza è appunto quella del mondo umano storico, che, a differenza del mondo naturale, è conoscibile perché prodotto della mente umana, e intelligibile secondo la logica di questa mente; e dà luogo perciò a questa nuova scienza che non è, come una volta si diceva, la filosofia della storia, ma, al dire dello stesso Vico, la « metafisica della mente » 2. E questa non può ammet- tere, per la sua natura filosofica, presupposto di sorta; neanche religioso. Come Cartesio partiva dal dubbio universale (de omnibus dubitandum) per assistere allo svolgimento di una scienza che potesse dedursi da un principio certo, Vico a capo della sua ricerca insiste sulla necessità di vestire per al- quanto, non senza una vtolentissima forza, la natura degli uomini primitivi che andarono tratto tratto a disimparare la lingua d’Adamo, e, senza lingua e non con altre idee che di soddisfare alla fame, alla sete e al fomento della libidine, giun- sero a stordire ogni senso d’umanittà 3. Perciò, «ridurci in uno stato di una somma ignoranza di tutta l’umana e divina erudizione.... poiché in cotal lunga e densa notte di tenebre quest’una sola luce barluma: che ’1 mondo delle gentili nazioni egli è stato pur certamente fatto dagli uomini». In mezzo a un oceano di dubbiezze su queste remote origini dell'umanità, I S. N. ed. Nic. cv. 47. ? S. N.! ed. Nic. cv. 40 e passim. Questa metafisica è filosofia del- l’Umanità «per la serie delle cagioni »; filosofia dell’Autorità o storia universale delle nazioni « per lo séguito degli effetti ». S. N.! cv. 399, 520. 3 S. NI ed. Nic. cv. cit. 392 STUDI VICHIANI non ricorrere alla rivelazione (domma sacrosanto della nostra fede, ma pel quale non est hic locus) « appare questa sola picciola terra dove si possa fermare il piede: che i di lui prin- cipii sì debbono ritruovare dentro la natura della nostra mente umana e nella forza del nostro intendere » 1. Infatti quella Provvidenza che per Vico illumina la mente dell’uomo, genera il conato ? della sua volontà, promuove il libero vo- lere a operare in quel modo per cui si viene a grado a grado tessendo questa tela del mondo delle nazioni, tutto provvi- denziale, logico, indirizzato al dispiegarsi dell’umana natura ossia all’arricchimento progressivo dell'umanità di questo mondo, non è la Provvidenza trascendente o soprannaturale, che faccia agire gli uomini quasi inconsapevoli strumenti di fini superiori. L'uomo ha libero arbitrio, osserva Vico, per quanto debole; arbitrio di fare delle passioni virtù; arbitrio «che da Dio è aiutato naturalmente con la divina provvi- denza, e soprannaturalmente dalla divina giazia ». Questo aluto soprannaturale della grazia Vico non nega; è ben lontano dal dubitarne; ma non entra nel suo quadro, dove campeggia l’azione naturale della Provvidenza. Essa è l’architetta di questo mondo delle nazioni. E perché ? Perché, nota Vico, « non possono gli uomini in umana società conve- nire, se non convengono in un senso umano che vi sia una divinità la quale vede nel fondo del cuor degli uomini » 3. È questo senso umano, che fa il miracolo: quello che Vico I Da tener presente il classico luogo della seconda Scienza Nuova: « Ma, in tal densa notte di tenebre ond’ è coverta la prima da noi lon- tanissima antichità, apparisce questo lume eterno, che non tramonta, di questa verità, la quale non si può a patto alcuno chiamar in dub- bio: che questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono ritruovare i principî dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo che, a chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studiarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza gli uomini » (S. N. 1744 ed. Nic. cv. 331). 2 Sul conato, che è libertà v. S. N. 1744 cv. 340; cfr. cv. 504, 689. 3 S. NU ed. Nic. cv. 45. APPENDICE II 1 393 dice senso comune, anch'esso definito da lui « fabbro di questo mondo delle nazioni»: quello che a tutti i più antichi sa- pienti delle nazioni gentili fa temere spaventosamente gli déi ch'essi stessi si avevano finti. E coincide perciò come « unità della religione d’una divinità provvedente» con l’ «unità dello spirito, che informa e dà vita a questo mondo di na- zioni » 1, Questa Provvidenza è anche platonicamente definita «una mente eterna ed infinita, che penetra tutto e presentisce tutto, la quale.... ciò che gli uomini o popoli particolari ordi- nano a’ particolari loro fini, per gli quali.... essi anderebbero a perdersi,... fuori e bene spesso contro ogni loro proposito, dispone a un fine universale » 2. Opera essa «con la regola della sapienza volgare, la quale è un senso comune di ciascun popolo o nazione, che regola la nostra vita socievole in tutte le nostre umane azioni così che facciano acconcezza in ciò che ne sentono comunemente tutti di quel popolo o nazione ». Ogni nazione ha il suo senso comune; ma tutti i sensi co- muni convengono e concorrono nella «sapienza del genere umano » 3. Giacché questo senso comune che fa tutto, non va con- fuso con lo spirito individuale del singolo uomo. Opera tante volte attraverso il singolo, come s'è visto, contro il propo- sito e l’ intendimento di lui. «Perché pur gli uomini», conferma Vico a conclusione della sua opera nell’edizione definitiva, «hanno essi fatto questo mondo di nazioni...: ma egli è questo mondo, senza dubbio uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini par- ticolari ch’essi uomini si avevan proposti; quelli fini ristretti, fatti mezzi per servire a fini più ampi, gli ha sempre adoperati per conservare l’umana generazione in questa terra. Imper- ciocché vogliono gli uomini usar la libidine bestiale e disper- dere i loro parti, e ne fanno la castità de’ matrimoni, onde surgono le famiglie; vogliono i padri esercitare smoderata- mente gl’ imperi paterni sopra i clienti, e gli assoggettiscono I S. N. 1744 ed. Nic. cv. 9I6 e 915. 2 S. N.! ed. Nic. cv. 45. 3 Op. cit., cv. 46. 394 STUDI VICHIANI agl’ imperi civili, onde surgono le città; vogliono gli ordini regnanti ne’ nobili abusare la libertà signorile sopra i plebei, e vanno in servitù delle leggi, che fanno la libertà popolare; vogliono i popoli liberi sciogliersi dal freno delle lor leggi, e vanno nella soggezion de monarchi; vogliono i monarchi in tutti i vizi della dissolutezza, che gli assicuri, invilire i loro sudditi, e gli dispongono a sopportare la schiavitù di nazioni più forti; vogliono le nazioni disperdere se medesime, e vanno a salvarne gli avanzi dentro le solitudini, donde, qual fenice, nuovamente risurgono ». Ebbene: « Questo che fece tutto ciò, fu pur mente, perché ’1 fecero gli uomini con intelligenza; non fu fato, perché ’1 fecero con elezione; non caso, perché con perpetuità, sempre così faccendo, escono nelle medesime cose » !. La storia è prodotto della libertà dello spirito; il quale ha la sua logica universale, divina, provvidenziale, consi- stente nella legge dello stesso sviluppo spirituale. Questo attra- versa tre gradi: senso, ancora inconsapevole; avvertimento di questo senso; ragione o « mente tutta spiegata ». E tutta la storia con ritmo costante passa eternamente per tre stati, divino, eroico ed umano, correndo e ricorrendo questo libero processo dello spirito, e informando a volta a volta tutte le forme della propria vita alla legge del grado di sviluppo in cui lo spirito viene a trovarsi: ora vedendo da per tutto la divinità e tutto attribuendo alla sua forza eccedente ogni umano po- tere; ora sentendo in sé la divina natura e fidando nell’ invitta forza del proprio eroico volere; ora riconoscendo l'universalità della natura umana e placando perciò l’ impeto e la fierezza del più forte per piegarlo al diritto della ragione eguale per tutti. Dalla religione e quindi dalla poesia alla scienza, alla filosofia, alla riflessione che doma il costume violento e la forza immoderata della giovinezza, e la raggentilisce. Ma pur finisce per fiaccare la fibra vigorosa che è necessaria alla sanità degl’ individui e delle nazioni. Onde queste decadono, ma per risorgere, poiché la dissoluzione della civiltà, che si è tutta piegata nella struttura giuridica e morale dello Stato, è ri- I S. N. 1744, ed. Nic. cv. 1108. APPENDICE II 395 torno alla barbarie primitiva; ossia al provvidenziale prin- cipio da cui la civiltà trae la sua origine. L'uomo infatti allo stato primitivo non è cosa inerte che debba essere messa in moto da una forza estranea; ha in sé, nei semt eterni di vero che, secondo Vico, giacciono sepolti in noi, in quella sorta di mens anim di cui parlavano i Latini , il principio del movimento. Lo spirito è autonomo, non aspetta né prende nulla da fuori: né arte né scienza né leggi né 1eligione. Uno dei corollari più celebri di questa dottrina, la negazione vi- chiana della origine greca delle Leggi delle XII tavole. E la legge dei corsi e ricorsi, per cui le nazioni risorgono tornando ai principii, se giova a spiegare il Medio Evo come una barbarie ricorsa dopo la decadenza del mondo classico e a scoprire la sorgente della civiltà moderna; se ci fa inten- dere la grandezza di Dante — che per il primo Vico giudica, con altezza di criterio estetico, come un nuovo Omero, «il toscano Omero » 3 — è pure e prima di tutto la legge eterna della mente umana. La quale non aspetta secoli e millennii per tornare ai suoi principii. Torna e ritorna con eterno moto circolare in ogni ideale momento della sua vita. È il ritmo della sua costante, immanente natura. Giacché se può dirsi che l’ individuo abbia, nel corso irreversibile della sua vita naturale, come tre età distinte e successive, una fanciullezza divina e tutta poetica, una giovinezza eroica e una maturità fatta di riflessione, la vita tutta dello spirito si mantiene per uno sviluppo che è acquisto di forme nuove e conserva- zione delle precedenti. L’uomo sano, finché non infermi e discenda per la china degli anni, non perde né la divina in- genua fanciullezza, né l’eroica animosa giovinezza dello spirito. Soltanto così è possibile la poesia dell’artista provetto, e l’ope- rare risoluto e magnanimo dell’uomo esperto delle leggi della vita. E ben fa ogni uomo anche avanti negli anni a invocare la divina giovinezza che torni a rinsaldare il suo braccio e I S. N. ed. Nic. cv. 49. 2 S. N. 1744, ed. Nic., cv. 696. 3 S. N. 1744, ed. Nic. cv. 786. Cfr. S.N. cv. 312; Lett. 26 dic. 1725, in Autob., p. 195; e il Giudizio sopra Dante, in Opere ed. Ferrari. V, 41. 396 STUDI VICHIANI a fermare il suo cuore; anzi a tener vivo nel suo segreto il fanciullino pascoliano, senza di cui la stessa natura s’ inaridisce e il mondo, spopolato dei nostri fantasmi, diviene un deserto. Vico non attribuì mai a’ suoi corsi e ricorsi quella rigidità meccanica, che altri ha creduto. Quanta luce egli con tal suo concetto dello spirito umano e della storia in cui questo si specchia abbia gettato sul mondo dell’arte, sulla morale, sul diritto; quante intuizioni felici e divinatrici abbia quindi avute nell’ interpretazione e ricostru- zione dei tempi oscuri e favolosi, segnatamente per i primi secoli della storia romana, anticipando Niebuhr e Mommsen, ancorché costoro abbiano preferito tacere e misconoscere il precursore geniale; come egli abbia creato del pari la moderna critica omerica, non è possibile dire con la necessaria chiarezza in quest'ora. Né v’ è modo qui di illustrare il carattere prero- mantico del pensiero vichiano, cioè il suo antirazionalismo e la sua accentuazione dei momenti prelogici dello spirito: nonché il suo profondo concetto della storicità della realtà spirituale che si fa gradualmente quello che è, senza salti né arbitrii. Onde è stato detto che tutto il secolo decimonono è già nella Scienza Nuova. Certo, essa fu il libro oscuro, ma singolarmente suggestivo, che i patrioti napoletani del ’99 studiarono, anche senza in- tenderlo tutto, come il libro sacro delle nuove generazioni. Il libro che Cuoco, quando, fallita la rivoluzione giacobina, il problema dell’ Italia una e indipendente cominciò a porsi con una profonda coscienza storica, realistica e veramente politica, esaltò come il vangelo dell’avvenire. E gli esuli napo- letani lo additavano a Milano al principio del secolo, quando l’ Italia si svegliava: e Monti, Foscolo e Manzoni sentivano la potente originalità delle dottrine vichiane e ne traevano suggestioni e idee ispiratrici; e Vico diventava il filosofo italiano. E se dal Cuoco Mazzini attinse o fu confortato ad accogliere l’ ideale dell’unità e la convinzione che l’ Italia non potesse esser fatta se non dagl’ Italiani; se Rosmini e Gioberti, lavorando a dare agli Italiani una coscienza filo- sofica che li riscattasse da ogni servaggio spirituale, che non è mai altro che un aspetto del servaggio politico, ebbero un APPENDICE II i 397 nome, un grande nome a cui appellarsi, di filosofo che alta- mente rappresentasse l’ ingegno speculativo italiano; l’ Italia moderna, ricordando Vico, deve sentire che da lui comincia la sua nuova storia. 1936. 26. Digitized by Google II CARTESIO E VICO È Lo storico che prenda a studiare le relazioni del Vico con Caitesio, si trova innanzi a due problemi distinti e diversi. Uno è quello dei giudizi del filosofo italiano sul francese; l’altro delle reali attinenze storiche tra i problemi della filo- sofia vichiana e quelli venuti su per opera di Cartesio. Il problema dei giudizi, sui quali preferiscono insistere gli studiosi del Vico, e in Italia negli ultimi quaranta anni ne abbiamo avuti di veramente insigni — basta nominare B. Croce e F. Nicolini, che hanno fatto ogni possibile luce sugli angoli più oscuri della vita, degli scritti, dei tempi e della for- tuna del Vico — è un problema che appartiene più alla bio- grafia che alla storia della filosofia, quantunque non sia pos- sibile staccare del tutto il pensiero dalla personalità del filo- sofo, né si possa prescindere dai motivi che a volta a volta egli ebbe per assumere questi o quegli atteggiamenti verso i rappresentanti tipici di certe dottrine, senza rischiare di to- gliere al pensiero di un filosofo tutto il suo colorito e il suo significato storico. D'altra parte, nella biografia d’un filosofo la sua filosofia non è un elemento secondario o da collocarsi sullo stesso piano con altri elementi che possono sembrare di pari importanza. Perché infine la sostanza della personalità ideale o storica d’ un filosofo è nel pensiero, anzi nella logica del pensiero in cui vennero assorbiti tutti gl’interessi della sua vita. Di guisa che se i particolari biografici d’un pensatore ri- 400 STUDI VICHIANI schiarano la sua mente e le sue dottrine, di quei particolari stessi non è possibile intelligente valutazione e rappresentazione efficace e concludente, a chi non li sappia scorgere nella luce del pensiero in cui essi storicamente ebbero il principio vi- vente di quel tanto di realtà che spetta loro storicamente. Si potrà dire che in una rappresentazione compiuta e coerente della realtà storica d’un filosofo elementi biografici e specula- tivi debbono richiamarsi reciprocamente e costituire tutti insieme un sistema unico e compatto. Ma bisogna soggiungere che l’anima di questo sistema sarà evidentemente la logica delle dottrine che lo dominarono. II. Sostanziale dunque e preliminare il secondo problema, relativo alle attinenze storiche obbiettive tra filosofia vichiana e filosofia cartesiana. Attinenze che non è facile fissare, a mio parere, se non si distinguono nella prima tre fasi diverse, tutte connesse intrinsecamente tra loro in guisa da costituire un unico processo di svolgimento, ma nettamente distinte l’una dall'altra in maniera da spiegare per quali vie il pensiero del Vico sia pervenuto alla sua forma più matura, quale si trova nella Scienza Nuova, anzi nella seconda edizione di questa. Queste tre fasi sono: 1) La fase neoplatonizzante, rappresentata dalle gio- vanili Orazioni inaugurali (1699-1707), dal Vico riordinate e ritoccate nel 1708-09, ma non giudicate mai degne di venire alla luce, e pubblicate infatti solo nel secolo XIX. 2) La fase critico-empirizzante rappresentata principal- mente dal De nostri temporis studiorum ratione, dal De antiquis- sima Italorum sapientia e dalle polemiche che tennero dietro a quest’operetta col Giornale dei letterati (1708-1712). 3) La fase metafisica in cui si disegnò la nuova filosofia della storia, come filosofia della mente, abbozzata da prima nel Diritto Universale (1719-22) e svolta quindi nella prima e seconda Scienza Nuova. APPENDICE II 401 La prima fase contiene i germi della seconda e della terza, ma non ancora distinti e non fecondati dal vivo soffio dei problemi a cui la mente del Vico si aprì per effetto dell’ intensa meditazione dei motivi della filosofia moderna, di cui son documento evidente i nuovi atteggiamenti speculativi da lui assunti nella seconda fase. Sicché la chiave di volta di tutta la sua filosofia è in questa seconda fase, quando da Cartesio, da Bacone, dalle correnti prevalse anche per opera del Galilei nel pensiero moderno, Vico, per dirla kantianamente, si svegliò dal sonno dommatico della vecchia metafisica, in cui la lettura e l'ammirazione dei nostri grandi Platonici del Rinascimento l'avevano già immerso. Con Cartesio egli comincia a sen- tire il problema della certezza; con Bacone scorge la sterilità del procedere deduttivo astratto della pura ragione, caro alla Scolastica medievale e contemporanea, e di quel metodo. geo- metrico che con i Cartesiani eta venuto in grande onore tra i facili filosofanti alla moda della seconda metà del Seicento; e la necessità del fatto, del nuovo, del concreto, dell’esperienza e dell'esperimento: ma sente pure la fenomenalità del sapere scientifico intorno ai fatti della natura, tra i quali ogni nesso causale interno è impossibile allo spirito umano che la natura sì rappresenta dualisticamente come esterna ed estranea allo spirito. Quel dubbio, che Cartesio, dopo averlo energicamente svegliato, sopisce col dommatismo dell’ idea di Dio, e che attraverso l’empirismo dovrà necessariamente sboccare allo scetticismo di Hume, è il potente lievito della speculazione vichiana, tutta rivolta nel secondo e nel terzo periodo a risol- vere il problema d’un sapere che unisca il certo dell’empirismo col vero della ragione, della logica, del pensiero puro. Problema che egli potrà risolvere quando, in luogo della natura, assumerà ad oggetto del pensiero lo stesso pensiero o quello che il pen- siero nel suo sviluppo crea. Ma il dubbio, ossia la profonda coscienza dell'autonomia del soggetto nella sua assoluta posizione di puro soggetto — che si stacca dall'oggetto, e deve uscire da questa sua astratta e vuota soggettività per ricon- quistare l’oggetto, dov’ è la sua vita, — questo dubbio affatto cartesiano e punto platonico, che non s’ è impossessato an- cora del Vico nelle giovanili Orazioni inaugurali (nella prima 402 STUDI VICHIANI delle quali l’autore cartesianeggia, ma ripetendo Cartesio senza metterne in rilievo l’originalità, anzi mettendolo sullo stesso piano di Agostino e Ficino); questo dubbio che nel De antiquissima Vico sente anche più profondamente del filosofo francese, con la sua distinzione tra scientia e conscientia, la sua teoria tutta fenomenistica e scettica del signum che non è causa; esso è il punto di partenza della più significativa teoria di Vico da lui formulata col celebre motto: verum et factum convertuntur. Che sarà il tema della Scienza Nuova. III. Quando Vico intende e fa suo il problema cartesiano della certezza — egli diventa il primo vero cartesiano nella folla dei cartesiani di Napoli della fine secolo XVII; ma un carte- siano che già combatte Cartesio; perché non si contenta più del carattere intuitivo e immediato del cogito ergo sum — che non è, ai suoi occhi, se non semplice accorgimento, constata- zione, coscienza di un fatto; non è spiegazione e quindi reale possesso o scienza della verità che per tale coscienza si viene a intuire. La certezza sì è il più urgente bisogno del nuovo sa- pele: ma la certezza non è coscienza o intuito dell’essere che il pensiero non può non trovare nella sua propria esperienza di essere pensante; è bensì scienza, deduzione, costruzione (tenere formam seu genus quo res fiat) di questo essere. Il quale, cioè, allora veramente si conosce e si apprende e di- venta saldo scoglio in mezzo a quell’oceano di dubbiezze in cui lo spirito è gittato dalla critica cartesiana, quando s' in- tenda quale esso è: non essere immediato, ma essere che è sviluppo, spiegamento, attuazione e conquista di se medesimo. Quindi non idee chiare e distinte come essenza dello spirito; non innatismo; non razionalismo (quel razionalismo che sarà poi un secolo più tardi illuminismo); ma graduale passaggio dello spirito dall’ ignoranza al sapere, dalla fantasia corpu- lenta, anzi dal senso oscuro, alla ragione tutta spiegata; e restituito il suo valore alla memoria e alla cognizione del passato, e alle lingue e alla filologia; e la religione anch'essa APPENDICE II 403 non lasciata in disparte e come espulsa dal processo razionale dello spirito, salvo ad essere invocata da ultimo a comple- mento e puntello della vita morale e sociale dell’uomo, ma rimessa al suo posto, alle origini della vita spirituale, dove essa anticipa, consacra e rinsalda la fede dello spirito nel prodotto della sua creatrice potenza. Insomma, quando co- mincia ad essere cartesiano, Vico è già anticartesiano, e non risparmia più gli strali della sua ben munita faretra contro Cartesio e cartesiani, contro metodi e dottrine del proprio tempo. E pai che rimandi sempre dal nuovo all’antico, da Cartesio a Platone e seguaci, laddove il motivo della sua insistente polemica è più moderno ancora di tutti i motivi della filosofia contemporanea: è un cartesianismo approfon- dito e affrancato dalle catene del dommatismo vecchio stile con cui Cartesio s'era da se medesimo tornato a incatenare. IV. Vico ebbe un senso acuto della novità e originalità assoluta del suo filosofare. Basti rammentare il titolo della sua opera maggiore, preannunziata in modo solenne nel Diritto Universale (nova scientia tentatur !) +. E chi si lascia prendere a’ suoi con- tinui appelli a Platone, e si sforza di confondere la sua dottrina con quella di Agostino, non ha occhi per vedere la luce del sole. Vico, senza dubbio, ha incertezze? e ambiguità di espres- sione. Ce ne sono in tutti i filosofi. E nessuno che abbia fa- miliarità con la storia del pensiero umano, si può meravigliare delle professioni di fede e delle personali proteste in cui egli 1 De const. iurispr., II, 1. 2 Caratteristica, a mio avviso, quella che Vico ebbe nella serie di Correzioni, miglioramenti e aggiunte alla Scienza Nuova seconda, scritte nel 1731, e che il NicoLINI nella sua edizione del 1911 inserì a suo luogo nel testo lib. II, cap. 4 (I, pp. 242-44) ma giustamente relegò in appendice nella nuova edizione del 1938 (II, 198-9), dal titolo Riprensione delle metafisiche di Renato delle Carte, di Benedetto Spinoza e di Giovanni Locke. Preparata per una futura ristampa della seconda S. N., l’autore invece non l’accolse nella ristampa del 1744. Perché ? Pel sapore panteistico di essa, come è stato creduto ? Certo il rim- 404 STUDI VICHIANI esce di frequente nel trepidante ma schietto candore delle convinzioni che gli sono confitte più addentro nell’animo, poiché l’uomo, nella sua formazione mentale, fu naturalmente investito da poderose correnti di cultura tradizionale e co- stretto quindi, in un faticoso travaglio tre e quattro volte decennale, a lottare contro la sua vecchia anima per liberarsi da ogni scoria che gl’ impedisse di veder chiaro co’ propri occhi e fare del froprio sentimento regola del vero, giusta il monito cartesiano, che Vico accetta e apprezza nel suo giusto valore (Sec. risp., in Opere, ed. Laterza, I, 274). Quello che Giambattista Vico riesce a dire di nuovo, di suo, quella verità nella cui coscienza egli si esalta e sente la propria vita immortale, non è platonico, né baconiano, né cartesiano, né lockiano, né tanto meno conforme alla dottrina tradi- zionale dei Padri o dei dottori della Chiesa. È la sua scoperta. La quale contrappone il mondo delle nazioni, o della storia, o della mente (com’egli pur dice), al mondo della natura, per attuare rispetto al primo quel che solo rispetto al primo è possibile, un ideale di scienza non più tentata mai nel pas- sato: dove Dio opera nella sua razionalità o provvidenza attraverso il senso comune degli uomini: ossia mediante lo stesso pensiero umano nel suo universale cammino dal senso alla ragione, dalla schiavitù alla libertà: un cammino il cui ritmo è intelligibile perché divino insieme ed umano, anzi divino veramente in quanto umano. E il dualismo è superato, perché per intendere e sapere il pensiero può rinunziare al- l’ inutile conato di uscir da sé, anzi deve profondarsi in se medesimo. ‘Rispetto a questo umanismo, o spiritualismo che si dica, — o piuttosto, se mi sì consente, rispetto a questo idealismo provero che vi si muove a Cartesio, rinverga con quello analogo di Spinoza, che cioè il filosofo francese abbia cominciato dal pensiero del- l’uomo anziché da un’ idea semplicissima quale è quella di Dio, eterno, infinito, libero. Ma il vero è che questo modo di filosofare, spinoziano o no, per cui si comincia da un'idea e si procede more geometrico, era di quel genere metafisico (tutto verità senza certezza) a cui Vico aveva voltato le spalle e che non poteva rientrare più nel quadro del suo sistema. APPENDICE II 405 della Scienza Nuova, — il mondo di Cartesio, con le sue tre sostanze, una primaria (Dio) e due secondarie (pensiero ed estensione) è un’anticaglia da relegare per sempre in soffitta. La filosofia cessa di essere quella vuota metafisica, che sarà condannata da Kant, e di cui il pensiero moderno, malgrado tutti gli sforzi che si fanno sempre per galvanizzare i morti, non vuol proprio più sapere. Non è più metafisica, perché diventa tutt'uno, come inculca Vico, con la filologia: con la scienza del certo, del fatto, che è fatto per noi che se ne ha esperienza, ed è perciò nostro fatto, immediata posizione del soggetto nel suo mondo. E quindi il vero della filosofia, l’ idea, oggetto una volta di pura speculazione, o meglio costruzione di un astratto pensiero dommatico, senza base nell’ intimo dell'esperienza, che è lo stesso sentire, o il soggetto, è tia- montato. Il cogito cartesiano che nel tempo stesso che Vico comin- ciava a filosofare aveva incontrato l’ irriducibile opposizione del sentire di Locke, veniva per tal modo da Vico, anche più risolutamente che non sarà da Kant mezzo secolo dopo, risoluto e inverato nella sintesi dei due termini opposti. 1938. Digitized by Google III GIAMBATTISTA VICO NEL SECONDO CENTENARIO DELLA MORTE Il 23 gennaio di quest'anno si compiva il secondo cente- nario della morte di Giambattista Vico. E se le contingenze presenti non consentono che la data sia celebrata come la grandezza dell’uomo meriterebbe, e come infatti ci si pre- parava a celebrarla quando non erano ancora prevedibili i luttuosi avvenimenti degli ultimi mesi; non è possibile che l'Accademia la lasci passare sotto silenzio. Che se il rimbombo dei cannoni potesse infatti coprire la voce d’Italia, che suona tra le genti Dante, Michelangelo, Vico e dice Roma, Firenze, Napoli, allora veramente dovremmo credere che la barbarica forza della civiltà meccanica possa prevalere sulle forze im- mortali dello spirito. E se le ansie dell’ora ci costringono a limitare a breve ed austera cerimonia la commemorazione di Vico, questa tuttavia deve significare il sentimento profondo religioso con cui il popolo italiano intende custodire i ricordi sacri delle sue origini e dei fondatori della sua realtà morale. Potranno gli stranieri non conoscere l’altezza spirituale di Vico, come si può dire s’ inchinino tutti universalmente in- nanzi a Dante o Michelangelo; come certamente non riescono ad ostentare un fiero disprezzo per i valori che si compen- diano nei nomi di Roma e di Firenze, città privilegiate di più vasta orma dello spirito creatore dell’uomo, senza una segreta trepidazione come per un atto di sacrilega infamia. Per molto tempo gli stessi Italiani ignorarono le ragioni della 408 STUDI VICHIANI grandezza di Vico; di lui avevano piuttosto un sentore che un chiaro concetto; a lui s'accostavano con la sacra reverenza con cui gli uomini s’accostano a un Nume, tanto più esaltato nell'animo, quanto più misterioso, e cioè men conosciuto ed inteso. Grande il fascino esercitato dallo scrittore, e avida- mente cercate per un secolo dalla sua morte le sue opere, di cui le edizioni si moltiplicavano, principalmente a Napoli e a Milano, ed eran citate in ogni sorta di libri; e tracce della lettura di quelle opere sono frequenti presso che in tutti gli scrittori italiani degli ultimi decenni del Settecento e dei primi del secolo seguente: molte le monografie e le ricerche intorno ad alcune delle più celebrate dottrine del filosofo. Il quale per altro, anche dopo la doppia edizione delle sue opere complete dovuta a Giuseppe Ferrari, alla vigilia e al- l'indomani del ’48, doveva aspettare chi lo scoprisse e ne svelasse criticamente il pensiero: ciò che fecero due insigni storici napoletani, Bertrando Spaventa e Francesco De Sanctis. Paragonabile anche per questo rispetto a Dante, che, sia detto subito, Vico fu il primo a scoprire nella sua schietta sostanza poetica guardata per la prima volta e intesa dall'alto punto di vista estetico a cui Vico con la sua filosofia si sollevò. A Dante per più secoli segno di sconfinata ammirazione, consacrato col titolo di «divino », ma stretto dentro una folta selva di letteratura dotta, più o meno filosofica o mistica, ed erudita e ingegnosa ed anche astrusa, ma aliena dalla poesia dantesca; e tutta esteriore: commenti e discussioni e lezioni accademiche sull’ interpretazione dell’allegoria, sulla struttura dei tre regni, sul sistema morale e punitivo del- l’Alighieri, e illustrazioni filologiche e polemiche. Storia lunga copiosa accidentata della fortuna esterna del Poeta, da farne una biblioteca; la quale può dimostrare come si possa infini- tamente amare un genio come un uomo qualsiasi, dell'uno o dell’altro sesso, senza intenderlo. La stessa sorte toccata a Vico nel primo secolo dalla sua morte. Ma non accade altret- tanto agli uomini grandi anche nella vita quotidiana ? Una folla di mediocri li riverisce e si dà attorno per provar loro una sconfinata devozione: ombre che li seguono per tutto dove possono, e fan corteo pompeggiandosi dell'onore che è APPENDICE II 409 per loro la familiarità con quegli uomini illustri. E in verità la costoro intelligenza, per modesta che sia, non è del tutto chiusa a una certa vaga ma insistente e ferma intuizione di ciò che è grande; ed è causa infatti che i grandi si rassegnino e non sentano fastidio di siffatti corteggiamenti e persecuzioni da sottrarvisi a forza; giacché, sia pure in forma banale e stucchevole, una testimonianza è loro tributata da siffatta compagnia: la testimonianza ingenua e perciò immediata, schietta, sincera di un consenso che è conforto ambito dal genio: la conferma del valore della sua opera che nell’appro- vazione ed ammirazione degl’ incolti e dei semplici può avere anche maggior peso del giudizio dei dotti fondato su ragioni sempre discusse e sempre discutibili. Che se l’uomo grande sente dentro di sé la voce che l’approva e l’assicura, quando questa voce interna riecheggia da altre anime plaudenti, acquista solennità, come di voce di popolo che è voce di Dio. Dentro perciò la fortuna esterna corre un filo d’oro, più o meno consapevole, di critica interna e di serio e obbiettivo giudizio, quasi di progressiva conquista che il genio fa grada- tamente degli spiriti di un popolo, attraverso i quali si viene rivelando e si attua in tutta l’energia della sua potenza ispi- ratrice e formativa anche al di là dei limiti segnati alla co- scienza dell’ individuo dalla sua esistenza mortale. Tanto è difficile dire ciò che della realtà storica è opera di un individuo determinato, e ciò che dei suoi fantasmi e de’ suoi pensieri è svolgimento e maturazione dovuta alla collaborazione delle menti, in cui la vita di quello si perpetua e più compiuta- mente si realizza. La fortuna esterna di Vico culmina nelle ricordate edizioni delle sue opere a cura di Giuseppe Ferrari, che sciolse il voto ardente dei patrioti napoletani del ’99, specialmente di Vincenzo Cuoco, raccoglitore sui primi del secolo degli scritti vichiani dispersi, propagatore assiduo di alcuni de’ concetti più originali di Vico nella Milano di Monti, Foscolo e Manzoni e propugnatore appunto di una edizione completa delle opere. I lavori illustrativi e critici di Ferrari sono ancora parziali e talvolta unilaterali intuizioni di quella « mente di Vico », che lo scrittore milanese fece tema di molte esercitazioni 4IO STUDI VICHIANI storiche e filosofiche tra l’erudito e il brillante. Ma hanno valore di gran lunga inferiore delle sparse osservazioni in cui, poco meno di mezzo secolo innanzi, aveva spaziato l’alto intelletto di Cuoco, storico e pensatore politico di razza. La vera scoperta di Vico fu resa possibile dopo Ferrari, quando la storia del pensiero italiano si rinnovò e trasfigurò sotto l'influsso dei movimenti spirituali d’oltralpe del periodo romantico. Comunque, nei decenni della lunga vigilia Vico fu presente e operò nel pensiero italiano. Quello che ne apprese Cuoco e trasfuse nel suo Saggio sulla rivoluzione napoletana e nel suo romanzo Platone in Italia, s' è dimostrato in tutta la sua importanza quando codeste opere negli ultimi decenni le abbiamo potute a nostra volta rileggere e vedere nello spirito che le animava e che più chiaro ed organico era manifesto negli articoli anonimi che Cuoco nei primi anni del secolo pubblicò a Milano nel Giornale Italiano. Articoli per più di un secolo dimenticati; ma avevano fecondato le menti dei lettori contemporanei, e più tardi fermata l’attenzione di Mazzini giovane; il quale ne trascrisse qualcuno ne’ suoi Zibaldoni, traendone ispirazione alla politica unitaria e co- struttiva di cui doveva essere l’apostolo. Quella politica che insegnò agl’ Italiani, ed è da augurarsi che possa tuttavia insegnare, che la libertà — e quindi l’unità e l’ indipendenza — d’un popolo non può essere un grazioso dono degli altri, ma una conquista a prezzo di sacrifici e di piena dedizione. Che era concetto vichiano: non esserci valore spirituale che possa provenire d’altronde che dallo spontaneo sviluppo della stessa attività dello spirito. E non basta il binomio Cuoco-Mazzini a provare la grande importanza storica dell’azione esercitata dal Vico in questo periodo in cui si può dire che egli ancora si cerchi e non si trovi? Ma giova pure avvertire che tutto vichiano, quasi nello stesso tempo, è il concetto dell’uomo, e quindi del- l’ Italiano, di Vittorio Alfieri: vichiana l’anticipazione ch'egli pur fa della conquista ulteriore di uno degli elementi più cospicui dell’ italianità quale prese forma e splendore nella coscienza della nuova Italia: voglio dire del giudizio su Dante, APPENDICE II 4II che prima Vico e poi l’Alfieri cominciano a vedere nella sua reale grandezza poetica. E da Vico e da Alfieri il giudizio passa in Foscolo, Mazzini e Gioberti, massime in questo, e diventa uno dei cardini della coscienza nazionale esaltata nel Primato. Non è possibile asserire che Alfieri abbia letto Vico. Ma, oltre il giudizio su Dante, un altro punto ravvicina Alfieri a Vico: il suo misogallismo, che in Vico è critica di Cartesio e del suo astratto razionalismo; critica che diverrà uno dei motivi dominanti della filosofia giobertiana, ossia una delle forme principali della mentalità italiana del secolo decimonono, come fu in Vico un precorrimento del Romanticismo. Con Rosmini poi e con Gioberti, segnatamente con Gioberti, dei nostri pensatori del Risorgimento il più affine a Vico pel carattere realistico, storicistico e spiccatamente religioso della sua filosofia, Vico comincia a campeggiare nel quadro del pensiero italiano; e la sua figura giganteggia, erma colossale nel cammino del nuovo popolo che s’avanza sulla scena della storia europea. Tutti gli altri nostri filosofi, dopo il Rinasci- mento, parteciparono al lavoro speculativo degli altri paesi, s’ interessarono a problemi sorti fuori d’ Italia, echeggiarono idee maturate altrove; si tennero al corrente, ma non ebbero una propria fisonomia. Vico fu solo, in disparte, in alto, con una potente originalità di pensiero, tanto connesso all’ intima storia della mente italiana, quanto difforme e divergente da ogni filosofia esotica, e perciò poco accessibile e poco apprez- zato dagli stranieri. Filosofo italiano per eccellenza, espressione profonda del genio della stirpe; il quale veniva incontro a questa nel momento in cui questa sentiva più vivo il bisogno di sentire indipendente e originale e possente la propria per- sonalità nazionale. Italianissimo Vico; vichiana la nuova Italia, che, riconquistando energica coscienza di sé, sentiva maturare in se stessa il suo nuovo destino. Una delle guide spirituali dell’ Italia del Risorgimento, come tutti sanno, Alessandro Manzoni. Di Manzoni, che in gioventù fu amico di Cuoco e sentì la sua influenza anche per l'apprezzamento di Vico, sono celebri quelle pagine del Discorso sopra alcuni punti della storia Longobardica in cui 412 STUDI VICHIANI si paragona Muratori a Vico, e si esalta il secondo come com- plemento essenziale della storia tutta fatti e documenti. Giudizio schiettamente vichiano anch’esso, poiché fu Vico a indicare, com’egli diceva, l’unità della filologia e della filosofia come l’ ideale del sapere storico. Ma chi volesse scrutare gli elementi vichiani della mentalità manzoniana, non si dovrebbe arrestare a quelle pagine. E a me piace ravvisare uno degli effetti di non minore significato dell’azione di Vico su Man- zoni in uno dei caratteri fondamentali della personalità man- zoniana. Il grande scrittore lombardo è sì arguto, sorridente, ironico; ma s’ingannerebbe a partito chi, guardando a questo suo aspetto, si lasciasse sfuggire la serietà profonda, la religiosa austerità, quasi giansenistica, che è alla base della filosofia con cui egli vede la vita in grande e in piccolo, nel tragico de’ suoi eventi maggiori e anche nel comico dei piccoli fatti e individui che vi concorrono. Serietà per cui tutto, anche le cose più umili e banali, hanno il loro peso, e di tutto bi- sogna render conto a Dio, poiché nulla vi è nella giornata di futile, né in alcun momento la vità può togliersi come un passatempo, un giuoco, per cui sia dato scherzare e agire a capriccio. Ogni cosa al suo posto è retta dalla Provvidenza e ha una sua legge divina, che l’uomo deve sapere scorgere e rispettare. E non solo fuero magna debetur reverentia, ma anche all'uomo e al vecchio, e ai morti come ai vivi; e tutto si deve prendere sul serio. Quando l’ Italia cominciò a sve- gliarsi, Manzoni le insegnò quest’arte che è necessaria alla vita; e che, ahimè, non si può dire che tutti gli Italiani ab- biano bene appresa. Quanto avessero bisogno di tale inse- gnamento sanno quanti pongono mente al boccaccesco, al bernesco, o burchiellesco, e a quanto di letterario, e acca- demico, e arcadico l’Italia barocca ereditò dal Rinascimento, quando l’arte e la letteratura fecero divorzio dalla vita e dalla religione a cui la vita necessariamente s’ informa. Di tal vedere tutta la vita in questa serietà che pone l’uomo sempre in faccia a Dio a rendergli conto d’ogni sua azione, d’ogni suo pensiero, d’ogni suo sentimento, grande maestro agl’ Italiani prima di Manzoni era stato Alfieri. Che scrive sì APPENDICE II 413 anche lui satire e commedie; ma è poeta tragico e nelle sue più belle rime d’amore s’ispira a una musa malinconica. Egli non ride, non sa più ridere. E Mazzini e Gioberti? Chi ne conosce 1 ritratti non sa sospettare su quelle vaste fronti un contrarsi anche fugace e atteggiarsi a riso giocondo. Sul loro volto, come su quello del padre Alfieri, quale fu visto dal Foscolo a Firenze, errare dov’Arno è più deserto, :/ pallor della morte e la speranza. Ma il primo esemplare di questa serietà agli Italiani, che avevano tanto riso di tante cose, era stato Vico, che i contemporanei di Napoli poterono — povero Vico vis- suto sempre in angustie domestiche, in umiltà di stato, tra disagi dolorosi, in malferma salute, costretto a mendicare come il pane quotidiano accattato a frustoa frusto con lezioni private poiché lo stipendio universitario era oltremodo magro, così il sorriso dei potenti e la stima dei coetanei — poterono, dico, raffigurare satiricamente come un malinconico disgra- ziato; e che ne’ suoi scritti non abbandona mai il tono solenne e sacerdotale del maestro di verità, se non per qualche raro sfogo di polemica amara, ché nessuna facezia, nessun tratto di spirito riesce mai a liberare lo scrittore dalla stretta che lo avvince al suo argomento. Anche nel suo volto severo il pallore della morte. Pregio ? difetto ? Il riso, che è pure uno dei segni superiori dell'umana intelligenza, è sempre difetto se prima non sia passato, come passa in Manzoni, attraverso il tragico, che è sempre nella vita per l’uomo che senta Dio o il suo destino. E finché questo tirocinio non sia compiuto, finché non si sia gustato del calice amaro della vita sperimentata come duro sforzo di abnegazione etica, il riso è fatuità insana e corrut- trice. Da Vico a Manzoni è un tono affatto nuovo nella let- teratura e cioè nell’anima italiana. Il tono di quegl’ Italiani seri che giuravano di credere ora e sempre, e sentivano la santità del giuramento; degli Italiani pronti a morire per la loro fede, che fu la sostanza della loro Patria. Vico per altro non si lega strettamente alla storia del pen- siero italiano come un precursore di idee e di caratteristiche vitali del pensiero italiano posteriore. Egli una volta apparve un’oasi nel deserto, un miracolo nel secolo dei razionalisti e 27 414 STUDI VICHIANI dei matematici: singolare nel tempo suo, staccato dal suo prossimo passato come dal tempo che lo seguì; e tardi gli storici si accorsero di dover ritornare a lui per continuarlo. Ma la verità è che come da Vico procede, dapprima in modo oscuro e poi con coscienza più chiara e critica, l’ Italia moderna, egli non si stacca dal fondo del glorioso Rinascimento, quando l’ Italia toccò le più alte cime della sua genialità creatrice. Gli studi recenti hanno dimostrato che egli, quando leva al cielo Platone, ha la mente piuttosto ai Platonici italiani del Quattro e del Cinquecento, massime al Ficino e al Pico; e che a molti segni è dato argomentare che del movimento platonizzante italiano — che doveva pure esercitare un forte influsso in Inghilterra da Bacone in poi orientata verso la scienza italiana, come già verso la nostra letteratura — Vico dové conoscere anche i rappresentanti più maturi, se pur la pietà religiosa gli vietò di nominarli, Bruno e Campanella; e opere di loro, molto rare, poté leggere nella Biblioteca Val- letta (passata poi ai Padri dell’Oratorio); e tracce del loro pensiero si trovano infatti non infrequenti nei suoi scritti; e partecipò al moto spirituale suscitato dal rinnovamento scientifico di Galileo: anche lui legato al movimento filosofico dei platonici fiorentini. Lo studio dei primi scritti e di alcune delle idee maestre di Vico ha messo in chiara luce questi suoi rapporti con la filosofia italiana del Rinascimento. Della quale è traccia anche in certe forme antiquate del suo pensiero — questioni che si propone, autori che amò citare, ormai, al suo tempo, generalmente dimenticati, e modi di dire che talora paiono sue invenzioni e hanno anch'essi una storia. E la dottrina di Giambattista Vico può per molti rispetti esser considerata la conclusione di quella filosofia. Talché in lui si annodano e si saldano la filosofia italiana dei nuovi tempi — che torna a partecipare con sue proprie esigenze e una sua nota originale al comune lavoro speculativo del- l’ Europa — e la filosofia italiana del Rinascimento, che aveva fatto epoca, e attirato l’attenzione universale; e di fronte alla Riforma e alla Controriforma aveva rappresentato un indirizzo di pensiero libero da’ più angusti preconcetti delle parti opposte, e quindi capace di conciliare le avverse APPENDICE II 415 ragioni degli uni e degli altri in una concezione realistica dell'unità insopprimibile dell’ individuo e della obiettiva realtà storica; in quella che il Gioberti dirà la dialettica della libertà e della autorità. In Vico dunque il centro di tutto il pensiero italiano. Riassume egli il passato e, approfondendo i principii, anticipa l'avvenire. E quando nel secolo del Risorgimento si alza nell'animo degli Italiani come il Maestro, in lui, ancorché oscuramente, essi sentono rivivere tutti i grandi pensieri per cui l’ Italia del Rinascimento fu un faro di luce a tutto il mondo moderno: e fu l’Italia che elevò l’uomo nella co- scienza delle sue divine prerogative e della potenza creatrice del suo pensiero, esploratore e dominatore della natura, sco- pritore e inventore, instauratore del regno dello spirito nel mondo, Cristoforo Colombo e Leonardo da Vinci; l’uomo conscio della miracolosa arte che possiede nel pensiero, e che fa di lui un secondo Dio continuatore del primo; e gli fa toc- care il fondo della verità cristiana, per cui Dio s’ incarna nell'uomo; dell’uomo peccatore, ma che deve redimersi anche sulla croce per salvarsi e tornare a Dio; e su questa via di redenzione è naturaliter Christianus, perché attua la sua vera natura; portato perciò a creare un suo mondo: mente che non è solo mente umana, ma umana insieme e divina. Grande fiducia perciò dell’uomo in se medesimo; ma fondata sulla fede che è la sua vita, che nel suo pensiero si adempia il pensiero di Dio, e che perciò questi sia presente a noi, più che noi non si sia a noi medesimi. E sarà la gran fede cristiana di Manzoni; ma sarà anche il grande insegnamento religioso (ahi non sempre compreso !) del motto mazziniano: Dio e Popolo; come sarà il significato della doppia formola (l'Ente crea l'esistente e l'esistente torna all’ Ente) che il Gioberti met- terà a base d’ogni scienza e della sua stessa dottrina politica. Sono pensieri vichiani; ma Vico li estrasse dalla filosofia del nostro Rinascimento. E ne fece la sua forza di resistenza a dottrine straniere in voga come il germe del suo pensiero vitale. In Europa allora tenevano il campo il razionalismo francese di Cartesio e l’empirismo inglese di Locke. Da Cartesio era 416 STUDI VICHIANI venuto Spinoza col suo monismo panteistico; e si era aperta la via all’illuminismo. Da Locke cominciava a dilagare il sensismo, il materialismo e ogni dottrina negativa della libertà e della sostanzialità dello spirito; nonché lo scetticismo scrol- latore di ogni fede nell’attività costruttiva dell’ intelligenza. A questi movimenti in vario modo metafisici e dommatici o distruttivi del valore del sapere scientifico, e tutti in fine avversi alle credenze morali e religiose che sono a fondamento della sana vita spirituale dell’uomo, si opporrà nell’ultimo ventennio del secolo XVIII la filosofia critica di Kant; la quale finirà col battere in breccia empirismo e razionalismo e col restaurare il concetto della scienza e della libertà umana, operando una radicale rivoluzione nel punto di vista fonda- mentale d’ogni pensiero. Osservò Kant infatti che il mondo che noi dobbiamo conoscere e in cui ci spetta di operare, non è concepibile se non in funzione dell’attività costruttiva dello spirito; attività che è perciò condizione dell’esperienza e non può essere un suo prodotto. Soggettivo quindi il sapere, ma di una soggettività che non infirma il valore del pensiero, una volta che si cessi dal cercare cotesto valore in un im- possibile ragguaglio del pensiero con una realtà in sé irrag- giungibile e puramente fantastica. Purché si apra gli occhi per riconoscere che la realtà da conoscere è la realtà che lo Stesso pensiero costruisce col suo potere creatore universal- mente valido, derivante, di là dall’esperienza, da un principio trascendentale, da cui l’esperienza stessa è resa possibile; e che insomma è l’uomo in quanto è al centro attivo del mondo. Concetto che, una volta enunciato dal grande filosofo ger- manico, ha svegliato nell'uomo la coscienza e la responsabilità di questa sua posizione centrale nell'universo. E da questa coscienza trassero origine le più grandi filosofie del secolo scorso e tutto un nuovo modo di concepire la vita in ogni ramo delle scienze morali e storiche: donde, nei primi decenni del secolo, quel romanticismo che fu sì principalmente un movimento letterario, ma fu pure una vasta riforma di tutta la vita dello spirito e dell’atteggiamento dell’uomo nel mondo. Poiché allora l’uomo si sentì il protagonista non pure di quel ristretto settore della realtà che contrapponendosi alla natura APPENDICE II 417 è governato dalla libertà; ma dell’universa realtà, la natura compresa, che l’uomo anima della sua propria vita interiore, pervadendola del suo sentire e di tutta la forza del suo spi- rito, traendola con l’ impeto della sua passione e con l’energia del suo pensiero dentro alla sua stessa vita, partecipe della sconfinata e possente attività che nella coscienza si svela a Se stessa e si compone e indirizza in assoluta libertà verso 1 fini trascendenti dello spirito. Questo romanticismo è la forma più cospicua della mentalità del secolo XIX nel periodo creatore, che è della prima metà del secolo; creatore del Risorgimento italiano e di tutte le rivoluzioni da cui sorse la nuova Europa. Nella filosofia kan- tiana esso ebbe la sua forma classica, come posizione di pro- blemi radicalmente nuovi e avviamento a un concetto della realtà; il quale poté offendere le intelligenze pigre e adagiate nella comune e immediata concezione del mondo, e suscitare quindi ribellioni e reazioni tenaci e fierissime a guisa di una santa battaglia in difesa del senso comune; ma non perdé più terreno, e s’insinuò anche negli avversari, e divenne a poco per volta come la seconda vista del pensiero umano, sempre più convinto della verità elementare, che questo mondo, in cui viviamo e moriamo, per cui batte il nostro cuore nella scienza e nella vita, è certamente il mondo del- l’uomo: il nostro mondo. Di questo romanticismo il precursore è Vico, critico di Cartesio e di Locke, nemico di ogni filosofare meccanizzante e matematizzante, consapevole dell’originalità dello spirito e della sterilità di un sapere tutto deduttivo e analitico; sensi- bilissimo alla profonda differenza tra la realtà umana, che è sintesi, creazione, libertà e conoscenza di sé, e la pretesa natura che l’uomo si trova davanti come creata da Dio senza il suo intervento e concorso; tutto rivolto quindi a quello che egli chiamava « mondo delle nazioni », la storia, creazione dell’uomo, « prodotto della umana mente ». Dentro il quale la mente perciò sl ritrova, si orienta e opera sicura senza uscire da sé: e opera non pure come ragione con la scienza e la filosofia, ma opera già come senso e fantasia, già con l'animo ancora « perturbato e commosso ». E questo non ha 418 STUDI VICHIANI bisogno di aspettare il sorgere della ragione tutta spiegata per credere nella divinità, scoprire la propria immortalità e farsi un sistema di concetti universali, sebbene fantastici. Fantastici, ma già veri, pregni di sapienza poetica, che ha la sua logica, e precede quella dei filosofi. E lo spirito è sempre tutto, ogni sapere e ogni virtù, anche nella sua infanzia; un eterno sviluppo, un continuo progresso, onde l’uomo è sempre lo stesso uomo e un uomo sempre diverso, attraverso tutte le età della vita individuale e tutte le epoche che si possono distinguere nella storia: un uscir d'infanzia e pro- cedere dalla fanciullezza all’età matura per tornare poi alle origini, in un perpetuo ritmo di corsi e ricorsi, dalla barbarie alla civiltà della «ragione tutta spiegata ». Questo ritmo rende possibile un Medio Evo barbarico dopo le età luminose di Grecia e di Roma, ma non va preso, s’ intende, alla lettera, poiché a base del processo temporale in cui le epoche si suc- cedono Vico vede una storia ideale eterna, in cui la succes- sione è contratta nell’ immanente vita dello spirito, dove l’ infanzia e la fanciullezza son dentro allo stesso adulto; come l’adulto è nel bambino; e la poesia non è cacciata di nido dalla filosofia, ma ne è come l’anima interna e la sca- turigine segreta. Mai filosofo aveva visto così addentro nei recessi dello spirito, e compreso come Vico la serietà della poesia, cioè della forma più ingenua e primitiva dello spirito; che i filosofi, da Platone a Cartesio, tendevano piuttosto a disprezzare, quasi che la ragione — con le idee innate di Platone, e le idee chiare e distinte di Cartesio — fosse una subitanea e immediata rivelazione, una luce trascendente che potesse a un tratto folgorare e distruggere, come inadeguati e vani tentativi, le forme inferiori dello spirito. Per Vico nel piccolo c’ è il grande; nella poesia la serietà e il significato della più illuminata sapienza: ogni forma, completa coscienza nell'uomo della sua interiore divinità. E questa fin da principio presente nella religione, madre d’ogni umanità, e però d'ogni civiltà: anch’essa destinata a purificarsi e ad elevarsi dalle concezioni materiali a quelle più astratte e ideali: ma palese sempre in ogni forma anche in APPENDICE II 419 apparenza più ripugnante al sentimento raffinato della cul- tura; poiché la Provvidenza, come scopre Vico, fa degli umani vizi virtù. La Provvidenza è quel «comune senso » che fa uomo l’uomo, quel pensiero profondo dalla logica infallibile che muove e dirige tutte le azioni degli uomini, vicini a Dio e sotto la sua guida anche quando ne sembrano più lontani. E tanto più l’uomo si profonda in se stesso, tanto più si coltiva ed impara, e tanto più sente e scopre il divino nell’animo proprio. E si accerta della verità del principio kantiano, da Vico, set- tanta anni prima della Critica della ragion pura, scolpito nel motto famoso: verum et factum convertuntur, che diverrà la chiave di volta della sua Scienza Nuova: che cioè la verità non è scoperta da noi, ma fatta; ossia che il vero mondo non è un antecedente dello spirito ma il mondo che egli crea come regno dello spirito: l’arte, la religione, la scienza, lo Stato, tutta la storia, che diventa intelligibile se viene intesa come opera dell’uomo. Diventa intelligibile, si giustifica e riempie il cuore dell’uomo del nobile orgoglio della sua po- tenza e insieme del più umile sentimento di religiosità: poiché egli non può non sentire in sé autore del mondo una potenza superiore che trascende la sua limitata personalità e attua all’ infinito la sua virtù creatrice. Idee oscure, che sono però convinzioni piantate nel più profondo dell'animo. Come Vico le volle trovare e additare nel mondo del diritto prima e poi in tutta la storia, splendenti di subitanei bagliori che illuminano di luce vivissima aspetti vari e diversi della vita degli individui e delle nazioni più familiari alla cultura classica e moderna di Vico. Semina flammae, pensieri suggestivi, verità improvvise e lampeggianti, tanto più accolte con meraviglia e con gioia, quanto più lar- gamente profuse a piene mani in mezzo ad astruse osserva- zioni quasi secentescamente ingegnose e ad un’erudizione classica e moderna non di rado indigesta e mista di fantasie favolose. Molti motti pregnanti di Vico, come tanti versi di Dante, son divenuti proverbiali; e molti egli perciò ne si- gillò col nome di «degnità», come a dire assiomi; e sono spesso il distillato della più meditata filosofia. In queste luci, che nella maggiore opera vichiana, che fu poi l’opera di tutta la 420 STUDI VICHIANI sua vita, abbozzata prima e poi ripresa più volte, e ritoccata sempre fino alla morte con innumeri postille e annotazioni, brillano come stelle splendenti in un firmamento caliginoso, è la bellezza, l’attrattiva, il fascino di Vico. In queste luci il maggior motivo che, anche al lettore intricato nelle mille difficoltà che in menti inesperte suscita la lettura dello scrit- tore napoletano, fa amare questo libro difficile, aspro, duro; che tuttavia non si può deporre senza che rinasca la brama di riprenderlo e ritornare a leggerlo con la speranza di capirci prima o poi qualche cosa di particolarmente importante e di scoprire una paglia d’oro in mezzo al terreno sabbioso. Qui l’ incanto della Scienza Nuova, in cui gl’ Italiani ve- dranno sempre l’estratto della più riposta sapienza dei loro padri e la sorgente inesausta della verità a cui s’abbevera il pensiero moderno: il segreto della. filosofia che concilia l’uomo con Dio, gl’infonde la fede nella vita, e gli fa sentire dentro non so che divino che lo eleva al di là di tutti i limiti del- l’umano e di tutte le miserie terrene, senza farlo cedere perciò alla tentazione del maligno, anzi raumiliandolo ad ora ad ora nel sentimento del nulla che l’uomo è appena si allontani da Dio. Fu cattolico o immanentista ? Questione spesso dibattuta quasi per dividere gli animi concordi nel sentire la grandezza di Vico: questione di scarso interesse storico e che si risolve negando che per Vico ci potesse essere tra i due termini l’op- posizione inconciliabile che c’è per chi si domanda se egli fu cattolico o immanentista. Nessun dubbio che egli si sarebbe ribellato a chi lo avesse voluto tirare da una parte o dall’altra. E nessun dubbio, perciò, che l’ insegnamento di Vico non è fatto per dividere gl’ Italiani; i quali vogliono una filosofia dell’ immanenza, che concentri nella libertà dello spirito l’ infinito universo, ma vogliono pure vivere della fede della loro tradizione vittoriosa. Esso li inviterà sempre a cercare in se medesimi il principio in cui le parti avverse potranno conciliarsi superando gli esclusivismi che han sempre del paradosso e del fazioso. Da Vico impareranno sempre gl’ Ita- liani a disdegnare le fazioni. 1044. INDICI Digitized by Google INDICE DEI NOMI Agostino (sant’), 26, 49 n., 60, 145, 147, 148, 149, 150, I5I, 152, 153, 156, 158 e n, 175 N., 402, 403. Alembert (Jean-Baptiste Le Rond, detto d’), 311. Alessandro Magno, 304. Alfieri (Vittorio), 410, 4II, 412, 413. Alighieri (Dante): v. Alighieri. Amabile (Luigi), 32 n., 48 n,, 5I n. Amadeo (Federico), 218 n., 234 n. Anassagora, 130, 29I. Andradio [Diogo Andrada de Payval], 146. Andrés (Juan), 302 n. Andria (Nicola d’): v. D'Andria (don Niccola). Andronico (Lucio Livio), 283. Anfione, 85. Angeli o Angioli o Angelis (Gherardo de), 197 n, 198 e n., 199 n.,, 200, 20I n, 345 n. 348 n.,, 350 n, 351 e n., 352 n. Antonio da Palazzolo: v. Ceraso da Palazzolo (p. Francesco Antonio). Appel (Ernst), 73 n. Aragona (Isabella d’): Dante 20I n, v. Isa- bella d’Aragona, duchessa di Milano. Archenholz (Johann Wilhelm), 254. Archimede, 69, 291. Ardigò (Roberto), 104. Arditi (Michele), 302 n. Argento (Gaetano), 188. Ariani (Agostino), 48 n. Ariosto (Ludovico), 305, 364. Aristotele, 27, 28 e n., 29 n.,, 34 n., 76, 77,80, 115,137 en., 138, 266, 289, 297, 320, 33I. Astore (Francesco Antonio), 307 n., 308 n. Athias (Giuseppe), 207 n. Attila, 83 n. Augusto (Gaio Giulio Cesare Ottaviano), 304. Aulisio (Domenico), 95. Averroè, 28 n., 29 e n. Ayala (Mariano d’): v. D’Ayala (Mariano). Bacchini (Benedetto), 6. Backer (Augustin de), 146 n. Bacon (Francis), 39, 40, 113, II4, IIS, II8 n., I20, 177, 260, 313, 326 n., 380, 333, 401, 414. Barbapiccola (Giuseppa Eleo- nora), 5 e n., 201 e n.,, 203. Barone (Nicola), 215 n., 295 n. 424 Batteux (Charles), 308 n. Beccadelli (Giuseppe), marchese della Sambuca, 234, 235 e n., 292, 294. Beltrani (Giovanni), 235 n. 237 n., 238 n., 281 n. Bembo (Pietro), 353. Bertana (Emilio), 9 n. Bertini (Giovanni Maria), 130 n. Bianchi (Michele), canonico, 332, 333 € N., 334, 335. 330 e n., 337, 333. Biante di Priene, 43. Boccaccio (Giovanni), 27, 297. Bochache [don Uomobuono de’ Buchachi], 282 e n. Boeckh (August), 325 n. Bolafîios o Burafios (Giuseppe), arciv. di Nisibe, 267 e n. Bonaparte (Giuseppe), re di Napoli: v. Giuseppe Bona- parte. Borbone (Francesco), 278. Borbone (Luigia Amelia di): v. Luigia Amelia di Borbone. Borgia (Stefano), card., 185 n., 286 n. Bouhours (Dominique), II. Boyle (Robert), 36, 40. Brancaccio (Giovanni), 227), R20: Brancone (Gaetano Maria), 170, 201,223, 224, 225, 220, 227; 228 n., 230 n., 233 n. Bruers (Antonio), 118 n. Bruno (Giordano), 29 e n., 3I n., 34 N, 35 en. 45 N, 46 e n., 47, 43 e n., 49 e n,, 50 n., 5I e n., 64, 74, 104, 226, 125 n., IqI, 200 n,, 414. Bruno (Michelangelo), 200 n., 295 n. Brunschvicg (Léon), 24 n. Buchachi (don Uomobuono de’): v. Bochache. Buffa (Domenico), 195 n., 1906 n. Bulifon (Antonio), 74 n. . Capobianco INDICE DEI NOMI Buonocore o Boncore (Fran- cesco), 209 e n., 2I0, 2II. Calà Ulloa (Pietro), 296 n.,, 303, 309 N., 333, 334 € N., 338. Calogerà (Angelo), 288. Caloprese (Gregorio), 28 n. Calvino (Giovanni), 148. Campanella (Tommaso), 4, 3I n., 32 n., 33 n., 49 n, 62 n., 117 n., II8 n., 139, 175 N., 414. Campolattaro (march. di), 239. Campolongo (Emanuele), 254 n, 270, Canisio (Enrico), 24. Cannavale (Ercole), 289 n. Cantelmo (Andrea), 95. Cantelmo (Ippolita), duchessa di Bruzzano, 192, 197 e n,, 198. Cantini (p.), 49 n. Cantoni (Carlo), 4I e n. Capasso (Gaetano), 326 n. Capasso (Nicola), 188. Capecelatro, arciv., 302 n. (Alberto Maria), arciv. di Reggio, 243, 244 n., 252 n. . Cappiello (Felice), 233 n. Capponi (Alessandro Gregorio), 207 n. Capua (Lionardo di): v. Lio- nardo di Capua. Capuano (G.), 327 n. Caputo (Emanuele), 294. Caracciolo (Tommaso), march. di Casalbore, 203 n., 355. Carafa (Antonio), 95, 177, 196, 200, 384. Carcani (Gaetano), 302 n. Cardano (Gerolamo), 3I. Carelli (Francesco), 302 n. Cariteo (Benedetto Gareth, detto il), 289 n. Carlo di Borbone, re di Napoli, INDICE DEI NOMI 209 N., 2I5, 217 e n., 218 n,, 223 n., 225, 266, 267 e n.,, 208 n., 269, 270 e n., 271, 272. © Di. 273/274) 275-00-Dag 280, 281, 378. Carlo VI d'Austria, 98. Carneade, 122, 130, 29I. Cartesio: v. Descartes (René). Casa (Giovanni della): v. Della Casa (Giovanni). Castaldi (Giuseppe), 252 n. Castelcicala (principe di): v. Ruffo (Fabrizio). Cavallo (Nicola), 2094. Ceci (Giuseppe), 271 n. Censorino, 186. Ceraso da Palazzolo (p. Fran- cesco Antonio), 4I. Cesare (Gaio Giulio), 304, 365. Cheminello, 285 n. Chemnitz (Martin), 146. Chiaiese (Giovanni Antonio), 98, 207. Chione, 43. Ciampitti (Nicola), 246, 249, 250, 251, 252 n., 253, 301, 302 n., 315, 328 n., 332, 333. Cicerone (Marco Tullio), 27, 116 e n., II8 n., II9, 130 n., 290, 320, 323, 335. 364, 305, 366, 367. Cimarosa (Domenico), 295 n. Cimini o Cimmino (Angiola), marchesa della Petrella, 197 e n., 213, 343, 345 N. 346 n., 347 n., 348 n., 337. Clemente XII papa, già card. Lorenzo Corsini, 168 e n.,, 169 n., 204-I4. Colangelo (Francesco), 337. Colecchi (Ottavio), 337. Colletta (Pietro), 278 n., 293 n., 300 e n., 302 n., 333. Colombo (Cristoforo), 33 n., 415. Colonia (De): v. De Colonia (Dominique). Concina (Daniele), 219 e n. 425 Concina (Nicola), 5 n., 6, 219 e n., 220. Condé (Luigi II di Borbone, principe di), 146. Conforti (Raffaele), 339. Conforto (Francesco), 294. Confuorto (Domenico), 48 n. Conti (Antonio), 3, 171, 285 n. Corneille (Pierre), 305. Cornelio Nepote, 364. Cornelio (Tommaso), 39 e n., 49 N., 95. Corradini (Ferdinando), 245, 250, 25I, 360. Correra Pluncket (Luigi), 198 n. Corsano (Antonio), 377 n. Corsini (Lorenzo): v. mente XII. Corsini (Neri), card., 214 e n. Cortese (Nino), 247 n., 288 n. Cosenza (Gian Carlo), barone, 195 N. Cotugno (Domenico), 302 n. Cotugno (Raffaele), 13-16. Crisippo, 115. Cristo, 49 n., 158. Cristofaro (Giacinto de): Cristofaro (Giacinto). Croce (Benedetto), 4 n., 5 n, 9 n., 14, I5, I6, 20 n., 28 n,, 29 n., 32 n.,, 33 n, 39 n, 42 n., 52 n., 66 e n,, 70 n,, 95, 98, 104 n., II2, 130 n,, Cle- v. De 135, 139, 167 n., 17I n, 173, 174, 192 nN., I94 n, 195 n., 20I n., 202 n., 204, 205 N., 206 n., 207 n., 208 n., 209 n., 210 n., 2II n., 2I7 n., 218, 219 n., 229 n. 23I n., 241 n., 256 n., 260 n., 27I n,, 284 n., 285 n., 286 n., 295 n., 206 n., 300 n., 304 n., 307 N., 308 n., 313 n., 320 n., 326 n., 339 N., 346 n., 374 n., 377 DN, 399. Cuoco (Vincenzo), 241 n., 287 426 e n., 288 n., 314 n., 3I5-27, 331, 337, 390, 409, 4I0, 4II. Cusano (Niccolò), 125. Cygne (Martin du): v. Cygne (Martin). Du D’Alembert: v. Alembert. D'Andria (don Niccola), 295. Daniele (Francesco), 218 n., 285 e n., 286 n., 302 n. Dante Alighieri, 27, 297, 300, 305 N., 3II, 395. 407, 498, q4IO, 4II, 419. D’Ayala (Mariano), 307 n. De Angelis o degli Angioli (Gherardo): v. Angeli o An- gioli o Angelis (Gherardo de). De Bottis (Gaetano), 276 e n. De Cesare (Bartolomeo), 275 n. Dechamps (Étienne) [pseud. Antonius Richardus), 145, 146, 147, 149, 152, 153, 160. De Colonia (Dominique), 320 n. De Cristofaro (Giacinto), 48 n., 49 n. De Dura (Ippolita): v. Dura d’' Erce (Ippolita di). 24I n. De Gérando (Joseph-Marie), 287, 316 n. De La Ville (Lodovico): v. Ville-sur-Yllon (Lodovico de la). Delfico (Melchiorre), 302 n., 315, 321, 327. Del Giudice (Giuseppe), 181, 133. Della Casa (Giovanni), 353. Del Pozzo (Luigi), 252 n. De Marco (Carlo), 292, 2094. De Martino (Filippo), 254 e n., 255 n., 256 e n., 257. Demetrio Falereo, 310. Democrito, 76, 77, 186. Demostene, 53, 291, 296. De Rosa (Nicola), vescovo di Pozzuoli, 226, 227 n., 228. INDICE DEI NOMI De Rosa di Villarosa (Carlan- tonio): v. Villarosa (Carlan- tonio De Rosa di). De Rosa di Villarosa (Tommaso e Vincenzo), 194 n., 36I n. De Sanctis (A.), 283 n. De Sanctis (Carlo), 332 n. De Sanctis (Francesco), 29 n., 241 n., 306, 3II, 32I, 322en.,, 332 N., 337. 339 e n., 408. De Sariis (Alessandro), 233 n., 234 N., 293 n., 294 n., 3I7 n. Descartes (René), 5, II, 12, 22, 24, 28, 36, 37, 38, 40, 44, 46, 55, 50, 57. 58, 59, 61, 76, 77, 79, 106, 114, IIS, 12I, 122 e n., 123, 133, 138, 183, 20I n., 297, 380, 383, 334, 391 n., 399-405, 4I1, 415, 417, 418. De Simone Brouwer (F.), 308 n. Destito (Pietro), fratello di Te- resa Caterina, 196 n. Destito (Teresa Caterina), mc- glie del Vico, 196 e n. Di Capua (Lionardo), 27 n., 39, 95. Di Gennaro (Antonio), duca di Belforte, 257 e n. Di Marzo (Girolamo), 244 n. Diodati (Domenico), 236 n., 238. Diodati (Luigi), 317 n. Diogene Laerzio, 34 n. Donati (Benvenuto), 22 n., 92-94, 168 n. D'’ Onofri (Francesco), 268 n., 271 n., 272 n., 273 n., 362 n. Doria (Paolo Mattia), II, 99, 197, 345 N. Du Cygne (Martin), 320 n. Du Marsais (César Chesneau), 318 n., 320, 323. Dura d’Erce (Ippolita di), 203 n., 355 e n. Dura d’ Erce (Orazio di), 203 n., 355 N. INDICE DEI NOMI Elisabetta Farnese, regina di Spagna, 269. Ellis (Robert Leslie), 118 n. Ennio (Quinto), 283. Epicuro, 36, 76, 186, 187, 266. Erce (Ippolita di Dura de’ duchi d’): v. Dura d’Erce Erce (Orazio di Dura, duca d’ Erce): v. Dura d’Erce. Ermete Trismegisto, 53, 108. Eschilo, 310. Esperti (Francesco Saverio), 284 e n. Esperti (Giuseppe Luigi), 157, 207 n., 210, 284 n. Este (Aurelia d’), 5. Euripide, 305, 3I0. Fabroni (Angelo), 1091. Faggi (Adolfo), 41 n. Fagiuoli (Giovanni Battista), 3. Falconieri (Ignazio), 241 e n., 274, 287. Fantoni (Giovanni), 257. Farnese (Elisabetta): v. Elisa- betta Farnese, regina di Spagna. Fénelon (Francois de Salignac de la Mothe), 305. Ferdinando I d'Aragona, re di Napoli, 289. Ferdinando II delle Due Sicilie, 338. Ferdinando III di Lorena, gran- duca di Toscana, 278 n. Ferdinando IV di Napoli, poi I delle Due Sicilie, 218 n., 220, 232 n., 233 e n., 240, 268 n., 269, 272 n., 273, 274, 275, 277, 279, 280, 281, 292, 296, 298 e n., 300, 328, 333, 369. Ferdinando VI, re di Spagna, 268 n. Ferdinando di Borbone, duca di Parma e di Piacenza, 278 n. 427 Fernindez Pacecho (Giovanni Emmanuele), duca d’Ascalo- na e marchese di Villena, 98. Ferrari (Giuseppe), 13, 28 n., 33 n., 60 n., 65 n., 71 n., 72 n., 74 n., II4 n., 120 n.,, 13I n., 154 n., 155 n., 157 n., 158 n., 173, 175, 176 n. 179, 180 n., 198 n., 200 n,, 201 n., 203 n., 205, 209 n, 210 n., 213 n., 345 n., 346 n., 395 n., 408, 409, 4IO. Ficino (Marsilio), 28, 29 e n.,, 30, 3I e n., 33, 34 e n., 35 N., 36 n., 47 n., SI, 6I, 62, 64, 65 n., 66, 73 n., 78, 105, 108 n., 123, 135, 139, 140, I4I, 402, 414. Ficorilli (Giovanni Battista), 328 n., 329 n., 330 n. Filangieri (Gaetano), 104, 313. Filippo V re di Spagna, 98, 269. Filolao, 108. Filomarino della Rocca (Giam- battista), 188. Filomarino della Torre (Mar- cello), 65. Filone di Alessandria, 68. Finamore (Silvestro), 238, 281, 282, 369, 370. Finetti (Gianfrancesco), 377 n. Fiordelisi (Alfonso), 241 n., 302 n. Fiorelli (Giuseppe), 281 n. Fiorentino (Francesco), 31 n. Flauto (Vincenzo), 299. Flint (Robert), 29 n., 41, 42 n. Fornari (Vito), 334. Foscolo (Ugo), 12, 396, 409, 4II, 413. Francavilla (principe di), mag- giordomo reale, 235 n. Francesco imperatore I d’Au- stria, II del Sacro Romano Impero, 278 n. Francesco I di Borbone, re delle Due Sicilie, 278 e n. 428 Freudenthal (Jacob), 24 n. Frongillo (Nicola), 240. Furcheim (Friedrich), 281 n. Fusco (Antonio), 200 n. Gabrieli (Giuseppe), 5 n. Gaetani di Laurenzano (Car- lotta) 223. Galanti (Giuseppe Maria), 297 n. Galasso (Antonio), 4I e n, 96, 196 n. Galdi (Matteo), 327 n. Galiani (Celestino), 207 n. 2II n., 2I5 e n., 217, 22I, 222, 223, 224, 225) “220; 230 n. Galiani (Ferdinando), 235 n., 296, 317 n. Galilei (Galileo), 3, 4, 5, II, 114, 118 n., 123, 383, 401, 414. Galizia (Nicola), 48 n., 49 n. Galliano (C.), arciv. di Tessa- lonica, 225. Galuppi (Pasquale), 104, 331, 337. Gamberale (Luigi), 282 n. Gareth (Benedetto), detto il Cariteo (v.). Gargiulo, 302 n. Gassendi (Petrus), 3, 4, II, 22; 35 Gatta, 234 n. Gatti (Serafino), 252 n. Gàurico (Luca), 289 n. Gàurico (Pomponio), 289. Gellio (Aulo), 282. Gennaro (Antonio di): v. Di Gennaro (Antonio). Genoino (Giulio), 195. Genovesi (Antonio), 265, 297 e n., 33I n. Gentile (Giovanni), 20 n., 29 n., 33 N., 34 n., 4I n., 46 n, 5I n., 64 n, 73 n., II2 n.,, 136, 139, 175 n., 184 n, 2I1I n., 3I5S n., 316 n. INDICE DEI NOMI Gentile (Giuseppe), ab., 308 n. Gervasi (Nicola), 307 n. Gervasio (Agostino), cappellano maggiore, 23I n., 243. Geulincx (Arnold), 127. Giacco o Giacchi (Bernardo Maria), 48, 49, 207 n., 374 n., 377 DL. Giamblico, 52. Giannone (Pietro), 3, 8, 48 n., 386. Gian Paolo: v. Richter (Johann Paul Friedrich). Giansenio (Cornelio), 147. Gigli (Donato), ab., 302 n. Gioberti (Vincenzo), 936 n., 396, 4II, 413, 4I5. Giordano (Antonio), can., 180. Giovanni Evangelista (San), 59, ISI. Giuseppe Bonaparte, re di Na- poli, 253, 301, 302 n., 303. Giuseppe da Madrid, confessore della regina Maria Amalia, 267 n. Giustiniani (Lorenzo), 234 n. Goethe (Johann Wolfgang von), 104. Grandi (Guido), 6. Gravina (Gian Vincenzo), 11, 14, 3II. Grego (Gaetano), ab., 302 n. Gronov (Johann Friedrich), 178. Grozio (Ugo), 173, 177, 178, 188, 384. Guarini (Luigi), 243 n., 267 n. Hartmann (Eduard von), 64. Hegel (Georg Wilhelm Frie- drich), III, II3, 125 N., 13I, 134, 135. 337. Hume (David), 24, 77, 9I, 100, 113, II4, II5, I22 e n., I24, 131, 133, 135, 138, 383, 401. Imbriani (Paolo Emilio), 339. Innocenzo XII, papa, 211 n. INDICE DEI NOMI Ippocrate, 301. Isabella d’Aragona, di Milano, 288-89. duchessa Jacobi (Friedrich Heinrich), 113 n., 135. Jerocades (Antonio), 276 n., 326 n. Kant (Immanuel), 24, 52 n., 104, 113, I2I, 122, 124, 125, 13I, 138, 383, 405, 4I6. Klopstock (Friedrich Gottlieb), ZII. Kvaégala (Johannes), 33 n. Lami (Giovanni), 6. Land (Jan Pieter Nicolaus) 72n. Lanzina Ulloa (Felice), 98. Lascaris (Costantino), 289. Laudati (Benedetto), 1096. Lazzeri (Gerolamo), 257 n. Leclerc (Giovanni), 21. Leibniz (Gottfried Wilhelm von), 24, 37, 52 N., 55, 58 n., 77, 106, 113, 124, 125, 127, 256, 383. Leonardo da Vinci, 415. Leone Ebreo, 72 n., 73 n. Leone X, papa, 304, 305 n. Leon (E. Ferdinando di), 317 n. Le Roy (Pierre) [Enrico Regio], 28. Lionardo di Capua: v. Di Capua (Lionardo). Livio (Tito), 366. Locke (John), 3, 5, II, 77, 106, 183, 184, 403 n., 405, 415, 410, 417. Lodoli (Francesco Carlo), 171, 285 n. Lombardi (Stefano), 338, 339. Lucano (Marco Anneo), 305. Lucignano (Nicola), 332 n., 339. Lucilio (Gaio), 283. Lucrezio Caro (Tito), 3, 28, 35. Ludewig (Carl), 24 n. 28 429 Lugia Amelia di Borbone, 278 n. Luigi XIV di Francia, 304. Lupoli, vescovo, 302 n. Mabillon (Jean), 9. Mably (Gabriel Bonnot de), 307 n. Macchia (principe di), 74 n. Macchia (congiura detta di), 98. Maffei (Scipione), 6. Maio (Giuniano), 288, 289 n. Malebranche (Nicolas de), 58, 79, 127. Mandarini (Enrico), 198 n. Manzoni (Alessandro), 104, 396, 409, 4I1I, 4I2, 413, 4I5. Marano (Girolamo), 302 n. Maria Amalia, regina di Napoli e Sicilia, 267 n., 269, 270 n. Maria Carolina d’Asburgo-Lo- rena, regina di Napoli, 233, 274, 275, 277, 279. Maria Clementina d’Austria, 278 e n. Maria Luisa Amelia di Bor- bone-Sicilia, granduchessa di Toscana, 278 n. Maria Teresa d’Asburgo, impe- ratrice, 276 n. Maria Teresa di Borbone, 278 n. Marinelli (Angelo), 301-114, 315, 319, 324, 325, 327, 328 n.,, 330, 331, 337. Marinelli (Diomede), 302 e n., 303. Marino (Giambattista), 305. Marmi (Anton Francesco Ma- ria), 167 n. Marrano (Lodovico), 295. Marzo (Girolamo di): v. Di Marzo (Girolamo). Maugain (Gabriel), 105 n. Mazzarella 331 n. Mazzini (Giuseppe), 396, 410, 4II, 413. 241 n. 3-13, 106, (Giuseppe Maria), 430 Mazzocchi (Alessio Simmaco), 271. Mazzogatti (Cristoforo), 334. Mazzoni (Iacopo), 105. Medici (Leopoldo de’), 3. Meyer (Ludwig), 58 n. Mercurio Trimegisto: v. Ermete Trismegisto. Metastasio (Pietro), 198 e n, 203 e n., 258 n., 3II, 386. Michelangelo Buonarroti, 366, 407. Michelangelo da Reggio, 200, 20I n., 202. Milesio (Vincenzo), 195 n. Minieri-Riccio (Camillo), 234 n., 235 n., 236 n., 302 n. Mininni (Carmine Giustino), 231 n. Mommsen (Theodor), 396. Montaigne (Michel Eyquem de), 313. Montealegre (José Joaquin, marchese di), 215, 217. Montesquieu (Charles Louis de Secondat, barone di), 254, 313. Monti (Filippo Maria), 168 n., 188, 205, 207, 2I0 e n., 2II. Monti (Vincenzo), 396, 409. Morelli (Jacopo), 285 n., 286 n. Morelli (Niccola), 307 n. Murani (Pier), 195 n. Murat (Gioacchino), 315, 326, 327 n., 323. Muratori (Lodovico Antonio), 3, 6, 7,9, 105, 168 n., 283, 412. Napoli-Signorelli (Pietro), 201 n., 231 n., 236, 237, 238 e n., 254 n., 28I, 296, 297, 298 n., 369. Nicola d’Andria: v. (Nicola di). Nicole (Pierre), 157 n. Nicolini (Fausto), 20 n., 21 n., 22 n., 24 n., 25 n, Andria 27 INDICE DEI NOMI 28 n., 32 n., 35 n., 36 n, 37 n., 4I n., 48 n., 49 n, 59 n., 74 n., 9I n, 94-99, 116 n., 120 n., 13I n., 132 n., 157 n., I6I, 165-88, 192 n., 193 n., 194 n., 196 n., 197 n., 198 n., 200 n., 20I n., 202 n., 203 n., 207 n., 2II n., 235 n., 253 n., 288 n., 317 n., 327 n., 374 D., 375 N, 377 DN., 390 N., 39I N., 392 N., 393 N., 394 N., 399, 403 N. Nicolini (Nicola), 326 n. Niebuhr (Barthold Georg), 396. Noia (Francesco), arciprete di Chiusano, 6. Nunziante (F.), 198 n. Omero, 170, 171, 305, 3I0, 395. Orazio Flacco (Quinto), 27, 296, 305, 338, 366. Orfeo, 85, 108. Orsi (Gian Giuseppe Felice), conte, II. Ovidio Nasone (Publio), 118 n., 305. 187, 296, Pacuvio (Marco), 283. Pagano (Mario), 308 n. Paladino (Giuseppe), 33 n. Pallavicino (Pietro Sforza), 8. Pallavicino Trivulzio (Giorgio Guido), 339. Paoli (Sebastiano), 387. Paolo Veneto, 23. Papa (Luigi), 198 n. Parchetti (Luigi), 265 n. Parisi, generale, 302 n. Parrino (Gennaro), 203 n, 355 N. Pascal (Blaise), 149, 157 n- Pascale (Grazia Maddalena), 193 n. Passerat (Jean), 346 e n., 387. Patrizi (Stefano), 258 e n. INDICE Patrizzi (Francesco) da Cherso, 105. Pelagio, 148. Pepe (Gabriele), 325 n., 326. Pércopo (Erasmo), 289 n. 295 n., 308 n. Pericle, 304. Perito (Enrico), 198 n. Petrarca (Francesco), 27, 297, 305 e n., 323, 332, 353, 364. Pezzetti (Bartolomeo), 302 n. Pflaum (Heinz), 73 n. Pico della Mirandola (Gio- vanni), 28, 36 n., 42, 43 n,, 45, 50, 65, 66, 75, 105, 188, 414. Pico della Mirandola (Gio- vanni Francesco II), 116. Pietro Ispano, 23, 93. Pignatelli Silva Aragona (Em- manuela), 352 n. Pindaro, 296, 305, 360. Pirrone di Elide, 266. Pitagora, 43, 108, 126, 29I. Platone, 27, 28, 35, 37, 38, 40, 76, 108, 109, III, II7 N., 177, 187, 266 n., 313, 320, 345, 377. 379. 382, 403, 414, 418. Plauto, 57, 218, 283, 364, 365. Plinio il Vecchio, 256 n. Plotino, 28, 29 e n., 34 n, 35 N., 45, 47 € N, 59, 60, 73 n., I4I. al Pomodoro (Francesco” Saverio), 181, 20I n., 205 n. Pontano (Giovanni), 289. Porcia (Gian Artico), 285 n. Porzio (Licinio Lucio), 283. Porzio (Luca Antonio), 39, 118 n. Puccinelli (Gioacchino), 198 n. Pufendorf (Samuel), 384. Pulcro (Publio Claudio), 283. Puoti (Basilio), 332, 337. Quaranta (Bernardo), 333. Quintiliano, 289. DEI NOMI 43I Racine (Jean), 305. Raffaello Sanzio, 366. Ranieri (Antonio), 231 n. Regio (Enrico): v. Le Roy (Pierre). Ricardo: v. Richardus (Anto- nius). Ricci (Angelo Maria), 328 e n., 330, 331. Richardus (Antonius), pseud. di Étienne Dechamps (v.). Richter (Johann Paul Frie- drich), 33 n. Richter (G. Th.), 24 n. Rinuccini (Alessandro), 21I n. Ritter (Heinrich), 118 n. Rocca (Domenico), marchese, 22 e n., 26. Romano (Geremia), 338-39. Romano (Michele), 316 n., 325 n., 327. Rosa (de) di Villarosa (Carlan- tonio): v. Villarosa (Carlan- tonio De Rosa di). Rosmini Serbati (Antonio), 396, 4II. Rossetti (Gabriele), 332. Rossi (Francesco), canonico, 302 n. Rossi (Giovanni), 23 n., 108 n. Rossi (Nicola), 252 e n., 253. Royer, 252 n. Ruffo (Fabrizio), cardinale, 300, 302. Ruffo (Fabrizio), principe di Castelcicala, 250, 251 e n. Ruggieri (Nicola), 241 n., 288 n., 316 n., 325 n. Russo (Vincenzo), 241 n. Sacchetti-Sassetti (Angelo), 328 n., 329 n., 331 n. Saitta (Giuseppe), 73 n. Salazar (Lorenzo), 19I n. Sallustio Crispo (Gaio), 305- Salza (Abdelkader), 198 n. 432 Sambuca (marchese della): v. Beccadelli (Giuseppe). Sangro (Raimondo de), prin- cipe di Sansevero, 223. Sannazzaro (Iacopo), 288. Sansone (Alfonso), 241 n., 307 n. Santaniello (Filippo), 285 n. Santaniello (Nicolò), 285. Sarchi (Carlo), 71 n. Sarno (Antonio), 33 n., 204 n. Sarpi (Paolo), 8. Savoia (principe Eugenio di), 171. Scalea (principe di), 172. Schelling (Friedrich Wilhelm Joseph), 54, 64. Schipa (Michelangelo), 209 n., 217 n., 218 n., 223 n., 267 n., 270 n., 271 n., 272 n., 273 n., 343 N. Schopenhauer (Arthur), 64. Scinà (Domenico), 308 n. Scipione Africano (Publio Cor- nelio), 69. Scotti (Marcello Eusebio), 276 n. Segneri (Paolo), 32 n. Seguino (Gennaro), 339. Selden (John), 384. Seneca (Lucio Anneo), 305. Senofonte, 83 n., 130 n. Serao (Francesco), 228. Serio (Luigi), 204 n., 295 e n., 296 n., 298, 299, 300, 30I, 306, 328, 329. Servillo (Antonio), 197 n., 202 n. Servillo (Maria Anna Teresa Filippa), figlia di Antonio, 202 n. Sesto Empirico, 116 e n. Settembrini (Luigi), 332, 336 e n., 337, 339 e n. Severino-Ulloa (Nicola), 350 n. Sforza (Ippolita Maria), 289. Shakespeare (William), 3II. Simonetti (Saverio), 25I. Sisto V, papa, 353. Socrate, 53, 68, 114 n., 128, 130. INDICE DEI NOMI Sofocle, 305, 3I0. Solimena (Francesco), 285 n. Solino (Gaio Giulio), 255 n. Solla (Francesco), 9. Solla (Niccolò), 192 e n., 196 n., 219 n. Solmi (Edmondo), 73 n. Sommervogel (Carlos), 10, 146 n. Sostegni (Roberto Luigi), 348 n., 350 n. Spaventa (Bertrando), 51 n., 104, II2, I25 n., 135, 408. Spedding (James), 118 n. Spinoza (Baruch), 24, 35 N, 45, 46, 5I, 52 n., 58 e n.,, 59, 65, 70 e n., 7In.,, 72en., 73 n., 74, 80, 9I, I06, I24, I25en., I55 n., 183, 184 en. 403 n., 404 n., 4I6. Stasi (Michele), 286. Stein (Ludwig), 58 n. Stèuco (Agostino), 47 n., 106, 108. Stiammone dei duchi di Salza (Teresa), 192. Strabone, 256 n. Strowski (Fortunat), 116 n. Suarez (Francisco), 23, 24, 27, 136, 137, 138. Summonte (Pietro), 289. Tacito (Publio Cornelio), 40, 177, 218, 219 e n., 287, 288. Taglialatela (Gioacchino), 196 n. Talete di Mileto, 43. Tanucci (Bernardo), 217, 218 e n., 317 n. Taralli, canonico, 295. Targiani, 285 n. Tarsia (Michele), 328 n. Tasso (Torquato), 196, 305, 323, 353. 364, 305. Terenzio Afro (Publio), 364. Terrasson (Antonio), 314 n. Terres (fratelli), 278 e n. 218, INDICE DEI NOMI Testa Piccolomini (Matteo Gen- naro), 294. Tiziano (Vecèllio), 366. Toaldo, 285 n. Tomaselli (Caterina), 193 n., 194 e n., 195. Tommaso (San) d’Aquino, 35 n., 45. 136, 137, 138, 139, 301. Torno (Giulio Niccolò), 168 n., 205, 206. Torraca (Francesco), 339 n. Triboniano, 183. Trismegisto: v. Ermete Tris- megisto. Troisi (Biagio), 234 n. Tschirnhaus (Ehrenfried Walter von), 58 n. Tucidide, 305. Ulloa: v. Calà Ulloa (Pietro). Ulloa-Severino (Niccolò): v. Se- verino-Ulloa (Nicola). Uomobuono de’ Buchachi: v. Bochache. Usener (Hermann), 186 n. Vacherot (Étienne), 141. Valla (Lorenzo), 27. Valletta (Giuseppe), 32 e n. 49 n., sI n. Ventimiglia (famiglia), 28 n. Ventura (Francesco), 188. Verde (Francesco), 24 n. Vespoli (Francesco), 197 n., 203 n., 343 e n., 350 n. Vico (Angela Teresa Ippolita), 192 e n., 196. Vico (Candida), 194 e n. Vico (Carmelia Nicoletta), 191, 192 n. Vico (Filippa Anna Silvestra), I9I, 192 n. Vico (Filippo Antonio Fran- cesco Gaetano), 192 e n, 193 e n., I95 n., I96 n. Vico (Gennaro), I9I-339, 357-709. 433 Vico (Giuseppe), 96. Vico (Ignazio Nicolò Gaetano Geronimo), 192, 193 e n., 194 e n., I95. Vico (Luisa Gaetana), 191 e n., 192 n., 196-203. Vidania (Diego Vincenzo), 98. Villarosa (Carlantonio De Rosa di), 41, I9I e n., 192, 193 e n., 194 e n., I95 e n., I96 n,, 198 n., 200 n., 20I n., 205 n., 206 n., 209, 2I0 e n., 2II n., 212 n., 213 n., 214 n., 2I5 n., 217 n., 218 n., 219 n., 220 n., 227 e n., 23I n., 237, 238, 252 n., 253 n., 254 n., 258 n., 259 n., 266 n., 283 n., 284 n., 285 n., 286 n., 288, 300, 328 e n., 329, 346 n., 355 N, 363 n., 370 n. Villa-Rosa (cav.), 302 n. Villarosa (Tommaso e Vincenzo De Rosa di): v. De Rosa di Villarosa (Tommaso e Vin- cenzo). Ville-sur-Yllon (Lodovico de la), 272 n. Villena (marchese di), viceré spagnolo di Napoli: v. Fer- nàndez Pacecho (Giovanni Emmanuele). Virgilio Marone (Publio), 27, 283 n., 296, 305, 3I1I, 314 n., 323, 325. 304, 305. Vloten (J. van), 72 n. Vulteio (Ermanno), 24, 25. Werner (Karl), 29 n. Yverdun, 307 n. Zeno (Apostolo), 3. Zenone d’ Elea, 23 n., 34 c n, 76, 266. Zenone di Cizio, 34. Zurlo (Giuseppe), 327 e n. 308, 320, Digitized by Google INDICE GENERALE Dedica Pag. VII Prefazione IX Nota bibliografica XI I. Il pensiero italiano nel secolo del Vico I II. La prima fase della filosofia vichiana 17 Nota 92 III. La seconda e la terza fase della filosofia vichiana IOI Nota 135 IV. Dal concetto della ‘grazia’ a quello della ‘provvidenza’ 143 V. Le varie redazioni della Scienza Nuova e la sua ultima edizione 163 VI. Il figlio di G. B. Vico e gl’inizi dell’ insegnamento di letteratura italiana nella Università di Napoli 189 1. La famiglia del Vico (p. 191) — 2. Primi anni di Gennaro Vico. Il card. Corsini e la prima Scienza Nuova (pP. 204) — 3. Passaggio della cattedra del Vico al figlio e morte del Filo- sofo (p. 215) — 4. La carriera accademica di Gennaro Vico (p. 232) — 5. Gli scritti di Gennaro Vico e il suo insegnamento (p. 254) — 6. La cattedra di letteratura italiana dalla sua origine alla riforma del 1811 (p. 292) — 7. Dalla riforma del 1811 alla fine del Regno (p. 315). Appendice I 341 I. L'Angiola. Capitolo serio-burlesco di FRANCESCO VE-. SPOLI (p. 343) — II. Per le nozze di Tommaso Caracciolo e Donna Ippolita De Dura. Sonetto di G. B. Vico (p. 355) — III. Relazione della Segreteria di Stato al Re sulla supplica di G. B. Vico pel conferimento della sua cattedra al figlio Gennaro (p. 357) — IV. Dispacci per la giubilazione di Gen- naro Vico (p. 359) — V. Epigrafi di GENNARO VICO (p. 361) — 436 INDICE GENERALE VI. Avvertimenti per l’ insegnamento del latino di GEN- NARO VICO (p. 363) — VII. Lettera di Silvestro Finamore a Gennaro Vico (p. 369). Appendice II 371 I. G. B. Vico nel ciclo delle celebrazioni campane (p. 373) — II. Cartesio e Vico (p. 399) — III. G. B. Vico nel secondo centenario della morte (p. 407). Indice dei nomi 423 OPERE COMPLETE DI GIOVANNI GENTILE Digitized by Google III. IV. V-VI. VII. VIII. IX. X. XI. XII. XIII. XIV. XV. XVI. XVII. XVIII-XIX. XX-XXI. XXII. XXIII. XXIV. XXV. XXVI. OPERE SISTEMATICHE Sommario di pedagogia. Vol. I: Pedagogia ge- nerale; vol. II: Didattica. Teoria generale dello spirito come atto puro. I fondamenti della filosofia del diritto. Sistema di logica come teoria del conoscere (voll. 2). La riforma dell’educazione. La filosofia dell’arte. Genesi e struttura della società. OPERE STORICHE Storia della filosofia (dalle origini a Platone: inedita). Storia della filosofia italiana (fino a Lorenzo Valla). I problemi della Scolastica e il pensiero italiano. Studi su Dante. Il pensiero italiano del Rinascimento. Studi sul Rinascimento. Studi vichiani. L'eredità di Vittorio Alfieni. Storia della filosofia italiana dal Genovesi al Galluppi (voll. 2). Albori della nuova Italia (voll. 2). Vincenzo Cuoco. Gino Capponi e la cultura toscana del secolo XIX. Manzoni e Leopardi. Rosmini e Gioberti. I profeti del Risorgimento italiano. XXVII. XXVIII. XXIX. XXX. XXXI-XXXIV. XXXV. XXXVI. XXXVII. XXXVIII. XXXIX. XL. XLI. XLII. XLIII. XLIV. XLV-XLVI. XLVII-XLVIII. XLIX-L. LI-LII. LIII-LV. I-II. III. IV e sgg. La riforma della dialettica hegeliana. La filosofia di Marx. Bertrando Spaventa. Il tramonto della cultura siciliana. Le origini della filosofia contemporanea in Italia (voll. 4). Il modernismo e 1 rapporti tra religione e filosofia. OPERE VARIE Introduzione alla filosofia. Discorsi di religione. Difesa della filosofia. Educazione e scuola laica. La nuova scuola media. La riforma della scuola în Italia. Preliminari allo studio del fanciullo. Guerra e fede. Dopo la vittoria. Politica e cultura (voll. 2). FRAMMENTI Frammenti di estetica e di teoria della storia (voll. 2). Frammenti di critica e storia letteraria (voll. 2). Frammenti di filosofia (voll. 2). Frammenti di storia della filosofia (voll. 3). EPISTOLARIO Carteggio Gentile-Jaja (voll. 2). Carteggio Gentile-Maturi. Carteggi vari. Finito di stampare nel mese di marzo 1968 nello Stab. Tip. già G. Civelli Via Faenza, 71 Firenze \ hi Digitized by Google
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