Tuesday, June 10, 2025

GRICE ITALO A-Z C CA

 

Luigi Speranza -- Grice e Castrucci: la ragione conversazionale el’implicatura conversazionale del guerriero indo-germanico -- sul conferimento di valore – scuola di Monterosso al Mare – filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Monterosso al Mare). Filosofo ligure. Filosofo italiano. Monterosso al Mare, La Spezia, Liguria. Grice: “Castrucci is wrong.” Frequenta il liceo classico di La Spezia, iscrivendosi quindi all'Firenze, dove si è formato negli studi filosofico-giuridici e storico-giuridici alla scuola di Vallauri e di Grossi, laureandosi in giurisprudenza. Ha ricoperto in quell'ateneo il ruolo di ricercatore universitario di filosofia del diritto. A Firenze è entrato in contatto per un breve periodo, pur senza aderirvi, con l'area di Autonomia Operaia espressa all'epoca da Negri, con la cui consulenza ha scritto la sua tesi di laurea (Tra Stato di diritto e pianificazione, Firenze). Insegna a Genova e Siena. I suoi studi riguardano principalmente la filosofia politica e la storia delle idee giuridiche, avendo come oggetto alcuni aspetti costitutivi della dimensione contemporanea, tra i quali si possono ricordare: i presupposti antropologici del politico; i fondamenti dello jus publicum europaeum, la critica dell’ideologia dei diritti dell'uomo. La sua ricerca riguarda inoltre le origini e le forme del pensiero giuridico europeo moderno, la ricostruzione delle linee fondamentali della teoria dello Stato tedesca del primo XX secolo, le radici giuridiche e teologiche della tradizione culturale dell'Occidente. C. ne ha sviluppato autonomamente la concezione del manierismo politico nei propri scritti sulla filosofia politica convenzionalista del XVII secolo. Nel corso della sua ricerca ha approfondito in particolar modo filoni di pensiero riconducibili alla rivoluzione conservatrice europea, contribuendo inoltre alla diffusione nella giurisprudenza italiana del nomos della terra, con cura editoriale dello storico della filosofia di Volpi e di Legge e giudizio. Uno studio sul problema della prassi giudiziale. “Convenzione”, “forma”, “potenza” sono i concetti chiave della riflessione filosofico-politica europea di cui, nel suo analisi si ritrova tracciato lo sviluppo storico-genealogico e vengono indagate le implicazioni teoriche. La convenzione, o per meglio dire l’ordine giuridico convenzionale, è il concetto che corrisponde al modo in cui la razionalità giuridica affronta il problema di un ordine giuridico tecnico, artificiale, positivista, svincolato da quelle premesse di valore di tipo teologico o metafisico o naturale che avevano caratterizzato il diritto romano. Delinea in questo senso la storia e la teoria di un ordine convenzionale (o artificiale e non naturale) nel quadro della modernità matura, che dal Seicento barocco procede fino alla crisi della cultura del primo Novecento. Accade in questo quadro che il primato classico dell'idea filosofica di forma venga sostituito da quello, tipicamente moderno, dell'idea di decisione. La decisione si contrappone così alla forma. Confrontandosi con i campi diversi della filosofia politica, dell'etica e della letteratura, l'analisi incontra figure significative di filosofi e scrittori come Benjamin, Musil, Valéry. Il complesso apparentemente discorde delle loro voci, che C. analizza, porta all'idea di una forma elaborata su basi rinnovate rispetto all'impostazione “formalista” e “normativista” di ascendenza kantiana, a lungo prevalente nel campo dell'estetica e della teoria del diritto. Nello sviluppo storico e genealogico dell'idea metafisica di potenza si possono infine riconoscere, secondo C., le linee di un'antropologia politica fondata su basi individualistiche (potenza come acquisizione di spazio, ossia affermazione individuale nella spazialità: Selbstbehauptung), che però non trascura il serio problemaposto nel corso del Novecento dalla migliore dottrina costituzionale tedescadel radicamento materiale e simbolico del singolo individuo nella comunità politica di appartenenza (potenza come stabilizzazione, ossia radicamento individuale e comunitario nella spazialità). Risulta evidente in tutto ciò il riferimento all'idea schmittiana di Ortung, ossia localizzazione o radicamento, elaborata da Schmitt, ma anche secondo quanto sostiene Castrucci all'idea di potenza già rinvenibile nell'antropologia filosofica di Spinoza e di Nietzsche. L'analisi di Castrucci muove più in generale dal proposito di riconsiderare, seguendo il modello della lotta delle idee proprio della critica della cultura, una serie di concreti problemi teorici su cui la cultura europea aveva concentrato l'attenzione in un passato non troppo lontano, per poi distoglierla "nell'inseguimento di una discutibile attualità". Tra questi problemi particolare rilievo tematico acquistano, nel discorso filosofico di C., la ricerca di un'etica fondata su basi epistemologiche convenzionaliste, l'approfondimento delle implicazioni politiche presenti nel pensiero di autori classici della filosofia tedesca come Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger e Cassirer, la critica radicale delle tesi di autori più recenti come Habermas, nonché infine la questione cruciale delle linee virtuali di costruzione di un mito politico nell'età del nichilismo compiuto. Hanno suscitato polemiche alcuni suoi tweet, a partire da uno col quale si riferiva a figure storiche naziste come Hitler ritratto col il cane Blondi e il commento di C. "Vi hanno detto che sono stato un mostro per non farvi sapere che ho combattuto contro i veri mostri che oggi vi governano dominando il mondo" e Corneliu Zelea Codreanu, fondatore della Guardia di Ferro; dopo la diffusione di questo tweet, ne sono stati portati in evidenza altri, ritenuti di matrice filonazista, razzista e antisemita,nonché presunti insulti nei riguardi del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dell'ex Presidente della Camera Laura Boldrini. Replica affermando di aver semplicemente espresso un giudizio storico personale avvalendosi, al di fuori della sua attività didattica, del principio di libertà di pensiero e successivamente, in una memoria difensiva dei suoi avvocati, di non aver mai aderito ad alcuna ideologia nazista, ma di essere un libero pensatore, sottolineando inoltre come la propria critica, volutamente provocatoria e paradossale, andasse piuttosto intesa come indirizzata contro la grande speculazione finanziaria, con esplicito riferimento alla lotta contro la finanza speculativa, l'usura e il signoraggio bancario di Pound. Il suo account è stato chiuso. Il 2 dicembre il rettore dell'Università degli Studi di Siena Francesco Frati ha preso le distanze da C., annunciando di aver "dato mandato agli uffici di attivare i provvedimenti conseguenti alla gravità del caso" e, successivamente, di aver presentato un esposto in procura dopo aver ravvisato "un profilo di illegalità" nelle parole del docente, ipotizzando il reato di odio razziale con l'aggravante di negazionismo. Dopo la sospensione, C. non si è presentato alla Commissione disciplinare dell'ateneo dichiarandola non legittimata a giudicare sul suo caso, mentre l'iter procedurale che avrebbe potuto condurre al licenziamento è stato bloccato in seguito alla richiesta di pensionamento presentata dal professore stesso. L'inchiesta penale è stata affidata per motivi di competenza alla procura di La Spezia. Ordine convenzionale e pensiero decisionista, Milano, Giuffrè); Tra organicismo e "Rechtsidee". Il pensiero giuridico di Erich Kaufmann, Milano, Giuffrè Editore); La forma e la decisione, Milano, Giuffrè); Considerazioni epistemologiche sul conferimento di valore, Firenze, S. Gallo); Introduzione alla filosofia del diritto pubblico di Schmitt, Torino, Giappichelli); Hume e la proprietà, Siena, Università degli Studi di Siena. Dipartimento di scienze storiche, giuridiche, politiche e sociali, Convenzione, forma, potenza. Scritti di storia delle idee e di filosofia giuridico-politica, Milano, Giuffre); Schopenhauer filosofo del diritto, Siena, Università degli Studi di Siena. Dipartimento di scienze storiche, giuridiche, politiche e sociali); Ricognizioni. Quattro studi di critica della cultura, Firenze, S. Gallo); Lezioni di filosofia del diritto, Roma, Aracne Editrice); Per una critica del potere giudiziario. Sugli articoli 101 e 104/1 della Costituzione, Firenze); Profilo di storia del pensiero giuridico, Firenze); Per una critica dell'ideologia dei diritti dell'uomo, Firenze); Nomos e guerra, Napoli, La Scuola di Pitagora); Il regime giuridico delle situazioni d'eccezione, Firenze); Le radici antropologiche del politico, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore); La teoria indoeuropea delle tre funzioni in Dumézil e altri saggi, Milano, Giuffrè Francis Lefebvre); La forma giuridica: Concetto e contesti. Tre studi di filosofia del diritto, Napoli, La scuola di Pitagora); Individualismo e assolutismo. Aspetti della teoria politica europea prima di Thomas Hobbes, C., Milano, Giuffrè Editore); Carl Schmitt, Il nomos della terra, Franco Volpi, traduzione di Emanuele Castrucci, Milano, Adelphi); Il nomos della terra, Franco Volpi; Milano, Adelphi); Legge e giudizio. Uno studio sul problema della prassi giudiziale, C., Milano, Giuffre). Le radici antropologiche del 'politico' (Soveria Mannelli, Rubbettino); La ricerca del Nomos, in Il Nomos della terra nel diritto internazionale dello “jus publicum europaeum”, Adelphi, Milano); Retorica dell'universale: Una critica a Habermas, in Filosofia politica, Mulino); Dai diritti individuali ai diritti umani: un totalitarismo in costruzione. Alcuni spunti in margine ad un recente scritto di Castrucci, in Il Politico, Università degli studi di Pavia; Itinerari della forma giuridica. Studi sulla dottrina dello Stato tedesca del primo Novecento, Milano, Giuffrè); Ordine convenzionale e pensiero decisionista. Saggio sui presupposti intellettuali dello Stato moderno nel Seicento francese, Milano, Giuffre); La forma e la decisione” (Milano, Giuffrè); Ordine convenzionale e pensiero decisionista. Saggio sui presupposti intellettuali dello Stato moderno; La forma e la decisione; Convenzione, forma, potenza: storia delle idee e di filosofia giuridico-politica, Milano, Giuffrè). HOMO ABSCONDITUS L’IDEOLOGIA TRI PARTITA DEGLI INDOEUROPEI il Cerchio Iniziative editoriali L'IDEOLOGIA TRIPARTITA DEGLI INDOEUROPEI costituisce una sintesi completa ed accessibile degli studi di Dumézil. che hanno rivoluzionato la nostra conosceza delle antiche civiltà euro-asiatiche. La struttura fondamentale del pensiero religioso e sociale delle popolazioni uscite dalla comune radice indoeuropea. dallTrlanda allTndia, la tripartizione sociale in Sacerdoti. Guerrieri e Contadini che è presente nelle origini di Roma così come nei miti iranici, germanici e celti, si rivela essere lo specchio di un'armonia divina, in cui gli stessi dèi sono così suddivisi, classificati e diversamente adorati. È la dimostrazione di come, nelle civiltà tradizionali, anche l'aspetto sociale e politico dipenda radicalmente dalla dimensione mitico-religiosa. e il mondo del divino diviene l’archetipo che dà forma a tutta la società degli uomini. DUMÉZIL è una figura fondamentale nel panorama culturale europeo. Filologo e storico, riavviato gli studi attorno alla civiltà indoeuropea nelle grandi civiltà precristiane: Roma. l'India. l'Iran, la Grecia, le popolazioni celtiche e germaniche. Ha lasciato una bibliografia sterminata, solo parzialmente tradotta in italiano, fra cui ricordiamo almeno La religione romana arcaica, Gli Dèi dei Germani, Mito ed Epopea e Gli Dèi sovrani degli Indoeuropei. HOMO ABSCONDITUS Dumézil L’ideologia tripartita degli Indoeuropei Con un saggio introduttivo di RlES il Cerchio Iniziative editoriali L'idéologie tripartie des Indo-Européens, Bruxelles Sigillo del re ittita Tarkummuwa, re di Mera. Walters Art Museum, Baltimora. II Cerchio Srl La riscoperta del pensiero religioso indoeuropeo L’opera magistrale di Dumézil. Calmette rinvenne i primi due Libri dei Veda, u n documento coni p letamente sco nosciuto i n occidente, e i preziosi manoscritti giunsero nella Biblioteca Reale di Parigi. Davanti all’Asiatic Society of Bengala, Jones pronuncia un dotto discorso in cui dimostrò l’esistenza di una lingua comune, madre del sanscrito e del greco. Eccoci alle soglie della riscoperta del pensiero indoeuropeo. Il primo dossier indoeuropeo Il XIX secolo riprese i lavori di questi pionieri e cercò di compiere nuove scoperte sul pensiero asiatico. Ricercando i documenti dell’antica mitologia germanica caduti nell’oblio dopo la conversione dei Germani al Cristianesimo, gli storici tedeschi tentarono di tornare alle origini spingendosi nei dominii dell’India e dell’Iran. Particolarmente due pubblicazioni provocarono grande risonanza: la prima è la celebre opera di Creuzer Simbolik undMvlhologie der altea Vòfker, tradotto in francese; infine Gòrres pubblica il suo Mythengeschichle der asiatischen Welt, in cui questo precursore del romanticismo religioso cercò di d imostrare che i miti dell’India, dell’Iran e della Grecia veicolavano una dottrina comune su Dio, l’Anima e l’immortalità. Sulla scia dei loro maestri i mitografi romantici si lanciarono alla ricerca delle prime idee religiose dell’infanzia umana. Oltre a ciò questa corrente si occupò dell’espressione e delle modalità di trasmissione del messaggio religioso sin dalle origini dell’umanità. A questa corrente romantica si oppose la ricerca storica e filologica, rappresentata da Miiller, da Bopp, da Chézy e da tutta la linea degli specialisti in filologia comparata che studiarono scientificamente i testi dei Veda e dell’Avesta per familiarizzarsi col pensiero dell’India e dell’Iran antichi. Tra questi ricercatori Miiller occupa un posto di primaria importanza. Specializzatosi in sanscrito, in grammatica comparata ed in filosofia del mito ad Oxford, istituì una Cattedra divenuta celebre: egli credette che la filologia comparata fos se la chiave che avrebbe permesso di aprire le porte della storia delle religioni. Ai suoi occhi la lingua è un testimone autentico del pensiero. Miiller sostenne che in origine l’uomo ha agito, e per descrivere i suoi atti inventò il linguaggio. Da allora i miti non sono altro che la personificazione degli oggetti e delle azioni che 1 ’uomo ha dovuto esprimere e descrivere. Continuando le sue ricerche in direzione delle origini, Miiller tradusse i Veda, testo in cui credeva di trovare il primo pensiero indo-europeo e la chiave della religione degli antichi Ariani. Così secondo il nostro Autore i poemi vedici sarebbero la fonte del pensiero religioso dei Persiani, dei Greci e dei Romani. La gemma tra le ricerche di Miiller è rappresentata dalla pubblicazione dei Sacred Books of thè Easl (che potè terminare prima della propria morte, lasciando così agli studiosi occidentali una vera summa dei libri sacri dell’antica Asia. Il dossier indoeuropeo del XIX secolo è già abbastanza ricco: scoperta della corrispondenze all’interno del vocabolario delle lingue indoeuropee; presentimento dell’esistenza di una cultura arcaica ariana come pure di una civiltà comune alle diverse popolazioni. Frazer tentò d’intraprendere un vasto studio comparato attorno al mito romano della morte rituale ed al mito nordico del dio Balder. Tutta la sua opera, The Golden Bough cerca di delineare una sintesi di questa mitologia, ma le sue conclusioni sono deludenti. Dopo una prima esplorazione, condotta secondo il metodo frazeriano, Dumézil abbandonò questa via della regalità sacra per volgersi verso la linguistica e la filologia comparata. Le sue guide furono A. Meillet e J. Vendryes. In un articolo intitolato Les correspondances de vocabulaire enlre l ’indo-iranien et Titalo-celtique (in Mémoires de la Société Linguistique), Vendryes ha sottolineato le corrispondenze esistenti tra parole indo-iraniche da una parte ed italo-celtiche dall’altra. Si tratta di termini relativi al culto, al sacrificio ed alla religione, c vi sono anche parole mistiche relative all’efficacia degli atti sacri, alla purezza rituale, all’esattezza dei riti, all’offerta fatta agli dèi, all’accettazione di questa da patte degli dèi, alla protezione divina ed alla santità. Questa scoperta fu molto importante, poiché dimostra l’esistenza di una comunanza di termini religiosi presso i popoli che in seguito sarebbero divenuti gli Indiani, gli Iranici, gli Italici ed i Celti. La permanenza di questo vocabolario religioso alle due estremità del mondo indoeuropeo, in India ed in Iran, nella Gallia ed in Italia, è un dato molto significativo, benché la scomparsa di questo vocabolario presso popoli come i Germani e gli Scandinavi non abbia mancato di incuriosire Vendryes. Riflettendo, egli ha constatato che questi termini religiosi si sono mantenuti presso quei popoli clic disponevano di collegi sacerdotali influenti: i brahmani, i sacerdoti avestici, i druidi, il Pontìfex romano. E dunque il sacerdozio a conservare e trasmettere questo vocabolario grazie ai rituali ed alla liturgia, ai testi sacri ed alle preghiere. Siamo in presenza di una testimonianza preziosa c di una fonte importante clic ci conduce ad una conclusione decisiva: il mondo indoeuropeo arcaico disponeva di concetti religiosi identici clic veicolava grazie ad un linguaggio comune. La scoperta dell’eredità indoeuropea Alla luce delle ricerche dì Vendryes, Dumézil ha compreso quale orientamento imprimere ai propri lavori. Al termine di vent’anni di studio egli doveva trovare la chiave che gli permise di penetrare gli arcani del pensiero religioso indoeuropeo arcaico. La pubblicazione de L'idéologie tripartie des Indo-Européens è il compimento di una lunga marcia ed il punto di partenza per tutte le scoperte .successive. L’esame del problema flamen-brahman c dei flamini maggiori a Roma condusse Dumézil ad una conclusione decisiva: / più antichi Romani, gli Umbri, avevano portato con toro in Italia la stessa concezione conosciuta dagli Indo-Iranici e su cui notoriamente gli Indiani avevano fondato il loro ordine sociale ' Era la scoperta e la messa a fuoco di un’eredità indoeuropea, di una ideologia funzionale e gerarchizzata, alla sommità della quale si trova la sovranità religiosa c giuridica, seguita dalla forza fisica che s’incama nella guerra, mentre al terzo livello si situa la fecondi- tà-fertil ità, sottomessa alla sovranità ed alla forza ma indispensabile al loro mantenimento c sviluppo. Munito di questa griglia di lettura lo studioso francese si c avventurato nello studio di tutta la documentazione disponibile. Si tratta di uno studio comparativo il cui oggetto c il dato indoeuropeo. Durante il III c II millennio a.C. delle bande di conquistatori si spostarono verso l’Atlantico, il Mediterraneo c l’Asia. Le loro parlate erano fatte di diversi dialetti provenienti da una lingua comune, il che suppone un fondo intellettuale e morale identico, ed un minimo di civiltà comune. Popoli senza scrittura, gli Indoeuropei hanno lasciato pochi documenti. Solo gli Hittiti, stabilitisi in Anatolia all’inizio del II millennio a.C., hanno adottato una scrittura cuneiforme che consentì loro di conservare degli archivi. Ma ciò che c notevole c la persistenza del vocabolario religioso legato all’organizzazione sociale, alle pratiche cultuali ed ai comportamenti religiosi. Parecchi fatti presuppongono l’esistenza di una religione che rappresenta una dottrina coerente, una spiegazione del cosmo, una concezione dell’origine, del presente c del futuro. DUMÉZIL, Mythe et epopèe I. L 'idéologie des troisfunctions dans les épopees despeuple indo-européens, Gallimard, Paris (Trad. italiana, Einaudi, Torino). Volendo spiegare quest’eredità e la sua struttura, Dumézil ha elaborato il proprio metodo comparativo, che lui stesso chiama genetico)}. La prima fase del lavoro consiste nel mettere in evidenza delle corrispondenze precise e sistematiche, che permettano di tracciare uno schema del rituale: miti, riti, significati logici ed articolazioni essenziali. Questo schema viene proiettato nella preistoria, al fine di comprendere la curva dell’evoluzione religiosa. Possedendo delle corrispondenze precise, sistematiche e numerose, lo storico delle civiltà e lo storico delle religioni procedono per induzione in direzione delle origini. Utilizzando i dati dell’archeologia, della mitologia, della filologia, della sociologia, della liturgia e della teologia arcaica, lo storico giunge a comprendere le grandi linee del pensiero di questi popoli e la loro evoluzione, sino alle soglie della storia. Grazie a questo lavoro lungo ed arduo si è riusciti a stabilire un’archeologia del comportamento e delle rappresentazioni. Dumézil non ha preteso di resuscitare la religione degli Indoeuropei come venne vissuta nei tempi preistorici. Si è accontentato piuttosto di delineare lo schema concettuale delle società collegate tra loro nello sviluppo della storia, e si è servito di questi schemi per giungere a spiegare i testi ed i fatti che resistevano ad ogni spiegazione. Nelle civiltà indoeuropee il nostro autore trova una struttura sociale articolata in tre funzioni. Sono queste i tre varna dell’India: i brdhmana, sacerdoti incaricati del sacrificio e custodi della scienza sacra; gli ksatriya, guerrieri incaricati della protezione del popolo; i vaisya, produttori dei beni materiali, del nutrimento. Secondo il Rg-Vecla (Vili, 35) queste tre caste sono molto antiche. In Iran l 'Avesta menziona tre gruppi di uomini: sacerdoti o àQaitrvan; guerrieri, i radaci.star montatori di carri; gli agricoltori-allevatori, chiamati vàstryò.fsuycmt. Una struttura identica ha lasciato tracce presso gli Sciti ed i loro discendenti, gli Osseti del Caucaso, e presso i Celti ed i loro druidi, la loro aristocrazia militare ed i loro boairig, gli allevatori DUMÉZIL, L ’heritage des indo-curopéens à Rome, Gallimard, Paris di buoi. L’analisi delle origini di Roma condotta da Dumézil si è riveata particolarmente illuminante. Queste tre funzioni sono attività fondamentali e indispensabili per la vita normale della comunità. La prima funzione, quella del sacro, regola i rapporti degli uomini fra loro e sotto la garanzia degli dèi, determina il potere del re e traccia i limiti della scienza, inseparabile dalla manipolazione delle cose sacre. La seconda funzione, quella relativa alla forza fisica, interviene nella conquista, nell’organizzazione della società e nella sua difesa. La terza ricopre un vasto ambito, quello della sussistenza degli uomini e della conservazione della società: fecondità animale ed umana, nutrimento, ricchezza e salute. Dumézil ha dimostrato che la società indoeuropea era governata in profondità grazie ad una mentalità fondata su una struttura trifunzionale. La teologia si trova al centro del mondo indoeuropeo. Una delle grandi prove di ciò è la lista degli dèi ariani di Mitanni trovata su una tavoletta a Bogazkòy, l’antica Hattusa, capitale dell’impero hittita. Scoperta nel 1907, questa tavoletta contiene il testo di un trattato concluso nel 1380 a.C. tra il re hittita Supilulliuma ed il redi Mitanni chia¬ mato Matiwaza. Come garanti della loro alleanza ognuno dei re invoca i propri dèi: il re di Mitanni invoca gli dèi considerati i protettori della società ariana: Mithra-Varuna, India e i Nasatya. Sono gli dèi delle tre funzioni che ritroviamo in India ed in Iran. In quest’ultimo paese è la riforma di Zarathustra e la formulazione delle sei entità divine - gli Immortali Benefici - che illustra in maniera illuminante questa teologia strutturata su tre piani ed articolata in tre funzioni. Dai Mitanni, dall’India e dall’Iran Dumézil è pervenuto all’Italia ove ha rilevato la triade Jun-Lart-Vofiono a Iguvium (Gubbio) in Umbria ed a Roma la triade precapitolina Juppiter-Mars-Quirinus. Questi dati indicano chiaramente che l’ideologia è correlata ad una teologia delle tre funzioni. Nell’India vedica ciò comporta un’associazione di tre coppie di dèi stabiliti su tre livelli: gli dèi Mitra e Varuna, signori del primo livello, si dividono la sovranità di questo mondo e dell’altro: Indra, scortato dai Marut, un battaglione di giovani guerrieri, proclama l’esuberanza e la vittoria; i NàsaLya o Asvin sono distributori di salute, fecondità, abbondanza in uomini ed armenti; si tratta dunque di una teologia tripartita. Il documento di Hattusadel 1380 a.C. ci mostra che questa teologia è anteriore alla redazione dei Veda e che fa parte della tradizione ariana arcaica; d’altra parte, la presenza dello schema trifunzionale nella teologia di Zarathustra ed il suo riflesso sugli Arcangeli raggruppati intomo al dio supremo Ahura Mazda conferma l’attaccamento ad una struttura di pensiero ariano sia presso i sacerdoti che i popoli dell’Iran antico. La stessa eredità teologica si rinviene anche in Italia, presso i Celti, i Germani e gli Scandinavi. Conclusioni E stato necessario tutto il XIX secolo per costituire il dossier indoeuropeo. Il merito di Georges Dumézil c stato quello di aver consacrato un 'intera vita all’interpretazione di questa documentazione. Egli ha iniziato il suo cammino sulla scia di Max Miillcr c di James Frazer: una ricerca di equazioni nell’onomastica relativa al dominio del culto e delle divinità. Le corrispondenze all’interno del vocabolario del sacro, dei popoli indo-iranici da una parte c di quelli italo-ccltici dall’altra, hanno fornito allo studioso l’idea di studiare più a fondo i paralleli attorno alle divinità ed ai sacerdoti, poiché questi popoli sono i soli tra gli indoeuropei ad aver conservato per molti secoli i loro collegi sacerdotali. Questa nuova via fu illuminante, poiché ha condotto alla scoperta di un’eredità indoeuropea ancora visibile agli inizi della storia dei popoli italici, celtici, iranici cd indiani. L’assenza di vestigia archeologiche concrete ha costretto Dumézil a mettere a punto un metodo comparativo genetico fondato sull’archeologia delle rappresentazioni c del comportamento: servendosi dei miti, dei riti, delle tracce dell’organizzazione sociale, delle vestigia del sacro c del sacerdozio egli ha potuto individuare i meccanismi - c gli equilibri costitutivi - della società e della religione indoeuropea: una teologia trifunzionale che divide il mondo divino in dèi della sovranità, dèi della forza e dei della fecondità. A questa teologia corrisponde la tripartizione sociale: classe sacerdotale, guerrieri, agricoltori-allevatori. Mezzo secolo di ricerche hanno permesso di delineare questa visione nuova del mondo ariano arcaico, di realizzare una sintesi delle vestigia della civiltà e della religione indoeuropea e di far indietreggiare di più d’un millennio i lempora ignota. Julien Ries Università di Louvaìn-la-Neuve Nelle pagine che seguono non una sola volta si farà menzione de\V habitat degli Indoeuropei, delle vie delle loro migrazioni, della loro civiltà materiale. Su questi punti così dibattuti il metodo qui impiegato non ha presa e d’altra parte la loro soluzione non interessa molto i problemi qui posti. La civiltà indoeuropea che noi considereremo è quella dello spirito. Al pari degli Indiani vedici, come ci vengono presentati dai loro inni, gli Indoeuropei non furono uomini senza riflessione e senza immaginazione, tutt’altro. Esattamente da vent’anni ormai la comparazione delle più antiche tradizioni, dei diversi popoli parlanti lingue indoeuropee, ha rivelato un fondo considerevole di elementi comuni, elementi non isolati ma organizzati in strutture complesse delle quali non ci è offerto un equivalente in altri popoli del mondo antico. L'esposizione, che ci si appresta a leggere, è consacrata alla più importante di queste strutture. L’obiettivo essenziale è quello di guidare lo studente, tramite una serie di riassunti ordinati e consequenziali, attraverso una mole di argomenti poco agevoli a causa della loro eterogeneità e del loro frazionamento. Nello stesso tempo si vorrebbe fornire ai lettori già informati una prima e provvisoria sintesi, si vorrebbe dare non solo un ordine ma una messa a fuoco alla correlazione generale che solo uno sguardo d’insieme può imporre ai risultati parziali. Un problema che per anni è stato capitale e in primo piano - penso al valore trifunzionale delle tre tribù romane primitive - si trova qui limitato in un secondo livello; al contrario, le numerose applicazioni ideologiche delle tre funzioni, le cui segnalazioni si trovano disperse nelle pubblicazioni più svariate, acquisteranno ora, io spero, potenza grazie ad un parallelismo che farà risaltare il loro semplice riavvicinamento. Questo doppio disegno non prevederànote a piè di pagina: si è preferito costruire una sorta di commentario bibliografico distribuito secondo i paragrafi del libro, indicando i testi affinché ognuno riepiloghi o perfezioni a proprio piacimento; oppure segnando c datando su ogni punto importante i progressi o le svolte della ricerca; o ancora, rinviando ad altri paragrafi per segnalare correlazioni che non avrebbero potuto ingombrare l’esposizione discorsiva iniziale. Non si è tenuto conto che dell’opera principale dell’autore e di un certo numero di colleghi francesi e stranieri che, pur senza voler formare una scuola, si dedicano da più o meno tempo alle stesse materie con metodi simili e che si tengono costantemente in contatto tra loro. Altre visioni sul pensiero degli indoeuropei, incompatibili con questa, non saranno qui esaminate, non per disprezzo ma perché le dimensioni del presente libro sono ristrette e l’intento è costruttivo e non critico. Tuttavia, nelle note finali si troveranno riferimenti a numerose discussioni. Il mio caro collega Renard mi ha permesso di presentare nella collezione Latomus, poco tempo dopo Les Déesses latines, questa nuova esposizione in cui il popolo romano non interviene che prò virili parte. Egli ha così voluto confermare, sensibilmente ai nostri studi, cd io lo ringrazio, la necessaria alleanza tra studi classici e indoeuropei, tra metodi filologici e comparativi, che ho sempre invocato con augurio. Uppsala. Parigi. Le tre funzioni sociali e cosmiche Le classi sociali in India Uno dei tratti più sorprendenti delle società indiane post-rgve- diche è la loro divisione sistematica in quattro classi, dette in sanscrito i quattro colori, varna, le prime tre delle quali benché diverse sono pure perché propriamente arya, mentre la quarta, formala indubbiamente dai vinti della conquista arya, è sottomessa alle altre tre ed è quindi irrimediabilmente impura. Di quesl’ultima classe eterogenea non si Lralterà qui ulteriormente. I doveri di ognuna delle tre classi arya servono per definirle: i brdhmana, sacerdoti, studiano ed insegnano la scienza sacra e celebrano i sacrifici; gli ksatriya (o rdjanya), i guerrieri, proteggono il popolo con la loro forza e con le loro armi; ai vaisya è affidato l’allevamento e l’aratura, il commercio e più in generale la produzione dei beni materiali. Si costituisce così una società completa e armonica presieduta da un personaggio a parte, il re, rdjan, generalmente nato e qualitativamente estratto dal secondo livello. Questi gruppi funzionali e gerarchizzati sono conchiusi tutti su loro stessi in base all’ereditarietà, all’endogamia e a un codice rigoroso d’interdizioni. Sotto questa forma classica non vi è dubbio che il sistema non sia una creazione propriamente indiana posteriore alla maggior parte del Riveda-, i nomi delle classi non sono menzionati chiaramente che nell’inno del sacrificio deH’Uomo Primordiale, nel X libro della raccolta, così differente da tutti gli altri. Ma una tale creazione non è nata dal nulla, bensì da un irrigidimento di una dottrina e di una pratica sociale preesistente. Nel 1940 uno studioso indiano, V.M. Apte, fece una collezione dimostrativa dei lesti dei primi nove libri del Riveda (principalmente Vili, 35, 16-18) che provano come sin dai tempi della redazione di questi inni la società fosse pensata composta da sacerdoti, guerrieri e allevatori e che se questi gruppi non erano ancora designati dai nomi di brdhmunu, di ksatriya o di vaisya (sostantivi astratti, nomi di nozioni di cui i nomi di questi uomini non sono che i derivati) erano già composti in un sistema gerarchico che definiva distributivamente i principi delle tre attività. Brc'ihmun (al neutro) scienza e utilizzazione delle correlazioni mistiche tra le parti del reale visibile o invisibile, kyatrei potenza, vis contadinanza o habitat organizzalo (la parola c apparentala al latino vTcus e al greco (w)oùco<;), al plurale visuh insieme del popolo nel suo raggruppamento sociale e locale. È impossibile determinare in quale misura la pratica si conformasse a questa struttura teorica: vi era forse una parte più o meno considerevole della società che indifferenziata o altrimenti classificata sfuggiva a QUESTA TRIPARTIZIONE? L’ereditarietà all’interno di ciascuna classe non era forse corretta nei suoi effetti da un regime matrimoniale più flessibile c con delle possibilità di promozione? Sfortunatamente ci è accessibile solo la teoria. 2. Le classi sociali avestiche Da un quarto di secolo, confermando le osservazioni di F. Spie- gel, di E. Benvenisle e di me stesso, abbiamo sostenuto che almeno nella sua forma ideologica la tripartizione sociale era una concezione già acquisita prima della divisione degli Indo-Iranici in Indiani da una parte ed Iranici dall’altra. In diversi passaggi VA vesta menziona i componenti della società come gruppi di uomini o di classi (designate da una parola che si riferisce al colore, pistra): i sacerdoti, àBuurvan o uBravun (cf. uno dei sacerdoti vedici, Vdtharvan), i guerrieri, luBciè.star (guidatori di carri», cf. il vedico rathe-sthà epiteto del dio guerriero Indra) e gli agricoltori-allevatori, vàstryó.fsuyant. Un solo passaggio avestico e più notoriamente i testi palliavi, pongono come quarto termine alla base di questa gerarchia, gli artigiani, huiti, altri indizi (come il fatto che raggruppamenti triplici di nozioni sono talvolta messi maldestramente in rapporto con le quattro classi, cf. SBE, V,357) ci portano a considerarla una aggiunta a un antico sistema ternario. Nel X secolo della nostra èra il poeta persiano Ferdusi, fedele testimone della tradizione, racconta come il favoloso re Jamsed (lo Yima Xsaéla dell’A vesta) istituì gerarchicamente queste classi: separò inizialmente dal resto del popolo gli *asravctn assegnando loro le montagne per celebrarvi il loro culto, per consacrarsi al servizio divino e restare nella luminosa dimora ; gli *artesfar, posti dall’altra parte, combattono come dei leoni, brillano alla testa delle armate e delle province, grazie a loro il trono regale è protetto e la gloria del valore è mantenuta ; quanto ai *vùstryós, la terza classe, loro stessi arano, piantano e raccolgono; di ciò che mangiano nessuno li rimprovera, non sono servi benché vestiti di stracci e il loro orecchio è sordo alla calunnia. A differenza dell’India le società iraniche non hanno irrigidito questa concezione in un regime castale: esso sembra essere rimasto un modello, un ideale e un comodo mezzo per analizzare ed enunciare l’essenzialità dell’argomento sociale. Dal punto di vista della ideologia in cui noi ci poniamo, questo è sufficiente. Un ramo aberrante della famiglia iranica, molto importante poiché si è sviluppato non in Iran ma a nord del Mar Nero, fuori dalla morsa degli imperi, iranici o altri, che si sono succeduti nel Vicino Oriente, testimonianello stesso senso: sono gli Sciti - i cui costumi insieme a molte leggende ci sono noli grazie ad Erodoto e a qualche altro autore antico - la cui lingua e tradizione si è mantenuta sino ai nostri giorni grazie a un piccolo popolo del Caucaso centrale, originale e pieno di vitalità, gli Osseti. Secondo Erodoto (IV, 5-6) ecco come gli Sciti raccontano l’origine della loro nazione: Il primo uomo che comparve nel loro paese, prima di allora deserto, si chiamava Targitaos, che si diceva figlio di Zeus e di una figlia del fiume Boriysthene (il Dniepr attuale)... Lui stesso ebbe tre figli, Lipoxais (variante Nitoxais), Arpoxais e in ultimo Kolaxais. Quando erano in vita caddero dal cielo sulla terra Scizia degli oggetti d’oro: un carro, un giogo, un’ascia e una coppa (apoxpóv xe mi t/uyòv mi cràyapiv mi (piàÀT|v). A questa vista il più anziano si affrettò a prenderli ma quando arrivò l ’oro si mise a bruciare. Così si ritirò e il secondo si fece avanti ma senza migliore successo. Avendo i primi due rinunciato all 'oro bruciante, sopraggiunse il terzo e l ’oro si spense. Lo prese con sé e i suoi due fratelli, davanti a questo segno, abbandonarono la regalità interamente all'ultimogenito. Da Lipoxais sono nati quegli Sciti che sono chiamati la tribù (yévoq) degli Aukh- atai; da Arpoxais quelle dette Katiaroi e Traspies (variante: Trapies, Trapioi) e in ultimo, dal re, quelle dette Paralatai; ma tutte insieme si chiamano Skolotoi, dal nome del loro re Mi sembra certo che bisogna, al pari di E. Benveniste, rendere yévoq con tribù. Gli Sciti contano quattro tribù, una delle quali è la tribù capo. Ma tutte hanno realmente o idealmente la stessa struttura: è chiaro infatti che questi quattro oggetti si riferiscono alle tre attività sociali degli Indiani e degli Iranici deH’Iran; il carro e il giogo (E. Benveniste ha analizzato un composto avestico che associa queste due parti della meccanica dell’aratura) evocano l’agricoltura; l’ascia era con l’arco l’arma nazionale degli Sciti; altre tradizioni scitiche conservate da Erodoto, come pure l’analogia coi dati indo-iranici conosciuti, incoraggiano a vedere nella coppa lo strumento e il simbolo delle offerte cultuali e delle bevande sacre. La forma ben distinta che Quinto Curzio (VII, 8, 18-19) dà alla tradizione, conferma questa esegesi funzionale; egli fa dire agli ambasciatori degli Sciti che cercavano di convincere Alessandro Magno a non attaccarli: Sappi che abbiamo ricevuto dei doni: un giogo per buoi, un carro, una lancia, una freccia e una coppa (iugum bovum, aratrum, hasta, sagitta et patera). Ce ne serviamo con i nostri amici e contro i nostri nemici. Ai nostri amici doniamo i frutti della terra che ci procura il lavoro dei buoi; con essi offriamo agli dèi libagioni di vino; quanto ai nostri nemici, li attacchiamo da lontano con la freccia e da vicino con la lancia. 4. La famiglia degli eroi Narti È interessante vedere sopravvivere questa struttura ideologica della società nell’epopea popolare dei moderni Osseti, che ci è nota i n frammenti ma in numerose varianti da circa un secolo e che una grande impresa folklorica russo-osseta, da circa quindici anni, ha sistematicamente raccolto. Gli Osseti sanno che i loro eroi dei tempi antichi, i Narti, erano divisi essenzialmente in tre famiglie. / Boriatee - dice una tradizione pubblicata da S. Tuganov nel 1925 - erano ricchi in armenti; gli Alcegatce erano forti per intelligenza; gli /Exscertcegkatce si distinguevano per eroismo e vigore ed erano forti per i loro uomini. I dettagli del racconto che giustappongono od oppongono a due a due queste famiglie, soprattutto nella grande collezione degli anni ’40, confermano pienamente queste definizioni. II carattere intellettuale degli Alaegatae riveste una forma arcaica, non appaiono che in circostanze uniche ma frequenti: c nella loro casa che hanno luogo le solenni bevute dei Narti in cui si producono le meraviglie di una Coppa magica detta la Rivelatrice dei Narti. Quanto agli vExsscrtaegkata;, grandi smargiassi ad effetto, è rimarchevole che il loro nome sia un derivato del sostantivo cexsur(t) bravura, che è, con le alterazioni fonetiche previste nelle parlate scitiche, la stessa parola del sanscrito ksatrà, nome tecnico, come abbiamo visto, del fondamento della classe guerriera. I Boriala; e il principale tra essi, Burafscrnyg, sono costante- mente e caricaturalmente i ricchi, con tutti i rischi e i difetti della ricchezza e in più, in opposizione ai poco numerosi vExsaertaegkatae, sono una moltitudine di uomini. Riconosciuta così come retaggio comune indo-iranico, questa dottrina tripartita della vita sociale è stata il punto di partenza di un'inchiesta che prosegue da più di vent’anni e che ha portato a due risultati complementari che possono riassumersi in questi termini: 1) al di fuori degli Indo-Iranici i popoli indoeuropei conosciuti in età antica o praticavano realmente una divisione di questo tipo oppure, nelle leggende in cui spiegano le proprie origini, ripartivano i loro cosiddetti componenti iniziali fra le tre categorie di questa stessa divisione: 2) nel mondo antico, dal paese dei Seres alle Colonne d’Èrcole, dalla Libia e dall’Arabia agli Iper borei, nessun popolo non indoeuropeo ha esplicitato praticamente o idealmente una tale struttura o se l’ha fatto è stalo dopo un contatto preciso, localizzabile c databile, che ha avuto con un popolo indoeuropeo. Ecco qualche esempio a sostegno di questa proposizione. Il caso più completo è quello dei più occidentali tra gli Indoeuropei, i Celti e gli Italici, il che non è sorprendente una volta che si c prestata attenzione (J. Vendryes) alle numerose corrispondenze che esistono nel vocabolario della religione, dell’amministrazione e del diritto, tra le lingue indo-iraniche da una parte e quelle ilalo-celli- che dall’altra. Se si ordinano i documenti che descrivono lo stato sociale della Gallia pagana decadente conquistala da Cesare, insieme ai testi che ci informano sull’Irlanda pocoprima della sua conversione al cristianesimo, ci appare sotto il *rig (l’esalto equivalente fonetico del sanscrito rcij- o del latino réf*-), un tipo di società così costituita: 1) Al di sopra di tulli c forte oltre ogni limile, quasi super-nazionale come la classe dei brahmani, vi c la classe dei clruicli (*dru-uid), cioè dei sapienti, sacerdoti, giuristi, depositari della tradizione. 2) Segue poi l’aristocrazia militare, unica proprietaria del suolo, \a flciith irlandese (cf. il gallico vlata- c il tedesco Gewcdt), propriamente la potenza, esatto equivalente semantico del sanscrito ksatrà, essenza della funzione guerriera. 3) Infine, gli allevatori, i bóairig irlandesi, uomini liberi ( ciirif.;) che si definiscono solamente come possessori di vacche ( bó). Non è sicuro ne probabile, come c stalo proposto, (A. Mcillet c R. Thurney- scn hanno preferito un’etimologia puramente irlandese) che questa ultima parola, aire (genitivo ctirech, plurale airig) che designa lutti i membri dell’insieme degli uomini liberi (che sono protetti dalla legge, concorrono all’elezione del re, partecipano alle assemblee - airecht - e ai grandi banchetti stagionali) sia un derivato in -k di una parola imparentata con l’indo-iranico * city a (sanscrito city a, àrya\ antico-persiano ariya, avestico airya; osseto Iceg uomo, da *arya-ka-). Ma poco importa: il quadro tripartito celtico ricopre esattamente lo schema reale o ideale delle società indo-iraniche. La Roma storica, benché risalga ad epoca remota, non ha divisioni funzionali: l’opposizione tra patrizi e plebei è di un altro tipo. Senza dubbio è l’effetto di un’evoluzione precoce e la divisione in tre tribù - anteriore agl’etruschi benché rivestila di nomi d’origine apparentemente etnisca come Ramnes, Luceres, Titienses - e ancora in qualche modo del tipo che studiamo: è ciò che ci suggerisce chiaramente la leggenda delle origini. Secondo la variante più diffusa, Roma si e costituita da tre elementi etnici: i compagni latini di Romolo e Remo, gli alleati etruschi condotti a Romolo da Lucumone e i nemici sabini di Romolo comandati da Tito Tazio. I primi avrebbero dato nascita a la TRIBU I -- Ramnes, i secondi alla TRIBU II – i Luceres c i terzi alla TRIBU III – i Titienses. Ora, la tradizione annalistica colora costantemente ognuno di questi componenti etnici di tratti funzionali. LA TRIBU III: I Sabini di Tazio sono essenzialmente ricchi di armenti. LA TRIBU II. Lucumone c la sua banda sono i primi specialisti dell’arte militare arruolati come tali da Romolo. LA TRIBU I: Romolo è il semi-dio, il rex-augur beneficiario della promessa iniziale di Jupiter, il creatore <le\Y urbs e il fondatore istituzionale della respublica. Talvolta la componente etnisca è eliminala, ma l’analisi tri-funzionale non viene meno poiché Romolo c i suoi Latini accumulano su loro stessi la doppia specificazione di capi sacri e di guerrieri esemplari ed hanno in loro stessi, come dice Tito Livio (1,9; 2-4), “deos et virtutem” e non gli mancano temporaneamente che opes (e le donne) che saranno loro fornite dai Sabini (cf. Floro, 1,1) i Sabini riconciliati che si trasferiscono a Roma c cum generis suis a vitas opes prò dote socicint. Eliminando così gli’etruschi, il dio Marte in persona, nei “Fasti” di Ovidio mette a nudo il movente ideologico dell’impresa che ha portalo all’unione dei Romani con i Sabini: La ricca vicinanza – “viciniadives” -- non voleva questi generi senza ricchezza – “inopes” -- e non aveva riguardo del fatto che io ero (un dio) la fonte del loro sangue – “sanguinis auctor”. Io ho risentito di questa pena e ho messo nel tuo cuore, Romolo, una disposizione conforme alla natura di tuo padre -- “patriam mentem”, cioè marziale -- Io ti dico, tregua di sollecitazione, ciò che domandi, saranno le armi a donartelo – “arma dabunt”. Dionigi di Alicarnasso che segue la tradizione delle tre razze, ripartisce tra quelli gli stessi tre vantaggi: le città vicine, sabine o altre, sollecitate da Romolo per mezzo di matrimoni, rifiutano di unirsi a questi nuovi venuti Che non sono da considerarsi neper ricchezza (xpTipaoi) né per altre imprese (taupnpòv Èpyov). A Romolo, relegato così alla sua qualità di figlio di dio e di depositario dei primi auspici, non resta che affidarsi (II, 37) ai militari di professione come l’etrusco Lucumone di Solone, Uomo di azione e illustre in materia di guerra (xà rcoX.é|iia 8ux<pavnq). Ma è Properzio, nella prima elegia romana che da a questa dottrina delle origini, e nella forma delle tre razze, l’espressione più complete. Nel momento in cui nomina, con Romolo, le tre tribù primitive mettendo in risalto le loro etimologie tramite le correlazioni tradizionali coi nomi dei loro eponimi, comincia ad esprimere i caratteri funzionali distintivi, 1’essenza, potremmo dire, della materia prima di ogni tribù. TRIBU I: i compagni di Remo e di suo fratello (il nome di Romolo è riservato per coprire la sintesi finale); TRIBU II: Lygmon (Lucu- mo); TRIBU III. Tito Tazio. Il testo di Properzio merita di essere esaminato più da vicino. L’intenzione di Properzio all’inizio di questa elegia è di opporre (c un luogo comune dell’epoca) l’umiltà delle origini all’opulenza della Roma d’Ottaviano. Dopo qualche verso che introduce il tema applicandolo al luogo, ecco gl’abitanti, presentati in tre parti ineguali, seguite da una conclusione: -- sul pendio dove si elevava un tempo la povera casa di REMO. I due fratelli avevano un solo focolare, immenso reame. La Curia, il cui splendore copre oggi un'assemblea di toghe preteste, non conteneva che senatori vestiti di pelle e dalle anime rustiche. Era la tromba che convoca, per i colloqui, gli antichi cittadini; cento uomini in un prato, tale era spesso il loro senato. Nessuna tela ondulante sulle profondità di un teatro, nessuna scena che esalasse l'odore solenne dello zafferano. Nessuno si cura di andare a cercare dèi stranieri. La folla trema, attaccata al culto ancestrale. E, ogni anno, le feste di Pale non sono celebrate che con fuochi di fieno i quali valevano bene te lustrazioni che si fanno oggi giorno grazie a un cavallo mutilato. Vesta era povera e trovava il suo piacere in asinelli coronati di Fiori. Delle vacche scarnite portavano in processione degli oggetti senza valore. Dei maiali ingrassati bastavano per purificare gli stretti crocicchi e il pastore, al suono della cennamella, offre in sacrificio le interiora di una pecora. Vestito di pelli, l'agricoltore brandiva delle correggie villose: è allora che tengono i loro riti i Fabii, Luperci scatenati. Ancora primitivo, il soldato non sfavillava sotto delle armi terribili. Ci si batteva nudi con dei pali induriti dal fuoco. Il primo campo e stabilito (pretorio: quartiere del campo intorno alla tenda del generale) da un comandante con un berretto di pelle, LYGMON. E la ricchezza di TATIUS era essenzialmente nelle sue pecore: è da là che si formarono i T1TIES, i RAMNES e i LU CERES, originari di Solonio; è da là che Romolo Lancia la sua quadriga di cavalli Bianchi. Il percorso di questo sviluppo è ben chiaro. Cme una favola verso la sua breve morale, tende verso l’ultimo distico che prima di menzionare il radunatore Romolo, nell’apparato dei suoi trionfi, enumera sotto i loro nomi le tre tribù riunite. Al verso 31, hinc indica che queste tre tribù provengono da uomini che sono stati precedentemente descritti e in effetti, in accordo con la tradizione erudita, Properzio mette i Tities (v. 31) in correlazione con il Tatius del verso 30 e i Luceres (v. 31) con Lygmon-Lucumo (v. 29). Quanto ai Ramnes, conformemente all’uso dovrebbero essere annunciati simmetricamente alla menzione di Romolo, ma a Romolo è qui riservato il posto di comando di questa società composita ed è RIMPIAZZATO DA REMUS al verso 9, o insieme a lui in frotres al verso 10. In altre parole, prima di mostrarli trasformati (hinc) sotto Romolo, nei tre terzi della città unificata, Properzio comincia col presentare successivamente, sotto i loro eponimi e nella loro esistenza ancora separata, le tre componenti della futura Roma, nell’ordine. TRIBU I: Le genti di Remo e di suo fratello. TRIBU II. L’etrusco Lucumone e – TRIBU III: il sabinoTazio. Si spiega così come le feste dei versi 15-26, appartenenti ai futuri Ramnes, siano quelle che la tradizione considera anteriori al sinecismo e praticate già, nel loro isolamento, dai due fratelli. Ma non è tutto. Non è meno lampante che le tre successive presentazioni delle future tribù siano caratterizzate secondo tre funzioni. Dal verso 9 (Remo) al verso 26, Properzio non evoca che il carattere primitivo di un’AMMINISTRAZIONE POLITICA (semplicità dei re, di ciò che rappresentava allora il senato e l’assemblea popolare) e di un CULTO (v. 15-26; mancanza di solennità e di dèi stranieri; nell 'ordine del calendario mstico - da aprile a febbraio - dei Parilia, Vestalia, Compitalia e Lupercalia, senza alcuno sfarzo). TRIBU II: Dal verso 27 al verso 29 ( Lygmon) il poeta evoca le forme primitive della GUERRA che rimangono elementari (un berretto di pelle) anche col primo tecnico militare. TRIBU III: Nel solo verso 30 ( Tatius ) Properzio evoca la forma puramente pastorale della RICCHEZZA primitiva. La nettezza delle articolazioni del testo e, in conseguenza, delle intenzioni classificatorie di Properzio, il confronto nel distico 29-30 di Lucumo come generale e di Tazio come ricco proprietario di armenti, mettono in risalto il fatto che, benché concepite come componenti etniche, le tre tribù nel pensiero degli eruditi di epoca d’Ottaviano sono caratterizzate funzionalmente. TRIBU I: I Ramnes, raggruppati intorno ai fratelli, dediti soprattutto al governo e al culto. TRIBU II: Lucumoneei Luceres come guerrieri. TRIBU III: Tito Tazio e i Tities (più spesso Titienses) come ricchi allevatori. Le divisioni degli Ioni Fra i Greci, almeno gli Ioni e i più antichi ateniesi erano stati inizialmente divisi in quattro tribù definite dal ruolo nell’organizzazione sociale. I nomi tradizionali delle tribù non sono molto chiari, al pari della ripartizione dei nomi nelle quattro funzioni o, come dice Plutarco, nei quattro |3ioi (tipi di) vite, ma questi tipi sono molto probabilmente sacerdoti o funzionari religiosi, guerrieri o guardiani, agricoltori, artigiani (Strabone Vili, 7, 1; cf. Platone, Timeo, 24 A). Plutarco 0 Solone 23), per una falsa etimologia del nome ordinario ricollegato ai sacerdoti, omette i sacerdoti e sdoppia agricoltori e pastori. È probabile che le tre classi della Repubblica ideale di Platone - filosofi che governano, guerrieri che difendono e il terzo stato che produce ricchezza - con ogni loro armonizzazione morale o filosofica, così prossima talvolta alle speculazioni indiane, siano state ispirate in parte dalle tradizioni ioniche, in parte da ciò che si sapeva allora in GreciadelledottrinedeH’Iraneinpartedaquegli insegnamenti dei pitagorici che risalgono senza dubbio al remoto passato ellenico o preellenico. 10. La tripartizione sociale nel mondo antico A questi schemi concordanti si è cercata invano una replica indipendente nella pratica o nelle tradizioni delle società ugrofinniche o siberiane, presso i Cinesi o gli Ebrei biblici, in Fenicia o nella Mesopo- tamia sumerica o accadica, o nelle vaste zone continentali adiacenti agli Indoeuropei o penetrate da essi. Ciò che salta agli occhi sono delle organizzazioni indifferenziate di nomadi in cui ognuno è sia combattente che pastore; delle organizzazioni teocratiche di sedentari in cui un re-sacerdote o un imperatore divino è contrapposto ad una massa spezzettata aH’infinito ma omogenea nella sua umiltà; oppure ancora delle società in cui lo stregone non è che uno specialista fra tanti altri senza preminenza, malgrado il timore che la sua competenza suscita. Niente di tutto questo ricorda né da vicino né da lontano la struttura delle tre classi funzionali gerarchizzate e non vi sono delle eccezioni. Quando un popolo non indoeuropeo del mondo antico, ad esempio del Vicino Oriente, sembra conformarsi a questa struttura è perché l’ha acquisita sotto l’influenza di uno nuovo arrivato vicino a lui, da una di quelle pericolose bande di Indoeuropei - Luviti, Hittiti, Arya - che nel secondo millennio si sono arditamente sparse lungo diversi percorsi. E il caso ad esempio dell’Egitto castale in cui i Greci del V secolo credevano di aver trovato il prototipo, l’origine delle più vecchie classi funzionali ateniesi che sono state menzionate poco fa. In realtà questa struttura si è formata sul Nilo grazie al contatto con gli Indoeuropei, che apparendo in Asia Minore e in Siria nella metà del secondo millennio prima della nostra èra, rivelarono agli Egiziani il cavallo e tutti i suoi usi. Solamente dopo questa data il vecchio impero dei Faraoni si riorganizza per poter sopravvivere, formandosi ciò che non aveva mai avuto: un’armata permanente e una classe militare. Il più antico testo multifunzionale del tipo di quello che sarà conosciuto da Erodoto (Timeo) o da Diodoro, è l’iscrizione in cui Thaneni si vanta di aver fatto un vasto censimento per conto dei suo Faraone Thutmosis IV (J.H. Breasted, Ancient Records ofEgypt, II, thè XVIlIth Dynasty): M uste ring ofthe whole land before his Majesty making an in- spection ofevery body, knowing thè soldiers, priests, royal serfs and all thè craftsmen ofthe whole land, all thè cattle, fo wl and small cattle, by thè military scribe, beloved of his lord Thaneni Ora, Thutmosis IV (1415-1405) è giusto il primo Faraone che abbia mai sposato una principessa arya dei Mitanni, la figlia di un re dal nome caratteristico di Artatama. Sembra che la differenziazione di una classe di guerrieri col suo statuto morale particolare, unito ad una sorta di alleanza flessibile a una classe ugualmente differenziata di sacerdoti, sia stata la novità degli Indoeuropei e il cavallo e il carro la ragione e il mezzo della loro espansione. Le iscrizioni geroglifiche e cuneiformi ci hanno trasmesso il ricordo del terrore che causarono alle vecchie civiltà questi specialisti della guerra, così arditi e impietosi come quei conquistadores che tremila anni più tardi nel Nuovo Mondo comparvero ai capi e ai popoli degli imperi che schiacciarono. Essi li designavano con un nome - marianni - che in effetti gli Indoeuropei usavano: i mdriya, incuiStig Wikander seppe riconosce- 26 re nel 1938 i membri dei Mcitinerblinde dello stesso tipo studiato da Otto Hofler presso i Germani. La comparazione dei più antichi documenti indoiranici, celtici, italici e greci, se da una parte permette di affermare che gli Indoeuropei avevano una concezione della struttura sociale fondata sulla distinzione e sulla gerarchizzazione delle tre funzioni, dall’altra parte non può insegnare grandi cose sulla forma concreta - o sulle diverse forme - in cui si sarebbero realizzate queste concezioni. Bisogna ora generalizzare ciò che è stato detto più sopra a proposito degli Arya vedici. È possibile che la società sia stata interamente ed esausti vamen- te ripartita tra sacerdoti, guerrieri e pastori. Si può anche pensare che la distinzione avesse solamente portato a mettere in risalto qualche clan o qualche famiglia specializzata, depositaria nell’un caso dei segreti efficaci del culto, nel secondo delle iniziazioni e delle tecniche guerriere e nell’ultimo, infine, dei rimedi e delle magie deH’allevamento, mentre il grosso della società, indifferenziata o meno differenziata, si affidava alla direzione degli uni o degli altri, secondo le necessità o le occasioni. Si è infine liberi di immaginare moltissime forme intermedie, ma queste non saranno che punti di vista dello spirito. Certi raffronti di cifre sembrano tuttavia rivelare la sopravvivenza di formule molto precise: così, nel Rgveda i 33 dèi riassumono una società divina concepita ad immagine della società aryae sono talvolta scomposti in 3 gruppi di 10, completati da 3 supplementari; oppure, a Roma, le 33 comparse dei comitia curiata dei quali 30 (cioè 3 per 10) riassumono le 3 tribù primitive funzionali dei Ramnes, Luce- res e Titienses, completate da 3 àuguri. 12. Le tre funzioni fondamentali Così, non è il dettaglio autentico e storico dell’organizzazione sociale tripartita degli Indoeuropei che interessa di più il comparatista, ma il principio di classificazione, il tipo di ideologia che essa ha suscitato, realizzato o formulato, e di cui non sembra essere più rimasta che un’espressione tra tante altre. Diverse volte nell’esposizione che si è letta è stata incontrata una parola importante: quella di funzione, di tre funzioni, e bisogna così intendere certamente le tre attività fondamentali assicurate da gruppi di uomini - sacerdoti, guerrieri, produttori - per il sostentamento e la prosperità della collettività. Ma il dominio delle funzioni non si limita a questa prospettiva sociale. Alla riflessione filosofica degli Indoeuropei esse avevano già fornito - come sostantivi astratti, bnihman, ksutrù, vis, principi delle tre classi nella riflessione filosofica degli Indiani vedici e posl-vedici - ciò che può essere considerato, secondo il punto di vista, come un mezzo per esplorare la realtà materiale e morale o come un mezzo per mettere ordine nel patrimonio delle nozioni ammesse dalla società. L’inventario di queste applicazioni non propriamente sociali della struttura trifunzionale, è stato intrapreso e continuato, dal 1938, da E. Benveniste e da me stesso. Ora, è facile porre sulla prima e sulla seconda funzione un’etichetta che copra tutte le sfumature: da una parte il sacro e i rapporti dell 'uomo col sacro (culto, magia) c degli uomini tra di loro, sotto lo sguardo c la garanzia degli dèi (diritto, amministrazione), e così pure il potere sovrano esercitato dal re o dai suoi delegati in conformità con la volontà o il favore divino e infine, più generalmente, la scienza c l’intelligenza, allora inseparabili dalla meditazione e dalla manipolazione delle cose sacre; dall’altra parte la forza fisica brutale e l’impiego della forza, uso principalmente ma non unicamente guerriero. È meno facile delincare in poche parole l’essenza della terza funzione, che ricopre delle province numerose fra le quali intercorrono dei legami evidenti ma la cui unità non comporta un centro ben definito: fecondità umana, animale e vegetale, ma, nello stesso tempo, nutrimento e ricchezza, santità e pace (con le gioie c i vantaggi della pace) e anche voluttà, bellezza c l’importante idea del gran numero, applicata non solo ai beni (abbondanza) ma anche agli uomini che compongono il corpo sociale (massa). Non sono queste delle definizioni a priori ma insegnamenti convergenti di molte applicazioni dell’ideologia tripartita. Gli indologi hanno familiarità con questo uso straripante della classificazione tripartita sin dai tempi vedici: per un impulso che ricorda, nel suo vigore e nei suoi effetti, la tendenza classificatoria del pensiero cinese - che ha distribuito tra lo yang e lo yin sia coppie di nozioni solidali che antitetiche -1’India ha messo le tre classi della società, coi loro principi, in rapporto con numerose triadi di nozioni preesistenti o create per la circostanza. Queste armonie, queste correlazioni importanti per l’azione simpatetica a cui tende il culto, hanno talvolta un senso molto profondo, talvolta artificiale e altre volte puerile. Così, ad esempio, le tre funzioni sono distributivamente connesse ai tre guna (propriamente, figli) o qualità - Bontà, Passione, Oscurità - delle quali la filosofia sùrìikhyu dice che gli intrecci variabili formano la trama di tutto ciò che esiste; o ancora, nei tre stadi superiori dell’universo, le si vede non meno imperiosamente collegate ai diversi metri e melodie dei Veda o ai diversi tipi di bestiame o a comandare minuziosamente la scelta dei diversi tipi di legno con cui saranno fatte le scodelle o i bastoni. Senza arrivare a questi eccessi di sistematizzazione, la maggior parte degli altri popoli della famiglia presentano aspetti di questo genere che, ritrovandosi molto simili su diverse altre parti del globo, hanno la fortuna di risalire ad antenati comuni, agli Indoeuropei. Non si potrà presentare in questa sede che qualche inventario. 13. Triadi di calamità f.triadi di delitti Da circa vent’anni E. Benveniste ha individualo presso gli Iranici c gli Indiani delle formule molto simili in cui un dio è pregalo di allontanare, da una collettività o da un individuo, tre flagelli, ognuno dei quali si riconnettc a una delle tre funzioni. Per esempio, in una iscrizione di Pcrscpoli (Persep. d 3) Dario domanda ad Ahuramazdà di proteggere il suo impero r/a// ’esercito nemico, dal cattivo anno e dall'inganno (quest’ultima parola, drau- ga, nel vocabolario del Gran Re designava sopralutto la ribellione politica, il misconoscimento dei suoi diritti sovrani; ma si riferiva anche al peccalo maggiore delle religioni iraniche, la menzogna). Parallelamente, al momento delle cerimonie vcdichc del plenilunio c del novilunio, una preghiera è dedicala ad Agni, con delle formule che, diversamente allungate dagli autori dei vari libri liturgici (per esempio Tditt.Sariìh., I, 1, 13, 3; Sut.Bràhm., I, 9, 2, 20) hanno questo nucleo comune: Conservami dalla soggezione, conservami dal cattivo sacrificio, conservami dal cattivo nutrimento. L’enunciato indiano è parallelo a quello iranico, con la riserva che, al primo livello, il re achemenide parla di inganno e il ritualista vedico di sacrificio malfatto: questo scarto nei timori corrisponde ad evoluzioni divergenti - da una parte più moraliste e dall’altra più for- maliste - delle religioni delle due società. Mi è stato possibile dimostrare in seguito che i più occidentali tra gli Indoeuropei, i Celti, i cui usi sono talvolta così sorprendentemente simili a quelli vedici, utilizzavano la stessa classificazione tripartita delle maggiori calamità. La principale compilazione giuridica dell’Irlanda, il Senchus Mór, comincia con questa dichiarazione ( Ancient Laws oflreland, IV 1873, p. 12): Vi sono tre tempi in cui si produce il deperimento del mondo: il periodo della morte degli uomini (morte per epidemia o per carestia, precisa la glossa), la produzione accresciuta di guerra e la dissoluzione dei contratti verbali. I malanni sono così ripartiti fra le tre zone della salute o del nutrimento, della forza violenta e del diritto. I Galli non hanno inserito nei loro libri giuridici delle tali formulazioni astratte, ma un testo che parrebbe essere la trasposizione romanzesca di un vecchio mito, il Cyvranc Lludd a Llevelis è consacrato all’esposizione delle tre oppressioni dell’isola di Bretagna e al modo in cui il re Lludd vi mise fine. Queste calamità sono: 1) una razza di uomini saggi il cui sapere è tale che essi intendono per tutta l’isola ogni conversazione, fosse anche a bassa voce, e interferiscono così nel governo e nei rapporti umani; 2) ogni primo maggio ha luogo un terribile duello tra due draghi, il drago dell’isola e il drago straniero che viene a battersi col primo, cercando di vincerlo, e le urla del drago dell’isola sono tali da paralizzare e sterilizzare ogni essere vivente; 3) ogni volta che il re accumula in uno dei suoi palazzi una provvista di cibarie e di vivande, fosse anche per un anno, u n mago ladro giunge la notte seguente e porta via tutto il suo paniere. Si osserva ancora una volta come le tre oppressioni si sviluppino qui negli ambiti della vita intellettuale, dell’amministrazione della forza e infine del nutrimento; in più, considerate in base ai loro agenti e non in base alle vittime, esse definiscono tre delitti: abuso di un sapere magico, aggressione violenta e furto di beni. Sembra che il più antico diritto romano ugualmente considerasse i delitti privati come incantesimi maligni ( malum Carmen, occentu- tio), violenza fisica ( membrum ruptum e osfractum, iniuriu) e in furto {furtum)\ Platone utilizzava, in un contesto inerente alla tripartizione C Repubblica, 413b-414a) e in un modo evidentemente artificiale, prendendolo in prestito senza dubbio da qualche poeta tragico, una distinzione sistematica ed esauriente dei delitti molto simile, in furto, violenza fisica e incantesimo (kXotcti, pila, yor|TEÌa). Benveniste ha raffrontato la classificazione avestica dei medicamenti ( Vidèvdàt, VII, 44: medicine del coltello, delle piante e delle formule d’incantesimo) con l’analisi che fa un inno del Riveda sui poteri medici degli dei Nàsatya-Asvin (X, 39, 3) .guaritori di chi è cieco (male misterioso, magico), di chi è smagrito (male alimentare) e di chi ha una frattura (violenza). È lo stesso procedimento che nella III Pythica di Pindaro il centauro Chirone insegna ad Asclepio per guarire le dolorose malattie degli uomini (versi 40-55: incantesimi, pozioni o droghe, incisioni) ed è stato sospettato che dietro questi fatti paralleli si celi l’esistenza di una dottrina medica tripartita ereditata dagli Indoeuropei. Se i vecchi testi germanici non applicano questo schema classificatorio ai malanni, ai delitti o ai rimedi, è vero che l’utilizzano in altre circostanze: il Canto di Skirnir nell 'Edda è un piccolo dramma in cui il servitore del dio Freyr costringe, malgrado la sua volontà, la gigantessa Gerdr a cedere ai desideri amorosi del suo maestro. Inizialmente tenta invano di comprare ( kaupu ) il suo amore con dei regali d’oro (strofe 19-22); poi, non meno inutilmente, minaccia di decapitarla (str.) con la sua spada {ma.’.ki)\ infine al suo terzo tentativo non gli rimane che minacciarla con gli strumenti della sua magia, bacchette ( gambantein ) c rune (str. Elogi tripartiti Quando un poeta indiano vuole fare brevemente l’elogio totale di un re, passa in rassegna le tre funzioni in tre parole: così, all’inizio del Raghuvamsa (I, 24) il re Dilàpa merita di essere chiamato padre dei suoi sudditi perché assicura loro buona condotta, li protegge e li nutre. Con delle formule generalmente meno concise, l’epopea irlandese procede allo stesso modo. In un bel lesto, il Paese dei Viventi, cioè l’altro mondo, la dimora dei morti divenuti immortali, è caratterizzalo dall’assenza di morte in base ai tre aspetti seguenti: .non vi è né peccato né errore...] vi si mangiano pasti eterni senza servizio; l'intesa regna senza lotte . L’originalità del paese meraviglioso consiste nel fatto che tutto è buono e facile, ma questa idea si analizza e si esprime nel pensiero dell’autore soprattutto secondo le tre funzioni (virtù, guerra, abbondanza alimentare); la seconda funzione, di tipo violento, considerata come un male c rifiutata, mentre le altre due sono sviluppale al massimo grado (J. POKÒRNY, Conio’s abcnteucrliche Fahrt ZCP XVII, 1928,195). In un a simile analisi, per fare 1 ’ elogio del re Conchobar, u n lesto del ciclo degli Ulati dice che sotto il suo regno vi erano pace e tranquillità, saluti cordiali, ghiande, grasso e prodotti del mare, controllo, diritto e buona regalità (K. MEYER, Milleil. aus irischen Handschriflen ZCP): cioè il contrario della guerra, della carestia c dell’anarchia, il contrario dei tre flagelli contro i quali il re Dario a Persepoli domanda al gran dio di conservare il suo impero. Si può obiettare talvolta che queste formule non siano troppo naturali, così troppo ben modellale sull’uniforme e inevitabile disposizione delle cose perché il loro accumulo e la loro somiglianza provino un’origine comune c resistenza di una dottrina caratteristica degli Indoeuropei. Una riflessione anche elementare sulla condizione umana e sulle risorse della vita collettiva non dovrebbe forse mettere in evidenza, in ogni tempo c in ogni luogo, tre necessità, cioè una religione che garantisse un’amministrazione, un diritto c una morale stabile, una forza protettrice c conquistatrice, infine dei mezzi di produzione, di alimentazione e di gioia? E quando l’uomo riflette sui pericoli che incontrac sulle vie che si aprono alla sua azione, non è ancora a una qualche varietà di questo schema che si riporta? Basta uscire dal mondo indoeuropeo, in cui queste formule sono così numerose, per constatare che, malgrado il carattere necessario e universale dei tre bisogni ai quali si riferiscono, esse non hanno la generalità o la spontaneità chesi suppone: al pari della di visione sociale corrispondente, non le si ritrova in alcun testo egizio, sumerico, accadico, fenicio e biblico, né nella letteratura dei popoli siberiani, nè presso i pensatori confuciani o taoisti così inventivi ed esperti di classificazioni. La ragione è semplice ed elimina l’obiezione: per una civiltà, sentire vivamente e soddisfare dei bisogni impellenti è una cosa; portarli alla chiarezza della coscienza e riflettere su di essi, farne una struttura intellettuale e uno schema di pensiero è tutta un’altra. Nel mondo antico solo gli Indoeuropei hanno fatto questo cammino filosofico e così si percepisce nelle speculazioni e nelle produzioni letterarie di tanti popoli di questa famiglia, che la spiegazione più economica, come per la divisione sociale propriamente detta, è ammettere che il percorso non è stato fatto e rifatto indipendentemente in ogni provincia indoeuropea dopo la dispersione, ma che è anteriore alla divisione ed è opera di pensatori dei quali i brahmani, i druidi e i collegi sacerdotali romani sono in parte i diretti eredi. Meccanismi giuridici triplici Una delle applicazioni più interessanti ma più delicate è quella che in riferimento alla concezione indoeuropea chiarifica presso i diversi popoli (India, Roma, Lacedemoni) i quadri e le regole giuridiche. Lucien Gerschel, ricordando il diritto romano, ha dimostrato che questo, così originale nei suoi fondamenti e nel suo spirito, conserva nelle sue forme un gran numero di procedure in tre varianti a effetti equivalenti (che si spiegano solitamente, ma senza prove, come creazioni successive dell’ uso e del pretore) che almeno qualcuna di queste sorprendenti tripartita si modella sul sistema delle tre funzioni qui considerate. Citerò unodei migliori esempi: un testamento può essere fatto con lo stesso valore sia nell’assemblea strettamente religiosa dei Comitia Curiata, presieduti dal gran pontefice; sia sul fronte di una battaglia davanti ai soldati; sia tramite una vendita fittizia a un emp- torfamiliae (Aulo-Gellio, XV, 27; Gaius, II; Ulpiano, Reg. XX, 1). Gerschel non pretende che sia esistito a Roma un diritto sacerdotale, un diritto guerriero e un diritto economico, o che i tre tipi di testamento abbiano avuto delle assisi sociali o degli effetti differenti, non più dei tre tipi di affrancamento o delle altre tricotomie giuridiche che si possono interpretare in questo senso. Questo quadro così incredibilmente frequente, questa triade di possibilità a effetti equivalenti e l’omologia delle distinzioni che si distribuiscono, sembrerebbe attestare, dice Gerschel, che i creatori del diritto romano hanno da molto tempo pensato i grandi atti della vita collettiva secondo l’ideologia delle tre funzioni e giustapposto volentieri tre processi, tre decorsi o tre casi di applicazione provenienti ciascuno dal principio (religioso; attualmente o potenzialmente militare; economico) di una delle tre funzioni. La stessa psicologia non sfugge a questo schema. I sistemi filosofici indiani dosano nelle anime, come nella società, dei principi come la legge morale, la passione, l’interesse economico (dharma, kCimu, artha) \ Platone attribuisce alle tre classi della sua Repubblica ideale - filosofi governanti, guerrieri, produttori di ricchezze - delle formule di virtù che distribuiscono e combinano la Saggezza, il Coraggio e la Temperanza; in un’espressione apparentemente tradizionale e legala all’intronizzazione dei Re Supremi di Irlanda, la mitica regina Medb, depositaria e donatrice della Sovranità, pone come triplice condizione a chiunque vuole diventare suo marito, cioè re, di essere senza gelosia, senza paura, senza avarizia (Tdin Bó Cualnge ed. Win- disch, 1905,6-7); infine, anche lo zoroastrismo, nei testi brillante- mente interpretati da K. Barr, spiega che la nascila dell’uomo per eccellenza, Zoroastro, è stata accuratamente preparata con la combinazione di tre principi, l’uno regale, l’altro guerriero e il terzo carnale. Si tratta forse di un’applicazione mitica di una credenza antichissima; nei trattati rituali domestici dell’India ( Sànkh. G. S, I, 17, 9; Pdrask. G. S, 1,9, 5) si consiglia infatti alla donna che vuole concepire un bambino maschio di rivolgersi a Mitra, a Varuna, agli Asvin e a Indra (quest’ultimo accompagnato da Agni o Sùrya, secondo le varianti) e a nessun altro, cioè, come sarà dimostrato nel capitolo seguente, alla lista arcaica indo-iranica degli dèi che incarnano e patrocinano la prima, la terza e la seconda funzione. Un’altra via di sviluppo per il pensiero trifunzionale è stata quella del simbolismo: tanto i tre gruppi sociali quanto i loro tre principi sono stati legati figurativamente e solidalmente a degli oggetti materiali semplici, il cui raggruppamento li evocava e li rappresentava. Sembra che dai tempi indoeuropei questa via abbia principalmente portato a due insiemi: una collezione di oggetti talismani e un ventaglio di colori. Ci si ricordi della leggenda tramite cui gli Sciti, secondo Erodoto, spiegavano le loro origini: gli oggetti d’oro caduti dal cielo - carro e giogo per l’agricoltore, ascia (o lancia o arco) come arma guerriera, coppa cultuale - hanno dei valori nettamente classificatori secondo le tre funzioni. Ora, questi oggetti non erano solamente mitici: erano conservati lutti insieme dal re e ogni anno venivano solennemente portati attraverso le terre scitiche. Anche la leggenda irlandese attribuisce alla penultima razza che avrebbe occupato l’isola, e che in realtà è costituita dagli antichi dèi della mitologia (i Tuatha dé Danann, Le tribù della dea Dana), un gruppo di oggetti talismani: il calderone di Dagda che conteneva e donava un nutrimento meraviglioso; due armi terribili, la lancia di Lug che rendeva il suo possessore invincibile e la spada di Nuada, al cui colpo niente sopravviveva; la pietra di Fai infine, sede della sovranità, il cui grido rivelava quale dei candidati doveva essere scelto come re (V. HULLThefourjewels oftheT.D.D ZCP, XVIII, 1930,73-89). Le mitologie vediche e scandinave collegano allo stesso modo dei gruppi di tre oggetti caratteristici a degli dèi che vedremo ben presto e che sono distribuiti secondo le tre funzioni. 20. Colori simbolici delle funzioni presso gli Indo-Iranici Quanto ai colori simbolici, l’importanza e l’antichità sono già segnalate, per il mondo indo-iranico, dal fatto che i tre (o quattro) gruppi sociali funzionali sono designati in base alla parola sanscrita varna e alla parola avestica pìstra (cf. il greco 7touciXoq screziato, russo pisat' scrivere), che con sfumature diverse designano il colore. Di fallo è un insegnamento costante nell’India che brdhmunu, ksatriya, vaisya e sùclru siano rispettivamente caratterizzati (e le spiegazioni non mancano) dal bianco, il rosso, il giallo e il nero. Di certo che vi è stata un’alterazione in seguilo alla creazione delle caste inferiori ed eterogenee degli sùdra, di un antico sistema di cui rimangono tracce nei rituali (Gobh. G. S., IV, 7, 5-7; Khucl. G. S. IV, 2, 6) e senza dubbio anche uno nel Riveda (nero, bianco e rosso è il suo cammino dice X, 20,9 di Agni, il più triplice e trifunzionale degli dèi), sistema formato semplicemente da tre colori senza il giallo e dove vi era il nero (o blu scuro) a caratterizzare i vaisya, gli allevatori-agricoltori. In effetti anche l’Iran ha mantenuto questa ripartizione: una tradizione mazdeo-zurvanita che è stata progressivamente stabilita e interpretata da H. S. Nybcrg (1929), G. Widengren, S. Wikan- der (1938) c R. C. Zaehner (1938, 1955) descrive nella cosmogonia l’uniforme dei sacerdoti come bianca, quella dei guerrieri come rossa o variopinta e quella degli agricoltori-allevatori come blu scura. Altri Indoeuropei praticavano lo stesso simbolismo. V. Basanoff ha intelligentemente i nterpretato in questo senso un rituale hiltita di evocatio in cui i diversi dèi della città nemica assediata sono pregali di lasciarla e di giungere presso gli assedianti attraverso tre cammini - il che suppone tre diverse categorie di dèi - avvolti uno in una stoffa bianca, il secondo in una stoffa rossa e il terzo in una stoffa blu ( Keilischrifturk aus Bof’azkbi, VII, 60; FRIEDERICK, Deralte Orient, XXV, 2,1925, 22-23). 21. Colori simbolici delle funzioni presso Celti e Romani Tra i Celti della Gallia e dellTrlanda il bianco è il colore dei dm- idi e il rosso, nell’epopea irlandese, è quello dei guerrieri; a Roma un Albogalerus caratterizza il più sacerdote tra i sacerdoti, il flamen diu- lis, mentre il paludumentum militare è rosso come il drappo sulla testa del generale o come la trabea dei cavalieri o dei sacerdoti armati che sono i Salii. Un sistema completo a tre termini del simbolismo coloralo s’incontra due volte nelle istituzioni romane. Il caso più interessante è quello dei colori delle fazioni del circo che assunsero grande importanza sotto l’impero e nella nuova Roma del Bosforo, ma che sono sicuramente anteriori all’impero c che gli studiosi di antichità romane ricollegano del resto alle origini stesse di Romolo. 36 Le speculazioni esplicative di questi antichisti sono molteplici e intrise di pseudo-filosol'ia e di astrologia, ma una di queste, conservata da Giovanni il Lido, De mens. IV, 30, si riferisce a delle realtà romane e afferma che questi colori, che sono quattro, in epoca storica erano inizialmente tre ( albati, russati, viricles) in rapporto non solo con le divinità Jupiler, Mars e Venus (quest’ultima solo apparentemente sostituita a Flora) i cui valori funzionali sono evidenti (sovranità, guerra, fecondità), ma anche con le tre tribù primitive dei Ramnes, Lucercs e Titienses. A proposito di questi ultimi si è ricordalo più sopra che erano, nella leggenda delle origini, sia componenti etnici (Latini, Etruschi, Sabini) che funzionali (derivati da uomini sacri c governanti, da guerrieri professionisti e da ricchi pastori) e che in un altro passaggio {De magistrut. 1, 47) Giovanni il Lido interpreta come paralleli alle tribù funzionali degli Egiziani e degli antichi Ateniesi. Nel 1942 Jan de Vries raccolse un gran numero di esempi antichi e moderni (religiosi, l'olklorici c letterari) di questa triade di colori: quasi lutti provenivano dall’area di espansione indoeuropea o dai suoi confini, o dalle regioni che furono esposte all'influenza degli Indoeuropei e alcuni hanno chiaramente un valore classificatorio del tipo qui considerato. 22. Le scelti- dei tigli di Feridùn Infine, dei racconti epici, delle leggende o delle narrazioni molto diverse utilizzano ugualmente il quadro trifunzionale. Eccone qualche esempio. La leggenda scitica dei tre figli di Targilaos, il cui ultimogenito raccoglie insieme alla regalità i meravigliosi oggetti d’oro simboli delle tre Finzioni, è stata paragonala da M. Molé a una tradizione dell’Iran propriamente detto, relativa ai figli del l’eroe che V Avesta chiama ©hraétaona, i testi pahlavi Frètòn e i testi persiani Feridùn. Eccola nella traduzione data da M. Molé a un passaggio dell 'Àyàtkar i JàmcispTk: Da Frètòn nacquero tre figli; Salm, Tòz ed Eric erano i loro nomi. Egli li convocò tutti e tre per dire ad ognuno di essi: Io sto per dividere il mondo tra di voi, che ciascuno di voi mi dica ciò che gli sembra bello affinché io glielo doni. Salm chiese grandi ricchezze, Toz il valore ed Eric, su cui era la gloria dei Kavi (cioè il segno miracoloso che distingue il sovrano scelto da Dio) la legge e la religione. Frètón disse: Che a ciascuno di voi giunga ciò che ha chiesto. Ed egli donò infatti la terra di Rum a Salm, il Turkestan e il deserto a Toz e l’Iran e la sovranità sui suoi fratelli a Eric. Un’interessante variante di Ferdusi giustifica la stessa divisione geografica con un altro criterio, anche se col medesimo senso. Esposti a titolo di prova a uno stesso pericolo (un dragone minaccioso), ognuno dei tre fratelli si rivela in accordo con la propria natura e col proprio livello funzionale: Salm fugge, Tòz si precipita ciecamente all’assalto e Iraj evita il pericolo senza combattere, con l’intelligenza e il nobile sentimento che ha della dignità regale della sua famiglia. La scelta del pastore Paride È un tema simile, presente fra i Greci d’Asia Minore e forse influenzato dagli Indoeuropei di Frigia, che ha fornito la materia del giudizio di Paride, piacevole racconto dalle pesanti conseguenze poiché è destinato a spiegare come, malgrado la sua ricchezza e il suo valore, Troia finisca per soccombere ai Greci. Paride, il bel principe pastore, vede giungere presso di sé tre dee (che simboleggiano le tre funzioni) che gli chiedono un giudizio eminente; secondo un tipo di variante (Euripide, Iphig. Aul, V. 1300- 1307) ognuna si presenta nel l’aspetto del proprio rango e della propria attività: Era, fiera del letto regale del sovrano Zeus , Atena con l’elmo sul capo e la lancia in mano, Afrodite senza altre armi che la potenza del desiderio. Secondo un’altra variante (Euripide, Troiane, v. 925-931) ogni dea tenta di accattivarsi il giudizio promettendo un dono: Era promette la sovranità sull’Asia e l’Europa, Atene la vittoria e Afrodite la donna più bella. Paride sceglie male e assegna il premio ad Afrodite, scelta che causerà ben presto il rapimento dell’incomparabile Elena e, malgrado dieci anni di combattimento, la fine di Troia, distrutta da una coalizione di uomini e divinità tra le quali Era ed Atena non saranno le meno accanite. Questo tipo di racconto ha prosperato sino ai tempi moderni. Gerschel ha studiato delle tradizioni svizzere, tedesche ed austriache raccolte nell 'ultimo secolo, evidentemente indipendenti dalla leggenda greca, che presentano un giovane uomo che deve scegliere (ma generalmente bene) fra tre offerte nettamente funzionali; oppure tre fratelli che si spartiscono tre doni funzionali dei quali solo uno, quello della prima funzione assicura a chi lo possiede un destino pienamente buono. Ecco per esempio la forma originale rigorosamente ricostruita da Gerschel, delle leggende tedesche sull’origine dello Jodeln (Johlen). Res, il vaccaro di Bahilsalp, trova una notte nella capanna tre esseri sovrannaturali in procinto di fare il formaggio: a un certo punto il latticello è versato in tre secchi e nel primo è rosso, nel secondo secchio è verde e nel terzo è bianco. Res apprende che deve scegliere un secchio e berne il latticello; allora uno dei vaccari fantasmi aggiunge: Se scegli il rosso sarai talmente forte che nessuno potrà combattere con te. Il secondo vaccaro disse a sua volta: Se tu bevi il latticello di colore verde possiederai molto oro e sarai ricchissimo. Il terzo infine spiegò: Bevi il latticello bianco e tu sarai Jodeln meravigliosamente. Res rifiutò i due primi doni e si decise per il latticello bianco, diventando un perfetto Jodler. Gerschel rileva che questa tecnica vocale ha nelle diverse varianti un effetto magico (tutte le bestie vengono incontro allo jodler e. l'accompagnano; tavole e panche danzano nella sua capanna: le vacche si alzano sulle loro zampe posteriori e danzano; la vacca più selvatica si addolcisce e si lascia mungere facilmente, etc.). Talismani di Roma e di Cartagine Verso la fine delle guerre puniche Roma ha senza dubbio organizzato su un tale tipo di schema la garanzia della sua vittoria finale: una testa di bue, poi una testa di cavallo (trovate dagli scavatori di Di- done sul sito in cui si ergeva, con Cartagine, il tempio della sua Giunone) avevano, a detta di loro, garantito alla città africana l’ opulenza e la gloria militare. Ma in virtù della testa d’uomo che gli spalatori di Tarquinio avevano un tempo trovato sul Campidoglio, nel sito del futuro tempio di Jupiter O. M, è Roma che detiene la più alta promessa, quella della sovranità. L. Gerschel, a cui si deve ancora questa sorprendente interpretazione, ha ricordato che presso gli Indiani vedici uomo, cavallo e bue sono teoricamente i tre tipi superiori delle vittime ammesse per il sacrificio, quelli le cui teste (assieme alle teste delle due vittime inferiori, montone e capro) devono, almeno in apparenza, essere interrate nel luogo in cui si vuole elevare l’importante altare del fuoco, in mancanza del santuario permanente che non esiste i n India. Come ultimo esempio, riallacciando all’ambito epico la tripartizione dei flagelli e dei delitti ricordati più sopra, citerò un tema di grande estensione letteraria che è stato diversamente spiegato in India, in Scandinavia, in Grecia e in Iran: quello dei peccati di un dio o di un uomo, generalmente (per delle ragioni che analizzeremo nel III capitolo) un personaggio della seconda funzione, un guerriero. Indra, il dio guerriero dell’India vedica, è un peccatore. Nei Brahmano e nelle epopee la lista dei suoi errori e dei suoi eccessi è lunga e varia. Ma il quinto canto del Màrkandeya Purànu li ha ridotti allo schema delle tre funzioni: Indra uccide prima il mostro Tricefalo, morte necessaria poiché il Tricefalo c un flagello che minaccia il mondo, ma tuttavia morte sacrilega poiché il Tricefalo ha il rango di brahmano e non vi è crimine peggiore del brahmanicidio e di conseguenza Indra perde la sua maestà, la sua forza spirituale, tejas (1-2). Poi, essendo stato generato il mostro Vrtra per vendicare il Tricefalo, Indra s’impaurisce e contravvenendo alla vocazione propria del guerriero conclude con Vrtra un patto infido che viola, sostituendo alla forza l’inganno; di conseguenza perde il suo vigore fisico, baia. Infine, tramite un’astuzia vergognosa, assumendo la forma del marito, adesca una donna onesta in adulterio e perde così la sua bellezza, rùpa (12-13). L’epopea nordica - Saxo Grammalicus è l’unico a rintracciarne la storia completa, ma lo fa secondo fonti perdute in lingua scandinava - conosce un eroe di tipo molto particolare, Starkadr (Starcatherus), guerriero modello in ogni punto, servitore fedele e devoto ai re che 1’accolgono, salvo che in tre circostanze. Egli è infatti stato dotato di tre vite successive, cioè di una vita prolungata sino alla misura di tre vite normali, a condizione che in ognuna di esse egli commetta una penalità. Ora, il quadro di queste tre penalità si distribuisce chiaramente secondo le tre funzioni. Essendo al servizio di un re norvegese l’eroe aiuta criminalmente il dio Othinus (Ódinn) a uccidere il suo signore in un sacrifìcio umano. Trovandosi poi al servizio di un re svedese /ugge vergognosamente dal campo di battaglia dopo la morte del suo signore abbandonandosi, in quest’unica occasione delle sue tre vite, alla paura panica (Vili, V). Servendo infine un re danese, assassina il suo signore procurandosi per mediazione centoventi libbre d’oro, cedendo eccezionalmente per qualche ora all’appetito di questa ricchezza di cui fece altrove, in atti e discorsi, professione di disprezzo. Essendosi così estinta 1 a sua triplice carriera non gli rimane che cercare la morte ed è ciò che compie in uno scenario grandioso (Vili, Vili). Il carattere e le gesta di Starkadr ricordano in molti punti quelle di Eracle. Nelle esposizioni sistematiche che sono fatte - relativamente tarde ma non inventate - la vita intera dell’eroe greco (concepito da Zeus e Alcmene durante tre notti) è scandita da tre mancanze che hanno un effetto grave sull 'essere dell’ eroe e ognuna di questecomporta il ricorso all’oracolo di Delfi (Diodoro, IV, 10-38). 1) Euristeo re di Argo comanda ad Eracle di compiere dei lavori e ne ha il diritto in virtù di una promessa imprudente di Zeus e di un’astuzia di Era: Eracle commette tuttavia l’errore di rifiutare, malgrado l’invito formale di Zeus e l’ordine dell’oracolo. Approfittando di questo stato di disubbidienza agli dèi, Era lo colpisce nel suo spirito: egli è così preso dalla demenza ed uccide i suoi bambini, dopo di che ritorna penosamente alla ragione, si sottomette e compie così le Dodici Fatiche, aggravate da altre fatiche (cap. 10-30). 2) Volendosi vendicare di Erito, Eracle attira suo figlio Iphitos in un tranello e lo uccide non in duello ma con l 'inganno (Sofocle nelle Trachinie 269-280 sottolinea il carattere fortemente antieroico di questo sbaglio). Eracle, punito, cade in una malattia psichica da cui non si libera: viene così informato dall’oracolo che deve vendersi come schiavo e rimettere ai figli di Iphitos il prezzo di questa vendetta (cap. 31). 3) Benché infine legittimamente sposato aDeianira, Eracle cerca di sposare un’altra principessa, poi ne rapisce una terza e la preferisce alla sua donna, dal che ne deriva il terribile disprezzo di Deianira, la tunica avvelenata dal sangue di Nesso e i terribili e irrimediabili dolori dai quali l’eroe non può liberarsi, dietro un terzo ordine di Apollo, che con la propria apoteosi, col rogo (cap. 37-38). Oltraggio a Zeus e disobbedienza agli dèi; morte vile e perfida di un nemico senz’ armi; concupiscenza sessuale e oblio della propria donna: i tre errori fatali di questa gloriosa carriera si distribuiscono sulle tre zone funzionali esattamente come i tre peccali di Indra e con la stessa specificazione (concupiscenza sessuale) della terza, alterando l’essere stesso dell’eroe. Ma queste alterazioni, progressive e cumulative nel caso di Indra, sono invece successive nel caso di Eracle: le prime due possono essere riparate mentre la terza trascina alla morte. In una tradizione avestica, senza dubbio ripensala e ri-orientata dallo zoroastrismo, un eroe di tufi’altro tipo, Yima, è punito per un unico grande peccalo (menzogna o, più lardi, orgoglio c rivolta contro Dio e usurpazione degli onori divini) e viene privato in tre tempi dello x' arvnah, di quel segno visibile e miracoloso della sovranità che Ahu- ra Mazda pone sul capo di coloro destinati ad essere re. I tre terzi di questo x v arvnah successivamente sfuggono per collocarsi nei tre personaggi corrispondenti ai tre tipi sociali dell’ agricoltore-guaritore, del guerriero e d c\V intelligente ministro di un sovrano (Dènkart, VII, 1, 25-32-36; molto più soddisfacente dello Yasl Questo rapido excursus è sufficiente per mostrare le direzioni e i diversi ambili in cui l’immaginazione dei popoli indoeuropei ha utilizzato la struttura tripartita; ancora una volta dobbiamo ora volgerci, come per le altre applicazioni di questa struttura, verso i popoli non indoeuropei del mondo antico per ricercare se intorno a un eroe si è prodotto un tema epico o leggendario, la messa in scena di una lezione morale o politica, la giustificazione colorita immaginifica di una pratica o di uno stato di fatto. Al momento i risultali dell’inchiesta sono negativi. Da Gilga- mesh a Sansone, dai grandi Faraoni agli imperatori favolosi della Cina, dalla saggezza araba agli apologhi confuciani, nessun personaggio storico o mitico ha rivestito in alcun modo l’uniforme trifunzionale in cui si trovano al contrario molte figure degli Indoeuropei. È dunque probabile che questa divisa sia solo indoeuropea e che solo in questa vasta partedel mondo, e prima della loro dislocazione, gli Indoeuropei abbiano intellettualmente scandagliato, meditato e applicato all’analisi e all’interpretazione della loro esperienza, e infine utilizzato nei quadri della loro letteratura, nobile o popolare, le tre necessità fondamentali e solidali che gli altri popoli si accontentavano di soddisfare. Terminando quest’esposizione molto generale vorrei sottolineare ancora che il riconoscimento di questo fatto così importante non ci fornisce il mezzo per rappresentare lo stato sociale effetti voo le istituzioni (senza dubbio variabili da provincia a provincia) degli Indoeuropei comuni. Noi non possediamo che un principio, uno dei princìpi e dei quadri essenziali. Una delle questioni più oscure rimane ad esempio il rapporto fra le tre funzioni e il re, del quale ci è assicurala l'esistenza antichissima nella parte senza dubbio più conservatrice degli Indoeuropei, cioè presso gli indiani vedici (/•/-), i latini (/ <?#-) c i celti (n#-). Questi rapporti sono diversi sui tre domini c su ognuno vi è stata una variazione nei luoghi e nei tempi. Risulta così qualche fluttuazione nella rappresentazione e definizione delle tre funzioni c notoriamente della prima: o il re è superiore, o per lo meno esterno alla struttura trifunzionale, e allora la prima funzione è centrala sulla pura amministrazione del sacro, sul sacerdote piuttosto che sul potere, sul sovrano e i suoi ministri; oppure il re (re-sacerdote più che governatore) è al contrario il più eminente rappresentante di queste funzioni. Oppure si presenta una mescolanza variabile di clementi presi dalle tre funzioni e in special modo dalla seconda, dalla funzione e dalla classe guerriera da cui solitamente proviene: il nome differenziale dei guerrieri indiani, ksutriyu, non ha forse per sinonimo quello di ràjanya, derivato dalla parola ràjanl Queste difficoltà, insieme ad altre, potranno essere meglio formulale, se non risolte, quando avremo indirizzato lo studio su ciò che fu l’armatura più solida del pensiero di questa società arcaiche: il sistema divino, la teologia e i suoi prolungamenti mitologici ed epici. § 1. V.M. AFTE, Were castes formulateci in thè age of thè Rig Veda?, Bull, of thè Decenti College Research Institute, II,34-36. Per brahman vedi L. RENOU, Sur la nolion de bràhman, JA. Questa interpretazione, facile da conciliare con i fatti iranici segnalali da W.B. HENNTNG,' Brahman, TPS, 1944,108-118, rende caduco il senso ammesso nel mio Flamen-Brahmnti (1935). Il Brahman di P. THIE- ME, ZDMG, 102, 1952, non ha fatto avanzare l’analisi e non altera il risultato dello studio di Renou. Circa i rapporti del brahman e del flamen, vedi la mia discussione con J. GONDA ( Notes on Brahman, 1950) in RHR, CXXXVIII, 1950,255-258 eCXXXIX 1951,pp. 122-127; riprenderò prossimamente la questione di questi rapporti. Come xsaQra in avestico, ksatrd è ambiguo in vedico e appartiene per certi impieghi al vocabolario del primo livello; ma la concordanza dell’uso classificatorio del sanscrito ksatriya per designare l’uomo del secondo livello, di X5a0ra come nome dell’arcangelo sostituito nello zoroastrismo a Indra, dio del secondo livello e infine di /Exscert-ieg come nome della famiglia degli uomini differenzialmente “forti” nell’epopea degli Osseli (vedi sotto, 4), garantisce che fin dai tempi indo-iranici questo termine fosse una designazione tecnica dell’essenza del secondo livello. § 2. DUMÉZIL, La préhistoire indo-iranienne des castes, JA. B ENVENISTE, Les classes sociales dans la tradilion ave- stique, JA, CCXXI, 1932,117-134; Les mages dans l’ancien Iran, Pubi, ile la Soc. cles Étuiles Iraniennes, n. 15,1938,6-13; Tradilions in- do-iraniennes su les classes sociales, JA; H.S. NYBERG, Die Religione/} cles alteri Iran, 1938,89-91; DUMÉZIL, JMQ, 41-68 (= JMQ it.24-45). L’interpretazione è stata progressivamente costituita negli articoli e nei libri citati al § 2, partendo da una suggestione di A. CHRISTENSEN, Le premier homme... I, 1918,137-140. § 4. JMQ,55-56 (= JMQ il.,35). Sulle tradizioni degli Osseti vedi il mio Légemis sur les Nartes, 1930, c il risultato delle grandi inchieste degli anni ‘40 pubblicale in Osetinskije Nartskije Skazanija (Dzauzikau), 1948 (in osseto: Narty kailcliitce). Il testo citalo di Turganov è nell’articolo Klo takie Narty?,/zv. Oset. histit. Kraeveilenija, I (Vladikavzak) Vedi la mia Lezione Inaugurale al Collège de France, 15-19 e BGDSL, 78, 1956,175-178. § 6. JMQ,110-123 (=JMQ il.77-87). Sette anni più tardi, dopo la guerra, T.G.E. POWELL ha ripreso la mia dimostrazione, Ccltic Origins; a Stage in thè Hnquiry, J. ofthe R. Anthropol. Institute: Of greatest interest is thè recognition of a three folci clivision o f society among thepeoples concerned [Indiani, Italici, Celti ],providing in thehighest rank a class oflearned and sacred men, in tlie second warriors, and in thè lo- west thè ordinary people etc. Circa il nome di aire apparentato ad aiya, io credo che bisogna rinunciare all’etimologia che accosta il nome dell’eroe irlandese Eremon al dio indo-iranico Aryaman (vedi sotto III § 6) e in conseguenza sopprimere l’ultimo capitolo del mio Troisième Souverain, 1949. § 7-8. Questa analisi è stata fatta progressivamente in JMQ,129-1 54 (= JMQ it.,90-107); NR,86-127 (= JMQ it.230-263); JMQ IV, I 13-134. In parte qui riproduco il riassuntode L'heritage.. Gli Umbri distinguevano nella società i rappresentanti delle tre funzioni: Ner - et uiro - dans les sociétés italiques, REL Delle obiezioni a questa analisi sono state lungamente esaminate in NR, cap. II (= JMQ it.230-262), riassunto in L’heritage...196-201 e 229-23 1. Ho anche fatto notare che se Ranmes è utilizzato - superbum Rhamnetem -come nomeproprioda Virgilio (Aen.) è perdesignare un re jce un augur ; che Lucer- sembrerebbe essere all’origine del nome della gens Lucretia, una delle più militari delle leggende dei primi tempi della Repubblica (e proprietaria del cognome Tricipitinus, che senza dubbio allude a un mito del Tricefalo); che il radicale di Titienses (F. BUCHELER, Kl. Sdir., Ili, 1930,75-80) si trova in altre parole in rapporti diversi ma convergenti con la fecondità, l’amore, la voluttà: questo conferma l’orientamento differenziale di ognuna delle tribù verso una delle tre funzioni. Ho infine ricercato delle allusioni letterarie alle tre funzioni e ai loro rappresentanti, come componenti di Roma o di altre società concepite a sua immagine: JMQ IV, 121-136; REL; ma i testi degli storici e quello di Properzio sono sufficienti. La questione dell’autenticità della fusione dei Latini e dei Sabini alle origini di Roma è connessa a questa ma differente, vedi sotto, II i? 17, nota. § 9. JMQ, (=JMQ it.,269-270); in compenso le classi doriche sono di un altro tipo, malgrado JMQ,254-257 (soppresso in JMQ it.). Un recente studio di NlLSSON sulle Phylae ioniche ( Cults, myths, oracles andpolitics in ancient Greece, 1951,143-149) presenta delle difficoltà che esaminerò altrove. L.R. PALMER ha brillantemente proposto di riconoscere la tripartizione sociale indoeuropea nei testi micenei: TPS, 1954,18-53; Acliaeans and Indoeuropeans, an Inaugurai Lecture, Oxford 1954,1 -22. Quanto ai tre stati della Repubblica di Platone, vedi JMQ,257-261 (= JMQ it.170-171 ): Se le più antiche tradizioni degli Ioni conservano il ricordo di una divisione funzionale quadripartita della società (sacerdoti, guerrieri, agricoltori, artigiani), la città ideale di Platone non potrebbe forse essere, nel senso più stretto, una reminiscenza indoeuropea? Essa è costituita dalla concatenazione armoniosa di tre funzioni, tò (pu7.CXKlKÓV O (3oi)A.EV>TlKÓV, TÒ ÈKlKO'UpiKÓV, TÒ XpimOtTlCTTUCÓV CUStO- dum genus, uuxiliarii, questuarti, come traduce Marsilio Ficino, cioè i filosofi che governano, i guerrieri che combattono e il terzo-stato, agricoltori e artigiani riuniti, che crea la ricchezza. La solidarietà dei primi due gruppi al di sopra del terzo è fortemente marcata, ma soprattutto l’originalità di ciascuno: ogni stato agisce conformemente alla sua definizione, oìtceiojtpa/yia, evita la confusione, 7toA.U7cpaynpoa'ùvE, e la Giustizia, fine ultimo della vita politica, è assicurata. A ognuno degli stati corrisponde infine una formula di virtù particolare: il terzo stato deve essere temperante, acótppcov; alla temperanza i guerrieri devono aggiungere il coraggio, àvSpeia; i guardiani saranno inoltre saggi, aotpoi. Tutto questo fa immaginare, per quel po ’ che li si è praticati, i trattati politico-religiosi dell’India: stessa definizione dei tre stati sociali; stessa solidarietà dei primi due, ubhe vlrye; stesso anatema contro la confusione, varnanàm samkaram,- stessa esortazione ad attenersi al modo di azione a cui si appartiene, stessa distribuzione dei doveri e delle virtù dello stato. I legislatori indiani e la Repubblica si fanno eco: none forse perché essi recitano la medesima canzone ancestrale?... Che si pensi a tutte le vie per le quali questa filosofia indoeuropea tripartita ha potuto discendere fino a Platone: non solo le tradizioni sulle origini degli Ioni, ma i contatti molteplici con quel conservatore di dottrine, non ariane, ma anche ariane, che fu l'impero degli Ac he me nidi; l'orfismo, in cui deiframmenti della scienza dei sacerdoti traci e frigi si sono depositati e in cui non mancavano le triadi; il pitagorismo, su cui Henri Hubert ci invitava, vent’anni or sono, a non trascurare le componenti iperboree; infine il folklore... Cf. qui sotto § 18, per le applicazioni psicologiche della divisione tripartita nell’India e in Platone. § 10. Cf. i riferimenti al § 5. Sui marianni (egiziano ma-ra-ya-na\ cuneiforme mar-ya-an-nu ; forse come l’ha proposto Albrighl, dall’accusativo plurale arya mdrycin + la terminazione hurrita -ni), vedi R.T. O’CALLAGHAN, New light on thè Maryannu as chariot-warrior, Jb. f kleinas. Forschung, 1951,308-324. I libri fondamentali quelli di S. WtKANDER, Der arische Mannerbund, 1938 e H. LOMMEL, Der arische Kriegsgott, 1939, da confrontare con O. HÒFLER, Kultische Geheimbùnde der Germanen, I, 1934. Una delle grosse differenze tra il Mannerbund degli Indiani e quello dei Germani consiste nel fatto che il primo appartiene a Indra (non a Varuna), mentre il secondo a Ódinn (e non a Pórr): effetto dell’evoluzione della funzione guerriera presso i Germani; vedi MDG,92, n. 1 e più specificata- mente, J. De VRIES, Altgerman. Rei. - Gesch. Un’interpretazione delle corrispondenze del tipo 33 fra Roma e l’India vedica è proposta in JMQ IV,156-170 (= JMQ it.,389-405), L'heritage...,213-227.1 33 dèi vedici sono ripartiti frai tre piani del mondo (JMQ IV,30-33; riassunto in DIE,7-9) essi stessi in rapporto con le tre funzioni (JMQ,65 = JMQ it.42-43 ). Il carattere indo-iranico dei 33 dèi è garantito dalla concezione avestica dei 33 ratu (spiriti protettori o prototipi delle diverse specie di esseri): JMQIV,158-159(=JMQ it.,294-395), secondo J. Darmesteter e S. Wikander. § 12. È nel suo articolo Traditions indo-iraniennes sur les classes socia - les, JA, 1938,529-549, che E. BENVENISTE ha per la prima volta mostrato, al di fuori dell’India vera e propria in cui il fatto era ben conosciuto, che l’ideologia tripartita supera largamente l’organizzazione sociale che finalmente non appare più se non come un’applicazione particolare. Come disse all’inizio di un altro articolo, per riassumere l’insegnamento di questo (Symbolisme social dans les cultes gréco-italiques RHR): La elivisione della societe'i in tre classi, sacerdoti, guerrieri, agricoltori, è un principio di cui gli Indo-Iranici avevano piena coscienza e che presentava ai loro occhi l’autorità e la necessità di un fatto naturale. Questa classificazione regge così profondamente l’universo indo-iranico che il suo dominio reale supera largamente le enunciazioni esplìcite degli inni e dei rituali. Si è potuto dimostrare [JA, 1938,529 e segg.] che varie rappresentazioni sono state con formate e che sono fuori dalla sfera propria del sociale, al punto che ogni de finizione di una totalità concettuale tende inconsciamente a riflettere il quadro tripartito che organizza la società degli uomini. Da parte sua, G. Dumézil, in una serie di brillanti studi ha riportato sino alla comunità indoeuropea l’origine di questa classificazione, scoprendola nei miti e nelle leggende dell ’Europa occidentale antica e principalmente -è l'oggetto del suo libro Jupiter, Mars, Quirinus - nella religione romana. Le posizioni variabili della tecnica in rapporto alla tripartizione sociale sono esaminate in Les métiers et les classes fonclionnelles chez divers peuples indoeuropéens che sarà pubblicato quest’anno in Anna- les. Economies, Sociétés, Civilisations. § 13. BENVENISTE, Traditions indo-iran. sur les classes sociales, JA CCXXX, 1938,543-545; DUMÉZIL, Triades de calamités et triades de délits à valeur trifonclionnelle chez divers peuples indoeuropéens, Ltito- mus,. BENVENISTE, La doctrine médical des Indo-Européens, RHR; Dumézil, art. cit. al paragrafo precedente,184, n.2. § 15. JMQ (= JMQ it.,80) Les trois fonctions et le droit romain selon L. Gerschel, frammenti di una memoria inedita di L. G., pubblicata in appendice a JMQ Per Platone e l’India vedi JMQ (=JMQ it.,171 -172) Dopo aver scoperto la formula tripartita della società, Platone si volge sull’individuo, sull'Uno umano e in questo microcosmo ritrova gli stessi elementi in una stessa gerarchia, le stesse condizioni di armonia comandano le medesime virtù. L'uomo giusto, dal punto di vista della giustizia, non differisce in niente dallo Stato giusto; ha in sé l'equivalente dei saggi, dei guerrieri, degli uomini ricchi: questi sono i principi della conoscenza, della flussione e dell ’appetito, xò à.oyi0xixóv, xò 0upoEi6éq, xò È7U0'ujìtixikóv,- che effli subordina in modo tale che il secondo aiuti il primo, in modo che i due primi dominino insieme questo temibile terzo che è in ogni uomo la parte più considerevole dell’anima e che è per natura insaziabile di ricchezze; poiché apre alla saggezza, al coraggio e alta temperanza gli spazi spirituali che convengono a loro; egli sarà ciò che deve essere. Allo stesso modo l’India, con l’instabilità delle rappresentazioni e delle formulazioni che le è propria, compone l’anima o meglio l'involucro dell’anima, di tre guna al pari della società e dell'universo: queste qualità, che furono inizialmente luce, crepuscolo e tenebra, sattva, rajas e tamas, sia perla loro presenza isolata che per la loro combinazione, costituiscono gli individui e lo Stato: talvolta il senso della legge morale, della passione e dell’interesse, dharma, kama e artha, si uniscono in una triade equivalente a quella dei guna e il loro equilibrio lodevole o biasimevole definisce i tipi umani; talvolta, seguendo uno schema prettamente indiano, è la conoscenza serena, l’attività inquieta o l’ignoranza fonte di errori, che si disputano il nostro effimero edificio e questa semplice enumerazione disegna una terapeutica... Per l’Irlanda e la regina Medb vedi JMQ,115 -116 (= JMQ it.,80-82); è la stessa Medb che commenta chiaramente la sua seconda e terza esigenza: il suo sposo dovrà essere valoroso in guerra e anche generoso di beni quanto lei; circa la prima si spiega in questi termini; non bisogna che mio marito sia geloso poiché non sono mai stata senza un uomo nell’ombra di un altro - allusione alle costanti competizioni intorno alla regalità irlandese che Medb incarna e conferisce. Nella lontana posterità di Platone, Claudiano, De quarto consul. Hon., espone magnificamente la teoria della tre parti dell’ anima (o delle tre anime) c ritrova, v. 259, una formula analoga alle tre esigenze di Medb (ma col timore al primo livello: si metuis, sipraua cupis, si duceris ira; seruitiipaliere iugum. Per Zoroastro tripartito vedi K. Barr, Irans profet som xéXeioq avOptonoq, Festkr. tilL.L. Hammerich Perii talismano dei Tualha De Danann, vedi JMQ, cap. VII (sopprimendo le pagine 241-245). Per gli oggetti vedici (la Vacca magica per il dio-cappellano Brhaspati, due cavalli bai pcrlndra, ilearro a tre ruote che serve agli Aévin per portare la loro benevolenza al mondo:es. RV) e scandinavi (P anello magico per Odinn, il martello per Pórr, il cinghiale dalle setole d’oro per Freyr) vedi Tarpeia, IV (Mamurius Veturius) Nei rituali vedici vi sono tracce di un’antica assegnazione del nero ai vaiéya: per costruire la sua casa un indiano sceglie un suolo diversamente colorato, bianco per un brahmano, rosso per uno ksatrya e per un vaiéya, giallo secondo certi trattati ( Àsvalàyana G.S., II, 8, 8) e nero secondo altri ( Gobhila G.S., 7, 7; Khàdira G.S., IV, 2, 12). Per la tradizione iranica vedi in ultimo luogo ZaEHNER, Zurvan, 1955,118-125 (testo del Grande Bundahisn c del Denkart). Per il rituale hittita vedi BasaNOFF, Euocatio, DUMÉZIL, Rituels cap. Ili (Albati, russati, virides) e IV (Ve- xillum caeruleum); J. DE VRIES, Rood, wit, zwart, Volkskimde, II, 1942, 1-10. § 22. MOLE, Le partage du monde dans la tradition des Iraniens, JA, CCXL, 1952,456-458. § 23. DUMÉZIL, Les trois fonctions dans quelques traditions grecques Eventail de l'histoire vivante (= Mèi. L. Febvre ), I, 1954,25-32, dove sono studiate in questo senso il Kroisos-Logos di Erodoto e certe forme dell’apologo di Mida e del Sileno; L. GERSCHEL, Sur un schème trifon- ctionnel dans une famille de légendes germaniques, RHR, CL, 1956, 55-92, in cui sono esaminati due tipi imparentati di leggende, una che comporta l’opzione proposta a un individuo fra tre offerte funzionali (es. l’origine di Jodeln citata nel testo) e l’altra che presenta tre fratelli che si spartiscono tre doni funzionali il cui valore si rivela disuguale a vantaggio del dono della prima funzione (es. il gruppo di leggende di cui Ch. PRÉVOT D’ARLINCOURT, Le Pélerin, III, 1842,268-291 ha pubblicato un buon esempio). GERSCHEL, Structures augurales et tripartition fonctionnelle dans la pensée del’ancienneRome, JP. L’estrema antichità e il carattere indoeuropeo di certe concezioni e pratiche augurali di Roma (la parola augur è indoeuropea) sono state stabilite in diversi articoli: L’inscription archaique du Forum et Cicéron, De divin., Il, 36, RSR ( =Mél. J. Lebreton. I), 1951,17-29, prolungata da Le iuges auspicium et les incongruités du taureau attelé de Mugdala, NC; Rituels..., cap. II (Aedes rotunda Vestae); Les trois premiè- res regiones caeli de Martianus Capei la, Coll. Latomus, XXIII ( =Homm. A M. Niedermamì), 1956,102-107. Sulla parola augur e la sua preistoria indoeuropea, vedi Remarques sur augur, augustus, REL Aspects...,63-101 (Les trois péchésdu guerrier). Citiamo ancora L. GERSCHEL, Coriolan, Eventail de l’Histoire vivante (=Mél. L. Febvre), II, 1954,33-40: Coriolano, accampatosi davanti a Roma, resiste alle ambasciate dei suoi compagni d’arme, poi a quella di tutto il corpo sacerdotale rivestito delle sue insegne sacre e con gli strumenti di culto, ma cede alla terza, a quella di tutte le donne di Roma che portano i loro bambini - la parte germinativa di Roma - condotte dalla sua propria madre e da sua moglie. Sulla diversità delle posizioni del re in rapporto alle tre funzioni, vedi la mia comunicazione al Vili Congresso Internazionale di Storia delle Religioni (Roma 1956), Le rex et les flamines maiores, riassunta negli Atti. Sul re germanico nella prospettiva trifunzionale vedi J. DE VRIES, Das Kònigtum bei den Germanen, Saeculum Le teologie dei diversi popoli indoeuropei non sono essenzialmente degli accumuli incoerenti di dèi stratificati dai flussi e riflussi fortuiti della storia. In ogni luogo su cui siamo sufficientemente informati è facile riconoscere un gruppo centrale di divinità solidali che si definiscono le une con le altre e che si spartiscono le province del sacro, secondo il piano spiegato nel capitolo precedente. Questi gruppi sono stati per lungo tempo, a seconda dei casi, trascurati, negati o mal compresi. Il loro riconoscimento - e notoriamente quello del gruppo italico e mitanno di cui si discusse inizialmente (1938, ma soprattutto a partire dal 1945)-èall’origine dei principali progressi dei nostri studi; all’origine anche di numerose discussioni spesso gradevoli, talvolta penose, ma generalmente utili, tra il comparatista e lo specialista dei diversi ambiti. 2. Gli dèi caratteristici delle tre funzioni negli inni e nei RITUALI VEDICI I sacerdoti dell’India vedica, in un certo numero di circostanze rituali importanti, associano (per delle invocazioni, delle offerte o delle enumerazioni classificatorie) i due sovrani dell’universo, Mitra e Varuna, il dio guerriero per eccellenza, lnd(a)ra, c i due gemelli, quasi sempre designati al duale con un nome collettivo, i Ncisatya o Asvin, guaritori, datori di discendenza e di ogni sorta di bene. Talvolta al secondo livello, evidentemente per analogia col raggruppamento binario del primo e terzo livello, Indra compare associato a un altro dio, spesso variabile (Vàyu, Agni, Surya, Visnu). Abbiamo già visto (I § 18) questo insieme divino (Mitra-Varuna, i due ASvin, Indra con Agni o Sùrya), invocati per ottenere la formazione di un feto maschio, obiettivo più importante in questi tempi arcaici che non oggi. L’ordine di numerazione mette gli ASvin al secondo posto, prima di Indra poiché si tratladi una nascita, cioè di un avvenimento che è propriamente del loro ambilo. Con un’alterazione differente dell’ordine che mette più in evidenza Indra, questo raggruppamento costituisce la lista dei principali dèi in coppia invocali al momento culminante della spremitura mattutina del soma (il sacrificio tipico); sono Indra-Vàyu, Mitra-Varuna c i due ASvin (vedi il Sat. Bruhm., IV, 1, 3-5) ed è lui che comanda il piano di un certo numero di inni del Riveda ispirati da questo rituale. Il contesto di questi inni è sovente istruttivo, garantisce e illustra il valore funzionale di ogni livello divino: per esempio in I, 139 Indra-Vàyu sono caratterizzati dalla presenza, vicino a loro c nella stessa strofa ( 1), della parola sàrdhas, termine tecnico che designa il battaglione dei giovani guerrieri divini: la strofa di Mitra-Varuna (2) è riempita dalla nozione di rtù c dnrta, cioè dell’Ordine cosmico e morale e dal suo contrario; gli ASvin (3) sono invece presentati come i signori delle due varietà di vitalità, srlyah e prksah. Nei due inni complementari (I, 2 e 3), Indra-Vàyu sono qualificati come nani, Mànner, eroi (2, slr. 6); di Mitra-Varuna (2, str. 8) è detto che con l'Ordine, curando l'ordine, hanno raggiunto un’elevata efficienza ; quanto agli Asvin, donano gioia a molti (3, slr. 1). 3. Lis ti-: ascendenti e discenden ti Più spesso l’ordine canonico sia ascendente che discendente è rispettato. Ecco inizialmente due casi molto puri in cui Indra è solo al suo livello. 52 Nel rituale arcaico e minuzioso d’erezione dell’importante altare del fuoco, al momento in cui si tracciano i sacri solchi che devono limitare l’area, viene fatta un’invocazione alla vacca mitica, Kàmadhuk (quella che quando la si munge dona ciò che si desidera). L’invocazione contiene la sequenza divina che ci riguarda, nel senso discendente, con un prolungamento che ne garantisce i valori funzionali: Produci come latte ciò che desiderano, a Mitra e Varuna, a Indra, ai due Asvin, a Pùsan (dio del bestiame e talvolta dei sfidra), alle creature, alle piante! (cf. Éat. Brdhm.). In una tale numerazione ordinata, al di sopra delle piante, degli animali ed eventualmente degli uomini non-arya, Milra-Varuna, Indra e gli Asvin non possono patrocinare che tre varietà di uomini arya, quelli che corrispondono rispettivamente e gerarchicamente alle loro tre nature. In un sacrificio offerto per ottenere certe prosperità, gli stessi dèi sono invocati nell’ordine ascendente con un complimento collettivo ed esauriente (Taittir. Sarnh.): tu sei il soffio degli dèi Asvin... tu sei il soffio di Indra... tu sei il soffio di Mitra-Varuna... tusei il soffio di Tutti gli Dèi!. Con Agni associato ad Indra, nell’ordine discendente, si osserva la stessa sequenza all’inizio di un lesto speculativo molto interessante ( RV, X, 125 = A V, IV, 30 con una leggera variante nell’ordine delle strofe): è il famoso inno panteista, messo nella bocca di un personaggio che è senza dubbio Vàc, la Parola, c che in ogni caso si presenta come il supporto e l’essenza comune di tutto ciò che esiste. La prima strofa è questa: Io vado con i Rudra, con i Vasu, con gli Àditya e con Tutti gli Dèi! Sono io che sostengo tutti e due Mitra-Varuna; sono io che sostengo Indra-Agni, io che sostengo i due Asvin!. È degno di nota che nelle strofe seguenti, analizzando la propria polivalenza o, come ella dice, i diversi luoghi c soggiorni in cui glidèi l’hanno introdotta (RV, str. 3 =A Vslr. 2), Vàc metta in risalto, come parti della sua opera in rapporto agli uomini (RV str. 4, 5, 6 =AV str. 4, 3, 5) il nutrimento e la vita, poi la parola assaporata dagli dèi e dagli uomini e il bene che concede ai personaggi sacri (bruh- man, rsi), infine l’arco la freccia che uccide il nemico del brahmàn c il combattimento. È chiaro che, qualunque sia l’intenzione dottrinale (si è parlato in quest’occasione di Logos ncoplalonico), questo poema utilizza nelle sue espressioni il più antico sistema concettuale degli Arya: con la sua esposizione di nozioni parallele (dèi, azioni) conferma che la sequenza Mitra-Varuna, Indra (solo o accompagnato) e i due Asvin riunisce i patroni e le espressioni teologiche delle tre funzioni. Gli dei arya dei Mitanni Talvolta leggermente ritoccata, secondo preoccupazioni che è spesso possibile comprendere, questa stessa sequenza si ritrova in diversi testi dell’India arcaica, ma ora voglio giungere senza indugio a un documento molto importante. È risaputo che tra gli Indo-Iranici un ramo parlante sia il futuro indiano-vedico, che un dialetto molto vicino a quelli che si possono chiamare para-indiani, invece di emigrare verso Est, verso l’Indo e il Panjab, deviò verso Ovest, presso l’Eufrate e fino alla Palestina, incorrendo in un destino brillante ma effimero e lasciando sue tracce in molti scritti cuneiformi. Mentrei loro fratelli orientali, autori degli inni vedici, sfuggono alla storia, questi, circondali da popoli archivisti e armati di una scrittura, sono localizzabili e databili con una grande precisione. Sono loro che hanno fatto tremare e talvolta crollare antichi reami del Vicino Oriente con le loro bande di guerrieri specialisti, di cui si c parlato più sopra, quelli che i testi babilonesi ed egiziani chiamano marianni. Il gruppo più interessante di questi Para-Indiani è quello che, inquadrando e dirigendo un popolo di altra origine, ha fondato nella metà del secondo millennio, sulle bocche deH’Eufrate, l’impero hurri- ta dei Mitanni, che per un certo tempo Hittiti ed Egiziani hanno dovuto trattare da pari a pari. A Bogazkòy, negli archivi di un re hittita, gli scavi hanno scoperto in diversi esemplari il testo di un trattato concluso da questo principe col suo vicino dei Mitanni, il re Mati- waza. Restaurato sul suo trono dall 'Hittita che gli aveva inoltre donato sua figlia, il Mitan no stabilì un’alleanza col suo benefattore nella debita forma. Il testo enumera le maledizioni celesti in cui egli accetta di incorrere se mancherà alla parola. Secondo l’uso, i due contraenti convocano come garanti tutti gli dèi che i loro due imperi riconoscono. Fra gli dèi mitanni, vicino a un gran numero di dei sconosciuti e di altri riconoscibili come divinità locali o babilonesi, s’incontra una sequenza che è stata immediatamente identificata dagli indianisti e su cui i filologi hanno lungamente lavorato, esaminando le particolarità grafiche e grammaticali del testo. Oggi renumerazione si può rendere con sicurezza nel modo seguente: Gli dèi Mitra-(V)aruna [variante Uruvcma] in coppia, il dio Indura [var. Inclar], i due dèi Nàsatyu. Per più di trentanni, senza aver preso in visione i documenti vedici principali citati, si sono proposte per questa riunione di dèi delle spiegazioni strane (Schulz) o insufficienti (S. Konow, 1921 ). Il danese A. Christensen con un’analisi serrata si è avvicinato alla verità, riconoscendo che Mitra-Varuna, Indra e i Nàsalya non compaiono a Bogazkòy come tecnici di atti diplomatici, né come interessali di questa o quella clausola particolare, ad esempio matrimoniale, del trattalo, ma poiché erano dèi principali della società arya. Sfortunatamente egli ha pensato questo stato maggiore solo nel quadro dualista dell’opposizione *asura-daiva preminente nell’Iran, reale ma meno importante nell’India vedica, c l’ha ripartito artificialmente, contrariamente alle indicazioni del testo, in due gruppi, Mitra-Varuna da una parte e Indra-Nàsatya dall'altra. E solo nel 1940, grazie a un dossierve dico delle tre funzioni e ai testi vedici che associano gli stessi dèi presenti nel trattalo di Bogazkòy, che è apparsa l’interpretazione più semplice che io ho riassunto in questi termini nel 1945: A Boguzkòy, sotto Mitra-Varuna, dèi della sovranità che patrocinano ciò che è sacro e ciò che è giusto, dèi della regalità coi suoi necessari ausiliari, sacerdoti e giuristi, Indura e i Nàsatyu, rappresentanti duplici di uno stesso tipo di dèi, non sono sullo stesso piano: a un secondo livello vi è Indura, dio della funzione guerriera e dell’aristocrazia militare dei marianni; poi, a un livello ancora inferiore vi sono i patroni del terzo-stato, i Nàsatyu. Nominando questi dèi insieme e in quest’ordine, il re fa due operazioni precise: vincola con se stesso tutta la società del suo reame, presentata nella sua forma regolare, ed evoca le tre grandi province del destino e della provvidenza. Questo corrisponde del resto alla stesura delle maledizioni che accettu di attirarsi in caso eli spergiuro: tutto passa ampiamente dalla sua persona al suo popolo e alla sua terra-sterilità, espulsione e oblio, odio generale da parte degli dèi . Connotati degli dèi caratteristici delle tre funzioni NELLA RELIGIONE VEDICA Non sarà inutile, per agevolare il lettore nelle analisi particolari che seguiranno, precisare ora in qualche parola, nella prospettiva delle tre funzioni, gli orientamenti e i limiti di questi diversi dèi che gli archivi di Bogazkòy, confermando le formule degli inni e dei rituali indiani, comprovano essere un raggruppamento formulare pre-vedico. Ecco come questi valori sono stati riassunti nel mio piccolo libro Les dieux des Indo-Européens (1952). Non è un caso se il primo livello è spesso rappresentato da due dèi: nella sovranità che questi antichi indiani concepivano vi erano due facce, due metà antitetiche ma complementari e ugualmente necessarie, incarnate e patrocinate da due re, Mitra e Varuna. Se dal punto di vista dell'uomo Varuna è un signore inquietante, terribile, possessore della màyà, cioè della magia creatrice delle forme, armato di nodi e di reti, che opera cioè avvinghiameli immediati e irresistibili, Mitra, il cui nome significa Contratto, e anche Amico, è rassicurante e benevolo, protettore degli atti e dei rapporti onesti e stabiliti, estraneo alla violenza. L'uno, Varuna, dice un testo celebre, è l’altro mondo; questo mondo è invece Mitra. Varuna è più despota, più dio stesso se così si può dire; Mitra è quasi un sacerdote divino. Più che della prima funzione, Varuna sembra avere maggiori affinità con la seconda, violenta e guerriera; Mitra, per la tranquilla prosperità che dischiude grazie, alla terza. L'opposizione è così netta che da tempo si sono potuti sottolineare i tratti quasi demoniaci di Varuna: non è forse l’àsura per eccellenza ? E nelle forme post-vediche della religione, come già in molte strofe del Rgveda, gli usura non sono forse dei misteriosi demoni? In Ind(a)ra si riassumono tutte altre cose: i movimenti, i seni zi, le necessità della forza brutale che applicate alla battaglia producono vittoria, bottino e potenza. Questo campione vorace, armato di folgore, uccide i demoni e salva l’universo, per compiere le sue imprese si inebria di soma che dona vigore e furore. Egli è il danzatore, nrtti; il suo splendido e ardente seguito è formato dai Marut, trasposizione atmosferica del battaglione dei giovani guerrieri, màrya. Per lui e per essi si esprime una morale dell'exploit e dell'esuberanza che si oppone all'onnipotenza immediata e rigorosa, come alla benevolente moderazione che si riunisce nel primo livello. Gli dèi canonici dell'ultimo livello, i Ndsatya o Asvin, non esprimono che una parte del dominio complesso tipico della terz.a funzione. Sono soprattutto datori di salute, giovinezza e fecondità, dèi taumaturghi soccorritori degli infermi, degli amanti, dei figli senza fidanzata o del bestiame sterile. Ma la terza funzione è molto più di tutto questo, non solo salute e giovinezza ma nutrimento, abbondanza in uomini e in beni, cioè massa sociale e ricchezza economica, attaccamento al suolo, a questa gioia tranquilla e stabile dei beni, che si esprime in sanscrito con l'importante radice ksi Anche gli Asvin sono spesso rinforzati al loro livello dagli dèi e dalle dee che garantiscono altri aspetti della terza funzione, come la vita animale, l’opulenza, la maternità ( Pùsan, Puramdhi, Dravinodà, il Signore dei Campi, SarusvatT ed altre dee madri) o ancora, che presiedono al carattere plurale, collettivo, totale (Tutti-gli-Dèi, paradossalmente concepiti come una classe particolare di dei) espresso dal plurale virali, i clan che Rgveda Vili, 35 oppone come etichetta della terza funzione ai singolari neutri bràh- man e ksatrà, caratteristici delle due funzioni supreme. Abbiamo qui un buon esempio di struttura, una teologia articolata difficile da pensare come formata da un assemblaggio di pezzi e frammenti: l’insieme c il piano condizionano i dettagli; ogni tipo divino nel suo orientamento proprio esige la presenza di tutti gli altri e non si definisce che per rapporto agli altri, con la vivacità che solo l’antitesi produce. Il riconoscimento di questa sequenza divina e del suo carattere prc-vcdico ha permesso di compiere, nel 1945, un passo decisivo nell'interpretazione delle religioni iraniche c di rendere conto di un tratto importante della teologia aveslica da tempo osservalo. 6. Gli dèi indo-iranici delle tre funzioni nella riforma ZOROASTRIANA Sotto il nome di Zoroastro si è avuta una profonda riforma che ha notevolmente alteralo il paganesimo ancestrale, somma di una serie di riforme progressive nello stesso senso. Tuttavia, considerando il risultato storicamente attestato di questo processo riformatoree il punto di partenza preistorico, determinabile poiché era sicuramente vicino allo schema vedico e pre-vedico oggi riconosciuto, certe linee direttrici del movimento appaiono immediatamente. Nell’Ave.vra nongàthico, dove è mitigato l’intransigente monoteismo delle Gùthà e dove, sotto il gran dio Ahura Mazda - senza dubbio anche lui sublimazione dell’Asura supremo, quello che l’India chiama Varuna, - ricompaiono delle figure mitiche di alto rango che portano i nomi dei principali dèi della lista di Bogazkòy (MiGra, Indra, Nàr|ai0ya). È degno di nota che Mi0ra resti un dio, mentre Indra (al pari di un altro dio, Saurva, il vedico Sarva, che è in rapporto differente, ma certo, con la forza e la violenza) e Nàr]ai0ya - enunciati ancora sempre in quest’ordine come nelle formule indiane in cui i Nàsatya seguono Indra - sono i nomi dei grandi demoni: segno di una riforma che (operata da sacerdoti, uomini della prima funzione, e destinata a imporre uniformemente a tutta la società mazdaica la morale elevata del primo livello purificalo) ha rigettato, anatemizzato, demonizzato i patroni divini che tradizionalmente rappresentavano e giustificavano altri comportamenti come lo scatenamento guerriero c l’orgia, meno sanguinante ma certo non meno libera, dei culti della fecondità. 7. Le Entità zoroastriane Quanto alla nuova teologia monoteista allo stato puro, quella delle Gùthà, essa riposa, in un’altra maniera, sullo stesso schema. Il tratto saliente è 1’esistenza di un gruppo di Entità astratte associate al Gran Dio unico. Queste Entità non hanno ancora un nome collettivo, ma sono quelle che si vedranno in seguilo costantemente raggruppate in un ordine fisso, sotto il nome di Amasa Spanta, gli Immortali Benefìci (o Efficaci). Si è discusso a lungo per sapere se nelle Gùthà queste Entità siano già delle creature o delle emanazioni separate da Dio - una sorta di arcangeli - o semplicemente degli aspetti di Dio, ma questo non cambia niente quanto al problema delle loro origini che qui ci interessa. La lingua e lo stile delle Gùthà sono molto oscuri, di un’oscurità volontaria e raffinata, ma fortunatamente per orientarsi si dispone di talune considerazioni che non dipendono dalle incertezze di parola per parola. 1) Il senso e la struttura grammaticale dei nomi che designano le Entità forniscono qualche insegnamento. 2) Le strofe che contengono quasi tutti i nomi di una o più Entità sono assai numerose per permettere delle osservazioni statistiche - frequenza relativa di ogni Entità, frequenza delle loro associazioni diverse - che rivelano dei tratti molto importanti del sistema. Per esempio, se l’intenzione, la forma e lo stile di questi inni lirici non costringono il poeta a presentare le Entità in lista nel loro ordine razionale, come faranno più tardi i testi rituali in prosa, tuttavia la tavola delle frequenze di menzione delle Entità, prese separatamente e in conseguenza delle importanze relative che i poeti le attribuiscono, riproduce esattamente l’ordine gerarchico che esse avranno in seguito sotto il nome di Amaste Spanta: questa gerarchia dunque esisteva già. 3) Un altro elemento d’interpretazione è fornito dalla lista degli elementi materiali che la tradizione associerà, parola per parola, alla lista delle Entità, gemellaggio a cui gli inni stessi fanno allusioni certe e precise. 4) Infine, nell’À vesta non gàthico, ad ognuna delle Entità è opposto un arcidemone che in molti casi le chiarifica. Il quadro è il seguente: Entità astratte Elementi materiali arcidemoni opposti PATROCINATI VohuManah bue (Il Buon Pensiero) Asa (l’Ordine) fuoco XsaGra (la Potenza) metallo Àrmaiti (il Pensiero terra Pio) Haurvatà( acque (l’Integrità, la Salute) AmarstàJ (la piante Non-Morte, l’Immortalità) Gli dèi indo-iranici delle tre funzioni, trasposti nelle ENTITÀ Arcangeli o aspetti di Dio, in qualunque modo si interpretino le Entità, questo quadro suscita delle domande: perché questi gli eletti e Il Cattivo Pensiero Indra Saurva NàqaiOya La Sete La Fame non altri che sarebbero più facilmente concepibili? Perché, non disponendo che di così poco posto, gli autori del sistema ne hanno in qualche modo sprecato una alla fine, raddoppiando la Salute con rimmortalità, che quasi senza eccezioni è nominata insieme ad essa? Perché questi posti precisi - 2, 3, 4 - conferiti ai tre arcidemoni che sono antichi dèi funzionali condannati dalla riforma? Un confronto delle Entità zoroastrianc con la lista vedica e mitannica degli dèi funzionali, mostra dove bisogna cercare la soluzione d’insieme. 1 ) Le ultime due, fra i cui nomi vi è assonanza e che sono presso a poco inseparabili, ricordano per le nozioni così simili che esprimono, per gli elementi materiali associali c per il loro posto gerarchico, i gemelli Nàsatya, indissociabili, donatori di salute e di vita, ringiovanitori dei vecchi, tecnici delle virtù medicali contenute nelle acque c nelle piante. 2) Prima di queste, la terza Entità è la Terra in quanto madre, nutrice e modello della padrona di casa iranica: ricorda così la dea variabile (Sarasvatl, notoriamente) che si vede talvolta unita ai Nàsatya nelle enumerazioni vedichc che segnalano la terza l’unzione. Così il dominio delle tre ultime Entità zoroastrianc, designate tutte da sostantivi femminili, mentre quelle superiori sono nominale da neutri (cf. in vcdico vis, femminile, contro brahman c ksutriì, neutri), è quello della terza l’unzione. In più, nella persona di Àrmaili, è a una Entità della terza funzione che il sistema oppone il cattivo Nàqai0ya, demonizzazione (ridotta a un unico personaggio) delle due divinità canoniche della stessa funzione, i Nàsatya. 3) Al di sopra, la terza Entità si chiama XsaOra, cioè la stessa parola di ksatni da cui deriverà il nome indiano degli ksatriya c che lin da Riveda Vili, 35 caratterizza differenzialmente la seconda l'unzione, come nell’epopea narta degli Osscli la forma a‘xsctrta, }> fornisce differenzialmente il nome della famiglia degli croi forti. Il metallo che gli è associato è il metallo in tulle le sue valenze, ma dei lesti espliciti lo precisano come il metallo delle armi; l’arcidemonc a lui opposto, Saurva, porla il nome vedico di Sarva, varietà di Rudra, personaggio complesso che non può qui essere esaminato, ma che nella sua qualità di arciere c di padre dei Marut è vicino a lui nella seconda funzione. 4) Le due prime Entità, le più frequentemente pregate o menzionale, le più vicine a Dio c spesso associate, portano dei nomi significativi: ASa è la parola avestica (cf. antico-persiano aria-) che corrisponde al vedico ria, l’Ordine cosmico, rituale, sociale, morale, patrocinato dagli dei sovrani ma principalmente (e negli epiteti che gli sono propri) dall’inflessibile e terribile Varuna. Vohu Manah, il Buon Pensiero, in una serie di passaggi gàthici e in tutta la letteratura non gàlhica, è presentato, al contrario, come vicino all’ uomo, al pari del benevolo e amichevole Mitra, vicino all’uomo e a questo mondo, in opposizione a Varuna che è l’altro mondo. Yasna XLIV contiene a questo proposito due strofe rivelatrici, le strofe 3 e 4, in cui si divide il cosmo lontano e il nostro scenario più vicino, tra A3a e Vohu Manah, in modo così netto come fa Rgveda IV, 3,5 tra Varuna e Mitra (ognuno con degli ausiliari di cui si parlerà nel capitolo seguente). L’elemento materiale associalo a Vohu Manah c il bue: ora, fin dall’epoca indo-iranica, si c da tempo riconosciuto (A. Christensen) che il bue era sotto la protezione particolare del sovrano Mitra. Infine, la coppia dell’Entità ASa e dell’arcidemone Indra ricorda che molti inni del Rgveda inscenano delle tenzoni tra i 1 sovrano Varuna e il guerriero Indra, depositari di due morali, la cui divergenza sfocia facilmente in un conflitto. 9. Intenzione di questa riforma zoroastriana Altri particolari dello stesso genere arricchiscono e sfumano il confronto, ma questi sono sufficienti per fondare la soluzione del problema delle origini degli Amasa Spanta che io ho estesamente sviluppato nel 1945 nel mio libro Naissance d’Archanges: la lista delle sei Entità dello zoroastrismo monoteista c stata ricalcala, copiata, dalla lista degli dei delle tre funzioni del politeismo indo-iranico; più esattamente, da una variante di questa lista, come si trova in India, che ai cinque dèi maschi nominati, per esempio, a Bogazkby, aggiungeva nella terza funzione, vicino ai Nàsatya, una dea madre. Perché questa copiatura? Perché Zoroastro o i riformatori assunti sotto questo nome non hanno semplicemente e puramente soppresso questi falsi dèi»? Senza dubbio perché, sacerdoti c filosofi, erano attaccati a quella struttura trifunzionale del loro sapere c ne riconoscevano l’efficacia come mezzo di analisi c come quadro di riflessione sulla vita; senza dubbio perché gli uomini, gli Arya verso i quali si indirizzava la loro predicazione e che volevano persuadere o costringere, erano essi stcssi attaccati a questa forma di pensiero e bisognava dunque fornire un sostituto esatto di ciò che si toglieva loro. Infine, senza dubbio perché così presentata la lezione era più eloquente: uno degli oggetti pratici della riforma, come si è visto, era distruggere la morale particolare dei gruppi di guerrieri e allevatori, a vantaggio di una morale ripensata e purificata dalle funzioni sacerdotali. Elevando, ad esempio, al posto in cui infieriva sino allora l’autonomo Indra, l’esemplare figura di una Potenza, XSaGra, devota alla santa religione, si portava ai sostenitori dell’antico sistema un colpo più rude della semplice negazione del dio pagano o della semplice soppressione di questa provincia della teologia. In un certo senso si può dire che la riforma zoroaslriana, nel riguardo delle Entità, sia consistita nella sostituzione di ogni divinità della lista trifunzionale con una equivalente, che conservava il suo rango ma che essenzialmente era privata della propria natura e animalo da un nuovo spirito, dallo spirilo conforme alla volontà e alle rivelazioni del Dio unico. Si spiega così l’impressione di sconforto che provano gli studiosi al primo contatto con le Gcithà: malgrado i loro diversi nomi, questa Entità che si muovono sembrano equivalenti, intercambiabili. Si spiega così come lutti gli Amasu Spanta, qualunque sia il livello e il dio funzionale a partire dal quale ognuno è stato sublimalo, portino uniformemente a pensare, circa il loro comportamento, al gruppo indiano dei due primi livelli, agli dèi sovrani, gli Àditya, fra i quali Mitra e Varuna sono i principali. Questa analogia, che è un fatto incontestabile e che B. Geiger e K. Barr hanno avuto ragione di mettere in risalto ampiamente, non ha comunque risolto il problema delle origini delle Entità: esse non sono gli equivalenti normali e antichi degli dèi sovrani vedici, ma gli equivalenti degli dèi vedici dei tre livelli, dei tre livelli energicamente riportati al tipo unico di una santità esigente: dèi sovrani certo, ma anche, sotto i sovrani, un dio violento e degli dèi vivificanti che li completano. Gli dèi indo-iranici delle tre eunzioni e le spiegazioni CRONOLOGICHE Questa spiegazione degli Amasa Spanta, immediatamente ammessa da molti iranisti, ha ricevuto in seguilo degli ampiamenti e alcuni li ritroveremo al capitolo seguente (III, § 8). Devo qui limitarmi e sottolineare la principale conseguenza del punto di vista comparativo. Riportando ai tempi indo-iranici la lista canonica mitannica e vedica degli dèi delle tre funzioni con la loro gerarchia, ci è precluso ogni tentativo di spiegare questa lista e questa gerarchia con avvenimenti storici o della preistoria recente dei tempi vedici. Indra non è, non può più essere considerato come un gran dio che, ad esempio, le condizioni sociali e morali di un’epoca di conquista sarebbero in procinto di sostituire a un più antico gran dio Varuna che in seguito avrebbe sviluppato il suo prestigio alle spalle di un più vecchio dio Mitra. Se così fosse, come comprendere che questa situazione, effimera per natura, questi rapporti instabili di dèi in crescita e di dèi che retrocedono si siano fissati e cristallizzati allo stesso stadio di evoluzione, disegnando lo stesso quadro d’insieme (arrestando per secoli allo stesso massimo il progresso di uno dei termini e allo stesso minimo la soppressione dell’altro),pressoi Para-Indiani dei Mitanni, negli inni e nei rituali propriamente vedici e ancora, nel politeismo iranico che si lascia leggere in filigrana sotto la teologia di Zoroastro? La storia non può essere stata in questo punto tre volte identica, aver avuto degli effetti intellettuali così simili in queste tre società precocemente separate. La sola interpretazione plausibile è che egli Indo-Iranici ancora indivisi, qualunque fosse il loro punto di partenza, erano arrivati ai limiti delle loro Terre Promesse in possesso di una teologia in cui i rapporti di *Varuna con *Mitra e di *Indracon *Varuna erano già come li ritroviamo negli inni e, inconseguenza, questi rapporti e il raggruppamento degli dèi che sostengono, lungi dall’essere il risultato fortuito di avvenimenti, erano un dato concettuale, filosofico, un’analisi e una sintesi in cui ogni termine presuppone gli altri, così fortemente come la destra presuppone e chiama la sinistra, in breve, presuppone una struttura di pensiero. Le testimonianze che talvolta si è pensato di ritrovare, negli inni vedici, di un indietreggiamento di Varuna rispetto a Indra, si spiegherebbero dunque altrimenti: gli inni in cui questi dèi si sfidanoe in cui oppongono le loro vanterie, l’inno stesso in cui Indra si glorifica di aver eliminato Varuna, non sono che messe in scena della tensione che esiste tra 1’aspetto Varuna della funzione sovrana e la funzione di Indra, e devono esistere affinché la società ne risenta pienamente i benefici. I miti collegati ai signori divini delle funzioni devono, almeno in parte, illustrare con chiarezza la divergenza delle funzioni e devono farlo senza i riguardi e i compromessi che la pratica sociale impone: è chiaro, ad esempio, che se la sovranità magica assoluta e la pura forza guerriera fossero portate agli estremi sfocerebbero in dei conflitti e di fatto in certi momenti della vita della società a causa di tali conflitti si producono usurpazioni, anarchia o tirannia. Ed è quello che esprime la teologia dei rapporti tra Varuna e Indra che risalta dagli inni: nella grande maggioranza dei casi essi collaborano, ma in qualche testo dialogato i poeti sono portati a questo estremo, che i politici evitano saggiamente e per meglio definirli, per vederli e farli vedere, li hanno opposti come rivali. Stando così le cose, si tratta di un esercizio retorico sicuramente antico, poiché come si è visto lo zoroastrismo ha scelto Indra scomunicato, demonizzato, per farne l’avversario parti- col are di Asa, cioè dell’Entità in cui, purificato, sopravvive *Varuna. Comunicazione tra gli dèi delle tre funzioni Questa osservazione deve essere completata da un’altra inversa. La definizione funzionale dei tre livelli divini è statisticamente rigorosa (la letteratura vedica è assai abbondante perché la statistica vi possa trovare un appiglio certo), precisa non solo nei testi dove tali funzioni sono intenzionalmente classificate o perlomeno raggruppate, ma anchenella maggior parte dei testi in cui un poeta considerao invoca gli dèi di un solo livello senza pensare agli altri. Ma in ogni religione le effusioni della pietà, della speranza e della confidenza talvolta debordano dal quadro teorico del catechismo e questo è soprattutto vero per l’India, in cui gli sforzi del pensiero, nel corso dei tempi storicamente osservabili (e questa tendenza è già sensibile negli inni), hanno così spesso portato a riconoscere l’identità profonda dell’essere sotto la diversità delle apparenze o delle nozioni e, per esprimere concretamente questo dogma dei dogmi, a conferire agli uni gli attributi degli altri. In più, nella pratica, ciò che interessa l’uomo pio è sicuramente la diversità dei soccorsi che può ricevere e delle porte mistiche a cui può bussare, ma è anche e soprattutto la solidarietà e la collaborazione di tutti gli dèi che gli rispondono. Infine, nelle opere stesse per le quali gli uomini chiamano gli dèi, capita che la totalità o più parti deH’insiemc funzionale si trovino interpellati da degli specialisti che gli sono estranei. L’esempio maggiore è quello della pioggia che gonfia le acque del suolo, che fornisce direttamente o indirettamente il tipo di ricchezza pastorale e agricola, la salute stessa, di cui si occupano gli dèi della terza funzione; ma essa c ottenuta grazie alla battaglia celeste, strappata sotto forma di fiume o di vacche celesti agli avari demoni della siccità, e questo è il compito, il gran compito di Indra c dei suoi aiutanti, 1 ’ orda guerriera dei Marut. Congiungere il cielo e la terra e assicurare la sopravvivenza del mondo è anche l’interesse degli dèi sovrani c l’operazione tecnica si svolge infine grazie allo specialista Parjanya. Ma perché mai il poeta si assoggetterebbe a lare sempre questa giusta c rigorosa distribuzione dei meriti? L’opera c comune c quindi la lode è unitaria c non ci si stupirà che il grande guerriero Indra sia così spesso celebrato, nel risultalo come nella forma della sua azione, in quanto donatore di fecondità e di ricchezza. Ma il lettore preoccupalo di teologia non dovrà mai dimenticare il modo violento che Indra esercita per procurarsi gli armenti o per liberare le acque: egli non c una Sarasvall al maschile c non è nella cerchia dei Pfisan o dei Dravinodà. Se una tale équipe divina c così sicuramente esistita tra gli Indo-Iranici prima della loro divisione, come l’ideologia tripartita, l’abbiamo visto nel primo capitolo, essa è più antica ancora c deve essere riportata ai tempi indoeuropei: c allora legittimo c necessario ricercare nella teologia degli altri popoli indoeuropei antichi, c sufficientemente conosciuti, se delle équipes analoghe sono attestate dagli usi rituali o da formulari. Questa ricerca, intrapresa fin dal 1938, ha immediatamente portalo a risultati nei domini italici e germanici. Ma allo stesso tempo, in questi domini in cui gli specialisti, nella loro autonomia, avevano da lungo tempo costruito delle maestose c dotte spiegazioni di ogni cosa.la nuova interpretazione ha dovuto rimettere i n questione molti pseudo-fatti, dimostrando la fragilità di molte pseudo-dimostrazioni, in modo tale che spesso non è stata considerata la benvenuta. In sintesi, le opposizioni sono soprattutto nate dal fatto che le filologie separate, sia scandinava che latina, si erano abituate a pensare cronologicamente - secondo una cronologia ipotetica e soggettiva - la preistoria, la formazione dei quadri teologici complessi, presentati dai documenti antichi, mentre questi quadri, guardati in base alla prospettiva comparativa che a grandi linee viene qui ricordata, s’interpretano immediatamente, per l’essenziale, come strutture concettuali che esprimono la distinzione e la collaborazione delle tre funzioni esplicitate dagli Indoeuropei. Jupiter, Mars, Quirinus e Juu-,Mart-, VOFION(O)- Le due società italiche di Iguvium e Roma - l’una umbra e l’altra latina - sulle quali dei testi ben articolati ci informano, presentano due varianti di una triade in cui i due primi termini sono identici: Juu-, Mart-, Vofìon(o)- a Iguvium; Jupiter, Mars, Quirinus nella più antica Roma pre-capitolina. Questo parallelismo incoraggia a non cercare per la triade romana, com’è d’uso, una spiegazione fondata sul caso, sugli apporti successivi o sui compromessi di una storia locale: com’è possibile infatti che due serie di avvenimenti indipendenti possano suscitare due gerarchie divine e due teologie così simili? 14. La triade precapitolina L’esistenza della triade romana, che si è anche voluto contestare ma che non è dubbia, è messa in evidenza dal fatto che questi dèi sono rimasti, lungo tutta la storia romana, serviti da tre sacerdoti senza omologhi, rigorosamente gerarchizzati ( ordo sacerdotum: Festo, Lindsay) che sono, al di sotto del rex sacro rum, erede ridotto e sacerdotale degli antichi re, gli alti sacerdoti dello stato: i trej7 amines maiores, cioè il dialis, il martialist il quirinalis. Questa triade capitolina, vero fossile nell’epoca storica, respinto dall’attualità di una triade differente formata da Jupiter O.M, Juno Regina e Minerva, è rimasta legata a molti rituali e a rappresentazioni evidentemente arcaiche. Una volta all’anno, in una cerimonia la cui fondazione era attribuita a Numa (Tito Livio I, 21, 4), i treflciminesMciiores attraversavano solennemente la città in uno stesso carro e facevano congiuntamente un sacrificio alla dea Fides. I sacerdoti Salii che conservavano tra i dodici ancilici indiscernibili il talismano caduto dal cielo cui era stata attribuita la fortuna di Roma, erano in tutela Jovis, Martis et Quirini (Servio, ad Aen., Vili, 663). Il tragico rituale della devotio, con il quale il generale romano, per salvare il proprio esercito, si immolava agli dèi sotterranei contemporaneamente all’esercito nemico, era introdotto da una formula, da un’enumerazione di dèi che Tito Livio (Vili, 9, 6) ha di certo trascritto esattamente e che dopo Janus, dio di ogni inizio, nominava innanzitutto l’antica triade: Giano, Jupiter, Mars Pater, Quirinus, poi Bellona, i Lari etc. etc. Dopo la conclusione di un trattato, secondo Polibio (III, 25, 6), i sacerdoti feziali prendevano come testimoni prima Jupiter, poi Mars e infine Quirinus. Il carattere comune di queste circostanze, in cui la triade precapitolina è presentata come tale, è che il corpo sociale di Roma è interessato nel suo insieme e nella sua forma normale: mantenimento della fides pubblica, senza cui la coesione sociale è impossibile; protezione continua o urgente; impegno diplomatico. Il sacrificio a Fides è particolarmente rivelatore poiché è la sola circostanza conosciuta in cui i tre flamines maiores agiscono insieme; ma lo fanno in maniera ostentata e l’unità del carro, l’unità dell’operazione sacra, provano che si tratta di mettere sotto la garanzia di Fides l’unità delle tre cose che Jupiter, Mars e Quirinus patrocinano distributivamente; tre cose la cui sintesi o aggiustamento sono essenziali per la vita di Roma. Quali sono queste cose? Valore di Jupiter e di Mars nella triade precapitolina La risposta non necessita di grandi sforzi, sempre che si preferisca il sentimento dichiarato dai Romani stessi contro le ricostruzioni ardite, fatte da tre quarti di secolo dagli epigoni di W. Mannhardt o da archeologi poco coscienti dei limiti della loro arte; sempre che non si dimentichi che questi dèi sono stati associati e gerarchizzati a Iguvium e a Roma poiché rendevano dei servizi differenziati e complementari; e infine, a condizione che si attribuisca un valore particolare, trattandosi di divinità dei tre flamines maìores, a ciò che insegna l’ufficio di questi sacerdoti. Se si osserva questa regola, e queste precauzioni, si riconoscerà in primo luogo che Jupiter, e nello stesso tempo il Dius (nel capitolo seguente si mostrerà il senso di questa sfumatura), onorato dagli atti del flamen dialis, e dal suo comportamento pieno di innumerevoli precetti positivi e negativi, è il dio che dall’alto del cielo presiede all’ordine e all ’osservazione più esigente del sacro, garante della vita, della continuità e della potenza romana. Quanto a Marte, imperturbabilmente docile secondo l’insegnamento dei migliori testi epigrafici e letterari, si vedrà in lui il dio combattente di Roma, patrono della forza fisica, di quella forza che può, al pari del vedico Indra, essere orientata in tre o quattro circostanze (non di più) dal contadino romano, a profitto dei suoi buoi che hanno bisogno di essere forti, o dei suoi raccolti che tanti geni maligni, visibili o invisibili, possono minacciare. Questa forza è sempre rimasta la forza che dona la vittoria, sin dai tempi favolosi delle origini e fino al declino dell’impero, nella schiacciante maggioranza degli impieghi conosciuti. 16. QuiRINUS Per Quirino, l’unico invecchiato fra i tre dèi in epoca storica, gli eruditi antichi hanno generosamente costruito, su dei pressapochi- smi etimologici allora correnti, delle teorie contraddittorie che complicano il lavoro; ma fortunatamente disponiamo degli uffici adempiuti dal suo flamen e di molti altri fatti cultuali, del suo nome e di qualche indicazione oggettiva degli antichi. Queste diverse fonti informative forniscono un quadro complesso ma coerente. I ) Siamo a conoscenza di tre circostanze in cui officia il flamen quirinalis. Ai Robigalia del 25 aprile sacrifica un cane in un campo nei pressi di Roma e allontana così (verso le armi da guerra, aggiunge Ovidio) la ruggine che minaccia le spighe. Ai Consualia del 21 agosto sacrifica sull’altare sotterraneo di Consus, dio del grano messo in provvista ( condere ); il 23 dicembre sacrifica sulla tomba di Laren- tia, la cortigiana che incarna in una celebre storia la voluttà, la ricchezza e la generosità e che ha meritato di ricevere un culto, legando la sua fortuna a quella del popolo romano. La festa propria di Quirino, i Quirinatici del 17 febbraio, coincide con (e probabilmente è) l’ultimo atto dei Fornacalia, cioè delle feste curiali della torrefazione del grano. Nelle altre due circostanze rituali in cui appare, Quirino è associato alla dea Ops, cioè all’Abbondanza rurale personificata: una iscrizione ci insegna che il 23 agosto, ai Volcanalia, Quirino e Ops figurano tra le divinità onorate senza dubbio contro gli incendi (C/L). La leggenda che giustifica l’esistenzadei Salii di Quirino, dimostra che il voto fondante questo collegio è stato fatto per la stessa ragione del voto che istituiva la festa di Ops e di Saturno. Tutti questi dati, che costituiscono l’intero dossier cultuale del dio, attestano che la sua attività è uniformemente e unicamente in rapporto con le sementi (tre feste, tra cui la sua), con le divinità agricole Consus e Ops, con la ricchezza e il sottosuolo. Nello stesso senso si spiega il fatto che nel 390, all 'avvicinarsi dei Galli, quando bisognava seppellire gli oggetti sacri di Roma, questo compito non spettasse al rex o al flamen dialis, primi sacerdoti dello stato, come ci si sarebbe aspettato, ma al flamen quirinalis. 2) Il nome di Quirino è sicuramente inseparabile da quello dei Quirites, cioè dall’insieme dei Romani considerati nelle loro attività civili in opposizione totale a ciò che essi sono in quanto milites (un aneddoto ben noto di Cesare lo prova). Kretschmer aveva proposto di spiegare Quirites con curia (volscio couehriu), come gli uomini riuniti nei loro quadri sociali, essendo QuTrinus (cf. dominus da domus) il patrono di questa entità della massa sociale organizzata ( *co-uir-io/a -). L’etimologia, in sé e prsé soddisfacente, è stata resa molto probabile da V. Pisani ( 1939) e indipendentemente da E. Benveniste ( 1945), che hanno dimostrato come il nome dell’omologo di Quirinus nella triade umbra di Jupiter, Mars, Vofionus possa essere il compimento fonetico rigoroso di un *Le- udh-yo-no patrono della massa (cf. il tedesco Leute, latino liberi, massa di uomini liberi, bambino di nascita libera etc.), esatto parallelo e sinonimo dal latino *Co-uirI-no. Massa sociale e pace sono, al pari della coltivazione del suolo, aspetti considerati dalla terza funzione. 3) Ma lo stile di questa pace è marcato dall’impronta romana e contribuisce al sorprendente meccanismo che in qualche secolo ha conquistato e romanizzato l’Italia, il Mediterraneo e il mondo antico e stabilisce il pesante beneficio della pax romana. Per i Romani non si è mai trattato di una pace gioiosa e cieca ma vigile, in cui le armi erano deposte ma conservate; in cui i civili Quirites erano anche mobilitabili, i milites del domani; in cui i comitia legiferanti non erano che l’ exercitus urbanus senza il suo equipaggiamento, ma pronto nei suoi quadri: una pace, infine, in cui si pensava molto alla guerra. È questo regime, questo stato di spirito che Quirino governa e che esprime eccellentemente un tratto del suo statuto: uno dei flamines minores, il Portunalis - senza dubbio connesso al dio delle porte ( portele ) delle città, prima di essere quello dei porti (j)ortus ) - ha l’incarico di ungere le .armidi Quirino (Festo s .v.persillum, Lindsay), cioè di compiere il gesto di ogni mobilitazione alle armi: le quali possono anche non essere utilizzate, al momento, ma verso le quali può sopraggiungere improvvisamente l’esigenza di ricorrervi. Questa ambivalenza Quirites-milites dei Romani, questa concezione militare della pax romana, spiegano sufficientemente come Quirino possa essere stato considerato una varietà di Marte e come i Greci, che concepivano altrimenti l’eipf|VTi, abbiano scelto per tradurre il suo nome quello di un vecchio dio guerriero, differente da Ares, ’EvuàA-ioq. E non sarà troppo inutile meditare in questo contesto su due note del commentatore di Virgilio, Servio, giudicate un tempo assurde, ma alle quali la nuova prospettiva trifunzionale ha conferito pieno valore (ad Aen.): Marte è detto Gradivus quando è in furore (Cum saevit) quando è pacifico (cum tranquillus est), Quirino. A Roma possiede due templi: uno all’interno della città, in qualità di Quirino, cioè di guardiano e di dio tranquillo (quasi custodis et tranquilli),' l'altro sulla via Appia, fuori dalla città, vicino alle porte, in quanto dio guerriero o Gradivus (quasi bellatores vel Gradivi)... Quirino è il Marte che presiede alla pace (qui praeest paci) e ha il suo culto dentro Roma mentre il Marte della guerra (belli Mars) aveva il suo tempio fuori Roma. Jupiter, Mars, Quirinus e i componenti leggendari di Roma Questa rapida esposizione, spogliata dalle innumerevoli discussioni che è stato necessario sostenere su quasi tutti i punti, basterà a dimostrare qual è, nell’unità armoniosa della triade precapitolina, l’orientamento proprio e l’equilibrio interno di ogni termine. Cielo ed essenza stessa della religione come supporto di Roma; forza fisica e guerra; agricoltura, sottosuolo, massa sociale e pace vigilante: queste etichette definiscono tre ambiti complementari che disegnano una struttura sicuramente anteriore a Roma e a Iguvium, dunque italica, e quindi così vicina alla struttura indo-iranica da dirsi risalente ai tempi indoeuropei. Non sarà inutile ricordare qui i valori funzionali di cui appaiono rivestite, nei racconti sulle origini di Roma, le tre componenti etniche, base leggendaria delle tre tribù: Romolo - rex et augur - e i suoi compagni sono i depositari del potere sovrano e degli auspici; i suoi alleati etruschi, sotto il comando di Lucumone, sono gli specialisti dell’arte militare; i suoi nemici, Tito Tazio e i Sabini, sono provvisti di donne, ricchi in bestiame e in più detestano la guerra e fanno di tutto per evitarla. Una variante frequentemente attestata (l’abbiamo ricordata in I § 7) minimizza la componente etrusca e concentra le due prime caratteristiche su Romolo e i suoi compagni. Sotto questa forma la triade precapitolina si divide molto adeguatamente tra i due gruppi di avversari e futuri associati: Romolo è costantemente il protetto di Jupiter (gli auspici iniziali; Jupiter Fere- trius e Jupiter Stator in battaglia) ma è figlio di Mars e trova riuniti in sé i favori dei due primi dèi della triade; Quirino (in questo insieme leggendario soltanto) è considerato come un dio sabino, il Marte sabino portato in dote da Tito Tazio a Roma nella riconciliazione finale, allo stesso modo del nome collettivo dei Quirites (ma questa pseudo-sabinità dei Qui riti e di Quirino, benché conf orme al carattere dei Sabini della leggenda, portatori della terza funzione, si spiega col gioco di parole, popolare tra gli eruditi di Roma, Quirites-Cures), Si sa che un’altra forma della leggenda, incompatibile con questa, fa di Quirino il nome postumo di Romolo, riunendo così sul solo fondatore i tre termini della triade divina in base agli auspici, alla filiazione e all’apoteosi. 18. Varianti della triade Jupiter, Mars, Quirinus Della leggenda delle origini, Varrone (De ling. lat., V, 74) e Dionigi di Alicarnasso (II, 50) ci hanno conservato un aspetto importante: all’epoca della riconciliazione di Romolo con Tito Tazio e dell’entrata dei Sabini di Tito Tazio nella comunità, ormai completa e in via di sviluppo, ognuno dei due re istituisce dei culti e mentre Romolo fonda solo il culto di Jupiter, Tito Tazio instaura Quirinus e un gran numero di dèi e dee che hanno rapporto con la vita rurale, la fecondità e il mondo sotterraneo. Questa tradizione è molto interessante perché sottolinea ciò che è stato già segnalato a proposito dell’India (II, § 5); la molteplicità degli aspetti, l’inevitabile frazionamento di questa terza funzione che Tito Tazio incarna, ma soprattutto perché tra gli dèi di Tito Tazio (che non sono certamente sabini ma romani, a dispetto della colorazione etnica della leggenda) molti f igurano in terza posizione, nelle triadi che non sono altro che varianti della triade canonica Jupiter, Mars, Quirinus, come Ops (abbiamo già segnalato i suoi rapporti con Quirino) o Flora. 1 tre gruppi di culto della Regia, della casa del re, che corrispondono senza dubbio alle tre camere che ancora si trovano giustapposte nelle rovine, sono: 1 ) culti assicurati dai personaggi sacri del più alto rango, il rex (a Giano) la regina (a Giunone) e la moglie del flamen dialis (a Jupiter stesso); 2) culti guerrieri del sacrarium Marti.?, 3) culti del sacrarium Opis Consivae, la dea dell’abbondanza. Questa collocazione dei tre livelli funzionali manifestava sensibilmente che la stessa forma di religione che si analizzava e che si dissociava nelle persone dei tre grandi flamines, creava al contrario una sua sintesi quando passava nelle mani del rex, quando era il rex che l’amministrava, non più in quanto incarnazione ma, nel nome di Roma, come gestore delle forze sacre. Quanto alla triade Jupiter, Mars, Flora (rimpiazzata più tardi da Venere) sembra essere stata lei a patrocinare i tre carri delle corse primitive (in relazione con le tre tribù funzionali e i tre colori bianco, rosso, verde). Flora meritava due e tre volte questo posto, per il suo potere sulla vegetazione, per la leggendache faceva di lei un doppione della cortigiana Larentia e perché era assimilata a Roma stessa, senza dubbio più alla massa romana che all’entità politica patrocinata da Quirino. Un’altra variante della triade - Jupiter, Mars, Romulus, Re- mus - presenta Romolo sotto tutt’un altro aspetto (sino alla fondazione di Roma: gemelli, pastori etc.) e ricorda che la lista canonica indo-iranica affidava a due dèi gemelli la rappresentazione e la protezione del terzo livello. Nel paganesimo scandinavo è conosciuta una triade dello stesso tipo, quel la formata da Ódinn, Pórr, Freyr (o solidalmente, come ultimo termine, Njòrdr e Freyr). Anche questa triade, al pari di quella precapitolina romana, è stata spiegata - in modo molto variabile - secondo schemi di evoluzione, come il risultato di compromessi e sincretismi tra culti successivamente comparsi. Lacritica a questo tipo di spiegazioni facili e seducenti, che credono di basarsi logicamente sui dati archeologici, ma che vi si sovrappongono arlifi cial mente, è stata fatta a più riprese e dovrà ancora essere fatta poiché l’esperienza dimostra che non vi si rinuncia volentieri. Nel piano ridotto del presente libro dovremo semplicemente prescinderne ma dichi arare che da H. Petersen (1876) a K. Helm (1925,1946, 1953), da E. Wessén ( 1924) a E. A. Philippson (1953), i numerosi tentativi fatti per dimostrare che la promozione di *Wof3anaz è cosa recente (sostituito a *Tiuz) o che in Scandinavia il più antico gran dio è Pórr (sempre che non sia Freyr), non potevano riuscire a dispetto dell’intelligenza, dell’erudizione e del talento dei loro autori. Ci limiteremo dunque ai fatti e quindi all’esistenza stessa della triade in quanto tale. E questa triade di Ódinn, Pórr e Freyr che Adamo di Brema ha vi sto regnare nel tempio di Uppsala e di cui fornisce la descrizione del meccanismo trifunzionale (Gesta Hammaburgensis eccl. Pontificium, IV, 26-27); è lei che appare dalle formule di maledizione come dai poemi eddici o dagli scaldi (Ódinn, Pórr, Freyr, Njòrdr: Egilssaga); è lei che si sprigiona dal racconto della battaglia escatologica ( Vòluspà, 53-56) in cui ognuno dei tre dèi lotta contro uno dei maggiori avversari che soccombe sotto i suoi colpi; è lei che si spartisce i gioielli divini (Skaldskaparmal, cap. 44) ed è lei che rappresenta l’intera mitologia in cui le altre divinità - salvo la dea Freyja, strettamente associata a Freyr e Njòrdr e che li completa - sono come comparse che circondano questi primi ruoli e che si definiscono in rapporto ad essi. Ci si ricorderà che nella leggenda delle sue origini Roma si è ridotta spesso a due componenti, benché comprendesse tre tribù che rappresentavano tre funzioni: il rex-augur Romolo c i suoi compagni, detentori di cleos et virtutem, la potenza del sacro e i talenti guerrieri, il dominio di Jupiter e Mars, mentre Tito Tazio e i suoi Sabini erano quelli che apportavano delle specialità loro connesse, cioè le donne e le ricchezze, opes. Il quadro scandinavo della formazione della società divina completa è dello stesso tipo: i componenti riuniti per una riconciliazione ed una fusione conseguente a una guerra terribile, sono due, gli Asi e i Vani: tra gli Asi Ódinn è il capo, mentre Pórr è il più eccelso dopo di lui; trai Vani sono invece Njòrdr, FreyreFreyjaipiù eminenti e i soli nominati individualmente. La distinzione funzionale degli Asi c dei Vani è chiara e costante. I Vani, specialmente i due dèi e la dea che ne incarnano al massimo la tipologia, anche se capita loro di essere o di fare altre cose, sono innanzitutto dei ricchi (Njòrdr, Freyr, Freyja), donatori di ricchezze e patroni del piacere (Freyr, Freyja), della lascivilà stessa, della fecondità e della pace (Nerlhus, Freyr-Fródi) csono legati spazialmente ed economicamente al suolo che produce i raccolti (Njòrdr, Freyr) o al mare in quanto luogo della navigazione e della pesca (Njòrdr). A questi tratti dominanti si oppongono quelli dei principali Asi. Né Ódinn né Pórr certamente si disinteressano delle ricchezze del suolo, ecc., ma da quando la mitologia scandinava ci è conosciuta i loro centri sono altrove: l’uno è un mago potente, signore delle rune, capo della società divina; l’altro è il dio col martello, nemico dei giganti ai quali peraltro assomiglia (si pensi al suo furore); è il dio tuonante (nel suo stesso nome) che accudisce il contadino e gli dona la pioggia e anche nel folklore moderno è come un solloprodollo della sua bellicosità in maniera atmosferica e violenta, non terrena c progressiva. Il senso da attribuire a questa distinzione tra Asi e Vani è il problema centrale che domina tutte le interpretazioni delle religioni scandinave c di quelle germaniche, anche laddove le spiegazioni cronologiche c storiche (di storia immaginaria) affrontano con vivacità le spiegazioni strutturali e concettuali. I fatti riuniti dall’inizio di questo libro apportano un grande sostegno agli strutturalisti: il parallelismo delle teologie indo-iraniche e italiche ci fa precisamente attendere, presso i popoli imparentati, una teologiaed unamitologiadel tipo presentato dagli Scandinavi, che oppone per meglio definirli e che ricompone per creare un insieme vitale: 1 ) delle figure divine che patrocinano ciò che è sotto il magistero degli Asi, Ódinn e Pórr, l’alta magia e la sovranità da una parte, e la forza brutale dall’altra; 2) delle figure divine del tutto differenti che patrocinano ciò che è sotto il magistero dei tre grandi Vani, la fecondità, la ricchezza, il piacere, la pace, etc. etc. 21. La guerra degli Asi e dei Vani e la guerra dei Protoromani e dei Sabine formazione di una società TRIFUNZIONALE COMPLETA La frattura iniziale, che separa i rappresentanti delle due prime funzioni e quelli della terza, è un dato indoeuropeo comune: lo stesso sviluppo mitico (separazione iniziale, guerra e poi indissolubile unione nella struttura tripartita gerarchizzata) si ritrova non solo a Roma, sul piano umanoenei racconto delle origini dell’Urbe(guerrasabinae sinecismo), ma in India, dove è detto che gli dèi canonici del terzo livello, gli Asvin, non erano inizialmente degli dèi, ma entrarono nella società divina come terzo termine al di sotto delle due forze (ubhe virye) solamente in seguito a un conflitto violento conclusosi con una riconciliazione e un’alleanza. Come si potrà prevedere, i dettagli di queste leggende sono stati scelti e raggruppati in modo tale da mettere in rilievo le funzioni rispettive delle diverse componenti della società e i procedimenti specifici che queste funzioni attribuiscono ai loro rappresentanti. L’analisi comparata della leggenda romana sulla guerra iniziale tra Romani e Sabini e della leggenda scandinava sulla prima guerra nel mondo degli Asi e dei Vani (a cui bisogna fare risalire, contro E. Mogk, le strofe 21-24 della Vòluspà), ha rivelato un interessante parallelismo e conferito un senso sia all’una che all’altra. Ambedue sono formate da un dittico, da due scene in cui ciascuno dei due campi nemici ha il vantaggio (vantaggio limitato e provvisorio poiché è necessario che il conflitto finisca senza vittoria e con un patto liberamente consentito) ed è debitore di questo vantaggio alla sua specificità funzionale. Da una parte i ricchi e voluttuosi Vani che corrompono daH’interno la società (le donne!) degli Asi, inviando loro la donna chiamata Ebbrezza dell’Oro; dall’altra parte Ódinn che lancia il suo famoso giavellotto di cui è noto l’irresistibile effetto magico e di panico. Allo stesso modo i ricchi Sabini, da una parte, ottengono quasi la vittoria occupando la posizione-chiave dell’avversario, non col combattimento, ma acquistando con l’oro Tarpeia (in una variante, grazie all’amore cieco di Tarpeia per il capo sabino); dall’altra parte Romolo, grazie a un’invocazione a Jupiter (Stator) ottiene dal dio che l’armata nemica vittoriosa venga improvvisamente, e senza motivo, invasa dal panico. 22. Sviluppo della funzione guerriera presso gli antichi Germani Bisogna comunque segnalare un fatto di enormi conseguenze che ha determinato ben presto, e non solamente presso gli Scandinavi ma fra tutti i Germani, una deformazione della struttura delle tre funzioni e della teologia corrispondente. Da nessuna parte, certamente né a Roma né in India, gli dèi del primo livello, Varuna e Jupiter, si disinteressavano della guerra: se è vero che non combattono propriamente come Indra o Marte è anche vero che mettono le loro magie al servizio della parte che favoriscono e sono loro, in definitiva, che attribuiscono la vittoria, la quale, se è in effetti conquistata con la Forza, interessa soprattutto l’Ordine per le sue conseguenze. Non ci si sorprende quindi di vedere Ódinn intervenire nelle battaglie, senza combattere molto, ma gettando sull’armata che ha condannato un panico paralizzante, il legame dell’esercito herfjò- \)urr (cf. i lacci di cui è armato Varuna). Ma è certo che la parte della guerra nella sua definizione è di gran lunga piu considerevole che nella definizione dei suoi omologhi vedici o romani: in lui - e anche nell’omologo germanico di Mitra che esamineremo nel prossimo capitolo e che è interpretato da Tacito come Marte - si constata più di una osmosi, un vero e proprio ribaltamento e straripamento della guerra nell’ideologia del primo livello. All’epoca in cui si sono formate le loro epopee, gli eroi odinici - Sigurdr, Helgi e Haraldr Den- te-da-Combattimento - sono prima di tutto dei guerrieri; e nell’aldilà sono i guerrieri morti, in un’eternità di giochi e di gioie guerriere, che Ódinn accoglie nel proprio Valhòll. In compenso, almeno in certi luoghi, è Pórr, il nemico dei giganti, il combattente solitario, ad averperso il contatto con la guerra (almeno quella combattuta dagli uomini) ed è sopratutto il felice risultato dei suoi duelli atmosferici contro i giganti e i flagelli, la pioggia benefica per le messi, che ha giustificato e popolari zzato il suo culto e che talvolta ha spodestato Freyr dal la parte agricola della sua provincia. Questa doppia evoluzione sembra essere stata spinta all’estremo tra gli Scandinavi più orientali, presso i quali così Adamo da Brema (IV, 26-27) definiva i tre dèi della triade di Uppsala. Thor presici et in aere, qui tonitrus et fulmina, ventos ymbre- sque, serena et fruges gubernat. Alter Woclan, id est furor, bella gerit hominique ministrai virtutem contro inimicos. Tercius est Fritto (cioè Freyr), pacem voluptatemque largiens mortalibus... Sipestis etfames imminet, Thorydolo lybatur, sibellum, Woda- ni, si nuptiae celebrandae sunt, Fricconi. Anche se si ammette che la teologia di ognuno di questi tre dèi di Uppsala fosse più ricca, e più variegata di quanto non appaia nelle brevi osservazioni di Adamo da Brema (che ha preso Pórr come dio principale poiché figura nel mezzo, al secondo posto, ed è armalo di un martello che ha scambiato per uno scettro e perché, tuonante, lo ha as- similato a Giove), non vi è ragione di rifiutare la sua testimonianza: lo scivolamento della guerra nel dominio di Wodan e lo scivolamento inverso di Thor al servizio dei contadini sono dei fatti. Ma se ne comprende l’origine (come su altri punti relativi alla Scandinavia) e dove lo stesso fenomeno si osserva, i valori dei tre dèi restano essenzialmente vicini a quelli dei loro omologhi indiani e romani. Stato del problema presso i Celti, i Greci e gli Slavi Sulle altre parti del dominio indoeuropeo, a causa di diverse ragioni - cronologia troppo recente, imprestiti massicci da sistemi religiosi non indoeuropei - è difficile constatare immediatamente le strutture teologiche corrispondenti alle tre funzioni: sono necessari quindi dei ragionamenti e di conseguenza I ’ arbitrio è in agguato. Questo stato di cose è particolarmente spiacevole nell’ambito greco o celtico in cui l’informazione è tuttavia molto abbondante: bisogna rassegnarsi. In Grecia, dove la religione non è essenzialmente indoeuropea, il raggruppamento delle dee nella leggenda del pastore Paride resta ad esempio un gioco letterario e non forma evidentemente un’autentica combinazione religiosa. In Gallia, dove la classificazione degli dèi riportata da Cesare (e confermata dai testi irlandesi sui Tuatha Dé Danann) ricorda per molti versi la struttura delle tre funzioni, quest’analogia con la filiazione, e i ritocchi che suggerisce, suscitano più problemi invece che risolverli. Quanto al paganesimo degli Slavi, questi sono così poco conosciuti perché i tentativi di spiegazione tripartitapossano essere altra cosa che brillanti ipotesi. Ma la concordanza delle testimonianze sui tre domini, indo-iranico, italico e germanico, in cui le antiche religioni sono state descritte in maniera sistematica dai loro stessi rappresentanti, è sufficiente a garantire che sin dai tempi indoeuropei l’ideologia tripartita aveva dato luogo a una teologia della stessa forma; a un gruppo di divinità ge- rarchizzate che esprimevano i tre livelli; e ad una mitologia eziologica che giustificava la differenza e la collaborazione di queste divinità. Divinità che sintetizzano le tre funzioni Ci limiteremo a segnalare nella teologia un altro utilizzo frequente della struttura tripartita, non analitico ma sintetico. Vi sono infatti divinità che sia i saggi che i fedeli tengono a definire, in opposizione agli dèi specialisti delle tre funzioni, come onnivalenti, domiciliate ed efficienti sui tre livelli. Questo tipo di espressione si è prodotta indipendentemente in diversi luoghi, per esempio nelle civiltà mediterranee, quando una divinità patrona o eponima di una città ha assunto un’importanza a svantaggio di altri dèi o di équipes divine: così, presso gli Ioni di Atene, dove sembra che una teologia tripartita (Zeus, Athena, Poseidone, Efesto) concernesse innanzitutto le quattro tribù funzionali (sacerdoti, guerrieri, agricoltori, artigiani), è Atena che in epoca storica domina la religione. Così, seguendo la felice osservazione di F. Vian, durante le piccole Panatenee, ella riceveva successivamente degli omaggi divini in quanto Hygieiu, Polias e Niké, vocaboli che evocano le funzioni di salute, sovranità politica e vittoria. Allo stesso modo, nello zoroastrismo si è prodotta la tripla titolatura Buone, Forti, Sunte dei geni tutelari, le FravaSi, che sono in effetti trivalenti. Dee trivalenti. Tuttavia, tra queste figure sembra che bisogni far risalire alla comunità indoeuropea un tipo di dea la cui trivalenza è così messa in evidenza e che è intenzionalmente congiunta agli dèi funzionali: questa dea, che per il suo stesso sesso e per il suo punto d’inserimento nelle liste è connessa alla terza funzione, è tuttavia attiva in tutti e tre i livelli e sembra che la sua presenza nelle liste esprima il teologhema di una multi valenza femminile che raddoppia la molteplicità degli specialisti mascolini.Abbiamo ricordato più sopra che talvolta, nelle liste trifunzionali vediche, la dea-fiume SarasvatTè associata agli ASvin: ora, gli epiteti di SarasvatT, benché non raggruppati in formule, la definiscono chiaramente come pura, eroica, materna. Indipendentemente l’uno dall’altro, sia io che H. Lommel abbiamo proposto di interpretare come un’omologa di SarasvatT e come l’erede della stessa dea indo-iranica, la più importante delle dee del \'Avestu non-gàthico, anch’essa dea-fiume, Anàhità; ora, il nome completo e triplice di Anàhità, fa evidentemente riferimento alle tre funzioni: l’umida, la forte, l’immacolata, AradvT, Suri, Anàhità. Ed è ancora per sublimazione dello stesso prototipo che io penso che lo zoroastrismo puro abbia creato la sua quarta Entità, Àrmaiti, che seppur ordinariamente al terzo livello (dopo XsaSra, Potenza e prima di Haurvatà(-Amar,?là(, Salute e Immortalità) e benché non in possesso di una tripla titolatura, porta un nome che significa Pensiero-Pio, aiuta Dio nella sua lolla contro il Male ed ha come elemento materiale la terra nutrice differenzialmente associata. Nel Lazio, a Lanuvium, Giunone era onorata sotto il triplice epiteto di Seispes Mater Regina, i due ultimi epiteti riportano alla teologia della Giunone romana (Lucina, etc.; Regina) patrona della fecondità regolata c dea sovrana; ma a Roma la specificazione guerriera manca, mentre era in evidenza nella figura di Giunone lanuvia e certamente era espressa dal primo epiteto, l’oscuro Seispet- (rom. sospit-, da *sue-spit-? cf. Indra svà-ksatra, svu-pati, eie.). Infine, nel mondo germanico, considerando i Germani continentali, sembra che una dea unica e polivalente (se non onnivalente), *Friyyò fosse congiunta ai multipli dèi funzionali di cui abbiamo parlato più sopra; se la specificazione guerriera non è attestata, il poco che si sa di essa la mostra sovrana (Frea, nelle leggende che spiegano il nome dei Lombardi) e Venus ( *Friyya-dcigaz, Freitag), Presso gli Scandinavi questa multi valenza è esplosa: la dea si è raddoppiata in Frigg (esito regolare di *Friyyó in nordico), sposa sovrana del signore magico Ódinn, e in Freyja (nome rifatto su Freyr), dea tipicamente Vani, ricca e voluttuosa. In Irlanda un’eroina, Macha, senza dubbio un’antica dea eponima del luogo più importante fra tutti, Emain Macha, capitale dei re pagani del 1 ’ Ulster con 1 a piana che la circonda, dovette avere pri miti- vamente questo carattere sintetico, analizzato in base alle tre funzioni, poiché è sfociata in tre personaggi, in un trio di Macha ordinato nei tempi. Una Veggente, sposa di un uomo dei primi tempi chiamato Ne- med, il Sacro, che muore per un’emozione profonda in seguito a una visione; poi una Guerriera-Campionessa che fa del proprio marito il suo generalissimo e che muore uccisa; infine una Madre che accresce meravigliosamente la fortuna del proprio marito, un ricco contadino, e che muore durante l’orribile parto di due gemelli. Ma non è più possibile determinare quali rapporti avesse nella religione con gli dèi maschi della stessa funzione. 26. Le teologie tripartite e i loro elementi Dopo aver preso una visione globale dei sistemi teologici indo-iranici, italici e germanici che esprimono l’ideologia delle tre funzioni, abbiamo riconosciuto che sono abbastanza paralleli per giustificarne la spiegazione nei termini di un’eredità indoeuropea comune. Non è che l’inizio: senza perdere di vista la struttura d’insieme, l’esplorazione dovrà concentrarsi successivamente su ognuno dei tre termini; esaminando la funzione della sovranità religiosa in se stessa, poi quella del la forza e della fecondità e infine, tram ite la comparazione tra i dati indiani, iranici, latini etc., cercare di determinare come gli Indoeuropei concepivano, suddividevano e utilizzavano ciascuna di esse. Note ai paragrafi Sulla necessità, per lo storico delle religioni, di non perdere mai di vista e di riconoscere le strutture teologiche di cui studia i frammenti, vedi principalmente L’heritage..., cap. I (Matièrc, objet et moyens de étude) - al quale rimando una volta per tutte circa le questioni di metodo - e DIE, cap. II (Structure et cronologie), Il riconoscimento del raggruppamento arcaico Milra-Varuna Indra e i Nàsatya, l’inventario delle circostanze in cui appaiono, sono state fatte progressivamente in: JMQ,59-60 (= JMQ it,38-39); NA 41-52; Tarpeia, 1947,45-56 (dove sono studiati in dettaglio sei inni del Riveda fondali su questa struttura); Mitra-Varuna, Indra et le Nàsatya, com- me palrons des trois fonclions cosmiqucs et sociales, Studia Linguistica; JMQ IV,13 - 35 ( Les dieux palrons des trois f onctions dans le Rg Veda et dans le AlharvaVeda); in queste due ultime esposizioni la divisione degli dèi in tre gruppi Aditya, Rudra, Vasu, è interpretata nello stesso senso (cf. DIE). La discussione delle spiegazioni anteriori e l’interpretazione nuova formano il primo capitolo di NA (les dieux Arya de Mitani), Il carattere indiano degli Arya di Mitani è reso probabile dalla forma del numero uno (aika: sanscrito eka, contro l’iranico comune *aiva ); P.E. DUMONT ha interpretato senza difficoltà tutti nomi d’uomini conosciuti grazie al vcdi- co (JAOS). In seguilo G. Widengren ha sottolineato in questi nomi propri c nella variante u -ru- wa - na del nome di Varuna (nel trattato di Bogazkoy), qualche fatto fonetico che rinforza questo parlare di iranico: Numen, II, 1955,80-81 e note 167, 170. § 5. DIE.pp. 11-14. Un gruppo di raffigurazioni su una faretra cassila c stata interpretata come rappresentante in alto Mitra c Varuna, nel mezzo Indra (o Vàyu) e in basso i gemelli Nàsatya in una scena di medicazione miracolosa conosciuta dal Rg Veda : Dieux cassiles et dieux vediques, à propos d’un bronze du Lourislan RHA, 52, 1950,18-37. Riprenderò prossimamente il problema a partire da una migliore fotografia (la scena c le insegne di Mitra e Varuna devono essere spiegate altrimenti: non vi sono degli altari ma un vaso raffigurante una lesta di leone) e con degli altri documenti sui gemelli § 6-9. La spiegazione degli Amai a Spanta costituisce la materia di NA, cap. II-V; la quarta Entità, Àrmaiti, che sembrava creare allora difficoltà, è stala spiegata in seguito in Tarpeia, cap. I (=JMQ il.). Questa interpretazione è stata accettala e sviluppata da J. De MENASCE, Une legende indo-iranienne dans l’angelologie judéo-musulmane: à propos de Hàrut-Màrut, Études Asiatiques (svizzeri) I, 1947,10-18; J. DUCHE- SNE-GUILLEMIN, Zoroastre, 194847-80; Onnazd et Ah rimati, 1953, 23; The Western Response to Zoroaster, 195838-51 (vedi specialmente 45-46 contro I. Gcrshevilch e W. Lcntz); S. WlKANDER (vedi sotto, nota al III cap. § 13); J.C. TAVADIA From Aryan Mythology to Zoroastrian The- ology, aReviewofDumézil’sResearches, ZDMG, 103, 1953,344-353; K. Barr, Avesta, 1954,52-59 e 197; G. WlDENGREN, Stand und Aufga- ben deriranischenReligionsgeschichte, Numen, I, 1954,22-26; S. Har- TMAN in molti articoli specialmente Ladisposition de l’Avesta, Orientatili Suecana, V, 1956,30-78; e inoltre da altri importanti iranisti. È stata invece rigettata senza discussione da I. Gerschevitch e W. Lentz e non è menzionala nei libri di W.B. Henning e R.C. Zaehner. § 10. Questo tipo di spiegazione è stata estesa alle Entità già gathiche come SraoSa e ASi (considerale come sublimazioni degli dèi prezoroastriani equivalenti agli dèi vedici Aryaman e Bhaga): vedi qui sotto, III, § 8; poi al non gathico Rasnu e alla Fravasi (considerate come figure purificate corrispondenti a Visnu e ai Maj'ut): Visnu et les Marut à travers la réforme zoroa- striennc, JA, CCXLII, 1953,1-25; infine a Busyastà (considerata come una demonizzazione della dea Aurora): Déesses latines et mythes vécliques DIE Gli attacchi più vivi sono venuti dai latinisti della scuola primitivi- sta; vedi a proposito di H.J. ROSE, RHR e Déesses latines..., 1956,118-123. I germanisti ostili hanno in generale preferito “ignorare”; tuttavia ho recentemente avuto una gradevole discussione - la prima - con K. HELM, BGDSL, 77, 1955,347- 365; 78, 1956, 173- 180. Un grande numero di risposte alle obiezioni si trovano disseminate nelle prefazioni, note e appendici dei miei libri. Le ultime in ordine di tempo che hanno un valore generale sono; Examen de criliques réccnles; John Brough, Angelo Brelich, RHR, CLII, 1957,8-30. § 13.1 latinisti che dissertarono su Quirino dimenticano solitamente Vo- fionus che riduce di troppo la loro libertà d’ipotesi. Perla triade umbra vedi Remarques sur les dieux Grabovio - d’Iguvium, RP, XXVIII, 1954, 225-234 e Notes sur le début du riluel d’Iguvium, RHR. La triade romana è comparsa proprio a fornire il titolo comune degli studi sulle tecnologie trifunzionali indoeuropee, pubblicati dal 1941 al 1948. § 14. L’interpretazione è stata presentata per la prima volta in un articolo che conteneva in potenza tutto il lavoro ulteriore: La préhisloirc des flami- nes majeurs, RHR. Sono comparsi in seguito JMQ, cap. II c III, poi lutto NR; riassunto in L'hèritage...72-101. § 15. Contro il Marte agrario vedi NR,38-71 (=JMQ it., 191-217) e Rituels...78-80. Su Jupiter sovrano vedi NR.,71-76 (= JMQ it.218-222); è importante non vedere in Giano (dio dei prima, di tutti i prima) un predecessore né un doppio di Jupiter (dio dei summit): DIE, 91-102 eJupiler-Mars-Quirinus et Janus, RHR, CXXXVIII, 1951, 209-210; sugli dèi dei prima indo-iranici, Tarpeia. La spiegazione del complesso Quirino è stata formata in tre tempi: 1) JMQ,72-77, 84-94, 143-148, 182-187 (=JMQ it„49-53, 58-66, 101-104); 2°), NR,194-221 (=JMQ it.,264-285) e Tarpeia, 176-179; 3°) JMQ,155-170 (specialmente167, 169 e n. 2, 170). Vedi anche L. GERSCHEL, Saliens de Mars et Saliens de Quirinus, RHR. Ho sostenuto numerose discussioni, special- mente: La triade Jupiter-Mars-Janus?, RHR, CXXXII, 1946,115-123 (con V. Basanoff); REL, XXXI 1953,189-190 (con C. Koch);A propos de Quirinus, REL, XXXIII, 1955,105-108 (con J. Paoli); Remarques sur les armes des dieux de troisième fonction, SMSR, XXVIII (con A. Brelich). Generalmente ogni nuovo avversario non tiene alcun conto delle risposte fatte ai precedenti; è ancora il caso di J. BAYET, Histoire psychotogique et historique de la religìon roinaine, 1958,118 (che tratta anche della triade romana JMQ senza considerare la triade umbra di Jupiter Mars Vofionus). Per l’assimilazione di Romolo a Quirino, le considerazioni nuove riportate qui sotto incoraggiano a dargli un senso più profondo e una data più antica di quanto non si facesse generalmente (vedi La bataille de Sentinum, remarques sur la fabrication de l’histoire romaine Annales, Economie, Sociétés, Civilisations.VU, 1952,145-154). Sulle etimologie proposte per Vofionus, vedi RP, XXVIII, 1954,225, n. 4 e226, n. 1; la spiegazione con *leudhyono- sitrova in Pisani Mytho-etymologica, Rev. desEtudes Indo-Européennes (Bucarest), I; 1938,230-233 e in BENVENI- STE, Symbolisme social dans les cultes gréco-italiques, RHR, CXXIX, 1945,7-9. § 17. Una questione connessa è quella della realtà o della non realtà di una componente sabina alle origini di Roma. Questa è secondaria rispetto al nostro punto di vista, che è quello dell’ideologia e non dei fatti storici, e in più, una risposta affermativa non genererebbe affatto l’interpretazione funzionale delle leggende sulle origini, di cui bisognerebbe solamente ammettere (la qual cosa è ordinaria) che presentano l’avvenimento ripensato in un quadro ideologico ed epico preesistente, tradizionale; ma è anche chiaro che questa interpretazione strutturale e unitaria che noi formiamo non rinforza la tesi dell’autenticità storica del sinecismo originale che incontra diverse difficoltà. In L’heritage, si troverà riassunta la lunga discussione del capitolo III di NR (Latins et Sabins, histoire et myhte non tradotta in JMQ it.: vedi263), condotta principalmente in funzione della tesi di A. PlGA- NIOL, Essai surlesorigines de Romei 1915) che dominava allora gli studi. Da quattordici anni che questa discussione è stata pubblicata ho letto molte affermazioni calorose, arroganti e irritate sulla presenza sabina lontana dalla fondazione di Roma, ma non ho visto segnalare alcun fatto archeologico che non fosse già stato prima esaminato e che facesse pendere decisamente la bilancia; cf. JMQ IV,182 (sugli argomenti che si sono voluti demandare alla strana disciplina della geopolitica) e RE XXXIII, 1955,105-107 (su un curioso argomento che J. Paoli ha creduto di poter ricavare dalla triade umbra). Quanto a me, continuo a trovare soddisfacente nel suo principio la spie- 83 gazione data nel 1886 della leggenda del sinecismo latino-sabino da T. MOMMSEN, Die Tatiuslegende, ripreso in Gemmiti. Schr. IV,22-35. In una memoria intitolata Céramiques des premiers siècles de Rome, VIII-V siècles, manoscritto che si trova analizzato nei Comptes Renclus de l’Académie des Inscriptions, 1950,287-295, F. Villard si è pronuncialo per l’omogeneità della popolazione romana dell'ottavo secolo. Sullo Jupiter di Romolo e gli dèi di Tito Tazio, vedi JMQ, 144-146 (= JMQ it.,101-012) (dove bisogna correggere nella citazione di Varronc Vedici Ioni in Vedi otti) e La saga de Hadingus, 1953,109-110. Per la triade Jupiter, Mars, Ops vedi Lcs cultes de la Regia, les trois fonclions et la triade JMQ, Latomus. Per la triade Jupiter, Mars, Flora (o Vcnus), vedi Rituels...,54 e60, note 37-40. Per Romolo-Remo come corrispondenti dei Nàsatya vedici, vedi qui sotto III, § 24. Inoltre l’utilizzazione delle tre funzioni c della triade JMQ da parte di Martianus Capella è stata esaminala in Remarques sur Ics trois premières regione s erteli de Mart. Cap., Coll. Latomus XXIII ( =Honim. à M. Nieder- memn) 1956,102-107. § 19-20. Jan de Vrics è stalo condotto dalle sue ricerche a una visione strutturale delle religioni germaniche. Quando è uscito MDG, 1939, egli avvertì la parentela della mia concezione e della sua e la complementarietà dei nostri argomenti. Da allora, benché divisi su qualche dettaglio, siamo d’accordo, credo, su tutte le maggiori questioni: che ci si riporti alle sue chiare, obiettive c generose esposizioni del suo Altgermanische Relìgionsgestiti cht e. 2“ cd., I c II, 1956-1957 c ai suoi articoli: Dcr heutige Stand der gcrmanischen Rcligionsforschung, Gemi. - Roman. Monatsschrift, N.F., II, 1951,1-11 ; e L’élat acluel dcséludes sur la rcligion germanique, Diogene, 18, aprile 1957,1-16; altri articoli che toccano le questioni qui trattale: La valeur religicuse du mot irmin, Cahiers du Sud, n. 314, 1952, 18-27; Die Gotlcrwohnungen in den Grlmmismàl, Atta Philol. Stand., 1952,172-180; La loponymiect l’hisloire des religions,RHR, CXLVI, 1954,207-230; Uber das Wort Jarl und seine Vcrwandlen, NC, VI, 1954,461-469. Nell’opera collettiva Deutsche Philologie ini Aufriss, Miinchen, 1957, la sezione Die altgermanische Religion (col. 2467-2556), redaltada Werner Bentz, dà del paganesimo germanico, e specialmente scandinavo, un’eccellente interpretazione, originale c ripensata, nel quadro che io ho proposto. E. POLOMÉha lavorato in questo stesso schema: L’élymologic du terme germanique *ansuz, dieu souverain, Études Germuniques e La religion germanique primitive, rcflccl d’une slruclurc sociale, Le Flamheau.1 miei MDG, oggi felicemente esauriti, hanno sofferto di essere stali pubblicati agli esordi delle ricerche sulla tripartizione indoeuropea: non era che una prima vista d’insieme e un programma carico d'ipotesi di lavoro, alcune delle quali si sono verificate c altre no; presto pubblicherò una seconda edizione interamente rimaneggiata. Non ho qui ancora il posto per esaminare la teologia dei Germani continentali (specialmente Tacito, Germania, 9, in cui i tre livelli sono chiari: Mercurio c Marte, Ercole, Iside): vedi DIE,23-26. PerÓdinn bisogna aggiungere l’importante confronto col polivalente Rudra dell’India (R. Otto, 1932): vedi J. De Vries Sulla guerra degli Asi e dei Vani paragonala a quella dei Latini di Romolo e dei Sabini, vedi JMQ, cap. V e Tarpeia (= JMQ it.,pp. 108-164) in cui si trova ampiamente rifiutala l’interpretazione in giganto- machia della Voluspà, 21-24 avanzata da E. MOGK, FFC, 5 8, 1924, e la presentazione generale in L’heritane...,125-142. § 23. Perii giudizio di Paride vedi soprai § 23. PerglidèigallidiCesaree i loro corrispondenti irlandesi nei loro rapporti (in ogni caso molto alterati) con la tripartizione, vedi MDG,9, NR,22-27 eP.-M. DuvaL, Lesdieux de la Gaule, 1957,4, 19-21, 31-33, 94. R. JAKOBSON ha tentato di interpretare nel quadro delle tre funzioni il poco che si conosce degli dèi slavi: art. Slavic Mythology in Funk and Wagnalls StandardDictionary pfFolklore, II, 1950,1025-1028. Sembra che il paganesimo dei Baiti possa essere un giorno favorevole alla nostra inchiesta. § 24. Sulla tripla titolatura di Alena alle Panaatenec, vedi F. VlAN, La guerre dea géants, le mytheavant l’époque hellenistique, 1952pp. 257-258. § 25. Su SarasvatT-Anàhilà-Àrmaiti e sul nome triplo di Anàhità, vedi Tarpeia,55-66; H. Lommel ha trovato indipendemente la corrispondenza Sa- rasvatl-Anàhità c l’ha pubblicata in Festschr. F. Weller, 1954,405-413. Per i dati latini, irlandesi e germanici vedi Iuno, S.M.R., Eranos, LII, 1954, 105-119 e Le trio des Macha RHR. L’esplorazione di ognuno dei tre livelli funzionali nel mondo indoeuropeo implica tre compiti molto considerevoli, a tult’oggi progrediti in maniera assai discontinua. Non è stalo possibile giungere rapidamente a risultati sistematici che al primo livello. Se importanti aspetti del secondo e del terzo sono stati determinati in breve tempo, essi non sono tuttavia che un insieme strutturalo ancora in fase di approfondimento. Non si è potuto dunque fare altro che dare per essi degli orientamenti generali e, sopratutto, delle indicazioni sui metodi di lavoro. Varuna e Mitra, ASa e Vohu Manah Il principio fondamentale intorno a cui si organizzavapresso gli Indo-Iranici la teologia della prima funzione è già stato segnalato; nel trattalo di Bogazkoy e nelle formule vediche che sono state confrontate, non si tratta di un dio ma di due, Mitra e Varuna, che la rappresentano, ed c ancora questa coppia che presuppone la coesistenza di due figure, il Buon Pensiero e 1’Ordine, che gli corrispondono in testa alla lista delle entità sostituite da Zoroastro agli dèi funzionali. Questa dualità è stata spiegata in molte maniere dai commentatori indiani e dalle diverse scuole mitologiche degli ultimi cento anni. Attualmente è stata fatta luce su ciò che in parte si può dedurre dai loro stessi nomi: se la parola Veruna, apparentata o no al greco oùpavóq, wpavoq, resta oscura (la si è interpretata con radici che significano coprire, legare, dichiarare), al contrario, Mitra è sicuramente, come ha spiegato Meillet in un celebre articolo (1907), per la sua etimologia, il Contratto personificato. Nella grande maggioranza dei casi, tra questi dèi i cui nomi appaiono spesso al duale doppio, cioè con una forma grammaticale che esprime il più stretto legame, i poeti non fanno differenza: li vedono come due consoli celesti, depositari solidali del più grande potere, e quando non nominano che uno dei due, non si fanno scrupoli di concentrare su di lui tutti gli aspetti e gli attributi di questo potere. E questo è naturale poiché l’unità e l’armonia della funzione sovrana, in rapporto a lutto ciò che le è subordinato, costituisce per gli uomini il beneessenziale che bisogna mettere in primo piano nella credenza e nell’espressione. Ma capita spesso felicemente, anche nel lirismo degli inni ma soprattutto nei libri rituali, che il poeta o il liturgista travalichi questo primo piano e voglia distinguere i due dèi per meglio spiegare o utilizzare la loro solidarietà. In tale caso le diverse immagini che appaiono sono tutte dello stesso senso: Mitra e Varuna sono i due termini di un gran numero di coppie concettuali e di antitesi, la cui sovrapposizione definisce due piani, ogni punto del piano potremmo dire, richiamando sull’altro un punto omologo; e queste coppie tanto diverse possiedono tuttavia un’aria di parentela così netta che di ogni nuova coppia assegnata all’insieme si può provare a colpo sicuro quale sarà il termine mitria- co e quello varunjco. Fra le specificazioni così diverse dell’antitesi sarà difficile estrarne una da cui il resto può essere derivato e senza dubbio questo tentativo, una volta fatto, non avrebbe gran senso. Sarà molto meglio procedere a un breve inventario, osservando e definendo l’antitesi in rapporto alle principali categorie dell’essere divino (cf. II § 5). Quanto ai loro domini nel cosmo, Mitra s’interessa piuttosto a ciò che è vicino all’uomo, mentre Varuna all’immenso insieme (distinzione che si ritrova nettamente fra le Entità zoroastriane corrispondenti: cf. II § 8,4°); passando al limile, dei testi affermano che Mitra è questo mondo mentre Varuna Valtro mondo, come è certo che ben presto Mitra rappresentò il giorno e Varuna la notte. Mitra è assimilato alle forme visibili e usuali del soma e del fuoco, mentre Varuna alle loro forme invisibili e mitiche. Nelle modalità d'azione, se Mitra è propriamente il contratto e stabilisce tra gli uomini i trattati e le alleanze, Varuna è un grande mago, signore della màyà, la magia creatrice delle forme, e in possesso dei nodi con cui afferra i colpevoli con una presa irresistibile. Nondimeno essi si oppongono per il foro carattere : l’amichevole Mitra è benevolo, dolce, rassicurante, stimolante; il dio Varuna è impietoso, violento, a volte un po’ demoniaco. Innumerevoli applicazioni illustrano questo teologhema generale: a Mitra appartiene ciò che è cotto a vapore, a Varuna ciò che è arrostito; a Mitra il latte, a Varuna il soma inebriante; a Mitra l’intelligenza, a Varuna la volontà; a Mitra ciò che è ben sacrificato, a Varuna ciò che è mal sacrificato etc.. Tra le funzioni diverse da quelle che gli sono proprie, Mitra ha più affinità per la prosperità, la fecondità e la pace, Varuna per la guerra e la conquista, tra le province stesse della sovranità, Mitra è piuttosto - come diceva con qualche anacronismo A. K. Coomaraswamy - il potere spirituale, mentre Varuna è il potere temporale, in lutti i casi rispettivamente il brdhman e lo ksatrd. L. Renou ( Études vèd. et pànin.) ha anche scoperto nel Riveda un’affinità differente, di Varuna per l'élite e di Mitra per la massa, il popolo comune. I sovrani Mitra e Varuna, di diritto e di fatto, sono uguali ed è attuale sia l’uno che l’altro. Se gli inni pronunciano più spesso il nome di Varuna, ciò non avviene perché egli è in procinto di prendere un’importanza maggiore rispetto a un più vecchio dio Mitra, ma perché, semplicemente, la specificazione magica e inquietante della sua azione sollecita all’uomo più preoccupazioni cultuali del rassicurante e chiaro dominio del giurista Mitra. Bisogna sottolineare ugualmente che non vi c mai conflitto tra questi due esseri antitetici, ma al contrario vi è una costante collaborazione. Questo schema indiano, e prima ancora indo-iranico, ha fornito la chiave per qualche difficoltà o enigma delle mitologie occidentali. A Roma, dove tutto il pensiero è concreto e patriottico, in cui il cosmo e le sue diverse parti richiedono attenzione e riflessione solo nella misura in cui possono essere utili o nocive all’ Urbe, non ci si può aspettare di osservare la bipartizione nelle sue generalità. La lontananza del cielo, l’ordine dell’universo, cose di Varuna, lasciano i Romani totalmente indifferenti. Ridotta soltanto a qualcuna delle sue specificazioni, la bipartizione tuttavia sussiste. Se nella Roma storica “dius”, “dius fidius” -- il dio luminoso e garante della fides, della lealtà e dei giuramenti -- non è più che un aspetto di Jupiter, è vero che sembra esservi stata tutt’altra situazione nei primordi. Certo, i due dèi erano strettamente associati e il nome del primo flamine e più vicino a “dius” che a “jupiter”. Ma il dominio strettamente giuridico che “dius” si accolla, nella sovranità, porta a considerare il resto – gl’auspici su cui Roma vive, la direzione mistica della politica romana, i miracoli salvifici della storia romana - come più propriamente caratteristici del suo grande socio. Allo stesso modo, nella teoria dei lampi “dius fidius” ha una specificazione nettamente mitriaca. Sono i lampi del giorno che gli appartengono, mentre quelli della notte rivelano una varietà oscura e varunica di “jupiter”, “summanus”. È probabile che questa teologia complessa abbia risentito, prima dei nostri testi più antichi, della promozione e, nello stesso tempo, della riforma teologica di “jupiter” che ha coinciso con la creazione del suo culto capitolino e con la sostituzione di una triade Jupiter O.M, Giunone Regina, Minerva all’antica triade Jupiter, Mars, Quirinus. Lo “jupiter” del Campidoglio sembra essere stato quasi subito imperialista, fagocitando “dius” e concentrando in sé tutta la sovranità; ma forse i due piani tradizionali complementari sono ancora segnalati nella strana doppia titolatura del dio: “ottimo” -- cioè il molto servizievole -- e “massimo” -- cioè il più alto, posto nell’infinita classificazione delle mciiestcìtes. Sono questi, in rapporto all 'uomo, i due poli che corrispondono nell’ideologia vedica a Mitra e Varuna. ÓdINN E Tyr Ma è nel mondo germanico che l’analogia indiana è particolarmente illuminante. Né Mercurio (cioè *Wópanaz ) nella Germania di TACITO (vedasi), né Ódinn nei testi nordici sono soli nei loro livelli: vicino a loro vi è quello che Tacito, per delle ragioni comprensibili e interessanti, chiama Marte (cioè *Tiuz ) e gli Scandinavi chiamano Tyr. Questo dio, omonimo del vedico Dyauh e del greco Zeus, e che al pari di questi due o del Dius Fidius latino evoca l’idea del cielo luminoso, è generalmente considerato nei suoi rapporti con *Wópanaz come un dio più antico, impallidito di fronte a un nuovo venuto. Benché sia strano che, a otto o dieci secoli di distanza, Tacito da una parte e i poeti scandinavi dall’altra abbiano conosciuto e registrato, proprio allo stesso stadio, l’avanzamento di uno e l’arretramento dell’altro, le considerazioni comparative ci incoraggiano a dare un senso strutturale a questa associazione; dove *Tiuz si è senza dubbio eclissato a causa dell 'inquietante *'WdJ)anaz, per la stessa ragione per cui Mitra, teoricamente pari a Varuna, riceve meno attenzione da parte dei poeti e come lui Dius Fidius è meno importante di Jupiter: gli uomini hanno più attenzione per la sovranità magica che per quella giuridica. La grande originalità del mondo germanico è quella segnalata da Tacito con la sua interpretatio romana di *Tiuz in Marte. Essa perviene a delle considerazioni sviluppate nel precedente capitolo, in cui abbiamo visto il mago Ódinn annettersi una parte della funzione guerriera. La stessa cosa accade per il giurista Tyr; ecco come Snorri lo definisce (Gylfaginning). Vi è ancora un Asi che si chiama Tyr. È molto intrepido e coraggioso, ha un grande potere sulla vittoria in battaglia. Perciò è bene che i guerrieri valorosi lo invochino. Di alcuni, che sono più coraggiosi degli altri e che non hanno paura di niente, si dice proverbialmente che sono figli di Tyr Questa marzializzazione del sovrano giurista dei Germani non è senza analogia con quella che a Roma ha fatto di Quirino, dio canonico della terza funzione, patrono dei Romani nella pace e nelle opere di pace, una varietà di Marte. Nei due casi l’evoluzione sociale ha reagito sugli dèi: dal giorno in cui - forse con la riforma di Servio - i Quiriti hanno coinciso coi milites e sono diventati i militi in congedo tra due appelli, era naturale che Quirino si volgesse verso il Mars tranquillus, il Mars qui praeest paci aspettando di saevire. In altre condizioni, meno formali e più violente, le società germaniche antiche hanno esteso all’amministrazione dei tempi di pace i quadri della guerra e l’hanno riempita dei costumi e dello spirito guerriero. A Roma 1 ’exercitus urbanus che costituiva l’assemblea legislativa, si riuniva al Campo di Marte ma senza armi. Che si rileggano, al contrario, i passi coloriti in cui TACITO (vedasi) (Germania) descrive il Pingdei Germani: l’arrivo dei capi con le loro bande, le armi brandite o battute in segno di voto, le forme tutte militari del prestigio e deH’-autorevolezza. Ed è in questo Ping che si formulava il diritto e si regolavano i processi. Qualche secolo più tardi l’antichità scandinava non ci mostra un diverso spettacolo: anche là ci si riunisce in armi, si approva alzando la spada o l’ascia o battendo la spada sullo scudo. Non è dunque sorprendente che il dio al centro di queste riunioni giuri- dico-gueiTiere, erede del dio giurista indoeuropeo, rivestisse l’uniforme dei suoi ministri e li accompagnasse nel loro passaggio, facile e costante, dalla giustizia alla battaglia e che gli osservatori romani lo avessero considerato come un Marte. Alcune dediche trovate in Frisia sono rivolte a un Mars Thincsus che compie l’esatto legame tra lo stato indoeuropeo probabile e il risultato scandinavo, tra Mitra e Tyr, quel Tyr di cui è stato notato che il nome segnala, nella toponimia, gli antichi luoghi del Ping. Sembra inoltreche, meno ipocriti di altri popol i, gli antichi Germani abbiano così riconosciuto, a parte ogni questione dell’apparalo guerriero, l’analogia profonda tra la procedura del diritto - con le sue manovre e le sue astuzie, con le sue ingiustizie senza appello - e il combattimento armato. Ben utilizzato, il diritto è un mezzo per essere il più forte e per ottenere vittorie che spesso eliminano l’avversario così radicalmente come in un duello. Quando si dice che Tyr, in seguito a un’astuzia giuridica, per aver rischiato la sua mano destra come pegno di un’affermazione utile ma falsa, è divenuto monco e non è chiamato pacificatore di uomini, non si tratta che della controparte, del completamento morale di un fatto materiale: la riunione del Ping in armi, con intenzioni di potenza (più che di equità) che vede la guerra in ogni luogo. Queste indicazioni molto generali aiuteranno a comprendere come un Tiuz-Mars abbia potuto formarsi a partire da un dio indoeuropeo il cui dominio specifico era il diritto e il cui carattere si è purificato e moralizzato, aiutato dalla civilizzazione progressiva. 5. Gli dèi sovrani minori nel Rgveda: Aryaman e Bhaga vicino a Mitra Ma negli inni del Rgveda il giurista Mitra e il magico Varuna, benché sembrino dividersi equamente il dominio della sovranità, non sono isolati. Essi non sono che quelli più frequentemente nominati dal gruppo degli Àditya, o figli della dea Aditi, la Non-Legata, cioè la Libera, l’Indeterminata. La consi derazione dei nomi e delle funzioni degli Àditya in tutti i contesti, lo studio delle frequenze di menzione di ognuno, frequenze dei loro diversi raggruppamenti parziali e del loro legame con altri dèi, hanno permesso di interpretare la struttura che disegnano. Non è qui possibile beninteso riassumere molto brevemente queste analisi e questi calcoli, i cui dettagli sono stati pubblicati in due tempi, nel 1949 e nel 1952. Fin dalla letteratura epica è conservato il ricordo che gli Àditya sono dèi che, come i due principali tra loro, vanno a coppie e in seguito arriveranno sino a dodici. Nel Rgveda sembra che vi sia già stata un’oscillazione tra un’antica cifra di seie una prima estensione a otto, per addizione di due dèi eterogenei. Di questi sei, Mitra e Varuna formano la prima coppia; di ognuna delle altre due coppie è facile vedere che un termine agisce sul piano e secondo lo spirito di Mitra, mentre 1 ’ altro, simmetricamente, agisce sul piano e secondo lo spirito di Varuna, di modo che è legittimo e comodo chiamare queste figure complementari sovrani minori. Ma questa cifra di sei sembra essere stata estratta, per ragioni di simmetria, da un sistema più breve di quattro dèi sovrani, in cui il sovrano vicino agli uomini Mitra, aveva solo due assistenti, mentre Varuna rimaneva solitario nelle sue lontananze. I nomi e le distribuzioni di questi Àditya primitivi sono: I ) Mitra + Aryaman + Bhaga; 2) Varuna. Il principio della stretta associazione di Aryaman, Bhaga, Mitra, provato dalle statistiche delle menzioni simultanee, è semplice: ognuno di questi dèi esprime e precisa lo spirito di Mitra su ognuna delle due province che i nteressano 1 ’ uomo, quelle che il diritto romano ritroverà con un altro orientamento, più individualista, distinguendo le perso- nae e le res. Sotto Mitra, il cui nome e il cui essere definiscono il tono e il modo generale d’azione che si conosce (giuridico, benevolo, regolare, orientato verso l’uomo), Aryaman si occupa di preservare la società degli uomini ari a cui deve il suo nome, mentre Bhaga, il cui nome significa propriamente parte, assicura la distribuzione e il godimento regolare dei beni degli Arya. 6. Aryaman Aryaman protegge l’insieme degli uomini che, uniti o no politicamente, si riconoscono Arya in opposizione ai barbari, e li protegge non in quanto individui ma come elementi di un insieme: gli aspetti principali del suo servizio multiforme sono i tre seguenti: 1 ) Favorisce le principali forme di rapporti materiali o contrattuali tra Arya. È il donatore, protegge il dono (il che lo obbliga a interessarsi alla ricchezza e all’abbondanza) e in particolare l’insieme complesso delle prestazioni che formano l’ospitalità.Thieme (Der Frenullinx im Riveda, 1938) ha messo in risalto questo punto col torto di farne il centro di ogni concetto divino e di dedurne o negarne tutto il resto. Infatti Aryaman non c meno primariamente interessato ai matrimoni: c pregato come dio delle buone alleanze, scopritore di mariti (subandhùpativédana: A V, XIV, 1,17); cerca un marito per la fanciulla giovane o una donna per il celibe (A V ). La sua preoccupazione per i cammini e per la libera circolazione (c àtùrtapanthà, colui il cui cammino non può essere interrotto»; RV) non deve essere negata o minimizzata come è stato fatto da B. Geiger, H. Giintert c Thieme: tutto ciò risalta da un gran numero di strofe di inni e da un lesto liturgico che lo definisce come il dio che permette al sacrificante di andare ove e^li desidera» e di circolare felicemente » ( Tait- tir.Samh., II-, 3, 4, 2). 2) La sua cura nei riguardi degli Arya ha anche un aspetto liturgico: nei tempi antichi è lui che ha munto per la prima volta la Vacca mitica e di conseguenza, nel corso dei tempi, si tiene a fianco dell’officiante e munge la Vacca mitica insieme a lui (RV, 1,139,7, col commento di Sàyana). A lui si domanda anche (RV, VII, 60, 9) di espellere sacrificalmente dall’area sacrificale, tramite delle libagioni (uva-yuj-), i nemici che ingannano Varuna. Poco curiosi dell’aldilà, gli autori degli inni non parlano di un’altra forma di servizio che è, al contrario, la sola di cui l’epopea conservi un ricordo molto vivo e che è sicuramente antica. Nell’altro mondo Aryaman presiede il gruppo dei Padri, sorta di geni il cui nome chiarisce abbastanza l’origine: sono infatti una rappresentazione degli antenati morti, e Aryaman è il loro re, che prolungano così nel posl-mortem la felice promiscuità e la comunità degli Arya viventi. Il cammino che porta presso i Padri, riservato a quelli che durante la propria vita hanno praticato esattamente i riti (in opposizione agli asceti e agli yogin), è chiamato il cammino di Aryaman (Mahàbhdrata). 7. Bhaga Bhaga si occupa fondamentalmente della ricchezza ed è a lui che ognuno - debole, forte e il re stesso - si rivolge per averne una parte (RV, VII, 41, 2). Un esame completo delle strofe vediche che lo nominano o che impiegano il termine bhd^a come appellativo, ha permesso di constatare che questa parte è dotata di qualità richieste alla metà dell’amministrazione sovrana che spetta a Mitra: essa è regolare, prevedibile, senza sorprese, giunge a scadenza perlina sorta di gestazione (il bambino pronto perla nascita rut> giunge Usuo bhd^a: RV, V, 7, 8); essa è il risultalo di un’attribuzione senza rivalità, implicante un sistema di distribuzione (verbi; vi-bhaj-, vi-dhr-, day, cf. il greco Sou|.iov); infine è acquisita e conservata nella calma, è la retribuzione degli uomini maturi, assennali, seniores, opposti agli iuvenes (RV, I, 91,7 ; V, 41,11 ; IX, 97, 44). L’altra varietà della parte, imprevedibile, violenta, varunica, che si conquista con la battaglia o con la corsa, è designata da un’altra parola che sin dai tempi indo-iranici aveva una risonanza combattiva e che ha giustamente fornito ai teologi vedici il nome del sovrano minore varunico simmetrico di Bhaga, Amsa. 8. Trasposizione zoroastriane di Aryaman e Bhaga: SraoSa e A$i Abbiamo la certezza che questa struttura era già indo-iranica: come in Iran la lista degli dèi canonici delle tre funzioni è stala sublimata dallo zoroastrismo puro in una lista di Entità che gli corrispondono termine per termine (vedi II § 8); così gli dèi sovrani minori associati a Mitra hanno prodotto due figure complementari non comprese nella lista canonica delle Entità, ma vicine, le cui statistiche dei ruoli mostrano l’affinità esclusiva dell’una rispetto all’altra, e di tutte e due rispetto a Vohu Manah (sostituito di Mitra); e anche nei testi in cui questo dio ricompare, in relazione a MiGra, mentre niente lo lega ad Asa (sostituto di *Varuna). In più, per il loro nome come per la loro funzione, queste due Entità - Sraosa, VObbedienza e la Disciplina, e Asi, Retribuzione - sono ciò che ci si può attendere da un Aryaman o da un Bhaga ripensati dai riformatori. E facile vedere punto per punto che Sraosa è per la comunità dei credenti ciò che Aryaman era per la comunità degli Arya, la chiesa che rimpiazza la nazionalità. Nyberg ha potuto vedere in Sraosa la personificazione derfrommen Gemeinde, il termine genio protettore sarebbe più esatto ma i 1 punto di applicazione è noto: Sraosa che è capo nel mondo materiale come Ohrmazd lo è nel mondo spirituale e materiale {Greater Bundahisn, ed. e trad. B. T. Anklesaria) presiede all’ospitalità come già faceva l’Aryaman vedico (e già indo-iranico; cf. persiano èrmdn, ospite, da *airyaman), quando è concessa, si sa, all’uomo buono, allo zoroastriano (Yasna LVII, 14 e 34). Se non lo si vede più occupato, specialmente delle alleanze matrimoniali e della libera circolazione sui sentieri, nondimeno la sua azione sociale sulle anime è precisata: egli è il patrono della grande virtù della vita in comune, di quella che assicura la coesione, cioè la giusta misura, la moderazione ( Zdtspram); è anche il mediatore e il garante del famoso patto concluso tra il Bene e il Male (Vasi XI, 14) e il demone che gli è personalmente opposto è il terribile Aesma, il Furore, distruttore della società ( Bundahisn). Rimane una precisa traccia mitica della sostituzione di Sraosa a un dio protettore degli Arya: secondo il Menók iXrat, XLIV, 17-35 è lui il signore e il re del paese chiamato Eràn vèz. (avestico Airyanam vaèjò), quel soggiorno degli Arya da cui, dice l’A vesta, sono venuti gli Iranici ( Vidèvdat, I, 3). 2)11 ruolo liturgico di Aryaman si è naturalmente amplificato in Sraosa: Yasna LXII, 2 e 8, dice che fu il primo a sacrificare e cantare gli inni e tutto l’inizio del suo Yast, unicamente consacrato 96 all’elogio della preghiera e all’ esaltazione della loro potenza, si giusti- fica per questo ricordo. Simmetricamente, alla fine dei tempi, al tempo del supremo combattimento contro il Male, è Sraosa che sarà il sacerdote assistente nel sacrificio in cui Ahura Mazda stesso sarà l’officiante principale (.Bunclcihisn). Infine, come l’Aryaman dell’epopea indiana è il capo della dimora in cui vanno - attraverso il cammino di Aryaman - i morti che hanno correttamente praticato il culto arya, così Sraosa ha un ruolo decisivo nelle notti che seguono immediatamente la morte: egli accompagna e protegge l’anima del giusto sui sentieri pericolosi che la conducono al tribunale dei suoi giudici, di cui egli stesso è parte {Dùuistun-TDénTk XIV, XXVIII, etc.). Asi è sempre una distribuzione come lo era Bhaga ma la nuova religione, che conferisce più importanza all’aldilà che al mondo dei viventi, gli domanda soprattutto di vegliare sulla giusta retribuzione post-mortem degli atti buoni o cattivi dell’uomo. Tuttavia anche nelle Gàthà, c palesemente nei testi post-gathici, pur badando in avvenire al tesoro dei suoi meriti, non dimentica nella vita terrestre di arricchire l’uomo pio c di riempire la sua casa di beni. L’analisi di questa concezione, già indo-iranica, della sovranità che non altera la grande bipartizione ricoperta dai nomi di Mitra e Va- runa, ma dona solamente a Mitra due assistenti che l’aiutano a favorire il popolo arya, illumina una particolarità della religione romana di Ju- pitcr che sfortunatamente è conosciuta solo nella forma capitolina di questa religione. Jupiler O.M, in cui si concentra tutta la sovranità, sia quella diale che quella propriamente gioviana (vedi sopra § 3), ospitava in due cappelle del suo tempio due divinità minori, Juvenlas e Terminus. Una leggenda giustificava la coabilazione singolare di questi tre dèi facendola risalire alla fondazione del tempio capitolino, ma questa leggenda (che utilizzava del resto un vecchio tema legalo al concetto di Juvenlas) non prova evidentemente che l’associ azione fosse più antica. L’analogia indo-iranica ci incoraggia a considerarla come preromana. Infatti, secondo degli slittamenti tipici della società romana, Ju- ventas e Terminus giocano a fianco di JupiterO.M. dei ruoli comparabili a quelli di Aryaman e Bhaga che affiancano Mitra. Juventas, dice la leggenda eziologica, garantisce a Roma l’eternità e Terminus la stabilità sul suo dominio: anche Aryaman assicura alla società arya la durata e Bhaga la stabilità delle proprietà. Ma prese in se stesse, fuori da questa leggenda, le due divinità romane sono molto di più di tutto questo: Juventas è la dea protettrice degli uomini romani più interessanti per Roma, gli iuvenes, parte essenziale e germinati va della società; Terminus garantisce la spartizione regolare dei beni, dei beni sopratutto immobili, catastali, appezzamenti di terreno, non delle greggi erranti che presso i nomadi indo-iranici o tra gli indiani vedici costituivano la ricchezza essenziale. Nel mondo scandinavo un tale schema di sovrani minori non si è ancora lasciato identificare, al momento. Non è che intorno a Ódinn non vi fossero degli dèi che, secondo il poco che si sa di loro, non avessero avuto l’incarico di esercitare dei frammenti specializzati della sovranità, ma queste specificazioni e l’analisi della funzione sovrana che suppongono sono originali e i loro rappresentanti non hanno omologhi indo-iranici e neppure romani. Vi è Hoenir, riflessivo e prudente e che secondo la fine della Vòluspó è proiezione mitica di una sorta di sacerdote; vi è Mimir, consigliere di Ódinn, ridotto a una testa che rimane pensante e parlante anche dopo la sua decapitazione; oppure Bragi patrono della poesia e dell’eloquenza. Ho pensato un tempo ai due fratelli di Ódinn, Vili e Vé, sicuramente antichi poiché l’iniziale del loro nome non si allittera in scandinavo che con una forma preistorica del suo nome (*Wòt>anaz), ma si conoscono troppo pochi dati per interpretare questa triade e tutt’altra soluzione sarà proposta più avanti. 11. Condizioni dello studio teologico della seconda e TERZA FUNZIONE I procedimenti di analisi e di statistica che hanno permesso di dispiegare e di esplorare la sovranità - nell’India vedica inizialmente e poi progressivamente nell’organizzazione intema della teologia della prima funzione - non sono applicabili agli dèi delle funzioni inferiori e al momento non si è riusciti a trovare un punto di contatto. Senza dubbio questa differenza è propria della natura delle cose; per i suoi stessi concetti (i nomi dei personaggi divini sono in gran parte etimologicamente chiari e molti sono delle astrazioni animate) la prima funzione si prestava facilmente alla riflessione psicologica e non bisogna dimenticare che i primi filosofi, appartenenti al personale di questa funzione, erano dei sacerdoti e non potevano evitare di applicarvi con predilezione la loro analisi. La controparte è che nel Rgveda questa teologia così ben sviluppata non si raddoppia in una mitologia ricca in proporzione: di Mitra non è quasi raccontato niente; di Varuna si dice molto di più, ma la lista delle scene in cui interviene è ridotta e in generale si tratta di potenze e qualità degli dèi sovrani più che della loro storia, del loro tipo d’azione piuttosto che di azioni precise compiute da loro. Al contrario, la funzione guerriera e la funzione di fecondità e prosperità si basano in gran parte su immagini: più che grazie a dichiarazioni di principio, è il ricordo inesauribile delle imprese o dei famosi benefici che provano l’efficacia di un dio forte o dei buoni dèi taumaturghi. Così queste due province divine sono più adatte a degli sviluppi mitologici che a una messa a fuoco teologica; o forse è meglio dire che la dottrina si abbellisce, si dissimula e si altera sotto il rigoglio dei racconti. Per il comparatista questa differenza comporta grandi conseguenze. Senza che questo fatto capitale sia stato ancora pienamente enunciato, il lettore ha già potuto osservare che è il confronto delle religioni vedica e romana il più adatto a stabilire o suggerire, grazie al conservatorismo della seconda, dei fatti indoeuropei comuni, mentre la religione scandinava non interviene che a titolo di conferma dopo che il percorso comune è già stato riconosciuto e assicurato. Ora, allo stato delle nostre conoscenze, la religione romana presenta ancora una teologia ben costituita: nel raggruppamento Jupiter Mars, Quirinus o nel raggruppamento trasversale di Jupiter, Juventas, Terminus, essa ha registrato coscientemente delle articolazioni concettuali molto chiare. Sfortunatamente bisogna altresì aggiungere che la religione romana non è più che una teologia: per un processo radicale che caratterizza Roma, i suoi dèi - e questa volta non solo gli dèi sovrani, ma anche Marte, Quirino, Ops, eie. - sono stati spogliati di ogni racconto e limitati asceticamente alle loro essenze, alla loro propria funzione. Se dunque (per la determinazione del quadro generale tripartito e per l’esplorazione dei primo livello) il confronto di una teologia vedica facilmente determinabile, e di una teologia romana immediatamente conosciuta, ha permesso i risultali netti coerenti, c sempre più completi che si sono appena letti, la stessa cosa non avviene quando si passa ai due livelli seguenti. India o i Nàsatya vedici non esprimono le sfumature della propria natura che mediante delle avventure alle quali Marte e Quirino non corrispondono, se non per mezzo della loro scarna definizione c per ciò che è possibile intravedere dalle dottrine e dai culti dei loro sacerdoti: i documenti e i linguaggi delle due religioni che sono i principali sostegni del comparatista non si combinano più. Mitologia ed epopea La difficoltà sarebbe probabilmente irriducibile senza un altro fallo, ancora più importante per i nostri studi, di cui i precedenti capitoli del presente libro hanno già discretamente fornito qualche esempio. Le idee di cui vive una società non danno luogo solamente a delle speculazioni o a immaginazioni relative agli uomini. La teologia e la mitologia sono raddoppiate dalle storie antiche, dall’epopea in cui degli uomini prestigiosi applicano c dimostrano dei principi che gli dèi incarnano e dei comportamenti che dipendono da loro. Certo, ben altri fattori contribuiscono alla formazione dell’epopea di un popolo, ma è raro che questa non abbia avuto, in alcuni dei suoi grandi temi c dei suoi primi moli, un rapporto essenziale con l’ideologia che dirige le rappresentazioni divine dello stesso popolo. Per i nostri studi comparativi indoeuropei questa felice circostanza gioca a nostro favore in due maniere: la seconda è stata da me riconosciuta nel 1939, mentre la prima è stala scoperta nel 1947 dal mio collega svedese Stig Wikander. Da una parte, la più grande epopea indiana, il Mahàbhcirata, sviluppa le avventure di un insieme di eroi che corrispondono parola per parola ai grandi dèi delle tre funzioni della religione vedica e prevedrà, di modo che l’India presenta, con questo enorme poema c col Riveda, lina doppia edizione rispondente, a due differenti bisogni e con sensibili varianti, alla sua ideologia in immagini. Dall’ altra parte, se Roma ha perduto tutta la sua mitologia e ha ridotto i suoi esseri teologici alla loro scarna essenza, ha conservato al contrario, per costituirla in seguito, la storia meravigliosa e ragionevole delle proprie origini, un antico repertorio di racconti umani, colorati e molteplici, paralleli a quelli che avrebbero dovuto essere in tempi meno austeri le raccolte mitiche degli dèi. Quest’epopea è l’antica mitologia romana degradata in storia da Roma stessa? Oppure essa prolunga direttamente un’epopea preromana e italica, coesistente con una mitologia che Roma avrebbe perduto senza traslazione e senza compensazione? L’una e l’altra tesi possono trovare argomenti nel dettaglio dei fatti, ma per il comparatista questa discussione non incide: in ogni caso, il primo libro di Tito Livio contiene una materia ideologicamente conforme al sistema degli dèi romani e drammaticamente comparabile all’epopea e alla mitologia dell'India. Per tentare di guadagnare qualche chiarimento sui dettagli delle rappresentazioni indoeuropee della seconda e terza funzione è dunque necessario introdurre questi nuovi elementi nel lavoro comparativo. Il fondo mitico del Mambhjrata secondo S. Wikander Nell’immenso conllilto dei cugini, che riempie il Mahàbhdra- ta, i personaggi simpatici c infine vittoriosi sono un gruppo di cinque fratelli, i Panda va o figli di Pàndu, che fra i molli tratti notevoli presentano quello di avere in comune una sola sposa per lutti c cinque, Draupadl. Consideralo dal punto di vista dei costumi, questo regime di poliandria, così contrario agli usi e allo spirilo degli Arya ma attribuito qui agli croi che glorificano l’India arya, ha costituito per più di un secolo un enigma irritante. Nel 1947 Wikander ne ha fornito la soluzione soddisfacente, scoprendo allo stesso tempo la chiave di tutto l’intrigo del poema. In realtà i figli di Pàndu non sono i suoi figli. Sotto il peso di una maledizione che lo condanna a morte nel momento in cui compirà l’alto sessuale, Pàndu si assicura una posterità con un procedimento eccezionale. Una delle sue mogli, KuntI, in seguilo ad un’avventura giovanile, aveva ricevuto un privilegio inaudito: le era sufficiente invocare un dio perché questo sorgesse immediatamente davanti a lei e le donasse un figlio. Dietro preghiera di suo marito invoca dunque in successione diversi dèi dai quali concepisce tre figli. Questi dèi sono Dharma, la Legge, la Giustizia (entità in cui si ritrova il vecchio concetto del giurista Mitra), poi Vàyu, dio del vento, e infine Indra. I tre figli sono rispettivamente Yudhisthira, Bhlma e Arjuna. Suo marito la prega quindi di beneficiare Madri, un’altra sua moglie, di questa fortuna: KuntI accetta ma per una sola volta e così Madri prende dalla situazione la parte migliore e chiede che vengano evocati i due inseparabili ASvin: dagli ASvin concepisce due gemelli, gli ultimi dei cinque figli di Pàndu, Nakula e Sahadeva. Wikander segnalò ben presto che la lista degli dèi padri - Dharma, Vàyu, Indra e gli ASvin - riproduceva nell’ordine gerarchico la lista canonica degli antichi dèi dei tre livelli, ringiovanita e depauperata al primo livello (Dharma che rappresenta solo Mitra, senza un corrispettivo di Varuna), mentre al secondo livello conferiva a Indra uno degli associati che aveva ancora più frequentemente nel Riveda, Vàyu. La diversità armonica dei padri doveva, in una certa misura, comandare sia il carattere che le azioni epiche dei figli, come in effetti accade. Yudhisthira è il re, mentre gli altri Pàndava sono solamente degli ausiliari; un re giusto, virtuoso, puro e pio - dhurmuruju - senza specialità o virtù guerriere, come si conviene a un rappresentante della metà di Mitra della sovranità. Bhlma e Arjuna sono i grandi combattenti dell’insieme. Quanto ai due gemelli, sono belli ma sopratutlo umili e devoti servitori dei loro fratelli, come nella teoria delle classi sociali: infatti, la grande virtù dei vaiSya del terzo livello è quella di servire lealmente le due classi superiori. L’enigma della loro unica sposa si risolve immediatamente in questa prospettiva. Non si tratta dunque di un’usanza aberrante ma della trasposizione epica della concezione vedica, indo-iranica e prima ancora indoeuropea, che completa la lista degli dèi maschi, tra i quali si analizzano e gerarchizzano le tre funzioni, con una dea unica ma plurivalente, meglio ancora trivalente, come la vedica Sarasvatl che comprende in se stessa la sintesi delle tre funzioni. Sposando DraupadI al pio re, ai due guerrieri e ai due gemelli servizievoli, l’epopea mette in scena ciò che RV, X, 125 formulava quando faceva proferire alla dea Vàc (tanto vicina a Sarasvatl): Sono io che sostengo Mitra-Varunu, che sostengo Indra-Agni e che sostengo i due Asvin, o che ancora si ritrova nella triplice titolatura (con un’ulteriore specificazione della terza funzione) della principale dea dell’Iran, l’Umida, la Forte, l’Immacolata. Questa scoperta è stala il punto di partenza di un’ esplorazione di tutto il poema, soprattutto dei primi libri (che precedono la grande battaglia) ed è stata certamente chiamata a rinnovare i nostri studi: per la sua abbondanza, la sua coesione e la sua varietà, la trasposizione epica permette, partendo dal sistema trifunzionale, da ogni funzione e dalle molte rappresentazioni connesse, uno studio più profondo e più avanzato di quanto non lo permettesse l’originale mitologico conosciuto sopralutto dalle allusioni dei testi lirici. D’altra parte, sin dal suo articolo del 1947, Wikander ha stabilito un punto molto importante: la struttura mitologica trasposta nel Mahàbhdruta è sotto molti aspetti più arcaica di quella del Rgveda poiché conserva dei tratti sfumali in questo innario ma che le analogie iraniche provano come fosse indo-iranica. Per tale ragione uno dei primi servigi apportati da questo nuovo studio è stato quello di rivelare nella funzione guerriera una dicotomia che il Rgveda ha quasi completamente dimenticato a tutto vantaggio di Indra. Infatti, come è già stato dimostrato da lavori anteriori della scuola di Uppsala, Vàyu c Indra erano i patroni, nei tempi prevedici, di due tipi molto differenti di combattenti i cui figli epici, BhTma e Arju- na, rendono possibile un’osservazione dettagliala e certamente una parte dei caratteri fisici dell’Indra vedico devono essere restituiti a Vàyu per un periodo più antico. Questi due tipi sono facilmente definibili in qualche parola. L’eroe del tipo Vàyu è una sorta di bestia umana dotato di un vigore fisico mostruoso, le sue armi principali sono le sue braccia, prolungale talvolta da un’arma che gli è propria: la clava. Non è bello né brillante, non è molto intelligente c si abbandona facilmente a disastrosi eccessi di furore cieco. Infine, opera spesso da solo, fuori da\Y équipe di cui è tuttavia il protettore designato, per cercare l’avventura e per uccidere principalmente dei demoni e dei geni. Al contrario, l’eroe del tipo Indra è un superuomo, un uomo compiuto e civilizzato, la cui forza è armonizzata; maneggia delle armi perfezionate (Arjuna è notoriamente un grande arciere e uno specialista delle armi da lancio); è brillante, intelligente, morale e soprattutto socievole, guerriero da battaglia più che cercatore di avventura e generalissimo naturale dell’armata dei suoi fratelli. Questa distinzione è conosciuta anche dall’epopea iranica, nella persona del brutale Kó>rasàspa armato di mazza e legato al culto di Vàyu, oppure nel tipo dell’eroe più seducente come ©raètaona. In Grecia ricorda l’opposizione tipologica di Ercole e Achille, ma soprattutto permette di dare una formulazione più precisa, in Scandinavia, ai rapporti tra Ódinn e Pórr e più in generale a quelli della prima e seconda funzione. E stato segnalato, nel secondo capitolo, che Ódinn si era annesso una parte importante della funzione guerriera.Vediamo ora che si tratta principalmente (senza che la discriminazione sia rigorosa: è Pórr che al pari di Indra rimane il dio tuonante dello sconvolgimento atmosferico) della parte che presso gli Indo-Iranici era sotto il magistero di *Indra, mentre la parte di *Vàyu era piuttosto quella di Pórr, il brutale picchiatore e l’avventuriero delle spedizioni solitarie contro i giganti. Tuttociò appare ancora più chiaramente se si considerano nell’ epopea gli eroi che corrispondono a ciascuno di questi dèi: gli eroi odinici come Sigurdr, Helgi e Haraldr sono belli, luminosi, socievoli, amati e aristocratici, mentre l’unico eroe di Pórr conosciuto dall’epopea, Starkadr, appartiene alla razza dei giganti, un gigante ridotto da Pórr a forma umana, arcigno, brutale, errante e solitario, vera replica scandinava di Bhlma o Ercole. 16. Caratterizzazione funzionale dei Pàndava Nei primi libri del Mahàbhàrata i poeti, sicuramente consapevoli di questa struttura, si sono cimentati nel dare delle rappresentazioni differenziate dei cinque eroi, dettagliando le loro diverse maniere di reagire a una stessa circostanza. Ne citerò solo due. Nel momento in cui i cinque fratelli lasciano il palazzo per un ingiusto esilio che avrà fine solo con la formidabile battaglia in cui otterranno la loro rivincita, il pio e giusto re Yudhisthira avanza Velandosi il volto col suo abito per non rischiare eli bruciare il mondo col suo sguardo corrucciato. Bhlma guardale sue enormi braccia e pensa: Non vi è uomo uguale a me per la forza delle braccia ; egli mostra le sue braccia, inorgoglito dalla forza delle sue braccia desidera fare contro i nemici un 'azione pari alla forza delle sue braccia . Arjuna sparge la sabbia raffigurandovi l'immagine di un nugolo di frecce scoccate contro i nemici. Quanto ai gemelli, la loro preoccupazione è un’ altra: Nakula, il più bello tra gli uomini, si cosparge tutte le membra di cenere dicendo: Che io non possa mai trascinare sulla mia strada il cuore di una donna! e suo fratello Sahadeva allo stesso modo si imbratta il viso (II, 2623-2636). I cinque fratelli scelgono un mascheramento per soggiornare in incognito alla corte del re Virata: Yudhisthira, eroe della prima funzione, si presenta come un brahmano; il brutale Bhlma come un cuoco-macellaio e un lottatore; Arjuna, coperto di braccialetti e orecchini, come un maestro di danza; Nakula come un palafreniere esperto nella cura dei cavalli malati, mentre Sahadeva come un bovaro, informato di lutto ciò che riguarda la salute e la fecondità delle vacche. Queste due specificazioni, diverse ma simili, dei gemelli sono interessanti: se i 1 Rgvedu permette di notare qualche fugace distinzione nella coppia indissolubile dei loro padri, Wikander ha sottolineato l’importanza del criterio qui rivelato. Sempre restando prima di tutto degli abili medici che ignorano l’agricoltura (il che ci porta a far risalire indietro di molto questa concezione), Nakula e Sahadeva si dividono le due principali province deH’allevamento, riservandosi rispettivamente l’uno la protezione delle vacche e l’altro quella dei cavalli, che nel Rgvedu forniscono loro il loro secondo nome collettivo, Aévin, un derivato di àsva, cavallo. Abbiamo così il primo modello delle formule che si osservano anche altrove a proposito degli omologhi funzionali dei Nàsatya -ASvin: tra Haurvalà(e Amar3tà( ad esempio, entità zoroastriane sostituitesi ai gemelli, la ripartizione si compie all’interno del genere salubrità, sotto le acque e le piante; così pure, almeno parzialmente, tra il Njòrdr e il Freyr degli Scandinavi, la distinzione nell’uniforme beneficio dell’arricchimento si compie secondo le due fonti della ricchezza, il mare e la terra. Si nota qui chiaramente come la considerazione dell’epopea metta in risalto dei tratti strutturali e suggerisca inchieste feconde. Il travestimento di Arjuna non è strano a un primo approccio, poiché è arcaico e di un arcaismo che è conosciuto dal Riveda, in cui Indra è il danzatore e i suoi giovani compagni la banda guerriera dei Marut che si adorna il corpo di ornamenti d’oro, braccialetti e anelli da caviglia che li fanno apparire come dei ricchi pretendenti. Comune alle più vecchie mitologie c alla sua trasposizione epica, questo tratto è certamente da riconnetlerc all’insieme del Mànnerbund indo-iranico. E forse, nello stesso ordine di idee, la trasposizione epica lascia intravedere un aspetto che gli inni fanno passare in silenzio e che riguarda la morale particolare di questi gruppi di giovani, quando essa insiste sul carattere effeminato del travestimento scelto da Arjuna. Pàndu e Varuna Progressivamente sono stale individuate altre corrispondenze tra l’intrigo del Mahàbhàrata e la mitologia vedica c prevedica, sempre con lo stesso vantaggio che l’epopea, narrazione ampia e continua, facilita in ogni caso l’analisi che, al contrario, c infastidita dal lirismo degli inni c dalla loro retorica dell’allusione. Ho così potuto dimostrare come Varuna non sia assente dalla trasposizione; solo si trova nella generazione anteriore, inattuale, morta, quando il corrispettivo di Mitra, il figlio di Dharina, diviene re. Pàndu, il padre putativo dei Pàndava, anche lui re prima del suo figlio maggiore Yudhisthira, presenta in effetti due caratteri originali e improbabili che i libri liturgici e un inno attribuiscono anche a Varuna; a uno di questi caratteri deve il suo nome: pàndu significa pallido, giallo chiaro, bianco, e infatti un incidente di nascita, o meglio, del concepimento di Pàndu, ha fatto sì che avesse la pelle insanamente pallida o bianca. Ora, Varuna è rappresentato in certi rituali come sukla bianchissimo e atigaura eccessivamente bianco. L’altro aspetto c di più ampia portata: Pàndu c condannalo all’equivalente dell’impotenza sessuale, condannato a perire (e così in effetti perirà) se compie l’atto d’amore; ugualmente, Varuna in circostanze diverse ( AV, IV, 4, 1 : rituale della consacrazione regale) è presentato come uno divenuto momentaneamente impotente, devirilizzato (evirazione che si fa a vantaggio dei suoi parenti; il che ricorda il mito importante del greco Urano castrato dai suoi figli). Il lavoro insomma è appena cominciato. Sia io che Wikander speriamo di estrarre da questa riserva importante del materiale abbondante e abbastanza chiaro per delucidare molte incertezze e difficoltà che sono ancora irrisolvibili sul piano degli inni e per fornire alla ricostruzione indoeuropea degli elementi privi di ambiguità.L’epopea romana ha utilizzato in altra maniera l’ideologia delle tre funzioni insieme alle loro sfumature. Gli eroi che l’incarnano non sono più dei contemporanei, dei fratelli semplicemente gerarchizzati; essi si succedevano nel tempo e progressivamente costituiscono Roma. Non si succedono però nell’ordine canonico ma in un altro ordine: 1) gemelli pastori (terza funzione); 2) sovrano gioviano semi-dio, creatore ed eccessi vo (pri ma funzione del tipo di Varuna) e poi sovrano diale, umano, pio, regolatore (prima funzione del tipo Mitra); 3) infine, un re strettamente guerriero (seconda funzione). In più, il sovrano gioviano non è altro che uno dei due gemelli sopravvissuto alla coppia ma profondamente trasformato. Questa doppia singolarità schiude nuove prospettive all’inchiesta comparativa ma inizialmente considereremo i rappresentanti delle due prime funzioni che non implicano problemi inediti. 20. Romolo e Numa e i due aspetti della prima funzione Nella tradizione annalistica i due fondatori di Roma, Romolo e Numa, formano un’antitesi abbastanza regolare, sviluppata nello stesso senso di quella di Varuna eMitra nella letteratura vedica. Ogni cosa si oppone nel loro carattere, nei loro fondamenti e nella loro storia, ma in un’opposizione senza ostilità: Numa completa l’opera di Romolo donando all’ ideologia regale di Roma il suo secondo polo, necessario quanto il primo. Quando nel VI canto d t\VEneide (VIRGILIO (vedasi), negli Inferi, Anchise li presenta tutti e due in qualche verso al suo figlio Enea, definisce Romolo come il bellicoso semidio creatore di Roma e, grazie ai suoi auspici, l’autore della potenza romana e della sua Crescita continua (et huius, nate, auspiciis illa inclita Roma impe- rium terris, animos aequabit Olympo)\ poi Numa come il re-sacerdote portatore di oggetti sacri, sacra ferens, coronato di olivo che fonda Roma donandogli delle leggi, legibus. Tutto si ordina intorno a questa differenza - l’altro mondo e questo qui - in cui i sacra, i culti in cui l’uomo ha l’iniziativa, equilibrano eccellentemente gli auspicio, in cui l’uomo non fa che decifrare il linguaggio miracoloso di Giove. Si verifica istantaneamente che l’opposizione tra i due tipi di sovrani ricopre punto per punto quella analizzata nel caso di Varuna e Mitra. Ugual mente importanti, sia l’uno che l’altro nella genesi di Roma, Romolo e Numa non sono posizionati nella stessa metà del mondo. Ingenuamente Plutarco mette nella bocca del secondo, quando spiega agli ambasciatori di Roma le motivazioni del rifiuto del regno, una osservazione molto giusta (Numa): Si attribuisce a Romolo la gloria di essere nato da un dio, non si finisce di dire che è stato nutrito e salvato nella sua infanzia grazie a una protezione particolare della divinità; io, al contrario, sono di una razza mortale, sono stato nutrito e allevato da uomini che voi conoscete. I loro modi di azione non differiscono di molto e la differenza si esprime in maniera sorprendente in ciò che si possono chiamare i loro dèi prediletti. Romolo stabilisce solo due culti che sono due specificazioni di Jupiter - quel Jupiter che gli ha donato la promessa degli auspici - Jupi- ter Feretrius e Jupiter Stator che si accordano nel fatto che Giove è il dio protettore del regnum, ma relativamente ai combattimenti e alle vittorie; e la seconda vittoria è dovuta a una prestidigitazione sovrana di Giove, a un cambiamento di vista contro il quale nessuna forza può niente e che capovolge l’ordine normale e consueto degli avvenimenti. Al contrario, tutti gli autori insistono sulla devozione particolare che Numa rivolge a Fides. Dionigi di Alicamasso scrive. Non vi è sentimento più elevato e più sacro della buona fede, sia negli affari di stato che nei rapporti tra individui; essendosi ben persuaso di questa verità Numa, il primo fra gli uomini, ha fondato un santuario della Fides Publica e istituito in suo onore dei sacrifìci ufficiali come quelli delle altre divinità. Plutarco {Numa) dice similmente che fu il primo a costruire un tempio a Fides e insegnò ai Romani il loro più grande giuramento, il giuramento di Fides. Si vede bene come questa distribuzione sia conforme all’essenza delle due divinità sovrane antitetiche, Varuna e Mitra, Jupiter e Dius Fidius. Il carattere dei due dèi si oppone allo stesso modo: Romolo è un violento, descritto dagli annalisti come un tiranno, secondo il modello greco ed etrusco, ma con dei tratti sicuramente antichi: Vi erano sempre vicino a lui - dice Plutarco ( Romolo) - quei giovani chiamati Celeres a causa della loro prontezza nell'eseguire i suoi ordini. Non compariva in pubblico che preceduto dai littori armati di verghe, con le quali respingevano la folla, cinti di corregge con cui legavano sul posto quello che lui ordinava di arrestare. A questo sovrano, così materialmente legatore come Varuna, si oppone il buono e calmo Numa, la cui prima iniziativa una volta di venuto re fu quella di sciogliere il corpo dei Celeres e come seconda di organizzare ( ibidem) o creare (Livio) i tre flamines maio- res. Numa è privo di ogni passione, anche di quelle sti mate dai barbari, come la violenza e l’ambizione (Plut. Numa). Di conseguenza, le affinità dell’uno sono tutte per la funzione guerriera, quelle dell’altro per la funzione di prosperità. Anche nel suo consiglio postumo, Romolo, il dio dei tre trionfi, prescrive ai Romani: rem militarem colant (Livio). Numa si assegna il compito di disabituare i Romani alla guerra (PI ut. Numa) e la pace non è rotta in alcun momento del suo regno; offre un buon accordo ai Fidenates che compiono razzie sulle sue terre e istituisce in questa occasione, secondo una variante, i sacerdoti feziali, per vegliare sul rispetto delle forme che impediscono o limitano la violenza (Dionigi di Alicamasso; Plutarco, Numa). Distribuisce ai cittadini indigenti i territori occupati da Romolo per sottrarli alla miseria, causa quasi necessaria della perversità, e per spingere verso l ’ag ricoltura lo spirito del popolo, che domando la terra si addolcirà-, divide tutto il territorio in vici, con ispettori e commissari che lui stesso controlla giudicando i costumi dei cittadini in base al lavoro, premiando con onori e poteri coloro che si distinguono perla loro attività, biasimando i pigri e correggendo le loro negligenze (Plut.). Limitiamo a ciò la comparazione che potrebbe comunque proseguire dettagliatamente, poiché è evidente che gli annalisti si sono ingegnati a spingere in ogni direzione l’opposizione tra i due re, l’uno iuvenesjerox, odioso ai senator es (e forse ucciso da questi) senza bambini etc., mentre l’altro è un senex tipico, gravis, sepolto piamente dai senatori, antenato di numerose genti. Delle pretese gentilizie, o l’imitazione di modelli greci, hanno potuto introdurre più di un dettaglio e in di verse epoche in queste vite parallele inverse e sicuramente in quella di Numa. Ma è chiaro che queste stesse innovazioni si sono uniformate a un dato tradizionale, la cui intenzione era di illustrare due tipi di re, due modelli di sovranità, quelli stessi conosciuti dall’India sotto i nomi di Varuna e Mitra. Tullo Ostilio e la funzione guerriera Dopo la funzione sovrana la funzione guerriera, dopo Romolo e Numa, vi è Tullo Ostilio, che Anchise presenta ad Enea ( En .) come colui che riporterà alle armi, in arme, i cittadini divenuti casalinghi e disabituati ai trionfi. Arma, come auspicia e sacra per i suoi predecessori, segnala qui l’essenza del suo carattere e della sua opera: militaris rei institutor dirà Orosio e prima di lui Floro: La regalità gli fu conferita in base al suo coraggio: è lui che ha fondato tutto il sistema militare e l'arte della guerra; di conseguenza dopo aver esercitato in maniera sorprendente la iuventas romana osò provocare gli Albani. 22.1 miti di Indra e la leggenda di Tullo Ostilio È in questo caso che il confronto tra l’epopea romana e la mitologia ha dato i risultati più inattesi e ha permesso di ampliare lo studio dettagliato della funzione guerriera indoeuropea, il cui solo confronto della teologia esplicita non lasciava intravedere che i maggiori aspetti: nelle loro lezioni ma anche nelle loro affabulazioni, i due episodi solidali che costituiscono la storia di Tulio - la vittoria del terzo Orazio sui treCuriazi e il castigo di Mezio Fufezio che salvano Roma del pericolo che correva il suo nascente imperium, uno per la subordinazione di Alba, l’altro per la sua distruzione - rispecchiano da vicino i due principali miti di Indra che la tradizione epica presenta spesso come conseguenti e solidali, cioè la vittoria di Indra e di Trita sul Tricefalo e la morte di Namuci. Non è possibile qui che mettere in un quadro schematico le omologie, pregando il lettore interessato di riportarsi al libro in cui gli argomenti e le conseguenze sono lungamente esposti. A, a) (India). Nell’ambito della loro rivalità generale coi demoni, gli dèi sono minacciati dall’imbattibile mostro a tre teste che è tuttavia il figlio dell’amico (nel Riveda) o il cugino germano degli dèi (nei Brahmano e nell’epopea) ed inoltre, brahmano e cappellano degli dèi: Indra (nel Rgveda) spinge Trita il terzo dei tre fratelli Àptya, a uccidere il Tricefalo e Trita in effetti lo uccide, salvando gli dèi. Ma quest’atto, morte di un parente, di un alleato o di un brahmano, comporta un’impurità che Indra scarica su Trita o sugli Àptya che la liquidano ritualmente. Da allora gli Àptya sono specializzati nell’eliminazione delle diverse impurità e in particolare, in ogni sacrificio, di quella che comporla l’inevitabile messa a morte della vittima. b) (Roma). Per regolare il lungo conflitto in cui Roma e Alba si disputano Vimperium, le due parti convengono di opporre i tre gemelli Orazi e i tre gemelli Curiazi (l’uno dei quali è fidanzato a una sorella degli Orazi e che, anche nella versione seguita da Dionigi d’Alicarnasso, sono cugini germani degli Orazi). Nel combattimento ben presto non rimane che un Orazio, ma questo terzo uccide i suoi tre avversari dando Vimperium a Roma. Nella versione di Dionigi questa morte dei cugini rischia di produrre un’impurità, ma una nota del casista la evita: poiché i Curiazi hanno accettato per primi l’idea del combattimento, la responsabilità cade su di loro. Ma 1 ’ impurità generata dal sangue famigliare è ripartita subito, trasferita, su un episodio che non ha paralleli nel racconto indiano: il terzo Orazio uccide sua sorella che lo ha maledetto per la morte del suo fidanzato. La gens Oratia deve dunque liquidare quest’impurità e ogni anno continua a offrire un sacrificio espiatorio: la data di questo sacrificio, all’inizio del mese che pone fine alle campagne militari (calende di ottobre), suggerisce che queste espiazioni riguardavano (da là la leggenda di Horatius) i soldati che ritornavano a Roma, macchiati dalle inevitabili morti della battaglia. B, a) (India). Il demone Namuci dopo leprime ostilità conclude un patto di amicizia con Indra che si impegna a non ucciderlo né di giorno né di notte, né col secco né con l'umido . Un giorno, approfittando a tradimento di un momento di debolezza, in cui Indra è stato messo dal padre del Tricefalo, Namuci spoglia Indra di tutti i suoi attributi: forza, virilità, soma, nutrimento. Indra chiama in suo soccorso gli dèi canonici della terza funzione, Sarasvatl e gli Asvin, che gli rendono la sua forza e gli indicano il sistema per mantenere la parola data pur violandola: egli non deve che assalire Namuci all’alba (quando non è né giorno né notte) e con della schiuma (che non è né secca né umida). Indra sorprende così Namuci che non sospetta c lo decapita in maniera bizzarra, burrificando la sua testa nella schiuma. b) (Roma). Dopo la disfatta dei tre Curiazi, il capo degli Albani, Mezio Fufezio, si pone in Alba sotto gli ordini di Tulio, in virtù della convenzione. Ma segretamente tradisce il suo alleato e durante la battaglia contro i Fidenati si ritira con le sue truppe su un’altura, scoprendo il fianco dei Romani. In questo pericolo mortale Tulio fa dei voti alla divinità della terza funzione, Quirino, e diventa vincitore. Benché al corrente del tradimento di Mezio, finge di lasciarsi abbindolare e convoca al pretorio, per felicitarsi, gli Albani che non sospettano. Là sorprende Mezio, lo fa afferrare e lo condanna a una pena unica nella storia di Roma, lo squartamento. Rapporti della funzione guerriera con le altre due Attraverso questi miti e queste leggende è tutta una filosofia della necessità, dell’impeto cdei rischi della funzione guerriera, che si esprime, come pure una concezione coerente dei rapporti di questa l’unzione centrale con la terza, clic mobilita al suo servizio; e con l’aspetto Mitra-Fides della prima che tuttavia non rispetta affatto e che non può rispettare poiché, impegnata nell’azione e nei pericoli, come potrebbe mai accettare che la fedeltà ai princìpi invalidi questa azione disarmandola di fronte ai pericoli? Anche i rapporti di Indra e Tulio Ostilio con l’aspetto Varuna-Jupiler della funzione sovrana non procedono senza scontri: abbiamo già ricordato gli inni vedici in cui Indra sfida Varuna, vantandosi di sconfiggere la sua potenza (e gli Hàrbcirdsljód d tWEdda allo stesso modo oppongono Ódinn e Pórr in un dialogo ingiurioso). Quanto aTullo, egli è a Roma uno scandalo vivente, il re empio e la fi ne della sua storia non è che la ten ibile vendetta che Jupiter, maestro delle grandi magie, si prende contro questo re troppo guerriero che l’ha ignorato per lungo tempo. Un’epidemia colpisce le sue truppe da lui obbligate tuttavia a continuare la guerra, sino al giorno in cui egli stesso contrae una lunga malattia; dice allora LIVIO (vedasi): lui, che fino a questi tempi aveva creduto che niente è meno degno di un re che applicare il proprio spirito alle cose sacre, improvvisamente si abbandonò a tutte le superstizioni, grandi e piccole, e propagò anche fra il popolo delle vane pratiche... Si dice che il re stesso consultando i libri di Numa vi trovò la ricetta di certi sacrifìci segreti in onore di Jupiter Elicius. Egli si appartò per celebrarli. Ma sia all’inizio che nel corso della cerimonia commise un errore rituale, di modo che, invece di veder comparire una figura divina, irritò Jupiter con un'evocazione mal condotta e fu bruciato dalla folgore, lui e la sua casa Queste sono le fatalità della funzione guerriera. Se Indra, il grande peccatore Indra, non perviene a questa drammatica fine è perché egli è un dio e in ogni caso la sua forza e i suoi servigi sono ciò che più interessano gli uomini. Quanto ai gemelli - che Roma nel Lazio non era l’unica a onorare, poiché la leggenda prenestina poneva una coppia nei tempi delle sue origini - l’epopea romana li mette al posto d’onore nella persona di Romolo e Remo. Vi è una differenza totale tra il Romolo re, che abbiamo visto opposto a Numa nella seconda ed ultima parte della sua carriera, e il Romolo prima di Roma, il Remo cumfratre Quirinus. Questa differenza risalta in effetti a proposito della stessa fondazione, nella disputa degli auspici e nella morte d i Remo: Romolo cessa allora di essere uno dei due gemelli, il socio fedele e senza contesa di suo fratello, per diventare il re prestigioso, creatore, terribile, tirannico e istitutore di quegli uomini che portano davanti a lui delle corde, pronte a legare nel senso letterale del termine, al pari del suo omologo del pantheon vedico, Varuna, armato di lacci. La corrispondenza tipologica dei gemelli dell’epopea romana e degli dèi gemelli, Nàsatya-ASvin, che terminano la lista trifunzionale indo-iranica, è precisa. Sino alla loro dipartita da Alba, e alla fondazione dell’Urbe, sono della terza funzione: pastori allevati da un pastore, vivono una vita esemplare da pastori messa in risalto solo da un gusto marcato per la caccia e gli esercizi fisici. In questa definizione pastorale l’evoluzione della proto-civilizzazione romana (scomparsa del carro da guerra) ha eliminato la parte del cavallo (in evidenza nella parola ASvin), non rimane quindi che la parte del bue e del montone, per situare maggiormente Romolo e Remo nell’economia rurale. I Nàsatya, come si ricorderà, sono inizialmente tenuti a distanza dagli dèi perché troppo mescolati agli uomini ( Éat. Brùhm.) e nella letteratura posteriore saranno considerati come degli dèi Sfldra, dèi di ciò che vi è di più basso e fuori-casta, in rapporto alla società ordinata. Così vivono, pensano e agiscono Romolo e suo fratello. Non vi è in essi niente di sovrano, nessun rispetto per 1’ordine. Devoti ai più umili, disprezzano gli intendenti, gli ispettori e i capi del bestiame del re (Plutarco, Romolo). Il gruppo che li seguirà nella loro rivolta sarà un gruppo di pastori (Livio) o un’assemblea di indigenti o schiavi (Plutarco, Romolo, 7, 2) prefiguranti l’eterogenea popolazione dell’Asilo ( ibidem, 9, 5). Sono raddrizzatori di torti: come i Nàsatya passano il loro tempo a riparare le ingiustizie degli uomini o della sorte. Essendo semplicemente degli dèi i Nàsatya compiono le loro liberazioni, restaurazioni e guarigioni per mezzo di miracoli, mentre Romolo e Remo non possono ricorrere che a mezzi umani per proteggere i loro amici contro i briganti, ristabilire nei loro diritti i pastori di Numitore maltrattati da quelli di Amulio e, finalmente, punire Amulio. Uno dei più celebri servigi dei Nàsatya, origine della loro fortuna divina, è stato quello di aver ringiovanito il vecchio decrepito Cyavana; la grande impresa di Romolo e Remo, origine della fortuna del primo, fu allo stesso modo quella di aver riabilitato il loro vecchio nonno che era stato privato della regalità di Alba. I due Nàsatya nel Riveda sono quasi indivisibili, agiscono insieme ma tuttavia un testo segnala una grave disuguaglianza che ricorda quella dei Dioscuri greci: uno di essi è figlio del Cielo, l’altro è figlio di un uomo. La disuguaglianza dei gemelli romani è differente ma considerevole: uguali per nascita, uno solo di essi proseguirà la sua carriera diventando un dio - il dio canonico della terza funzione, Quirino -1’altro perirà precocemente non ricevendo più che i soli onori abituali attribuiti ai morti eminenti. Ovidio potrà dire di loro {Fasti): ut quam sunt similes! At quamformosus uterque! Plus tamen ex illis iste vigoris habet ... Certe azioni estranee ai Nàsatya - mal conosciute come tutta la loro mitologia - sembrano ricordare dei tratti della leggenda di Romolo e Remo, talvolta solo con una inversione (protettori e non protetti) che testimonia come essi siano degli dèi e i gemelli romani degli uomini. Uno dei servigi frequenti dei Nàsatya è di fare cessare la sterilità delle donne e delle femmine; ora, Romolo e Remo sono i primi capi dei Luperci, un compito dei quali è di rendere madri le donne romane con la flagellazione (una leggenda eziologica, che pone l’origine di questo rito dopo la fondazione di Roma c il ratto delle Sabine, dice che è stato destinato inizialmente a far cessare una sterilità generale). In tutto il Rgveda il lupo è un essere mal visto, è il nemico; l’unica eccezione si trova nel ciclo dei Nàsatya: un giovane uomo aveva sgozzato cento c un montoni per nutrire una lupa e per punizione suo padre lo aveva accecato. Dietro preghiera della lupa i gemelli divini resero la vista allo sfortunato. Nella storia di Romolo e Remo, c solo in essa a Roma, non è più in quanto nutrita ma come nutrice che la lupa occupa il posto eminente che ben si conosce. Nei riti e nelle leggende dei Luperci (OVIDIO (vedasi), Fasti), nel racconto sulla giovinezza di Romolo e Remo (Plutarco, Romolo, 6, 8) le corse giocano un ruolo considerevole; ugualmente le corse in carro ncl4 mitologia degli ASvin. Un aspetto sfortunatamente oscuro della festa rustica di Palcs (il cavallo mutilato, curtus equos), come pure il concetto stesso della dea Pales, così strettamente legato a Romolo e Remo e alla fondazione di Roma, ricordano la leggenda in cui i Nàsatya rimettono in forze la giumenta detta Pula del w.f (vis, principio della terza funzione e anche clan) che durante una corsa si era spezzata le gambe. Questo confronto sommario è sufficiente a stabilire che, nella loro carriera preromana, Romolo e Remo corrispondono così precisamente ai Nàsatya come Romolo, divenuto re, e il suo successore Numa corrispondono a Varuna e Mitra e Tulio a Indra. Quando Romolo muore verrà deificato sotto il nome del dio canonico della terza funzione, Quirino, ritornando quindi al suo valore primigenio e, sia dello di sfuggita, questa notevole convergenza spinge a rivedere l’idea generalmente ammessa che l’assimilazione di Romolo a Quirino sia secondaria e tardiva. 25. La terza funzione, fondamento delle altre due Riguardo l’ordine di apparizione delle tre funzioni nell’epopea delle origini romane - 3, 1, 2 - c la trasformazione dello stesso Romolo da Nàsatya» in Varuna», queste non sono senza paralleli c rivelano un aspetto della struttura trifunzionale che ancora non abbiamo avuto occasione di segnalare. Vediamo qui come una conferma del fatto certo che, se è vero che la terza funzione è la più umile, nondimeno essa è il fondamento e la condizione della altre due. Come vivrebbero maghi e guerrieri se i pastori-agricoltori non li sostenessero? Nella leggenda iranica, Yima al pari di Romolo diviene un re prestigioso e eccessivo sfidando Ahura Mazda - dopo essere stato differenzialmente, nella primaparte della sua vita, un buon eroe della terza funzione dai ricchi pascoli, sotto cui la malattia c la morte non affliggevano ne l’uomo né la bestia né le piante ( Yust, XIX, 30-34). Nell’epopea osscla, i due gemelli /Exsaert e /Exsaertacg, dei quali il secondo uccide il primo in un eccesso di gelosia, genera poi la famiglia degli i£xsaertaegkalae (la famiglia dei Forti, dei Guerrieri) che sono usciti secondo certe varianti dalla razza di Bora, cioè dai Boratae (una famiglia di ricchi). È la stessa filosofia che si esprime nei rituali indiani sulla stessa area sacrificale: devono essere riuniti tre fuochi corrispondenti alle tre funzioni; un fuoco che trasmette le offerte agli dèi, un fuoco che difende contro i demoni e un fuoco padrone della casa; ora, quest’ultimo presenta i caratteri di un fuoco vatéya che è il fuoco fondamentale acceso per primo e che serve per accendere gli altri. Sviluppo della ricerca Il lettore è stato quindi introdotto non solo nel deposito in cui sono classificati i risultati ma, per la teologia e la mitologia di ognuna delle tre funzioni, e notoriamente della seconda e della terza, lo si è l'atto penetrare nel campo degli stessi scavi in cui il comparatista si batte ancora con la sua materia. Il lavoro continua, con le sue procedure ordinarie che non sono solo ritrovamenti nuovi ma anche delle correzioni, delle reinterpretazioni dei dettagli alla luce dell’insieme meglio compreso e generalmente delle riflessioni critiche sui bilanci anteriori. Prima di prendere congedo la guida deve ricordare che, per importante o centrale che sia l’ideologia delle tre funzioni, essa è ben lungi dal costituire tutta l’eredità indoeuropea comune che l’analisi comparativa può intravedere o ricostruire. Un gran numero di altri cantieri più o meno indipendenti sono aperti : sugli dèi iniziali, sulla dea Aurora e su qualche altro, sulla mitologia delle crisi del sole, sulle varietà del sacerdozio, sui meccanismi rituali e sui concetti fondamentali del pensiero religioso, la comparazione, e specialmente la comparazione dei fatti indo-iranici e romani, ha già permesso c permetterà di riconoscere delle coincidenze che è difficile attribuire al caso. La struttura bipolare della sovranità è l’argomento di MV; il capitolo III di NA studia i fatti iranici (Vohu Manah c Asa). A proposito di questi ultimi la critica di W. LENTZ, Yasna 2<f, Abh. Ak. tV/'.r.r. li. Ut. Mainz., non regge; non più dei poeti del Riveda per Mitra e Varuna, quelli delle Gàthà avevano la preoccupazione, in tutte le circostanze o in molte circostanze, di caratterizzare differenzialmente Vohu Manah c Asa; questo è vero per lo Yasna 28 in cui ogni strofa nomina contemporaneamente le due Entità esattamente come RV, V, 69, in cui ogni strofa nomina simultaneamente i due dèi senza cercare di distinguerli. Per Vohu Manali vedi G. WlDENGREN, The f>reai Vohu Manah and thè Apostle ofGod. Per Mi9ra e Ahura Mazda nella nuova prospettiva vedi MV (da correggere dopo WlDENGREN, Numen); J. DUCHESNE-GUILLEMIN, Zoroastre; da S. WlKANDER, Orientalia Suecana (sul Mesoromazdés di Plutarco). L’importante affinità del Varuna vcdicocon F oceano, f ortemente marcata da H. LUDERS, Varuna, I ( Varuna linci die Was- ser), sarà esaminata ulteriormente i n un quadro comparativo. MV, MV: si hanno ora le esposizioni di J. DE VRIES, Altgerm. Rei. -Gesch., Ir, e di W. BETZ Die altgerm. Religion. Le troisième souverain, essai sur le_ clieu indo-ircuiien Aryaman, 1949; DIE,40-59. Su Aditi, madre degli Aditya, in quanto madre e figlia di uno di essi, vedi Déesses latines et mythes védique. Rifiutando e caricaturando in ZDMG la rettifica che avevo proposto alla sua interpretazione di ari (non importa quale Fremdling, ma già con una nota di nazionalità, l’insieme o un membro del mondo arya - alleato o avversario),THIEME compie il tour de force di discutere senza menzionare il mio libro su Aryaman, che è il contesto naturale di questa rettifica, e mi attribuisce non so quale metodo sintetico, intuitivo, etc. No: il mio studio su Aryaman procede per una analisi completa e dettagliata dei testi vedici in cui è menzionato. Esaminerò successivamente questa curiosa risposta nel JA e spero cheThieme userà più fair play nello studio che sta preparando, mi dicono, su Mithra e Aryaman, (vedi l’Appendice). DIE,50-51, riassumendo Le troisième souverain. DIE. Sugli Àditya Daksa e Amsa, DIE,; K. Barr, Àvesta DIE, pp.68-75. Per Juventas è stato segnalalo un notevole riscontro nel mondo celtico: come Juventas rifiuta di lasciare il colle capitolino in favore di Jupiter O.M., che è obbligato ad ospitarla per sempre nel suo tempio, così l'irlandese Mac Oc (il Giovane Figlio), antico dio protettore della gioventù, si impone nel tumulo in cui vive il vecchio dio sovrano Dagda e si fa concedere un giorno e una notte , poi arguendo che il giorno e la notte fanno la totalità del tempo, rifiuta di uscire e resta maestro del luogo (Jeunessc, éternité, aube, Annales d’histoire économique et sociale DIE, Vedi la prefazione di Aspects... § 12-24.1 servigi che bisogna richiedere alla pseudo-storia delle origini romane comparata con la mitologia indiana o scandinava, sono stati ben presto riconosciuti: JMQ, cap. V; Horace et les Curiaces; Servius et la Fortune; riassunto in L’hérìtage..., cap. Ili e in Mythes romains, Revue de Paris, die. 1951,105-118. Sull’epoca in cui I’affabulazione definitiva degli antichi miti si è prodotta (senza dubbio tra il 350 e il 280 a giudicare dagli anacronismi che vi sono inseriti), vedi L’héritage. L’interpretazione dell’intrigo del Mahcibhàrata è stata data da S. WlKANDER in un suo articolo fondamentale, Pandava-sagan och Mahàbhàratas myliska fòrutsattningar, Religion neh Bibel, in gran parte tradotto e commentato nel niio JMQ IV,37-85; cf. WlKANDER, Sur le fonds commun indo-iranien des épopées de la Perse et de l’Inde, NC. Nel dominio germanico un caso parallelo (il trasferimento su Hadingus della Mitologia di Njordr) è stato studialo in La saga de Hadingus (Saxo Granunaticus, I, V-VIII), du mythe au roman, 1953. Mentre il presente libro era in stampa, in Orientalia Sue vana, sotto il titolo Nakula e Sahadeva. WlKANDER faceva considerevolmente avanzare l’analisi dei gemelli epici e divini (vedi sotto § 24). § 14. Su Vàyu-Indra, vedi Pàndava sagan...,33-36; è il risultalo dei lavori diH.S. NYBERG, Die Reli gioiteti des altea Iran; di G. WlDENGREN, Hochgattglaube ini alten Iran; di S. WlKANDER, Vayu, I, 1941, V.I. AbaEV ha riconosciuto il dio indo-iranico * Vayu nel nome generico dei giganti (f orti, catti vi, bestie) presso gli Osse- ti, weijug (da *Vayu-ka-), Trudy lnstituta Jazykaznanija, che io ho commentato in Noms mythiqucs indo-iraniens dans le folklore des Osses, JA,. Aspects.. JMQ IV,56. Pàndava-sagan...,36; JMQ Pandu come trasposizione di Vanina, vedi JMQ. La trasposizione di un mito vedico (duello di Indra c del Sole, la ruota del carro del Sole infossata) è stata riconosciuta nel racconto della morte di Karna, fratello uterino e nemico dei Pàndava, figlio del Sole come essi lo sono degli dèi delle tre funzioni: Karna et Ics Pàndava, Orientalia Suecana, III ( =Do- num natal. H.S. Nyberg), 1954,60-66. Una trasposizione (dei passi di Visnu al servizio di Indra) è segnalata in Les pas de Krsna et l’exploit d’Arjuna, Orientalia Suecana, V, 1956,183-188; e altri due (i sovrani minori Aryaman e Bhaga, trasposti in Vidura c Dhrlaràstra) in una conferenza fatta all’Università di Copenhagen, pubblicala quest’anno nell’ Inclo-1 ninian Journal (La transposilion des dieux souverains dans le Mahàbhàrata), Il personaggio di Bhlsma sarà ulteriormente studiato nella stessa prospettiva. Le leggende romane sugli inizi della Repubblica presentano due croi che ricordano, per la forma e il senso delle mulilazioni, il dio cieco monco della mitologia scandinava, cioè i due dèi sovrani Ódinn e Tyr: questi sono Orazio Coclite (il Ciclope) c Muzio Scevola (il Mancino), i due salvatori di Roma nella guerra contro Porsenna; la comparazione è stata sviluppata in MV cap. IX e ripresa diverse volle, specialmente ne L’heritage. c Loki. Sui primi redi Roma vedi il riassunto degli studi anteriori in L’heritage.; un notevole ritocco parallelo al ritocco zoroastriano degli dèi trasporti in Entità della tradizione romana nel De Republica di Cicerone, è stato studiato in Les archanges de Zoroastrc et Ics rois romains de Ciceron, JP Su Romolo e Numa vedi MV, cap. II; L’héritane. Horate et les Curiaces; L ’héritage.. Aspetta: La geste deTullus Hostilius et les mythes de Indra; cf.3-14 dello stesso libro, studio dell’Indra vedico come solitario a dispetto dei suoi associati ( ekci -) e come autonomo (sva-). La bibliografia degli studi comparativi sullasecondafunzioneèdatain DIE,38-39 e completala in Aspetta. Sui gemelli Romolo e Remo come corrispondenti ai gemelli Nàsa- tya indo-iranici, vedi G. WlDENGREN, Harlekintracht..., Orientalia Sueca- na, ; Aspetta...1. Non ho ancora pubblicato su questa interpretazione dei gemelli romani il libro preparato; è comparso solo un frammento: Le turtus equos de la fète de Pales et la muti- lationde lajument ViSpala, Ercinos, LIV (=G. Bjiirck meni. Saturni. Altre corrispondenze tra dèi ed eroi gemelli dei diversi popoli indoeuropei sono state segnalale in La saga de Hadinf>us, Dioscuri greci sono solo parzialmente comparabili. Sembra che altri aspetti della terza funzione (massa popolare; sviluppo della ricchezza e del commercio; piacere) abbiano ispirato i racconti sul quarto re di Roma, Anco Marzio, successore del guerriero Tulio; vedi Tarpeia, III (Jactanlior Ancus) e la discussione con J. Bayet in JMQ IV,185-186 (dove importanti questioni di metodo sono toccate). DIVINITÀ: sugli dèi iniziali, vedi De Janus à Vesta, Tarpeia, 31-113 (=JMQ it.,287-353), DIE,84-105; in Rituels, sono state rilevate delle concordanze tra il culto di Vesta c imiti vedici di Vi- vasvat; in Déesses latines et mythes védiques, 1956, dei dati indiani hanno chiarificaio e giustificaio le rappresentazioni di Maler Maluta (cf. Usas; vedi anche RENOU, Études védiques et pcuiinéennes, III, 1957, 1: Les Hymnes à l'Aurore du Riveda), della silenziosa Diva Angerona, dea degli angusti dies del solstizio d’inverno (cf. Atri operosa con la preghiera silenziosa nella crisi del sole), della Fortuna Primigenia prenestina, madre e figlia di Jupiter (cf. Aditi, madre e figlia del sovrano Daksa), di Lua Mater (cf. Nirrti). RITUALI in Suouetaurilia, Tarpeia (= JMQ it.) si è stabilito lo stretto parallelismo di questo sacrifico triplice, offerto a Marte, con la sautrànicuiT indiana (sacrificio di un loro, di un montone c di un capro a Indra Buon Protettore); in Rituels indoeuropéeus à Rome, i Fordicidia sono stali resi chiari, nei dettagli dei riti, dal sacrificio vedico della Vacca dagli otto piedi; l’opposizione del santuario rotondo di Vesta c di templi quadrati, orientali, è stala riavvicinata all’opposizione tra il fuoco rotondo (di riserva e di accensione, fuoco del padrone di casa, attaccalo alla terra) e il fuoco quadrato (che dirige verso gli dèi le offerte degli uomini) sull’ara sacrificale ve- dica; i rapporti rituali degli equidi, c in special modo del cavallo, con ciascuno dei tre livelli funzionali, sono stati riconosciuti come idèntici sia a Roma che nell’India vedica; in Quacstiunculac indo-italicac, 1-3 (da pubblicarsi in REL) il tulmen inane fabae della fumigazione dei Parilia, i pisciculi vivi gettati nel fuoco durante i Volcanalia e la prescrizione bigarum victricum clexterior del Cavallo di Ottobre sono chiarificati dai dati vedici. SACERDOZIO (oltre a qui sopra, nota a I, § 1, per Jlamen-brahman ): Meretrices et virgines dans quelques légendes politiquesde Rome et des pe- uples celtiques, Ogcnn; Remarques sur le ius feriale , REL REL, contiene uno studio su augur, inaugurare, augustus. NOZIONI: A propos de latin ius. RHR ; Ordre, fantasie, changemente dan les pensées archaiques de l’Inde et de Rome, à propos de latin mos, REL; in Maiestas elgravitas, de quelques diffé- rences entre les Romains et les Austronésiens, RP; queste sono invece due nozioni prettamente romane che sono state analizzate contro la scuola primitivista; su gratus, gratin eminentemente spiegate con un usovedico della radicegurC^V, Vili, 70,5), vedi L.R. PALMER, The Concept of Social Obligation in Indo-European, Coll. Latomus, XXIII ( =Homm. M. Niedennann BENVENISTE ha delucidato comparativamente un gran numero di nozioni religiose e sociali, vedi in special modo Symbolisme social dans les cultes gré- co-italiques RHR (vedi una conferma di un dato importante nel mio Rituels...)', Don et échange dans le vocabulaire in- do-éuropéen, L'Année Sociologique, 1951,7-20 e Formes et sens de pvaopai, Sprachgeschichte uncl Wortbedeutung (= Festschr. A. Debrunner). Storia degli Studi e bibliografìa Dopo lo scacco del saggio intelligente ma prematuro fatto dalla scuola di Kuhn c di Miiller teso a ricostruire la mitologia comune degli Indoeuropei, l’impresa fu per un certo tempo dichiarata illusoria. Daunaparte, sotto l’influenza di Mannhardt, gli studi si spostarono sui rituali e le credenze agricole, popolari, di un tipo abbastanza uniforme per tutta l’Europa e ci si applicò a ridurvi, senza pretendere di stabilire filiazioni né parentele particolari, un gran numero di culti e miti delle diverse religioni e in special modo quelle dei popoli classici. Da un’altra parte, per effetto della crescente settorializzazione delle specialità, gli studiosi dei diversi domini, indiano, greco, latino, germanico, etc., rifiutando ogni considerazione comparativa, costruirono per spiegare la genesi e lo sviluppo delle religioni da loro studiate delle ipotesi che presero sovente per dati di fatto e che non si accordavano che per un punto: la riduzione a poche cose, per non dire a niente, dell’eredità conservata dal passato comune indoeuropeo. Rari autori continuavano a parlare di religione indoeuropea come ad esempio A. CARNOY, Les Indoeuropéens. Tuttavia nel secondo quarto di questo secolo si produssero delle reazioni. In Germania bisogna citare prima di tutto: H. GUNTERT, Der Arische Weltkonig und Heiland (1923); R. OTTO, Gotlheit und Got- theilen derArier (1932); F. CORNELIUS, Indogermanische Religion- sgeschichte ( 1942) e tutta la serie, che prosegue brillantemente, degli articoli c dei libri di F.R. Schroder. Lui stesso ha fatto un primo sforzo di revisione della mitologia comparata, ma con dei mezzi filologici insufficienti e rimanendo prigioniero, per la spiegazione, delle concezioni mannhardtiane e frazeriane {Le Festin d'Im- morIalite 1924, Le crime des Lemniennes 1924 e qualche articolo di cui non vi sono grandi cose da ritenere; il Leproblème des Centaures, e Flamen-Brahman, i cui frammenti rimangono utilizzabili). Non è che a partire dal 1938 che, inizialmente solo e poi, dopo il 1945, raggiunto e spesso superato da altri ricercatori, spero di essere riuscito a delineare dei tratti importanti della struttura dell’eredità indoeuropea comune, in una coscienza più chiara delle condizioni c dei mezzi deH’inchiesta. Quest’inchiesta non si riporta ad alcun sistema preconcetto di spiegazione, ma utilizza gli insegnamenti della sociologia e dell’etnografia, come pure il ricorso all’analisi linguistica dei concetti. Essa ha due postulati: ammette che tutto il sistema teologico e mitologico significa qualcosa, aiuta la società che lo pratica a comprendersi, ad accettarsi, ad essere fiera del suo passato, confidante nel presente e nell’avvenire; ammette anche che la comunità di lingua, presso gli Indoeuropei, implica una misura sostanziale dell’ideologia comune alla quale deve essere possibile accedere grazie a una varietà adeguata del metodo comparativo. Una circostanza, sulla quale un articolo di J. Vcndryes aveva attirato l’attenzione sin dal 1918, ha dato il via all 'inizio di molte ricerche: il vocabolario religioso degli Indo-Iranici da una palle c quello dei Celti e degli Italioti dall’altra presentano un gran numero di concordanze precise e che sono loro proprie. Un articolo-programma del 1938 La préhistoire des flamines majeurs, RHR ha dimostrato che questa parentela prossima non si riduce al vocabolario ma si estende alla struttura della religione. E dal 1938, in ogni tipo di materia, è in effetti la comparazione dei dati vedici o indo-iranici e dei dati romani che ha fornito i primi risultati precisi sui quali è stato possibile fondare delle comparazione più vaste. Così illuminati, i fatti germanici (benché il vocabolario religioso sia interamente differente) si sono ben presto rivelati anch’essi notevolmente fedeli al passato indoeuropeo. Benché conformandosi ai grandi quadri indoeuropei, il dominio celtico pone ancora, in seguito allo stato della documentazione, un gran numero di problemi irrisolti. La Grecia - per effetto senza dubbio del miracolo greco e anche perché le più antiche civiltà del Mare Egeo hanno troppo fortemente segnato gli invasori venuti dal Nord - contribuisce poco allo studio comparativo: anche i tratti più considerevoli dell’eredità sono stati profondamente modificati. Quanto agli altri popoli del mondo indoeuropeo, in special modo i Baiti e gli Slavi, non si è ancora riusciti a utilizzarli pienamente. 1 principali lavori in cui è stata progressivamente analizzata l’ideologia tripartita degli Indoeuropei che il presente libro espone sono i seguenti': Mythes etdieuxdes Gennains, essaid’interprétation comparative (citato MDG) Mitra-Vurunu, essai sur deux représentations indoeuropéen- nes de la souveraineté 1940, II ed. (citato MV) Jupiter Mars Quirimis, essai sur laconception indoeuropéenne de la société et sur Ics origines de Rome, 1941 (citato JMQ) Naissance de Rome (=JMQ II) (citato NR) Naissance d'Archanges, essai sur la formation de la théologie zoroastrienne (=JMQ III) (citato NA) Jupiter Mars Quirinus IV, 1948 (citato JMQ IV) L ’heritage indoeuropèe !? à Rome, introduction aux séries JMQ et Mythes Romains, Le troisième Souverain, essai sur le dieu Aryaman, 1949 Les dieux des Indoeuropéens, 1952 (citato DIE) Rituels Indoeuropéens à Rome Aspects de lafonction guerrière chez les Indoeuropéens, 1956 Déesses latine set mythes védiques. Coll. Latomus, XXV, 1956 Una traduzione italiana di una versione migliorata in diverse parti di JMQ e di NR e di frammenti di Tarpeia e di JMQ IV, è stata pubblicata a Torino sotto il titolo di Jupiter Mars Quiri- I Attualmente sto preparando un rimaneggiamento unitario di JMQ. NR. NA ehc sarà pubblicalo, come questi tre libri, presso Gallimard. Aspettando, l’edizione italiana dei primi due Corniscc un’idea delle correzioni giudicale necessarie: le parli che non sono state tradotte sono da eliminare. ìtus (citato JMQ it.) 2 . Delle questioni di metodo, che io qui non affronto, si trovano discusse nelle prefazioni della maggior parte di questi libri e, più sistematicamente, nel primo capitolo de L’heritage ... (Materia, oggetto e metodi di studio). 2 AUre abbreviazioni: AV= Atharvaveda; BGDSL = Beitrage zur Geschichte der Deutschen Sprache und Literatur: FFC = Folklore Fellows Communications; J A = Journal Asiati que; JAOS = Journal of thè American Orientai Society; JP = Journal de Psichologie: NC = la Nouvelle Clio; REL = Revtte des Etudes Lalines; RHA = Revtte Hittite et Asianique; RHR = Revtte de l ’Histoire des Religions; RV = Riveda; RP = Revtte de Philologie. RSR = Recherches de Science Religieuse; SBE = Sacred Books of thè East; SMSR = Studi e Materiali di Storia delle Religioni ; TPS = Transaction of thè Philological Society; ZCP = ZeitschriJ't fìir Celti sche Philologie; ZDMG = Zeitschrift der Deutschen Morgenlàndischen Gesellschafl. Aryaman e Paul Thieme Mentre correggo le seconde bozze di questo libro (maggio 1958) è uscito quello di Paul Thieme annunciato qui sopra (nota al cap. Ili § 5), ma egli non risponde affatto alle ingenue speranze che esprimevo. Cito dunque qui (I e II) due estratti dell’articolo del JA, concernenti Aryaman e il metodo di Thieme, menzionato nello stesso paragrafo e vi aggiungo (III) qualche riflessione provvisoria su Mitra and Aryaman. Per non creare confusione lascio alle note di I e II i numeri che avranno nel JA. Abbreviazioni: F. =Thieme, Der Frem- dling im Rig Feda; S = il mio Troisième Sauveraine, 1949; Z = Thieme, Ari, Fremder, ZDMG. Ma è soprattutto nei confronti del dio vedico, e prima ancora indo-iranico, Aryaman, che il saggio di Thieme rivela la sua debolezza. In virtù dell’ipotesi {ari = lo straniero, qualunque sia) c del senso che ne risulta per aryó (l’ospitale), Aryaman non può essere che il dio dell’ospitalità)). È così? E ancora, sarebbe necessario che negli inni o nei rituali questa definizione si verificasse sul suo centro, intendo dire, in occasione del ricevimento di un ospite designato come tale. Ora, non soltanto non vi è un testo rgvedico che riunisca il nome dell’ospite, àtithi e quello d’Aryaman, ma, salvo ignoranza da parte mia, Aryaman non è né invocato né menzionato ritualmente all’arrivo di un visitatore. Non bisogna concludere un’assenza dal silenzio: è tuttavia curioso, se il concetto di ospitalità è stato sentito tanto importante da essere personificato in uno dei due dèi sovrani, e nel più considerevole dopo Varuna e Mitra, che questa origine non abbia avuto nessuna occasione per esprimersi chiaramente. Mitra, il contratto personificato, è certo come dio molto più del contratto, ma si trovano dei testi in cui questo legame è manifestato e sottolineato con delle parole senza ambiguità. Inversamente, l’Aryaman vedico e il suo corrispondente avesti- co Airyaman, intervengono in circostanze che, salvo violenza, sono irriducibili all’ospitalità. Ne ricorderò solo due. Prima di Thieme molti vedisti avevano notato, con delle conclusioni talvolta eccessive o errate, i rapporti tra Aryaman e il matrimonio. 1 testi allegati sono abbastanza numerosi". Per piegarli alla sua tesi, Thieme è stato indotto a far loro subire dei trattamenti poco raccomandabili. In tutto il dossier vedico vi sono dei documenti più chiari e più netti, altri più oscuri o più indeterminati. Il metodo ordinario è d’informarsi all’inizio sui primi e con questi chiarificare o precisare in seguito i secondi. Per il caso di Aryaman si ha, chiara e netta in A V, la formula destinata a procurare un coniuge, la descrizione che fa di Aryaman la prima strofa: tiyùm Ci ycity arycimà pura staci visitastupah asyci icchcinn agruvai pettini utd jàyàm ajànuye Ecco arrivare Aryaman con i riccioli sciolti, cercando per questa fanciulla un marito e una moglie per chi non è sposato. Non meno esplicito vi è in/l V, XIV, 1, inno rituale del matrimonio, la strofa 17 che riguarda la giovane donna: aryamdnam yajcimahe subanclhum pativédanam urvàrukcim iva bàndhanàt prétó muncumi nàmùtah 11 I lesti sono riuniti in A. HlLLKBRKNDT, Vedische Mytalogie, seguiti da un'interpretazione di Aryaman come Feier, sicuramente errata. Noi sacrifichiamo ad Aryaman (il dio) delle buone alleanze, il trovatore dei mariti. Come unazuccadalsuo legame io ti libero da qui (= dalla tua casa di ragazza), non da laggiù (= dalla casa coniugale). Vicino a questi testi ve ne sono altri che riguardano ancora siala ricerca della sposa che diversi episodi precisi del rituale delle nozze, nei quali Aryaman interviene sempre, ma associato ad altri dèi e di conseguenza con un ruolo non immediatamente identificabile. Ciò che in questi casi incerti può orientare l’interpretazione è evidentemente la descrizione e la definizione che su di lui hanno dato i testi espliciti del dossier: egli cerca da ambedue le parti gli elementi delle coppie coniugali e fa delle buone alleanze matrimoniali. Thieme procede all’ inverso cominciando dalla seconda categoria di documenti. Consacra cinque pagine per citarli in esteso e per tradurli inserendo tra parentesi, a favore della loro indeterminazione, la sua concezione di Aryaman (die Gastlichkeit, der Gott der Ga- stlichkeit, der Gott gastlicher Aufnahme) e in seguito, in dieci righe che conclude allusivamente, pretende che ciò che dice sui testi meno determinati permetta-infine! - di ridurre alla loro vera portata questi testi la cui precisione lo imbarazza 13 Von hier aus wirdes nun erst mòglich, die Verse A V. 6.60. 1, 14.1.17, Mp. 1.5.7, die H1LLEBRANDTan die Spitze seiner Untersu- chungdes Verhàltnisses zwischen Aryaman und E he gestellt hat, in ih- rer wahren Bedeutungen zu wùrdigen. Als einer der Genien des Hau- shalts, der auch bei der Eheschliessung mitwirkt, wird Aryaman als Gattenfìnder (A V.) und Ehevermittler (A V.) schlechthin in Zauberspriichen genannt, die anscheinend durch die Erwàhnung eines so vornehmen Gottes, der im R Vin der Gesellschaft des Mitra und Varuna aufzutreten pflegt, wirken wollten. Al di fuori dello stesso procedimento che consiste nel mascherare ciò che è chiaro con ciò che non lo è, tutto nell’ultima frase è tendenzioso: questi Zauberspriichen, uno dei quali appartiene al rituale del matrimonio, non meritano alcun disprezzo c sono sicuramente 12 F„ §§ 118-124; S.73-79. 13 F„ § 124. adatti a chiarire la funzione del dio che essi mobilitano. Pretendere che Aryaman non vi figuri in qual ità, ma semplicemente perché è un gran nome della mitologia, è una spiegazione che generalizzata permetterebbe all’esegeta di sopprimere in ogni maniera le testimonianze imbarazzanti. Infine, la definizione di Aryaman come einer derGenien des Haushalts, è stata utilizzata, pefitio principii, usando la libertà fornita dai testi meno determinati. Bisogna aggiungere che alcuni di questi testi resistono al senso che si vuole loro dare. Quando Aryaman ad esempio è pregato, ancora in un inno di matrimonio, di ungere (forse la novella sposa) fino alla vecchiaia (o affinché ella non invecchi)' 4, Thieme, ricordando che in ogni paese del mezzogiorno 15 il bagno di ospitalità comporta un’unzione d’olio, traduce intrepidamente: Mòge Aryaman (als der Gotigastlicher Aufnahme) [Dich= die Braut ] inir der Ólsalbung schmiicken; auf dass du nicht altseist ( = inJugendschònheitglànzest). Le giustificazioni di questa traduzione sono leggere: suppone un aspetto non attestato del rituale d’ospitalità e il dativo d’intenzione àjarasàya è volto in un senso inattendibile; come si può mai dire alla giovane sposa: Che il dio dell 'ospitalità ti unga con olio affinché tu non abbia l'aria invecchiata ? Viceversa se si vede in Aryaman il protettore del rapporto che si forma, è naturale che egli sia pregato di garantire alla sposa lunga vita o vigorosa vecchiaia. E non è tutto. Thieme assimila costantemente l’ospitalità e il matrimonio, l’accoglienza che riceve l’ospite e quella che riceve la fidanzata. Ora, le due cose sono differenti: a dispetto del riferimento a Mrs. Stevenson 16, l’atto della donna che entra in casa di suo marito per rimanervi, può identificarsi, nei riti, con l’atto del visitatore che dopo essere entrato straniero se ne andrà, benché incaricato del dovere di contraccambiare, ma sempre straniero? L’accoglienza fatta alla futura madre può forse essere più ospitale, nello spirito e nei riti, delle ceri- 14 RV, X, 85, 43: a nati prajath janayatu prujàpatir àjarasàya sùm anaktv aryamù. Geldner: Pràjapati soli uns Kinder erzeugen, bis zurhohcn Alicr soli nns Aryaman verschinelzcn. Nell'India vedica? F.,125, n. 1. monie che in seguito legalizzeranno il neonato come membro della stessa famiglia? Se bisognasse avvicinare ad altre cose questa procedura sui generis del matrimonio, non si dovrebbe pensare piuttosto all’adozione che all’ospitalità? Le nostre parole accoglienza, Aufnahme, creano un’ambiguità che senza dubbio un Indiano, non più di un Romano, non rischiava di sentire vivamente. Io resisto particolarmente all’interpretazione datadaThiemead AV-sempre riguardo il rituale nuziale : aryamnó agnini pàryetu pùsan [var. ksiprdm] prdtiksante svasuro devaras cu. Sie umschreite das Feuer des Aryaman (der Gastlichkeit), o Pùsan'*, es sehen entgegen Schwàher und Schwager. Sono certamente meno ben informato di Thieme sui rituali vedici: quando un ospite entrava in una casa gli si faceva fare anche questa circumambulazione del focolare, che trova il suo esatto corrispondente, come molti altri tratti, nel matrimonio romano (dove ha valore di rito d’incorporazione) e non nell’ospitalità romana? Se è così m ’ inchino. Altrimenti, messa in luce dai testi precisi sul ruolo di Arya- Piuttosto, secondo la variante schnell. In S.,78, vi è una cantonata nella traduzione che dopo dieci anni non so ancora se la devo attribuire a un’ inavvertenza del mio manoscritto o delle mie correzioni delle bozze:,f vósuro devàsra.ica è reso con i suoceri e i cognati invece de i7 suocero c i cognati il plurale della seconda parola avendo determinato meccanicamente, da me o dal tipografo, il plurale della prima. Questo testoche sotto la protezione di Aryaman f a intervenire dopo la giovane sposa il padree i fratelli dello sposo, prova che nel matrimonio Aryaman si interessa a ben di piti che l'unione tra due esseri: l’intera famiglia è interessata da questo nuovo membro che le procura un’alleanza con un’altra famiglia (cf. Aryaman qualificato suhandhù, alla strofa 17 dello stesso inno). Alla pagina 119 di S. ho commesso una svista più umiliante ma senza conseguenze per i miei propositi, considerando svasurah di RV, X, 28, 1 come padre della moglie (possibile nel sanscrito classico ma non nel vedico) emettendo la strofa in bocca al marito. E l’inverso. La moglie parla e si sorprende che il padre di suo marito non sia venuto al festino preparalo, mentre vi.ivo... anyó arlh ogni altro ari, tutto il resto dell'insieme ari (e non facendo sparire la parola essenziale altro, jederunde- re, niimlichjeder ari, Thieme) è pervenuto. Il commento che ho fatto di questo testo, per i rapporti di ari e di .ivù.iurah, sussiste interamente a condizione che si rimpiazzi genero con nuora (e co.si prendere moglie con prendere marito e ha scelto la jigliadel suocero con è stato scelto dai figli del suocero). man nel matrimonio, l’espressione fuoco di Aryaman per designare eccezionalmente qui il focolare intorno al quale si forma il legame mi sembrerebbe fare semplicemente riferimento a questo ruolo. Sono queste le principali ragioni per le quali non mi è possibile dedurre il ruolo di Aryaman nel matrimonio a partire dalla definizione che esige l’ipotesi di Thieme. L’Airyaman avestico è invocato ( Yasna) per sostenere gli uomini e le donne di Zoroaslro e il Buon Pensiero; è detto dotato di forza offensiva, distruttore di ogni resistenza, vincitore dei nemici (ibid., 2); la preghiera che è invocata dopo di lui è onnipotente e guaritrice (Yast); Aryaman stesso è l’eroe di una scena mitica in cui questa preoccupazione di guarigione è al primo posto: quando Angra Mainyu creò, contro la creazione di Ahura Mazda, le 99.999 malattie, il gran dio dopo uno scacco subito da ManGra Spanta (la Formula Efficace: l’agente della maggiore delle tre forme di medicina) si avvicinò ad Aryaman che subito riuni gli clementi di quella che doveva divenire in seguito una delle purificazioni rituali del mazdeismo 19 . Come derivare questi uffici dall’idea di ospitalità? Thieme non tenta la scommessa ma lascia intendere che tutto questo è un’innovazione, un uso fuori dal dominio di un dio sentito come importante: Man hai also von Airyaman dhnlichen Gebrauch gemacht wie der AV von A/yaman, dice lui facendo allusione alla fine del che ho citato 20 Temo che questa sia una maniera troppo rapida per eliminare un elemento preciso del dossier. La stessa cosa avviene per altri aspetti di Aryaman e per i suoi rapporti con le strade, ad esempio, strumento utile di comunicazione sociale : ci si riferisca all’analisi del mio Troi- sième Souverain. Ciò che precede è sufficiente per far capire che Aryaman è fondamentalmente più di un dio dell’ospitalità. Infatti nell’ ospitalità senza dubbio, ma anche nella conclusione dei matrimoni, l’Aryaman vedico patrocina i rapporti sociali all’interno di un gruppo di uomini in cui bisogna che non solo l’ospitalità ma anche il matrimonio siano possibili. S.Per il trattamento insufficiente di altri aspetti di Aryaman in F., vedi S. L’Airyaman iranico protegge in una maniera più ampia e fino alla sanità l’insieme di uomini e donne della buona società, definita dopo la riforma zoroastriana solamente in base alla religione e non alla nazionalità. Bisogna dunque che il concetto di arya - nel nome di Aryaman sia altra cosa rispetto a quello detto da Thieme: minore in estensione, poiché il matrimonio non è possibile con alcun ospite, ma più ricco in comprensione, poiché oltre all’ospitalità comporta altre forme di legami e in special modo l’attitudine a contrarre il matrimonio. Si è così costretti a introdurre in questo arya-e quindi in ari, un valore di nazionalità. Se il valore limitato e orientato di ari che io ho proposto [in S] (Icariano, collettivamente o genericamente), rende conto di tutti i derivati e si adatta senza difficoltà a tutti i passaggi ai quali si adattava il valore generale (der Fremde, der Fremdling) di Thieme, rende inoltre conto di un testo che resisteva a quest’ultimo. Il dossier di ari contiene in effetti almeno un testo che direttamente impone una traduzione limitata e mi sorprende che Thieme non l’abbia riconsiderato nella difesa che mi oppone. Questo è RV: uta svàsyd ardtyd arir hi sa utdnydsyd ardtyd vrko hi sah La costruzione e il senso sono limpidi: [Proteggici] dalla nocivitàpropria:poiché è l’ari. [Proteggici] dalla nocività aliena: poiché è il lupo. Questi versi simmetrici presentano, distribuiti in due rapporti equivalenti, quattro termini, tre dei quali sono conosciuti e forniscono di conseguenza un’eccellente equazione per determinare l’incognita, ari : vi è l’opposizione usuale tra svàeanyà, il primo designa ciò che è proprio, imparentato o alleato, mentre il secondo ciò che è altro, esteriore, straniero; vi è anche l’opposizione tra an e vrka, in cui vrka designa l’uomo che merita di essere chiamato lupo poiché il suo comportamento è selvatico. Così ariè. precisato negativamente come un tipo di nemico distinto da questo nemico selvaggio ed esterno che è posto al di fuori del gruppo i cui membri sono degli svà\ positivamente ari è definito come intemo a questo gruppo. La traduzione e il commentario fatto da Thieme a questo passaggio devono essere citati per intero : / Schutze] vor eigener, voranderer (i.e. vorjeglicher) arati; sie (oder: das, was die arati ist) istjaderFremdling (der den Frieden be- droht), sie istja der Wolf. Ich habe in der Ubersetzung vonab au/Nachahmung der Spre- izstellung der Satzglieder verzichtet. Dies e kannja sehr wohl nurstili- stischer Art sein. Ich willjedochdie Mòglichkeit nicht in Abrede stel- len, dass wir zu sagen hdtten: vor eigener arati- sie ist ja ein Fremdling (der ins Haus aufgenommen den Frieden bricht), vor an- derer drdti-sie istja ein Wolf. La prima interpretazione, quella che l’autore preferisce poiché sopprime le difficoltà, fa una violenza inammissibile all’ordine e al rapporto delle parole: mantiene come tale una delle due opposizioni equivalenti ma sopprime l’altra volgendola in solidarietà; riducear/e vrka a un’unità (non essendo vrka che un rinforzo del cattivo ari) di cui svà e anyà sarebbero lesuddivisioni. La filologia non hatali diritti. La seconda interpretazione orienta l'opposizione tra svà e anyà in un senso che non è il suo: svà non si applica a ciò che è presso me temporalmente e accidentalmente senza essere a me, ma segna un legame permanente ed essenziale con me. In più, questa traduzione suppone, dalla parte àeW'ari nemico, un comportamento speciale, quello dell’ospite che una volta ricevuto in casa si comporta male e minaccia la pace come dice Thieme. Certo, l’ospitalità ha i suoi rischi ma questi rischi si realizzano raramente e in ogni modo nessun testo del RV vi fa allusione: sarebbe molto strano che fossero qui l’oggetto di una preghiera e che, in questa preghiera, fossero messi sullo stesso 32 27, già II, 1956, p. 109. Se, come io penso, ari ha già il valore etnico (ario, ariano), si concepiscono gli impieghi elogiativi, sottolineati da Renou, che vanno nella direzione élite, capo, etc.] piano, in contrapposizione, i rischi costanti che fa correre il vrka barbaro e brigante. Questo testo è dunque decisivo contro il senso troppo esteso di ari e impone un senso ristretto. Nei suoi Etudes védiques et pàninéennes. Renou mi sembra abbia ben riassunto l’insegnamento del testo nella formula: .vrka il nemico straniero, ari il nemico interno. Questo delimita ari, sia il buono che il cattivo: amico, ospite, sposabile, correligionario, rivale, nemico, Vari porta alla considerazione di chi lo menziona, la nota svà, che esclude la nota anyà n . Ili Mitra and Aryaman è in gran parte un pamphlet contro di me: fornisco perfino il titolo di un capitolo. Mi limiterò qui ad alcune osservazioni che faranno vedere a quale livello si situa il dibattito. Prima di entrare nella materia, e per togliere ogni credito ai miei argomenti, Thieme incomincia a dimostrare, secondo tre punti, che io commetto molteplici e grossolani errori di grammatica utilizzando gli inni vedici. Lo credo volentieri, ma vediamo che cosa mi rimprovera: Io tratto dei duali come dei plurali. Si tratta di due testi in cui si incontra la sequenza, del resto frequente, dei tre principali dèi sovrani, Varuria, Mitra e Aryaman e dove, a causa di un verbo o un aggettivo che sono appunto al duale, Thieme vuole fondere Mitra e Aryaman in un solo personaggio mitico che chiama Freund, Gasljreund e che ora preferisce chiamare The contract (God Contract) which is hospitality (God Hospitality ). È nel riconoscere questo mostro, di cui non vi sono altre tracce nella letteratura vedica, che mi sono rifiutato (S.. Non ho cambiato parere: è inverosi- Questa definizione di art come sva basterebbe (vi sono altre ragioni) per fare scartare il paragone etimologico con diana (l'opposto di svà) che è stato portato in appoggio alla tesi di Thieme da F. Spechi, Zur Bedeutung des Ariernamens, KZ, 68, 1941,42-52. D’altra parte, il fatto che RV, VI, 15,3 invita Agni ad essere ùryi'ih pùrasyàntarasya lùrusah, il vincitore dell'un lontano e vicino dimostra che lo svà di IX, 79, 3 non deve essere compreso in un senso stretto né senza dubbio locale. Il concetto di nazionalità suggerito dai derivati soddisfa la doppia condizione: Vari per un ariano è sia svà che para. mile che in questi due soli passaggi la triade ceda il posto a una coppia Varuna e Varyamàn Mitra o a Varuna e il mitra Aryaman. Uno di questi testi è RV, V, 67, 1: varuna mitrdryaman vdrsistham ksatrdm àsiithe, o Varuna, Mitra e Ai'yaman, voi avete ottenuto la più alta sovranità. Perché si dice che il verbo è al duale? Il poeta vuole sottolineare la stretta affinità di Mitra e Aryaman (che è fondamentale come spesso ho detto) nei confronti di Varuna, di modo che si debba tradurre o Varuna, o Mitra e Aryaman? Non lo so, ma la soluzione meno accettabile è di fondere in un solo essere Mitra e Aryaman, poiché la strofa 3 dello stesso inno enumera nuovamente i tre dèi al nominativo e questa volta con due aggettivi e due verbi che sono correttamente al plurale. Noto che K. Geldner comprende come me: ihr habt die hòchste Herrschaft erreicht, Varuna, Mitra, A rya- man - i tre vocativi essendo esattamente paralleli, come Thieme mi rimprovera di avere detto. L'altro testo è RV, Vili, 26, 11 : vaiyasvdsya srutam narotó me asya vedathah/sajósasd varuna mitrò aryamd. La prima parte non è ambigua: Ascoltate, o voi due eroi (= gli Asvin) [la parola] di Vai- yasva e conoscete questa [parola] mia. La seconda è meno chiara, un aggettivo al duale (sajósusà, in accordo) precede i tre nomi divini. Geldner risolve la difficoltà attaccando l’aggettivo non a ciò che segue, ma come attributo a ciò che precede, ai due Asvin: Horet aufden Vyasvasohn, ihrHerren, und seid meiner hier ein^edenk, ein- miitig, (und mit euch) Varuna Mitra Aryaman. Non so se ha ragione o se si può trovare una giustificazione più sottile, ma come lui penso che gli dèi dell’ultimo verso, qui come altrove, siano ire. Tratto dei plurali come dei duali. Si tratta di RV, III, 54, 18, aryamd no dditir yajmydsah, Aryaman, Aditi [sono] degni (plurale e non duale!) dei nostri sacrifici, dobbiamo sacrificare ad Aryaman, ad Aditi. Thieme consentirà forse a credere che ho consultato la traduzione di Geldner: Aryaman, Aditi sind uns anbetun^swert, con la nota corrispondente: Den Plur. yajnfyàsah, weil der Dichter an die iibriffen Àditya ’sdenkt. Ma ciò che più m’interessava perii mio argomento (S., p. 68) è che in questo lesto della terza funzione (la fine della strofa domanda abbondanza di bestiame e di bambini), il gruppo degli dèi sovrani distacca, in qualche modo come i suoi soli delegati espliciti, la loro madre e Axyaman. Non prevedendo Thieme non ho preso la precauzione di ripetere in termini di grammatica una precisazione che ogni vedista conosce. Il mio commento si è limitato a dire: Sembrerebbe che ancora qui sia l’iniziativa di Aryaman che orienta l'azione collettiva degli Àditya verso questa grazia speciale. Non è abbastanza chiaro? Tratto un singolare come un duale. Si tratta del lapsus segnalato più sopra che, in A V (S mi ha fatto scrivere e non mi ha fatto correggere i suoceri invece del suocero, come traduzione di svdsurah. Thieme finge di credere che io abbia pensato ai due suoceri. Mi reputa così ignorante da poter credere che io abbia preso un nominativo in -ah, pur nella sua forma in -o, per un nominativo duale? La stessa parola, sotto la stessa forma non è forse correttamente tradotta la seconda volta che la si incontra (S)? La spiegazione che mi parrebbe più plausibile è che, essendo poco leggibile il mio manoscritto, il compositore abbia congetturato i suoceri secondo i cognati che seguono immediatamente, o che meccanicamente abbia messo allo stesso numero queste due parole così analoghe [pères e frères nel testo. N.d.T.]. Può anche darsi che il lapsus risalga al mio manoscritto. Mi dispiace molto ad ogni modo che nella sovrabbondanza di correzioni che ho dovuto fare sulle bozze quello mi sia scappato e che l’errore mi sia saltato agli occhi solamente qualche mese dopo la pubblicazione. È in maniera sleale che Thieme orchestra questo scandalo in due pagine e anche il mio errore su svdsurah, suocero dell’unica moglie e non del marito. Nondimeno Thieme dimentica di dire l’essenziale, cioè che per il mio argomento la menzione del suocero e dei cognati (della moglie) in A V, XIV, 1,39 e quella del suocero {della moglie) opposti al resto dell’ari, 1 conservano tutto il loro valore dimostrativo, com’è stato mostrato qui sopra a n. 18, poiché l’uno conferma che Aryaman, nel matrimonio, non si interessa solamente ai giovani sposi, ma ai parenti per l’alleanza che la loro unione stabilisce e l’altro indica (cosa ammessa da Thieme nel 1957; Z, p. 213!) che le alleanze matrimoniali si compiono all’interno dell’insieme ari. Insomma, Thieme grida all’interpretazione errata! per mascherare il gioco di prestigio altrimenti grave fatto da lui stesso all’insegnamento di tutti i testi che stabiliscono il vero ruolo di Aryaman nel matrimonio'. Il libro è in seguito infiorito di notae censoriae. Alcune mi sono sembrate giuste ed utili e ne terrò conto, senza che nessuna cambi niente alle figure e ai rapporti degli dèi. Molte sono, bisogna dirlo, un puro bluff poiché Thieme denuncia come antigrammaticale, errata o sprovvista di senso, una traduzione possibile ma che non ha il suo favore 2, caricaturando le mie esposizioni 3 e inventando delle contraddizioni peravere un motivo di risentimento in più 4, etc. etc. L’obiettivo di questo triplo assalto grammaticale si scopre a pagina 17: IJ'eel il my duty to warn especially Lutinists, who cannai be expecled lo judge on thè meriti of Dumez.il' s indological araumenti, agama trusting hispresentation oflhe Jacts oJ'Vedic religion loo confidently, andagainst believing ihal only his "expla- naiions" need be discussed. Non ho questa pretesa. Domando solo senza grandi speranze che latinisti o indologi, di St. Andrews o di Yale, che vogliano discutermi lo facciano lealmente. 2 P.es.,. 10-12;/?V, I, 141,9; p. 41 : /?V, X. 136,3;p. 62: RV, X, 89,9; ctc. p. 67, in RV , Thieme rende correttamente duvasyatil Ha sicuramente ragione, ad ogni modo, a rimproverarmi la riga di S.,(Mitra offre dei sacrifici a Vanirla), in cui ho esagerato la frase, in se stessa eccessiva, di Bergaigne(La religion védique, III, p. 138: In un passaggio in cui né Mitra né Varuna sono del resto esplicitamente identificati ad Agni, il primo è opposto al secondo come il sacerdote al dio che onora): duvasyati significa sempl icementc rendere gli onori dovuti; bisogna correggere in que.slo senso Les dieux des Indoeuropéens: in RV, VII, 82, 5, Mitra non è come un sacerdote di Varuna. 3 P. cs. pe>. 19-20, ciò che ho detto dei rapporti tra il contratto e l'amicizia, Mitra- Varuna', non è compreso. Non ho fatto la lezione a Meillet; ho semplicemente utilizzato i progressi che, dal suo articolo, i sociologi hanno fatto compiere alla teoria del contratto presso i popoli semi-civilizzati. Allo stesso modo, p. 82, la mia concezione dei rapporti tra i diversi dèi sovrani si è deformata: che si confronti il capitolo II di Dieux des Indoeuropéens. L’etimologia dei nomi divini (Varuna, Marut, il secondo elemento di Aryaman, etc.), salvo quando è evidente (Mitra, etc.), mi interessa sempre meno (vedi Déesses latineset mythes védiques): qualunque sia quella di Varuna (e non credo molto a quella adottata da Thieme) ciò che conta è, studialo direttamente, l’insieme del suo comportamento e il suo rapporto con le altre figure divine: un dio non c prigioniero del suo nome. 4 P. es., p. 74, n. 54, Thieme segnala una contraddizione in S., tra la pagina 63 e 136, a proposito della sua traduzione di salpati: si verificherà facilmente che essa non esiste. P. 76, n. 54, è con Panini che sono messo così futilmente in contraddizione., sono accusato per due parole di mislranslations, wich might have been avoided by looking up thè PW or any other good dictionary; Thieme vorrà rifarsi a A.B. Keith, HOS, di cui ho adottato la traduzione (e vi sono ragioni per preferire questa interpretazione a quella di Thieme). P. 9; Thieme non tiene conto della differenza d’intenzione tra Mitra-Varuna e Le Troisième Souverain. A dispetto del suo titolo indiano il primo libro non tratta un soggetto indiano 1 ; si propone di dimostrare che presso gli altri popoli indoeuropei, a Roma e fra i Germani in special modo, esistevano delle coppie di dèi o di eroi della prima funzione la cui articolazione è omologa a quella che A. Bergaigne ha scoperto per Mitra e Varuna nel RV e che i Bràhmana illustrano con una campionatura abbondante. Non avevo dunqueintenzione di stabilire gli insegnamenti degli inni stessi e dei Bràhmana - che altri (dopo Bergaigne e Glintert) avevano sufficientemente stabilito. In Le Troisième Souverain, al contrario, con Aryaman abbordavo un problema specificatamente indo-iranico e poco trattato: ho dunque dovuto riprendere tutti i testi, discuterli e organizzare il dossier. Non vi è da scrivere sul mio libretto da scolaro, di questo scolaro che sono felice di essere e di rimanere, né contraddizioni né progressi nel metodo: a dei soggetti, a dei bisogni diversi, a dei gradi ineguali di maturità della materia hanno corrisposto dei procedimenti differenti. Quanto alle tesi stesse di Thieme, le esaminerò nella Revue de l'Histoire des Religions e mi sforzerò di rispondere con un’argomentazione serena a questa scherma da gladiatore. Enumererò gli apporti positivi poiché ve ne sono. E dimostrerò come sotto le apparenze del rigore filologico Thieme misconosca costantemente le prospettive, ignori i dati statistici più evidenti e distrugga i rapporti più probabili e sulla via così sgombra si avanzi con una sovrana fantasia verso le pagine sorprendenti che terminano il suo libro. In attesa, a coloro che sarebbero impressionati da questo meccanismo, non posso che consigliare di rileggere, circa i grandi Àditya, l’ammirevole esposizione di Abel Bergaigne, certamente vecchia su molti punti, ma attenta sia al dettaglio dei testi che alle strutture del pensiero, onesta e intelligente. I J.C. Tavadia si era inizialmente sbaglialo ma fece in seguito I a più leale riparazione. L’editoria italiana ha accolto con favori e fortune alterne l’opera di un autore tanto discusso, controverso e innovativo, quale fu Dumézil, persona acuta, intelligente e ironica, spirito polemico e non di rado pungente ma sempre pronto a rimettersi in discussione, mano a mano che l’inchiesta scientifica progrediva, grazie anche ai suoi avversari oltre che ai colleghi che accolsero positivamente il suo metodo. Il lettore nostrano troverà di piacevole lettura la traduzione della intervista francese: Un banchetto dì immortalità. Conversazioni con Didier Eribon, Guanda, Milano. Spetta alle Einaudi l’esordio di Dumézil nel panorama editoriale del nostro dopoguerra, all’intemo di quella “collana viola” che non senza travaglio di intelletti e di coscienze (si legga il carteggio Pavese - Martino, La collana viola. Lettere Bollati Boringhieri, Torino a c. di P. Angelini) ha contribuito a diffondere autori importanti come Jung, Kerény,L. Frobenius, Leeuw, Eliade. Jupiter, Mars, Quirinus, Torino, è una traduzione di parti dell’originale, più capitoli di altri volumi come Naissance de Rome, Naissance d'Archanges, e Jupiter, Mars, Quirinus. Il catalogo della Einaudi ritornerà solo tardivamente, nel decennio degli ’80, a rioccuparsi di Dumézil, traducendo Mito ed Epopea. La terra alleviata, 1982 (= Mythe et epopee f) e Gli dei sovrani degli Indoeuropei. Spetta alla Adelphi (Milano) la maggiore percentuale di libri tradotti, a cominciare dalla raccolta di storie e leggende del Caucaso: // libro degli Eroi. Leggende sui Nani, 1969 (ristampato nei tascabili economici della Bompiani, Milano 1976), fino a Gli dèi dei Germani; Matrimoni Indo-europei; Le sortì del guerriero. Aspetti della funzione guerriera presso gli Indoeuropei, 1990 (una prima traduzione di questo libro, condotta sulla precedente edizione di Hetir etmalheur duguerrier, 1969, si deve ai tipi della Rosemberg& Sellier: Ventura e sventura del guerriero, Tonno). E infine bisogna ricordare anche Il monaco nero in grigio dentro Varennes, che è però un divertissement enigmistico-letterario sulle profezie di Nostradamus. Il catalogo della Rizzoli (Milano) si è arricchito di due opere importanti e poderose, oggi purtroppo introvabili, come La religione romana arcaica, eStorie degli Sciti; mentre II Melangolo (Genova) ha tradotto due volumi quali Idee romane, e Feste romane. Recentemente le edizioni Mediterranee (Roma) hanno tradotto La saga di Hadingus. Dal mito al romanzo. Fra le poche opere italiane su questo autore ricordiamo Rivière, Dumézil egli studi indoeuropei. Una introduzione. Il Settimo Sigillo, Roma. Per una bibliografia completa delle opere di (e su) Dumézil cf. la rivista Futuro presente diretta da Alessandro Campi (numero monografico “Georges Dumézil e l’eredità indo-europea”): oltre a un dibattito su Dumézil in base alle aree storico-geografiche consuete nella sua ricerca (Roma, Indo-Iranici, Caucaso, Germani), vi è un interessante articolo di Grisward sulle persistenze del modello trifunzionale nella società medioevale - suddivisione in oratores, bellatores, laboralores - e la traduzione di un articolo di Dumézil in risposta alle critiche di una versione francese di un saggio di Ginzburg (“Mitologia germanica e Nazismo”, apparso su Quaderni Storici, ristampato in Id., Miti, emblemi, spie, Einaudi, Torino) su un argomento, le presunte simpatie per la cultura nazista, già affrontato da A. Momigliano, Rivista storica italiana. Sulle implicazioni politiche e razzistiche degli studi indoeuropei cf. A. Piras, “Georges-Dumézil e iproblemi dell’Indoeuropeistica ”,/Quaderni di Ava/lon e “Indoeuropeistica e cultura europea”, in L 'Europa di fronte all'Occidente, Il Cerchio, Rimini. Per uno studio comparato delle istituzioni sociali, religiose, economiche, amministrative, giuridiche, delle diverse culture parlanti idiomi indoeuropei, cf. E. Benveniste, // vocabolario delle istituzioni indoeuropee, I-II, Einaudi, Torino; si veda anche E. Campanile, “Antichità indoeuropee”, in A. Giacalone Ramat& P. Ramat(a c. di), Le lingue indoeuropee, Il Mulino, Bologna, e J. Ries (a c. di), L 'uomo indoeuropeo e il sacro, Jaca Book-Massimo, Milano. Un argomento dibattuto da decenni come la nozione di “lingua poetica indoeuropea” (che consente di rintracciare nelle diverse letterature - Edda, Beomtlf, poemi omerici. Veda, Avesta - elementi di una fraseologia comune ed ereditaria) è stato di recente affrontato in un libro eccellente di G. Costa, Le origini della lingua poetica indeuropea, Leo Olschki, Firenze. Ries La riscoperta del pensiero religioso indoeuropeo L’opera magistrale di Dumézil. Le tre funzioni sociali e cosmiche. Le teologie tripartite. Le diverse funzioni nella teologia, nella mitologia e nell 'epopea Storia degli Studi. Aryaman e Paul Thieme Bibliografia italiana di Dumézil. Emanuele Castrucci. Castrucci. Keywords: sul conferimento di valore, il guerriero indo-germanico – Pound, conferire valore, implicanza pragmatica, l’implicanza di speranza, l’impieganza di speranza, Apel, prammatica.; Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Castrucci” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Catalfamo: FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO -- all’isola -- l’implicatura conversazionale e la metafisica della libertà – scuola di Catania -- filosofia italiana – filosofia siciliana -- Luigi Speranza (Catania). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Catania, Sicilia. Grice: “I love Catalfamo; his ‘metaphysics of freedom’ is better than anything that soi-dissant Dame Mary Warnock wrote on ‘existentialism’! Catalfamo, like most Italian philosophers, take, as Strawson and I do, the concept of a ‘person’ seriously – indeed, so seriously that he, along with a few other Italian philosopher, turn it into an –ism: his is a critical personalism, though, best defined as an expansion from scepsis to hope. Della corrente del "personalismo storico o critico".  Si laurea in Pedagogia e in Scienze Politiche. Prima assistente volontario di Galvano Della Volpe (che definisce unico filosofo a livello di Croce), poi discepolo di Vincenzo La Via (che si era formato alla scuola di Gentile, del quale era stato assistente), e suo collaboratore dal 1946, diviene libero docente, incaricato di Pedagogia e infine ordinario di Pedagogia. Fonda e diviene direttore dell'Istituto di Pedagogia all'Messina.  Il suo pensiero si snoda in quattro fasi: dell'epistemologo, del personalista storico ed antidogmatico, dello scettico, dell'uomo di fede. La formazione filosofica (fu Assistente di ruolo di Filosofia e scrisse sulla rivista "Teoresi", fondata dai suo maestro La Via) traspare nel suo pensiero pedagogico, concepito, e nel tempo modificato, all'insegna dell'apertura e dell'innovazione anche didattica. Nel suo personalismo, che ha come principi critici la storicità, la trascendenza e la problematicità "egli rintraccia nuovi aspetti... e incomincia a fare i conti con la storia e le sue fenomenologie", " il personalismo... lentamente ma inesorabilmente si qualificherà come «storico; la persona assume una significanza fenomenologica di unità... in costruzione", "Catalfamo collega l'esserci e il farsi della persona al flusso della realtà oggettiva, nel doppio senso: nell'influenza e stimolazione di questa verso quella e della trasformazione della realtà oggettiva ad opera della persona". "L'uomo come soggetto agente impedisce che l'esperienza sia un limite, cerca di oltrepassarla vedendo in essa quello che non è e quello che potenzialmente è. La persona, dunque, è una realtà trascendente". L'aspetto problematico del suo pensiero, infine, fa riferimento alla "posizione stessa della persona, la quale, costituita nell'esperienza, è radicata nella problematicità di essa, perché "il mondo per la persona è sempre un problema, così come un problema è il suo essere nel mondo".  C. è stato fondatore e direttore della rivista "Presenza" assieme al prof. Gianvito Resta; fondatore e direttore di "Prospettive pedagogiche". Prorettore dell'Messina. Gli è stata conferita dal Presidente della Repubblica, la Medaglia d'oro al merito della Scuola, della Cultura, dell'Arte. La Giunta del Comune di Messina gli ha intitolato un tratto di strada nei pressi dell'Università, all'Annunziata alta. Più recentemente, a Messina, si è tenuta una solenne cerimonia, nel corso della quale è stata scoperta una targa commemorativa, che riporta una sua rilevante riflessione, e gli è stato intitolato un Istituto Comprensivo.  Altre opere: Kant, Lezioni di pedagogia, Ed. Messina Empirismo pedagogico e filosofia, "Teoresi", anno IV, nn.1-2 Pedagogia e Filosofia, "Biblioteca dell'educatore", AVE, Milano Marxismo e Pedagogia, Avio, Roma Il fondamento della pedagogia. Disegno di una pedagogia personalistica, Sessa, Messina Personalismo pedagogico, Armando, Roma La pedagogia contemporanea e il personalismo, Armando, Roma L'educazione fondamentale, Armando, Roma I fondamenti del personalismo pedagogico, Armando, Roma La pedagogia dell'idealismo (corso universitario), Providente, Messina Elementi di psicopedagogia e pedagogia sperimentale (corso universitario), Providente, Messina Storia della pedagogia come scienza filosofica, Barbera, Firenze Criteriologia dell'insegnamento: la didattica del personalismo, Bemporad Marzocco, Firenze Personalismo senza dogmi, Armando, Roma Giuseppe Lombardo Radice, Ed. La Scuola, Brescia La pedagogia marxista sovietica (in collaborazione con Salvatore Agresta), Edizioni dell'Istituto, Messina La filosofia contemporanea dell'educazione, Istituto di Pedagogia, Messina Compendio di psicopedagogia e pedopsichiatria (in collaborazione co Vitetta), Parallelo 38, Reggio Calabria L'individualizzazione dell'insegnamento (in collaborazione con Agresta), Peloritana editrice, Messina Lo spiritualismo pedagogico, EDAS, Messina Introduzione alla psicologia dell'età evolutiva (in collaborazione con L. Smeriglio), A. Signorelli Editore, Roma Ideologia e pedagogia, EDAS, Messina La pedagogia del personalismo storico, EDAS, Messina L'ideologia e l'educazione, Peloritana, Messina Aspetti della socializzazione, Peloritana, Messina Le illusioni della pedagogia, Milella, Lecce Fondamenti di una pedagogia della speranza,La Scuola, Brescia L'educazione politica alla democrazia, Pellegrini Editore, Cosenza Educazione della persona e socializzazione, EDAS, Messina Preliminari ad una dottrina dell'apprendimento, Catalfamo e il personalismo critico. "Nuove Ipotesi" D.U.E.M.I.L.A., Palermo. Il personalismo Catalfamo, Accademia Peloritana dei Pericolanti. Di qui appunto si può anticipatamente scorgere, che le difficoltà più profonde incluse nel concetto di liberta,  si potranno risolvere coll’ idealismo in sè preso,  tanto poco quanto con qualunque altro sistema  parziale. L’ idealismo invero porge, della libertà,  da un lato il concetto più generale, dall’altro  quello meramente formale. Ma il concetto reale ’e  vivente è, che essa consista in una facoltà del  bene e del male.   Questo è il punto della difficoltà più grave, che,  in tutta la dottrina della libertà, è stata da lungo  tempo avvertita, e che tocca, non solo questo o  quel sistema, bensì, più o meno, tutti 1 : nel modo  più spiccato di cerio il concetto dell’immanenza;  poiché, o si ammette un male reale, e allora è  inevitabile collocare il male nell’ infinita sostanza o  nell’ originario volere stesso, con che si distrugge  interamente il concetto di un essere perfettissimo;  o bisogna negare in qualche maniera la realtà del  male, e con ciò svanisce insieme il concetto reale  di libertà. Non minore è l’intoppo, anche se intendiamo nel modo più esteso la relazione tra Dio e  gli esseri mondani; poiché, dato pure che essa  venga limitata al cosiddetto concursus, o a quella  necessaria cooperazione di Dio all’ agire delle creature, che dev’ esser accettata grazie alla essenziale  dipendenza loro da Dio, anche se vuoisi del resto  affermare la libertà: in tal caso però Dio apparirà  innegabilmente come cooperatore del male, giacché il permetterlo in un essere in tutto e per tutto  dipendente non vai meglio che il contribuire a  produrlo; o anche qui, in un modo o nell’altro,  dovrà esser negata la realtà del male. La proposizione che tutto il positivo della creatura venga  da Dio, anche in questo sistema dev’essere affermata. Ora, se si ammette che nel male vi sia al- Schlegel ha il merito di aver fatto valere  questa difficoltà specialmente contro il panteismo nel suo  scritto sugl’ Indiani e in parecchi luoghi; ma è a deplorare  soltanto che quest’ acuto erudito non abbia creduto opportuno comunicare la sua propria veduta sull’ origine del  male c sul suo rapporto col bene. cunchè di positivo, anche questo positivo deriverà  da Dio. Qui si potrà opporre: il positivo del male,  in quanto positivo, è bene. Con ciò il male non  viene a sparire, benché non venga neppure spiegato Infatti, se ciò che nel male sussiste' è bene,  donde mai nasce ciò, in cui questo sussistente è,  la base, che forma propriamente il male? Tutta  diversa da quest’affermazione (sebbene spesso,  anche di recente, confusa con la prima) è 1’ altra,  che nel male, in ogni caso, non vi sia nulla di  positivo, o, per usare un’espressione diversa, che  esso non esista affatto ( neppure con e in un altro  elemento positivo), ma che tutte le azioni siano  più o meno positive, e che la differenza tra loro  consista in un semplice plus o minus di perfezione,  con che non si stabilisce alcuna opposizione, e  però il male svanisce interamente. Sarebbe questa  la seconda possibile ipotesi in rapporto alla proposizione, che tutto il positivo scaturisca da Dio.  Allora la forza, che si mostra nel male, sarebbe  sì, al paragone, più imperfetta di quella che appare  nel bene, ma, considerata in sé, o fuori del paragone, sarebbe una perfezione pur sempre, la quale  dunque, come ogni altra, dev’ esser derivata da  Dio. Ciò che noi in tal caso chiamiamo un male,  è solo il minor grado di perfezione, il quale però  solo per il nostro bisogno di comparazione appare  come difetto, mentre nella natura non è punto. Che  questa sia la vera opinione di Spinoza, non è  possibile negare. Qualcuno potrebbe tentare di  sfuggire a quel dilemma, rispondendo: che il  positivo derivante da Dio sarebbe la libertà, la  quale è in se stessa indifferente verso il male e  il bene. Ma, se egli concepisce questa indifferenza,  non in modo puramente negativo, bensì come una Nel testo: « Seietide. vivente e positiva facoltà di determinarsi al bene  e al male, non si vede come da Dio, che vien  considerato come pura bontà, possa mai seguire  una facoltà di eleggere il male. È evidente da ciò,  per dirla di passaggio, che, se la libertà è realmente quel che in conformità di questo concetto  deve essere (ed è immancabilmente), non si può  essa giustificare con la già tentata derivazione  della libertà da Dio; poiché, se la libertà è un  potere di far il male, essa dovrà avere una radice  indipendente da Dio. Così incalzati, si può esser  tentati di gettarsi in braccio al dualismo. Ma questo  sistema, se dev’ esser concepito effettivamente come  la dottrina di due principii opposti e tra loro indipendenti, non è se non un sistema del suicidio e  dello sconforto della ragione. Se poi il principio  cattivo è pensato come dipendente in un certo  senso dal buono, tutta la difficoltà della derivazione del male dal bene è certo concentrata in  un solo essere, ma viene così ad essere accresciuta  anziché diminuita. Anche supponendo che questo  secondo essere fu dapprincipio creato buono e per  propria colpa si staccò dall'essere originario, resta  sempre inesplicabile in tutti i sistemi, che si son  avuti finora, la prima facoltà di un atto di ribellione a Dio. Perciò, anche se noi finiamo col  sopprimere, non solamente l’identità, ma ogni legame degli esseri mondani con Dio, considerando  la loro esistenza attuale e quella del mondo con  essa come un allontanamento da Dio, la difficoltà è solo spostata di un punto, ma non tolta.  Infatti, per potere scaturire da Dio, essi dovevano  già esistere in un certo modo, e non si potrebbe  menomamente opporre al panteismo la dottrina  dell’emanazione, presupponendo essa un’originaria  esistenza delle cose in Dio e quindi naturalmente  il panteismo. A spiegare quell’ allontanamento, si  potrebbe solo addurre quanto segue. O esso è    involontario da parte delle cose, ma non da parte  di Dio: e allora, siccome esse da Dio furono gettate nello stato d’ infelicità e di malizia, Dio è  1’ autore di un tale stato. O è involontario da ambe  le parti, cagionato forse da esuberanza dell’ essere,  come alcuni affermano: rappresentazione insostenibile affatto. O è volontario da parte delle cose,  uno svellersi da Dio, dunque la conseguenza di  una colpa, alla quale segue una sempre pivi profonda caduta: e allora questa prima colpa è già  per se stessa il male, e non dà alcuna spiegazione dell’ origine di esso. Senza un tale espediente poi, che, se spiega il male nel mondo,  estingue viceversa, e interamente, il bene, e invece  del panteismo introduce un pandenionismo, svanisce precisamente nel sistema dell’ emanazione  ogni proprio contrasto di bene e male; il Primo, si perde per infiniti gradi intermedii, mediante un  graduale attenuarsi, in ciò che non ha più alcuna  parvenza di bene, suppergiù allo stesso modo in  cui Plotino, 1 con sottigliezza bensì, ma senza  lasciar appagati, descrive il transito del bene originario nella materia e nel male. Invero, da un  costante processo di subordinazione e di allontanamento, vien fuori un Ultimo, di là dal quale il  divenire è impossibile, e questo appunto (ciò che  è incapace di produrre ulteriormente) è il male.  Ovvero: se qualche cosa è dopo il Primo, dev’ esserci anche un Ultimo, che del Primo non ha più  nulla in sè, e questo è la materia e la necessità  del male. Dopo tali considerazioni, non sembra giusto  rovesciare tutto il peso di questa difficoltà su di  un solo sistema, specialmente se ciò che di più  alto si pretende di opporgli, è così poco soddi1 Ennead. I. L. Vili, c. 8.    sfacente. Anche le generalità dell’ idealismo non  ci possono dare qui alcun aiuto. Con dei concetti  lambiccati di Dio, come /’ actus purissimùs, del  genere di quelli che stabiliva la filosofia antica, o  di quelli, che la moderna cava fuori pur sempre,  con la preoccupazione di tenere Dio a gran distanza dall’ intiera natura, non si riesce a nulla  di nulla. Dio è qualcosa di più reale che un semplice ordinamento morale del cosmo, ed ha in sè  ben altre e ben più vive forze motrici di quelle  che P arida sottigliezza degl’ idealisti astratti gli  attribuisce. L’orrore per ogni realtà, quasi che lo  spirituale possa contaminarsi in ogni contatto con  essa, deve naturalmente produrre anche la cecità  per l’origine del male. L’idealismo, se non ha per  base un realismo vivente, diviene un sistema altrettanto vuoto e lambiccato, quanto il leibniziano, lo  spinoziano, o qualunque altro sistema dogmatico.  Tutta la nuova filosofia europea dal suo principio  (con Descartes) ha questo comune difetto, che la  natura non esiste per essa, e che le manca un  vivo fondamento. Il realismo dello Spinoza è pertanto così astratto, come l’idealismo del Leibniz.  L’idealismo è l’anima della filosofia; il realismo  n’ è il corpo; solo tutti e due insieme fanno un  tutto vivente. Il secondo non può mai offrire il  principio, ma bisogna che sia la base ed il mezzo,  in cui quello si realizza, prendendo carne esangue.  Se ad una filosofia manca questo fondamento vivo,  il che d’ ordinario è segno che anche il principio  idea'e aveva originariamente in essa una debole  efficacia: essa verrà a perdersi in quei sistemi, i  cui distillati concetti di aseità, modificazioni ecc.  stanno nel più acuto contrasto con la forza vitale  e la pienezza della realtà. Dove poi il principio  ideale è fornito davvero e in alta misura di forza  operativa, ma non può trovare una base di conciliazione e di mediazione, produrrà un torbido e selvaggio entusiasmo, che finirà nella macerazione  di se stessi, o, come accadeva ai sacerdoti della  dea Frigia, nell’ evirazione, la quale in filosofia si  compie abbandonando la ragione e la scienza.   È parso necessario incominciare questo trattato  con la giustificazione di concetti essenziali, che  da lungo tempo, ma in particolare ultimamente,  sono stati ingarbugliati. Le osservazioni fatte sinora debbono perciò considerarsi come semplice  introduzione alla nostra indagine vera e propria.  Noi l’abbiamo già dichiarato: solo con i principii d: una vera filosofia della natura si può  svolgere quella veduta, che dà completa soddisfa  zione al tema che ci proponiamo. Noi non neghiamo perciò che una tale esatta veduta sia stata  già da lungo tempo anticipata da alcuni intelletti. Ma erano anch’ essi appunto quelli, che senza temere gli epiteti ingiuriosi di materialismo, panteismo ecc., usuali da un pezzo contro ogni filosofia  realistica, cercavano il principio vivente della natura, e, in contrapposto ai dogmatici ed agl’idealisti astratti, che li respingevano come mistici,  erano filosofi naturali (nell’ uno e nell’altro senso). La filosofia naturale dei nostri tempi ha per la prima volta introdotta nella scienza la distinzione tra  l’essere, in quanto esiste, e l’essere, in quanto  è semplice fondamento di esistenza. Tale distinzione è vecchia quanto la prima esposizione scientifica di essa. 1 Nonostante che proprio in questo  punto essa diverga nel modo più reciso dalla via  di Spinoza, pure in Oermania si è poiuto fin adesso  affermare che i suoi principii metafisici siano tutt’uno con quelli di Spinoza; e sebbene quella distinzione appunto porti nello stesso tempo la più recisa Si veda nella Zeitschrift tur spekul. Physik Bd. II,  Heft 2, § 54 nota, inoltre nota 1 al § 93 e la  spiegaz. a p. 114 [S. 203).  distinzione della natura da Dio, ciò non ha impedito che la si accusasse di confondere Dio con  la natura. Poiché sulla medesima distinzione si  fonda la presente ricerca, sia detto quanto segue  a fine d’ illustrarla.   Non esistendo nulla prima o fuori di Dio, conviene che egli abbia in se stesso il fondamento della  sua esistenza. Cosi dicono tutti i filosofi; ma  essi parlano di questo fondamento come di un  puro concetto, senza farne alcunché di reale e di  effettivo. Questo fondamento della sua esistenza,  che Dio ha in sé, non è Dio assolutamente considerato, cioè in quanto esiste; poiché esso non  è se non il fondamento della sua esistenza, esso  è la natura in Dio; un essere inseparabile, è  vero, ma pur distinto da lui. Questo rapporto si  può chiarire analogicamente con quello tra la  forza di gravità e la luce nella natura. La forza  di gravità precede la luce, come suo eternamente oscuro fondamento, il quale per se stesso non è  actu e si dilegua nella notte, mentre la luce  (l’esistente) sorge. 11 suggello, sotto cui essa è  chiusa, non è sciolto interamente neppur dalla  luce. ' Appunto perciò essa non è nè l’ essenza  pura nè l’essere attuale dell’ assoluta identità, ma  non fa se non seguire dalla sua natura; o essa  è, considerata in altri termini nella potenza determinata: poiché del resto, anche ciò, che relativamente alla forza di gravità appare come esistente,  in se stesso poi appartiene al fondamento, e la  natura in genere è pertanto ciò che rimane di là  dall’essere assoluto dall’identità assoluta. 3 Per  quanto del resto concerne quella precedenza, essa  non è a concepirsi nè come precedenza di tempo,  nè come priorità di essenza. Nel circolo, da cui  ogni cosa deriva, non v’ è alcuna contradizione  ad ammettere che ciò, da cui 1’ Uno è prodotto,  sia alla sua volta prodotto da esso. Non v'è qui  un primo ed un ultimo, perchè tutto si presuppone  a vicenda, nessuna cosa è 1’ altra e tuttavia non è  senza l’altra. Dio ha in sè un intimo fondamento  della sua esistenza, che in questo senso precede  lui come esistente; ma Dio a sua volta è del pari il  Prius del fondamento, giacché questo, anche come  tale, non potrebbe essere, se Dio non esistesse actu.   Alla medesima distinzione porta la riflessione  scaturiente dalle cose. Primieramente è da lasciare  affatto in disparte il concetto dell’ immanenza, in  quanto esprima per avventura una morta comprensione delle cose in Dio. Noi riconosciamo piuttosto, che il concetto del divenire sia l’unico appropriato alla natura delle cose. Ma queste non  possono divenire in Dio, assolutamente considerato, mentre sono tato genere, o per parlare più  giusto, infinitamente diverse da lui. Per essere  staccate da Dio, occorre che divengano in una  base differente da lui. Ma nulla potendo essere  fuori di Dio, la contradizione si scioglie solo ammettendo, che le cose abbiano la loro base in ciò  che in Dio non è Egli stesso ', ovvero in ciò che  è base della sua esistenza. Se vogliamo accostare maggiormente quest’essere all’intelletto umano, possiamo dire che egli sia il desiderio che sente l’Eterno Uno, di generare È questo l’unico vero dualismo, cioè quello che nello  stesso tempo concede un’unità. Più su era in questione il  dualismo modificato, secondo cui il principio malvagio è, non  coordinato, ma subordinato al buono. C’e appena datemere  che qualcuno confonda il rapporto stabilito qui con quel  dualismo, in cui il subordinato è sempre un principio essenzialmente cattivo, e appunto perciò rimane totalmente  incomprensibile nella sua origine da Dio.  se stesso. Non è l’Uno stesso, ma pure è coeterno  con lui. Vuol generare Dio, cioè l’impenetrabile  unità, ma in questo senso non è in se stess’o an  cora V unità. È dunque, considerato per sè, anche  volere; ma volere in cui non c’è intelligenza, e però  anche, non autonomo e perfetto volere, perchè l’intelletto propriamente è il volere nel volere. Tuttavia  esso è un volere che si dirige all’ intelletto, cioè  desiderio e brama di esso; non un conscio, ma  un presago volere, il cui presagio è l’intelletto.  Noi parliamo dell’essenza del desiderio in sè e  per sè considerata, che dev’essere ben tenuta  d’occhio quantunque sia stata da gran tempo soppiantata dal principio superiore, che si è elevato  da essa, e quantunque non possiamo afferrarla  sensibilmente, ma solo con lo spirito e col pensiero. Secondo l’eterno atto dell' auto- rivelazione,  tutto invero nel mondo, come lo scorgiamo adesso,  è regola, ordine e forma; ma nel fondo c’è pur  sempre l’irregolare, come se una volta dovesse  ricomparire alla luce, e non sembra mai che l’ ordine e la forma siano l’originario, ma che qualcosa di originariamente irregolare sia stata sollevata ad ordine. Questo è nelle cose l’inafferrabile  base della realtà, il residuo non mai appariscente,  ciò, che, per quanti sforzi si facciano, non si può  risolvere in elemento intellettuale, ma resta nel  fondo eternamente. Da questo Irrazionale è,- nel  senso proprio, nato l’ intelletto. Senza il precedere  di questa oscurità, non v’è alcuna realtà della  creatura; la tenebra è il suo retaggio necessario.  Dio solo egli medesimo l’Esistente — abita  nella pura luce, poiché egli solo è da se stesso.  La presunzione dell’ uomo si ribella assolutamente  a quest’origine, e anzi va in cerca di principi!  morali. Tuttavia non sapremmo che cos'altro potesse maggiormente spinger l’ uomo a tendere con  tutte le sue forze verso la luce, che la coscienza  della profonda notte, da cui egli è stato tratto all’esistenza. I lamenti feminei, che in tal modo si  ponga F inintelligente come radice dell’intelletto, la  notte come principio della luce, si fondano in  parte su di un’equivoca interpretazione della cosa  (in quanto non si capisce, come con questa veduta la priorità dell’intelletto e dell’essenza secondo il concetto possa tuttavia sussistere); ma essi  esprimono il vero sistema degli odierni filosofi,  che volentieri produrrebbero fumum ex fulgore, al  che non basta la potentissima precipitazione fichtiana. Ogni nascita è nascita dall’ oscurità alla  luce; il seme dev’essere profondato nella terra e  morire nelle tenebre, affinchè la bella e luminosa  forma vegetale si aderga e si spieghi ai raggi del  sole. L’uomo vien formato nel corpo della madre;  e dal buio dell’irrazionale (dal sentimento, dalla  brama, 1 splendida madre della conoscenza) germogliano i luminosi pensieri. Noi pertanto dobbiamo rappresentarci la brama originaria, come dirigentesi verso l’intelletto, che essa non ancora  conosce, così come noi nell’aspirazione aneliamo  ad un bene ignoto e senza nome, e agitantesi presaga, come un mare che ondeggia e ribolle, simile  alla materia di Platone, secondo una legge oscura  ed incerta, senza la capacità di formare qualcosa  che duri. Ma, rispondendo alla brama, che, quale  fondamento ancora oscuro, è il primo segno di  vita dell’essere divino, si genera in Dio stesso  un’ intima riflessiva rappresentazione, mercè la  quale, poiché non può avere altro oggetto che  Dio, Dio contempla in una immagine se stesso.  Tale rappresentazione è la prima forma in cui si  realizza Dio, assolutamente considerato, benché  solo in lui stesso ; è in Dio inizialmente, ed è Dio Nel testo: Sehnsucht ». stesso generato in Dio. Tale rappresentazione è  ad un tempo l’ intelletto  il verbo di quell’aspirazione, e l’eterno spirito, che sente in ih il  verbo e insieme l’infinita aspirazione, mosso dall’amore, che è egli medesimo, esprime il verbo,  che oramai, accoppiandosi l’intelletto all’aspirazione, diviene volontà liberamente creativa e onnipotente, e nella natura, dapprincipio sregolata, produce come in un suo elemento o strumento. Il primo effetto dell’ intelligenza in essa è la separazione delle forze, potendo egli solo così dispiegare l’unità che vi è contenuta inconsciamente,  quasi in un seme, eppur necessariamente, a quel  modo stesso che nell’ uomo la luce s’ insinua nell’oscuro desiderio di cercare qualcosa, per il fatto,  che nel caotico tumulto dei pensieri, che tutti  s’intrecciano, ma ognuno impedisce all’altro di sorgere, i pensieri si scindono e sorge l’unità, che è  nascosta nel fondo e che tutti li comprende sotto di  sè; o come nella pianta, solo nel rapporto del dispiegarsi e propagarsi delle forze, si scioglie l’oscuro vincolo della gravità e viene a svilupparsi  l’unità nascosta nella materia distinta. Poiché invero quest’essere (della natura primordiale) non  è altro che l’eterno fondamento dell’esistenza di  Dio, perciò deve contenere in se stesso, benché  chiara, l’essenza di Dio, quasi un lume di vita  risplendente nell’oscurità. II desiderio poi, eccitato  dall’ intelligenza, tende ormai a conservare quel  lume di vita che ha accolto in sè, e a rinchiudersi  in se stesso, per rimanere pur sempre come fondamento. Quando perciò l’intelletto, o il lume  posto nella natura primordiale, spinge alla separazione delle forze (all’abbandono dell’oscurità) il  desiderio che si ritira in se stesso, facendo sor- Nel senso in cui si dice: la parola dell’enigma.] gere, appunto in questa separazione, l’unità inclusa nel distinto, il nascosto lume di vita, nasce  in tal modo per la prima volta alcunché di comprensibile o di singolo, e in verità, non per via  di rappresentazione esterna, bensì di vera immaginazione, ' poiché quel che sorge nella natura è  figurato di dentro; o, più esattamente ancora, per  via di un risveglio, in quanto che l’intelletto fa  sorgere l’unità o l’idea occultata nel fondamentale distinto . Le forze separate (ma non completamente staccate) in tale distinzione son la materia,  onde poi è configurato il corpo; invece il legame  vivente che nasce nella distinzione, e però dall’imo  fondo naturale, come centro delle forze, è l’anima. Siccome l’intelletto originario trae l’anima,  come elemento interiore, da un fondo indipenden e da esso, rimane perciò anch’essa indipendente, come un’essenza speciale e sussistente di  per sé.   È facile vedere, che nella resistenza del desiderio, necessaria alla perfetta nascita, il legame  strettissimo delle forze si scioglie in uno svolgimento che avviene per gradi e, ad ogni grado  della separazione delle forze, sorge dalla natura un  nuovo essere, la cui anima sarà tanto più perfetta, quanto più contiene distinto ciò, che negli  altri è ancora indistinto. Mostrare come ogni successivo processo venga ad avvicinarsi sempre  più all’essenza della natura, finché nella massima  separazione delle forze si schiude il più intimo  centro, è ufficio di una perfetta filosofia della  natura. Per lo scopo presente è essenziale quanto  segue. Ognuno degli esseri, sorti nella natura Nel testo; Ein-Bildilng, onde un gioco di parole intraducibile nella nostra lingua. Alla lettera; nel fondamento distinto; in dcm geschiedenen Grande.  secondo la maniera indicata, ha in sè un doppio  principio, che è uno e identico in fondo, ma sipuò considerare sotto due aspetti. Il primo principio è quello, per cui essi son distinti da Dio,  o per cui sono nel solo fondamento; ma, siccome  tra ciò, che è esemplato nel fondamento, e ciò,  che è esemplato nell’intelletto, ha pur luogo una  originaria unità, e il processo della creazione tende  solo a trasmutare internamente o a rischiarare  nella luce il principio originariamente oscuro  (perchè l’intelletto, o la luce introdotta nella natura, cerca in fondo propriamente la luce affine,  rivolta a loro): così il principio tenebroso per sua  natura è appunto quello, che è insieme rischiarato nella luce, ed entrambi, sebbene in determinato grado, son uno in ogni essere naturale. Il  principio, in quanto nasce dal fondo ed è oscuro,  è il volere individuale della creatura, il quale però,  in quanto non è ancora assurto (non comprende)  a perfetta unità con la luce (come principio dell’intelletto), è mera passione o brama, ossia volere cieco. A questo volere individuale della creatura si contrappone l’intelletto come volere universale, che si serve del primo, subordinandolo a  sè come semplice strumento. Se infine, procedendo la trasformazione e separazione di tutte le  forze, è messo in piena luce il punto più interno  e profondo della primordiale oscurità in un essere, allora il volere di quest’essere è bensì, in  quanto esso è un individuo, egualmente un volere particolare, ma in sè, o come centro di tutti  gli altri voleri particolari, è uno col volere originario o coll’intelletto, cosicché di entrambi si fa  ora un unico insieme. Quest’elevazione del più  profondo centro alla luce non accade in nessuna delle creature a noi visibili fuorché nell’uomo. Nell’uomo è tutta la potenza del principio  tenebroso e ad un tempo tutta la potenza della luce. In lui è il più profondo abisso e il più alto  cielo, o entrambi i centri. Il volere dell’uomo è  il germe occultato nell’ eterna brama di un Dio  esistente ancora nel fondamento; il divino lume  di vita chiuso nel profondo e che Dio vide, quando  concepì il volere di crear la natura. In lui soltanto  (nell’ uomo) Dio ha amato il mondo; e la brama  accolse nel suo centro appunto quest’immagine  di Dio, quando entrò in conflitto con la luce.  L’uomo per ciò, che egli scaturisce dall’ imo fondo  (è una creatura), ha in sè un principio indipendente per rapporto a Dio; ma per ciò, che siffatto principio senza cessare tuttavia di essere  tenebroso nel suo fondo è chiarificato nella  luce, si schiude insieme in lui qualcosa di più  alto, lo spirito. Infatti l’eterno spirito esprime  l’unità o il verbo nella natura. 11 verbo espresso  (reale) poi è solo nell’unità di luce e tenebre  (vocale e consonante). Ora in tutte le cose vi  sono bensì i due principii, ma senza piena consonanza, a causa della manchevolezza di ciò che è  elevato dal fondo. Solo nell’uomo dunque è pienamente espresso il verbo, che in tutte le altre cose  è ancora arrestato e incompiuto. Ma nel verbo  espresso viene a rivelarsi lo spirito, cioè Dio, esistente come actu. Essendo poi l’ anima identità  vivente dei due principii, essa è spirito; e lo spirito è in Dio. Ora, se nello spirito dell’ uomo  l’identità dei due principii fosse altrettanto indissolubile che in Dio, non vi sarebbe alcuna differenza, cioè Dio, come spirito, non si rivelerebbe.  Quella medesima unità, che in Dio è inseparabile,  deve essere adunque separabile nell’ uomo, ed  ecco la possibilità del bene e del male.  libertà Capacità del soggetto di agire (o di non agire) senza costrizioni o impedimenti esterni, e di autodeterminarsi scegliendo autonomamente i fini e i mezzi atti a conseguirli. La l. può essere definita in riferimento a tre elementi: il soggetto o i soggetti di l. (chi è libero), i campi entro cui essi sono liberi (definiti dai vincoli), gli scopi o i beni socialmente riconosciuti che si è liberi di perseguire (che cosa si è liberi di fare). Come vi sono vari tipi di agenti che possono essere liberi (persone, associazioni, Stati), così vi sono molti tipi di condizioni che li vincolano e innumerevoli generi di cose che essi sono liberi o non liberi di fare. In questo senso esistono molte l. diverse (morale, giuridica, politica, religiosa, economica, ecc.). Di conseguenza, quando cerchiamo di definire stati di l., abbiamo a che fare con questioni relative all’identificazione di chi, sotto quale descrizione pertinente per il riconoscimento collettivo, è libero di fare che cosa, rispetto a quali vincoli, entro quale campo di azione e significato sociale. La riflessione sul tema della l. accompagna tutta lo storia del pensiero filosofico, dall’antichità all’epoca contemporanea, con accenti e approcci diversi.   Il tema della libertà nella filosofia antica. Nel pensiero di Socrate hanno un grande rilievo i due motivi, strettamente connessi tra loro, della involontarietà del male e dell’attraenza del bene. Socrate è convinto che nessuno fa il male volontariamente, cioè per il gusto di fare il male, e che ognuno agisce sempre in vista di quello che egli crede sia il bene e il meglio per lui. Se per questo verso Socrate resta all’interno del cosiddetto soggettivismo dei sofisti, nel senso che anche per lui non è mai possibile uscire dall’ambito delle valutazioni, dei gusti e delle preferenze individuali, tuttavia questi vengono continuamente giudicati, criticati e discussi attraverso il διαλέγεσϑαι («il disputare») e ciò permette di ritrovare criteri comuni e validi universalmente. Fare il male, per Socrate, vuol dire seguire un bene apparente invece del bene reale; infatti, se uno conoscesse il bene, lo farebbe anche, perché il bene è tale che, una volta conosciuto, attrae irresistibilmente la volontà dell’uomo e si presenta senz’altro come ciò che è preferibile. Di qui l’equazione socratica di scienza e virtù, strettamente connessa all’eudemonismo che caratterizza tutta l’etica socratica. Di qui, implicitamente, una concezione della l. come meta raggiungibile attraverso la scienza. Questa concezione ritorna anche in Platone, sia pure all’interno di una prospettiva escatologica: si pensi al mito di Er (Repubblica), il guerriero che ha passato dodici giorni nell’Ade e che può ricordare ciò che ha visto. L’anima, che è immortale, deve reincarnarsi ciclicamente per espiare i peccati che ha commesso, e poiché essa ricorda le sue vite precedenti, può scegliere fra vari «modelli di vita». Ciascuna anima è responsabile della propria scelta, «la divinità non vi ha minimamente parte», e ognuna avrà, per guidarla nella sua vita, il demone che si sarà scelto. Una volta avvenuta la decisione, non ci sarà più possibilità di sottrarvisi. Ma solo chi ha ascoltato la filosofia sa riflettere con discernimento: se la scelta, dunque, è libera, di questa l. è possibile fruire nel migliore dei modi solo attraverso la filosofia. Anche in Aristotele troviamo il consueto rapporto greco tra l. e conoscenza. Secondo l’analisi svolta nell’Etica nicomachea (III, 1), involontarie sono quelle operazioni «che avvengono per costrizione» o «per ignoranza»; la costrizione ha luogo ogni volta che «il principio dell’azione sia esteriore, di modo che l’agente, o paziente, non vi contribuisca per nulla. Quanto alle azioni commesse per ignoranza, l’involontarietà deriva dal fatto che «ogni malvagio ignora ciò che si deve fare e ciò da cui ci si deve astenere». Pare dunque, conclude Aristotele, che «sia volontario ciò il cui principio si trova nell’agente che conosce tutte le circostanze particolari dell’azione». In questo modo Aristotele congiunge strettamente la l. del volere alla scelta volontaria. Un’ampia analisi dei problemi connessi con la libertà ci dà Plotino nelle Enneadi. Egli si chiede «se sia qualche cosa rimessa alla nostra libertà», e poiché moltissime sono le passioni che ci trascinano, «noi ci domandiamo perplessi», dice Plotino, «se non siamo, per avventura, altro che nulla, e nulla sia rimesso alla nostra libertà». Plotino riconduce la l. del volere non a un impulso sensibile, bensì «al retto ragionamento e alla giusta tendenza»; è necessar io, insomma, che «la ragione e la conoscenza si rivolgano proprio contro l’impulso e lo vincano». Perciò esse devono rifarsi a un principio non-sensibile, a una non-sensibile tendenza al bene. Coloro che sono guidati da impulsi sensibili, non potremo considerarli, sostiene quindi Plotino, «compresi sotto un principio di l., perché anche agli incapaci, che agiscono per lo più in quel modo, non riconosceremo mai l. del volere: a chi, invece, per la virtù operosa del suo intelletto, è immune dalla passionalità del corpo, attribuiremo veramente la libera indipendenza». Cristianesimo e Riforma. Sul concetto di l. influisce in modo profondo l’avvento del cristianesimo. Hegel osservava a questo proposito (Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio) che intere parti del mondo, l’Africa e l’Oriente, non avevano mai avuto questa nuova idea della l.; i Greci e i Romani, Platone e Aristotele, e anche gli stoici sapevano solo che l’uomo è realmente libero in virtù della nascita (come cittadino spartano, ateniese, ecc.) o in virtù della forza del carattere e della cultura, in virtù della filosofia (lo schiavo, anche come schiavo e in catene, è libero). Ma una nuova idea di l. si afferma per opera del cristianesimo; per il quale l’individuo come tale ha valore infinito, ed essendo oggetto e scopo dell’amore di Dio, è destinato ad avere relazione assoluta con Dio come spirito, e a far sì che questo spirito dimori in lui: cioè l’uomo in sé è destinato alla somma libertà. Se il concetto di l. del volere diventa centrale per il cristianesimo, perché senza la l. dell’uomo non sarebbe concepibile il peccato, e dunque non avrebbe senso alcuno la redenzione, tuttavia il concetto di l. deve congiungersi strettamente a quello di grazia divina, a un qualcosa cioè di esterno e indipendente. Agostino sente la necessità di affermare la responsabilità umana e insieme un prestabilito disegno divino. A Pelagio, che asseriva che il volere umano, dopo il peccato, può anche volgersi al bene, Agostino risponde che certamente «può»; ma la maniera in cui riesce concretamente a volere quel bene che «può» volere è che le reali forze di volerlo gli siano date da quello stesso vivente Bene a cui volse le spalle. E a Giuliano d’Eclano Agostino risponde che la predeterminazione divina non annulla ma include il libero arbitrio umano e le sue scelte, e che, se Dio concede il suo aiuto a chi vuole, ciò non toglie che con un volere libero, sebbene ridestato dall’aiuto divino, l’uomo riesca a volere il bene, sicché un reale merito, per quanto reso possibile solo dalla grazia, è premiato con la salvezza. Tommaso, a sua volta, sostiene che il poter fare il male proviene sì dalla l., ma da un suo difetto, non da una sua perfezione: «che il libero arbitrio possa scegliere oggetti diversi rispettando l’ordine delle finalità, appartiene alla perfezione della l.: ma che scelga alcunché travolgendo tale ordine – ciò che è peccare – questo appartiene a un difetto di libertà» (Summa theologiae). Dopo il Medioevo, nel quale la soluzione agostiniana è accolta da taluni con più intensa accentuazione dell’onnipotenza della grazia nel volere umano, da altri con maggiore preoccupazione di mostrare che il libero arbitrio non è tolto neppure dall’onnipotenza della grazia, il Cinquecento è il secolo nel quale la questione è ridiscussa interamente. Da un’interpretazione di Agostino sorgono le dottrine di Calvino e di Lutero, entrambe negatrici di ogni libero arbitrio umano, entrambe affermatrici di una l. nel bene che coincide con la più rigorosa necessitazione del volere umano da parte della grazia. Per i rifor- matori la l. cristiana è una realtà ‘spirituale’: essi avversano con decisione la sua interpretazione distorta in termini politici. Se Lutero, tornando a un’interpretazione di Paolo, si impegna a fondo nella critica della l. cristiana come libertas ecclesiae, che nient’altro diviene se non l’insieme dei privilegi, delle immunità e delle rivendicazioni dell’istituzione ecclesiastica, Calvino sottrae al regimen politicum o all’ordinamento civile il concetto della l. cristiana, che viene invece ascritto all’ambito autonomo della teologia. La tesi della l. della coscienza vincolata soltanto alla parola di Dio, in quanto tale non sottoposta ad alcuna autorità ecclesiastica o secolare, e l’aperta protesta contro una simile coartazione della coscienza, il rigetto delle pretese mondane di potere della Chiesa e della sua sovraordinazione all’ambito statuale-secolare prepareranno la strada alla concezione moderna della l. e al dibattito sul suo significato politico-giuridico. Il dibattito su libertà e necessità. Nel Seicento, Spinoza ripristina il concetto stoico dell’universale necessità e il concetto parimenti stoico di una l. che non presuppone, anzi nega il libero arbitrio, ed è fatta consistere nel riconoscimento e nell’accettazione della necessità universale stessa. Nel secolo seguente abbiamo la concezione di Kant, con la sua distinzione tra leggi della necessità, che regolano i fenomeni dell’Universo naturale, e le leggi morali o leggi della libertà. Per «l. morale» si deve intendere, secondo Kant, la facoltà di adeguarsi alle leggi che la nostra ragione dà a noi stessi. Noi possiamo dunque scegliere tra il seguire la causalità empirica, che rende il nostro volere eteronomo, e l’obbedire alla legge morale che, esprimendo l’essenza più profonda del nostro Io, rende il nostro volere autonomo e, così, libero. E come l’essenza profonda del nostro essere è la l., così all’origine dell’intero Universo che alla scienza si presenta determinato, è il libero volere di un Essere intelligente, che ordina teleologicamente ciò che alla conoscenza scientifica appare invece meccanicamente causato. La l. come autonomia morale dell’uomo e sua intima dignità è il grande concetto che Fichte svolge, riprendendolo da Kant. Al concetto, elaborato da alcuni scolastici, di «l. o arbitrio d’indifferenza» (facoltà di volere, immotivatamente o indifferentemente, l’una o l’altra di due cose contrarie o anche nessuna delle due), che, non sapendo o non potendo risolvere la propria indifferenza, resta in fondo un’inerte possibilità d’azione, Hegel oppone un concetto più concreto della l., quello della l. come autodeterminazione e intima spirituale necessità. Al determinismo positivistico reagiscono tutte le filosofie del «ritorno a Kant», intese a salvare la l. della condotta morale. E, nel quadro del ritorno all’idealismo classico dei primi decenni dell’Ottocento, i movimenti neohegeliani insistono sulla hegeliana coincidenza di l. e necessità, rinnovando la polemica contro il mero arbitrio o l. d’indifferenza. Il rifiuto della concezione hegeliana della l. come processo speculativo della ragione universale distingue invece il pensiero di Marx, che identifica la l. con un processo di liberazione economica, politica e sociale volto ad affrancare l’uomo dal bisogno e dalla lotta di classe e a creare le condizioni per una concreta autorealizzazione materiale e spirituale. Per tutt’altra via passa l’opposizione all’hegelismo intrapresa dal contingentismo, per il quale nella l. è da vedere anzitutto indeterminazione; e spontaneità, piuttosto che autodeterminazione, cioè autonomia, è la l. per la filosofia dello «slancio vitale» (Bergson). Nell’esistenzialismo la l. viene a coincidere con la stessa necessità della situazione, di fronte alla quale l’uomo non ha altra scelta che accettarla consapevolmente o piombare nella «esistenza inautentica», come in Heidegger. In L’essere e il nulla Sartre sostiene che l’uomo è «essenzialmente» libero di scegliere, in quanto sua caratteristica è la «mancanza», il «nulla» di essere, ed è perciò continuamente teso alla scelta di possibilità esistenziali. L’equivalenza, di qui derivante, di tutte le scelte viene tuttavia eliminata nelle opere successive.   Il dibattito contemporaneo. Il significato politico-giuridico del concetto di l. è al centro del dibattito contemporaneo. Particolarmente influente è stata a questo riguardo la distinzione espressa da Berlin fra l. negativa e l. positiva, fra l. da e l. di: la prima concerne l’area entro la quale una persona è o dovrebbe essere lasciata fare o essere ciò che è in grado di fare o essere senza interferenze da parte di altre persone. La seconda riguarda l’area in cui si situa la fonte del controllo e dell’interferenza che può determinare che qualcuno faccia o sia una cosa piuttosto che un’altra. La l. negativa corrisponde alla l. dei ‘moderni’ di Constant, che ne definisce appunto il senso e il valore nella celebre contrapposizione con la l. degli ‘antichi’; essa è l’indipendenza individuale difesa da J.S. Mill: il soggetto della l. negativa è l’individuo, e l’arena della l. negativa è circoscritta da un confine che, per quanto mobile e variamente tracciato, separa la sfera ‘privata’ dalla sfera ‘pubblica’, la sfera individuale da quella collettiva. L’assenza di vincoli o interferenze va quindi interpretata principalmente come assenza di vincoli o interferenze da parte dei detentori di autorità legittima, che è tale se e solo se non viola o viola il meno possibile l’autonomia individuale. Contro la distinzione analitica dei due concetti di l. si è espresso Rawls nella sua teoria della giustizia come equità. La l. o, meglio, il sistema delle l. è oggetto del primo principio di giustizia. Esso prescrive che il sistema delle l. sia per ciascuno il più ampio possibile, compatibilmente con il sistema delle l. di ciascun altro. Nella prospettiva di Rawls, la massimizzazione del sistema delle l. individuali è prioritaria rispetto a quanto prescritto dal secondo principio di giustizia, il cosiddetto principio di differenza, che deve modellare le istituzioni responsabili della distribuzione di una classe particolare di risorse, considerate come beni sociali primari spettanti a tutti i cittadini. Accettare la priorità dell’eguale sistema delle l. implica accettare un principio di equità nella distribuzione dei beni sociali primari, in quanto un eguale sistema di l. non ha, di regola, eguale valore per individui diversamente dotati. Proponendo un ordinamento fra l. ed equità, espresso dalla priorità del principio di l. sul principio di differenza, Rawls ha di mira la soluzione di un conflitto fra la l. e un altro valore sociale quale l’uguaglianza. A questa prospettiva, e ai suoi importanti sviluppi ad opera di Sen e di Dworkin, si contrappone radicalmente la tesi sui diritti negativi propria della teoria libertaria. In partic., Nozick ha confutato la pretesa di teorie della giustizia distributiva di proporre criteri o modelli di distribuzione giusta. Se ci si basa sull’assegnazione di valore intrinseco alla l. individuale, qualsiasi precetto distributivo è inaccettabile perché non può che violare la l. individuale stessa. Nella più recente controversia nell’ambito della teoria normativa, il conflitto distributivo ha finito per lasciare spazio ad altro tipo di conflitto, il conflitto di identità o conflitto per il riconoscimento. E questioni relative all’assegnazione di valore alle l. si sono così connesse a questioni di riconoscimento di nuove identità o di identità prima escluse, a questioni di inclusione in o esclusione da comunità di ‘pari’ dai differenti confini.Elzeviro Catalfamo. Il personalismo di Catalfamo. Giuseppe Catalfamo. Keywords: metafisica della libertà, il concetto di persona, la transubstanziazione dell’umano nella persona, identita personale, il concetto di persona, pronome personale, la prima persona duale --, il ‘noi’ -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Catalfamo” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Catena: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della logica matematica -- logica arimmetica – la base arimmetica della metafisica – scuola di Venezia – scuola veneta – filosofia veeziana – filosofia veeta -- filosofia veneziana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “I love Catena – of course he thought he was being an Aristotelian – and the confusing title he gave to his philosophising – Universa loca Aristotelis’ would have you think that – but he is a thorough Platonist – consider ‘pulcher’ as applied to Alicibiades – but ‘pulcher’ gives ‘pulchrum,’ an universal --!” Precursore della rivoluzione scientifica rinascimentale, indaga i rapporti tra matematica, logica e filosofia, occupando la stessa cattedra in seguito occupata da Galilei. Filosofo, eccellente conoscitore del latino. Lettore pubblico di metafisica a Padova. Gli succedettero Moleti, poi Galilei.  Pubblica a Venezia “Universa loca in logica Aristotelis in mathematicas disciplinas” -- la raccolta dei brani delle opere aristoteliche che riconoscevano il prevalente carattere speculativo del sapere matematico, tema a cui dedicò anche un'altra opera. Altre opere: “Super loca mathematica contenta in Topicis et Elenchis Aristotelis”; “Astrolabii quo primi mobilis motus deprehenduntur canones” (Padova, Fabri); “Oratio pro idea methodi” (Padova, Percacino). Agostino Superbi, Trionfo glorioso d'heroi illustri, et eminenti dell'inclita e marauigliosa città di Venetia, per E. Deuchino. Domus Galilæ Biografia universale antica e moderna; ossia, storia per alfabeto della vita pubblica e privata di tutte le persone che si distinsero per opere, azioni, talenti, virtù e delitti; Catalogo breve de gl'illustri et famosi scrittori venetiani (Rossi); Le filosofie del Rinascimento, B. Mondadori); Alle radici della rivoluzione scientifica rinascimentale: sui rapporti tra matematica e logica. Con riproduzione dei testi originali, Domus Galilæana. On this subject, Catena writes two works, in one of which, Universa Loca in Logica Aristotelis in Mathematicas Disciplinas (Venezia), he tries to supply the lost mathematical basis for Aristotle's theory of demonstration as explained in the Posteriora Analytica. Dizionario biografico degli italiani.  Della sua vita si conoscono pochissimi elementi: nacque a Venezia nel 1501; lettore di matematiche presso l'università di Padova (la stessa cattedra che occupò più tardi Galileo Galilei). Morì di peste a Padova. L'importanza storica del C. consiste nel fatto che egli fu uno dei primi, nel sec. XVI, a porsi il problema della valutazione formale ed epistemologica della matematica euclidea, naturalmente dal punto di vista della logica e della filosofia aristoteliche, inserendosi in tal modo autorevolmente nella quaestio de certitudine mathematicarum che a metà del Cinquecento impegnò noti autori dell'università padovana, come Francesco Barozzi ed Alessandro Piccolomini, nell'ambito del più vasto dibattito europeo sulla methodus delle scienze.  ADVERTISING A questo riguardo assumono particolare importanza tre sue opere: Universa loca in Logicam Aristotelis in mathematicas disciplinas (Venetiis); Super loca mathematica contenta in Topicis et Elenchis Aristotelis; Oratio pro idea methodi (Patavii). Nelle prime due il C. svolse un'analisi formale della matematica euclidea attraverso la quale concluse per una sua differenza strutturale, e quindi per una sua autonomia logica ed epistemologica, nei confronti della logica sillogistica aristotelica, basandosi principalmente sulla constatazione che le dimostrazioni matematiche non appartengono al genere tradizionale delle cosiddette demonstrationes potissimae, e giungendo ad affermare decisamente che la scienza matematica si differenzia nettamente da qualsiasi scienza di tipo aristotelico. La differenza metodologica che distingueva la matematica euclidea dalle restanti scienze in uso nel Cinquecento venne posta in rilievo dal C. nella terza opera, ove affermò chiaramente il legittimo costituirsi della matematica come metodo scientifico autonomo, intervenendo così costruttivamente nel dibattito sulla methodus, che ancora si trascinava in quegli anni, e contribuendo soprattutto alla creazione di un clima culturale favorevole alla rivoluzione scientifica galileiana con l'ampliare notevolmente la prospettiva gnoseologica tradizionale.  Oltre alle citate, il C. scrisse diverse altre opere: Astrolabii quo primi mobilis motus deprehenduntur canones (Patavii), che costituisce una correzione ed un aggiornamento di un'altra opera anonima, che fu pubblicata a Venezia, e che tratta dell'uso pratico del noto strumento astronomico; Sphaera (Patavii), un trattato di astronomia, redatto probabilmente ad uso degli studenti, in cui viene esposto il sistemato tolemaico, e che, pur basandosi naturalmente su trattati analoghi, allora notoriamente numerosi, rappresenta l'opera astronomica più compiuta del C.; Procli Diadochi Sphaera (Patavii), traduzione del noto trattato del matematico e filosofo neoplatonico; De primo mobili librum singularem; Ephemerides annorum XII; De calculo astronomico libros II; queste tre ultime sono citate dal Papadopoli e dal Poggendorff senz'altra indicazione e non se ne è rintracciato alcun esemplare.  Nel corso della sua attività accademica, il C. trattò successivamente del primo e del settimo libro degli Elementi di Euclide, della Sphaera del Sacrobosco. della teoria dell'astrolabio, della geografia di Tolomeo, dell'astronomia del sistema tolemaico, e, probabilmente delle "meccaniche" di Aristotele, come viene affermato da Baldi, che fu suo allievo, e da lui stesso in una sua opera (Universa loca); Papadopoli, Historia Gymnasii Patavini, Venetiis; Cinelli Calvoli, Biblioteca volante..., Venezia; Riccardi, Biblioteca matematica ital. dalla origine della stampa, Modena; Favaro, I lettori di matematiche nell'univers. di Padova…, in Istituto per la storia dell'Università di Padova, Memorie e docum. per la storia della Università di Padova, Padova, Giacobbe, La riflessione metamatematica di P. C., in Physis; Id., La riflessione epistemologica rinascimentale: le opere di P. C. sui rapporti tra matematica e logica, con riproduzione dei testi originali, Pisa; Ch. G. Jocher, Allgemeines Gelehrten-Lexicon, ad Indicem; Nouvelle Biogr. Universelle, ad Indicem;Biogr. Universelle; British Museum, General Catalogue of Printed Books; Poggendorff, Biogr.-Lit. Handw. z. Gesch. d. ex. Wissensch., ARTIVM ET THEOLOGIAE DOCTOR, PROFESSOR PVBLI. CVS ARTI VM LIBERALIVM IN GYMNASIO PATAVINO, SVPER LOCA MATHEMATICA contenta in Topicis et Elenchis Aristotelis nunc et non antea, in lucem ædita. ka CVM PRIVILEGIO, LOLOTILLON 0 V ENETIIS Apud Cominum de Tridinum Montisferrati. C. DOMINICO MONTE. SORO DOCTORI MEDL song CO EXCELLENTISSIMO OPICORVM libri din Elenchorum Aristotelis quædamloca obscuriuſću la contincbant qnæ apud Gręcos philofophos erant in primis clara, et per ea co tera loca maiori difficulta ti inherentia declaraban tur, ob id autem illis con tingit, quod veritatis amatores et philoſophiæ principes videri apud exteras nationes cupiebant, quod et re ipfa tales exiſtimarentur, niſi furto å Caldeis, egiptijs, et alijs abſtuliſſent, id autem, alįe na ſua feciſſe, vitio non omni ex parte abeſt, La tini vero quidam auaritiæ fine præſtituto(latinos hoc loco voco cos qui litteris illisRomanis, vel voce, vel etiam fcriptis ſuos conceptus explicant) philoſophiæ extremis partibus ita incumbunt A vt ſemper lutuoli,verlantesin excrementa naturæ appareant, quod quidem laude dignum effet,fi vt præclară prolem, quemadmodú boni viri faciunt aliqui egros inuiſerent, quo igiturme uerterem in inuio, non erat conſilium,ničí Reuerendus domi nus Laurentius Venetus ex nobis familia foſca. rena Canonicus Veronenſis, virum Dominicum Monteſorum Gręca ambitione et auaritia immu nem oftenderet, cui hæc noſtra loca immo Ari ſtotelis declarata dedico, quæ fi Aristotelis fco pum attigerint, vt exiſtimo et tibi fore grata co gnouero ad reliqua philoſophiæ Ariſtotelis loca declarandanon piger animus noſter erit, quod fi minus,cenſoriam amicorum virgam nonfugiet hæc noftra expoſitio,interimmegratum habeas. Vale. IN PRIMO CAPITE PRIMI LIBRI TOPIC ORVV M. I DETV Ř autem hic modus differre à dictis ſyle logiſmis nequeenim ex veris, &primis ratioci natur pſeudographus,neque ex probabilibus, nem in deffinitionem non cadit; neque enim quæ omni. bus videntur accipit, neque quæ plurimu i,neque qnæ fapientibus, et his neque omnibus neque plu. rimum, neque probatiſſimis; ſed ex proprijs quidem alicuiſcientie fumptis,non tamen veris ſyllogiſmumfacit,nam vel.eo quod femi circulos deſcribit non vt oportet, vel eo quòd lineas aliquas dicit non vt ducendæ ſunt paralogiſmum facit. VNC textum declarant Greci, et Latini vſque ad locum illum quo Ariſtoteles exemplo vtitur Geometrico,ad quem locum pręclari expoſitores cum per uenerint Tantis Tinebris vinctum loris, et funibus reliquerunt Ariſtotelem, vt ab Alexandri tempore(vo reor) vſque modo, omnes qui illas preclaras interpretationes legea rint, illius loci notitia priuati fint, quos prçclaros expoſitores pro prio ſuo citarem nomine, vt amatores Aristotelis eos cauerent vt infames ſcopulos acróceraunię, fed eos prçtereo vt in hacparte inu liles, line Geometria logiculos, legantfine liuore et vafricia expo fitores illius lociomnes, et has noftras declarationes non quidem criſpis naribus, ſubinde iudicent,fi intellexerint, quanti ingenö fuit, ficut in cæteris ipſe Aristoles, hæc citra in Alatas buccasdixiſſe ve lim, quiſquevt intelligat, fed vt litterarum aliquando illuſores re primantur pariterque eorum indocta audatia, fufcipiatur igitur recta linea, a bquę feccetur quomoçunque contingat in puncto c, et ſuper vtranearī a ccb, ſemicirculus,non vt primīī petitū docet, facto d centro vnius et e alterius deſcribatur perperā ſemicirculus a h c,alter chb, quiſeſe Tangantin puncto h ſuſcipiaturque centrū huius ſemicirculiah cipſum d, illius autem ch b ſit centrum e, a punctis igitur d; et e,ſemicirculorum centris ducantur duæ lineæ ad h contactum, et intelligatur Triangulus d he, quoniam autem 3 5 dur'lineædc et dhexeunta centro ad circunferentiam ipfæ per dif finitionem circuli funt æquales, pariter per eandem definitionem duæ lineæ ec et ehſunt æquales, duæ igiturdc et ce duabus d h et eheruntæquales, duæ autem ille dc, ceſuntvnum latus trian guli dhe,ergo vnum latus d e trianguli d heeft æquale duobus la ceribus eiuſdem triangulidh et e h,quod eſt impoſsibile contra vi gefimam primi elemērorum Euclidis,duo enim latera omnis trian guli quomodocunque ſumpta, ſunt maiora reliquo et non æqua lia, vtpſeudographo ſyllogiſmo machinabátur proteruus,hocau. cem vitium non ex coprouenerat qex falfis fyllogiſmus fic con fectus,quia ex veris, et immediatis, et exeodem ſcientię genere, vt ex definitione 17 primi elementorum ſyllogiſthus affectus eſt,ſed error atque peccatum proceſsit ex co ofemicirculos defcribit non vt oportet, quod notauit nobiliſsimus geometra Ariſtoteles, fic 1 a 6 etiamhi qui falfo fyllogizant,vnum fatus trigonimaius eſſe duo bus reliquis trigoni lateribus, no vt oportet femicirculos diſcriben tes, fic.n.linca a b et puncta in ea ſuſcipiantur cd et circa vtranq ac, &db, rectam ſemiciruli deſcribantur fe inuicem tangentes in puncto e alter a ec cuius centrum f,reliquus bed cuius centrum g, &a centro fprotrahatur recta fe fimiliter a punctog protraliatur gerecta, tunc triangulusfe g habebit latus f g maius duobus lateribusfe, et ge, quod fic perſuadetur,lineafc eft æqualis lineæf e cum vtraque exeat,a centro ad circunferentiam, fimiliter linca g deft æqualis geeadem ratione, fi igitur c d linea addatur lineis fc, et dg, equalibusfe et gcefficiunt linea fg latus trigoni fe gma jusduobus lateribus fe, et ge quod eſt impoſsibile per 20 primi clemcntorum,vel eo q lincas aliquas ducit non vi ducendæ funt d g paralogiſmum facit, ſi ducatur linea a centro fad centrum g, illa non tranfibit per contactum e,vtin hac fecunda figura apparet, ve linea abf,in g,non tranſit per punctum e vt oporteret, per xi tertij clementora Euclidis, fi duo circuli fe contingunt et acentro ynius ad centrum akerius recta ducatur linea illa de neceſsitate applicabi tur contractui, ex mala igiturdeſcriptione attulit Ariſtoteles exem plum de ſyllogiſmo falſigrapho, qui oſtenſiuo fyllogiſmo oppo. Situs eft. Similiter vero e ſi cubilali magnitudinepoſita dixe rit, quod ſuppofitum eft cubitalem magnitudinem ere, eo quid eft dicit, et quantum fignificat. RES duorum generum propinquorum continuiatas diſcre. ti vnius tamen generis remoti &analogi, quantitatis videlicet, in vnacubitali magnitudine continetur,obid, duodicit, qui magnicu dinem cubitalem,effe magnitudinem duorum cubitorum, &quid, quando dicit magnitudinem, et quantum, quando dicit,cubitorum duorum, hinc manifeftum eft in ynoquod prædicamento reperiri quid,vthoc Ariſtotelis exemplo patet demagnitudine,aliud eft no tandum, quomodo vnum accidens,vt duorum,quod ad Arithme ticam pertinet,accidere magnicudini,quod ad Geometriam attineta. QVAEDAM enim statim &nominibus alia ſunt,vtacu to in voce contrarium eſt graue, in magnitudine autem, acuto, obtufum contrarium est. Multiplicita - tem huius vocis # (acutumdemon Itrat Ariſtoteles, quia et angulum norar, et vocem, # US Angulus accutus rectominor et contrarius eft obruſo, &voxac cuta graui vociopponitur, et graui contrariatur accutum in voce, leue in ponderibusgraui oppugnāt. Sed dubitatur,cum quantitati nihil fit contrarium, quo pacto acuto angulo obtufus contrarius fit? Dico quod angulus noneft quantitasfed ex quantitate quan. titati adiuncta proueniens accidit quãtitati vt fit accata vel obtuſa pariterque pondus &lauitas funt quidem magnitudiniadiuncta, fed no eſ pondus,et leuitas, quatitas, ſi contraria fint leue et graue. cantus IPSIvero queà conſiderando eft, quòd diameter cofta incom menfurabile, nihil. DEincommenfurabilitate coſtæ cum diametro abunde faris in pofterioribus declaraui,quantum vero adhunc locumattinet, Art ſtoteles inquit, non effe quippiam oppofitum ipfi incommenſura bilitaci,vrpura commenfurabilitas, inter coftam atque diametrum quadrati nihil contrarij eft,dubitatur,cum in præcedenti textu, ſit de terminatum,& ea quęaddita eránt magnitudini, vt pondus et leui tas contrariarentur,hæc autem quæ magnitudini coſtę et diainetro, vtincommenſurabilitas, non contrarietur commenſurabilitati? Reſpondeo, prius dicta cótraria pondus et leue in naturalibus reppe riebantur,hæcautem incommenſurabilitas in abſtractis geometria cis; Præterea, nonfuit dictum omnia quæ in magnitudinibus re periuntur eſſe contraria,Pręterea et li opponanturcommenſurabi liincommenſurabile,non tamen contraria ſunt, vel etiam fi contra ria fint,non tamen ratione ſubſtractorum,quçſuntquantitates,co fta et diameter, contraria effe dicuntur, potus enim fitinon eft nifi quodammodo contrarius, delectatio autem, quæ ex potu prouenit opponitur contrarie triſtitiæ, quæ prouenit ex fiti, Præterea graue et leweſuntabſoluta quædam in diuerfis ſubiectis poſita ſeorfim, incommenſurabilitas autem relatio eft; quæ indiſcriminatim funda tur in coſta,ad diametrum et in diainetro ad coftam. CON SIMILITER autem et acutum,nam non eodem mo do in omnibus idem dicitur,nam vox acuta quidem velox,quemad modum quidem dicunt ſecundum numeros armonici. NOTA dignnm eft hocloco conſiderandum, a vox hoc lo co non accipienda eft pro humana voce tantum, ſed pro ſono, qui quidem fita cordulis inſtrumentorum, nam gratilior corda fitan gatur plures aeris percuſsiones facit quain crafsior cordula, fiea dem vi moueatur, modo inter percuſsiones multas aeris cordulæ gratilioris ad percuſsiones cordulæ craſsioris fi inultitudine repere ris duplam,diapaffon, fi fefqualteram, diapente, fi vero epitritam diateſaron, vt aiunt Armonici continentiam inuenies, quia tamen Ariſtoteles de generatione animalium libro quinto capite feptimo pucat concinentiam fieri ex alia caufa quam ex proportione illo, rum ſonorum numeratorum ad alios fonos numeratos,vt pytha. gorici volunt, ideodicit quemadmodum quidem, vt dicuntarmo nici, quia fententia Ariſtotelis alia atque diuerfa eft ab illis armoni cis, qui Pythagoræ affentiri videbantur. ET quòd pun&tusin linea do vnitas in numero, nam vtrun. que eft principium. PRÍNCIPIV M lineæ punctus, principium autem nu merivnitas eſt, ſed punctus non componitlineam alős punctis ap pofitus,vtin pofterioribus demonftraui,vnitas vero cuin alñs vni tatibus numeruin conftituunt atque componunt, principium tamé lineç atque finis,punctus eſt ex cuius fluxu linea fit vt Ariſtoteles in mechanicis et ego in diſcurſu geminico determinaui, non tamen linea ex punctis conſtat, VEL duplicis et dimidij. AN ſit ne eadein diſciplina duplicis atque dimidă conſiderare oportet, quod profecto allerere videtur ex capire de relatiuis, cum nemo ſciat duplum,niſi cuius ſit duplum ſciueric, quod diinidium eft, fi pro relatiuis vtrunque ſuſcipiatur. HOC autem non ſemper faciendum, fed quando non facile pojumus communem in omnibus vnam rationem dicere, quemad modum Geometra quòd triangulus duobus rectis æquos isabet tres angulos. NVLLI id in controuerſiam venit, an omnis triangulus ha beat tres angulos duobus rectis æquales, ſed illud dubium eft,an id quod rectilineumeft,habens angulos duobus rectis æqualis,trian gulus ſir, velquid horuin in plus fe habeat, et non fit vtrunque ſe cundum q ipſum, ſed vniuerſalius fit, habereangulos duobus reo Ctis æquales, atque comunius,an potius triangulum effe, ad quam dübitacionein, dico quod duobusrectis pates habere angulos, eſt quid communius, quam efſetrigonum, id autem inanifeſtum eſt de pentagono, cuius quodlibet latus, duo ex reliquis lateribus fec cat latera, id autem per primam partem 32, primiElementorum bis fumptam et per fecundam partem eiuſdem zz. ſemel ſum pram, vt in figura ſubſcripta deduci facile eft, et fi habere tres çqua les duobus rectis conuertatur cum trigono,non tamen habere om nes angulos equales duobus rectis,conuertitur cum effe trigonuir. Dico igitur, quod habere omnes angulos equales duobus rectis,co mune eſt ipſi trigono, et pentagono, cuiusvnum latus ſeccat duo ex reliquis latera, habet tamen penthagonus quinque equales tri bus, qui tres duobus rectis pares funt, et fic figuramihabentem B omnes angulos duobusrectis pares communius eft, quam fit trian gulus, non igitur eſt affectio trianguli neque angulorum triangu. li, fed quid communius trigono, vel tribus angulis trigoni, non eft igitur eius proprium,quod videturfoluere dubium fuper textu mo tum,fed affectio trianguli eft habere tantum tres equales duobus rectis,velęqualitas duobus rectis, conuenit tribus angulis figuræ triangulari, et non omnes angulos, elle çquales duobus rectis. VEL pt buius a fecundum lechu ius ſecundum acci dens, vt fecundum Se quidem quòd tri angulus duobus re b Etis æquales habeat tres angulos, ſecun. dum accidens autē, quòd æquilaterus, quoniam enim acci dit triangulo,& qui. laterum effe trian gulum, perhocco gnoſcimusquòdduo bus reétis habeat internos. QVIDAM interprætes fic perperam exponunt Ariſtotele, quod habere tres duobus rectis pares,ipfi triangulo per ſe infit,ipfi vero Iſoſcheli cõuenit quidem habere tres duobus rectis parcs, ſed non per ſe,ſed per accidens, fic vt hæc predicatio, Iloſcheles habet tres duobusrectispares, ſit accidentalis,hec quidem ſua interprę. tatio et nulla eſt, &nullo modo ad Ariſtotelis textum facit, quod nulla fit, et falfa, manifeſtum eſt ex capite de per fe in poſteriori. bus, quia quod enim ſuperiori per fe ineft &inferiori pariter per ſe ineſt, ineſt tamen ſuperiori perfe et primo, inferioriautem, per ſe fed non primo. Aliter igitur exponendus venit is textus, primo igitur aduertendum quod circa idem ſubiectum fit prædicatio per fé et per accidens, vtpura circa triangulum, per fe quidem fic, tri angulus habet tres duobus rectis pares, per accidens vero ſic, trian gulus eſt Iloſcheles; vbi aduertendum,vtin præcedentibus libris declarauit Ariſtoteles,omne inferius ſuo ſuperiori accidens eſt,cum abeffentia fuperioris omnino fecludatur inferius, et vt alienum a fui natura ſibi conueniat. SIQVIS infecabiles ponens lineas, indiviſibile genus earum dicat eſſe, nam linearum habentium diuifionem non eft quod di Etum eſt genus, cumſint indifferentes ſecundum ſpecicm, indiffe-, rentes enim ſibi inuicem fecundum fpeciem rectæ lineæ omnes. TRACTATVS quidem de lineis infecabilibus extat,e greco latinitati donatus quem Ariſtotelis quidem effe exiſtimant, tametfi Georgii pachimerñ nonnulli effe dicunt, quod, quia cuiuf cunque fuerit,non facit ad expofitionem litteræ affequendam, me rito prætermitto auctorem fore inueſtigandum,vt Ariſtotelis decla rationi infiftamus, pro quo in memoriam reuocandī eft id, quod Porphyrius habet, ſuperius genus de inferioribus ſpeciebusneceſe, fario predicari, quod fi de illis non prædicauerit,neque ad illas, illud eſſe genus manifeſtum erit, quapropter fiquis inſecabiles poſuerit lineas,atque ad illas genus id, quod eft indiuifibile,effe dicat,ftatim in contradictionem reducitur,ob id, quia,diuiſibile,genus eſſe ad li ncas conſtat,modo lineas omnes eandem deffinitionem ſuſcipien. tes,eiufdem ſint fpetiei, fieri autem nequit, vt aliqua eiuſdem ſint ſpeciei, et genere fint diuerfa, quod quidem contingeret, fi indiuifi bile,ad lineas aliquas, genus effe diceretur,tunc enim indiuiſibile di ceretur de lineis infecabilibus p hypothefim cũ fic ſupponatur (fal ſo tamen ) ad illas eſſe genus, et etiam de alñs, quæ per 10. primi Elementorum ſecabiles ſunt cum etiam adillas ſit genus, quod qui dein efle, nullo modopoteft, propter contradictionem, ET ſi differentiam ingenere poſuit tam quimſpeciem,vt im par quidem numerum, Differentia quidem numeri, impar, et non ſpeties eſt, neque videtur participare differentia genus,nam omane quod eft, genus, velfpeties, vel indiuiduum eſt, differentia autem, neque fpeties, neque indiuiduum, manifeftum igitur quoniam non participat genus differentia, quare neque imparopetieserit, fed differentia quoniamnon participat genus. B ñ 9 tra NVMERV S quieſt ex vnitatibus profuſa multitudo,paro; titur in numeruin imparem, &in numerum parem, vel perhas differentias diuiditur, quę ſunt, paritas, et imparitas, quarum neu includit numerum, qui genus eſt ad omnes numeri ſpecies,& fi ifta vera fic,rationale et animal, quando ly rationale accipitur pro Specie, quæ homo eft, et non pro rationalitate in abſtracto, qux eſt hominis conſtitutiua differentia,eodem modo, et numerus prædi catur de pari in concreto et non de abſtracta paritare, hęcenin et fimiles illi, ſunt ſemper falle, paritas eſt numerus, vel imparitas eſt numerus,quodquia oinnia manifeſta, et nora Ariſtoteles cíle vo. luit, exemplo arithmetico declarauit, A 11 PLIVS ſi genus in petie pofirit, vt contiguitatem id ipſum quod eſt continuitatem, non enim neceſſariuin contingui. tatem continuitaternelle, led e conuerſo, continuitatem contigui tatem non enim omne contiguum continuatur, led quod cortina tür contigurn eft. CONTINVVM illum effe dico cuius partes copulantur ad terminuin vnum communem, qui quidem terminus elt tantuin potentia inter illas partes ipſius continui, nõ etiam actu, &opere, vt linea lineæ continuatur per punctum, qui non actu exiſtit, ſed tantum potentia inter illas duas lineas, velinter duas partes linex, quod et de partibus ſuperficiei, quæ per lineam in potentia copu lantur, &corporis partes, per ſuperficiem in potentia, Contiguum autein illud effe dico, quod alteri applicatur et iungitur non per mediuin potentia exiſtens,fed per mediuin quod actu et opere exi 1tit, vt manifeſtum eſt de cæleſtibus orbibus, concaua eniin ſuperó ficies ſuperioris orbis augem defferentis, et fuperficies connexa or bis differentis epy ciclum ſunt due ſuperficies actu exiſtēres inedia, per quas continguantur adinuicem illi orbes, non tamen continu: antur adinuicem: Cælum primū continuum quoddam eſt, et con. tiguaru: Cælo nono ſecundum fuperficiem concauam ipfius pri mi mobilis actu exiſtentem,non tamen fequitur, primum mobile eſt contiguum cum nona ſphera, igitur continuum eſt cum nona iphera,quemadmodī non fequitur, quinque digiti adinuicem funt contigui, igitur quinque digiti ſunt continui, ſed bene ſequitur, quinque digiti ſunt continui, igiturquinque illi digiri ſunt conti gui, vt quando clauditur manus, vel manus aperiatur quinæ digi zi aeri ſunt contigui,vel aquç contigui, li in anforæ aquam inanum ponas, vel etiain cirotececontiguantur, et ratio eft, quia vnum quodque naturale corpus, alteri contiguatur, ne vacuum daretur in natura. CONSIDERAN DV M autem eſt, fi quod translatiue. dictum eſt, ut genus aſsignauit,vt temperantiam, confonantiam, nam omnegenus proprie deſpeciebusprædicatur,conſonantia ve. ro detemperantia,non proprie,fed translatiue, omnis enim confo Wantia in ſonis eft. CONSONANTIA eſt diſsimilium vocum acuti gra. uiſque in vnum redacta concordia, quæ fine ſono, quę aeris percuſ fio eft fieri nullo modo poteſt, illa autem confonantia quæ transla tiue dicitur, quæ effrenatam libidinem moderat, non quidem a ſo no, quæ eft aeris percuſsio, fed illa quidem eſt, quæ a concordia diſsimilium dicitur, hæc autem non neceſſario in Conis reperitur, vt eſt illa ſupercæleſtis Armonia, quæ nil aliud eſt, quam coeleſtium motuumdiuerſorum,in vnam munditotius conſeruationem apta concordia, quam celebrant quidem illi ſapientes pythagorei, quos gratis in libris de cælo redarguit Ariſtoteles, quam armoniam di ces illam effe de quaMarcus Tullius in 6 derepublica, cui de ſoin. no Scipionis nomen indidit, docte meminit, hanc quidein dico nul lo modo conſtare in fonis, ſed illam quam libro primo capite deci mumtertio et in hoc capite tetigit Ariſtoteles. AVRSV M ji non ad idem dicitur fpecies 2 ſecundum ſe, da fecundumgenus, vt fi duplum dimidiy dicitur duplum o multi plum dimide oporter dici, li autem non, non erit multiplam genus cupli, abundansſimiliter cicitnr ſimpliciter ſecundum om. nia fuperiora genera ad dimidium dicetur. ABVNDANS numerus is eſt, cuius partes omnes fimul additæ in vnum exuperant totum illud cuius partes erant, vt duo, cenarius eſt abundans, quia 6,4, 3, 1, ſiin vnum aggregentur 16 coinplent maiorem numerum duodenario, de quo quidem abun. danti, qui eſt fimilis centimanugiganti, non loquitur Ariſtoteles hoc loco, fed abundansillud eft, quod ſuperius eſt ad multiplum, ad ſuperparticularem, et ſuperparrienrem, abundans præterea,vthic accipit Ariſtoteles,eſt ad aliquid, quod etiam de multiplici, at& lu perparticulari, et ſuperparrienti, &de omnibus ſub illis contentis, dicitur,duplum igitur triplum,quadruplumque cummultiplun lit et pariter vnumquodq; abundans erit, fi igitur abundansnon eſt, non eritmultiplum,neque etiam duplum, itaque abundans vniuer lale magis quam multiplum eft. 1 era QVONIAM autem muſicum, qua muſicum eftfciens,elle muſica ſcientia qua eft. MVSICA enim quathenusmuſicũ effe facit, nõ quathenus cantorem, qualitas eſt de prima qualitatis fpecie,quathenus autem ſcientia eft, &fciens facit, relatiuum quidem eft, vt in capite ad ali quid fuit in prædicamentis determinatum. NVMERVM diuiſibile,e conuerſo autem non,nam diuifibi le non omne, numerus, DIVISIBILITAS non modo magnitudini ſed etiam numero conuenit, non tamen omni numero, ſed numero tantum pari,impari autem ob vnitatis interuëtum nequaquam, Veletiam melius erit dictu, diuifibilitas in duo æqualia, numero tantum pari conuenire, diuiſibilitas autem fimpliciter omni numero conuenire, id quod Ariſtoteles hoc loco velle videturdicere, ſeu in duo æqua. lia,vel in duo inæqualia numerus ipfe diuidatur, fic vtdiuiſibilitas in partes integrales cuilibetnumero conueniat, non diuiſibilitas in partes aliquotas omni numero, ſed tantum numero pari conuenire eft neceffe, aduerte etiam quod ipfinumero primo conuenit diuili. bilitas in tot partes, quot vnitates habet;in plus igitur ideft,quod diuiſibile eft, quam id,quod numerum eſſe, quia diuiſibile, eſt com mune ad diſcretum, quod in partes aliquotas &in partes integran tes diuiditur etiam ad continuum,ſequitur igitur recte,numerus eft, igitur diuiſibile, ſi diuiſibile accipiatur commune ad id, quod in ali quotas et integrantes diuidatur partes, &non econuerſo, vt diui fibile eft, igitur numerus, LOGICVM problema. PROBLEMA apud Euclidem eſt propoſitio,in qua vnum datur, et aliud (vt in pluribus) quæritur, vt ſuper datamrectam li neam triangulum collocare, linea quidem datum eſt, quefitum au tem ef trigonum ipſum conftituendum ſuper lineam datam, ſem per enim problema verſatur circa praxim,quapropter, problema Geometricum,eftpropofitio practica, Theoremavero Geometri. cum,eſt ſpeculatiua propoſitio,modo Ariſtoteles non ingnarus hu. ius duplicis fignificationis problematis Geometricc, et logice,pro pofitionem dubiam ad vtráque partem, dixit problema logicum, &non Geometricum debuifTe intelligi, inquit enim, logicum au tem eſt problema,ad quod rationes fiunt, &crebræ quidē, et bong ERIT enim ſecundum hoc bene poſitum humidiproprium, vt qui,qui dixit humidiproprium, corpus quod in omnem figuranı ducitur, vnum aßignauit proprium, o non plura,erit fecundum boc bene pofitum humidi propriuns. FIGURA hicaccipiatur in corpore locante humidum,humi. dum enim cum corpus fluxibile atque dilatabile fit, ſuſcipit quan cunque figuram a re locànte, quæ figura, feu natura, fiue etiamarti ficis opere introducta fit, in illo vaſe locantehumidum, accipere igitur hocmodo figuram a re locante, proprium eft ipfius humi di, et non alterius cuiuſque, NON omne ſenſibile extra ſenſum faftum,immanifeftum eft, latens enim eft, fi adhuc ineft, eo quòd fenfu folo cognoſciiur, erit autem verum hoc,in his, quæ non ex neceſitate ſemper conſequun tur, vt quia, qui pofuitſolis proprium, aštrum quod fertur fuper terram lucidiſſimum, tale vſus eſtin proprio (ſuper terram in, quamferri) quod ſenſu cognoſcitur, non vtique erit benefolis af fignatum proprium immanifeſtum enim erit cum occiderit ſol, si adhuc ferratur fuper terram, eo quòd nos tunc deſeruimus fenfium. CECVS enim huius quod eft, folem fuper terram ferri,nul. lam habet ſenſationem,ſed videns, illius ſenſationem habet quan do folem ſuper terram in die artificiali conſpexerit, quam primum autem fol occiderit, et fub orizonte conditus fuerit, definit ſenſus percipere folem fuper terram ferri, fi igitur illud proprium eſſet folis, illo deficiente, (quod contingeret nullo conſpiciente ſo lem ferri ſuper terram ) proprio, et Sol, effe defficeret, quod quia abſurdum, non igitur proprium eft folis eum videri ferri fuper terram, licet femper Sol ſuper terram fereatur, id etiam, haud folis proprium eft, cum fyderibus omnibus, Igni, Aeri ſem per conueniat, id autem quod proprium eſt, conuenit omni foli et femper,inodo fecunda particula, (quod eft foli) non conue nit foli, fed etiam alijs a ſole, et a fyderibus, et elementis, conuenit; Præterea folem femper ferri ſuper Terram, et fi proprium ſolis ef fet,illud tamen non eſt ſenſibile, led immaginatum,perceptibile,vel intelligibile, particula tamen illa aftrum lucidiſsimum, ipfi tantum foli conuenit, CONSTRVENTI vero, fi tale aßignauerit proprium, quod non ſenſu est manifeſtum, aut cum ſit ſenſibile ex neceſsitate ineſe manifeftum eft,hoc benepoſitum proprium, vt quia, qui po fuit fuperficieiproprium quòd primum coloratum eſt, ſenſibili qui dem aliquo vfus eft (coloratum eſſe inquam) tale quidem quod ma nifeſtum est ineſſe ſemper, erit fecundum hoc, bene aſsignatum fit perficiei propriim. IMMEDIATVM ſubiectumn coloris fuperficies eſt, ſub. ftantia enim colorata eſt, quia corpus coloratum,etideo corpus co loratum eft, quia ſuum extremum eft coloratū, extreinum autem, ſeu terminus, ſub quo corpuscontinetur ſuperficies eft, in qua im mediate color fuſcipitur, iſtud autem proprium,non ex natura ſu perficiei profluit, fed extrinſece aduenit color ipſi ſuperficiei, quæ quantitas quidem eſt, color, autem qualitas, fed cum ſenſibili per fenfum percipiatur, et fecundum apprehenſionem fiat exiſtimatio, et quia ſuperficies omnis,affecta ſit colore, ſequitur quod recte pro prium afsignabit ſuperficiei, fiquis dixerit eain effe coloratam et erit proprium ſuperficiei, proprium quidem ſenſibile,non tamen ex intrinſeca natura ſuperficiei. PRIMVMergo deſtruenti quidem, infpiciédum eſt ad vnum quodque eorum cuius proprium aßignauit, vt ſi nulli ineſt; aut fi non fecundum boc quidem verificatur, aut fi non eſt proprium c18 iuſ que eorumſecundum illud cuius proprium aſsignauit; non enim erit proprium,quod pofitum eſt elle proprium, vt quia de Geome tra non verificatur indeceptibilemeſe ab oratione (nam decipi tur Geometra cum pſeudographiäfacit ) non erit hocſcientis pro prium, non decipi ab oratione. HIC locus videtur opponi ei quod Ariſtoteles determinauit de Geometra primo poſteriorum,vbi ait Geometram non mentiri concipientem 9 concipienten lineam bipedalem, quæ tamenminimebipedalis eſt, fed fiquis recte inſpiciat,nulla certe oppoſitio apparebit, fed vtera quelocorum mutuo ſeſe alternatim declarabit, cuinam in dubium illud venit,fępemens ynī interne concipere, quod falax manus ex trinſece, illud peruertit: hoc quidé prothagoręfæpe contigiffe reffe runt, vt aprehenfo, ad ſcribendum calamo,id ſcripfiffe quod men ti fuę opponeretur, et id vitii non ſolum manui, fed linguæ ſæpe etiam contingit, quis enim id in feipfo non eft expertus. vt quan doque ynum ex inſperato lingua profferat, Q tamen aliter mente prius conceperat,id autem etiam cuidam Geometræ, ſi contingar, vt perperam ſemicirculos deſcribat veltrahat lineas,non vt opor tet (vt interiusprius mente concepir) ficut primo topicorum capite primo fuit declaratuin,non tamen id proprium eft Geometræ,cum non ſemper vnicuique Geometræ conueniat, ſed raſo etiam vni accidat. SIMPLICITER igiturnotius, quod prius eſt poſteriore, vt punctum linca, o linea ſuperficie, et ſuperficiesſolido, quem admodum vnitas numero prius enim &principiã omnis numeris. VIDETVR hic textus contra determinationem philoſophi primo de phiſico auditu capite de primo cognito, vbi determinat de circulo p priino cognoſcitur, quam quod fit figura plana vna linea contenta: pro cuius loci huius &illius intelligentia, fcire debes deffinicum cum ignotum ſit, per deffinitionem explicatur,ipſa vero definitio per ea quę nota ſunt, ingnotum definitummanife ftum facit, quod Euclides,vbilineam rectam deffinit primo Elemē. torum prius punctum explicuit,quiin deffinitionem lineæ ponere, tur, vt furt declaratum capite de per ſe,primopofteriorum fubinde lineam per punctum, et fuperficies per lineam, et tandem libro 11, corpus per ſuperficiem deffiniuit, quo autem modo diuerſo ſe ha heat punctus in linea ab eo modo, quo vnitas in numero,id in na lyticis capite de per ſe fuit manifeſtīt, ſed id in dubiữ verticur, quo nam modo corpore ſuperficies, et fuperficie linea, &linae punétus noctiora fint:'cīí hæc omnia apud Geometrā, et ftereometram ab ſtracte conſiderentur. Dico quod cum abſtractione in his omnibus minor et maior fimplicitas repperitur,vt in puncto quam in linea &fic deinceps, Adid autem de primo phiſicorum de circulo nulla videtur oppofitio in Ariſtotelis verbis, ibi enim de vniuerfali con fufe aprehenſo hicauté de ſinipliciori dictincte concepto loquitut C 1 pro no OPORTET autem non latere quædam fortaſſe aliter deffi niri non poffe, vtduplum, line dimidio. ID notandum euenit hoc loco, quod Ariſtotiles capite de ad ali quid poft multa examinara ibidemn determinauit,quodad aliquid non eft, cuius effe fit elle alterius, fed cuius eile eft ad aliud quodam modo refferri, vt dupli efTe, fic eft, vt abfque relatione ad illud cu ius eft duplum minimne poflit percipi, licet non cognoſcat illud fub nomine et natura dimidii,ſed tantum quathenus duplationen ter minat, quę fundatur in eo, quod illa duplatione duplum eft. OPORTET autem ad deprehendenda talia fummere mine orationem, vt quod, dies, eſt ſolis latio fuper terram. QVI deffiniet diem artificialem (qui incipit ab emerſu ſolis ſu pra orizontem vſquequo accidat ) ponit in definitione lationem ſtelle apparentis fuper terram (qui fol dicitur )nam qui die vtitur et ſole vei neceffe eft, acquiſolem deffinir, ſtellam in die apparentem dicit, in qua deffenitione alterius,alterum ponit eo modo quo ea, quæ ad aliquid deffiniuntur, RVRSVS fieo quod e diuerſo diuiditur, id quod e diuerſo di uiditur diffiniuit, vt impar eſt qui vnitate maror eſt pare, fimul enim natura, quæ ex eodem genere e diuiſo diuiduntur, impar au. tem et parediuerſo diuidunt,nam ambonumeri differentia. PRETER eas quas Euclidesin elementis et Boetius primo Arithmeticæ deffitiones de impari atque,pari numero dederunt,hęc Vna eít,qua in comparatione et non abfolute imparemnumerum in ordinead parem deffinit fic vt neuter abfque altero intelligi que at, et alter indeffinitione alterius ponatur,vtocto par, vnitatem imparem feptem ſuperet, et hic fenarium parem eadem vnitate maior euadat. Duo enim funt quæ diuidunt e diuerſo ipſum nume rum par, et impar, et in deffinitione alterius alter ponitur,cum ad feinuicem rellatiue conſiderantur et non abfolure, SIMILITER autem et fi per inferiora ſuperiora deffiniuit, pt parem numerum quibipartiteſecatur, name bipartite ſuma ptumest à duobus quæ paria ſunt. HIC textus obfcuriuſculus redditur in littera,ſenſus tamen fa. cilis eſt, ſuperius enim fi per ſuum inferius deffinitur, vt notius fia at, fuperius hic eft quod, bipartire ſecatur,inferius autem numerus eſt par,optime enim fequitur, hic numerus par eft igitur, bipartite fecatur,fed fi arguas bipartite ſeccatur igitur numerus eft,incõftans eft ifta argumentatio, neque y ſquam valida eft, nifi intelligatur 1 numerus in confequente pro numéro numerato, vt funt etiam ma. gnitudines, quæ nuineri ſunt, vt in pofterioribusdeciaratum eft per me, ita vtin conſequente accipiatur numerus pro quodam comu. ni ad numerum numeratū &ad numerum qui eſt ex vnitaubus profuſus aceruus,fic enim quod bipartitīī par numeruseft, et ficin deffinitione ſuperioris, quod eſt bipartiri veimur oumero pari,qui inferior eſt ad bipartiri ſimauis, bipartiri,a binario numero capias qui binarius inferioreſtad numerum parem,cum quaternarius, et ali quam plurrimi fint pares numeri,modoqui in deffinitione nu. meri paris vtitur bipartiri, ille quidem in ſuperioris definitione Vtitur ſuo inferiore, AVT rurſum qui deffinit noĉtum umbram terra. TERRA eniin cum ſit opacum corpus radë Colaresnon pof. funt illud ingredi et vltra progredi (quod in traſparenti aericone tingit,) ſed impediuntur a parte terræ, quæ pars ad folem reſpicit, ex alta autem terræ parte,luminis priuatio contingit, quæ priuatio luminis folaris fuper terram nox appellarur et cft liquis igitur no Etem definiat, fic inquiens nox eft priuatio luininis folis ob er iæ opacitatem proueniens, fimiliter terram quis deftiniens dicet, terra eſt corpus ex cuius opacitace nox fit, vide quo pacto &ter am in deffenitione noctis, et noctem in deffitione terræ et vtrun que in vtriufque deffinitione ponitur, fequuntur quædam Ariſtore lis verba in textu de multiplici et ſubmultiplici, atque de duplo et dimidio, quæ quia alias declarata ſunt pretereunda duxi, fed id no. tandum eft quod in deffinitione priuatiui, vtputa noctis, ponitur poftiuum, vtputa terra, quod etiam in multis eft aduertendum, quia non ſolum ponitur pofitiuum,fed etiam priuatiuum, vtly pri uatio lurninis. Si autem aliquurum complexorum aßignetur terminus, con fiderandum eft aufſerendo alterius eorum, quæ comple et tuntur ora tionem, fi eft et reliqua reliqui, Nam fi non,manifeftum quonia, neque tota totius, vtſi quiſpam deffinit lineamfinalem rectam fic nem plani habentis finis, cuius medium ſuperaditur extremis, ſi finalis linca ratio est,finis plani habētis fines recte oportet effe re liqui, cuius medium fuperadditur extremis,fed infinita,neque me dium neque extrema habet, re &ta autem est, quare non est relo qua reliqui oratio. ст · AVTEM quain ad expofitionem textus deueniam primo liç terai Ariſtotelis in tralatione Argyropili et in textu Auerois cor rigendam puto de mense Ariſtotelis ex Euclide iuxta cheonem, le gitur enim in vtroque textu cuius medium ſuperadditur extre mis, vbi legi debet, cuius mediuin ' non reſulta ab extremis 86 Aueroes in expofitione fic interpretatur,cuius inedium non occu. lit duo extrema, et videtur afſentiri ipfi Platoni deffinienti rectă, recta inquit linea eſt, cuius medium non obumbrat extremna, cæ, terīt mens Ariſtotelis eſt, quo pacto complexum deftiniatur often dere, vt fi homo gramaticus deffiniatur,hæcenim erit ſua deffini tio, fíue terminus,aninal rationale mortale recte legens atque ſcri bens, tota quippehec ratio, huic toti coplexo, nempe, homo gram maticus,conuenit,modo liably homo, ly gramaticus aufferatur, &ab ly animal rationale mortalely recte legens atque ſcribens, vt fic dicatur, homo eſt aniinal rationale mortale, &gramaticus eft recte,legensatque ſcribens, peroptime data erit deffinitio primo ipſius complexi,homo gramaticus,quod Ariſtoteles in Geometria exemplificat,iminaginans (de mente aliorum,) planum efle infini tum ſecundum longitudinem tantum, finitum ſecundum latitudi. nem, quod quidein terminatur linea recta, quæ eius finis ſecundū latitudinem ellet, modo ſiquis definiret lineam finalem rectam die cens,effe finem planihabentis (ſecundum latitudinem ) fines,cuius (quidein finis) medium non relultat ab extreinis,hæc particula, fi nes plani habentis fines, in definitione pofica recte conuenit lineæ finalis, fed hæc particala, cuius medium non reſultat ab extremis, nonconuenit illi particulæ pofitæ in complexo, quæ eſt ly recta, velly linea, quia non conuenit niſi recrę lineç finicę, et non infi nitę, quęinfinita, vt fupponebatur, non habet medium, neque ex. trema,ideo deffinitio ipſius totiuscomplexi minime recte data erat quia ficut vna ablata particula in deffinitione conueniebat ablatę particule deffiniti, non fic reliqna particula deffinitionis conuenit relique particule complexi deffiniti, $ I autem differentia terminum alignauit confiderandum, fi eg alicuius numerun comunis est aſſignatus terminus, vt cum imparem numerum aliusmdium habentcm dixerit, deter minandum est, quo pacto medium habentem, nam numerus qui dem, comunis in vtrique rationibus eſt, imparis autem coaſſum pta eſt oratio, habent autem &linea et corpusmedium, cum non fintimparia, quare non vtique erit deffinitio hæc imparis. 12 IMPAR numerusin duoæqua dicendinequit ob vnitatis in teruentum medium indiuilibilis denumerantis totum numerum cuius illa vnitasıncdium eft, linea autem et corpus et ſi medium habeat,linca quidem punctum medium, quod per 10 primielemen torum inuenitur fi diuidatur, et fuperficies medium habet diame trum, illa tamen media,vt nec punctum lineam,neque linea ſuperfi ciem dimittuntur, neque illa componunt ea, quoruin media ſunt, determinatū igitur eft, quo pacto numerus medium habet, et quo pacto linea atque ſuperficies, et hoc de numero iinpari intelligas, cuius inedium interduas partes æquales,vnitas eſt, et non de pari, ficut etiam Ariftoteles ait in textu, ex eis QV AE DA M enim ſic ſe habent ad inuicem, vt nibil ex fiant; vt linea numerus. LINEA in lineam fiducatur vt 45 primielementorum Eucli dis docet et prima et ſecunda; ſecundi elementorum fuperficies pro ducitur, pariterque numerus, ſi in numerumduxeris,numerus pro ducetur, vt ex ſeptimo elementorum manifeftum eſt, non tamen idem prouenit per additionem, quia linea lineæ addita non facit ſur perficić, &fi hoc milliesmillienamillia addieris adinuicemlineas, non reſultabit ſuperficies, neque fi puncta ad fe inuicem addideris linea vnquam reſultabit, vnitas tamê li vnitatibus, velvnitati,nu. merus (tatim reſultabit, qui acccruus eft ex vnitatibus protufus, vt etiam in prædicamento quantitatis fuit declaratum. Avr fi eodem ab vtroque ſublato, quod relinquitur eſt alte rum, vt ſi duplum dimidi, co multiplum dimidij idem dixerit elje, fublato enim ab vtroque dimidio, reliquu oporteret indicare, non indicant autem, nam duplum &multiplum non idem fignificant. VLTRA cà quæ de duplo et multiplo libro quarto capite quarto ibi dicta ſunt,vnum illud conſiderandum eſt, quod a nega. tionc dupli ad interremptionem multiplex fiquis argueret commit teret conſequétis falatiam vniuerſalius enim eft ipfum multiplum ipfo duplo, vt eft animal equo vtrunque tamen ad aliquid eft, et duplum ad dimidium, &multiplum ad ſubmultiplum. VIDET V R autem &in diſciplinis quædam ob definitionis deffe &tum, non facile deſcribi, vt quoniam quæ ad latusſeccat planum linea,fimiliter diuidit &lineam &locum, definitione au tem di&ta ftatim manifeftum eft quod dicitur,nam eandem ablatio nem babent.loca d linea, eft autem definitio eius orationis hac. DEFFINITIO ſecunda tertń elementorum intellectum prebet huius deffinitionis pofitæ ab Ariſtorele, definitū eft ly linea fec cās planum, definitio eft ly linea fimi a Jiter diuidēs lineam &lo ct, fic enim Jittera ordi netur, linea quæ ad latus ſeccat pla num, eft li. nea diuidens lineam et locuni terminatum ab ipla linea recta, fieri enim non po teft, vt linea ſecet planum terminatum linea, quin il.. la linea terminans planum ſeccetur ab eadem feccante linea, id autē manifeſtum g eft ex fecunda, tertia, et quarta definitione tertń elementorum Euclidis, et alisexipfo tertio elemen forum, et xi fecundi, ly li. mea quæadlatusfeccat pla num,vocatAriftoreies orationem in hocloco, vbi ait, oautem: deffinitio eius orationis, hæc, id etiam dignī notatu cum deffinitio per genus, et differentiam detur,loco generis in hac definitione, eſt ly linea diuidens lineam, inodo cum linea prior fit plano, manife, ftum eft,quodde genere dicendum erat in hac definitione, SIMPLICITER autem prima elementorum, pofitis qui dem definitionibus (vt quid linea vel quid circulus) facillimum oftendere, verum non multis ad vnumquodque eorum eft argumen tari, eo quòd nonſunt multa media, ſi autem non ponanturprinci piorum definitiones,fortaſſe autem omnino impoßibile. PRIM A elementorum hoc loco,non ſunt intelligenda princie pia, quæ definitiones,petita,& animi conceptiones ſunt, ſed princi, pia ipſa,ſunt propoſitiones,quæ in probleniata et theoremata diui duntur, quæ prima elementorum, ideo dicunturcum per ipfa, quæ proponuntur in alís ſcientñs probentur, vt quid fit linea,videlicet longitudo illatabilis, et quid linea recta,cuius mediñ ſua ex æquali interiacet figna,tunc ſuper datam lineam rectam triangulum colo care proponit prima, primi elementorum, et pofita definitione cir culi per ipſam probatur triangulum ſuper datam lineam colloca. tum effe æquilaterum, et folum perilla media videlicet definition nem circuli 17 et primam animi conceptionem primi elemento rum, quæ definitio, et animi conceptio fi prius non ponantur diffi cile erit oftendere, fortaſſe omnino impoſsibile, quod triangulus conftitutus fuper datam lineam ſit æquilaterus, 1 SIMILITER autem his et in his quæ funtcirca orationes Je habe nt; non igitur latere oportet, quando difficilis argumenta bilis eft poſitio,quòd eft aliquid eorumquæ di&ta funt. LINE A quidem, atque circulus ſunt quædam incomplexa quæ diffinibantur ab Euclide deffinitione tertia et 17 primi ele mentorum,fed linea quæ ad latus ſeccat planum, fiue linea ſeccans planum ad latus, id totum complexum eft,atque compoſitum, et licut fieri non poterat, vt oftenderetur æqualitas laterum trianguli, abſque definitione incomplexicirculi, fic etiam fieri non poterit, vt quippiam de quopiam demonftretur, quando in demonſtratione ingreditur aliquod extremum complexum, quia tunc vtimur toto iſto tanquam principio,ly linea leccans ad latus planum, nifi prius ipfius complexi atque orationis præierit deffinitio, quę eſt,ly linea fimiliter diuidens lineam terminantem locum &locum, ita vtpar. ticula illa circa orationes non intelligatur yt gramatici, et rhetores intelligunt orationes, fed oratio, pro quodam intelligatur comple xo indiſtantitamen, hoc eft fine copula, et verbo principali,parti cula illa, pofitio, cum inquit Ariſtoteles quãdo difficilis eſt pofitio, non intelligitur pro petitione, feu petito, quia petitum non eft argu mentabile,hoc eſt per argumentum probabile,neque difficile, ne facile, cum ſit primum principium &non probetur, fed petitio in hoc loco accipitur pro ipfa propoſitione, quæ probanda venit, ſeu fpeculatiua,vel etiain practicafit, feu problema, vel etiam theore, ma fuerit,et tunc talis propofitio difficile argumérabilis eft, quando inter probandam ipſam,contingit aliquod deffiniendī, quod com plexum fit, quod nifi delfiniatur,difficilis argumentabilis eſt propo ſitio, et fortaffe omnino inpoſsibile, quando id quod dictum eſt contigerit,videlicet quod complexum deffiniendum interueniat, ly fortaffe autem omnino impoſsibile in præcedenti textu non dubi tatiue ſed magis comprobationis particula accipienda eſt. VELV T Zenonis quòd non contingitmoneri, neque ſtadium pertranfire. PROTERVI Zenonis eft fententia dicentis ftadium, quod octaua pars milliaris eft,pertranfiri non polle, inter genera menſu. rarum quæ magis notæ ſunt,ftadium numeratur,quod iuxta Ptho. Jamei ſententiã primo Geographiæ eft milliaris Italici pars octaua. OPORT ET autem eum quibene transfert diale &tice,& non contentioſe transferre, vt GeometramGeometricæ,fiue falſum fiue verum fit; quod concludendum eft. DIALECTIC A trallatio eft,quæ apparens quidem eft,et conuenientiam habet ad illam remi fecundumquam trallatio facta eft, et non debet effe dubia,contentiofa, et fophiſtica, ſed magis ad inſtar geometræ, qui nõ errat aliquo pacto circa ſuam materiam er formam, vt primo poſteriorum declaraui, vel etiam quitransſeng hanc vocem triangulus, a ternario numero, et quadratum a nunc ro quaternario propter ternarium, et quaternarium numerum vel æquicrus a duobusæqualibus tibás, vel gradatus propter tria 1112 - qualia latera, quæ vt gradus concipiuntur, 2 CAPITE QVINTO. AXT fiquis corum qua ſequuntur ſeinuicem ex neceſſitateal Strumpetat vt latus incomenſurabile cle diametrofi oportet dia meter lateri. PRIMO pofteriorum fuit declaratum et demonſtratū quo pacto diameter quadrati coftę fit incommenſurabilis, quantum autem ad hunc locum attinet, non ſemper per ca que ſe conſequun tur immediate,probatio fieri debet, fed medium debet effe aliquo modo idem cū extremis,&aliquomodo diuerſum, vt in 10 clemë torum de diametro, &cofta eftmanifeftū,Prçterea,non eft proban dumaliquod ingnotum per equc ignotum, quod fi alterum peta tur in alterius probatione, nil penitus demonſtratur, IN PRIMO ELENCORVM. CAPITE PRIMO, POSTQVAM enim ipſas per ſe res in difputationem alla tas vfurpare dicendo non eſt, ſed vocum veluti nutibus,rerum die ce primur, ſiquid in id incidit vitij,in ipſis eſſe rebus, nõ in vocibus putamus,quod vfu venire his,qui calculisrationem ineunt, ſolet. CALCULATORES noſtri temporis characteribus caldaicis vtuntur, per quos, in numerorī cognitionem trahuntur, ficut per voces in rerum cognitionem ducimur, IN TERTIO CAPITE, DIVISIONE vero,vt quoniam quinqueſuntduo et tria, fieri vt paria fint imparia, et maius fit æquale. SI diuiſim ſummas3.& 2. nunquam, quinque faciunt, ſecue autem fi coniunctim, &ceffatomnisinftantia. Neque dixit terna fium, et binarium, quia due ſpecies numeri, non componunt terº tiam fpeciem numerorum,ſed quinque vnitatcs pro materia quiné sii accipiuntur. VD ANTVM vt quale,quale vt quantum. IN primo pofteriorum in de triplici errore circa vniuerfale fuit oftenfum,proportionem proprie circa quantum &non circa qua le effe, ita vi ſiquis pPomba proportionem proprie eſſc circa quale, is quale pro ipſo vretur quanto vitioſe. IN QVARTO CAPITE. AVT quod idem eiuſdem duplum, et non duplum, duplum quidem in longuni, non duplum antem inlatum. CVM dederic eiufdem ad diuerfa: vt duo ad uſum &ad tria dat deinceps exemplum eiuſdein ad idem fecundâ diuerfa tama, Vt linca a b quatuoc,ad lineam a cduo actu dupla eft,no autem dú pla in latū immo quadrupla elt a badac duo quod eft effe fuũ in potentia, quod manifeſtuin eſt, in triangulo a bccuius ca b'rectus eft, id autem manifeftum eft ex 46 primi Elementorum, Eucli dis, vel dicas ab duplam ad a cin longitudine, non autem in latiu dine, qua caret, eft dupla 1: 6 . NEQYE ſi triangulusduobus rečtis tres æquoshabet, et ei. velfigură,del primum,vel principium eſſe dicit;quod velfigura, del primum, vel principium eſt triangulus eft, nam non quathe nusfigura del primum pel principium, ſed quatbenus triangulus demonftratio erat. TRIANGVLVS enim rectilineus figurarum rectilinea. sum prima eſt,ita vt fic et figura, et prima, et principium,vt qui buſdam placet omnium figurarum rectilinearum,non tamen id ve tum eft fecundum Euclidis fcicum; vtAs primi clementorum dos cet, &vt Amonius determinat capite deſpecie ſupra porphirit, ſed hoc loco famoſe loquitur Ariſtoteles, et determinat quod no con uenit criangulo habere tres duobus rectis æquales, ratione corum quæ de eo dicta funt, fed ratione ſui ipſius,non aucem quathenus,fi gura,vel primī, et principium neque etiam fi ifta fuſius accipian tur,figura,primüm principium inferunt triangulum efle, arguere. tur enim ex conſequente ad antecedens, et exmagis vniuerfale ad minus vniuerfale,ex ſuperiorique ad inferius, figura enim nedum triangulo conuenit, ſed pentagono &alijs multis,primum nedum figuræ, fed etiamnumero principium quoque in naturalibus, et his quæ arte fiunt repperitur, nedum in figuris cöpofitis (vt ais. bant ex triangulo ſape ſumpto, Hoc autem ab accidente differt, quoniam accidens quidem 1 I 1 in uno ſolo ſummere eft, vt idem,elle flauum of melse album ege cygnum,quod autem propter confequens in pluribusſemper opora tet,nam quæ vni et eidem funteadem er fibi ipſa poſtulantur elle eadem propter quodfit ea quæ propter conſequens eft redargutio, eſt autem non omnino verum, viſifit album ſecundum accidens, nam &nix cygnusalbedo idem,autrurſum Melyſji oratio, ide elle poftulat,fa &tum eſſe, &principium babere', autæqualisfieri Geandem magnitudinem accipere,quoniam enim principium ba bet quodfa &tum eft.co quod factum eſt, babet principium,fa &tum elle postulatstam quam ambo eadem fint eo quod principiū fa &tu elle finitumquc habent, ſimiliter auto e in his que æqualiafa &ta Junt, ſi eandem magnitudinem et vnam ſumendo æqualia fiunt, et quæ æqualia faéta funt eandem dim onam magnitudinem ſum munt, quare conſequens ſummit. TRES modos errandiin falatia conſeguentis adducit philofa phus, primade accidente, ve de albo,aiebant quidam cõſequencia hác valere, cignus eft,igitur album eſt, et econuerſo,album eft,ige tur cygnus eft,determinat Ariſtoteles, quod album elle,vniuerſali us fit,quã effe cygnum, a magis comune ad minus comuneargud do cõinictitur fallacia cõrequêtis,albedo enim nedum eft in cygno, fed etiã in niue, et alñs reperitur: Secundo vt Melyflus aiebat, hæc duo videlicet, ly factum efle, et ly principium habere, vt recte fer quebatur fecundum Melyſſum factum eft, igitur principiñ habet, principium habet igiturfactum eſt, principium enim habere, vni uerfalius eft quam factum effe cælum enim principium habet, ma teriain ſuam ſcilicet &formam, attamen, non eft factum, quia fer cunduin falſam Ariſtotelis opinionem ſemper fuit, principiữenim.comune eft et ad id quod materiam &formă haber, et adid quod cæpit efle, in tempore modo a magis comune ad minus comune arguendo committitur error confequentis, Tertio loco, aduertic Ariſtoteles quod eadem magnitudo, &æqualis magnitudonon couertuntur,in plus eniin eſt æqualia effe,quam cadem effe,fiquis igitur inferat,magnitudo magnitudini eadem eft,igitur magnitudo 'magnitudiniæqualiselt,recte quidem intulit, vi in probatione ſce cunde partis quintæ lib. primi Elementorī vna &eadem linea di fit balis in duobus triangulis eft, fibiipfi æqualis et in quinta et ſexta terti Elementorum vna &eadé linea a centro exiens ad cor cunferentiam (quæ duabos lineis ali comparatur )elt æqualis fibi, fed non omne quod eft æquaļe alteri,elt fibi ipfi idem, vipatet, in 1.. tertia primi, Elementorum,cuin de longiori æqualis breuiuri ſinex linea feccacur, ob id Euclides, In quinto Elementorum propofitio, ne 11.propoſuit probandum,quod quæ vni ſunt cadera &libica: dem ſunt,quod fi principiuin primafuiſſet, licuti eft, quæ vni ſunt E qualia inter ſe ſunt equalia, non propoſuillet illud in quinto eile probandum,quod Ariſtoteles confiderauit. QVARE manifeftum eft, quodeo demonſtraționes redargu. tiones funt &veræ quidem,nam quæcunque demonftrare licet, ca Gredarguere eū,qui contradi tione veri ponet,licet, vtſicomen furabilem diametra pofuerit;redarguatquis demonftratione, quod incomenſurabilis;quare omnium oportet efle, nam alia quidem ea quæ in Geometriaſunt principia eorumque concluſiones &cæt. SIQ VIS diametrum commenſurabilem coſtæ ponat redar, guitur ab Euclide lib, 10 elementoruin propoſitione 115, vel leo cundum campanuin, per illam demonſtrationem, quæ ibi adduci. tur,quæ demonftratio,redargutio eft ipfius proteruiafferentis con. trarium, fic vt pro declaratione huius textus fatis fit, quod ipía de monſtratio veri,redargutio eft falli allerti,vel afferendi a proteruo, NAM ſecundum vnamquanque,artem ſyllogiſmus falfus est, vt fecunlum Geometriam Geometricus, " VIDETVR ex hoc textú quod geometra paralogizet quod oppoſitum eft ei, quod determinatum eſt in poſterioribus, Geometram videlicet non paralogizare, Dico Ariſtotelem loqui non de Geometrico fyllogiſmo in quo,neque circa materiam nec circa formam error contingit, fed de fyllogiſmo in quo terminus, ſeu vox aliqua repperitur Geometrica, contraria lux fignifica tioni a Geometra pofita, vt quod triangulus pro circulo accipia tur,vel error paratur in conſequentia,vt fi triangulus, igitur dua. bus lineis clauditur, et vtroque modorum erit pfeudogeometri cus fyllogifmus, vt fi quis pſeudogeometra per numerum inipa sem æqualem pari fyllogizer diametrum commenſurabilem effe ipfi coſtr,hoc ſuo fyllogilino non falſum redarguit, quin potius fal fum ingerit, de quo fyllogiſmo pſeudogeometrico, hic Ariſtoteles Intelligatur, et non de Geometrico, vt in pofterioribus determi, nauit philoſophus, et per me fuit declararā, quo modo Geometra non paralogizat lad ſyllogizat, et id, hoc loco in memoriam reuo candum eft, quod in prioribusde prima figura dictum fuit, quo nam pacto Geometra illa vtatur, IN NONO CAPITE. ET la cuis viletur plura ſignificare triangulus, deditque, nos, vt cam figuram de qua concludebat quòd duo re&tis, verum ad in telle &tum illius difputauit,hic an non? TRIANGVLVS enim eft figura plana tribus rectis li. neis contenta de qua Euclides ſecīda parte 32.primi elementorum demonſtrat quod habet tres angulos duobus rectis equales, modo fiquis immaginaretur quod triãgulus aliquid aliud fit, a tali figura (qui triangulus eſt ) propter id quod omnes anguli ipfius figuræ fint etiam duobus rectis æqualcs, vtoninesanguli pentagoni,cu. ius vnumquodque lacusſeccat duo ipſius reliqua latera, talis pro fecto non diſputabit de triãgulo, quiaad intellectuin triangulinon reſpicit,fed ad aliud, vt ad talem pentagonum, no enim neceffe eft, vequicquid habet angulos duobus rectis pares, fit triangulus, nes quod habent tres duobus rectis pares, fed quæ figura habet tan tum tres angulos duobus rectis pares,ille triangulus eſt. VNITATEs binarijs in quaternzrijsæquiles efle,at binse rij hic quidemſic infunt illiautemſecus, SIQ VIS ex illo principio, quæ vni et eidem ſunt æqualia, inferre tentauerit quod binarij fint quaternarii, hoc medio, omnes vnitates ſunt ęquales vnitatibus binarë,omnis numeri quaternarij vnitates ſunt æqualesvnitatibus binarë, iglur omnes vnitates quaternarñ ſunt æquales Vnitatibus binarij,igitur quacernarius eft binarius,ad maiorem et minorem prime coufequentiæ dicendum, quod fi vnitates ſingulę et diuiſion accipiantur concedendæ ſunt vtræque et confequentia prima, fed fecunda confequentia interris matur, fi vero vnitates in maiori et minori acceruarim ſuſcipian, tur vtraque præmiſſarum eft falla et fequitur conclufio falfa, et les cundę conſequentiæ anteccedens eft falluin, et conſequentia fequi tur, et conſequens etiam falſum eſt. NEOVE liquod pſeudographum circa verum eft vt Hyppo cratis quadratura que per lunulas, ſed qualiter Brifo circulã qua, drauit,tametficirculus quadretur,tamen quis non ſecundum rem ideo ſophiſticus est, quare etiam qui de bis apparens ſyllogiſmus cft,oratio plane eſt contentiola. / ! HYPPOCRAS tentauit circulum quadrareper lunulas et reduxit lunulam deſcriptam ſuper coſtarn quadrati inſcripti in ciro culo ad figuram rectilineam &exiſtimauit omnem lunulam redu ci poffe ad rectilineam figuram, ob id fuppofuit lunulas deſcrip tas fuper latus exagoni circulo inſcripti,poffe reduci adrectilineam figuram ex quo ſuppoſito non demonftrato, progreſſus eſt ad cir. culi quadraturam &variauit diagramma,tranfiens à quadrato ad exagonum, et tranfiens a lunula exiſtente ſuper lacus quadrati in fcripti circulo ad lunulam deſcriptam fuper lacus exagoni inſcripti in circulo, et fic preudographus factus eſt, Briſo fimiliter errauit circunſcribens circulo et infcribens circulo quadratum,vterque fo phiſtice proceſsit,et fyllogizarunt contētiofe, fed alter in diagrāma te vt Hyppocras, reliquus vero in principäs proprös neque in illa rione, reliquus autem in conſequentia, et quia vtebatur principös coinmunibus, et fi circulus quadretur fophiftice, tamen non fecun dum rem, vt non per principia propria, neque per deſcriptionetti diagramatum,hoceft per cõſtructionem debitam figurarum,nec ex neceffaria cófequutione principiorum ad conclufionem ex illis principñsneceffario illatam, fyllogiſinus igitur quo Hyppocrates et Briſo fyllogizabant quadraturam circuli, contentioſa erat al tera,vt quæ Brilonis, non contentiofa vero reliqua, vi hyppocra. cis,vti Ariſtoteles inferius in hoc capite declarat inquiens, CONTENTIOS A vero quodam modo ſic ſe ad dialetti cam habet,quemadmodum pleudographa ad Geometriam, namex eiſdem, diferendi modo,captiose et pſeudographa Geometrice de cipit,fed hæc quidemnon eſt contentiofa,quia ex principys et con clufionibus quæ funt fub arte pſeudographa facit,quæ autem ex his eftquafuntfub diale et tica,circa alia quide contentiofam efle mani feftum eft,vt quadratura quidem, quæper lunulas non contentio Sa, Brifonis autem contentiofa eft. ILLA ars quę falſum cöcludit vel potius artifex ille,an potius pſeudoartifex qui ſyllogizat falium ex principiis veris vel ex theo rematibus probatis, vt fecit Hyppocras in quadratura circuli,non contentioſe procedit, quia ex propriis principiis et theorematibus Geometriæ,Briſo autem proceſſic ex his, quæ nedum Geometria, fed etiam aliis diſciplinis applicari poffunt, vt, quæ vni et eidem funt æqualia inter fe æquaha effe conftat,quod principium et Geo metriæ Arithmeticæ ſtereometriæ &ei quæ de ponderibus tractat diſciplinæ applicari poteft, pariter ratio Antiphontisde quadratu. G 16 ra contentiora eft, qua negat principium Geometriæ, quod eft fe cundum theorema certii elementorum Euclidis, et negat etiam li. neain poffe in infinitum diuidi, et dicit rectum eſſe curuum, et cur uum rectum, et dari duo puncta inmediata in linea circulari, quæ omnia fequuntur ex conſtitutione hilochilium triangulorum qui conſumunt lunulam contentam a circunferencia circuli et recta linea. VT impar numerus ejt medium habens, eſt aut numerus im par, eft igitur numerus, numerus medium habens. IMPAR numerusa pari differt vnitatis incremento vel im minutione, vt quinarius a quaternario, et ſenario, in his igitur vo cibus, ly numerus et ly impar committitur vitium nugationis, quale committitur in his quæ ad aliquid dicuntur, vt fimitas naſi quidem curuicas eft,modo fic ordineturfyllogiſmus, Omnis impar eſt numerus habens medium. Sed numerus eft impar Igitur numerus eſt numerus habens medium Ecce quod bis numerus reppetitur in concluſionc, inaniter factum. ACCIDIT autem quandoque ficut in mathematicis confia gurationibus, vt illic quæ foluimus quandoquecomponcre iterum non queamus. OVADRATVM, penthagonum, et cæteras figuras re. etilineas reſoluimus in triangulos,non tamen ex triangulis quadra tum fit ſed ex dacta linea recta in fe ducta deſcribitur&, 45primi clementorum Euclidis, et cæteræ figuræ, vt ex quartolibro elemen torum Euclidis patet,fed per id non videtur factum effe fatis textui Ariſtotelis,nifi dixeris, quod non ea facilitate idem componimus, qua facilitate ſoluitur in triangulos, vel etiam dicas quodin Geo metria abſolute non componitur figura ex triangulis, et fi omnia figura rectilinea in triangulos refoluatur, fecus auteminri athmetica de mente pythagoræ, tefte Boetio libro fecundo Arithmetices immo vnaqueque figurarum ſpecies, componitur ex præcedenu fpecie et triangulo,vt eo loco demonftratur, vel meliusex tot vni tatibus, quotpræcedensſpeciesconſtat, et vnitatibus triangulorum, vt illis declaratur locis. VNIVERSA LOCA IN LOGICA M A R то тв LIS IN MATHBMATICAS DISCIPLINAS HOC NOVVM OPVS DECLARAT. сум PRIVILEGIO. aistas f 4 VBNBTUIS IN OFICINA FRANCISCI,COLINI GROENIGLICHEN AD LECTORES. Primum limen huius ingreſſus eft in hunc librum,utintel ligat lector Euclidein citatum eſſe fecundum Theonem et fecundum Campanuim indiſcriminatim. Pretcrca illud aduertendum eſt quod Textus Ariſtotelis partiti funt fecundum Ioannem Grammaticum, et nume rus alius, cui præponitur ly aliàs, aut ly uel,in fronte ca pitis denotat partitionein Auerois in Paraphraſi, Tertio loco numerus denotatpartitionem commentationis mas goæ Auerois, Illustriſsimo Venetorum Confilio cautum eft, ne quis hoc Opus imprimere audeat ante decenniuń, fubpena Ducatorum centum, áammißionis librorum; ut in Priuilegio conceſſo Domino Presbitero Petro Cathena artium et facræ Theologie Doétori, pro feßorique publicoliberalium artium in Gymnaſio Paduano: LASERLICH HOFBIB WIEN L MARCOLINI GROENIGLICHEN AD LECTORES. Primum limen huius ingreſſus eft in hunc librum,utintel ligat lector Euclidein citatum eſſe fecundum Theonem et fecundum Campanuim indiſcriminatim. Pretcrca illud aduertendum eſt quod Textus Ariſtotelis partiti funt fecundum Ioannem Grammaticum, et nume rus alius, cui præponitur ly aliàs, aut ly uel,in fronte ca pitis denotat partitionein Auerois in Paraphraſi, Tertio loco numerus denotatpartitionem commentationis mas goæ Auerois, Illustriſsimo Venetorum Confilio cautum eft, ne quis hoc Opus imprimere audeat ante decenniuń, fubpena Ducatorum centum, áammißionis librorum; ut in Priuilegio conceſſo Domino Presbitero Petro Cathena artium et facræ Theologie Doétori, pro feßorique publicoliberalium artium in Gymnaſio Paduano: LASERLICH HOFBIB WIEN LCOLINI GROENIGLICHEN AD LECTORES. Primum limen huius ingreſſus eft in hunc librum,utintel ligat lector Euclidein citatum eſſe fecundum Theonem et fecundum Campanuim indiſcriminatim. Pretcrca illud aduertendum eſt quod Textus Ariſtotelis partiti funt fecundum Ioannem Grammaticum, et nume rus alius, cui præponitur ly aliàs, aut ly uel,in fronte ca pitis denotat partitionein Auerois in Paraphraſi, Tertio loco numerus denotatpartitionem commentationis mas goæ Auerois, Illustriſsimo Venetorum Confilio cautum eft, ne quis hoc Opus imprimere audeat ante decenniuń, fubpena Ducatorum centum, áammißionis librorum; ut in Priuilegio conceſſo Domino Presbitero Petro Cathena artium et facræ Theologie Doétori, pro feßorique publicoliberalium artium in Gymnaſio Paduano: LASERLICH HOFBIB WIEN LIOTHEK PETRVS CATHENA VENETÝS PRESBITERORVM OMNIVM MINIMVS REVERENDISSIMO DOMINO MARCO LAVRETANO EPISCOPO NONENSI AC PATRONO S V O COLENDISSIMO. S. P. மரா NTER munera,quæ diuiniore calculo benigna humanitatis arti fex natura nobiscontulit, uirtu tum de litterarum facratiſsime antistes, ad poftremum haud quaquam adducitur ipſa ratio, nempe ad quamomnia prope quæhumana addicuntur ſubstan tiæ ad unum adhæferunt, cuius munere ſi quis minime recte ufus fuerit ipſum naturæ aduerſari, atſi bonis artibus que de periere iam &deciderunt, quippiamſplendoris &utilitatiscor rogauerit et farcuerit, illum rationismunereperfunctumeſſe ne mo nefciat, hac de caufaconſiderans hominum mentes eodem effe quo arua fato, quæ ſi excolantur bona ſinegligantur mala perfe runt germina,uidiſſem multos, qui philofophi nominari uolunt prepoſteris imbutos litteris,quorum mentes ſentes alunt Gmon stra, quibusuellicandisne unus quidem Herculesſatiseffet, uin Etum in inestricabiles laberinthos quin potius in carcerem te terrimum Aristotelem ut ciuimilites traxiſſe,qui inutilibus que stionibus &Græcis tenue intincti literis, bomis artibusnegletis, fimiles factifunt oculo, qui quòd in tenebris fit lucem flocifecerit Aij decreuiquoingenijuires,etiam fi exignas(nam apprime noui quàm fitmihi curtaſuppellex ) expenderem in eruendo Ariſtotele ex illo obfcuro, id autem tam comode quàm apte fieri putabam ſi Mathematica exempla ſua expreſsiora redderem, quibus in ex plicandis Logicis ufusfuit ipſe prefertim hoc tempore qua publi cis lectionibus Mathematicis in PaduanoGimnaſio incumbebam, ad huius etiam clariſsimi Philofophi elucidationem accedebat hor tatio iuuamen ReuerendissD.. Ioannis Marie Piſauri Epiſco pi Paphenſis &mecenatis optimi cuius expenſis opus imprimeba tur, hortabaturque me ille, ne opus hocpermiterem ex ire in ho minummanus fine duce aliquo cumpreſertim milta, &fere difi cilima hac tempestate contineret, que aut ab interpretibus uniuer fis omiffa, autoppoſita his effent que interpretati ſunt. Te igitur patronum Dominum meum delegi,qui et Ariſtoteleam Philo ſophiam uniuerſam cales, &qui has liberalesartes Latinis duri bus inuulgauit. Itaque ea. Aristoteles loca qua potui diligentia il lustraui, et quæ lucem claritatemque deſiderare uide bantur, curſimebreuis annotamenti lumine perui afeci, qua in reſi effe cerim quod uoluizesło iudex &cenfor. Has autem primores inge - ný nostri fæturastuo nomini Reuerendiss. Domine eam ob rem dicatas uolui,quo plane intelligeres noftri animigratitudinem pro innumeris quibus me in dies cumulare deſideras beneficijs, eoque quod aliter non datur temeum reuerear benefactorem; neque ob aliud ſanete reuerear quàm quòd omni laude digniſsimum: Vale præfulum decus. ed RE agat, ueletium num in ſemen uiri, uelmulieris, uel inmatricem, { OTS PORPHYRII DE GENERE PETRI CΑΤΗΕΝΑ PRESBITERI VENETINOVA INTERPRETATIO. IcetVR et alio modo genus uniuſcuiuſque principium or tus, tam ab co, qui genuit, quám a loco in quo eft quiſ piam ortus. Dicitur quòd locus, os pater cauſe funteffè &trices genis ti, diuerfimodetamen,quippe pater aétiua fit caufa, locus uero conſer uatiua tantum,que ad cauſam effe's Etricem non immerito reducitur,aps te magis quàm adquodcunque aliud cauſé genus. Dico tamen quod, et locusnedum conſeruatiuum prin cipium est, fic ut genitum folummodo conſeruet poftea quam genitum ipfum acquiſiuerit effe fuum,ſed etiam adiuuin principium eſt ipſe locus affe Ausrefpectu geniti accidentiumſententia est ipſius Ariſtotelis, quòd per acceſjum atque receſſum planetarumſub circulo obliquo fiunt in hæc inferioragenerationes atquecorruptiones, folis igitur, e planetarum aliorum lumine, ac motu, affectus locus, aštiue agit hoc pacto adgenera = tionem, atque parentes, fi fecus quis audiuerit, tunc sol, et pater non generarenthominem cum Sol non niſiſuis radijs reétis reflexis autfrae étis alterando aerem agatin ipſum, ca in contentum, quo autem pacto age quodmodo eidemſimili,quo etiam in uiſcera terre producitmineralia, o interræ fuperficie plantas. PORPHY RIVS DE SPE. DE SPET I E. VLCR A Fucies, debita parilitate demiſſa,coloria bus lineamentiſuć luculenter affecta,fpetiesà Pors phyrio in prima ſpetiei ſignificatione uocatur., ut Facies priami dignaeſt imperio, ad cuius fi militudinem, ill. est, quefub aßignato generepoa nitur, curus pulcritudo, est differentia fpecifica, qua pulcritudine informe genus contrahitur, atque pulcrumfit. Et Trianguluun, figuræ fpetiem ſimili modo ſignificat,fie gura rectilinea genus est ad triangulum, non figura in uniuerſum quamſic fufamfiguram Euclides primo Elementorum partitur in eam, que una clauditur linea, et in eam quæ pluribus lineis continetur, qui Triangulus Axties fitfigure reftilinee per hanc ſpecificam différen tiam qua est, claudi tantum tribus reftis, qua etiam differentia pula crum redditur figure genus. Indiuidua funt'infinita. Non intela ligas hoc uelim, niſi potentia,qua infinitatis affectione etiam numerus ita intelligatur; ſed modo quodam diverſo, numerus enim, quicunque fit, aexiſtat, finitus eſt, terminatus,ſic pariter indiuidua on nia, quæ exiſtunt finita funt, sed que preceſſerunt omnia,o que futu rafunt ex utraqueparte infinita diceret Ariſtoteles, numerus uero cum statum ad unitatemhabeat duplici modo finitus eſt,« actu, o deſcenden do,uerum indiuidua duobus modis dictis funt infinita, unico autem modo ut quæ præfentiafunt, finita etiamfunt. IN PREDICAMENTA ARISTOTELIS. DE QVANTITATE. ENARAI numeri partes, ut quinque, et quinque. Animaduerſione dignum exemplar hoc in loco pofuit Ariſtoteles, cum dixit quinque,& quin que partes eſe denarij numeri, non enim dixit quis narium, oquinarium denarium numerum compone re, quia nulla numerorun fpeties componitur ex di uerfisſpetiebus,neque etiam ex unis indiuiduis eiufdem fpetiei,ut diuerfa fpeties fiat, ex unis ternis uel quaternis, ant quinnis numeris nonfitfe nariusuel oftonarius aut denarius, ex unitatibus tamen quinis o quinis que materia eft. Cuiuslibet numeri, denari fpeties conflutur, eas ſententia Euclidis, Nichomaci, atque Boetij. Similiter et in cor pore fuimere aſsignareque lineam fuperficiemuè comu. nem terininun potes, quo partes corporis copulantur. Punctum esse lincæ terminum, or lineam ſuperficiei, e ſuperficiem corporis nemo neſcit, niſi qui Euclidis doctrina dignus est, ſed illud unum maiori egeret indagine, quo nam pa&o lineaſitforſan etiam ima mediatus corporis terminus,ne id Ariſtoteles aſſerens, quippiam affe rat contra Euclidis fcitum, prima enim deffinitione undecimi Elementorum inquit ille, corpus ſiue ſolidum est, quod longitudinem latitudia nem ocraßitudinem habet, folidi uero terminus fuperficies est, uide ergo quod ſolidi terminusnonſit linea ipfa, ut Ariſtoteles aſſerit. Ves rum quòd linea terminusfit corporis manifeſtum est, fi idquod Euclides ait deffinitione nona undecimi elementorum non ignores, solidus (inquit) angulus est, qui ſub pluribus duobus planis angulis comprehenditur non exiſtentibus in eodem plano, ad unum ſignum conſtitutis, plurium linearum igitur contactus (nulla ſuperficierum habita conſideratione) qui estfolidus angulus corpus terminat,fub illis igitur lineis angulusfox Tidus contentus, terminusest illius folidi, ville lineæ termini ſuntnes dum illarum ſuperficierum corpus ambientium, quin etiam inmediati terinini funtillius corporis, cum linea continentes illos angulos in puran Etum unum concurrant. Preterea idipſum Euclides afferit de angulo, quod fit immediatus terminusfolidi problemate tredecimo, libri tredeci mi Elementorum, et in fequentibus quatuor problematibus idem uit,in quibus docet conſtruere corpora regularia, queſuis angulis tangant ſu perficiem concauam circumſcribentis pheri, qui quidem uniuerſi angis li ſub tribus ad minus &pluribus tribus rectis lineis ad unum pun &tum concurrentibus continentur, &punctus ille, nedum est linearum terris minus, fed etiam regularis corporis finis,cum ſit terminus omnium linearum, quo termino tangit fphærum,patet igitur id, quod Ariſtoteles dixit de lineis nedum ueritatem habere, ſed ut etiam pun tusſit terminus ips fius corporis, ſecundum Euclidis ſcitum, perinde dicendum eft de ſuper ficie, quòd non tantum lineis, ſedetiam ipſis pun tis terminata fit, fide ea, quæ rectis lineis claudatur fermofiat, øde corpore Iſoperimetro, fiue quod pluribus re&tis fuperficiebusclauditur, hocquod dictum est in telligatur. Adid uero, quod Euclides primo Elementorum ait deſuper ficie fiuefigura rectilinea deffinitione uigefima, refponde, quod uerum dicit, figura rectilinea, inquit, contineturfub lineis reftis, enon die cit contineturfub punctis, agequod contineriſub pun &tis diuerfum eſt, ab terminari punctis. Ariſtoteles hoc uidens, dixit corpus lineis termia narinon tamenfub illis contineri,quod deſuperficie ſimiliter eft dia cendum. Vel etiam reétè dices, fi ita fenferis, quòd figura in uniuer. ſali, linea claudatur, neque una,neque pluribus, et corpus in uniuer far liambitu ſuperficie claudatur, neque itidem una aut pluribus, o neua tra deffinitio fic in uniuerfum accepta habet exclufiuam particulam,cum autem ad circulum uel ſpherum defcenderis,unum linea una clauditur re liquum uero una tantum fuperficie ſcias elſe claufum,reliquæ uerofigur re rectilineæ non deffiniuntur cum particula exclufiua abEuclide,vel di cas, quòd in littera Ariſtotelis, eſt fua met interpretatio, ubi enim dixe rit, in corporefumere aßignarequelineam comunem terminum, statim correxit ſe, dicens fuperficiem eſſe comuném terminum corporis et Euclides non dixit quòd punctus, ſed quod angulus tangat fphærum. Rurſus in pago quidem, multos homines, Athenis au tem paucos dicimus eſſe, qui tamen funt illis plures, et in domo quidem multos in theatro uero paucos,qui quidem et ipfi multo funt illis plures.Aduertas Ariſtotelem utroque exi emplo, o paucos et multos dixiſſe, comparationem faciens hominum ad loca in quibusfunt, non habens rationens hominum ad homines, ut fimile exemplun daretur ſiquis dicat pauciaurcifunt in arca, @mule ti in crumena, fi in crumena eſſent tantum fex, decem in arca, DE HIS QVÆ AD ALIQVID. VADRATIONIS enim circuli, et fcibilis eſt, ſcientia quidem nondum eſſe uidetur eft autem fcibilis ipſa. Quadam libertate hoc lo co loquutus eſt Arift.afferens id quod ignorauit, quia ſi non ignoraſcet eam,habuiſſet illiusſcientiam, o non dixiſſet (niſi forſan mendatio) ſcientia quidem now dum eſſe uidetur,fciens etiam quod nullus adtempus uſqueſuum proprijs principijs quadraturam inuenerit, nequecitra ad hanc ufq; horam,quis oftenderit,nififorſan quibufdamſuppoſitis,quu,et ipfa non minoriproba tione egerent quàm ipſa circuli quadratio,fedquidper iftud exemplum utilitatis Ariſtot. attulerit, illud effe puto, ut ammoto fcibili, oſcien tia ARISTOTELIS. tia eiusremoveri neceſſe eſt, ut putacaufa nunquam cauſante nuſquam effectus erit, quadratio igitur circuli cum non ſit, nequefcientia de ip. fa quadratura circuließepoteft. Quid nam antiqui de quadratura ſe na ferint in fractionibus Mathematicis declarabitur. DE QVALITATE. VARTVM qualitatis gen'us eft figura et ca quæ circa unumquodque eft forma, et in fuper rectitudo, et curvitas, et quicquid eſt hiſce fimile. De figura fcias Ariſtotelem lom qui, non ut de ea Geometrica abſtracte conſiderata, Jed de figura in re figurata exiſtente,ueluti in fubie et o, idem de forma, rectitudine, atque curuitate intelligas. Aduere tendum tamen ordinem quendam feruaffe hoc loco Ariſtotelem in his que proponit, à ſimpliciori ad magis compoſitum. Primo enim defi gura,quæ linea, uel lineis clauditur, fecundo de his, quæ ſimplici bus lineis, aut ſuperficiebus uniformibus, nempe uel tantum re tis, aut tantum curuis, uelſolummodo conuexis,aut etiain tantum concauis continentur, modus iſte ſecundus à primo non nihil differt, in hoc differentia est inter utrumque, quia primomodo de co quod planum eft, ueluti ipſa papyrus, ſecundo modo, de eo quod corpus, utmons, ficuti uulgus,quodfubtile eſt (ut papyrus) planum uocat, quod autem eft ualde craſſum, corpus appellat, ut montem, a facilioriperſuadens tya runculis ea,quæ etiam à uulgo principium cognitionis ſumunt. Triana gulus autem et quadratum cæteræque figuræ, non uidens tur talem rationem ſubire. Ariſtoteles parum ante dixit, que: nam ſint et, quæ magis, minufue ſuſcipiunt, ut puta qualia ipſa, gridus fufcipiunt intenfionis,modo uides quod neque trianguliis,nequequadras tum,qualia ſunt, fed quanta, que intenſione remißioninonſunt apta. Nam ea, quæ trianguli rationem circulinefuſcipiunt,trians guli fimiliter, aut circuli ſunt oinnia. Senſus huius eft, quòd triangulus. quilibet, uel omnia que triangula ſunt, niſi id quod tribus clauditur lineis,aliud non eſt, a circuli omnes, nil aliud funtquam und çlaudi linea, in cuius medio punctus eſt quod centrum dicitur, à quo oma. nes recte linea uſque ad circunferentiam ductæ inter fefunt cquales.com hoc nihil aliud quàm circulus eſt,nõ enim triangulus circulus,neque cira B 10 IN PREDICAMENT A culus triangulus eft, neque utrunque aliquid unum eſt, licet utrunque figura ſit,ſed hoc æquiuoce, et non uniuoce eſt. Neque te turbet hoc quia Ariſtoteles prius de triangulo, « quadrato propoſuit,c finit ſena tentiam de triangulo, e circulo, et non de triangulo, quadrato, quia de triangulo o quadrato dicens, ſubiunxit cæteræque figuræ quo uerbo etiam circulă intellexit, de quo ultimo loco explicite loquitur. Eorum uero, quæ rationein hanc, non ſuſcipiunt, nihil alio magis minúſie tale dicetur,non enim quadratum ma gis quàm altera parte longius circulus elt, quippe cum neu trum circuli fubeat rationem atque fimpliciter. Si non fubeat propoſiti, in quofit comparatio rationem, alteruin altero magis tale mi nuſueminimèdicetur. Quadratum neque circulus eſt, nec etiam altera parte longius circulus eſt,cum igitur propoſiti circuli rationem neus trum ſuſcipiat, neque quadratum circulus eft,nec etiam quadratum mas gis quam altera parte longius circulus est, idem age de altera partelons giore. Atquefimpliter pro hoc uerbo, ſcito Ariſtot.ſententiam hanc eſe, o ſi quadratum, &altera parte longius circulus eſſet, atque in eo conuenirent, quia tamen neutrum eorum, atque circulus, non eft qualis tas, fed quantitas,ideo à quadrato, o abaltera parte longiori, lymas gisminúfue,ſecludenda funt.Expoſitio hæc uidetur contra id, quòd Aris ſtoteles determinauit in capite de quali oqualitate, quo loco ait quara tum qualitatis genus eft figura,ad quodfoluendum, dicas figuram capi uno, atquealtero modo,primo figura conſideratur in ſe abſtracta aſus bie &to quocunque, cmſic quantumfeu quantitas eft,o non qualitas,nec etiam in quarto qualitatis genere, alio autem modo conſideraturfigura in refigurata, cui largitur tale eſſe, or ſicfigura in fubieéto aliquo,quam. litatis naturam non refutat. Neque musica, cuiuſpiam musica, niſi generis ratione ad aliquid, et ipsa dicatur. De uniuersali Aristoteles,& non para ticularimuſica loquens, ſiue humant uoce uel inſtrumentis praxis fiat, uel Theorica ipſa intelligatur, biffariam eam conſiderat, quatenus à fubieéto uel obiecto ſeu genere ipſo caufetur,et quatenus cauſata in ſubie eo quopiam eſt, primo modo ad fubie &tum quod genus uocat, tan quàm ad effectricem caufam reffertur, ut ad ſonum numeratum, non due tem ad Platonem in quo recepta est, relatiue dicitur. Vel etiam dicas, quòd refertur rationefuigeneris, ut quatenus scientia adfcibile. ARISTOTELIS. IL DE MODIS PRIOR IS. HR N DEMONTSRATIVIS scientisprius eſt nimirum atque pofterius ordine, Elemen ta nanque deſignationibus ordine priora ſunt. Scito elementa, ut deffinitiones, petita, animi conceptiones precedere ipfis propoſitiones in ſcientijs, id quod in Euclidis methodo patet,proa poſitio nem ſubſequitur expoſitio, quam expoſitionem statim deſigndz tio diagrammatisconſequitur, hancdeſignationem (que beneficio petia torum tantun fit) determinatio, determinationem demonſtratio, ſexto loco epilogus, ſiue propoſitionis repetitio. Vel dicas elementa,ipſatana tum eſſe petita reſpectu deſignationis tantummodo. Elementa etiam non tantum principia,utdeffinitiones,petita, et conceptiones animi, reſpectu propoſitionum, que per ea probantur dicuntur, fed ipſa propoſia tiones probatæ, quatenus ad alias fequentes propoſitiones probandas fumuntur, dicuntur elementa, hac de caufa, quidam uolunt libros quindecim Euclidis uocari elementa, alij nero non ob id, quindecim libri dicuntur elementa,ſed quia fingulis libris fua affiguntur principia, ut apud Campanum, ſed neuter modus dicendi placet, quin potius elea menta dicuntur oinnia, quæ in illis quindecim libris continentur, nedum propter deffinitiones, petita, Oʻanimi conceptiones,ut iſti, neque prou pter hoc, quòd alique prime propoſitiones, que demonſtratæ funt, fint pro alijs propoſitionibus fequentibus probandis principia, &elea menta,ut illi dicunt, quia tunc ultima propoſitio noneſſet elementuin ad. quippiam, cum ipſa ultima eſſet, ſed elementa, atque principia omnia illa dicuntur, reſpectu omnium propoſitionum per ipfa probandarum infcientijs fubalternatis ad illos quindecim libros. IN PREDICAMENTA DESPETIEB.V.S. MOTVS. i bЬ et CRET 10 ', alteratio non eft. Hoc perſuaa det Ariſtot. exs * emplo Geometri co (quod etiam multis modis in Arithmetica Boetius docet)Gnomon quidem,ut in fecundo clementorum deffinitione ſecunda ha betur,figura eſt ſex laterum,compoſi ta ex uno quadrato conſiſtente circa diametrum, « ſuplementis duobus, quefigura ab Euclide primo elemen torum propoſitione tirgeſima quar ta habetur, quæ est 6, quam fi huic addideris quadrato a, quadratiſpe ties minime alteratur, licet fiat acre tio quantitatis, ſic ut in hac figu ra ab, quod una diuerfa peties alteri fpetiei addita non uariet fpes tiem,exempla plus centum in tabule Pythagora, apud Nicomachum, Boetium,in numeris inuenies, ut pu ta ex duobus longilateris altrinfecus ad quadratum pofitis, bis medio fumpto quadrato, quod fit, quadra = tumest,licetfacta ſit acretio, ut ex duobus, fex, vbis quatuor, ut ofto, ſexdecim exoritur,qui etiam quadratus eft, pari modo,ex duo bus quadratis, er bis fumptomedio longilatero, nempe ex quatuor, e nouem,bisfumptoſenario longilate ro, uiginti quinque quadratus ortus alb ARISTOTELIS.i. 13 est, que intelligas uolo ex in ateria primi quadrati, atque longilateri, ut ex ipſis unitatibus, ego non de numeris tūlis formaliter fumptis, cum prius corrumpaturſpeties preceden tis quadrati minoris, atque longilas • teri, in aliam petiem maioris quas drati, qui ex illis oritur, acretio. igitur ubique facta eſt, nulla intera ueniente alteratione in fpetie ipſius quadrati, licet e gnomonis atque longilateri apertiſsime facta fit alte ratio. Aduertas tamen, ad id quòd Ariſtot. ait in hoc exemplo de addia • tione gnomonis ad quadratum, ſic, utfpetiesquadrati nõ alteratur.licet • fiat acretio, in Geometria uniuerſali ter ueritatem habet, fed non eſt ita planum in Arithmetica, niſi intelles Xeris de fpetie ſubalternāte,quòd ip fa non uariatur, uaristur tamen qua dratiſþeties ſubalternata, oſpetia liſsima,quòd patet ex eo quòdſi nu mero quadratoſexdecim,addus gno monem uiginti, statim ex pariter paa ri, ut puta ſexdecim, fit impariter par, uidelicet triginta fex, quorums uterque, o fifit quadratus, diucrfarum tamen fpetierum funt, ut ex libris Euclidis de Arithmetica mani feftum eft,quod exemplo fubſcripto manifeſtatur fatis, quapropter uni uerfaliter Ariſtotelem intelligas de quadrati, quatenus quadratum eft ', Apetie, hoceſt de fpetie quadrati in uniuerfum, non de quadratiſpe= tie ppetialifsima. vel etiam dicas quòd Ariſtoteles intelligit exemplifia cari in Geometria uniuerfaliter non autem uniuerfaliter fimpliciter, hoc oft non in omnibus difciplinis. 11 14: IN PRIMVM LIB. IN PRIMO PRIOR V M AN T E SECVNDVM SEC.TV M. n A M fine uniuerſali nô erit fyllogiſmus aut non ad pofitum aut quod ex principio pea tetur,ponatur enim mulicam uoluptatem et c. Sed magis efficitur inanifeſtum in de ſcriptionibus, ut quòdæquicruriæquales, quiad baſin, ſintadcentruin ductæ a,b, fi igitur æqualem accipiata, c, d, angulum, ipſib, d, c,non omnino exiſtimans æquales, qui ſemicirculorum, et rur. fus c, ipfi d,non omnem aſunens eum qui ſeçti. Amplius ab æquis exiſtentibus, totis Angulis, et ablatorum, æqua les eflc reliquos e,f; quod ex principio petet, nifi acceperit ab æqualibus æqualibus demptis,æqualia dereli nqui. Plaa num igitur quòdin omni oportet uniuerſale exiſtere. Si dubitaret quis,an. ſemicirculi eiuſdem ornnes anguli ſint equales, ſic perfuaderi uidetur, b omnes diametri eiufdem circuliſunt æquales per primam deffinitionem tertij elementorum,peripheria eiuſ de circuli uniformis eſt per xv. def finitionem primi elementorit, o me dietas circunferentiæ est æqualis al teri medietati eiufdě circunferentia cumque omnes recte à centro ad cir cunferentiam du &tæ fint æquales,fe quitur igitur, quod duo anguli a, c, d,cb, d, c, ſemicirculorum eiufdem circuli a, b, c, d, ſint ad inuicem æquales, hæc perfuafio fiat ei, qui non omnino exiſtimat æquales, qui ſemicirculorum, rurfus inquit c, ipſi d, angulus uidelicet uterý; minoris portionis æqualis eft alteri,nonaccepto toto angulo, ideſt,toto angulo ſemicirculib, d,c, e a cd, quod ſic perſuadetur, árcus c, d, eiuſdem est peripherie, que unir formis eſt, c, d, eſt unice, om eadem re&ta,ſi igitur utrunque angus lorum minoris portionis ab utriſque ſemicirculorum angulis detraxeris, qui anguli reininent uidelicet e, of, erunt æquales æquicrurus igitur. PRIORVM ARISTOT. 15 triangulus habet ad bafim poſitos æquales angulos, quod demonſtratum fuit,ſumpta iſta uniuerſali, ſi ab equalibus æqualia aufferantur, reli qua æqualia remanent, IN PRIMO PRIOR VM ANTE TERTIVM SECTV M. ECVNDVM uero unumquodque entium elia gere, ut de bono,aut fcientia,priuate auten fecundum unamquainque, funt plurima quare principia quidem quæ ſecundum unu quodq; funt,experimenti eſt tradere,dico au tem,ut Aſtrologicam experientiain aſtrolo gicæ ſcientiæ, acceptis enim apparentibus fufficienter, ita inuentæ funtaſtrologicæ demonſtrationes, &c. Compertum eſt aſtrolabio ſolem plus temporis conſumere à principio Arietis ad uſas finem Virginis, quam à principio Libre uſque ad Piſcium fines,idquod o hiſtoria traditum eft, propter hoc etiam Hiſtoria dereli&tum est Solem tres habere orbes, quorum medius,eccentricus eſt. Quibus habis tis apparentibus, facile eftdemonſtrationes de Sole concludere,oſimili ter in unaquaque diſciplina, prima principia hiſtoria data, &dereli Eta ſine probation funtpofteris, quibus principijs tanquàm uerisſupa poſitis (hiſtoriæ enim proprium eft ueritatem narrare) demonſtratio nes fiuntſi autem de principijs aliquafiat demonſtratio,illam « impro priain, a poſteriori, feu à ſigno eſſe, nemoeſt quineſciat. ANTE MVT V AM SYLLOGISMO RVM RESOLVTIONEM. On oportet autein exiſtimare penes id, quod exponimus, aliquid accidere abfurdum nis hil cnim utimur eo, quod eft hoc aliquid elle ſed quemadınodum Geometra, pedalem, et rectam hanc, fine latitudine dicit, quæ non ſunt: Textushic exponitur primo pofteriorum T. 52 fed hic tantum dubitatur,quo pacto intellectus ea poſsit ſufficienti appres henſione capere, quenon funt, ut quæ nunquam, fub fenfu fuerunt? 16 IN SECVNDVM LI B. Adfecundum refpondeo, quod animam eſſe, intelligit intellectus, quam tamen nunquam uidit oculus, aut manus tetigit. Ideo multa intelligit ins telle &tus,quorum nunquamſenfus ſenſationem habuit. Ad primum dico, quodficut intellectus concipit coclearem artem abſtraftam, quætamen kon eſt, niſi indeterminatis, ſingularibus hominibus, fic etiam li ncam ſuperficie?n intelligit, que tamen non ſunt, niſi in linea atrd. mento picta, o ſuperficie, in corpore naturali, IN SECVNDO PRIORVM CAPITE DE PETITIONE PRINCIPII. - o cautem eft quidem fic facere,utſtatim cens ſeat quod propofitum eſt, contingit uero, et in alia tranſeuntes apta nata per illud mon ſtrari, per hæc demonftrare quod ex princie pio,uelutiſi,a, monftretur per b,b autein per C, c autem natun efſet monitrari per a accidit cnim ita ratiocinantes ipſum a,per ipſuninet a monſtrare, quod faciunt, qui coalternas putant fcribere latent enim ipſi ſeipſos talia accipientes, quæ non eſt poſsibile monſtra: re non exiſtentibuscoalternis, quare accidit ita ratiocinans tibus unumquodque eſſe dicere, fi eft unumquodque, ſed ita omne erit per feipfum cognoſcibile, quod impoſsibile eft.Si propoſitum ſit probare, quod e ſit a, &id oftendatur per mes dium b,c fieret talis fyllogiſmus (e est b, beſt a, igitur e eſt 4. Pros batio primæ minoris uidelicet quæ eſt hæc, e eſt b, fit per hoc medium f, ut in hoc Syllogiſino (e eftc, c, eſt b, igitur e eſt b) Cuius minor, uis delicet hæc, et eft c,fiprobetur. Tunc reſumitur prima concluſio pris mi Syllogiſmi,quæ à principio probanda erat, ut in hoc Syllogiſmo e eſt 4,4 eſt c,igitur e eftc) &fic e eft a,quia e eſt a, Ofic error ijte uerfatur in probanda minore primi Syllogiſmi per plura media per c, oper a, propoſitio uero que probanda proponebatur, hæcuidelicet,e eft a, per tria media per b., perc, et per a, probatur, ſimiliter errant illi, qui nituntur probare parallelas effe per hoc, quod Triangulum habent tres æquales duobusreftis, quod quidem hoc probaretur modo, ſit triangu = lus a, b, c. cuius latusbc, ſi protendatur,caufabitur augulus d, c, d, exterior equalis duobus angulis a, b, intrinſecis ex oppoſito colla * catis PRIORVM ARISTOT. 19 [ b N catis, ut patet ex prima parte tri q geſimæſecunde primi elementorun Euclidis, à punéto c, parallela dua catur ipſi b, a, quæ fitc, e, patea bit per ſecundam partem eiufdemn tri geſimæſecundæ primi elementorum, - quòd triangulus a, b, c, habebit tres duobus re&tis æquales. Si aus tem fumatur probandum quod b, a, uc, e, fint parallelæ, per hoc medium, quia triangulus b, a, c, habeat tres duobus re&tis æqua. les, ideo ipſe parallelæ ſunt, ſic, exterior æqualis eft duobus intrinſe cis ex aduerſo poſitis, qui exterior angulus a, c, d, in duos pars titur angulos in a, c, e,we, c, d,, c, e æqualis eſt b, a,, ere, c, d, eft æqualis a,b, c; quorum utrunque probatur per lis neas eſſe parallelas,ut per uigeſimamnonam primi elementorum,feques retur igitur, quod a,b,oc, e, parallelæ funt,quia parallelæ ſunt,ut b, a,oc, f, parallelæ funt,quia triangulus a, b, c, habet tres duoc bus rectis equales, fed a, b, c, triangulus habet tres Angulos duos bus reftis equales, quia a, b, et c,e, parallelæ ſunt,igitur a, b,a col, parallele ſunt,,quia parallelefunt, quod uanum eft, oprobare quipe piam prius per aliquod pofterius, quod pofterius æget illo priori adſui probationem. Aliter exponatur Textus,ut fiintentü fit defcriberec, d, queſit parallela ipſi a, b, per uiges ſimamtertiam primi Elementorum d fiat angulus e, c, d, æqualis angulo 4,6,6, et argue poſtea,quod d, 0,4, ſit æqualis angulo b, a, 6, quod eſſe non poteſt, niſi b, d,egu c, d," parallele fupponantur, fic b connectatur inductio, quia Trian gulus a, b, c, habet duobus reftis æquales,parallelæ funt a,b, c,d, &quia paralellæ funt, ideo Triangulus habet duobus rectis æqualis, igitur paralella funt, quia parallele fit. a: í с 18.INSECVNDVM LIB. DE EO QUOD NON EST PENES HOC. VONIAM idem utique falſum per plures fup pofitiones accidere, nihil fortaffe inconue niens, ueluticoalternas coincidere, et fimas jor eft extrinſecus intrinſeco, et fi triangu lus haberet plures rectos duobus. Quod autem parallela a, b, c, d, coincidunt fic perſuaderiui. detur Angulus extrinfecus e, 8, 6, maior eft angulo intrinſeco g, b, d, (quod quidem ſummitur falfum, pe nes quodſequitur impoſsibile ) ſed 9 4,8,6,6,8, ho per xiij.primi a -b Elementorumſunt æquales duobus re&tis igitur b, 8,5,64,6,8, erunt d minores duobus reftis per illam igi tur communem fententiam, ſi una f recta ſuper duas rectas ceciderit at que ex una parte cadėtis linee duo anguli intrinſeci fuerint minoris duobus reétis, illas duas reétas ad pars tem illorum angulorum concurrere neceſſe erit, fi protrahantur. Et fi triangulushaberet plures rectos duobus. Duo Anguli g, h, k,68, k, h, ſuntmaiores duo. bus re&tis, multo magis igitur b, h, k, d, k, h, ſuntmaiores duos, bus rectis,igitur duo a, h, k, k, h, ſunt minores duobus res a. h b et is, quia omnes quatuor 6, h, k. a, b, k. d, k, h. @c, k, h. og ſunt æquales quatuor reftis per des cimamtertiam primi Elementorum bis fumptam,igitur b, a, d, c, f adpartem a, c, protracte concurs rent, per illam animi conceptionem,fire &ta ſuper duas reétas cadensfes cerit duos angulos'ex una parte minores duobus reétis, illa duæ lineæ ad illam partem protracte neceſſario concurrent. ! Co Cс PRIORVM ARISTOT. IN DE DECEPTIONE QVÆ FIT SECVNDVM SVSPITIONEM. ELVTI fia, ineft omnib, buero omni c, a omni c inerit, fi itaque quiſpiam nouit quòda ineſt omni, cuib, nouit et quòd cui c, fed nihil prohibet ignorare c, quòd eft, ut ſia duo recti, in quo autem b, triangulus,in quo uero c, ſenſibilis triangulus, fufpicari nanque poflet aliquis non eſſe c,fciens quod omnis trian gulus haberet duosrectos, quare fimulnoſcet,& ignorabit idem. Textum ſimilem habes in pofterioribus in principio primi,preu ter ea, quæ ibi dicentur pro nunc ad explanationem huius Textus, prie mo littera exponatur, omne b eft a, omne c eſt b, igitur omne ceſta, uel omnis triangulus habet tres duobus rectisæquales, qui conſtitutus eſt in tabula est triangulus, igitur qui conſtitutus eft in tabula habet tres: duobus reétis æquales,ſed ſimul dicas o charateres terminos,omne, b trigonum eſt habens tres angulos duobus rectis æquales, omnec fen. fibiletriangulum eſt triangulum, igitur omne c ſenſibile triangulum habet tres angulos æquales duobus re &tis. Cum teneret quis hanc uni uerfalem, omnis triangulus habet tres angulos æquales duobus reétis nondum fciebat, quòd ſenſibile triangulum effet huiuſmodi, quòd han beret tres, uidelicet duobus re &tis æquales, niſi potentia, non autem actu; quàm primum autemfyllogizauit ſubſumptaminore, statim intua. lit, «cognouit, quod ſenſibilis triangulus, tres duobus rectis pares haberet. Cum autem ait ſuſpicarinanque poſſet aliquis, non eſſec, non eft intelligendum, ſic ut Græci, o omnes exponunt, quaſi quod ignos retur an fit c, fed hoc non uult Ariſtoteles dicere,ſed cum inquit fufpicari nanque poſſet aliquis non eſſe c, hoc intelligas modo, quod stante prima uniuerſali, poterit ignorare anc, habeat tres duobus re &tis equales, licet non ignorauerit c effe, fed ignorabit c eſſe huiuf modi, utputa, quod habeat tres duobus rectis æquales; ſcietigitur po tentia in uniuerſali propofitione, Waétu ignorabit in particulari ante quàmfiat fyllogiſmus. Syllogiſmo autem fačto,feu fa et ainduftione Geos trica de qua inprimo posteriorum Textufecundo)a et tu ſcit, quòdfenſis bilis triangulus duobus re&tis tres pares habeat,nihil igitur prohibetfi. Cij 20 IN SECVN. RIO. ARIST. mulſcire, ignorareidem ſecundum diuerſa, ut ſcire potentia iniſud uniuerſali, et antequam fiat inductio, oignorare ſimpliciter, ut pus ta in particulari. DE ABDVCTIONE. UT Rurſus fi pauca ſint media ipſorumb, c, nanque et fic proximius ipfi cognoſcere uelutiſid eſſet quadrati, in quo autem e,re etilineum, in quo uero z circulus, fi ipfius é z ſolum eſſet medium,hoc, quod eft cum lunulis, æqualem fieri circulum rectilineo ce ſīpoflet prope ipfum cognofcere. In predicamento ad ili quid circa quadrare circulum fuit determinatum quantum fiebat fa tis ad Ariſtotelis intentionem, e de quadratura fuſius in fragmena tis noftris, fuper Logicis, multa declarabo, quo ad preſentem te - xtum Ariſtoteles facit fyllogifmum, cuius minor, cumſit dubia e oba ſcura, dicit unum eſſe medium ad probandam illam, arguit e, rectilis neun, d quadratur, ſed z, circulus fit reetilineum, igitur circulum quadrari,poſſet quis eſſe prope cognoſcere, minorem tentauit Antipho, Hypocrates chiusprobare per id medium, quod lunulas ad rectilis neas figuras nixi ſunt reducere, diuerſis tamen medijs, alio enim mos do tentauit Antipho, o aliter Hypocrates chius, qux figure reetilis neæ reducebantur poſtea ad quadratum, eo artificio, quo Euclides docet ultima ſecundi Elementorum, oſyllogiſmus connectatur ſic, ut fimul dicam characteres, me terminos Ariſtotelis, e, rectilinea figura, d quadratur, fed z circulus e figura rectilinea facta est, igitur zcirculus, d, quadratur. IN PRIMVM LIBRVM POSTERIORVM ARISTOTELIS, PETRI CATHENÆ NOVA INTERPRETATIO. TEXTVS SECVNDVS. VPLICITER autem neceffarium eft præ cognofcere, alia nanque, quia ſunt prius opinarineceffe eft,aliaueroquid eft, quod dicitur intelligere oportet, quædam autein utraque, ut quoniam omne quidem, quod eſt, aut affirmare, aut negare uerumeſt quia eſt, Triangulum autem quoniam hoc fignificat; ſed unitatem utraque, et quid ſignificat, eſt quia eft, non eniin fimiliter horum unumquodque manifeftum eſt nos bis. Græci omnes, pariter et Latiniuniuerſi confuſione plenum rede dunthoc in loco Ariſtotelem, nedum qui ſcripſerunt, fed etiam recens tiores, quihac tempeſtate eum interpretantur, et priuatis colloquijs, epublicis etiam lectionibus. Anſammultorum errorum pofteris omnis bus prebuit. Ioannes Grammaticus Cognoinento Philoponus, ſuper hoc Textu in cuius expoſitione plufquain errorum mille contra Ariſto telis ſententiamfcripſit, qua decaufa, ipfa ueritate fretus, &uniuers fæ logicorum utilitati conſulens, lucidum, facilein, atque clarum Aris stotelem in hac parte reddere decreui, o inſaniam ignorantiæ depri = mere, ne etiam in futura tempora amplius à forticulis doctrina tamclan rißimiPhilofophilabefactetur, ſcito in primis, tres eſſe modos pres cognofcendi, quos Aristoteles ponit, in hoc Textu, unicuique hos rum modorum aptißimum,atquefacilimum exemplum poſuit, feruans exemplorum ordinem cum ordine modorum precognofcendi, ſic, ut primo precognofcendi modo primum exemplum aptet,ſecundo modoſe cundum, atque tertium tertio. Nequete perturbet, quod Ariſtoteles IN PRIMVM LIB. ait, dupliciter fit neceſſarium præcognoſcere'. Tripliciter autem dixes rim ego, primo autemmodo, opus eft præcognoſcere, quia eſt tantum, alio autem modo, quid eft id, quod nomen dat intelligere folummodo quos duos modos ab inuicem ſeiunctos, in tertio modo in unum aggregat uerum methodum compoſitiuam ſeruans. Duo igiturfunt modi precos gnoſcendi, alter quidem in parte oſeparatim, reliquus uero in totum, oin parte quidem biffariam. Vnus tantum quia eft,reliquus uero tans tum quid ſignificet, in toto uero ille eft modus, qui horum utrunque in ſe comple &titur. Exempla Ariſtotelis multos Geometric ignaros turs batosego stupidos reliquerunt, qui ab Apoline reprehenfi, &fpreti à Platone, uagantes fomniauerunt, hoc in loco, tria attůlliſje Ariſtotes lem exempla, in ſcientijs diuerſis. Nempe Methaphisica,Geometria, O Arithmetica, quod chimericum eſt, ex ipſa uunitate magis uanum, fi enim ueftigijs fapientum Methaphiſices,Geometrie, et Arithmetica, prima limina attigiſſent, non incidiſſent in hasſuas philoſophicas furias, dicunt enim, quod artificio, id Ariſt. fecit,ut de demonſtratione agens, que inſtrumentum uniuerſale est, tria exempla (ſuam oftendensfacuns diam ) in ſcientijs tribus fpeculatiuis, &uniuerſalißimis attuliffe, ſic, uttandem concludant in ſua expoſitione Ariſtotelem uoluiſſe equinam ceruicem humano capiti iungere, &uarias plumas diuerſarum ſcien tiarum inducere, ut tandem tria formoſa, &pulcru exempla deſinant in nihil dicere. In una demonſtratione, datum eſſet unitas, queſitum triangulus, e principium Methaphiſicum, ualeat pereatque cim ins terpretibus hæc interpretatio. Non est Ariſtotelis confuetudo, exeine pla afferre (aliter effet edire &to contra exemplorum naturam ) niſi,ut do&trina, que aliquatenus non innitiatis uidetur obfcura, atque diffi cilis, fole clarior, atque perfacilis omnibus reddatur, quid rogo cons fufius, quàm in una re logica explicanda, tria exempla mutila, o tim diuerfa afferre? ut in unotantum quia,in alio exemplo,folum quid,c. in tertio exemplo, ey quia, &quid, ut tandem in piſcem definat fora mofa demonſtratio. Dico, omnia tria exempla attulliſſe Ariſtotelem in unica atque determinata Arte; uel diſciplina Geometrica, quicquid Niphlus fentiat et fequaces, ex nulla eſt alia ueritas in hoc Ariſtotelis Textu, neque uerus fenfus, qui ad Ariftotelem faciat preter hunc, quem fubfcribo, uelint nolint omnes atque uniuerſi, qui philoponifena tentie initi uidentur, quem nullo modo ipſemet nec alij recteintelligunt, fcito primum, quod de lineis re&tis a centro ad circunferentiam du &tis POSTERIORVM ARISTOT. Veruin eſt dicere quod ad inuicem funt æquales, uel non equales, ut etian de quolibet quidem quod est,aut affirmare,aut negare ucrum est,quia eſt, fimiliter,quòd quæ uni og eidem funt æqualia interſe funtæqualia,uel in terſe nonſunt æqualia, uerum est dicere quia eſt,ſed alteram partem hu ius diſiun £ ti fummit Geometra deffinitione xv. primi Elementorum, cum Similiter alterum alterius diſiunéti partem prebet prima animi conceptio primi elementorum, &hoc est uerum, quia est linearum à centro ad circunferentiam protractarum, ut adinuicem ſintequales, « prima ani mi conceptionis,utſiab æqualibus equalia auferantur remanentia æqua lia erunt. Secundo loco exemplum poſitum est,quid hæc uox, Triangulus ſignificet,quod etiam fupponit Geometra deffinitione xxi. primi Elemen torum, ex ſignificatfiguram tribus re &tis lineis contentam,ſiue illud actu ſit ſiue actu non ſit, Quatenus tamen quæritur,nondü habetur,poteft tas men eſſe. Tertio loco ponit Ariſt.unitatem,quæ quidem unitas, a quid ſignificet, quia eft,utrunque habet. Hanc ego unitatem contra oma nes loquentes, « ad Ariſtotelis ſententiam aio, eſſe non eam, qua unaquaque res una dicitur,ut ea quæ eft principium numeri, ſed eſtres queuna ab illa unitate, quæ eſt principium numeri dicitur, nempe una linea recta data ſuper quam triangulum collocare oportet, ſiue ille fit æquilaterus, ut Euclides proponit, uel iſoſcelesaut gradatus, ut Arisſtoteles querit in uniuerſum, quod quidem Proclum diadocum,& Cam panumfuper primum primi Elementorum, non latuit, quæ unitas linea feu quæ linea una concluditur in decimaquarta primi Elementorum, tàm quàm queſitum, in qua quidem decimaquarta primi Elementorum ni hil de unitate, quæ fit principium numeri, ſed, una linea concludi tur, quæ linea una eſt datum inprimo problemate primi elementorum Euclidis, de qua lineæ unitate precognoſcitur, quid, utſit a puncto in punctum breuiſsima extenſio per diffinitionem tertiam primi elemehtoa rum, precognoſcitur etiam, quia est,cum ipfa detur in prima pros poſitione primi elementorum. Ab Euclidis igitur methodo non recedens Ariſtoteles facilitat, declarat exemplis ubique locorumfuam do&tria hæc igitur uera atque germana Ariſtotelis interpretatio eft, alia, ut dixi nulla, fomnia igitur quæcunque diluantur, putas ne Arie ftotelem afferre illud Methaphiſice principium, nullo modo ad artem ali quam peculiarem contractum, uni Tirunculo in Logica inſtituendo? ubi Methodus? que maior ordinis peruerſio? quis nam in Logicum eua dere poterit niſi prius Methaphiſicis inniciatus fit? hec omnia uanis 11 nam, IN PRIMVM'LIB. 2 tate plena ſunt, non faciunt niſi ad buccas inflandas. De unitate aus temdicit Ioannes ſic Ariſtotelem intelligere, ſicut docet Euclides pros poſitioneſextadecima ſeptimi Elementorum, fi unitas numeret quemli bet numerum, quoties quilibet tertius aliquein quartum, erit quoque, pernutatim,ut quoties unitas numerabit tertium, toties ſecundus quar tum numerauerit, datum inquit Ioannes, eſt unitas, quæ eft principium numeri, de qua habetur &quid, et quia eft, o ſi hoc exemplo uidea tur Ioannes ueritatem quidem dicere, licet non ad mentem Ariſtotelis. Dico tamen quod Ariſtoteles neq; exponitur, et quòdfalfum eft,id quod Ioannes dicit,ut quod unitas,quæ eſt principium numeri, fit datum,non enim eſt unitas datum in ſextadecima ſeptimi Elementorum, fed unitas cum refpeétu ad numerum aliquem, quem numerat, eſt datum, que = ſitum autem eſt, ut ipfa tertium numerum numeret, ut ſecundus nus merus numerat quartum, quemadmodum amplius declarabitur in de tris plici errore circa uniuerſale.Preterea dignitas ſiue premiſſa in hac loan nis indu &tione eſt duodecinaſeptimi Elementorum, que probatur per precedentes, onon eſt immediatum principium,exponitigitur Ariſtoc telem per unam demonſtrationem, quæ non procedit per immediata prin cipia, quod non eſt imaginandumin hoc propoſito, preualet igitur ex poſitio de unitate lineæ, quia ibifit deductio per immediata principia ut per xv.deffinitionem,& prima animi conceptionem primi Elementorum Ecce quàm aliena est loannis expoſitio ſuper Textum Ariſtotelis. Die co igitur datum, eſſe unam rectam lineam, quæſitum, ut ſuper ipfarn trigonum conſtituatur, &quod, id conſtitutum, ſit trigonum, probas tur per decimamquintam deffinitionem, vprimam animi conceptionem primi elementorum. TERTIVS TEXT V S. ST autem cognoſcere alia quidem prius cognofcentem. Aliorum vero, et fimul notitiam capientem, ut quæcunque, con= tingunt eſſe ſub uniuerſalibus quorum haa bent cognitionem; quòd quidem omnis triangulus habet tres Angulos æquales duobus rectis præfciuit, quòd uero hic, qui in ſemicirculo cft, triangulus fit, fimul inducens cognouit. Duos modos ſciendi POSTERIORVM ARIST. ſciendi hoc textu tangit Ariſtoteles, primus, qui eft per reminiſcens tiam,de quo nondubitarunt antiqui. Alter uero, es ſecundus est, quo de nouo aliquid ſcimus, qui fuit alienus ab antiquorum mentibus, ſur per hocſecundo, ſit noſtra expoſitio. Ioannes Grammaticushanc para ticulam, fimul inducens cognouit, interpretatur fic,ut per inducen tem intelligat eum, qui habens triangulum in ſemicirculo pićtum, ofub penula abſconſum, oftendat eum triangulum eſſe, quaſi abijciens penus lam, ey aperiens manum obijciat ipfum triangulumoculis uidere uolens tium, &Latini omnes fimiliter,& Aueroes fequuntur ipſum in hac interpretatione. Non poſſum non mirari hominisiftius alias doétißimi expoſitionem et omnium fequatium,que quidem interpretatio, fi ads mitatur,statim uidetur, quod Ariſtoteles uanus ſophifta effectus, id do ceat, quod ipſe reprehendit contramale foluentes,ubiinquit in fequenti textu,Nemoaccipit talem propofitionem,oinnis triangulus quem tu ſcis eſle triangulum,quod utique illi agebant de dualitate abſconfa inmanu,quòd neſciebant eameffe parem, quouſq;nonuiderent quòd illa eſſet dualitas. Ioannes &omnes interpretes Ariſtotelis allucis nati ſunt, putantes quod illa littera Ariſtotelis ſic debeat legi, quod ues ro est in femicirculo triangulus fit, fimul inducens cognouit;cognouit quidem quodfit triangulus, per induétionem, id eſt per oſtenſionem ad oculum, aperta manuin qua abfcondebatur, ſic ut illa induétio certificet de eſſe triangul, quod ridiculum est, o uſque ad hæc tempora, falfum pro uero habitum,henuga deſtruunt Ariſtotelis ſententiam; non enim Ariſtoteles de trigono in ſemicirculo defcripto dubitat an trigonum ſit, neque igitur estopus, ut dubium remoueatur per oſtenſionem ad oculum quòd trigonum ſit, quia ut dixi, hoc non reuocatur in dubium, ſed has bita, hac uniuerſali,omnis triangulus habet tres æquales duobus res Etis, dubitatur an qui in ſemicirculo eft triangulus, &qui quidein a &tu uideturſit huiufmodi, utputa, quòd habeattres angulos equales duo bus rečtis, quod quidem manifeftatur non per ſenſitiuum indu &tio s nem, quia per illam oftenditur tantum quòd fit triangulus, ut illi mda li interpretes exponunt. Neque id oftenditur per inductioncm Topia cam, que à particularibus ad uniuerfalem procedit, ocontrariatur huic poſterioriſtico proceſſui, quifit ab uniuerſali ad particularia, rea ftat igitur declarare quæ induétio fit illa de qua loquitur Ariſtoteles, quam dicunt aliqui elle ſenſitiuam, aliter tamen ſenſitiuam quàm loans nes Grammaticus intelligat, dicunt enim quod talis fenfitiua oftenfio 1 1 D IN PRIM VM LIB. couptatur in Syllogiſmoſic, omnis triangulus habet tres angulos equat les duobus rectis, ſed hic qui in ſemicirculo, eſt triangulus, igitur hic qui in ſemicirculo, habet tres duobus rectis aquales,ecce inquiunt,quos modo minor eſt ſenſitiua, quia ponitur illud pronomen oftenfiuum, isti funt in errore maiori forſan quàm precedentes, putant eniin quod illud pronomen, &fimilia pronomina ſint oſtenſiua ad fenfum, quid igitur dicendum erit de hisloquutionibus,hic Apolo eſt cui barbam abraderefe cit Dioniſius, huic Apolini coronam Papus, iufsit fieri, et iſte Aurifexfædauit aurum; ueletiam iſte est Euclides,quem Plato in theetes to commemorat, non ne omnia ifta pronomina oſtenfiua, funt ad intela lectum, et ſi quandoque per accidens ad ſenſum ſint oſtenſiua? ideo pronomen in iủa minori, ſiper accidens oftendatad ſenſum, oſtenſia uum tamen precipue eft ad intellectum, aliter cecus non poffet illum Syla logiſmum efficere, quòd manifefte falfum eft, ueritas non eis obuiam uenit ſic interpretantibus.Laborant adhuc dicentes,quod ila inductio nil aliud est quàmfubfumptio huius minoris, fed hic qui inſemicirculo est triangulus, fub illa uniuerſali nota, omnis triangulus habet tres angulos æquales duobus reétis, illam quidem diſpoſitionem premijarum in figus ra &modo, uocant inductionem, hoc autem non facit fatis ad Ariſtotea lis litteram; quia ante quam inferatur concluſio, neſcitur de triangulo conſtituto inſemicirculo quod tres habeat duobus reftis æquales niſi po= tentia, poſt quam autem illatafuerit concluſio,fcitur a &tu, o noi ama plius potentia, quòd uult Ariſtoteles,ut poſt quàmfactus fuerit ocoma pletus ſyllogiſmus, fimpliciter ſcitur,quod qui in tabula,habet tres æqua, les duobus rectis. Agamus igitur et nos,o. Ariſtotelis litteram prius diſponamus, ſubinde ſententiam exponamus.. De triangulo uero in feinicirculo conſtituto fimul inducens cognouit. Simulcum uniuerſale triangulo ſcit ipſum particularem trianguluna, quòd habet tres æquales duobus rectis, &hoc,inducens, uerbum hoc inducens du asinductiones ſignificat. Alteram Geometricam,reliquam ſyllogiſticam, quæ etiam ordine ponuntur in littera Ariſtotelis dicentis,antequàm in duétum ſit,uelfactus fuerit fyllogifmus, quæ duo uerba, non ſunt fynow nima, ita ut und &eadem res per, utrunque uerbum, inductum ſit, uel fa& usfuerit fyllogiſmus ſignificetur, quia in doctrinis,non utitur termin nis ſynonymis,neque Ariſtoteles multiplicat uoces, terminos ean dem rem ſignificantes. Dicendum igitur, quod aliam rem uox hæc indue dio, &aliam ifta uox,fyllogiſmus,ſignificat, non gūteſt indu &tio aliqua POSTERIORVM ARISTT. prediétismodisfupra citatis, ut probatum fuit, relinquitur igitur, ut inductio per quam ſcimus,quodtreshabeat æquales duobus reitis is,qui infemicirculo defcriptus est,nulla alia fit,neque excogitari poſsit quàm Geometrica induétio. Ila autem huiufmodi est, fuppofita deſcription per trigeſimamprimum primi Elementorum, Angulus c b d eft æquas lis ang ulo et c b, per primam par tem uigeſimenos lice primi Ele - mentorum Euclia dis, &Angulus dibe equalis eft ang ulo cab per fecundam partem uigeſimenone primi elementorum, totus igitu * cbe, eſt æqualis duobus angulis cøa, fed cbre, cum c b a per xiij. primi Elementorum equiualet duobusrectis, igitur angulia, cum eodem c b a, funt equales duobus reétis,quod inducendum erat, de triangulo ac b in ſemicirculo deſcripto,qui triangulus non erat abſcon fus immo ante oculos offerebatur, tamen illa oblatio,non erat inductio de qua Ariſtoteles intelligit, quam inductionem quis unquam utcun queetiam intin &tus litteris dicet, unum eſſe fyllogifmum? quofyllogif mounico (it inferius declarabo) poteratidemfyllogizari, neque enthis meina unum eft, cum ibi multe ſint conſequentie, Enthimemaautem und tantum conſequentia eft, quòd neque Topica, inductio, patet; quia ibi à ſingularibus ad uniuerfalem progredimur,in hac autem induétioneper decimamtertiam Guigeſimănonam primi Elementorum,quæ uniuerſales magis funt quàmſecunda pars trigeſimæfecundæ primi Elementorum per quam patet intentum de triangulo in tabula conſtituto. Neque mi reris quod in hacinduétione non fumitur illa maior, omnis triangulus habet tresangulos æqualesduobus re&tis, quia illa fumiturin inductione fyllogiftica, in inductione uero Geometrica, fumitur decimatertia,cui gefimanona primi Elementorum, in utraque induktione cumGeometri ca,tum etiam fyllogiſtica fit proceſfusab uniuerſalı ad particulare,uel ad minus uniuerſale, Syllogiſtica uero induétio,ex duabus premiſsis, illa ta concluſione conſiſtit, quafyllogiſtica indu &tione fæpeutitur Ariftoteles ut Tex.xciiy.Secundum partitionem loan.Grammatici,uel Textu trigeſi monono in paraphraſi, in magna, pero expoſitione Tex.clxiij.prima Dü IN PRIMVM LI B. poſteriorum, et alibi, habita o ſcita hac uniuerſali, omnis triangulus habet tres equales duobus reétis,fatur modo aliquo idem de conſti tuto in ſemicirculo triangulo, ſimpliciter autem non fcitur,ofacta ine duftione ſyllogiſticaſimpliciter ſcitur, quod qui in femicirculo eft triane gulus, ſit huiuſmodi, ſicut ſcita decimitertiaeuigeſimanona primi elee mentoruin ſcitur potentia, quod qui in ſemicirculo eſttriangulus, duo bus rectis tres habeat pares,licet nefciat, an qui in ſemicirculo,fit triana gulus,ut Ariſtot,ait Tex.101. uel 169.a{tu autem, o ſimpliciter fcitur per Geometricam induétionem, quæ ſemper ex ueris, primis, caufis ila latiuis conclufionis, ex magis notis procedit, non autem ex immediaa tis ſemper, nequc ex cauſis quedant eße, fed ex his tantum, quæ dant propter quid iŪationis, tale inſtrumentum quod induétionemGeomes tricam uoco,non est una conſequentia, fed plures, ut plurimum, neque per immediatafemper procedit,fedalternatim per immediata, oper ea que probatafunt procedit,inmediata autem, uoco propoſitiones per fe notas, etiam illas propoſitiones demonſtratas,quæ immediate proz bant fequentes, de hoc quidem toto inſtrumento non aliter Ariftoteles traftauit, nifi per particulas illas, utſupra commemoratas, ut ex ues ris Oc. Tractauit tamen de fuis partibus, ut de enthymemate, quòd pluries fumitur in tali induétione Geometrica,o de fyllogiſmo, ad quem reducitur talis inductio,non tamenadunun tantum,ſed ad pluresfyllogif mos, neque uelim dicas propter hoc, quod Logica, Geometriam debeat precedere,utplacet nonnullis niſi deLogica,que natura nobis ſuccurrit. Quorundam enim hoc modo diſciplina eft, et non per inedium ultimum cognofcitur, ut quæcunque fingularia jamelle contingit, uec de fubiecto quoppiam. Hunc locum Ariſtotelis extorquent penė.omnes,uerum quidemdicunt, ſed in fua ues ritate duo errores continentur, primus eft, quod interpretatio non est ad propofitum, fecunduserror, quia id quodaiunt contradicit huicloa ÇO Ariſtotelis, inquiunt enim, quod per medium, ſcitur ultimum, hoc est, quod ultimum. Nempe maior extremitas concluditur per medium de ipſa extremitate minori. V.ideas quanta fit horum hominum uanitas, Ariſtoteles negatiue loquitur. Et non per medium ultiinum cox gnoſcitur. Ipfi autem uani exponunt, per medium ultimum cognofcia tur, aduertendum quod medium in propoſito intelligit Ariſtoteles,quod non tantum fitu,medium intelligas, quod bis in premißis capitur, fed me dium hoc loco,nil penitus aliud est quam, quodquid eft ipſius rei, ut POSTERIORVM A R IST. fparfim in primo poſteriorum, e in ſecundo manifeftuin eſt, in pri moenim, Textu 201. Juxta partitionein philoponi, uel 39. uel Textu 169. iuxta aliain partitionem; ait Ariſtoteles, quod uniuerſale mon ſtratur per medium, &non particulare; uerbi gratia,hic non per mea dium,omnis homoest riſibilis Socrates eft homoigitur Socrates eſt riſi bilis, ly enim hono, non eft quodquid est, ſed eſt ſubiectum, hic uero per medium, omne animal rationale eſt riſibile, omnis homoeſt aniinat rationale, ergo omnishomo eft riſibilis, ibi enim animal rationale eft mes dium, fi inftes fic,omne animal rationale eſt riſibile Socrates est animal rationale,igitur Socrates est riſibilis. Dico quòd hoc non eft per fe,eta primo de Socrate, quòd fit animal rationale, nec etiam riſibile per ſe, et immediate,argués igitur fic,omnis triangulus habet tres æquales duo bus rectis,fed qui in ſemicirculo, eſt triangulus, igitur qui in ſemicir= culo habet tresæqualesduobus rectis. Ibi enim triangulus non eft quot quid eſt, ſed potius ſubie &tum, feu genus, ibi igitur non eſt demonſtras tio, licet fit fyllogifmus, &fi adhuc inftetur,quod per decimumtertiam &uigefimamnonam prini,demonftretur quòd qui in femicirculo, ha beat tres equales duobus rectis, igitur ei qui in ſemicirculo eſt, non con uenit; quia triangulus;fed per decimamtertiam euigeſimamnonam pris mi Elementorum. Dico quod in inductione Geometrica, qua de triana gulo in ſemicirculo cöftituto oftendebatur,quod habet tres æquales duos bus rectis per decinătertiam (uigefimamnonam primi, id immediate nõ conuenit triangulo quatenusſit in femicirculo deſcriptus, fed ut trian. gulus eſt, ut oſtenditur ſecunda parte trigeſimeſecunde primi Elemen torum,fecundoautem, &per fe non immediate,omnibus alijs triangulis. Quorundam igitur ſingularium (quorum quodque non predicatur de ali quo ſubiecto, quiafingularenon predicatur deſubiecto aliquo, ut in pre dicamentis determinatum est ab Ariſtotele ) diſciplina est, non per medium, ultimum cognofcitur, cognofcitur quidem ultimum nempe mie iorem extremitatemineſſe minori,fedhoc non permedium, id est non per quod quid est. Si vero non eft ita,quæ in Menone contin. get dubitatio, aut enim nihiladdiſcet feruus Menonis,aut quæ prius nouit addiſcet non eniin iam ueluti quidam ni. tuntur foluere dicendum eft particula illa. Si uero non eſt ita,videlicet fi non eft fcire de nouo,ab uniuerſali ad particulare progre diendo; tunc, quæ in Menone eſt, contingit dubitatio, particuld illa: Non enim iam. Yerbum illud iamfuturi temporis eſt, fic utfit ſens I N P R IM VM LIB.ſus habita mea doctrina,omodo quo dixi, nos fcire de nouo,quod id addiſcimus, quod tamen aliquo modo fcimus, non foluas poſt hac, eo modo, quo illi nitebantur foluere, fed eo palto ut predocui, it de omni dualitate fciens quod par ſit, de abfconfa in many dicas, quòd etiam de ea fcis potentia, quodſcit par. Veluti quidam nituntur ſoliere dicendum eſt. Exponunt Latini &Græci,hunc locum fic,quidam Platonici dicentes, nos nihil fcia rede nouo,fed fcire noſtrum eratreminiſci arguebant illos, qui dices bant quod de nouo fcimus, &nitebantur Platonici ducere eos in contra dictionem,hoc argumento interrogatiuo, aiunt enim Platonici ipſi jos ne omnem dualitatem eſe parem, nec ne anuunt quidam dicentes nos de nouo ſcire, ita eſſe, ſübinde atulerunt Platonici dualitatem dicentes, igitur fciebatis etiam hanc dualitatem, quam manu tegebamus eſſe pas rem, quod tamen effe non poteſt, quia nefciebatis ipſam eſſe dualitatem ecce contradictio, prius fatebantur ſeſcire omnemdualitatein eſſe par rem, &tamen neſciebantdualitatem hanc parem eſſe, quod manifeſtum contradictorium eft, reſpondebant autem illi, qui dicebant nosfcire de nouo, quod interrogati de omni dualitate, an par effet, reſponderunt non de omni dualitate abſolute, fed de dualitate quam utique dualitatem effe ſciebant, modo de illa, quæ abfconfam tenebant, oque non erat fibi nota, ut eſſe dualitas, non fatebantur illam eſſe parem, quia neſciebant illam effe dualitatem, ita ut hec expoſitio, eotendat, ut Ariſtoteles res prehendat illos, qui dicebant nos ſcire de nouo, quia male foluebant Argumentum Platonicorum, xnihil dicat Ariſtoteles contra Platoni. Cos. Expositio autem mea, e directo opponitur, huic omnium expofie tioni, ſic ut Ariſtoteles arguat Platonicos male foluentes argumentum dicentium nosfcire de nouo, et contra hos dicentes, quòd fcimus deno uo, nihil in hoc Textu dicit Ariſtoteles. Pro cuiusfententia declaranda, Queritate, est in primis aduertendum, quod in hoc textu, quoſdam in telligit Ariſtoteles dicentes, quòd de nouo nos fcire contingit aliquid, quod tamen etiam preſciebamus in uniuerfali, oiſti inquiſitiuo argu mento probant intentum contra tenentes, quòd ron ſcimus quippiam de nouo, quorum negantium de nouofcire reſponſionem redarguit Ariſtoa teles, einterargüendum, peccant og errant in perſuadendo id, quod probare nituntur, quem errorem, &peccatum dicentium nos de nouo ſcire, non redarguit Ariſtoteles propter duas cauſas, altera est, quia eft adeo manifeftus, ut fine reprehenſione à quolibet cognofcatur pre POSTERIORVM ARIST. meil, habita intelligentia primi textus huius primi, reliqua caufa quare: non eos redarguit est, quia primo textu feclufit fuam perſuaſionem, dicens omnis doétrina, o diſciplina intellectiua a diſcurſiua, ex præexiftens ti fit cognitione, ex preexiſtenti non quidem ſenſitiua, quia illa à Singue laribus ad uniuerſalem, hæc uero poſterioriſtica e contrario, ab uniuer ſali ad fingulare procedit, ideo eos non reprehendit Ariſtoteles, quia, quifq; per fe intelle &to primo Tex.cognoſcit; quo modo errabat ilii inter arguendum. Inquiunt enim arguentes, noftis neomnem dualitatem effe parem necne? afferentibus Platonicis attullerunt eis quandam dualitas tem, quam non exiſtimabant eſſe, quare neque parem, en dicebant iſti arguentes, ſciebatis in uniuerſali, quod omnis dualitas est par, otas hoc, ideſt paritatem de hac dualitate, qua manu abſcondebatur neſciebatis, quiaignorabatis quid eſſetin manu, num dualitas,uel quips piam aliud, autnihil, « nunc uos fcitis iam per apertionem manus prius eam tegentis, in particulari hanc determinatam, et particularem dualitatem eſſe parem, ecce quomodo ab uniuerſalicognitione deuentum fuerit in cognitionem particularis, quod prius dubium apud uos erat. isti ſic arguentes peccant contra primum textum, utſupra dixi, ocon tra Tex. 112. Neque per ſenſum eft fcire, putabant autem isti ars guentes illam intuitiuam ſenſationem eſſe doctrinam ſeu diſciplinam. Quia tamen cum Ariſtotele in intentione, quod de nouo fcimus, et quia etiam error in perſuadendo manifeſtus eft, ut predocui, de intelle &tiua quidem et diſcurſiua diſciplina loquitur Ariſtot.ut de uirtute in uniuer ſali etiam in Menone erat ſermo ideo modo Ariſtoteles dimittit illos,tam quàm non concludentes propoſitum, quodfatebantur, et diuertit ſe ad Platonicosmale foluentes argumentum,tenentes quod id quodaliquo mo do ſcimus non poſſumus de nouo addiſcere, uel quòd nostrum ſcire,fit re miniſci, foluunt argumentum ſic, non enim fatebantur Platonici ornem dualitatem eſſe parem, neque dixerunt ſeſcire omnem dualitatem eſſe pa rem,ſed dixeruut dualitatem, quam utique nouerunt dualitatem effe, mo do cum neſciuerint, an id, quod manu tegebatur effet dualitas, neque ali quo pacto fciebantipſam eſſe parem uel etiam imparem,quiaſic aiebant, prius,debemusſcire,an fit dualitas,&poſted,an parfit,uel etiam impar, ita ut quandointerrogati fuerant,an omnem dualitatein ſcirent eſſe parë uel imparem reſponderunt utique de dualitate hoc ſcire, quam quidem dualitatem eſſe nouerant, uerum eſſe, ſed de dualitate in manu abſconſa, nihil fciebant, nec quippiam deea aliquo modo fciebant, ideo nefciebant IN PRIMVM LIB. 3 idem uno modo, ut in uniuerſali de illa dualitate,quòd effet par, u idem ut quod effet par ignorarent in particulari, atqui ſciunt cuius des monſtrationem habent, et cuills acceperunt. Acceperunt autem non de omni, de quo utique nouerint; quòd triangulum aut quod numerus ſit, ſed fimpliciter acceperunt; illi arguebant deomni numero duali, atque triangulo,&c. Similiter reſponderunt illi, quod ſciebant omnem dualitatem efle parem. Verba hæcfunt Ariſtotelis contra tales reſpondentes,nullus enim propo nitſeu interrogat, aut nulla propoſitio accipitur talis, quòd quem tu. noſti eſſe numerum dualem, nofti ne eſſe parem? aut quam noſti rectili neam figuram eſſe triangulum, quòd habeat tres æquales duobis reétis? ſed accipit de omni numero duali, ede omni figura rectilinea trilatera, quis enim proponeretſuo tam inerudito colloquio fic,nunquid nofti oma nem dualitatem quam eſſe dualitatem nofti, quòd par fit,autnon?ines ptam igitur, contra loquendi modumfolutionem reprehendit Ariftot. reprehendens quidem Platonicos malefoluentes, cui non illos de nouo fci re dicentes perperam arguentes; &modum fciendiquo de nouo fcimus fimpliciter id, quod potentia ſciebamus epylogando dicit, Sed nihil (ut opinor) prohibet, quod addiſcit aliquis ſic in particula ri, ante ſciuiſſe in uniuerſali, et in particulari priusignos raſſe, abfurdum enim non eft,fi nouit quodam modo, quod addiſcit, ſed ita eſſet abfurdum, ut inquantum ads diſcit, co pacto ſciat. Idem diſcurſus &expoſitio fiat ſuper Textu fecundo priorum, in capitulo de Deceptione ſecundum fufpitionem, qué etiam Textum perperam interpretātur pſeudo philofophi. De dualitate autemſiquis nunc interrogaretur, noſti ne omnem dualitatem eſſe parent nec ne? annuat quod ſic, o ſi offeratur abfconfa in manus dualitas, dia cat quod etiam ſcit eam in potentia parem effe, licet neſciat a et u, quod dualitas ſit,e eft fententia Ariſtotelis Textu 101.0 in hoc Textuhas bita una atque altera interpretatione, cui dubium eft fecundam eſſe pres ftantiorem prima?niſi quis dicat primam eſſe preſtantiſsimorum philo fophorum tàm ueterum Græcorum quàm Latinorum omnium prefertim iuniorum mentem Ariſtotelis interpretantium, fecunda uero interpre tatio noua est, o hominis uniusfolius,quæ nullo modo preualere poteft contra tam preclariſsimosphilofophos, quihæc uerba, &fimilia proa ferunt ex Macrologia loquuntur,non ualentes intelligere nifi ea, que auctoritate proponuntur, fpreta ueritate ege ratione, quis iam tam inerudit POSTERIORVM ARIST. neruditus est, quipPomba Platonicos, qui ætatem confumpferunt in fua opinione de reminiſcentia, argumentari contra Peripateticos, niſi a Peripateticis prouocati ſint? &quomodo prouocari poſſunt niſi exci tentur? quo pa &to excitabuntur, nifi co argumenti modo, quem in ſecunda interpretatione narrauimus? deinde quare magis redarguit Ari ſtoteles ſemiperipateticos illos, qui conueniebantfecum in concluſione, quàm illos, quie diametro cpinabantur contra ipfum? depoſitaigitur emulatone iudicet id quiſque, quodmagisueritatem ſapit, uerum eſſe, O rationi magis conſentaneum, et erit,fifecunde interpretationi be rebit, primafpreta, &neglecta omni ex parte. TEXTVS NON VS. ERA quidem oportet eſſe,quoniam non eſt fcire quod non eft,ut quòd diameter fit fie meter. De diametro, coſta pluribus locis Arifto telesſermonemfacit, utinprioribus, et in Methaphy: ficis, quapropter, hoc loco declarabo eius fententiam, ut poſteafit omnibus in locis clara, primoſcire debes, quod uera eſſe oportet ea, quæ fciuntur, ita ut ueritas ſuſcipiatur pro illa ueritate que est in concluſione, &non pro ueritate, quæ in prins cipijs est, a hoc probat indire et te, quia fi falfum ſciremus, utputa quod diameter eſſet commenfurabilis coſte, tunc imparia æqualia paribus fierent, o e conuerſo, ut ſi paria equalia imparibusfunt, igitur diame ter eft coftæ commenfurabilis, quod estfalfumſi igitur hocſciremus,ſci remus utique quippiam ex non ueris, fed pofuit, quòd fcire ex ueris fit, igiturſciremus ex non ueris &ex ueris, quod eſſe non poteft per immea diatam contradi tionem.Diametrum igiturincommenfurabilem cofte ef ſe noſcimus, quia impar pari æqualisnon eſt,in qua re,talis eſt demons ftratio ſecundum Euclidis ſcitum in decimo Elementorum, qua ducitur ad hocincommodum, pofita iſta, quòd diameterſit commenfurabilis co ftæ,fequitur, quod numerus impar eſſet par, quod eftcontra primum principium ab Euclide poſitumfeprimo Elementorum ſexta &feptima deffinitionibus,uel etiam nono Elementorum prima &ſecundafecundum Campanum. In quare demonftranda fit diameter a b commenfurabis lis lateri a c (li ponatur) erit per quintam decimi Elementorum ab ad ac, ficut aliquis numerus ad alium numerum, quia illa communis, mene Б IN: P R I MVM LIB. b Cee '. fo... h... g k.... ei6 fo L. m 64 kıż8 h 81. a. fura,fehabebit ad illas duas lineds, diametrumfilicet, &coſtam a bigo á c, ficut unitas ad unum atque ad alium numerum,unitas enim ut duos numeros illos metitur, ſic illa communis menſura diametrum, o coſtam dimetiretur,cuius rei ſenfus eſt iſte, quòd quoties continebitur in uno ats que altero numerorum unitas, toties illa communis menfura, quæ linea eft, continebitur in diametro, atque coſta, fint ergo numeri e @ f, qui ſint minimi in fua proportione, eritque ob hoc, alter eorum impar, quod fic probatur, fi enim uterque eorum effet par, non eſſent iammis nimi in fua proportione, ſi enim par uterqueſit,uterque biffariam die uidi poſſet, outraque mediet asunius ad utramque alterius medietatem eandem haberet rationemficut totum ad totum,quorumfunt medietates, ut patet de octonario atq; ſenario, cuius medietates ſunt quatuor, et qut tuor, atque tria etria,eadem enim fexquitertiaest,octo ad fex, qua tuorad tria, ſic e ofnon eſſentminimi inſua proportione quod est contra aſſumptum, quia fuæ medietates effent minores, quadratiigitür illorum minimorum e « f, ſint ge h, ſi ergo e eſſet impar, a f par, erit quoque per trigeſimam noni Elementorum g impar, fit itaque k duplus ad h, eritque k par,ex deffinitione prima noni Eleinentorum, quia igitur a b ad a c, ut e -ad f, erit per decimamodtauam fexti, ego decimāprimam octaui Elementorum, quadratum ab ad quadratum ac, ut g ad h, eſt itaque g duplus ad h, ſic enim est quadratun a b ad quadratum a c per penultimam primi Elementorum, quia ita k, etiam dupluseft ad h per affumptum,ſequitur per nonam quinti Elemen torum, ut g numerus impar,ſit equalis K numero pari. Quod fi e fit par, f impar, erit proportio f ad dimidium e, quod fit L, ficut POSTERIORVM ARIST. 4 c ad dimidium ab, quod ſit ad, o ideo erit quadrati a c ad quadratum a d, ficut proportio numeri h, quieſt impar per trigeſi mamnoni Elementorumadquadratuin numeri L, quifit m, cui K poa natur effe duplus, eritque K per deffinitionem primam noni Elemento rum par, at quia quadratum a c est duplum ad quadratum a d per penultimam primi Elementorum, erit h duplus ad m. Cumque Kſit etiam duplus ad m, erit per nonam quinti, impar b, aequalis K nus mero pari, quod impoßibile à principio proponebatur demonftrandum C f... go!" k..A Et ſi diceretur, quòd uterque eorum, quiſunt in fuaproportione mis nimi, ſit impar, ut quinque ad tria, ut ſcilicet e ſit quinque, ef tria quadrati illorum fint go b, eritigitur utraque eorum quadra= ta inparia per trigeſimam noni Elementorum, ſit itaque K duplus ad h, eritque k par ex deffinitioneprimanoni Elementorum,quia igis. tur a bad a c, ut e ad f, erit per decimamoctauam fextielementorum vundecimam octaui,quadratum ab ad quadratum a c, ut g ad h, eſt. itaque g duplus ad h, fic enim est quadratum a b ad quadratum ac, per penultimam primi elementorum, et quia etiam k duplus est ad h.. per affumptionem fequitur, per nonam quinti elementorum, ut g numea rus impar ſit, æqualis k numero pari, quod est impoſsibile. Illatum, ſeu concluſio habita per hanc induftionem Geometricam eft,quod impar par ſit, Ariſtoteles autem dicit, quòd diametrum effe comenſurabilem coft.e non ſcimus, quia ita non est, ſic ut illud fit conclufum, wnor af fumptum, ut in predi&ta indutione fa& um est. Vt autem fiatconcluſio Bij 336 " IN PRIMVM LIB. “, id, quod aſſumptum fuit, aduertendum, quod ut Ariftoteles in prima Poſteriorum determinat, Geometra non parallogizat, fed tota illa Geo metrica inductio est conſequentia formalis,quæ in omnibustenet, cs.com cludit,nequeinquit, parallogizat Geometra, ut textus 62 probat Arift. ſubinde aliud etiam eſt aduertendum, ut in Topicis determinatAri ſtoteles, oſparſim in Logica fua, quod illa formalis eſt conſequentit, quando ex oppoſito confequentis infertur antecedentis oppoſitum, mos do cum ex contradiétione poſita, ut diametrum cofte eſſe commenfuram bilem,ſequutum fit quòd impar numerus fit par, exoppoſito igitur con ſequentis, ut per numerus eft æqualis impari, igitur diameter coms menſurabilis ex coſte, id autem fequitur ex falfo poſito, ut quod ime parſit æqualis pari,igitur id quodſciretur, non eſſèt ex ueris, ſedpoſie tum fuit quod ex ueris oportet eſſe, igitur manifeſta eſt contradi&tio,res linquitur igitur,quód diameter, nullo modo eſſet coſta commenſurabilis, eft igiturfalfum, igitur nonſcitur, quia uera effe oportet,quæfcim us TEXTV EODEM VEL TEX. V. OSITIONIS autem, quæ quidemeſt utram libet partium enunciationisaccipiens,ut dico aliquid effe,aut no elſe, fuppoſitio eft, quæ ue ro ſine hoc,deffinitio elt; deffinitio enim pofi tio eft.Ponit enim Arithmeticus unitatem in diuifibilem effe fecundum quantitatem, lup pofitio enim non eft. Quid enim eſt unitas, et eſſe unitaté, non idein eſt. Deffinitio inquit Ariſtot. non ponitur, altero membro contradicéte reiecto,utfit in fuppoſitione accipienda,fed deffinitionis na tura talis eft, ut ad hocquod ipfa intelligatur aget docente, eſt tamen et ipfa deffinitio,poft quam intellecta ſit,etiam poſitio,cõmuni uoce diéta,et legatur textus fic paulatim,ponitenim Arithmeticus unitatem, utſiArithmeticum quis interroget, an unitas fit, uel non fit? annuat quòd ipſaunitas fit,indiuiſibilem autem fecundum quantitatem ſuppoſia tio noneſt,ſed definitio, os exponitur àdocente, quia numerus quilibet diuidi poteſt, cumautem ad unitatem, ex qua numerus cöponitur deuen tum ſit, impartibilis omnifariam reperitur, ut poſito quocunquenumes ro, ut ternario, ocirca ſe, ex utraque parteſuper ſe numeri,esſuper illos, alij circumponantur, id toties fieripoterit,quousq; ad unitate dem POSTERIORVM'ARIST. 37 SH it 13 uentum fuerit,at ubi ad ill.im deuentum erit,non fit ultraproceffus,ut cir ca tres,quatuor,& duo,etfuper hos,quinq; c unum,medium horū aggre gatorī erit ternaris, hoc exemplari 1 2 345 signum eftigitur unitate eſſe principium impartibile omnium numerorīt, ut Boetius in Arithmetica, docet,modo, exſententia Ariſtotelis, non eſt idem,unitatem fupponere, oipſam deffinire, quæ deffinitio eſt, unitas eft qua unumquodque unum effe dicitur, uel eft principium numeri, uel eſt indiuiſibilis, ex quo tamen indiuifibili, diuiſibilis numerus componitur, ad differētiam indiuifibilium fecundum magnitudinem, quæ indiufibilianon componunt diuiſibile ali quod. Age igitur,ut Ariſtoteli placet, quòd non eſt fatis ad demonſtratio nem procedere ex fuppofitionibus, etiam immediatis, fed opus eſt etiam ex immediatis dignitatibus, que etiam dignitates improprie poſitiones funt, ideo in precedenti declaratione concludebatur,numerū imparé eſſe parë,quia ex poſitione, quod diameter.eſſet commenfurabilis coſte, pros cedebatur, &non ex dignitate &deffinitione intelle &ta,atque poſita. TEXT. DECIMUS ALIAS QVINTVS, CH fi re Lisa co UE ofi 18 ар 3 VONIAM autem oportet credere et ſcire ré, in huiuſinodihabendo fyllogifmum, quē 110 cainus demonſtrationein. Eft autem fic, eò quod ea ſunt,ex quibus eft fyllogiſmus,necef ſe eſt, non folumpræcognoſcere prima, aut omnia, aut quædain ſed etiam magis. Quico gnoſcit quòd Triangulus habeat tres equales duobus rečtis, prius nes ceſſe eft,ut cognofcat XIII. ey xxIx. primiElementorum actu, non autem ufqueaddeffinitiones fit refolutio pro illa x xXJI cognos feenda, omniaautem prima cognofceremus,ſiuſque ad deffinitiones ago Elementa, ad que illius XIII. XXIX. primireſolutio fieret, que &fifitfactibilis, tedio tamennosafficeret, fi femperfieret ufqueadele mentaiſta reſolutio, fedfatis,quod hoc fieri poßit,ideo dicit Ariſtoteles neceffe eft præcognoſcere prima,aut omnia,aut quçdam, Sed etiam magis aduertendum, ut declarabo fuſius Tex. 108. huius primi,quòdquanto notitia eft deſimpliciori, illa, certior eft, quam que compoſitioriseft.Cum autem principium fit minus compoſităipfa concluſione, neceffe eft, ut &fua notitia ſit magiscerta, quam conclue fionis notitia,ideo XIII, XXIX. per quas probatur fecunda pars IN PRIM VM LIB. trigeſimeſecunde primi Elementorum, ſunt magis nota, oſcite,quàng illa fecunda pars trigeſimæfecundæ primi. TEXTVS XI. ALIAS V. MA 1 AGIs enim neceſſe eſt credere principiis, aut oinnibus,aut quibuſdam quam cons cluſioni. Aduertendum quòd magis credere,fine pluri, nempe faciliorem effe credentiam aliud eft, à credere per demonſtrationem, et propter quid, fe ptima, atque octaua propoſitiones quinti Elementos rum, primo intuitu quando inſpiciuntur, facilius eis adheremus oafa ſentimur, quàm aſſentiamur deffinitioni fextæ,atque o &taua eiufdé quins ti. Ecce quod non magis illis principijs credimus primointuitu, quins conclufionibus per ea principia demonſtựatis, ideo Ariſtoteles ait, aut: quibuſdam, non ſemper omnibus primo intuitu. Debentem autem habere ſcientiam per deinonſtrationé, non ſolum oportet principia magis cognoſcere, &, magis ipfis credere, quàm ei quod deinonſtratur. Sed et cete. Ada uertas quod et finotitia principiorü uideatur diſtantior intellectui quàm notitia concluſionis, tamen non poteſt uniri intellectui concluſionis notis tia,niſi per notitiam principiorum,quæ uidebatur ab intelle &u remotior, ut in illis concluſionibus, &principijs que precedenti comento citaui. TEXT. XVIII. AVT VIII. I ſiin omnilinea punctum finiliter eſt. Proprie hoc in propoſito de linea recta intelligas, que atu punéta habet terminantia, ficut homoactu eſt animal, o fi etiam de circulari intelligi poßit quæ in puncto à linea recta tangitur, fedde circulas ri expoſitio uideturfuperftitiofa, aliena à nas tura exempli, quia exempla per magisfaciliadantur, ita quòd, dequoa cunque uerum eſt dicere, quod fit linea recta, de co uerum eft dicere, quod in co eſt punctus. POSTERIORVM ARIS T. TEXT. XIX. VEL IX. 5, Elle P feo to oft 45 oné, 2015 Ado quan ER ſe autem funt, quæcunqueſunt in co, quod quid cft, utTriangulo ineſt linea, &: punctum lineę, ſubſtantia enim ipforum ex his eft, et quæcunqueinſunt in ratione di cente quid eſt. “ Philoponus et parum dicit ſuper hoc textu, uel étiam id quod dicit non facit ad propo ſitum Ariſtot. declarandum, uidetur enim quod tex. his contradicat que: determinat Ariſtoteles contra Platonem, uidelicet quodlinea non compo natur ex punctis, præcipue ſexto phiſicorum, primo de generatione, tertiometaphiſice,ubiex fententia concludit lineam non poſſe ex punétis componi, quid autem ſuper hoc textu, qui uidetur oppofitus locis ſupras dictis dici poßit notaui in prædicamétis, capite de quantitate, uerba aus tem illa, quia ſubſtantia corum ex ipfis eft, intellige terminatiue, ut linea terminat ſuperficiem triangularem ', pun &tum lineam termis nat, o nullo modo intelligendñ eſt compoſitiue, ſic ut puncta lineam com ponant, nec etiam linea triangulum, tametfi aliter ab indoctis intelligas tur, quiafi aliter textus hic concipiatur, ftatim fequitur, utſi linea ex punctis componeretur, quod diameter o coſta eiuſdem quadrati eſſent comenſurabiles, quod textu nono, eſſe falſum « impoßibile oſtējumeſt, quia utrumque per comunem menfuram dimetiretur, nempe per pū &tum, quod eft contra Ariftot. sententiam, et contra Euclidis ſcitum. Preterea tot puncta eſſent in coſta,quot in diametro, &ſic pars effet æqualis toti, ut coſta ipſi diametro, pro cuius indu &tione, ſit quadratum a b cd, cuius diameter a d, Cofta uero a c, in qua fuſcipiantur duo puncta e, f, immediata ſi poßibile ſit, ut aduerfarius ueritatis diceret, cum com ponatur ex punétis,à quibus, e, of, pun &tis duæ lineæ rectæ aufpicens tur innitia tranfeuntes per diametrū uſque ad aliă coſtum e regione pri me coſte collocatam,certü eft, quòd hæ duæ lineæſecabunt ipſam diame trum in duobus pun &tis, quæ etiam puneta in diametro immediata erunt, propter hoc quia lineæ protracte ex hypotheſiſunt immediate, igitur ſi recte lineæ tot protendantur à coſta in coſtam oppoſitam,quot pū &ta fue rint in ipſa coſta, per tot etiam punéta in diametro poſita tranſibūt eedë linee, nec erit in diametro punétum aliud per quod non tranſiuerit lined aliqua fic protracta ab immediatis pun&tis ipſius coſte, in puncta imme motia tunin eſt. Uligas, o achi poßit rcula à ma eguna dicera IN PRIM VM LIB. diata alterius coſte, ut patet in hac a. figura ficut f, immediatum eft ipfi e, fic etiam &, ipſih, ſi l, fit immedias tum ipſi m, patet propoſitum,fi au tem interl,om, intercipiatur pū Aumfitque illud K; ab illo per xxxi. f primi elemétorum excitetur paralles lus K, o, ipſif, 8, uel ipſie, he tunc ipſa cadet inter gb, ut in pun Eto, o, igitur g h, non erant imme diata,quod eſt contraaſſumptum,uel extra utrumqueg,oh, uerſus b, ueld, et tunc k o, neutri linearū f8, web, erit parallelus,quod eſt contra conſtructionem, patet igitur quòd tot eſſent in diametro quot in coſta pun&ta. De circulari autem linea, quod non componatur ex pun ftis, fic demonſtratur per tertium petitum primi elementorum, fuper centrum a, deſcribatur circulus d minor, ocirculus bc, maior,ficira cunferentia maioris componatur ex punétis,duo immediata puneta fi gnentur b @c, &per primum petitum eiufdem primi ducatur recta alla a ad b, &ab aad c, hæduæ lineæ tranſibunt per circunferentiam mino ris circuli, ſecabunt igitur circunferentiam in uno,uel in duobus pūétis, ſi in duobus, tot punčta erunt in minori circulo, ficut in maiori, fed ima poßibile eft, duo inequalidcomponi ex partibus æqualibus numero, ou magnitudine,punctusenim unus non excedit alium punctum in magnitudi ne,en tot funt in minori peripheria puncta quot ſunt in maiori, igitur pe ripheria minor eft æqualis maiori peripheric,igitur pars æqualis eft toa ti,quod pro impoßibile relinquitur, b ſi autem due recte linee a, b, 4, C, ſecent minorem circunferens tiam in eodem puncto, fit ille d, ſu = per illam a c, erigatur linea recta perpendicularis per xi.primi Elea mentorum ſecansſilicet eam in pun. &to d, quæ fit d e, que erit contina gens minorem circulum ex corrolda rio x vtertij elementorum, iftad, c.cum linea 4 b, ex xIII. primi Elemens POSTERIOR V MARIST. 2 d IN Elementorum conftituit duos angulos rectos, aut æquales duobus rectis, @ed cum linea a c facit duos angulos rectos ex conftru &tione, duo igitur anguli a de, obde, funt æquales duobus angulis a de, cde per tertiam petitionem prini Elementorum Euclidis, dempto igis tur communiangulo a d'e, reſidua eruntæqualia, igitur angulus b.de erit æqualis angulo c d é, &pars toti, quod eftimpoßibile. Adiſtud diceret aduerfarius, quod db, odc, non includunt ali = b. quem angulum; quia poſſet tunc illi angulo bafis ſubtendià puncto bad punétum c, quod est oppoſitum po ſiti, quia b c, poſita ſunt ima mediata, quando igitur diceretur, quod angulus c de, estmaior an gulo b.de negaretur ab aduerſa rio, quia per angulum b d c, nihil additur in angulo c d e, quia inter bec nihil mediat, e in concurſu bdoc din d, non est angulus. ifta reſponſio oſi ex ſe ipſa uideatur ua na, negandoangulum, ubi duæ rectæ line: bd, cd, concurrunt quæ expanduntur in eadem ſuperficie, oapplicantur non directe, o fit contra deffinitionem anguli, deffinitione ſexta primi Elementorum, negando etiam à b inc poffe duci lineam, neget primum petitum primi Elementorum, tamen quia aduerſarius non putaret iſta inconuenientia, quia ſequuntur ad id, quod ipſe dicit, ideo contra reſponſionem aliter ar. guo, angulus c d e includit totüm angulum b de, oaddit ſaltem pun Aum ſuper b de, o ſiproteruias quòd non addat angulum, et puns Etus per te, eſt pars, igitur c d e addit ſuper 6 d e partem aliquam, igitur c d e eſt totum adb d e. Aſſumptum patet, uidelicet quòd c de addat ſuper bd e, quia ſi angulus dicatur fpatium interceptum inter lineas non includendo lineas,ut Ariſtoteles concipit in queſtionibus meca nicis, queſtione octaua, tunc pun &tus primus lineæ b d extra circunfes rentiam minorem nihil erit anguli bde, o eſt aliquid anguli c de, igitur c d e maior est b de, a probatum fuit, quòd æqualis, igi tur aperta contradi&tio, fi autem angulus ultra ſpatiuin inter duaslie neas,includat lineam includentem,fpatium tunc primus punctus lineæ cd extra circunferentiam minorem nihil erit anguli b de, e est aliquid ans F ino tis 0 th I N PRIMVM LIB. guli c d e, addit, igitur utroque modo angulus c d e punctum fuper angulum b de, patet igitur ex principali demonſtratione et folutionis bus ad inſtantias, quod linea non componatur ex punétis, neque recta; neque circulari, ſubſtantia igitur lineæ ex punétis est terminatiue, o non compoſitiue, ut in principio expoſui vel dicas quòd Ariſtoteles famoſe, oexemplo loquitur de cauſa quæ dat eſe, vel etiam dicas, quod punétus,in deffinitione Geometrica ponitur, onon Methaphyfice conſiderata. TEX. X X. ALIAS I X. T rectum ineſt lincæ et rotundum. Verbum il lud rotundum legit Aueroes circulare, o melius, ut ali bi Ariſtoteles rectum ineft linee o circulare, ſic ut pro uerbo rotundum,legatur circulare,ratio quia circula re lineæ est proprium,quod uult Ariſtoteles in princis pijs mechanicarum queſtionum inquiens:In primis enim lineæ illi, que circuli orbem amplectitur,nullamhabenti latitudinem contraris quodam modo ineſſe apparent, concauum ſilicet,&conuexum. Rotondum uero proprie corpori conuenit, non lineæ, ut etiam placet Ariſtoteli libro fecundo Cali capite primo, quæ lectio non uidetur difplicere etiam Ioan ni Grammatico, &quodſit iſta mens Ariſtotelis, utfic legatur manife ftum eſt, per ea, quæ textu decimo ait, non enim, contingunt non ineſſc aut fimpliciter, aut oppofita,ut lineæ rectum aut obliquum,capiens ob liquum pro circulare. TEXT VSvs X. T par et iinpar numero. Par quidem ille eft, qui ab impari unitate differt cremento uel diminue tione, ut quinque à quattuor, uel à fex unitate, Vel par eſt, qui biffariam ſecatur, impar uero, qui ne in duo æqualia diuidatur, impedimento eft unia tatis interuentus. POSTERIOR VM AREST. Τ Ε Χ. XXV. ALI AS XI. NIVERSALE autem dico, quòd cum fit de omni, et per ſe eſt, et ſecundum quod ipfum eſt. Ioannes Grammaticus et fequaces determinant, ut hæc tria inter ſeſint diſtincta, fic quod id, quodper ſe eſt inſit abſque eo, quod fecundum, quod ipſum eſt, 1/oſceli quidem per ſe ineſt habere tres æquales duobus reétis,non tamen ineſt ei (inquit Ioannes).ſecundum quod ipſum, quia fecundum quod ipſum ineſt triangulo. Aduertendum quod famoſa doctrina (qua etiam fæpe Ariſtoteles utitur ) perſe Iſoſceli inefthabere tres æquales duobus reftis non tamen ſecundum quod ipſum. Alio autem modo per fe,id dicitur alicui conuenire, quod etiam conuenit ſecundum quòd ipfum, ita quod, id quod non conuenit ſecundum quod ipſum non etiam conueniat perſe, niſi quodam modo, fic quod perſe non immedia = te, oſecundum quod ipſum, diſtinguntur tanquam magis &minus uni uerfale per fe autem immediate, &ſecundum quod ipſum, hec quidem non diſtinguntur,ita ut unumſine alio poßit ineſſe eidem, Peccauit igitur Joannes ofequaces determinantes uniuerſaliter id, quod particulariter uerum est, uniuerfaliter autem falfum, Triangulo igitur immediate, cu per ſe, o ſecundum quod ipſum conuenit habere tresduobusre&tis æqua les, quodam autem modo non per ſe ipſi iſoſceli conuenit habere tres duobus rečtis equalis. Vt Ariſtoteles ſententia, hæc ſit, quòd per ſe immediate, ſecundum quod ipſum, idem fint, neque ab inuicem in aliquo diſtinguuntur, per le autem non primum, “ſecundum quod ip fum, hec duo uere diſtinguuntur, ut Ioannes ſuisexemplis, immo Ari ſtoteles in Texu,exemplomanifeſtat. HET luben 10a TE X. X X VI. ALIAS XI I. ## ling PORTET autem non latere, quoniam fæpe numero contingit errare, et non eſſe quod demonſtratur primum uniuerſale, ſecundum quòd uidetur uniuerſale demonſtrari primū, aberramus autem hac deceptione, cum aut ni hil ſit accipere ſuperius,peti fingulare, aut Fij 44? IN PR ÍMVM LI B. ſingularia. Aduertendum Ioannem Grammaticum et uniueros Ario ſtotelis interpretes, ſiue Greci, Latini, uel Arabes fuerint perperam eſſe interpretatos hunc Ariſtotelis Textum, &tres ſequentes textus @rita male fenferunt de Ariſtotele, quòd litteram pariter et fenfum omnem peruertunt &corruinpunt. Circa Ariſtotelis litteram, an tequim ad eius interpretationem acMilani, falſit as loannis, oſequa tium est hoc loco non pretereunds. Primo circa hunc textum, loans nes adfert exempla multa quorum neque unum tantum facit pro textus declaratione, ait enim Ariſtoteles. Cum nihil fit accipere fupes rius. Nihil fit, neque uox quidem, utputa nomen aliquod fictitium,& acceptum,cui tamen in re nihil refpondeat ut eſt hoc nomen chimera, cui nomini nihil extra in re conuenit,fic tandem, ut neque res ſi aliqua fie ue ens aliquod, ita ut nulla ſit res, neque ſit nomen aliquod ſignifi cans illud non ens. ipſe autem loannes explicat Ariſtot. litteram cirs ca illud, cui eſt accipere fuperius, &circa illud, cui nomen impoſitum eſt,ut est, Terra,' Sol, øMundus, &triangulus, horum omnium ex tant nomina, ut manifeftum eft; o ſingulum ſuperius est ad ſua indiuis dua, nempe ad hancterram, ad hunc Solem, ad hunc mundum, ad -Scalenonen, perperam igitur interpretatur loannes hunc textum cum ipfe adferat exemplum de eo, cui ſit accipere fuperius, cui nomer impofitum eſt, Textus autem Ariſtotelis dicat, cum non fit accipere fuperius. T E X. XXVII. i VT fi quid eft, fed innominatum fit in difo ferentibus fpetie rebus. Ioannes Toto errat Cees loo.fequentes ipfum, circa litteram e doctrinam Ari stetelis,textusfic habet. Si quid eft,illud tamen innominatum fit in differentibus fpetie res bus. Ioannes inquit, non exiſtente commune aliquo de quo non exiſtente, prebet exempla deexiſtentibus, contra feipſum V etiam de nominatis in differentibus petie rebus, contra Ariſtotelis textum, ait enim Ariſtoteles. Sed innominatum ſit in differens tibus fpetie rebus, exempla adfert Ioannes de Triangulo, qui nominatur, eft in pluribus fpetiebus differentibus, ut in Iſopleuro Iſoſcele, Scaler.one, o fimiliter de quanto prebet cxemplum loane nes, quod nedum nomen habet, fed in differentibus fpetie pluribus est POSTRIO RVM ARIST. par A @ etiam in pluribus generibusdifferentibus eft, neque mireris uelimſi Joannes ocæteri expoſitores aliò pedem retullerint, cumfaltus aſperie tatem ſenſerint &iuerit uſque Gorcie inficias, obfcurans Ariſtotelem Platonicis ſuadelis. Ut contingat eſſe ficut in parte totum in quomonftratur his enim quę funt in te, ineft quidem demonſtratio, et erit de omni, ſed tainen non huius erit primi uni uerfalis demonftratio, dico autem huius primi, ſecundum quod huius demonſtra tionem, cumfit primi unirerfalis. Bonus Ioannes ofequaces prefertim Niphus fueſſanus medices Neapolitanus philotheus Augu ftinus philoſophus, og fequaces multi fimiles ſine nomine, pleni nominis bus, quos in interglutiendam uniuerſam Ariſtotelis philoſophiam, os ho rum textū ſuffocauit, cū ad exempla deuenerint,quibus Ariſtoteles cla rum reddit id, quod in tribus modis errandi circa univerſale dixit, loan nes (eg peius cæteri) circa finem comenti huius textus fic ait,in reliquia trium modorum exempla per bec exponit, uerū non utitur ordine exem plorum cum ordine modorum errandi, propofitum enim exemplum ters tij eſt modi, Dico philofophum fummoartificio ordiri otexere modos errandi cum exemplis, ſicut modo cuique errandi correſpondeat pros prium &peculiare exemplum, ut quemadmodum tres numerauerit ers randi modos circa uniuerfale, tria exempla, ipſis correſpondentia fubiecit, ſic ut primum exemplum primo errandi modo, fecundum exem plum; ut in littera Ariſtotelis ponitur fecundo modo errandi correſpon deat, otertium exemplum ipſi tertio modo errandi apte conueniat, quo ordine confuſionem omni ex parte inter cxempla os modos errandi fuæ giens, in primis ſuo artificio, modum errandi &exemplum fibi corre fpondens notificauit circa id quod debet effe medium demonſtrationis, ſe cundus errandi modus &exemplum fibi correſpondens, cõcernitfubies Sum demonſtrationis, tertius modus errandi circa uniuerfale cum exem plo ſibi coherente, concernit totam demonftrationem, feu arguendi mo dum qui dicitur permutata proportio, errauit igitur Ioannes v omnes alij, qui aliter quam ut hucufque dixi extorquent Ariſtotelis textum, non intelligentes. I N P R I M VM LIB. Pro declaratione igitur uigeſimi fexti textus, fit hæc noftra prima ina ter expoſitores dilucidatio uel ſi difpliceat, dicas eam eſſe ſecundam,uel etiam millefimam. Primī modum errandiexpono ſic, ſcias quòd de duas bus lineis reétis, tanquam de ſubiecto, concluditur hec paßio, nempe quod non intercidant; uidelicet quòd parallelæ ſint ſeu equidiſt antes, per hoc, tanquam per medium, quia linea recta ſuper duas line as rectas cadēs eſt poſita in omnibus quatuor angulis rectis, ideo ille due recte parallelæſunt, oetiam per hoc me dium, quod cum linea recta ſuper duas lineas rectas cadensfecerit an- A. 6 gulos quomodolibet æquales, utputa alternos acutos ſibi inuicem æqua- c. d les, uel alternos obtufos ſibi inuicem equales, illæ duæ lineæ funt æquidis ftantes, iterum per hoc medium quãdo linea recta cadens fuper duas alias rectas lineas fecerit exterio rem angulum æqualem interiori ex eadem parte, ille duæ lineæ paraller le ſunt, &adhuc per iftud medium, ut fi linea recta cadens ſuper duas rectas lineas, fecerit duos intrinſecos angulos æquales duobus reftis,ut probant X X VII. XXVIII. primi elementorum quod adhuc illæ due recte linee parallelæ ſunt. Modo ſi Geometra putaret demonſtras, tionem factam per ſingulum mediorum di&torü,eſſe uniuerſalem,erraret primo errore circa uniuerfale,quia nullibi medium eſt uniuerſale et unī; nulla enim natura, nec res aliqua eft cómunisad omnes quatuor angulos rectos, ad binos acutos, binoſque obtuſos,ad intrinſecum et extrinfecum ex eadë parteſumptos, et ad duos intrinſecos ex eademparte acceptos, niſi quis uudeat dicere,quòd quædam cõmunis natura,eſt ad omnes pres nominutos angulos, utputa æqualitas angulori, quæ quidem angulorum equalitas,ratio eſſet, ut cõcludas lineas eſſeparallelas, iſtud ſomnium,ul tra quodfit falfitate plenum, eft etiam nimis procul ab apparenti mena dacio, non ne etiam in concurrentibus lineis repperitur æqualitas angu lorum? ut puta in his angulis qui ſunt ad uerticem poſiti, cauſati à linea cadenteſuper duas rectus lineas,illa enim cadens cum utralibet earumf1. per quas cadit, caufat uerticales angulos æquales ut ſunt anguli a gd, @ b8f, uel anguli c fe, em gfb, ſtatim hoc reiciet dicens,quod de al 1 POSTERIORVM ARI'S T. ternis angulis intelligenda eſt illa equalitas, ut natura illa communis tantum ſit equalitas coalternorum, hec reſponſio eft uana cũ illa equa a litas ſitequiuoca, uel dicas analo gam, ad equalitatem retorum, acu torum, obtuforum angulorum, @etiam dico, quod totã hoc,& qua litas angulorum,non eft und abſolu = ta naturd,una abſoluta (utputa) eſt unus atq; alter angulorum, reliqua natura eſt reſpectiua et ad aliquid, ut æqualitas inter utrumq;, ſi diceret quod accipitur pro medio, tantuin equalitas in omnibus illis fine pluri,dico quòd per æqualitatem non con cluditur, quod lineæ parallele ſint,niſi per æqualitatě talium angulorī, Et dico etiam quòd non tantum per equalitatem coalternorīt, ſed etiam per æqualitatë extrinſeciad intrinfecum, et per duos intrinſecos,quorīt alter acutus reliquus obtufus,qui equalesfunt duobus re et tis, quæ omnia non habent unum ſuperiusuniuocum, igitur non eft aliquid accipere ſus perius ad hæc omnia, igitur petimus tunc ſingularia media in propoſito concludendo, &ſicerramus, ſi nobis uideatur uniuerſale demonſtrare primū. Error igitur iſte circa uniuerſale,eſt circa medium demonſtratio nis quod quidem medium uniuerfale, cum non fit, fingularia media peti mus, ſimile habes huic per XXVII (XXVIII primi Elementorū, Euclidis per quas Ariſtoteles manifeſtat propoſitum. Itidem fimile per quintam, fextam, a ſeptimum fextiElementorum,quibus probat Eucli des per diuerſa media ſingularia, o non per unum uniuerſale medium, triangula eſſe equiangula. Aliud etiam in Euclide habes xui primi Elementorum « in ſexto Elementorum propoſitione xxx, quibus lo cis ſimile huic probat, quod duæ lineæ,in dire&tum cõiun&tafunt et lines und, ohoc per ſingularia odiuerfa media, quibus non eft aliquid unis accipere fuperius. Vigefimiſeptimitextusſit hec mea declaratio, immo.eft ipſius Ariſto telis ad unguem, quam Ioannes grammaticus, neque nouus aliquis, ſiue antiquus etiam interpres, non percepit, hoctextu affert Ariſtoteles les cundum errandi modum, à primo modo errandi longe dißimilem, atque diuerfum, in primo modo errandi nulla natura communis accipiebatur IN PRIM VM LI B. 1 fuperior, neque nomen aliquod, ſeu quæpiam uox habebatur, in hoc aue, tem ſecundoerrandi modo, natura ipſa communis eft, o inſuper nomen. ei impoſitum eſt. Verum quia natura illa non habet ſub ſe plures fpe=; cies, ideo illa, &fi fit, anominata ſit, in pluribus tamen differentibus fpecie rebus, innominataeſt, ob defficientiam ipſarum ſpecierum, quiail Leſpecies non ſunt, ut folis, terre, mundi natura, eſt innominatain plu ribus ſpeciebus terre, quia plures ſpecies terre nonſunt, fi igitur quiſ piam demonſtrationemde cælo tentaret, et quodfit dextrum in ipſo com cluderet, &putaret quod eſſet ſuademonſtratio uniuerſalis, quia no eft aliud primum cælum,erraret quia non de hoc cælo, primofitdemöſtra tio, fed de natura coeli, ut eft quid uniuerfalius ad hoc primum cælum, ſeu de cælo, fine contratione ad hoc ſingulare cælum, quam doctrinants Ariſtotelesſuis mathematicis exemplis, &quidem aptißimis, fole cans didiorum reddit; inquit enim in exemplo fecundo, quod quidem fecundo errandi modo correſpondet, oſi triangulus non effet aliud quàm 1f0a) ſceles, ſecundum quod Iſoſceles eſt. Videretur utiqiie ineſſe primo,has bere tres æquales duobus rectis, cum nullus effet alius triangulus,uel nul la alia eſſet ſpecies trianguli quam fofceles, &tunc error ſecundo mos: do contingeret. Explico Ariſtotelis ſententiam. In primis eft aduerten dum, quòd triangulus re ipſa hubet ſub ſe tres ſpecies triangulorum, fo pleurum, iſoſcelem oScalenonen, quod ſi tamen per imaginationem ponamns, quod non haberet ſub ſe ljopleurum, neque Scalenonen, per ſecluſionem illarum duarum ſpecierum, tantum haberet ſpeciem unā, ut iſoſcelem, eſſet tunctriangulu: innominatus in Scalenone atque Iſos: pleuro, quia fi in illis ſpeciebus triangulus nominaretur, ut fic,Scalenon eft triangulus, Iſopleurus eft triangulus, iam illæ ſpecies duæ triangu. lorum effent, quas ſuppofuit Aristoteles, ut non eſſent,ut ſuum oſtendat. propoſitum. His ſuppoſitis, ſiquis de foſcele concluderet; quòd tres haberet æquales duobus reétis,o putaret quòd uniuerſalis effet bec des monftratio, quia nullus eft alius triangulus, quam foſceles, crraretſes. cundo errandi modo, quia Iſoſceles habet fuperius o uniuerſalius fe, nempe triangulum, de quo primo concluditur talis affectio, et talis era, ror multa diuerſa à prinoerrandi modo habet,quorum unum eft, ut pri mus modus errandi,ſit circa.medium, et iſte ſecundus modus errandi fit. circaſubiectum demonſtrationis. Aliud, ut in primo nonſitfuperius ali quid nec etiam nominatum, In hoc ſecundo eſte ſuperius og nominas, tum, ut triangulus, Tertio illud innominatumſit in pluribusmedijs, hoc. autein? POSTERIORVMARIST DS autemfecundo modo innominatumfit in duabusfpeciebus tantum, uideli cet in Iſopleuro w Scalenone, Ibi ut in omnibus fit innominatum, Hic aue tem nominatum ſit tantum in una ſpecie, ut triangulus in 1fofcele. Advigeſimum octauum textum cã acceſſerit philoponus ad orchos in greſſus, non potuit ex inextricabılı labirintho egredi, ita ut ea, quæ pue rilia ſuntin interpretatione, perperam ej tortuoſe ſit interpretatus,vt puta uerbum hoc, aliquando, non temporaliter,inquit,audiendü eſt, ſed quaſi diminutius ut ait ipfe, non exacte fit audiendum, fimili modo ergo ijtud uerbum, Nunc,haud,inquit,temporaliter audiendum eſt, quin po tius, exacte, o ſecundum Methodum demonftratiuam, Pedagogorā mo dum inſequutus, qui quattuorgrecis litteris intineti temerario aufu, ſi ne quacunquefcientia aut liberaliarte ad explicandum Ariſtotelem uens toſi cum accefferint ipſi implicati non ut loannes plicis binis uel ternis terminos exponit, ſed denis centenis atq; millenis epiſtolis ſuos codiculos imptent promittunt etiam multis nobilibus ſe expoſituros Ariſt.uocantų; fepe illos nobiles nominatim ut teftes tādem ſint ſue infanie, et ut uidean tur etiam ipſi aliquid in Ariſtotele ſuo chere illuſtraſſe, cum nondum pri ma philoſophie elementa fufceperint, Pereant ipſi cum ſua ignorantia, uelfuis fericis ueftibus addifcere poft multa těpora incipiant,oſiferico indueti,atque equoinfedentes, o rabini facti addiſcere uerecundantur. fufcipiant eam quam decet philofophum, ueftem, o Euclidis honeſtate accedant ad Socratem; ne fintpoſt hac, fomenta praua difpofitionis preſtantißimæ iuuentuti in celebratißimis terrarum gymnaſijs. Qui dam alij interpretes quorum eſſe nefcio, quia ſuum eſſe nihil eft, neq; fuit unquam abradunt ly nunc, et locofuo,legunt, non, &ly aliquando,fo litarie fine fenfu relinquunt, quibus expofitionibus uel potius torturis iam iam incipiat Ariſtotelis lamétatio, Abigatur igitur cum mufcis afta bulòunaatque alteru interpretatio, feu magis Ariftotelis deprauatio, et legatur textus ut lacet in greco, quitextus græcus habet has particulas, aliquando, et nunc, que uerba temporaliter onullo alio modo intelligan tur, neque intelligi aliter poſſunt, onon legatur, loco de ly nunc, non, ut quidam facit hoc tempore, quenſcies, ſi tua ſcripta ab ipſo accepta le geris, Pro declaratione igitur uera, queunaſola eft, quă inferius fübi ciam, et nulla alia ab ifta uers effe poteft, ad Arijtotelem redeundo, textum expono. Proportionale, quod commutabiliter eſt. Aduertendū quod iftud de proportionale, exemplum, eft tertij modi, pro cutus declaratio 03 of 21 that * MA es G so IN PRIMVM LIB, ne dico Ariſtotelem proprium quantitatis determinaffe in fine predicar menti quantitatis dicentem; Proprium autě quantitati cft maxi. me çqualitas et inequalitas,reliqua uero queno ſunt quan ta no proprie æqualia ac inęqualia eſſe dicuntur, Velutidiſpo ſitio,uel etiam habitus æqualis, inequalisue non omnino propriedicitur, fed familispotius,atá; dißimilis, et album itidem æqualeinæqualeue non onnino dicitur, fed fimile dici atque dißimile dicifolet, Proportio ſeu ratio, ut ab Euclide deffinitur in quintoElemětorum eft duarum quantæcunquefint eiufdem generis quantitatum alterius ad alte ram habitudo quædam, ex Ariſtotele igitur habetur, quod proprium eft ipſi quantitati, esſe quale aut inequale. Ex Euclide uero quòd propora tio eſt quantitatumfolummodo, ex utroqueuero, quod tantum in quana titate proprie reperitur proportio, quæ quidem eſtæqualitatis, in equalitatis; inequalitatis uero proportio biffariamſecatur fecundum Boetium in primo Arithmeticæ in inequalitatem maiorematque minoa, rem,equalitatis proportio eſt quandofundamentā et terminusfunt æqua lia, ut duo ad duo, inequalitatis uero proportio eft quando fundamenti eſt maius, terminus autē minor, et hæceft maior inequalitas.uerominor eft,quando fundamentum eftminus terminus uero maior,ut sunr ad 21, maior,et 11 ad 1 1 1 1 minor, Præter hæc ſcito, quidam modiarguenda quibusmathematici utuntur(de quibusEuclides in quinto) indifferenter applicatur quantitatibus eiufdem, fiue etiam alterius generis, dummos do bina ſintuniusgeneris et bine alterius, ut in equaproportionalitate patet, hic autem modus-arguendi qui dicitur commutata proportio non niſi quantitatibus, quæ eiufdem generisſunt attribuitur. Quibus pras intelectis o declaratis, uides Platonem improprie applicuiffe uirtutia bus in Gorgia cõmutată proportionalitaté, quibus etiã qualitatibus,pro portio nonconuenit, ex deffinitione proportionis fuperius data,quapro, pter non eſt propria rerum natura, neque uera e propria Ariſtotelis ſententia,aliena docirina perturbanda. Vbienim ait Ariſtotelesloquens de tertio errandimodo,aut cótingit efle, ficut in parte totūztoti hoc loco,uniuerſale intelligendum eft,partem uero inferius ad ipfum uni uerfale, Mododico,quòd antiqui philofophi qui precefferütEuclidem Ariſtotelem ſæpißime errauerunt hoc tertio errandi modo, putantes de toto, feu uniuerfalemfacere demonftrationem, que tamen erat in par te demonstratio,hoc eſt particularis &non univerſalis, ideoait philoſos plus quemadmodum demonftratum, eft aliquando, uidelicetabantiquis POSTERIORVM ARIST. philoſophis, qui tempore Ariſtotelem,atque Euclidem preceſſerūt,quia ipfi non aduerterunt quod quantum, eſt id (id eſt natura aliqua) quod fum perius accipitur, nominatum eft in pluribus differentibus fpecie res büs, differt igitur iſte modus à primo, quia ibi non erat accipere aliquid ſuperius, o etiam differt àſecundo, quia in fecundo illud fuperiusnon erat nominatuin in pluribus differentibus ſpecie rebus, hoc autem, quod hic conſideratur, eft in pluribusſpeciebusnominatum, et comune,atque uniuerſale onnibus quantis, fiue illa diſcreta, ſeu cötinua ſint, quorun effe fucceßiuuki, feuetiam permanensſit, ut numeri ſunt,lines, folida, tempora, &alia huiufmodiſpecie differentia, feorfum ab inuicem ali quando acceperunt antiqui deſingulis demonſtrationemfacientes. Nunc uero, inquit,philofophus uniuerfale demonftratur, fenſus, uniuerſali ad hæc omnia,modusiſte arguëdi imediate et perſe attribuitur, ut ipſi quan titati, quatenus tale. Nunc dico, nedum in eo Ariſtoteleo quidem tempo të, et à philofophis reéte fapientibus, ſed etiam oprimo abEuclide; cuius clarißimi philofophi beneficio habetur demonſtratio uniuerſalis omnibus quantis, ut fuo quinto libro Elementorum docet, propoſitione fextadecima, Errabant igitur antiqui aliquando, arguendo permutatim in numeris ſeorſun, in lineis feorfum, cæteris feorfum, nunc au = tem non contingit iſte error his, qui ſequuntur Euclidis ſcitum, quia nunc, ideſt poſt Euclidis fcripta uniuerſaliter demonſtratur, hoc eſtmo:. dusiftearguendi primo per fequantitati conuenit, quægenuseft ergo üniverſale adomnia quanta, hæc autem eſt mea interpretatio, uera og germanaipſi Ariſtoteli, ut etiam ipſe ſuis uerbis manifeftat Text. 93. ubi apertißime declarat propoſitum. Propter hoc nec fi aliquis monſtret, unumquēque trian ĝulum demonſtrationeaut una, aut altera quod duos re čtos habet unuſquiſque Iſopleurus feorfum et Scalenon,& Iſoſceles, nondum cognouit triangulum, quòd duos rectos habet, niſi ſophiſtico inodo,rieque uniuerfaliter triangu huum,ne quidem fi nullus eſt, pręterhæc triangulus alter,no enim fecüdum quod trianguluseft cognouit,neque fi om= nem triangulum,ſed quatenus ſecundum numerum, ſecun dum autem fpeciem no omnem, et fi nullus eſt, quem non nouit. Non eſt ſurdaaure pretereundum artificium fummum, quod in hoc exemplo Ariſtoteles docet, fcias hoc exemplo de triangulo, comple &ti duos errandi modos, vel facerepro duobus modis, errandi, ſecun Gij sa IN PRIMVM: LIB. do, atque tertio, cum primum defingulo modo, fecundo &tertio, fe. paratim exempla aptißima e peculiaria pofuit, ftatim attulit aliud exemplum utrique, ſecundo uidelicet,atque tertio modo feruiens, Com. poſitiuam methoduin etiam in exemplis feruauit. Littera autem per particulas, ſic declaratur; inquit enim, demonſtratione aut una aut al tera; una enim demonſtratione numero fieri-non poteft, ut deIſopleuro folcele, C Scalenone, concludatur quod tres equales duobus reftis habeat, uia igitur fpecie demonſtratio erit, qua de his tribus triangu lorum fpeciebus demonſtrabitur, quod tres habeat æquales duobusree Atis, ideo dixit Ariſtoteles demonſtratione aut una aut altera; ac fi dices ret pluribus numero demonſtrationibus, de tribus ſpeciebus illis cons cludi, quod tres duobus rectis pares habeat hæc autem demonftratio, nullo modo intelligi potest, quòd fyllogiſtica ſit, quia tuncmaior pre. miſſa acciperet de uniuerfalitriangulo, quod haberettres equales duo bus reftis,ſic fyllogizando, omnis triangulus habet tres angulos æquam les duobus rectis, ſed Iſoſceles, uel Iſopleurus, uel Scalenon, eſt triangulus, igitur foſceles, uel Iſopleurus,uel Scalenon habet tres, æquales duobus rectis, Sic igitur fyllogizando uel particulatim abſque illo diſiunto, fed uno tantum affumpto triangulo, non ne, ſcio de triangulo uniuerſaliter, in maiori aſſumpta quòd triangulus habet tres æquales duobus reftis? quod e diametro opponitur ei quod Arift. ait,ut et fi de Iſopleuro, et cæteris fciuero,quòd habeat tres æquales duo bus,nondūſcio de triangulo,niſiper accidens,per accidés dico quatenus in ferius omne, ſuperiori accidit,modus igiturilledicendi, quein uidentur omnes latini atque greciſequi, non poteſtſtarecum Ariſtotelis ſentena tia, quia iam priusſciretuniuerſale in maiore fumpta et per uniuerſale in cognitionem particulariñ deueniretur,qui error non eſt, ſiquis autem di ceret, ut fic intelligi debeat demonſtratione,aut una fyllogiſtica, aut alte ra Geometrica, dico quod nullo modode ſyllogiſtica poteft intelligi, quia ſequeretur idein incommodum eo modo arguendiſyllogistice,contra dos Arinam ex litteram Aristotelis, ut fupra dixi, quia tunc per cognitio nem uniuerſalis deueniremus in cognitionem particularium quod ex ſi id uerum ſit, modusquo ipſe textu Il docet, quo modo de nouoſci mus,non hoctamen in hoc textu pertractat, ſed agit,hoc textu,& in hoc, exemplo, de errore, qui opponitur uero modo ſciendi,onon de mo: do, quo de nouofcimus quippiam. Niſi quis de ſyllogiſtica demonſtratio neintelligensafingularibus ad uniuerſale progredereturfic, omnis 1 / 0 POSTERIO RVM 'ARIS T. ſceles habet tres equales duobus rectis,fed triangulus iſoſceles est, igis tur triangulus habet tres duobus rectis pares, &de alijs fpeciebus limie liter, et tunc fciret iste ſecundum numerum i particulariſubiecto I fofce le ad uniuerfalem triangulum progrediendo,quod no diſplicet, et ſic una fpecieſyllogiſtica concluderetur de uniuerſali per particularia, uel etiã altera,nempe Geoinetrica. Pro cuius ellucidatione, eft fciendun; ultra ea, quæ de Geometrica demonſtratione dictum eſt in textu tertio, quod Euclides ſecunda parte trigeſimeſecunde primi Elementorun demonſtrat quod triangulus qua. tenus triangulus est, habet tres angulos æquales duobus-rectis, fi quis modo, utcunque intructus bonis litteris (non dico Ariftelis deuoratos, res uel potius carnium «acephalorum ſeptem, unis bycis uoraces, quiafi uerbauinitateplena habeant non tainen Aristotelis do& rinam tenent,quam falſo profitentur)iſus fuerit illa. demonftratione oſtendens de 1fofcele, quòd habeat tres e qualesduobus reftis per decimamtertiam O vigeſimumnonam primi Elementorum, aut altera numero, eadem ta menſpetie de Iſopleuro et Scaleno.ne idein oftendat, ita quòd de ſingus lis trianguloruin þetiebus inducat, quod habeat unaqueque ſpecies triangulorum tres equales duobus, nonduin cognouit inquit, triangus lum quòd duobus reftis æquales habet, niſi ſophiſtico modo, neque uni uerſaliter trianguluna effe huiufmodi, ne quidein fi nullus eft, preter, hec, triangulusalius, non enim quod triangulus eft huiufmodi cogno uit, nequeſi omnem triangulum, hoc habere contingut, utputs duobus reftis æquales,ſed quatenusfecundum numerum, ideft fecundum nume rumfpetierum triangulorum, ſecunduin autein fpetien, in uno uidelicet uniuerfali, non omnein ca ſi nullus eft fecundum ſpetiem, id eſt ſe cundumnumerum trium triangulorum petieruin, ſeparatim,quem non nouit. Erraret igitur duplici errore ille, qui putaret eße unia uerſale fubie&tum, et totum, id quod effet particulare fubieétum, parsfubieétiut, quia tunc acciperet in parte totum, id eft partem, to tum effe exiftimaret. Si autem triangulus immaginetur faluari in unica tantum fpetie, ut in iſoſcele, tunc exemplum intelligatur, aptari feo cundo modo errandi tantum, non etiam tertio. Vides igitur amice, quod Ariſtoteles modos tres attulit errandi circa uniuerfale,quorum cuique proprium, &peculiare exemplum aptauit. Neque legas poſt hac lyaliquando, prominus exacte, nequely nunc,pro exacte ita,ut neutrum,tempusſignificet, fed utrunque temporaliterlegatur, neque 1 i IN P R I M V M L I B. legendum eſt ly nunc pronon, ut quidam, qui nullus homo est facit. Ad id autem quod Ioannes de Gorgia tetigit, aie quod quantitas, natura ipſa, qualitatem precedit, fic ut quantitas, fit prior ipſa qualitate non dico tempore necetiam natura ſed ordine, oid quod propriumquan titati eſt prius est proprio qualitatis, fimiliter et modi,quiſunt ipſiquãti tati proprij, ut eſt proportio, et modus arguendi, qui dicitur permu. tata proportio, funt hæc quantitati propria oſibi primo conueniunt, deinde etiam qualitatibus ſecundario « improprie attribuuntur. Quem admodum etiamSyllogiſmus, qui omnibus philoſophiæ partibus eft com munis per attributionem, de eo tamen primo oproprijsſime Logicafa cultas agit, quòd ſi ſubſtantijs quantitate prioribus, quis tribuat come mutabiliter proportionari, tunc uniuerfaliter reſponde, quod omnibus entibus poteft attribui commutabiliter proportionari improprie tamen, oper quandam attributionem fecrındariam, quatenus omnia entia,has bent quantitatem molis, aut uirtutis in ſe,o ſic Plato attribuit in Gori gia commutabiliter proportionari illis qualitatibus improprie, opro ut ille qualitates includunt quantitatem uirtutis, quæ funtgradus pera feftionis. TE X. XXIX. ALIAS XIIII. VANDO igitur non nouit uniuerſaliter, et quando nouit fimpliciter, manifeftum eft utique. Quoniain, li idem erit triangulo eſſe et Iſopleuro, aut unicuique,aut omnibus fi uero non idem fed alteruin et cætera. Littera ſic exponatur, fi eadem deffinitio quæ trianguli est, cſJet ipſius etiam Iſopleuri propria o peculiaris, aut unicuique 1fos pleuro iſoſceli o Scalenoniſeparatim, aut etiam omnibus fimul in com muni à quanon ſit alia deffinitio ipſis conueniens, ſi uero non idem, id est finon est eadem unica deffinitio, quæ bis omnibus æque primo conue ! niat, fed alterum, id eſt diuerfum nempe deffinitio trianguli est figura tribus lineis rectis claufa, fed iſopleurus est figura tribus lineis rectis æqualibus claufa, iſoſceles est figura tribus lineis duabus nanque æquae libus, una inequali claufa, gradatus eſt figura tribus lineis inæquae libusclaufa, ecce modo, quàm diuerſa ſint deffinitiones, fi ineſt igitur tres habere his omnibus, hoc quidem eft unicuique, fecundum quod eſt triangulus, uelfecundum quod eft figura tribus rectis claufa, o non POSTERIORVM ARIST. has pro eta quia illis lireis equalibus, uel inequalibus claudatur. Vtrum autem fecundum quod eft triangulus, aut fecundum quod Iſoſce les infit, et quãdo ſecundum hoc, eſt primun, &uniuerfale, cuius eſt demonſtratio, manifeſtūeſt, quando remotis infit primo,ut Iſoſceli, æneo remoto,triangulo infunt duobus rectis pares, fed æncun eſle remoto, &Ifoſceli etiam remo to infunt tres duobus rectis pares, fed non inſunt tres duo bus rectis pares figura et termino remotis, quia etiam ipfis inſunt duobus rectis tres æquales, fed eis non primo, ut fi gura que clauditur termnino uel terminis, quo igiturprimo reinoto, cui priino conuenit; remouetur, et habere tres, fi itaque triangulus remoueatur, remouebitur et habere tres duobus rectis pares, et ſecundum hoc igitur, id eft few cundum triangulum ineſt, et aliis per ipſum et huiuſmodi trianguli uniuerſaliter eſt demonſtratio. Littera fic ordináta, artificiun Ariſtotelis est conſiderandum, in hac regula, quam prebet ad cognofcendum, quando erit uniuerfaliter demonſtratio, ego exem plum eft contraſecundum modum errandicirca uniuerſale,ſic,utſeruans hanc regulam,non errabitſecundo modo errandi circauniuerfale,& pri mo,remotis accidentibus indiuiduorī,utremoto ere,non remoueturaf feétio uniuerfalis ut habere tres duobus reétis pares, as enimfeu aneum effe,non conuenit fpeciebus triangulorum, niſi quia indiuiduis triangulis conuenit remota,fubinde fpecie trianguli, ut Ifofcele remoto, non pro pterea remouetur affectio uniuerſalis, quæ eft habere tres duobus reétis pares, quia in alijs fpetiebusſaluatur natura,cui primo conuenit habere tres,ut in ſopleuro,e Scalenone ſaluatur naturatrianguli,cui prinoco uenit habere tres,tertio remouet genus ad cuiusremotionem remouetur villa affeétio,ut remotafigura, &tres habere duobus re &tis pares remo uetur, Quarto cultimo remota deffinitione generis, ut remoto termino figura enim eſt, que termino uel terminis clauditur, remouetur og illa affectio ſed non primo, primo enim conuenit ipſi triangulo, triangulo igitur remoto, statim remouetur et illa affectio, habere tres duobusre Atis pares, demonftratio igitur qua concluditur quòd triangulus habet tres angulos equalesduobus reātis, eft uniuerſaliter. et eft Te i IN PRIMVM LIB. TEX. XXXVII. ALIAS XX. Pro quo VORVM autein genus alterum eft, ficut Arithmeticæ, et Geometriæ,non eft enim Arithmeticam demonftrationem accom modare ad inagnitudinum accidentia niſi magnitudines numeri fint. Gnarus Ari ſtoteles Geometrie et Arithmetica non dubitanz do loquutuseft inquiens,niſi magnitudines numeri fint, fed fuæ regulæ uniuerfalis exceptionem faciens, niſi inquit magnitudines numeri ſint. aduertas magnitudines nunquam fieri numeri nifi numeri nuo merati, o adhuc numeri illi numerati non fit diſcreta quantitas, ſic ut illinumerati numeri, non copulentur ad aliquem communem terminum, ſicut numeri, ofillabe, no:1 ad terminum copulantur communem,fed ad comunem terminum copulantar ille magnitudines que numeri funt per folum tamen intellectum à fe inuicem feparatæ intelliguntur ille quidem magnitudines quæ numerati numeri,Sunt non quod intellectus aliter quã ſint, eas percipiat oppoſito modo, fed eas tantum conhder atparticunt Latim, no intelligendo eas niſi priuatiuenon effe coniunctas,non tamen in telligendo eas negatiue, non effe coniunétas, ut pro exemplofufcipiatur id,quod Euclides proponit propoſitione quinta deci f mi Elementorum commens ar d ſurabiles magnitudines,ad inuicem rationem habent quam numerusad numeră be cuius deinonftratio talis est. Sint due inagnitudines a b communicantes, dico quod earum pro portio eft,ſicut alicuius numeri ad alium numerumfit enim maxima quan titas c cõmuniter menfurans a ®b, reperta ut docet xiij. Elementorum quæ inenfuret a fecundum numerum d, o b fecundum numerum e, erita; a ad c, ut d'ad unit atem eo quod ſicut a eft multiplex Citad eſt multiplex unitatis, at c adi b, ut unit as ad e, quoniam ſicut c eft ſubmultiplex b, ita unitas eſt ſubmultiplex e, igitur per aquam propor tionalitatem a adb, ut d ad e quod eft propoſitum, Ecce quod f linea fecans a lineam in puncto F, non ſeparatprima partē linet a, à fecunda parte CH POSTERIORVM ARIST. st n parte linee a, quis, punctus copulansprimam partem lineæ et cum fes cunda parte, manet idem, immo eſt communis punétus &ipfi lined a et ipſi f, intelle &tus tamen intelligit primam, atquefecundam partem li nea 4, abſque quòd conſideret,ut ad comunem punétum f copulentur. Ecce uides quomodo Euclides utitur medio Arithmetico,ut puta nume ro in constructione, «æqua proportionalitate ad probandam affeétio nëdemagnitudinibus, In vis uel 1 x propoſitione decimi utitur uns decima octaui, tamquam principio Arithmetico in concludenda affe ftio ne de magnitudinibus, hocfepißimefacit in toto decimo libro Eles mentorum Magnitudines, numeri funt, quando ille habent communem menfuram qua communiter dimetiantur, diameter igitur quadrati, Oſuacostanunquam funt, neque dicentur quod ipfæ numeriſint,de ma gnitudinibus etiä que numeri ſunt trattat Euclides in ſecundo Elemento rā à prima propoſitione ufq; ad undecimãexclufiue, Ecce quo pacto utis mur arithmetico principio,circa Genusgeometricã, quod græciala - tini non aduertentes prætereunt exponentesregulam Ariſtotelis uniuerfaliter, quãipſe uult intelligi cumparticula exceptiua, In hac parte ex= ponenda Aueroesimperitißimusfuit, ita utſua littera e directoſit con tra Ariſtotelis fenfum, inquiens &propterea demonſtratio, quæ eft de queſito computatiuo, non poteft trăsferri in aliam à computatiua,quem uirum clarißimum non miror, ſimendacium hoc dixerit in ifta re parut ſed magis,eum admiror quòd cum aliàsdiſciplinas mathematicas inuen taspropter ingenij exercitationem, &quia etiam philofophus dixerit eas puerost adipiſci, ipſumuero Aueroin,neque pueritia,necſuafeneétu te eas fuo ingenio intellexiſſe, niſi dixeris, quòd ipſe elleuatus in eſtaſi intelligebat omnia per intellectum in actu, quo multa peruerſo modo,e ordine intelligebat ſicut quædam fui fequaces Aueroico uerbo cupientes Aueroiſtas dici, ignorantes tamen que Ariſt. mathematicis explicanda propofuit, de quo intellectu poßibili, qui nihil eft eorum quæ uere ſunt ante quam intelligat,utproponit philoſophus,aliquando aperiam,quòd non de ſeparato illo chimerico intellectu ex littera cmente Aristotelis, debemus intelligere,ut quidã Aueroiſta perperăget fequaces peßime in= terpretantur, pertranfeo tamëhæc inpræfentiarü,et quia non eft hiclo cusdifferendiillud, et utfic docentes falfo,reſipiſcăt, et ueritatem Arifto telicăianiam incipiãt et intelligeret &alios post millenos annos docere. Hoc autem quemadmodum contingit in quibuſdam, po fterius dicetur. littera fic intelligi debet, magnitudines quando ſint 1 1 H S8 IN PRIMVM LIB: 3 numeri in quibufdam,nempein temporibus, ideft quádo ipfa tempord, ut numeri concipiuntur, Poſterius dicetur,ut in libris de philoſophia et de anima.Hoc loco habemus artificium ab Ariſtotele, quoGræcorumexpo fitorum abufius mille,o latinorü millies millena millia errorum cognoſci mus,De interpretibus uero noſtri temporis,ſierrent,non dico,fed intelli gas uelim, ut quot uerba proferunt, tot mendacia contra Ariſtotelis or dinem ýmethodum committunt. Quis enim legit Grecos, Latinos, o noftri temporis expoſitoresAriſtotelis, non uideret conſiderauerit, illos ſepe, et fepe fepius adducereloca odoctrinam datamin philofo phia uniuerſá, in libris de anima, methaphiſicis, pro declaratione lo coruin logices, quis modus iſte obfcuritatis eſt, per ignotißima declarda re ea, quæ aliquo modo ignota funt? eper ea quibus accommodantur principia, ipſaprincipia uelle declarare, oper poſterior aignota decla rare ipſum prius, ſic utfupponant iſti declaratores,hominem eſſe philoa fophum, animaſticum, et methaphiſicum antequàmfiat logicus,utille no Ater bonus homo docebat, quòd Ariftoteles attulit tria exempla in fecun do textu,in tribus ſcientijs,ut ibi notaui ha,ha,pereat modus iſte contra Ariſtotelis doctrinam,qui poftquàm exceptuationem uniuerſalis regulæ fue fecit, inquit, hoc autem, quomodo contingit, posterius dicetur, fic ut id,quod inphilofophia dicit, nonreuocetin logicis declarandis, fedt diuerſo,exceptione qua in hoc locofacit,Pombaur tanquam nota in philofo phia, ut ex notis ad ignota o utex uniuerfali ad particularia tēpora procedat,perfuadeturigitur illa exceptio exx. libro Elementorū ut des claratum eft, et non ex philofophiæ locis, vt proMilanius utpúta ex his, quæ in Geometria notafunt, ad ea declaranda, quæ inlogicis traa et antur, ut uera methodo, à notis diſcuramus adignota, fed fi idem in theologos ſacrosobijcias, qui indiſcriminatim ad declarındas theologia cas queſtiones loca uniuerſalis philofophiæ adducunt, igitur ipficra rant,refpondeo, In thcologia cui omnesſcientic &tota uniuerſalis phi lofophia ancilantur tanquam ſcalares gradus non inconuenit philofoe phic eliberalium artium theoremata adducere, quia proceditur à nos tis ad ignota declaranda. Ita ut ultra modum quo intelligimus Sacran do&trinam per reuelationem, ſunt quidam alij modi intelligendi, ſuppoſia ta tamen reuelatione primo, unus eſt modus deuotionis fpiritalis, quo particulariter dominusfuisfanétis, licet alias indoctis tribuit intelligere, ut Petro intelligebat ea,quecontinebantur in epiſtolis fratris noftri Pau li, quæ indocti deprauant ad fuum fenfum, non intelligentes, Alius mo POSTERIORVMARIS T. 0 4 Ac LE FO r dus intelligendi facras litteras prouenit ex ingenij uiuacitate tantum, qui modusmultas hærefes attulitfidelibus. Tertius eft modus intelligendi beneficio naturalis philoſophic, &hic etiam decipit innaniterfideles nis fiunctione fanétifpiritusmoliaturfua duricies, hoc quidem tertio modo non intelligit aliquis facras litteras, niſi inſtructus illis difciplinis, que precedunt ipfam reginam theologiam, valeant igitur, eantuna oma nes ad olas carnium, nonadScotia Thome libros, qui, his artibus &philofophia non callent, non peccant igitur Theologitertio modo di di, copeccato, quo multiGræci, Latini, &præfertim noui interpretes in Ariſtotelem peccant,confundentes docendi ordinem. Videtur hæc ex poſitio, Ariftoteli oppugnare, ubi inquit Ariſt. pofterius dicetur, ut in libris philofophiæ, dixi tamen ego ex decimo Elementorum. Dico Arie ftotelem promittere quomodo continuum diſcretum căcipiatur, fed Eye clides quo modo per principium Arithmeticum de magnitudineaffeflio demonſtretur atq; concludatur. • Ex codem enim genere cft, extrema et mcdia eſſe, fi namqucnonfunt per ſe accidentia erunt, propter hoc Geo metrię non eft demonſtrare, quod contrariorum eadein eſt diſciplina, ſed neque quòd duo cubi ſunt unus cubus, ſit heclitteræ expofitio, ut media oextrema debeant effe eiufdemgeneris, media intelligas, feu in conſtructione medium, ſeu medium ad probadum, quod eft, aut principium, uel etiam propoſitiopredemonftrata,que fus mitur ad probandam aliam, propofitionem; extremorum autem nos mine (ubiait extrema) intelligende funt ipſa concluſiones, utfitfenfus facilis, premiſſão concluſiones ex codem genereeſſe debent. Sed ne que quòdduo cubi unus cubus fit, Quomodounus tantum cus buserit,cum duo fint?duo prius feparatim erant,quiſi in unum redigan tur, unum tantum efficiunt,ut due lincæ etiam una linea tantum efficis citur, utdocet XIIII primi Elementorum xxx ſexti Elementos rum,vltra aduertendum quod cötrariorum cadem eſtdiſciplina,ſed hoc non probat Geometra ſimilitcr duo cubiunus cubus eft,quod etiam Geo metra non probat, his habitis odeclaratis., ſtatim perit declaratio. cus iufdam philoſophi noui qui maiorigrauitate quàm pondere utitur; dicit enim illa ſua innani interpretatione, duo cubi in Arithmetica non faciunt ynum cubum, quod eft di&tu, quod duo cubi numeri nonfaciunt unum cu bum numerum,ifta interpretatio opponitur littere Ariſtotelis; li ttera anim affirmatiuc loquitur, quòd duo cubi unumfaciuntcubum,oiſte no ни ex 46 in is hi De IN PRIMV M LIB. ) uus philofophus exemplificat negatiue, quo mododuo eubi non faciunt unum cubum; reiciatur igitur ſuainterpretatio, et Philoponi expoſitio ſuſcipiatur, quæ hoc in loco fatis conſiderata eft, atque docta;Ratio enim quare non demonſtrat Geometra,quòd duo cubi unum cubum far ciunt, eſt quia non uerſatur Geometra circa genus folidorum, ut circa ſuuinſubiectum, fed uerſatur tantun circa planorum genus, ut circa proprium ſubiectum, Stereometra autem habet demonſtrare, quod duo cubi adinuicem aditi cubum unum cõficiunt, ut ftatim explicabo inferius, cum de duplatione are delorum, et in fragmentis logicis de triplatione, quadruplatione, quincuplatione, fexcuplatione, eptuplatione, es dein ceps demonſtrationes fecero. In qua re ut Ioannes refert Apolonij peri gei talis eft demonſtratio ab innumeris mendis purgata, opermepri ſtino candori redita cum Euclidis propoſitionibus in locis fuis,utdecet appoſitis, ac ſiab Apolonij manibus nunc procederet. Pro cuiusdemonſtrationis notitia, aduertas quòd Art Delio Apoli ni dicata, eſto ſiuis ut trium eſſet pedum, quando Apolo imperauit dea lijs peſte laborantibus, eiuſdem Are duplationem, qui Geometrie impe riti (ut peneſunt in preſentiarum omnes totius orbis Gymnaſiste )adide runt alteram tripedalem Aram prime are, etſicturbata,atý; corrupta forma cubica are primæ,dederunt are duplate formă trabis, fic ut fex pedű extendereturlongitudine, latitudineuero et craſitie trium pedum extenſa eſſet Ara, forma in qua complacebat Apolo deperdita,fþreti igi tur propter hoc delij ab-Apoline, et graue peſte adhuc laborantes, ad Platoně confugerunt,qui eos redarguens, utGeometric imperitos tana dem eos adhuc dubios reliquit dicens eis, ut duas lineas medias inter exa tremas inuenirentſecundum eandem proportionem continuam. Et tunc ſcirent duplare Aram, formam habětem cubicam, In qua re plurimigre corum laborauerunt tandem unus Apolonius perigeus, duas inuenit lia neasillas medias Oſummo artificio duplarunt Aram delij,fubinde ad peſte quieuerunt. Dátis igitur duabus lineis inæqualibus, quarum altera ſit longitudo Ar et primo fabricatæ triumpedum, fecunda uero lineaſit ed, que deno tet longitudinem trabis quamcompoſuerunt delij, &eſto pedum fex,ina ter has duas reperiendæ funt duæ alia medie in continua proportionam litate,quod in numerisfieri neutiquam eſt poßibile, fint igitur duæ data, primafit b c, quæ erat longitudo prime Are, e a b.longitudo tras bis, &ponatur per undecimam primi Elementorum uel per uigeſima POSTERIORVM ARIST. tertiam eiufdem primi, ut rectumangulum contineant,eum uidelicet qui füb a b c o compleaturparallelogrammum bd; per tertiam atque tri geſimamprimam primi Elementorum;qg diameter ipſius per primum po ſtulatum primi Elementorum ducatur a c o circa triangulum ac di per quintam quarti Elementorum deſcribatur circulus a d.c, os produ catur linee b a,b c, per fecundum poſtulatum primi Elementorum in directum ufque ad fe 8,0 per primum poſtulatum coniungan tur f &, per lineam f g tranſeun b tem per punétum d, ita ut fe, æqualis fit lineæ e g, hoc enim tan quàm petitum ſummitur indemons Äratum. (De quo, forſan poſterius noſtra palade non nihil dicetur) ma nifeſtum utique eſt, quod ex fe æqualis eft ipfi dg per hipoteſim, @primam animi conceptionem. f a f 6 f 6 6 G gд g fil 6 g ď 6 6 egg f fa d Б6 c 1M14 8 с C f f a d AB Xa -f MC À с a TE lik mo Ma Quoniam igitur extra circulum a dc punctum fumptum est feab ipſo dufte linee rette f b, feſecant circulum ad punéta a v d, quod igi tur fit ex bf in fa, per trigeſimamquintam tertij Elementorum,æqua le eſt ei, quod fit ex ef, in fd, ac eadem ratione, &quodfit ex b et in c g æquale est, ei, quod fit ex dg ing e, aquale autem eft id quod fitex dg in g e, ei quodfit ex e f in f d, utraque enim utrij que equales funt, e f ſilicet ipſi d 8, og f d, ipſi eg, igitur, ego quòd fit, ex bf in fa, æquale eftei, quod fit ex bg ing c, eſt igitur, 62 IN PRIM VM.; L 1 B. ut fb ad b et perfecundam partem decimequinteſexti Elementorum, ita g c ad f a,fed ut fb adb 8, fic es fa ad ad per iij.fextiEleé mentorum, igitur per xi. quinti Elementorum g c ad f a,ut f a ad ad, fimiliter per eandem xi. quinti Elementorum, ut dc adc 8, fic cg ad fa, quia utraqueeft,ficutea, que est fb ad b 8, altera per fecundam partem xv. reliquaper quartam fexti;ut d.c.ad cgpro pter fimilitudinem triangulorum, est autem dcdqualisipfi ab,04 d, ipſi b c per xxxiij. primiElementorum, igituraut ab ad cg ita f a ad ad, erat autem, out f bad bg, ideft ut a bad c g,fic cg ad fa, igitur out ab adog, fic oipfacg.ad fia, o ipſa fid, ad b c, quatuor igitur rectæ linea 46,8c,fa,bc, inuicem prom portionales funt,o propter hoc erit; uta bad b c, ita quifit ex 4 b cubus, ad cubum, qui ex g cega qui ex g c, ad illum qui fit ex f a, e qui ex fa, ad illum qui ex b c ex corrolario xxxiij. undecimi Elementorum, igitur ut a b ad b ©, ita cubus quiex f a ad cubum qui ex b c, fed a b dupla fumpta fuità principio, ipſius b.c, eft igia tur cubus, qui exfa, duplus ad cu bum, qui ex b c, quod demon - g strandum errat. Berlin. g c.8 F G f 6 f 6 6 a. 6 6 G 8 6 g ggġ Ġ gofa dic figffa d. o ga a 6 2. BВ POSTERIORVM ARIS T. Eleg TEX. XLI. VEL XXII. F G ta 16 ORVM quæ ſæpe fiuntdemonſtrationes funt et fcientiæ, ut lunæ deffectus, Quee dam noua queſtio à quodam nouo interprete moues tur, circa particulas in textu poſitas, unde eft, quòdfæpefiat demonſtratio of ſcientia de lune men ſtruo? Cumſit, quod luna nonſemper, nequeſe pe eclypſetur, neque meſtruum patiatur? Queſtio mota fuit ex dus plici ignorantia queex duplici menſtruoſitate contingit, uidelicet Solis Lune, quia ille, qui eam mouerit, neque in die, neque nocte uidet, quid uelit Ariftoteles, ſi tamen alta uoce Ariſtoteles streperet in huius doctoris aures, hoc apponeretforſan miringam, ſın ditë, ſurdus ipſeerit ideo ille bonus homo,qui quidam homo erat,fed nunc nefcio an aliquis ho mo ipſe ſit, monſtruoſamde lunæ menſtruo folutionem,uel potius ligas mina tribuit auditoribus centum. Videas, ſepeenim inquit nofter nos uus interpres, fit Lune eclipſis, quia quandofit,tunc orientalibus quar ta hora, occidentalibus autem hora tertia, magis autem occidentalibus hora ſecunda noctis &alijs etiam ad indos magis tendentibus prima non et is hora apparet luna menſtrua:a, ecce inquit ille interpres do&tus,quid ſepefit, ut puta intot horis noftis, utfecunda&tertia atque alijs plu rimis. Quemirabilis doctrina @ſcientia, in dialogis &fabelis, quas apud ignem raulieres habentreponenda magis, quàm àuiro quoquo moa do etiam docto redarguenda eft, uel etiam à quouis audienda. Litteraſic ordinetur, eorum demonſtrationes et fcientia ſunt, eorum dico, que fæpefiunt. Dico igitur lunc deffe tusſæpe, atque ſemper fieri in plenie lunio, quum terra diametraliter ponatur inter Solem Lunam, quod quidemnon in omni plenilunio contingit, fed cum sol in capite, et Lue na in cauda draconisfuerit, quod Plato explicans ait linea re& ta eft cu ius medium obumbrat extrema, quamfententiam non intelligens quidam alius potius paraſcitus quàm doctor, &ille est, quem ſuperius dixi hae, bere grauitatem maioren, quàm pondus, redarguebat in quodam cons uiuio deffinitionem quam Paduano Gymnaſio in primis meis le &tionibus publicis dederam, explicans deffinitionem lineæ rectæ, que eft, à pun Ao in punctum breuißimaextenſio, aut cuius medium ex æquofua inter 1 incet ſigna, hoc eft, cuius medium non reſultat ab extremis, ſic explis IN PRIM VM LIB. cabam per fenfitiuam et materialem lineam, ut facilius ipfa Geomes trica linea à tirunculis intelligeretur, linea recta eft, cuius medium non obumbrat extrema, neque eſt hæc mea explicatio rectæ lineæ, Contrda ria illi à Platone datæ, cum hæc in Geometria, illa uero Platonis in Aſtronomia accomodanda ſit, neque in hoc ignofeendum erat, quia igna rus Grecarum litterarum eſſem, ut ille efuriens greculus non lingua ne que natione, fed apparentia tantum, Tipto propter tiptis duo agebat dicens mefalfam le&tionem Latinam vidiffe, qua legeram in Platone, lie nea recta eſt cuius medium non obumbrat, cum Græcus textus, affira matiue legatur fic cuius medium obumbrat extrema, mitto hæc in Cora bonam, oad propoſitum à quo uidebar digredi redeo, Cauſis igitur illis commemoratis concurrentibus, femper et ſaepe fit Luna defectus, de qua Luna menſtruata habetur ſcientia, per medium illud, quæ eft ter re interpoſitio inter Solem atque Lunam diametraliter, que cauſa pro pria, et propinqua eſt ad Eclipfim de Luna concludendam, modo anfe pe fiat demonſtratio uelfepe habeatur fcientia de Eclipſi Lune, hoc non tangit Ariſtoteles., quia ly ſæpe eſemper, non determinant ly demon ſtrationes, olyſcientia,fed determinantlydeffe &tusLune; illis igia tur cauſis contingit Luna deffeétus fæpec ſemper,non autem illis quas commemorauit ille phantaſticus, ſecunda uel tertia hora noétis. TEXTVS XLII ALIAS XXIII. VONIAM autem manifeftum eft, quod unữ. quodque demoſtrare non eſt, ſed aut ex uno. quoque principiorum, fi id quod demonſtra tur, ſit,ſecundum quod eft illud, non eſt ſcire hoc quidem fi ex ueris et indemõſtrabilibus monſtretur, et inmediatis, eſt enim ficmon, ſtrare, ficuti Briſon Tetragoniſinum,per commune enim demonſtrant rationes huiuſmodi, quod et alí ineſt, unde et alíjs conueniunt hæ rationes non cognatis, Quicquid anti qui dequadratura circuli fenferint, dicam quid fenferim ego, habita prius notia littere, &cognito textusſenſu, li ex ueris premißis, oins demonſtrabilibus, immediatis, fiat demonſtratio, non autem fiat ex præmißis proprijs, opeculiaribus illi generi,de quo fcientia queritur, ex illa demonſtratione per talia principia primadi&ta non habeturſcien tid POSTERIORVM ARIST. 6 tla,immoneq; illa erit demonftratio, quia per principia fieret talis pros ceſſus, que non tantum arti Geometrie, fed alijs difciplinis accommo dari poffunt, quo errore Brifo.crrauit tentans reducere aream circuli ad figuram rectilineam quadratam, quæ t alia erant principia datur max ius, datur minus, igitur datur æquale, quidamſciolus laborat, ut hæc principia uniuerfalia,propria fiant ipſiGeometric,dicens,daturquadra tum maius circulo, datur quadratā minus circulo, igitur datur quadras kun sequale ipſi circulo, et gloriaturinnani, et hoc fuum chimericâ con tulerit cum yno do&tißimo huiys noftri Gymnasij, qui non folum perfua fionemualidam, fed et demonftrationem eam effe affirmauit; fcito enim, quòd os folidis, e linels, o numeris coaptatur iſta dedu &tio, ut datur numerus maior denario eminor denario, igitur datur equalis nume rus denario, es ſic in alijs plurimis, dico tamen quod huius fcioli do&to ris contra tio in propoſito nulla eft ad oſtendendum intenti, quia ultra quod Briſo errans,proceßit per comunia principia,errauit etiam errorç peßimo in conſequentia,ut ex his quæfuperquintadecima terty Elemen torī Euclidis demonſtrantur &fuper trigeſima ciufdem,Ariſtoteles au tem folum redarguit ipfum in co, quod egit contra regulam de proprijs principijs,quicquid de confequentia fitprætermittens tanquam non res Marguendum, ut oppoſitum ſuedat& regul«. De quadratura, errore Brifonis, Anthiphontis, Hipocratisc Boetij atque iuniorum trattabo in fragmentis mathematicis ſuper live bro pofterioruin. TEXTVS XLV ALIAS XXIII. ED demonftratio non.conucnit in aliud nus, aliter quàm ut dictum eſt, Geometricæ in mechanicas, aut perſpectiuas, et arithme ticæ in harınonicas. XXXVII textu determis nauit Ariſtoteles quòd ad Geometram non pertinet de BRAVAS PRINT monſtrare quod duo cubifaciant unum cubum, ratio, ut ibi declarani aßignabaturquia Geometra O stereometrauerfantur cir ca diuerſagenera, alter circa planum, et reliquus circafolidum, hoc au fem textu dicit, quod geometrice demonftrationes conueniunt in genus mechanicum, ait enim geometrice in mechanicas, pro qua apparenti contradictione, eft aduertendum quòd Stereometrica per principia Gear I IN PRIMVM.LIB. metric probantur quia in terminis corporis, qui ſunt ſuperficies, ille geometricæ demonſtrationes attribuuntur, ideodemonftratio Geometri ca hoc modo in mechanicas,conuenit, o ſinon fint circa idem genus, necfubfe inuicem diſcipline. TEXTVS XLVI ALIAS XXIIII. VID quidem igitur fignificent, et prima, et quæ ex his funt, accipiendum eft, quòd au: tem ſint principia quidem, eft accipere, Alia uero demonftrare, ut unitas, et quid rectum, et quid triangulus,effe autem unitate accipe re et magnitudinem,altera uero demonftra re. Dedatoibi quid fignificent de dignitatibus ibi et priina. De que fito ibi, et quæexhisfunt. Exempla omniafunt in boc textu dedato; primum eft in decimaſextaſeptimi elementorum ubi de unitate,que ſe ba bet ad aliquemſecüdum numerum, ficut quilibet tertius adaliquem quar tum,concluditur q, ipſa unitas, itafe habebit ad tertiã numerum, ſicutfc cãdus numerus ad quartum,fecundã exemplum eftde data linea in prima propofitione primiElementorum,de qua demonſtratur quàd fit æqualis, welminor cæterisduabus lineis re&tis continentibus,Iſopleurum, uel ifo feelem, uel Scalenonem,uel etiam exemplum hoc apparet indecima pri mi Elementorum ubi concluditur de linea recta, quòd ſit biffariamfe &ta, Tertium exemplum de dato, eſt in xxx 11 primi Elementorum, ubi de dato Trigono concluditur. habeat tres angulos duabus re&tis paresnon tantum, quid ſignificentoportet preaccipere, fed etiam iſta effe, vt tan dem de dato nonfolum quidfignificet, quod etiam eſt queſiti,preaccipes re, fed eo quidſignificet effe, vtrumque fupponendum ſit (licet non femper,)ut quid ſit unitas,et unitatem effe,quemadmodum ſecundo textu predocuit Ariſtoteles, uerbum hoc, magnitudinem, intelligendum eſt, rectam lineam,ut decima primi elementorī,et triãgulum,ut trigeſima ſe cīda primi elemétorum,quem triangulum,et reetū, explicite protulit ab unitate,inquiens alia uero demonſtrare, ut quid unitas, quid rectiem, Oquid triangulus fignificet, elle autem unitatem accipere et magnitus dinem, hoc loco aduertendum est Ariſtotelem, ſeiunctam poſuiſſe unita tem à refto trigono, quæ duo nempe reétum et trigonum amplexi fuifſe in unico uerbo hoc, magnitudinem, propter hoc ut intelligenda POSTERIORVM ARIS T. effet unitas de qua hic loquitur principium numeri feu multitudinis, de. qua quidem unitate alia affe&tio concluditur, quàm de unitate linee, de qua loquebatur in fecundo textu huiusprimi, wratio interpretationis apparet exlittera, quia de quolibet dato. feparatim concluditur pro prium queſitum, ut hoc textu declaraui. TEX. XLVII VEL XX IIII et 24 Allia 721, pe Court Alle Blato che * with rima alis -life pri eld Side Vntautē quibus utimur in demonftratiuis ſciētíjs alia quidē propria uniuſcuiufq fcič tiæ, alia uero cómnunia, comunia autemfer cundum Analogiă, quoniam utile eft,quá. túeft in eo (quod eft fub fcientia ) genere, propria quidem, ut lincã elſe huiufinodi. &rectum, De dignitatibus hoc loco loquens, exempla de dignitatis bus prèbens ait. Alia quidem propria uniuſcuiuſq et c.Propria Geometrie ſunt ifta, utlineam elfelongitudinem illatabilem or ſine pro fonditate,hacde caufa dixit lineameſſe buiufmodi,id efthabere banc defa finitione, et reétum, vt puta recta linea est, que ſua ex æquali intera iacetſigna,uel linea recta eft à punéto in punctum breuißima extenſio, non intelligas lineam, &rectum, Jolitarie o incomplexe,quia hoc loco de dignitatibus,que complexa funtloquitur: non de incomplexis utde linea tantă, ca de recto tantum ſed, dehoc cöplexo linea est longitudo illa tabilis; ¢ linea recta eſt,quæ ex æquali ſua interiacet ſigna,de linea in uniuerfali, fubinde de contracta uſpecificalinea recta exempla explicăs, Communia autein ut æqualia ab æqualibus ſi auferas,quòd æqualia reliqua ſunt. Aliqui indoctirelatores interpretum et inter pretes Arifto, non intelligentes hunc locum; naturam Geometrie ſcien tie perdunt, dicentes Geometram per principia communia procedere, id autem eft contra ueritatem ex parte rei econtra Ariftotelis do &tria nam. Pro cuiusdifficultatis nodo extricando, aduertendum quod princi pium iftud,de quolibet ente,uerum eftdicere quodeſt,uel no eſt tale, nun quam in demonftratione ponitur, nec eo utimur niſicontrate, oquae dam determinationeadgenus aliquod terminatum, er pro altera diſiuna Eti parteaccepto,nulli enim fcientia eft, aut diſciplina, que utatur illo principio pro utrag; diſiunéti,fed pro altera tantū parte, Sinile de hoc (& alijs huiufmodi) principio, fi ab.equalibus æqualia auferas, que re MON jpes non exti ell I i IN PRIM VM LI'B. Manent,æqualia funt, audiendum eft, nulla quippe diſciplinaest, que es utatur niſi contracte, fic quòd Geometra nunquam eo ufus eft præters quam inhisquæ circa planum uerfantur, utfi ab equalibus lineis,uel fu perficiebus,aut angulis,equates lineæ, uel fuperficies aut anguli deman tur, quæ remanent lineæ,uel fuperficies,aut anguli funtæquales,quão primum autem principium hoc contrahitur, non eft amplius commune Guniuerfale, fed fit proprium illius generis fcientiæ ad quod contrahis tur, quod uerohæc noftra declaratio fit ad Ariſtotelis mentemmanifes. ſtum eſt ex predicamento quantitatis ubi de diſcreto econtinuo agens, determinat quod utrique proprium eft peculiare fecundum eamæqua leuel inæquale dici, ſi inſtetur ex menteAriſtotelis dicentis, principiunt. - iſtud effe commune, inquit enim,cõnunia autē &c. Dico illud prin cipium eſſe commune, ſi non contrahatur, quàmprimim uero contrahi tur non eftcommune amplius, ftatim enin fequeretur contradi&tio, quod eſſet commune ono commune, doétrina hæcmeacoheret his,quæ Aucroes commentationemagna affentiriuideturfuper hoc textu, o his que Ariſtoteles hoc loco dicitinquiens;fufficiens eft autemunumquoda que iftorum quantum in genere eſt,hoc eft quatenusad determinatū get nus contrahitur, de principijs loquens,ubi de datis dixerit, et tertio lo co de queſitis, ibi quodautē ſint demóftrant, o fi adhuc inftes e Theon &Campanus non contracteinquatuor primis libris Elemento rum, a quod Euclides affixit illud principium primo libro, dico quod Căpanus &TheonbreuiloquioStudentes accipiuntipſum principiū fne Contractione, femper tamen op ubique uolunt ipſum intelligi contra &te cum determinatone ad illud genus ad quod-co utimur, aliter. errarent, Euclides autem primo libro affixit, quid utitur ipfo con tracto in primis quatuor libris, Adhuc fi fortiuscontra hanc expo fitionem precipue inſtetur quod fiquid ueritatisſaperet, statim haberea tur circuli quadratura per hæcprincipia contra&ta, datur quadras tum maius circulo, datur quadratum minus circulo igitur dabitur quadratum æquale circulo, refpondeo, quò du os errores commiſit Briſo, o talis argutus doctorolus inter arguendum, primo quia Brie so per principia comunia, iſte audem do&tor per contra &ta illa princi pra, feduterque in æquiuocisarguebat, circulus enim et quadratum equi uoce funt figuræ altera enim curuilinea reliqua uero re&tilinea eft, hunc errorem fecundum non inuenies in mea hac expoſitione,&contra ipfam inftantianulla est, de crrore autem Briſonisfuſius in noftris fragmentis POSTERIOR V MARIS T. 3 Logicis. Idem enim faciet et fi non de omnibus accipiat fed in magnitudinibus folum, Arithmeticæ autein in numeris. Diuinus Philoſophus quàmprimum explicuerit, quæ namfunt propria per duplex exemplum uniusfeientia Geometria, linee uidelicet, &lia neæ recte, •fubiunxerit, que nam ſint communia principia exent plum prebens tale, nquit, ut æqualiaab æqualibusfi auferas quod æqua lia ſint remanentia, ſubiunxit quomodo hoc principium &fimilia cone trahantur ad proprium genus ſcientiæ &propriafiant dicens, ſuffia ciens eſt,unum quodque iſtorum, quantum in genere est, fufficiens quie dem acſi peculiaribus atqi proprijs principijsuteretur Geometra uteng iſto principio, æqualia ab æqualibus ſi auferas æqualia remanent, non quidemſi de omnibus accipiat, non quidem dico demonstrabit Geometra: fi fic de omnibus et uniuerfaliter ſine contractione utatur, fed demon, ſtrabit quidem, inquit Philofophus,ſi in magnitudinibus folum, id eſt contracte o determinatim,eo ufus fuerit.Vtfic, fi ab æqualibus lineis ſuperficiebus, angulis, Arithmeticus, fi ab æqualibus numeris æqua les lineas ſuperficies angulos uel numeros auferas quod æquales linea fuperficies anguli onumeri remanebunt. Tunc uult Ariſtoteles quód iftud principiumſic contractumreddatur propriumipſi Geometra, og Arithmetico &unicuique artifici in fua arte, ac fi peculiari epros prißimo uteretur, non procedit igiturGeometra per communia prins cipia neque ob id, quia per cominunia procedit Geometria, ideo non fit dicenda ſcientia ipſa Geometria, ut quidam ingeniofus noftri teme poris immaginatur. Sunt autem propria quidem et quæ acci piuntureſſe, circa quæ, fcientia fpeculatur, quæ ſunt per le, ut Arithmetica unitates, Geometria autem figna et lineas. Euclides in Arithmeticis ab oskaud propoſitionenoniElemene torum uſque ad tredeci mam incluſiue accipit unitates, ſed ſigna id eſt punta accepit in ſecunda wtrigeſima prima primi Elementorum, lie neas uero in primt, ſecunda,& tertia primi,atque in undecima undecimi Elementorum. Hæc enim accipiunt eſſe, et hoc eſſe, idemo dixit in principiofecundi textus,ut de dato precognoſcatur utrunque &quid &quia est, accipiunt eſſe,id est deffinitionemſeu deſcriptionem welquid per nomenfignificatur, ex hoceffe,nempeactueſſe, uel mente oaštu.confideratiuo effe, id quod concipiunt, quod eſſe potentia,uel effe aptitudinedicunt. Horum autem pafsiones funtper fe quid quidem figni IN PRIMVM L'IB. ficet unaquæque accipiunt, ut Arithmetica quidem quid par, Sicut uigefimaquinta noni Elementorum, aut impar, ut trige fimanoni Elementorum, Aut quadrangulus,ut xxxvi. noni Ele mentorum, &quilibet numerus à duobus duplus,ut xxxv. eiufdem, a eut declaraui ſuper textu xx. de altera parte longiori, Aut cubus ut quarta noni Elementorum ſic intelligantur termini exemplorum in Arithmetica;Geometra uero quid irrationale,ut XI. X. Elementorum, aut inflecti per contactum in unico puncto ex xij.ex xv.tertij Elemen. aut concurrere, ut xv.xi. Elementorum oprima Elementorum Geo metrie Vitellionis. Animaduerſione dignum est hoc, quod Geometra nunquàm hanc affectionem, ut irregularitatem deunica lineafola con = fiderat, neque etiam de una tantum linea id concludit, quicquid Cama panus ſentiat, fed id de linea una ad aliam comparata atque relata, cum qua non habet uliquam communem menſuram, ut est diameter wcofta quadrati. Inflexio uero in una atque eadem linea circulari eft, quætan gat aliam rectam lineam uel alium circulum interne, uel etiam exterins, in unopuncto tantum, quia inflexa non fecat nequere et amlineam, nes que etiam circulum, quorum utrumlibetfaceret linea recta, eifdem ! recte linee 6 circulo non contingenter neque in directum applicata. Quod autem fint paſsiones per fe demonſtrant per coin munia et ex his quæ demonftrata furt et Aftronomia funi liter. De datis dequibusaccipiebamus quid fignificarent &effe, de monſtrant artifices Arithmeticus OGeometra per communia, idef per uniuerſalia principia (que tamen unius generis ſint) v ex his etiam propoſitionibus, quæ prius demonſtrata funt, affectiones illas predis Etas, ſicut etiam aſtronomus facit, utper ea quæ in Geometria probas ta ſunt, etiam per propoſitiones probatas in Aſtronomia concludat etfiEtionesfequentrum Theorematun. TEX. XLVIII. ALIAS X XV. VASDAM tamen fcientias nihil prohibet quædain hortin defpicere, ut genus non ſupponere effe, et fit manifeftum quoniam eft,non eniin ſimiliter manifeftuin eft,quo niam numerus fit, et quoniam calidur, et frigidum fit. Natura enim &per fenfum notum POSTERIO RVM ARIST. $ 200 ill 0 si est, quonian calidum eft, ideo non eft opus precipere mente o ſuppoi fitione aliqua intellettuali, «quadamſcrupuloſa indaginefuum quiade calido, quando calidum eſt ſubiectum ſeu datum uel genus, hoc cafu, quandoeft notum quia est dati, deſpicitur præcognoſcere mentis inda gatione de dato, an fit? Quod noncontingit ſimiliter de numero, quans donumeruseft datum, de eo enim eft necefſe mente e intellectuali acte preaccipere quia numeri, Videlicet quod numerusaétu est mente con: ceptus, ac fiexifteret aétu, uel aptitudinem ad exiftendum habeat, en hoc quidempropter hoc, quod numerus neque nataraneque fenfu aetud liter percipiturquòd fit, fed tantun intelleétu dignofcitur, @ hæc duo exempla de dito prebetnobis Ariſtoteles,ſubinde de queſito feu paßione facit exceptionem dicent, et paſsiones non eft accipere quid fi gnificent ſi fint manifeltæ, ut puta ſi fit notiſsimum quodtale no men -notifsimam rem ſignificet. Tunceo cafu non prerequiritur indas gando quid fignificet illud nomen, quia iam notum eſt. De dignitatibus.au tem idein excipit ab uniuerſaliregula,qua dixit fecundo textu, alia nana que quia funt prius opinari neceſſe eſt,utomne quidem quod est,aut affir mareaut negare uerum eſt, quia eſt, o textu xlvi.aliud prebet exem plum, utæqualiaab æqualibus fiauferas, quòd æqualia reliqua ſunt, de his communibus principijs non eft preſuponerequia eft. Cum ipſorīt ugritas quafi natura nota fint, quaſi natura dico, utputa quia notis ter minis ipſarum dignitatum, statim notum est, quia est ipſarum dignitatum fecus autem eft de dignitatibus proprijs cuique arti,quia tunc non est,fa tis,quid fimplices terminiſignificent preaccipere,fed opus etiam eſt pré cognofcere copulationem terminorū effe neceffariam, ueram,ut quòd circulus fit figura plana unicalinea contentain cuius medio punctus est à quo ad circunferentiam omnes recta linea duétæ funtæqualesfecludit, igitur ariſt.àfubie&to ipſum quia quandoipſum eſſe,manifesti est,non ſecludit ipfum quid est, ut exponit loan.Gram. Alexander, A queſito ſecludit aliquádo quid eft,era comunibus dignitatibus ipſum quia,quando notumeft quid queſitumfignificet, &quando ueritasdignitatum eſt mani feftifsima quod autem hæcde datofeuſubiecto expoſitio ſit germanatex. Ariſt.ut uidelicet excludat àſubiecto ipſum quia,& non ipſum quid,mani feſtă eſt in littera,ubi ait,Genus non fupponere efle fi fitmanife ftūquoniã eſt non dicit Arift.genus no ſupponere quid ſitexemplü de queſito,quandonon accipiturquidſignificet est propoſitione xiiij.primi: Elemen.quod est,indiređã linea una,quod quidē quid ſignificet non tung OI MI deo per da Jet OB um 10 et IN PRIM VM LI B. preaccipitur,cumfit notum ex deffinitione quarta primi Elementorum, quodnon queratur, quia eft, quando est notum,id apertißime dicit philofophus textu fecundo ſecundi Poſteriorum,inquit enim,inuenien tes autem, quia deficit pauſamus, et fi in principio ſcirc mus, quia deficit,nó queremus utruin, cum autem fcimus ipſum quia,ipſum propter quid querimus et c. TEXTVS LII ALIAS XXV. EQYEGeometra falſa ſupponit,ſicut qui dam affirmant dicentes, quòd non oportet falſo uti, Geometram autem mentiri, dis centem lineam eſſe unius pedis,quę unius pedis non eft, autrectam lincam, non ree &tam cxiſtentem, ut in prima propoſitione prin mi elementorumfuper datam rectam lineam triangulum collocare, etiam in decima primi Elementorum datam lineam rectam, eum biffaria diuidere iubet Geometra, os ſiilla linea, que atramento pingitur, uel penna aut ſtilo protrahitur reta non fit, non ob id tamen dicendum eft, Geometram errare, quia non ad id intentionem dirigit Geometra quod oculis fubijcitur, fed ad id potius, quod intus animo concipit, dirigit intentionem, ideo non contingit Geometram circa aſſumptam materiam errare et mentiri, Geometra enim nihil concludit fecundum hanc lie neam pitam, quam ftilo pinxerat, fed fecundum intus conceptam lie neam, demonſtrationem percurrit,idem habet Ariſtoteles primo priorã ante mutuamfyllogifmorum reſolutionem non errat etiam Geometra cir ca formam fyllogiſticam, ut textu 59 62, ait Ariſtoteles, igitur cer tißimefunt diſciplinegeometria, et non quiafenfatæ fint, ut falfo quis dam dicunt, Quia intus concipiuntur. TEXTVS LIX ALIAS XXVIII. VONIAM autem ſunt Geoinetricæ inters rogationes non ne funt et non geometri. cæ? et in unaquaque fcientia,fecundü qua lem ingnorantiam funt Geoinetricæ? et utrum quiſecundum ingnorantiam fyllo giſmus eft, fit qui ex oppoſitis fyllogifo mus, POSTERIORVM ARIST. 3 dis 2018 pria vik est 200 gt mus; an paralogiſinus? In unaquaque fcientia contingunt fieri in terrogationes, ficut in Geometria, In geometria autembiffariam contin git interrogatiofieri, uno quidem modo,ut nihil fapiat de illo, quod inter rogat, ut fiquis querat an icoceruus habeat tres æquales duobus rectis, ignorans omnifariam &quidfit Icoceruus, et quid ſithabere tres duo bus reétis æquales, hic interrogans habet ignorantiam fecundum nega. tionem, quia omnis habitus negatur in eo de illa re, quam querit. Altero autem modo, ut interrogās ſciat quippe partim de illo, quod querit, par tim uero non, ut adinuicem parallelas concurrere,fciat nanque que nani lineæ rectæ fint, oſcit quòd in utranque partem protrahuntur, ſcit etiam, quisnam ſit duarum linearum concurſus, &quatenus iſta nouit et interrogat,Geometrica queſtio atq; Geometrica interrogatio eft, quate inus autem opinatur an parallelæ in infinitum protrate concurrant,hac ex parte,non eft Geometrica quæſtio, et habet hic ignorantium habitus, idest fecundum habitum, quo fcit lineas rectas, ceas in infinitum pro trahi polle, et concurſum linearum effe in eadem ſuperficie, cum illo qui dem habitu, ſtat hec ignorantia, ut ne ſciat quòd etiam ſi in infinitura protrahantur, non căcurrunt. Errore hoc peßimo in interrogatione er rauit Pſcelus Grecus, quifuitilla tempeſtate quorundain Grecorum ho minum, qui præter uoces re ipfa nihil penitusaut parum doctrinæ has bebant, in quam calımitatem credo plurimosnoſtri temporis Græculos incidiſſe, Tentauit ipfe diuidere tonum, qui fexquioctaua proportione co ſtat accipiebatô; neruos duos, qui tacti, interuallum foni haberent, quos rum utrumlibet biffariam diuidebat, fubinde arguens agebat, totus ners uus maior ad totum neruun minorein habebat toni ratione, igitur medie tas nerui ad nerui alterius medietate,ut medietas toni ad toni medietaté, poyo fic putabat dimidium Toni, hoc eſt ſemitonium uerum adinueniſſe, ignorans pauper, quod proportio totius nerui ad totum neruum eadem eft, que dimidij nerui ad dimidium alterius nerui per decimamoctauam @decimamnonam ſeptimi Elemětorum, erat igitur non Armonica quæa ftio, qua quærebat, an tonus dividi biffariam poſſet? Verus autem Geo. metra ille eft, qui non habet ignorantiam neque ſecundum negationem, neque fecundum priuationem, «ille non facitinterrogationes non geo metricas, neque interrogationes partimgeometricas opartim non geo métricas, ſed interrogationesfacit omnifarians geometricas, ut, an trian gulus cõſtitutus in tabula, habeat tres æquales duobus reitis pares, Geo metra non errat, circa uffumptam materiā,ut tex. 52. determinauit phi lik line et K IN PRIM VM LIB.. lofophus,non errat circa interrogationes, ut hoc textu patuit, neque era rat in forma, in ſua induftione, ut demonſtrat Ariſtoteles in textu. 62. nullus igitur error in Geometria contineri poteſt ex mente Ariſtotelis, hanc eandemfententia habet Galenus in de erroribuscognoſcendis et cor rigendis, quo loco innumeras Geometrie utilitates narrat. TEXTVS LXII ALIAS XXIX. ONTINGIT autem quofdam non fyllogi. ſtice dicere propter id quod accipiunt ad utraque conſequentia, ut et Ceneus facit, quod ignis in multiplicata analogia fit. Scito Ariſtotelem Cenei mentē recte intellexiſſe, que quia in formafyllogiſtica errabat parallogizădome rito eum redarguit, ut Joannes exponit,ſed aduertendum eſt in materia parallogiſmi, quo modo id cita creſcat in multiplicata analogia, quia ut Alexander errauit in hac expoſitione quëadmodum Philoponus ei ima ponit non minustamen et ipfe etium loannes grammaticus grauiter era rauit aliter exponens quàm Alexander,oſi fuam expofitionem confir met Procli diadochi auctoritate, qui Proclus, ſi ita fenferit, ut ioana nes refert, perperam hunc locum interpretatus eſt,«mentem Cenei nõ intellexit,inquit Ariſtoteles de mente Cenei, quod in multiplicata analo gia creſcit, id cito creſcit, non autem ait, quod in multiplicationetermi porum analogia creſcit, id cito creſcit ſicut ipſe loannes et Proclus terminos analogie multiplicentfic, 1,2,4, 8, 16, 32, 64, 128, 256, $ 12, 1024, 2048. Egouero aliter de mente Ariſtotelis Cenei dico ex doctrina Eucli dis deffinitione undecima quinti Elementorum, &ex deffinitione primi Geometrie uitellionis ubi quantitates denominantes ipſas proe portiones multiplicantur non termini, ut loannes Proclus facies bant,arguebat ſic Ceneus,quæcung cito creſcit augentur in multiplicata Analogia, ſed ignis augetur in multiplicata Analogia, igitur ignis cito creſcit,ubi maior &minor in ſecundafigura ſunt affirmatiua. Talis au tem error parallogizando à Geometra non committitur, igitur certiſie ma, ca in primo certitudinis gradu Geometria reponitur, POSTERIOR VM ARIST. 248 2 3 3.2 ov 4 64 16 1 2 8 16 2 S6 256 S 12, 1 256 65536 4 0 24 2 048 ei ad CI, C. qué mee erit 4096 8 1 9 z 1.63 8.4 32768 6 ss36 Julia ima 1 eta infor TEXTVS LXIII ALIAS XXIX. ină Tomi club = 56 wich ro cies ONVERTVNTVR autem magis, quæ funt in mathematicis, quoniam nullum reci s piunt accidens. Secunda pars trigeſimaſecunde primi Elementorum eſt, quodomnis triangulus duos bus rectis paret habeat, id autem probat prima pars trigefimaſecunde,& ſecunda, o prima pars uigefi menone, &tertia decima primiElementorum, quæ omnes propoſitio nes concurrunt ad probandam illam conclufionem, quæ conclufio ſi in fua principia illatiua reſoluatur,non niſiin illareſolui poteſt, que ſupra commemoraui, ubi cernis &compoſitiuam methodum, ab illis principijs ad illam illatam conclufionem, reſolutiuam methodum ab illa conclus fione ad illa principia regrediendo, quihabitus reſolutiuus altißimus eft, e profecto ſignum eft re &te fapientis. Cumautem conclufiones in mathematicis fequantur ex determinatis principijs, tunc ibi facie lior eft reſolutio à concluſione in principia quàm in Topicis, ubi ex uagis, ofolum apparentibus, quandoque etiamfufpeftis odiuerſis, cito # Bie Kij 7.6 IN PRIMVM LIB. @non ex unis principijs concluditur quippiam de hac re, abundantius infragmentis nostris mathematicis fuper Ariſtotelis loca dicturus fum. TEXTVS LXIIII ALIAS XXIX. et fit par eſt ers VGENT VR autein, non per media, ſed in aſſamendo, ut a de b, hoc autem de c, rurfus hoc de d, et hoc in infinitum. Et in Iatus, ut a de b, et de e, ut eſt numerus quantus, uel infinitus,hoc autem fit in quo eſt a, nunerus impar quantus in quo b, numerus imparin quo c,eft ergoade c, et fit quantus numerus, in quo d par numerus in quo e, go a de e. Exépla duo attulit primo in poſt ſumendo,ſecüdo in litus ſu mendo, primo exemplī prebet in numerisin poſtfumendo,ut a numerus, de b numero impari, et b,de numero c primodicitur igitur a numerus de c numero primodicitur, In latus ſumendo numero pariter exemplificat, pro cuius notia, imaginare arborem porphirianam,cui fimilē in numeris finge, &numerum quantū,qui etiam potentia infinitus eſt, loco ſubſtans tiæ apta; infinitus ait propterhoc, quia omnes imparis atque paris nu = meriſpecies,quæ in infiritum crefcunt,potentia continet,ſicutſubſtan = tia fuas inferiores potentia fpeties continet, his autem numerus non po teft effe aliquis determinatus quantus, quia quicunque daretur, aut par effet, aut impar, qui non poteft effe communis pari &impari, fed talis debet eſſe numerus uniuerſaliter ſumptus, noluit autem uti iſto uer bo, uniuerfaliter, quia non eſt terminus Arithmeticus,ſedſpectat magis ad dialecticuin, ideo loco debito ufus eſt proprio uerbo hoc, uidelicet, ins finitus,quæ uox numero conuenit, ſicut incremento creſcat in infinitum inſuis fpetiebus, et numerus fic acceptus diuiditur in imparem, atque pa rem, &imparis numeri diuiſio est, in primum numerum,ocompofi tum, prinus autem numerus dicitur in fui natura, &ſine comparation, ne ad alium quemcunque numerum,o ille eſt quiſola unitate metitur,ut. 3, 5, 85" 7, 13. Compoſitus numerus eft, qui alio numeroaf e,oo ab unitate diuerſo, dimetitur, ut 9, aut 25, à ternario, et à quinario dimetiuntur, is compoſitus diuiditur in parem, atque imparem, et par quidem numerus ille eſt,qui biffariam ſecari poteft, ohic partitur in pariter parem, qui in duo æqualia fecantur, partes eius, quoufquc POSTERIORVM ARIST. 1 ad unitatem uentum ſit, ut trigeſima. In pariter imparem qui quidem in duo equalia partitur, partes in duo æqualia non fufcipiunt ſectios niem,ut quatuordecim. In impariter partem, qui quidem in duo æqualia diuiditur partes ſimiliter in duo æqualia, fed hæc partitio, uſque ad unitatem non peruenit, ut trigintaſex, de quibus Euclides libris ſeptia mo o octauo, nono Elementoruin, Nicomacus atque Boetius primo Oſecüdo Arithmetice, Quo autem ad Ariſtotelis textī attinet, manife ftum erit exemplumſuum, numerus infinitus fiue quantusſit a numerus autē quantus &determinatus ſub ipſo ſit b, numerus alius nempe infes rior ad b ſit cog,par autem numerus quantus ſit d, qui trifaria ſeca tur in e k l, ut dictum fuit fupra, eft ergo a ded, &etiam de e k lo In latus autem dixit,quiane dum per rectam lineam arboris, fed ex utra que partefumptio facta fuit. ES 11 in Exemplum in poſt.fummendo. 5, Exemplum in latus fummendo. 11: 111erus 111: 11CTUS -is 14 impar primus 13 50 ut impar 6 d par ed S A i primus compofitis. 16 14 pariterper impariterpar pariter impar. 12 is 14 inte Aduertendumquod exemplum in numeris eſt contractius, quàm prius propofuerit per litteras,ideo ne labores in numeris tot numerosfübfea inuicem poſitos, quot litteras, ibicommemorat, exempla duoin numeris appofui ut alia ipſe in textufecit, ne alia aliterdefiderentur. mo. 6 8 IN PRIMVM LIB. > TE X. LXIIII. A LIAS X X X. Iffert autem quia et propter quid fcire primo quidem in eadem ſcientia et in hac dupliciter uno quidein modo, ſi non per immediata fiat fyllogiſmus, non enim accipitur prima cau fa, quæ uero fcicntia proprer quid, per pri mam caufam eft. Hoc quidem primo modo non prebet exemplum aliquod philofophus, quicquid Aueroes, Philopou nus, fequaces fentiant, fed exemplum profecundo modo appofuit unicum folummodo pro quia, de ſintillatione planetarum, de rotons ditate autem Lune dedit etiam exemplum,pro fecundomodo quia,quo ta men exemplo declarat etiam quo pacto fieret propter quid demonſtratio O ob id imminutus aut ſuperfluus non fuit, quia primo modo textus est clarus ſatis, c profecundo modo quia,duo exempla prebetin diuers ſis ſcientijs, utrunque exemplum est in ſcientijs medijs, alterum est in optica, reliquum est in Aſtronomia, &quia textus est ſatisclarus in duobus exemplis quantum ad inductionis modum. Primo declaro prie, mum modum, quo, quia à propter quid differt de quo primo modo,quo, quia a propter quid differt nullum dat exemplum,ubi ait uno quidem modo,fi non per immediata fiat fyllogif. ita habet textus Philo ponio Aucrois Argiropilus autě habet, uno quidē modo fi ratio tinatio non per ea, quę uacant medio fiat,utloco uerbiſyllogiſ. legatur ratiotinatio, omelius meo iudicio, cum illud uniuerſalius fit uer bū, fenfus tamen ille est, utfi fiat deduétio, non per immediata,erit demon ſtratio quia; ut fide homine concludatur reſpiratio, eo quod ſitanimal, ſi uero de homine concludatur quòd reſpirat, eo quòd pulmonem habet, eritdemonſtratio propter quid, oin utroque modo,concluditur res spiratio follogifmo ut omne animal reſpirat,cæt.velomne habens pul: monemreſpirat et c. Si uero lectiofiat ſecundum Argiropilum,Olegatur ratiotinatio, Tunc exemplum dari poteft pro primo modo, quando non per immediata fiat inductio, ut prima pars xxxij. primi Elementorum probatur per uigefimamnonam primi elementorum, et non per immes diata principia, fic ut fenfus fit, quod illa que probantur per alias pro poſitiones probatas prius, talia quidem probatione quia probataſint illa uero queprobanturper immediata principia propter quid demonftrens POSTERIORVM ARIST. zmo citer fiat maus prio DOM -cpon cofuit bton uo ta cratio extus iuers mes: FUS IN • prie quo, dem philo atio ogil uer tur, ut eſt queſitum primi, ſecundi, atque tertij problematum primi Elea mentorum,que quæfita per immediata principia demonſtrantur, facta prius deſcriptione, ut conuenit, neque dicendum est, ut quidam exiſtie mant,quod eafit propter quid,quando perimmediataspropoſitionesfiat deductio imediationem illam tribuentes adſitum propoſitionū ut fecundit pars xxvIII. per primam partem illius, oprima pars uigeſimeoctaua per uigefimumfeptimam primi Elementorum,fed hoc loco, non imme diata accipit Ariſtoteles, omnes propoſitiones probatas,uel etiam, quæ per prima probare poſſunt, cum demonftratio fiant ex primis, et im mediatis, oppungat,ut immediatafint, o non fint primaabſolute. Et in Geometria etiam alio modo quia eſt, differt à propter quit, ut quando ab effeétu ad caufam progreffus fit, neinpe quando per æqualitatem an = gulorum concluditur equalitas laterum,ut fexta primi Elementorum Eu. clidis proponit.Propter quid autem eſt,quádo à caufa ad effectum proces ditur, utputa quando ab equalitate laterum trianguli infertur æqualitas angulorum illa latera reſpicientium, ut prima pars quintæ elementorum Euclidis proponit. Atio autemmodo per immediata quidem non auteng percauſam, ſed per notius eorum que conuertuntur, ut lucidum non ſcintillare,o prope eſſe, fimiliter, creſcere per rotunda incrementa luz. cida, ceſſe rotundum æqualiter defe inuicem prædicant,notius tamen eft, non ſcintillare, quàm prope effe, &notius eſt creſcere per increa menta lucida rotunda, quàm eſſe rotundum, et primum eft per fenfum per induétionem in fingulisplanetis notummagis, non tamen caufa eft quare planetæ prope ſint, fed econtrario.Secundum etiam, ut quod incremento creſcere,non eſt caufa rotunditatis, licetfit notumfolummo do per ſenſum, non autem per inductionem à pluribus determinatis ſie mul exiftentibus, quia hoc tantum de unico incremento creſcente certi fumus, *cum per ipfa, fiunt inductiones, quòd planeta propefint, aut quod Luna rotundit ſit, talis utriuſque inductio eſt quid, quod fi ccontra riofieret, tunc propter quid, anon quia, erit demonſtratio, ifti igitur duo modi à fe diuerſi ſunt, eo quod primus, per priora quidem, non tas men immediata procedit. Alius autem per immediata non tamen per priora, fed ea quæeſt propter quid colligit utraque, et quod ex prio ribus fit, atque ex immediatis. Amplius quare planetæ, haud fcina tillare uideantur fuſius ſuper problemateultimo quintadecimæfectio nis problematum Ariſtotelis fiet per me declaratio, quæ etiam faciet fatis huic textui, eft tamen hoc loco aduertendum Ioannem dicere fira MON mal, het, pw atur non ros illa IN PRIMVM LIB. tillationem prouenire, quod protendentes uifus ufque ad aſtra fixa de biliores fiunt, quaſi quòd uiſio fieret per extramißionem radiorum, ut Thimeo &Empedocli placituin erat, quos Ariſtoteles reprehendit capi te ſexto De Senſu &ſenſili. In hac igitur parte reiciendus est Philopo nus, niſi exemplo loquatur famoſo. Alterum De rotunditate Lune fus per problemate oftauo eiufdem feftionis aperietur, ubi querit Ariftote les unde eſt, quòd Luna uideatur plana, cum fit rotunda. TEXTVS LXV. ALIAS X XX. MPLIVS in quibus inedium extraponitur etenim in his nó propter quidſed ipfius, quia demonſtratio eft, non enim dicitur caufa, ut propter quid non reſpirat paries, quia eſt ani mał. Tertium modum quo quia in eadem ſcientia à propter quid differt, nunc affert Ariſtoteles inquiens amplius eft, que quando neque cauſa probat 1,ut primus modus effe&tum infert, neque est,quando ex effectu caufa infertur, fed quando ex nega: tione pene cauſe infertur ipſius effe &tus negatio, feu etiam econuerfo, ut quia non funt parallele, ideo alterni anguli non funt æquales, opdo ri modo, quia extrinfecus angulus non eft æqualis intrinſeco'ex eadem parte, igitur parallele non funt; oeſt hic modus tertius, quo quia à propterquid differt in eadem ſcientia, dixi quando ex negationepene caufe, oc. Quia parallelas effe,non eft caufa ut alterni anguli ſintæqua les,nifi fuper ill. linea recta ceciderit, que propinqua caufa eft, quod al terni anguli fintæquales,ficut animal quidem longinqua caufa eft refpira di, propinqua eſt pulmo, totalis autem eſt animalhabemus pi Imonem me dium enim ad probandă affeétionem in perſpectiut accipitur extra perſpe fiuã, utputa in Geometria et Mechanica ad Stereometriam.ld no tißimum erit pariter v iocundum, fi id quod ait Ariſtoteles in ques ſtionibus mechanicis questione x l'intelligatur,onera qua mouentur ſua per ſcytalas facilius mouentur, quam fi ſuper plauftra mouerentur,ultrd rationes illas Phiſicas quas ibi Ariſtoteles adducit, etiam ratio propter quidſummitur ex primoſtereometrie Euclidis deffinitione decimao taud uel undecima ex Theonis littera, Q * tertio Elementorum deffinitione fez cunda, minus enim offenfant ſeytale, quam plauſtrorum rote, quia ana gulus fcytalarum longe maior eft, quàmfit angulus rotarum plauftrorit ut angulus POSTERIORVM ARIST. 1 unt 41 utangulus rota a fe, uel etiam a fd longe minor eft quàm angulus fcytale af c, et ideo minus ad planum af b offenſat ſcytala quam rota,quidfcytals,que in uſu noſtro tempore eſt, in questionibus mechaa nicis declarabo, pro nuncfcito illas eſſe ftangulas,quibus utuntur lapi cide in trahendis magnis lapidibus, f et Harmonica ad Aritmetica a -6 Tonum in duo equalia diuidiſemito nia minime poteſt,quod muſicus dea terminat, ut Boetius re&te fentit lis bro tertio capite primo muſices, le quicquid Pfelus Greculus ſentiat, fedfecaturin apothomen eſemi tonium minus, huius autem propter quid ratio, ab Arithmetico reddia tur, quiafuperparticularis propor tio non poteſt diuidi in duo equalia, ut Boetius in Arithmeticis docet. Tonus autem cum in ſeſquioctaua ſonorum proportione conſiſtat in duo equalia ſemitonia diuidi haud quaquam poteft. et Apparentia ad Aſtronomiam. Apparentia, ipfa eft phenomena de qua Euclides, e Aratus poeta agunt, atque VergiliusAgricolas docens tempus quo mila lium feminaredebent, ait in Georgicis loquens de occafu hellaco, Candi dus auratis aperit cum cornubus annum Taurus, oaduerfo cedens cda nis occidit aſtro,rationemſiqnis agricola deſideret, cur eo tempore cda nis, qui et Alabor dicitur, occidat beliace,id totum ab aſtronomo petat, qui rationem propter quid redet; Sol enim in orbe eccentrico à propria intelligentisex occidente in orientem motus, quicquid fomnietAlpetra gius Fracaſtorius, et fequaces,accedit annud orbita ad illud fydus, quod eft in geminis &fuo maximofplendore, non finit illud uideri, id autë fit cum Sol diſcurrës perſignum Tauri, attingit extremam partem Tauri, tunc enim canis perdit lumen ſuum, non uidetur amplius, propter So lis ad ipſumſydus uiciniam, quouſque iterum per motum eccentrici ab co fydere ellongetur Sol, quod iterum oriri heliace incipit; hi ſunt igitur modi quatuor, quibuspropter quid, à quia differt, tres quidem funt in eadem ſcientia fubalternante,oquartus, quando id quoddemon ſtrandum eft inſcientia media,per ea quæ in ſubalternante ſcientia nota funt, probatur, in quo quarto modo, funt plures demonſtratiomisgraa dus fpeculandi, quos quia Ariſtoteles non tangit,præterco. L Me hen 1 1 IN PRIMVM LIB. -7. Sunt autem hæc quæcunque alterum quiddam exiſten tia ſecundum fubftantiam, utuntur fpeciebils, Mathenati cæ enim ſecundum fpeciein funt, non enim de ſubiecto alia quo,fi cnim et de fubiecto aliquo Geometrica funt, ſed no quatenus Geometrica,de fubiecto funt. In præcedenti particu la huius textus dixit de ſcientia quia, quód fenfibilium eft, inquiens,Hic enim, ipſum quia ſenſibilă eft fcire, de fcicntia uero propter quid,quòd uniuerfalium ejt, per caufas habetur,ait,propter quid autem mathemde ticorum, hi enim habent caufaruin demor.ſtrationes, ofrequenter neſci unt ipſum quia, ficut illi uniuerſale conſiderantes, fepe quædam ſingula rium neſciunt propter id, quod non intendunt; Ecce quantimathematis cos ficiat philofophus, dicens eos noningnaros illorum, que uulgus tra Etat, fed Socratico more, ea non intendere quæfumuno ſtudio, amplectun tur uulzures, Differentia igitur ipſius,quiu à propter quid,adhuc magis explicans,ait, funt autě ip / e quidemfcientiæ, quia quecunq;,utuntur ſpe ciebus (fenfibilibusuidelicet, alterã quiddam fecundum fubjtantiam pecu lantes, alterum quiddam non folum fecundum ſubſtantium,fed etiamaltes xum quiddamn in exiſtentia,hoc eft in ſubiecto materiali exiſtens, Mathem matice enim, nempe quæ propter quid fient, circa fpccies ſunt, dubita. tur hocloco, cum ſcientia quia utatur fpeciebus, o ſciétia propter quid circa ſpeciesſit, quo nam puto, in quia, et quo modo in propter quid fpecies intelligatur. Dico, quod quia ſenſibilium eſt, ut ait Ariſtoteles, utitur, quia ſpeciebusſenſibilibus,quarum beneficio fenfus ſenſata perci piunt, fed propterquid,utiturfpeciebus abftractis àſubiecto materiali, ut ſuperficie, linea, puncto, &ſimilibus, quatenus affectiones aliquas de ipſis inipſis cognoſcit demonſtrator,non tamē circa hæc uerſatur Geo metra quatenus in ſubiecto funt,ſed preciſius abſtractione, ea conſides rat, fi talia nufquam, ſine fubiecto ſint. Habet autem fead perſpectiuam, ficut hæc ad Geome triam, et alia ad iftam, ut id quod de, iride eft. Traslatio Ar giropoli in hac, precedenti particula facilior,atque candidior eft, quàmfit textus Philoponi, ne uidear tamen in precedenti particula, e hac preſenti, litteram ſequi, quam pedagogio neoterici non doctores, ut fe præferunt, fæpe encruat; loannis textum in utraque particula ex pono, quo etiam plura uirtute continentur quam, contineat textus, Are giropoli tum etiam, quia accedit ad hæc Procli interpretatio, ut teftatur loannes, ſcientiasigitur quas in præfenti Ariſtoteles cõmemorat,fub ale POSTERIORVM ARIST. terno quodã ordine pofitæ funt;primo Geometria,cui imediate perſpecti ua,perfpe et iue autē ſpecularia &huic ſpecularie, ea ſcientia, quæ eft de Iride in qua, quæponuntur,perfpecularia probantur&, quæ in peculi ria, per ea quæ in perſpectiua funt notamanifeſtantur, qu: autê in pera fpectiua, per ea quæin Geometrianoșa, fuerunt, ut quòd iris ſit tricos lor,oquòdnunquamplures duabus Iridibus appareant; et quòd denigs Rõ fit nidor femicirculo, per fcientias ſuperiores, hee omnia probatur. Multæ autein et non fubalternarum, ſcienriarun fe has bent fic, ut medicina ad Geometriam, q eniin uulnera, cir cularia tardius fanentur medici eft fcire quia, propter quid autein Geometræ. Parum ſupra in anteprecedenti particula dixit philofophus,qu& namfcientiæ effentfere uniuoce inquiens, fere autem uniuocefunt hurumſcientiarī alique,ut aſtrologia ' et mathematicaet na ualis, o harinonica quae mathematica, oque fecundum auditum, in hac autem particuladeterminat de his fcientijs que nullo modouniuoce funt. ut Geometria os medicina que etiam fubalternate non funt, he enim due non ſubalternantur inter ſe, quia ſubiectum Geometrie eſt, id quod circa planum uerfatur, medicine uero ſubiectum eſt corpus jarabi le,id, eft, quod proponit; ut quod in alterafcientia proponitur,probatur per ea,quæ in alia fciētia nota funt; non tamen hæ fevětiæ funt uniuoce, neque fubalternatæ,ut in chierurgia,que pars eft medicina proponitür uulnusrotundum, difficultate fanari, ut canumexcoriatoresteftantur. Geometria autem nobilis fcientia reddi propter quid, primo Elemento * rum deffinitione decimaquinta, quia exomni parte æqualiter diftat cas o, ficut ibi acentro ipfa circunferentia. ly tie 20 SMS TEXT VS L XVII ALIAS X X X. 170 ot cs, tro autem modo, differt ipſum propter quid ab ipfo quia, quodelt, peralia fciené Stianu nrruinqué, ſpeciilari, Huiuſmodi au Matem funt, quæcunque fic fehabent, utals terum fub altero fit, ut perſpectina ad Geo metriani. vbi ait, per aliam ſcientiam fic intellis gatur per altam magis uniuerfalem et fubalternantem in aliam minus univerfalem. Vtrunquefpeculari, utrunque dixit refferens &propter. quid, quia, alia enim fcientia fpeculatur propter quid, c alia fpecus Ljj 84 IN PRIMVM LIB. 1.3 latur ipſum quia, ut Geometria proprer quid, perfpeétiuauero, quia, inquitenim Ariſtoteles. Hæ enimipſum quia, fenfibiliumest fcire, prom pter quid autem mathematicorum. Verbi gratia,oculus exiſtens in a uidens cd, uidet ipfam quantitatens minorem, quamſi idein oculus fiat in b, quia inquit perfpe&tiuus,uide tur ca ſubmaiori angulo ab oculo exiſtente in b, quam ab eodem oculo in a exiſtente,& quód angulus dbc ſit maior da c, Geometra id demon ſtrat primo Element propoſitione xxi. Dubitatur circa hoc, quod di cebatur de mente Ariſtotelis in dia et o exemplo perſpectiuo, quodne que percurrendum eſt ſicco pede,ut indoctifaciunt no intelligétes bonas artes, quicum ad Mathematica ex empla accedunt,pedem referunt,dia centes non eſſe uim ponëdum in illis. Ego autem econtrario dico, totum neruiim rei, eſſe in exempli intelles ione, ubi ait, quod perſpectiuus oftendit maius uideri id, quod de prope eft, demonftratione quia, o Geometra, idein propter quid, demonſtrat in vigeſimaprima primi Ele mentorum, qua uigefimaprimaprimi Elemen.non propter quid demon ſtratur, fed demonſtratione quia, ut demonftratio quia diſtinguitur, a propter quid primo modo, ficut textu 64. declaratumfuit, quòd illa des monftratio, quæ per mediata a probatas propoſitiones procedit, eft demonftratio quia, diftinguiturab illa ineadem ſcientia, quæ proces dit per immediata principia,quæ demonftratio propter quid dicitur,mo do ex fexagefimoquarto textu,determinatur quòd demonftratio uig eſi miprima primi Elementorum eſt, quia, hoc autem exemplo perſpectis uo dicit, quod eft propter quid, contradictio igitur manifeſta uidetur. Dico de mente Ariſtotelis hoc loco,&eft etiam loannis Grammatici ins tentio fuper textu fexagefimoquarto,dicentis. Quodammodo autem in precedéribus dicebamusquod ipſum quia eſt primomado,permediata mo firare, cum fecundo modo ipſumquia per immediata,ſimiliter w propter quid, unde aduertendum, quod demonftratio, quæfit fuper uigeſimam primam primi Elementorum,que per uigefimam decimāfextam primi elementorum procedit, fi ad demonſtrationem prime propoſitionis Elc. POSTERIORVM ARIST. es mentorum, quæ per immediataprincipia procedit comparetur demon Atratio quia, merito dicitur, ſi mero comparetur adperſpectiuam demone ftrationein, tunc propter quid dicetur, quia perſpectiuus pier eam pros bat intentum, u ſictricic apparentis argumenti explicite funt,fc cundum philofophiſcitum. TEX. LXVIII. ALIAS XXXI. IGVR A R v M autem faciens ſcire maxime pri ma eſt, etenim Mathematicæ fcientiarum per hanc demonſtrationes ferunt, ut Arith metica, et Geometria, et perſpectiua, et fes re (ut eſt dicere) quæcunque,quæ ipfius pro pter quid faciunt conſiderationem,aut enim omnino,aut licut frequentius, et in plurimisper hanc fi guram (quieſt propter quid fyllogifmus) fit, Textus hic uis detur edirecto contra expoſitionem nouam factam permeſuper iỹ. tex tu de inductione illa Geometrica, que tanquam fictitium quoddam, uanißimum, &nullo Greco et Latinoexpoſitore do&tißimoexcogitatū, inquit enim Ariſtoteles, etenim Mathematicæ ſcientiarum, per banc primam figuram demonſtrationes ferunt, non igitur Mathematic et fea runt demonftrationes per illam Geometricam inductionē, utibifuit des terminatum. Inftantia hæc,eft hominisuaniloqui,qui ea profert& fcri bit; quæ nonfunt notæ earum, quæin anima paßionumſunt, cum non folumanimamtanquàm abraſam tabellam habeant, fed potius tanquam ficcamcucurbitain, in qua nonniſi uentus reperitur, quia tamen nonfo lummodo fapientuin habenda eft ratio, stultis etians atque infipientibus pariter reſpondendum effearbitror, ne in fua ignorantia glorientur ua ne. In hoc textu Ariſtoteles nil aliud determinat, niſi quod preſtantior est prima, quàm fecunda et tertis figuræ,&quód Mathematica hac fepe utuntur, &hoc quidem quandofyllogiſtica arguunt, ut ait in tex. dicens, oin plurimis per hancfiguram, que eſt propter quidfyllogif mus fit, modo quid refert, ſi Geometra, utatur fyllogifmo, non nece ibi in tertio textu fuit declaratum, quo modofyllogiſmo utitur Geomes tra, &quomodo inductione Geometrica?fimodo quis ex hoc textu uca lit inferre, quod illa indu&tio Geometrica non detur, ipfe faciet mendas cem Ariftotelem, dicentem in tertio textu, quòd nedum fyllogifmo fed 70 IN PRIMVM LIB., oinduétione, ſcitur quòd triangulus in femicir culo conftitutus, habeus tres angulos æquales duobus reitis. TEX. LXXXVII. ALIAS XXXVI. EMONSTRATTO enim eft ex his, quæcun queipſa quidem inſunt, fecundum ſeipſa rebus, ſecundum feipſa uero, dupliciter, quæcunque enim in illis infunt in co quòd quid eft, et in quibus, ipſa in eo quodqınd eft inſunt ipſis, ut in numero, impar, quod ncit quidem numero, eft autem ipfe numerus in ratione ipfius, et iteruụn multitudo,aut diuiſibile in ratione nua meri, horum autem neutrum contingit infinita eſſe,nec ut impar numeri, Secundum fe ipſum bipartitur, ut quando prie mum deffinitio de deffinito predicatur. uel etiam quädo deffinitum de def finitione, ut numerus est multitudo ex unitatibus aggreguta, ut Euclia des ait fecundadeffinitione ſeptimi Elementori,et etiam multitudo ex unii tatibus agregata numerus est: impar nuſquà inuenitur in deffinitione nu meriupud Arithmeticū, neq; etiä numerusin deffinitione paris, quid igi tur uelit Arift. hoc exemplo noſatis à Græcis etLatinis explicatum est, puto tamen egoquod ficut in deffinitionibus, quædum fecüdum quod ipfa inueniuntur,pariter etiam id in diuiſione fit, ut fi quippiam, nume rus eſt, id quidem impar uel par statim eſſe dignoſcitur,oſi quid ims par uel parfit illud tale numerumeffe patet, ſic ut exempluinprimum Ariſtotelis, ſit circa diuiſionem, fecundum exemplum de deffinitios ne, quia tamen addit, aut diuiſibile in rationenumeri, nullibi apud Eus clidem reperitur quod diuſibile in numeri ratione ponatur, quatenus nu merus eſt, fed in deffinitione numeri paris; recteponitur, ut diuidatur in æqualia, ut primadeffinitione noni Elementorum manifeſtum eſt, par numerus eft, qui in duo æqualia poteſt diuidi, et quicquid in duo equa lia diuiditur, id numerus effe patet, fiueboc de numero, quo numerisa mus, feude numero numerato, hoc intellexeris, ueritatemhabet. Meto dumdiuifiuam, in his exemplis ſeruauit Ariſtot. primo enim in diuiſione ſubinde in deffinitione,et tertio loco infpecie contenta, fub deffinito ufus eft exemplo,Numeriigitur primadiuiſio eſt in imparem atqueparem; ut Boetius docet capite tertioprimi Arithmetica, definitio estſecunda septimi Elementorum, deffinitio autem paris; patet ex prima definitione noni Elementorum. Horum autem omnium nullum contingit infinita eſſe, numerus enim in imparem atque parem, impar in primum, compoſia tum, compoſitum in quadratun, o non quadratum, igitur quadratus compoſitus impar numerus eft, onumerus, eſt impar compoſitus qua dratus, feu numerus eft impar prinus, er prinus, impar numerus eft, ſicuti status eſt innumero,ut tandem ſit ultima particulaque à par te fubieéti ponatur, ſiiniliter ſtatus erit in alijs particulis, que ponun tur à parte predicati, quando ipfe numerus àparte ſubiecti pofitus erit neque igitur inſurlum,ncque igitur in deorſum infinita pre dicantia contingit eſſe in demonſtratinis fcientís, de quiz bus intentio eft, in furfum ait deffinitionem refpicientes, neque in deorfum diuiſionein feu partitionem animaduertit. d ac 38 mi TEX. LXXXVIII ALIAS XXXVII. for ONSTRATJslautem his, &e. Non te prea terit, quòd habere tres duobus reétis equales conie nito Joſcelio Scalenoni, neutri tamen per alte, rumconuenit,fed utriqueperhoc, quodfigurarea Eilinea trilatera eft, idfæpe fuit in precedentie bus declaratum exfecunda parte trigeſimeſecunda primi Elementorum.. other VA 16. TEXTVS.XCI. ALIAS XXXVIII. M ST autem inuin cuin iinmediatun fiat et una propoſitio ſinplex eft immediata et queinadınodum in alís eſt principium fimplex, hocautem non idem ubiqueeſt, fed in graui quidem untia, in melodia,alle tem diefis, aliud autein in alio, fic eft in fyllogitno unum, propofitio immediata, Secundum antiquos rumfcitum, ut Campanus refert ſuper oriaus xiiij. Elementorum unumquodqueintegrum in xij.partes æquales per rationen og intelle Etum diuiferunt, ipſum totuin fic diuifum in partes illas, aſſem uoc4 = werunt, undecim earum dixerunt deuncem, decem dextantem, nchem IN PRIM V M. LIB: dodrantem, o &to beſſem, feptem ſeptuncem, fex uero partes femiffen, quinque quincuncem, quatuor trientem, tres quadrantem, duas ſexa tantem, unam autem appellauerunt unciam, quam unciam in minorafra gmenta nonfecat philoſophus, quia eft ultimum fragmentum integri à quofuum initium fumit ipfum integrum, tanquàm ab immediato prins cipio,ex quo,fumiturfimile, quod in fyllogifmo etiam est ipſa immediata propoſitio, ultra quam nonfit refolutio in terminos,ſicut etiam ultra un ciam non fecit conſiderationem in minoresminutias, licet hoc fieripoßit, ficut propoſitio in terminos etiam quandoquidem refolui poterit. In melodia autem dieſis, Non eſt pretereundum filentio id,quod hoc loco Ariſtoteles tangit, id autem eſt, quod qui Logicam ipſiusprofi tetur quiſquis fit ille,omnibus diſciplinis Mathematicis debetin primis fſe inſtitutus,aliter enim euenietei, ut in adagio dicitur, operam fimul ooleum perdet, quid per dieſim intelligat, notum erit fitonum ſimpli cem, interuallum integrum, nondum ad armoniam pertingens diuidi in duas equus partes eſe impoßibile quis prius perceperit, ut etiam in tex. Lix. prædemonftratum eft, duas tamen in partes inæquales diuidi, quarum altera maior eft, quæ apothomen, ſeu ſemitonium mas ius, reliqua uero eft minor, quæ minusfemitonium nuncupatur, oip fum minus femitonium in duas partes æquales diuiditur, quartum utras que dieſis appellatur à uetuftioribus muſicis, ut Boetio atque Nicomas co primo libro Muſicæ,capite xxi. placet,idprincipium toni eft, quid minimum. Practici uero Muſici dieſim uocant inciſionem duarum linearumfuper alias duas ſic *quam incifionem fignant ipfi practici Cantores, ſuper eam notam, ſub quain deſenſus toni, faciunt defen fum ſemitonij, ſed id cantoribus relinquatur, prima dieſis acception Ariſtotelis ſententiam explicat, quia dieſis in illa acceptione, eft minia mum conſideratum à mufico, fiue id, quodminimum eſt in concinentia conſideratum, ſicut uncia in ponderibus oimmediata propofitio in de monſtrutione fyllogiſtica, o boc intelligas de minutijs integri, non de minutiaruin minutijs, de quibus phylolaus apud Boetium libro tera tio capite octauo agit,quiabec ad Ariſtotelisfententiam non faciunt pretermito. MAGIS tur POSTERIOR VM ARIST. 89 TEXTVS XCII. ALIAS XXXIX. AGIs autein ſeiinus unumquodque, ciim ipfum cognoſcimus ſecundun ipſum, quam fecundum aliud,utmuficun Coriſcum,quá do Coriſcus muſicus eſt, quàm quod homo muſicus fit, Hoc loco tentat Ariſtoteles elencho ar gumento probarequod particularis demonſtratio ſit uniuerfali potior. Quis nam fit muſicus aperit Nicomacus atque Boes tius primo libro muſices capite xxx111. ille quidem eft, quinon ex eo quod manu cytheram pulfat, fed ille qui rationis imperio cantillenas rum distonice, cromatice,atque enarmonice ratum, atque firmum ſta tum agnoſcit diiudicat, atque imperat, qua re intellectu,quærit Ariſto teles,num illa demonftratio, qua Coriſcus muſicus, an illa, qua homo mu ſicus co:rcluditur, quod eft, an particularis, uel ipſa uniuerfalis fit pos tior, Cui rationi reſpondendum; ut Ariſtoteles innuit per interemptios nem, negando quodCoriſcusſit muficus per fe, fiue quòd ifta cognofca tur per fe, Coriſcus eft muſicus. BI 74 1 142 ca TEXTVS XCIII. ici ha 10% OTior autem eſt, quæ eſt de eſſe quain de non eſſe, et propter quam non errabi tur quàin proptcr quam crrabitur eſt au tem uniuerſalis huiuſmodi, procedentes enim demonſtrant uniuerſale, quemadmo dum de eo quod eſt proportionale,ut quo = niam quod utique fit talc,erit proportionale, quod ncque linea; neque numerus, ncque ſolidum, neque planum eft, fed præter hæc aliquid. illud idem totum quod text. xx v di& um fuit, hoc loco repetatur, ubi Ariſtoteles text. xx v dixit hæc uer ba, nunc uniuerſalemonſtratur,hoc textu, magis aperit dicens, proces dentes enim demonſtrant uniuerfale, quod neque lined, &cæt. fed pre ter hæc aliquid, quod quidem eſtipſum quantum, quatenus quátum eft, quod uniuocum eft omnibus quantis, neque illudeſſe tale immagineris, quod oquanto &quali communefit,ut immaginabatur,lo4nnes gram M IN PRIMVM LIB. maticus afequaces, quia illud,analogum eſſet, quod à propoſitoſecludit Ariſtotelesnonagefimo quinto textu reſpondens ad fecundam difficulta tem. TEXTVS XCIIII. S IGIT VR triangulus in plus eft, et ratio eadem, et non fecundum æquiuocationem, conuenit triangulo et Iſoſceli, et ineſt oinni triangulo duobus rectis æquales,non utique triangulus ſecundum quod eſt Iſoſceles, led Iſoſceles ſecundum quod eft triangulus,ha bet huiufmodi angulos. Concludit Ariſtoteles hoc textu uniuers falem demonſtrationem particulari demonſtratione potiorem eſſe, o eft quando per rationem uniuocam concluditur affectio de ipſo uniuerfali, eper eandem uniuocam rationem concluditur eademet affeétio de par. ticulari aliquo, ut habere tres æqualesduobus reétis, probatur infecun da parte x x x 11primi Elementorum de triangulo primo, deinde de iſopleuro, ſoſcele, oScalenone non primo, fed quatenus trianguli ſunt, &hoc idem de illis concluditur perfyllogifmum, uel etiam per ean dem induétionem trigeſimæ ſecñde primiElementorum Eft in hoc textu non minima conſideratione dignum, quod etiam non eft prætereundura immobili calamo, Ratio enimtrianguli uniuoca eſt, quia o nomine for rede uniuerfali triangulo ode particulari Ifofcele prædicatur, utpuu tafigura,quæ tribus reétis lineis clauditur, non tamen per ipfam ratios nem, cõcluditur de Trigono uel iſoſcele habere tres duobus reftis equa les, ſed per primam partem trigeſimæ ſecunda, eper uigeſimā nonam Otertiä decimă primiElementorum, quapropter non uidetur quod exemplumſit ad propoſitum regulæ Ariſtotelis,de ratione uniuoca,Di cendum, quod naturaexemplieſt, ut non conueniat. Cum re in omni mor do,quia tunc non eſſet exemplü rei, ſed eſſet res ipſa.Dico fecundo quod memoria eſt dignum cum præfertimà nullo fit hucuſque perpéfum,quod nulla demonftratio mathematica eſt potißima, et ob idmathematicæ nul leſunt ſciētie ſiſtetur in doétrina Aristotelisratio,quia in nulla conclu ditur aliqua affectio deſubie &to per deffinitionem fubie &ti,quod tamen uo lunt uirigraues de mente Scoti, neque etiam per deffinitionem paßionis ut alij determinant de mente Thomæ, Modo dicas,quod quando per cane dem deffinitionem,fiue uniuocam rationem, demonſtratur affectio aliqua POSTERIORVM ARIST. ineſſeſubie o uniuerſali, &eadem ineſſeparticulari per eandem deffini tionem, quòd de uniuerſali, immediate et per fe,de particulari autem non immediate, neque per ſe, ſed per uniuerſale concluditur, ideo uniuer. falis ipſa particulari demonſtratione potior, atque præftantior est, ut fi per rationale mortale, concludatur de homine riſibilitas, &deinde per id, de Socrate, quod fit riſibilis, illa in qua de homine, quàm illa in qua de Socrate demonftratio, eft potior, ſicuti de triangulo uerbigratia,in fecunda parte trigeſime ſecunde primi Elementorum, &etiam de 1foſce le, probatur habere tresæquales duobus reftis, illa tamen inductio,que probat de triangu o potioreſt illa industione, quæ de iſoſcele idem cons cludit, quia primo de triangulo uniuerſali, ſubinde de particulari trian. gulo concluditur, hoc pacto Ariſtotelis regula o exemplum intel ligendafunt. TEXTVS XCVII. fed 72 th po 1 MPLIvs uſque ad hoc quæriinus propter quid, et tunc opinamur ſcire, cum non fit aliquid aliud propter quid fciamus, quàm hoc, aut quòd fiat, aut quòd fit, et cetera uſque ibi, Cum igitur cognoſcamus quidē, quod quiſunt extra æquales funt quatuor ſcétis, quoniam æquitibiarum,adhuc decft propter quid, quia triangulus, et hoc, quia eft figura rectilinea, ſi aus. tem hoc, non amplius propter quid aliud, tum maxi mc ſcimus et uniuerſale, tunc uniuerſalis itaque eft. Hoc tex tu Ariſtoteles determinatquòd, tunc arbitramurſcire cum ufque ad ul timas cauſas procedit nofter reſolutiuus diſcurſus, ait enim cum igitur cognoſcamus quidem quod, hi, quiſunt extra æquales ſunt quatuor rea &tis, o redit rationem, quoniam equitibiarum, ſed quia æquitibic figu ræ funt etiam quadrilatere, pentágone, adiecit proximiorem cau Jam dicens, quia triangulus, quia tamen trianguli diuerfa funt latera,ut curua, conuexa, conuexa o curua, curua Qrecta,conuexa a recta,ut omnia hæc excludat ait, qui eſt figura re{ tilinea, que cauſa magis udhuc proxima eft, quæ quidem ultima& propinqua cauſa, cumfucrit inuens taoaßignuta, non amplius propter quid aliud querimus, pq tunc mas xime fcimus, uniuerſale, o cæt. Quantum autem ad id, quod exem = plo, Ariſtoteles ait, paucis explicetur in fubie&ta figura a bc, cuius 1 1 Mij IN PRIM VM LIB. mnes extrinfecos angulos, quatuor reétis æquales effe dico, protrahan tur enim omnis latera a b, br, ca, uſque add, e, f, eritqüe per tertiã decimam primi elementorum duo anguliad c, pofiti æquales duobusrex et is, eadem ratione duoilli ad a, o reliqui duo ad b ſimiliter equales duobus re& tis, itaque omnes fex intrinfeci uidelicet,o extrinfeci,ſunt æquales ſex reftis, fed per fecundam partem trigefimæ fecunde prie mi Elementorum, tres intrinfecifunt æquales duobus re&tis, igitur tres reliqui extrinſeciſunt quatuor reftis equales,quod demonſtrandū erat. Non enim omnis triangulus uni uerfaliter fumptus, hahet tres an gulos duobus reétis equales, ſed ali quis habet duos angulos rectos, tertium acută, et quidam triangulus eft qui habet tres angulos rectos, ut Ptholameus cap. x. ſecüda dictionis magnæ cõſtructionis theoremate pri G mo, e ſequentibus manifestum faa cit, neque tamen id cötrariatùr pro poſitioni xyli primi elementorum, Euclidis ut quod duo anguli cuiusli bet trianguli fint minores duobus rectis, nec etiam eſt contra fecundam partem xxxl primi Elemen. Euclidis, quòd uidelicet omnis triangulos, habet tres duobus reftis æquales, ratio, quòdnulla inter hos fapientißia mosſit contradictio, eſt, quia de rectilineis Euclides, de fphelaribus ues ro Ptholameus et curuilineis triangulis agit, quod aduertens Ariftotea les adiecit, quia est figura rectilinea; ut fit abſolutus fenfus, quod equis tibia figura trilatera rectilinea, habet extrinſecos angulos quatuor ree Stis equales. TEXTV S CI. I MPLIV's autein et fic, uniuerſale enim ina. gis demonſtrare eft, co quòd eſtper medium demonſtrare, cuin propius fit principio, pro xime autem immediatum eſt, hoc autem eft principium;fi igitur quæ ex principio eſt, ea quæ non eft cx principio, quæ magis ex prin POSTERIORVM ARIST. cipio, ea quæ minus eft, certior eft demonſtratio. Hoc textu Ariſtoteles apponit extremammanum determinans,quòd uniuerfalis ſit particulari demonfiratione dignior, in quo quædamnon conſiderata à grecis,neque à latinis., difta tamen ohic ab Ariſtotele tertio tex tu, ibi, quorundam enim hoc modo diſciplina eſt, onon permedium ube timum cognoſcitur, ut quæcunque iam fingularia eſſe contingit, nec de fubiecto quopiam, ubi aduertit quod quidammodus est, quo fciuntur af fertiones deſingularibus, onon per medium,modus etiam est quo affea &tiones fciuntur de particularibus per medium, fed non primo de eis, ut declaraui in textů tertio 'nonageſimoquarto huius, affectiones uero que de uniuerſali cognofcuntur, he quidem per medium cognoſcuntur, hac de caufa uniuerfalis demonſtratio, eſt ipſa particulari potior, quia particularis non per medium, uniuerfalis uero per medium demonftrat, ut ait, uniuerſale enim magis demonſtrare est,eo quod eft per medium de monstrare,id autem Geometrico exemplo-manifeſtat dicens,quod ſi quis cognouit, quia omnis triangulus habettresduobus rectis æqualesfciuit, quodammodo, et quod ifcoſceles duobus reftis tres pares habet,utputa potentiafcit, quia uniuerfale fciens aetu, potentia etiam fcit. ea, quæfub. ipfo continentur, &ſi non cognouerit 1fofcelem quòd actu,oper aper tionemmanus (ut Philoponus tertio textu ofequaces interpretabane tur) triangulus ſit, hanc habens propoſitionem,hæcparticula legenda eft, cum particula aduerfatiua fic,hanc autem habens propoſitionem, nempefciens tantum potentia quod Ifoſceles habet tres duobus rectis pa rés, uniuerſale nullo modo cognouit, ut quòd triãgulushabeat tres equa les duobus rectis, neque potentia, neque actu, non quidem potentia, quia Iſoſceles non eſt uniuerfale ad triangulum,uniuerſale enim potentia ſua inferiora continet. Accedit ad hoc etiã, quia ſi non fcitur uniuerſale atu, non ſcitur potentia fuum particulare, fi igitur particulare non ſcie tur actu, ſed potentia tantī,quifieripoteft,ut propter id,ſuū uniuerſale potentia fciatur? non etiam actu fcitur uniuerfalepropterea,quòd fuum particularefcitur potentia, quia ex ſcibile potētia, non inferturſcitum actu. Exhoc textuę precedentibus quibus determinat Ariſtot.uniuerſa lem demonftrationem esſe potiorem demonftratione particulari habetur de particularibus difciplinam eſſe, particularem eſſe demonſtratioa nem quæcunquefit illa,aliter enim nulla effet comparatio Ariſtotelis in ter uniuerfalem o particularem demonſtrationem. Preterea etiam nos tatu dignum habetur, contra omnes interpretes, id autem eft, quod ali IN PRIMVM LIB. quatenus ij. textu ta&tum fuit, ubi determinat quod de nouo quippians ſcimus, introducit eos, qui tenentes quòd de nouo fciebamus interrogae bant Platonicos tentantes oſtendere ipſis Platonicis, quod de nouo ſci mus inquiunt enim, noftis ne quod omnis dualitas par ſit,nec ne? Vel etiam, quòd omnis triangulus tres duobus re et tis æquales habeat, annuen tibus autem Platonicis attulerunt dualitatem, uel triangulum manu aba fconfum dicentes, ecce quomodo uos de nouoſcitis, hanc dualitatem eſſe parem, quia priusneſciebatis hanc eſſe dualitatem Neotericies antiqui expoſitores inuoluunt locum, ſic ut nedum ipſi intelligant, fed eshi qui cos audiunt ita faſcinentur, ut nedum Ariſtotelem fed et feipfos pers dant. Dicunt enim ſine propoſito, quod prius non poterantfcirede dua litate in manu abfconſa, ueltriangulo conſtituto in tabula quod eſſet par, uel duobus rectis æquales haberet, quia neſciebant illam eſſe dualitatem, vel illum effe triangulum, putant iſti exponere Ariftotelis"doctrinam fic dicentes, anon aduertunt, quòd id dicunt quod Ariſtoteles reprehens, dit, quod illi qui dicebant de nouo fcire, male tamen perſuadentes per oſtenſionem ad fenfum, egr reſpondentes perperam, dicebant fe nonſcia re eſſe purem, niſi quam dualitatem eſſe ſciebant,apertißimehic Aristo. teles dicit, quòd qui ſcit omnem dualitatem eſſe parem, uel quòd omnis triangulus tres duobus re &tis pares habet, fcit quòd dualitas ſitpar, quod Ifofceles, tres duobus reftis æquales habet potentia, licet neſciat a &tu perſenfum, quòd iſoſceles triangulus ſit, quem locum à me notae tum inter cetera pulcriora exiftimo animaduerſione dignum propter fal fos Ariſtotelis interpretes ad hanc ufque noftram etatem. TEXTVS CVII. ALIAS XLII. T ca certior quæ non eſt de ſubiecto, ca quæ eſt de ſubiecto, ut Arithmetica armo nica. Numerus, ſubiectum eſt in ipfa Arithmetica qui quidem abſtractißimus est, nullum materiale ſubie &tum concernens, Armonica, uero de nume ro ſonoro, uel magis, de ſono numerato, quod magis concernitmateriain, ut fonum ipſum., qui fonus numeratus, ſub iectum in armonia eft, ut Boetio placet libro primo muſices, modo Arithmetica cum circa ſubiectum minus immerfum matericfit, certior POSTERIORVM ARST. estquamſit ipſa Armonia, quæfubie£tum conſiderat magis immerſum ipſimateria, eftigitur alia certioraltera propterſubiecti maioremabe ſtractionem? TEXTVS CVIII. T quæ eft ex minoribus certior eſt, et prior ea, quæ eft ex appofitione, utArithmetica Geometria. Dico autem ex appoſitione,ut unitas fubftantia eft fine poſitione, pun. tum autein fubftantia pofita,hoc autem eft ex appoſitione. Hoc in primis conſiderandum eft, quod hoc textu non loquitur Ariſtoteles de ſubie&to fcientiæ.,ſecundum quòd magis og minus abſtracteconſideratur, quia id in precedenti tex. determinauit; una enimſcientia determinat de abſtracto numero, reli qua uero defono numerato, unitas enim de qua hoc textu loquitur, non est ſubiectum in Arithmetica, niſiforfan in aliqua particularidemonftra tione, utin 15 ſeptimi ElementorumEuclidis,in quibuſdam alijs des monſtrationibus trium librorum Arithmeticæ Euclidis. Dico autem,ut unitas, ſubſtantia eſt, fine appoſitione, punetum autemfubftantia poſia ta, hoc est ex appoſitione,Nicomacus,Boetius, Tonſtallus Anglus,Lu cas Paciolus, in primis lordanus, o Euclides recte interpretarentur huncAriſtotelis textum ſiadeſſent, quem locum obſcurant rabini cum * ueſtra excellétia ex appoſitione nominati,heu me, in manusquorü inter pretum incidifti Ariſtoteles? quæ hominum dementia te torquet: erant ne ſimile hominum genus tuo tempore, ita inſipidi atque macrologia op preßi, qui Platonem, quique te audirent, expoliati Geometricis, &dis fciplinis orbati?ut funthoc tempore nedum iuuenes non recte imbuti lite teris, fed magis ſeneſcentes in fua, non tua philoſophia homines, exurs gant Romani uiri, liberalibus diſciplinis præditi, quorum bonarum are tium hereditas, negligentia pofteritatis, uerfa eft ad extruneas nationes o inter Barbaros fruftratim etiam dilaniatur, eo locum hunc inter pretentur. Non eget unitas ipſa;ut ſit in ſua natura,quod fit puncto affe et a, uellined, uelalio quoppiam alieno, fed punctus, uel linea', ſeufuæ perficies, uel etiam corpus,impoſsibile eft, quod ſit,quin pun &tus unus, uel una ſuperficies, aut corpusunum, uel plurafint: Plura autem pun et a, eſſe non poffunt, niſi prius punctum unum,uel unafuperficies,aut corpus unumfit, minus igitur eft unitas, quim punétum unum, Pombaiam IN PRIMVM LIB. ipfa uocemanifeſtum eſt.Vnitatem Arithmetica conſiderat: non ut fuum fubie &tum, fed ut id, quod adſuum ſubie tum quodam ordine attribuia tur tanquàm pars ad ſuum totum. Vnum pun &tum, feu lineam unam, uel etiam unum corpus Geometra, atque stereometraconſiderans appos nit lineam,pun et um &corpus ipſum unitati, uel illis unitatem appos nens, ex pluribusfacit fuam conſiderationem,quàm fit illi Arithmetici, qui unitatem conſiderat abſtractiſsime, nulli reiappoſitam. Ex hac declaratione patet id quod Ariſtoteles ait primo de anima in principio, quòd fcientia de anima nobiliſsima, eſt, duabus de cauſis prima ex nobi litate ſubie &ti, ſecunda ex certitudine, ex certitudine dico, non ut quis dam inueterati in philofophia craſſa exponunt, uidelicet ex demonſtra tionis certitudine,ſedcertior dico, quia exſubiecto ſimpliciori eft, que anima eſt, atque minus compoſito, quàmſint ſubiecta librorum,librum de anima precedentium, ex precedentis textus, atque huius expoſis tione id totum colligas uelim, ex precedenti, ſi de anima, ex præfens ti autem ſi de anime particula, loca libri de anima intelligantur. Claret etiam, ex hac noftra interpretatione,quod Mathematicæ diſcipline non ideo dicendæfunt non ſcientia, quia non funt circafubftantias, ut ans tiquusætate indostus quidam in hac parte, philoſophus non erubes fcitaſſerere', ofequaces,quia illas inquit merito dicendasſcientias los quitur, quæ tantum circa fubftantiasfunt; non autem que circa accia dentia, ut funt Mathematicæ, quod apud Ariſtotelem nunquam legitur Dico quòd Mathematice uere e in primis ſcientie, ſecundum nos et re ipfa funt, ex fententia doétifsimi Boetij in principiofue Arithmeticæ,ubi ait, ſcientiæ atque ſapientia uerehe funt, quæſunt circa res, quæ nunquàm mutantur, fed fua natura femper funt,utſunt fubftantia,a quantitates; quo nammaiore auctore hec noſtra ſentens tia corroboratur, quàm ſitipſemet Ariſtot. in hoc præexpoſito textu ! qui in fua doctrina conftans, punctum ſubſtantiam appellit, itidem unitatem ſubſtantiam dicit, ſi igitur fole ille ſint ſcientiæ, quæ circa fubftantiasfunt, in primis Arithmetica atque Geometria merito (quics quid balbitiant alij) ſcientiæ appellande nedum nomine, fed natura digna funt. Quia tamen de mente Ariſtotelis teneo Mathematicas diſciplinas, non eſſe ſcientias, non ob id, quia de accidentibus ſint,neque ex eoquod percominunia principia procedunt, ſed quia affectiones que in ipſis con cluduntur, non perdemonſtrationem, quemfyllogifmum ſcientialem Ariſtoteles uocat, concluduntur ut declaratum fuit textu nonageſia men, mo POSTERIORVM ARIST. moquarto,merito ſcientia non funt, ſiſcrupulofa indagine ſcientiæ not men indagari, quis uelit. TEX. CXII. ALIAS XLIII. 3 EYE per fenfum eft ſcire id, Exemplis duobus. Altero Geometrico reliquo, Vero Aſtro Nnomico, declarat Ariſtoteles, ſi enim ſenſus uifus uideret id, quod intellefius percipit fecunda par te trigeſimæſecundeprimi Elementorum,quód trian gulus. uidelicet, habet tres duobus rellis pares, non tamen propterea uidens illud diceretur fciens, fed ut fciensfieret ad huc demonſtrationem quereret,o huius rationem reddit dicens, necef= feenimquidem eſt ſentireſingulariter, ſcientia autem eſt in cognoſcen= douniuerfale, unde eſi ſupra Lunam eſſentus, utputa inſupremo orbe defferente augem Lune, uel in orbe defférente caput draconis,uel etiam in cælo Mercurij, uideremus Lunam ingredi umbram terra, e par timenftruum non propter hoc diceremur fcientes, quia illud, quod uiá deretur,effet ſingulare, &cum ſcientia ſit circa uniuerſale diſcurrene do, o per intellectionem ipſius uniuerfalis, ſequitur, quod per ſenſum non eft fcire. Aliter etiam exponaturſic, ut ſi eſſemusſuper planetum, qua Luna est, &in illa parte planete que terram, et centrum uniuerſi confpicit, &foc'es noſtra uerſus idem centrum mundi,quod.eſtterre cen trum ſentiremusquidem per ſenſum uifus, quòd deficeret Lund tunc, fed non propter quidomnino,quiaſenſus non plures percipit ecclipſes ſimul neque actu,neque potentia,fed unam tantum,necobid tumen ſcientes dice remur, non enim uniuerfalis est ſenfus, fed particularis ut ait, ex conſi deratione multotiesaccidente univerſale uenantes demonſtrationem ha bemus, non ſecludit hoc loco Ariſtoteles ſcientiam de purticularibus, ut Tex. iij. fuit determinatum, fed ita intelligas, quod ſenſus eft tantum particularium, intellectus autem utriuſque, Sunt tamen quædam reducta ad fenfus defeétum in propofitis et c. · In hac particula huius textus, idem perſuadet diuerſo exemplo, quòd. videlicet neque per ſenſum eſt ſcire, in prima huius textus particulas Exemplum attulit in phænomena eGeometria, in hac autem particula exemplum est in perſpectiua, eft etiam quoddam aliud diuerfum, quia precedensexemplumeft,de unica wſingulari eclypſi. In hac auten pars N IN PRIM VM LIB. ticula exemplum præbet de multis illuminationibus faétis per uitra pera forata, ſiue foraminailla ſint pori uitrorum, feu etiam foramina ſint ma gna,artificio quodam facta, que fenfusuifus in multis uitris confpiciens, compertum haberet, &manifeſtum eſſet, et propter quid illuminat, id eft,propter,quid illuminationes multæ fierent,quoniam, ut inquit,uis deremus quid ſeparatum in unoquoque uitro, id est foramina multa, per qua radijtranſeuntes illuminationes multe fierent in pariete e re gione collocato, uel in pauimento domus,quapropterſi plures eclypſes ſimul perciperet fenfus uifus,quodtamenfierinequit, &uideret etiam hoc euenire ex obiectu terræ inter Solem of Lunam, illud de Luna ex emplum nullo modo diuerfum eſſet ab iſto de uitris perforatis, niſi quod alterum in Phænomena, reliquum eſſet in perſpectiua; Ne.credas tam men propter multas irradiationes a uiſu ſimulperſpectas, Q uiſis etiam fingulis foraminibusſimul, uel poris in uitris per quos radiationes fica rent, quòd quis ob id diceretur fciens,ſed ex his fingularibusfenfu pera ceptis unum uniuerfale intellectus intelligens,deeo.fcientiam generaret qua poftea merito quis diceretur fciens, illud autem uniuerfale non cola ligebatur, ab intellectu ex unica tantum eclypſi uiſa, fed ex pluribus die uerſis temporibusobſeruatis,Ex hoc loco habetur quod non est ſatisad demonſtrationem habere propter quid., niſi propter quid habeatur, per difcurfum (fenſus autem non difcurit ) ab uniuerſalibus ad minus uniuer ſalia, ſenſusenim percipiebat quod multæ illuminationes propter multa foramina fiebant, nulla tamen erat ibu demonſtratio. TEXTVS CXIIII. IRCA Textus particulam illam, Aut æquale maius, autminus, Scire eſt, quod primi Elea mentorum eſt conceptio animi apudEuclidem, ut fi una quantitas comparetur ad aliam eiufdem genes ris, aut erit ei æqualis, aut eadem maior, uel e46 dem minor, ut quatuor, ad quatuor, uel ad tria, aut ad quinque,ſi comparentur, fieri nequit, quod eadem quantitas qus tuor,ad quantitatem unam di &tarum comparata, fit æqualis, a maior minoreadem,statim enim fequitur contradictio,fedfi ad diuerfas quan titates comparetur, verumquidein poteft effe, quòd unaſit maior emi nor et equalis,ſi non ad unicam tantum, fedfi ad plures fit comparata, POSTERIORVM ARIST P TEX. CX V. ARTIC VI. A huius Textu, Neque omnium. uerorum principia funt eadem, neque con ueniunt,ut unitates punétis non conueniūt, læ quidem enim non habent poſitionein,illa autem habent, Deappoſitione in punétis, eo pacto intelligas, ut tex.108 declaraui. Exemplo enim loqui tur de principijs,non quidem ex quibus inferatur conclufio, fed ex qui dus compoſitumfit, quia ex unitatibus pluribus ſimul coaceruatis com ponitur numerus, ex pluribusautem punctis non componitur quippiam ut terminaui tex. xix.huius, ſimpliciores ob idfunt ipſe unitates, que funt numerorum principia, quamfint puncta,que lineas terminant, uni tas enim,uel etiam unitates non ſupponunt punétum,uel punéta,punétus 'tamen uel puncta eſſe non poſſunt, quin uel punctum unum,uel plura pun et ta fint,non igiturconueniunt inter fe propter appoſitionem unitatis pñ to appoſite, wepropter non appoſitionem, puncti ipſi unitati, unitas enim non ideo unitus est, propter unum punétū,ſicutpunctum unum eſt, propter unitatis appofitionem, ®ultra ait, quòd diuerſafuntgenere, ille enim in diſcreta, hecuero in continua conſiderantur quantitate: TEX. CXX. ALIAS XLIIII. VONIA'M autem idein multipliciter dicitur eft autem, ut non commenfurabilein enim eſſe diametrum uere opinari inconueniens eſt, ſed quia diameter (circa quam ſunt opi. niones) idem, fic eiufdem eſt, ſed quod quid erat eſſe unicuique,ſecundum rationem non eſt idem, Circa eandemdiametrum ſcientia poteſt eſſe, opinio per media tamen diuerſa, falfam quidem opinionem habet ille qui diametrum commenſurabilem coſte eſſe ſentiet, ueram autem obtinebit ille qui Eucli dis demonftrationibus inftrúctus diametrum inconmenſurabilem coſte efje protulerit in qua re tex: 1x. huius determinatum et demonſtratum fuit, quod ipſe diameter incommenſurabilis eſt ipſi coſte,aliter enin, par numerus, impar effet, Circa idem igitur contingit diuerſitas, feu idem multipliciter dicitur, ut quòd diameter ſit commenfurabilis &inz commenfurabilis cofta. Nij IN SECVNDVM LIBRVM POSTERIORVM ARISTOTELIS, PRESBITER PETRVS CATHENA: V ENETV S.  3 TEX T VS II ALIAS I. TEATRI V M enim utrum hoc infit, aut hoc, quærimus in nume rumponentes,ut utrum deffi ciat Sol, uel non, ipſuin quia quærimus. Luna enim defficit in ſe a lumine, a patitur menſtruum, propter interpoſitam terram diame traliter inter Solem u Lunam, Sol autem non defficit lumine unquam in ſe, fed tantum non illuminat, quana do in capite uel cauda draconis res peritur fimul cum Luna hoc quidem prouenit, ex eo quod inter afpes Eum noſtrum o corpus folare interponitur Lund, quæ cum ſit core pus denfum, coppacum magis quàm alia pars fui orbis impedit fo lares radios, enon finit eos ad afpe&tum nostrum protellari. Dubita tur circa id quod fuit di&tum paruin ante,o quód fæpißimeait Ariſtote les, præfertim in ſequentibus,ufque ad textum nonum an Luna defficiat penitus lumine, quando patitur menftruum, quod eſt querere,an Luna habeat aliquod lumen àfe, uelſi non àfe, an conſeruet lumen in ſe imbis bitum tamen à Sole, utfomniat Aueroes, propterea quod, quandotota eclypfatur uidetur non nihilhabere luminis, apparere fubnigra, etiam apparet uideri eius rotunditas extra plenilunium, ad quod reſõſio abſolutißimafit,quod Luna nullum habet lumen,niſi à Sole ſecundoquod non imbibit lumen, quemadmodum ſpongia liquorem aquæum, cauſaaus të apparitionis luminis tempore eclypſis, uelfuæ rotunditatis antequam POSTERIOR V MARIS T. fit in oppoſitione Solis eft, quă ſtatim declarabo quibuſdam paucis pres intellectis, cum ipſa ſint corpus denfum &politum quemadmodum cæte ra fydera, radijſolaresquifortes ſunt, cuin ad ipfam pertingunt non talentes ultra penetrare propter denſitatem ad terram reuerberantur, Tempore autem eclypſis, radij ſolares impediti a terre occurſu nõ attın gunt lunam, ſed tunc radij aliorum fyderum, qui debiliores ſuntſolaribus radijs, pertingunt corpus lunare, &fua tenui uirtute Lunam illuftrat, ob id Luna uidetur habere nõ nihil luminis tempore ſuæ eclypſis, et pro pter hanc eandem caufam dicatur quod eius rotunditas apparet citra ple nilunium. TEXT VS I x. + 1 1 + VID conſonantia, ratio numerorü,in acu to et graui, et propter quid conſonat acue tum graui, propter id, quòd rationem has bent numerorum graue et acutum, utrum eſt conſonare acutum et graue, utrum ſit in numeris ratio corum,accipientes autem quia eſt, quid igitur eſt ratio querimus. inter ea quæ elucidan da funt in hoc textu, idin primis occurrit, notatu dignum; graue enim Cum motum fuerit, citius ad quietem redit quam leue æquali pulſumo tüm, Aliud etiam eft animaduerſione dignum hic notandum quòd neruus cumpellitur ininftrumentis non unumfolummodo ſonum efficere ſedmul tos, quiquidem multi à feinuicem distinti non percipiuntur, ut diſtins Eti, propter celeritatein unius poſt alium, Exemplum præberem de Tur bone,uiride, aut rubra linea lineato,qui propter celerem motumtotus ui deretur uiridis, aut rubcus, ſunt igiturmulti foni à grsui corda effceti ad quos, fi foni illi, qui leuiori neruo procreatifunt,comparentur has beanto ad illos ratione, ut quatuor ad tria,tūc diateſſaron cõfonantiaria minimam efficient, fi ueroeam quæ eſt nouem adſex diapente, odiapaf fon fi illam efficient, quæ quatuor ad duo, que concinentie, cum ſint ſimplices; exipſis aliæ que compoſitæ funt generantur,tanquam ex ſuis proximis elementis, ut eft diapentediapaffon,o biſdiapaſſon, quæ ome nia ex Boetio clara habentur, o ſibi do toresqui Calepino student, in declaratione Ariſtotelis hec gratis prætereant, Alia exempla à tertio textu uſque ad undecimum,que Ariſtoteles præbetfua Palade in mathea 1  IN SECVNDVM Ľ IB maticis, quæ quiaaliàs in præcedétibus dilucidata per mefuerunt,nunc conſulto pretereo, fed quæ di&ta funtfuper hoc textu non plane ſatisfae ciunt nostre menti,ubi enim nonfuerintplures pulfus ad pa uciores com parati, ut in humand uoce, căcinentia quidem reperitur inter re, ala licet nõ niſi ſingula,&fingula uox emittatur,non igitur interfonos paus ciores tantum, eu plures concinentia, ſed primo inter graue ego acutum reperitur, quæ autein uocum diftantia inter ſe reperiatur, ut debita; fiat concinentia, tum ex hominum ufu ab inſtrumentis accepto, cumetiä per ea que Boetius tractat manifeſtum est, ſed'in dubium occurrit illud, quod muſicifaciunt, quando fuper breuem ſillabam, plus temporis cona ſummunt, quim par ſit, eſuperfillabam longam, breui temporis notu la festinant, ita ut ea,quæ naturaſunt breues, fiant longe, &quæ longe ſuntſillabæ,breuesfiant, ſic ut'nonmodesta &doctaſit ipfa muſica, fed Barbara o contra ufum loquendi appareat, Ad quod dico, ſequen tia dubia quæ funt,an concinentia proueniat ex mouente, ut Aristoteles in libris degeneratione animalium, uel ex motis rebus, ut in rethoricis, an exnumeratis pulſibus, ut hoc textů tangit, quòd in nostris fragmens tis logicis hæc omnia clarafient, fed pro declaratione littera, huius tex tus,uideturexpoſitio feciſſe fatis. TEXTVS XIX. ¿ ALIAS II: MPLIvs omnis demonſtratio aliquid de aliquo demonſtrat, ut quia eſt, aut non eft, in deffinitione autem nihil alterum de altero prædicatur, ut neque animal de bis pede,neque hoc de animali,neque de plano figura, non eniin planum figura eſt, neque figura planum eft. Euclides póst quam deffinitionem plani dederit in primoElementoruin deffinitione quinta, ſtatim de angulis planis, e de fiquris planis adiecit deffinitiones, que figure ideo planæ dicuntur, quia in plano picte ſunt,feu quia in ſuperficie plana ſunt deſcripte, fi gura plana, hefunt due particulæ deffinitionis, quarum altera deals tera non predicatur, quia id quod planum, et id que in plano figura fit, 11on idem eft, demonſtratio uero cõcludit, quia eft hoc de hoc, ut de trian gulo, quod tres duobus rectis equales habeat, et q latus trigoni, quod fubtendien maiori angulo, nõ eft minies lateri fubtenſo minori angulo. POSTERIORVM ARIST. TEXTVS XLIX ALIAS X I. V ANIFEST VM eft autem et fic, propter quid rectus eſt, qui in ſemicirculo eft, quo exiftente rectus eft,fit igitur rectus in quo a, inediun duorum rectorü in quob, qui eft in feinicirculo in quo c, eius igitur, quod eſt a rectum inelle c, qui eſtin ſemi circulo caufa eft b, hic quidem ipfi a æqualis eft, c autem ipſi b, duorum enim rectorum dimidium eft b, igitur exia ſtente dimidio diiorum rectorum a, ineſt ipſi c, hoc autem erat in ſemicirculo rectum eſſe. Euclides xxx tertij uniuerſa lius proponit id, quod Ariſt. hoc loco ait magis contracte, ut ſecundum Ariſtotelem conſtruatur fic, ſit ſemicirculus a b d cuiuscentrum c, quo perpendicularis excitetur per undecimā primi Elementorum cd, ſecans arcum a b in puncto d, à quo, duæ lineæ protrahantur ad ter minos diametri dia,db, ſequiturper quintam primi angului a dc, bdc effe medietates reéti,quæ ſimulmedietates additæ faciunt angų lum a d bre&tum,ficut duæ unitates bi narium numerum, quia tamē non uide tur quòd philofophus particulariter proponat id, quod uniuerfaliter Eucli des docet, ut uidelicet quod perpendi çularis à puncto c excitetur, &quòd folus angulus,qui fit in puncto de deter minato, ubi perpendicularis ſecat ar cum, re et tus ſit, licet illa due medietates formaliter ſint unius re &ti, fina gulađ; dimidium refti, quæ pro materia recti accipiuntur, ficut due uni tates materia numeri binarij, Ideo aliter declaro et litteræ philoſoa phi magis cohærebit non in figura præfcripta,ſit angulus rectus a datus, b autemfit medietas duorum rectorum, c uero in ſemicirculo conſtitus tus, ſit æqualis b, quæ uero uni veidēfunt æqualia inter ſe funt æquae lia, cum autem a ſit æqualis b, quia uterqueeſt medietas duorum res. et orum, or ſimiliter c qui in ſemicirculo eſt ſit eidem b æqualis, c ipfi a equalis erit, a quippe rectus eſt ex dato igitur c, in ſemicircula conſtitutus rectus eſt, quod propoſuit Ariſtoteles, quis ſit angulus rer IN SECVNDVM L I B. Aus patet per deffinitionem octauam primi Elementorum, quod autem b in quocunque puncto peripherie femicirculi fit medietas duorum rectos rum, patet per trigeſimam tertij Elementorum, quodetiam omnis alius angulus in quocunque puncto arcus ſemicirculi fit æqualis 6, utputa 0, patet per uigeſimam tertij Elementorum, qubi in priori expoſitione di cebatur,quòd duæ medietates erant materia totius relti anguli, hic dica's tur,quòd illiduo partiales anguli b, ſunt materia torius anguli recti, fic ut demonftretur, quod angulus, qui in ſemicirculo conſtitutus, eſt re ctus, per materialem caufam, quæ materialis caufa, ſunt iple partes recti anguli ipſum integrantes. TEXTVS LIII. ONTINGIT autem idein et gratia alicuius eſſe, et ex neceſsitate, ut propter quid pe netrat laternam lumen, etenim ex neceſsitas te pertranſit, quod in parua eft partibilius, per maiores poros fiquidein lumen fit per tranſeundo, Minutiſsimæenimſunt; aut potius fub tiliſsime ſpecies uiſibiles ignis,quæ propter ſubtilitatem ſuam per poros uiri in quofranguntur exeuntes clarum iter oſtendunt, ne adlapidem pe: des offendamius, exemplum eſt in optica,inaterialis caufa eft uitrum, fi nalis,neolfendamus; fornalis eft illa compago uitrorum,lignorumq;, efficiens autem,eſt ipſe luterne artifex,quantum ad matheſimſpectat non eft niſi materialis cauſa in conſideratione, o radios fractos ipfius ignis in corpus disphinum, per quos illuminationes fiunt. TEXTVS LVI. ALIAS XII. CLIPSIS Lunæ futura, preſens, atque prete rita,medio interpofitionis terre, diametraliter in ter Solem et Lunam,nunc, olum, et in futurum con cluditur, cumfuerit Luna in capite uel cauda dras conis uelprope, o ſub'nadir Solis. SICVT POSTERIORVM ARIST. 105 TEX.LVII. ALIAS XIIII. IGVt ergo non funt puncta, adinuicem co pulata, ticque, quæ facta ſunt, utraque enim indiuifibilia funt. Puncta enim fiadinuicem copula rentur, statim haberetur, lineam ex pun &tis componi quod impoßibile effe demonftratum eft in primo, textu Wdecimo octauo. TEXTVS LX. ALIAS X VII. I co autein in plus ineſſe quæcúque, infunt quidem unicuique uniuerfaliter, Atuero et alij,ut eft aliquid quod oinni Trinitati, in eft fed et non Trinitati, ficut ens ineft Trini tati, ſed et non numero, numerum quemlibet ex materia oforma conſtare nemo eft qui neſciat, aliter cnim numerorumſpecies noneſſent numerofinitæ, potentia ueroinfis nite per unitatis additionem, fpecies autemexgenere odifferentia con ftat, genus uero materia differentia autemforma eft in numero, materia numeriſunt ipfæ unitates, ut in ternario numero, tres unitates materia eft numeri ternarij,formaautem eft ipfa Trinitas, ens inquit ineſt Trinita ti népe ternario numero,o hoc prædicatū, ens, extra genus arithmetică eft, quod quidem ens, alijs multo diuerſis genere à numeroconuenit. Impar uero et ineft omni Trinitati& in plus eſt. Etenin ipſi quinario ineft, fed non extragenus, ens quidem alijs ab arithmetico genere conuenit, imparuero nullis alijs niſi his, quæ infra arithmeticum genus continentur cõuenire poteſt,utquinariofeptinario &alijs multis. Huiufmodiigitur accipienda funt uſque ad hoc quouſ: que, tot accipiantur primum, quorum unumquodque qui dem in plus ſit, omnia autem non in plus. inquit quouſque tot dccipiantur primum, uerbum hoc, primum intelligatur ex æquo, feu ad equate, ut tot uenetur quis particulas deffinientes,quòd non fint ſuper abundantes, neque diminuteparticule, ſed ad idtendat, ad quod ille,qui tetragonicum latus alicuius figuræ quærit, utin libris de anima iubet phi bofophus. Duo præterea funt hic notanda precepta,ut unumquodquefit LO 6 IN SECVNDVM LIB. cum non in plus, nempeunaqueque particula deffinitionis uniuerſalior ſitdeffini to, ut animal,rationale,mortale,capaxbeatitudine, que omnes particu ie, in hominis deffinitione ſuntpofitæ, cunaqueque uniuerſalior eft ip sohomine, omnesautem fimul fumpte,nihilaliudnifihomo funt,Dubie tatur, an illa, quae in Elementorum Euclidis libris deffinitiones poſite funt, utunapromultis fimilibus excogitetur hæc,triãgulusredilineus, eft figura, plana,claufa,tribuslineis re&tis,fit conftituta ex omnibus par ticulis deffinientibus,quarū una,et altera,atqueſingulaſit uniuerſalior, ipſo triangulo rectilineo? Dicendum confequenteradAriftotelem pro pter particulam illam, tribus lineis reftis, illam non eſſe deffinitionem, fit uniuerſalior ipſo triangulo rectilineo, quapropter ſunt ma gis dignitates appellande, quàm deffinitiones,nifidixeris, quodAriſtote les intelligit de his particulis definientibus, quæ recto cafu, et non oblis quo explicantur, et fic proprie dicerentur deffinitiones, que interpreta tio qualiſcunque fit,non habetur ex Ariſtotelis littert, neque tamen ual de difplicet. Hanc enim neceſſe eſt fubftantiam rei eſſe, ut trinitati in cft oinni, numerus,impar, primusutroque modo, et ficut non menfurari numcro, et licut non componi ex numeris, hæ duæ particulæ,numerus,impar,nõ patiuntur, difficultaté,quinipſo. ternario uniuerſaliores ſint, ſed particula iſta primus utroq; modo,decla ratur ab ipfo Arift. quod fit uniuerſalior ternario numero,propter altes rī modorū, quonumerus primus dicatur eſſe ut unitatefola metiri poßit, multis conuenit numeris, ut quinario, ſeptenario,atque ternario, et alijs multis non cõponi ex numeris pariter multis cõuenit, ut ternario, qui ex binario ounitate conſtat, ſimiliter binario,qui conſtat non ex pluribus numeris,fed ex binis unitatibus, Ex hoc locohabeturnefcio quid contras Etius,quàm Euclides proponat,in feptimo Elementorü deffinitione x 15, XIII, quibus ait, quod primus numerus eſt, qui fola unitatemetie tur, Compoſitus autem eſt, qui dimetitur alio à fe ego ab unitate numero, quo loco uidetur quòdaliud fit dimetiri numero; &aliud numeris dia uerſis componi, ut ſeptenarius, nullo alio número ab unitate dimetina tur eſi componatur ex diuerfis numeris,ut ex binario o quinario,c. ex ternario &quaternario, primo enim modo aliquis poterit effe pris inus, qui compoſitus erit fecundo modo ut-XI, 0 X111, atque alij, quos vagu VI, VITI V Componunt nullus tamen eorum dimetia tur eorum alterum, var vi nullo modo dimetitur XI, VIII pariter POSTERIORVM ARIST.to v nullo modo dimetiuntur x1, cum neuter fit alicuius maioris pars, ut ex prima deffinitione quinti, &tertia deffinitione feptimiEle.. mentorum Euclidis manifeſtum eſt,hoc igitur loco dico, quod Ariſtotea les non loquitur fecundum Euclidis ſcitum,fed famoſe, ut philofophoa rum quorundam aliqui, Vbifecundum Ariftotelem tam partes aggregae tiua, que c irrationales, e integrantes dicuntur, quàm partes ali quote,qua rationales, odimetientes, dicuntur numerum compone re, ſed ſecundum Euclidis fcitum, non niſi partes proprie fumpte, que aliquotæfunt, numerum componunt; quod etiam Nicomachus et Boce. tius in arithmeticis aſſentiuntur, niſi dixeris quod etiam fecüdum Euclia dem,non omnem numerum,qui alium componit compoſitum dimetiri, fed ubi hoc Euclides fomniet non uidi. TEXTVS LXXVIII ALIAS XXV. ARTICVLA difficultatis ſe offert in hoc textu, quam Grecio Latini pretereunt, Aueroes tamen magna comentatione tangit nefcioquid, fed fcopum rei non tetigit iudicio eorü qui Ariſt.et Euclidis inſe quuntur,ueſtigis, Textus Ioannis grāmatici etArgi lopili obfcurăt aliquo modo primo intuitu pulchram Ariſtot.doctrinam, quam aperit textus Aucrois, ſiue Abramum, ſeu Bu, rinam inſpexeris, ipfius Aucrois interpretes, qua Ariſtotelis doctrina ex Aueroico textu bahita, illam poſtea ex loanne grammatico, Argi ropilo uidebis neceſſario effluere, loannis textus ita habetur, fi uero ficut in genere, finiliter fe habebit,ut propter quid con mutabiliter, Analogum eſt. Alia enim eit cauſa in lineis, et in numeris, et eadem, inquantum quidem lineæ, alia eft,in quantuin nero habens augınentun tale, eadem eſt, fic in omnibus, Argilopilus ſichabet fi fint ut in genere, medium ha bebunt finiliter,ueluti propter quid etiam mutato ordia oc, funilitudinein ſubeunt rationum, eft enim alia caufa in lincis, et in numeris, atque eadem alia quidem eſt, ut linea rum rationem fubit,eadem autem, ut tale habet incremen tum, et codem in omnibus modo; Aueroes fic habet commentar tionc magna,li autem fuerit fecundum modum generis,eft eis. affection IN'SECVNDVM LI B. uinum fimilitudine, uerbi gratia, cur quando permutantur: fint proportionalia, huius cnim caufæ in lineis et numeris ſunt diuerfæ, qua autem addit, hac ſpecie additionis, hoci modo eft una per ſe in omnibus,hoc textu nõ minus laboris fum pſi propter uarietatem textuum, quam etiam ob id, quod interpretes: non ita interpretari uidentur, ut textui Ariſtotelis cohæreant fue interpretationes aut nug et potius, præter Aueroin, qui magna come mentatione, confuſo tamen ordine dicit aliquid, faciens ad Aristotex: lis ſententiam, non tamen aperit uerum fenfum littera Ariſtotelis Pro vera igitur Ariſtotelis ſententia, in primisſcire debes, quod mas gnitudines ſeu continue quantitates, &multitudines feu quantitates die ſcrete omnes, uerfantur circa unum genus quanti, omnes enim quane titates funt, quæ antequàm permutentur, proportionalia eſſe debent, ut affeétio hæc,permutata proportionalitas,ſeu permutatim proportios nari, concluditur de quantitatibus proportionalibus, ratio autem qua concluditur hoc; de lineis, fuperficiebus,temporibus, vt corporibus, eadem de numeris concluditur, primum demonftratur propoſitione dea cimafexta quinti Elementorum Euclidis per alia principia, opropos ſitiones diuerſas ab his propoſitionibus &principijs, quibus de nume ris eadem permutata proportio concluditur in feptimo Elementorum, propoſitione decimatertia uel decimaquarta. Ecce igitur alia ratio in li neiseft,quia diuerſa e uniuerſalior, atque per diuerſa media, à ratio: ne qua idem de numeris concluditur, huius enim caufæ in lineis &nume ris ſunt diuerfæ, cauſas has, eas uoco, quæ folum dant propter quid et de his cauſis, que etiam dant eſſe, hoc loco minime intelligas uelim, quia tamen dicebam,quòd non concludebatur hæc affe &tio,permutata pro portio niſi de proportionalibus quantitatibus. Si modofieret queſtio, o cauſainueftigaretur,quare quantitates dicantur proportionales, uel que nam ſint quantitates proportionales, aut quando proportionales funt, Ariſtoteles dicit unam eſſe cauſam in omnibus, cum difcretis tum etiam continuis, quæ eft ex additione fimili utrobique pro cuius notitia mania feſta deffinitio ſexta quinti Elementorum, minime negligenda eſt, oeft Quantitates quedicuntur eſſe fecundum proportionem unam, prima ad fecundam vtertia ad quartam ſunt, quarum prime otertiæ æques multiplices, ſecunde «quarte equemultiplicibus comparat &, fimiles fuerint uel additione, ueldiminutione,uel æqualitate,eodem ordinefum POSTERIORVM ARI T. 10% ple. V'nica eſt héc caufâ, ut quantitates feu difcrete ſint, feu etiam continuefuerint,héc uidelicet fimilis additio,ueldiminutio,feu æquatio inter equemultiplicia,hoc autem eſt.quod ait in textu Ariſtoteles, in quantum uero habens augmentum tale, eadem eft fic in omnibus,hac igi: tur ſpecie additionis est una pér fe caufa in omnibus. Similem autem eſſe colorem colori, et figuram figuræ, aliam efſe alñ æquiuocum enim eft fimile in his. Hic quis dem eſt fortaſsis ſecundum analogiam habere latera, et æquales angulos. Figuræ rectilinee funtfimiles ex prima deffinitione fexti Elemen.quæ habent angulos omnesæquales, es latera illosæquales angulos continentia proportionalia,ſimilitudo igitur,non habet commus nefiguris ocoloribus, niſi nomenclaturam, non autem rem naturam unam, in coloribus enim non concernes, neque latera, neque angulos. Habent autem fe fic propter conſequentiam ad inuicem caufa, et cuius caufa,& cui eſt cauſa, unumquodque tamen accipienti, cuius eſt. cauſa, in pluseſt, utquatuor rectis æquales, qui funt extra plus ſunt, quàm triangulus, aut quadrangulus, in omnibusautem æqualiter. Quæcunque eniinquatuor rectis equales,qui ſuntextra,textus hicdeffétis uus eft, et mutilus apud Ioannem Grammaticum et Argiropilum, ma. gne commentationis textus est clarior, ſed non ad plenumfacit fatis,ut mens Ariſtotelis, fatim appareat. Caufe illationis, ſeu conſequentie, que mutuæ funt, feinuicem inferunt pro cuius exemplo, ad ea, quæ pri mo libro tex. xcvij. di &ta fuere inſpiciendum eſt, oultra aduertas quod uniuerſaliuseft habere omnes angulos extrinfecos æquales quatuor res Ais,quàm eſſe triangulum,uel quadrangulum,aut pentagonum,uel exago num, aut quippiamtale feorfum, fi autem accipiatur fic reétilineum est, igitur omnes anguli quiſunt extra, funt equales quatuor re& is, oecon uerfo, fic infertur, omnes anguli quiſunt extra funt æquales quatuor rectis,igiturid cuiusfunt anguli extrinſeci accepti, rectilineñ eft,quo uet bo, re &tilineum, comprehenduntur nedum triangulus, quadrangulus,co penthagonus, fed omnes figuræ re& ilinec, hoc igitur uult Ariſtoteles quandoinquit, quod habere extrinfecos quatuor re&tis æquales, uniuer Jalius eſt trigono, otetragono, ſi uero hec omuia accipiantur, ut in hoc uerbo, rectilineum, omnes figure rectilineæ comprehenduntur, ajo fic hoc pacto habentſe propter confequentiam,ut ad inuicem caufa «cu us caufa, &cui eft caufa. ilo: CAVSAB IGITVR ILLI SVMMAB SIT ILLS LAVS QY AM LINGVA ET VNIVERSA MENS CONCIPERE POTEST. FINISI RE G I S T R V M.. A B Omnes ſuntduerni.  Pac. 4. lined s publicis, à publicis. fac.4.li.6 incumbebam,abſtinere decreui..li.io laberinthos,labyrinthos.li.21 literis litteris ubique. Pd.4 li.3 comode, commode.li. 11 prefertim, præfertim ubique. li.12cales, calles. li. 16 Ariſtoteles, Ariſtotelis. Facis li.24 age, aie. Fac. 6.li. 2 pulcra, pulchra ubique. li, z fpetie, fpecie percubique. li. 32. quinnis, quinis. lin.  unis,pluribus ubique. Fac. 7 lin.6 neſcit, fcit.Fa.8 li.25 comunem,communem ubique. F2.13 li. 3 precedentis,precedentis ubique F &c.14 li.9 affumens, afſummens ubique. li.16 ſempliciter, fimpliciter. li. 12 equales æqualesubique. Fac.15.li.20 probation, probatione. Fa. 26 li. 26 reſumitur, reſummitur ubique. Fd. 19.3 1 Geotrica, Geomes trica. fac. li. o quadrati, quadrari. li. 10 e e Spoffet, effe poffet. li. 20 eeſſ;eſe. Fac. li. 10 A poline, A polline. Pac.  li. innitide tus,initatus. Fac.30 li. 12 fcit,ſit.fac.31.li.12 atulerunt attulerunt. fa. 3 2.li.27 manus, manu. fac. 34.li.7 ſilicet, ſcilicet ubique. fuc.36.li.4 Textus, Textu. li.25. aget, et get. fac.41. li:3 2 queſtione, queſtione ubique. fac.4.3 li. 25 texu, textu.fa. 48 li.34 prinus, primus. Fac.49 li.16.fue, ſua. fac.49.li.20 induéti, induti. fac. stili. 12recte,recti. fac.53 li. 11 A'riſtelis, Ariſtotelis.fac.53 li. 12 bucis, buccis ubique. li. 6 nltera, altera. fac.54.li.2.ie, git. fac. 57 li. 24 puerost, pueros, li. 25 illeuatus, eleuatus. fac.59 li. 7 olas, ollas. li. 3i ſimilitcr, ſimili ter. li. 3 4.innani,inani ubique. fac. 60 li.z eubi,cubi. li.25. apolini, apollini per,, ubique.lin. 28 pret, preti.fac.61.li.14.palade,pallade, li.24 filicet, ſcilicet ubique.fac.62 li. 23 rrrat, erat. fac.64. lin. 31 nos tid, notitia.fa.67 li.14 prebens,prebens.li.16.profonditate,profundis tate. fac. 68 li. 20 queſitis, quæfitis.fa, 9.li.6.nquiinquit. fac.75 li. s. paret, pares. fac. 76 li.16.notia.notitia. fac. 8 2.li. 13 ingnaros, ignaros.li. 27 preciſiua, preciſiua. li. 31. preedenti,precedentiubique fac. 83. li. 8.ſcienriarum, ſcientiarum. lin. 21.chierurgia, chirurgia. fac. 86 li. 10. neft, ineft.li. 17.angregata, aggregata. fac. 88 lin. 10 pretereundum, prætereundum.fac.91.li. 10.triangu o, triangulo. li.28. redit,reddet.fac.95li,31. eget,eget.fac.96.li.20 fequacea, fequaces. li. 32, balbitiant,balbutiant.fac. 104.11.18.uirum,uitrum. Et fi qua alia (que non funt pauca ) pretermiffa funt, diligens le& tor surum colligat &mufcas abigat.Grice: “The motivation behind my Immanuel Kant Lectures, Aspects of reason and reasoning, was to shed light on what Catena calls ‘demostrazione potetissima’.” Grice: “The Latin language – and the Italian language to some degree – allows for some fine inflections: there’s potius, which when cmbined with esse, gives posse, or potere – the ‘t’ is sometimes inarticulated as a ‘d’, as in ‘poderoso’, which goes for potius. Now, the interesting thing about potius, as Ross, and Mansel, and Aldrich and some Italian semioticians have found out – dealing with Roman law – is that a demonstrazione cn be ‘able’ (potis), in the positive degree. When it becomes comparative, the demonstrazione becomes ‘dimonstratio potior’, i.e. not able, but abler not capable, but capabler. Finally, if it’s the ablest or capablest, it’s demostrazione potissima, or demonstratio potissima. The ‘scuola padovana’ goes on to qualify ‘dimonstrazione potisima’ into two types, ‘dimonstrazione potissima affirmative,’ and ‘dimostrazione potisima negativa’. These are higher types of demonstration than the ‘demonstratio potior affirmativa’ and ‘demonstratio potior negativa’.” Petrus Cathena. Petrus Catena. Pietro Catena. Keywords: logica matematica, logica aritmetica, logica arimmetica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Catena” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Catone Maggiore – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. Marco Porcio Catone  Voce Discussione Leggi Modifica Modifica wikitesto Cronologia  Strumenti Aspetto nascondi Testo  Piccolo  Standard  Grande Larghezza  Standard  Largo  Disambiguazione – Se stai cercando altri personaggi con lo stesso nome, vedi Marco Porcio Catone (disambigua). Marco Porcio Catone Censore della Repubblica romana  Particolare del Patrizio Torlonia, busto identificato con Catone il Censore Nome originale Marcus Porcius Cato Nascita Tusculum Morte Roma Coniuge Licinia Salonia Figli Marco Porcio Catone Liciniano Marco Porcio Catone Saloniano Gens Porcia Padre Marco Porcio Tribuno militare Questura Edilità Pretura Consolato Censura. Ceterum censeo Carthaginem esse delendam.»  (IT) «Per il resto ritengo che Cartagine debba essere distrutta.»  (Marco Porcio Catone)  Marco Porcio C. (in latino Marcus Porcius C.; nelle epigrafi M·PORCIVS·M·F·C.; Tusculum – Roma) è stato un filosofo, politico, generale e scrittore romano, chiamato anche C. il Censore (C. Censor), Catone il Sapiente (Cato Sapiens), Catone l'Antico (Cato Priscus), Catone il Vecchio per aver superato di molto l'età media massima di vita allora a Roma o C. il Maggiore (C. Maior) per distinguerlo dal pronipote Catone l'Uticense.  Biografia Ritratto Plutarco, autore delle Vite parallele, dà questo ritratto di Catone:  «Quanto al suo aspetto, aveva capelli rossastri e occhi azzurri, come ci rivela l'autore di questo poco benevolo epigramma: Rosso, mordace, dagli occhi azzurri, Persefone non accoglie Porcio in Ade neanche da morto. Fisicamente era ben piantato; il suo corpo s'adattava a qualunque uso, era tanto robusto quanto sano, poiché fin da giovane si applicò al lavoro manuale - saggio metodo di vita - e partecipò a campagne militari.[1]»  Origini familiari  De re rustica, 1794 Nacque nel 234 a. C. a Tusculum, da un'antica famiglia plebea che si era fatta notare per qualche servizio militare, ma che non aveva mai avuto esponenti tra le più importanti cariche civili. Fu allevato, secondo la tradizione dei suoi antenati latini, perché divenisse agricoltore, attività alla quale egli si dedicò costantemente quando non fu impegnato nel servizio militare. Ma, avendo attirato l'attenzione di Lucio Valerio Flacco, fu condotto a Roma, e divenne successivamente questore, edile, pretore e console percorrendo tutte le tappe del cursus honorum assieme al suo vecchio protettore; divenne infine censore. C. è considerato il fondatore della Gens Porcia. Ebbe due mogli: la prima fu Licinia, un'aristocratica della Gens Licinia, da cui ebbe come figlio Marco Porcio C. Liciniano; la seconda, è Salonia, figlia di un suo liberto, sposata in tarda età dopo la morte di Licinia, da cui ebbe Marco Porcio C. Saloniano, nato quando il Censore aveva 80 anni.  Carriera politica «I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori»  (Marco Porcio Catone, citato in Aulo Gellio, Notti attiche)  Prest servizio in Africa come questore con Scipione l'Africano, ma lo abbandonò dopo un litigio a causa di presunti sperperi. S’oppone invano all'abrogazione della lex Oppia, emanata durante la seconda guerra punica per contenere il lusso e le spese esagerate da parte delle donne. Comandò poi in Sardegna, dove per la prima volta mostrò la sua rigidissima moralità pubblica, e in Spagna, che assoggettò spietatamente, guadagnando di conseguenza la fama di trionfatore. Ricopre il ruolo di tribuno militare nell'esercito di Manio Acilio Glabrione nella guerra contro Antioco III il Grande di Siria, giocò un ruolo importante nella battaglia delle Termopili e attaccando alle spalle Antioco permise la vittoria dei romani, che segnò la fine dell'invasione seleucide della Grecia. Nel 189 a.C. condusse un processo sia contro Scipione l'Africano sia contro il fratello Scipione l'Asiatico, accusandoli di aver concesso dei favori personali al re di Siria Antioco III e di aver dissipato il tesoro dello Stato. Il caso degli Scipioni consiste in uno dei più grandi scandali della Repubblica Romana, considerando che, soprattutto Scipione L'Africano, era considerato l'eroe della Seconda Guerra Punica.  Opera pubblica La sua reputazione di soldato era quindi consolidata; da quel momento in poi egli preferì servire lo Stato a casa, esaminando la condotta morale dei candidati alle cariche pubbliche e dei generali sul campo. Pur non essendo egli personalmente coinvolto nel processo per corruzione contro gli Scipioni (l'Africano e l'Asiatico), fu tuttavia lo spirito che animò l'attacco contro di loro. Persino Scipione l'Africano, che si rifiutò di rispondere all'accusa, affermando solo: "Romani, questo è il giorno in cui io sconfissi Annibale", venendo assolto per acclamazione, trovò necessario ritirarsi, auto-esiliandosi, nella sua villa a Liternum. L'ostilità di Porcio Catone risaliva alla campagna d'Africa quando discusse con Scipione per l'eccessiva distribuzione del bottino tra le truppe, e la vita sfarzosa e stravagante che quest'ultimo conduceva.  Censore Al secondo tentativo, nel 184, egli fu eletto censore ed esercitò questa carica per quattro anni così bene che gli venne assegnato il soprannome di Censore (anche per il suo carattere severo, per il suo austero moralismo e per l'asprezza delle critiche rivolte da lui contro ogni indizio di corruzione delle antiche virtù romane).  Contro l'ellenismo Catone si oppose inoltre all'ellenizzazione, ossia il diffondersi della cultura ellenistica, che egli riteneva minacciasse di distruggere la sobrietà dei costumi del vero romano, sostituendo l'idea di collettività con l'esaltazione del singolo individuo. Fu nell'esercizio della carica di censore che questa sua determinazione fu più duramente esibita e ovviamente il motivo dal quale gli derivò il suo celebre soprannome. Revisionò con inflessibile severità la lista dei senatori e degli equites, cacciando da ogni ordine coloro che riteneva indegni, sia per quanto riguarda la moralità, che per la mancanza dei requisiti economici previsti. L'espulsione di Lucio Quinzio Flaminino per ingiustificata crudeltà, fu un esempio della sua rigida giustizia.  Contro il lusso La sua lotta contro il lusso fu assai serrata. Impose una pesante tassa sugli abiti e gli ornamenti personali, specialmente delle donne, e sui giovani schiavi comprati come concubini o favoriti domestici (leggi sumptuariae). Appoggia la lex Orchia (secondo altri egli prima si oppose alla sua introduzione, e successivamente alla sua abrogazione), la quale prescriveva un limite al numero di ospiti in un ricevimento, e nel 169 a.C. la lex Voconia, uno dei provvedimenti che miravano a impedire l'accumulo di un'eccessiva ricchezza nelle mani delle donne, nei cui confronti in realtà Catone appare quasi un nemico. Ne limitò il lusso degli abiti e dei gioielli, e si oppose al possesso da parte della donna di denaro e ricchezza, sempre in difesa dei valori morali della Repubblica. Con le donne di casa, mogli, figlie o schiave, fu assai severo, fino a sfiorare talvolta la tirannia; una delle cause di dissenso con gli Scipioni era proprio la libertà e il lusso che questi concedevano alle loro donne.  Contro i Baccanali Fu assai disgustato, assieme a molti altri dei romani più conservatori, dalla diffusione dei riti misterici dei Baccanali, che egli attribuì all'influenza negativa dei costumi greci; perciò sollecitò con veemenza l'espulsione dei filosofi greci (Carneade, Diogene lo Stoico e Critolao), che erano giunti come ambasciatori da Atene, sulla base della pericolosa influenza delle idee diffuse da costoro.  Contro i medici Catone provava ripugnanza per i medici, che erano principalmente greci. Ottenne il rilascio di Polibio, lo storico, e dei suoi compagni prigionieri, chiedendo sprezzante se il Senato non avesse niente di più importante da discutere del fatto che qualche greco dovesse morire a Roma o nella sua terra. Era quasi ottantenne quando, secondo quanto dicono le fonti biografiche, ebbe il suo primo contatto con la letteratura greca; anche se, dopo aver esaminato i suoi scritti, è verosimile ritenere che possa aver avuto un contatto con le opere greche per gran parte della sua vita.  Contro Cartagine Il suo ultimo impegno pubblico fu di spronare i suoi compatrioti verso la terza guerra punica e la distruzione di Cartagine. È uno dei delegati mandati a Cartagine per arbitrare tra i cartaginesi e Massinissa, re di Numidia. La missione fu fallimentare e i commissari ritornarono a casa. Ma Porcio Catone fu colpito dalle prove della prosperità dei cartaginesi a tal punto da convincersi che la sicurezza di Roma dipendesse dalla distruzione totale di Cartagine. Da quel momento egli continuò a ripetere in Senato: «Ceterum censeo Carthaginem delendam esse.» ("Per il resto ritengo che Cartagine debba essere distrutta."). È noto che egli ripeteva ciò alla conclusione di ogni suo discorso.  Altre attività Riguardo alle altre questioni egli fece riparare gli acquedotti di Roma, pulire le fognature, impedì a soggetti privati di deviare le acque pubbliche per il loro uso personale, ordinò la demolizione di edifici che ostruivano le vie pubbliche, e costruì la prima basilica nel Foro vicino alla Curia (Livio, Ab Urbe condita; Plutarco, Vita di C.). Aumentò inoltre la somma dovuta allo stato dai pubblicani per il diritto di riscuotere le tasse e allo stesso tempo diminuì il prezzo contrattuale per la realizzazione di lavori pubblici.  Morte Dalla data della sua carica di censore alla sua morte, avvenuta nel 149 a.C. sotto il consolato di Manio Manilio Nepote e Lucio Marcio Censorino, Porcio C. non occupò nessun'altra carica pubblica, ma continuò a distinguersi in Senato come tenace oppositore ad ogni nuova influenza.  Solo dopo la sua morte si iniziò la spedizione contro Cartagine, che lui aveva voluto.  La visione della società Per Porcio Catone la vita individuale era un continuo auto-disciplinarsi, e la vita pubblica era la disciplina dei molti. Egli riteneva il singolo pater come il principio della famiglia, e la famiglia come il principio dello stato. Attraverso una rigida organizzazione del suo tempo egli realizzò un'enorme quantità di opere; pretese inoltre la medesima applicazione dai suoi dipendenti.  Riconoscimenti Per i Romani stessi ci fu poco nella sua condotta che sembrasse necessario censurare; fu sempre rispettato e considerato come un esempio tradizionale degli antichi e più genuini costumi romani. Nel notevole passo in cui Livio descrive il carattere di Porcio Catone, non c'è alcuna parola di biasimo per la rigida disciplina della sua condotta domestica.  Opera letteraria Porcio Catone è tra le principali personalità della letteratura latina arcaica: egli fu oratore, storiografo e trattatista. Fu autore di una vasta raccolta di manuali tecnico-pratici, con i quali intendeva difendere i valori tradizionali del mos maiorum contro le tendenze ellenizzanti dell'aristocrazia legata al circolo degli Scipioni, indirizzata al figlio Marco, i Libri ad Marcum filium o Praecepta ad Marcum filium, di cui si conserva per intero soltanto il Liber de agri cultura, in cui esamina, soprattutto, l'azienda schiavile che tanto spazio si conquisterà poi in età imperiale. Affrontò inoltre la tematica dei valori tradizionali romani anche in un Carmen de moribus, di cui sono ad oggi pervenuti pochissimi frammenti.  Fin dalla giovinezza si dedicò all'attività oratoria: sul finire della Repubblica erano note ben 150 sue orazioni, mentre attualmente sono conservati solo frammenti, di varia estensione, riconducibili a circa ottanta orazioni diverse. Si distinguono tra esse orationes deliberativae, ovvero discorsi pronunciati in Senato a favore o contro una proposta di legge, e orationes iudiciales, discorsi giudiziari di accusa o difesa.  Fu inoltre autore, in vecchiaia, della prima opera storiografica in lingua latina, le Origines, il cui argomento era la storia romana dalla leggendaria fondazione fino al II secolo a.C. Dell'opera, pur significativa dal punto di vista ideologico, si conservano scarsi frammenti. C. individua nel culmine del percorso educativo la formazione di un vir bonus, dicendi peritus (uomo di valore, esperto nel dire), espressione che sarà il cardine del successivo modello educativo romano.  L'opera letteraria di Catone, in particolare quella storica e oratoria, fu elogiata da Cicerone, che definì il censore primo grande oratore romano e il più degno d'essere letto. Nella prima età imperiale, nonostante l'ideologia catoniana coincidesse in buona parte con la politica restauratrice del mos maiorum promossa da Augusto, l'opera di Catone fu oggetto di sempre minore interesse. Con l'affermarsi delle tendenze arcaizzanti nel II secolo, invece, essa fu oggetto di grandi attenzioni, seppure a carattere esclusivamente linguistico ed erudito: Gellio e Cornelio Frontone ne tramandarono molti frammenti, e l'imperatore Adriano dichiarò di preferirlo addirittura a Cicerone.[9]  A partire dal IV secolo iniziò a perdersi la conoscenza diretta della sua opera, con l'eccezione del manuale sull'agricoltura. Grande diffusione ebbe invece la raccolta di proverbi in esametri erroneamente attribuitagli, denominata Disticha Catonis (con anche alcuni Monosticha Catonis).  Edizioni Scriptores rei rusticae, Venetiis, apud Nicolaum Ienson Contiene i De re rustica di Catone, Varrone, Columella e Rutilio Tauro Palladio] (editio princeps). De agri cultura liber, Recognovit Henricus Keil, Lipsiae, in aedibus B.G. Teubneri, 1895. De agri cultura, ad fidem Florentini codicis deperditi edidit Antonius Mazzarino, Lipsiae, in aedibus B.G. Teubneri Marci Porci C. Oratio pro Rhodiensibus. Catone, l'Oriente Greco e gli Imprenditori Romani. Introduzione, Edizione Critica dei Frammenti, Traduzione Ital. e Commento, a cura di Gualtiero Calboli, Bologna 1978. Traduzioni italiane Catone, De re rustica, con note, [Traduzione di Giuseppe Compagnoni], Tomo I-III, Venezia, nella stamperia Palese Rustici latini volgarizzati C., Dell'agricoltura, Versione di Alessandro Donati, Milano, Notari, 1929. Liber de agricoltura, Roma, Ramo editoriale degli agricoltori. L'agricoltura, a cura di Luca Canali e Emanuele Lelli, Milano, A. Mondadori, Opere, a cura di Paolo Cugusi e Maria Teresa Sblendorio Cugusi, 2 voll., Torino, UTET Note  Plutarco, Vita di Marco Catone, 1. ^ Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo Saltini, Storia delle scienze agrarie, vol. I, Dalle civiltà mediterranee al Rinascimento europeo, 3ª ediz., Firenze, Nuova Terra Antica, Cicerone, Brutus, Pontiggia - M.C. Grandi, Letteratura latina. Storia e testi, Milano, Principato, Pontiggia - Grandi, p. 164. ^ U. Avalle - M. Maranzana, Pedagogia, vol. I, Dall'età antica al Medioevo, Torino, Paravia Brutus.  Pontiggia – Grandi Bibliografia (Per la bibliografia specifica sul De agri cultura e sulle Origines si rimanda alle rispettive voci)  L. Alfonsi, C. il censore e l'umanesimo romano, Napoli, Macchiaroli, 1954 (estr.). A.E. Astin, Cato the Censor, Oxford, Clarendon Burckhardt, Cato der Censor, Basel, Reinhardt Cordioli, Marco Porcio Catone il censore e il suo tempo, Bergamo, Sestante, Corte, Catone Censore. La vita e la fortuna, Torino, Rosemberg e Sellier, 1949 (rist. Firenze, La Nuova Italia). P. Fraccaro, Sulla biografia di Catone maggiore sino al consolato e le sue fonti, Mantova, G. Mondovì (estr.). F. D. Gerlach, Marcus Porcius Cato der Censor, Basel, C. Schultze Marcucci, Studio critico sulle opere di Catone il maggiore, vol. I [unico pubblicato], Analisi delle fonti, questioni varie, Orazioni del periodo consolare e degli anni posteriori fino alla censura, Orazioni del periodo censorio, Pisa, succ. fratelli Nistri Marmorale, Cato maior, Catania, G. Crisafulli (II ed. Bari, Laterza). C. Ricci, Catone nell'opposizione alla cultura greca e ai grecheggianti. Nota, Palermo, D. Lao e S. De Luca, 1895. E. Sciarrino, Cato the Censor and the beginnings of Latin prose. From poetic translation to elite transcription, Columbus, Ohio State University Press, 2011. Fonti antiche Cicerone, Cato maior de senectute Cornelio Nepote, Vita M. Porcii Catonis Tito Livio, Ab Urbe condita, Plutarco, Vita Catonis maioris Voci correlate Marco Porcio Catone Uticense, bisnipote Catóne, Marco Porcio, detto il Censore, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Plinio Fraccaro, C., Marco Porcio, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1931. Modifica su Wikidata Catone, Marco Porcio detto il Censore, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. Modifica su Wikidata C., Marco Pòrcio, detto il Censóre, su sapere.it, De Agostini. Marcus Porcius Cato, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Marco Porcio C., in Diccionario biográfico español, Real Academia de la Historia. Opere di Marco Porcio Catone, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Modifica su Wikidata Opere di Marco Porcio Catone / Marco Porcio C. (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Marco Porcio Catone, su Open Library, Internet Archive. Opere di Marco Porcio Catone, su Progetto Gutenberg. Audiolibri di Marco Porcio Catone, su LibriVox. Marco Porcio Catone, su Goodreads. Modifica su Wikidata Marco Porcio Catone, su Discografia nazionale della canzone italiana, Istituto centrale per i beni sonori ed audiovisivi. Modifica su Wikidata (LA, IT) Biblioteca degli scrittori latini con traduzione e note: M. Porcii Catonis quae supersunt opera, Venetiis excudit Joseph Antonelli Les agronomes latins, Caton, Varron, Columelle, Palladius, avec la traduction en français, M. Nisard (a cura di), Paris, Firmin Didot Fréres, Historicorum Romanorum Reliquiae, Hermannus Peter (a cura di), vol. 1, in aedibus B. G. Teubneri, Lipsiae, 1914², pagg. 55-97. M. Catonis praeter librum de re rustica quae extant, Jordan (a cura di), Lipsiae, in aedibus B. G. Teubneri Predecessore Fasti consulares Successore Lucio Furio Purpureo e Marco Claudio Marcello con Lucio Valerio Flacco Publio Cornelio Scipione II e Tiberio Sempronio Longo V · D · M Gens Porcia C. V · D · M Plutarco Portale Antica Roma   Portale Biografie   Portale Letteratura Categorie: Politici del III secolo a.C.Generali Scrittori Romani Nati a Tusculum Morti a RomaMarco Porcio C. Agronomi romani Censori romani Consoli repubblicani romani Porcii Storia dell'agricoltura Retori romani [altre]. Marco Porcio Catoen. Catone. Keyword: censura ed impliacatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Catone” – Catone.

 

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