Tuesday, June 10, 2025

GRICE ITALO A-Z C CA

 

Luigi Speranza -- Grice e Carlini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della filosofia fascista – scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I love Carlini, and Speranza loves him even more, but then he is Italian! My favourite is his “A brief history of philosophy,” especially the subtitle: “Da Talete di Mileto a Talete di Mileto, con una postfazione di Talete di Mileto – “Nel principio era l’acqua”!” – “Il primo filossofo – che cadde in un pozzo.” Si laurea a Bologna (“l’unica universita italiana”) sotto Acri. Insegna a Iesi, Foggia, Cesena, Trani, e Parma. E chiamato presso Pisa per sostituire Gentile, trasferitosi a Roma, come titolare della cattedra di filosofia teoretica. Membro dell’Accademia d'Italia. Inizia a farsi conoscere assumendo la direzione di una collana edita da Laterza che inizialmente venne lanciata sotto il nome di “Testi di filosofia ad uso dei licei”. Ad introdurlo nella Laterza è GENTILE, conosciuto qualche anno prima, e CROCE, all'epoca ancora in rapporti col filosofo di Castelvetrano. “Testi di filosofia ad uso dei licei” ha un scopo divulgativo, ma divenne presto celebre per l'alto livello degli autori che collaborarono in vario modo al suo interno, fra cui, oltre al C., anche Saitta e lo stesso Gentile. Oltre al lavoro di direzione e coordinamento in qualità di direttore responsabile, pubblica due saggi su Aristotele (in realtà raccolte aristoteliche da lui curate, commentate e tradotte) cui fa seguito uno studio su BOVIO che desta l'interesse di non pochi studiosi e l'approvazione di GENTILE, considerato da C. suo tutore indiscusso. Pubblica due corposi volumi che gli assicurarono un posto di assoluto rilievo nell’ambiente filosofico: un esaustivo studio sul sense e l’esperienza, e soprattutto “Lo spirito”. In “Lo spirito” si inizia infatti chiaramente a delineare il proprio pensiero: adesione alla dottrina idealista, vista come sintesi fra il pensiero immanentista gentiliano (GENTILE è, fino alla propria scomparsa, suo amico, oltre che tutore) e quello crociano. Il soggetto attraversa un costante irto di dubbi ed angosce e un dialogo che riusciamo ad instaurare con noi stessi, in un percorso critico dialettico, una conquista realizzabile solo attraverso gli strumenti di una metafisica critica. La centralità della teoria della conoscenza e sviluppata in “Lineamenti di una concezione realistica dello spirito umano” e “Alla ricerca di noi stessi”, “alla ricerca di tu”. Comprensibile appare pertanto l'interesse che nutre per l'esistenzialismo, che però si espresse con una singolare preferenza verso Heidegger, nelle cui speculazioni trovarono ben poco posto le istanze metafisiche, piuttosto che nei confronti di Jaspers che su quelle stesse istanze aveva strutturato la propria filosofofia. Commenta il pensiero logico di Heidegger, e Che cos'è la metafisica? (“La nulla anihila”). Rende un commosso omaggio a Gentile con i suoi Studi gentiliani, raccolta di scritti in massima parte già pubblicati precedentemente, tesi a ricordarne la figura e le affinità intellettuali che un tempo lo avevano legato al grande filosofo siciliano. “Bovio” (Bari, Laterza); “Senso ed esperienza” (Firenze, Vallecchi); “Lo spirito” (Firenze, Vallecchi); “Note a la metafisica d’Aristotele” (Bari, Laterza); “Filosofia” (Roma, Quaderni dell'Ist. Naz. di Cultura); “Il mito del realism” (Firenze, Sansoni); “Lo spirito” (Roma, Perrella); Filosofia (Roma, Ist. Naz. di Cultura); Il problema di Cartesio, Bari, Laterza); Storia della filosofia, Firenze, Sansoni); “La Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi filosofici” (Firenze, Sansoni); Le ragioni della fede, Brescia, Morcelliana); Michelino e la sua eresia” (Bologna, Nicola Zanichelli). Dizionario biografico degli italiani. l'architrave 4 ala I ai Mi L. LL SIRIA] PST IR del (5 FILOSOFI ANTICHI E MEDIEVALI b) A CURA DI G. GENTILE ARISTOTELE LA METAFISICA TRADUZIONE E COMMENTO AKA E EL Ò. SX QAR RAT (07 Ds) A CUR. C. gt (O ) 53 Jy i, SK NT rx SD SR AS, di CL n 4 ù TA d la INS a SO i Dya. | VAZAZA pu SV lea A PAGA NN Ì rezza MI 7 / p) NIN N % té dEILR Li CE. SENI È FILOSOFI ANTICHI E MEDIEVALI A CURA DI GENTILE ARISTOTELE LA METAFISICA ARISTOTELE LA METAFISICA TRADUZIONE E COMMENTO CUR. DI C. STA 4 ar y A) ù (NRE (2 CN SES ei rrA i N /2., (STRU: DEA ISIN NZIIA SIA SNA RNIMEN ENI | Nin KI ILA AVIS & N , MS x Na w ELE VIRZIONI BARI GIUS. LATERZA & FIGLI TIPOGRAFI-EDITORI-L]BRA A GENTILE AMICO E MAESTRO AMATISSIMO. Dubbi su l’autenticità di alcuni libri della Metafisica aristotelica, e su la sua composizione, furono sollevati sin dai tempi antichi. Il testo, quale noi oggi abbiamo, corrispondente, salvo lievi differenze, a quello del commento che va sotto il nome di Alessandro d’Afrodisia, mostra sconnessioni tali da far nascere sùbito i sospetti. L'occasione è offerta già dal piccolo libro II (I minore, nell’enumerazione greca). Asclepio (4, 9) notò che l’opera lascia molto a desiderare per l'ordine della trattazione, e che vi sono passi ripetuti e parti prese da altri scritti aristotelici; e aggiunse che, secondo alcuni, Aristotele aveva affidato ad Eudemo il manoscritto per la pubblicazione, ma Eudemo non reputò opportuno pubblicarlo così come si trovava: il manoscritto subì molti danni col tempo, onde, quando più tardi alcuni della Scuola ne impresero la pubblicazione, non osando colmar le lacune di loro testa, attinsero ad altre opere aristoteliche e armonizzarono il tutto meglio che poterono. L’autorità di Asclepio non conta molto, ma quel che dice basta a provare che dubbi si sollevarono ben presto. Questi non mancano del tutto negli Scolastici, e risorgono più che mai con gli studi aristotelici nel Rinascimento. Nell’età moderna, dopo un tentativo, riuscito vano, di dimostrare che la Metafisica è un complesso risultante da libri aristotelici ricordati nell’indice di Diogene Laerzio (nel quale non si trova menzione della Metafisica), la questione è stata ripresa, da un secolo in qua, più criticamente; ma, come VUuI MBTAFISICA spesso avviene, a un indirizzo rivoluzionario, che ha rifiutati come spuri alcuni libri o parti di libri e tentato di dar al resto un ordinamento del tutto arbitrario, si è opposto l’altro, più cauto, di mantenere e giustificare, per quanto era possìbile, il testo nell’ordinamento attuale. A dar conto di tutto ciò, ci vorrebbe un volume a parte, con dubbio vantaggio per quel ch’è lo scopo principale della presente traduzione: l'intelligenza dell’opera: la quale è senza dubbio di Aristotele, anche se redatta in qualche parte su suoi appunti e ordinata nell’insieme da suoi scolari. Ma non possiamo prescindere da un critico recente, dallo Jaeger, il quale, dopo di avere, negli Studien zur Entstehungsgeschichte der Metaphysik des A. (Berlin, 1912), tentato di sciogliere il testo nelle parti originarie, liberandole da quelle via via aggiunte in sèguito, ha voluto, nel volume Aristoteles: Grundlegung einer Geschichte seiner Entwicklung (Berlin), collegare la storia della costituzione del testo a quella più generale dello sviluppo del pensiero aristotelico in tutte le sue opere. A noi conviene, tuttavia, non allontanarci dal nostro scopo, e però vagliare i risultati, a cui giunge lo Jaeger per la Metafisica in particolare, soltanto dopo di avere fissata la linea di pensiero che si svolge in ciascun libro o gruppo di libri. Cominciamo dal libro primo. Questo primo libro della Metafisica ha une linea di svolgimento interno e un'unità di concetto benwisibile. Pone dapprima il concetto del sapere come fondato su l'esperienza e ascendente per gradi dalla conoscenza sensibile a quella logico-scientifica; poi, distingue in seno a questa la forma più elevate del sapere, quella filosofica, ch'è conoscenza dei principii e cause prime. ° Si presenta, allora, il problema della causalità come dottrina dei principii di ogni realtà nel mondo. Dai primi pensamenti della causalità come ricerca dell'elemento o degli elementi primordiali, si passa, Un'esposizione del contenuto (per questo come per gli altri libri) è data nel Sommario. Qui si dà rilievo alle critica delle Idee, ch'è la parte più importante. rx sebbene vagamente, al concetto della causalità come principio efficiente e finale, e alla scoperta della causa logico-formale, posta, quest'ultima, chiaramente da Platone. L'interesse della trattazione si concentra naturalmente, ora, su questo punto, ch'è decisivo, non soltanto per il problema particolare delle varie specie di causa, ma, ben più, per tutta le concezione aristotelica della realtà. Della filosofia platonica A. espone prima (nel cap. 6) le origini storiche, la concezione centrale delle idee, la dottrina ultima delle ideenumeri: e accenna già al punto fondamentale di divergenza dal suo maestro nel concetto del rapporto tra materia e forma. La critica si svolge con certa ampiezza nel cap. 9, seguendo nell'insieme quest'ordine: a) contro la dottrina generale delle idee; è) contro le idee-numeri in generale; c) contro la derivazione del geometrico dell’ari tmetico; d) contro il concetto innatistico dei principii della conoscenza. a) Per combattere la dottrina delle idee in generale, si parte dal concetto rimasto nel platonismo delle idee come realtà trascendenti il mondo sensibile. Le idee, infatti, non sono ancora l’intelligibile aristotelico, e per quanto la dialettica platonica abbia sempre più accennato a considerarle dentro il processo del pensiero pensante il reale, esse non perdettero mai il carattere di reali posti accanto, e però fuori, del sensibile. Questa trascendenza restò in seno all'idea stessa, quando Platone distinse in essa il principio puramente formale (e però veramente ideale) da quello del molteplice, ch'è suo contenuto. Quindi A. può dire che Platone, per spiegare il mondo sensibile, lo raddoppia e moltiplica; e che quella spiegazione, in ogni modo, è puramente formale (detinitoria), non reale, perchè l’idea non è causalità, attività, principio interno alle cose (reale della stessa realtà di queste). E anche nella sua formalità non può riuscire a dar ragione delle cose, perché così il principio dell'unità come quello della molteplicità, presi nella loro assoluta indeterminazione, non possono produrre concetti di nulla che valga a intendere il reale nella sua costituzione effettiva. Col criterio dell'unità del molteplice, ad es., si dovrebbero ammettere idee di proprietà, di relazioni, ecc., laddove l’idea vuol essere ragione di ciò che nelle cose è fondamentale, ossia della sostanza. Ma come pervenirvi senza la distinzione dell'essere reale in ciò che ha di costitutivo ed essenziale da ciò ch'è suo modo di essere secondario o accidentale? b) Contro le idee-numeri A. fa valere il suo concetto dell'astrattezza del numero, e la sua ripugnanza a identificare il pensare col numerare. Le idee non si possono trattare aritmeticamente, nè possono esprimere la sostanza delle cose. Questa è data, invece, nel processo logico-reale dei generi e delle specie, con le determinazioni peculiari che l’esperienza ci scopre nel mondo della natura. c) Dal grande-piccolo, poi, cercano invano, i Platonici, di dedurre le determinazioni delle figure geometriche. Non soltanto passano indebitamente da ciò ch'è inesteso (il numero) all’esteso (figura), ma anche, in questo, tentano invano di spiegare il passaggio dal concetto di punto a quello di linea, da questo a quello di superficie, da questo a quello di solido. Considerandoli come divisioni del concetto (con metodo definitorio), dovrebbero ridursi l'uno all’altro, predicarsi l'uno dell’altro: la geometria verrebbe annullata. Invece, le figure geometriche si costituiscono nel processo di determinazione del concetto di spazio, come svolgimento logico di esso ch'è insieme la sua generazione reale. d) Tutte queste idee e idee-numeri, poi, in quanto son altra cosa dalle sensazioni, l'anima le dovrebbe portar in sè, come una scienze innata, e dimenticata. Ma come, allora, distinguerle e applicarle nei casi* particolari? E se, avendole dimenticate, non ne possediamo in principio attualmente nessuna, come dar origine al sapere? Ci vuole, invece, un principio attuale in noi, l'intelligenza, dal quale scaturiscano i principii, immediatamente, di ogni sapere; e ci vuole la sensazione come punto di partenza di ogni conoscenza fondata su l’esperienza. Così si ritorna al concetto posto nella prima parte del libro, e si chiude il cerchio del pensiero intorno al fondamento del sapere. Nello stesso tempo vien conchiusa l'illustrazione, proposta con la seconda parte, della definizione della filosofia come scienza dei principii e delle cause prime. L’indagine storica, che ha servito a quella illustrazione, ha dato questo risultato: i Fisiologi trascurano l’incorporeo, non vedon chiaro il processo causale efficiente-teleologico, ignorano la forma; i Pitagorici confondono il fisico col matematico, ignorano la causa del movimento, identificando le cose con la loro definizione si lasciano sfuggire il concetto della forma; Platone mette in rilievo la forma, ma cerca invano di assorbire in essa le altre specie di causalità. Conchiusione ultime è che nessuno dei filosofi precedenti vide chiaro nel concetto della causalità; e tuttavia, pur attraverso le deficienze e i barlumi, tutti mirarono a esso e nessuno accennò ad altre specie di cause da quelle poste. Si che si può dire che il concetto posto della causalità, nella sua distinzione e precisa formulazione, risulta storicamente confermato. Su la data probabile (') della composizione di questo libro, v. nota al cap. 9, $ 2; e per il suo rapporto al lib. XIII, dove è ripetuta quasi letteralmente la parte riguardante la Poco dopo la morte di Platone, secondo lo Jaeger (Arist., p. 178), a poco distante dalla composizione del dialogo regi priogoqplas, nel quale erano tre parti: una storica, una contenente già la critica delle idee, una terza teologica, corrispondenti al contenuto dei libri I e XII della Metafisica. I primi due capitoli, invece, di questo libro riproducono un motivo del giovanile Protreptico. La critica delle idee in questo libro forse presuppone anche il magl l8e6v (v. nota a 9, 2). critica delle idee, v. nota, ivi, al cap. 4, $ 4. Anche l’aggiunta del $ 11 a questo capitolo del lib. XIII prova che quella parte fu trasportata dal lib. I nel XIII, e non viceversa, come pensa il Christ (v. nota al testo greco, nella sua edizione, in fine al cap. 7). Più difficile da risolvere è la questione per il cap. 10: v. nota, ivi, al $ 1. L’ipotesi dello Jaeger è ravvalorata dal fatto che la fine di questo capitolo distingue due ordini di aporie: le prime, intorno allo stesso argomento del lib. I, debbono spianare la via alle seconde, e queste ultime sembrano dover essere quelle del lib. III. Sì che parrebbe che la clausola finale del cap. 10 stesse più a posto alla fine del cap. 7. È vero che il Ross obietta potersi riferire anche le prime aporie al lib. III, adducendo le parole iniziali del $ 3° del III. 1; ma, da un lato, resterebbero indeterminati «i problemi ulteriori , a cui A. accenna; dall’altro, par poco verosimile che un libro così rieco e ben ordinato, come questo I, dovesse conchiudersi con l’attuale cap. 10. Ma c’è un’ipotesi ulteriore dello Jaeger: che, trasportata la critica delle idee al lib. XIII, A. stesso pensasse più tardi di far terminare il lib. I col cap. 7. Togliendo, infatti, la clausola finale ($ 8), si avrebbe un risultato della trattazione che par definitivo ($ 7: questo potrebbe esser stato aggiunto dopo, proprio a questo scopo). Qui sorge una questione che involge quella dell’origine storica e dell’ordinamento delle parti di tutto il libro. I lavori dello Jaeger, a mio avviso, mettono fuori discussione un punto di capitale importanza: che la Metatisica non segue il piano di svolgimento di un’opera propriamente detta: essa non è un «libro , come siam soliti d'intendere, ma una « serie di libri, o di parti, delle quali ognuna ha originariamente una sua propria significazione. Certo, non è una serie « episodica : c’è un ordine generale tra le varie parti, anzi un nesso interiore che fa della Metafisica un’opera organica. Ma quest’organismo risulta dal movimento complessivo del pensiero, indipendentemente dall'ordine che vi hanno le varie parti, e quest'ordine, in quanto mira a un disegno o piano costitutivo dell’opera intera, è dubbio che si possa attribuire (come pur lo Jaeger sostiene, non ostante la sua tesi accennata) ad A. stesso. Prendiamo questo libro I: ci sarebbe di questo la prima redazione, ch’ è l’attuale con l’esclusione dell’ultimo capitolo; una seconda redazione, rielaborando il cap. 7 come dianzi s’è detto, avrebbe mirato a unire il lib. I al III; in una terza redazione A. avrebbe pensato di far terminare il libro al cap. 7. Ora, a me pare che la prima ipotesi abbia molta probabilità, minore la seconda, presso che nessuna la terza. Perchè sopprimere tutto il cap. 8 e la parte del 9 non compresa nel XIII? E, soprattutto, perchè guastare un libro che, integrando l’esposizione storica con la parte polemica, si presenta di così unitaria fattura come poche altre parti della Metafisica? E con la terza redazione non si sarebbe perduto il vantaggio della seconda ? Quanto a questa seconda, poi, non va trascurato che, in ogni modo, il nesso tra il libro I e il III resta più esterno che interno: non si può dire che questo rappresenti uno sviluppo di quello stesso, o, insomma, che l’uno presupponga l’altro necessariamente. Lasciando, dunque, in disparte le questioni d’incerta soluzione, possiamo tener fermo questo: che il libro I raccoglie un corso a sè (A6yoc, péd0osoc) di lezioni (conversazioni e discussioni), tenuto da A. intorno al concetto della causalità nella formulazione già data in precedenti scritti di Fisica (cfr. 3, 6), allo scopo di dimostrare ch’essa va concepita secondo la quadruplice distinzione immanente a quel concetto, di cui il valore è insieme ontologico e gnoseologico (epistemologico). Quest’immanenza, che tuttavia non accenna ancora a risolvere le distinzioni in un principio unitario, è ciò che dà il tono più aristotelico alla trattazione: chè la distinzione, per sè, delle quattro specie di causa egli la derivava dalla scuola di Platone. : 3. Lo sviluppo del pensiero nel libro II è il seguente. Il capitolo primo pone il concetto della filosofia come scienza della verità, ed illustra poi la definizione a parte subiecti e a parte obiecti. La difficoltà di vedere con chiarezza la verità dipende dalla debolezza del nostro occhio mentale: di qui }a necessità di esercitare ed educare la nostra facoltà intellettiva. A questo può giovare molto il contributo de’ pensieri altrui intorno alle verità. (In questo modo, vien disperso il germe di misticismo, o di scetticismo, e di aguosticismo, ch’era nel pensiero precedente: la difficoltà non è insuperabile, come, invece, è quella dei pipistrelli di fissare la luce del giorno). . La verità, oggettivamente, è l'essere stesso delle cose. Per cui l'essere ch'è più essere, è anche il più vero: è causa prima dell’essere e della verità di tutto il resto. Tale è l’essere eterno, e i suoi principii Son principii di tutto. Dopo ciò, si attenderebbe di passare alla ricerca dei principii dell'essere eterno, di ciò che non appartiene al mondo corruttibile. Invece, il pensiero si abbassa nel capitolo secondo al mon do del divenire in generale per affermare la necessità di porre un principio, ansi dei principii o cause prime del suo essere e del nostro conoscerlo. Non ostante la oscurità e incertezza di singoli punti, la tesi svolta in questo secondo capitolo, dell'’impossibilità di un processo all’ infinito, risulta abbastanza chiara. Ci ha de essere, anzitutto, un punto di partenza e un punto di arrivo: un processo chiuso, in somma, da entrambi i lati. Chi pone, infatti, una questione di causa-effetto, comincia di necessità de un punto, de un fatto, ch'è il primo, poniamo l'attuale, dal quale procederà, rimontando indietro, alle cause che l'hanno prodotto. Se, poi, vien concesso un punto di partenza, l'acqua o l'aria, ad es., per spiegar l'origine causale delle cose, ci vorrà necessariamente un punto d’arrivo: bisognerà pur arrivare al mondo attuale delle cose. L'oggetto (il mondo, la cosa, la realtà attuale) è, così, determinato ne' suoi limiti estremi. Qui, allora, si pone un problema più interno a esso: il concetto del suo divenire in quanto processo immanente. A. presenta il suo concetto del divenire come svolgimento graduale, irriversibile. E passa, quindi, alla considerazione della necessità di un principio finale e di un principio formale. (La dimostrazione precedente dava rilievo specialmente alle causa materiale e a quella efficiente, in riguardo alle quali si esercita in primo luogo l’aporia del processo all'infinito). In fine: son queste tutte le possibili specie di cause? Le domanda in A. suona così: possono esser infinite le specie di causalità? Egli non affronta veramente il problema, e si limita a constatare che, se fossero infinite, noi non arriveremmo mai a conoscer veramente una cose. Il concetto di tempo, qui introdotto, non aveva che vedere. Se mei, un altro: che le molte cause debbeno formare una causalità totale, affinchè possiamo affermere di conoscere una cosa. L'ultimo capitolo comprove l'indole proemiale del libro. In esso si chiarisce il metodo di trattazione ed esposizione proprio delle scienze in riguardo al modo di pensare comune, e la differenza tra il procedere matematico e quello delle scienze fisiche. Di quello filosofico non X1V MBTAFISICA si parla. Ma, mentre nel cap. 1 la metafisica par aver in comune con la fisica lo studio della realtà delle cose, qui il suo oggetto (e però anche il suo metodo) par più vicino a quello della matematica. Per l’autenticità, v. nota al libro: ne sarebbe redattore Pasicle, di Rodi; per la sua tardiva inserzione in questo punto, v. nota a IlI. 1, 3. Ma anche il tono generale è ancora quello del libro precedente: cfr. il cap. 1 col 2 del], e la susseguente trattazione della causalità in entrambi. La sconnessione tra il cap. 1 e il 2 (cfr. nota a 2, 1) si può spiegare con l'interruzione degli appunti presi da Pasicle. 4. La serie di questioni, di cui risulta composto il libro III, comunque si vogliano dividere e numerare, ha un ordine interno di pensiero, e comprende veramente i problemi capitali della metafisica aristotelica ? Poichè la filosofia è la scienza delle cause prime, è giusto cominciare dall’aporia prima: se, infatti, le cause son di più specie, l’esistenza di quella scienza par compromessa. Quando A. avrà definito come oggetto della metafisica l’essere in quanto essere (IV. 1 e VI. 1), serà chiaro che quelle cause debbono esser studiate da essa in quanto causelità dell'essere stesso. Questo concetto porta a una superiorità della metafisic a su le altre scienze: a una scienza dei principii di tutte le scienze. Questi son di tre specie: principii logici, o assiomi; il genere delle sostanze o cose prese in considerazione; e le proprietà, accidenti o attributi che vengon dimostrati di esse. Bisognerà che la metafisica sia scienza di questi principii. Di qui le aporie 2-4, nelle quali A. tace: a) che c’è un altro tipo di scienza oltre quello apodittico; è) che dei principii logici, o assiomi, la metafisica deve considerare il principio primo, quello ch’ è il fondamento degli altri di ciascuna scienza; c) che la sostanza studiata dalla metafisica è, diciam così, l'a priori o trascendentale delle sostanze particolari, sì che una scienza di essa non è, per questo, una scienza (unica) delle sostanze (tutte); d) e che gli accidenti, di cui tratta la metafisica, son quelli soltanto che appertengono al concetto dell'essere in quanto tale. Il predetto modo di considerare la scienza e i suoi principii riceve in concreto il suo significato, per A., dall'opposizione in cui si pone al concetto platonico del sapere. Per Platone e per i Platonici la scienza non è della realtà sensibile, ma delle sdee e degli intermedi: essi, staccando l’oggetto del sapere dal sapere stesso, lo ipostatizzano e moltiplicano in entità ideali o matematiche. Non vedono che la realtà studiata dalle scienze è la stessa, la realtà naturale: solo che è con NOTA INTRODUTTIVA xv siderata da punti di vista diversi. Soltanto su la base di questa diversità di punti di vista è lecito porre una diversità anche dei loro oggetti: dell'oggetto della fisica da quello della matematica, e di quello proprio della metafisica. La forma aporematica in questa questione (ò3) è più tenue: prevale l'opinione contraria all’esistenza delle idee e degl’intermedi. Ma è pur vero che l'oggetto della scienza fisica solo in generale si può dire ch'è la medesima realtà naturale: in concreto ci sono tante scienze quanti sono i generi di essa. Sì che, pare, i suoi principii (che la metafisica deve studiare) debbono essere questi generi resli, non quelli dell'essere nella generalità del concetto. La tesi vien ribadita nella questione 6a con la considerazione delle superiorità del principio definitorio su quello meramente materiale delle cose. Ma il vero sviluppo della tesi è nelle questioni che seguono. In primo luogo, nélla 7a: se si prendono come principii i generi, come determinarne il numero? Si ricorrerà all'’Uno e all'Essere come principio di tutti? Ma l'Uno e l'Essere non son genere, e per la loro indeterminatezza non possono in concreto spiegarne nessuno. Senza dire che entro l’imbito dello sviluppo di ciascun genere, questo genere stesso si moltiplica indefinitamente passando attraverso le sue varie specie, sì che, da una parte, non si tratta, in realtà, di un genere unico nel senso dell'identità, anzi di molti generi; dall'altra, esso non esiste fuori delle specie in cui si realizza: sì che principii, se mai, sono le specie o concetti specifici piuttosto che quelli generici, Qui sorge, allora, une difficoltà: noi, anche ponendo come principii le specie, riconosciamo che i principii son tali in quanto universali. Ln specie, anche quella più vicina alla concretezza dell'individuo, è pur sempre un'universelità. Questo pensiero, mentre chiude la questione 7* con un’argomentazione in favore dei generi che hanno un’universalità maggiore delle specie, apre la via alla questione 8*. La quale ha una parte poco o nulla aporematica: quella in cui A. si pone lui stesso il problema d'intendere come un principio possa essere universale, e tuttavia non esistere fuori dell'individuo. Egli lo risolve facendo della specie la forma che si realizza nell’individuo, nel sinolo, e tuttavia non si esaurisce nella particolarità di questo. Ma c'è una parte, anche, veramente aporematice: la forma in niun caso è separata? (Dio è separato). E anche dove non è separata (nella natura), ma immanente agl'individui, diremo ch'essa è unica (identica) in tutti, o differente in ognuno? Nè l'una nè l’altra affermazione è sostenibile: nel primo caso si ha una identità materiale, numerica, una sostanza uguale in tutti gl'individui, che sarebbero, così, tutti, una cosa sola; nel secondo, la differenze sarebbero tante de sopprimere ogni realtà, unità e identità, della specie entro la quale soltanto, poi, si realizzano quelle differenze. La questione ®, infatti, fa vedere che nè il primo punto di vista, XVI METAFISICA nè il secondo, sono soddisfacenti. A. qui tace la sua soluzione: dell’unità che si realizza attraverso le differenze, onde il punto di vista ch'egli chiama numerico non è guardato fuori di quello specifico, e viceversa. .+ Questa soluzione, sottintesa, presenta, tuttavia, una difficoltà al pensiero di A.:il concetto di svolgimento, in cui l'identità si concilia con le differenze, vale, propriamente, per il mondo della generazionecorruzione. Come estenderlo al mondo di ciò ch'è eternamente lo stesso? La soluzione di questa difficoltà (questione 10*) parrebbe data nel pensiero aristotelico dalla considerazione della realtà naturale nel complesso del sistema, dove i cieli rappresentano anch'essi un grado di svolgimento in perfezione. Ma, qui, allora, torna più incalzante la questione (11°) già accennata a proposito dei generi: se, cioè, considerando la realtà nella sua totalità, e non nelle divisioni in cui si offre dei generi diversi, si debba dire che essa è quell’Essere e Uno che Parmenide, Pitagorici e Platonici, per diverse vie, ponevano come principio primo e assoluto. Il pensiero prevalente in questa aporia è che porre l’Essere e Uno come reale porta necessariamente a negare il molteplice e il numero. A questo punto s'insinuerebbe una difficoltà, quale un oppositore potrebbe addurre: se non è reale l'Essere-uno, come è reale il molteplice-numero? Come, senza quello, spiegar questo? A., che alla difficoltà ha tacitamente risposto dianzi per quanto riguarda la realtà della forma e della natura nel loro svolgimento, attenua la questione riducendola alla parte riguardante l'uno-molteplice matematico, cioè alla realtà del numero e degli enti matematici in generale. E passa, così, ‘alla questione 12*. Spezza una lancia in loro favore, me per dovere dialettico più che per convinzione: questa si vede bene nella parte opposta, la quale conferma definitivamente l’astrattezza del punto di vista matematico, impotente a spiegare la realtà sostanziale e il processo di generazione delle cose. ° Quella realtà sostanziale i numeri, mera determinazione quantitativa, non possono darla. Ci vuole una determinazione qualitativa, un'unità formale, non materiale. A questo, infine, mirò Platone quando, prima di complicare la sua dottrina con quella pitagorica, pose per, principio l’Idea. Nella questione 13*, infatti, A. par così pensare. Il passaggio alla 14° questione è oscuro: l'occasione può esser offerta del pensiero che l'Idea platonica, pur in certo modo lodata dianzi, é mera possibilità, non attività. Le questione 15* non sembra introdurre un problema nuovo ed è, come la precedente, appena accennata. ‘Integrando, dunque, il pensiero espresso con quello sottinteso, si vede svolgersi, attraverso l’apparente molteplicità, una questione unica: qual"è la natura del principio o dei principii, di cui la metafisica è scienza. Le prime quattro questioni sono introduttive, e son quelle che hanno una più immediata soluzione nei primi tre capitoli del libro IV e nel 1 del VI. Questi tre libri (ITI, IV, VI) vengono perciò considerati come formanti un gruppo idealmente e storicamente Compatto, e la prova maggiore di ciò è attinta dal fatto che il loro contenuto si presenta unito anche nell’abbozzo del lib. XI. 1-3. Ma la forma in cui queste prime quattro questioni vengon riprese, discusse e risolte, mostra, con la diversità d’impostazione nel IV e nel VI, con gli sviluppi ed i pensieri ivi aggiunti, che il III ha, anche, una propria autonomia. Tanto più questo diventa evidente per il resto della trattazione: le undici questioni, che vengon dopo quelle, trovano una risposta nei libri VII, IX, X, XII-XIV, ma in forma generalmente indipendente da quella che hanno nel lib. III ('). Sì che soltanto approssimativamente, e badando più ai germi speculativi racchiusi in esso che alla loro posteriore trasformazione, si può riguardare questo libro come un programma svolto nei libri seguenti. Per se stesso, esso è una ripresa del motivo dominante già nel I: i principii del reale non si possono più concepire platonicamente, come idee e intermedi, e tuttavia essi debbono, come Platone pur vide, trascendere la realtà considerata al modo dei Presoeratici. Per questo rispetto la questione 13° è da considerare come conchiusiva (*). Il « noi , ch’è in principio (6, 1: cfr. anche 2, 17), mostra che A. si considera ancora dell’Accademia come nel lib. I. : 5. Anche il lib. IV ha un’unità di pensiero, che ne fa una trattazione indipendente, non ostante la connessione col III. Vegga, chi desidera, i raffronti fatti dal Ross, nell’Introduzione (vol. I della sua ediz. della Met. con comm.: Oxford, 1934), pp. XxIM-xxIv, © pp. 298-233; e i richiami da noi posti nelle note al libro, (9) Lo Jaeger (Arist., p. 322) ha avanzata l’ipotesi, abbastanza persuasiva, che la questione 14° sia stata aggiunta più tardi, dopo l’inserzione dei libri VII-IX: e888 MANCA, infatti, nei capitoli corrispondenti dell'XI. Si può pensare che anche la questione 16 sia stata rielaborata e posta in fine a questo scopo. La Parte prima espone concetti generali su l’oggetto della filosofia e sul suo rapporto alle altre scienze; e, propriamente, nel cap. 1 si accenna all’universalità e necessità dell'oggetto della metafisica in opposizione alla particolarità e contingenza di quello delle altre scienze in generale; nel 2, la metafisica (non ostante alcune riprese dell'argomento del cap. prec.) si presenta piuttosto come «filosofia nel senso platonico più generale, e la questione del rapporto non è più ‘alle scienze, ma alla dialettica. Meglio: alle specificazioni o applicazioni della dialettica, nella Sofistica (eristica), nella Dialettica propriamente detta-(esercitazione logica), nell’Apodittica. Questa tripartizione corrisponde a quella da noi notata (a 2, 1) dei tre aspetti del pensiero per A.: soggettivo-verbalistico, logico-discorsivo, logico-oggettivo: tre aspetti che abbiamo trovato espressi anche nella formulazione del principio di non-contraddizione, e nella conseguente difesa che ne fa A. nella Parte seconda. In conchiusione, quanta è la distanza tra la Sofistica e la Dialettica, tanta e più è tra la Dialettica e l'Apodittica: la distanza, qui, è misurata dall'amore della verità, e qui la Filosofia sta vicino all’Apodittica. Se ne allontana, invece, per l'oggetto e per il metodo: l’oggetto dell'Apodittica è quello della scienza propriamente detta, sempre empirica in fine; mentre la filosofia studia la realtà in sé e per sè, nel suo significato e valore assoluto. Il metodo scientifico è, perciò, dogmatico, quello della filosofia critico: essa soltanto esamina e discute i principii primi nel senso dei fondamenti stessi di ogni conoscere e sapere. E si rifà, quindi, al principio primo di quei principii, che è il pensiero in sè e per sè. È da notare, tuttavia, che A. mantiene questo concetto dentro l'ambito della dialettice platonica, per cui i principii dell’apodittica vengon limitati a certe verità logiche o nozioni comuni del pensiero discorsivo, chiamate assiomi, e conseguentemente anche il principio primo resta limitato nell’ambito di essi, come un assioma, per quanto supremo e più saldo. La difesa di questo principio logico si svolge in tre parti: la prime (cap. 4) mire prevalentemente all'eristica; la seconda (capp. 6-6), ai dialettici seguaci di Protagora; la terza (capp. 7-8), a confermare, contro i precedenti avversari, il principio di non-contraddizione mediante l’altro, implicito in esso, del terzo o mezzo escluso. A quali avversari A. abbia l'occhio, nella loro precisa determinazione storica, non è sempre facile stabilire. Oltre gli Eraclitei e i Protagorei, è molto probabile ch'egli abbia in viste i Megarici ei seguaci di Antistene (v. lib. V. 29, 2): è il gruppo stesso contro il quale è diretto il Teeteto di Platone, ma allargato e fatto più petulante per pretese di ragioni logiche. La prima parte della difese ha carattere negativo (la seconda, carattere positivo), e, trattando con gente che fa questione meramente discorsiva, non rifugge dall'uso del metodo sofistico (così come negli Elenchi Sofistici). Quel che più importa è di costringere l'avversario & der un significato preciso alle parole ch'egli adopera (cfr. Sommario, a). L'essere e il non-essere (0, uomo e non-uomo) sono presi come casi estremi: se non si riesce a fargli distinguere questi, non c'è da sperar più nulla. Un secondo ordine di considerazioni riguarda le conseguenze in rispetto al reale (chè, in fine, non si vuol far questione di parole, dice A., ma di fatto): non c'è più modo di distinguere la sostanza dall’accidente, un accidente de un altro, una cosa da un'altra cosa (è, c). Vien fuori il caos! (A., con la maggiore serietà, dà all’avversario un fondamento scientifico e avvicina questo caos alla dottrina anassagorea, o alla propria della potenza indeterminata). Un terzo ordine di considerazioni riguarda le conseguenze in rispetto al giudizio (d, e): non c’è più opposizione tra l'affermare e il negare, e costoro o non dicon nulla o contraddicono se stessi. Ma, poichè neanche questa considerazione può spaventer l'avversario, che fe proprio di questa contraddizione il suo principio inespugnabile, A., stanco dell'assedio ($ 32), invoca contro di Jui il buon senso e la testimonianza del giudizio pratico, onde nella vita nessuno è scettico, perchè della verità noi abbiamo bisogno per inoppugnabile necessità. La difesa è ripresa da ccapo determinatamente ai Protagorei (distinti in seri e non seri, ma questi sono ancora quelli della parte precedente, e non si aggiunge per essi nulla di nuovo). Anche questa è divisa in tre ordini di considerazioni, le quali, per maggiore chiarezza, chiameremo oggettive, soggettive, oggettivo-soggettive. Quelle oggettive si rifanno alla dottrina eraclitea e le sostituiscono le concezione che A. he del rapporto dei contrari nel divenire reale (a). In conchiusione, il divenire presuppone l'essere: l'essere del sostrato e delle sue forme (non solo intelligibili, me anche sensibili!); e oltre quest'essere che passa da una forma all'altra, c'è l'essere che non passa, ma è eternamente lo stesso. Le considerazioni soggettive prendono in esame il criterio della verità posto da Protagora nella sensazione (d, c). L'errore dei Protagorei è di ridurre l'intelligenza alle sensazione, questa o all'immaginazione o all'impressione corporea (si scopre la tendenza materialistica, l'affinità alla dottrina democritea, di questa dottrina). Con felice ardire A. prende l’avversario nel suo stesso principio: l’atto del sentire è vero, di una verità non contradittoria, se guardato nella sua piena attualità. Le differenze di quell'atto si spiegeno dal di dentro di esso stesso, come capacità dell'anima di sentire l'un contrario e l'altro. Ma A. non ve più in là di quanto gli basta contro i suoi avversari: quest'atto si determina nell’attualità come la potenza dei contrari nelle cose, e il suo determinarsi in un modo o nel modo opposto dipende da circostanze esteriori. Per questo, il pensiero arietotelico trova aperta lo via a ripassare dalla legge di noncontraddizione a quelle dei contrari (6, 12), come s'è notato a suo luogo (nota alla fine del. cap. 3). Il terzo ordine di considerazioni riguerda, più propriamente, il concetto protagoreo della correlatività, dell’esistenza del soggetto e dell'oggetto nell'atto o incontro istantaneo che produce il conoscere. In quell’atto soltanto esiste per Protagora il soggetto e l'oggetto, almeno per noi. Ad A. sembra che questo sia un vanificare la realtà (5, 26-28; 6, 8-10), la realtà dell'oggetto e quella del soggetto, le quali esistono come potenze per se stesse, e sono il sostrato nelle cose e l’anima in noi. Egli ha, bene, il suo principio dell’atto, ma questo, a differenza di quello protagoreo, è realtà ch'è insieme esistenza e verità positiva dell'oggetto e del soggetto, perchè ripete il suo principio primo da quell’atto puro ch'è la ragion prima di tutto il reale. La parte terza illustra il principio del terzo escluso mostrando come la negazione di esso porta alle conseguenze esaminate precedentemente: si confonde tutto, e non si dà più un significato alle parole; si sopprime il giudizio, il quale non può non essere o affermativo o negativo; non s'intende più la realtà nel suo divenire determinato dalla legge (aristotelica)dei contrari. Sono ancora i tre aspetti della questione, come noi l'abbiamo distinta. E questi si avvicendano paragrafo per paragrafo nel cap. 7. La dottrina eraclitea sembra favorire il mezzo nel senso positivo (e-e), e negare più immediatamente il giudizio nella sua disgiuntività e la stericità del negativo nel divenire reale; la dottrina anassagorea sembra favorire il terzo nel senso negativo (né-nè), e l’eristica. Ma poichè la forma positiva e la negativa si equivalgono in fine, le due dottrine vengon ridotte l’une all'altra (7, 10; 8, 2). L'ultimo capitolo ha carattere conchiusivo: il principio di non-contraddizione esige per ogni giudizio l'affermazione del vero come opposto al falso, sì che l’uno non s'intenda senza l’altro: nasce nell'opposizione all’altro. Posti uno fuori dell’altro (come due che si contraddicono), il vero si converte in falso, il falso in vero, immediatamente, Il giudizio presuppone questa disgiuntività, ch'è opposizione assoluta del vero al falso, e mediazione dell'uno per mezzo dell'altro. Ma, come per l'atto del sentire, così qui per quello del pensare logico A. non dialettizza, poi, in sè l’atto del giudizio ne’ suoi momenti delle negazione e dell’affermazione: queste, così come il vero e il falso, pur opposti e uniti nella sintesi che li media, gli divengono due giudizi corrispondenti a quelli che nella realtà delle cose sono i contrari. Il capitolo, infatti, termina passando bruscamente ell’esempio di coloro che o affermano esistere soltanto il movimento (eraclitismo), o soltanto la quiete (eleatismo): i quali sono due stati contrari, ognuno in fine esistente positivamente in atto senza l’altro, anche se idealmente l'uno nasca dall’opposizione all’altro: onde sono insieme in potenza. Anche realmente, in quafito si guardi ell’essere nella sua universalità: nell'universo, infatti, il movimento, ch'è anche cangiamento, digrada sempre più verso la quiete e l'’immutabilità assoluta. L’e-e di Eraclito, così come il nè-nè anassegoreo risorge, ma in altro senso, dentro la dottrine aristotelica dei contrari, come un divenire ch'è intermedio tra i due stati opposti dell'essere, attraverso i quali passa l’essere svolgendosi nella fenomenia della natura: quell’essere che, in quanto è, spiega il divenire (Eraclito), mea è anche al di là del divenire (Parmenide). E come l'essere, così il pensiero nello svolgimento umano dall’errore alla verità, de una verità a una verità superiore. La scienza di questo essere ch'è pensiero, perchè il pensiero è l'essere stesso delle cose, è la filosofia, nel senso ancora della dialettica platonica, diversa dalla Sofistica per l’amore della verità, dalla dialettica delle opinioni per la verità, dall’apodittica per la consapevolezza della verità che possiede e cerca (i). 6. Il lib. V, citato più volte nella Metafisica e altrove con la frase tà megi toù smocayic, o altra simile, e ricordato con proprio titolo nel catalogo di Diogene Laerzio, è sembrato a molti una mescolanza di pensieri troppo disordinati e di vario genere per poterne ricavare, come pure altri tentarono, un disegno o una qualsiasi linea di trattazione. Qualcuno lo riguarda quasi un piccolo dizionario dei termini più usati in filosotla; ma questa non può esser stata, di Sicuro, l'intenzione dell’autore: chè troppi sono i termini mancanti, e de’ più importanti; nè l'indole della trattazione è quella di un’esposizione in tal senso. Pare piuttosto che si tratti di un primo tentativo (questo libro è probabile che sia stato composto prima degli altri della Metafisica) di chiarimento di alcuni concetti, dai quali moverà la riflessione aristotelica per l'ulteriore elaborazione. Gran parte di essi, infatti, vengon ripresi, chiariti e sistemati in altri libri e scritti. Guardando bene, si scorge facilmente che un ordine, o meglio una serie di problemi organizzati intorno a, un nucleo di carattere strettamente conforme al resto della Metafisica, c'è; ma è un ordine piuttosto interiore che esterno, Un’esposizione di questo libro sì trova nel volume di Guino CaLoczro, I fondamenti della logica aristotelica (Firenze, Le Monnier, 1927), di cui un saggio fu citato in nota al 8 20 del cap. 4. La tesi del C. è che la logica dianoetica di A., che concepiace l'attività del pensiero come sdoppiamento predicativo (e quindi come giudizio, sillogismo ed apodissi) sl riduce interamente alla posizione noetica, laquale fonda ogni determinazione del contenuto logico su l'atto unitarlo dell’appercezione intellettuale (noetico). La dimostrazione è condotta con vigore e penetrazione. La mia esposizione, qui come altrove, vuol essere più aderente ai termini in cui si presentava ad A. storicamente il problema. risultante piuttosto dal complesso che dalle parti così come son disposte in questo libro. I primi capitoli su principio, causa ed elemento mostrano subito l’interesse predominante per l'oggetto della scienza prima, e preludiano alla ricerca propria del lib. I; il cap. su la natura è strettamente legato allo stesso argomento: la distinzione di materia e forma, e i principii aristotelici intorno al divenire naturale ci sono già tutti chiaramente. Aggiungerei a questi, come complementari, i capitoli su ctò per cui e per se stesso, da qualcosa, genere, perfetto e limite o termine. Un altro gruppo ben definito di pensieri è intorno.alla sostanza e alle sue determinazioni: quantità, qualità, disposizione, abito, affezione, privazione, avere, e intorno al relativo. L'essere già si pone nelle distinzioni dell’accidentale e dell’essenziale, del vero e del falso, e (per il processo reale) della potenza e dell’atto. Le indagini su la potenza, sul necessario e su l’accîdente, sul falso, approfondiscono l’uno o l’altro aspetto di quelle distinzioni. Meglio ancora si profilano le distinzioni dialettiche dell'unità, dell’identico, dell’opposto, che verranno elaborate nel lib. X. Con il concetto di unità stanno quelli di parte, intero e tutto, e anche il capitolo su mutilato ha relazione con questi; mentre il capitolo su anteriore e posteriore si lega variamente alle riflessioni su la natura in sè o in rapporto alla nostra conoscenza. Sono, come si vede, i problemi dei primi libri della Metafisica, sebbene non ancora distinti e ordinati come, poniamo, nel lib. III. Onde il raggruppamento da noi fatto non è rigoroso: nel capitolo, ad es., su ciò per cui e per se stesso ci sono considerazioni che toccano di più la questione della sostanza e dell'essenza; e il capitolo su relativo ha pensieri che stanno bene con quelli delle distinzioni dialettiche. Si può notare, inoltre, in questo libro, una più rilevante mescolanza del punto di vista naturale e oggettivo con quello umano e soggettivo: già nel cap. 1 si vedono, per es., al paragrafo conchiusivo, messi insieme la natura e gli elementi col pensiero e la deliberazione; così nel cap. 5 per il necessario, nel 28 per i) genere, e nel capitolo seguente per il falso ($ 3: un «uomo falso ). E spesso anche altrove. La mescolanza su detta deriva in parte dell'altra, molto lamentata dai commentatori, del modo comune di parlare messo insieme con quello filosofico, e, in generale, dal minor rigore (ch’ è spesso anche minore chiarezza), o nel pensiero o nell'esposizione, predominante in questo libro in confronto con gli altri della Metafisica. Niun dubbio che questo libro è stato aggiunto in epoca posteriore: messo qui forse perchè citato in VI. 2, 1 e in VII. 1, 1. Ma, evidentemente, esso interrompe la continuità del gruppo che dopo il IV vuole il VI. Il lib. VI è breve, quasi quanto il II, ma supera questo di assai per importanza, in sè e in rapporto agli altri libri. Anch'esso si compone di tre parti, tra le quali non è visibile immediatamente il legame, se si bada, non al-risultato comune dichiarato, ma alla sostanza di ognuna di esse. Il risultato comune è che l’oggetto della metafisica è l'essere in quanto essere, non l’accidentale, o ciò che ha una realtà soltanto soggettiva: è il vero essere, di cui la realtà è eternamente, universalmente e necessariamente, tale. Ma, poi, la prima parte svolge, con punti di mirabile chiarezza, il rapporto tra la metafisica e le altre scienze, come un problema a s'; la seconda tratta la questione dell’accidente senza coordinarla a quanto precede o segue; e così la terza, per il vero e falso. Nè si può dire che A. nelle parte prima non faccia un posto conveniente anche alle altre scienze; e nella seconda oltre « ciò ch'è sempre si pone come oggetto di scienza anche «il per lo più; e nella terza è un accenno che oltre al vero nel senso soggettivo c'è pure una verità che serve di fondamento a quello, e non è perciò da relegare fuori della metafisica, insieme all’accidente e quasi al non-essere. Tuttavia, nel complesso, il movimento principale del pensiero in questo libro si può dire lineare, e in senso inverso a quello del lib. IV. Là dal concetto dell’essere in quanto essere si passa ai presupposti della pensabilità e conoscibilità del reale in generale; qui dal rapporto tra l'oggetto della « filosofia prima e quello delle altre scienze si procede eliminando ciò che non ha vera e stabile realtà; e per assicurarne questi attributi, si arriva persino a identificare il pensiero con l’accidentale. Cfr. note a IV. 1, 1 e 2, 1 su questo doppio movimento del pensiero in A. Lo Jaeger (Arist., pp. 209-212) pensa che, mentre il capitolo 1 rappresenta una ripresa del cap. 1 del IV rielaborato sin da principio nella forma attuale, come prova il corrispondente cap. 7 del lib. XI, il cap. 2 e il 4 abbiano, invece, subìto un ritocco che alterò la fisonomia generale del libro. Confrontando, infatti, i capitoli 2-4 con il corrispondente cap. 8 dell’ XI si trova che in questo mancano i $$ 2 e 3 del cap. 2, e che il contenuto del cap. 4 è ivi ridotto alla pura e semplice esclusione del pensiero soggettivo dall'essere in sè e per sè, ch’è l'oggetto della metafisica. Si può aggiungere che anche la trattazione dell’accidente nel cap. 3 mostra l’influsso di pensieri posteriori (cfr. $ 1 e le citazioni in fine della mia nota al $ 4). Secondo lo Jaeger il pensiero originario di questo libro (e del gruppo III, IV, VI, tutt’intero) era schiettamente platonico: la vera realtà è quella dell’essere divino, immoto e separato, trascendente. A questi libri, i quali, a cominciare dal I, costituiscono, con le loro ricche indagini intorno all’oggetto della metafisica, una parte di carattere essenzialmente introduttivo, doveva seguire oramai la parte costruttiva di carattere eminentemente teologico. Invece, segue il gruppo VII-IX che ha un carattere del tutto opposto! Questi libri, infatti, come ora vedremo, appartengono con ogni probabilità a un periodo posteriore dell’attività filosofica di A., e si possono considerare come espressione della piena maturità della sua riflessione critica. In essi non è quasi più nessuna traccia del precedente suo platonismo. Ora, secondo lo Jaeger, quando A. decise di introdurre questi libri nel corpus metaphysicum, rielaborò i capp. 2-4 del VI in modo che si stabilisse un passaggio dai libri introduttivi I, III, IV, VI (cap. 1) ai libri VII-IX. Al cap. 2 aggiunse i $3 2-3, affinchè, oltre i modi dell’essere come accidente e come vero, venissero anticipati quelli delle categorie e della potenzaatto (‘). Il cap. 4, poi, fu rielaborato in modo da costituire un precedente al cap. 10 del lib. IX: accanto al principio dianoetico fu accolto quello noetico (*), non senza un visi Il lib. VII, infatti, prende per punto di partenza la categoria della sostanza e in questa approfondisce l'indagine logico-ontologica sino alla fine del lib. VIII. Ed è notevole che al principio del cap. 1 (del VII) si richiama per i vari sensi dell'essere nelle categorie al megl toù a0cay®g, anzichè al 8 2 del cap. 3 del VI: non c’era, dunque, ancora in A. il proposito di unire questa trattazione a quella dei libri precedenti della Metafisica. Anche il cap, 10 del lib. IX è un'aggiunta posteriore, che mal s'intona ai capitoli precedenti del lib. IX: cfr. nota, ivi. Il principio noetico, dice lo Jaeger, ò l'ultimo avanzo della platonica intuizione delle idee (in A., le essenze semplict) rimasto nella metafisica aristotelica. L'osservazione è esatta, se s'intende quel principio nel senso del cap. 10 del IX. Ma nei libri VII-I1X c'è anche uno sforzo potente di calare quel principio dentro il pensiero dianoetico stesso e farne motivo dell’unità del molteplice nell'oggetto e nella nostra conoscenza di esso. In questo senso, esso è un principio ben lontano dall’intuizione platonica, puramente intellettuale, del trascendente. bile turbamento della chiarezza del ragionamento e della regolarità della costruzione sintattica di questa parte del capitolo (‘). Le congetture dello Jaeger sono a primo aspetto del tutto persuasive, e soltanto in un secondo tempo, scoprendosi il loro fondamento meramente ipotetico, perdono alquanto della loro persuasione. Intanto, le aggiunte o modificazioni apportate ai capitoli 2 e 4 non introducono pensieri nuovi per A.: cfr. V. 6, 9-10 e 7, 4-7 (qui l’essere nel senso delle categorie e quello nel senso della potenza-atto è parimenti unito a quello nel senso del vero-falso). Sì che aggiunte e modificazioni si potrebbero spiegare anche fuori dello scopo attribuito ad A. dallo Jaeger. Poi, quel deciso atteggiamento platonico ch’egli vede nei libri introduttivi va, a mio avviso, attenuato nel senso dato dianzi nell'esame sintetico di essi. C'è un concetto fondamentale nel IV e nel VI, e che, essendo presente già nell’ XI anteriore a questi secondo lo stesso Jaeger, si può ben sottintendere nel III e anche nel I(*): quello dell’oggetto della metafisica come l’essere in quanto essere, il quale basta a bilanciare la tendenza platonica della concezione teologizzante con una tendenza opposta, in cui vien sorpassato il criterio della distinzione della « filosofia prima dalle altre scienze su la base della diversità e dignità del genere de’ loro oggetti. Come, poi, avvenga che A. passi d’un tratto da un concetto all’altro, sebbene non inconsapevole della differenza (la quale non era per lui tanto grande da costituire, come per noi, un’irriducibile opposizione) (?), sì cercò di chiarire nella nota in fine al cap. 1 del lib. VI. In fine: che A. stesso adattasse con un mero accomodamento V. JaEGER, Fntst., pp. 29 88. L’essere in quanto essere è ancora il concetto della causalità come immanenza a uno stesso principio della quadruplice distinzione colà posta. (9) L'essera in quanto essere è l'essere che il pensiero scopre nel fondo di tutto ciò ch'esiste (nel mondo seneibile e in quello intelligibile), in quanto ragione della realtà e conoscibilità di esso: p. d. v. critico e immanentistico, dunque, che A. non poteva scambiare con quello dogmatico e trascendente dello schietto platonismo (dell’essere eterno e immobile). esteriore una sua precedente trattazione a un intendimento addirittura opposto a quello ch’essa realmente aveva, è, per lo meno, una congettura che lascia molto perplessi. 8. Il lib. VII è de’ più ampi, e prosegue nell'VIII. Il IX, invece, è una trattazione ben distinta, e tuttavia forma con i due precedenti un sol gruppo, che qui si esaminerà insieme. Nel VII specialmente, ch'è il più aspro a interpretare, le singole parti paiono talora seguirsi come serie d’in@agini che mirano, sì, a uno stesso scopo, ma per vie diverse. Il Natorp lo ha scisso in due parti, e in ciascuna ha riordinati a modo suo i capitoli del libro. Il Ross pensa che i capp. 7-9 formassero originariamente una trattazione separata. Lo Jaeger divide i libri VII-VIII in tre parti originarie, delle quali le prime due son costituite dai capp. 1-11 e 13-17 del VII, la terza dai capp. 1-5 dell’ VIII; e poichè l’11 par conchiudere la prima parte, e il 13 cominciarne un’altra, il 12 si trova isolato. L’annuncio, infatti, verso la fine dell’11 (cfr. ivi, nota al $ 11), non può riferirsi al 12 che segue subito dopo, e questo (pensa lo Jaeger) è una rielaborazione, rimasta incompiuta, del cap. 6 del lib. VIII: i due capitoli sono stati aggiunti dopo, questo come un’ulteriore illustrazione del precedente cap. 3, quello perchè c’era forse spazio disponibile nel rotolo (cfr. Entst., pp. 53 ss.). Ma a noi preme di più individuare il problema intorno al quale gira il pensiero di questi libri. L'essere in quanto essere è qui la pura essenza, il ti fiv slva: che vuol essere il principio trascendentale del x65 11° (IV) a fs (XIV) = 18 (Vv) = 4* (XV) > i4s (VI) cx (manca) (XVI) = (manca) (VII) = Questione Ga (XVII) = Questione 12% (VIII) > 7 136 (IX 6e.X)= gs Quest'ultima (13%) non è enunciata a parte nel presente capitolo, ma è pur compresa nella IV (5) e T1X-X (8). Nella (III) c'è una parte non trattata nella 8*: 86, cioè, qualora delle sostanzo siano più le scienze, queste sian tutte « filosofie . Ma essa è risolta insieme alla parte precedente nel lib. IV, capp. :-2, e nel VI, cap. 1. Anche la (VI) è ripresa in connessione con In (V) nel lib. IV, cap. 2. E Siriano, infatti, la riduce alla (V), perchè, secondo lui, le contrarietà dialetticho Appartengono agli «accidenti essenziali delle sostanze (p. 59, 17 88.) Per lu (XVI), similmente, si può diro ch'è inclusa, in certo modo, nolla 14* (fin dove la questione della potenza coincide con quella del movimento: per la differenza v. lib, IX, cap. 6). Per il rapporto tra i problemi posti in questo libro quasi come un programma da eseguire in seguito, o gli altri libri della Metafisica, v. Introduzione. Il riferimento è al lib. I, come notò già Alessandro, uon al II, che fu interpolato forse per il suo carattere proemiale. eneri, ovvero alcune si debbano chiamare filosofie, altre generi, ovVero alcune altrimenti (‘). E anche questo è necessario investigare: se soltanto le sostanze sensibili si deve concedere che esistono, ovvero, oltre esse, anche altre; e se delle sostanze c'è un genere soltanto, o più, come vogliono quei che pongono le specie Ro. intermedie tra queste e i sensibili, le entità matematiche. “Questi problemi, dunque, a nostro avviso, sono necessari a considerare. Poi, se la speculazione versi intorno alle sostanze soltanto, o anche intorno agli accidenti essenziali (*) delle sostanze. Anche, il medesimo e il diverso, il simile e il dissimile, l'identità e la contrarietà, il prima e il poi, e tutte le altre determinazioni di questa specie, in cui i dialettici si esercitano con un’indagine che non sorpassa il modo comune di vedere, di quale scienza formano tutte l’oggetto di studio? E anche le proprietà di queste stesse determinazioni. E non solo ciò che sia ciascuna di loro, ma anche se a ogni contrario si opponga un solo contrario (*). Inoltre, se principii elementari siano i generi, ovvero le 10 parti costitutive in cui ciascun essere si divide ('). Qualora 11 poi siano i generi, è a vedere quali di quelli che si predi"cano ‘degl’ individui: se i più prossimi, o i generi sommi; ‘voglio dire, se sia principio ed abbia maggiore realtà, dopo quella del singolare, uomo o essere vivente. Di somma importanza sarà la ricerca, con adeguata trattazione, se oltre la materia esiste, o no, una causa per sè; e questa, se sia separata. C) no, una di numero ‘o più. tr nni Nel lib. VI, cap. 1, si distinguono le scienze pratiche o poietiche da quelle puramente teoretiche. ‘2) Che la somma degli angoli di un triangolo sia uguale a due retti è un accidente essenziale (ovpfefaxòds xad’avté) del triangolo; che questo ala grande LI piccolo, mM un colore o di un altro, è uu_accidonte secondario, ‘ (8) Le coppie qui enunciate di contrari vengon ridotte a quella dell'uno e del molteplice nel lib. IV, a 2; è riprese in esame nel lib, X. L'uno è un punto di vista «logico, l’altro « reale; ma, poi, iu quanto _i generi sono reali, l'uno è un punto di vista, come appunto si dice, « generale . l’altro ‘semplicemente «materiale , Asi IG a E se c’è qualcosa oltre il « sinolo (‘) (dico sinolo quando la materia è in qualche modo determinata), o nulla; ovvero, Se per certe cose sì, per altre no, e quali sono esse. Di più: se i principii sono determinati di numero o di specie, sia quelli riguardanti i concetti delle cose, e sia quelli riguardanti il sostrato (”). E se delle cose corruttibili e delle incorruttibili i principii sono gli stessi o diversi; e se son tutti incorruttibili, o corruttibili quelli delle cose corruttibili. Ancora (e qui è il problema più difficile e più degli altri pieno di dubbi): se l’uno e l’ente, come i Pitagorici e Platone dicevano, non è altra cosa dalla sostanza degli enti; o se è diversa (*), e però il sostrato sia qualcosa di diverso, per es. l’amicizia , come dice Empedocle, o il fuoco, o l’acqua, o l’aria, come dicono altri. Poi, se i principii sono universali o al modo delle cose singolari; e se in potenza o in atto. E se si debbano congsiderare anche da un altro punto di vista che per rispetto al movimento. ; Tutte questioni, queste, che possono offrire grandì difficoltà. E oltre queste, se i numeri e le lunghezze e le figure e i punti sono sostanze, o no; e qualora fossero sostanze, se separate dai sensibili, o in essi esistenti. In tutti questi problemi, non soltanto è difficile procedere speditamente alla verità, ma neppure è facile discorrerne i dubbi acconciamente. «Tutto-insieme , il reale nella «totalità e unità delle sue determinazioni. Ho preferito conservare il termine molto espressivo di A. Si potrebbe, sì, tradurre «concreto , ma questo ha un significato troppo ristretto alla sua opposizione all’« astratto . (8) Principii logico-formali e principii materiali. L'enunciazione è generica. ma è ovvio che A. ha in vista, qui e altrove, le concezioni più determinate che di questi principii avevano avuto i filosofi di cui ha parlato nel lib. I. (9) Cfr. lib. I, cap. 5, 8 22. Cfr. qui 4, 93: chè, altrimenti, è un po' difficile interidere l’Amicizia empedoclea come sostrato. Cominciamo di dove si prese le mosse: se appartenga a una sola scienza, o a più, studiare tutti i generi delle cause. Ora, come mai apparterrebbe ad una sola scienza di conoscere principii che non sono contrari? E poi, tra gli enti ce ne sono molti, ai quali non tutti i principii convengono ('). Infatti, come potrebbero il principio del movimento e la natura del bene riguardare gli esseri immobili, se tutto quel che è buono per sè e per propria natura, è fine, e però causa, sì che per cagion sua le altre cose e si generano ed esistono? Il fine e lo scopo sono termine di qualche azione, c le azioni sono tutte con movimento; laonde negli esseri immobili non può darsi questo principio del movimento; nè quello di un bene per sè. Appunto per ciò nelle matematiche non si dimostra nulla mediante questa causa, nè c’è nessuna dimostrazione finchè s’adduce che così è meglio o peggio: anzi addirittura nessuno fa menzione di simili cose. Tanto che alcuni Sofisti, per es. Aristippo , le coprivano di disprezzo, perchè, dicevano, mentre nelle altre arti, anche volgari, come quella del falegname e del calzolaio, di ogni cosa si discorre in ragione del meglio o del peggio, nelle matematiche invece nessuno fa parola del bene e del male. D'altra parte, se sono parecchie le scienze delle cause e diverse quelle di principii diversi: quale di esse si dovrà (Questione 18) Ossia: a) ogni scienza è di contrari (vero-falso, bene-. male, sano-malato, ecc.); ma le quattro specie di causalità non costituiscono con-' trarietà (i contrari, propriamente, per A., son quelli che implicano un sostfato che li comprende entranbi), La materia, ad es., non è un contrario della forma (efr. XII, 10, 6). ) I generi delle cose sono, per A., diversi, e però di essi non e’ è un’unica scienza (il genere della fisica è diverso da quello della matematica). E tuttavia in tutti si può considerare, come fa la metafisica, l'essere semplicemente, in quanto essere. Questo solo è un oggetto universale assolutamente. Ma, non essendo ancora stata spiegata questa universalità, vien sottinteso un conc etto affine: che i generi di causalità studiati da quell’unica scienza dovrebbero valere per ogni essere. Aristippo seguì Protagora nella dottrina della conoscenza. Molti dei socratici minori proseguono ancora il movimento dei Sofisti. dire che è quella di cui noi andiamo in cerca? e chi, tra coloro che le posseggono, si dovrà dire che conosce meglio l'oggetto delle nostre ricerche? Poichè può ben avvenire che nella considerazione di una stessa cosa trovino luogo tutti i modi della causalità: per una casa, ad es., l’arte e l’architetto sono principio del movimento, l’utilità è lo scopo, la terra e le pietre sono la materia, la nozione è la forma ('). Ora, stando a quanto fu da noi precedentemente determinato (?) intorno a quale tra le scienze si dovesse chiamare sapienza, si avrebbe ragione di chiamar tale ciascuna di quelle (*). Infatti, in quanto è principalissima e la più alta signora delle altre scienze, le quali, quasi serve sue, non hanno diritto neppure di far obiezioni, tale è quella del fine e del bene (chè per questo si fa tutto il resto). Invece, in quanto fu stabilito che fosse la scienza delle cause prime e di ciò che è massimamente conoscibile, tale sarà quella della sostanza (*). Poichè, quando una stessa cosa è nota in molteplici modi, noi diciamo che ne sa più chi la conosce per quello che è, piuttosto che per quello che non è; e di quelli stessi che ne conoscono l’essere, diciamo che uno ne sa più di un altro, e più di tutti chi sa l’essenza, non chi ne sa la quantità o la qualità (*), o quel che naturalmente può fare o patire. E come nelle altre cose, così anche in quelle di cui c’è dimostrazione, allora noi reputiamo di sapere, quando conosciamo l’essenza. Per es.: che cosa è ridurre a quadrato? La scoperta d’una media (°). E similmente negli altri casi. Traduco elBos con « forma quando la specie è contrapposta alla materia. Nel lib. I. 2. Ciascuna di quelle scienze che riguardano una delle quattro cause. Sostanza è la categoria principale dell'essere, l'essenza concreta (non fuori della materia). Paiono, così, ricordate qui soltanto tre delle quattro specie di cause, perché la materia, osservano giustamente i commentatori, non è oggetto di conoscenza: salvo, si può aggiungere, in quanto è compresa nel concetto della sostanza. (5) A. dice qui, o spesso, «il quanto , «Il quale (nel senso del nostro pluale: «le qualità di una cosa). (6) La media proporzionale ai lati di un’altra figura. Pare che con «le cose di cui c'è dimostrazione si vogliano distinguere i due tipi di conoscenza: l’uno, immediato, l’altro mediato. Nel qual caso sarebbe meglio tradurre: « E nelle Invece, le generazioni e le azioni, ed ogni mutazione, ci pare di conoscerle quando ne sappiamo il principio del movimento. Ma questo è diverso dal fine, anzi opposto. Di maniecra che parrebbe appartenere ad una scienza diversa lo studio di ciascuna di queste cause ('). Anche per i principii delle dimostrazioni c’è da star in dubbio se appartengono a una scienza sola o a più. E chiamo principii delle dimostrazioni quelle comuni sentenze (°), da cui tutti muovono a dimostrare, per es., che ogni cosa è necessità affermarla o negarla, e che è impossibile insieme essere e non essere, e quante altre proposizioni sono simili a queste. Si chiede se la scienza di essi e quella dell'essenza è una stessa, o se son diverse; e se diverse, quale bisugna riconoscere per quella che si cerca qui. Intanto, che appartengano a una scienza soltanto, non pare ragionevole. Perchè mai sarebbe proprio, poniamo, della geometria piuttosto che di qualunque altra scienza intendersi di essi? Se, dunque, spetta del pari a ciascuna, e d'altronde a tutte quante non può spettare (*), non è più proprio della scienza che conosce le sostanze, che di qualunque altra, averne cognizione. altre cose, in quelle di cui c'è dimostrazione , c considerare, così, come cpesogetico il secondo «at della 1, 19. Ma forse la distinzione non è voluta, e il senso è che l’ossenza ci fn conoscer le cose meglio dello loro qualità accidentali, così come si vele anche nella conoscenza propriamente sclentifica di esse. Alesa. inserisce un otx innanzi a &XXmg, € il ragionamento, allora, sarebbe: «Ne si pongono scienze diverse per ognuna delle apecie di causalità, non s! saprà più qualo chiamare Rapionza; quindi di ciascuna di esso non c’è una scienza diversa . Ma non pare necessario alterare il testo: A. non pretende In questo libro a una trattazione rigorosa delle questioni, por tesi e antitesi ben definite; ma pone innanzi dubbi e pensieri discordanti. Qui,ad es., dice che se la causa efficiente e la finale sono diverse, anzi opposte (cfr. I. 3, 6), auche le scienze di esse dovrebbero esser diverse, La questione è ripresa, sebbene non in questa forma, e risolta in lib, IV. 1-2. (Quertione 2*) xotval Béear, ma «opinioni comuni ben fondate, generalmente ammesse (cfr. tò EvBofov, il probabile da cui muovo la dialettica delle opinioni). A. le chiama anche « principii comuni , « principii apodittici (&gxal Uroberntixal), «assioni comuni, o semplicemente « assiomi (&Ebpara) o «comuni (tà xotvd), « Quia sic sequeretur quod idem tractaretur in diversis scientiis, quod esset superfluum. E insieme, come s'avrà mai una scienza di essi? Quel che sia ciascuno, lo sappiamo sin d’ora: tanto è vero, che anche le scienze pratiche (') se ne servono come di principii noti. Ma se ci fosse una scienza che li dimostrasse, hisognerebbe che avesse per soggetto un qualche genere; e che di quelli alcuni fossero sue affezioni; altri, assiomi (poichè è impossibile che ci sia dimostrazione di tutto): infatti, la dimostrazione, di necessità, è da qualcosa, intorno a qualcosa, e di qualcosa (?); sì che accadrebbe che, servendosi di assiomi ogni scienza dimostrativa, tutte le cose che si d imostrano apparterrebbero a un unico genere. Dall’altra parte, se la scienza dell’essenza è diversa da quella di codesti principii, quale delle due deve precedere Il testo dico le altre arti: intendo le scienze non apodittiche, quelle che nel lib. I. 1, son considerate anche come téyvat. In ogni dimostrazione o scienza apodittica sono tre cose: seo 5 te Belxvuor sal & Seixvuor xaì E &v (Anal. Post., I. 10. 76b, 21). Ossia: l'oggetto, il genere di enti, «intorno a cui versa (per es. il numero, per l’aritmetica); l’assioma, o gli assiomi « da cui trae forza l’argomentazione (per es., che tutti i numeri derivano dall'unità; ovvero, che le unità non cambiano comunque si raggruppino;ecc.); le affezioni o proprietà « di cuì si dimostra o sì mostra che l’osgetto è investito, e qui propriamente consiste il lavoro scientifico (per es., cho ogni numero è o dispari o pari; che cambiando posto agli addendi, il totale non muta; ecc.). Per l’argomentazione complessiva, più chiaro di tutti il Ross. Se gli assiomi sono dimostrabili, di questi alcuni debbono esser provati, altri accettati come assiomi non provati (per cul la supposizione che gli assiomi siano dimostrabili, va corretta in questa: che alcuni di essi sono dimostrabili per mezzo di altri îndimostrabili). Ora, tutte le scienze dimostrative usano gli assiomi come loro premesse, e le loro conchiusioni appartengono allo stesso genore delle premesse (questo non è detto, ma evidentemente sottinteso). Quindi, se gli assiomi sono dimostrabili, tutto ciò che si può dimostrare appartiene a un unico genere, e tutte le scienze diventano un’unica scienza: ch'è per A. una reductio ad absurdum. Si noti che A. trascura qui due punti: 1. Che c'è una terza via in cui può esserci una scienza degli assiomi: quella iudicata nel lib. IV, per cui essi non vengono nè definiti nè dimostrati, ma raccomandati al senso comune col mostrare le conseguenze assurde a cui conduce la loro negazione; 2. A. qui non distingue tra i principii propri e quelli comuni: ogni scienze deve avere principii riguardanti lo stesso genere di cui trattano le sue conchiusioni, ma essa ha unche principii comuni a tutte le sclenze, (Questi stanno a quelli come l’essere in generale ai generi reali delle cose, i quali non possono esser, per A., assorbiti in quello senza disperdere la distinzione necessaria alle scienze: ne verrebbe fuori un'unica scienza, quella dell'essere nella sua indistinzione, ch'è un concutto contro il quale A. combatte ripetutamente). ed è superiore per natura? Gli assiomi, di certo, sono gli universali supremi e i principii di tutto. E se non spetta al filosofo, a chi mai altro spetterà di studiarne il vero e il falso? Poi, per le sostanze, c’è una sola scienza di tutte in generale, o più? E se non è una sola, di quale sostanza si deve stabilire che è scienza, questa nostra? Che ce ne sia una sola di tutte, non pare ragionevole, perchè, allora, ci sarebbe anche una sola scienza dimostrativa di tutti gli accidenti, una volta che ogni scienza dimostrativa, versando intorno a un sostrato, ne studia gli accidenti essenziali movendo dalle opinioni comuni. In quanto, dunque, spetta a una stessa scienza studiare gli accidenti per sè di uno stesso genere e dalle stesse opinioni, e poichè sarebbe una sola la scienza del sostrato, e una sola quella degli assiomi (siano poi la stessa o diverse), anche gli accidenti li studieranno o quelle due scienze, o una che le comprenda entrambe (‘). Ancora, lo studio verserà soltanto intorno alle sostanze, o anche intorno ai loro accidenti? Voglio dire: se il solido e le linee e le superfici sono sostanze (*), spetterà a una stessa scienza conoscere queste cose e insieme gli accidenti di ciascun genere di cui trattano le dimostrazioni matematiche, ovvero a un’altra? Se a una stessa, ci sarebbe una scienza dimostrativa anche della sostanza: ma non pare che (Questione 3*) Nella questione presente, e in quella che segue, vengon prospettnte tre ipotesi: che ci sia una scienza unica degli assiomi, una scienza unica delle sostanze, e una sclenza unica degli accidenti (i tre termini intorno al quali versa ‘ogni scienza apodittica). Viene, naturalmente, lasciato in sospeso non soltanto l’esistonza di queste tre presunte scienze, ma anche Il loro rapporto: sé sarebbero, In realtà, tre scienze distinte, due, o una soltanto. Le ultime parole, èx tovtwy pla, è dubbio come si debbano tradurre. Il Bonitz (a q. 1.) interpreta: «sive haoc sclentia suspensa nb illis eademque ab illis diversa, at una tamen est. Il Ross: «one compounded out of these . Il pensiero sottinteso è che, per tali ipotesi, tra gli accidenti non sì può far distinzione, quanto alla scienza che li deve studiare: onde si distruggerebbe, da capo, ogni criterio di distinzione delle scienze particolari. Per le questioni 3* e 42, v. lib. IV. 2 (per la 9, anche VI. 1). (Questione 4*) Quelle della matematica sono «sostanze intelligibili . Ma qui (come spesso) « sostanze vale semplicemente « esseri reali , 0 « realmente esistenti. dell'essenza ci sia dimostrazione('). Se a una scienza diversa, quale sarà quella che studia gli accidenti che riguardano la sostanza? Dar conto di ciò è ben difficile. Un’altra questione è questa: si deve dire che esistono le sole sostanze sensibili, o anche altre oltre di esse?.e di generi di sostanze ce n’è uno solo; o più, come dicono quei che pongono le specie e gl’intermedi, di cui, secondo essi, trattano le matematiche? In qual senso noi diciamo (*) che le specie sono causa e sostanze per sè, s'è discorso precedentemente, Tra le difficoltà e gl’inconvenienti molteplici, non è minore degli altri quello di affermare, da un lato, che ci sono certe nature al di là di questo mondo; e dall’altro, che esse sono le stesse delle sensibili, tranne che quelle sono eterne, e queste corruttibili. Essi dicono che esiste l’uomo in sè, il cavallo in sè, la salute in sè, sì che par non ci sia altra differenza (*). Essi fanno press’a poco come quelli che van dicendo che ci sono, sì, gli dei, ma simili agli uomini : come costoro non riescono ad altro che a far degli uomini eterni, così quelli non fanno delle specie altro che sensibili eterni. Parimenti, se alcuno oltre la specie e oltre i sensibili vorrà porre degl’intermedi, si avranno molte difficoltà. Poichè è chiaro che, come ci saranno delle linee oltre le linee in sè e le linee sensibili, così per ciascuna cosa degli altri generi: di maniera che, essendo l’astronomia una scienza pure matematica, ci sarà un cielo oltre quello sensibile, con un sole e una luna, e così di tutto il resto che al cielo ap L'essenza del triangolo non si dimostra. Si dofinisce. SI dimostra, invece, che la somma degli angoli suoi è di due retti. (Questione 5%) Noi della scuola di Platone. Cfr. lib. LT. 9, 2. Non che le Idee fossero sensibili, ma la natura loro, per quanto univerralizzata e sottratta al flusso del diveniro, era quella stessa delle cose sensibili : donde quel raddoppiamento della realtà, di cui si parlò in I. 9, 1. (In A. la forma non riproduce, immediatamento, il contenuto, ma Jo media in un processo, sì che esso diventa un momento, quello potenziale, della forma stessa). Nella seconda parte del lib. XII A. espone il suo concetto della divinità ‘come puro pensiero (Dio e le Intelligenze motrici: queste sono «sostanze non sensibili od esistenti separatamente). partiene. Eppure, come crederci? Poichè esso non si dovrebbe dire che è immobile; d’altronde, non è affatto possibile che si muova ('). Parimenti per le cose di cui. tratta l'ottica e l’armonica matematica: è impossibile che di esse ce ne siano altre oltre quelle sensibili, per gli stessi motivi. Che se gl’intermedi fossero sensibili, e di essi ci fosse sensazione, è evidente che dovrebbero esserci anche degli animali intermedi tra quelli in sè e quelli che periscono (?). Ci sarebbe anche imbarazzo a stabilire di quali enti si danno questi intermedi intorno (*) ai quali converrebbe cercare queste scienze. Poichè, se la geometria differisse dalla geodesia soltanto perchè questa è di cose sensibili e quella no, è evidente che dovrà esserci una scienza intermedia tra la medicina in sè e la medicina attuale; e come per la medicina, così per ogni altra scienza. Ma, come questo è possibile? Ci dovrebbero essere anche delle cose salubri oltre quelle sensibili e ciò che è salubre in sè. E bada che nonè neppur vero che la geodesia sia scienza di grandezze sensibili e corruttibili: chè, perendo queste, anch’essa perirebbe. Come «cielo, parimenti a quello che si vede, dovrebbe muoversi; ma, essendo matematico, dovrebbe, così come gli oggetti della geometria, esser immobile. l'Armonica come scienza di rapporti quantitativi dei suoni, non come musica, era considerata come matematica anch'essa. Ricorda le speculazioni pitagoriche, che «nei numeri vedevano le proprietà e ragioni dell'armonia e dell'ordinamento dei cieli: I. 5, 3-5. «Si (ista) sensibilia sint intermedia, sc. soni et visibilia, sequetur etiam quod sensus sunt intermedii. Et cum sensus non sint nisì in animali, sequetur quod etiam animalia sint intermedia inter species et corruptibilia, quod est omnino absurdumn : S. Tom. ($ 419). Così anche Aless, (198, -28). Leggo xegt, non ragd: v. giusta osservazione del BonuHI [Metafisica di A., l'orino, 1854}, p. 139 F. Per il senso, tieni presente che per A. anche le matematiche, come le scienze fisiche, riguardano il mondo sensibile; e la differenza è che quelle nstraggono dalla materia e dallo qualità, per considerare la sola quantità e i rapporti quantitativi delle cose; le scienze fisiche, invece, pur astraendo dalle particolarità delle cose singole, considerano la forma o le forme in quanto sono unite alla materia. I Platonici non partivano da questo doppio modo di considerare la stessa realtà, matematicamente o fisicamente; e però A. dice che, come per spiegare il carattere scientifico delle matematiche ricorrevano a questi enti intermedi tra le idee e i sensibili, così essi avrebbero dovuto, coerentemente, porre tali intermedi anche per le altre scienze. D'altra parte, l'astronomia non può essere scienza di grandezze sensibili e del cielo che si vede: poichè, nè le linee sensibili sono tali, quali dice il geometra (') (non c’è nessuna cosa sensibile retta o rotonda a quella maniera: chè, come già Protagora obiettava ai geometri, il cerchio non tocca la riga in un punto solo), nè i movimenti e le spirali sono simili a quelli del cielo, dei quali discorre l’astronomia, nè i punti hanno la stessa natura degli astri. Ci sono, infine, alcuni (?), i quali dicono che ci sono, sì, questi intermedi tra le specie e i sensibili, ma pon separati da questi, anzi ad essi immanenti. A scorrere tutte le conchiusioni assurde che vengon fuori a costoro, ci vorrebbe un lungo discorso. Contentiamoci di queste considerazioni: le cose non è ragionevole che stiano così per quegl’intermedi soltanto, ma anche le specie, evidentemente, dovrebbero esser immanenti ai sensibili: chè le stesse ragioni sono qui e là. Aggiungi che ci sarebbero in questo modo, di necessità, due solidi nello stesso luogo; e che gl’intermedi non potrebbero esser immobili, essendo dentro ai sensibili che sono in moto. E insomma, a che scopo si dovrebbero porre queste entità, quando poi si debbono porre dentro ai sensibili? Si cadrà negli stessi assurdi di cui già si discorse: ci sarà un cielo oltre al cielo, salvo che non separato, bensì nello stesso luogo: la qual cosa, se così si può dire, è ancora più impossibile. t Alessandro (200, 11): « A. disso il geometra invece dell’astronomo : intende, cioè, della geometria di cui fa uso l'astronomia. Protagora moveva, nella obiezione che segue, dalla sua dottrina sensistica. Pare ch’egli scrivesse un libro segì tov pa&nuicov (Diog. Laert., IX, 55). Platonici anch'essi: v. XIII. 1, 7 e 2, 1 ss. (MA in XIV. 3, 3-4 quest’opinione par attribuita ai Pitagorici). Cfr. Zeller, II4, 1009-4. Lo Schwegler suppone che si tratti di E1dosso, e cita il lib. I. 9, 11: ma ivi si dice che Eudosso poneva le Idee immanenti alle cose. La presente questione è discussa ampiamente nei due ultimi libri. Intorno a queste cose, dunque, ci sono molti dubbi, come dobbiamo giudicarne per cogliere la verità. Così pure intorno ai principii: dobbiamo ritenere che i principii elementari siano i generi, o piuttosto i componenti primi da cui risulta costituita ciascuna cosa? Elementi, per es., e principii della voce sembrano essere quelli da cui tutte le voci son composte per natura: non quel ch'è comune a tutte, l’esser voce. Anche delle proposizioni geometriche diciamo elementari quelle le cui dimostrazioni entrano nelle dimostrazioni o di tutte le proposizioni o della maggior parte ('). E nei corpi, tanto coloro che dicono che gli elementi di essi sono più, quanto coloro che ne pongono uno solo, chiamano principii ciò di cui essi si compongono e da cui son costituiti: Empedocle, per citarne uno, dice che il fuoco l’acqua e i loro intermedi (*) sono gli elementi da cui risultano le cose intrinsecamente, e non ne parla già come di generi degli enti. Oltre di che, se qualcuno vuole indagare la natura di una cosa qualsiasi, di un letto, per esempio, allora è pago di conoscere, quando sa di che parti consti e come composte. Per queste ragioni, dunque, non dovrebbero esser i generi i principii degli enti. Eppure, in quanto noi conosciamo ciascuna cosa per mezzo delle definizioni, e poichè principii delle definizioni sono i generi, di necessità anche dei definiti saranno principii i ge (Questione 6*) Cfr. gli Elementi di geometria di Euclide (fiorito circa 300); 6 anche prima, al tempo di A., si chiamavano così . Il termine, tuttavia, è usato da A. per « proposizioni elementari anche fuori della geometria: v. Index Arist., 702 b, 59 88. Proposizioni: &eyoGppara, prop. « figure , ma, come notano Asclepio (174, 9) e Bonitz, vale qui «proposizioni , « teoremi . tà usetatò tovtov; leggendo, invece, t. petà t.: «e seguenti, Il Ross osserva in proposito: « Empedocle non sembra aver trattato l’aria e la terra come intermedi tra il fuoco e l’acqua: anzi egli oppose il fuoco a tutti gli altri elementi (cfr. lib. I. 4, 9). Ma A., per il quale il fuoco è caldo e asciutto, l’acqua fredda e umida, può naturalmente aver trattato l’aria (calda e umida) e la terra (fredda e asciutta) come fornite di differenze intermedie (sebbene si possa dire altrettanto del fuoco e dell’acqua in rispetto all'aria e alla terra), neri. E se acquistare la scienza degli enti è acquistare quella delle specie alle quali ci riferiamo quando parliamo degli enti, i generi, di certo, sono i principii delle specie. Sembra che anche alcuni (‘') di coloro che pongono quali elementi Uno e l’Ente, o il grande e il piccolo, se ne servano come di generi. D'altronde, dire che i principii sono in entrambi i modi, non è possibile: perchè il concetto della sostanza è unico: invece, la definizione per mezzo dei generi sarebbe diversa da quella che ne dicesse gli elementi costitutivi. Inoltre, se anche spetta soprattutto ai generi di esser principii, bisogna poi ritenere per principii i generi sommi, o quelli infimi che si predicano degl’individui (*)? Anche questo è da discutere. Se, difatti, gli universali sono sempre a maggior diritto principii, è evidente che tali saranno i generi che stanno più in su: chè questi si dicono di tutti. Tanti, allora, saranno i principii degli esseri, quanti i primi generi. Vien di conseguenza che principii sostanziali sarebbero l’Ente e l’Uno, perchè essi, più che alcun altro genere, si dicono di tutti gli esseri. Invece, non è possibile che l’Uno e l’Ente siano generi degli esseri: poichè è necessario che le differenze di ciascun genere e siano e siano una ciascuna; ora non può Pitagorici e Platonici. Le questioni 6° e 72 vengon riprese vel lib. VII. 10-13, da un altro punto di vista (del rapporto concreto di materia e forma): se, cioò, gli elementi materiali entrino nella detinizione di una cosa, e se gli universali (generic! o specifici) costituiscano la sostanza. (Questione 7%)Si bndi che con tà Aropa A, designa tanto « gl'individui , le cose singolari; quanto «le specie indivisibili , le specie propr. dette, in quanto « generi prossimi all'individuo . Un terzo significato è quello puramente fisico-matematico, riguardante ad es. l'atomo propr. detto o il punto. V. Znder Arist. Prescindendo da questo terzo, puramente materiale, si potrebbe dire che il primo è piuttosto logico-reale; il secondo reale-logico: nel senso del determinarsi tlel pensiero, nel giudizio, come pensamento dell'individuo concreto, ovvero come sua universalizzazione. Per A., infatti, il processo del pensiero deve corrispondere a quello del reale. Vi corrisponde, in effetto? Si sa che A. non riesco nd assorbire interamente la materia nel processo accennato, sì ch’essa resta come un « caput mortuum , che fa ostacolo alla piena intelligibilità delle cose. Di qui la verata quasestio del « principium individuationis , e le controversie medievali su la realtà dell'universale, dei generi e delle specie. c. L}BRO TERZO 79 concedersi che delle proprie differenze si predichino o le specie ‘del genere o il genere senza le sue specie: così che, se l’Uno e l'Ente fossero generi, nessuna differenza dovrebbe essere nè ente nè una. E se d’altra parte non sono generi, non saranno neppur principii, una volta che principii sono i generi (*). Di più, anche ciò che tramezza fra i sommi e gl’infimi generi, preso insieme con le differenze, formerebbe una serie di generi, fino al punto che è possibile dividere (*): ora, per Più breve e chiara In nota del RoLFES (A.' Metaphysil, 2 ediz. 1931, presso il Meiner di Lipsia) a q. l.: « Prendinmo un esempio, Il genere nnimale sl divide in duo specie: uomo e bruto. La differenza specifica è ragionevole e irragionevole. Ora, io non posso dire: il ragionevole è uomo: perchè ragionevole ha un’'estensione maggiore di uomo. Ma neppure: il ragionevolo è animale: perchò il concetto di ragionevole non ha che vedere con quello di animale. Invece, io posso e debbo dire: Il ragionevole è ente, è uno. Quindi ente e uno non possono esser un genere, al quale ragionevole è irragionevole si riferiscano come difl'erenze specifiche . Una dimostrazione dal punto di vista logico-ustratto sl può avere dai Topic/. VI. 6. 144 a, 36-Db, 11. Ma più interessante a notare è che qui si considernuo le difforenze specifiche come forme o concetti che, mentre rendono intelligibile la realtà al pensiero, la «determinano, ingieme, come un processo di generi-specie, Sì che non questi generi-specie renli si predicano (si pensano come predicati determinanti) delle difforenze, ma queste di quelli (nel processo dol peuslero, onde la razionalità si predica dell'animale come niteriore determinazione di questo nell’uomo). Le differenze, qui, sono come i concetti puri che noi moderni distinguiamo da quelli empirici. O, meglio, come le idee platoniche, fatte tuttavia immanenti nl reale e organizzate nel suo svolgimento. S' intende, orn, che l’essere e l’unità indifferenziata, non facendo pensar nulla di determinato, non possano esser principiî, nè nol senso delle ditforenzo, nè in quello dei goneri-spocie reali. IL tuttavia, se si va cal criteria «dell’universalità, esst dovrebbero esser principi più che mai. héxet TtOv dtépov: alcuni intendono «sino nile specie ultime , altri « sino agli individui : in entrambi i casi non senza inconvenienti, perchè nel primo caso l'individuo vien escluso dal processo del reale; nel secondo, vien trattato come punto finale di una serie di generi. Meglio, in ogni modo, la prima interprotazione in questo Inogo, e però ad essa ho intonato la traduzione, nllargando un po’ il testo. Il quale, letteralmente, dice: « Inoltre nnche gl’intermedi, presi con le differenze, saranno generi sino agl'indivisibili: ora, alcuni par di sì, altri no . Cfr. la buona nota del Bonghi a q. I., conforme del rosto nd Alessandro (207, 17) e n Siriano (33, 8), i quali fauno osservare che, seguendo il metodo platonico dotla divisione contradittorin, i concetti negativi (auimali-senza piedi) e quelli indicanti qualità accidentali (animali con i piedi) non fondano generi reali. lL’argomentazione, in questo modo, sembrerebbe «diretta contro il metodo platonico della divisione. Ma, in realtà, il pensiero prevalente è che, piuttosto che porre l’Uno è l'Ente come principio, si dovrebbero porre infiniti principii, se priucipii sono i generi, e generi son tutti quelli superiori all'individuo. Questo pensiero, a sua 80 METAFISICA alcune divisioni partebbe doversi concedere, per altre no. Aggiurigi che le differenze sarebbero principii ancora più che non i generi: ma, se anch’esse sono principii, i principii diventano, per così dire, infiniti, soprattutto se uno ponga per principio il primo genere ('). D’altra parte, si ponga pure che l’Uno ha maggiormente carattere di principio. Ma l’Uno è indivisibile, e ogni indivisibile è tale 0 secondo la quantità o secondo la specie: quello secondo specie è anteriore; ora i generi sono divisibili in specie; dunque maggiormente uno dovrebbe essere l’ultimo predicato: di fatto l’ «uomo non è genere degli uomini singoli (?). Di più, nelle cose in cui c’è priorità e posteriorità, non è possibile che quel che han di comune sia qualcosa fuori di esse. Per es., se tra i numeri vien prima la dualità, non può esserci un numero oltre la specie dei numeri. E similmente, non si dà figura oltre le specie delle figure. E se per queste cose, di cui par ci siano generi più che mai, non ci son generi fuori delle specie, tanto meno per le altre: nelle volta, non sembra diretto immediatamente alla questione se principii son piuttosto i generi sommi o gl’infimi. Il pensiero nascosto sembra, invece, che i generi non sono affatto principii. Il primo genere è l’essere (o l’ Uno), che, per A., non è genero (in «rerum natura ci 6ono i generi, in cui si divide l'unità astratta dell’essere, come di un mero xovw6v). Per il senso, meglio di tutti, mi pare, S. Tom. (8 485): «Si prima genera sunt principia, quia sunt principia cognitionis epecierum, multo magis differentiae sunt principia formalia specierum. Forma autem et actus est maxime priocipium cognoscendi. Sed differentias esse principia rerum est inconveniens: quia, secundum hoc, erunt quasi infinita principia. Sunt, enim, ut ita dicatur, infinitae rerum differentiae, non quidem infinitae secundum rerum naturam, sed quoad nos. Et quod sint infinitae patet dupliciter, uno modo si quis consideret multitudinem ipsarum differentiarum secundum se, alio modo si quis accipiat primum genus quasi primum principium. Manifestum, enim, est quod sub eo continentur innumerabiles differentiae . i (3: L'uomo, specie ultima, non è ulteriormente divisibile, perchè i singoli momini (criterio quantitativo) non rappresentano una divisione de! concetto. L'anteriorità del criterio qualitativo, qui, è superiorità dal punto di vista concettuale. Il che non toglie che altrove A., contro l’unità meramente generica del concetto, non faccia valere come superiore all’Ev tò elber l'Ev td dortuò, in quanto sintesi del qualitativo e del quantitativo, nell'individuo che realizza la specie. Cfr. lib. V. 6, 15; e VII. 6. (In Dio, ch'è puro atto di pensiero, la coincidenza dei due punti di vista, dell'essenza e dell’esistenza, è perfetta). V. note segg. a 4, 16, ed a 6, 1-5. indivisibili specie, poi, non c’è «questo vien prima e «questo vien dopo . Anche: dovunque c'è un «questo è meglio e «questo è peggio , il meglio ha sempre la priorità: così che neanche di queste cose ci sarà un genere (‘). Per queste ragioni, dunque, pare che le specie che si predicano degli individui siano principii a maggior diritto che non i generi. Eppure, da capo, non è facile dire come si debbano ammettere queste per principii. Il principio e la causa bisogna che siano al di là delle cose di cui son principii, e ne possano star separati (*). Ora, una simil cosa al di là del singolare, perchè mai uno la penserebbe, se non perchè si predica in universale e di tutti? Ma, se per questo, i più universali più si debbono reputare principii: di maniera che sarebbero principii i primi generi. Passo controverso: cfr. Zeller, pp. 568 ss. del vol. cit. (Platone) e commentatori posteriori che in parte concordano, in parte discordano da lui. Rifacendomi alla concezione intera di A., intendo così: dove c'è un processo di svolgimento, il principio appare in tutta la sua evidenza nell’ultimo termine, o in ogni punto del processo dove esso mette capo a una realtà «determinata. Il genere, che è un comune astratto o un indeterminato, non può valere, quindi, come principio. Si prenda, ad es., la serie dei numeri o delle figure geometriche, pensandola come sviluppo concettuale: numero e figura che non siano un determinato numero o figura sono astratti. E il numero e In figura che vengon dopo, in quanto implicano il numoro o la figura precedente, rivelano ancor meglio il concetto (îl tre meglio del due, il quadrato meglio del triangolo). E nei numeri e nelle figure il processo dei generi è infinito? Che se consideriamo le altre cose, dove pare lo svolgimento non aver luogo (le specie indivisibili), perchè di generi diversi (uomo, albero, ecc.), o coordinati in uno stesso genere (uomo, bruto, ecc.), tanto più per esse è chiaro che il genere non esiste fuori delle specie concrete. Che se anche in queste si vuo! guardare al processo teleologico, come svolgimento in perfezione dell’essere (il bene), e si dirà che il bruto vale più dell’albero, l’uomo più del bruto (il meglio o il peggio), varrà anche per esse ‘la considerazione precedente. Cfr. Eth. Eud., I. 8. 1318 a, 2: «In tutte quelle cose in cui ha luogo il prima e il dopo, non esiste qualcosa di comune oltre di esse, e che sia da esse separabile. Infatti, se esistesse, sarebbe qualcosa di anteriore al primo termine: e sarebbe anteriore, il comune e separabile, per questo, che, tolto esso, verrebbe tolto il primo termine. Per es.: se l'esser doppio è il primo termine dei molteplici, non può darsi che esista separatamente l'essere molteplice, che è ciò che di essi si predica in comune: poichè sarebbe, allora, prima del doppio. E così dovrebbe accadere, se il comune gi vuol porre come idea, ovvero se del comune si vuol far qualcosa di separato , Con la interpretazione proposta circa le «specie indivisibili si evita la contraddizione che il Ross rimprovera ad A. di ammettere un universale ragù calura. Come il Motore Immoto e le Intelligenze motrici di A. Una questione affine a queste ('), la più difficile di tutte e pure la più necessaria a meditare, è quella di cui è venuto il momento ora di ragionare. Se non c’è niente fuori dei singoli esseri, e questi sono infiniti, come mai di esseri infiniti si può acquistare scienza? Di fatto, intanto conosciamo ogni cosa, in quanto c’è qualcosa di unico e identico, in quanto c’è qualcosa d’universale. Ma, allora, se ciò è necessario, e se bisogna che ci sia qualcosa oltre gli esseri singoli, bisognerà che i generi, o gli ultimi o i primi, siano fuori dei singoli: il che s’è questionato dianzi che è impossibile. Di più, dato che esista qualcosa oltre il sinolo, quando qualcosa vien predicato della materia (*°), si domanda se, dato che esista, esso debba esser fuori di tutte le cose, o di alcune sì e di alcune no, o di nessuna. Che se non ci fosse niente fuori dei singolari, niente sarebbe intelligibile, ma sarebbe meramente sensibile ogni cosa e non ci sarebbe scienza di nulla: a meno che uno non dica che scienza è la sensazione (*). E neanche ci sarà nulla di eterno e immobile: poichè le cose sensibili tutte s! corrompono e sono in movimento (‘). Ma, allora, se niente c’è di eterno, neppure è possibile che ciì sia il divenire, perchè quel che diviene ha da essere qualcosa, e così anche quel da cui viene, e l’ultimo di questi termini più non deve essere generato: chè una fermata ci vuole, ed è impossibile che il divenire venga dal non-essere. Così, essendoci generazione e (Questione 8*) Ripresa, infatti, in lib, VII. 93. 7-9. 17; VIIL A. 6. La forma sostanziale, l’anima, ad es., la quale, appunto, è principio determinante, o categorico, del corpo vivente. Così Protagora nel Teeteto. Qui la questione s'incontra con la 5*, la quale, tuttavia, fu trattata piuttosto storicamente e criticgmente, che in via teoretica e . costruttiva. I cieli sono sensibili, ma ‘eterni, sebbene in movimento. A., tuttavia, qui parla degl'individui soggetti al processo di generazione-corruzione, (da | e. movimento, c'è di necessità anche’ un limite; poichè nè c’è movimento che non abbia fine, ma ognuno ha un termine ('); nè è possibile che divenga quel che non perviene mai ad essere: di necessità, tosto che il suo divenire si compie, ogni cosa, divenuta, è. E se la materia deve esistere, appunto perchè non soggetta al divenire, sarà molto più ancora ragionevole che ci debba essere la sostanza, che è ciò che la materia diviene. Altrimenti, se nè quella nè questa ci fossero, non ci sarebbe proprio niente del tutto. Questo non è ammissibile; deve, dunque, esistere qualcosa oltre il sinolo: la forma e la specie. Ma, di nuovo, se si ammetterà. questo, sorgerà il dubbio per quali cose si debba ammettere, e per quali no. Di tutte è evidente che non si può: di certo, non ammetteremo che ci sia una qualche casa (*) fuori delle cose particolari. Inoltre, la sostanza sarà unica per tutti: ad es. per tutti gli uomini? È assurdo: chè gli esseri di cui la sostanza è unica per tutti, sono una cosa sola. Diremo, invece, che sono molti e differenti? Ma anche questo è assurdo (*). E intanto, come la materia diviene ciascuna delle cose particolari, e come il sinolo è materia e forma insieme? Si potrebbe su i principii sollevare anche questo dubbio. Se la loro unità è specifica, niente sarà uno numericamente, neppure lo stesso Uno e l'Ente (‘). In conchiusione, come ha dimostrato nel lib, II. 3, ci ha da essere per il divenire, nella serie delle cause, un principio materiale, da cui vengono le cose; un termine finale (ch'è anche principio motore), e una causa formale (per cui ciò che diviene diviene qualcosa). La casa è un prodotto artificiale, non naturale, onde la sua forma non è organizzata nel sistema delle specie dell'essere. Non c’è, quindi, la casa-specie, come forma pura che si svolga attraverso le case particolari. Nè un'unica forma sostanziale, nè una molteplicità di forme sostanziali, ma un'unica forma che, diversamente sostanziandosi con la materia, produce la molteplicità degl’individui. In questo senso soltanto par doversi concedere l’esistenza di un principio puramente formale oltre la materia e il sinolo, per la realtà e intelligibilità delle cose della natura. (Questione 9£) Principii della stessa specie possono esser meramente simili. non esser forme di un unico principio. E come potrà esserci il sapere, se non ci sarà qualcosa 15 di unico che si predica di tutti? Invece, se la loro unità è numerica, ciascuno dei principii 16 sarà uno e identico; e non, come nelle cose sensibili, sempre diverso, secondo la diversità delle cose ('). Ad es.: se questa sillaba è tale perchè ha una determinata qualità, anche i suoi principii, o elemen ti, sono da considerare specificamente gli stessi: ma, se li ripeto, non son più gli stessi quanto al numero. Se, dunque, non è così, ma l’unità dei principii dei reali è soltanto numerica, non esisterà nient'altro fuori degli elementi: infatti, dire «uno di numero e dir «singolare 1000 a è lo stesso. Noi diciamo, appunto, singolo quel che è uno numericamente, universale quel che riguarda tutti. Sarebbe come se gli elementi fonici delle parole fossero determinati quanto al numero: necessariamente, l’alfabeto non potrebbe contenere un numero di lettere maggiore di quegli elementi: e non ce ne sarebbero due, nè più, della stessa specie. Di non minore importanza delle altre è una questione 17 trascurata dai moderni non meno che dagli antichi: se i principii delle cose corruttibili (*) e delle incorruttibili siano gli stessi, o diversi. Se sono g li stessi, come accade che le 18 Un principio unico senza differenze non può spiegare la diversità delle cose. Separando, per la discussione, nel concetto dell’unità, il lato fomnale dal materiale, questo assume un significato aritmetico, semplicemente quantitativo, con esclusione del qualitativo 0 specifico; quello, a sua volta, acquista il senso di un'universalità astratta, indifferente al contenuto. (Il rapporto dei due punti di vista nel giudizio concreto è dato da quello del soggetto individuale al predicato universale: sì che s'intende come ognuno dei due può giustamente aver pretesa di superiorità su l’altro). Le lettere dell’alfabeto, le sillabe, ecc. (noì diremmo le parole) son sempre diverse nelle parole (e queste nel discorso), pur essendo numericamente e specificamente le stesse (è pur sempre quel certo significato che si svolge nella diversità della parola). Se dovessero esser le stesse soltanto numericamente, sarebbero come tessere che, per quanto diversamente configurabili, resterebbero identiche: così erano gli elementi (terra, acqua, ecc.) immaginati come dati, una volta per sempre, per la costruzione del mondo. Questo, non ostante le apparenze, sarebbe immobile, senza generazione nè svolgimento. Così il linguaggio sì ridurrebbe a parole, la parola a lettere alfabetiche corrispondenti al numero degli elementi fonici di essa. La questione è ripresa, ma in polemica contro le Idee, nel lib. XIII. 10. (Questione 104) Corruttibili e incorruttibili: noi diremmo transitorie ed eterne. une siano corruttibili e le altre incorruttibili, e per quale motivo? Quei del tempo di Esiodo, e tutti quanti teologizzarono, pensarono soltanto a dir cose conformi alle loro credenze, e delle difficoltà che travagliano noi non si curarono. Essi dei principii facevano Dei e dagli Dei facevano venir tutto, e dicevano che gli esseri i quali non hanno gustato il nettare e l'ambrosia nascono mortali. Certamente, parlavano così sapendo, essi, quel che dicevano. Ma le ragioni che apportano, sorpassano la nostra intelligenza. Poichè, se è per cagion del piacere che quegli esseri l’assaggiano, non è il nettare o l'ambrosia la causa del loro essere; e se fosse la causa del loro essere, come sarebbero eterni avendo bisogno di nutrimento? Ma non vale la pena di fermarsi a indagare intorno a queste escogitazioni mitologiche. Bisogna apprendere da quelli che parlano dimostrando, e chieder loro come mai degli enti che vengon dagli stessi principii, alcuni sono eterni per natura, e altri periscono. Non dicendo costoro la ragione di questo fatto, e non sembrando neppur ragionevole che stia così, si potrebbe conchiudere che non sono gli stessi i principii degli enti, nè le loro cause. A Empedocle, del quale si potrebbe pensare che più degli altri sia d’accordo con se stesso, anche a lui è accaduto lo stesso. Egli pone, è vero, un principio causa della corruzione, la discordia; ma parrebbe che questa fosse causa non più della corruzione che della generazione d’ogni cosa, ad eccezione dell’ Uno ('), perchè le altre cose tutte vengono da essa, tranne Dio. Dice, infatti: Dei quali sono tutti gli esseri, quanti ce ne furono, e quanti ce ne saranno di nuovo; {quanti ce ne sono, e le piante germogliarono, e gli uomini e le donne, e le belve e gli uccelli e i pesci che nutre l'onda, e i numi longevi. E anche senza questi versi, è evidente: chè, se non ci fosse la discordia nelle cose, queste sarebbero tutte una sola, L' Uno, Dio, è lo Sfero (quando questo era governato dall’Amore soltanto). 1000 b 86 METAFISICA come egli stesso dice: infatti, quando si trovavano riunite, allora «la Contesa se ne stava all’estremo confine . D’onde gli avviene anche di fare il felicissimo Dio meno intelligente degli altri: di fatto, non possedendo la discordia, non ha cognizione di tutti gli elementi, chè la cognizione è del simile col simile. Egli dice: terra con terra, acqua con acqua scorgiamo, con l’etere l’etere divino, e il fuoco distruttore col fuoco, con l’Amore l'Amore, con la Discordia funesta la Discordia. Ma, per tornare al nostro discorso, è manifesto che per lui la discordia bisogna che sia non meno cagione dell’essere che della corruzione. E neppure l’amicizia è causa soltanto dell'essere: rimenando tutto all’unità, fa perire ogni altra cosa. Intanto non ci dice niente su la causa di questa mutazione, ma solo che così è per natura: ma quando la Discordia fu cresciuta grande nelle membra e sali al comando, compiendosi il tempo che ad entrambe è prefisso, in alterna vicenda, da un inviolabile giuramento ('), come se la mutazione fosse necessaria; ma non ci palesa nessuna cagione di questa necessità. Pur tuttavia egli è il solo che parli coerentemente, in quanto non fa già degli enti gli uni corruttibili, e gli altri no; ma tutti corruttibili, eccetto gli elementi. Invece la questione, di cui qui trattiamo, è perchè aleuni sono corruttibili ed altri incorruttibili, una volta che vengono da gli stessi principii. Che, dunque, i principii non possano esser gli stessi, basti quanto s’è detto. Ma se i principii son diversi, uno dei dubbi sarà se quelli delle cose corruttibili siano ineorruttibili, o corruttibili anch’essi (*). Se corruttibili, è chiaro che anch’essi debbono Per frammenti Empedoclei, cfr. Diels, op. cit., I, 180 88. (nn. 21, 30, 96, 109). V. anche E. BicnonE, E., pp. 417 88. (9) Così anche il Lasson (trad. della Met. di A., Jena, 1* ediz. 1907, p. 51). Letteralmente sarebbe: «uno dei dubbi sarà se essi stessi sono incorruttibili o necessariamente venire da altri principii, perchè ogni cosa si corrompe in ciò da cui deriva: onde risulterebbe che ci sono altri principii anteriori ai principii. Ma questo non è accettabile, sia che ci si voglia fermare, sia che si proceda all’ infinito (‘). E poi, quando i principii loro saranno stati distrutti, come possono esserci più i corruttibili? Se, invece, sono incorruttibili: perchè mai da alcuni di essi verran fuori gli enti incorruttibili, mentre da altri, incorruttibili anche essi, verran fuori enti corruttibili? Non par davvero ragionevole: anzi, o è impossibile, o c’è bisogno di molte spiegazioni. In fine, nessuno mai ha preso a dire che i principii degli enti fossero diversi, anzi dicono che son gli Stessi per tutti. Nella questione, tuttavia, che agitammo dianzi, non s’addentrano, quasi reputandola di poco conto. La questione più di tutte difficile a meditare e la più necessaria alla conoscenza della verità, è se l’Ente e l’Uno sono sostanze degli enti, sì che ciascuno di essi, quello in quanto ente, questo in quanto uno, non siano predicato di altro; ovvero se bisogni cercare che cosa sia l’Ente, e che cosa sia l’ Uno, in quanto un’altra natura sta loro a sostrato. Alcuni la pensano nella prima maniera, altri nella seconda. Platone e i Pitagorici ritennero che l’ Ente e 1’ Uno non siano null’altro se non quello che è la loro natura, di essere cioè la sostanza loro l’essenza dell’ Ente, appunto, e dell’ Uno (?). I corruttibili . Ma mì par chiaro, da quel che segue, che la questione riguarda 801tanto i principii dello cose corruttibili. Delle incorruttibili come può sorgere il dubbio? Nò ia questione è diversa dalla precedente: l’incorruttibilità dì quei privcipii, infatti, è dimostrata per la medesimezza, laddove la corruttibilità de’ loro effetti è adotta in prova della loro diversità, Se ci sì ferma, ci son principii anteriori, e son essi principii, non gli altri. Se si volesse procedere (o regredire) all'infinito, non ci sarebbero principii addirittura, In entrambi i casi quei principii supposti corruttibili verrebbero distrutti come principii, logicamente e, in quanto abbassati a cose corruttibili, anche realmente. La presente questione si può considerare risolta nel lib. XII (spec. nei primi capitoli). (Questione 11) L'essere in sò e per Sè, e così l'Uno, sono sostanza «lelle cose, come vogliono Pitagorici e Platonici; ovvero la sostanza delle cose consiste nel sostrato determinato (materia e forma nell’unità del BIinolo), del quale si possono predicare l’essere e l'uno? I Fisiologi la pensarono altrimenti. Empedocle, ad es., per dire che cosa è l’Uno cerca di ridurlo a qualcosa di più facile a sapersi, e parrebbe che questo fosse per lui l’amicizia: per lo meno, essa è la causa dell’unità di tutte le cose. Altri dicono il fuoco, altri l’aria: questa è, per essi, la natura dell’ Uno e dell'Ente, da cui sono e si generano le cose. E del pari, coloro che pongono più elementi: anch'essi son costretti a dire che l’Uno e l’Ente è tante cose quanti per l'appunto sono i principii (‘). Se non si volesse concedere che l’Uno e l’Ente sia una sostanza, neppure quindi può esser tale nessuno degli altri universali: chè quelli sono universali a maggior titolo degli altri. Se per ciò non è qualcosa (?) l’Uno per sè e l’Ente per sè, molto meno si può dire degli altri che siano qualcosa oltre le cose singolari. In secondo luogo, se l’Uno non fosse sostanza, è chiaro che neppur il numero sarebbe una natura separata (*) dalle altre: poichè il numero è fatto di unità, e l’unità è l’essenza, per l'appunto, d’ogni cosa ch'è una. Ma se l’Uno e l’Ente sono qualcosa che è in sè e per sè, necessariamente la loro sostanza è l’Uno e l'Ente, perchè non c’è in essi qualche altro sostrato di cui essi si predichino universalmente, ma sono essi questo sostrato. Ma, allora, se l’Ente e l’Uno sono qualcosa in sè e per sè, la difficoltà grande è come ci potrà essere qualche altra cosa oltre di essi: in altri termini come gli enti potranno essere più di uno. Poichè l’altro dall’ente non è: per cui si è costretti a ragionare come Parmenide (‘), che tutte le cose I Fisiologi posero per principio, non l' Uno in sò e per sè, ma una materia primordlale, unica o molteplice, come sostrato del divenire, Qualcosa di esistente in sè e per sè: i. e. una sostanza. I. e., come prima, una sostanza: ciò che ha un'esistenza indipendente (in sè e per sò), I Platonici intendono l'essere come essenza (l'essere intelligibile) dolle cose, e in questo il loro principio è ben altro da quello parmenideo. Ma essi, dice A., debbono pure, come Parmenide, escludere ogni molteplicità dal principio posto come assolutamente Uno. (Ricorda che, pur riconoscendo l'esistenza del molteplice, Platone, come si vide nel lib. I. 6, 9, pose questo come contenuto sono Uno, e questo è l’Ente. Non c’è da star contenti nè in 1001 b un caso nè nell’altro: o che l’Uno non sia sostanza, o che l’Uno sia qualcosa in sè e per sè, il numero non può essere sostanza. Se l’Uno non è sostanza, quest’impossibilità s'è dimostrata prima. Se invece è sostanza, vale per esso la stessa difficoltà che intorno all’Ente: donde verrà un altro uno oltre l’Uno in sè e per sè? Necessariamente, esso non potrà esser uno. Ora, tutto ciò che è, o è uno, o molti, dei quali ciascuno è uno. 39 In secondo luogo, se l’Uno è in sè indivisibile, stando alla sentenza di Zenone esso sarebbe nulla; poichè, ciò che o aggiunto o sottratto non fa esser perciò una cosa nè più grande nè più piccola, non è secondo lui da annoverare tra gli enti; come se fosse evidente che l’essere sia una grandezza, e, se grandezza, sia perciò corporeo: chè questo sarebbe ente da ogni lato. Le altre grandezze ('), invece, aggiunte in un certo modo (*), dice, fanno più grande ciò a cui si aggiungono, e in un altro, no: per es. una superficie, 40 una linea. Il punto e l’unità, in nessun caso, mai. Costui è rozzo nelle sue speculazioni; e poichè qualcosa indivisibile esiste, se ne potrebbe far la difesa contro di lui anche così: esso è di tal natura che, aggiunto, non farà più grande ciò 41 a cui si aggiunge, ma, con esso, farà più nel numero. Rimarrebbe, ciò non ostante, la questione (*): come da un tale uno, soltanto: laddove il principio formale dell'idea era l’unità pura). In termini filosofico-religlos!, la dottrina platonica conduceva ad un misticismo pantelstico (salvo il motivo, teistico, della trascendenza formale, svolto da A.). L'Uno, contro il quale Zenone combatte, non è (come giustamente fa osservare il Ross) il principio parmenideo, ma quello pitagorico, o l'uno come prinelpio di spiegazione del molteplice fisico (sensibile, corporeo). Esso era pensato, infatti, come una grandezza indivisibile (cfr. l'atomo democriteo). E però Zenone accetta questo modo di vedere, e considera il corpo (il solido, la grandezza a tre dlmensloni) come ente a maggior ragione delle altre grandezze. Egli può, così, dimostrare che il mondo e ogni cosa, in quanto risultante da quelle unità elementari, sarebbero insieme infinitamente grandi e infinitamente piccoli, ossia contradittorli. Secondo che si agglungono l’una di seguito all'altra, oppure vengon so0vrapposte; A. non condivide il modo dl vedere pitagorico-platonico che identifica l'arltmetico col geometrico, e però trova rozza l’argomentazione di Zenone. o da molti come esso, si avrà la grandezza? Poichè è come dire che la linea risulti di punti. E se anche si vuol ammettere quel che dicono alcuni, che il numero provenga dall’Uno in sè e da qualcos’altro non uno ('), resta sempre a sapersi perchè e come l’effetto è talora un numero, talora’ una grandezza, una volta che il non-uno è la disuguaglianza e la sua natura è sempre la stessa (?). Non si vede nè come da l’Uno più questa, nè come da un numero più questa, potrebbero venir fuori le grandezze. A queste fa seguito la questione, se i numeri e i corpi (*) e le superfici e i punti siano da porre tra le sostanze, o no. Se non sono sostanze, ci sfugge che cosa sia l’essere, e quali cose siano sostanze. Le affezioni, i movimenti, le relazioni, gli ordinamenti e rapporti diversi delle cose, non pare davvero che esprimano la sostanza di nulla: essi vengono tutti riferiti a un sostrato, e nessuno è un essere concreto. Si prendano pure, come esprimenti la sostanza meglio di ogni altra cosa, l’acqua e la terra e il fuoco e l’aria, di cui constano i corpi composti; ma il loro riscaldarsi o raffreddarsi, e simili altre affezioni, non sono sostanze: solo il corpo che li riceve, rimane come qualcosa di concreto e come una sostanza reale. E tuttavia, il corpo è ancor meno sostanza della superficie, e la superficie della linea, e la linea del ‘Tuttavia dà ragione a costui quanto all’impossibilità di dedurre l’esteso dall’ inesteso. Ricorda, infatti, l'imbarazzo di Platone per il concetto di punto: lib, I. 9, 25. La diade indefinita (il grande-piccolo). Onde, o è ineste sa, e dall'unione con l'Uno verranno i numeri, non le grandezze; o è estesa, e dall'unione con l’Uno verranno le grandezze, non i numeri. Nè, se uno dicesse che, prima, dall’Uno e dalla diade si genera il numero, poi da questo con la diade le grandezze, neanche così resterebbe spiegato il passaggio dall'inesteso all’esteso. La questione 11° è ripresa in VII. 16, 3-4 e X. 2 (oltre gli accenni sparsi nei libri XIII-XIV). (8) (Questione 12*)I solidi (corpi matematici). unità e del punto. Infatti, da questi vien determinato il corpo: e se questi parrebbe che possano esistere senza il 5 corpo, il corpo senza di essi non può('). Avvenne per ciò che i più antichi filosofi, pur reputando, conforme all’opinione dei più, che il corporeo fosse la sostanza reale delle cose, considerarono il resto sue affezioni, così che i principii dei corpi erano, anche per essi, i principii delle cose. Ma i filosofi posteriori (*) e più raffinati di quelli reputarono che principii siano i numeri. 6 Dunque, come s’è detto, se questi non Sono sostanza, non c’è punto nessuna sostanza, nè alcun essere reale: chè i loro accidenti non meritano davvero di esser chiamati enti. 7 D’altra parte, se si concede questo, che le linee e i punti sono sostanza più dei corpi, non vedendo noi di quali corpi possano esser sostanza (di quelli sensibili non è possibile), 8 non ci sarebbe sostanza nessuna (*). Inoltre, pare che tutte queste cose siano divisioni del corpo, l’una in larghezza, 9 l’altra in profondità, e l’altra in lunghezza (*). Aggiungi che nel solido o c’è del pari ogni sorta di figure, o non ce n'è nessuna: per cui, se, poniamo, non c’è un Ermete nella pietra, neppure c’è la metà del cubo nel cubo(°): s’intende Tanto poco si deve ritenere per sostanza ciò che a unu veduta grossolana pare più corporeo, che anzi gli elementi primi e i principii generatori del reale si trovano per ultimo con l’anallsl della riflessione: la superficie come principio generatore del solido, lu linea della superficie, il punto della linea. Parrebbe che il semplice possa esistere prima e indipendentemente dal più complesso (v. lib. I. 8, 9 88.), 6 però esser sostanza n maggior diritto. I più antichi filosofi: i Fisiologi. I filosofi posteriori: Pitagorici e Platonici. Cfr. VII. 10, 19: «La materia intelligibile, quale quella delle matematiche, è nei sensibili, ma non in quanto sensibili . E già in I. 8, 1 aveva detto che con i principii matematici non si può dar conto delle proprietà e qualità delle cose oggetto della Fisica. Non sostanze, ma divisioni che noi operiamo nei corpi. (5) Come nota S. Tom. (8 509): «haec in continuo non sunt in actu, nisi solum quantum ad illa quae terminant continuum, quae manifestum est non esse substantiam corporis. Aliae vero superficies vel lineae non possunt esse corporis substantiae, quia non sunt actu in ipso: substantia autem actu est in eo cuius est substantie . In potenza ci son tutte: così come la figura di Mercurio è nel blocco di marmo, e la superficie che divide 11 cubo a metà è nel cubo. In atto ci sono soltanto se le realizziamo: se no, rimangono, come idee soltanto, nel come figura determinata. E così per le superfici: se, infatti, ci fosse ogni sorta di superfici, ci sarebbe anche quella che determina la metà del cubo. Lo stesso ragionamento vale anche per la linea, per il punto e l’unità. Sì che, se il corpo principalmente è sostanza, ma queste cose, che pur han diritto di esser sostanza più di esso, non sono poi per nulla determinate sostanze, ci sfuggirà quel che è il reale, e quale sia la sostanza degli enti. Altri assurdi vengon fuori considerando la generazione e la corruzione. Sembra, infatti, che la sostanza, se prima non era ed ora è, oppure prima era ed ora non è, subisca queste vicende perchè si genera e si corrompe. Ma i punti e le linee e le superfici, pur talora essendo e talora no, non possono nè generarsi nè corrompersi, per la ragione che è nell’atto in cui i corpi si toccano e si dividono che, in un caso, di quel che viene in contatto (') si fa unità, nell’altro, quel che vien diviso diventa due: quei che si compongono, c’erano, ma, essendo stati distrutti nella composizione, non sono più; quando invece vengono divisi, ci sono, mentre prima non c’erano. Di sicuro, non si è già diviso in due l’indivisibile punto (?). Eppure, se si generano e corrompono, ciò avviene da qualcosa. Press’a poco lo stesso vale, in riguardo al tempo, per l'istante: neppur di esso si dà generazione e corruzione, e tuttavia sembra che sia sempre diverso pur non essendo una sostanza. È chiaro che lo stesso vale anche per i punti, per le linee e per le superfici: perchè il discorso è lo stesso: tutti sono similmente o limiti o divisioni (*). pensiero e virtualmente (ricorda Leibniz!) nelle cose. L'« argumentationis fraus (Bonitz, p. 167), per cui A. estenderebbe la conchiusione «ad eam figuram quae actu corpus circumsceribit , non mi par che ci sia. I. e. punti, linee, superfici (propriamente, superfici, so si compongono 0 dividono due corpi; linee, se due superfici; punti, se due linee). «Neque enim illud quisque statuitur, ita in dirimendis corporibus fieri planum vel lineam, ut ipsum punctum dissecetur: Bonitz (p. 168). A ciò, infatti, ci vorrebbe un passaggio, dalla potenza all'atto. Laddove l’atto è istantaneo, e nell'istante non c'è generazione (che implica un processo temporale). V. il passo di S. Ton. cit. dianzi. Degli enti matematici trattano ampiamente i libri XIII-XIV; ivi è ripresa anche la questione delle idee, alla quale si ritorna nella 13% (efr. la questione 5* e 9°). Si potrebbe anche in generale far questione, perchè mai bisogna cercare altre entità oltre le sensibili e le intermedie, 2 e quali siano: per es., le specie, che noi poniamo. Si può rispondere che gli enti matematici differiscono bensì per un verso dalle cose di quaggiù, ma non ne differiscono punto in quanto ce ne sono molti della stessa specie ('): per cui i principii delle cose non si possono determinare con il numero; così come l'alfabeto non è determinato dal numero delle lettere, ma dalla loro specie (a meno che uno non prenda le lettere di una sillaba o parola attualmente determinata: chè 3 lì anche il loro numero è determinato). Ma lo stesso vale per gli intermedi: anche-là, infiniti sono quelli della stessa specie. Così che, se oltre le cose sensibili e gli enti matematici non ci fossero altri enti, quali sono le specie secondo alcuni, nè ci sarebbe una sostanza unica per numero, oltre che per specie (°), nè i principii degli enti sarebbero tanti, e non più, di numero, ma di specie soltanto. Che se questo è necessariamente conchiuso, bisogna conchiudere anche che le specie 4 esistono. E se pure non si spiegano bene i loro sostenitori, bene è questo quel che vogliono, ed è necessario che questo essi intendano dire: che delle specie ciascuna è una sostanza (Questione 18%) Molti (infiniti) triangoli sensibili, e molti (infiniti) triangoli geometrici (sebbene questi siano eterni e immobili). Questa molteplicità ha bisogno di un principio di unificazione, che non può esser altro che ideale (in questo caso, il concetto stesso dij triangolo). Così, come l'alfabeto è tale per In «specificità delle lettere in cui i suoni fonici ri determinano, non per il numero dei suoni che fan capo a esso. Oppure, secondo la variante difesa dlal Bonitz e dallo Schwegler (e già in Aless.): «ma soltanto di specie . Il senso, tuttavia, è giusto anche tenendo il testo com'è. Nota che nell'argomentazione i termini s'inerociano: il molteplice sensibile e matematico è veduto deutro la specie, ed è perciò « della stessa specie ; esigere, poi, che anche per questo molteplice ci sia una specie unica, che ne dia la ragione logica e insieme reale, è esigere un’unità numerica, oltre che specifica: laddove, se quel molteplice è veduto fuori della specie, questa rappresenta di esso un’unità specifica, non numerica. determinata, sì che non si tratta .di determinazioni accidentali dell’essere. D'altra parte, se noi porremo che le specie esistono ('), e che i principii abbiano unità per il numero, non per la specie, s'è detto innanzi (*) a quali conchiusioni inaccettabili si arrivi. Affine a questa è la questione se gli elementi sono in potenza o in qualche altro modo (*). Se fossero in qualche altro modo, ci sarebbe qualcos’altro, anteriore ai principii, poichè la potenza sarebbe anteriore a una tal causa, non essendo necessario che tutto ciò che è possibile sia a quel modo (*). Se, invece, gli elementi sono in potenza, potrebbe non esister nulla attualmente, poichè è possibile anche ciò che ancora non è. Diviene, infatti, ciò che non è ancora. Invece, nulla diviene di quel che è impossibile che sia. Queste, dunque, sono le questioni da discutere intorno ai principii; e anche se siano universali, o al modo che diciamo dei singolari. Se universali, non saranno sostanze, perchè nessun termine comune esprime un essere concretamente determinato, bensì una certa natura dell’essere; invece, la sostanza è un essere concretamente determinato. Se ciò che si predica in comune (*) fosse un essere concretamente deter A sè, come sostanze, enti separati o indipendenti. V. nel Sommario quest. 54, a); quest. 9, b). L'unità per il numero, soltanto, fa dei principii elementi materiali, incapaci di dar ragione delle cose. Cfr. S. Tom. (8 518): « Principia rerum efficientia et moventia sunt quidem determinata nuniero; sed principia rerum formalia, quorum sunt multa individua unius speciei, non sunt determinata numero, sed solum specie . (Questione 148) In atto. La questione è a/fne alla procedente, perchò l’unità numerica, oltre che specifica, è Atto e individualità; quella soltanto specifica corrisponde alla mera possibilità, L'attuale (empiricamente inteso) presuppone il possibile (come sua propria pensabilità, diremmo noi), non viceversa. Nota che altro è il « possibile , altro ciò ch’ è «in potenza (sebbene di solito indicati con lo stesso termine: tò Buvaréy): in questo è già il principio del processo determinato del divenire, che si svolge da una forma già realizzata in una materia; il possibile, invece, non ha altra determinazione che di non esser contradittorio. La questione è ripresa e trattata in lib. IX. 1-9. (5) (Questione 15%) xatnyogovpeva, universali astratti. La questione è implicata già nella minato, e si potesse staccare dai particolari, Socrate sarebbe molti esseri viventi: cioè, lui stesso, l'uomo, l’animale: dato che ognuno di questi sia un essere concreto e qualcosa che sta da solo. Questo, dunque, accade se i principii sono universali. Se, poi, non sono universali, ma al- modo dei singolari, non saranno più oggetto di scienza, perchè la scienza in ogni cosa è dell'universale. Sicchè, se la scienza deve esserci, ci saranno altri principii anteriori ai principii: quelli che si predicano in universale. C'è una scienza che studia l'essere in quanto essere (') e le sue proprietà essenziali. Essa è diversa da ognuna delle scienze particolari: poichè nessuna delle altre scienze studia in universale l'essere in quanto essere, re, ma, dopo averne recisa qualche parte, di questa considera gl: gli accidenti. Così, le matematiche. Td Bv fi Bv: l’essere, il reale, in Sè e per sò. Questa è "la definizione fondamentale della Metafisica, alla quale si riducono le altre due vedute finora: quella del lib. I, di scienza dei principii e cause prime, e quella del lib. II, di scienza della verità. Salvo che l’una determina il senso della definizione fondamentale piuttosto in riguardo alla realtà delle cose, l’altra piuttosto in riguardo al pensiero che le pensa. Ma, sì può chiedere, i principil e le cause prime delle cose non le studinno anche le altre scienze, e in primo logo le fisiche? Qual'è, allora, la differenza tra la Metafisica e le altre scienze? La questione è trattata più ampiamente nel cap. 1 del lib. VI, Qui si.ascenna soltanto-che-le-Matafisica considera 1’ essere nella sua universalità e necessità. Le altre scienze, il infatti, si restringono t) “considerare un genere di enti (gli unimalt, Te piante, ece.; i ‘’auoni, i colori, ecc.; i numeri, lo figure reometriche, ecc.), € però son tutte particolari. Non solo: ma nel genere particolare di cose, che studiano, non riguardano no alla loro pura essenza, a ciò che sono per una necessità intima dell'essere stesso, ma considerano le loro qualità e proprietà, astraendole (quasi recidendole) dalla sostanza ed essenza loro, data nel concetto e nella definizione. Ne cgnsiderano gli accidenti: le fisiche, gli accidenti sensibili; le matematiche (che astraggono dal resto per considerare le sole proprietà quantitative), gli accidenti che possiam chiamare intelligibili. Invece, l’essere vien studiato dalla Metafisica come principio da cui necessariamente dipendono gli altri principi, in quanto questi non son altro che parti o elementi dell’intelligibilità e realtà dell'essere per se stesso. Ora, volendo noi conoscere i principii e le cause supreme, è chiaro che li dobbiamo cercare come proprietà di una natura considerata per se stessa. Se, dunque, coloro che cercavano gli elementi degli enti ('), cercavano anch'essi questi principii, di necessità anche gli elementi erano dell’essere non accidentalmente considerato, ma in quanto essere. Per ciò anche a noi convien prendere le prime cause dell’essere in quanto essere. CaPiToLO II. Dell’ente si parla in molti modi (*), ma sempre per un solo rispetto e determinatamente alla natura di una cosa, non per omonimia semplicemente, ma nello stesso modo che di I Fisiologi, i quali facevano anch'essi, inconsapevolmente, della metafisica. L'essere in quanto oggetto del pensiero è l'essere che viene affermata nel conoscere e nel sapere: l'essere delle cose di cui il metafisico indaga le categorie supremo. Le altre scienze adoperano queste categorie; il metafisico le studia come puri concetti in cuì si distingue o determina il concetto in sè e per sè dell'essere. Dell'essere reale, s'intende: di quello ch'è predicato delle cose. Questo viene quindi distinto in sostanza e accidenti, gli accidenti in essenziali e non essenziali, e vla dicendo. E di ognuno di questi aspetti, che il pensiero coglie nelle cose, si chiarisce il significato e il rapporto che hauno tra loro. Il conoscore e il sapere, inoltre, procedono ponendo rapporti tra le cose dentro ciascuna delle categorie sostanziali o accidentali: rapporti, cioè, di identità, di uguaglianza, di somiglianza, ecc., e de’ loro contrari, Il metafisico studia il significato e il rapporto anche di queste categorie che potremo chiamare dialettiche, pur che sai badi che qui A. intende del pensiero che si muove nella realtà delle cose: non per mera esercitazione. Non basta. Questo pensiero che peusa le cose e i loro rapporti, già nel conoscere comune; ma molto più visibilmente in quello scientifico, procede affermando o negando, con giudizi, ragionamenti, dimostrazioni. Ma affermare o negare, giudicare, ragionare e dimostrare, è impossibile se non si pongono a fondamento principii di pensabilità delle cose: ci sono certe verità evidenti, sopprimendo le quali diventa impossibile pur cominciare, non che a pensare, n parlare. Parlare non è lo stesso che pensare e ragionare: uno può parlare per esprimere un sentimento o per comunicarlo ad altri. Ma anche il pensare discorsivamente può essere riguardato e studiato in sè e per sè, come mero movimento 0 processo dialettico del pensiero attraverso i concetti e i loro rapporti. Di questo trattano specialmente i Primi Analitici. Data questa indipendenza del pensiero in quanto discorso, è possibile abusarne come fanno i Sofisti. La Metafisica lo sottrae a questo pericolo soggettivo, perchè essa considera il pensiero in quanto pensa l'essere reale delle cose; e però spetta ad essa lo studio di quelle verltà ciamo salubre tutto ciò che riguarda la salute: o perchè la conserva, o perchè la produce, o perchè indizio di salute, o perchè ci rende capaci di essa. Così, dicesi «medico ciò 1008 b che riguarda la medicina: chiamiamo medico chi possiede l’arte della medicina, e anche ciò che ha natura buona a medicare, oppure quel che è effetto di essa. E nella stessa maniera di queste si avranno da intendere altre espressioni. L'ente si dice per l'appunto così, in molti sensi, ma tutti in riguardo a un solo principio: enti noi diciamo le sostanze, e anche le affezioni della sostanza, e tutto ciò che alla sostanza conduce : corruzioni, privazioni, qualità, quel che produce o genera una sostanza, cose che si riferiscono. alla. sostanza, ovvero sono o negazioni ( di i qualcuna di ‘queste v della sostanza stessa: per cui del non-ente diciamo pure che «è non-ente(!). supreme o assiomi, o principii di pensabilità, che scaturiscono immediatamente dall’intelletto nell'atto del conoscere e di costruire il sapere. Di questi principii il fondamentale è quello di non-contraddizione. La Metafisica di Aristotele, veduta da questo lato, è una scienza della scienza, fin dove, alineno, questo concetto moderno può essere, senza anacronismo, attribuito a lui. Manca, naturalmente, il senso dì soggettività in cui si pone questo concetto dopo Kant, C'è soltanto quel senso di essa che poteva esserci dopo la Sofistica e in opposizione all’idealismo oggettivo di Platone. Di qui un primo spunto di criticismo. La Metafisica di A. è più critica che costruttiva. E poichè la critica è fondamentalmente concettuale, si può definire una scienza che mira a chiarire, nella molteplicità del reale, il concetto puro di esso. La dipendenza, in cui il pensiero è ancora dalle cose, dà, tuttavia, anche a questa definizione un significato lontano da quello che oggi ci sì potrebbe aspettare: molte volte, più che elaborare i concetti, A. si limnita ad esporne il significato, o a distinguerne i vari significati. Dono, più che risolva, spesso, i problemi: mostrandosi, anche in questo, scolaro di Platone. In questo capitolo il peusiero procede un po' a sbalzi, e sembra infatti che il testo vada in qualche punto riordinato. Esso si compone di tre parti: due pongono il concetto che c' è un'unica scienza dell'essere in quanto essere, sia in riguardo alla sostanza e ai suoi attributi, sia in riguardo alle opposizioni dialetticheia terza differenzia questa forma di scienza dalle altre. Riassumiaino brevemente, per mostrare l’ordine delle idee: I) Ogni scienza ha un suo oggetto (un certo genere di cose), del quale considera i vari aspetti. Ma questi si posson ridurre tutti a quello fondamentale della sostanza e de’ suoi attributi. Questa distinzione riguarda l'essere di ogni cosa: sarà, dunque, oggetto della scienza che studia l'essere in sè e per sè. La quale sarà unica, così come resta unica ogni scienza non ostante la varietà delle specie del genere che studia: il che non impedisce che abbia parti, e saranno, queste, organizzate in essa, così come lo sono in ogni altra scienza. In quel modo, dunque, che di tutte le cose salubri c’è 2 una scienza sola, così anche delle altre. Compito, infatti, di un’unica scienza è lo studio, non soltanto di quel che si dice per uno stesso rispetto (‘), ma anche di quel che si dice considerando una stessa natura: chè anche questo, in certo modo, si dice per uno Stesso rispetto. È dunque chiaro altresì che 3 unica è la scienza che dovrà studiare gli enti tutti in quanto enti. Ma, dappertutto, scienza è principalmente quella dell'essere che è primo, e da cui tutto il resto dipende, e per cui di tutte le cose sì parla. Se dunque questo primo è la sostanza, dovrà il filosofo possedere i principii e le cause delle sostanze (?). In ogni genere di cose, come uno è il senso (*), se i sen- 4 sibili appartengono a uno stesso genere, così è della scienza: la grammatica, ad es., sola, basta alla considerazione di tutte le voci. Per ciò ad una scienza unica di genere spetta di studiare quante ci sono specie dell’ente come ente: alle specie di quella, poi, le specie di questo. Parlar dell'Uno e parlar dell’ Essere è lo stesso. Le opposizioni dialet‘tiche sono opposizioni dell'essere, perchè il non-essere in realtà è, non mera negazione, ma privazione, contrarietà. Ora, l'opposizione unità-molteplicità è opposizione di contrari, e questi, a lor volta, si riducono sempre all'opposizione upo-molteplice. E poichè ognuno concede che dei contrari la scienza è unica, unica sarà la scienza della contrarietà in generale. Questa avrà significati diversi. che tale scienza dovrà studiare, chiarire e organizzare logicamente [5-6, 8-11, 15-16). III) E per il primo e per il secondo rispetto si conchiude che unica è la scienza dell'essere în quanto essere, la quale studierà l’essere in quanto sostanza e attributi, e in quanto alle contrarietà o opposizioni dialettiche [12]; vien nggiunto il concetto di svolgimento e di definizione (19; così mi par si possano intendere le ultime parole « genere e specie, «tutto e parte: questi concetti non si riducono, infatti, immediatamente salle opposizioni precedenti). Questa scienza è diversa da quella sofistica, che guarda gli accidenti e le «opposizioni, e non li coglie come determinazioni essenziali dell’essere in se ‘stesso [13-14]. Ma è diversa anche da quella degli scienziati, perchè, sebbene l'essere nella sua universalità astratta non sia nulla di reale, pure, considerato come dianzi s'è detto, è quella realtà che fa roali tutto le cose: intorno a queste versano le scienze, intorno a quella la Metafisica [17-18]. / xa@” Ev, distinto da reds plav qpuow, l'uno come poni di vista logico, l’altro reale (e logico insieme), Enti, sostanze: questi plurali vanno intesi nel senso del singolare. (8) Uno è il senso per i colori, ad es., per i suoni, ecc. L’organizzazione del sapere coincide, così, in ogni scienza, con quella dell’essere nelle cose. L’ente. poi, e l’uno sonola stessa cosa, ed esprimono una medesima natura,.in quanto s’implicano l’up l'altro così. come principio e causa, sebbene i loro. concetti, a volerli illustrare, non siano identici (') (e non fa nulla se noi ora Ii consideriamo tali, che anzi, ci gioverà meglio allo scopo). Non è, infatti, la stessa cosa « uno-uomo e «un uomo, «ente-uomo e «l’uomo (?)? E che altro è se non una ripetizione verbale il dire: «l’uomo è, «l’uomo è uno? E se l’uomo nasce e muore, è chiaro che non per questo esso si separa dal suo essere; e similmente dicasi anche per la sua unità (*). Per cui è evidente che l’aggiunta nelle frasi su dette non muta il senso, e che l’uno non è nulia di diverso dall’ente. La sostanza di ciascun essere è un’unità,-enon--per-aeeidente, ma pro 6 prio come ogni cosa che sia un essere determinato. Così che tante saranno le specie dell’uno(‘*), e tante saranno anche quelle dell’essere; e la scienza che studia l'essenza delle une é Ia stessa, in fondo,. di. quella che studia }essenza . delle altre. Voglio dire, ad es., lo studio dell’identità, dell’uguaglianza e delle altre simili, e delle loro opposte: chè, si può dire, tutti i contrari si riducono-a questo principio dell’uno 1004 a L'Uno si adopera in sensi più particolari, esposti in V.6 e X. 1: esprime, soprattutto, l’indivisibilità, la misura, il principio del numero. Per principio e causa, v, llb, V.162. Ho accettata nel testo la giusta modificazione proposta dal Ross. Il greco non ba l'articolo indeterminato, nò quello determinativo, ch’io ho aggiunti innanzi all'« uomo del secondo membro dei due incisi. Questi mirano a porre le due uguaglianze, poi l'uguaglianza loro, in fine quella dei due termini uno e ente. Questo periodetto (che il Christ mette tutto tra parentesi, e io ho così interpretato, perchè mi par giusto intendere la seconda parte, «e similmente dicasi, ecc., in rapporto a quel che precede, anzichè a quel che segue, come intendono invece il Bonitz e il Ross) vuole semplicemente dire che il divenire non muta la questione. Cfr. S. Tom, (552): « Et sicut elictum est quod ens et homo non separantur in generatione et corruptione, similiter apparet de uno. Nam cum generatur homo, generatur unus homo; et cum corrumpitur, similiter corrumpitur. Unde manifestum est quod appositio in Istis ostendit idem; et per hoc quod additur vel unum vel ens, non intelligitur addi alique natura supra hominem. Ex quo manifeste apparet quod unum non est praeter ens: quia quaecumque uni et eidem sunt eademi, sibi invicem sunt eadem . , Qui specie vale, evidentemente, nozioni, concetti: chè 1’ Uno e l'Ente non sono generi e del molteplice (‘). Si vegga in proposito la nostra trattazione: La scelta dei contrari (?). Ci sono, in conchiusione, tante parti della filosofia, quante appunto sono le sostanze delle cose, onde, di necessità, ci deve essere tra esse quella che vien prima e quella che vien dopo. Poichè l’essere e l’uno si trovano sin da principio divisi in generi (*), e anche le scienze si partiscono in conseguenza. Il filosofo è come colui che diciamo matematico: la matematica anch'essa ha parti, e delle scienze matematiche ce n’è una che vien prima, un’altra viene in secondo luogo, e ordinatamente le altre. E poichè a una sola scienza appartiene lo studio degli opposti, e all'uno si oppone il molteplice, apparterrà a una sola scienza lo studio della negazione e della privazione, perchè in ambedue i rispetti si considera pur sempre quell’uuo a cui la negazione e Ja privazione si riferiscono. O infatti noi diciamo semplicemente che esso non ha luogo, ovvero che non ha luogo in un certo genere di cose: quivi, dunque, Non è, questa specificazione, nel testo. Cfr. S. Tom. (561-562): « Et ad hoc principium, sc. unum, reducuntur omnia contraria fere [si può dire]. Et hoo addit quia in quibusdam non est ita manifestum. Et tamen hoc esse necesse est: quia cum in omnibus contrariis alterum habeat privationem inclusam, oportet fieri reductionem nd privativa prima, inter quae praecipue est unwn. Et iterum multitudo, quae ex uno cansatur, causa est diversitatis differentiae et contrarietatis, ut infra dicetur. L'uno è il sostrato in cui il molteplice è allo stato potenziale, di privazione (positiva), non di mera negazione (astratta), ‘’ExAZoyd t6v èvavilov sembra il titolo di un'opera di A. perduta (intorno a essa, v. Fragmenta, ed. Rose, 118-124), L'essere è un xovvév, astratto; iu realtà si presenta eù@vs, immediatamente, diviso neì generi del reale, oggetti delle particolari scienze. Qui si tornerebbe alla prima definizione della Metafisica, anzi al primo significato di essa: ci sono i generi della sostanza materiale e immateriale, mobile e immobile, sensibile e intelligibile, ecc. (cfr. XII. 1). Ma generi può esser inteso anche come equivalente n specie, di dianzi, cloè a concetti sostanziali, 1 quali possono esser organizzati logicamente, così come le parti della matematica, nell'esempio che segue, col criterio della semplicità o complessità maggiore (noi diremmo: astrattezza è concretezza graduale): aritmetica (11 numero), geometria (la figura), astronomin (il movimento celeste), armonica (rapporti matematici di suoni), ecc. In questa seconda veduta viene implicato il concetto di una gradualità logica dell'essere, che nella prima (molto più frequente in A.) può mancare. Per A. tra i generi non c'è passaggio. oltre a ciò che è nella negazione, viene aggiunta all’uno la differenza ('): poichè la negazione di esso indica soltanto l’assenza, mentre nella privazione viene in chiaro anche una determinata natura come sostrato di cui si predica la privazione. All’unità si oppone la molteplicità, così che anche gli opposti dei concetti citati dianzi, il diverso e il dissimile e il disuguale, e quanti altri si dicono o secondo quelli, o in generale secondo il molteplice e l’uno, vanno imparati a conoscere dalla scienza in discorso. Tra essi è anche la contrarietà, poichè la contrarietà è una differenza, e la differenza è diversità (?). Di modo che, dicendosi l’uno in molti modi, anche quelli si diranno in molti modi; tuttavia appartiene a una sola scienza di conoscerli tutti. Questa molteplicità di modi non richicde scienze diverse, le quali ci vogliono quando questa molteplicità non sì lascia ridurre logicamente nè sotto un unico rispetto nè sotto un’unica relazione. Ma, poichè tutto sì può ridurre a un principio supremo, ad es., tutto ciò di cui si predica l’unità a un’unità suprema, lo stesso si deve ripetere anche dell’identico e del diverso e dei contrari. Cosicchè, dopo di aver distinto in quanti modi ciascuno di essi si dice, bisogna render ragione, per ciascuna categoria (*), in qual rapporto esso stia con il modo principale e come a esso venga attribuito: di alcuni, ad es., si troverà che esso Alessandro, Schwegler, Bonitz intendono che si parli non dello privazione, mn della negazione, e non riescono a dar un senso alla frase. Vedo che anche il Ross propone di riferliria alla privazione; l'esitazione, che ancora lo trattiene, ò per l’inciso «nll’uno , ch'egli vorrebbe soppresso: i mo pare che il passo citato dianzi di S. Tom, lo chiarisca a sufficienza, In ogni modo, è nota In dottrina aristotelica cho non-bianco è negazione soltanto (astratta), nero è privazione (concreta, positiva): nell'una non sì deterinina altro, e potrebbe predicarsi, ad es., anche di un suono; nell'altra viene aggiunta «la differenza di colore, in riferimento nl sostrato ra cui nppartiene (diremmo, l'inchiostro). Così, non-veggente e cieco, non-dotto e ignorante, ecc. La diversità è, propriamente, una cifferenza di genere; la differenza (propr. detta) è una diversità nello stesso genere (le specie), la quale, quando è massima, è contrarietà: X. 8, 8; ivi, 4, 1-2. (8) Categoria, qui, vale (come avverte il Bonit2, p. 180) predicato, nozione, ecc.: ossia, per la nozione d'identità, diversità, ecc., si deve far lo stesso lavoro d'analisi che per l’essero in generale: distinguere i diversi significati e determinare la relazione tra i significati secondari o derivati e quello fondamentale originario. li comprende, di altri che li produce, di altri esso sarà predicato in altri modi siffatti. È dunque palese quel che già si accennò nella esposizione dei problemi: che spetta a un’unica scienza ragionare di tutte queste determinazioni e della sostanza. Questa era una delle questioni colà agitate. Ed è dovere del filosofo di esser in 1004 grado di speculare intorno 4 tutte queste cose. Che se tale non è il compito del filosofo, chi sarà allora che indagherà se Socrate e Socrate seduto sono lo stesso (*); ovvero, se ogni contrario ha un solo contrario, e che cosa è il contrario, e in quanti modi si dice? E così di altre tali questioni. Orbene, essendo queste per se stesse affezioni dell’uno in quanto uno e dell’ente in quanto ente, e non in quanto numeri o linee o fuoco, è chiaro che quella scienza dovrà conoscere e che cosa sono e le loro proprietà. E coloro che intorno a esse indagano, non sbagliano già perchè non sia da filosofi l’indagarne, ma perchè par che non s’accorgano neppure della sostanza; e sì che questa è prima di tutto il resto! Che se il numero in quanto numero ha le sue proprie affezioni, come parità e disparità, commensurabilità e uguaglianza, eccesso e difetto (qualità che appartengono ai numeri o per se stessi considerati o in relazione gli uni con gli altri); e se altre ne ha di proprie parimenti il solido, quel che è immobile e quel che è mobile, quel che ha peso e quello che ne manca; bene ne avrà di sue proprie anche l’ente in quanto ente, e queste costituiranno appunto ciò di cui sarà compito del filosofo l’indagare il vero. Ne è un indizio questo: dialettici e sofisti, volendo fare la stessa figura del filosofo, sebbene la loro sapienza sia solo apparente, ragionano di tutte le cose e dell’essere che è comune a tutte, evidentemente perchè questo è l’oggetto proprio della filosofia. Infatti, la dialettica e la sofistica s’aggirano intorno alla stessa sfera di oggetti della filosofia, ma La sostanza per sè o congiunta con alcun accidente (ricorda discussioni sofistiche, soprattutto dei Megarici, in proposito). Ovvero, se riascun contrario, ece.: per queste questioni questa differisce dall’una per il modo d’impiegare la facoltà conoscitiva, dall’altra per il tenore di vita (‘) da quella prescelto. La dialettica si esercita saggiando intorno a quelle cose di cui la filosofia si sforza di aver conoscenza; la s0fistica si contenta di un sapere apparente, non reale. Si noti anche che una delle due serie di contrari indica la privazione, e che entrambe si riducono all’essere e al non essere, all’uno e al molteplice: ad es., la quiete all’uno, il movimento al molteplice. Ora quasi tutti i filosofi son d’accordo che gli esseri e la loro sostanza risultano da contrari; per lo meno, affermano che i principii loro sono contrari: essi sono per alcuni il dispari e il pari, per altri il caldo e il freddo, per altri il limite e l’illimitato, per altri l'amicizia e la discordia (*). Queste e tutte le altre contrarietà si riducono, manifestamente, a quella dell'uno e del molteplice (ci si conceda dimostrata questa riduzione), sì che sotto essi, come sotto due generi, cadono tutti i principii: quelli dei filosofi su detti vi si riducono completamente. Non c’è dubbio, dunque, anche per queste ragioni, che còmpito di una sola scienza è lo studio dell’essere in quanto essere. Chè tutti gli esseri o son contrari o vengono da contrari, e principii dei contrari sono l’uno e il molteplice, e questi appartengono a un’unica scienza, sia poi che si debbano prendere in un senso solo, o in più sensi, come forse (*) la realtà e la verità esige. Ciò non ostante, pur dicendosi l’uno in molti sensi, questi verranno riferiti tutti a quello che è prima di tutti; e per i contrari sì dica similmente. E però, seppure l’essere o l’uno non è qualcosa d’universale e d’identico in tutte le cose, nè da esse separato Non ispirata dall'amore della verità, ma dall'ambizione o dal guadagno, Per la differenza tra rpodittica, dialettica ed eristica, cfr. Anal. Pr., IL 1. 24 a, 22, 6 Top., I. 1. 1004, 27: l’apodittica pone una sola delle due parti della contraddizione, invece la dialettica pone l'una e l'altra parte; ma l’una parte da ciò ch'è primo e vero, l'altra si aggira tra opinioni soltanto, più o meno ben fondate; l’eristica non cura la fondatezza di queste opinioni. Pitagorici, Parmenide (?), Platonici, Empedocle. forse, e poco dopo certo («come certo non è in realtà ): lowg (in entrambi i casì), na: come certo non è in realtà, tuttavia esse tutte si riguardano o in rapporto a ciò che hanno d’identico o per i signignificati derivati dall’essere. Non può dunque esser còmpito, ad es., del geometra lo speculare che cosa è il contrario o il perfetto o l’essere o l’uno o l’identico o il diverso, tranne che in quanto se ne serve come d’ipotesi ('). Resta così chiarito che a un’unica scienza spetta la considerazione dell’ente in quanto ente, e di ciò che a esso appartiene in quanto ente, e che essa è la stessa che deve studiare non soltanto le sostanze, ma anche tutto ciò che appartiene a loro; e, oltre i concetti accennati dianzi, anche, che è quel che precede e quel che segue, e il genere e la specie, e il tutto e la parte, e tutto ciò che altre tali questioni riguarda. CapirtoLo III. Si deve ora accennare se la scienza di quelli che i matematici chiamano « assiomi sia tutt’una con quella che tratta della sostanza, oppure diversa. Evidentemente, anche l’indagine intorno ad essi appartiene a una scienza che è la stessa di quella del filosofo, poichè essi valgono per tutti gli esseri, e non sono una proprietà di qualche loro genere, ad esclusione degli altri. Tutti gli scienziati se ne servono, infatti, perchè appartengono all’essere in quanto essere, e ciascun genere di cose è essere; e se ne servono fin dove fà al loro proposito, cioè fin dove si ends il genere di cose, intorno alate . studio di essi sarà di pertinenza di chi fa o -del suo sapere l'essere in quanto essere. Perciò, appunto, nessuno di 2° Se Ipotesi: non in senso moderno (8° intende !), ima come assunzione di concetti non dimostrati, che il geometra (e ogni scienziato, in fine) adopera senza discutere: «Il geometra fa uso (yefjta) di essi, non mostra (oò Bdeltac) che cosa sia ciascuno di essi (Alesa, 264, 9). Il termine ritorna. coloro che-attendono-allo studio delle cose nella loro particolarità, s’azzarda di dir nulla di essi, se_gono. Veri o. Do. Non ne dice “nulla il geometra nè l’aritmetico, e se alcuni fisici (') si permisero di parlarne, essi fecero ciò con qualche ragione, perchè credevano di esser i soli che facessero oggetto d’investigazione la natura nella sua totalità e l’essere. Ma c’è uno che sta ancora più su del fisico (chè la natura è uno soltanto dei generi dell’essere), sì che anche lo studio di tali assiomi spetta a chi medita in universale e intorno alla’ s0stanza prima. Certo, anche la Fisica è una sorta di sapienza, ma non è la prima(?). E tutto ciò che alcuni(?) si sono affaticati a dire della verità degli assiomi e in qual senso bisogna ammetterli, prova appunto che non hanno studiato gli Analitici. Chi si applica allo studio delle scienze deve conoscerli già questi assiomi, e non chiederne la dimostrazione nel corso dello studio (‘). Non e’ è dubbio, dunque, che anche la considerazione dei principii sillogistici spetta al filosofo e a chi specula intorno alla natura delle sostanze tutte. In ogni genere di cose, convien dire che possiede principii più saldi del suo oggetto colui che ne ha maggior conoscenza: vien di conseguenza che colui che ha la conoscenza degli enti in quanto enti, deve possedere i principii più saldi di tutti. Questi è il filosofo.° E il principio più saldo di tutti è quello intorno al quale è impossibile trovarsi in errore, poichè è necessario che tale principio sia il più: noto di tutti (tutti errano, infatti, intorno a quelle cose che non conoscono); e non deve aver «Forse pensatori che svolsero elementi scettici di Eraclito, Empedocle, Anassagora, Democrito (Ro88). Così anche in VI. 1. 1026 a, 24 e 30 ($ 7): la Metafisica è qriccogpia xq@rn, la Fisica deutéga. Sono i fisici ric. dianzi ? O, come sembra più probabile, Antistene? Cfr. qui Cap. 4, 2; 5-2, ecc.; il nome è fatto in V. 29. 1024 b, 32 (S$ 2), e in VIII. 3. 1049b, 24 ($ 6). Ma mi par che non debba neppur escludersi un’interpolazione del passo. La dimostrazione differisce dal sillogismo in quanto muove da principii immediatamente certi e veri (dul punto di vista della scienza particolare): « Vero © primo è quel che non per altro, ma per se stesso ha certezza: invero, dei principii scientifici non bisogna richieder la ragione, ma ognuno di essi deve esser certo per Be stesso : Top., nulla d’ipotetico (‘): chè non può essere ipotetico quel principio senza del quale è impossibile che uno possa comprendere una qual si voglia delle cose che sono. La conoscenza di esso è indispensabile a chiunque vuol conoscere una cosa qualsiasi, ed è necessario che ne sia provvisto già chi viene per imparare. Che dunque un principio tale'sia il più saldo di tutti, non è chi non vegga. Quale poi esso sia, passiamo a dirlo. i È impossibile che la stessa cosa convenga e insieme non convenga a una stessa cosa e per il medesimo rispetto (e quante altre determinazioni potremmo aggiungere, si tengano fatte a scanso delle difficoltà discorsive) (?). Questo è di tutti i principii il più saldo: esso, infatti, ha i caratteri che dianzi determinammo, poichè è impossibile che uno stesso pensi la stessa cosa essere e non essere, secondo che alcuni credono dicesse Eraclito (*). Vero è che non è necessario che tutto quello che uno dice, lo pensi anche (‘). Ma non potendo i Qui la parola ha un valore diverso dal precedente (per quanto resti in comune il concetto di assunzione dogmatica, caratterizzata qui dalla particolarità dell'oggetto, piuttosto che dall'uso pratico), e agli effetti del pensiero può esser inteso nel senso moderno che l’'oppone al «categorico (a ciò che non presuppone nulla, perchè è incondizionatamente vero). A scanso delle difficoltà discorsive, così come le consuete riserve più giù, accennano ad argomentazioni che tendessero a metter in dubbio o ad impugnare il principio così com'è formulato: per es., per il concetto del divenire, che avviene tra contrari, ecc. Più in là A. chiarisce, ad es., che i contrari sono insieme in potenza, non in atto. i A. attribuisce, dunque, l'opinione agli interpreti di E. più che ad I. stesso: cfr. XI. 5, 7. Qui il discorso è considerato verbalisticamente, non come pensiero. Del celebre « principio di non contraddizione , chi ben consideri, s'avvedrà che son date qui tre formule corrispondenti ai tre punti di vista dianzi accennati: 1) «non è possibile a uno di avere, o pensare, a un tempo, opinioni contrarie : ch'è questione soggettiva; 2) «una stessa cosa non si può insieme affermare o negare : ch'è questione logico-dialettica, della realtà veduta nell’atto del giudizio, che o pone il rapporto di convenienza del predicato al soggetto, o esclude quel rapporto; 3) «i contrari non possono trovarsi insieme nella stessa cosa (in atto): ch'è questione dell'essere, i. e. dei principii reali, delle cose. La giustificazione della prima formula è data dalla terza (non potendo è contrari trovarsi insieme) e dalla seconda (e dacché un'opinione è contraria all'opinione contradittoria); quella della seconda, dalla terza (un'opinione è contraria all'opinione contradittoria) e dalla prima (poiché è impossibile che uno contrari trovarsi insieme nella stessa cosa (aggiungiamo anche a questa proposizione le consuete riserve), e dacchè una opinione è contraria all'opinione contradittoria, è chiaro non esser possibile che lo stesso uomo pensi che la stessa cosa sia e insieme non sia: chi fosse in questo errore, avrebbe a un tempo le opinioni contrarie. E però tutti i dimostranti a questa riducono l’ultima opinione: essa, per la natura stessa delle cose, è il principio anche di tutti gli altri assiomi. CapitoLo IV ('). Pure, ci sono alcuni, come s’è accennato, i quali affermano potersi dare che la stessa cosa sia e non sia, e poterla appunto pensare così. Fanno uso di questo modo di ragionare molti anche dei fisici (°). Ma noi abbiamo stabilito che è im stesso pensi la stessa cosa essere e non essere); quella della terza, al cap. 6 (8 12), dalla seconda,la quale riacquista rispetto a essa l'indipendenza posta qui preliminarmente al s 6. Questa ha in A. il significato semplicemente di una condizione necessaria per il conoscere e il sapere, ossia per il pensiero che pensa la realtà itelle cose, perchà per l'intelligibilità, reale e logica, di queste è un presupposto indispensabile la distinzione fra un concetto e l’altro, e in primo luogo fra concetti opposti, e, prima ancora, tra l'affermare e il negare. Il principio del mezzo, o terzo, escluso integra, qui, il principio di non contraddizione, e lo sottrae, anche per questa via, alla dipendenza immediata da quello di contrarietà, dove, invece, quel mezzo esiste. Quando, in seguito, fu aggiunto il principio d’identità, non soltanto si guadaguò in compiutezza formale, ma si vide meglio e il rapporto fra i tre principii e il carattere puramente logico che ha questa parte della Metafisica aristotelica. Naturalmente, nel formulismo scolastico si perdette, poi, gran parte dell'interesse cho aveva la questione in A. per le conseguenze, a cui la negazione del principio di non contraddizione portava rispetto al conoscere e al sapere, anzi rispetto alla concezione e realtà dell'universo intero. Comincia di qui la difesa del principio di non contraddizione contro coloro che lo negano. Questi, sebbene la trattazione li mescoli di frequente, son tuttavia abbastanza distinti in tre gruppi corrispondenti alla triplice formulazione del principio: a) di coloro che l'impugnano per mera esercitazione eristica; bd) di coloro che, come i Protagorei più seri, si fondano su la natura propria della dora; e) di coloro che, eraclitizzando, pongono l’unione degli opposti nella realtà stessa delle cose. Son nominati, nel capitolo seguente, Eraclito e i suoi seguaci, Empedocle, Anassagora, Democrito. possibile essere e non essere insieme, e però dichiarammo che quello è il più saldo di tutti i principii. Ed è effetto d’ignoranza (‘) se alcuni reputano che anche quel principio si debba dimostrare: chè no n altro che ignoranza è non sapere di quali cose bisogna chiedere la dimostrazione, e di quali no. Che di tutto, assolutamente, ci sia dimostrazione, è impossibile: si andrebbe all’infinito, sì che per tal modo non ci sarebbe dimostrazione di nulla. Che se di alcune cose non si deve esigere la dimostrazione, non riuscirà loro di dire quale altro principio meglio di quello, a loro avviso, è tale. Certo, anche di esso si può dimostrare, in via di confutazione (*), che è impossibile negarlo, solo che, chi lo mette in dubbio, dica qualcosa. Che se non dicesse nulla, sarebbe ridicolo andare in cerca di ragioni contro chi, in quanto non ragiona (*), non ha ragioni di nulla. Un tale, in quanto tale, sarebbe già simile a un tronco. Il dimostrare poi in via di confutazione, io dico che differisce dal dimostrare vero e proprio, perchè chi si accingesse a dimostrare lui quel principio mostrerebbe di presupporre ciò che deve dimostrare; ma, qualora la colpa (‘) fosse di un altro, si tratterebbe di una confutazione, e non di una dimostrazione. In tutti i casi simili, la norma è di non pretendere che l'avversario dica che una cosa è o non è (perchè egli obicetterebbe subito che si presuppone ciò che è da dimostrare); ma che dia un significato a quel che dice, per sè e per gli altri: e questo è pur necessario, se egli vuol dir qualcosa. Altrimenti, costui non direbbe nulla, nè per suo proprio conto, nè per gli altri. Che se, invece, lo concede, la dimostrazione allora è possibile. Già, infatti, s'è per tal modo determinato qualcosa. La colpa non è del dimostrante, sì di chi è costretto ad accettare la dimostrazione, perchè, mentre vuol Cfr. dianzi (3, 3) per quelli che non hanno studiato gli Analitici. La confutazione (é EXeyyxog) è una dimostrazione negativa o indiretta, che si limita a portare all’assurdo la sentenza dell'avversario, o a purificarla dai fraintendimenti e sofismi ch'egli vi ha intrusi. (9) Ho tentato di giustificare così le parole che il Christ vorrebbe espunte. La colpa del circolo vizioso, che alcuno gli volesse addebitare. distruggere il ragionamento, è costretto a ragionare. Oltre di che, chi ha fatta quella concessione, ha già concesso che ci sia qualcosa che è vera senza dimostrazione, e che perciò non ogni cosa è possibile che sia così e non così ('). Anzitutto è chiaro che questo alieno è vero: che le parole « essere e non-essere hanno un significato ben determinato, per cui non ogni cosa è possibile che sia e non sia così. Parimenti, se la parola « uomo ha un significato solo: sia esso quello di « animale bipede . Dicendo che ha un solo significato, intendo che, se uomo vuol dir questo, ove ci sia un essere che è uomo, esso sarà ciò che per uomo 8’è definito. E non importa nulla se si obietta che di significati ne ha parecchi, pur che vengano definiti; chè si può a ciascun 1006 b concetto assegnare un nome diverso. Facciamo il caso che si obiettasse che uomo non ha un solo, ma parecchi significati, e che la definizione animale-bipede vale per uno soltanto di essi, laddove ce ne sono parecchi altri, ma in numero determinato : ebbene, si dia un nome appropriato a ciascuno di essi. Che se, per non far questo, si adducesse che i significati di quel nome sono infiniti, è manifesto che esso non avrebbe più nessun senso, perchè, se non significa una cosa determinata, è come se non significhi nulla; e quando le parole non hanno senso, è tolta la possibilità di discorrere con altri, anzi, propriamente, anche seco stesso: giacchè non può neanche pensare chi non pensa una cosa determinata: e se egli è in grado di pensare, dovrà anche dare un nome unico alla cosa cui pensa. Stabiliamo, quindi, che, come s'è detto da principio, ogni parola significa qualcosa, anzi qualcosa di unico. Ora, esser-uomo non potrà significare lo stesso che non-esser-uomo, se la parola uomo ha un significato non soltanto come predicato di un unico oggetto, ma in quanto significa essa stessa un oggetto unico. Per noi, infatti, una parola ha un unico significato, non in quanto si predica di un unico oggetto: C'è sospetto d’interpolazione nel testo: le ultime parole del periodetto, ad es., son ripetute poche linee dopo. chè, a tal patto, musico e bianco e uomo significherebbero la stessa cosa, e in conchiusione, designando con nomi diversi la stessa cosa, sarebbero tutti una cosa sola. Una stessa cosa potrebbe essere e non essere soltanto nel caso di un equivoco, qualora, ad es., quel che noi chiamiamo uomo, altri lo chiamassero non-uomo. Quel che è in questione non è già se lo stesso possa insieme essere e non essere uomo di nome, ma di fatto. Se poi uomo significa lo stesso che non-uomo ('), è chiaro che anche esser-uomo sarà lo stesso che non-esser-uomo, per cui tra essere e non esser uomo, essendo l’identica cosa, non ci sarebbe nessuna differenza. Questo appunto vuol dire esser l’identica cosa; come chi dicesse abito e vestito : chè il concetto è unico. Se fosse unico, esser-uomo e non-esser-uomo significherebbero lo stesso. Ma 8’era mostrato che il loro significato è diverso. Se, dunque, si deve poter dire qualcosa di vero, bisogna necessariamente che, chi dice di uno che è uomo, intenda dire che è un animale bipede: questo era, infatti, ciò che la parola uomo significava. E se questo è necessario, non è possibile che quello stesso non sia un animale bipede: chè questo appunto vuol dire che una cosa è di necessi tà: esser impossibile che non sia. Non si può dare, quindi, il caso che sia vero insieme dire che uno stesso è uomo e non è uomo. Il discorso vale anche per il non-esser-uomo. L’esser-uomo esprime un’altra cosa dal non-esser-uomo, come del resto anche l’esser-bianco è diverso dall’esser-uomo: anzi, la opposizione tra i primi termini è anche maggiore, esprimendo essi una cosa del tutto diversa. E se qualcuno ci volesse sostenere che bianco e uomo significano una stessa e mede Chiarisce il par. precedente, dove aminette che una cosa può essere e non essere la stessa soltanto per un equivoco (il testo ha omonimia, usato qui, come la sinonimia della 1. precedente, in senso alquanto diverso da quello stabilito in nota a lib. I. 6, 5: qui si bada se uno intende con la stessa parola indicare concetti opposti, oppure lo stesso concetto con parole diverse). Se l'avversario vuol dare alla parola «uomo lo stesso senso di « non-uomo , deve anche identificare il fatto e il concetto di «esser uomo con quello opposto di « non-esser-uomo : e venir meno, quindi, al patto (cfr. 11) di non dare a una stessa parola significati diversi in confronto alle cose, sima ‘cosa, noi ripeteremo quel che abbiam detto prima: che allora tutte le cose, e non soltanto gli opposti, fanno una cosa sola ('). E se questo non può essere, pur che l’avversario risponda alle nostre domande, dovrà convenire in quel che s’è detto. Ma, se egli a una semplice interrogazione rispondesse aggiungendo anche delle negazioni, non risponderebbe propriamente a quel che si chiede (*). Niente impedisce che uno stesso sia, oltre che uomo, bianco e innumerevoli altre cose; ma, interrogato se si può con verità dire che quello è un uomo o no, egli deve rispondere soltanto ciò che la parola significa, e non aggiungere che è anche bianco e grande; poichè, essendo infiniti gli accidenti, è impossibile percorrerli tutti, si che o li citi tutti o non ne citi nessuno. Se anche lo stesso è uomo e diecimil’altre cose diverse da uomo, egli non deve rispondere, a chi gli domanda se uno è uomo, che è uomo, sì, ma insieme anche non-uomo: a meno che non intenda di aggiungerli tutti gli accidenti: quante altre cose, cioè, l’uomo è o non è. Che se si mettesse per questa via, non c’è più modo di discutere, In somma, quei che si mettono per questa via, vengono a sopprimere la sostanza e la pura essenza di ogni cosa, perchè son costretti ad affermare tutto esser accidentale, e che non esiste un concetto tale, quale quello di uomo o di animale. Se ci fosse, infatti, un concetto tale, quale quello di uomo, esso non potrebbe essere quello di non-uomo, 0 quello di non esser uomo: e questi sono pure negazione di PI Se non si concede che nomo= bianco, tanto meno si può concedere che momo = non-uomo. Se si concede, non soltanto gli opposti, ma tutto è la stessa cosa, e non c'è modo di parlar più di nulla, «Sarebbe assurdo che. interrogato sè Socrate è uomo, rispondesse che è anche .non-cavallo e non-cane : Alessandro (284, 32). Ovvero, riferisse la negazione agli accidenti: « est enìm v. g. albus, musicus, etc.; quae omnia in ambitu notionis non-homo continentur: Bonitz, p, 199. Ma anche le prime negazioni si possono riguardare come accidentali, se sì bada, non alla sostanza propriamente, ma alla definizione di uomo. L’avversario deve rispondere con un sì, o con un no (ovvero ripetendo semplicemente il nome, o premettendogli la negazione: uomo, non-uomo). quello ('). Non s’era d’intesa che esso aveva un solo significato, e che questo era la sostanza della cosa? Ma esprimere la sostanza di una cosa vuol dire che questa, e non altra, è la sua essenza. E se c’è qualcosa che ha l’essenza di uomo, essa non potrà coincidere con quella che non ha tale essenza, o con quella che ha l’essenza di non-uomo. Costoro son costretti a dire che tale concetto non è concetto di nulla, ma che tutto è accidentale (*). Poichè in questo si distingue la sostanza dall’accidente: l’esser bianco è accidentale per l’uomo, perchè egli è, sì, bianco, ma non è bianco per l’essenza. Ma se tutto si affermasse in via accidentale, non ci sarebbe più niente di primo a far da soggetto: eppure l’accidente esprime sempre la categoria di un qualche sostrato. Si andrebbe, necessariamente, all'infinito: il che è impossibile. Anche perchè ogni connessione è soltanto tra due termini (*). L’accidente, infatti, non può essere accidente di un accidente, salvo in quanto entrambi sono accidenti di uno stesso soggetto. Voglio dire, per es.: il bianco è musico, e il musico è bianco, in quanto entrambi sono accidenti di uomo. Ma Socrate non è musico a questa maniera, come entrambi i termini fossero accidenti di un terzo. Questi accidenti, dunque, sono predicati in due maniere diverse. Quelli che si predicano così, come il bianco di Socrate, non possono formare una serie che proceda all’infinito: ad es., di Socrate, che è bianco, predicare un qualche altro accidente, e così via via: chè, dall'unione di questi accidenti, non verrebbe fuori un’unità ('). E neppure del bianco si può dire che ci Il che non avverrebbe se, come l’avversario sostiene, la negazione fosse vera quanto l’affermazione. Sul valore della negazione, talvolta riguardata nella c. d. copula, tal’altra nel predicato del giudizio, e sul rapporto tra la forma affermativa e quella negativa in A., v. G. Catocero. în Giorn. critico della fil. ital., VII (1926), fasc. 5. Se non è concetto (esseuza) di nulla, ma si può attribuire, insieme al contrario, a qualcosa (x è uomo € non-uomo, nello stesso modo che l’uomo può esser bianco e non bianco), sarà, dunque, non sostanza, ma accidente. Il soggetto e il predicato. Dall’unione degli accidenti non vien fuori l'unità del reale, se questa non è raggiunta già con la posizione del primo accidente, col quale la sostanza forma sia un‘altro accidente da predicare, per es., musico, perchè questo non è un accidente di quello più che quello di questo. Resti con ciò determinato che di accidentalità si può parlare in due maniere: o come in quest’ultimo esempio, o come musico si predica di Socrate, nel qual caso l’accidente non è predicato accidentalmente di un altro accidente, come era l’altro caso. In conchiusione, non tutto potrà essere affermato come accidente, e deve quindi esserci anche qualcosa che si riguardi come sostanza. Se così è, riman chiarito che è impossibile predicarne insieme concetti contradittorii. Inoltre, se i contradittorii si potessero predicare sempre insieme, con verità, dello stesso, chi non vede che tutte le cose diventerebbero una sola? Sarebbe, infatti, lo stesso e una trireme e un muro e un uomo, una volta che una cosa si può tanto affermare che negare di ogni cosa. Che è una conseguenza inevitabile per coloro che ripetono il ragionamento di Protagora: poichè, se ad alcuno pare che l’uomo non sia una trireme, è chiaro che non è una trireme; ma, se la contradittoria è vera, ne consegue che egli è anche una trireme. Si va alla sentenza di Anassagora: tutte le cose sono tutto insieme. Per cui, niente si può predicare con verità di nulla. Si ha l'impressione che essi parlino dell’indeterminato; e pur credendo di parlare dell’essere, parlano, invece, del non essere: chè l’indeterminato è l’essere in potenza ('), non quello in atto. E in vero, costoro si trovano nella necessità di dire che di ogni cosa si può affermare o negare ogni altra. Sarebbe infatti assurdo che, mentre a ogni cosa deve convenire la sua negazione, non le dovesse poi convenire quella di un’altra che già non conviene a essa. Voglio dire che, se è vero dir dell’uomo che è anche non-uomo, è chiaro che deve «un che determinato . In altri termini: non dall’enumerazione degli accidenti, a volta a volta incorporati al soggetto, si ha da attendere l'unità di esso. L'altro modo di predicazione è quello in cui la serie non gira attorno al soggetto, ma fa une catena da accidente ad accidente. L'indeterminato è l’essere in potenza, nel quale i contrari sono insieme; non quello in atto, nel quale la potenza (ch’è un non-essere-ancora) vien determinata. esser vero anche dire tanto che è trireme, quanto che è nontrireme. Intanto, se l’affermativa (che è trireme) fosse concessa, di necessità sarebbe concessa anche la negativa. Ma poniamo che l’affermativa non sia concessa; tuttavia Ja negativa di questa gli dovrebbe convenire meglio di quella sua. Ora, dacchè quest’ultima gli conviene, gli converrà anche quella di trireme; e convenendogli questa, gli conviene anche l’affermativa di essa ('). A queste conseguenze arrivano coloro che sostengono tale dottrina. E a quest’altra, anche: che nulla è necessario o affermare o negare. Infatti, se è vero che l’uomo è uomo e non-uomo, è chiaro che sarà vero anche che egli non è nè uomo nè non-uomo: poichè alla doppia affermativa corrisponde la doppia negativa, e se là delle due affermazioni se ne fa una sola, una sola sarà anche questa opposta. Proseguiamo: o, quel ch’essi dicono, vale per tutte le cose, o no: nel primo caso, ogni cosa bianca è anche non bianca, quel che è anche non è, e similmente per le altre affermazioni e negazioni; nel secondo caso, se esso non vale per tutte, ma per alcune sì e per altre no, per queste ultime anch'essi son d’accordo che il loro principio non vale. Se, invece, vale per tutte, da capo: o di tutte quelle di cui si afferma qualcosa, questo si può anche negare, e viceversa; ovvero, di quelle di cui si afferma qualcosa, questo si può unche negare, ma non di tutte quelle di cui si nega qualcosa, questo si può anche affermare. In quest’ultimo caso, si avrebbe un punto fermo, un non-essere, e questa sarebbe già una Accogliendo (1007 b, 33) la lezione del cod. fiorentino Ab (come il Ross propone), e riordinando un po'il testo, il ragionamento risulta così: A. sostiene che se, poniamo, di Socrate si può predicare insieme uomo e non-uomo, allora di lui si può affermare o negare ogni altra cosa indifferentemente: per es., ch'è trireme e non-trireme, Se, dunque, l'avversario concedesse ch'è trireme, dovrebbe concedere (secondo il suo principio onde si può affermare anche la contradittoria) ch’è anche non-trireme. Ma poniamo, dice A., che «l'affermativa non sia concessa. Egli dovrà, almeno, concedere la negativa, perchè «sarebbe assurdo che, mentre a uomo conviene la negazione di uomo, non gli convenisse quella di trireme: anzi, gli deve convenire anche meglio, perchò è la negazione di qualcosa che già si pone non convenire a esso . Ma, concessa questa, deve poi concedere anche l’affermativa: che è trireme. salda opinione; ma, se il non-essere è qualcosa di saldo e conosciuto, tanto più sarà tale l’affermazione (‘) opposta. Ma poniamo, invece, che di tutte quelle di cui si nega qualcosa, questo si possa anche affermare: allora, di necessità, o è nel vero chi tiene separate le due parti, e dice, ad es., che una cosa è bianca, e poi che non è bianca; ovveroè nel falso. Se per essere nel vero le deve tener unite, costui disdice ciò che dice, ed è come non esistesse niente. O come poi parlerebbe e camminerebbe ciò che neppure esiste? (?). E tutte le cose sarebbero una sola, come anche prima s’è detto, e sarebbe lo stesso e uomo e Dio e trireme e i loro contradittorii. Chè, se di ciascuna cosa si può ripeter questo, l’una non differirà dall’altra: se differisse, essa avrebbe già qualcosa di proprio, e questa sarebbe la sua verità. Alla stessa conchiusione si perviene dicendo che è nel vero chi tiene separate le parti contradittorie (9). Ne deriva, anzi, anche questo: che tutti dicono vero e tutti dicono falso, e però concede che dice falso anche lui. Evidentemente, con costui non si può discuter di nulla, perchè non dice nulla: non dice mai che è così, o non così, ma sempre che è così e non così (‘); e poi, negando ambedue queste cose, che non è nè così nè non così. Se parlasse altrimenti, ci sarebbe già qualcosa di determinato. Che se, poi, ci si facesse concedere che, quando l’affermativa è vera, la negazione è falsa, e che, quando è vera questa, l’altra è falsa, non sarebbe più vero che si può nello stesso tempo affermare e negare la stessa cosa. Ma, senza dubbio, tutti direbbero che questa è una petizione di principio. In fine, diremo che sono in errore quelli che pensano che una cosa sta, oppure non sta, in un certo modo, e che invece è nel vero chi le pensa tutte due quelle opinioni? Che se costui non dice neppure di esser nel vero, o che cosa vor «Per mezzo dell’atfermazione la negazione è più conoscibile; chè l'affermazione è prima, come l’essere è prima del non essere : Anal. Post., I. 25. 86 b, 34. Qui, l’uomo di cui si parla (e colui stesso che parla). (9) Come se fossero due persone diverse a sostenerle. Similmente in Teeteto. rebbe dire la sua asserzione che la natura delle cose è proprio così fatta? ('). E se non pretende di dir giusto, ma di dire più giusto di chi la pensa in quell’altro modo, ecco che le cose starebbero già in un certo modo, e questa sarebbe la verità, e non già vero e falso insieme. E se ribatte che tutti sono nel falso e nel vero ugualmente, a costui non è più lecito aprir bocca a parlare: perchè dice nello stesso tempo Sì e no. E se non ha nessuna opinione, ma crede e non crede del pari, quale differenza c’è tra lui e le piante? Da ciò si vede benissimo che nessuno, non solo gli altri, ma neppure chi fa questi discorsi, è persuaso che così stiano le cose. O perchè mai va egli a Megara, e non se ne sta tranquillo a casa pensando di camminare? (?). E perchè un bel mattino non va diritto a gettarsi in un pozzo o, se gli càpita, giù da un precipizio, anzi si vede bene che se ne guarda, proprio come se pensasse che non sia tanto buono quanto non buono il caderci? È dunque chiaro che crede l’una cosa migliore e l’altra peggiore. Ma se è così, deve convenire anche che una cosa è uomo e un’altra non-uomo, una cosa è il dolce e un’altra il non-dolce. Egli non mette tutto alla pari quando pensa ad avere qualcosa che cerca; ma, avendo pensato che per lui è meglio ber dell’acqua o vedere qualcuno, va in cerca proprio di quello. Eppure doveva mettere tutto alla pari, se uomo e non-uomo fosse la stessa cosa. Invece, come abbiamo detto, non c’è nessuno che non si vegga guardarsi da alcune cose e da altre no. Non pare, dunque, Intendo: Chi dice che la verità è nella contraddizione, riconosca almeno che c'è questo che diciamo la verità. O non vorrà neppur riconoscer questo? Ma, allora, che cosa intende quando asserisce che la natura delle cose è così fatta, che in essa (secondo la sentenza di Eraclito) i contrari son sempre uniti? ecc. Tralasciando il pi della 1. 9, come consiglia il Ross, il senso verrebbe trasformato così: Se egli ritiene di esser nel vero, che vuol dire che la natura è così fatta? In essa non si dovrebbe parlare di «essere, nè di esser essa l’una cosa piuttosto che l’altra (chè tutto è e non è, ed ogni cosa è ogni altra). Non è lo stesso per lut camminare e non camminare. Ovvero, se col Ross si aggiunge il deiv (da Ab e Aless.): non è lo stesso per lui dover, 0 no, andar a Megara. Quest'argomentazione, presa dal meglio e dal peggio, è già in Teeteto. che ci possa esser dubbio: tutti credono che le cose stanno assolutamente in un modo, se non tutte, almeno quelle che riguardano il meglio e il peggio. E se lo credono(‘), non per scienza, ma per opinione, tanto più dovrebbero esser solleciti della verità, così come deve curar la salute più chi è malato del sano: e infatti, chi opina, al paragone di chi sa, è in una disposizione non sana in rispetto alla verità. Finalmente, sia pure che tutte le cose stiano così e anche non così. Ma in natura c’è il più e il meno in ogni cosa: noi non diremmo che il tre è pari nella stessa misura del due, e credere che il quattro valga cinque non è un errore uguale a quello di chi crede che valga mille. Ora, se l’errore non è uguale, manifestamente uno dei due erra di meno, e però è nel vero più dell’altro. Ma se è più nel vero, al vero è più vicino, e ci sarà quindi una verità a cui è più vicino chi è più nel vero. E anche se tale verità non c’è, ma, insomma, c'è almeno qualcosa che ha maggiore o minore fondamento e certezza, e questo basta a liberarci (?) da un discorso che non si lascia ridurre in termini di pensiero e impedisce di determinar nulla. Il ragionamento di Protagora deriva anch’esso da questa opinione, e però la sorte dell'uno è necessariamente legata a quella dell’altra. Poichè, se tutto quello che si crede e appare, è vero, ogni cosa di necessità è vera e falsa insieme. Di fatto, gli uomini hanno, per lo più, opinioni contrarie le une alle altre, e tuttavia stimano che sia in errore chi non la pensa come loro: per cui è necessario che la stessa cosa sia e non sia. Viceversa, se si concede questo, vien di con Se lo credono, il meglio e il peggio. Come nella precedente invocazione della testimonianza dell'azione, così nelle ultime parole si può notare un senso della verità come di un bisogno che il soggetto ha di essa per se stesso. seguenza che tutte le opinioni sono vere. Poichè le opinioni di chi è in errore e quelle di chi è nel vero, sono tra loro opposte; ma se tale è l'essere delle cose, tutti saranno nel vero. È chiaro, dunque, che i due ragionamenti svolgono. lo stesso pensiero (‘). Tuttavia, a combatterli, non si ha da prendere la stessa strada per tutti: con alcuni ci vuole la; persuasione, con altri la sopraffazione (*). Non è difficile curare l’ignoranza di coloro che s’indussero a credere così in sèguito a dubbi e difficoltà, giacchè per essi si ha che fare, non con parole, ma col pensiero. Invece, a curar quelli che giuocano di parole non c’è altra via che confutarne il discorso letteralmente, in quanto è di parole espresse con suoni. Coloro che in sèguito a dubbi e difficoltà vennero nell’opinione che le asserzioni contradittorie e i contrari possono stare insieme, mossero dalla osservazione delle cose sensibili, dove una stessa causa produce effetti contrari. Ora, se quello che non è non può generarsi, il fatto preesistente era già ambedue i contrari insieme. Anche Anassagora dice similmente che tutto si trova mescolato in tutto, e Democrito, anche lui, insegna che il vuoto e il pieno si trovano in ogni particella alla pari, sebbene l’uno di essi sia un ente, e l’altro un non-ente. A coloro, dunque, che fondano su queste ragioni la loro sentenza, noi diremo che in un senso parlano giusto, ma in un altro ignorano come stanno le cose. In realtà, dicendosi l'essere in due sensi, in uno di questi qualcosa può generarsi dal non-ente, ma rell’altro non può (*); ed è possibile che Partendo, l'uno, dall'oggetto; l'altro, dal soggetto (dall’opinione). Sopraffazione: col ragionamento, Cfr. Top., I. 12. 105 a, 16: « L’induzione è più persuasiva... ma il sillogismo stringe di più, ed ha maggior forza contro quei che contraddicono , Poichè l'essere si dice o in atto o in potenza, così c'è un modo di essere (in potenza) ch'è anche un modo di non essere (in atto). (Il puro non-essere non ha realtà: il non essere è un momento di sviluppo dell'essere, che, come pura essenza, è già, nel concetto, almeno, se non nella realtà temporale). E come per la sostanza, così per le sue determinazioni secondarie: «sic, enim, tepidum est in potentia calidum et frigidum, neutrum tamen actu: S. Tom. ($ 667). (Qui, una stessa cosa si trovi ad essere e a non essere insieme, ma non per lo stesso rispetto: poichè in potenza i contrari possono essere insieme, ma non in atto. Inoltre, li inviteremo a persuadersi che c’è anche un’altra sostanza degli esseri, la quale non è per nulla affatto s0ggetta a movimento, nè a nascita o corruzione. Dalle sensazioni muove parimenti l’opinione di alcuni che la verità sia di ciò che appare ('). Essi stimano che a giudicare del vero non convenga rimettersene alla maggioranza o alla minoranza. La stessa cosa, essi dicono, al gusto di aleuni pare dolce, ad altri amara: sì che, se tutti ammalassero o impazzissero, e soltanto due o tre rimanessero sani e in cervello, costoro sembrerebbero malati e pazzi, e non gli altri. Inoltre, a molti altri animali le stesse cose appaiono al contrario che a noi; anzi a ciascuno di noi singolarmente, stando alla sensazione, le cose non sembrano sempre le stesse. Quali, quindi, di esse siano vere o false, ci è nascosto: queste non hanno maggior diritto di quelle alla verità, ma uguale. Perciò, appunto, Democrito afferma che o non c’è nulla di vero, o, almeno, ci è nascosto. In somma, se essi insegnano che quel che appare al senso è necessariamente vero, ciò avviene perchè ritengono per ammesso che l’intelligenza si riduca alla sensazione, e questa a un’alterazione (?). Se ed Empedocle e Democrito e, in breve, ciascuno degli altri si trovarono prigionieri di tali dottrine, ciò non avvenne per altro motivo. Dice, infatti, Empedocle che chi cambia abito, cambia intelligenza: Quali le sue condizioni, tale cresce l’uomo per senno; veramente, si tratta non di un non-essere-ancora, in opposizione a un essere-giù; ma di un modo dell’essere che è già, del sostrato, che può ricevere ambedue le determinazioni contrarie, ed è, quindi, per se stesso potenza di contrari), tà parvépeva: non si dia un senso troppo soggettivo all'espressione (non esatto il Bonitz, p. 201: «quidquid cuique videatur ). Alterazione (mutamento qualitativo), che subisce l'organo del senso da parte dell'oggetto. 1009 b 1010 a 122 METAFISICA e altrove: Tanto essi si mutano, e tanto si rinnovano sempre anche i loro pensieri. E Parmenide si esprime nello stesso modo, Quale in ciascun uomo è la temperie delle membra flessibili, tale è la sua mente. Essa è appunto quel che pensa negli uomini, in tutti e in ognuno: la natura de’ loro organi: quel che in essa prevale è il pensiero . E si suole ricordare anche un detto di Anassagora ad alcuni suoi scolari: che le cose sarebbero per essi tali, quali piacesse loro di crederle (?). Dicono che anche Omero sembra di questa opinione, perchè imaginò che Ettore, quando per la ferita uscì di sè, giacesse «altro pensando: quasi che anche coloro che sono fuori di senno pensassero, sebbene non alle stesse cose: è chiaro, dunque, dicono, che se pensiero c’è in un caso e nell’altro, anche le cose sono insieme così e non così. Il pericolo maggiore è nelle conseguenze: se coloro che hanno guardato più a fondo quel che può essere il vero (e tali sono quelli che più di tutti lo cercano e lo amano), proprio essi, hanno opinioni di questo genere, e in questo modo si esprimono su la verità, con quale animo i principianti sì metteranno a filosofare? Il cercare la verità sarebbe un correr dietro alle nuvole! A tale opinione essi arrivarono perchè cercavano bensì la verità nella realtà, ma reali reputavano soltanto le cose sensibili: ora, in queste ha gran parte l’indeterminato, e anche l’essere, ma nel significato che dicemmo (*). Perciò il loro Cfr. Diela. Sembra ad alcuni che A. forzi troppo il pensiero di costoro col farne dei sensisti. Ma è anche vero ch'essi non distinguono il sensibile dall’intelligibile, 0, se distinguono, fanno del pensiero quasi un senso superiore: come dimostrano i versi citati. Buone o cattive, a seconda della disposizione d'animo. Cioè, potenziale. Per Epicarmo, non si conosce a quale giudizio di lui contro Senofane, A. qui alluda. discorso ha somiglianza col vero, ma non è vero. E c’è maggior proprietà a parlar di loro così, che non come Epicarmo contro Senofane. Un altro motivo della loro opinione era questo: vedendo che tutto in questo mondo si muove, e ritenendo che del mutevole non ci sia nulla da dire di vero, conchiusero che neppure è possibile parlare con verità di un mondo che sempre e in tutti i modi si muta. Da questa constatazione germogliò l’opinione più estrema in questo argomento, quella di coloro che professano di « eraclitizzare , quale aveva anche Cratilo: questi finì col credere che non si debba parlare, e moveva il dito solamente, e biasimava Eraclito per aver detto che non è possibile immergersi due volte nello stesso fiume: £ suo avviso, neppure una volta è possibile. Ma noi anche contro questo ragionamento risponderemo che certamente quel che muta, mentre muta, dà loro qualche ragionevole motivo di credere al suo non essere. Eppure c’è da discuterne; poichè, l’oggetto che perde una proprietà, conserva ancora qualcosa di ciò che perde, ed è già necessariamente qualcosa di ciò che diviene. E in generale: se qualcosa si corrompe, deve continuare a essere qualcosa; e se qualcosa si genera, di necessità dev’esserci ciò da cui si genera, e che lo genera; e questo processo non può andare all’infinito. E anche lasciando questo da parte, noi diciamo che non è la stessa cosa il mutare nella quantità e il mutare nella qualità: per la quantità, sia pure che non ci sia al mondo nulla di permanente; ma noi conosciamo tutte le cose per la forma. À quelli che la pensano a quel modo, noi non possiamo fare a meno di rimproverare che, limitandosi a un piccolo numero di osservazioni, pur nella cerchia stessa delle cose sensibili, i lor pronunziati estesero all'universo intero. Se la Cratilo, ricordato già in I. 6, 1 come maestro di Platone. Il passaggio è, dunque, sempre dall’essere all'essere: poichè per A. è l'essere che spiega il divenire, non viceversa. La pura essenza non diviene, e questa è forma che spiega il mutare delle cose (qualitativamente: qualità, qui, è il punto di viste formale, della sostanza e delle sue determinazioni conoscitive, opposto a quello meramente materiale della quantità). regione del sensibile, che ci circonda, è in perpetuo nascere e perire, tale, tuttavia, è essa soltanto, e rispetto al tutto è una piccola parte, che conta, si può dire, niente: sì che sarebbe molto più giusto in grazia del tutto assolvere questa parte dalle sue mancanze, piuttosto che a cagion di questa condannare il tutto. Inoltre, potremo evidentemente indirizzare anche a costoro le stesse considerazioni fatte addietro. Bisogna mostrare anche a costoro, € persuaderli, che esiste una natura immobile. In fine, costoro che dicono ogni cosa essere e non essere insieme, se fossero conseguenti, dovrebbero affermare che tutto è quieto, piuttosto che in movimento: chè, se tutto è in tutto, non c’è più niente in cui qualcosa possa mutarsi. I cieli sono incorruttibili, e al di sopra di essi Dio e le Intelligenze motrici son fuori di ogni specie di movimento. His igitur rationibus A. removisse sibi videtur eas causas, quae quosdam ad recusandum principium contradietionis impellerent: quae quam non sufficiant in prompt u est intelligere. Ac primo quidem argumento quod mutationem ad essentiam redigere studet, facile est videre eum, dissecta in partes quasdam mutatione, ea spectare, in quibus vel coepta nondum sit vel iam absoluta inutatio, nec vero ipsum illud, quod mutatur, quatenus mutatur. Altero argumento, quod speciem ac formam rerum ac per eam certum cognitionis fundamentum manere contendit, confidendum quidem est in nullo mutationis genere ex Aristotelis decretis ipsam formam vel fieri vel mutari; sed ita, non sublata est, verum translata in alium locum dubitatio de mutatione. Reliquie argumentis quod in angustiores fines ‘mutationis ambitum studet includere, nihil videtur ad refutandos adversarios efficere: sive, enim, latius patet mutatio sive minus late, quatenus invenitur, eatenus principium contradictionis tamquam universale principium tollit: propositio enim universalis unius propositionis singularis instantia tollitur. His scopulis hoc loco, ubi mutationis mentio necessaria non erat, propterea illidit A., quiaprinelpium contradictionis non de notionibus, sed de rebus valere posuit : Bonlitz, pp. 204-5. Ma lo spirito dell’argomentazione aristotelica non è colto, così. Qui A. difende il suo principio contro l’indebita ipostatizzazione della negazione assoluta, propria del pensiero discorsivo, insieme e al pari dell'affermazione, nella realtà e intelligibilità delle cose, le quali verrebbero, così, negate non soltanto nel loro essere determinato, ma anche nel loro divenire: come il par. seguente (18) mostra chiaramente. (Di vero, tuttavia, della critica, resta questo: che quella realtà e intelligibilità è affermata, nel suo essere e divenire, con procedimento analitico, prima o dopo del suo attuarsi, non nel suo attuarsi, in cui l’opposizione passa dalla forma astratta a quella concreta dell'essere che diviene in quanto assorbe in sè la propria negazione. Quel procedimento, quindi, porta A. a vedere lo sviluppo dell'essere come già attuato e irrigidito nelle forme dell'essere universale, dal mondo sensibile soggetto a corruzione a quello pur sensibile ma incorruttibile, e da questo a quello sottratto a ogni forma del divenire). In quanto, poi, alla verità di ciò che appare, che, cioè, 1010 b non tutto ciò che appare è vero, noi osserviamo anzitutto che l’atto del sentire non è per nulla falso quando è dell’oggetto suo proprio, ma la fantasia non è la stessa cosa della 20 sensazione ('). C'è, quindi, proprio da stupire al sentirli discutere se le grandezze e i colori siano realmente quali appaiono da lontano o quali appaiono da vicino, e se le cose siano quali appaiono ai malati o quali appaiono ai sani, e se siano più o meno pesanti secondo che uno è robusto o è fiacco, e se la verità sia di quelli che dormono o di quei che son desti. Che in realtà non abbiano questi dubbi, è palese: nessuno, per lo meno, se, di notte, imagina di essere in Atene, mentre è in Libia, s'incammina verso l’Odeone. Ag 21 giungi, quel che già Platone osservava, che intorno all’avvenire, se, ad es., un malato guarirà o no, non è davvero ugualmente autorevole l'opinione di un medico e quella di un «Quod Protagorei contendunt verum esse quod cuique de qualibet re videatur, hoc placitum in fines longe artiores est restringendum: illud, enim, vere contendi licet sensum quemlibet non falli in percipiendis rebus ipsi proprie subiectis; at phantasia, quam Protagorei, quum tò parvépevov dicunt verum esse, veritatia faciunt indicem ac testem, differt a sensu : Bonitz, p. 205. Il Ross suggerisce un’altra interpretazione, onde il passo verrebbe trasformato così: Quanto alla verità di ciò che appare, noi osserviamo che non tutto ciò che appare è vero: anzitutto, se anche, come essi dicono, la sensazione non è falsa, quando però sia di un oggetto appropriato a un senso, ecc. Migliore, sembra, l’interpretazione del B., che non rischia dl prestare all'avversario la tlottrina di A. intorno aî sensibili propri. Per questa, cfr. De An., II. 6. 418 a, 8: « Sì dice sensibile in tre sensi: in due dei quali si parla del sentire per sè, nell’altro per accidente. Dei due primi modi di sentire, uno è proprio di ciascun senso, l’altro è comune a tutti. Dico proprio ciò che non può esser sentito per altro senso, è intorno al quale non è possibile cadere in errore: così il colore rispetto alla vista, e il suono rispetto all’udito, il sapore rispetto al gusto. Ciascun senso discerne intorno a essi, e non può ingannarsi in quanto colori 0 suoni, ma solo intorno alla cosa colorata o al luogo, ecc. . In questo, ch’ è piuttosto un inferire che un percepire (e così se un senso pretende di giudicare dell'oggetto di un altro senso), il senso può ingannare. La fantasia era stata da Platone trattata come la stessa cosa della sensazione (Teeteto, 152 c). A. la distingue dal senso e dal pensiero discorsivo, benchè non sorga senza la sensazione, e senza di essa non ci sia l’opinione. Essa tramezza, dunque, tra l’una e l’altra: appartiene alla parte sensibile dell'anima, ma è attiva e indipendente dall'oggetto attuale come il pensiero. Cfr. De An., ignorante ('). E anche per le sensazioni, non è ugualmente autorevole la sensazione di un oggetto che è proprio di un senso e quella di un oggetto estraneo, la sensazione dell’oggetto attuale e quella di un oggetto vicino (*). Invece: del colore giudica la vista, non il gusto; del sapore, il gusto, non la vista. E ogni sensazione, nel tempo stesso e intorno allo stesso oggetto, non dice mai che una cosa sta così e non così ; e anche in tempi diversi, la questione non cade propriamente su la qualità, ma su l’oggetto a cui essa conviene: dico, ad es., che lo stesso vino può bene parere una volta dolce e un’altra no, o perchè s’è mutato esso, o perchè s’è mutato il nostro organo; ma la qualità del dolce, quale essa è, quando è, non muta mai: il senso ne dice sempre il vero, e quel che dovrà esser dolce, sarà sempre dolce in questo modo (‘). A dir vero, proprio questo vogliono distruggere i sostenitori di tutte queste dottrine, e in quel modo che negano la realtà di ogni sostanza, così per essi non c’è nulla al mondo di necessario: poichè necessario è ciò che non può essere ora in un modo, ora in un altro, sì che se qualcosa esiste di necessità, non potrà essere così e non così (°). E in somma, se solo ciò ch’è sensibile può esistere, qualora non ci fossero animali, non esisterebbe nulla: chè non ci sarebbe sensazione. Ebbene, dire che nè le qualità sensibili, Per questi due paragrafi, cfr. Teeteto, 157 e 8.; 1710, 178c s, Ma giusto, per queste e altre concordanze, lo Schwegler (p. 180): A. attinge direttamente dalla protagorea ’AAntea, indipendentemente dai giudizi di Platone. Intenderei così le parole invano, mi sembra, tormentate anche da altri: toù rimolov xal toù ati; (Aless.: la sensazione di un oggetto vicino è più sicura che quella di un oggetto distante; Bullinger e Goebel, cit. in Ross: la sensazione dell'oggetto proprio è più sicura che quella di un oggetto di un senso affine; ecc.). La sensazione (l’atto del percepire) è già conoscenza per A., come si notò a I, 1, 4, e però soggetta alla stessa legge di non-contraddizione del pensiero. L'attributo o qualità, per sè, non muta e non passa nel suo contrario: il dolce (la dolcezza) non diventa amaro: quel che muta è il sostrato, che può passare da un contrario all’altro (o agli intermedi). Nota, anche qui, l’irrigidimento del reale in forme definitorie (come in Platone). (5) La ragione del predetto irrigidimento è nella preoccupazione, che A. hu qui in comune col suo maestro, di combattere le dottrine protagoree portanti alla negazione di ogni realtà su cui il pensiero possa posare con la certezza della propria validità. nè le sensazioni (‘') esistono, forse è anche giusto, in quanto queste altro non sono che affezioni del senziente; ma è impossibile che, anche senza la sensazione, non esistano tuttavia i sostrati che la producono. Infatti, Ja sensazione non è sensazione di se stessa (*), ma c’è, oltre di essa, anche qualcos'altro, che, necessariamente, è prima di essa: ciò che muove è per natura anteriore a ciò ch’è mosso. E se anche si obietta che essi sono in relazione di reciprocità, la cosa non è men vera. Ci sono alcuni e tra quelli che son persuasi di ciò che dicono, e tra gli altri che fan questione di parole soltanto i quali muovono una difficoltà: essi voglion sapere chi sarà poi a decidere se uno sia sano e, in generale, se uno intorno Mi par giusto tornare alla volgata: uite và aloîntà (le qualità sensibili, qui: non le cose stesse) pinTe tà alcèf pate. Poichè non è conforme alla dottrina più chiara di A. porre come esistente il sensibile fuori della sensazione (in atto o in potenza): cfr. De An., III. 2. 425 Db, 26: « L’atto del sensibile e della sensazione è identico, ma l’esser loro non è il medesimo: dico, per es., del suono in atto e dell'udito in atto. Poichè è possibile posseder l'udito e non udire, e ciò ch'è sonoro non sempre rende suono. Ma quando ciò che ha potenza di udire, è in atto, e ciò che ha potenza sonora rende suono, allora ha ÎInogo insieme l'atto dell'udire e l’atto del suono . Ciò non toglie, naturalmente, l’esistenza di un mondo sensibile esteriore all'anima: poichò il sentire, diversamente dall’intendere, non passa all’atto senza un oggetto esteriore materiale: « Perciò dipende da noi l’intendere, quando lo vogliamo, ma non così il sentire : De An., II. 5. 417 Db, 24. ° La sensazione non è sensazione di se stessa, nel senso che l’occhio, ad. es., non vede se stesso. Ma A. accenna anche a una alognows ch'è aùti avtis (De An., III. 2. 425 b, 15, 0 Cfr. De sensu, 7. 448 a, 26): autocoscienza sensibile, noi diremmo, corrispondente a quella intellettiva (del tutto spiegata in Dio, com'è noto). Per cui anche la sensazione, così come il pensiero per l’intelligibile, non ha fuori di sè il sentito (in quanto tale). Posta anche la correlatività protagoree, onde il sentire risulti dall'incontro dell’agente col paziente (della cosa visibile, ad es., con la vista: cfr. Teeteto, 156 d), vale quanto si è detto: debbono esistere, indipendentemente dalla sensazione, i due sostrati, la cosa che ha la potenza di esser vista e l’anima che ha la .\otenza di vedere. (4\ Questo capitolo prosegue il precedente, e s'aggira ancora intorno alla verità, di ciò che appare. Vien ripetuta la distinzione tra coloro che seguono o meno, la dottrina protagorea in buona fede e con qualche ragione degna di esser presa a ogni cosa giudichi rettamente. Dubbi di questo genere sono simili a quello di sapere se in questo momento dormiamo o siamo desti. Simili difficoltà valgono tutte lo stesso. Costoro pretendono che si dia ragione di tutto: cercano un principio, e lo vogliono ottenere per via dimostrativa: sebbene dalle loro azioni si veda chiaro che di tale necessità, di dimostrar tutto, non sono persuasi. L’errore in cui cadono, come si disse, è questo: cercano un ragionamento per cose in cui il ragionamento non esiste, perchè il principio de lla dimostrazione non è una dimostrazione. Essi stessi possono facilmente persuadersi di ciò: chè non è difficile a comprendere. Coloro, invece, che esigono che uno li confauti per forza di ragionamento soltanto, esigono l’impossibile: poichè pretendono che si dica il contrario di loro, e cominciano intanto col dirlo essi ('). Se le cose non tutte sono relative, ma alcune soltanto, e altre sono in sè e per sè, allora non potrà tutto ciò che appare, esser vero. Poichè, ciò che appare, appare a qualcuno: di modo che, chi dice che tutto ciò che appare è vero, fa tutte le cose relative. Perciò quelli che chiedono di essere confutati per forza discorsiva se tuttavia acconsentono di discutere ragionevolmente , bisogna che facciano bene attenzione che non c’è ciò che appare semplicemente, ma c’è ciò che appare a chi appare, e quando appare, e in quanto e come appare. Se vogliono discutere, ma non in questi termini, accadrà loro ben presto di dire cose tra loro contrarie (*). Può, infatti, alla stessa persona una cosa parer miele alla vista, e al gusto no; e non parer identica una stessa in considerazione, e coloro che ne cavan :notivo per nera esercitazione discorsiva. I trapassi, tuttavia, dalla considerazione di un gruppo o dell'altro, o di ciò che essi hanno in comune, non sono abbastanza netti. Può darsi che il testo sia atato in qualche parte disordinato. Intendo: pretendono che altrî dimostri il contrario di ciò che dicono: ma, com’ è possibile ciò, se già essi lo affermano? V. nel Ross gli altri tentativi: d'interpretazione. Cose tra loro contrarie essi possono dirle soltanto se escono «indll’atto. omnimode determinatus del conoscere. Ma, se accettano la determinazjfone, non: riuscirà a ]Joro più. 2 (uh) | 6 de) 10 cosa alla vista di ciascuno dei due occhi, se sono disuguali. Coloro che, per le ragioni già dette, van dicendo esser vero ciò che appare, e però tutto ugualmente vero e falso, perchè non a tutti le cose appaiono le stesse, e neppure a uno stesso sempre, e spesso appaiono contrarie anche nello stesso tempo (il tatto, per es., se s'intrecciano le dita, dice che son due gli oggetti, la dove la vista ne dà un solo), quei tali, dunque, badino che in realtà, qui, le sensazioni non riguardano lo stesso senso, e per lo stesso rispetto, e nella stessa maniera, e nello stesso tempo: per cui vero’ sarà ciò che appare solo se è così determinato (‘). Ma, appunto per ciò, quei che parlano non perchè dubitino, ma per parlare, si troveranno forse costretti a dire, non «questo è vero >, ma «è vero a questo ; e quindi, anche, come si disse dianzi, dovranno far tutto relativo, all'opinione e al senso, sì che se non si presupponesse l’opinione di qualcuno, in realtà non ci sarebbe stato e non ci sarà mai niente (*). Che se, invece, qualcosa fu o sarà, è chiaro che non tutto è questione di opinione. Inoltre, se l’oggetto è uno solo, bisogna che sia in relazione a uno solo o ad altri in numero determinato: che se una stessa cosa si trova insieme ad essere metà e uguale, non è relativamente al suo doppio ch’essa è uguale (?). E quanto a colui che opina, se la realtà dell’uomo è anch’essa oggetto di opinione, non sarà uomo chi opina, ma Così determinato l'atto, esso spiega le differenze, non solo tra individui diversi, ma anche nello stesso individuo, dipendendo queste o dalla cosa che ha potenza di produrre sensazioni diverse o contrarie, ovvero dalle condizioni e dall’uso degli organi, ovvero dal giudizio (talvolta errato) che l’anima trae dal confronto delle sensazioni o di queste con precedenti immagini (v. dianzi la possibilità «dlell'errore nei sensibili per accidente, e la distinzione tra sensazione e fantasia; e cfr. anche De An.,, III. 3, 428a, 11: «Le sensazioni sogo' sempre vere, invece le fantasie nascono il più delle volte false : di qui, gt possibilità del vero e del falso nella déta). Come dianzi per la sensazione, così qui per l'opinione: il soggettivismo è assurdo per A. (9) Si riannoda al pensiero precedente al $ 8: anche fatto tutto relativo, se la relazione vien determinata ne’ suoì termini esattamente, essa non è mai con tradittoria. l'oggetto opinato. Ma, siccome ogni cosa è quale è chi l’opina, costui sarà infinite specie di cose (‘). Che, dunque, l’opinione più salda di tutte è questa, che le affermazioni opposte non possono esser vere insieme; e a quali conseguenze vadan incontro coloro che la impugnano, e quali ragioni li muovano a ciò, si è detto quanto basta. Ora, posto che è impossibile che si verifichi la contradizione nello stesso tempo e per il medesimo rispetto, è manifesto altresì che neppure i contrari possono trovarsi insieme nello stesso soggetto. Poichè uno dei contrari non esprime altro che la privazione: la privazione della sostanza. Ma la privazione è la negazione d’un certo genere determinato. Se, dunque, è i mpossibile che l’affermazione e la negazione siano vere nello stesso tempo, dovrà anche essere impossibile che i contrari si trovino insieme (?), a meno che entrambi non si trovino in una certa maniera soltanto, ovvero }’uno in una certa maniera soltanto, e l’altro semplicemente. CapitoLo VII. Delle due parti della contradizione non si dà mezzo, ma è necessario che o si affermi o si neghi, e che, quel che si afferma o nega, sia una sola cosa di una sola. Questo diventa chiaro appena ci si faccia a definire che cosa è il vero e il falso. Falso è dire che l’essere non è, o che il non-essere è; Ripiglia il pensiero del $ 8: se tutto è relativo all’uomo (Protagora), l’uomo stesso che cos'è? Da una parte, non esistendo altro che l'oggetto di opinione, l’uomo non è più il soggetto pensante, ma quello ch'è pensato; dall'altra, anche in quanto soggetto pensante, per la reciprocità protagorea (di cui alla fine del capitolo precedente), egli esisterà come è nella relazione a ciò che pensa, e sarà un opinante d'infinite specie: tante, quante sono le specie degli oggetti opinati, in rispetto ai quali egli è un opinante sempre diverso (data la varietà continua delle cose opinate). In conchiusione, neppur l’uomo esiste. Ho tradotto come se il xgòds della 1. 12 non ci fosse (così il cod. E). Mantenendolo: «costui sarà (tale) in relazione a un numero infinito di specie di cose (e quindi sempre diverso). Salvo che in potenza, o l’uno in atto e l’altro in potenza; o l’uno sotto un aspetto, e l’altro sotto un altro, ecc. 11 12 ro (ce i vero è dire che l’essere è, e il non-essere non è. Per cui, anche, chi dice che una cosa è, o non è(‘), o dice il vero o dice il falso; invece, se si desse il mezzo, nè dell’essere sì direbbe che è o non è, nè del non-essere. In secondo luogo, quel mezzo della contradizione dovrebbe essere o a quel modo che il grigio è in mezzo tra il nero e il bianco, ovvero tra uomo e cavallo un terzo ente che non sia nessuno dei due. Se fosse in quest’ultimo modo; non ci sarebbe mutamento (perchè mutamento si ha quando dal non-buono si passi al buono, o da questo a quello): invece lo si vede ognora, ed è tra contrari e intermedi, e non altrimenti. Se poi il mezzo fosse come un intermedio, si avrebbe anche così una generazione del bianco che non verrebbe dal non-bianco: ora, nessuno l’ha mai vista (*). In terzo luogo, tutto ciò che pensa e intende (°), il pensiero o lo afferma o lo nega: questo è chiaro dalla definizione stessa del vero e del falso (‘). Vero è il pensiero quando, affermando o negando, unisce le nozioni in un certo modo; quando, invece, in un certo altro, è falso. In quarto luogo, quel mezzo, se uno non fa questione di parole, dovrebbe essere al di lA di tutte le contradizioni, per cui uno neanche direbbe nè il vero nè il non vero. E sa Non «chi dice che questo (toùto 0 èxgsivo, che altri aggiungono intendendo del mezzo) è 0 non è: perchè del mezzo non si dice che è o non è. Per quel che segue: «Ille quì ponit medium inter contradictionem, non dicit quod necesse sit dicere de ente esse vel non esse, neque quod necesse sit de non ente: S. Tom. ($ 720). O quel terzo (il mezzo) è negativo (né uomo né cavallo), e il divenire non ha luogo perchè ci vuole un termine positivo e una realtà comune ai due termini tra cui avviene (il «non buono , ad es., se diviene, passa in un termine positivo, e questo, d'altronde, non può essere, poniamo, il « bello ); ovvero è positivo (e bianco e nero), e il divenire non avviene neppure in questo caso, perchè il termine negativo è indispensabile e la realtà da realizzare non può esser quella già realizzata (nell'esempio, considera il grigio come già, insieme, bianco e nero, attualmente). L'attività logica (della Su&vora) porta all'intuizione della verità (propria del vote). Posta al $ 2.I1 giudizio è sintesi di nozioni, rapporto (affermativo o negativo) tra soggetto e predicato. rebbe al di là (') dell'essere e del non-essere, per cui dovrebbe esserci anche un mutamento diverso da quello che consiste nel nascere e perire. In quinto luogo, quel medio dovrebbe esserci anche per quei generi di cose, in cui la negazione importa immediatamente il contrario (*): nei numeri, ad es., dovrebbe esserci un numero che non fosse nè dispari nè non-dispari. È impossibile: basta la definizione a vederlo (‘). In sesto luogo, si andrebbe, in tal modo, all’ infinito: le cose sarebbero non soltanto accresciute di metà, ma più ancora, perchè si potrà sempre daccapo negare quel terzo, e costituire tra l’affermazione e la negazione sempre qualcosa di nuovo, di natura diversa (°). In fine, quando uno, richiesto se una cosa è bianca, risponde di no, che altro ha egli negato se non l’essere? E la negazione di esso è il non-essere (°). Questa opinione è sorta in alcuni per la stessa via di altre non meno strane: non riuscendo a cavarsi fuori da argomentazioni eristiche, si arrendono e acconsentono che sia vero quel che se n’è conchiuso. Questi, dunque, parlano per mao. Gli altri interpretano come un «per. Tenterei di differenziare un po’ di più questo argomento dai precedenti. Nota, per la 2 parte del paragrafo (che passa dalla considerazione logica a quella reale), che il discorso è pur sempre intorno al mondo del divenire, dove soltanto ha luogo l’antitesi di essere e nonessere e dei contradittorii. Intendi: un mutamento sosta:ziale diverso. Chè è in quello che ha luogo più propriamente l’antitesi essere-non essere. In questi contrari mancano intermedi, e come non c’è processo di generazione, così l'affermazione di uno importa immediatamente l’esclusione dell’altro. È un caso di contrarietà in rerum natura equivalente alla contraddizione logica (l’unica differenza è che alla negazione non-dispari corrisponde la realtà positiva del pari). La definizione divisoria del pumero in pari e dispari. (5) Più semplice l’interpretazione di Alessandro, così schematizzata dal Ross: Se tra A e non-A c'è B [che sarebbe un terzo modo di essere di A, nè affermato nè negato soltanto, e però accresciuto di una metà), ci sarà anche C tra B e non-B, e D tra Ce non-C, e così di seguito. (6) « Argomento cavato dalla natura del discorso. Il sì e il no esprimono il primo un'affermazione e non insieme una negazione, e il secondo una negazione e non insieme un’affermazione. E l’affernazione e la negazione non indicano se non che o sia © non sia quella tal cosa di cui si parla: Bonghi (p. 201). motivi di questo genere; altri, perchè vogliono che si dia ragione di tutto. Con tutti costoro bisogna cominciar dalla definizione, e la definizione vien fuori obbligandoli a dar un significato a quel che dicono: il concetto, di cui la parola è segno, diventa definizione ('). La sentenza di Eraclito, che tutto è e non è, par che autorizzi a far vera ogni cosa; quella di Anassagora, invece, a porre un mezzo della contradizione, sì che ogni cosa sarebbe falsa; chè, quando tutto è mescolato, il miscuglio non è nè buono nè non-buono, onde non se ne può dir nulla di vero. CapiTtoLO VIII. Ciò determinato, è facile vedere che ciò che si dice delle cose in generale non si può ridurre ad affermazioni di una sola specie, così come fanno alcuni, i quali o van dicendo che niente è vero (niente impedisce, secondo essi, che tutto stia come il rapporto della diagonale al lato) (?); ovvero van dicendo che tutto è vero. Son discorsi, questi, in fondo, uguali a quello di Eraclito: poichè, chi asserisce che tutto è vero e tutto è falso(*), asserisce anche ciascuna di queste (Per questo paragrafo e s.). Non riuscendo a vedere l’errore dei ragionamenti eristici, aleuni ne accettano le conchiusioni, e tolgon valore, così, al principio di non contraddizione, e a quello connesso «del terzo escluso. Altri muovono da ragionamenti non eristici. In entrambi i casì, si cominci con esigere un significato determinato di ciascun termine, Questo fu raccomandato già (4, 5 ss.) per la difesa del principio di non-contraddizione, e ora vien raccomandato anche per la difesa del principio del terzo escluso, perchè, in effetto, chi, come il supposto seguace di Anassagora, pone quel terzo (che non è nè l’una nè l’altra parte della contradittoria), fa che delle cose non si possa mai dir nulla di determinato: cfr. 4, 25. Lett.: «l’essere il diametro commensurabile. Ossia: ogni cosa è in sè contradittoria (come chi dicesse: « diametro commensurabile ). Intendo: chi asserisce che si può dire che tutto è vero e tutto falso îndifferentemente (se, secondo Eraclito, tutto è e non è), costui vien a dire che son giuste anche le due enunciazioni separatamente prese: che tutto è vero (tanto l’essere quanto il non-essere), o tutto falso. Comunemente vien inteso, invece, che «chi dice che tutto è vero e tutto falso insieme, dice anche le due cose separa- cose separatamente, sì che, se la prima asserzione è insostenibile, insostenibili sono anche queste separate. Ed è evidente 3 anche che sono contradittorie quelle che non possono esser vere insieme. E neppure possono entrambe esser false: quantunque questo secondo caso, per le ragioni dette, possa sembrare meno improbabile (‘). Con tutti coloro che fan discorsi di questa specie bisogna 4 comportarsi come s’è consigliato anche addietro (?): non esigere che dicano se una cosa è, o non è, ma che diano un significato a quel che dicono: di modo che dalla definizione si possa passare alla discussione, quando siasi stabilito quel che significhi il falso o il vero. Se enunciar il vero non è 5 altro che negare ciò ch’è falso(?), è impossibile che tutto sia falso, poichè è necessario che una delle due parti della contradizione sia vera. Poi, se ogni cosa si deve o affermare 6 o negare, non si può essere nel falso in entrambi i casi, perchè una sola delle due parti della contradizione è falsa. A questi e simili ragionamenti succede, poi, quel che 7 tutti sanno: essi si distruggono da se stessi. Chi dice, infatti, che tutto è vero, ta vero anche il ragionamento contrario al suo, e però dichiara non vero il suo (tale, infatti, lo dichiara l’avversario). E chi dice che tutto è falso, si dichiara nel falso da sè (‘). Che se si ammettono eccezioni, e il primo 8 tamente , Il che, evidentemente, è falso. Così, per quel che segue, che sarebbe da tradurre: «se sono impossibili prese separatamente, anche la loro unione è impossibile. Alessandro (397) dà entrambe le interpretazioni. Se le contradittorie sono semplicemente contratie (ossia, se si considera la negazione positivamente). Le «ragioni dette potrebber'essere, in questo caso, quelle del 8 3 del capitolo precedente, in cui si accenna alla possibilità che uno intenda la contraddizione nel senso della contrarietà. Alessandro, invece, ricorre alle dottrine di Eraclito e di Anassagora, le quali favoriscono piuttosto l'opinione che non si possa affermar nulla di vero, come anche A. dice alla fine del capitolo precedente (la dottrina eraclitea è stata, nel paragrafo precedente, avvicinata a quella anassagorea). Cfr. 4, 5. Quel che significhi il falso o il vero: nel Singolo caso. Cfr. cap. prec., 9. (8) Il testo è guasto: ho seguito la correzione proposta dal Ross (el 8è unttèv diio tò &Ainttès pévat fi (5) drogpdvar yeidée totv). Così anche in Teeteto. dice che soltanto quello dell'avversario non è vero, e il secondo che soltanto il suo non è falso, allora, essi si troveranno a postulare sempre altri ragionamenti, veri e falsi, a sostegno di quanto affermano: poichè vero sarà riconoscere per vero il ragionamento che è vero, e così si andrà all'infinito (‘). Evidentemente, il vero non lo dicono nè quei che affermano che tutto sta fermo, nè quei che affermano che tutto si muove (?). Se tutto stesse fermo, vero e falso sarebbero eternamente gli stessi, invece si vede bene come tutto muta quaggiù. Colui che parla, lui stesso un tempo non era, e un tempo non sarà. Ma se tutto si muove, non ci sarà nulla di vero, e però tutto sarà falso: noi abbiamo mostrato che questo non è ammissibile. Inoltre, il mutare presuppone l'essere, poichè il mutamento è da qualcosa a qualcosa. E neppure si può dire di ogni cosa che talora soltanto, non x Nel 1° caso: È falso che tutte le affermazioni sono vere. È falso ch'è falso che tutte le affermazioni sono vere, ecc.; nel 2° caso: È vero che tutte le affermazioni sono false. È vero che ò vero che tutte le affermazioni sono false, ecc. Nel 1° caso son tutte affermazioni false che, chi sostiene che tutto è vero, deve attribuire al contradittore; nel 2° tutte affermazioni vere che, chi sostiene la tesi che tutte le affermazioni sono fulse, deve riconoscere come proprie. Così vero e falso, presi uno fuori dell’altro, trapassano immediatamente l’uno nell’altro: chi dice cho tutte le affermazioni sono vere, è costretto a riconoscerne infinite false; chi dice che tutte sono false, deve riconoscerne infinite vere. Vero e falso, invece, sono uniti, per A., nella sintesi contradittoria, dove, soltanto, l'uno dà senso all’altro. Si può notare in questa concezione la tendenza già a dialettizzare il pensiero in sè e per sè. L’astrattismo platonizzante e le asigenze discorsive prendono, tuttavia, il sopravvento: vero e falso si escludono senza mediarsì, in fine; e il principio di non contraddizione resta un presupposto (l'assioma supremo), una pregiudiziale, puramente negativa, della pensabilità del reale in generale (la prima condizione logica del pensiero empirico). Anche il principio del mezzo escluso, anzichè fondare il valore assoluto della sintesi contradittoria per l'attività pensante (ch'è îl medio concreto in cul l’antitesi si risolve senza residuo), vien aggiunto semplicemente come corollario: chi lo nega, nega il principio di non contraddizione, e cade, infine, così come chi nega questo, nell'inileterminato. Il pensiero empirico, infatti, per la determinatezza del reale vuole l’immediatezza della distinzione e opposizione del vero al falso. Ricorda che quiete e moto già al $ 15 del cap. 2 furono citati come una contrarietà riducibile a quella dell’uno 6 del molteplice, dell’essere e del non-essere. eternamente, sia in quiete o in movimento. C’è qualcosa che sempre muove ciò ch’è mosso, e il primo motore, esso, è immobile ('). «Posset aliquis credere quod, quia non omnia moventur nec omnia quiescunt, quod ideo omnia quandoque moventur et quandoque quiescunt: S. Tom. (748). Invece, il cielo (delle stelle fisse) muove sempre, mosso esso stesso, e Dio muove questo sempre, immobile in se stesso. Un pensiero analogo trovammo nel cap. 5, 5 è 16-17. La questione qui accennata è discussa in Plys. Dicesi principio (') di una cosa quello da cui si può cominciare il movimento: della linea, per es., e della via c’è un principio da questa parte, e un altro dalla parte opposta. Ovvero, quello da cui una cosa riesce meglio: per es., nello studio si deve cominciare talvolta, non dal principio primo di una cosa, ma da quello che s'impara più facilmente. Ovvero, la parte di una cosa da cui questa ha origine: per es., la chiglia di una nave, le fondamenta di una casa; negli animali, alcuni credono che tale parte sia il cuore (?), altri il cervello, altri qualcos'altro. Ovvero, ciò che dà origine a una cosa senza farne parte, e da cui primieramente potò aver ’Aexî: se ne dànno i significati principali (1-6), nel comune modo di parlare. È difficile metter un ordine rigoroso in questi qui enumerati, e far corrispondere n essi esattamente quanto riassumendo enumera e distingue nel $ 8. Nè c’è rapporto qui con la discussione fatta nel lib. I intorno all’àgyf in senso metafisico e con la distinzione delle quattro specie di esso: benchè di queste sia facile trovar l'equivalente anche nell’enumerazione presente (2, causa finale; 3, c. materiale-formalo; 4, c. efficiente; 5, c. efficiente-finale; 6, c. formale). C'è, in più, la distinzione tra l’esser il principio intrinseco o estrinseco alla cosa (così nel $ 8: natura ed elementi son principii intrinseci; pensiero e deliberazione, estrinseci). Qui, dunque, è. si potrebbe tradurre con «cominciamento , « inizio o «punto di partenza , « fondamento , «causa od «occasione ; principii sono anche i «primati» della città (5); anche oggi si parla di principii nel senso di «rudimenti » , o di «principii logici »(6); e via dicendo. Il cuore è la parte principale per A., come per Empedocle e Democrito; il cervello, per Alemeone, Ippone, Platone. nizio il movimento o mutamento: per es., il figlio dal padre e dalla madre, la contesa da un’ingiuria ('). Ovvero ciò dalla cui deliberazione dipende se qualcosa si muove o si muta: per es., i magistrati nelle città, gli oligarchi, i re, i tiranni; e principii diconsi in questo senso anche le arti, specialmente quelle che sovrastano alle altre (*). Inoltre, ciò da cui primieramente una cosa è fatta conoscibile, anch’esso dicesi suo principio: per es., ciò che vien premesso nelle dimostrazioni (*). In altrettanti modi si parla di cause, poichè tutte le cause son principii (*). Ciò ch’è, dunque, comune a tutti i principii è di esser ciò da cui primieramente una cosa è, o diviene, o è conosciuta; e di essi alcuni sono insiti nella cosa, altri esterni. Son principii, quindi, la natura, gli elementi, il pensiero, la deliberazione, la sostanza e il fine (*): poichè per molte cose ciò ch’è buono e bello è principio insieme di conoscenza e di movimento. Causa dicesi, in un senso, ciò di cui una cosa è fatta: per es., il bronzo di una statua, l’argento di una coppa, e La contesa da un'ingiuria: son parole prese da un verso di Epicarmo, come risulta da De Gen. An., I. 18. 7242, 29. Le arti qui chiamate « architettoniche » sono soprattutto quelle che mirano alla pratica: così in Ethica Nic., I. 1. 1094 a, 14, Ma anche la filosofia è considerata così, in rispetto alle altre scienze, in Afet., I. 2, 5 e 12. al irmodéoev sono certamente anche «le premesse » (Bonitz, Waitz, ece.), come appare dal passo che vien poco dopo in b, 20 (2, 8). Ma non mi sembrano da escludere qui i principii (propri e comuni) delle dimostrazioni. Cfr. IV. 2, 5 (come per erte e uno). Principio e causa sono spesso sinonimi in A., che unisce anche î due concetti (specialmente per la scienza dei « principii e cause prime »). Qui principio nel senso del $ 1 non si potrebbe considerare come cause; ma neppure tutte le cause son principii in senso metafîsico. Causa accenna meramente a un rapporto tra due fatti, laddove «principium ordinem quemdam importat » (S. Tom., 761), e accenna piuttosto alla ragion d'essere di tutta la serie delle cause. (5) La sostanza e il fine: la frase raccoglie oscuramente le quattro specie di causalità. (6) Questo capitolo ripete quasi letteralmente il 8° del libro II della Phys., 2 i loro generi (‘); in un altro, la specie o esemplare (?), cioè il concetto della pura essenza, ed i suoi generi (nell’ottava, per es., il rapporto di due a uno, e in generale il numero), 3 così come le parti di esso concetto. Inoltre, ciò da cui ha principio immediatamente il mutamento o il suo contrario: per es., il deliberare è causa dell’agire; il padre, del figlio; e in generale, chi fa è causa del fatto, ciò che produce un mutamento, di ciò che muta. d Causa dicesi anche rispetto al fine, ossia ciò per cui si fa qualcosa: per es., si passeggia per la salute. Diciamo: perchè passeggia? per acquistar salute; e riteniamo, così rispondendo, di aver enunciato la causa. Ma così anche per le cose intermedie tra ciò che muove e il fine: per es., per la salute il dimagrare, il purgarsi, le medicine o i ferri del medico: le quali cose sono tutte per il fine, e differiscono tra loro in quanto alcune sono strumenti, altre sono azioni. 5 Si può dire che questi son tutti i sensi in cui si parla di cause; e poichè i sensi son diversi, ne segue che di una stessa cosa ci son cause molteplici, non accidentalmente (?): per es., di una statua lo scultore e il bronzo son cause non per altro rispetto che in quanto è statua: sebbene non nello stesso modo, ma l’uno come materia, l’altro come principio del movimento. 6 E ci sono cause reciproche: così, il lavorare è causa di buona salute, la buona salute del lavorare: ma non nello dal quale sembra esser stato preso (o posto qui da A. stesso ?). È degno di nota che l’ordine, col quale vengono enumerate le quattro specie di causalità, non è sempre lo stesso in A., ma varia con la natura della ricerca. Nel lib. I, cap. 3° della Met. vedemmo enumerata per prima ìa causa formale, poi la materiale, poi quella motrice e finale. Quì, ossia nella Fisica, è invertito l'ordine delle prime due. In De Gen. An. (I. 1. 715 a, 4) precedono la finale e la formale. Negli Ana/. Post. (II. 11. 94 a, 20) comincia dalla formale, e per causa materiale, subito dopo, dà quel che nella logica ne tiene il luogo, le premesse di un sillogismo (queste, infatti, son citate qui, al $ 8, tra gli esempi di causa materiale). In De Somm., (2. 465 b, 16) son prima la finale e la motrice. I loro generi: v.$ 9 88. Esemplare: termine platonico, adoperato qui, con allusione all’arte, per der rilievo a quello di specie, 0 forma, nel senso della pura essenza. Bon cause proprie: cfr. S 10. 1018 db 140° METAFISICA y stesso modo, perchè l’una è come fine, l’altra come principio del movimento. Inoltre, una stessa cosa è causa, talvolta, dei contrari: ciò che, presente, è causa di certa cosa, talvolta l’accagioniamo, assente, del contrario: per es., del capovolgimento della nave incolpiamo l’assenza del nocchiero, la cui presenza era causa di sicurezza: entrambe, la presenza e la privazione, sono cause rispetto al movimento. Tutte le cause ora menzionate riguardano i quattro significati più evidenti. Le lettere dell’alfabeto, la materia delle cose artificiali, il fuoco, la terra e gli altri elementi dei corpi, le parti del tutto, le premesse della conchiusione, son cause in quanto sono ciò da cui risulta costituita una cosa; ma alcune come sostrato (per es., le parti), altre come pura essenza (l’intero (‘'), la sintesi e la specie). Il seme, il medico, il consigliere, in generale ciò che produce qualche effetto, son tutte cause nel senso che da esse ha principio il mutamento o la quiete. Altre sono cause in quanto sono il bene e il fine delle altre cose, poichè, ciò per cui queste sono, vuol esser l’ottimo e il loro fine. E non si faccia differenza qui tra il bene reale e quello apparente (?). Tali e tante, dunque, son le specie delle cause; e anche i loro modi(*), per quanto numerosi, si riducono a pochi capi. Parlandosi, infatti, delle cause in molti modi, anche di quelle d’una stessa specie, alcune son tali in grado primario, altre secondariamente: causa della salute, ad es., è «Non la somma delle parti, ma ciò che s'aggiunge a queste: l’interezza e perfezione » (Aless. 351, 27). Così, per la sintesî. E però ciò da cui risulta costituita una cosa è da intendere, non semplicemente come «ciò di cui una cosa è fatta » ($ 1), ma nel senso del sinolo. Materia e forma son due principiì immanenti in ogni caso alla natura di una cosa (diversamente dalla causa efficiente e finale). Il bene reale e quello apparente muovono ugualmente: «non è necessario che una cosa sia realmente buona e piacevole perchò si desideri, ma basta che paia » (Top., VI. 8. 146b, 36). ui Per ciascuna specie di causalità A. distingue vari modi, dei quali alcuni sono cause più immediatamente, altri meno. il medico, e anche il pratico (‘); e dell’ottava è causa il rapporto di due a uno, e anche il numero; e così sempre ciò che comprende ciascun particolare. Ci sono, inoltre, cause accidentali (?), e generi di. esse: per es., lo scultore è causa della statua in un senso; in un altro, la causa è Policleto, perchè lo scultore, per avventura, è Policleto; e così dicasi dei generi comprendenti l’accidente: per es., causa della statua è l’uomo, o, più in generale, l’animale, perchè Policleto è uomo, e l’uomo è animale. Inoltre, degli accidenti, alcuni son cause più remote, altre più vicine: come se uno dicesse che causa dellu statua è, non soltanto Policleto o l’uomo, ma l’esser bianco o musico. E tutte, poi, o che tali siano propriamente, o per accidente, si dicono cause o perchè hanno la potenza di agire, o perchè agiscono: per es., della casa che si costruisce la causa è chi sa costruire, ovvero colui che la costruisce. Similmente per gli effetti delle cause: ad es., si dirà che una cosa è causa di questa statua qui, o di una statua, o di un’immagine in generale, e di questo bronzo qui, o del bronzo o materia in generale (*); e nello stesso modo per le cause accidentali. E queste si potranno anche unire a quelle proprie, dicendo, adesempio, non Policleto, nè lo scultore, ma Policleto lo scultore. E tuttavia tutti questi modi si riducono a sei di numero, e di ognuno si parla in due sensi. Cause sono o quanto al Il pratico: 6 teyviuns (termine più generale). Ciascun particolare (xaî'éxaota): qui «individuo» e «particolare» (e così i concetti opposti corrispondenti di universale e generico) non sono distinti: cfr. I. 1, 9, nota. Le precedenti son cause proprie. Della statua la causa propria è lo scultore, non Policleto in quanto è semplicemente un individuo umano: tanto meno l’uomo, e tanto meno ancora l'esser bianco (ch'è un attributo di Pol. in quanto meramente uomo). Per quest’« accidentalità » generica di uomo rispetto all’ individuo, cfr. $ 8 del I. 1, ora cit., e nota, Noto qui che ho tradotto letteralmente sempre povorxés con musico, per comodità di espressione: è noto che il termine greco vuol indicare anche «chi è educato nelle arti e nelle scienze», l'uomo «colto », «istruito », ecc. Il bronzo è causa (materiale), « ma qui può esser preso, non come causa, ma come effetto: ci può essere una causa metallica che produce il bronzo » (Aless. 353, 17). O, come suggerisce il Ross, chi lo prepara per lo scultore. 1014 a 142 METAFISICA particolare, o al genere di esso; ovvero quanto all’accidente, o al genere dell’accidente; ed entrambi i modi o vengono congiunti insieme, o si considerano separatamente. E tutte, poi, o son riguardate in atto, o in potenza('). Con questa differenza: che le cause in atto e quelle particolari sono e vengon meno insieme alle cose di cui son cause: per es., questo medico curante insieme a costui che sta risanando, questo costruttore (?) insieme alla casa che si sta costruendo; invece, non è sempre così per le cause in potenza, perchè insieme con la casa non perisce il costruttore. CaPITOLO III. Elemento dicesi quel primo (*) di cui risulta composta una cosa, e la cui specie non è riducibile ad altra: come, ad es., gli elementi della voce, dei quali risulta composta la voce, e in cui questa si risolve alla fine; sì che essi a lor volta Parrebbe che le sei classi dovessero essere: proprie 0 accidentali, particolari o generali, attuali 0 potenziali. Ma, poichè A, considera le particolari equivalenti alle proprie, si ha in 9-11: proprie e i loro generi, accidentali e i loro generi, attuali e potenziali. Qui ha luogo un altro spostamento: 1) particolari (== proprie), e 2) generalità di esse; 3) accidentali, e 4) generalità di esse; 5) particolari prese insieme con gli accidenti (lo scultore Policleto), e 6) generali prese insieme (l’uomo pratico). Aggiungendo il criterio dell'attualità o potenzialità a tutte sei, diventerebbero 12. Ma: a) l'unione dei primi quattro modi non è data come necessaria; b) l'attualità non può spettare alle generalità, e in effetto A. parla qui di cause particolari. Si che, in conchiusione, il criterio più chiaro della classificazione è quel primo. Sott. «che sta costruendo». Nell’esempio bisognerebbe, propriamente, considerare l’effetto nel processo del diyenire: se no, non c'è bisogno che l’individuo risanato muoia o la casa costruita rovini, per che îl medico e il costruttore restino come potenze (di altri effetti). (Ric., a proposito di ‘quest'ultimo, l'istanza del tessitore e dell'abito nel Fedone). Nel greco è aggiunto «insito» (8vurdgyovtosìi, che indica il carattere distintivo di elemento (principii e cause possono non esser insiti). Perciò in XII. 4. 1070b, 22 si chiamano elementi la specie, la privazione e la materia. Cfr. nota a lib. I. 8, 10. Un altro carattere è dato dall'essere specificamente indivisibile, sì che la materia si trova negli elementi già in parte attuata e determinata: così nei c. d. corpi semplici (divisibili quantitativamente, non qualitativamente: una sillaba, invece, si divide in lettere qualitativamente diverse). non possono più risolversi in altri di specie diversa dalla loro, ma, quand’anche vengano divisi, danno luogo a parti della stessa specie, così come dividendo l’acqua si ha acqua (non così per la sillaba). Similmente, coloro che parlano degli elementi dei corpi, intendono ciò in cui si risolvono i corpi alla fine, e che non è riducibile più ad altro di specie differente: e, o ne ammettano uno solo o più, questi essi chiamano elementi. Parimenti dicasi degli elementi delle figure geometriche (') e delle dimostrazioni in generale: le dimostrazioni prime ed implicite in molte altre, quelle appunto si chiamano elementi delle dimostrazioni: di tal futta sono i primi sillogismi (*) risultanti di tre termini, di cui uno è il medio. ° Di qui viene che per metafora si chiami elemento ciò che, essendo uno e piccolo, può servire a molte cose, sì che anche ciò ch’è piccolo, semplice e indivisibile si chiama elemento. E di qui viene che si considerano come elementi le cose più universali, perchè ciascuna di esse, essendo una e semplice, si trova in molte cose, o in tutte o nel maggior numero (*): donde, anche, l’unità e il punto sembrano ad alcuni che sian principii. Ora, poichè i così detti generi sono universali e indivisibili (chè di essi non si dà definizione), alcuni chiamano elementi i generi, e più questi che le differenze, perchè il genere è più universale: infatti, dove c’è la differenza, il genere non manca mai, ma non sempre dove c’è il genere, c’è anche la differenza. Tutti questi significati hanno questo in comune: che elemento di ogni cosa è quel primo che la costituisce. O «proposizioni », « teoremi », « dimostrazioni », ecc,: efr. III. 3, 2. Forse «sillogismo» qui vale ragionamento in generale, e «primi sillogismi» son le figure del sillogismo propriamente detto. Per il Ross sono «i sillogiemi primari (opposti ai soriti), aventi soltanto tre termini e un unico medio ». Questi sono universali che hanno ancora qualche contenuto; quelli son generi sommi, indefinibili (mediante il genere e la differenza specifica): tali volevan essere l'Uno e l'Ente dei Pitagorici e dei Platonici (cfr. III. 3). Natura (') si dice, in un senso, la genesi delle cose che hanno un lor crescimento (come se uno pronunziasse lungo l’u di quos). In up altro, ciò ch’è primitivo in una cosa, e da cui questa si svolge (?). In un altro, ciò che dà il primo movimento a ognuna delle cose naturali, ed è immanente ad esse in quanto sono quel che sono (°). E diconsi avere un lor crescimento quante cose aumentano di qualcos’altro per un contatto sì che le parti siano unite, o aderenti, come negli embrioni, organicamente (*). Tale unione differisce dal contatto, perchè in questo basta che le parti si tocchino, mentre in quella c’ è qualcosa d’uno e identico tra l’una e l’altra parte, che le fa crescere insieme, invece che toccarsi semplicemente, e ne fa una cosa sola in rispetto alla continuità e quantità, ancorchè non qualitativamente (5). L'argomento è trattato, similmente in Phkys., II, 1. A. vuol cavare l’etimologia di quo da puo, che nella maggior parte dei tempi ha lv lungo. È dubbio che quos avesse in origine questo significato di yévsau, oltre quello che anche noi intendiamo per « natura» di una cosa. Forse, come pensa il Bonitz, il seme. Non estrinseco, dunque, nè appartenente alla cosa per altra considerazione che l’esser suo proprio (non così, per es., se uno cade), (Difficile a tradursi il cuprepuxévar e il mooorepuxévar = aver una natura in comune, 0 una natura in rapporto con altra, intendendo di esseri viventi). Il contatto non basta: chò questo può essere, come in un mucchio «di pietre, un aumento materiale, non un queota: (un crescere nel senso di svolgimento). Le parti debbono formare un'unità organica; o, se si tratta di due cose diverse il feto, per es., nel seno della madre), esser unite vitalmente tra loro. (5) Sembra riferirsi alla diversità delle parti di un organismo (se non anche all’altro caso accennato, della simbiosi vera e propria). Un altro punto un po’ oscuro è quel «qualcos'altro » in principio del paragrafo, che par accennare al nutrimento: per questo non basta il contatto, certamente; ina il discorso che segue non sembra più a proposito, perchè, più che la trasformazione e l’'assorbimento del ‘cibo, riguarda, evidentemente, le parti di uno stesso organismo o l'unione di due organismi (dove, poi, il processo di nutrizione, in quanto differisce dal semplice contatto, è lo stesso). Inoltre, natura dicesi ciò da cui originariamente son costituite o generate alcune cose naturali, quand’esso sia informe e immutabile nella potenza che gli è propria: così il bronzo dicesi natura di una statua o degli utensili di bronzo, il legno di quelli di legno, e via dicendo: chè da essi vien prodotto ciascuno di questi oggetti, in cui resta intatta la materia prima ('). E nello stesso modo alcuni chiamano natura gli elementi delle cose naturali, chi dicendola fuoco, chi terra, chi aria, chi acqua, chi qualcos'altro simile, chi più d’una di queste cose, chi tutte insieme. Inoltre, natura vien chiamata, in altro senso, la sostanza (*) degli esseri naturali, per es., da coloro che dicono la natura esser la composizione originaria delle cose, ovvero come Empedocle dice: Niente, di ciò che è, ha una natura, ma soltanto la mescolanza e separazione delle cose mescolate, e natura è il nome dato a esse dagli uomini. Perciò, anche, delle cose che sono o si generano per natura, quand’anche sia presente ciò da cui naturalmente deriva il loro essere o generarsi, diciamo che non anc ora hanno la loro natura, finchè non posseggono la specie e la forma. (AMa 1. 27, con la volgata, ho omesso il pù: «alcune cose [non] naturali»). Resta intatta la materia prima, nel senso che il bronzo resta bronzo, anche se con una forma che prima non aveva (onde, in certo modo, era informe). A. con l’esempio di cose artificiali vuol dar un’idea della materia in quanto volgarmente è considerata reale indipendentemente dalla forma: ch’è l’idea da cui mossero i Fisiologi, studiati nel lib, I. « Dispositiones formae non salvantur in generatione; una, enim, forma introducitur altera abiecta. Et propter hoc formae videbantur esse quibusdam accidentia, et sola materia substantia et natura, ut dicitur in 2° Physicorum » (S. Tom., 817). A. distinguerà, poi, tra materia prima (qui non è in questo senso) e materia seconda. Sostanza, qui, è l'essere sostanziale, intimo, delle cose, riguardato dapprima come un cornposto originario, non quello attuale e immediato: già accennante, così, secondo A., al concetto di essenza. Cfr. per Anassagora il lib. I. 8, 10-14. Per Empedocle, cfr. Diels, fr. 8, dove il passo è riferito integralmente. A. interpreta la puoars di questi versi empedoclei come « natura permanente ». Altri, più comunemente, pensano che E. voglia dire che non c'è, in senso assoluto, generazione o morte di nulla, ma solo mescolarsi e separarsi dei quattro elementi. Per natura, dunque, ogni cosa risulta di queste due, materia e forma: per es., gli esseri viventi e le loro parti. E natura è tanto la materia originaria (e questa di due maniere: o quella ch’è tale in rispetto a una cosa particolare, o in generale: per es., delle opere in bronzo è materia originaria (') rispetto a esse il bronzo, ma in generale è forse l’acqua, se tutto quel che si può liquefare è acqua), quanto la specie e la sostanza, che è il fine della generazione. E di qui, per estensione di significato, si dà il nome di natura ad ogni sostanza in generale, perchè anche la natura è una specie di sostanza (?). Segue dalle cose dette (*) che natura, nel suo senso primario e proprio, è la sostanza di quegli esseri che hanno in Se stessi, in quanto tali, il principio del movimento: poichè la materia si dice natura per la capacità di ricevere questo principio, e così il generarsi e il crescere perchè son movimenti che partono di lì. E natura è in questo senso il principio del movimento degli esseri naturali immanente a essi’ in qualche modo; o in potenza, o attualmente. CapiToLO V. Necessario dicesi quello senza del quale, come concausa (‘), non si può vivere: ad es., il respirare e il cibo sono una cosa necessaria per l’animale: non se ne può far senza. Materia originaria (se@tn), in senso generale, qui, è quella del genere ultimo (primo) di più cose. Tutto quel che si può fondere o Hanerare è acqua, si dice anche nel Timeo, 58 d, Quella ch'è unita alla materia, nel processo del divenire: di qui l’estensione del termine natura alla sostanza in generale (anche a quelle che son fuori di quel processo e, come le sostanze puramente intelligibili, prive di materia). Riassume e conchiude con l’approfondimento del 3° significato, ch'è il fondamentale. Alessandro (960, 11): « In potenza, come l’anima nel seme; in atto, quando sia divenuto già un animale: la forma immanente nella materia (tè Evudoy elbos) è per tutti gli esseri naturali il principio di quel movimento ch'è la generazione ». cuvattuov: noi diremmo «condizione » (necessaria, non sufficiente). È una necessità designata altrove come « ipotetica » (Phys., II. 9. 199 b, 34): tale è anche, per A., la realtà della materia rispetto alla forma. E quello senza del quale non può esserci o prodursi il bene, nè si può respingere o evitare il male: il bere la medicina, ad es., per risanare, e il navigare ad Egina per esigere il danaro ('). 3 Inoltre, ciò ch'è effetto di violenza e la violenza (?): cioè, quello che impedisce o contrasta l'inclinazione e il proposito. Di fatto, ciò ch’è per violenza si dice necessario, e perciò anche doloroso, come anche Eveno dice: « Poichè ogni cosa necessaria è molesta di sua natura». E la violenza è una specie di necessità, come anche Sofocle dice: « Ma la violenza mi fa necessariamente far ciò ». E la necessità sembra cosa contro cui non val la persuasione, e giustamente, chè essa è contraria al movimento che si fa secondo un proposito ragionato. 4 Inoltre, ciò che non può essere altrimenti diciamo neces ‘ sario che sia così. Anzi, da questo significato del « necessario» derivano in certo modo tutti gli altri: poichè allora si dice che uno è forzato a fare o patire di necessità, quando 1016 b non può seguire la sua inclinazione perchè gli è fatta violenza: chè quella è una necessità per la quale non si può altro. E dicasi lo stesso per le concause del vivere e del bene: quando non sia possibile nè il bene, nè il vivere ed esistere senza alcune di. esse, queste sono necessarie, e la ragione di ciò è, appunto, una specie di necessità. 5 Aggiungi, tra le cose necessarie, la dimostrazione, perchè, se qualcosa è stato dimostrato assolutamente, non può esser altrimenti; e causa di ciò son le premesse, dalle quali si fa il sillogismo, se son tali che non possano esser altrimenti. 6 Delle cose alcune hanno del lor esser necessarie una causa altra da esse; altre, no: anzi, esse son causa per cui altre Può darsi che accenni, come il Christ suppone, a un fatto ricordato in una lettera di Platone (13*). V. Ross. Per la fila v. Età. Nic., lib. III. 1, dove il concetto è approfondito: « forzato (Plavov: l’effetto della violenza) è ciò il cui principio è di fuori, e tale che, chi opera o chi sopporta, in nulla vi conferisca » (Cfr. DANTE, Par., IV, 73). E per la xgoalgeo, cap. 26 8: l'impulso, nell'azione, dev’esser guidato dalla ragione che delibera sul da farsi: donde il proponimento. Eveno: sofista e poeta, di Paro, ric. più volte da Piatone. Sofocle: v. Elettra. sono necessarie. Laonde necessario, nel senso primo e proprio, è il semplice, perchè questo non può essere in più modi, sì che non può esser ora in un modo ora in un altro: chè sarebbe, allora, già in molti modi ('). Se ci sono, dunque, esseri eterni e immobili (?), nulla c’è per essi di forzato e contro natura. Uno si dice sia per accidente, sia per se stesso (*). Per accidente, come « Corisco e musico», e « Corisco musico » : poichè è lo stesso dire « Corisco e musico » e « Corisco musico». Ovvero: « musico e giusto »; 0: « Corisco musico e Corisco giusto ». Di tutte queste cose, infatti, l’uno si dice per accidente: «giusto e musico » perchè accidenti d’una sola sostanza, « musico e Corisco» perchè il primo è un accidente del secondo. Similmente, in certo modo, anche « Corisco musico » unito a « Corisco » fa una cosa sola, perchè in questo discorso c’è una parte ch'è accidente dell’altra: ossia « musico» di « Corisco ». E così dicasi di « Corisco musico » unito a «Corisco giusto », perchè entrambi hanno una parte ch’ è accidente d’una stessa altra (*). Nota qui (come altrove, 6pesso) l'improvviso passaggio dal pensiero {dove solo ha un senso la necessità) alle cose. L'impossibilità (la negazione) del contrario diventa semplicità dell'essere (l’essere in un modo solo), propria di ciò ch'è eterno (non ora in un modo, ora in un altro). Ma, poi, tra queste cose rientrano, come qui,tà gta, i principii delle dimostrazioni, e le pure essenze indivisibili. Se a immobili si sostituisce immutabili, tra questi esseri (o cose) eterni ci sono anche i cieli, oltre Dio e le Intelligenze motrici. Anche in VI. 2. 1026 b, 28 la fila vien messa da parte (riguarda, infatti, l’ Etica) e la necessità posta in opposizione all'accidente. L'uno è qui considerato nelle cose, e insieme come predicato delle cose ossia riguarda la questione: quando è che le cose (in sè e nel discorso) hanno unità, o accidentale (1-3), o essenziale (4-12). La distinzione deriva dal considerarle unite o dalla parte degli accidenti, o dell'essenza. Poi, si farà questione dlel concetto in sè e per sè (19-15). Il giudizio qui è coneiderato analiticamente, anzi verbalisticamente, come accoppiamento di due termini: a) di una sostanza con un accidente; b) di due accidenti d’una stessa sostanza, sottintesa; c) di questa sostanza con i due accidenti separatamente considerati; d) di questa sostanza unita all’accidente con la sostanza senz'altro. Il caso fondamentale è il primo. Ugualmente se l’accidente si predichi del genere o di qualche nome universale (‘): si dica, poniamo, che «uomo > e «uomo musico » è lo stesso: infatti, o si dice così perchè «musico » è accidente dell’« uomo », ch’è un’unica sostanza; ovvero, perchè entrambi sono accidenti di qualche individuo, poniamo, di Corisco (salvo che non gli appartengono entrambi allo stesso modo, ma l'uno, senza dubbio, come genere e nella sostanza; l’altro, come proprietà o affezione della sostanza). Questi sono, dunque, i modi in cui l’uno si dice delle cose per accidente. Invece, di quelle di cui si dice per se stesse, alcune si dicon così perchè sono continue: poniamo, a un fascio dà continuità la corda, ai pezzi di legno la colla; e una linea, se, ancorchè spezzata, sia continua, si dice ch’è una; e così, anche, ciascuna parte dell’organismo, una gamba o un braccio. A queste stesse, tuttavia, l’uno si applica meglio se sono continue naturalmente che se son tali artificialmente. Continuo, poi, si dice ciò di cui per se stesso il movimento è unico (?), e non può esser diverso; ed è unico il movimento di ciò in cui esso è indivisibile, e indivisibile nel tempo. E continuo per sè è ciò che non è uno per contatto soltanto: che se tu ponessi dei legni l’uno accosto all’altro, non diresti che facciano nè un legno solo, nè un sol corpo, nè un solo continuo di altra specie. Ciò che, comunque, è continuo, si dice uno anche se abbia una piegatura: meglio, tuttavia, se non l’ha: la tibia o il femore, per es.; più della gamba, perchè il movimento della Il termine che fa da soggetto nel giudizio può essere, non un individuo (come nel par. prec.), ma un genere, o un universale (questo può anche non essere un genere reale, ma un mero xowvév, come l'uno e l'essere, o un termine negativo, o di rapporto: cfr. nota a I. 9, 30; VII. 2, 1) Salvo che, ecc.: dei due accidenti uno è essenziale: cfr. nota a I. 1, 8. Proprietà e affezione (Eku e xhdog): cfr. nota a I. 5,8. Cfr. Phys.,V.3-4,in cui si parla più ampiamente del continuo e dell’unità del movimento. Il passaggio tra i due concetti (che alcuni a torto rimproverano ad A, di unire insieme) è dato dalla concezione della natura, dianzi definita come «la sostanza degli esseri che hanno in sè il principio del movimento », anzîi come «il principio del movimento immanente a essi. gamba può non esser uno. E la retta è più una di quella piegata: anzi quella piegata e che fa angolo, la diciamo e non la diciamo una, perchè il movimento delle sue parti può essere, ma anche non essere, simultaneo; laddove quello della retta è sempre simultaneo, e nessuna parte di essa, che abbia grandezza (‘), sta ferma mentre un’altra si muove, come avviene in' quella piegata. Inoltre, si dice uno, in altro senso, ciò di cui il sostrato non ha differenze specifiche. E non l’ha in quelle cose la cui specie sia indivisibile alla sensazione. Tale sostrato è o quello che si presenta per primo, o l’ultimo rispetto allo stato finale: poichè e si dice uno il vino e una l’acqua in quanto indivisibili nella specie; e si dice uno di tutti i liquidi, come dell’olio, del vino, e di ogni cosa che possa liquefarsi, perchè il sostrato ultimo di essi è lo stesso, essendo essi tutti acqua o aria. E l’unità si dice anche per quelle cose di cui unico è il genere pur differenziato dalle opposte differenze: e tutte queste si dice che sono una cosa sola, perchè unico è il genere che fa da sostrato alle differenze (per es., cavallo, uomo, cane hanno qualcosa d’uno, perchè tutti sono animali), e quasi allo stesso modo come una è la materia (*). Talora, dunque, l’uno si dice così di queste cose; tal’altra, quando sono le specie infime del loro genere, si dice che sono una stessa cosa rispetto al genere superiore: al genere, cioè, ch’è più su del loro: così l’isoscele e l’equilatero sono la stessa e La linea retta può roteare soltanto intorno a un punto, che resti immo bile; della spezzata, uscendo dal piano, anche una parte vera e propria (estesa) può restar ferma. V. par. prec. Le linee 29-30 hanno un testo incerto, molto tormentato. E da escludere che A. non conoscesse le regole elementari della logica ch'egli ha insegnata alla scuola (alcuni commentatori moderni perdono, talora, questo criterio elementare). Un senso corretto, dato il testo com'è, sembra questo: quando si tratta delle specie infime (o generi prossimi all’individuo: cfr. III, 3, 5), la loro unità (identità) vien riposta, nel comune modo di parlare, talora nel genere immediatamente superiore (uomo e cavallo hanno in comune l’animalità), talora in quello ch'è più su (uomo, cavallo, cane, ecc. son tutti ugualmente esseri viventi): così, dell'isoscele e dello scaleno diciamo che sono ugualmente figure, anzichò triangoli. unica figura, perchè triangoli ambedue, ma non gli stessi in quanto triangoli. Inoltre, uno si dice tutto ciò di cui il concetto che n’esprime la pura essenza sia indivisibile rispetto (') a un altro esprimente del pari la pura essenza d’una cosa (chè per se stesso ogni concetto è divisibile). Così, appunto, una cosa che aumenta o decresce è una, perchè uno è il suo concetto: come uno è il concetto della specie per le superfici. In generale, uno è soprattutto ciò la cui intellezione è indivisibile, e la cui pura essenza si apprende con un atto che non può esser separato nè quanto al tempo, nè quanto al luogo, nè quanto al discorso (°): tali, soprattutto, sono le sostanze. Ma, universalmente parlando, diconsi esser una sola le cose che non ammettono divisione, in quanto non l’ammettono: poniamo, uno è l’uomo, per le cose che non ammettono divisione in quanto a uomo; uno l’animale, se non l’ammettono in quanto ad animale; una la grandezza, se in quanto a grandezza. Dunque, la maggior parte delle cose si dicono une perchè producono o hanno o patiscono o riguardano qualcos'altro ch’è uno (*). Ma tali in senso primario diconsi quelle di cui Il reds della |. 33 è generalmente inteso come « da »: si tratta, allora, di due nozioni che o sono identiche perchè si riferiscono alla stessa cosa, o sono specie dello stesso genere (quest’ultimo caso ripeterebbe quello «del par. prec.). Credo giusta anche la mia interpretazione: diciamo uno un concetto (sebbene in sè divisibile) per distinguerlo da un altro: e però, sia che la cosa aumenti o diminuisca, sia che il concetto ammetta diversità intrinseche (come le varie specie di superfici), diciamo sempre ch'è lo stesso, L'atto del voùg unifica il molteplice nell'unità della sostanza, la quale è, così, indivisibile per il luogo (individui diversi), per il tempo (in cui differisce uno stesso individuo); indefinibile, nel senso dell’analisi logico-discorsiva. Se alla I. 4 si conserva il ydg (ch’io ho sostituito col 8é del cod. E), allora il pensiero vien unito più strettamente al precedente, dove, infatti, io ho usato il singolare invece del plurale per non indebolire il germe speculativo profondo ch'è in esso. Ma qui si vede bene che A. guarda, oltre che alla cosa in sè, alle cose nella loro molteplicità: due o più cose, per quanto diverse per altri rispetti, possono coincidere in un concetto specifico o generico, o per la figura. Se anche la 2» parte del par. si volesse intendere nel senso della 1°, della cosa in sè, allora grandezza potrebbe accennare, anzichè alla figura, al continuo: conforme alla distinzione nel par. seg. « Plurima sunt, quae dicuntur unum, ex eo quod faciunt unum: sicut plures homines dicuntur unum, ex hoc quod trahunt navem. Et etiam dicuntur aliquaà 1016 b 152 MBTAFISIOA ‘una è la sostanza: e questa è una o per continuità, o per specie, o per il concetto. Infatti, noi contiamo come più di una le cose che o non sono continue, o di cui non è unica la specie, o non è unico il concetto. Inoltre, per un rispetto diciamo una ogni cosa che sia continua per quantità, ma per un altro rispetto non la di ciamo tale se non formi qualcosa d’intero: non abbia, cioè, un’unica specie. Così, vedendo le parti di una calzatura, comunque accozzate insieme, noi non diremmo che sono una cosa sola, in ogni caso (se non sia per la continuità); sì bene quando siano così disposte da essere una calzatura ed avere giàuna qualche forma ('). Per ciò, anche, di tutte le linee la più una è quella circolare, poichè intera e perfetta. L'essenza dell’uno(*) è quella d’esser un principio del numero. Poichè la prima misura è un principio: e ciò per cui noi cominciamo a conoscere ciascun genere di cose, quello è la misura prima di esso. L’uno è, dunque, principio del conoscibile per ogni genere di cose. Ma esso non è lo stesso per tutti i generi: qui è il diesis(*), ll la vocale o la consonante; e altra è l’unità per il peso, altra per il movimento. unum, ex eo quod unum patiuntur: sicut multi homines sunt unus populus, ex e0 quod ab uno rege reguntur. Quaedam vero dicuntur unum ex eo quod habent aliquid unum, sicut multi possessores unius agri sunt unum in dominio eius. Quaedam etiam dicuntur unum ex hoc quod sunt aliquid unum: sicut multi homines albi dicuntur unum, quia quilibet eorum albus est» (S. Tom., 868). Queste cose si dicon une riferendosi 24 altro ch'è uno. Invece, la distinzione, che segue, riguarda direttamente le cose per la continuità (4-6), per la specie (8), per il concetto logicamente considerato 0 nell'atto del vovs (9-10). Manca l'unità per la materia (7). E il concetto è staccato dalla specie, con cui pure altre volte coincide (ma specie, qui, equivale a genere reale, è però il concetto si avvicina più all’universale). Nel concreto è, così, l’unità reale dei due punti di vista dell'unità: materiale (il continuo) e formale (il concetto). Si passa alla pura essenza dell'uno: alla definizione del concetto puro (diremmo noi). Cfr. lib. X. 1, 8 8 8., dove quanto segue, e gran parte di questo capitolo, è rielaborato con maggiore chiarezza. (9) Il diesis è l'intervallo minimo in musica: cfr. X. 1, 11-12. Non si scordi che, sebbene qui con qualche inconveniente, ho tradotto povés con unità, ch'è per noi il termine aritmetico corrente. Il punto ha una @&éaw, si può localizzare. Ma in ogni caso l’uno è indivisibile o per la quantità o per la specie. Ora, l’indivisibile nella quantità (e come quantità) si chiama unità, se è indivisibile in ogni verso e non ha posto; ma se è indivisibile per ogni verso, e tuttavia ha. un posto, si chiama punto; se divisibile in una sola dimensione, linea; se in due, superficie; se in tutte e tre, corpo (quantitativamerite considerato). E all’inverso, ciò ch’è divisibile in due dimensioni, è superficie; in una sola, linea; ciò che quantitativamente non è divisibile per nessun verso, punto e unità: questa non ha posto, quello sì. Inoltre, l’unità delle cose può essere o per il numero, o per la specie, o per il genere, o per analogia: c’è unità numerica dove la materia è unica, specifica quando unico è il concetto, generica quando lo schema categorico è lo stesso, analogica quando due cose stanno tra loro come una cosa a un’altra. E i modi precedenti implicano sempre quelli che vengon dopo: così, dove l’unità è numerica, è anche specifica, ma dov’è specifica non sempre è numerica; e se è specifica, è anche generica, ma, se è generica, non però è anche specifica, sì analogica; ma se analogica, non è generica sempre ('). È poi evidente che le cose si diranno molte in sensi Opposti a quelli dell’uno: o perchè non hanno continuità; o perchè hanno una materia (sia la prima o l’ultima) che si può dividere in varie specie; o perchè sono parecchi i concetti che ne esprimono la pura essenza (?). Come bene osserva il Ross, questo paragrafo corrisponde ai $$ 7-10, così come i precedenti 13-14 a 4-6. Prima, infatti, A. ha distinti quelli che si possono chiamare i vari gradi di concretezza dell'unità dal punto di vista quantitativo; qui egli distingue i vari gradi di concretezza dell'unità dal punto di vista qualitativo. L'unità numerica, infatti, è qui quella dell’ individuo del tutto determinato, il quale implica in sè tutte le altre specie di unità. La più astratta di queste è l’analogica, la quale non è sempre generica, perchè può essere tra generi diversi. Lo schema categorico: nota qui il termine categoria usato come equivalente a genere (le categorle, infatti, sono come i generi sommi dei predicati). La distinzione è in corrispondenza è quella dell’unità essenziale delle cose. Essere (') si dice di una cosa o per accidente, o in sè. 1 Per accidente (*): se diciamo, per es., che «il giusto è 2 musico », 0 che « l’uomo è musico», oche « îl musico è uomo »; in senso simile a quello in cui si direbbe che il musico costruisce una casa, perchè a chi la costruisce accade d’esser musico, o al musico di esser un costruttore. Dire, infatti, », «l’intera acqua», salvo che per traslato. E per il plurale di tutto (*), quando delle cose con- 6 siderate come unità si dice tutto, di esse si dice tutte considerandole come divise: « tutto questo numero », «tutte queste unità ». LI CapitoLo XXVII. Mutilato (*) non si dice in tutti i casi d’una cosa fornita 1 di quantità: dev'essere e divisibile e un intero. Infatti, non diciamo d’aver mutilato il due, se gli togliamo una delle due unità (la parte mutilata nom può esser mai uguale alla rimanente), nè diciamo così in generale per nessun numero. Bisogna che la sostanza rimanga: se si tratta di una coppa, dev’essere ancora coppa. Invece, il numero non è più lo Stesso. E non hasta neppure che una cosa sia composta di parti dissimili, poichè il numero può avere anch’esso parti dissimili: il due e il tre, per es. (‘). Anzi, in generale, delle cose per le quali la situazione delle parti è indifferente, come per l’acqua o il fuoco, nessuna può esser mutilata: per esser tali, bisogna che le parti abbiano una situazione sostanziale. Inoltre, che sian continue: chè l’armonia consta, bensì, di parti dissimili, le quali hanno una ior situazione, ma non perciò può venir mutilata. E neppur tutte le cose intere di- 2 La figura in cera. aévra. Qui l'unità è totalità come somma. (9) xo4ofiév: il concetto, qui, è quello che noi opponiamo all’#Xov inteso come «integrità », specialmente di un organismo. Il due e il tre, nel cinque (== 2-|--3, oppure 3-+-2). LS) VI LIBRO QUINTO 183 ventan mutilate col privarle di una qualunque parte. Bisogna che questa parte non sia la principale per la sostanza ('); nè è indifferente chesi prenda di qua o di Jà: per es., se la coppa ha un buco, non perciò si dice mutilata, ma se si asporta il manico o un pezzetto dell’orlo. Nè si dice mutilato un uomo se gli si levi un po’ di carne o la milza, ma un’estremità; e neppure una qualunque, bensì una che asportata per intero non cresce più: perciò i calvi non si chiamano mutilati. Genere si dice, in un senso, se sia continua la generazione di esseri aventi la stessa specie: diciamo, ad es., « finchè duri il genere umano », per dire «finchè continui la generazione degli uomini». In un altro, è quello di una gente venuta all'essere da un lor primo genitore: e così si parla del genere degli Elleni e degli Ioni, perchè quelli vengono dal progenitore Elleno, questi da Ione. E i discendenti prendon nome piuttosto dal genitore, che dalla materia (?): benchè prendan nome anche dalla femmina, per es. quei di Pirra. Genere, inoltre, è come il piano per le figure piane, il solido per le solide: poichè ogni figura è un piano di questa specie, un solido di questa specie. Genere è qui il sostrato delle differenze. Inoltre, genere è il primo elemento costitutivo del concetto, che si enuncia nell’essenza (*), di cui chiamansi differenze le qualità. Genere, dunque, è usato in tutti questi sensi: per la generazione continua di esseri della stessa specie; per il principio generatore di esseri somiglianti; in un senso affine alla materia (‘): poichè ciò di cui son proprie la dif Come la testa per un animale. Dalla materia (cfr. VIII. 4, 4), la quale è fornita, nella generazione, dalla femmina. Nella definizione. In un senso affine alla materia è il genere inteso come sostrato delle qualità specifiche differenziali (reale e concettuale: solito passaggio dall'oggetto al pensiero, e viceversa: di qui l’unificazione dei sensi dati in 3 e 4: ferenza e la qualità, è appunto quel sostrato che chiamiamo materia. Diverse di genere sidicono quelle cose di cui diverso è il sostrato primo ('), e l'una non si risolve nell’altra, nè tutte due nello stesso (la forma, ad es., e la materia sono diverse per il genere); e quelle di cui si parla secondo una diversa figura delle categorie dell’essere (le une significano l'essenza delle cose, altre una qualità, altre come s’è distinto dianzi): chè neanche queste si risolvono le une nelle altre, nè in qualcosa di unico. Il «falso » dicesi, in un modo, come cosa che è falsa (*); e questo o perchè la cosa non risulta così composta, o perchè è impossibile che si componga così: per es., se si dica che Sostrato primo è quello immediato, se si pensa, ad cs., a ciò che può liquefarsi (acqua), e a ciò che ha un sostrato solido (terra). Ma l’interpretazione non è sicura. Nello stesso: può esser inteso come «cosa» o come «concetto »: nel 1° senso riguarda i! sostrato, e chiarisce quel che precede; nel 2° chiarisce la parentesi, e quel che segue ‘i diversi significati, o concetti, dell'essere nelle categorie). S'è distinto dianzi: cap. 7, 4. ; Per A., altrove, vero e falso son nel pensiero, non nelle cose; e il pensiero è che unisce e divide (distingue) i concetti giudicando (affermando o negando la convenienza del predicato al soggetto): cfr. VI. 4, 3-4: IX. 10, 1 s8. L'ordine de' pensieri in proposito sembra dover esser questo. A. parte da un realismo ingenuo, ch'è anche un ingenuo idealismo: realtà e pensiero si condizionano reciprocamente, identificandosi e distinguendosi insieme, come segue: ca) Si comincia col porre il pensiero nelle cose, e si parla di cose vere e di cose false. Una prima riflessione avverte che il vero e falso è nel pensiero, non nelle cose, e distingue perciò il pensiero dalle cose. Queste, allora, al sicuro da quel pensiero che può esser falso oltre che vero, restano con una loro realtà ch'è insieme la loro verità (eterna e immutabile nella pura essenza, contingente per quel che di questa si traduce nella realtà in movimento). b) Il pensiero è vero 0 falso secondo che riflette in sè la realtà, o meno, delle cose. Ma nna prima riflessione avverte che non sono le cose a determinare la verità o falsità del pensiero: poichè tanto dell’essere quanto del non-essere si può pensare il vero e il falso (IV. 7, 2). Vero e falso sono, allora, caratteri del pensiero in sè e per sè: vero è il pensiero ch'è coerente con se stesso, falso il pensiero incoerente. Un cerchio è cerchio, nel mio pensiero che lo definisce, in quanto lo distinguo dal triangolo: confonder questo con quello è contraddire a quanto e’è definito.Ma, poichè il \i LIBRO QUINTO 185 la diagonale è commensurabile, o che tu stai seduto: di queste due, l’una è sempre falsa, l’altra talvolta. Dette così, queste cose non esistono. In altri casi, esistono bensi le cose, ma di tal natura da apparire o quali non sono, o quali non esistono: la prospettiva dipinta, ad es., e i sogni: cose, queste, che hanno bensì una loro realtà, ma non quella di cui producono in noi l’immagine. Le cose, dunque, si dicono false, in questo modo: o perchè non esistono, o perchè l’immagine che producono è di cosa che non esiste. ‘ Un concetto falso è quello che, in quanto falso, è di cose che non sono. Perchè ogni concetto è falso se riferito a cosa diversa da quella di cui è vero: per es., il concetto del cerchio è falso del triangolo. In un senso, c’è un concetto unico di ogni cosa, quello della pura essenza; in un altro i concetti sono molti, poichè la cosa da sè e la cosa con un’affezione è in certo modo la stessa cosa: per es., Socrate e Socrate musico ('). Il concetto falso, assolutamente parlando, è concetto di nulla. Perciò era abbastanza sciocca l’opinione di Antistene che di nulla si possa parlare salvo che col suo proprio concetto, unico per un’unica cosa: donde seguiva che non è possibile contraddire, e quasi neppure dir il falso. pensiero è per se stesso coerenza e logicità, esso, in Sè e per sè, è sempre vero: d’una verità eterna, immutabile, come quella della pura essenza (indivisibile), e insieme discorsiva, per quel che di essa si traduce nel processo del conoscere e del sapere (nella logica dei concetti). Questo è il rapporto tra il n0vs (sempre vero) e la dianoia (vera o falsa): tra il concetto nella sun pura unità e intrinseca intelligibilità, e il concetto che si esplica nella molteplicità dei concetti e delle opinioni. c) Il pensiero falso è un non-pensiero in rapporto a quel pensiero ch'è sempre vero. E tuttavia esso ha, e deve avere, una sua realtà, in quel pensiero che in tanto può affermare il vero in quanto c'è il falso da negare. Donde, allora, la realtà di questo pensiero-falso ? Donde questa decadenza del pensiero nel falso? Pare che la soluzione debba trovarsi in qualcosa di estraneo e tuttavia legato al pensiero: nella volontà dell’:como. Il Sofista rappresenta questo difetto del pensiero ch'è anche un difetto morale (l'ambizione, il guadagno, ece.: efr. «il tenore di vita» in IV. 2, 14). La vicinanza al pensiero platonico è evidente: specialmente con le indagini del Teeteto e del Sofista. La cosa nell’unità colta dal nous, e la cosa nella molteplicità delle sue categorie (dianoia). L'opinione di Antistene, con quell’unità-identità del concetto-nome, era ben lontana dalla dottrine su esposta di A.: essa rendeva impos‘ sibile la logica dianoetica, e riduceva quella noetica a mero nominalismo. 1025 a 186 METAFISICA Invece, di ciascuna cosa si può parlare non soltanto col conceito di essa, ma anche con quello di altra: anche del tutto falsamente, senza dubbio, ma anche in modo conforme a verità: l’otto, poniamo, dico ch’è doppio perchè ho il concetto del due. Queste cose, dunque, si dicono false così. Falso, poi, si dice un uomo che abbia abilità e predilezione per simili discorsi per nessun'altra ragione che per discorrere così; e chi è capace di produrli in altri, a quel modo che diciamo false anche le cose che producono in noi immagini false. Perciò nell’ Ippia (') quel ragionamento, che vuol] provare come uno stesso uomo è falso e vero, conduce fuori di strada: perchè dà come falso chi ha la capacità di dir il falso, ch’è, poi, colui che sa ed è sapiente; e aggiunge ch’è migliore chi è cattivo volontariamente. Questa è la conseguenza di una falsa induzione: chi zoppica volontariamente è migliore di chi zoppica per forza: intendendo per zoppicare l’imitare lo zoppo; ma se uno fosse zoppo volontariamente, egli sarebbe forse peggiore, qui, come in cose riguardanti il costume. CapitoLo XXX. Accidente (?) significa ciò che appartiene a qualcosa e può esser detto con verità, ma non necessariamente, nè per lo più: come se uno scavando un fosso per una pianta trovasse un tesoro. Questo, di trovare un tesoro, è davvero un accidente per chi scava un fosso: non è una cosa che consegua necessariamente dall’altra o dopo l’altra, nè chi pianta un albero trova per lo più un tesoro. E chi ha l’abilità di suonare può esser bianco, ma poichè ciò non avviene di necessità, nè per lo più, diciamo ch’è un accidente. Di maniera Ippia minore, 365 ss. Platone erra, dunque: @) non distinguendo la potenza dall'atto di mentire; è) reputando migliore chi erra volontariamente. Per quest'ultimo punto, cfr. Eth. Nic. che, poichè si danno tali appartenenze, e appartengono a qualcosa, e alcune di esse solo in certi luoghi e tempi, sarà un accidente ciò che appartiene, bensì, a qualcosa, ma non perchè è questa tal cosa, ed è qui e ora('). Dell’accidente non c’è nessuna causa determinata, ma è a caso, e questo è indeterminato. È accaduto a qualcuno di arrivare ad Egina, il quale non era partito per arrivare colà, ma cacciato dalla tempesta o preso dai corsari. L’accidente avvenne, di certo, e realmente, ma non per causa di se stesso, bensì in causa di altro: perchè la tempesta fu causa che quegli arrivasse dove non era diretto, cioè ad Egina. Accidente, poi, dicesi anche in altro modo: di tutte quelle proprietà, ad es., che sono di una cosa per se stessa considerata, ma non appartengono alla sua sostanza (*): per esempio, appartiene al triangolo di avere gli angoli uguali a due retti. Questi accidenti posson essere eterni; di quegli altri, invece, nessuno: abbiam parlato di ciò altrove. Ed è qui e ora: come l’appartenere a qualcosa non individua la sostanza di questa tal cosa, così l’appartenere in certi luoghi e tempi non dà ragione dell'attualità di essa. Alla sua sostanza, o definizione: per es., del triangolo: sebbene ne derivino. È compito della scienza, infatti, dimostrare, poi, le proprietà (accidentali, ma in entrambi i sensi: tà aédn xal tà xa” autà cvpfefinxéta) del proprio oggetto di studio: cfr. Anal. Post., I. 1. 75b, 1. Abbiam parlato di ciò altrove: pare riferirsi ad Anal. Post. Quel che qui si cerca sono i principii e le cause degli esseri: s'intende, in quanto sono. Poichè c’è pure una causa della salute e del benessere, e anche le entità matematiche hanno principii, elementi e cause: in generale, anzi, ogni scienza di ragionamento, o che del ragionamento si serva almeno in parte('), versa intorno alle cause e ai principii, pur con più o meno di esattezza e semplicità (?). Ma tutte queste scienze son circoscritte a un ente e genere particolare, e di esso soltanto trattano, nè fan nessuna parola di ciò che è l’essere semplicemente: nè di ciò che è l’ente in quanto tale, nè dell'essenza. Invece, le une dichiarando il loro oggetto per mezzo del senso, e le altre (*) stabilendone per mezzo di ipotesi la definizione, dimostrano, più o meno debolmente, più o meno rigorosamente, le proprietà del genere preso in considerazione. È dunque evidente che da un « Videtur A. ambitum scientiae latius extendere voluisse, ut ne eae quidem doctrinae excludantur, quae ab usu et experientia magis quam a cognitione et notione suspensae sint»: Bonitz (p. 280). Esattezza e semplicità corrispondono al «rigorosamente » e « debolmente » del paragrafo seguente. «Semplicità», qui, vale « mancanza di approfondimento e di distinzione » (le cose così come si presentano immediatamente): cfr. I. 5, 22. Poco dopo, « semplicemente » vale, invece, « assolutamente ». (9) Le une... le altre: le fisiche e le matematiche.tal metodo induttivo (') non si può aver dimostrazione nè della sostanza nè dell’essenza, ma per esse ha da esserci un’altra specie di conoscenza che le chiarisca. Per la stessa ragione non dicon nulla se il genere preso a trattare esiste o non esiste: poichè appartiene alla stessa facoltà del pensiero il mettere in chiaro tanto l’essenza quanto l’esistenza (°). Ma in quanto anche la scienza fisica (°) versa intorno a un genere dell’essere (la sostanza ch’essa studia è quella che ha in sè il principio del movimento e dell’inerzia), è chiaro ch’essa non riguarda nè l’agire nè il produrre (‘). La frase pare interpolata al Christ. Il riferimento par che sia Alle scienze fisiche, come quelle che trattano della sostanza ed essenza reale, assumendola nella materia sensibile. Di essa non posson dare dimostrazione, appunto perchè agegunta per principio (dàuno dimostrazione delle qualità e proprietà dell’oggetto). Il Metafisico, neanche lui, dimostra nel senso della dimostrazione, che parte da principii per arrivare a certe conchiusioni. Essa, infatti, è la scienza dei principii stessi, 6 però anapodittica: non nel senso dogmatico, ma in quanto si serve «di un'altra specie di conoscenza », che « chiarisce » speculativamente quei principii riconducendoli ai principii primi, anzi al principio primo, ch’è l’essere în quanto essere. Principii primi sono le quattro cause, discusse nel lib. I; ovvero, materia e forma, potenza e atto, che verranno studiati nei libri VII-IX, e ricondotti a quello della forma, o dell’atto (in sè e per sè: all’atto puro, come principio trascendente, nel lib. XII). Ovvero, le categorie e gli altri concetti fondamentali întorno all’essere, esposti nel lib. V., Principii primi sono anche, per il pensiero discorsivo, gli assiomi, di cui il primo è quello di non-contraddizione, come si vide nel lib, IV. Dal punto di vista gnoseologico, principii primi sono il singolare e gli universali, e la loro fonte è il voùs (come principio anche dell’ato&mors: cfr. note al. 1,409, 34) Nell'’ordine della scienza empirica A. distingue la conoscenza dell'&, da quella del &uéti, facendo poi coincidere con quest’ultima quella del tL èotw: efr. Anal. Post., II. 1. 89Db, 24; 2. 90 a, 14 (e qui stesso al lib. I. 1, 11). Non si dia, tuttavia, un senso troppo moderno alla distinzione (di un contrasto tra pensiero ed esistenza reale delle cose): l’esistenza implica già l'essenza, come il singolare l’universale, nell'atto della percezione (immediata); e l’essenza, se non vuol esser un xowév, si traduce nell'esistenza (immediatamente): la pura 6ssenzea è sempre un tébde tr. Nell’8v fi 6v, poi, essenza ed esistenza s’identificano (perchè la sua universalità è anche necessità). Anche di qui si vede l'interesse maggiore che A. ha per la fisica, più che per la matematica: il confine, in fatti, tra alcune sue trattazioni di fisica e altre di metafisica non è sempre chiaro. L'agire... il produrre: v. la differenza in Eth. Nic., VI. 4; e nota a I.1,16. In entrambi, tuttavia, il principio è in noi (per la produzione: o l'intelligenza, il pensiero razionale, o questo unito a un certo abito o potenza naturale; per l’azione è l’Seskw, che congiunta con la ragione si fa agoalpsois: cfr. Eth. Nic., LIBRO SESTO 191 Poichè il principio della produzione è in chi produce: o l’intelligenza, o l’arte, o altra potenza; il principio dell’azione è in chi agisce, ed è il proponimento (potendosi tradurre in azione soltanto ciò che ci si può proporre). Per cui, se ogni ragionamento è fatto o per l’agire o per il produrre, ovvero riguarda la pura speculazione, la Fisica sarà una scienza speculativa, ma speculativa di un essere tale che ha la potenza di muoversi, e della sostanza tratta soltanto secondo nozioni che valgono per lo più, non separata dalla materia (')., Si badi di non ignorare il modo di essere della pura essenza e del concetto, perchè, senza di ciò, è tempo perso ogni ricerca. Delle definizioni e delle essenze alcune sono come quella di « camuso » (?), altre come quella di « curvo », i quali differiscono in questo, che in camuso è compresa sempre la materia (camuso diciamo un naso che ha una certa curva), la curvità, invece, è compresa senza materia sensibile. Se, quindi, tutti gli oggetti della fisica s'intendono similmente a camuso (ad es., naso occhio fisionomia carne osso, animale in somma; ovvero, foglia radice scorza, pianta in somma: tutte cose in cui non si può prescindere dal movimento, anzi neppure sono mai senza materia) è già con ciò chiarito il modo in cui il fisico deve ricercare e definire l’essenza delle cose; e perchè sia ufficio suo lo speculare anche intorno a un genere di anima, a quello che non esiste senza la materia (*). Che dunque la fisica sia una scienza speculativa, è evidente. Ma scienza speculativa è anche la matematica: se i III. 3); laddove il principio del movimento studiato dalla fisica è nella sostanza naturale delle cose. Alle Il. 22 e 23 è opportuna la correzione proposta dal Bonitz, attuata dal Ross, di rountov e rgaxtov invece di romtimov e reaxtiNbv. Il «per lo più» è proprio delle cose fornite di materia, come si dirà fra poco; e «ogni scienza è o di ciò ch'è sempre o di ciò ch'è per lo più» (2, 12). Mapotengo, dunque, la mia interpretazione (Bonitz, seguendo Aless.: « tratta della sostanza per lo più come forma piuttosto che come materia, solo che non come forma che possa esistere separata dalla materia»; Ross: «tratta della sostanza nel senso della forma per lo più unicamente come inseparabile dalla materia»). Camuso: v. VII. 5. Senza materia sensibile: i. e. con materia soltanto intelligibile (6. vonti: qui, l'estensione pura). Non esiste senza materia l’anima, salvo il vovs, che non ha nessun organo corporeo (De An., suoi oggetti siano immobili ed abbiano esistenza separata, non abbiamo tuttavia ancora chiarito ('). Per ora si può ammettere come chiaro questo, che alcune delle scienze matematiche considerano i loro oggetti in quanto immobili e separabili. Ma se qualcosa esiste di eterno immobile e separato, non è dubbio che la conoscenza di esso appartiene a una scienza speculativa, la quale non sarà certamente la fisica (che riguarda soltanto alcune cose mobili), e neppure la matematica, ma una scienza superiore ad entrambe. Infatti la fisica studia ciò che esiste separatamente , ma non è immobile; delle matematiche alcune studiano, invece, ciò che è immobile, ma non separato in fine perchè esiste nella materia. Soltanto la scienza che è prima studia ciò che è separato e immobile. E se tutte le cause sono necessariamente eterne (*), queste lo saranno soprattutto, perchè esse sono causa di quelli tra gli enti divini che risplendono nel cielo. Le scienze filosofico-speculative son dunque tre: la matematica, la fisica, la teologia (‘). Non è dubbio che, se il divino esiste, esso si trova in una natura quale s’è detta dianzi, e la scienza onorevolissima deve esser questa che ha V.libri XIII e XIV, e per quel che segue, quanto alla matematica, XIII. 2-4. Le matematiche pure studiano oggetti immobili: ricorda in III. 2, 18, dove tra le scienze matematiche vengon citate l'astronomia, l'ottica e l’armonica (che son più vicine alla fisica); e per la distinzione e gerarchia delle varie scienze matematiche, v. IV. 2, 7 (la metafisica sta alla fisica come la matematica pura a quella applicata). La fisica studia ciò che esiste separatamente, odolar, delle quali mostra (dimostra) le qualità e proprietà (queste, invece, non esistono separatamente: i. @., non hanno una propria esistenza). Alla |. 14 i codici dànno aybguota (e allora: la fisica studia «ciò che non esiste separato », i. e. la forma nella materia, ece.); la correzione, in ywguotd, proposta dallo Schwegler e accettata dal Christ, dù maggior simmetria al rapporto tra fisica matematica e teologia. Non si scordi che yxwguotév è una forma comune a due concetti per noi molto diversi: il separabile e il separato. Intendi, le cause prime, i principii in generale, reali o ideali: queste (Dio e le Intelligenze motrici) sono cause reali, e però eterne a muggior diritto ancora dei cieli (che son cause seconde) pur eterni. Su le ragioni del nome (già in Platone, Rep., II, 379 a) e su la superiorità della filosofia, cfr. anche I. 2. Se il divino esiste: il tono è, ovviamente, tutt'altro che dubitativo. LIBRO SESTO 193 l’oggetto più onorevole. E come le scienze speculative son da preferire alle altre scienze, così questa tra le speculative. Qualcuno potrebbe domandare se la « filosofia prima» è universale, ovvero se versa intorno a un genere determinato e a un’unica natura di esseri (‘). Dicemmo (in nota a IV. 1, 1) che dell’essere in quanto essere, oggetto della metafisica, si danno in A. due significati principali: l’uno in riguardo piuttosto alla realtà delle coso che sono oggetto del pensiéro, l’altro in riguardo piuttosto al pensiero che le pensa. Per il primo rispetto, studiare l'essere in quanto essere, è studiare i principii e cause prime ci tutto ciò ch’esiste, e in primo luogo quell’ Essere primo ch'è indipendente dalla natura e sottratto a ogni forma del divenire. Onde la metafisica vien qui definita @e0%40yuxf) (6 6, e nel passo corrispondente del lib. XI. 7, 7); e già nel lib, I. 2, 20 vedemmo dare a questa scienza il titolo di «divina», nel duplice senso, ch'è iù degna di Dio, e ch’è del divino nel mondo. Di qui, anche, veniva accennata la superiorità di essa alle altre scienze e conobcenze in generale, le quali non arrivano a porsi in quella purezza, dignità e autonomia, ch’ è propria del sapere filosofico. In questo capitolo viene introdotta per la prima volta una distinzione netta tra le scienze poietiche come le arti, quelle pratiche come l'etica, e quelle che sono puramente teoretiche. La distinzione, mentre eleva le matematiche e fisiche al novero delle scienze teoretiche, determina la differenza tra esse e la metafisica più chiaramente in riguardo al genero de' loro oggetti. Dio è separato, esiste indipendentemente dalla quos; e così anche le Intelligenze motrici: il divino (si vedrà nel lib, XII) forma come un'altra « natura» o « usia ». La fisica studia esseri che hanno un'esistenza propria, ma non sottratti al movimento; la matematica studia esseri immobili, considerati separatamente, ma per astrazione, in realtà non esistenti separatamente. Soltanto la teologia studia esseri separati e immobili: e la perfezione di questi è ciò che dà la superiorità della metafisica su le altre scienze teoretiche. Una riflessione, non più teologica e oggettiva nel senso or detto, sul principio primo di tutti i principii, ma conforme al secondo modo di considerare l'oggetto della metafisica, mira piuttosto al lato formale delle cose. Dio è pura forma; ma anche le cose sono in se stesse quel che sono per la forma pura, indipendentemente dalla materia a cui questa è unita nel sinolo. Questa non è «separata », ma è bene «separabile», nel senso che, pur non esistendo separatamente (contro' il platonismo, a cui la precedente affermazione può condurre), tuttavia il suo essere, in sè e per sè, non dipende dalla materia (è la pura essenza, o intelligi-. bilità pura, delle cose). Qui, la differenza tra la metafisica e le altre scienze gi presenta in altro aspetto. La fisica studia, bensì, anch'essa, ciò ch'è separabile (la forma), ma non fuori della materia, onde le sue nozioni non hanno vera universalità, perchè la materia, com'è causa della divisione dei generi nelle cose, così impedisce che l’universale si realizzi nella sua assolutezza. La matematica, poi, studia bensì le cose da un punto di vista formale; ma questo è il risultato di un'astrazione posteriore alla realtà delle cose (XIII. 3), mentre l'astrazione del metafisico vuol cogliere il medtegov concreto di esse (XIII. 2, 12), il loro a priori puro (VII. 1, 4; 3, 10; 17, 8-10; VIII. 3, 3-4). Di qui, anche: soltanto la metafisica studia l’essere &xA@g ($$ 1-2). Le fisiche Anche nelle scienze matematiche, infatti, c’ è diversità: la geometria e l’astronomia studiano oggetti di una particolare natura, e c’ è una scienza matematica universale comune a tutte. Se, dunque, non ci fosse nessun’altra sostanza fuori di quelle formate dalla natura, la fisica sarebbe la prima di tutte le scienze. Ma se c’è una sostanza immobile, essa sarà superiore alle altre, e la scienza di essa sarà la prima filosofia, la quale, essendo la prima, è universale, in questo senso. Essa avrà il compito di speculare intorno all'essere in quanto essere: la sua essenza, cioè, e le determinazioni che, in quanto essere, gli appartengono. matematiche non hanno quest'assolutezza, perchò non considerano le cose per la pura ossenza, ma quel che sono per la conoscenza sensibile (le fisiche), o per In quantità soltanto (le matematiche), della quale formano concetti e definizioni che hanno soltanto tale esistenza ipotetica: in entrambi i casi non trattano di quel ch’ò il principio primo dell'esistenza di tutto ciò che dè. In conchiusione, s01tanto l'oggetto della metafisica ha veramente i caratteri dell’universalità e necessità: chò le altre scienze son circoscritte a un genere particolare di cose (IV. 1), e di esso studiano gli accitlenti qualitativi o quantitativi, con quell'esattezza e profondità, maggiore o minore, ch'è possibile secondo i vari genori di cose e de’ loro accidenti: assoluta, non mai. Il teologismo della prima concezione è d'ispirazione schiettamente platonica: la seconda è orientata verso un concetto dell'essere analogo a quello del trascendentale moderno, e, comunque, criticamente definito. Una terza concezione risulta dall’ interferenza delle prime due: il principio formale della seconda si abbassa al realismo della prima, e nello stesso tempo il realismo «i questa scopre nel fondo stesso delle cose un principio ideale come in quella (ch'è ancora uno sviluppo dell’ultimo Platone). La realtà più vera e profonda delle cose non è quella corporea, di cui trattano le scienze fisiche e matematiche (0 come i Presocratici considerarono la natura); ma è la forma che si realizza nell'universo in una molteplicità e gradualità di forme, o pure essenze. E sarà dell'oggetto della metafisica come di quello delle altre scienze, per es. delle matematiche: esso avrà parti, ordinate gerarchicamente in ragione della purezza, maggiore o minore, che ha la forma ne’ vari gradi del suo svolgimento attraverso le cose (efr. anche IV. 2, 4 e 7). Così è anche delle parti dell'anima, il cui sviluppo va da quella più legata al corpo sino a quel Nous, ch'è principio e fine dell'essere nella sua pura immaterialità e perfetta intelligibilità. In quest'ultimo paragrafo A. sembra avvertire le difficoltà di tale interferenza: l'oggetto della metafisica differisce da quello delle altre scienze perchò di un genere diverso? Come, allora, la metafisica è una scienza universale? E il principio formate è unico 0 molteplice? Glì esseri non hanno un'unica natura. Ma, Be è molteplice, non rischia, l'essere in quanto essere, di ridursi a un xowévy, 2 una mera astrazione? Per la soluzione di queste difficoltà, v. nota a VII. 11, 11. ro DI Dell’essere semplicemente detto si parla in molti sensi. Di questi uno si disse (') che era quello di accidente, un altro quello di vero (e di falso, per il non-essere). Oltre di questi, ci sono le forme o figure dell’essere come categoria: ciò che è una cosa, quale, quanto, dove, quando, e se altri significati ci sono, dell’essere in. questo modo. Non basta: l'essere si dice anche o in potenza o in atto. Dicendosi, dunque, in molti sensi, cominciamo da quello di accidente, per mostrare che di esso non ci può essere scienza. Già un indizio di ciò si ha nel fatto che nessuna scienza, nè pratica nè poietica nè teoretica, si cura di esso. Chi fabbrica una casa, non fa insieme nulla di ciò che alla casa può accadere poi: gli accidenti sono infiniti: nulla vieta che la casa fatta sia piacevole agli uni, incomoda per altri, ad altri invece sia utile, ed abbia, insomma, quelle differenze che ha ogni cosa nel mondo: ma niente di tutto ciò riguarda l’arte di fabbricare. Parimenti, neanche il geometra studia simili accidenti delle figure, nè se un triangolo è diverso dall'altro, pur che la somma degli angoli sia di due retti (?). Ed è giusto che così avvenga, perchè l’accidente è poco più che un nome soltanto. Per ciò Platone (*) in certo modo non a torto assegnò alla Sofistica per oggetto il non-essere: chè i discorsi dei Sofisti quasi sempre, si può dire, versano intorno all’accidente. Ad es.: se sia la stessa cosa o diversa Cfr. V. 7. Due interpretazioni sono state date: 1) quella di Alessandro (alla quale si avvicina la mia): il geometra non cura se il triangolo da lui definito, come quella tal figura geometrica che ha gli angoli uguali a due retti, è lo stesso di un triangolo di legno, di pietra, ecc.; 2) quella avanzata dallo Schwegler e difesa dal Ross: il geometra non cura questioni, come quelle che fanno i Sofisti, per es., se dir triangolo e dir triangolo di cui la somma degli angoli è uguale a due retti sia lo stesso, o no (il Sofista, infatti, se si risponde di sì, sostituisce alla prima parola la dicitura seguente, e così sempre, all'infinito). Questa seconda è più fedele alla lettera del testo, la prima è più conforme al pensiero svolto nel paragrafo. Sofista, l'esser musico e grammatico; se Corisco e Corisco musico siano lo stesso o no; ovvero sostengono che, dato che tutto ciò che è, ma non è eterno, divenne, se uno essendo musico divenne grammatico, si può dir anche che essendo grammatico divenne musico ('); e tutti gli altri discorsi di questo genere, dai quali si vede bene che l’accidente è qualcosa di molto vicino al non-essere. E anche da considerazioni di questo generè: che delle cose che sono in altro senso c’è il processo del nascere e ‘ perire (7), ma di quelle che sono per accidente non c’è. Tuttavia convien parlarne ancora, fin dove si può, per mostrare qual*è la natura sua, e quale la sua causa. Forse chiariremo con questo anche perchè di esso non c’è scienza. Degli esseri ce ne sono di quelli che sono sempre a un modo e di necessità (non intendo della necessità per violenza (*), ma di quella che consiste nel non poter essere altrimenti), «altri non sono di necessità, nè sempre a un modo, ma soltanto per lo più. Di qui il principio, di qui la causa dell’esistenza dell’accidente (*). Noi, infatti, chiamiamo accidente ciò che non è nè sempre nè per lo più: per es., se al tempo della canicola faccia un freddo invernale, noi di Il primo sofisma vuol porre l'identità insieme alla diversità dei due termini (in quanto uno è, o no, l’una e l’altra cosa insieme). Col secondo si tenta il processo all’infinito (come per il triangolo, in nota prec.). Col terzo, facendo prima sostantivo l’uno dei due termini e l’altro aggettivo, e viceversa; poi, confrontando, si trova che uno era già primayciò che doveva diventare (il musico è grammatico, perchè lo divenne: il grammatico ora è musico, e lo è perchè divenne tale. ecc.). La generazione, come processo del nascere e perire, riguarda la sostanza propriamente, e l’accidente solo in quanto sia considerato tutt'uno con la sostanza (non per sè soltanto: considerato per sè, esso è come ciò ch’è casuale, e A. infatti, unisce qui i due sigpificati come già in V. 30, 1-3). Ricorda Eth. Nic,, II. 1: suonando si diventa suonatori, esercitandosi nel leggere e scrivere si diventa «grammatici ». Cfr. V. 5. Quel che manca al per lo più per esser sempre a un modo è quel SuAetppa, come dice Alessandro (451, 13), ch'è il casuale. Ovvero si dica che il fortuito sparisce a misura che si scoprono tracce di ragione nelle cose, onde all'uguaglianza (logica, in astratto) di tutti i casi possibili si sostituisce, nel mondo dell’esperienza, la probabilità, maggiore o minore, del per lo più. ciamo sì che questo può accadere, ma non lo diciamo già se fa un caldo soffocante: chè, questo, avviene sempre o per lo più, quello no. E che un uomo sia bianco può ben accadere (chè tale non è sempre, nè per lo più), ma non intendiamo che sia animale per accidente. E può anche accadere che un architetto guarisca qualcuno, per accidente: chè questo non è affare di architetto, ma di medico; eppure una volta accadde che l’architetto fosse medico. Così, un cuoco, sebbene il fine dell’arte sua sia il piacere, potrebbe scoprire qualcosa che giovasse alla salute, ma non in virtù della culinaria. Noi diciamo allora: accadde; per indicare che, in quanto ci fu chi la fece, la cosa è possibile, ma non che dipendesse assolutamente da lui ('). Di tutte le altre cose si riesce a trovare, di quando in quando, la potenza di produrle, ma dell’accidente non c’è arte o potenza determinata, perchè di ciò che è o avviene accidentalmente, anche la causa è accidentale. Poichè, dunque,non tutte le cose sono o divengono di necessità e sempre allo stesso modo, ma la maggior parte avviene per lo più, ecco la necessità dell’accidente: ad es., nè sempre, nè per lo più, chi è bianco è anche musico, ma, siccome talora accade, sarà per accidente. Se l’accidente non ci fosse (?), tutto al mondo avverrebbe necessariamente. Sarà dunque causa dell’accidente la materia, la quale è quella che può essere altrimenti da come è per lo più . E di qua bisogna cominciare: non c’è forse qualcosa che non è nè sempre, nè per lo più? Ovvero, ciò è impossibile? C'è, quindi, qualcosa oltre quel che è sempre o per lo più, ed è ciò che capita purchessia e per accidente. Si potrebbe anche chiedere: forse, ciò che è per lo più esiste, ma non l’eterno? Ovvero, esistono anche alcuni esseri eterni? Di ciò si vedrà in sèguito; ma sin d’ora è chiaro che del In quanto cuoco. Se l'accidente non ci fosse, il «per lo più» diventerebbe un «sempre», e tutto sarebbe necessario. Ma, poichè ciò non è, ecco la necessità (di ammettere l’esistenza) dell'accidente: come vuol provare, contro chi lo neghi, con l’interrogazione al $ 10. La materia è principio e causa di tutto ciò ch’è indeterminato. 1027 a 198 METAFISICA l’accidente non c’è scienza (‘'). Ogni scienza è o di ciò che è sempre, o di ciò che è per lo più (°). Se no, come si potrebbe impararla o insegnarla? Bisogna bene, per definire qualcosa, poter dire ciò che è o sempre o per lo più: poniamo, che l’ idromele giova, per lo più, a chi è febbricitante. Ciò che è contro questa regola, neppure si avrà bisogno di dirlo: se una volta poniamo, al tempo della luna nuova quel medicamento non ha giovato: poichè, per dirla (*), anche quella eccezione dovrebbe valere o sempre o per lo più. L’accidente, invece, è contro tutte le regole. S'è detto, dunque, che cosa è l’accidente, e per qual causa, e che di esso non può esserci scienza. » CapiToLO III. Che ci siano fatti, di cui i principii e le cause appaiono e scompaiono, sebbene non si possa dire che nascono e periscono (‘), è evidente. Se così non fosse, dovendo esserci una causa non accidentale del nascere e del perire, tutto avverrebbe di necessità. Se si chiedesse, infatti: Avverrà o non Il pensiero procede in questi paragrafi un po’ a sbalzi. Posto che non tutto è sempre o per lo più, si dimostra cho c’è l'accidente (10). D'altronde, se si conceda che c’è l’accidente ce il per lo più, come negare l’esistenza di ciò ch'è eterno, ch'è il vero oggetto della scienza? Si vedrà in. séguito: efr. XII, 6-8. Che ci sia scienza del per lo più, conferma anche in And/. Pr., I. 13. 32 D, 18, e in Anal, Post., I. 30. 87 b, 20; benchè la vera e propria scienza sia dell’universale e necessario (Anal, Post., I. 1. 71b, 15, e spesso altrove). Idromele: bevanda di miele e latte. L'eccezione, dicendola, acquista la stessa regola di ciò ch'è sempre 0 per lo più. Così ho tentato di sciogliere la difficoltà del passo, che letteralmente suona: « poichè o sempre o per lo più anche #/ [il dire? o il fatto che avviene?) al tempo della luna nuova », Altra interpretazione: Se una volta non giovò, poco conta: sta il fatto che in generale conta, anche al tempo della luna nuova (così Bonitz, che sopprime il té). Il Ross dà un senso affine al mio: l’accidente anch'esso, veduto più profondamente, ha la sua legge (in fondo esso è un difetto della nostra conoscenza, ma nella realtà, veramente, nulla è accidentale). Il Ross unisce all'articolo l’idea del fatto, io quella del dire (questa mi par più semplice, data la modestia dell'esempio). Non si può dire che nascono o periscono, nel senso, veduto dianzi, di un processo, di un passare graduale (dalla potenza all’atto, o dall’attività all’abito). avverrà un tal fatto? si risponderebbe: Sì, se ne avviene un altro; se no, no. E quest’altro, poi, avverrà, se altro ancora avviene. E così è chiaro che, sottraendo sempre del tempo da un tempo limitato, si arriverà al momento attuale. Ad esempio, costui, se esce di casa, morrà di malattia, o di morte violenta; ed uscirà di casa, se avrà sete; e avra sete, se altro gli avviene; e così si arriverà a ciò che avviene attualmente, ovvero a qualcosa che è avvenuto in passato. Poniamo: egli uscirà, se avrà sete; e avrà sete, se mangia di salato: questo, o avviene o non avviene; e costui, quindi, morrà, o non morrà, necessariamente. Il discorso è lo stesso se, con un salto nel passato, si comincia da un fatto avvenuto, perchè questo esiste già in un fatto presente. Per cui tutte le cose future avverranno di necessità. Ad esempio: chi vive, dovrà morire, perchè è già avvenuto questo, che 3 elementi contrari si trovano nello stesso corpo ('). Ma se Bonghi (p. 367): «Il ragionamento di A. è molto semplice. Ogni processo di atti, legati in qualità di causa ed effetto gli uni con gli altri, è necessario: perciò, se non ci fossero atti tali che compariscono 0 scompariscono, senza che la ragione del loro comparire e scomparire sia in un atto precedente, non ci sarebbero ettetti casuali, o altrimenti, non ci sarebbero effetti se non necessari. Adunque, perchè ci siano effetti casuali, bisogna che le cause che gli producono, siano, operino, vengano meno senza processo «i sorta: non si generino però nè si corrompano cose le quali richiedono una serie di atti legati fra loro e indirizzati alla generazione o alla corruzione, ma sorgavo e cessino in un attimo ed indipendentemente dagli atti precedenti, successivi e contemporanei, tra’ quali s’intramette l'opera loro. Tutti gli esempi che cita, servono a mostrare appunto ‘ che, finchè si sta in un processo, un atto ha ragione nell'altro, e non s'esce dal giro del necessario. Bisogna spezzarlo, per avere un principio d’un atto non necessario: ora, questo è appunto il principio del casuale. Il primo esempio è d’un fatto avvenire rispetto al presente: col quale dimostra che, se dal fatto avvenire si potesse di mano in mano e via via passare agli atti che lo precedono fino 4 un atto o fatto attuale, quel fatto avvenire non sarà nò men certo nè men necessario dell’attuale. Col secondo esempio applica il primo al passato, mostrando che, come s'è ammesso che dall’avvenire si arriva al presente, così da questo si risalirebbe al passato con altrettanta certezza e necessità: di maniera che in un primo fatto già stato ci sarebbe il principio d'un’intera catena necessaria di fatti avvenire. Ora, come per esperienza si vede che questo non è vero, codesta catena non esiste: e la è interrotta di tratto in tratto da atti, i quali determinano quello che ci ha «li ancora indeterminato in un fatto, e fanno che se ne origini piuttosto una tale che una tal’altra serie di fatti successivi». Questo è, infatti, il senso più giusto di questo e del paragrafo seguente. Elementi contrari: caldo-freddo, secco-umido. 1027 b 200 METAFISICA egli morrà di malattia o di morte violenta, questo ancora non è prestabilito, finchè non avvenga quel fatto determinato ('). È dunque chiaro che qui si va sino a un certo principio, e da questo non si può rimontare ad altro. Ora, questo appunto sarà il principio che spiega come un fatto avvenne in un modo piuttosto che in un altro, e della causa del suo accadere non c’è altra causa. Quel che più importante resterebbe a indagare è di quale specie sia la causa iniziale, a cui l’analisi del contingente ci ha ricondotto: se, cioè, essa sia del tipo della causa materiale, o di quella finale, o di quella efficiente (?). Finchò non avvenga quel fatto determinato, ch'è un cominciamento assoluto, non riducibile a una serie di atti precedenti. La materia, ha detto dianzi, è causa dell'accidente. Qui sì aggiunge che la causa dell’accidente può esser considerata anche come attività motrice (causa efficiente), e però in qualche modo anche finale (non formale: la forma è principio di determinazione). Non decide altro (Alessandro e Asclepio notano giustamente che la decisione dovrebb'essere in favore della causa efficiente). Da vedere F. ‘Tocco, Il concetto del caso în A. (in Giorn. napoletano di filos. e lett., 1877, vol. V). Pare al T. che la materia non basti a spiegare l’accidente. © in vero, nelle rivoluzioni celesti, ad es., l’accidente non ha luogo. Intesa come principio assolutamente indeterminato, la forma dovrebbe dominarla. Ma A. passa, în questo concetto, dal punto di vista meramente logico a quello empirico, in cui la materia è soltanto relativamente indeterminata, anzi essa è causa del determinarsi della forma: per es., ne’ vari generi del reale. Di qui la dottrina degli attributi propri di ogni genere diyose, essenziali se riguardano la sostanza nella sua formalità, veramente accidentali se la riguardano per la materia. A. tratta, poi, l’accidente anche come il caso (cfr. nota a 2, 6). Dontle, per lui, il caso? In lui predomina il concetto della causalità di tipo logico. Cfr. L. Ropin, Sur la conception aristotélicienne de la causalité (in Archiv f. Gesch. d. Philos., XXIII, 1910, pp. 1 8gg.). Meglio: come un determinismo logico-teleologico (platonicumente): èv yào ti) GAy tò dvayzatov, vò d’od Evexa tv tO X6y0 (Phys., II 9, in princ.; e v, per l'argomento i capitoli molto importanti 4-6 di questo libro), Qui, tò avayxatov è il contrario di quel determinismo. Il Greco tende alla perfetta razionalità della natura, ma è costretto a riconoscere un fondo irrazionale dappertutto in essa, analogo al fato per lo vicende umane. Anche in queste ha luogo il caso, e si chiama fortuna (von): « La fortuna è la causa per accidente di fatti suscettibili d'esser fini, quando questi riguardano la volontà » (Phys., II. 5. 197 a 5). Prescindendo dall’u)ltima clansola, la definizione vale per ogni avvenimento accidentale: casuale è un fatto che può rientrare nel determinismo logico-teleologico, ma non vien prodotto secondo questo. Cfr. VII. 7, 5; XI. 8, 8-9, D'altra parte, il suo empirismo lo porta a un concetto della causalità di tipo materiale-efficiente, che esige la contingenza dei fatti, l'accadere come originalità del particolare. Perciò, dopo aver detto che l’accidente è poco più di un Si lasci ora da parte l’essere per accidente: ne abbiamo discorso abbastanza. Quanto all’essere nel senso del vero e al non-essere nel senso del falso, essi riguardano la connessione e la divisione delle nozioni, e l'unione di entrambi consiste nel rapporto delle parti della contradizione ('). Vero è l’affermare ciò che è realmente unito, e negare ciò ch’ è realmente diviso; falso, invece, è affermare o negare la parte contradittoria. Come poi avvenga che s’intenda unito o diviso, è un’altra questione: voglio dire, come avvenga che nell’ intendere le nozioni non si seguono, unite o separate, come in serie, ma formano un’unità. Vero e falso, infatti, non esistono nelle cose (come se il bene fosse vero, il male fosse senz’altro falso), ma nel pensiero: anzi, neppure in questo, per quel che riguarda le unità semplici e le essenze (?). nome, quasi un non-essere, si aftretta a difendere la necessità di ammetterlo. (Non è nel carattere di questa filosofia addebitare il caso alla nostra ignoranza). La natura, infatti, ha per A. una sua spontaneità (tò adtéparov), analoga all'6petwy nelle azioni umanc. Di qui il cominciamento assoluto di certe serie di avvenimenti. Credo meglio rifarsi di qui, che dall’interferire di processi causali diversi, como fa il Bonghi nel passo cit. (v. anche a p. 371). Come, infatti, A. accenna anche al principio del 'cap. 3, ci sono in natura cause che appaiono e scompaiono senza processo, (Ricorda che neanche dei punti, piani, ecc., nò degli istanti nel tempo, c'è generazione: III 5, 10-11; nè delle sensazioni, secondo il De sensu, 446 b, 4; o che ancbe le anime degli animali possono esistere o non esistere senza processo di nascita-corruzione, come si dice in Phys., VIII. 6. 258 Db, 17; ma così anche per l’esistenza delle forme o pure essenze in generale: v. VII. 8, 3 nota; VIII. 5, 1). Cfr. IV. 7, 1-2 e 4. Vero e falso riguardano entrambi l’essere e il nonessere; ma qui l’essere e il non-essere si prendono nel senso del vero e del falso (dell'esser-vero e del non-esser-vero). A lor volta, vero e falso son presi come affermazione e negazione nell’unità del giudizio disgiuntivo che pone la contraddizione, sì che, se una parte di essa è vera, l’altra è falsa, e viceversa (non si di mezzo). De interpr., 1. 16a. 12: « Nella composizione e nella divisione consiste il falso e il vero. Invece, i nomi per se stessi e i verbi valgono la nozione senza composizione e divisione: come dicendo l’uomo o il bianco, quando non vi si aggiunga altro: chè non è vero o falso in nessun modo. E prova ne è questo: che Tutto ciò, dunque, che intorno all'essere e al non-essere, 4 intesi come vero e falso, si può considerare, sarà da vedere più innanzi ('). Poichè, consistendo la connessione o la divisione nel pensiero e non nelle cose, v’ha differenza tra l'essere così pensato e l’essere fondamentale delle cose (?). (Il pensiero infatti annoda o divide l’essenza, la qualità, la quantità, o altro modo dell’essere). Mettiamo, dunque, da parte l’essere nel senso di accidente e l’essere nel senso del vero: la causa di quello è indeterminabile, e la causa di que 1028 a Sto è nella costituzione peculiare del pensiero, ed entrambi riguardano l’essere nell’altro senso da quello che più importa, i anche l'ircocervo significa pur qualcosa, ma non punto nò vera nò falsa, se non vi sì uggiunge che esiste o non esiste, o semplicemente o in un tempo ». Le nozioni (vofpata), 0 concetti considerati soltanto nel pensiero, riguardano una o l’altra catezoria dell'essere. Nel giudizio, il soggetto è il nome (il sostantivo), l'attributo affermato o negato è il predicato (il verbo). Anche l’esistenza è una nozione che fa da prodicato (esiste). Ma, poi, A. considera l'è ancho come copula semplicemente, che sta a indicare soltanto la composizione delle nozioni fatta dal pensiero: «l'essere, per sè, non è niente: significa una qualche sintesi, la quale non si può intendere souza i componenti» (De interpr., 3. 16 Db, 24). La composizione (ouvdeois, 0 cvuurdioxi, connessione) può, infatti, aver luogo senza che il discorso affermi o neghi, propriamente: « Tutti i discorsi sono significativi, ma assertivi non tutti, sì quelli in cui ha luogo l’esser nel vero o nel falso. Non in tutti ha luogo: la preghiera, ad es., è un discorso sì, ma non dice nè vero uè falso. La loro considerazione è più propria della retorica e della poetica» (De iaterpr.,4.17 a, 1). L'asserzione (&népavors) si distingue, poi, in xetdpaas e àrdpaars, affermazione e negazione. Essa riguarda l’attività del pansiero discorsivo (dfvora), che può esser vero o falso; laddove l’atto del vovg (l’intendere, il voeîv pr. d.) coglie (intuisce) sempre la verità, la pura essenza delle cose, la quale è anche l'unità del loro essere, che il pensiero (discorsivo) distinguo e separa nelle varie forine categoriche: « L’intelleziono degl’indivisibili è di cose riguardo alle quali non c'è errore, Dove, invece, ha luogo il vero e il falso, c'è già una certa conposizione di nozioni. La falsità, infatti, nasca sempre nella composizione. Ma ciò che fa l’unità di ciascuna cosa è l’intelletto » (De An., III. 6. 430 a, 26). E l'atto del percepire è come quello dell’intendere: «Come il vedere è vero rispetto al suo oggetto proprio (mentre il vedere se il bianco sia un uomo, o meno, non è sempre vero), così pure accade per le cose senza materia [come le pure essenze)» (ivi, 430 b, 28). Cfr. quanto citammo per l'atto del percepire a IV. 5, 19 68. Cfr. IX. 10, dove la questione è ripresa più ampiamente. [td] 6v tOv xvolog: l'essere in quanto essere, in sè e per sè, ch'è l’oggetto proprio della inetafisica. L’esser-vero e l’esser-falso riguarda, invece, la logica (a questa, quindi, nou appartiene, propriamente, l’atto del voùsg, l’intellezione «dei principii, della pura essenza e dell’esistenza: cfr. dianzi 1, 2; 6 però neanche «dei principii logici, come si disse in IV. 3). Cfr. su la questione della verità nelle cose e nel pensiero quanto osservammo in nota. e però non mettono in chiaro quale sia la natura sua propria (‘). E però si lascino da parte. Vogliamo ora considerare le cause e i principii dell’ essere stesso in quanto essere. Ma già, quando trattammo di quanti significati può avere ogni cosa che si dice, si notò che l’essere ha molti sensi (?). = Mi permetto di tradur così questo passo: Gupétega megl tò Aounòv yévos TOoÙ Bvtos, xal oùx Em Bniovarv oloav (va [invece di otokv tiva) puo où bvtos. Gli altri intendono: «Entrambi riguardano (o presuppongono, si fondano gu] l’altro genere dell'essere [detto in proprio senso, i. e. secondo le categorie), e non mettono in mostra nessuna natura che sia fuori dell'essere [propriamente detto] ». MFxori: accanto, come un altro genere dell'essere, coordinato a quello della sostanza. Manterrei all’ &&® il significato di «oggettivamente» voluto dal Ross, ma come epesegetico qui, L’accenno è al lib. V (cap. 7). Le ultime parole paiono aggiunte per collegare questo libro al seguente. 1 Lo Dell’essere, come accennammo dianzi (!) dove distinguemmo i vari significati di questo e di altri termini, si parla in molti sensi: da una parte, significa l’essenza e un «che determinato »; dall’altra, quale è, o quanto, e ciascuna delle altre cose che così si predicano. Ma, sebbene se ne parli in tanti modi, è chiaro che l’essere principale è l’essenza, come quella che significa la sostanza. Quando, infatti, Lib. V. 7. Per la terminologia che segue, si ricordi che traduco generalmente il x gotiv con essenza, e così anche tòd-elvar col dativo interno (alcuni traducono con concetto: ch'è anche giusto; ma preferisco mantenere il tono oggettivo: rendo, invece, con concetto il A6yos, quando questo non esiga altro termine più opportuno, come discorso, ragionamento, ecc.). E con pura essenza rendo il ti fiv elvar (cfr. nota a I. 3,2). La distinzione dei due concetti non è sempre facile: ma, per principio, la pura essenza indica, come vuole la frase aristotelica, un punto di vista del tutto universale, e puro, noi diremmo, da ogni riferimento empirico (sebbene, per A., esso esista, poi, soltanto in quanto è un téde t., un «che determinato »). E per rispetto alla tradizione, ma anche per lasciar al testo la sua precisa formulazione, seguitiamo a tradurre l’otola con sostanza: realtà è termine troppo moderno e accenna a quella contrapposizione a «pensiero» che in A, c’è e non c’è; essenza, come altri traduce, è pur giusta, in quanto l'oùcia è l'essenza reale, concreta, la forma realizzata nella materia (nel sinolo): ma, appunto per dar rilievo a questa concretezza, preferiamo tener distinti i due termini. Intanto non sfugga che, avendo A. determinato come oggetto della metafisica l'essere în quanto essere (VI. 1, 1), la realtà in quanto tale, il problema dell’odota veniva a porsi come fondamentale: chòù in essa si accentrano tutti i principii d’intelligibilità del reale. Ed A. comincia col distinguere in essa ciò ch'è essenziale per la sua comprensione da ciò ch'è accidentale, mutevole e transitorio, ovvero è una determinazione meramente negativa. 206 METAFISICA parliamo della qualità di una certa cosa, diciamo, ad esempio, non ch’è di tre cubiti o un uomo, ma ch’è buona o cattiva; quando, invece, parliamo dell’essenza, non diciamo ch'è bianca o calda o di tre cubiti, ma che è uomo o dio. Tutti gli altri esseri si dice che sono, solo in quanto, di ciò ch’è in quel senso, alcuni sono quantità, altri qualità, altri affezioni, altri qualche altra cosa simile. Poniamo che uno faccia questione se il camminare, l’esser sano, lo star seduto, e similmente qualunque altra cosa di tal fatta, sia ciascuno un essere o un non-essere. Nessuno di essi esiste per natura da solo, nè può esser separato dalla sostanza. Se, dunque, quelli diciamo che sono, a maggior ragione sarà un essere ciò che cammina, ciò che sta seduto, ciò ch’è sano. Questi, infatti, ci si mostrano tanto più reali perchè c’è un essere determinato che fa loro da sostrato: questo è la sostanza, e l’individuo, il quale per l’appunto si presenta in tale categoria. Se così non fosse, nessuno direbbe: è buono, è seduto. Ora è chiaro che soltanto in grazia di questa categoria (') esiste ciascuno degli altri esseri. Così che l’essere primo, non questo o quel modo di essere, ma ciò che è semplicemente, sarà la sostanza. Si dice in molti sensi che una cosa è prima, ma la sostanza è prima in tutti i sensi: pel concetto, per la conoscenza, per il tempo (*). Nessuna categoria, infatti, tranne la sola sostanza, ha senso separatamente dalle altre. Ed essa è prima quanto al concetto, perchè non c’è concetto di cosa alcuna, che non comprenda in sè necessariamente il concetto di tavenv: si potrebbe riferire alla «sostanza» che vien prima di «categoria»; ma che A. consideri qui }a oùdia come categoria è chiaro anche da quel che segue. È vero che più spesso A. parla di categorie in riferimento ai predicati della sostanza (la quale, perciò, ne è il soggetto). Ma in opposizione alla cosa nella sua materialità anche la «sostanza» è categoria, come si dirà tra poco (3, 7), ce il suo concetto coincide con quello di « essenza ». Facendo corrispondere questa distinzione a quella di pura essenza, essenza, sostanza concreta, si può accogliere l'opinione di Alessandro (461, 1) che le parole seguenti (Nessuna categoria... altre) riguardino la priorità nel tempo (la sostanza non è mai senza attributi, ma esiste e e’ intende prima, indipendentemente da quelli che ha oggi o domani). sostanza. E quanto alla conoscenza, noi allora reputiamo di sapere benissimo ciascuna cosa, quando conosciamo quel che è: ad es., quel che è l’uomo, o il fuoco; molto meglio, per lo meno, di quando sappiamo soltanto o quale è o quanta 0 dove: anzi, ognuna di queste stesse determinazioni noi la veniamo a sapere allorquando impariamo a conoscere che cosa è che ha quella qualità o quantità ('). In fine, quel che si è cercato fino ad ora, e che ora e sempre si cerca, e di cui si fa questione sempre, cioè che cos’è l’essere, vale appunto questo: che cos’è la sostanza? Qui, alcuni rispondono ch’essa è unica, altri che ce n’è più d’una: ‘e di questi, alcuni vogliono che le sostanze siano in numero finito, altri in numero intinito (?). Poniamoci dunque anche noi a questo problema, ch’è il più importante, il primo, l’unico si può dire: vediamo quel ch’è l’essere così inteso. CapiroLo II Pare (*) che il modo più evidente di esistere della sostanza sia quello dei corpi. E però si suol dire che sostanze sono gli animali e le piante, e le loro parti; nonchè i corpi fisici, quali il fuoco, l’acqua, la terra, e gli altri corpi di tal fatta; e quelli che o sono parti di essi, ovvero da essi (presi complessivamente o parzialmente) risultano, come l’universo e le sue parti, gli astri, la luna, il sole. Lett.: «che cos'è il quanto o il quale »; ossia, anche per queste determinazioni, la conoscenza è data dall'essenza. Ma per chiarezza ho preferito tradurre tò mooév e tò motév come equivalente a mooév e smorsv: così auche Aless. (461, 23) li intende due linee prima (dove il testo ha le stesse forme, con l’articolo). La differenza è, al solito, nello scambio de’ diue concetti, affini per A., di 80stanza ed essenza. Nella questione della sostanza una o molteplice A. trova impegnate tutte le scuole precedenti, da quella ionica all’eleate (una), dai Pitagorici ed Empedocle (molteplice finita) ad Anassagora ed atomisti (molteplice infinita). Volgarmente. Qui si fa questione, dunque, non soltanto del numero, ma anche della natura della sostanza, o delle sostanze. Da quella prima intuizione volgare prende lc mosse la scuola ionica. Ma bisogna esaminare se queste sono le sole sostanze che ci siano, 0 se ce ne sono anche altre (o sian tali soltanto alcune di queste, o alcune, anche, delle altre) ('), ovvero se di esse nessuna è sostanza, ma sostanze siano certe altre d’altra natura. Ad alcuni (?), per es., pare che sostanze siano i limiti determinanti ogni cosa corporea, come superficie, linea, punto, unità: a maggior titolo, per lo meno, di ciò ch'è corporeo e solido. Inoltre, c’è chi reputa che di sostanze non ce ne sia nessuna fuori delle cose sensibili; e altri, invece, che ce ne siano parecchie , e a maggior titolo, come quelle che sono eterne. Platone, ad es., fa delle specie e degli enti matematici due sostanze, e pone come terza la sostanza dei corpi sensibili. Speusippo, pur cominciando dall’unità, pone un numero maggiore di sostanze, perchè ad ognuna di esseassegna principii diversi: uno per i numeri, ad es., e uno per le grandezze; inoltre, un principio per la sostanza dell'anima: ed è così che viene ad aumentarne il numero. Alcuni, a lor volta, dicono che le specie e i numeri hanno la stessa natura, e che da essi dipendono le altre cose: linee e superfici, sino alla sostanza del cielo e alle cose sensibili (*). Con l'h prima del xaî (E e Ascl.) alla 1. 15, i casi son, dunque, questi: a) le sostanze son quelle dette; d) quelle e altre; c) alcune di quelle: d) alcune di quelle e anche alcune delle altre; e) altre. I Pitagorici. Cfr. III. 5, 4. Seguono i Fisiologi in generale, poi Platone e i Platonici. Di genere. Altri intendono aàgiw per il numero: cfr. I. 9, 1; e XIII. 4, 4. Per Platone, non si dimentichi ch’ egli, pur avvicinando le idee alla natura del numero, non le identificò mai con i numeri nel senso dei Pitagorici (senza distinzione di sensibile e intelligibile), nè le trattò meramente come i matematici trattano i loro oggetti. Dei Platonici si parla lungamente nei libri XIII-XIV, ma non si fauno i nomi: sì che l'attribuzione delle particolari dottrine è mal sicura. Sembra che Speusippo tendesse con ulteriori distinzioni a disperdere l'unità iniziale e il rapporto sistematico dei principii (per il primo rispetto. cfr. XII. 7, 11, e XIV. 4.3 e 5, 1: per l'altro, la fine dello stesso XII: « costoro della sostanza dell'universo fanno un complesso di episodi e riescono a una molteplicità di principii»). Secondo il Frank (cit. nel Ross), egli avrebbe distinto dieci principii: l’unità assoluta , l'assoluta pluralità , il numero , la grandezza spaziale , i corpi sensibili (5), l'anima (6), la ragione (7), il desiderio (8), il movimento (9), il bene (10). Speusippo è ricordato anche in Etk. .Vic., 4. 1096 b, 5. Altri accentuarono, sembra, la tendenza opposta, dell’unificazione dei principii, non soltanto contro Speusippo, ma più in là dello stesso Platone. Asclepio (379, 17) fa IL (bai 6 ni Dobbiamo, dunque, trattenerci su queste opinioni per vedere se sono giuste, o no, e quali sostanze esistono: se ce ne siano, o no, altre (') fuori di quelle sensibili; e, se ce ne sono, come sono; e se esiste qualche sostanza separata, perchè e come esiste, ovvero, se fuori di quelle sensibili non ce ne sia nessuna. Ma, prima, diciamo in abbozzo della sostanza quel che è. La sostanza vien intesa, se non in più, per lo meno in quattro modi principali, che paiono costituire l’essere di ogni cosa: come pura essenza, come universale, come genere, e in fine come sostrato (?). qui il nome di Senocrate, successore di Speusippo; e Teofrasto (fr. XII, 12) dice che egli «abbraccia in certo modo tutte le cose dell'universo: così le sensibili come le intelligibili, e quelle matematiche, e persino le divine ». Ad A. questa identificazione sembra la soluzione peggiore del problema lasciato in eredità dal maestro: XIII. 8, 10. Altre ce ne sono, per A., ma non separate in quanto forme delle sostanze sensibili stesse. L'universale, anzi, meglio, gli univ ersali, astrattamente considerati, sono le idee platoniche, le quali A. nega che siano sostanza (capp. 13-14): non così, naturalmente, quando l'universalità è carattere o valore dell’essenza. Del genere non si parla più, e al principio del cap. 13 è del tutto dimenticato. In quanto è un xotvév, esso equivale al xaté6Xiov, quando questo sia inteso come una generalità, e il genere, a sua volta, sia preso fuori del processo che lo realizza nelle differenze. Così i quattro termini si riducono a tre, anzi, per la trattazione negativa dell’universale, a due: la pura essenza e il sostrato. Del sostrato si parla .nel capitolo presente, e si dice ch'esso è materia (CAm), forma (puoogf, qui, poco dopo esemplificato con tò oxMpua 175 ldéas, e però con significato più vicino alla forma sensibile; ma equivalente, in fine, a eldoc, a Adyos fivev GAng, a ff xatà tòv A6yov odola, e però anche a tò 1 Kv elvari, sinolo (tò 84 tobtov 0 BE èippolv, tò ocvverinupévov, tò otvterov 25 elbous xal GAns). Molto frequenta è Uroxzipevov nel primo e terzo significato, raro nel secondo (cfr. VIII. 1, 6) e da intendere come equivalente, qui, al terzo, ch'è il significato più comune dell'oùota. Questa è, infatti, la sostanza concreta, piena realtà del x6de , (in Cat., 5 distinta come prima dalla sostanza seconda, ch'è la forma o specie). Di contro a essa sta la pura essenza nella sua universalità, che vuol essere il suo principio intelligibile e insieme reale. Per l’intelligibilità, è chiaro; la difficoltà sorge per la realtà, essendo necessaria la materia per la sua realizzazione come individuo. Di qui l’aporia del materialismo in questo capitolo, risolta da A., per ora, soltanto negativamente, risolvendo la materia nel concetto dell’indeterminato, © però inferiore al sinolo in realtà, e tanto più alla forma ch'è, per l’intelligibilità, il principio del sinolo stesso. Il sostrato è ciò di cui si predica ogni altra cosa, ma 2 1029 1 esso non è predicato più di alcun’altra. Noi dobbiamo, quindi, cominciare la nostra trattazione da esso, perchè la sostanza par che sia, in primo luogo, il primo sostrato di ogni cosa. E però per un lato esso è la materia, per un altro è la forma, 3 per ultimo il loro insieme. La materia è, per es., il bronzo; la forma, la figura ideata; il loro insieme, l’intero, la statua. Per conseguenza, se la forma è prima della materia e reale 4 a maggior titolo, anche l’insieme d’entrambe (') sarà prima della materia per la stessa ragione. Noi abbiamo dato, ora, un’idea di quel ch’è la sostanza, 5 dicendo ch’essa è ciò che non viene riferito ad altro come a sostrato, anzi ad essa vien riferito tutto. Ma non bisogna fermarsi qui: chè non basta. Non soltanto, questo, manca ancora di chiarezza; ma la sostanza diventa, in questo modo, la materia. Se, infatti, non è essa la sostanza di ogni cosa, non è facile dire che altro questa sia: togliendo tutte le determinazioni (*), pare che non rimanga altro. Quelle determinazioni sono soltanto affezioni dei corpi, produzioni e potenze loro; e neppure lunghezza, larghezza e profondità sono altro che certe determinazioni quantitative, e non sostanze. Sostanza non è la quantità, ma, piuttosto, ciò a cui originariamente le determinazioni quantitative appartengono. Se non che, tolta la lunghezza, la larghezza, e la profondità, non si vede che resti nulla, tranne che si ammetta ch’è pur qualcosa ciò che da quelle vien determinato. Sì che, a chi consideri le cose in questo modo, deve necessariamente apparire la materia come la sola sostanza. Se si legge voò (invece di 16), allora va tradotto: «anche dell’insieme d' entrambe sarà prima la forma per la stessa ragione ». Ho preferito il vé perchò la questione, in questo punto, mi pare sia quella della materia (l’usia nella sua realtà), piuttosto che quella della forma (l’usia nella sua intelligibilità), benchè anche questa sia giusta: come si vede dal $ 10. Ricorda il procedimento cartesiano: togliendo tutte le determinazioni empiriche (prima le qualitative, poi le quantitative) si dovrebbe arrivare al concetto puro di materia. Qui, naturalmente, si tratta della materia, non del suo concetto, e A. non può far valere contro il materialismo altro che il suo principio dell'esistenza determinata. Chiamo materia quella che in sè non è una cosa determinata, nè una quantità, nè niun’altra delle determinazioni dell'essere. Ci ha da essere, infatti, un qualcosa di cui ciascuna di esse si predica. E la sua guisa di essere sarà diversa da quella di ciascuna delle categorie: queste si predicano della sostanza; la sostanza, poi, della materia ('). Per cui il termine ultimo, per sè stante, in ogni cosa, non è qualcosa di determinato, nè una quantità, nè altro; e neppure la negazione di queste determinazioni, poichè anche la negazione non esprime dell'essere altro che l’accidente. Così, quelli che ragionano da questo punto di vista, si trovano a conchiudere che sostanza è la materia. Eppure, ciò è impossibile: perchè ognuno vede che sostanza convien che sia, anzitutto, ciò che può esistere separatamente, ed è qualcosa di determinato. Parrebbe quindi che, a maggior diritto della materia, debbano dirsi sostanza la specie, e quel che dall’unione di materia e forma deriva. Ma lasciamo da parte, per ora, quest’ultima, cioè la sostanza in quanto risulta di materia e forma insieme: che è cosa posteriore e manifesta a tutti. Anche la materia, in certo modo, non offre incertezze. Dobbiamo trattenerci su la terza, su la specie (*°), perchè è essa che presenta le maggiori difficoltà. Le altre categorie son determinazioni (secondarie o accidentali) della s0stanza, la sostanza esprime la determinazione (essenziale) della materia; invece, a materia non si predica di nulla. Tutto il passo mescola le ragioni dei materialisti con quelle di A., il quale non nega l'esistenza della materia, ma che essa sia la sostanza. L’indeterminazione di essa non è mera negazione o privazione (l'una non ha realtà affatto; l'altra non per sè, ma in quanto è in altro: e d’altra parte, se fosse privazione, la materia avrebbe già una determinazione, o un'indeterminazione soltanto relativa al momento ulteriore del processo formale: cfr. VIII. 1, 6 e 6, 11; XL. 9, 2). Come avvertimmo in nota a III 2,5 traduciamo eldog con specie quando non è in opposizione diretta al termine materiale. Il Rolfes, seguendo S. Tom,, insiste molto (nel suo commento alla trad. cit.) nel distinguere in A. la forma in quanto indissolubile dalla materia, a cui è unita, dalla forma sostanziale, che può avere un'esistenza indipendente da essa. Negli Scolastici, infatti, è viva la preoccupazione per le conseguenze dogmatiche. Questa preoccupazione manca in A., assorto, qui, a polemizzare contro l'idealismo astratto del maestro, da una parte, e contro il rozzo materialismo dall'altra. (Un’ esistenza in sè e per sè della E poichè tutti concordano in questo, che alcune di quelle 11 sensibili sono sostanze, noi dobbiamo cominciare la ricerca 1029 v in questo campo: chè è sempre utile passare per gradi a ciò ch’è più conoscibile ('). La cultura, infatti, si acquista così: 12 attraverso le cose che sono meno conoscibili per natura si procede verso quelle che sono per natura più conoscibili. E la fatica è proprio in questo: come nel campo delle azioni si deve far in modo che, partendo dal bene dell’ individuo,. il bene generale (°) divenga il bene dell’individuo stesso; così, qui, dalle cose che a ciascuno sono più facili a conoscere, si deve andare a quelle che, conoscibili per natura, divengano tali per lui stesso. Certo, quel che l'individuo conosce in principio è spesso proprio ciò che meno è conoscibile, e che ha poco o nulla della realtà dell’essere. Pure, conviene prender le mosse da quelle deboli conoscenze, le quali tuttavia costituiscono ciò ch’egli conosce; e sforzarsi, passando, come si è detto, attraverso di esse, di fargli conoscere ciò ch’è conoscibile assolutamente. pura forma è affermata, senz'altro, di Dio nel lib. XII; ma per l’individualità di essa come anima umana è nota l'oscurità di A. e del pensiero greco in generale). Qui si dice che la difficoltà maggiore non è intorno alla materia e al sinolo: questo è chiaro che è prime, come si disse dianzi, della materia, e ha esistenza per sè e individualità (è qualcosa di determinato); la difficoltà grande è intorno al principio ideale-reale del sinolo. La specie ha esistenza e individualità in sè e per sè? In termini moderni si direbbe che la questione passa dal punto di vista empirico a quello trascendentale. Ma il senso di questo passaggio è limitato in A. dai termini già accennati del suo pensiero. Il testo (le prime due linee di 1029b appaiono al principio del cap. s0g.) è stato riordinato dal Bonitz. Lo Jaeger (Arîst., pp. 204 e :s8.) per primo ha avanzata l'importante ipotesi che questi libri VII-IX siano stati scritti dopo il XII; e che perciò questo passo, sino alla fine del capitolo, sia un'aggiunta poSteriore per collegare questa trattazione, intorno alla sostanza sensibile, a quella puramente intelligibile. Ma cfr. note a 11, 11; 16, 7. tà &40g dyodd: il bene in sè, ciò ch'è bene assolutamente (così, invece, ho tradotto, in fine al capitolo, l'84ws), sarebbe espressione molto platonica: il plurale dissuade. Così anche in Eth. Nic., V. 2. 1129D, 5. Quando noi da principio distinguemmo in quanti modi Si definisce la sostanza, vedemmo che uno di essi era quello della pura essenza: di esso vogliamo ora trattare. E comiuciamo a dirne qualcosa dal punto di vista discorsivo: la pura essenza è ciò che di una cosa si dice in se stessa considerata. Mi spiego: l’esser musico non è l’esser tuo, perchè non per te stesso sei tu musico: quel che sei per te stesso, dunque, quella è la tua essenza. Ma con questo non 8°è detto tutto. Anche una superficie noi diciamo che per se stessa considerata (') ha un colore, poniamo, bianco: ma non così è l’in sè della pura essenza: poichè l’essere della superficie non è l’essere del color bianco. E neppur l’ essere suo vien fuori dall'unione dei due termini, dicendo ch’è una superficie bianca. Perchè? perchè c’ è già compreso. Bisogna, perchè si abbia la definizione della pura essenza di una cosa, che, chi la definisce, non ne includa la nozione nella defi-{ nizione. Ne verrebbe questo: che, se all’essenza della superficie appartenesse d’esser bianca, ed essa è la stessa ch’è levigata, l’esser bianco e l’esser levigato sarebbero una sola e medesima cosa (?). Distinguendo l’«in se stesso» dal «per se stesso», dove il greco usa la medesima espressione (xad’ aùrté: v. V. 18, 4-6, in cui pure si accenna a questa distinzione), si dà un po' più di luce all’argomentazione. Non tutto ciò che una cosa è per sè, ne costituisce per questo l’essenza. Noi sappiamo, infatti, che ci sono accidenti essenziali, per es. l'uguaglianza degli angoli di nn triangolo a due retti; ma l'essenza del triangolo, poi, è data puramente dalla sua definizione. La cosa in sò è il presupposto d'ogni predicazione o qualificazione (la superficie è bianca superficie bianca). Passo oscuro: ho seguito l’interpretazione di 8. Tom. (1314), perchè mi eembra più intonata alla presente argomentazione (sebbene riconosca che il testo» vien così un po’ forzato): A. direbbe che, se bianchezza e levigatezza, e così gli altri attributi, siano pure essenziali, costituissero la pura essenza della superficie, essi dovrebbero tutti identificarsi tra loro. Il passo va forse, come nota il Christ, due rigbe prima (dopo «già compreso »). Altri (e già Aless.) intendono: « Per cui, Be poi si aggiungesse che l’esser proprio della superficie bianca consiste nell’esser essa levigata, non si verrebbe ad altro che ad identificare l’essere del 214 METAFISICA E poichè c’è pure una composizione (') della sostanza 6 con le altre categorie (un qualche sostrato ci vuole sempre per ognuna: per la qualità, per la quantità, per il tempo, per il luogo, per il movimento), è bene s’indaghi se per ognuno di tali composti si possa far questione della pura essenza: cioè, se anche di essi si dia una pura essenza: per es., dell’uomo bianco, la pura essenza di uomo-bianco. A designare il com- 7 posto, diamogli un nome: per’ es., vestimento (°). In che consisterà, dunque, l’essenza del vestimento? Certamente, essa non potrà esser nessuna di quelle cose che si dicono considerandole in se stesse (*). bianco con l’essere del levigato»: si darebbe, cioè, l'essenza del bianco come consistente nella levigatezza. Così, infatti, pare che la pensasse Democrito (De Sensu, 4. 442 b, 11; De Gen. et Cor., I. 2. 316, 1). La sostanza, in quanto sìnolo di materia e forma, è già un cuvdetov da so stessa. La questione, ora, è: si può parlare di pura essenza quando il ovv@etov è della sostanza con le altre categorie? La prima risposta è negativa: si può parlare della pura essenza dell’« uomo », non dell’«uomo-bianco ». Ma, poi, si concede (14 s8.) che in largo senso (logico-discorsivo) si può dire che c’è una definizione, e però una pura essenza, anche di questi composti (quando se ne spiega il significato). Oggi diremmo: indichiamo con «x il composto. L'opportunità di ciò è chiarita bene da S. Tom. (1317): «Et quia forte aliquis posset dicere quod albus homo sunt duae res et non una, ideo subjungit quod hoc ipsum quod dico albus homo, habeat unum nomen, quod causa exempli sit vestis. Tune enim, sicut hoc nomen homo significat aliquid compositum, scilicet animal rationale, ita et vestis significat aliquid compositum, scilicet hominem album ». Intendo che la sintesi designata con «vestimeuto » non può esser scambiata con quella in cui consiste Ja sostanza, o pura essenza, in sò (nell'esempio, l’uomo in quanto animale ragionevole, non in quanto uomo bianco). Segue (8) l'obbiezione, la quale, badando più all'espressione discorsiva, porterebbe a conchiudere che definendo « vestimento » come «uomo-bianco » non si cade in nessuno dei due errori (ivi notati) peri quali una definizione si può dire mancante, sì che in questo senso si deve ammettere che la cosa è considerata per se stessa (benchè secondaria, qui, la distinzione tra l'in sé e il per sé, non si scordi che nel testo c'è anche quest'ambiguità). All'obbiezione A. risponde (9), che, anche ammessa buona la predetta definizione in quel senso (discorsivo), non per questo si tratta di una pura essenza, propriamente, la quale dà sempre l’&ree di un téde ti (Ja determinazione della natura costitutiva di un’individualità: di qui la s04 stituzione frequente, nel pensiero aristotelico, della «sostanza seconda », 0 specie, alla sostanza prima, o téde tr). Altri intendono che l’obbiezione venga fatta qui (alla fine del $ 7), e che A. risponda a essa nel 6 8. Il testo permette, sembra, tutte due le interpretazioni (per il senso generale la differenza, in fine, è di poco conto). Si può obiettare che una cosa non è considerata per se stessa in due casi: o per via di apposizione, o al contrario. Nel primo caso, ciò che si vuol definire lo si aggiunge ad altra cosa: per es., volendo definire che cos'è la bianchezza, si dice che è un uomo bianco. Nell’altro caso, c'è un’altra cosa aggiunta a ciò che si vuol definire: per es., se vestimento vuol dire uomo bianco, vestimento si definisce color bianco. Certamente, chi è uomo bianco è un che di bianco, 1030 a ma la bianchezza non è davvero la sua essenza. Ma con questo si è detto che l’essere del vestimento sia la determinazione di una pura essenza veramente? (') Non pare. Solo ciò ch'è un «che determinato » è una pura essenza, Quando, invece, una cosa si predica di un’altra (*), non abbiamo più un «che determinato »: l’uomo bianco, ad es., non è la determinazione di un «alcunchè», una volta che tale determinazione riguarda soltanto le sostanze. In conchiusione, la pura essenza ha luogo soltanto in quelle cose di cu} il concetto è una definizione. E definizione non c’è finchè si adoperano parole a signi!! ficare una cosa invece del concetto: poichè, in tal caso, tutti i discorsi sarebbero detinizioni, e si potrebbe adoperare una parola sola invece di un qualsiasi discorso, sì che anche l’Iliade sarebbe una definizione (*). Invece la definizione c’è soltanto qualora sia di ciò ch’è primo: e questo ha luogo soltanto dove non c’è bisogno, per ragionarne, di riferire una cosa a un’altra. Alla 1. 3: 8206; f) où. « Uomo » e « bianco » son due concetti, che restan due anche se uniti nella sintesi «uomo bianco »; « animale » e «ragionevole », invece, esplicano il concetto unico di uomo (equivalente per A. al t6de tu). Aless. (467, 7 88.) nota acutamente che il tne mira all'essenza nella sun unità, laddove la definizione esplica le parti in cui quella è organizzata. Di qui la coincidenza e insieme la differenza tra i concetti di essenza (che, in quanto sintesi empirica, o concreta, è sostanza; © in quanto concetto può limitarsi a una designazione generica: altrimenti, equivale al tne), pura essenza, definizione. Ctr. TRENDELENBURG, Gesch. der Hategorienlehre, pp. 34 s8; BoxiTz, pp. 311 88. I. e., della parola «Iliade ». Non si scordi che a concetto e discorso corrisponde lo stesso termine X6yos. Non potrà, quindi, la pura essenza trovarsi nelle specie che non appartengano a un genere, anzi si troverà soltanto in quelle che v’appartengono, perchè di quelle soltanto, evidentemente, si può parlare senza riferirle ad altro come partecipazione o affezione di esso, o come suo accidente (‘). Delle altre, così come di ogni cosa, ben si può ragionare, o con un semplice discorso o in modo più esatto, per dirne, poniamo, se ha un nome, che cosa questo significa, e che questo conviene a quello. Ma non è questione, con ciò, della definizione e della pura essenza (°). Ma forse anche per la definizione, come per l’essenza, è bene osservare che si dice in molti modi. L’essenza, in un primo modo, significa la sostanza e la determinazione di qualcosa; e in altro modo, significa quale è, quanto è, e ognuna delle altre cose che si predicano così. E in quella guisa che l’«è» si trova in tutte le categorie, ma non ugualmente, perchè in una di esse ci sta in senso proprio, e nelle altre per derivazione; così anche l’essenza, assolutamente, appartiene alla sostanza, e al resto delle categorie soltanto in certo modo. Noi potremmo, infatti, chiederci che cos’è la qualità, facendo, così, anche della qualità un’essenza: non tuttavia assolutamente, ma in quel modo come alcuni del non-essere affermano, discorsivamente, che il non-essere è: non assolutamente, ma in quanto è non-essere. Si dica similmente della qualità. Senza dubbio, è giusto che si badi anche come convien parlare in ogni cosa, ma quel che più importa è come essa è realmente. Oramai, dopo quel che s’è detto, dev’esser chiaro che la pura essenza apparterrà primieramente e assolutamente alla sostanza; e poi anche alle altre categorie, Genere-specie (yévovs elbn) dev’ essere un processo unitario di realizzazione della pura essenza: la qual cosa non avviene se le specie son considerate platonpicamente come idee di cuî il genere dovrebbe partecipare (cfr. III 3, 7); ovvero, secondo la dialettica sofistica, si unisca la sostanza (ciò ch'è primo: tè xQ6tov 6v) con una qualità o un accidente di essa. Così il X6yos passa dal suo officio meramente semantico a quello apofantico (De interpr., 4. 17 a, 1), e da questo a quello più logico-metafisico. nello stesso modo dell’ essenza, non assolutamente, in quanto è la pura essenza, ma in quanto è pura essenza della qualità, o della quantità, ecc. Poichè bisogna bene che uno ci dica se in queste categorie l’essere ci sta soltanto per omonimia; ovvero se si tratta soltanto di aggiungere e togliere (come quando si dice che anche l’ignoto fa parte del noto) ('). In verità, la risposta giusta è di negare sia la diversità, sia l'identità del significato; e dire che la cosa sta come per quel che diciamo « medicale », tiferendoci, sì, a qualcosa ch’ è pur sempre una e medesima, ma non ha un unico e sempre 1030 b lo stesso significato, senza che perciò si tratti di mera omonimia: diciamo «medicale» un corpo, un’operazione, uno stramento, non per omonimia, nè per lo stesso rispetto, eppure ci riferiamo a una cosa stessa (*). (Qui non importa nulla se uno preferisce un modo o l’altro di vedere). Quel ch'è evidente, è che la definizione e la pura essenza riguardano primieramente e assolutamente soltanto le sostanze, e che, s’ esse valgono parimenti anche per le altre categorie, ciò non è in vero e proprio senso. Posto questo, non è detto però che’ si abbia definizione di un oggetto tutte le volte che c’è un discorso intorno a esso, ma soltanto se ci si esprime in certo modo, cioè se si riguarda l'oggetto come uno: non per mera continuità discorsiva (come sarebbe ]l’ Iliade) (*), o perchè si Passo molto oscuro. Omonime son le cose che hanno lo stesso nome, ma natura diversa (Callia, per es., e il suo ritratto); sinonime, quando la realtà o il concetto è lo stesso (abito, per es., e vestito). Per A., qui, non si tratta nè di mera omonimia, nò di sinonimia: poichè l'essere nella prima categoria e nelle altre nè è identico, nè è del tutto diverso. Si tratta, invece, di aggiungere e togliere: i. e. (così parrebbe che voglia dire) qualificare con un « primieramente » e un «secondariamente » l'essere nei due casi, si che di esso si dia un più e un meno di realtà. Così anche il non-essere delle categorie secondarie diventa un essere: come l'ignoto è, in quanto lo ei sa tale, anch’esso noto (questo sembra dire ciò ch’è in parentesi). V. per lo stesso concetto ed esempio, IV. 2, 1-2. Le parole che seguono (messe da me in parentesi) paiono riferirsi alla distinzione tra il xaè° Ev e il rodc Ev (Ross). L'esempio (giù veduto dianzi) dell'Iliade, come di ciò ch'è soltanto ouvdeop® Ev, torna in VIII. 6, 2. Così in Anal. Post., II. 10. 93 b, 96: « Un discorso può essere uno in due modi: o per collegamento, come l’Iliade; o perchè chiarisce un'unica cosa da un unico punto di vista, non per accidente », E così anche in Poet., 20. 1457 a, 29. 218 METAFISICA adoperano congiunzioni, ma in tutto il vero e proprio senso del termine « unità ». Questa si dice come l’essere; e l’essere significa un che determinato, o quanta, o quale è una cosa. Per cui, anche, ben si può parlare e dare una definizione di assume altrettanti significati diversi: la soglia è tale perchè situata così, e l’esser suo significa l’esser situata così; così come l’esser ghiaccio vuol dire aver una certa densità. Ci sono cose di cui l’essere potrà venir determinato anche con tutte queste differenze, in quanto possono esser o mescolate, o combinate, o insieme collegate, o condensate; ovvero esigono, per esser definite, anche le altre differenze, come, ad es., una mano o un piede. È bene, dunque, comprendere i generi delle differenze, una volta che queste debbon essere i principii dell’esser delle cose: queste, infatti, si distinguono per il più o per il meno, per il denso e per il raro, e per altre qualità sì fatte: le quali tutte, poi, sono o in eccesso o in difetto. Quando una cosa differisce per figura, o per levigatezza o ruvidezza, tutte queste differenze si riducono a quella del dritto e curvo. E quando l’esser loro consiste nella mescolanza, il non essere consisterà nella condizione opposta. Risulta chiaro, dunque, che, se la sostanza è la causa dell’essere di ciascuna cosa, bisognerà cercare in queste differenze la cagione per cui ciascuna è quella che è. La sostanza, a dir vero, non consiste in nessuna di queste differenze, neppure se accoppiate alla materia; tuttavia esse costituiscono in ogni oggetto quel ch’è analogo alla sostanza ('). E come nelle sostanze quel che si predica della Queste differenze riguardano la materia e l’accidentale più che la natura intima delle cose, e però non ne dànno l’usia nel vero senso. Ciò che tien le materia è l’atto stesso, così’ anche nelle definizioni delle altre cose è ciò che meglio ne tien le veci. Per es., se si debba definire la soglia, diremo ch’è legno o pietra situata in -certo modo: e la casa è mattoni e legni situati così e così (se pure in certi casi non si accenna anche allo scopo); e se si tratta del ghiaccio, diremo ch’è acqua solidificata o condensata in tal modo; e la melodia è una mescolanza così fatta di suoni acuti e gravi. E nello stesso modo per gli altri casi. Di qui si vede che l’atto è diverso e diverso il concetto, quando la materia è diversa: chè in alcune cose ha luogo composizione, in altre mescolanza, in altre qualche altra delle differenze ricordate. Per cui, se uno, per definire quel che sia una casa, dicesse che è pietre mattoni legname, direbbe quel che la casa è in potenza, perchè pietre mattoni legname sono la materia; se invece dicesse ch’è uno spazio chiuso per riparo delle cose e delle persone, o aggiungesse altra cosa simigliante, direbbe quel ch’è l’atto della casa. E se uno riunisse entrambe queste determinazioni, direbbe la sostanza nel terzo significato, quella che risulta dall’atto e dalla materia. Par chiaro, infatti, che il concetto che si ottiene per mezzo delle differenze, è quello della forma e dell’atto, quello invece degl’ingredienti della cosa riguarda piuttosto la materia. Tali erano anche le definizioni che Archita (‘) approvava, poichè esse si riferivano al composto. Per es.: che cos’è il tempo buono? La quiete in grande estensione di aria: qui l’aria è materia, l’atto e la sostanza è la quiete. Che cos'è la bonaccia? È l'uguaglianza della superficie del mare: qui il sostrato, in quanto materia, è il mare, e l’uguaglianza della superficie è l’atto e la forma. Con le cose discorse resta così spiegato quel ch’è la __& veci dell'atto (della vera © propria forma), in queste cose considerate sensibilmente, sono le su dette differenze. Qui non si possono avere definizioni (delle sostanze sensibili particolari non c'è dimostrazione, nò definizione: VII. 15, 2), altro che in largo senso (VII. 4, 12-13). Di Taranto, famoso pitagorico, coutemporaneo di Platone. (Alla 1. 18: èvegysiav). sostanza sensibile e in qual modo sia: essa è tale come materia, come forma e atto: in un terzo senso, come il loro insieme. CapiToLo III. Ma si badi che talora non è chiaro se il nome della cosa esprime la sostanza come composto, o l’atto e la forma sua: per es., se casa significhi l'insieme, un riparo fatto di mattoni e pietre situate in un certo modo, ovvero semplicemente un riparo, cioè l’atto e la forma della casa; e se linea significhi dualità in lunghezza, o semplicemente dualità ('); e animale, anima in un corpo, o semplicemente anima. L'anima è la sostanza e l’atto di un certo corpo, e chi dice animale può riferirsi all’uno e all’altro significato, non perchè coincidano nel copcetto, ma in quanto entrambi riguardano la stessa realtà. Ciò per qualche rispetto non è senza importanza, ma per la nostra questione su la sostanza sensibile non ne ha alcuna, poichè la pura essenza consiste nella forma e nell’atto. Anima, infatti, ed essenza dell'anima son la stessa cosa, ma non così uomo ed essenza dell’uomo, salvo che per anima non s’intenda l’uomo: chè, allora, in un senso, l’uomo e la sua essenza coincidono; in un altro, no. La sillaba non si mostra nell’esser suo se uno la cerca nelle lettere e nella loro somma; e così la casa, se uno guarda ai mattoni e alla loro somma. Ed è giusto che sia così, perchè la somma o la mescolanza non deriva soltanto dalle cose sommate o mescolate (°). Similmente, in tutti gli Cfr. VII. 11, 5; e per l'identità (nel par. seg.) dell'anima e della sua essenza, VII. 10, 16, e 6, 14. Ciò, si aggiunge, può avere qualche importanza, Der es. per il fisico; non per noi (per il rispetto metafisico), ora: chò la forma è il priocipio del sinolo ed equivalente a esso (in quanto, tuttavia, esso venga considerato nell'unità attuale del téde n). Cfr. VII. 17, $ s8s,: qui l’apriorità della: forma (ch’è, dunque, magà tà Gtoyela, non in senso trascendente, ma affine al nostro trascendentale) viene estesa alle forme sensibili. « Compositio et mixtio, quae sunt formalia principia, non constituuntur ex his quae componuntur aut miscentur, sicut nec aliquod aliud formale constituitur ex sua materia, sed e converso »: S. Tom: (1713). altri casi. Ad es., se qualcosa è una soglia per la posizione, non la posizione si spiega con la soglia, ma piuttosto questa con quella. E l’uomo non è semplicemente l’essere vivente più bipede, ma deve esserci qualcosa oltre di ciò, se ciò è preso soltanto come materia: qualcosa che non è elemento nè un derivato da un elemento, ma è sostanza, prescindendo dalla quale non rimane se non la materia. Se, dunque, questo «qualcosa » è la causa dell’esser suo e della sostanza, Si dovrà indicare in esso la sostanza stessa ('). Ora, questa o è eterna, ovvero è corruttibile senza perciò perire, e diviene senza che perciò si possa dir prodotta. Noi abbiamo altrove mostrato e spiegato come la specie nessuno la produce o genera, ma quel che si fa è un qualcosa di determinato, e quel che si genera è l’insieme. Se poi le sostanze delle cose corruttibili siano separabili, non abbiamo ancora chiarito, salvo che nei casi in cui è evidente ch’è impossibile, e son tutti quelli in cui non può esistere la sostanza fuori dei particolari, ad es., una casa o una suppellettile (*). Ma forse queste non sono da riguardare come sostanze, e insieme a esse nessuna di quante altre cose non sono prodotte dalla natura: chè la natura, essa sola, si può chiamare sostanza nelle cose corruttibili. Perciò non è fuor di proposito la questione agitata dai seguaci di Antistene e da altri rozzi come loro; i quali Seguendo la volgata e l’interpretazione di Alessandro (553, 7) l'accento polemico sarebbe, non contro il materialismo, ma contro l’idealismo astratto dei Platonici, e si tradurrebbe così: «.,... ma è sostanza: quella sostanza, a cui si riferiscono quanti prescindono dalla materia, Se, dunque, questo qualcosa è la causa dell'essere, e questa è la sua sostanza, essi si riferiranno (col loro prescindere dalla materia) per l’appunto alla sostanza». Ma par evidente che non è questo il senso del discorso qui. Meglio, piuttosto, mantenere, con la volgata, anche l’oò dato da E (1. 14): « Se, dunque, questo qualcosa è la causa dell’esser Suo, e questa è la sua sostanza, essi [prescindendo da essa) si troveranno a non dire quel che è la sostanza stessa dell’uomo [la sua vera realtà)». Così anche il Ross. Cfr. VII. 8, e nota a 7,3. Per A., non ostante il suo frequente esemplificare con immagini prese dalla produzione dell’arte, vere e proprie sostanze sono quelle naturali. L'uomo, infatti, può indurre forme accidentali soltanto, non essenziali in ciò che già esiste ed ha, quindi, una propria natura già. dicevano ch’è impossibile definire quel che una cosa è('), perchè definire, per essi, è un tirare il discorso in lungo, ma si può dire e insegnare soltanto qualche qualità della cosa: dell’argento, ad es., non ciò che è, ma che è simigliante al piombo. C'è, allora, una sostanza; e di essa si dà una definizione e un concetto: di quella cioè composta, sia essa sensibile o intelligibile; ma non degli elementi da cui essa risulta composta, una volta che il discorso definitorio ‘significa che qualcosa conviene a qualche altra, delle quali l'una dev’esser presa nel senso di materia, l’altra di forma. Questo ci fa vedere anche che, se si vuol sostenere da un certo punto di vista che le sostanze sono numeri, si dovrà intendere come s’è detto, e non, come alcuni pretendono (?), che sian collezioni di unità. Si dica pure che la definizione è un numero, poichè infatti è divisibile e si risolve in elementi indivisibili (chè i concetti non sono infiniti): proprio come il numero. E come il numero, se tu vi sottrai o aggiungi qualcuno degli elementi suoi e sia pure il più piccolo , non è più lo stesso numero, ma un altro; così, Se la sua essenza è semplice (v. VII. 10, 17), anche per A. è oggetto di vénows, non di 6propdc. Ma qui il discorso va ripreso dal $ 4, come una prova ‘che il principio di una cosa non è dato da una sonma di elementi. Benchè gli Antistenici (per i quali, v. Teeteto, 201 e; e lib. V. 29, 2) intendessero ben altro (la definizione è, per essi, una évopétov cvurioxi, che allunga in un A6y0g paxeés quella parola unica che sola è propria della cosa: nota, per un confronto, il caso aristotelico di una definizione meramente verbale, come di «Iliade »). Anzi, A. ne trae argomento (nel par. seg.) per confermare la validità della definizione, la quale non è somma (animale + bipede), ma rapporto formale di genere (materia) a specie (forma). Ovvero, s’intenda la definizione nel senso di VII, 4, 13. Platone e Platonici pitagorizzanti, identificando le idee con i numeri, e considerandole insieme come usie e universali, davano anche del processo dofinitorio una ragione matematica. A. oppone alla concezione di un molteplice come aggregato (e tale è l'idea in quanto usia composta di usie: cfr. n. a VII. 15, 6) la sua concezione di un molteplice organico, e a quella dell’unità astratta (0 tale è l’idea in quanto universale) la sua concezione dell'unità concreta. Questi paragrafi, duuque, sono strettamente legati a quanto precede e il capitolo non è, come sembra (v. Ross, p. 231), una collezione di pensieri sconnessi (lo stesso $ 5, che sembra interrompere la continuità del ragionamento, è suggerito da quanto precede circa l'apriorità della forma, che per A. è legata alla questione della sua eternità, o meno; e introduce il concetto dell’unità viva, naturale, della sostanza). neppure la definizione e la pura essenza è più la stessa, se vi togli o aggiungi qualcosa. E anche pel numero ci ha da esser qualcosa che gli dà unità; ma quel ch’esso sia, per cui il numero, se possiede unità, è uno, non trovano modo di dire. Poichè o il numero non ha unità, ed è come un mucchio; ovvero, se è uno, debbono dirci che cos’ è quel che del molteplice fa un’unità. E poichè la definizione similmente possiede unità, neppure di es sa sanno rendersi conto. Ed è naturale che avvenga così, perchè la ragione è la stessa: la sostanza è una nello stesso senso, non, come intendono alcuni, quasi fosse una specie di unità o di punto, ma perchè ciascuna è atto in atto compiuto e una natura determinata. E come il numero non ammette un più e un meno nell’esser suo, così neppure la sostanza in quanto forma; ma, se mai, in quanto è unita alla materia (*). Bastino queste considerazioni intorno alla generazione e corruzione delle sostanze suddette, in qual senso è possibile e in quale no, e intorno alla riduzione di esse al numero. CariToLO IV. Per quanto riguarda la sostanza materialmente considerata, non si deve trascurare che, se anche tutto viene da uno stesso elemento primitivo o dagli stessi elementi primitivi, e una medesima materia serve da principio alla generazione delle cose; pure, c’è una materia propria di ciascuna di esse. Per es., materia, immediatamente, della flemma sono elementi dolci e grassi, della bile elementi amari o altri che siano: anche se hanno la stessa origine. Per uno stesso oggetto ci possono esser più materie, quando una sia materia dell’altra: poniamo, la filemma si può dire che vien tanto La sostanza è esattamente (puntualmente, quasi matematicamente) quel che è. Ci può esser un più o un meno nel suo essere, se mai, considerandola dal lato materiale (in quanto, poniamo, non ha ancora realizzata pienamente ia sua forma). dal grasso quanto dal dolce, se il grasso deriva dal dolce; e si può anche dire che vien dalla bile, se si risolve questa sino alla sua materia prima. Poichè una cosa si dice che viene da un’altra in due sensi: o nel senso che l’una è uno svolgimento dell'altra, o perchè segue all’altra risolta ne’ suoi elementi ('). Può darsi poi, che la materia sia la stessa, eppure, mercè la causa motrice, divenga cose diverse, per es., il legno può diventare tanto un armadio che un letto. Per alcune cose affatto diverse ci vuole di necessità una materia diversa: ad es., un’ascia non si potrebbe fare di legno, e non è questione qui della causa motrice, perchè nessuno potrebbe fare un’ascia con lana o legno. Se, quindi, c’è modo di fare uno stesso oggetto di materia diversa, è chiaro che l’arte e il principio motore è lo stesso. Che se così la materia come il motore son diversi, anche il prodotto è diverso. Quando si domandi quale è la causa di una cosa, potendo di causa parlarsi in molti sensi, bisogna enumerare tutte quelle che possono far al caso. Per es.: qual’è la causa dell’uomo in quanto materia? Certamente, il menstruo. Che cosa fa da motore? Lo sperma, per l’appunto. Quale, da forma? La pura essenza. Quale, da scopo? Il fine dell’uomo. Si può dire che queste due ultime cause coincidano. Bisogna, poi, delle cause addurre quelle più vicine, e se si chiede la materia, non rimontare al fuoco e alla terra, ma a quella ch’è propria. Per le sostanze naturali, dunque, e soggette a generazione è necessario procedere così, se si vuole procedere dirittamente, dato che tali e tante sono le cause, e che noi dobbiamo conoscere le cose per le loro cause. Ma per le sostanze che, sebbene naturali, sono eterne, la questione è diversa. Alcune probabilmente, non hanno materia, o almeno non l’hanno come quella ricordata, ma una materia mutabile soltanto spazialmente. E neppure per quante cose avvengano naturalmente, ma non sono sostanze, non si può far questione di materia: in esse è la sostanza soggetta al fenomeno che fa da sostrato. Poniamo che si cerchi la causa dell’eclissi. Qual’è la materia? Non c’è la materia, ma c’è la luna che subisce l’eclissi. Quale la causa motrice dell’eclissi, e che sottrae la luce? La terra. Quanto allo scopo, non pare che sia da parlarne('). La causa formale è il concetto, ma esso resta oscuro, se non è accompagnato dalla causa. Per es., che cos’è l’eclissi? Privazione di luce. Se si aggiunge che ciò avviene perchè la terra s’interpone nel mezzo tra il sole e la luna, allora questo è un concetto accompa- gnato dalla causa (?). Quanto al sonno, non è chiaro quale sia il suo primo sostrato. Che altro si può dire se non l’animale? Certo, ma da qual punto di vista considerato? e qual è l’organo ch’è propriamente affetto? Il cuore, o un altr’organo. Poi: da che cosa è prodotto? Anche: qual’è l’affezione propria, non dell'organismo intero, ma di quell'organo? Si dirà ch’è una specie d’immobilità? Sì, ma per quale affezione propria e primitiva di un organo ha luogo quell’ immobilità? CapPiTtoLO V. Poichè alcune cose esistono senz’esser generate, o non esistono senza che perciò siano perite, ad es., il punto (*) (dato che si possa parlare della sua esistenza) e, in generale, le specie e le forme; e poichè non la bianchezza diviene, ma il legno bianco se ogni cosa che si genera, si genera da qualcosa e diviene qualcosa ; non basta, dunque, che ci siano due contrari perchè si generino l’uno dall’altro: un uomo nero diventa bianco, ma non si può dir nello stesso Il movimento del sole è, senza dubbio, Evexé tov, e così quello della luna; ma i due, agendo insieme, possono produrre un risultato che non è Évexé tou» (Ross, a q. l.): l'eclissi è, dunque, un esempio di quel taùrépatov, di cui si parlò in VI. 2-4 e VII. 7. Efficiente: che, in questi casi, si accompagna alla formale in sostituzione della finale (Ilnddove, nelle cose che si generano secondo natura, la causa formale è insieme finale, $ 4, anzi efficiente-finale). modo che il nero diventi bianco. Aggiungi che non in ogni cosa c’è materia, ma in quelle soltanto che si generano e passano le une nelle altre: tutte quelle che ci sono o non ci sono, senza quel passaggio, non hanno materia. Sorge qui la questione: come si comporta la materia di ogni cosa rispetto ai contrari? Per es., se il corpo ha in potenza la salute, e alla salute è contraria la malattia, ha, dunque, in potenza tutte due? E l’acqua è in potenza vino e aceto? Ovvero essa è materia del primo secondo la sua natura e per rispetto alla forma, e del secondo per privazione e per una degenerazione contro natura? Si può domandare anche perchè, sebbene l’aceto venga dal vino, il vino non è materia dell’aceto e aceto in potenza. E l’essere vivente, similmente, è forse un cadavere in potenza? Non pare: la degenerazione non è mai sostanziale; ma è la materia dell’essere vivente quella che nella degenerazione è materia e potenza del cadavere, così come l’acqua dell’aceto. L'una cosa, qui, vien dall’altra nello stesso modo, che la notte dal giorno (!). Quando il passaggio tra gli opposti è in questo modo, bisogna rimontare sino alla materia d’entrambi: per es., affinchè dal morto si generi il vivo, bisogna che quello ritorni prima alla materia, e da questa poi si avrà il vivo; e l’aceto ridivenga acqua, per poi diventar così vino. Ripigliamo la questione sollevata intorno alla definizione e al numero: qual’è la causa della loro unità? Poichè tutte le volte che le cose hanno parti molteplici e il tutto non è Cfr. XII. 4, 5: l'aria è la loro materia comune. Questa, dunque, può avere un processo di evo!zimento (l’acqua diventa vino), o di degenerazione (aceto); onde soltanto per accidens si può dire che il vino diventa aceto. Così il vivo non è il morto in potenza (quasi che questo fosse l’atto di quella potenza: l'atto è sempre una realtà superiore): scomparendo la forma, con la morte, resta la materia, e questa è che si corrompe (e ridotta alla materia originaria può riprendere di qui il processo ascensivo verso la vita). Ricorda, per la generazione dei contrari, il Fedone come un mucchio, ma è qualcosa di totale oltre le sue parti, dev’esserci qualcosa che sia la causa della loro unità (‘). Lo vediamo anche nei corpi: talora è un’esterna adesione la causa della loro unità, talora una coesione interna, o altra condizione del genere. La definizione è una serie di parole che ha unità, non per un collegamento di parti similmente all’ Iliade, ma perchè di un’unica cosa. Che cos'è, per es., che fa l’unità dell’uomo, e perchè è uno e non molti, animale e bipede? Alcuni dicono, per l'appunto, che esiste un animale in sè e un bipede in sè. E perchè, allora, l’uomo non potrebb’essere quelle due cose, ed esser uomo per partecipazione, non del concetto di uomo e di un’unica essenza, ma di due, animale e bipede? In breve: l’uomo non sarebbe, così, una cosa sola, ma più: animale e bipede. È chiaro che per questa via, abituale a quei che in tal modo definiscono e parlano, non si riesce a dar conto e a sciogliere la questione. Se, invece, come noi dieemmo, l’una cosa è materia e l’altra è forma, l’una è in potenza e l’altra in atto, quel che si cercava non apparirà più dubbio (’). La difficoltà sarebbe la stessa come se la definizione di « vestimento » (5) fosse « bronzo sferico »: poichè quel nome sarebbe il segno del concetto, e rimarrebbe quindi a sapere la causa per cui la sfericità e il bronzo fanno una cosa sola. Ma la difficoltà scompare, se si fa osservare che l’uno è materia e Nota in questo concetto il deciso superamento dell’empirismo, come già in VII. 17, 8 88. Cfr. VII. 12. Ma in questo capitolo il pensiero è portato a un punto più chiaro e decisivo per il concetto dell’atto che in questo libro accompagna o sostituisce quello della forma. Qui il dualismo è superato: materia e forma non 8’ intendono, e non esistono, l'uno fuori del rapporto all’altro (e così essenza ed esistenza, individuo e universale): è la forma stessa che dà ragione del sinolo nel processo di determinazione di questo dalla potenzialità all’attualità. Per il $ 1 osserva lo Schwegler (che ha spesso acute considerazioni per il lato filosofico): « Ci sono due specie di unità: quella dell'aggregato e quella organica. Nelle produzioni organiche della natura, ad es., il tutto non è un prodotto, ma, invece, il prius e la ragione del prodursi delle parti. Soltanto ciò che ha unità formale, ha una ragione del suo esser uno; tuttavia anche i corpi inorganici, 6e fanno un insieme, hanno un principio, esteriore, per la loro unità » {p. 151). Cfr. VII. 4, 7: per accentuare, con l’unità del nome, l’unità della definizione. ARISTOTELE, Metafisica, 18 Q74 METAFISICA l’altra è forma. E qual’è la causa per cui l’essere potenziale 5 diviene attuale? Non ce ne può esser altra, nelle cose soggette al divenire, fuori di quella efficiente. Nè può esserci causa diversa, per cui l’essere ch’era sfera in potenza è ora sfera in atto, se non la pura essenza, ch'è la ragion d’essere di ciascuno dei due. ' La materia poi può essere o sensibile o intelligibile (*). 6 E il concetto si compone sempre di una parte ch’è la materia e di una ch’è l’attualità sua: per es., cerchio è una certa figura piana. Le cose, invece, che come individua- 7 lità, qualità, quantità non hanno materia nè sensibile nè 1046 b intelligibile, sono immediatamente ciascuna qualcosa che ha unità e realtà per se stessa (?). Questa è anche la ragione 8 per cui nelle detinizioni non han luogo nè l’essere nè l’uno: chè la pura essenza è immediatamente, per se stessa, qualcosa che ha essere e unità, onde nella definizione e nella pura essenza non c’è bisogno di chiedere altra causa, fuori di loro stesse, della loro unità e realtà: poichè ciascuna quel certo essere e quell’unità determinata, che le competono, li La distinzione, qui, ha altro senso che in VII. 10, 18 (dove riguarda le cose). Nella definizione il genere è materia intelligibile. (Anche materia sensibile, se la definizione è, in più largo senso, del composto e della cosa sensibile: cfr. VII. 7, 12; VIII. 2, 6-7). Tali sono le categorie. « Ch'esse non abbiano materia intelligibile, è chiaro: materia intelligibile noi diciamo i generi, e delle categorie non c'è un genere, chè sono esse i generi somml e non è possibile che ci sia una natura che li sorpassi in generalità. Ma neppure hanno materia sensibile, perchè questa è delle cose composte e sensibili, non già delle cose semplici e intelligibili: ora, l’individualità e la quantità e le altre categorie sono realtà semplici e intelligibili »: Alessandro (562, 32). Noi le diremmo concetti puri: efr. VII. 9, 8-9. Per l'ente” e l'uno, cfr. III. 4,31 ss. Il tne può esser inteso per le pure essenze in generale (cfr. IX. 10,7; X. 1,4), 0 per quella delle categorie (così il Ross). Nel primo caso l’immediatezza e molteplicità dovrebbero esser risolte ($ 5) nell'unità mediata del pensiero definitorio, quando questo fosse considerato, non più in una logica discorsivo-soggettiva, ma nell'attività del nous che in essa si esplica. Questo punto è molto oscuro in A., per il quale il nous è il primo principio logico-gnoeeologico, e però principio e fine anche della verità del pensiero dianoetico; ma l’atto della vénaws non perciò si risolve nel processo di esso: chè nell'uomo, come fn Dio, esso è, por se stesso, immobile (e il suo proprio oggetto è semplice, senza composizione). Cfr. IX. 10, 6-9; XII. 9,8. Nel secondo caso si dovrebbe intendere la definizione (delle categorie) in senso molto largo. ha immediatamente, per se stessa, e non come se li ricavasse dall’ Ente e dall’Uno considerati come suoi generi, ovvero come se questi esistessero separatamente oltre ciascuna di esse. Intanto, questa difficoltà ha dato occasione ad alcuni di parlare di partecipazione, senza che poi abbiano saputo dire quale sia la causa della partecipazione, e in che consista questo partecipare. Altri parlano di associazione psichica, e, per es., Licofrone (') dice che la scienza è un’associazione del sapere con l’anima; e c’è chi dice che la vita è una composizione o collegamento di anima e corpo. Ma, così, si può ripeter sempre lo stesso discorso: e l’esser sano sarà un’associazione o composizione o collegamento, che dir si voglia, dell'anima con la salute; e il triangolo di bronzo sarà una composizione di bronzo con triangolo, e il bianco una composizione di una superficie con la bianchezza. La ragione per cui parlano così è ch’essi cercano un concetto unificatore e insieme la differenza della potenza e dell’attualità. Ma, come noi abbiamo esposto, la materia ultima e la forma sono una e medesima cosa (°), l’una in potenza, l’altra in atto. Sarebbe come se uno cercasse la causa dell’unità e dell’esser uno un oggetto: chè uno è qualsiasi oggetto, e l’essere in potenza e l’essere in atto sono in certo modo una cosa sola. Sicchè non c’è qui altra causa dell’unità tranne quella motrice, che fa passare l’essere dalla potenza all’atto. Ciò, invece, ch'è immateriale, è sempre e assolutamente un’unità per se stesso (?). Sofista seguace di Gorgia: cfr. Zeller, IS, 1323 (n. 3). f toyxktn Gin xal # poegà taòrò xal Év (come gradi di un processo unico, ma cfr. nota a IX. 8, 1). Questo non hanno inteso coloro (Platonici e altri) che, dopo aver separate le due cose, cercano «un concetto unificatore ». Qui par chiaro che (in contrasto con le cose soggette al divenire) si parla del tne in generale, e delle specie esistenti come puro atto (di cui alla nota a VII. 8, 3). Così vien conchiusa la polemica contro l’ Uno e l'Ente dei Platonici, risolvendo l’astrattezza di questi principii nella determinatezza del tne (che ha unità e realtà immediatamente per se stessa: $ 7), o del xéde x (in cui l'unità e realtà del tne si media nel processo della potenza-atto: per quanto ricompaia quì l'immediatezza del tne nell’identità dei due termini materia-forma, o si rimandi il principio unificatore della loro dualità a una causa motrice o efficiente, $ 5, la quale può essere esteriore all’attualità del c68e t.: l’uomo che genera l'uomo. o lo scultore che produce la statua). LIBRO NONO CapPiTOLO I. 1 Noi abbiam parlato dell'essere fondamentale, cioè della sostanza, ch’è ciò a cui tutte le altre categorie dell’ essere si riferiscono: chè in grazia del concetto di sostanza consideriamo come reale tutto il resto: la quantità, la qualità, e quant'altro si predica di essa in questo modo: tutte implicano il concetto della sostanza, come dicemmo nei ragio 2 namenti precedenti. Ma, poichè dell’essere si parla, per un rispetto, come qualcosa di determinato, o come quantità o qualità; per un altro, come potenza e come atto finale, e come il realizzarsi di questo , dobbiamo adesso passare 3 a dir della potenza e dell’atto finale. E cominceremo dalla potenza nella sua principale e più propria significazione, ancorchè non sia quella che più c’interessa qui (*): poichè 1046 a Eoyov è tanto l’azione o funzione che realizza il fine (tò téAi0g), quanto la cosa in cui questo si è realizzato. Più difficile ancora è tradurre èvreAéyera [forse, da vò tvredèg Egov, 0 Evreiws Exov: Ross]: atto finale, sia nel senso che ha il fine in 8è, e sia nel senso che esso è il fine a cui tutto il resto tende come alla propria perfezione. In questo secondo significato easo vuol essere atto puro, atto in atto, onde ogni potenzialità sia risolta nell’attualità piena e perfetta del t6be tu (che ha realizzato, così, il tne). Nel primo significato èvr. è, più generalmente, l’attività (#véoyea) o principio efficiente del processo che porta la potenza a risolversi nell’attualità, la materia nella forma o pura essenza del reale. Cfr. nota a VII. 13, 1. In Metafisica (chè il movimento è oggetto, più propriamente, della Fisica). Alla l. 36: yenarpotamn (Ab, Aless.). 278 METAFISICA potenza ed atto si estendono molto al di là delle cose considerate meramente in rapporto al movimento. Dopo di aver accennato alla potenza in quella significazione, illustreremo, nella determinazione: dei concetti riguardanti l'attualità, anche gli altri suoi significati. Altrove (‘') abbiamo spiegato già come le parole Potenza e Potere si possono adoperare in molti sensi. Lasceremo qui da parte tutti quelli in cui si parla di potenza per semplice omonimia: chè alcune si chiamano potenze soltanto per una certa somiglianza: ad es., in geometria possibile o impossibile dicesi quel che è o non è in certo modo. Ma quelle che appartengono alla stessa specie, tutte hanno carattere di principii, e vengono riferite ad un unico concetto originario della potenza, ch’è quello di esser principio di mutamento in altro o in sè in quanto altro. C'è, infatti, la potenza di patire, che nel paziente stesso è il principio di mutamento passivo per opera di altro o di sè in quanto altro; così come c’è l’abito per cui una cosa non può patire peggioramento o distruzione da un principio di mutamento che sia in altro o in sè in quanto altro. Tutte queste definizioni contengono il concetto di potenza nel suo senso originario. E potenze poi chiamansi medesimamente sia quelle del fare o patire in generale, sia quelle del fare o patire in maniera conveniente: sì che anche nel concetto di esse è immanente in certo modo il concetto delle potenze dette dianzi. È dunque evidente che la potenza del fare e quella del patire esistono, per un rispetto, come una sola e medesima potenza, e per Vedi V.12 (e note per la traduzione dei termini). In generale, potenza è iu primo luogo la facoltà o capacità di dar principio a un processo di mutamento in altro, o in 8è in quanto altro (come se un medico curi se stesso: egli cura sè, paziente, in quanto altro da sè, agente); o di ricevere questo processo. La potenza è, quindi, o attiva o passiva: quest'ultima è o di patire in generale, o di ricevere un mutamento in meglio (o in peggio): potenza attiva e potenza passiva, quindi, possono esser ristrette al senso dell’agiro o patire bene (in modo conveniente rispetto a un fine). Come nota il Bonitz (p. 379), questa distinzione si complica con l'altro significato del Buvarév e dduivarov, di ciò ch'è « possibile » o «impossibile ». Nè A. tiene abbastanza distinti questi due punti di vista: l'uno reale; l’altro logico-reale, in assoluto, o in senso empirico (di ciò che può accadere, o no): ch'è un senso affine a quello dell’ èvSeyxbpevov. altro rispetto come cose diverse: poichè fornito di potenza è un oggetto tanto se ha la capacità di patire esso stesso per opera di altro, quanto se ha quella di far patire un altro per opera sua. Per un rispetto, infatti, la potenza è in quel che patisce, perchè esso patisce ciò che patisce, ed è altro dall’agente, in quanto ha in sè un certo principio a essere [e a non-essere], ed è là materia un tal principio: così, il grasso è infiammabile, e ciò ch’è fragile si può far in pezzi, e via dicendo similmente per gli altri casi. Per altro rispetto, la potenza è nell’agente, per es. il caldo o l’arte di costruire è l’uno nel calorifero, l’altra nel costruttore. Per cui, se in un essere i due aspetti non sono distinti, non può patir nulla da sè: esso è uno e identico con sè, e non diverso da sè. La mancanza di potenza, poi, o impotenza, è la privazione ch'è il contrario di tale potenza: onde ogni potenza si oppone a un’impotenza, dello stesso oggetto e per lo stesso rapporto. Ma di privazione si parla in molti sensi ('): privazione c’è se l'oggetto non ha certe qualità, semplicemente; o non le ha mentre naturalmente dovrebbe averle, o sempre, o quando dovrebbe averle: e in quest’ultimo caso se ne manca in un modo determinato, per es. perfettamente, o ne manca in ogni modo. E in certi casi parliamo di privazione anche per quelle cose a cui la violenza ha tolto ciò che avrebbe naturalmente. Poichè principii siffatti trovansi e negli esseri inanimati e in quelli animati, nell'anima e in quella parte di essa provvista della ragione, è chiaro che anche delle potenze alcune sono irrazionali, altre s'accompagnano alla ragione. Tutte le arti e scienze poietiche sono potenze: principii, cioè, di mutamento in altro o nell’agente in quanto altro. Tutte quelle dotate di ragione sono, ognuna, potenza insieme di contrari; di quelle irrazionali ognuna è potenza di Così anche in un solo contrario: ad es., il caldo ha la potenza di scaldare soltanto, mentre la scienza medica riguarda tanto la malattia quanto la salute. E la ragione è che la scienza è concetto, e 3 uno stesso concetto fa vedere insieme il fatto e la sua privazione, ma non nella stessa misura, perchè, pur essendo il concetto di entrambi, fa vedere piuttosto il lato positivo. Sì che anche ognuna di dette scienze sarà, insieme, dei contrari: dell’uno, tuttavia, per se stessa, dell'altro non per se stessa: poichè il concetto riguarda l’uno per se stesso, l’altro in certo modo per accidente (‘). Esso fa vedere, infatti, il contrario negativamente e per rimozione: chè il contrario del fatto consiste nella privazione originaria, e questa si ottiene con la rimozione del contrario positivo. E poichè i con- 4 trari non possono esser insieme nello stesso oggetto, e la scienza invece per la sua razionalità è una potenza quale 8’è detta; e poichè l’anima ha in sè il principio del movimento, avviene che, mentre ciò ch’è salubre produce soltanto la salute, e il calorifero soltanto calore, e il frigorifero soltanto freddo, l’uomo che sa produce amendue i contrari. Poichè il concetto abbraccia ambedue, sebbene non nella 5 stessa maniera, e ha sede nell’anima, la quale, possedendo in sè il principio del movimento, e unendo col pensiero i contrari nello stesso oggetto, li può muovere (?) entrambi in virtù del medesimo principio. Ecco perchè le potenze agenti razionalmente, abbracciando i contrari con un unico principio, la ragione, operano contrariamente a quelle che della ragione sono sfornite. Così come il non-essere è un essere per accidente, non in sè e per sè. Nel pensiero, tuttavia, il rapporto è più profondo: i due concetti sono uniti; anzi uno è la negazione (&rmégpaars), la rimozione (&ropopd) 0 privazione originaria (reotm, radicale), dell'altro (del positivo): dal quale soltanto ricava il proprio significato. C'è un accenno, rilevato dallo Schwegler (p. 160), al concetto della mediazione. Infatti, il principio di entrambi è il medesimo ($ 5). Produrre (i concetti contrari dell'oggetto, i. e. l’oggetto stesso della contrarietà). If principio del movimento è l’appetito, comune agli animali. Ma l'uomo soltanto è potenza attiva capace di produrre effetti contrari, perchè presenti insieme nel guo pensiero, e questo solo fa dell'appetito una volontà consapevole (Si può trovare, così, un accenno al libero arbitrio). L'animale non sa, ed è, per ciò, come le cose, che non hanno possibilità di scelta. È evidente anche che alla potenza di operare o patire in modo conveniente si accompagna sempre la potenza difoperare o patire semplicemente, laddove a questa non si accompagna sempre quella: per la ragione che, se si opera bene, . necessariamente, anzitutto, si opera; ma non per il fatto di operare, semplicemente, segue di necessità che anche si operi bene. Ci sono alcuni, ad es. i Megarici, i quali dicono che il potere c’è soltanto quando c’è l’azione, e che quando l’azione non c’è, neppure c’è il potere: per cui, poniamo, se uno non costruisce, non ha il potere di costruire, ma l’ha chi è costruttore quando costruisce; e negli altri casi, similmente. Non è difficile vedere in quali assurdità vanno a conchiu 2 dere. Poichè è chiaro che nessnno sarebbe più costruttore se non costruisce, laddove esser costruttore è esser in grado di costruire; e così dicasi per le altre arti. Se, dunque, è impossibile che possegga tali arti chi non le ha una volta imparate e apprese, ed è impossibile che uno non le possegga più se non le perde (o per dimenticanza, o per qualche 1047 a malattia, o perchè è passato molto tempo: non certamente perchè intanto sia andata distrutta l’arte: chè essa c'è sempre): come il costruttore perderebbe l’arte quando cessa di costruire, e come poi di nuovo l’acquisterebbe appena si 3 mette di nuovo a costruire? E dicasi lo stesso per le cose inanimate: nè il freddo, nè il caldo, nè il dolce, nè in generale nessuna cosa sensibile esisterà più se noi non la sentiamo: sì che ad essi accadrà di ripetere il ragionamento di Protagora. E neppure possederà la sensibilità chi noh si trovi Lett.: l'oggetto (me&iypa) dell’arte, il concetto. Questo capitolo e il seguente si attaccano meglio al cap. I. Cfr. IV. 5-6. Costoro, dunque, accentuano della dottrina protagorea il momento attualistico (nel senso puntualistico, dell'istante temporale). Per quanto riguarda il concetto della possibilità, che costoro fan coincidere con quello della realtà (dell'essere, riannodandosi, così, all'affermazione parmenidea, che esclude a sentire effettivamente, in atto. Se, quindi, cieco è chi, pur fornito da natura della vista, non vede quando sarebbe in condizione di vedere, accadrà che uno stesso, perdurando ad essere, diventerà molte volte al giorno cieco e sordo. Inoltre, se impotente (') si-deve dire ciò ch’è privato della potenza, ciò che non è già in divenire sarà impotente a divenire, e mentisce quindi chi afferma che ciò ch’è impotente a divenire è o sarà: poichè questo appunto si vuol dire con «impotente ». Ma, allora, con questi ragionamenti si sopprimono il movimento e il divenire: ciò che si trova in uno stato, sempre starà in quello, e chi è seduto starà seduto sempre, e chi si siede non potrà alzarsi più: poichè, chi non ha la potenza di alzarsi, è impotente ad alzarsi. Se, dunque, questi son discorsi che non reggono, è manifesto che potenza e atto non sono la stessa cosa, e poichè, invece, quei discorsi fanno della potenza e dell’atto una sola cosa, bisogna dire ch’ essi cercano di sopprimere una differenza che non è trascurabile. Invece, noi diciamo che ben può darsi che qualcosa abbia la potenza di essere, e intanto non sia, e abbia la potenza di non essere, e intanto sia; e che la cosa sta similmente per tutte le categorie, onde, ad es., chi ha la potenza di camminare può anche non camminare, e chi ha ia potenza di non camminare può anche camminare (?). Un essere ba una certa potenza se non c’è nessuna impossibilità ch'egli il nou-essere e il divenire), e intorno al significato della testimonianza di Diodoro Crono in proposito (sul quale v. Zeller, II4, 1, 269), v. MEIER, in Archiv f. Gesch. da. Philos., XIII. 31, e le considerazioni del Ross (a q. l.). O «impossibile » (&8yvatov): qui sono conglobati i due significati, della potenza reale e della possibilità logica; e la tesi vien presentata da A., così: Se impotente (impossibile) è ciò che non può (non ha la potenza di) essere, di questo non si può dire nè che è, nè che sarà: può essere soltanto ciò che attualmente è anche quello che sarà o non sarà. Ciù che già non è in divenire, ciò che non sta accadendo, attuandosi (yiyvépevov, meglio di yevépevov). LI. 23-24: fadlterv e 6v, invece di fadltov e eivar (così anche il Ross). Per accentuare di più il concetto di possibilità bisognerebbe tradur quel che segue, così: « Possibile è una cosa se non c'è nessuna impossibilità (nessun assurdo) che abbia luogo l'atto di ciò di cui quella dicesi aver la potenza». Una contaminazione dei due concetti è necessaria ad evitare l'apparenza, almeno verbale, di un circolo vizioso. traduca in atto ciò di cui dicesi aver la potenza. Voglio dire, ad es., che se uno ha la potenza di sedere e si trovi a dover sedere, non c’è nessuna impossibilità, per lui, di passar all’atto. E similmente se si tratta d’esser mosso o di muovere, di situarsi o di situare, di essere o divenire, di non essere o non divenire. La parola «attività», implicante un rapporto all’ entele‘chia o atto perfetto, sebbene estesa ad altri significati, trae origine principalmente dalla considerazione dei movimenti, poichè sembra che il movimento soprattutto sia attività. Ecco perchè alle cose che non esistono nessuno attribuisce movimento, bensì alcuni altri predicati: si dice, per es., che sono pensabili o desiderabili cose che non esistono; ma non che siano in movimento: e questo perchè, altrimenti, cose che attualmente non esistono dovrebbero già esser in atto. 1047 b Ben è vero che, delle cose che non esistono, aleune hanno la possibilità di esistere; ma non esistono, in quanto non ancora è cominciato il processo finale che le realizza. Ora, se « fornito di potenza» è quel che s'è detto (in quanto ne è una conseguenza) (*), è manifesto che non si può esser nel vero dicendo: questo è possibile, ma non si realizzerà mai: giacchè, in questo modo, ci sfuggirebbe che ci son cose che non posson essere. Prendiamo un esempio: se uno dicesse che la diagonale è possibile misurarla, ma non L'èvéeyera sembra, qui (6-9), distinta dalla xivnois, in quanto questa riguarda il principio di mutamento in altro (I, 5), quella, equivalendo all’evreréyera (nel primo significato, di cui alla nota 1, 2), è attività che realizza se stessa (come Sè o come altra? cfr. XII. 9, 5-6). Il pensabile non esiste fisicamente, e però non gli si attribuisce movimento; pure può esistere nel processo di realizzazione dell'attività del pensiero, se questo si pone a pensarlo. dvvatév è quando non c'è nessuna impossibilità ecc., come al $ 7 del capitolo precedente. Costoro, attualizzando l’eusere parmenideo, sopprimono la distinzione tra ciò che ha e ciò che non ha la potenza di realizzarsi (tra « possibile » e «impossibile »: tutto è possibile, anche se non avverrà mai). sarà misurata mai, perchè niente vieta che una cosa che può essere o divenire, non sia ora nè in seguito, costui ragionerebbe come se non ci fossero casi d’impossibilità. Invece, da quel che s’è stabilito dianzi deriva di necessità che, affinchè sia lecito anche solo supporre l’essere o il divenire di una cosa che non esiste ancora, ma è possibile, bisogna ch’essa non racchiuda nulla d’impossibile. Ma nel caso accennato si avrebbe qualcosa d’impossibile: chè la diagonale e il lato non sonò commisurabili. Si badi che il falso e l'impossibile non sono la stessa cosa: che tu stia in piedi ora, è falso, ma non è impossibile ('). E chiaro è, insieme, che se, A essendo, è necessariamente 8, allora, se A è possibile, dev’ essere possibile anche B: poichè, se questa possibilità non seguisse di necessità, niente impedirebbe la possibilità ch’esso non sia neppure. Poniamo, ora, che A sia possibile. Allora, una volta che 4 è possibile, se si pone che 4 sia realmente, nulla d’ impossibile dovrà risultarne. Allora, anche B dev’essere reale. Invece, si voleva sostenere ch’è impossibile. Poniamo, allora, Vero e falso possono riguardare soltanto la logica discorsiva, ma anche la verità o falsità reale: nel qual ultimo caso, l'impossibile, coincidendo col contradditorio, è anche il falso (cfr. V. 12, 8-9 e 29, 1). L'impossibile, invece, qui, non è il contradditorio, semplicemente, ma «ciò che non ha la potenza di realizzarsi ». Il ragionamento mira dunque ad affermare la necessità che la potenza, 6e è reale, passi (o abbia l’effettiva capacità di passare) all’atto: si realizzi, cioè, quandochessia, poichè non presenta nessuna difficoltà, reale e logica, interna. Così mi par da intendere anche quel che segue, in cui il rapporto tra A e 8 non dovrebb'esser pensato come rapporto tra due realtà, ma come rapporto tra due concetti e momenti del processo (potenza e atto) della stessa realtà. (In Anal. Pr., dove è lo stesso ragionamento, il rapporto è tra premessa e conseguenza nel sillogismo ipotetico). Non si scordi, infatti, che A. qui polemizza contro l’affermazione megarica Buvatrdv pèv toòl, oùx Eorar dé: ch'è inaccettabile, dice A., perchè, dato che A e B sian due concetti di cui l’uno richiama l’altro, non si può affermare la possibilità o realtà dell'uno senza affermare la possibilità o realtà dell'altro. Il passaggio dalla potenza all'atto è, quindi, logicamente necessario, e ancho realmente, data la concezione deterministica universale di A., per il quale ogni processo, essendo in qualche modo sempre già iniziato, deve pervenire al suo compimento; ma, poichò la questione è qui realistica anche in senso empirico, il passaggio o compimento può non esser determinato nel quando e nel come. Cfr. nota a VI. 3, 4 per il concetto dell’accidente e del caso. che B sia impossibile. Se B è impossibile, impossibile necessariamente è anche A. Ma s'era posto che A fosse possibile: allora, anche B è possibile. Se, dunque, A, è possibile, anche B sarà possibile, dato che A e B siano in tale relazione che la realtà dell’uno porti di necessità la realtà dell'altro. Se, trovandosi A B in quella relazione, la possibilità di B non stesse a questo modo, allora neppure 4 B avranno tra loro la relazione che s'era posta. Se, invece, quando A è possibile, di necessità anche 2 è possibile, dato che A sia reale, sarà necessariamente reale anche B: poichè, che l’esser possibile di B consegua di necessità se l’essere di A è possibile, vuol dire appunto questo: che, dato che A sia possibile, quando e come è possibile, anche la possibilità di B e il quando e il come di essa son dati. Di tutte le potenze che possediamo, parte sono congenite, come quelle dei sensi; parte si acquistano con l’abitudine, come quella di suonar il flauto; ovvero con l’insegnamento, come quella delle arti ('). Quelle che si acquistano con l’abitudine e col ragionamento, esigono di necessità un precedente esercizio dell’attività. Quelle invece che non s’acquistano così, e le potenze passive, di quel precedente esercizio non han bisogno. Una potenza è sempre una potenza determinata a qualcosa, e in certo tempo, e in certo modo, e con tutte le altre condizioni che debbono far parte della definizione. E ci sono esseri che han potenza di muovere secondo ragione, e di cui le potenze s’accompagnano perciò alla ragione; altri sono sprovvisti di ragione, e le loro potenze sono irrazionali. Le prime necessariamente esistono in esseri animati, le se Per es., l’arte del medico. Questo capitolo prosegue l’argomento del cap. 2. E si richiama alla nota dottrina aristotelica dell'atto che precede l’'Egts tin cui consiste la virtù: etica e dianoetica): v. Eth, Nic. conde possono esistere negli animati e in quelli inanimati. Queste ultime potenze son sì fatte che, quando l’agente e il paziente s’incontrano in modo conforme alla loro potenza, di necessità l’uno agisce e l’altro patisce; per le potenze razionali, invece, tale necessità non c’è. Quelle, infatti, son tutte tali che una di esse può produrre uno solo dei contrari; queste, invece, entrambi; sì che, se tale necessità valesse anche per loro, produrrebbero insieme i contrari: il che è impossibile. Bisogna, allora, che sia qualch’altra cosa quel che decide (‘). Voglio dire il desiderio o la scelta razionale: quello dei due contrari che l’animale ragionevole appetisce definitivamente, quello farà, quand’ egli si trovi conformemente alla sua potenza e in contatto con ciò che può ricevere la sua azione. Per cui, necessariamente, l’essere che ha potenza conforme a ragione, fa, quando lo desidera, tutto ciò di cui ha la potenza, e nel modo che l’ha. Egli ha, tuttavia, tale potenza se il paziente è presente e nelle condizioni determinate: altrimenti, non potrà operare. Nò c’è bisogno di aggiungere nella determinazione che niente di fuori faccia impedimento: perchè ognuno ha la potenza nel modo in cui questa è potenza effettivamente, e questa non è potenza di operare in qualsiasi modo, ma in condizioni determinate; e in ciò è implicita anche l'esclusione degl’ impedimenti esteriori, in quanto questi sopprimono alcune delle condizioni essenziali alla determinazione. E così pure, se uno volesse o desiderasse far nello stesso tempo due cose diverse o anche opposte, non potrà furle: poichè non è così ch’egli ha la potenza di fare quelle cose, e non esiste potenza di farle insieme; egli farà soltanto ciò di cui ha, e come ha, la potenza. Un principio interno, non esterno: la volontà, ossia l'appetito illuminato dalla ragione (principio delle virtù etiche), ovvero la ragione mossa dall'appetito (principio delle virtà dianoetiche): per l’5peew e la xooalgeow v. Eth. Nic.Nota il riflesso della legge dei contrari nella potenza dell'agire umano, e la determinazione storico-empirica dell'atto volontario, in cui l'antitesi libertà-necessità è risolta nel senso del secondo termine. un Dopo aver parlato della potenza considerata in rapporto al movimento, passiamo a trattare dell’atto per determinare quel ch’esso è, e i suoi caratteri. Con questo anche la potenza verrà chiarita, pur che si ponga mente alla distinzione per cui noi diciamo dotato di potenza non soltanto ciò che muove naturalmente altro o da altro è mosso, senplicemente o in modo più determinato, ma anche in un significato diverso: che è quello pel quale abbiam condotta anche la ricerca su i precedenti significati. L’atto è l’esistenza stessa dell’oggetto, non nel senso in cui diciamo ch’è in potenza (noi diciamo ch’è in potenza, ad es., un Ermete nel legno, o la metà di una linea nella linea intera, in quanto si può cavarla da questa; e diciamo che uno è un pensatore anche se non sta speculando, perchè è in grado di speculare): intendiamo, invece, che sia in atto. Ciò che vogliam dire diventa chiaro ricorrendo a casi particolari, induttivamente: non bisogna esigere definizione di tutto, ma bisogna talora contentarsi d’intuire il significato dei termini nel loro rapporto (‘). L’atto, dunque, sta alla potenza come il costruire al saper costruire, l’esser desto al dormire, il guardare al tener chiusi gli occhi pur avendo la vista, come l’oggetto cavato dalla materia ed elaborato compiutamente sta alla materia grezza e all'oggetto non ancora finito. Con il primo dei membri di questa differenza intendiamo che venga determinato l'atto, con il secondo la po tò dv&hoyov ovvogiv (ho svolto il concetto di proporzione; ma qui è compreso anche quello di analogia nel senso più comune). Per il pensiero, cfr. 8. Tom. (1826): «Nam prima simplicia definiti non possunt, cum non sit in definitionibus abire in infinitum: actus autem est de primis simplicibus, unde definiri non potest». Vedemmo già (VIII. 6, 7 n.) un equivalente in A. del moderno «concetto puro ». In questo senso, anche, è anapodittica la filosofia prima (ma, poi, per lui gi tratta di principi primi nel senso di ciò ch'è dato immediatamente all'origine del conoseere: cfr. i passi di Anal. Post. cit. in nota a I. 9, 91). Pure, per la parte di verità ch'è in tale intuizione, non è giustificata l'accusa ch'egli, per definire certi concetti, ne adoperi altri che già li presuppongono.tenza. Ma non tutte le cose si dicono in atto nel medesimo 6 significato, salvo che non s’intenda analogicamente, come quando si dice: questo sta in questo o a questo nello stesso modo che quello sta in quello o a quello. Esse, invece, sono in atto, parte, come il movimento in rapporto alia potenza; parte, come la sostanza in rapporto a una certa materia ('). Per l’ infinito (*), tuttavia, e pel vuoto, e per tutte le cose 7 di questa specie, si parla di potenza e atto in significato diverso da quello, più usuale, di quando diciamo, ad es., che uno guarda, o cammina, o che un oggetto è veduto. Queste affermazioni possono talora corrispondere a una realtà vera e propria: noi diciamo che una cosa si vede, o perchè è veduta effettivamente, o perchè è in condizione d’esser veduta. L’infinito, invece, non è mai in potenza nel senso che possa poi diventare in atto una realtà esistente per se stessa: esso è infinito in potenza per il pensiero. Poichè dal fatto Nel primo caso l'atto (attività) è definito dal rapporto tra due momenti del procosso che realizza la forma (questo a questo: per es. il materiale grezzo in rapporto alla costruzione della casa, o chi è seduto all'alzarsìî e camminare); nel secondo, come attualità della forma determinata (questo in questo: la casa esistente, Socrate che cammina). L’eévéoyera è qui distinta dalla x(vnaws, non nel primo significato dell’EvreAéyewa (v. nota a 3, 9), ma nel secondo. Il Ross (II, 252) riassume brevemente, dalla Phys. (III. 4-8), la dottrina di A. su l’infinito. L’estensione è infinita, per A., soltanto nel senso della divisibilità: xatà dualgeswy, non xatà nedodeav (delle sue parti). Il numero, invece, infinito (&irergov, indefinito) xatà snodateaw, nel senso della possibilità di pensarne sempre uno maggiore; non xetà Bdialgearv (chè dividendo si perviene all'ultimo limite, all'unità). E la sua infinità non è reale fuori del suo processo. Il tempo soltanto è infinito xatà Sualpeaw e x. rododeorv : infinitamente divisibile e realmente infinito; ma la sua infinità è, come quella del numero, in continuo divenire. Quanto al vuoto, similmente (P/ys., IV. 6-9): per quanto una materia si pensi più rarefatta di un’altra, non esiste spazio senza qualche materia. Si può aggiungere che, proprio per questo rapporto tra spazio e materia,. A. concepisce l'estensione come finita; e che il tempo è per lui infinito nel senso in cui è eterno il movimento (cfr. XII. 6, 2), ossia il divenire stesso. E che l'infinità del numero, così come quella dello spazio, è veduta nell’attività del peneiero che si esercita su l'oggetto, per sè, sempre finito. Così pel vuoto: solo col pensiero si può vuotare lo spazio di ogni contenuto. Probabilmente A. polemizza qui contro la dottrina democritea, oltre che contro i presupposti delle argomentazioni zenoniane e le conseguenti applicazioni della scuola megarica. Un’esposizione della dottrina, tratta spec. dai libri di fisica, è in A. CovotTiI, Le teorie dello spazio e del tempo nella filosofia greca fin aà A. (Pisa che non si trova mai la fine a dividere, si deduce che questo è un atto che ha una realtà puramente potenziale, non che l'infinito abbia una propria attuale esistenza ('). Delle azioni che hanno termine (*), nessuna ha valore di fine, ma soltanto di mezzi al fine: per es., il termine del dimagrare è la magrezza, e se quel che d imagra si riguarda così, quando è in questo movimento che non ha raggiunto ancora lo scopo per cui il movimento avviene, non si può dire che ciò costituisca un’azione, o, per lo meno, un’azione perfetta: perchè non è questo il fine. Ma quando nel movimento si trova il fine, allora esso è anche azione. Per es., l’atto del vedere è quello stesso di aver veduto, quello di pensare e intendere è quello stesso dell’aver pensato e inteso; invece, quello di chi impara non è lo stesso di chi ha imparato, nè quello di chi guarisce è lo stesso di chi è guarito. L’atto del ben vivere è quello stesso dell’aver vissuto bene, e quello dell’esser felice è lo stesso in chi fu felice. Altrimenti, bisognerebbe una volta arrivare al termine del movimento, come quando si fa la cura di dimagrare. Qui, invece, no: chè si seguita a vivere, sebbene si sia vissuto f1) Non ostante l’incertezza (l’infinito, in quanto indefinito, ha pure una sua esistenza), è chiaro ad A. che il concetto d'un infinito attuato è contraddittorio (onde sì fa strada il sospetto che la vera infinità è soltanto del pensiero). Cfr. XI. 10. Il Bonitz accusa A. perchè, mentre prima aveva definita la potenza, contro i Megarici, come capacità di attuarsi, l'attribuisce qui, mira levitate, a un oggetto che tale capacità non ha. Ma l’infinito non è un oggetto nel senso delle cose, intorno alle quali verte la disputa precedente. E in ogni modo era da notare con meraviglia anche il lato profondo, messo allo scoperto da A., in tale contraddizione. Il brano seguente, sebbene il pensiero dominante sia abbastanza trasparente, è nel testo tra i più guasti di tutta la Metafisica. Esso manca nel codice parigino E (sec. X), nel commento di Alessandro e in quello di 8. Tommaso, e nella traduzione del Bessarione. C'è nel codice laurenziano Ab (sec. XII). AccoGliendo alcune congetture del Bonitz (p. 397) sul testo, si può intendere cosi: il dimagrare ha per fine la salute, non il fatto della magrezza a cui pon capo il movimento del dimagrare; e se azione o attività è aver il fine ultimo in sè, 80ltanto l’atto che non si esaurisce in un termine o fine particolare, ma rimane essenzialmente identico a sè attraverso i momenti del procéèsso, è perfetto, ed è vera e propria attività formale: tale è l’atto del vedere, del pensare, del vivere, della felicità. Così la perfezione dell’ &vreAéyera (nel secondo significato) abbassa a x{wnow ogni altra forma di attività (anche quella dell’apprendere). già. Di questi processi, dunque, gli uni son da dire movi- 11 menti, gli altri attività; poichè ogni movimento è imperfetto: il dimagrare, l’apprendere, il camminare, il costruire: i quali sono, appunto, movimenti, e però incompiuti. Infatti non è 12 possibile che coincida il passeggiare con l’aver passeggiato, il costruire con l’aver costruito, il divenire con l’esser divenuto, o il muoversi e l’essersi mosso, e il muovere e l’aver mosso: chè son cose diverse. Invece, l’atto del vedere e quello d’aver visto, del pensare e dell’aver pensato, coincidono. Ora, un processo di quest’ultima specie io lo chiamo attività; l’altro, movimento. CapiTtoLO VII. Da queste e altre simili considerazioni crediamo chiarito 1 quel ch’è l’essere in atto e i suoi caratteri. Ora vogliamo determinare quando ciascuna cosa è in potenza, e quando non è: poichè non in qualsivoglia tempo è tale. Per es., 1049 a la terra è in potenza già un uomo, o non ancora, ma piuttosto quando già è divenuta sperma? E forse neppur allora. Avviene qui come per la salute: non ogni cosa può esser guarita o dalla medicina o da sè spontaneamente, ma ci vuol qualcosa che abbia tale potenza, e cioè abbia già la salute in potenza. Per le cose che dipendono dal pensiero si può 2 definir la questione così: esse passano dall’essere in potenza all’atto, quando siano volute e niente faccia impedimento dal di fuori; e dall'altra parte, in chi ha da guarire, niente faccia impedimento di quel ch’è in lui ('). Dicasi similmente 3 di ciò che deve diventare una casa: esso è una casa in po Alessandro (583, 12): « Per es., il medico conduce il malato dalla potenza alla salute, quando se lo sia proposto e non ci siano impedimenti esteriori: il luogo, il tempo, ece.: così dunque si dovrà definire l’atto dell'agenterazionale; quello del paziente, invece, dal non esserci impedimenti interiori: perchè un malato guarisca, si richiede, infatti, che tutte le sue membra siano in condizione idonea a ricevere la salute ». tenza se niente faccia impedimento di quel ch'è in esso, sl che alla materia che deve diventar casa, non ci sia nulla da aggiungere, nè da togliere o mutare. E altrettanto dicasi per tutte le altre cose di cui il principio generatore è fuori. Per quelle, invece, di cui il principio generatore è in loro, esse hanno tale potenza allorquando, nessun ostacolo intervenendo di fuori, si realizzeranno da sè. Lo sperma, ad es., non ancora ha tale potenza, abbisognando di passare in altro e trasformarsi. Solo quando una cosa sia in grado di realizzarsi per un principio suo proprio, si può dire ch’è già in potenza: lo sperma, invece, ha bisogno d’un altro principio ('): così come la terra non ancora è statua in potenza, ma deve trasformarsi e divenir bronzo. Come ognuno può notare, dell’oggetto non diciamo ch'è questo (in cui è in potenza), ma ch’è fatto di questo: l’armadio, poniamo, non è legno, ma di legno; e il legno non è terra, ma di terra; e la terra, a sua volta, se deriva da altro, non è quest’altro, ma è fatta di quest'altro. E quest’altro è sempre, propriamente, la potenza di quel che vien subito dopo: per cui, ad es., l'armadio non è terra, nè di terra, ma di legno: chè questo è armadio in potenza, e questa è propriamente la materia dell’armadio (dell’armadio in generale, il legno in generale; di questo armadio particolare, questo legno particolare). Che se s'incontra qualcosa di primitivo, che non venga più denominato da altro come fatto di esso, allora quello è la materia prima: se, per es., la terra è di aria, e l’aria è di fuoco, e il fuoco non venisse denominato da altro, allora il fuoco sarebbe la materia prima (?). Questa, poi, soltanto se diviene qualcosa di determinato, è sostanza. Infatti, in questo differisce il sostrato o soggetto: Il risultato dell'unione è, poi, propriamente, la materia come potenza concreta dell'essere umano (come principio già del processo generatore). La quale ha, quindi, sempre qualche determinazione: soltanto in rapporto a ciò che diventerà (poniamo, l’aria), è materia priva di forma. Ho seguito nel testo l'emendamento proposto dal Christ (conforme ad Aless., 589, 24). Per secondo ch'è, o no, un «che determinato » (‘). Il sostrato 8 delle affezioni è, ad es., un uomo, un corpo, un’anima; e affezioni sono l’ esser musico o bianco. E quando la musica diviene nell’uomo, noi non diciamo che egli è la musica, ma musico, così come non diciamo ch'egli è la bianchezza, ma bianco, non è la passeggiata o il movimento, ma passeggia o si muove: così come dianzi dicevamo di un oggetto ch’esso è fatto di questo o quello. In tutti i casi di questo genere il sostrato ultimo è la sostanza. In quelli, invece, in cui non sì tratta di un’affezione, ma quel che vien predicato è una forma e alcunchè determinato, allora l’ultimo sostrato è la materia o sostanza materialmente considerata. In ogni caso, si conchiude che drittamente l’oggetto, che diciamo fatto così o così, prende questa denominazione dalla materia e dalle affezioni: perchè quella e queste sono indeterminate. Quando, dunque, si deve dire che un oggetto è in potenza, e quando no, s’è detto. CapirtoLo VIII. Dopo quanto fu determinato dei vari significati in cui si parla di priorità (*), risulta chiaro che l’atto è prima della, potenza. È intendo non soltanto della potenza che fu da noi definita come principio di mutamento in altro o in sè in quanto altro; ma, in generale, di ogni principio di movimento Alla 1. 28: xa@'ob (invece di xa#6Aov): proposto dall’Apelt, accolto dal Ross. Il sostrato, o soggetto, o è un téde ti, sostanza ch'è il soggetto delle determinazioni secondarie; ovvero è la materia, di cuî si predica la determinazione essenziale, la forma. Cfr. VII. 3, 7 e 13, 1. Il bianco, o la bianchezza, è un indeterminato, se non venga aggiunto {(aggettivamente, come per la materia) a «uomo», o a «Socrate ». Per quel che segue, cfr. De Caelo. La natura è principio del movimento immanente alla cosa stessa; potenza, invece, è principio di movimentò in altro in quanto altro» (o in sè in quanto altro). Sarà, dunque, immanente alla cosa in quanto sè? Ma, da un lato, l’alterità è necessaria al movimento; dall’altro, come parlare di un sé della cosa? A. si limita a porre, qui come altrove, entrambe le esigenze: la dualità dei termini, e l’unità del processo (equivalente, per A., all'identità dei termini: cfr. anche 1, 7-10). o d’inerzia. La natura, infatti, appartiene allo stesso genere della potenza, come quella ch'è principio di movimento, sebbene non in altro, ma nella cosa in quanto è essa stessa. Di ogni potenza, dunque, così intesa, l’atto è prima, e pel concetto e per la sostanza; per il tempo, in un senso sì, in un senso no. Che sia prima quanto al concetto, è evidente, poichè fornito di potenza, nel senso originario del termine, è ciò che ha la possibilità di passare all’atto: per es., chiamiamo costruttore chi ha la potenza di costruire, veggente chi è in grado di vedere, e visibile ciò che si può vedere: così dicasi per gli altri casi. Sì che necessariamente il concetto di atto precede quello di potenza, e la conoscenza dell’uno quella dell’altro. Esso, poi, è prima quanto al tempo in questo senso: l’individuo attivo è prima di quello in potenza in quanto è lo stesso per la specie; invece, considerato nella sua identità numerica, è prima in potenza, e poi in atto. Mi spiego: di quest'uomo qui ch’è già in atto, o di questo frumento o di quest’occhio che vede, c’è prima, in tempo, la materia, il seme, la facoltà visiva, i quali sono uomo, frumento, occhio che vede, in potenza, non ancora in atto. Tuttavia li precedettero altri esseri in atto, dai quali essi furono generati. Poichè sempre dall’ente in potenza si passa all’ente in atto in virtù di un ente in atto: ad es., l’uomo vien dall'uomo, il musico vien dal musico, Sempre deve precedere un motore, e questo è già in atto. Abbiamo già visto ne’ ragionamenti intorno alla sostanza che ogni cosa che diviene, diviene qualcosa, da qualcosa, e per opera di qualcosa ch'è della stessa specie di essa. Per cui si vede anche l’impossibilità che uno divenga costruttore se non ha mai costruito nulla, o citaredo senza aver mai suonato la cetra: poichè chi vuol imparare a suonar la cetra, suonandola, impara a suonarla. E similmente per ogni arte. Di qui prese nascimento l’argomentazione sofistica che non c’è bisogno di possedere la scienza per fare ciò di cui questa tratta ('), perchè, finchè uno impara la scienza, non la possiede. Se non che, come di ciò che diviene qualcosa già dev’essere divenuta, e in generale di ciò che si muove qualcosa deve già essersi mossa (questo punto fu illu 1950 a strato nei libri intorno al movimento) (*); così, chi “apprende una cosa, deve necessariamente conoscerla già in parte. Anche per questa via, dunque, risulta chiaro che l’atto, pur da questo lato, del processo generativo e del tempo, è prima della potenza. Ma anche in riguardo alla sostanza l’atto è prima della potenza: prima di tutto, perchè quel che pel divenire è ultimo, per la forma sostanziale è prima: per es., l’adulto è anteriore al fanciullo, e l’uomo allo sperma: l’uno ha già realizzata la specie che l’altro non ha ancora. In secondo luogo, ogni cosa che diviene muove verso un principio e un fine: lo scopo di una cosa ha valore di principio, e il divenire è per il fine: questo fine è l’atto, ed è in grazia di esso che si pone la potenza: chè l’animale non vede a fin d’aver la vista, ma ha la vista per vedere. Similmente, anche l’arte del costruire c’è per il costruire, e l’abito speculativo per lo speculare: e non è già che gli uomini speculino per aver l’abito speculativo: salvo il caso di coloro Lett.: «cho chi non possiede la scienza può far ciò di cui questa tratta »: per es., sonare la cetra. Cfr. EthA. Nic., II. 1 e 3. La scienza è in atto nel maestro (col quale, in certo modo, fa tutt'uno lo scolaro). Nota il solito avvicinamento della produzione naturale a quella umana (consapevole). Phys., VI. 6. Anche nell’individuo, dunque, se si guarda al processo in sò dell’attività (superando il dualismo tra l'esterno e l’interno), l’atto precede la potenza (questa è già attività). Chè, come il sapere vien dal sapere (cfr. I. 9, 94; Anal. Post., I. 1. 71 a, 1), così l’attività non può venir che dall’attività stessa. Inavvertitamente A. sorpassa la distinzione posta al $ 4 tra l'individuo e la spocie empiricamente intesi (termini da lui stesso riconosciuti astratti altrove) e il Ssignificato meramente cronologico del tempo (in cui l’argomentazione, come ognun sa, non può esser conchiudente): questo gli si fa equivalente al divenire sostanziale dell'individuo come suo svolgimento interno (conforme al concetto di quo al 6 1). Cfr. note a 6, 7 e VII. 1, 4. Le considerazioni che seguono, riguardano l'atto come principio finale e formale del processo stesso di svolgimento, secondo il canone fondamentale di A., onde ciò che in esso è posteriore spiega quel che vien prima. che lo fanno per esercitarsi, dei quali si può dire ch’ essi non speculino veramente, tranne che in certo senso, 0 che di speculare non sentono ancora veramente il bisogno . Inoltre, la materia è in potenza perchè può pervenire alla forma; ma quando sia in atto, allora è già formata. E così dicasi delle altre cose, anche di quelle di cui il fine è il movimento (?): onde, in quel modo che gl’ insegnanti pensano d’aver raggiunto lo scopo quando han potuto mostrare lo scolaro in azione, così fa anche la natura. Se così non avvenisse, sarebbe il caso dell’ Ermete di Pausone: anche la scienza, come quella statua, non si saprebbe se è fuori o dentro (*). Poichè l’azione è fine, e l’atto è azione: per cui il nome stesso di atto si dice in rapporto all’azione, ed esprime la tendenza alla realizzazione finale. In alcuni casi, poi, il fine ultimo è nell’uso stesso della potenza, per es., della vista è il vedere, e niun’altra opera si attende dalla vista fuori di questa. In altri casi, si realizza qualcos’altro oltre l’atto: per es., per l’arte del costruire c’è la casa oltre l'atto del costruire. Tuttavia non si può dire che l’atto sia meno il fine della potenza in questo caso, e più in quello (*): poichè l’atto del costruire si esercita nell’oggetto che vien costruito, e il suo processo si realizza insieme con la casa. In quelle Queste parole «quomodo sint interpretanda, equidem me non intelligere confiteor ». Bonitz (p. 403); anche per il Ross (II, 262) sono « excessively difficult ». Mi sono avvicinato al Lasson. Stesso: com'è il caso dell’apprendere (in coi non c’è una materia che attende di passare nella forma, come per la casa); o del vedere (in cui il fine ultimo è l’uso stesso della potenza). « Questo Pausone, statuario, fece un'immagine di Ermete in una certa pietra, e chi guardava vedeva nella pietra Ermete; ma non era chiaro se fosso fuori della pietra o dentro di essa»: Aless. Ma Pausone era un pittore (avrà Aless. pensato a III. 6, 9; V. 7, 7, ecc?). Secondo il Ross, si trattava di un'illusione pittorica, Se è (soltanto) fuori (il sapere: come un’abilità verbale); oppure: se è (soltanto) dentro (come mera potenza). azione: Eeyov; atto: evéoyera; realizzazione finale: èvtedéyera. Nel secondo caso pare che i! fine della potenza non sia l’atto (il costruire), ma il fatto (la casa). Ma non è così, dico A.: «quia ipsa actio est in facto, ut aedificatio in eo quod aedificatur. Et aedificatio simul fit et habet esse cum domo »: $. Tom. (1863). Gli altri (meno bene) intendono: Nel primo caso (del vedere) l’atto è fine; nel secondo (del costruire) è fine più della mera potenza. cose, quindi, in cui vien prodotto qualcos'altro oltre l’uso della potenza, in esse l’atto si mostra in ciò che vien fatto: per es., il costruire nel costruito, il tessere nel tessuto, e similmente per altre cose; e, in generale, l’atto del movimento è in ciò che vien mosso. Quando, invece, non c’è qualche altra opera oltre l’atto, questo è tutto nel soggetto stesso dell’attività: per es., il vedere nel veggente, il pen 1650 b sare nel pensante, la vita nell'anima, e però anche la feli cità: la quale, infatti, è una vita d’una certa specie. Conchiudendo, è evidente che la sostanza e la specie sono atto. E, secondo lo stesso discorso, è evidente che, per la sostanza, l’atto è anteriore alla potenza; per il tempo poi, come abbiam detto, si concepisce sempre un atto avanti l’altro, fino a quello del Motore primo ed eterno. Ma l’atto è primo anche in un più alto senso: perchè l'eterno è, per la sostanza, prima di ciò ch'è corrattibile, e nulla di ciò ch’è eterno è in potenza soltanto. La ragione è questa: ogni potenza è potenza di entrambi insieme i contradittorii, in quanto mentre il non poter essere non può esistere come proprietà di nulla ogni potenza reale, invece, può anche non esser in atto. Quindi, ciò che ha la potenza di essere può essere e anche non essere. Ma ciò che può non essere può darsi che non sia, e ciò che può darsi che non sia è corruttibile, o in senso assoluto, o per quel che di esso dicesi che può non essere: relativamente al luogo, ad es., o alla quantità, o alle qualità. Corruttibile, in senso a ssoluto, è una cosa, se corruttibile è la sua sostanza. Ora, niuna delle cose assolutamente incorruttibili è, in quel senso, un essere in potenza, sebbene nulla impedisca che tale sia per qualche rispetto ('): per una qualità, ad cs., o per il luogo. Le cose incorruttibili, dunque, sono attuali. E neppure le cose necessarie posson esser in potenza, e nondimeno esse sono originariamente (*) esistenti: chè, se queste non esistes Gris pBPagrév = p#. xatà ovolav (nascere e perire); in senso relativo (xatà 0), ciò che muta di quantità, di qualità o di luogo. Ofr. VIII. 1, 8 (e nota). ne@bta: è probabile che queste cose necessarie siano i principii primi in senso logico e insieme réale. sero, nulla esisterebbe. E se c’è un movimento che sia eterno, neppur esso è in potenza; e se esiste un essere eternamente * mosso, non è possibile che sia mosso in potenza, salvo che non ci si riferisca a un punto di partenza o di arrivo ('): chè per questa specie di movimento può bene ammettersi che sia provvisto d’una materia. Per questa ragione è sempre in attività il Sole, e gli Astri, e il Cielo tutto quanto, e non c’è da temere che mai si fermino, come han paura i Fisici (*): chè il loro operare non li stanca. E non li stanca perchè il loro movimento non riguarda, come quello delle cose corruttibili, la possibilità dell’una o dell’altra parte della contradizione (*), che renderebbe faticosa la continuità del movimento. Causa di tal fatica negli esseri corruttibili è l'essere materiale, e potenziale, non attuale, della sostanza. Pure, anche le cose mutevoli, come la terra e il fuoco, si sforzano d’imitare quelle incorruttibili: anch’esse, infatti, hanno in sè e per sè il movimento (‘), onde sono in continua attività. Ma le altre potenze, di cui s’è ragionato, son capaci di contradizione in quanto, quel che ha potenza di muover così, può muovere anche non così: quelle, s'intende che agiscono secondo ragione. Le potenze irrazionali, invece, son capaci di contradizione solo in quanto possono esser presenti o assenti (°). « Quia licet non sit in potentia ad moveri simpliciter, est tamen in potentia ad hoc vel ad illud ubi»: S. Tom. Per la materia meramente tori, v. n. cit. dianzi a VIII. 1, 8. Sembra alluda specialmente ad Empedocle: cfr. De Caelo. L'essere e il non-essere, tra i quali ha luogo il nascere-perire (mutamento i sostanziale). «Il movimento è una specie di vita in tutti gli esseri costituiti naturalmente » (Plys., VIII. 1.250 b, 14). Ein De Gen. et Corr., II. 10. 337 a, 2: « Anche le altre cose, quante si mutano le une nelle altre, per es. i corpi semplici, imitano il movimento di traslazione ;circolare ». Ovvero, si accenna alla continuità del movimento (spaziale) degli elementi in generale (Aless., 593, 12); 0 a quello in giù della texra, in su del fuoco (v. Ross, a q. l.). (5) Ciò ch'è salubre produce sempre e soltanto la salute, ma può esserci, e anche non esserci (e in questo caso non produrla). Cfr. cap. 2,4 e 5, 4-5. La possibilità logica (contraddizione) e quella reale (contrarietà) si alternano in questo paragrafo, come nel 21. Per entrambi i p. d. v. si distinguono queste altre po«onze dalle precedenti (eterne). Sia pure, dunque, che esistano certe nature o sostanze 28 del genere di quelle che sostengono coloro che dei concetti fanno altrettante Idee; ma chi fa della scienza esisterà con 1061 » maggior ragione della scienza in sè, e ciò che si muove molto più che l’idea del movimento: poichè questi esseri sono a maggior titolo attività, e quelle idee, invece, sono meramente loro potenze. Che, dunque, l’atto è prima della potenza e di ogni prin- 29 cipio di mutamento, è manifesto.Che poi, in confronto alla potenza del bene l’atto sia mi- 1 gliore e più degno di onore, si vedrà da quanto segue. Tutto ciò che noi diciamo esser in potenza, ha il potere di realizzare l’uno e l’altro contrario ugualmente: quel che diciamo, ad es., poter esser sano, è lo stesso che può anche esser malato, ed ha la potenza delle due cose insieme: poichè la potenza di esser sano è la stessa di quella di esser malato, così come quella di esser in riposo o in movimento, di costruire o di abbattere, di esser costruito o abbattuto. Ma se il potere dei contrari si trova ad esser insieme, è impossibile, poi, che questi esistano insieme, ed è impossibile che sì trovi insieme la loro attualità, per es., che uno sia sano e malato insieme. Di qui vien la necessità che soltanto uno dei contrari realizzi il bene, laddove la potenza è di entrambi similmente, o di nessuno dei due. L’atto è, dunque, migliore. Che se si tratta del male, la compiutezza dell’atto 2 dovrà, necessariamente, esser peggiore della potenza: chè questa è tanto al bene quanto al male, medesimamente (*). L'atto, per sè, è perfezione, sempre, anche se di cose cattive: cfr. V. 16. 2. Qui, del resto, si parla di perfezione naturale, non morale. Cfr. l’&getà quow in Eth. Nic., II. 6. 1106 a, 15: «Ogni virtù perfeziona il ben condursi di ciò di cul è virtù e rende pregevole la sua operazione: per es., la virtù dell’occhio fa l'occhio valente e valente l'operazione sua; parimenti la virtù del È evidente, quindi, che il male non esiste fuori delle cose quaggiù, poichè esso esiste, per natura, posteriormente alla potenza. Ed anche questo è evidente: che ne’ principii primi e negli esseri eterni non han luogo nè il male, nè mancamento, nè corruzione (anche la corruzione è una specie di male). Anche i teoremi geometrici si trovano per mezzo dell’attività, poichè si trovano facendo delle divisioni (‘). Se queste fossero già eseguite, quelli sarebbero evidenti. Così, sono soltanto in potenza. Ad es.: perchè gli angoli del triangolo fan due retti? Si sa che gli angoli in ogni punto d’una linea sono uguali a due retti: se, dunque, fosse già tirata la parallela a un lato (?), la cosa sarebbe chiara al primo colpo d’occhio. Perchè l’angolo nel semicerchio è sempre retto? Per questo che, quando dei tre segmenti uguali, di cui due formano la base, si è elevato il terzo perpendicolare dal centro al vertice, chi già sa che la somma degli angoli è di due retti, vede subito chiaro (5). cavallo fa il cavallo valente e buono al corso e a portare il cavaliere e a sostenere l’impeto dei nemici ». Non opportuno, quindi, il rilievo del Bonitz (p. 407): «iudicium morale de bono et mali immisceri falso iis rebus, a quibus illud est alienum ». Nò è erroneo il ragionamento che segue, come pensano il B. e il Ross (II, 268), se si tien presente il passaggio, abituale in A., alla posizione 0ggettivistica, onde gli atti risultan graduati in corrispondenza delle cose stesse e delle loro potenze (assolutamente buone, come quelle incorruttibili; capaci di esser buone o cattive, o sempre cattive, come quelle corruttibili). E tà redypata (ch'io ho tradotto: «le cose di quaggiù ») non oppongono le cose cattive in generale all'Idea del male (come Aless. e i moderni intendono): chè il discorso varrebbe anche per l’Idea del Bene; ma le cose corruttibili alle incorruttibili. Srargovvteg: ch'è operazione affine all'&varterv (benchè qui prevalga il senso costruttivo), in cui consiste l’attività della è.&vora. V. passo di Erk. Nie., citata in nota a VII. 7, 7. E ric. il metodo dieretico di Platone. Dall'estremo della base, e prolungando questa (come nella nota dimostrazione di Euclide). Vede subito chiaro che i due triangoli uguali, in cui è stato scomposto quello inscritto nel semicerchio, sono rettangoli isosceli, sì che l’angolo intero alla circonferenza risulta di due metà di un retto. A. sceglie il caso più evidente (perchè gl’isosceli son qui rettangoli); ma, com'è noto, il metodo di dimostrazione è lo stesso anche per gli altri casi (congiungendo il centro del cerchio col vertice del triangolo si ottengono pur sempre due isosceli, con due retti al centro, e due coppie di angoli uguali). Dei tre segmenti uguali due formano il diametro, il terzo è il raggio perpendicolare alzato dal centro. 300 3 MBTAFISICA In conchiusione, è manifesto, che ciò ch’è in potenza noi 6 veniamo a scoprirlo riportandolo (') all’atto. E la ragione di ciò è che intendere è attualizzare. Onde dall’atto vien la potenza. E perciò, anche, le cose le conosce chi le fa. L’atto è posteriore alla potenza nel divenire soltanto dell’ individuo numericamente considerato. CapitoLO X (?). Dell’ essere e non-essere si parla o riferendosi alle figure 1 1051 b delle categorie, ovvero alla distinzione di potenza e atto per ogni cosa che in esse si predica, e pel suo contrario (*); 0, anche, in quanto vero e falso nel lor più proprio significato. In quest’ultimo senso l’essere è considerato nelle cose in 2 quanto può essere composto o diviso. Per la qual cosa è nel vero colui che pensa esser diviso ciò ch’è diviso, e composto ciò ch’è composto; è nel falso, invece, chi pensa altrimenti di come le cose stanno. Ora, si chiede: Esiste o non esiste, 3 O portandolo? Il Ross preferisce ky6peva ad àvaysueva. Ma, comunque si preferisca, il problema è lo stesso, e involge tutto il pensiero aristotelico in un nodo che può, giustamente, sembrare insolubile. La verità del teorema, come ogni verità, vien da noi «scoperta » in quanto già c’è. Ed è in atto, in sè, sebbene soltanto in potenza per noi in quanto la dobbiamo ancora scoprire; e la scopriamo riconducendola 8a quell’atto in cui il nostro intenderla coincide con l'esser suo stesso: si che la dualità, in questo punto, cessa, e noi possiamo anche dire che l’abbiamo conosciuta perchò l'abbiamo prodotta (sa chi fa). Intendere è attualizzare: vénow tveoyera (meglio, col Ross: Î vénars èvée.: altrimenti, bisognerebbe forse intendere che l’atto dell'oggetto è un atto del vos stesso: il che è troppo vero per esser asserito, così semplicemente, da A. qui). Per l'individuo numericamente considerato, v. capitolo precedente, 4. È dubbio che questo capitolo sia stato scritto originariamente per esser posto a questo punto. I richiami a V. 7, 4-7e a VI. 2, 1-3 e 4,4 non sono decisivi su ciò. Cfr. JAEGER (Entst., 49; Arist.). Invero, il rapporto tra il pensiero discorsivo e la verità reale, tra l'unità del ne e l'atto di apprenderlo, non è questione estranea all'argomento dei libri VII (cfr. Sommario per capp. 4 e 10), VIII (capp. 3 e 6), IX (4, 3 e capp. 8 e 9). Dianzi s'è pur trattato di quelle sostanze semplici ed eterne delle quali si ripiglia qui a parlare. Ma è il tono che, soprattutto, non si accorda con quello. complessivo della ricerca precedente. Il non-essere di ogni cosa in ogni categoria. Nel lor più proprio significato: il testo vuole forse « nel suo più proprio 8. », riferito all'essere. Ma cfr. VI. 4, 4; nè sarebbe conforme al modo di pensare di A., sembra. LIBRO NONO 301 quel che noi intendiamo per vero o per falso? Bisogna bene che sappiamo quel che diciamo. Considera, infatti, che, non perchè noi ti reputiamo bianco, tu sei bianco davvero; ma, all'incontro, perchè tu sei bianco, pensiamo il vero noi che ti diciamo bianco. Orbene, l'essere di alcune cose è sempre unito e non può mai venir diviso, in altre invece è sempre diviso e non può mai congiungersi, in altre infine può trovarsi ne’ due modi opposti (‘). Se, dunque, l’essere di una cosa consiste nella composizione sì da formare un’unità, e il suo non-essere nella divisione sì da formare una molteplicità, nelle cose che possono trovarsi in entrambi i modi la medesima affermazione può esser vera e falsa, potendo ben avvenire che una volta si sia nel vero, e un’altra nel falso. Invece, nelle cose che non possono esser altrimenti di quel che sono, non avviene che una volta si sia nel vero e un’altra nel falso, ma si è sempre o nel vero o nel falso. Ma quando l’essere di una cosa è semplice (?), in che consiste il suo essere o non essere, e come di essa si può ‘dire il vero o il falso? Chè non è già componibile o scomponibile, sì che esista quando c’è la composizione e non esista quando c’è la divisione (come è il caso del legno di color bianco, o della diagonale che non è commepnsurabile). Qui il vero e il falso non può aver luogo nello stesso modo che nelle cose dette prima (*), e, come il vero, così anche Es: il triangolo e l’uguaglianza della somma degli angoli a due retti; la diagonale e la sua commensurabilità al lato del quadrato; Socrate e il suo camminare. V. per quel che segue, note a V. 29 e VI. 4: in questo secondo venne accentuata sul primo la soggettività della sintesi-dieresi, in cui consiste il giudizio affermativo o negativo, e il vero o falso; qui si ricerca, invece, con un passo ulteriore sul secondo, la corrispondenza oggettiva a quel principio logicosoggettivo. Si potrebbe intendere delle pure essenze in generale, in sè e per sè, 6 delle categorie (cfr. VIII. 6, 7-8), e dei principii primi nel senso gnoseologico; ma anche, e forse meglio, in senso esietenziale, degli esseri immateriali. Comprese (come l'esempio della diagonale dimostra) quelle che sono sempre vere o false nel giudizio. Qui vero == intendere (e il suo oggetto); falso = non intendere, ignorare. 1052 a 302 METAFISICA l'essere non può avere qui lo stesso significato che là. In queste cose è possibile la verità e l'errore soltanto nel senso che coglierle (') è già enunciarne la verità (enunciare non è lo stesso che affermare), non coglierle vuol dire ignorarle. Sbagliarsi sull'essenza di una cosa non è possibile tranne che per accidente, e così pure non ci si può sbagliare per quelle sostanze che non sono composte, perchè sono tutte in atto, e non in potenza: chè, altrimenti, si genererebbero e perirebbero, laddove l’essere che è in sè e per sè, non ricevendo il suo essere da altro, non nasce e non muore. In conchiusione, quando l’essere delle cose è ciò che è, in atto, su esso non è possibile ingannarsi: si può soltanto intendere o non intendere. Tuttavia, si può chiedere ciò che esse sono, se l’essenza loro è tale, o no. Per l’essere nel senso del vero e il non essere in quello del falso, si ha, dunque, nell’un caso, il vero se c’è una composizione, il falso se questa non c’è; nell’altro caso, se il suo essere è il suo stesso esser vero, e se non è così, neppure è (*). Chè la verità sua consiste nell’intenderla, e il falso o l’inganno non ha luogo. Ci può essere ignoranza, ma non come una cecità, chè, allora, vorrebbe dire che uno non ha addirittura la facoltà d’intendere. &yeîv, toccare. Cfr. XII. 7. 1072 b, 21 ($ 7). È l’apprensione immediata del vero e reale: così anche l'atto dell’alo&nors (cfr. IV. 5, 19). E cfr. anche De An., ITI. 6. 430 b, 26-30: dove pure si accenna alla pdow come distinta dalla xatapagws; cfr. De interpr., 6. 17a, 25: « Affermare è enunciare qualcosa di qualcosa ». Infatti, nel paragrafo seguente, si concede di chiedere ciò che esse sono. La distinzione dei termini (del discorso in generale e di quello che ha valore propriamente logico) non è mantenuta altrove. Chi chiede, non sa nel senso che non gi rende conto ancora, e però può sbagliare per accidente. Passo molto tormentato dagl'interpreti. Mi sono ispirato a S. Tom. (1915): «Alio vero modo in rebus simplicibus verum est, si id quod est vere eng, i. e. quod est ipsum quod quid est, i. e. substantia rei simplex, sic est sicut intelligitur; si vero non est ita sicut intelligitur, non est verum (in intellectu)». Toglierei queste ultime parole. In A., inoltre, l'equivalenza della verità del pensiero all'essere dell’oggetto è posta più immediatamente, anzi sottintesa più che espressa (di qui una causa dell'oscurità del passo, il quale, in sostanza, sembra voler affermare che per gli esseri semplici, così come per la véno, esiste la verità, non l’errore: vero e falso, riguardo a essi, equivale ad esistere o non esistere). Anche in riguardo agli enti immobili, finchè uno li considera tali, non è possibile, evidentemente, cadere in errore quanto al tempo. Mi spiego: a meno che uno non pensi che la natura del triangolo possa mutare, non potrà pensare che una volta la somma de’ suoi angoli è uguale a due retti, e un’altra no (altrimenti, la sua natura mauterebbe). Invece, può darsi che nello stesso genere reputi che un oggetto sia in un modo e un altro in un altro: ad es., che dei numeri pari nessuno sia primo, ovvero qualcuno sì e altri no (‘). Ma quando si tratta di un unico oggetto, questo non è mai possibile, perchè non si potrà già credere che sia ora in un modo e ora in un altro; ma, riguardo a esso, si sarà nella verità o nell’errore nel senso che esso rimane eternamente uguale. Ovvero, che il due sia primo, gli altri no (giustamente, se dei pari; non cosi, se dei numeri in generale). Se l’oggetto è unico, per es. un tal numero, non il numero in generale, neppure tale errore è possibile: il giudizio nostro (vero o falso) implica ch'esso è sempre così. Dell’errore intorno al numero parla anche il Teeteto Che dell’Uno si parla in molti modi, si disse già (') discorrendo dei molteplici significati di alcuni termini. Ma, pur dicendosi in vari modi, questi si riducono per le cose che si dicono une, non per accidente, ma primariamente e per Se stesse a quattro capitali. Uno dicesi, infatti, il continuo, o in generale, o score tutto quel ch’è tale per natura, e non per contatto o per legame esteriore; e questo tanto più e più propriamente è uno, se sia di cose il cui movimento è meno divisibile e più semplice (?). Inoltre, uno, e a maggior diritto, è l’intiero (?), e ciò che ha qualche figura e forma: specialmente se qualcosa sia tale V. lib. V. 6: qui si tralasciano i modi accidentali; e quelli essenziali vengon divisi in quattro corrispondenti, nell’ insieme, a quelli del lib. V d’individuo e l’universale sono una distinzione dell'unità dell'atto anche colà affermata, nel $ 10, ma qui posta a fondamento, oltre che per il pensiero, anche per le cose). Invece, prende il priino posto qui la trattazione colà brevemente accennata (13-15) del concetto dell’unità in sè e per sò. Per il rapporto tra i due concetti, di continuità sostanziale e unità del movimento, cfr. nota a V. 6, 5. All'interezza si accennò anche in V. 6, 12: qui ha maggior rilievo, e determina l'unità del movimento non soltanto in rapporto al tempo, ma anche allo spazio (tale è, si direbbe, l’atto vitale: f 82 toù èveoyera xs toriv: Eth. Niec., X. 4. 1175 a, 12, e cfr. ivi, cap. 4, per il piacere, che nell’atto è sempre intero e perfetto, e in questo senso non è della specie di movimento che si produce attraverso le varie parti dello spazio e del tempo). per natura, e non per forza (come quel ch'è unito con la colla, con chiodi o corda), ma abbia in se stessa la causa della sua continuità. E tale è in quanto il suo movimento è unico e indivisibile nello spazio e nel tempo: così che è evidente che, se una cosa ha per natura il principio più eccellente di quel movimento ch’è primo (voglio dire, dei movimenti spaziali, quello circolare) ('), essa è, tra le cose estese, una per eccellenza. Queste cose, dunque, sono une così, o per continuità o per interezza. Altre, quando uno sia il concetto. Tali sono quelle di cui unica è l’intellezione; e tali, quelle che s’intendono con un atto indivisibile. E questo è indivisibile se sia di ciò ch’è indivisibile per la specie o pel numero. Indivisibile numericamente è l’individuu; per la specie, ciò ch’è tale per la conoscenza e per il sapere: sì che primariamente uno sarà quel ch’è causa dell'unità delle sostanze (?). Si dice, dunque, l’uno in tutti questi sensi: ciò ch’è continuo per natura, l’intero, l'individuo e l’universale. E l’uno vale per tutte queste cose, in quanto nelle une è indivisibile 1058 b il movimento, nelle altre l’intellezinne o il concetto. Ma si ponga mente di non prendere come la stessa questione questa: quali sono le cose alle quali si attribuisce unità; e l’altra: qual’è l'essenza propria dell’uno e il suo concetto. L’uno, infatti, si dice in tutti i modi accennati, e ogni cosa, a cui convenga qualcuno di questi modi, è una. Dei movimenti spaziali quello circolare è perfetto, per la semplicità (indivisibilità) e continuità: tale, quello eterno del cielo: come si dimostra nel cap. 8 del lib. VIII della Fisica (nel cap. 7 si era dimostrata la superiorità del puro movimento spaziale, in generale, alle altre forme di movimento proprie delle cose che si generano e mutano di quantità e qualità: cfr. qui VIII. 1,8; IX. 8, 25; XII. 6,2 7,4). Cose estese: lett. grandezza (peyedog: ciò che è o ha grandezza). El principio dell'unità nel sinolo (sostanza) è la forma, la pura essenza nel pensiero discorsivo, l'atto in sè nella realtà in generate, e la sua attualità nell'individualità concreta. Nota lo scindersi dell’atto della vénows, nel brusco passaggio alle cose, nelle due categorie supreme del pensiero discorsivo: l’ individuo e l’universale (anzi, in quelle della conoscenza in generale: il dato della percezione e quello, il concetto, della divora... L'oscillazione tra questi punti di vieta spiega anche il passaggio tra i termini di concetto, specie, universale, che ora coincidono e ora non coincidono nel pensiero aristotelico. Ma l'essenza dell’uno si dirà, talora, secondo qualcuno di essi; tal’alra, secondo altro che è anche più vicino al nome, e contiene quelli in potenza ('). La cosa sta come per elemento o causa: altro è se uno debba determinare a quali cose si attribuisce, altro se debba dare la detinizione del nome. Poichè come elemento si può addurre il fuoco (e certamente l’indefinito per se stesso, 0 altro di questa specie, può essere un elemento) , ma anche non addurlo: chè non è la stessa cosa esser fuoco ed esser elemento: il fuoco è elemento in quanto è una cosa particolare, esistente in natura; mentre il nome elemento significa che questo appartiene al fuoco perchè c’è qualcosa di cui esso è la parte costitutiva e originaria. Così dicasi anche della causa e dell’uno, e di tutti gli altri termini somiglianti. Per ciò, anche, l’essenza dell’uno è di esser indivisibile, come quello che è un determinato ed ha una propria esistenza separata per lo spazio o per la specie o per il pensiero; o, anche, di esser un intero indivisibile (*); ma, soprattutto, di essere la prima misura di ogni genere, e in primo luogo del genere della quantità: chè di qui si estese agli altri generi. Passo un po' oscuro. Meglio di tutti, mi sembra, S. Tom.: « Hoc ipsum quod est unum, quandoque quidem accipitur secundum quod inest alicui dietorum modorum, puta ut dicam quod unum secundum quod est continuum, unum est. Et similiter de aliis. Quandoque autem hoc ipeum quod est unum, attribuitur ei quod est magis propinquum naturae unius, sicut indivisibili, quod tamen secundum se potestate continet praedictos modos: quia indivisibile secundum motum, et continuum et totum; indivisibile autem secundum rationem, est singulare et universale »., Qui si parla, infatti, del concetto puro dell’uno, in sè e per sè, non in rapporto alle cose, sebbene si dica che possa esser concepito anche secondo i modi in cui l’uno si predica delle cose (ossia come essenza di questi: così intendo il dativo della 1. 6, non, come il Bonitz o il Ross, quale termine di appartenenza predicativa). Prù vicino al nome, ossia al concetto puro (nota l'oscillazione tra il punto di vista logico puro e quello verbale), è il concetto di misura. L'indefinito: l'&xergov di Anassimandro (non il fuoco, s'intende). Un intero indivisibile: par raccogliere l’unità formale e materiale, distinta prima in indivisibilità per lo spazio, per la specie o per il pensiero, analogamente al $ 11 di lib. V. 6. Il concetto di misura, dunque, vuol essere un principio conoscitivo per ogni genere di cose, sebbene si applichi più comunemente al genere della quantità. Poichè misura è quella per cui si conosce la quantità; e la quantità, in quanto tale, si conosce o per mezzo del numero o dell'uno: ma ogni numero si conosce per mezzo dell’uno. Per cui ogni quantità, in quanto tale, si conosce con l’uno; e ciò per cui primieramente le quantità son conosciute è l’uno in sè e per sè. L'uno, dunque, è il principio del numero in quanto numero. Di qui anche per gli altri casi dicesi mi. sura ciò per cui primieramente conosciamo ciascuna cosa, e misura di ogni cosa è l’uno per la lunghezza, per la larghezza, per la profondità, per il peso, per la velocità. (Peso e velocità, potendo ciascuno avere due significati, si usano in comune per i contrari: pesante dicesi ciò che ha un qualsiasi grado di gravità e ciò che ne ha in eccesso, e veloce ciò che ba un qualsiasi grado di movimento e ciò che ne ha in eccesso: poichè anche ciò ch’è lento ha una certa velocità, e ciò ch’è leggero una certa pesantezza). In tutti questi, dunque, la misura principale è qualcosa d’uno e senza parti: anche nelle linee si usa come indivisibile quella d’un piede. In ogni caso, infatti, si cerca per misura qualcosa d’uno e indivisibile, e questo è ciò ch’è semplice o per qualità o per quantità. Ora, dove sembra non esserci nulla da togliere o aggiungere, ivi la misura è esatta: perciò 1053 a quella del numero è la più esatta, perchè l’unità si pone come indivisibile per ogni rispetto, e negli altri casi non si fa che imitare questa specie di misura. Di uno stadio, infatti, e di un talento, e di ciò che in generale è più grande, ci sfugge se qualcosa vien aggiunta o tolta, più facilmente che per una quantità minore. Laonde quella prima, a cui niente di percepibile può esser aggiunto o tolto, quella tutti prendono per misura: per i liquidi come per i solidi, per il peso come per la grandezza. E allora pensano di conoscere la quantità di una cosa, quando la conoscono per mezzo di quella misura. E anche il movimento si misura con quello semplice e ch'è più veloce: chè questo occupa un tempo minimo. Ond’è che in astronomia questa è l’unità che serve di principio e misura (poichè si suppone che il movimento del cielo sia uniforme e il più veloce, e in rapporto a questo si giudicano gli altri). E in musica, il diesis, perchè è l'intervallo minimo; e nella parola, la lettera. E in tutti questi casi c’è, così, un qualcosa di uno: non come se l’uno sia qualcosa di comune (‘), ma come s'è spiegato. Ma non in ogni caso la misura è una numericamente; talora è più di una: i diesis, ad es., son due (non per l’orecchio, ma per il computo) (?); e i suoni articolati, con cui misuriamo le parole, son più di uno; e due misure hanno la ‘diagonale e il lato, e tutte le grandezze. Così, dunque, l’uno è la misura di tutte le cose, perchè noi conosciamo ciò di cui si compone la sostanza dividendola o secondo la quantità o secondo la specie. L’uno è perciò indivisibile, perchè in ogni cosa ciò ch’è primo è indivisibile. Ma non nello stesso modo ogni uno è indivisibile: per es., il piede e l’unità, questa è indivisibile per ogni rispetto, quello vuol esser tale rispetto alla sensazione, come 8’è detto: chè ogni continuo è, senza dubbio, divisibile. Sempre, poi, la misura è dello stesso genere: delle grandezze, una grandezza; e in particolare: della lunghezza una lunghezza, della larghezza una larghezza, dei suoni articolati un suono articolato, del peso un peso, delle unità una unità (così bisogna intendere qui: non che dei numeri la misura sia un numero: si dovrebbe dir così, se il caso fosse simile; ma che non sia simile si vede da questo, che si farebbe misura delle unità, non l’unità, ma le unità: chè il numero è molte unità). Anche la scienza e la sensazione diciamo che sono misura delle cose, per questo, che con esse conosciamo qualcosa: sebbene siano esse misurate, piuttosto che esse misu Punta polemica contro l’Uno platonico. Il Ross riferisce la distinzione di Aristosseno, scolaro di A., del diesis come un quarto e come un terzo di tono. I suoni articolati: vocali e consonanti. Due misure hanno, ecc. Oscuro. Si può pensare alla incommensurabilità della diagonale al lato, sì che esigano unità di misura diverse; ed alla necessità di almeno due dati per la misura delle superfici, dei solidi, ecc. Ma il testo, questo, non lo dice, rare. Accade a noi come se un altro ci misurasse e noi conoscessimo quanto siam grandi per aver egli applicato il cubito su noi per tutta la nostra altezza. Protagora dice che 1023 b l’uomo è misura di tutte le cose, intendendo di chi sa e di chi sente: e questi, perchè hanno l’uno la sensazione, l’altro il sapere, che noi pur diciamo esser misure de’ loro oggetti. Sembra voglia dire qualcosa di profondo: invece, non ne dice nulla ('). Che, dunque, l’essenza dell’uno, se si deve definire il si- 16 gnificato del termine, consiste soprattutto nell’esser una de* terminata misura, e in primo luogo della quantità, in secondo della qualità, è manifesto. E tale sarà se sia indivisibile, in un caso, per la quantità, nell’altro per la qualità; sì che l’uno è indivisibile, o assolutamente, o in quauto uno. Già nella trattazione dei Problemi incontrammo la que- 1 stione, che qui convien riprendere, della natura sostanziale (?) dell’uno: che cosa esso è, e come si deve di esso giudicare. E cioè, come se l’unità stessa sia una determinata sostanza (al modo dei Pitagorici prima, e di Platone poi); o se non piuttosto abbia qualche natura a sostrato, e però si debba parlare di esso più intelligibilmente, e piuttosto come i Fisiolugi, dei quali chi dice che l’uno è l’amicizia, chi Varia, chi l’indefinito. V. nel lib. IV la polemica contro il Protagorismo: là come qui, A. respiage decisamente il soggettivismo della conoscenza (chi 8a, chi sente: per il significato preciso di questo soggettivismo, v. nota al passo simibe in V. 15, 8). Sensazione e sapere sono misure per quanto contengono di realtà e verità oggettiva. È realismo? (Cfr. Rolfes, a q. 1.: « A. è realista, non idealista. Egli si oppone a JIegel, che fa il concetto misura e principio delle cose, ecc. »). Sì, ma in senso affine all’idealismo del suo maestro. (9) Lett. «la natura e la sostanza». Ma quos vale talvolla la sostanza in generale (V. 4, 9), e odola è l'essere nella categoria principale. Trattazione det Problemi: lib. III, 4, 31-42. Per i Pitagorici e Platone: lib. I. 6, 9-10. I Fisiologi ricordati sono Empedocle, Anassimene, Anassimandro. Se nessuno degli universali può essere sostanza, come 8’è detto dove parlammo (!) della sostanza e dell’essere; € se l’essere stesso non può essere sostanza nel senso di qualcosa che sia uno fuor del molteplice (chè esso è un termine comune), ma è soltanto un predicato; è chiaro che neppure l’unità è sostanza: l’essere e l’uno, infatti, sono di tutti i predicati i più universali. Sì che neppure i generi sono determinate nature e sostanze separabili dalle altre cose; nè l’unità può esser genere (?), per le stesse ragioni per le quali non sono genere nè l’essere nè la sostanza. Inoltre, bisogna che si applichi a tutte le categorie ugualmente. L’essere e l’uno hanno gli stessi vari significati: sì che, come per le qualità l’uno è qualcosa di determinato e d’una certa uatura, e così pure per le quantità, è chiaro che bisogna anche domandarsi per tutti i casi che cosa è l’uno (così come che cosa è l’essere), e che non basta dire che questa è la sua natura, di esser uno. Non è dubbio: nei colori l’unità è un colore, poniamo il bianco, e però da questo e dal nero si veggono generarsi gli altri (*): il nero è privazione del bianco, così come della luce l’oscurità (questa è la privazione della luce). Talchè, se le cose fossero colori, esse formerebbero, sì, un molteplice , ma determinato, e appunto, evidentemente, di colori; e l’unità sarebbe un uno determinato: poniamo, il bianco. E similmente, se le cose fossero note, ci sarebbe un numero, ma di diesis, e non sarebbe già numero la loro sostanza; e l’unità sarebbe qualcosa, di cui Ja sostanza sarebbe non di esser unità, ma diesis. E similmente dei suoni articolati: le cose sarebbero tante lettere, e l’uno sarebbe una lettera, una vocale. Se fossero figure rettilinee, ci sarebbe una molteplicità di figure, e Lib. VII. 13. | Cfr. lib. IIT. 3, 7: qui, genere è g. reale; invece, nella frase precedente, î generi sono universali. Alla 1. 30 ho accettato l’elca (invece di el) proposto dal Ross. Lett. «un numero », come dopo. Ma ho tradotto cosi per chiarire l’equi valenza dei termini qui. (Così come ho usato talora unità invece di uno, quando questo equivale all'astratto). l'uno sarebbe il triangolo. E il discorso è lo stesso per gli altri generi. In conchiusione, come, allorchè si tratta di affezioni (di qualità, di quantità, o di movimento) delle cose, c’è un molteplice e un uno che è, in tutti i casi, un molteplice determinato e un determinato uno, di cui la sostanza non è quella di esser uno; nello stesso modo, necessariamente, dev’essere per le sostanze: perchè la questione è la stessa per tutti i casi. Che, dunque, l’unità sia in ogni genere una natura determinata, e che in niun caso la natura di una cosa sia l’uno per se stesso, è manifesto: ma, come nei colori l’unità da cercare è quella che è un colore, così anche nella sostanza l’unità è quella ch’è sostanza. Che, poi, l’uno significhi in certo modo (') la stessa cosa che l’essere, è chiaro, in primo luogo, dal fatto che s’accompagna a esso per altrettante categorie, e non è compreso in nessuna (non, poniamo, in quella dell’essenza, nè in quella della qualità), ma ci sta così come l’essere; in secondo luogo, perchè con « uno-uomo » non vien predicato nulla di diverso che con « uomo », nello stesso modo che l’essere non è nulla fuori dell'essenza, della qualità o della quantità; in fine, perchè esser uno vale esser individuo. CapitoLo III L’uno e il molteplice si oppongono in molti modi, dei quali uno è come quello dell’indivisibile al divisibile: molteplice si dice qualcosa s’è divisa o divisibile, una s’è indivisibile o non divisa. Ora, poichè l'opposizione è di quattro specie, una delle quali si dice secondo privazione, qui avremo quella di contrarietà, non quella di contraddizione nè di termini relativi (*). E l’uno si denomina e si chiarisce Chè l’unità può indicare, più propriamente, la misura, come s’è visto dianzi. « Uno-uomo »: cfr. IV. 2, bd. Cfr. V. 10, 1. Intendi: una specie di opposizione è quella in cui si guarda alla privazione: non a quella opposta all'EE, ma a quella propria della contra-dal suo contrario: dal divisibile, l’indivisibile; e la ragione è che il molteplice e divisibile si percepisce meglio dell’ indivisibile: per cui il molteplice è prima dell’indivisibile nel concetto, a cagione della percezione. All’uno appartiene, come descrivemmo anche nella Distinzione dei contrari ("), lo stesso, il simile, l’uguale; al molteplice, il diverso, il dissimile, il disuguale. Lo stesso (?) si dice in molti modi: in un modo si dice talora badando al numero; in un altro, se la cosa è una e per il concetto e per il numero: poniamo, tu sei una cosa sola con te stesso e per la specie e per la materia; in fine, se il concetto che riguarda la sostanza prima (?) sia unico: per es., le linee rette uguali sono le stesse, e così i quadrilateri equivalenti e con angoli uguali, benchè sian molti: chè in essi l’uguaglianza vale identità. Simili son le cose se, non essendo assolutamente le stesse, nè senza differenze per la sostanza che fa loro da sostrato, siano pur le stesse per la specie: per es., il quadrato maggiore è simile al minore, e le linee rette disuguali sono simili: esse sono simili, non assolutamente le stesse. Altre cose sono simili, se, avendo la stessa specie, ed essendo cose in cui si dà il più e il meno, non abbiano in questo differenza. Altre cose, se hanno la stessa affezione, che sia la medesima per la specie, per es. la bianchezza, ma in grado maggiore o minore, si dicono simili perchè identica è la loro specie. Altre si dicon tali, se di qualità che son le stesse ne hanno in numero maggiore che di diverse, o assolutamente, o quelle più in vista: per es. lo rietà (ch’è privazione totale). Par come manchi qualcosa nel testo. Il termine negativo, qui, è l’uno (nell’esperienza ci è dato il molteplice, non il meramente uno). Vedi IV. 2, 6. All'uno appartiene lo stesso per la sostanza, il simile per la qualità, l'uguale per la quantità. Cfr. V. 9. L'identità per il numero Aless. (615, 23) l’intende come l’unità accidentale; ma nota che poco dopo essa è fatta equivalente a quella per la materia (i due concetti del sinolo): elBog dè Abyo tò ti fiv elva: éxdatov xal Thv aQOInY odolav. Nota, tuttavia, che l'illustrazione del concetto è presa da realtà matematiche. stagno è simile all’argento per il bianco (‘), l’oro al fuoco per il colore giallo-ardente. Per ciò è chiaro che anche il diverso e il dissimile si dicono in molti modi; e la diversità si oppone così all’ identità, che ogni cosa rispetto a ogni altra o è la stessa o è diversa. Ma diverso è anche ciò di cui la materia e il concetto non è identico: tu, per es., e il tuo vicino siete diversi. E la diversità, in terzo luogo, è come negli oggetti matematici (*). Diversità, dunque, e identità si dicono di ogni cosa rispetto a ogni altra, purchè siano cose che hanno unità e realtà: poichè il diverso non è il contradittorio dell’ identico, onde non si dice delle cose non esistenti (delle quali la nonidentità pur si predica), ma delle cose esistenti tutte quante: chè queste, avendo per natura unità ed esistenza, o sono identiche o non identiche (*). Il diverso, dunque, e l’identico si oppongono in questo modo. Ma differenza e diversità non son lo stesso. Ciò ch'è diverso e ciò da cui è diverso non son di necessità diversi per un rispetto determinato. Tutto, pur che sia reale, o è diverso o identico. Ma quel ch’è differente da qualcosa, ne differisce per qualche rispetto : quindi c’è necessaria Alla 1. 23: fl Aeuxév, inv. di 7 xQvo@ (Ross). Per la somiglianza, cfr. V. 9, 6. La somiglianza, dunque, è o per la specie , o per il grado di questa , 0 perchè una qualità delle cose è la stessa, sebbene in grado diverso , o perchè di qualità ne hanno un buon numero, o le più evidenti, in comune . Nel 1° caso, la specie ha significato formale, ma non sostanziale (concreto), onde ]a differenza resta puramente quantitativa (la specie qui fa anche da qualità); nel 2°, è forma sengibile, chiarita dal 3° caso: in questi © nel 4° si unisce un criterio quantitativo. Forse per questo A. non tratta, dopo, dell'uguale (di questo egli si è valso anche per l’identico: cfr. $ 4‘. Gli opposti (dissimile e disuguale) vengono, quindi, assorbiti dalla trattazione seguente intorno alla diversità, differenza e contrarietà. Vedi $ 4. Qui la diversità, forse, è nella forma o concetto; nel caso precedente, nella materia: entrambi fan capo alla prima definizione (la quale vien determinata nel paragrafo seguente per le cose esistenti sostanzialmente). Ho tradotto con diverso o diversità sia l’Étegov, che l'&XX0; con lo stesso o identico (o identità), tadté, e qualche volta anche l’Év (1. 22, dove l’altro Ev è, propriamente, l’unità). Per la diversità e la differenza (1 Biapoodi, cfr. V. 9, 4-5. Ev e oòy Ev: ma questo bisogna pensarlo come privazione, 0 equivalente all’Evegov: se, invece, si fa equivalente.al pù taòré della parentesi, si torna alla negazione che vale per l'esistente e per il non-esistente. vivi: prima tradotto «per qualche rispetto determinato ». La differenza di mente qualcosa d’identico per cui differiscono. Questo ch'è identico, è o il genere o la specie. Noi vediamo, infatti, che tutte le cose differiscono o per il genere o per la specie: per il genere, quelle che non hanno una materia comune, nè si generano le une dalle altre (*): così, quelle che figurano in una categoria diversa; per la specie, invece, quelle che hanno il medesimo genere. E si chiama genere ciò che di entrambe le cose differenti si dice, secondo la sostanza, identicamente. E i contrari son differenti: chè la contrarietà è una differenza determinata. Che questo, come ora s8’è esposto, stia bene, è manifesto per induzione: poichè essi si mostrano, tutti, differenti e identici, non soltanto diversi : ma alcuni diversi per il genere; altri, essendo nella stessa serie della categoria, son nello stesso genere e identici per questo. Abbiamo altrove determinato quali cose sono per il genere identiche o diverse. genere può ammettere un’unità soltanto analogica: efr. V. 6, 15 (dove il genere vien già identificato con la categoria: come nel paragrafo seguente). Prima, per le forme dell’uno, è presupposto il molteplice; qui, il molteplice implica un p. d. v. unitario (ma A. mette ciò poco o nulla in rilievo). Nota la mescolanza del p. d. v. realistico con quello logico. Di qui le difficoltà del passo, onde il Christ vorrebbe espunta la frase seguente, ch’egli, d’accordo col Bonitz, trova in contraddizione con l’altro accenno alle categorie nel S 10. Il colore e il suono, ad es., son generi diversi, entrambi nella categoria delia qualità, Il testo, tuttavia, dà ragione al Ross di sostenere che la serie categorica del $ 10 non accenna a una distinzione interna a ciascuna categoria, ma coincide con l’accenno qui alle figure categoriche. « A. senza dubbio chiama generi molte classi che non sono categorie, ma in senso stretto le categorie sono i soli generi, perchè sono le sole classi che non sono specie» (Ross a q. l.). Si può aggiungere che A., quando ha in vista l'essere concreto, lo pensa, insieme, come sinolo di materia e forma (dove il genere primo è la materia nella sua maggiore indeterminazione), e come usia ch'è sostrato delle altre determinazioni (donde le categorie come summa genera, reali e logici insieme). Il testo è alquanto incerto: così, com'è nel Christ, meglio sottintendere come soggetto tà èvavila (Ross), e fare del passo un preludio al capitolo seguente. Certo, il discorso si complica, qui, di entrambi i concetti, della diversità e della differenza: il diversi in questo punto non ha lo stesso valore di quello che segue (che comprende i contrari per coppie, non l’uno in rapporto all’altro). Abbiamo altrove determinato: V. 28, 6. Poichè può darsi che le cose tra loro differenti differiscano 1 più o meno, ci ha da essere anche una differenza massima. Questa io chiamo contrarietà: e che sia la massima differenza, si vede per esperienza. Invero, tra le cose di genere differente non c’è passaggio, anzi si tengono lontane, sì che non vengon mai a confronto. Ma quelle che differiscono per la specie si generano da estremi che sono i contrari. Ora, la differenza degli estremi è la maggiore che ci sia. E tale è anche quella dei contrari. Ma ciò che in ciascun genere vi 2 è di maggiore, è perfetto: poichè maggiore di tutto è ciò di cui niente è superiore, e perfetto è ciò fuori del quale non è possibile trovar altro. La differenza perfetta possiede il fine (‘), così come anche le altre cose si dicono perfette perchè posseggono il fine: e fuori del fine non c’è nulla, poichè esso in ogni cosa è l’ultimo termine e abbraccia tutto. Perciò non c’è nulla fuori del termine finale, e ciò ch’è perfetto non ha bisogno di nulla. Da questo è, dunque, chiaro che la contrarietà è una differenza perfetta. Ma, poichè i contrari si dicono in molti sensi, la perfezione che a loro compete si dirà, di conseguenza, negli stessi modi. Così stando le cose, è manifesto che un contrario non può 3 avere più di un contrario: poichè del termine estremo non se ne può dar uno più estremo, nè possono esserci più di due estremi di una sola e unica distanza. E in generale, se la contrarietà è una differenza, e la differenza è fra due termini, così, dunque, sarà anche di quella ch’è differenza perfetta. E di necessità anche le altre definizioni dei contrari trar- 4 ranno di qui la loro verità. Poichè la differenza perfetta è quella onde le cose differiscono di più: onde non è possi Si tengano presenti i termini greci téievov e térog, e cfr. V. 16. Vedi anche ivi, cap. 10, per l'opposizione in generale e per la contrarietà. La fine di questo paragrafo è chiarita dal 8 5. bile trovar nulla fuori di essa, sia che le cose differiscano di genere, o di specie. Si è mostrato, infatti, che non è possibile una differenza in rapporto a cose che sian fuori del genere, ma è tra quelle dello stesso genere che la differenza può esser massima, ed i termini che qui più differiscono sono contrari: chè differenza massima, in questi, è quella perfetta. E dove ciò che può ricevere quei termini è lo stesso, son contrari quelli che più differiscono: poichè la materia per i contrari è la stessa, e così dicasi per le cose che, cadendo sotto la stessa facoltà, differiscono di più: poichè la scienza, se unica, è intorno a un unico genere, dove la differenza perfetta è quella maggiore. La principale contrarietà, poi, è tra abito e privazione: non, tuttavia, ogni privazione (chè questa si dice in molti modi), ma quella che sia perfetta. E le altre contrarietà si diranno secondo questa: alcune perchè la posseggono, altre perchè la producono o sono in grado di produrla, altre perchè rappresentano un acquisto o una perdita di questi o di altri contrari. Che se opposizione è la contraddizione, la pri La differenza tra i generi o tra cose di genere diverso non è considerata da A.come vera differenza, perchè manca il rapporto, identificato, da un p. d. v. realistico-empirico, col passaggio, di cui al $ 1. Quando quel rapporto c'è, si ha un p. d. v. logico (che vuole identità e ditterenza insieme). Ma, poi, questo 0 è riguardato in una logica astratta (che sta tra quella del pensiero in sè e per sè, e quella meramente discorsiva: i due terinini son racchiusi nella sintesi del giudizio, ma il pensiero non si media ne'suoi termini, sì che questi restano uno di fronte all'altro immediatamente), e si ha la contraddizione; ovvero il p. d. v. logico vien concepito come coincidente con quel passaggio, e si ha la contrarietà. I contrari banno sempre una materia, si dice in XII. 10, 12: ossia, una materia comune, ch'è il genere reale e logico, dentro il quale si muove il reale e il pensiero che lo pensa. D'altra parte, poichè i limiti estremi, entro i quali si vuol pensare ogni possibile mutazione, tendono a idealizzarsi sino al rapporto assolutamente esclusivo (la privazione dev'essere totale, affinchè si abbia la differenza massima), la vera contrarietà diventa la contraddizione, pur che in questa si concepisca il termine negativo non nell'espressione astratta, ma nell’opposizione concreta (ch'è del pensiero a se stesso, non delle cose come pensa A.). La &ivauw qui è tanto potenza empirica (oggettiva), che razionale (s0gGettiva), come l’esempio della scienza chiarisce (salute e malattia, ad es., in quanto dipendono dalla scienza medica). Una stoffa possiede il bianco o il nero; l’arte medica o una medicina produce, o può produrre, la salute o la malattia; il corpo puo perdere la salute e riacquistarla; ecc. vazione, la contrarietà e la relazione, e di queste la principale è la contraddizione, della quale non si dà. mezzo, mentre si dà dei contrari, è chiaro che contraddizione e contrarietà non son la stessa cosa. La privazione è una contraddizione (') di certa natura: poichè ciò che soffre privazione, o in generale o in un certo modo, vien così determinato, secondo che o non abbia punto la capacità di una cosa, o non abbia questa cosa pur essendo fatto da natura per averla. Qui abbiamo già molti significati: secondo che altrove distinguemmo. Per cui la privazione è una contraddizione di certa natura, o un’incapacità ch’è del tutto determinata, ovvero è presa insieme a ciò che può riceverla. Perciò, mentre della contraddizione non si dà mezzo, della privazione in qualche caso si dà: tutto, infatti, è o uguale o non uguale; non tutto invece è uguale o disuguale, ma, se mai, ciò vale soltanto per quel ch’è suscettibile dell’uguale. Che se il divenire, dove c’è la materia, è tra i contrari, e avviene o dalla forma e dal possesso della forma, o dalla privazione determinata della forma o figura, è chiaro che ogni contrarietà è una certa privazione; ma, invero, non ogni priva Partendo dalla contraddizione, e realizzando il termine negativo nella privazione in generale, questa si presenta come un caso della contraddizione, e la contrarietà, a sua volta, come un caso della privazione (dove l'opposizione steretica è la massima). Se partiamo, invece, dal mutamento reale, la contrarietà è una generalizzazione dell'opposizione steretica (atégeors ed Esc), e sta tra questa e la contraddizione. Si risolve così la questione tra lo Zeller ‘che voleva ridurre la privazione o alla contrarietà o alla contraddizione) e il Ross (a q. 1.), che sostiene la subordinazione della privazione alla contraddizione, e della contrarietà alla privazione. Ma A., preso nel testo, in verità, dà ragione a tutti due; e come riconosce molti significati alla privazione, sì che c'è da pensare che uno sia fondamentale (quello di contrarietà), così nel $ 5 ne riconosce molti per la contrarietà, sì che fa pensare che fondamentale sia l’opposizione steretica pura e semplice (senz’altra determinazione). L'incertezza nel pensiero di A. si nota anche nella frase che segue, in cui la privazione vien attribuita anche a ciò che «non ha affatto la capacità di qualcosa »: ch'è contro il concetto fondamentale della steresi in quel che si distingue dalla negazione astratta; e poco dopo è definita con analoga oscillazione, o per sò (« determinata incapacità »), «o insieme a ciò che può riceverla». Per l'opposizione di relazione, o correlazione (tà med x: ma A., in realtà, distingue i due concetti), v. 6, 5. Secondo che altrove distinguemmo: V. 22. zione è una contrarietà: la ragione è che ciò ch'è passibile di privazione può averla in molti modi, e soltanto quando i termini del mutamento sono quelli estremi si ha la contrarietà. Lo si vede anche per esperienza. Ogni contrarietà implica una privazione di uno dei due contrari, ma non allo stesso modo sempre: la disuguaglianza è privazione dell'uguaglianza, la dissomiglianza della somiglianza, così come il vizio della virtù. I casi sono differenti, secondo si è detto: in uno, si bada semplicemente alla privazione, in un altro al tempo o ad una parte, per es., a una certa età o alla parte principale, oppure si tratta di una privazione totale. Sì che in certi casi si da un mezzo (è possibile che un uomo non sia nè buono nè cattivo), in altri non si dà (un numero è necessariamente pari o dispari). Inoltre, alcuni contrari hanno un sostrato determinato, altri no. È perciò manifesto che sempre uno dei due si dice secondo privazione: basta che questo sia manifesto per i generi fondamentali dei contrari, come l’uno e il molteplice: chè gli altri si riducono a questi. Poichè a un contrario si oppone un solo contrario, si potrebbe far questione come l’uno si opponga al molteplice, e l’uguale al grande e al piccolo. La disgiuntiva noi l’adoperiamo sempre per esprimere un’antitesi: chiediamo, ad es.: È bianco o nero? È bianco o non bianco? Non diciamo: È uomo o bianco? Salvo che per un presupposto: come se si chiedesse se venne Cleone o Socrate. Qui si ha un caso che non ha carattere di necessità per nessun genere di cose. Pure, anch'esso ha la stessa origine: poichè, non essendoci che gli opposti che non possono trovarsi insieme, di tale incompatibilità fa uso chi domanda quale dei due venne: chè, se poteva darsi che venissero insieme, la domanda non avrebbe avuto senso. Pure, anche in tal caso, si può similmente cadere nell’antitesi, in quella dell’uno e del molteplice, chiedendo, ad es., se son venuti entrambi o uno solo. Se, dunque, negli opposti la domanda è sempre disgiun- 2 tiva; e poichè si può chiedere: È maggiore, minore, o uguale?: di che natura è l’antitesi dell’uguale, a questi? Chè non è contrario a uno solo, nè ad entrambi. Perchè, infatti, sarebbe contrario al maggiore più che al minore? Aggiungi che l’uguale è contrario al disuguale: per cui dei contrari esso ne avrà più di uno. Che se il disuguale significa la stessa cosa di quei due presi insieme, l’uguale si dovrebbe opporre ad entrambi, e si finirà col dar ragione a quei che van dicendo che il disuguale è la diade ('). Ma, allora, uno solo avrebbe due contrari: la qual cosa è impossibile. Poi, l’uguale appare intermedio tra il grande e il piccolo; ma non si vede come un contrario possa esser intermedio, nè, stando alla definizione, è possibile: chè non sarebbe perfettamente contrario se fosse intermedio, anzi, se mai, c’è sempre un intermedio tra esso e l’altro termine. Resta, allora, che l’opposizione sia o come negazione o 4 come privazione. Di uno solo dei due termini, non può essere. Perchè, infatti, si opporrebbe al grande piuttosto che al piccolo? Sarà, dunque, una negazione privativa di entrambi (°). E per questo la disgiuniiva riguarda entrambi, e non un termine solo, come farebbe chi chiedesse: È maggiore o uguale? oppure: È uguale o minore? Invece, i termini son sempre tre. Ma questa privazione non ha carattere di necessità: chè 5 non tutto è uguale ciò che non è nè maggiore nè minore; YI Così i Platonici ricordati in XIV. 1, 3. Soltanto il nome sarebbe uno solo (disuguale): in realtà i termini son due. Negazione (contradittoria), ch'è, come viene spiegato, doppia; ed esprimendo la possibilità reale di entrambe le contrarietà, è chiamata privativa, e intermedia fra esse. Il termine doppiamente negativo è, qui, l’uguale; le due contrarietà corrispondono alle due disgiuntive, nelle quali si determina la negazione, la quale è trattata come una realtà oggettiva, una potenza di contrari 0 un intermedio tra essi, La soluzione permette ad A. di mantenere cho a un cor» trario si oppone un solo contrario ; di risolvere la diade dei Platonici nella dualità espressa dalla parola « disuguale » ; trasferendo l’intermedietà nell'« uguale » non più come contrario, ma come negazione, di unificare, in certo modo, in questa (quasi come un'attività di pensiero) le due disgiuntive . Cfr. con quest'ultimo punto la discussione in IV. 7-8 intorno al terzo escluso. ma le cose soltanto che hanno natura di esser tali. L’uguale è, appunto, ciò che non è nè grande nè piccolo, ma ha unatura di essere o grande o piccolo; e si oppone ad entrambi come una negazione privativa: per cui è anche intermedia. Anche ciò che non è nè buono nè cattivo si oppone a entrambi, ma non ha un nome, perchè ciascuno dei due si dice in molti sensi (!), e non c’è una sola cosa che di essi sia suscettibile. Non così, piuttosto, si può pensare di ciò che non è nè bianco nè nero: pure, neanche qui si può dire qualcosa di unico, sebbene i colori dei quali si enuncia privativamente tale negazione siano, in certo modo, limitati: chè, necessariamente, o è grigio o è giallo, o altro di tal natura. Per cui non dirittamente obiettano coloro che stimano il caso esser lo stesso per tutte le cose, sì che, come ciò che non è nè buono nè cattivo sta in mezzo tra il buono e il cattivo, della scarpa e della mano ci dovrebb’essere un intermedio che non è nè scarpa nè mano, e così ce ne dovrebb’essere uno per tutte le cose. Questa non è una conseguenza necessaria: poichè in un caso è possibile una simultanea negazione degli opposti in quanto è di cose di cui esiste un intermedio e un intervallo naturalmente determinato; nell'altro caso, invece, non esiste questa differenza, perchè le 1086 b cose delle quali si fa la negazione simultaneamente, son di genere diverso, sì che non è identico il loro sostrato. Si può far questione, similmente, intorno all'uno e ai molti: chè, se molti si oppone all’uno semplicemente, si hanno alcune conseguenze assurde. L’uno sarebbe poco, 0 pochi: molti, infatti, si oppone a pochi. Poi, due sarebbe In ogni categoria: cfr. Eth. Nic., I. 4. 1096 a, 19. Non c'è un termine unico che esprima (come l’« uguale ») le due negazioni. Neanche per il bianco-nero, che pure son nella stessa categoria. Tanto meno quell’unico termine può esistere in cose di genere diverso, tra le quali, mancando l’identità che accompagni la differenza, non esiste passaggio. molti, una volta che doppio è multiplo e doppio dicesi considerando il due; per cui l’uno sarebbe poco. Infatti, in rapporto a che il due è molti, se non all’uno, e però al poco? Chè non c’è nulla che sia più poco. Inoltre: come 2 nella lunghezza il lungo e il corto, così nel molteplice è il molto e il poco, e ciò ch’è molto è anche molti, e ciò ch'è molti molto: sì che (se ne togli il caso di un continuo che sia facile a limitare) il poco sarà una specie di molteplice, e tale quindi l’uno, se esso è anche poco: e che questo sia, è necessario, se il due è molti. Pure, se il molti dicesi anche in certo modo molto, una 3 differenza c’è: l’acqua, ad es., dicesi molta, non molti. Molti, invece, dicesi per quante cose sono divisibili: in un senso, se queste formino un molteplice che ecceda, o assolutamente o relativamente (e dicesi, similmente, poco se quel molteplice sia in difetto); in un altro, vuol dir numero, e in questo senso soltanto si oppone all’uno. Noi, infatti, diciamo «uno o molti», proprio come se si dicesse «uno e uni», 0 «cosa bianca e cose bianche », e mettiamo in rapporto le cose misurate con la misura, e parliamo del misurabile così come del multiplo: poichè ogni numero è molti in quanto risulta di uni ed è misurabile con l’uno, e ne parliamo come di opposto all’uno(*), non al poco. E così, quindi, anche il due è molti, non già nel senso che 4 sia un molteplice eccedente o relativamente o assolutamente, ma nel senso ch’esso è il primo molti. Assolutamente inteso, il due è pochi: chè esso è il primo molteplice che può Il molto è, dunque, equivalente al molti: è, cioè, un molteplice. Se ne tolga il caso di ciò ch'è «facile a limitare» (etoglotw), come i liquidi e tutto ciò che prende dal limite (per es. del recipiente) la forma delia continuità: l'acqua, ad es., non uvendo parti discrete, può esser un molto, non un molti. Soppresso il punto (Ross). Le conseguenze assurde derivavano, dunque, dall’opporre il molteplice all’uno senza distinzione di significato (semplicemente). V. Sommario, e conchiusione del capitolo, Il due parrebbe, quindi, il principio del molteplice (come la dualità platonica), D'altronde, il principio di esso, nel senso di misura, è l’uno. La soluzione sembra questa: in quanto l'uno e il molteplice sono contrari, come l’indivislbile esser in difetto (perciò, anche, andò fuori strada Anassagora quando disse che « tutte le cose erano insieme, infinite e per molteplicità e per piccolezza »: invece di ): il quale stabiliva quale fosse il numero di qualcosa (questo qui, ad es., dell’uomo; questo qui, del cavallo), imitando con sassolini le forme degli esseri viventi, al modo stesso di coloro che riducono i numeri alle figure, al triangolo e al quadrato. Ovvero è perchè l’armonia è un rapporto di numeri, e così è anche l’uomo e ognuna delle altre cose? Ma come, poi, le qualità, il bianco e il dolce e 9 il caldo, son numeri? Che, poi, i numeri non siano sostanze, nè cause della forma, è evidente: è il rapporto ch’è la sostanza, il numero è materia (°). Per es., la sostanza della carne o dell'osso è un numero in questo senso: che ci vogliono tre parti di fuoco e due di terra. E sempre il numero, assorbito nel prodotto, sì che fuori non ne sia restato nulla a insidiare la vita dell'altro; cfr. VI. 3, 2: «chi vive dovrà morire, perchè è già avvenuto questo, che elementi contrari si trovano nello stesso corpo »): il numero, dunque, non è eterno. Le considerazioni che seguono, sino alla fine del libro, come nota il Bonitz, « Pythagoreorum doctrinam praecipue tangunt et fortasse Platonicos quosdam qui ad Pythagoreos proxime accedebant». Scolaro di Filolao, al principio del sec. IV: porta, come si vede, al comico la dottrina dei numeri come sostanza delle cose e la loro figurazione geometrica. putàv, delle piante; ma è probabile, suggerisce il Ross, che qui sia usato nel senso più antico e ampio di « essere vivente ». È sostanza o rapporto? Se sostanza (essenza), come, allora, la qualità? Se è rapporto, invece, non è sostanza (sostrato). Numero equivale qui a molteplicità di cose (soltanto il numero monadico, 1. e. aritmetico, è di unità astratte). Cfr., per gli esempi, I. 9, 18 e 10, 2. sia quale si voglia, è numero di certe cose: di particelle di fuoco o di terra, ò è un numero di unità astratte. La s0stanza, invece, implica che c’è tanto di questo unito per la mescolanza a tanto di quello: e questo non è già un numero, ma rapporto numerico della mescolanza di cose corporee, o 10 d’altra specie. Il numero, dunque, sia quello in generale e sia quello ch’è di unità astratte, non è causa delle cose nè per il fare, nè come materia, nè come concetto e specie. Nè, certamente, come causa finale ('). Si potrebbe anche far questione in che consiste la perfezione che alle cose deriverebbe dal numero, quando la loro mescolanza è fatta secondo un rapporto numerico perfetto 0 secondo un numero dispari. Sta di fatto che non per questo l’idromele è più salubre se acqua e miele siano mescolati in modo da fare tre volte tre (*); anzi, se è acquoso senza nessun determinato rapporto può giovare di più che se, per farlo. in 2 rapporto numerico, sia troppo forte. E si noti che i rapporti delle parti di ciò che vien mescolato si esprimono con l’addizione del loro numero, non con i numeri soltanto: per es., «tre parti a due», non «tre volte due ». Poichè le cose che vengono moltiplicate debbon essere dello stesso genere: per cui, data una serie di fattori, 1. 2.3, essa dev’esser misurata dal primo termine: se è 4.5. 7, dal 4. Insomma, in tutti i casì, dal termine ch’esprime lo stesso genere. Non può essere, quindi, che il numero del fuoco sia 2. 5. 3. 7, e quello 3 dell’acqua 2.3(*). Che se il numero fosse una natura co- 1009 a Nessuna, dunque, delle quattro specie di causa, Nota concetto e specie: la causa formale come pensiero e insieme come forma reale. (2) tels tela: si deve dire, invece, ammonisce A. dopo, «tre a tre », poichè si tratta di un iniscuglio. In « tre volte tre », e nella moltiplicazione in generale, ch'è un'addizione ripetuta dello stesso numero, questo dev' esser sempre dello stesso genere. Chè anche il fuoco sarebbe acqua. Penso che questo patagrafo prosegua ancora l'argomentazione ch'è alla fine del 8 9 del cap. prec. mune di tutte le cose, ne verrebbe, di necessità, che molte cose sarebbero le stesse, e lo stesso numero sarebbe proprio di questa cosa e di una cosa diversa. Ma è questa, allora, la causa delle cose, ed è per questo che una cosa è quello che è? O non è ciò molto oscuro? Poniamo: esiste un certo numero per le traslazioni del sole, e così per quelle della luna, e anche per la vita e l’età di ciascuno degli esseri viventi. Che impedisce, allora, che alcuni di questi numeri siano quadrati, altri cubici, alcuni uguali e altri doppi? Nulla; anzi, di necessità, tutti (') si aggirano in questi rapporti, una volta che la natura del numero è comune a tutte le cose, e quelle che sono differenti possono cadere sotto lo stesso numero. Per cui, se ad alcune convenisse lo stesso numero, quelle sarebbero identiche tra loro che avessero la stessa forma del numero: il sole e la luna, ad es., sarebbero identici (?). E perchè son cause questi numeri? Ci sono sette vocali, sette corde o note musicali, sette son le Pleiadi; al settimo anno, almeno alcuni animali (altri, no), perdono i denti; sette, quei che pugnarono a Tebe. È, dunque, perchè quel numero ha quella natura lì, che quelli si trovarono in sette, o che le Pleiadi hanno sette stelle? O non piuttosto, per quelli, perchè sette erano le porte della città, o per qualche altra causa? E per le Pleiadi siam noi che così le contiamo, come ne contiamo dodici per l’Orsa (altri ne contano di più). Essi dicono anche che E Y Z sono consonanze, e poichè tre sono in musica le consonanze, tre, dicono, sono queste doppie consonanti. Non si dànno nessun pensiero che di questa specie ce ne potrebbero esser mille: basta, poniamo, porre un segno unico per I° P. Che se opponessero che ognuna di quelle è doppia delle altre, e che nessun’altra consonante è così, la Non è chiaro se voglia dire: a) che tutti è numeri sono risolubili in rapporti o figure geometriche (8v tovtotce); b) che tutte le cose, per i Pitagorici, sono risolubili in numeri. Ma, forse, son conglobati entrambi i pensieri (nota infatti, alla fine del paragrafo, «la stessa forma del numero »: t. aùrà elbos do.) (2) Alcunì citano XII. 8, dove il sole e la luna hanno lo stesso numero di sfere o movimenti di traslazioni. O si riferisce qui alla figura? ragione, poi; è che tre sono i luoghi della bocca (‘) in cui si producono le consonanti e a ciascuna vien congiunto medesimamente il sigma: per questo sono tre sole, e non perchè tre siano le consonanze musicali: in realtà, queste sono più di tre, di quelle non ce ne possono esser di più. Costoro somiglian proprio ai vecchi interpreti d’Omero, i quali vedono le somiglianze piccole, e sfuggono a loro le grandi. Ci sono alcuni che dicono ancora molte cose di questo genere: per es., che avendo le due corde di mezzo l’una nove l’altra otto toni, il verso epico ha diciassette sillabe, uguale al numero di quelle, e ch’esso si scandisce a destra (*) con nove sillabe, a sinistra con otto. E dicono che l'intervallo tra l’alfa e l’omega nelle lettere è uguale a quello tra la nota più bassa e la più alta del flauto, e che il numero di quest'ultima è uguale alla totalità dell’armonia celeste (*). Si deve notare che nessuno troverebbe difficoltà a spiegare in questo modo le cose eterne e a scoprirne le concordanze: chè non è difficile neanche per le cose corruttibili. Le nature tanto lodate che sarebbero nei numeri, e quelle a loro contrarie, e in generale le proprietà degli oggetti matematici nel senso in cui ne parlano alcuni per farne cause della natura, sembrano svanire agli occhi di coloro che considerano le cose così come noi facciamo (°): chè nessuna di esse si può dir causa, in nessuno dei modi da noi determinati trattando dei principii. Certamente, come essi fan vedere, la perfezione appartiene a tali oggetti, manifestamente; e alla serie delle cose dov’ è la bellezza appartengono il dispari, il retto, l’uguale, le potenze di certi numeri. Chè (1) Donde la distinzione di gutturali, dentali, labiali. (3) La prima parte; a sinistra, la seconda (Aless.). (3) Secondo Aless., il 24 (12 segni dello zodiaco; 8 sfere, quella delle stelle fisso e le sette dei pianeti; 4 elementi). Le une benefiche, le altre malefiche. La mentalità critica allontana molto A. da’ suoi contemporanei. (6) Lo Schwegler intende che questo sia detto ironicamente. Pensando alla fine del $ 5 e al passo già citato di XIII. 3, 8, ho dato, invece, alla traduzione il tono come se A. faccia qualche concessione alla dottrina combattuta così vivacemente. In ogni modo, egli afferma, in fine, che si tratta di mere analogie. le stagioni e un numero di certa specie vanno insieme; e tutte le altre proprietà ch’essi raccolgono dai teoremi matematici, hanno questo valore. Perciò anche si rendono appa- riscenti le coincidenze: poichè sono, sì, meramente proprietà di ciascuno di essi, ma tutte si corrispondono tra loro, e fanno una cosa sola dal punto di vista dell’analogia. Poichè in ogni categoria dell’essere c’è l'analogia: come la linea retta nella lunghezza, così è il piano nella superficie, e senza dubbio il dispari nel numero, e il bianco nel colore. Quanto ai numeri, in fine, che consistono nelle specie, essi non sono la causa delle armonie e delle cose di questa natura: poichè essi differiscono tra di loro, anche se uguali, per ia specie, una volta che anche le unità son differenti ('). Sì che, almeno per queste ragioni, non c’è bisogno di porre tali specie. Queste, dunque, le conseguenze che si posson trarre, e più ancora se ne potrebbero addurre. Il fatto stesso del loro grande travaglio a spiegarne la genesi, e il non riuscire in niun modo a dar coerenza all'insieme, è un indizio che gli oggetti matematici non hanno esistenza separata, come alcuni dicono, dalle cose sensibili, e che i primi principii non son questi. (1) I numeri ideali, essendo di unità di specie differente (e però &ovufàintay, come si dice nel libro precedente), sono anch’ essi differenti di specie, anche se uguali (se son triadi, ad es., comprese nello stesso numero nove). Non con essi, dunque, ma con i numeri matematici, se mai, ci si può render ragione di cose, le quali, come nell’armonia le unità e i rapporti di uno stesso tono, sono della stessa specie. Armando Carlini. Carlini. Keywords: filosofia fascista, Bovio, Locke, senso, esperienza, il mito del realismo, la categoria dello spirito, animus e spiritus, filosofia italiana, storia della filosofia romana, l’ambasciata di Carneade a Roma, la antichissima sapienza degl’italici, la scuola di pitagora, sicilia e la magna grecia, geist, ghost, spirito, animo, spirito oggetivo, Bosanquet, testi di filosofia ad uso dei licei, aristotele, il principio logico, Cartesio, il problema di cartesio, senso ed esperienza, storia della filosofia, avvivamento alla filosofia, i grandi filosofi – mondatori – the great and the minor -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Carlini” – The Swimming-Pool Library. Carlini.

Luigi Speranza -- Grice e Carmando – Roma – filosofia italiana (Roma). Charmander -- According to Seneca, Carmando wrote a book on comets.

 

Luigi Speranza -- Grice e Caro: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’interpretare -- interpretante, interpretato – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “Caro likes ‘interpretant,’ I spent various tutorials going through Aquino’s Commentarium’ on the ‘peri hermeneias’ – my tutees were fascinated by the fact that while the Grecian hermeneias is figurative – after Hermes, some say – ‘inter-pretatio’ is not!” -- “I love Caro – he has philosophised on Davidson’s philosophising, notably Davidson’s idea of the interpretant, an idea Davidson borrowed – but never returned – from Peirce!” Insegna a Roma.  Si occupa di filosofia morale, di libero arbitrio, teoria dell'azione e storia della scienza. Ha difeso la teoria detta " naturalismo liberale", già oggetto di discussione nelle letteratura specialistica sull’argomento. È membro dei comitati scientifici delle riviste Rivista di Estetica  e Filosofia e questioni pubbliche. Collabora con Il Sole 24 Ore, e ha scritto per The Times, La Repubblica, La Stampa e il manifesto. Presidente della Società Italiana di Filosofia Analitica (SIFA) dal  al. È vicepresidente della Consulta Nazionale di Filosofia. Ha condotto ZettelFilosofia in movimento, programma televisivo RAI dedicato alla filosofia.  L'asteroide 5329 Decaro è chiamato così in suo onore; “Dal punto di vista dell'interprete. La filosofia di Davidson, Roma, Carocci); Il libero arbitrio, Roma-Bari, Laterza); Azione, Bologna, Il Mulino); La logica della libertà, Roma, Meltemi); Normatività, Fatti, Valori” (Macerata, Quodlibet); Scetticismo. Storia di una vicenda filosofica” (Roma, Carocci). Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio (Torino, Codice). La filosofia analitica e le altre tradizioni (Roma, Carocci).  Bentornata Realtà: Il nuovo realismo (Torino, Einaudi,. Quanto siamo responsabili? Filosofia, neuroscienze e società” (Torino, Codice,. Biografie convergenti: venti ircocervi filosofici, disegni di Guido Scarabottolo, Milano-Udine, Mimesis).  Cos’è il nuovo realismo [What is the new realism”], Mimesis, Milano)  Azione [Action”], Il Mulino, Bologna,  Il libero arbitrio. Un ’  introduzione [  Free Will. An Introduction ” ], Laterza, Roma-Bari); Dal punto di vista de ll’int  erprete. Il pensiero di Donald Davidson [  From theInterpreter’s  Point of View. Donald Davidson  s Thoug ht],  Carocci, Roma  Interpretazioni e cause [Interpretations and Causes], Doctoral dissertation, Università diRoma. Editor (with M. Mori - E. Spinelli) of  La libertà umana: storia di un’id  ea, Carocci,Roma, forthcoming.2)   Editor (with Lavazza    Sartori) of Quanto siamo responsabili? Filosofia,neuroscienze e società,  Codice, Torino Marraffa) of  La filosofia di Martino, special issue of  Paradigmi, Editor (with L. Illetterati) of a special issue of Verifiche  on  Classical German Philosophy. New Research Perspectives between Analytic Philosophy and the Pragmatist Tradition)   Editor (with S. Gozzano) of a special issue of  Rivista di filosofia   on The philosophy ofconsciousness,   Editor (with M. Ferraris) of  Bentornata realtà. Il nuovo realismo in discussione, Einaudi,Torino)   Editor (with Poggi),  La filosofia analitica e le altre tradizioni, Carocci, Roma)  Naturalismo, special issu Rivista di Estetica, (with Barbero and Voltolini) Editor of The Architecture of Reason. Epistemology, Agency, and Science, Carocci,Roma (with Egidi)   Editor of Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio,Codice, Torino) (with Lavazza and Sartori). Guest editor ofÈ naturale essere naturalisti?, special issue of  Etica e politica, (with Barbero - Voltolini). Editor of Scetticismo. Storia di una vicenda filosofia, Carocci, Roma  (Spinelli) Editor of  La mente e la natura, Fazi, Roma  (Italian version of  Naturalismin Question ) (with Macarthur)   Editor of the Italian version of H. Putnam, The Fact/Value Dicothomy, Fazi, Roma) Normatività, fatti, valori, Quodlibet, Macerata (essays by Wright, Hornsby, Fogelin, et alii ) (with Rosaria Egidi and Massimo De ll‟ Utri)   Editor of  Logica della libertà [  The Logic of Free dom],  Meltemi, Roma) -- contains the Italian translation of essays by A. Ayer, R. Chisholm, P.F. Strawson, P. vanInwagen, H. Frankfurt)   Guest editor of  Libertà e Deter  minismo Freedom and Determinism  ], specialissue of  Paradigmi, Presentazione del numero speciale di  Paradigmi dedicato a  La filosofia di Martino,  Machiavelli e Lucrezio ,  postface to Brown,  Machiavelli e Lucrezio. Fortuna elibertà nella Firenze del Rinascimento, Carocci, Roma, Metafisica e naturalism o: una entente cordiale?, Sistemi intelligenti, Galileo e il platonismo fisico - matematico, in Chiaradonna,  Il platonismo e le scienze, Carocci, Roma Introduzione (with R. Chiaradonna) to R. Chiaradonna,  Il platonismo e le scienze,Carocci, Roma Naturalismo nel mirino: ma quale intendiamo? , Vita e pensiero, Autonomia della filosofia e neuroscienze, Rivista di Filosofia, Libero arbitrio e neuroscienze, in  Lavazza, G. Sartori (a cura di),  Neuroetica,Il Mulino, Bologna  Filosofia della mente,  in  Dizionario della mente Treccani, Istituto dell’EnciclopediaItaliana Italiana, Roma Ne uro-mania e natura lismo  (commento, su invito, a ll articolo target di Castelfranchi e  Paglieri) (con  Lavazza), Giornale italiano di psicologia,  Il migliore dei naturalismi possibili  Etica et Politica / Ethics et Politics, (with  Voltolini). Psicologia, intenzionalità, scopi: un punto di vista filosofic o,  (invited commentary to atarget article by C. Castelfranchi and F. Paglieri), Giornale italiano di psicologia,  Libertà e responsabilità mora le,  in  Enciclopedia del Terzo Millenio, Istitutode ll Enciclopedia Italiana, Roma    Le neuroscienze cognitive e l'enigma del libero a rbitrio,  in M. Di Francesco  M.Marraffa (a cura di),  Il soggetto. Scienze della mente e natura dell’io, Mondadori, Milano   Neuroetica e libero a rbitrio,  in Bacin (a cura di),  Etiche antiche e moderne, Il Mulino,Bologna Introduction to the Italian tr. of Dupré,  Human Nature and the Limits ofScience, Laterza, Roma-Bari (with Telmo Pievani). Temi scotistici nella discussione contemporanea sul libero a rbitrio,   Quaestio  Gazzaniga, Hauser e la fallacia dei cromosomi mora li,  Micromega  (Almanacco di scienze) Filosofia, musica e asc olto, Rivista di storia della filosofia,  Il ritorno dello scientismo,  in M. Failla (cur.) B ene navigavi . Studi in onore di Franco Bianco, Quodlibet, Macerata  Il naturalismo scientifico contemporaneo: caratteri e pr  oblemi,  in Costa - F. Michelini(eds.),  Natura senza fine, EDB, Bologna  Causazione mentale e plura lismo, Iride, (with MassimoMarraffa).Due concetti di libero arbitr  io,  in R. Calcaterra (ed.),  Le ragioni del conoscere ede ll’agire. Scritti in onore di Rosaria Egidi, Franco Angeli, Milano  Scienza e libertà: due comuni fraintendimenti, SISSA NEWS,  Quattro tesi su filosofia e scienza,   Sistemi intelligenti,  Frankfurt   Teoria dell’az ione Scetticismo moderno e contemporane o, in  Enciclopedia filosofica di Gallarate, Bompiani, Milano Nozick, Strawson e l’illusione  della libertà,Pellegrino e Salvatore, Nozick .  Identità personale, libertà e realismo morale, LUISS University Press, Roma Questioni metafisiche: Dio e la libertà,  in Coliva,  Filosofia analitica. Temi e problemi, Carocci, Roma with G. De Anna). Davidson sulla libertà umana,  Iride,  L'inscindibilità di fatti e valori in etica, in economia e nelle scienze natura li, in troductionto  Fatto valore. Fine di una dicotomia (Italian translation of  Putnam, The Fact/Value Dicothomy ), Fazi, Roma   Naturalismo e scetticismo: il caso del libero a rbitrio,  in R. Lanfredini (ed.),  Il problemamente-corpo, Guerini, Milano,  Responsabilità e sce tticismo in Egidi - De ll Utri – C., Normatività, fatti, valori, Quodlibet, Macerata  Olismo e interpretazione radica le,  in M. De ll Utri (a cura di), Olismo, Quodlibet,Macerata Il naturalismo fisicalistico: un dogma filosofico?, in P. Parrini (ed.), Conoscenzae cognizione, Guerini, Milano  Teorie de l’int erpretazione e criteri di correttezza,  in Montaleone (ed.),  Parole fuorilegge.  L’idiotismo  linguistico tra filosofia e letteratura, Cortina, Milano   Libertà, Paradigmi, Forme dello scetticismo e interpre tazione, Fenomenologia e società,   Contro la centralità delle regole: l’esternalismo di  Davidson,  in  Atti della Società Italiana di Filosofia del Linguaggio, Novecento, Palermo, Sui presupposti sociali della responsabilità, «Filosofia e questioni pubbliche,  Per un connessionismo non eliminazionista Sistemi Intelligenti,  Varianti dell’olismo. Aspetti della teoria analitica della traduz ione, Colloquium Philosophicum,  Libertà metafisica e responsabilità mora le,    Paradigmi,  Prese ntazione, Paradigmi,   Determinismo e filosofia della mente contemporanea,  in M. Cini (ed.), Caso, necessità, libertà, Cuen, Napoli  Monismo anomalo ed epife nomenismo,    Il Cannocchiale,  Il lungo viaggio di Putnam, Lingua e Stile, XXXI,  Epistemologia e interpretazione: l esternalismo di  Davidson, Rivista di filosofia,  Il platonismo di Ga lileo,  Rivista di filosofia,  La discriminazione tra la scienza e l'arte: un problema per il relativismo epistemico, Paradigmi, Review of S. Nannini,  Naturalismo cognitivo. Per una teoria materialistica della mente,in  Iride, Review of L. Fonnesu, Storia dell'etica contemporanea. Da Kant alla filosofia analitica,in  Iride, Review of A. Massarenti,  Il lancio del nano e altri esercizi di filosofia minima, in  Bollettino della Società filosofica italiana, Review of M. De ll Utri,  L’inganno  assurdo, in  Epistemologia, Review of Carlo Montaleone,  Don Chisciotte o la logica della follia, in  Bollettino della Società filosofica italiana, Review of  Ricciardi - Corrado Del B o (a  cura di),  Pluralismo e libertà fondamentali, in  Iride, Review of Giacomo Marramao,  Minima temporalia,  Iride, in  Iride Review of Donald Davidson, Subjective, Intersubjective, Objective, in  Iride, Review of Massimo Marraffa,  Filosofia e psicologia, in  Epistemologia, Review of Nicla Vassallo, Teoria della conoscenza, in  Epistemologia  Wittgenstein su mente e linguagg io  [Review of Egidi, Wittgenstein: Mind and Language ], in  Rivista di filosofia, Review of Mark Pickering (ed.), Science as Practice and Culture, in  Archives Internationale  s d’Histoire Des Sciences, Review of Marc De Mey, The Cognitive Paradigm. An Integrated Understanding ofScientific Development, in  Archives Internationales d’Histoire Des Sciences, 1Review of M. De ll Utri,  Le vie del realismo. Verità, linguaggio e conoscenza in Hilary Putnam, in  Physis, Review of  Il naturalismo filosofico di Quine   [review of Quine,  La scienza e i dati di senso, Roma  Tempo presente, Review of  Scienza e relativismo: un ossimoro?   [review of: R. Egidi, La svoltarelativistica nell'epistemologia contemporanea, Milano Tempo presente, Review of  E' ancora possibile una storiografia dell'arte?   [review of: H. Belting,  La fine della storia dell'arte o la libertà dell'arte, Torino Tempo presente,: Università della Calabria, Conference of Italian Association of Philosophy ofMind. Commentator of the main speaker, Crane: participant in the debate on  Semiotics and Phenomenology of the Se lf, Roma, Società Italiana di Filosofia: University of L’Aquila. Lecture on  Free Will and Causal Determinism . Ravenna Scienza,   Neurobiology of Free Will: Is Our Will Free? .Invited speaker. Paper:  The Philosophical Mystery of Free Will.  Roma, Auditorium  Parco della Musica,  Festival of Science. Lecture on:  Gödel Theorems and Free will  (with Rebecca Goldstein).: Reggio Emilia, Istituto Banfi. Conference   Nature and Free dom; invited spekaer for the section  The naturalization of free dom (commentators  Benini eS.F. Magni). Nature and Free dom.  : University  Ca’Foscari,  Venice. International Conference, Davidson: Language - Meaning - Mind - Action ; invited speaker. Paper: F reedom andInference to the Best Explanation .Sassari, Sassari Association of Philosophy and Science. Lecture on  Freedom and Scien ce.  Vita Salute  San Raffae le  University, Cesano Maderno (Milano),  First Meeting of the Italian Association of Philosophy of Mind ; organizer and chairperson. Genoa, conference,  Mental Processes ;relatore invitato per la sezione  Action and Rationality    Hornsby). SISSA, Trieste. Conference   Neurophysiology and Free W ill;  invited speaker. Paper:  Etica e libero arbitrio . University of Trento, International Conference,  Agency and Causation in theHuman Sciences . F reedom and the Social Sciences  ). Vita e Salute - San Raffaele  University, Milano. International Conference,  A Day for Freedom? A Conference on Free W ill. Discussant di Hughes: University of Florence, International Conference  Philosophy, Neurophysiology and Free will  On the compatibility of philosophy and scienc e.Istituto di studi americani, Roma, International Conference,  Pragmatismand Analytic Philosophy: Differences and Interac tions  (invited speaker). Paper: B eyondScientific Natura lism.  University of Piemonte orientale, Department of HumanisticStudies. Three lectures on  Freedom and Nature.   November 26, 2004: University of Florence - Department of Philosophy. Lecture on TheConcept of Naturalism: University of Pavia Giason del Maino College. Lecture on TheContemporary Debate on Free Will . University "Vita e Salute    San Raffaele,  Milano. Lecture on  Freedomand Nature. University of Piemonte Orientale, Vercelli, Department ofHumanistic Studies, conference on  Scientists and Philosophers and the Study ofComplex Sy stems: Genova, VI International Conference of the Italian Society of Analytic Philosophy (member of the scientific committee). Rome. International Symposium "Questions on Naturalism"  Rome.  Davidson on Human Free dom.  Conference on Davidson, Department of Philosophy, Università Roma Tre (Rome. Discussant of Akeel Bilgrami. Workshop at LUISS University. Florence. Paper:  Metaphysical Libertarianism . Conference on Nozick’s philosophy, Department at the University of Florence (speaker), Sassari. Lecture on  Logica e retorica   [Logic and Rhetoric].Department of Foreign Languages and Literatures, University of Sassari (invited lecturer), Siena. Paper on   Naturalism and Free dom.  Workshop on The Free Will problem. Department of Philosophy, Università di Siena Sassari. Workshop on Skepticism and the Reemergence and the Self, Department of Philoosophy, Università di Sassari, (discussant), Messina. Paper on   Naturalism and Intentionality . Annual Meeting of theItalian Society of Philosophy of Language. Cosenza. Lecture:  Memoria e identità [Memory and Identity].Department of Philosophy, Università di Cosenza, Florence. Freedom and Moral Responsibility: Mysteries orIllusions? . Florence Rome. Lecture  La teoria della conoscenza nel Novecento [TheTheory of Knowledge in the Twentieth Century]. Italian Society of Philosophy , Rome. Paper on  Il fondamento filosofico dei diritti umani [The Philosophical Foundation of Human Rights]. Conference  The Question of HumanRights   Università di Roma  La Sapienza Pavia. Lecture on  Responsabilità e causalità: critiche a Strawson e Frankfurt [  Responsability and Causality: Some Criticisms of Strawson and Frankfur  t]. Department of Philosophy, Università di Pavia (invited speaker). Cosenza. Lecture on Ragioni e cause Reasons and causes  Calabria ( Padua. Lecture on   Freedom and Naturalism,  Department of Philosophy,Università di Padova, Milan. Paper on  Interpretations and Criteria of Correctness .Conference:  Interpretation and Correcteness, Università Statale di Milano (Bologna. Causality and Naturalism. Annual Meeting of the ItalianSociety of Analytic Philosophy, Università di Bologna (invited speaker). Rome. Paper on  Forms of Causation. Annual Meeting of the Italian Societyof Philosophy, Università Roma Tre  Siena. What Strawson Hasn’ t Proved . Annual Conference ofthe Italian Society of Analytic Philosophy (Rome. Paper on  Freedom and the Self  . Conference: The Nature of theSelf, between Philosophy and Psychology, Università Roma Tre Rome. Paper on  Van Inwagen’s Consequence Argument .Workshop:  Freedom and Necessity, Università Roma Tre Florence. Paper on  What we should mean with the Word Person   (with Maffettone). Conference  Le ragioni del corpo [The Reasons of the Body]. Istituto Gramsci Rome. Paper on  Davidson on the Conceptual Schemes .Workshop: Talking with Davidson, Università Roma Tre, Rome. Speaker with Davidson at the presentation of the book M. De C.,  Interpretations and Causes. New Perspectives on Donald Dav idson’s Philosophy, Università Roma Tre Rome. Paper on  Against an Alleged Refutation of Kripke’s Skeptical Argument . Facts and Norms, Conference of the Italian Society of Analitic Philosophy, Università Roma Tre Palermo. Paper on  Davidson on Following a Rule .Conference: The Linguistic Rule. Conference of the Italian Society of Philosophy ofLanguage Rome. Paper on  Is Libertarianism About Free Will Scientifically Acceptable?. Conference:  Determinism and Freedom, Università Roma Tre(organizer and speaker), Bologna.  The Roots of Epistemic Skepticism .Conference: Science, Philosophy, and Common Sense, III National Conference of theItalian Society of Analitic Philosophy, Bologna (Rome. Lecture on  Freedom and Necessity. Seminar of theInterdipartimental Reasearch Center on Scientific Methodology (invited speaker). Rome. Paper on  G.H. von Wright on the Mind-Body Proble m.  Conference The Study of Mankind in George Henrik von Wright, Università RomaTre Rome. Paper on  Davidson on Holism and SemanticExterna lism. Conference:  Perspectives on Holism, CNR Roma (organizer andspeaker). Rome. Paper on  Galileo’s method . Conference:  Philosophies of Nature from the Renaissance to the Twentieth Century, Università Roma  LaSapienza  Rome. Paper on  Davidson on skepticism.   Davidson’s   philosophy, Università di Roma  La Sapienza ” Lucca. Paper on  Logic and Philosophy of Science: Problems and Perspectives. Triennal Meeting of Italian Society of Logic and Philosophy ofScience (speaker), Rome. Paper on  Perspectives of Rea lism”. Lecture at the Departmentof Philosophy, Università di Roma  La Sapienza ”Rome. Paper on W ittgenstein and the Philosophy of Mind ”.Conference: Wittgenstein on Mind and Language, Università Roma Tre (speaker). Grice: “When we taught De Interpretation with Austin, a tutee would ask ‘hermeneias’? Austin thought that Heidegger’s attempt to link hermeneia (to interpret) with Hermes was far fetched, so we left it at that!” Mario De Caro. Caro. Keywords: interpretare, Davidson, Putnam, “derivative Old-World philosopher focusing on New-World philosophers like Putnam or Davidson!”, interpretatione, peri hermeneias, Davidson on Grice – Grice on Putnam on Grice ‘too forma’ – Davidson on Grice – ‘a nice derangement of epitaphs’ Grice on Davidson on intending: conversational implicature theory too social to be true: ‘intending’ ENTAILS belief, does not IMPLICATE it! Pears, D. F. Pears. – P. F. Strawson and H. P. Grice on ‘free’ – Actions and Events --.-  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Caro” – The Swimming-Pool Library.  

 

Grice e Caronda: all’isola -- Roma – scuola di Catania – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo italiano. Catania, Sicilia. According to Giamblico di Calcide, a Pythagorean, one of those who studied with Pythagoras himself. He achieved a repulation as a legislator. It is said that when he found out he had accidentally broken one of his own laws, he committed suicide. Whether he was ever a Pythagorean at all is now widely questioned. Substantial portions of a work on laws attributed to him survive.

 

Luigi Speranza -- Grice e Carpanis: implicatura conversazionale e arte combinatoria razionale – scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Napoli, Campania. Tulius vero perfectissimus orator in cuius libro Rhetoricorum de hac arte tractavit licet obscuro et subtili modo in tantum quod nemo ipsum intelligere valuit nisi per divinam gratiam et doctorem qui doceret ipsam artem qualiter deberet pratichari. Ad una diversa atmosfera culturale e a temi legati alla “psicologia” e alla “filosofia” più che alla retorica, ci riportano invece altri saggi nei quali l'influsso delle impostazioni del LIZIO ed AQUINO (vedasi) è assai più forte di quello esercitato dalla tradizione della retorica di CICERONE (vedasi). Si tratta, come è ovvio, solo di una differenza di grado poiché proprio attraverso Alberto ed AQUINO (vedasi), l’arte di CICERONE (vedasi) della memoria è entrata a far parte del patrimonio della cultura scolastica e tuttavia, in qualche caso, si assiste, leggendo questi trattati, all’interessante tentativo di ricavare direttamente dai testi del LIZIO alcune regole della memoria artificiale. In questo senso è tipico il “De nutrienda memoria”, pubblicato a Napoli nel quale C. si propone di presentare le dottrine svolte dal LIZIO nel De memoria et reminiscentia condite col sale d’AQUINO. Il sensus communis appare a C. simile a una gigantesca selva – “silva maxima” --  nella quale vengono accumulandosi le immagini provocate da ciascuno dei cinque sensi. Su questo caos agisce l’intelletto con una triplice operazione. In primo luogo, l’intelletto dove prendere coscienza delle immagini. In secondo luogo l’intelletto connette l’immagini secondo un ordine preciso. Infine, quasi deambulans per pomerium, l’intelletto lega l’una all’altra le cose simili ri-ponendole in archa memoriæ. Quando di quelle cose si parli, l'intelletto quasi de armario pomorum cibum sumens, VERBA per dentes ruminantis intellectus EMITTIT. La MEMORIA, a sua volta, si muove su un duplice piano: quello del senso – o mera percezione (Grice, “Personal identity and memrory: “I am hearing a noise” – Someoe, I, is hearing is noise -- e quello dell’intelletto. La memoria sensitiva (vis quaedam sensitivæ animæ) appare strettamente congiunta col corpo – Grice: uses of “I” attached with ‘my body’ -- e capace di ritenere corporalia tantum; quella intellettiva – cf. Grice, pure ego, ‘soul’ --, al contrario, è armarium specierum sempiternarum. Alle principali tesi del LIZIO C. accosta, quasi sempre, la citazione di passi tratti dal De triritate di Agostino. Così la dottrina del LIZIO del carattere corporeo dei CONTENUTI della memoria – “I was hit by a cricket bat” -- sensitiva viene accostata al passo di Agostino sulla memoria delle pecore che, dopo il pascolo, tornano all’ovile. Mentre la nota tesi agostiniana della identità tra memoria intelletto e volontà viene citata a conferma del carattere intellettivo di una delle due parti nelle quali la memoria si suddivide. Anche la dottrina degl’aiuti (admincula) della memoria risente da vicino della sua origine in AQUINO (vedasi). Accanto all’ordine (bonus ordo memoriam facit habilem) e alla ripetizione (ex frequentibus actis habitus generatur) C. colloca fra gl’aiuti principali la similitudo e la contrarietas. Senza far ricorso all’arte della memoria locale [De nutrienda memoria C. regnante serenissimo et illustrissimo odmino nostro D. Ferdinando dei gratia rege Sicilie, Hierusalem et Hungarie, contenuto nel cit. Cod. marciano De nutrienda memoria. De nutrienda memoria. C. giunge in tal modo a fissare alcune regole ricavate, anziché da CICERONE, dalla psicologia del LIZIO. Contrarietas secundum dicitur adminiculum ubi notandum est quod quando res diversorum ordinum et qualitatum essent recitandæ in una oratione vel in una sententia eloquendac, tunc ordo subsequens debet esse contrarius immediate antecedenti, ut si videlicet memoranda essent libertas servitus frigus estas divitiæ paupertas pictas crudelitas iustitia impictas, sic ut sunt hic nominata ordinabis; non autem dices: libertas, frigus servitus estas divitiæ pietas paupertas crudelitas. Graveretur enim memoria sic inordinate procedens cuius ratio videtur quia contraria non se compatiuntur ad invicem immo iuxta se posita nullo medio, motum habent contrarium et operationem ad invicem contrariam. Sic itaque, sicut motum nullo medio ad invicem habet contrarium, sic in memorando nullum aliud habendo vei querendo auxilium, movebunt memoriam. ARS ENIM IMITATVR NATVRAM. Un tentativo dello stesso genere è presente anche nel De omnibus ingeniis augendae memoriae di CARRARA (si veda) pubblicato a Bologna. Anche in questo caso le osservazioni del LIZIO sull’ordine, sul passaggio del simile al simile, sulla contrarietas vengono interpretate come vere e proprie “regole” dell’ars memorativa. Ma oltre che per queste derivazioni del LIZIO e per la proposta di un particolare tipo di De nutrienda memoria. Inc. contenuto, accanto a quelli delle opere di TOMAI e di C., nel cod. marciano -- Eximio dldodori domino salvatori de peregrinis de mai da magister Dominicus de C. de Neapoli ordinis minorum. Vom a nobis poftfauerit dominatio tua ut ea uobis exeplaremurjqua; ab LIZIO tradit litteris credita  de nutrienda memoria disciplina dC fi nobis in £fentiarum multis fludibus laboratibus onerofujn ee uideat attame il  Ia qua: uincit oia cantafid redit fue uirtute iocudu ipfe igif  oia uincens amor^qui ut eius eft jprefto nos cantati tue red  dit obfequi et parere ab amoris ope et obfequio noftro:oes  inuidie et liuoris apes ac detractdionis aculeos ambigat et  expellatjquac du ueritatis mella diffundere uident corda ta  meaudientiufelleapcrimuntinmdiadu femen difcipline  fide ab eorum cordibus mordedo detrudut:His igitur fur  da aure poft terga dimiflis accipe caritatis noftre dC n5 ali/  cuius dodrine munufcula qua: Ariftotelis dicut de memo  ria dc reminifeentia documenta fandi dodbris Thome de  Aquino (ale codita quoru uidclicetquom quatuor fint pri  mueitanotadu Capitulum pmiflum fuper documeta  Rimo notandu e q> in traditoe cuiuflibet documeti  pmo erit regula documeti trahes:fecrido poft fe exe  pluttertio aut ueniet ratio* Ita*n*i ubet Ariftoteles in princi/  pio primi de partibus aialiudices eruditi n.e fecudu jp po/  (itu dC bene pofle iudicare q> at bene aut no bene redit cam  hazcille qrto uero incides,p fufeipiedo documeto iuuame.   Primum documetum^j   Ota q> bonus dC clarus intelledus habile et clara red /  dit memoriam* 4 A  Exemplum*   Otar ummmide tu r facilior q ignotoru memoria ho/  minum intelligere igitur memoranda conare  Ratio ;i   Vonia cu memoria ut idem ariftoteles teftatur nil  aliud fit qua firma retentio 3t coferuatio reru imagi^  nu prius ab aia pceptaru qua qde coferuatione eloquentiae  tbelauru latinoru oratoru princeps cicero uocat:N5 T nifi g i  telledus manum in memoria: arch a funt quarqs memora/  turus eft conferuada intelledusmmt cois ethimologia fon^  re uideturqfi intra memoria: Iedu leges e*i*in reqem das  quxfxpeuoluit intelligere Iuuamen, D qua ratione accipienda fcieau e q? comunis fenfus  nofter quii prima capitis parte fitus eft tanq filua ma  xima e in qua omnium rerum imagines per unu quecj fenfuum percepte relucent ficut in filua oium et arboru et pia/  tarumherbarumc^faciesjperunum quodqj femen exorte  uirent ex hoc igitur chaos maximo intelledus:quafi germi  na prima qux dicuntur cimx plantarum cultor luis quxqjs  poft eorum cognitioem quae prima intellectus operatio di  citur nedit ordinibus: quae fecunda eius operatio dicitur:&  tertio quafi deambulans per pomerium incoclufione legit  fimilibusfimiliacoaceruans:qua{iin fafciculos ligna : 6c ca  lato poma:quia nihil eft in intelledu quin prius fuerit in fen  fm&illa in archa memoria reponit:de quibus cum loquif  quafi de armario pomorum cibum fumens VERBA perdentes ruminantis intelledus emittithinc Auguftinusin diaf/  colomficut ingenium inquit diuidendoinueftigatSC inue/  nit ita memoria colligedo cuftodit dC quafi fos riuulos emittit memoria uerba f Aliud adminiculum. Ropter quid notadum eft adhuc g? memoria e mul /  tiplex uidelicet memoria fenfitiua et memoria intelle  ctiuateft aut memoria fenfitiua iiisquarda anime fen  (itiuecorporaliunitaorganocorporalia* tantum apprehen  dens et retinens &C eodem pereuntis periens*ad hoc et nunc  ipfa fe habensmnde Auguftinus in fecundo de tnnitate^pof  funtinquitpecorafentirepcorporis fenfus& ea memorie  madare«ad affuetuenim prefepe reuertituraflenfus qii#q-r  dem fenfitiua memoria deftructo organo corporali perit et  ipfa q? patet in mtellectiuo homine qui ab retentis in {enlitiua memoria fpetiebus demu ad intellectiua memoria refle  ctitunfignu autem huius da^Auligehus i libro de noctibus  acticisloquens de democrito philofophout retentas fpecies fenfitiu as melius mtelligeret fe orbante. Emoria aute intellectiua eft potentia et uis quarda in  tellectiue anime fpecieru fempi ternarum armariu un  de LIZIO in tertio de aia^aia inqt locus fpecieru e no to  ta fed intellectus ideft itellectiua memoria hinc Auguftin9   imxi.de trinitate memoria inqt intelligentia et uoluntas fut  una mens.ha:c nec corpus e nec in corpore uirtustcorpora  lia enim tatummodo memoraretur ut patet p Ariftotele di  centes multi colore efreoculualioquiiifuo tatumodo colo  re colorata uideret:extrah it etia non folum fpecies a corpo  ralibus ut intelligibilia fiant memoranda ea fibi aftimilado:  Sed etiam ab hoc &C nunc quaquam ut pafliua potentia no  femper ipfa actualiter memoretur:ha?c de memorie diuifio  ne tipice dicta fufficiant. Adminiculumduplexeft,. A ii Rjmu dicitur attentio Ariftotelcs indude afa addes  adiuoru (ut ipatiete bene difpofito: Ariftotelis at pre  ceptor piato intimeo auidi difcipuli et probi forma deferibes ego iquit ut probu auditore decet fine fermoe fub fcile/  tio metem aurefqj parabo:hinc Hieronimus ad Paulinum  habet inquit nefcioqd latentis energie uiue uocis adus et  in aures difcipuli de dodoris ore tranffufa fortius fonat fi/  militer 3C deledatio cum admiratoe unde et pueri:& mob  les carne funt boni intellcdus atep memoria na pueri pri/  mum ifbrme habentes aiam:& cam oium ignoratestin fcie  tiis delcdant& admirant i cognofeedis ude et magiftroru  dcfedut honore dC flatuas afpiciut admirateffanctoru dC de  pidas eoru hiflorias»Secudi uero tanq impotetes oium ad  miratur dC magnifaciut fcietias:magnain«faciut dodrina et  ut iperfedi perfeddem ea acquirere dcledantunattede igi  tur difcedis et memorandis ut magnifacias ea : Arifloteles  enim dicit quedam femeLfiattente uidentes melius memo  ramur qua aha multotiesXno attete et Saluflius ubi itede/  ris igeniu ualet Itedeledaretifciedis &mcmoradis 8>C mafgnifica iIIa:Tulli? n bene iquit memoramur q i pueritia di  dicimus et orati? quo femel e ibuta reces f uabit odore Te  ftadiu: &cudeledari:c6tingat cuqb9cofuetudoine(l ipfe  £ git tecum loquere et cum fcientia quafi cum fponfa iocare  multis ornata monilibus. ACCADEMIA enim in academia uilla fer  pentibuscircuncindautdifcipulorum animus infe reclu/  fus proficeret in dodrina legebat hoc etiam communis co  fuetudo uidetur approbare fcolarium qui feneflrasauleftu  dii tela uelant ut aer tantummodo pro afpiciendis litteris 8C  non pro oculorum uagatione illuminetur Secundum adminiculum  Ecnndu adminiculu diciturnioderatio apprchenfo^  rum per intellectu : no enim ualet memoria retinere  qua: intellectus caperc:facilius enim eft ligna lddere&liga  re qua fuppofitis humeris fubtecloportare Ite tectu no eft  capax omniu qua: in iilua funt lignoru noli igitur plura le/  gend.o per intellectufri capere qua qua: ualet memoria reti  nere ne forte ceflante intellectus tympano et pfalterio Jn in  tcllectione illoru ceflet etiam dC illoru poflefiio utilius eni  tiidetur tranfeunti & trafuolantiprouincias&uoluptat'em  in nouitate diuerfaruni reru captanti diutius comorarij \ ali da oculoru tantumodo uolate praefenria delectari:tran(acta  eni imagine tranfit oblectatio primo Secundo uero relicta  eft umgofimul et floru pofTeflio» archa aut pofieffiois (ciS  tie memoria primo vacua fecudo uero remanet plena Secundum documentum Otaq>bonusre&ufq$ ordo memoria faciet bona ha  bilemcj et rectam Exemplum. Aciliusrectiufcjmemoraturus quis conuiuante fa /  miliam totam (i afeendendo a feruis icipiet et grada  tim ad patrem familias cucurrerit reuerhirus ad feruosdon  gius enim erit iter memorie et reminifccntie in reuerfioe et  defcefu ad feruos propter quod lafla et fefifa memoria ipm  relinquet unde Hieronymus ait de euangelifta Matheo cp  ufus fuerit ordine pra:pofteroded neceffario comutato ut  generationis chrifti feries texeretur   jKatio ad memoranda Vom Augiifliniisdecimononode ciuitate dei dicat  q? ordo eft parium difpariucj rerum fua cuiqj loca tribuens A iii dispositioiu fiet motus mcmoric ad illa memor&U quem  admodu dCordinistquapropter Cicero fenfit q> oratorem  oporteret oia fcire fcilicet lecudii ordinem 'quia ars imitatur  fcmper concito gradu naturam j   Iuuamen Binotandu eft quod ordo eft multiplex cuius 'nobis  diuifio trina fufficiat primus ordo dicitur ordo natu  ire duplex exiftens primus dicitur uniuerfalis quod faftum  a BOEZIO (vedasi) dicitur in libro de philofophicaconfolatione q fe  cundu eunde in dicto libro nil aliud cffqua difpofitio mobi  liu reru per qua diuina prouidentia fuis quarqp nectit ordini  bus fic pecudis femen ad pecude generanda et hominis or  dinatur adhoiem et ut Ouidi? primo methamor.ait, Affra  tenent cadefle foliu formeqsdeoru ceUerunt nitidis habitan  de pifcibus unde Terra feras ca:pit uolucres agitabilis aer#  Ecundusaute particularis dicitur (ecundu que natu  ta in uno quoqs parpaiki i naturaliter producedo or  dinateprocedit. Nam in humano uentre ex fufcepto uiri (e  mineprio embrione coagulat de quoSalon feptio capitulo  Sapientie fue ait g fum qmde 6C ego mortalis ho fimilis horni  Ilibus et ex genere terreno illius qui prior fadus elt dC in ue tre matris figuratus fumcaro.dece mcnfiu tepore cpagula  tasfum in fanguineex i femine hois ex delectamero fomnii  conuenientis &c#tera,Secundoquafiexquadamaflacoa  gulataincipitcarneaaia fcilicetfenfitiuaillu informans pro  pter quod dominus per lerenna cominatur fuperbo ifraefs  populo quafieoru mhileitateoftendendo dicens quali olla  in manu figuli ita 5C uos in manu dominhTertio in noinbf  finioaiaii hole quafi deficiens natura a domino carleflem di  uina^aiam expectatpropter qd‘ didu e quod genus lpius cilicetdei fumus perfedus tande inefle hois ho quafi libet  et fui dommnsifradns feris materni carceris in luce perdit#  &m potentia habens cuncta ut Bauitoiafubiecifti&csete  ra nnllius tamen perfectus poflefibr lingua habens et inte!  lectum: nec fatur nec ratiocinatur propter quod illius die  fui ctas infantia nominatunfecunda pueritia*tertia adolefce  tia qtaiuuetus qntagrauitas fexta fenecftus feptia decrepi  tas ultra q nihil hui^uitae expe&at nifi refolutio ad morte. Dmemoradum igitur totum hoiem 5C qua; accidut  ei fecundum oes aetates fic facilius monebitur mcmo  ria ut eft mota NATVRA ARS enim praheuntem pfequitur na  turam et eius prora dimiffa ucftigio calcato natura profeq  tur puppim et ipfa quafi duce pradieunte uelocius percurre  dam tranfuolatuiam Ecundusordo dicitur rationis ubi notandum eft q'<£  ratio uas eft omnibus calatu dC floridam uirtutib? ue  lut cadum ftellis interquasuelutdranaftella refulget puri?  Incidiufq3 iuftida ronalis em puer indignatur bolum accipere apparete a quo no ut decuit uultu ironicu afpexit* Ite con  uiuantibus uel in ecclefia conuenientibus uiris adultis ipfe  non alta fed humilia elligit fibi loca unde proportio iufticie  uidetur lucere in talibus*hinc et enim e qcf pnm^chori loc?  dat pape*fecudus cardinali terti9archiepo qurt9epo*qntus  Sacerdoti dignitate pradido/extuspriuato facerdoti*fepti  musdiacono*o&auusfubdiacono*non9acolito decim9 fer  uieti i ecclefia Ite prio lgator poft que rex e cui fuccedit dux  que feqtur marchio trahens poft fuos humeros comitem  cuius terga refpicies procedit eques cuius talis fequens gra  ditur armiger poft quem prsefto eft equi agitator illius *lte  primus menfe locus datur patri familias  Quinto ex uno latere secundus primo genito tertiust secundo genito ex aliola  tereprimus matrifamilias fecudus*prime nataru tert&fecfi  de«nataru*qrtus*£uo &C atfcille feqnti: nofces igitur ordine   huc&gradiensper ilifi ficiufto&redogradufactledinda  memorabit pg qdJ dicif q? gradatim rememoratesoes fci£  tias fm earu ordine uel £m ordinem q ipfas gcepcrut feu ac  quiliuerut facile memoratur eudaru unde et re khoare ob  litu in recitado peipitur puer unde Ariftoteles poft primi inquit motum natus eft fubfequi fecundus  Ertiusdicit artis ordo duos habes fontes uidelicet in  tellediuu fpeculatiuu et intellediuu pradicu q oge  et inquifitione unus cu fit multiplex nominat Rimus fons omnes fcietiasbC partes earum ordinat  unde prima fcie ntiarum dicitur gramaticaifundame  tihmeft aliam fcientiarum poftq eft fecunda polimita rhe/  torica dc hacfequif dialetica et ut huic fuccedit pBica Ite  prima partes ordinat na primo e fpeculatiua gramatica et  pofitiua lecudo dnogrophia tertio ethimologia qrto dia/  fintaftica 1 teprimo uol uit recognofcere nome fecudo uer.  bumJte primo philofophia phificoru librum ponit* fecun /  do iibrum de generatione et corruptione Ecundus fons cotinet oes mecanicas artes C pradiV  eas ordinationes ut eft medicinatars militaris dc architeduraJtearchitedOr primu fundametufcdoaula*iii cdclaue ordinati tedu fuppmu in quolibet igr illoru me/  moradoru fit memorati cognitio ordinis Ariftotelis q bene  iqt iuice ordiata ft bfi fut remifcibilia q uero malegrauiter Primum adminiculum Imilitudo igitur primum dicitur adminiculum quas  erit fecudu ordines et qualitates ut fi iudicis memora rico tingat Moyfen populi ifraeliticiiudicem praeoculis ha  bebisritem lufci dC caeci fuiphonizantem et fi ducis homin€  aureo clipeo uel argenteo capite circucintum ide Auerois  comehtator LIZIO aitcp memorari conringit propter  fuum fimile cuius Tignum apparet in reminifcentibus alicu  tus prateritipropter pnrfens fimile occurrens unde aiunt  modo uide cuius re minifcar propter finnlitudine auditi uer  bi uel uife rei uel modo uide cuius me facias remimfci»  Secundum adminiculum Ontrarietas fecundum dicitur adminiculum ubi no/  tandum eftq? quando res diuerforum ordinu et qua  litatum effent recitande in una oratione uel in una fententia  eloqnende tunc ordo fubfequens debet ede cotrarius ime  diate antecedenti ut fi uidelicet memoranda edent libertas  feruitus frigus edas diuitie paupertas pietas crudelitas iufti  cia impietas fic ut funt hic nominata ordinabis non aute di  ces libertas frigus feruitus cftas diuitie pietas paupertas cru  delitas:grauaretur enim memoria fic inordinate procedes  cuius ratio uidetur quia cum Boetius in libro de plpica coii  folatione dicat q? contraria non le copatiuntur adinuicem  imo iuxtafepofitanullomediomotum habet contrarium  8Coperatione ad inuice contrariam ficitaqp ficutmotu nui  lo medio ad inuice habet contrariu fic in memorado nullfi  aliud habendo uel querendo auxiliu mouebunt memoria:  ars enim imitatur naturam Tertium documentum Ota q? bona et ordinata ad unum principium memo  randorum reductio ad percurrendum illa memoria  faciet expeditam Exemptum B i notandu tn cfl g> eft aliud principium dicit gene  ralifllmu dC aliud q dicit umuerfaleu^comune fed no  ita ut primum dc aliud qp dicitur fub principium dc particula  ’ re hic (eruadus eft ordo ut traditu eft in capFode ordine igr  memoraturus totu et exercitu uel regalem gerarthia uel fa  • cerdotaledefcendedo ab imperatore uel rege uel papa inci  piam dc ad pncipes militia? duces dC cardinales principia co'  munia mediata quaprimu deucnia a quibus quafi reicipies  defeendaad particularia principiamidelicetcenturiones ba  rones dC epos:afcendedo uero ecotra faciedu eftdicuu facili  us memorabor oes intermedios inter papa dc eardinales dC  hos dc epos 6C eos q lub ipfis iuntjcogmtis horum dignitate  ordine 5C numero N oratione aut recitada fit terna qfi imperator dc pn/  cipiumgeneraliftimu diuifioprima qfidux SCprinci/  piucoe:fubdiuifiouero’quaGdux dC principiu particulare  fi aut ( p fe eet recitada plixior trifaria di uideda eft SC ad pri/  cipia diuifionis recurrcdu eft uidelicet fi eet principiu orationis omne hoium genus &c*mediu at cognito o ciues egre  gii dominiohui? et regno reru exterioru confumatio uero  orationis fermonis 8C profie:quom ois fpledor ornatus non  fi t ab h iis qua: terrena nubila paret fed ab hiis q a \ucx ai& p  deunt:ad lpfam refulgurateuirtute dC ad ipfam aiam inter /  noru acie ueftroru extollite oculoru:igitur r pprincipio me  morare omne r p fecudo uero cognito dC r p tertio:quom ofs  dC cetera unde dC poetice did:um eft:fcire ii uis hanc rem to  ta fit fepata minuti :& alibi ut qbufda placet tria diuifio fiat Ratio Vom aut ut ! teftatur Ariftoteles oe agens in telledlua  le intedat fmem defideratum in quo adipifcedo fpes    coftituitur quo adepto gaudifi operlti acqritur i uxta illud  fpesq differtur affiigitaiam:Iignu uit^defiderium ueniens  luncigit lecius pcedet memoria ad fine memoradoru quu  &ciarius 6i < ppinqus&faciliusfibi illu uidcrit acquirendu  hoc aut fiet in affecutione primoru principiorum* Gregori  us n inquitq?cognitio futurorum eft exibitio pteritorum  apprehenfio*n*finis ultimi uon fiet nifi meliis finibus comp  henfis:ubi nota q> ad unum fmem ultimum multi interme  dii fines ordinanf ut ad fanitate pocula et medulla et ad ue/  neranda caniciem pueritia atq$ iuuetus:exilaraca igitur memoria percurrit ufcp ad ultimum fine:poft primorum adep  . tionc:& {pes fibi oritur de ultimo fine adtpifcedo primis ade  ptis 8<quafi{blitafuturaetfitde fine ultimo acquirendo fi<  bi uidtoria casterisaliistnuphatis.ite paufadoi finib? fterme  diis a quolibet furges i fequete eudo ualidi? ad curreda uia  fuccincla confurget. Primum adminiculum Rimum igitur adminicula caufalitasdicir«eftm*ip{a  recitandimfoluendi globi orationis initium et caput  fonfq* habens ad oes riuulos uiam quafi caufain uirtute co/  tiiiens oes effectus ca ante qua: in fe eft una folet efte pluriu  effectuum et quom fitbreuior numero facilius eft memoy  rice retinenda cix aut multae funtpqbus cognofcedis Ari  fto.& j>cli legeda ft opa et fefti do&orisa argumetatoib? ue"  ro ut petit dilatio tua a nob illi fieri claru ca e medi? termini  qi priaargumedpponefuit uii Aruth^picoruuiidargume  tatoib? iqtroportet ppoes memorabili* (cire:fi at cupit duar  tio tua fcire iuetoe medii termini r p argrmetatoe uide q de  ea feripf t fetus do&or Thomasde aqno,pauca*n*6cbreuia  cu lint faciliter memoria: coni mendabun tur*   Secundum adminiculum* f Ecundum adminiculumdicimrprincipiorum deter'  natioubifciedue q? fi plura nomina eflent recitanda  utputa centum uel plura edent illa ad paricularia principia  reducenda quinaria huius ratio ex tam dictis tradita uidet quom»n»perinteIlec3:us manum reponant in archa tnemo  riacreminifirendaficut natura qua ars imitatur quinq* digi  tos manui tribuit itaurcp fafciculuqqe Itelledus manus me  moria: tradit conuenienter fieri dicamus quinarium IV documentum Otaq?potiffimumeftquartum& ultimum docume  tum quidem dicitnr fepiflfima memoratio unde Ari/  ftotcles meditationes inquit memoriam (eruant»  Exemplum»   Am pueri poftq didicerin t ledionem recitanda mag  ftroadhuc multoties illa rememorant pp qd Seneca  dixit memoria nihil perdit nifi quod fepe non refpicit»  Ratio Vom fit comunis fententiaphilofophantiumoium  ex frequentatis adtibus habitu generari : habitus aut  ut Ariftoteles teftatur intellectuales &i fcientia: fint dediffi  cili mobiles no gdit memoria q fepe uideritad (e conuerfa Primum adminiculum Dmimculum primum premium dicitur laboriofus  eni aJioru documetorut e quom fit ergo ho finis ulti /  mus horu oiutn maximu etprimu expe&at fuoru laboru»  oes»n.ita(etiut:q7oislaborpmiuoptet:q>e diuer(u fecudu  magnitudine et prauitateaioru memoratiu:rci»f»pmii ueri  tatem:& uanitatemobferuantiumnam homunculi cxterio  rum bonorum mercedem expedantnfii femetipfos in con  temptionem:obiiciut: pluris enim illa quamuitam fuam    hciut 5C tamen illa futpuitahois et n 5 hofs uita $ itfis: It€  luxuriofi corporalia bona rcfpicunt casci ifti apparet :domi  nu*n*uitc mortalium duceqpaium fubdiderut corporis fer  uituti quom p aiam corpus &nop corp^aia uiua fit, Ifti inp  nofcendis cantilenis et in memoradis gemetis amoris terre  ni (ingultibus ut carnalem mente moueat et ad carnalia de  (lderia ftudet quid ftolidius iftis qnrp futuris lachiymis pre  fentes emittunt 8C,p futuro luctu gemitus nunc dare cogu/  tur hos quidem (equitur acies tertia magorudentis ifti oes  funtafpiciedi palpebris ut qui ad fe ipfos nunq propriu con  uerterut internu necafpectum alioru ad fe trahere ualeant  etiam externum*   Agtianimi ucro eternam fuorum laborum ppofuere  mercede inter quos difteminata eft zinzania ut aliqui  ipforu ppria apparete mercede cupietes gloriam ip(a pdat  alii uero inquarreda gloria ignominia detineat ppetuam iu  xta illud fi ego gloria itiea quxro gloria mea nihil eft. Sed  eft pater meus qui glorificat me:quapropter apoftolus ad/  monet dices omnia in gloria dei faeitc:& iteru regi (eculo  rum immortali et inuifibili foli deo honor et gloria in fecu  la feculoruame*ipfe gloria eft uirtutu*& dominus nec cui  uir tutis gratiam dederit abfcj gloria fcilicet effectu gratia:  uagari tandem permittet inglorium in quo cum fumma  confiftat felicitas cu illi preditus uirtute apparueris te ipm  puta felicem fit igitur beatitudoobiectum tuum quam ap  petut^qua omnes Iaborat:& fic lemper et promptus eris  ad memorandu et memorando felix*   Secundum adminiculum*   Bftractio a meditatione rerum impertinentiu fecun  dum dicitur adminiculum pluribus SC enim intetus    BfiSofcft ac! fiiiguTa fenflis S^anrtoteleiJiiquit tp fenfusad  plura intentus ad minima fninimus efthaxigitur uir huma  tiiffimede nutrienda atep iuueda memoria ut uoluimus ex  preallegatoru doctorufcriptis legentes in dilectionis tue ca  lato a dominatione tua intrudenda cotulimus iocunda igi  tur oblata manu caritas tua fufeipiat pro quibus offeredis  concito ea atq? letanti percuretes gradu ad calce dedimus   Annodbmini*Nl»cccclxxvi,indicti6eu'iiuDie uero*xvxY  decembris Regnate SeremHlmo 8c liluftriflmio domino  noftro»D*Ferdmado Dei gratia rege Sicilie Hierufalem et  hungarie 6C cetera Regiorum uero cius Anno«xviii.Foelici  ter amem Valeperitufqg in multis in iftis etiam fufeipe uires ame i V ARMY MEDICAL LIBRARY   Cleveland. De nutrienda memoria. Carpanis. Keywords: chiave universale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Carpanis” – Carpanis.

 

Luigi Speranza -- Grice e Carrara: implicatura conversazioale e arte combinatoria razionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Bergamo). Filosofo italiano. De omnibus ingentis augendae memoriæ ad prestantissimum virum Aloisium Manentem incliti Venetorum Senatus Secretarium. Impressum Bononiæ per me Platonem de Benedictis civem bononiensem, regnante inclito principe domino Iohanne Bentivolio, secundo anno incarnationis, dominicc die XXIHI Januarii. Al testo di C. attinge largamente, senza citare l’autore, GRATAROLI nei suoi Opuscula dedicati alla memoria, Basilea. Su C. cfr. TIRABOSCHI (vedasi), Storia della letteratura. De omnibus ingentis. Primum est ordo et reminiscibilium consequentia. Cum cam didicimus ex ordine cum connectione et dependentia si aliquo eorum erimus obliti, facile, repetito ordine, reminisci poterimus. Alterum est ut et uno simili in suum simile pro- memoria locale -- fondato sulla suddivisione in V parti del corpo degli animali," il saggio di C. è filosoficamente e storicamente importante perché mostra la stretta connessione che venne a stabilirsi, all’interno di una certa tradizione aristotelica del LIZIO, fra arte della memoria e medicina. Richiamandosi a Galeno e ad Avicenna C. affronta, in primo luogo, il problema di una localizzazione della memoria. Passa poi a discutere delle principali malattie che ostacolano l’uso della memoria. Si sofferma ad esporre una serie di regole concernenti l’uso di cibi e bevande, il sonno e il moto. Giunge finalmente alla formulazione di un vero e proprio ricettario. All’idea di una terapeutica della memoria, già presente nel Regimen aphoristicum di Arnaldo da Villanova, e diffusa nella medicina medievale, si richiama, accanto a C., anche Matteolo da PERUGIA (si veda) che pubblica un opuscolo di medicina mnemonica. In entrambi i saggi è non a caso assai frequente il ricorso ad Avicenna. La tesi sostenuta da C. che l’umdità è di ostacolo alla memoria è per esempio già presente nei testi del medico arabo -- qui autem habent locum dominatum humiditate non rememorant, quia formæ non finguntur in humido -- ma il saggio di C. a differenza di quello di Matteolo e degl’altri già presi in esame, appare fondato su numerosissime letture. Oltre ai già noti classici della memoria, comparivano qui i nomi di Galeno, BOEZIO (si veda), Ugo da San Vittore, Giovanni Scoto e Averroè. vehamur: ut si Herodoti obliviscamur de LIVIO (vedasi) recordati latinæ historiæ patre, in Grecæ historia patrem Herodotum producemur. Tertium est ut contraria recogitemus ut memores Hectoris, reminiscimur Achillis. De omnibus ingentis. Il passo può esser letto nella trascrizione che ne ha dato TOCCA. Si veda per esempio: Tractatus clarissimi philosophi et medici Matheoli perusini de memoria et reminiscentia ac modo studendi tractatus feliciter. L'opera insiste sul regime da seguire in vista della buona memoria. Sull’autore cfr. TiraBoschi, Storta della letteratura. Averrois Cordubensis, Compendia librorum Aristotelis qui parva naturalia vocantur, in Corpus Comm. Av. in Arist., Cambridge (Mss.). Alberti carrariensis de omnibus Jobannis Ingeniis augende memorie: ad prestatissimu virum Alouisium Manentem Inclyti Venetorum Senatus Segretarium libellus foeliciter incipit. IM I tibi debeo : respicias Clarissime Alo que uisi ; nullius profecto momenti erunt possillons manuscula nostra : ei enim : cui cúcta debeam : nulla merces digna rependi potest : Verum siqualia ea sint inspexeris : si quo animo data sint libeat intue / ri : hoc negocium tuo patronatu non indignum iudicabis : Scripsi mus enim de nutrienda memoria breuem tractatulum : necessaria quidem (ni fallor) continentem : precipuaqs subsidia: que ppagare alii scriptores noluere conscripsimus: hunc ad te quidem mitto: cui tamen et memoria: et ratio: et integritas abunde suppetit. Sed tua gratia hec ceteris imptio: Neq3 gg Veneri senatus secreta tra ctes: hunc secreto tenendum: sed prius corrigendum: mox propa gandum ceteris. Bene Vale: et tui Michaelis Carrariésis memor esto: qui omnium memor esse foles. Libri Vnici de memoria Incipit Cap.primum BIBLIOTHECA Emoria inter diuina humane nature commoda Teste meo seneca: primum sibi locum usurpa 10 REGIA uit: Nam multa legere ftudiofis facile: multa MONAMENTS quoq itelligere bono: atqs exercitato igenio no difficile eft: Verum ea congerere: et in fcrinie memorie conferuare ita: ut non effluant neceffa rium: ac precipuum eft humane uite bonum: ut teftatur PLINIO (vedasi). Quis enim non admil retur: quod Cicero dicit fecundo ad herenium: quarüqs: aut legeri mus: aut audiuerimus ipfo ordine reddere: ut propemodum nihil noftra interfit a mediotan a calce: an ab exordio icipiamus: aut qs non admiretur Carneadem grecum: bibliotece qui uolumina mel moriter legentis more reprefentauit.at ne huic noftre etati inuide amus Francifcus fofcari dux Venetiarum inclitus tanta memol ría fuit: ut quecüqs toto fui regni tempore egerit dixeritq: ca cum effet opportunum repetat: hominum q3nomina: et tempora quibus ea gerebantur fine difcrimine comemoraret: eiufdé quoq; fenatus Senator clariffimus Dominicus Georgio tenaciffima memoria fapientie uberrime copulauit, In porandis enim caufis: et multos audire aduerfarios: et eis ipfo rerum ordine feruato refpondere fo let. Cyrus omnes fuos milites nominatim appellabat. mitridates duarum et uiginti gentium rex totidem linguis abfqs interprete: et audiebat; et alloquebatur. Cyrum igitur Frácifco: Mitridatem Dominico comparemus: et inueniemus habere tpa noftra: quo fu Igitur iis quibus perbiant nibile prifcis fe inferiora putent. non eft tam precipua memoria laborare opportet ut cá affequatur fine qua uix in uirum excellentem quifq emergit: fieri enim folet ut qtum quifq; memoria emineat: tantum eniteat et fapientia: nifi fit fomnolentus atqp ociofus. Poete enim nó abre fapientiam mel morte filiam finxerunt: et rectiffime Affranius de gignenda comp andap fapientia fcripfit hiis uerfibus. Vfus me genuit: mater peperit memoria. Sophiam me uocant greci: Vos Sapientia. Quo igitur Ingenio ca acquiri: augeriq; poffit hoc noftri opis loco di feramus Placuiffe conftat Ciceroni memoria habere quidda artificii: et non omnem a natura pficifci: Sicigitur et nos prius de artificiofa memoria: que locis: imaginibus conftat agamus. poftea doceamus quo medicamine et acquiri ac folidari poffit: et breuia quidem fed clara: et expertiffima ponemus. Locale memoriam primus omnium inueniffe traditur Simonides medi cus: Verum inuentam multo diligentius excoluiffe Metiodorus. Sunt autem: ut Ariftotili placet duo actus memorationis: memot ria.f. et reminifcentia: qq reminifcentia refpiciat ea qbus fumus obliti: fitqs extimatiue uirtutis officium: non principaliter me ! moratiue: ut Auerois: et Albertus in fuis tractaculis uoluere: bec autem fine prefentia obiecti in homine folo cft. Nam cum obiecti prefentia etiam reperitur in brutis: ut dicit Arifto.et in ca ne uenatico fatis patet. Memoria eft retétio ymaginum prius ab anima perceptarum: que tamen neq3 atilis eft: nifi et omnes re tineat: et co ordine quo eas concepit reddat.hec uero nec prefent tium neq futurorum eft. fed ut dicit Ariftotiles preteritorum tátů Igitur fi philofophorum fententias interius perfcrutemur ad me morandum quattuor motus concurrunt, C Primum eft motus fpirituum qui a cogitatiua ad memoratiua m figuras tranfportat Alterum eft pictura fixioq figurarum in ipfa memoratiua. Tertium eft reportatio earum a fpiritibus a memoratiua ad co gitatiuam. CQuartum illa eft actio qua cas cogitatiua recogno fcit: que proprie eft memorari.ad cuiuflibet harum quattuor rerú defectum neceffe eft deficere et memoratióem: Quapp Ifaac Sal lamonis filius bene memoriam diffiniuit: Quod fit apprehéfio in anima exiftentium rerum cum indagatione et inquifitione: Veri de ca copiofius bic agemus ubi de medicinalibus auxiliis fiet mél tio. Nunc: artificio prius memoria inftituentes: que opporteat de fe preftare uolentem memorari prefcribemus: Sunt enim precepta.xx. Primum eft: ut quecunq3 fequuturi fumus ftu dia ca preftantiffima pulcherimaq diiudicemus: in hocq3 nos feli ces iudicemus: fi eam difciplinam abunde fuerimus confequuti: neq3 omnem audiemus preceptorem: fed excelentem dumtaxat qualem non modo laudare: sed etiam cogamur admirari: In qua re profundiffime fapientie confiliun fuit Philippi Macedonis: qui prima etiam rudimenta litterarum uoluit Alexandrum ab Ariftol tile doceri: fic enim fieri folet: ut cum preceptorem difcipulus qua fi animiatqs ingenii patrem ueneratur; dum eius graues miratur fentétias Errigatur in animo appetitus fitisq; difcendi: qui gene rofi inuidia appellari folet: q plurimum ad perfici édú habet iuua menti.Recte ergo CICERONE (vedasi) scripsit secundo ad Hereniu que in pue ricia fufcipiuntur recte reminifci: quia nulla nifi re noua et admil rabilli commouetur animus: quod fcripfit: et Commentator his uerbis.homo memoratur multoriens quod fecit in puericia bona rememoratióe: quia illa eras multú amat formas et figuras et mul tum cis delectatur: figuntur igitur in eis bene et propterea difficile dimittuntur: hác ob rem omnium fapientum dux optimus LIZIO fcientiam de anima bonum honorabile in principio fermóis nuncupauit: ut excitaret ingenium: q ea bona precipue defiderari foleant. Caueant igitur parentes: ne illis filios dédant ftu diis: que ingrata illis effe cognouerint. Alterum eft ut eam fcientiam difficilem perpaucis q3 bene cognitam exiftiment. Sed illituiffe fententias ambiguas: quas extricare per pauci homines norint cofurgere oportet ingeniu: opportebitqs ut in eas penetret: hec uerò animi erectio memorie perutilis eft. CTertium eft; ut fiue audiat; fiue legat tota id faciat attentione: omnes cp animi uires cógreget: nec cas fparfim errare patiatur: que enim attétius didicerimus ea nó facile dilabétur: hic enim fit: ut Ariftotiles dicit: ut in loco: que femel atterite audita funt lógius in memoria permaneant: q que cum negligentia funt multotiens audita.Recte itaq ACCADEMIA in principio thymei probum auditorem fub filentio fcripfit: mentem; atqs aures comparare. Ille enim tefte tuo CICERONE eft docilis auditor: qui attéte paratus eft audire: quafi actus actiuorum in difpofito patiente effe conueniat.  Attentio enim mentem ad doctrinam bene difponit.  Cóferuari nequeut nifi que preintellecta funt: Nam et a Gorgia fapiéter eft dictum: et a meo TERENZIO fapientius repetitum: Vbi intenderis ingenium ualet. Quartum eft: ut que multa collecturi fumus: qtum fieri poteft ad paucitatem: breuitatemqs reducamus. Nam ut patet fi to pichorum uniuerfales propofitiones in memoria habuerimus: fal cile erit ex eis ad particulares materias argumenta formare. Vgo names in didafchalione dixit: aliter adifcentem pcedere: aliter me moraturum. Ille enim qui difcit: genus feccat in fpecies: et eas rurfus in alias: ufqp ad fpecialiffima. memorantem auté opportet multitudinem colligere in unum; aut falté in pauca. Habet.n. ois oratio fuper quam fondetur bafim.eam decet notare: et conclu fióem quá ex ea deduxit modú aut deductióis facile qs in memoria reuocabit; fi bafim ipfá: cóclufióemqs tenebit; na et Gallienus primo tegni Cap.primo: facile inquit omnia memorabilia funt ex termini diffolutione. Quintum eft; ut rerum ordo ante omnia diligat ut fi tertium uerbi gratia canonem collecturi fumus: fciamus duas er. xx, fen.cffe: earuq ordinem ab ipfo corpore heis re ceptum. Primam fen in tractatus fectam comprehédemus.Primú deinceps tractatú in capitula: capitula in ciclufiones feccabimus: et fic earú ordiné cóftruemus: ret ipfe doctrine ordo dabit ordiné: quía prior in alteram ordinatur. Sextum eft: quod a Ciceróe et.M.fabio. Quintiliano eft traditum; ut fingula fepe repetantur: ucluti: ut in priore exemplo uerfemur: cum poft primum capitulu alterum didicerimus: et primi: et fecundum animo repetamus: cú didicerimus tertiu; et primum; et alterú cum tertio nihilominus repetemus: atq3 ita deinceps: donec totum tractatum teneamus. CSeptimú eft; ut cum multa complecti uolumus; ea membratim feccemus. Nam dicit in rethoricis MARZIANO. ne confufa multitudo ebetet memoriam id fieri decere. Octauú quod BOEZIO (vedasi) docuit in fuo de fcolaftica difciplina: Erit fréqués ac diuturna de cadem re cogitatio: atqs difputatio. Nam fi differendo aut capias aduerfarium: aut capiaris ita ut aut laudem affequaris: aut uitupe rium.infcribetur id ipfum demum ita in animo: ut nequeas etiam fi uolueris oblitterare.que precipue cum obbrobio: et erubefcen ! tia difcuntur fixiora funt; eamqs ob caufam mens tenaciffima eft iniuriarum. Mira igitur laus fuit Cesaris: qui nullarü rerum nifi iniuriarum immemor fuit. proderit igitur uerfari cum hominibus confimilium ftudiorum: et de eis affidue difputare. Nihil.n.met moria perdit: nifi ad quod fepe non refpexit; ut ait Seneca quarto de beneficiis. Et Vgo principium in lectione fcribit effe confidera tionem et confirmationem in meditatione. Verbum etiam Arifto. eft. meditationes memoriam faluare.eft aut meditari aliquid mul totiens fpeculari; non ut ipfum eft: fed ut ymago alicuius: et apud Ptolomeum in principio almagefti.meditatio ueritatis eft clauis. Nonum eft: quod Beatus Thomas imperat in epiftola ad fratrem ftudentem: ut per ea: que non intelligimus nó uolitemus; fed ca prius intelligamus: q curramus i pofteriora: neq3 ita curandu eft: ut multa legamus: qut multa intelligamus. CDecimü eft: quod Quintilianus auctoritate Platonis fcripfit libro xi.de inftit tutione oratoris.ut.f.non obfint memorie littere: ne que fcriptis repofcimus uelut cuftodita definamus: et litterarum fecuritate di mittamus. Vndecimum quod idemptidem Quintiliani eft: ut ciborum bona digeftio procuretur: ut que obfunt memorie fugiaf mus: que ei conferunt in ufu fint: de quibus fuo loco ( qtum fatis eft ) tractabimus. Duodecimum eft: ut animum ab aliis cogita tionibus: qtum fieri poteft liberemus. folent enim ea precipue gra tia bene memorari religiofi; ut Gordonio placuit: quia pofiti in fo litudine minus uariis cogitationibus diftrahútur. C Tertiumdel cimum eft: ut fi fieri poteft ea non folu audiamus: fed et uideamus que in memoria habenda funt.dicit enim Ariftotiles: quod femel uidentes magis memorantur: q eafdem multotiens audiétes. pro pterea confulebat Guido pater meus: ut fimplicia: que legédo dif fceremus etiam oculis fi fieri poffet afpiceremus: fic enim fieri fo let ut non facile effluerent. Quartumdecimum eft: ut de rebus fingulis interrogati non confeftim: et abfq3 meditatione refpódca mus; fed prius queramus per arculam memorie noftre: qd: quali terep fit refpondédum: quia damafcenus particula fecunda aphorifmo quarto dicit. Siinterogatus femp uelociter refpódeas dubi tandus es, in cuius comento dicit Remigius: quia refponfionem fubitam inconfideratam effe opportet. Nemo auté abfqp confider ratione poteft effe precipuus. Qiutum decimum eft ut quia tefte Quintiliano libro primo.non poteft abnegari differentia inge niorum. Alterüc altero plus poffe nemo dubitat: metiatur unus quifqs uires fuas: et ut dicit Paulus apoftolus probet fe ipfum: ta tumq ingerat memorie fae: qtum ea capere: et tenere poteft.ucluti ftomachum inutile eft fupra eius uires onerare: fed tantum con uenit accipere: qtum poteft concoquere: et propter hoc non impin guatur corpus gulofi: quia quod comeditur non nutrit: nifi diges ratur. Ita qd difcitur; nifi retineatur paru prodeft: cum de huis: q legimus: aut uidimus id folum fcire uideamur: quod memoriter fcimus.adduci poffet illud Oratii carmen. Summite materiam uc ftris: qui fcribitis equam Viribus; uerfate diu: quid ferre recufet Quid ualeant humeri.quod fi altero peccádum eft: me cófultore: tutius eft minus: q nimis accipere, Vert ut in ftomaci fimiliradie uerfemur, fi quis qtum opportet retinere non ualeat: numerú mul tiplicet: et continuam imminuat quitatem. Decimumfextum eft: ut høre certe ftudio decernátur. Ille precipue: qbus et uacuus eft ftomacus: et ingenium uaporibus non obtenebratum; eroia tenet filentiu. Igit cóticinia: et matutini galli catus eligatur: cure musq: ne temporum rationem fortunae motus infrigát: quomi nus: quas decreuimus ftudio horas in co non abfoluamus. Nam fi Cefar Auguftus in bello Mutinenfi legere quotidie: et feribere folebat.fi Iulius Cefar: que die gefferat.cum orbem pacauit: ca noctu furtiuis lucubrationibus fcribebat et precipue tanta cu eler gantia: ut a Quintiliano libro decimo cap.primo Mire laudetur: Quid obfecro poterit: quid ing poterit urbano ocio internenire: quod nos a ftudio abducat litterarum. Decimumfeptimumi é: ut lucra quottidiana unufqfqs recenfeat: quottidieqs cogitet: quid didicerit noui: quid ue lucratus fit: proderit.n. plurimum ad pfici endum. Sapiens cenfurinus CATONE (vedasi) qcquid die feciffet: et legiffet: dixiffetqs ucfperi commemorabat. Socrates etiam id rpis perdidif fe fe putabat: quo fibi: aut aliis nó profuiffet. Recenfceamus igit et nos diurnos labores noftros: ut nobis demum; et pofteritati pro deffe ualeamus. Decimumoctauum eft: ut incipiamus adbuc paruuli memoriam exercere: hec.n.ueluti gladius; nifi exerceatur rubigine confumitur: Erit igitur hec parentum: et preceptorú dili gétia: ut prima etas exerceatur. Nam quo fuerit imbuta recens feruabit odorem: Tefta diu: et ueluti de cibo prediximus Ita puu lis pauca didiciffe fat erit: cüqs adolefcent: et difcédorú copia crefcat: neq tamé: ut placuit Quintillano: flagellis: aut uerberibus cogantur: fed preponantur premia: laudes q3 pro meritis: in loco ét fupra merita afferantur. Decimünonum eft: ut fi laxadus fit animus: quo poftea integrior: fortiores confurgat.non in ob fcenis rebus uerfet: fed mutato id fiat ftudio. Remittere.n.animu q amittere melius eft: ut fcribit AUSONIO aut ergo ad litteralia alia ftudia tranfeundum eft: aut ad muficalia exercitia: que; utauctor eft Emilius probus grecis in magno honore erant: apd nos quoq3 non cótemptui habentur. Sed funt: qui ludere malint: quod pati et poffem: fi honeftas fit lufus.fi fine fraude, fi fine iureiura do.fi breuis.fi premia: aut nulla: aut exigua proponantur. ad fym bolú magis: q ad ditandum accómodata: neq3 taxilli interueniat: aut alius buiufcemodi lufus: in quo plus iuris fortua habeat: q in genium, Exercent.n.et ludi memoriam. SCEVOLA (vedasi) aliquando ludo xii.fcruporum lufit: cüq3 prior calculum pmouiffet; effetq; uictus dum rus tendit repetito totius certaminis ordine quo loco erraffet recordatus ad eum reddiit: qui conluferat. I fqs ita factum effe có feffus eft.faciät idem et noftri interdum adolefcentes: Verü neq3 diuturna: neq3 frequens fit ea exercitatio: neq ca hora: que ftudiis debetur: moxq confirmato ingenio reuolét ad ftudia. Vigeffi mum eft: ut nó anteq deceat a preceptoribus diftrahantur. Ait.n. Hyeronimus fe credere p multos in uiros claros euadere potuift fe: nifi prius difcipulos effe puduiffet: q fapere cepiffent. Tam diu igitar preceptorem audiemus: q diu co preceptore nos pficere in telligemus. Itaqs eum: ut ingenii patrem uenerabimur: lateri ad i heremus: ut et CICERONE (vedasi) dicit.quoad fieri poterit: et licebit ab eius latere nunq difcedemus: quippe: ut fiamus eius prefétia doctiores nullus q fit.tam durus baculus: qui nos ab eo reppellat. proderit tamen uiciffim: que didicerimus alios docere; proderit et dictare et declarare: et interrogare et refpódere. Dubitareqs de fingulis: dum id fine ratione non fiat non erit inutile: et optare: ut quotti 1 die aligd excudamus: quod fit ppetuo noftrú: neq3 id Plinii in epiftolis nos lateat: q alia omnia alium atq3 alium patronum poft nos habitura funt. Caftigariq non modo nó egre ferat: fed amerz etuiciffim caftigare affuefcat: Verum in caftigatione modus habé dus é.ne.f.cú uituperatióe: aut caftigati infamia fiat: fed mitius honeftius: clariusq3: qfieri poffit. Intelligat magna te eius pie 1 tate ductum: ut errata caftiges.Hec funt quidem: ni fallor; prece pta difcendi: que fi diligenter obferuabuntur pdeffe plurimú adol lefcentibus omnibus poterút: obeffe nullis. Nunc de artificio fa agamus memoria: quod faciemus ubi precepta reminifcentie ab Ariftotelle collecta prius fcripferim ?. Sunt at quinqs. I est ordo: et reminifcibilium confequentia.cum eam didicer rimus ex ordine cum conexione: et dependentia fi aliquo eorum erimus obliti facile repetito ordine reminifci poterimus. Scito enim atecedéte facile fciemus et cófequs: et depditú inueníemus: Recte igitur dicit philofophus. Quebene inuicem ordinata func bene reminifcibilia: que uero male grauiter: Ná quo ordine pri us ref apprehéfe für: et cófiderate ab aia co ordine fe habét motus hoc é impreffióes facte ab anima. Motuum autem ordo: et cófequé tia că é reminifcédi ex primo.n.motu reminifcimur fecúdi:, hoc aut patet in pueris primo adifcétibus alphabetum: qui ipfo littera ru ordie reddere interdum fciút: ordine uero cómutato nó fciüt: unde ét precipere folemus: ut repetat principia; et p ea defeédát Alterú eft: ut et uno fimili in fuú fimile prouehamur.ut fi her rodoti obliuifcamur de Tito liuio recordati latie hyftorie patre: in grece hyftorie patrem herodotum pducemur. Tertiú eft: ut con traria recogitemus.pea.n.in loco docemurea: quorú obliti fum " cótraria: ut memores hectoris reminifcimur achilis. CQuartú é: ut loci ubi res tractata é: tpis q reminifcamur.fic et pfóe et câe pp qua ea fecimus reminifci cótigit: Vnde beatus Augu.fua peccata recogitare uoléti hec recéfere pcipit. locus.n.apd arift.pncipiú é reminifcedi. Quitů pceptú é: uta ppetare res repetat ut fi fagi nati memoria habere uelimus: d dionifio fyracufão recogitemus qut auctor é Iuftin'pre fagina uifü pdidit. fi caballi equ recéfea mus: aut doloris capitis; quo fepe propter ebrietaté affligitur; aut alicuius rei fimilis: ex qua facile reminifcétia nafcetur. Verum cú de figuris erit oratio: plura: que adhanc rem pertinent afferemus. Iam de memoria incohemus. Artificiofa memoria; ut Cicero dicit fecúdo ad hereniu: ex locis: ueluti ex cera; aut tabella: et ima ginibus: ueluti figuris litterarum conftat: Sic enim fieri poteft: ut que accepimus quafi legentes reddamus: neq multum interfit an a uertice an a calce incipiamus: locos ipfos ordinatos effe oportet: Nam fi in eis confufio fit confundatur omnia neceffe eft, multos etiam eos effe decet: ut multa locari cadem exercitatione poffint. Cicero cétum cos fatis effe iudicauit. Beatus Thomas plures habendos confuluit.hos multi uariis artibus quefiere: Metiodorus in fignis duodecim: p que fol meat: tercenos: et fexagenos inuéit locos. tot gradibus apud aftrologos obliquus ille circulus fecca ri foleat, Verum auctore Quintiliano. Vanitas fuit iftius philofol phi: atq3 iactatio in fua memoria potius arte q natura gloriantis Marcus CICERONE (vedasi) familiarem domum effinxit: locis difcretam mul ! tis: placuite uiro illuftri; ut inter locorü fingula quinaria; uel ma num auream: uel aliud quid difcrimen fingeremus: quo alter ab al tero fecernatur; in eis q3 immobilem ordinem haberi; ut femp dex tra et ingrediamur et egrediamur: fingi enim figure poterút: neq erit difficile; ut fuis locis figantur. Guido pater meus ex animal libus cepit locos fuos: et eorú ordiné ex alphabeto latino deduxit: ut a fingula littera unius animalis nomen incoharetur: perinde ac finoia hec fint. A asinus. B basiliscus C canis D draco E Elephas F Faunus G Griph H Hyrcus I Iuuéca L Leo M Mulus N Noctua O Ouis P Panthera Q Qualea R Rynecheron S Simia T Taurus vel Tigris V Vrsus X xiftus. Philofophus Y Yena Z Zacheus. hec fingula in quinque locos diuidebat in capur: in anteriores pedes; in uétrem: in posteriores pe des, et in caudam. Nam hunc ordinem ipfa natura porrexit: neqs confundi in eis enumerandis ingenium poteft.fic itaq3 centum et qndecim locos nactus; in eis rerú memorabilium ymagines ( cul pebat: ac ét in loquentis facie multa ingenio fcribi precipiebat: in capillis in frote: in oculis: ficq feorfum ad pedes defcendi: mibi uero facilimum uidetur: non modo centum fed propemodum infi nitos locos effingere: cu neminé lateat fitus ciuitatis originalis: Igitur cú p portá mens ingreditur: dum feccans fe ad diuerfas regiones: uias confiderat: due amicorum domos: edes deorú: pre toria publica repetit miram locorum qtitatem affequetur, Accedet ad hoc poteftas atria effingendi in quibus qrum libeat numerum locorum faciet: ut infcribi quecunq; uoluerit poffint.de locis igi ! tur fatis hec fint. Nunc de figuris differamus Earum quoq3 exercitatio preceptis feptem abfoluetur. Primum eft: ut aut rifum moueat figura; aut mifericordiam aut admiratióem.hec.n. facit etiam puellas recordari ut inquit Auicena fexto naturalium particula quarta. facile enim inuenitur quefita figura que affectu anime cómouerit: exemplum hoc eft.in ore afini rabidi caput An tonii conftitua morfibus fere offa cófringi. cruorem effluere illu auxilia petere.et paffis palmis uociferare.fieri non poterit. ut cum uoluero non uideam bunc oculis mentis mee: et reddere Antoniu nefcia repetéti. Alterú é.ut aut fimile p fimile aut p cótrariù fi gurem aut p, pprietaté. pmi exéplú eft: ut fi nomé Auicéne fim lo caturus. Alicuius illuftris medici nomen fcribá: cuius aut par fit aut paulo debilior auctoritas. fecüdi exemplum eft. fi idem per in docti medici nomen cum irrifioe cófcripfero.fi Terfitem p Achillem bonum per malum.informem per formofu annotauero. Exé plum tertii eft.fi Ouidium per magnum nafum Platonem per hu merum amplitudinem. Crifpum per anulatos capillos. Cicerone per Gelafinu fculpfero.quin ipfa nominis origo. ipfa declinatio facere ad tenendum aliquid poteft. Tertium eft ut a tenellis unguiculis affuefcamus locare: et cum quotidiana exercitatione crefcamus.qq etiam adultis prodeffe folet ifta doctrina.efficacior quoq3 fiet habitus fi quecus aut dictari aut facturi funt: ficlocent quecúqs etiam inter confabulandum audiunt fic pingant. mores geftus temporaq3 fculpant. fcio enim breui tempore fient exercita fiffimi, ludere etiam prodeft alterum cum altero: illum uincere qui plura clarius ordinatius uelociusq; retulerit Quartum eft ut omni quinario rerum fignadarum repetamus a principio ea qnq fignata: folet enim repetitio ad memoriam ualde conferre. V eft, ut que non funt fimplicià ea per componentium fimilitudines ftatuamus uerbi caufa.qui memorari uoluerit hu ius enunciationis. CICERONE (vedasi) cum ortenfio difputauit. Cicer lel gumen in orto fingam quod de orti fterilitate coqueratur.fic.n. et Cicer. CICERONE (vedasi) et ortus ortenfium: et querella difputationé reprefentat: Sic enim feruari folent: et capita legum: ut fi locanda illa lex fit publicati femel teftaméti fides.effingemus dică teftame talé patenté: cui quifpia cenum iniecerit: ut eius ftdes aboleretur. ecce. publicati femel teftamenti fides relegi poterit. Veru hec faci líus fiét fi affit doctrina et plena rerú memoradaru cognitio.neq defit confumpta.et inueterata exercitatio.nam et medicus medicil nalibus et iureconfultus plebefitis facilius recordabitur. CSex tum eft ut Silogifmos reddituri medium termínum precipue col prehendamus.co cognito modus figuraque sylogismi ipsum ordinem propriorum uerborum apportabit.neqs quicq facilius capit aut tenetur: quia quo tempore aduerfarius propofitionem affumptionem et conclufionem facit; dumq3 cas approbat daturum ad fi gurandum ydeam medii termini longius fpaciu: quo noto fi mal teriam non ignores: fi quo ferratur argumétum intellexeris: fi lo ! gicos canones non nefcias: errare nullo modo in reddendo potes CSeptimum eft ut cum ignota barbaraq nomina fumus ferual turi: ea aut per quid fimile aut per ipfas fillabas fcribamus. Fiet hic locus clarior exemplo fi feruandus fit hic fermo. Cimergot aender.primum confiderare cóuenit utrum hii termini in lingua nobís cognita quid fignificent id fi contingant facilius fcribentur Ferunt enim Címergot aput germanos deú fignificare fi id non contingat alio fingemus ingenio lingua uernacula fummitates ar borum cimme nuncupantur. Got apud illuftres uenetos ciatum reprefentat: fingito igitur, Cimmam unam mergi in ciato. Ciatú q3 ad undas illidi et fluitare: et ne ultima perdatur terminatio: et litteram et undarum conflictú audiemus: fic Cimergot aender re legi facilimum eft: hec funt quidem nó inutilia memorandi: Veru ego profecto fubdubito: quod et Quintilianus fcripfit: ut. f. hec omnia id ipfum conferant fi nomina eodem ordine quo funt accel pta reddenda funt: hoc fecit Simonides in conuiuiis quos cadens atrium atriuerat: conferre etiam in, reddendis fylogifmis. Nam et nos id fecimus. et alios uidimus factitantes. Verum hec minus prodeffe poterunt in eis edifcendis que funt perpetue orationis: Nam et fenfus non eandem ymaginem quam res habent et diffi cile uerboru ordo feruari queat: qs preterea tot locos: tot ymagies ne dicam habere: fed ne fperare qdem poteft: ut quings contra no nem fecunde actionis libros notare et reddere cófidat: qq illuftris orator. Dominicus Georgio fingulis rebus proprias figuras haberi poffe confirmet: ut coniunctiue: condictionali: rationali: reli quisq3 particulis orationis proprii characteres affingantur. quin accentus etiam poffe fignare conftantiffime affirmat: Quam effe poffibilem non abnegauerim: apud Auicena: poffibilitas eft res ampla: et ipfe fortaffis precipuus orator. Dominicum dico, id fal cit: qui reddere lecta: atq3 audita ipfo ét ordine fillabaru folet.mibi certe nondum id exercitium contigit: multumq3 ego iam dubito paucos effe homines: qui emergere in id culmen ualeant: etiam fi omnibns uiribus enitantur: Alii feccadam effe orationem in par ticulas cenfuere: eas poftea prefigi. Verum aut fingula locanda funt aerba; aut in eorum ordine reddendo errandum eft. Quapp fi iudicio bene ualeo oporter excogitare alia ratióem memorandi: qua poffumus pdeffe pluribus: caqs tua gratia fcribere: et publice docere: que philofophi antiqui cellare maluerunt.id nos ingenue faciemus: medicamina confcribentes: neq; tamen negabimus: que funt hactenus fcripta plurimum ad memoria cóferre: folent enim nonnulli eis artibus multis notariis fimul dictare: notare in qua claufula fiftant: cum ad alterum itur: ut reuerti fciant et fine poftul latione fequi. fuit Iulius Cefar in hoc genere oftentationis dicta re et audire folebat epiftolas rerum tantarum: quaternas pariter li brarís dictare: et fi nihil ipfe fcriberet: feptenas: quam rem non fi guris fed naturali ingenii bonitate faciebat.hác igitur arte queri temus: nam ftultum eft non optima queque fibi ad imitádum pre ponere: ut fi eo pertingere non ualeamus: at ppius: q fieri poteft accedamus: Ad tam perfectă memoriam: et difpofitione naturali optima: et arte exquifitiffima opus eft: neqp poteft ars illam profil cere: quam natura ualde mancham genuiffet: proderit illi tamé: red detqs meliorem. Iam igitur rem incipiamus. Capitulum fecundum de medicinalibus auxiliis Emoria Iohanne Scotto auctore fecundo fentétiarú diftin ctione xxii: Pars eft fecunde portióis anime. due funt enim eius portiones. ut per alteram deus cognofcatur: per altera p ximus diligatur.huius ptes tris funt: Memoria; Intelectus et Vo luntas. Fuit autem inter philofophos non parua controuerfia: in qua parte cerebri locarer. Na Ariftotiles fecüdo de animalibus co furgere bonam memoriam cenfuit ex bono totius cerebri tempera mento: Verum Auicéna et ferme doctiffimus quifqs arabs in ante riori cerebri uentriculo fenfum cómunem: extimatiua in media: memoratiuam in poftrema cellula pofuere.fic cóuenit: utplurima inter medicos. Verum tamen Gallienus fecundo tegni: cum figna complexionis cerebri ponit p operationes fenfuum interiorum. facilitas inquit difcendi fignum eft fluétis: hoc eft humidi cerebri. et bona memoria fignum eft permanentis: hoc eft ficci.ipfe igitur figna pofiturus non anterioris tantum: aut medie: aut pofterioris celle cerebri: fed totius complexionem expreffit: ac fi memoratius in toto cerebro effet. Sic Ariftotiles facilif difcétes raro boná hal bere memoria céfet, q fi in poftrema cella memoria; in anteri ! ori cómunem fenfum ftatuiffet id quidem fepe poffet contingere: ut anterior humidus fit: poftremus uero ficcus: cum inter utrunqs unus uentriculus intercipiatur.Trufianus et ipfe communem fé fum non in priori tantum cella: fed in toto pofuit cerebro. I gitur et de aliis potentiis confimiliter fenferat.non ergo cóuenit: in qua parte fit cerebri; fed in poftrema exiftere comunes philofophi rati Tunt. Solent et morbi memoriam interdum auferre.interdum corrumpere. Interdum imminuere. Nam Boetius in predicamen torum commentariis cap. de qualitate: fertur inquit quidam fuafif fimus orator egritudine febrili decoctus omnium litterarum amil fiffe doctrinam; in aliis uero rebus fanus et fibi conftans. Scribit et Plinius libro feptimo cap.xxiiii.hec uerba: nec aliud eft eque fragile in homine morborum et cafus iniurias atqs etiam motus fentiens: aliquando particulatim: interdum uniuerfa: Nam ictus lapide oblitus eft litteras tätum: et ex prealto tecto lapfus matris et et affinium ppinquorúqs cepit obliuioem. Alius egrotus feruorů fai ét nois Meffalla coruinus orator oblitus eft. Itaq3 fepe deficit: tétat: meditatur: uel quieto corpore: et ualido fóno quoq3 ferpente amputatur: ut inanis mens querat ubi fit loci: Sed et Auicéna pri ma tertii tractatu primo cap.vi. Gallieni auctoritate commemorats propter cadauera in Ethyopia cepiffe aliquando peftilentiam: que afes ad Grecorum repferit terras, fi qui ex ea fanaretur: cos cium rerum obliuionem cepiffe, Conftabit igitur memoriam poffe me dicinali artificio feruari: et augeri: cum conftet cam morbo: et imminui: et aufferri; ac ueluti infantem ftolidum reddere: vt ait Auil cena prima tertii: quia fantafmatum copiam aufert. Sic qp cogital tiae actus; et difcurfus: ratiocinatioqs non commode fieri poffunt: ficutilét non bene fit in infantibus: in quibus ymagines pre humi ditate nimia abolétur. Dupliciter.n.cogitatiua uirtus ledi pót. aut.n.medius uétriculus; in quo cogitatiua exiftit: frigiditate: bu miditateqs confunditur: aut ei defunt fantafmata: que in memorati ua feruari debeant. Contra hoc tamen effe uidetur: quod Auicena vi. naturalium particula quarta fentit dicens.memoratiua eft ma gis immaterialis: fed magis econtra huic dicitur; uirtutem memot ratíuam duo continere: Nam et quas a cogitatiua ymagines recit pit conferuat: et hoc fat materiale eft cum materiali iuuetur inftru mento.f.ficco proportionato et recognofcit feruata: nifi enim re cognofceret non magis ea redderet: que ab ea repetuntur; et hee uis eft immaterialis. Veru Gentilis hanc uim idem effe uoluit qd cogitatiua recognofcens: licet memoria nuncupetur. Eft igitur: ut breui rem abfoluamus partim magis materialis q cogitatiua: ptim minus materialis. C Accidit aut memorie: ut imminuat: Accidit ut auferatur: accidit ut corrumpatur: et alterum pro altero report tet; Verum corruptio melancolie fpecies eft: ca ppter Truffianus fecundo tegni quando ponuntur figna egritudinis cerebri: duo tantum nocumenta memorauit imminutionem scilicet; et ablatio nem: Igitur quia corruptio a calido: et ficco fit: nó crit de ea hoc lo co difputatio: fed de ablatione tantum: et imminutione: neq puta mus ingratum quid facturi legentibus: fi huic de fimplicibus opu fculo curam inferam: prefertim cum nulla fit futuro fapienti necef farior: nullaq cognita minus: Verum ego precipua et experta affe ram. Due funt caufe precipue que memorie officiunt. Altera frigiditas: Altera bumiditas eft: Verum Auicenna Gallienuse uoluere plus frigiditatem: q humiditatem officere: quia omnis na turalis operatio calore naturali fit: frigiditas aurem confundit na 1 turam: neqs cius opus ingreditur nifi tang fubdominans inftru mentum ut patet fecundo colliget: et prima et fecunda primi: et a óciliatore differétia fexagefimapma ido fecúdo cáticorú cóméte xcv.uocat eum calorem elementorum hoc eft qui eft ficut elementum nature; et tractatu tertio commento.clv. Eius igitur contrariú quod eft frigiditas obeft plurimum: Verum obeft mediacius: bumiditas uero immediacius: quia cum memoria confortetur ficco proportionato: cuius eft retinere: ut tertio de aia: ergo confundit humido tang difproportionato. frigiditas quoq3 omnibus opatio nibus uniuerfaliter obeft: humiditas autem magis proprie uider obeffe retentiue.hec cum ita fint poteft tamen ficcitas fupflua impedire ne forme infigilentur: ficqs obeffe uidetur retentioni: cum tamen proprie obfit captioni: fed confequtive retentiói: quia quod captum non eft teneri non potuit. Verum frigiditas quia motum fpirituú impedit: cum eius fit quietare: ficut calidi mouere: ut inquit Auicena: inquit et Ariftotiles.xiii. partícula problematu textu fecundo. I gitur hunc motum neceffarium ad memorãdum im pedit frigiditas: fed retentionem impedit bumiditas; ficqs ceffare poffunt ambiguitates utrum frigiditas plus obfit cu cius filia fit obliuio; ut dicit Paulus.an humiditas: qd apd multos dubitatum eft. CQuia autem apud Gallienum in libello de rigo re, calor naturalis nó eft purus calor: fed compofitus in quo eft p portio omnis equalitatis: ideo non omnis caliditas bonam memo ! riam facit: aut non omnis ficcitas: fed certa et pportionata: ornnis uero difcrafia immoderata deicit actum proprie uirtutis. Verum fi fupflua frigiditas immoderate iugatur ficcitati cófurgere opor tet peffimam memoriam; et in capiendo indifpofitam: et in recogit tando hebetem: Si autem coniungatur caliditas ficcitati uelox qui dem erit fpirituum motus: fed difficilis fiet infcriptio. Erit igitur captio difficilis: fed rememoratio fat facilis: Verú hec oia uaria cal liditatis ficcitatis q3 pportio uariabit gradualiter: fic et in aliis dif crafiarum lapfibus fentiendum eft. Signa igitur breuibus exi plicemus: fi ficcitas dominetur: uigilie aderunt: capitis leuitas: et nó abundabunt ille fupfluitates: que nafo palato atq3 oculis expell lunt: fed multum erit auriu cerumé qd ad memoriam pertinet: pre fentia difficile infcribuntur. Infcripta difficile amouétur, hinc fit: ut que dudum gefta funt ea melius teneat, melius q3 reddát: q que ex proximo gerútur: Videmus hoc in feribus: q cas res pulchre memorant: quas in adolefcétia gefferüt: cas quas codem gefferint anno non retinent. C.Vbijuero dominatnr humiditas: adeft fomnus grauis; et profundus.hebetes funt in ompibus motibus: prefentium bene recordantur; dudum uero geftarum rerum: aut nequaquam: aut difficile.humiditas enim et facile admittit: et amittit facile impreffionem.frigiditas ftupidam mentem efficit. in fert uertiginem.tardam rememorationem: caliditas uelocitaté im portat motuum: et recordationis: et capur tactu calide.fi itaq due qualitates combinentur: complicari conuenit et figna carum táta proportione: qta uariabuntur qualitates: aut intendentur: que net quaq difficile crit ex predictis intelligere.poffunt quoq3 hec difcra fie: aut effe qualitates tantum; et non habere coniunctam materiam quantitatis notabilis: aut coniugi humoribus multis qualita tum confimilium. Ineffe autem materiá ex fuis fignis facile cognofces: que a doctoribus fuis locis ponuntur; et a me fatis copio le collecta funt in commentariis aphorifmorum Ypocratis fecundo aphorifmorú cómento.xxii.in digreffóe magna. Eft ét né ignorandum has caufas loco interdum differre. aut.n. caufa not cés eft in fubftantia cerebri pofteriore: in qua parte eft memoria iuxta opininionem Auicéne. aut eft in fenfu ipfo: qui in uentre continetur: aut in uafe hoc eft in fuperficie uentriculi pofterioris fic.n.exponit Gentilis uerba Auicéne: qq poteft etiam intelligt aut in paniculis: aut comiffuris fubftantie cerebri: in qbus fpirit cótinet: aut in uafe hoc é in cranco. Ná quis dicat Gallienus in decimo interiorum cap.tertio in cranco non poffe effe paffionem que tollat memoriam: fi tamé hec paffio fit magna ualde; potimminuere: fi non tollere; ut Gentili placet: ymo materia: et omne no cumentum in temporibus cómunicari poteft memorie: et obeffe: é qibi locus materie capax: eft et uarius mufculus fenfibilis: et craneum ibi eft tenue; ut innuit Haliabas nono theorice cap.de eais obliuionis. Sic poffent et alia multa in aliis membris nocu ! méta et cómunicare et ledere: que breuibus enumerari nó poffür. Preterea materie ipfe aut apoftema faciút: ut in litargia cótingit aut non faciunt. Quod autem attinet ad pronofticum. obliuio a natiuitate reportata difficile tollitur. Causa calida et ficca fixa non facile quoco remouetur.fi corpus fanum in ceteris rebus ap f parcat: nifi quod preter confuetudinem fit diminuta memoria; ei nifi fuccuratur male egritudines timende funt.lytargia.f.epilepfia appoplefia paralefis expectádeqs reliq huiufmodi: q ex materia flegma tica in cerebro multiplicata in cerebro poffüt conffari. fic fentit Aui cenna.fic et Rafis primo continentis: Que ex humiditate aut ex fit giditate facilius abolerur: quod plerunqs quidé dominis fcolaribus folet euenire: nam facilius eft efficare et tutus: fic et calefacere: qer contra: prefertim in cerebro: quod eft principale membrum: et eft fri gidum et humidum: fimilis igitur lapfus adeo non eft formidandus: ut diffimilis: audentius q3 procedimus calefaciédo: q infrigidando. membra enim principalia timemus magis infrigidare: q calefacere. Curationem poftremum inchoaturi fic exordiamur. Si caufa ha bet materiam apoftemantem; cura apoftematis ei adhibeatur: uelu ti fapientes medici fuis locis tradidere: Si autem materiam habeat: fed non apoftemantem ea digeratur: foluaturqs åteq applicare re media quis audeat.nifi. n. expellatur materia,: hec obeffe fepe possunt: prodeffe autem nuq: neq; uero per digerentia; aut foluentia di latabor: copiofi enim in hiis funt libri: et mediocribus etiam medicis cogniti: Verum ubi euacuata fuerit materia; hec que dicturi fumus obferuentur..bgCIn caufa frigida et humida tres funt intentio nes curandi. prima eft: ut euacuato corpore: etiam caput particulari ter cuacuetur: et hec habet modos fex. Primus ut pillule exhibea tur in fero: quales funt apud Mefue yera Gallient confortata cu ca ftorco: et colloquintida: fortiores erunt fi yera magna exhibeatur cu nuce mufcata: aut theodoricon: Verum ego in appropriatis pyllulas meas fcribam: quarü receptio eft. Recipe thuris mafculi mirre electe: zizibis an.3.i.fe.pulueris capitis apupe.3.ii.accori yere ma toris.3.ii.caftorci colloquintide an..fe.confice cam terbétina: et fi at pafta: et dentur pillule pauce fed groffe fupra leuem cenam in lel ctum defcendenti: poffunt etiam aufferri ca: que foluunt et dari nó fo lutiue. Secundus modus eft mafticare in mane zinziber; ut fali ua multa expellatur: pdeft et accorus: et nux mufcata: et piper: et cul bebbe cu maftice: in omnibus.n.eligenda funt que et intentioni cól ferant: et a proprictate confortant. Tertius modus eft caput obtar mico alleulare qd poteft taliter cófici. Recipe fucci maiorane. 2.ii.fuc ci accori.2.i.nucis mufcate.3.i.fe.mufci grana duo: Inde per nafú in mane tepidu trahatur ante cibu ore pleno aqua frigida: que poftea expellatur: Nafus quoqs fepiffime emugatur: et fepe expuamus nam generari catarrú ét in co qfatis canones feruet: hac etate noftra oper tet: quem utilius eft expuere: q inglutire; ne aut in ftomacú cat: aut in pectus. Quartus eft gargarifma deponens flegma: et confortans caput: poteftas fieri fic. Recipe accori.2.fe.origani pullegii an.3.ii. buliát in aqua cómuni: et tadé collétur: et in. 2.x.collature pone oxit mellis fquilitici.2.i.fe.mellis ro.2.ii.mifce: et tepidú gargarizet in mane. Quintus eft frictio totius corporis primo: deinde capitis: hoc.n.cofert capiti: ut Cornelius CELSO libro primo cap.xiit. deber aut a tibiis incipi frictio: poftea paulatim fuperiora femp fricet: ut de orfü uertatur materia: quapp id ne cótingat in pleno cachochimog corpore fieri nequaq debent: eiufdem generis eft et capitis pectinatio fic.n.et Cornelius Celsus: et LIZIO ad Alexandrum imparunt. Sextus eft cliftere pro materia forte.nó tamé acutu.hoc, n.ab in ferioribus euacuat a fupiorib ? diuertit: ut dicit Auicéna quarta pmi. CIntentio fecunda eft diera conueniens: ait.n. Gall.pmo de pno l ftico et pnofticóe cap.ix.hoc cóe peccatú a medicis fieri: materias q dé peccates euacuat: quomó aút altera fimilis generer negligut puidere. Nos igitur nó id negligamus: ymo diligétiffime puideamus: qd ingenue fiet: fi canones.xii.feruabutur circa cibú et potú.CPri mus eft: ut fugiat rerú quarúlibet nimia repletio: apd.n.rabi Moyfe concordati funt antiqui: qd plus nocet nimiú de bonis cibis comedel req parú de malis.Secüdus eft: ut no edant nifi co tpe quo fames urgeat. Tertius eft; ut oia euaporatia: replétiaq caput dimittatur ut legumina: fructus: et brafice.funt.n.de maxie cuaporatibus ad ca put: ut.xiii.tertii. cócedi tamé poft cibú folét píra cocta: aut citonia tofta: et in calido ét grana dulcis: aut muzzi granati: quorum et nul clei comafticétur.Quartus eft: ut brodialia iufcula: oiaqs nimis humida effugiatur: quia addüt in humiditate: cuius cura intendimus. CQuintus eft: ut qa pprietate nocét memorie dimittatur. Nam cel pe hoc facit: cum habeat humiditaté groffa: habeat et cóiuctam calidi tatem: que humiditatem fert furfum: et facit penetrare in loca: in que nó penetraret: oia quoq3 acrumina fuge: ut cepas.allea: porros. Effet hoc loco futura lógiffima difputatio: Verú fat p hoc opus fuis capitul lis diximus. In illis igitur requiratur: neq3.n.oia repetere confilium eft: ois mala mafticatio praua eft. Sextus eft: ut cruda relinquatur ét fi cum aceto comedantur.Septimus eft: ut leuis femp fit cena. COctauus eft: ut ois cibus in coriandris finiatur: aut iuniperis: aut crufta panis fupra qua nó bibát. Nonus ut uinú uinofu effugiar nam nimis uaporofú eft: fertas ad caput indigefta materia: et ad alia membra: et licet fit calidum frigidos tamen generat morbos: ut fecú do de accidenti Galenus teftificatur: licet fit caufa bone digeftionis magis fitim quietans q aqua: ut Ariftotiles fecunda problematu tex. quarto. fuffocat tamé uirtutem precipue fi immoderate bibatur.mp Decimus acetum fit accutiffimum et calidum in ufu exiguo cum cinamomo et ponatur in uafculo accorus: et pullegium: de qbus fuis capitulis diximus in hoc libro. Vndecimus omnia cibaria: que diu in ftomaco morantur effugiantur: ut cafeus et omnia fupffue pin guia: et pifces quia chimum flegmaticum generant: et paftamentalia. Duodecimus oés nucleofi fructus folent obeffe: ut nuces; et auel lane: et caftance: et amigdale. Aer hét canones quinq3.primus ut clarus fit: et luminofus.alter ut fit ficcus gtum fieri pot. Tertius ut non fit uentofus fed proprie fugiat auftrum: et boream: ut difputaui mus.tertia aphorifmorú commento fexto. Quartus ut aer camere de puret ne ullo modo fetidus fit: apperiantur feneftre: et redolétiú rerú fafficulli cóburatur: ut iuniperi; lauri: faluie: origani: et cetera: Quin tus: ut fuffumigetur cum thure: aut cu mirra: et in magnis uiris cum belzoi. CSónus habet canones fex.primus ut fit equalis uigilie no in tempore.fed in effectu: ut.f. tantum uigilia refoluat qtú fomnus humectat: et parum plus. Alter ut meridie non fiat: quia ut dicit Auicéna tertia primi generat egritudines humectantes: et reumatif mos. Tertius non fiat cito poft cena: fed faltem medient bore due: fed non fupra renes: quia materiam fluere facit in pofteriorem cellá cere bri. Quartas ut capite bene eleuato et bene cohopto fiat.nó tamé fu pflue: quia tefte Bernardo gordonio nimia tectura caput debilitat re foluendo: fic dicit et Gerardus in glofa uiatici. Quintus ut non fub radiis lunae: nec in loco uentofo. Sextus ut prius fupra latus dextru fiat poftea fup finiftrum: poftea iterum fuper dextrü: et pderit in ore tenere fruftrum nucis mufcate. Motus babet canones fex.primus ut ante cibum fiat.fecundus: ut fit longus: et pro corporis robore la boriofus: ut bene refoluat.tertius ut p loca amena et ficca.quartus ut poft cibum nó laboret.quintus ut omnes corporis pticule fimul exer ceantur: ut Galienus fcribit ad ephigené, fimul ergo difputet.ambu let.manus moueat.fextus ut motus fit longus et quottidie fiat. Re pletio habet canones duos. primus ut nung repleatur.fecundus ut omnem fupfluitatem fuis expellat tpibus; aut per fe ipfum; aut cum auxilio. I ta qp ab omni corpis pre unde fupfluitates mitti folét emit tatur. Coitus habet canones noué.primus ut fit rarus: et non nifi cú natura fponte id pofcit.fecundus ut non fiat tpe plenitudinis ftomaci. tertius ut non fiat tpe famis. quartus ut fiat in fine digeftióis. quintus: ut tam expulfe fint fupfluitates.fextus ut fiat cu dilecta: nó cú feda: aut cum muliere quam non ames.feptimus: ut poft ipfü dor mias paululu.octauus: ut fi tibi coitu grauior facius uidearis ab co abftineas.nonus: ut nó fit in ultimis diebus lune ppe cöiunctionem C Accidentia animi tres canones continet.primus: ut triftitia oio ef fugiatur.alter: ut cura rei familiaris: qtum fieri poteft amoueatur: ut apud Claudianu. pectora noftra duas nó admittétia curas.tertius: ut cogitatioe et meditatióe fcientiarum oblectetur. Nam apud Ariftotil lem.delectatio perficit opus. Intétio tertia eft cófortatio: que fit par tim cu extra appofitis: ptim cu hiis que intus ponútur. Extra appo nit capitis lotio: q fuis tpibus fiat; et hét canones.4.pmus ut raro fi at. puta oib ? octo dieb.fecúd'ut fiat in mane ftomaco uacuo.tertius ut in aere calido et ficco no uentofo.quartus ut fiat cum hoc lexiuio. Fiat cinis cum lauro et origano et edera et iuniperis et quercu: cum hoc fiat lixiuiú cú aqua in qua prius bec bulierit..accori.M.i.fe. foliorum lauri.M.1.poftea fiat lixiuiu: et eo facto impone florum ca momille.M.1.quia concoctionem nó fabftinet: et lauetur: et cu hoc fa pone cófricetur: Recipe fapóis gallici feu folidi libr.ii.accori.3.iii. affodillorú maiorane an.3.i.nucis mufcate.3.iii. pifta oia fubtiliter et cribella: poftea malaxa cum fapone et fiant magdaleones: melius tamen eft ut feces aque: quá fcribam in fapone ponantur et bene ma laxentur.in fine poftea bene exficcetur caput cu panis cófricando: non ut caput opponat igni: quia trabit uapores in cerebri. Ap ponitur extra et odoratoriu.cóueniet igitur pomú ambre defcriptioe comuni. qd tamen ex calidionbus fiet in hyeme: ex minus calidis in eftate: et effugiat omnem fetorem. Apponitur extra: et ueficatorium: quod fi poft aures fiat cum lacte titimaloru aut cátaridibus: et diu ap tum teneatur expurgat caput a multa humiditate. Ab extra ét fterna tamenta applicantur. Ab extra fuffumigia: que fi in camera fiät erüt utilia. Ab itra át cóferüt hec.fticados.maiorana.nuxmufcata gari ofili.buglofa pulcherime confert ideo in uafe Vini poni debent cias fafficuli. Zinziber eft nobile fiue códitu bis in ebdomoda aut ter ie iuno ftomaco accipiat: et horis quatuor ieiunet poft ipfü: fiueét nó có ditú mafticet: et igluciar.thus mafculú albu deuoratú itegre pcipuu eft. Ita ut fi zfnziberis thuris an.3.i.deuores: et fupra ipfu dor ! mias plurimum confert. Mirabulani quoc chebuli conditi fi om ! ni ebdomoda unius pulpá edas ieiuno ftomacho: et horis quattuor poft ipfum iciunes. Sifimbrium etiam cófert.et eft herba orti fcla rea; et ortina: et filueftris: que dicitur gallitricum. gami edere: et pulegium: et accorus: qui eft de precipuis. Turtur auis mire cô fert; et mirius caput upupe. Solent etiá fieri unguenta ad illi ! niendum multa: Verum hoc eft precipuum. R. radicum buglofe et fumiterrs an.2.iiii.radicum ruthe 2.ii.in umbra prius ficcata fubtiliffime terrätur, fucci gallitrici.fucci eufragie, fucci berbene an.2.iiii.medulle anacardı.2.i.tefticulorú caftrati biénalisz.i.li gue auts.3.it.piguedinis urfi: et medulle fpatule dextre ei ' aut fal té offis illius fpatule exficcati. mifce oia in fartagine: et fiat angu entú: quo pofterior pars et capitis pulfus ter in anno inungant uere.f.byeme: et aurúno.alid pcipuu. Recipe gumi edere.2.i.ter bentine lote in uino decoctionis accori libras duas: florü anthos et faluie et betonice.an.2.ii.fe. florú edere.2.ii.falifgéme.3.iili. pinguedinis urfi antiquate libr.fe.maiorane camomille.an.2.ii. omnia mixta diftilentur: et quod diftilatum eft in uafe uitrea bene obturer: et cum mufco aromatizetur: et fiat ut de priore liniméto Guido pater meus fic defcripfit Recipe oleí philosophoru mel fue libr.iii.olei antiquiffimi oliuarum: aut fi non habetur fit fubli matum: olei de alchanna an.libr.ii.piuguedinis talpe et muftelle eturfi an.2.ii.caftorei.3.iii.fucci accori libr.tili. fuccci anthos: fucci betonice an.libr.fe. fucci gallitrici et ciperi an. 2.iiii.malua tici libr.if.aque uite libr.mediam.buliant omnia lento igne ufe ad aliquá cófumptióem: poftea impone hec. Recipe laudani.3.1. fe. nncifmucate. 2.fe.macis gariofilorú: cuforbii: omnium pipú an.3.ii.et pifta omnia et impone et repóc omnia fimul in uafe be ne claufo per dies.xxx. poftea at impone in alembico et diftiles: et uidetur: quia quod ultimo exit eft fortius; et callidius: hoc un guentum profecto eft efficax: quo tépora: et pofterior pars cerebri perangitur: Verum prefupponit bonam euacuationem et regimé bonú in hyeme fieri poteft femel in ebdomoda: quádo mane uis caput lauare.in eftate fufficit femel in menfe. Inueni autem: qp fel leopardi mirabile eft, Verum experiri non potui; quia nó potui ha  bere. Per os auté conuenit inter phlilofophos cófectio anacar dina: q confert obliuioni et caniciei ante horam: et morphee et ba ras: Rafis libro diuifionum duas ponit defcriptiones; Verum Me fue in fumma tertia rubrica de imminutione memorie defcribit fic Mirabulanorum: chebulorum: indorum: belliricorum; emblicoru an.2.iii.piperis: macropiperis: ollibani: zinziberis: ifopi ficces accori: fpice; ciperi: mellis anacardi.an.3.v.mellis apum qtum fufficit: dofis apud rafim eft ficut iuiuba: et Mefue in antidotario diftinctione prima multum uariat eam. Addit.n.beduft.3.11.cofti anacardi zuchari tabarzet.burungi.baccaru lauri an.3.vi.ciperi.3.iiii.et dofar.3.ii.cum aqua feniculi et apii: et dat poft fex men fes. fed caueat fummens a labore.ira et ebrietate. fimilem defcril ptionem omnino ponit Auicena. quinto canone fumma prima tra ctatu tertio capi.xxv.et ferapio ponit aliam tranflatá ut dicit a Sal lomone: ponit aliam: et Rafis nono almauforis. Verum fcriba rem magis tutam: et ad memoria maioris efficacie: precedentibus rebus prefcriptis obferuatis canonibus et eft placida ufui. Recipe nucis mufcate: gariofilorü: zinziberis: oium piperú an. 3.ii.fc. Juniperorum.2.fe.ipericonts: corticum citri: florum anthos: bafi liconis maiorane: mente: pullegii: bacharum lauri: calamenti: fpil ce: xiloaloes: cubebarum cardamomi calami aromatici: fticados: an.3.i.thuris mafculi.2.i.camedreos: camepitheos: melegete: ma cis.an.3.i.fe, accori.M.i.fe.origani: ifopi ficce: ruthe gartofilate ariftologie utriufq3: peonie: cubebarum: caffie lignee: pollipodii t fquinanti: celidonie: agrimonie: pimpinelle.diptami: tormentilles fcabiofe: maratri: anifi: cimint: fifellcos: nafturcii: an.. i. tiriace antique.2.i.aque uite glorificate fecundu artem: quá cap.de aqua fuite fcripfimus; aut faltem fit ex bono uino: et quater diftillata: Recipe eius libr.viii: et impone omnia predicta bene piftata: et cri brata: poneq; in uas uitreum claufum: et fine per dies.xl. fermen tari: poftea autem in alembico uitreo infundatur.nafus qe bene lu tetur cum recipiente ne odor euaporet: et quater diftilletur: cam femper remittendo fuper feces fuas: nifi qp in quarta diftillatione addatur omnium mirabolanorum anacardorum an.3.i.fc. pift V.holidariur hingeol bene; et mifce: et fine: ut per dies fex quiefcant: poftea diftiletar primo lento igne: poftea paulatim fortiore: uidebis autem ter colo rem cómutare: primo.n.erit ut aqua: poftea fubcitrina: poftremo aucto ualde igne fiet citrina: decet poftea: ut ambra: et mufco aro matizetur: aqua prima crit remiffior fecunda: et erit pro mcipientibus et pro eftate; fecunda etiam remiffior a tertia: Modus ac cipiédi eft: ut bis in feptimana accipiatur coclear unu in fero fine cena aut mane ftomacho uacuo: et ieiunetur poft horis fex: fi etia cu ea illinias tempora et cellam memorie facit mirabilia: et fi.n. Auicenna prima tertii tractatu primo cap.xxviiii.dixerit non effe fupra illam partem ponenda epithimata propter priuationem com anffurarum: fed fupra coronalem: tamé de frigidis loquebat: que non penetrant; et obfunt nuce: calida autem: et tam fubtilia pene trant: et non obfunt nuce: qq non fit negandum quin etiam col ronali imponi debeant. Solemnis quoqs eft canon: ut quando fufficiéter cerebrum erit exficcatum ibi fiftamus: ne in difcrafiâ ficcam precipitemur: que eft infortunatior: q humida: ymo melius eft infra fubfiftere q cerebrum exquifitiffime exficcare. Caue atqs qui hiis utitur ab ira labore repletione: et coitu: ac etiam niff prius facta cuacuatione fufficienti. Nemo fupra ipfam aquam prefumat. eius proprietaté expertam de memoria nullus dubitet habet et alias: uirtutem regitiuam totius corporis mirabiliter forti ficat et ea propter uitam prolongat fic: ut quidam ob eius ufum cl. anos incolumis exegerit: bonum efficit colorem. frigidos op pugnat morbos: puftulam malam necat: et omnes morbos ex hu morum putredine caufatos fanat: et precipue quartanam: paralifi et fpafmo confert: fanat nefreticos. Cum hiis tamen iuuamé ! tis habet et nocumenta: quia calidum epar: et caput habentibus ex hiberi caute debet.foleo et res uariis membris appropriatas impo nere: et ad corum morbos propinare et feliciter: Verum in meme ria nutrienda atq3 augenda mira res eft: fed colericis: exercitatis: et in eftate et regione calida cum fapientia exhibeatur. Ita ut epar epithimate cotéper: qd tamé ftate plectoria epithimari no debet: us xiii.tertii; fed et aqua; ut diximus in plectoria exhiberi no debes CLaudauit Auicena dyambram: alii uero utrüp dyamufcum: dulcem uidelicet et amarum. Ego aut foleo fic ordinare. Recipe ra dicum accori incifarum: ut raffanus.libr.ii.omnium piperú zinl ziberis an.3.iii.fe.thurif mafculi.2.fe. nucif mufcate: gariofilol rum an.3.i.pifta omnia: et cu melle apum cófice. Accipiat omni fero rotulas duas anteq in lectu uadar. Si tamen addiicias fpecies dyambre: fi et mufcum apponas non crút inutilia. Hec hactenus fufficiant de cura eius: que a frigiditate et humiditate procedunt: Illa autem quam efficit ficcitas digeftione.euacuatione. conforta tione.humectationeq perficitur: que omnia quidem copiofius a fa pientibus medicis in fuis libris tradita funt. Neq3 egent: ut hoc loco fcribantur: prefertim cum fint rariffima ; et uix nifi in fene cé perta. Seruentur igitur modi quos diximus: nifi q cu rebus fiát proportionatis. I aus fit Xpo Iefu deo noftro cius q3 intemerate matris Maric Libellus de omnibus ingeniis augede memorie foeliciter explicit Impreffum Bononiae per me Platonem de benedictis ciué Bono nienfem Regnante Inclyto Principe.d.d.Iohanne Bentiuolo fel aido áno incarnatois dominice De omnibus ingeniis augendae memoriæ, Bologna. Carrara.

 

Luigi Speranza -- Grice e Carravetta: l’implicatura conversazionale – scuola di Lappano – filosofia cosentina – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lappano). Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Lappano, Cosenza, Calabria. Moved to the New World. Note  Peter Carravetta, Del postmoderno., by Alessandro Carrera  iawa-West welcomes Peter Carravetta and Marisa Frasca on Saturday, February 14,  at Sidewalk Cafe NYC  IAWA’s Open Reading Series Featuring Peter Carravetta et Marisa Frasca February 14,  Filosofia Letteratura  Letteratura Filosofo del XX secoloFilosofi italiani del XXI secolo Poeti italiani del XX secolo Poeti italiani del XXI secoloTraduttori italiani. Grice: “Carravetta has been stealing the Italian voice of Italian philosophers, or rather silencing it!” -- Pietro Carravetta. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Carravetta” – The Swimming-Pool Library. Tractatus semeiotico-philosophicus – the opus magnum, almost, of Grice – or Speranza. – The Swimming-Pool Library. Caravetta.

 

Luigi Speranza -- Grice e Carulli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di GIANO – scuola di Bari – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bari). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Bari, Puglia. Grice: “I like Carulli – he philosophises on things we do not philosophy at Oxford, such as menstruation – or piegaturi, as Speranza prefers, since this is plural – ‘delle mestruazioni’.” Grice: “But Carulli has also philosophised on some anti-Griceian themes: my ‘fiducia’ becomes his ‘sfiducia;’ my ‘ragione’ becomes his ‘sragione’! Delightful!” – Grice: “When I philosophised on “Not,” or “Not I!” alla Beckett – I wouldn’t realise these are negative implicatures – ‘negative implicatures of ‘not’ – Carulli speaks of ‘negative reflections on unaffirmation’!” “Genius!” – Grice: “Carulli can play with word: ‘il ‘mito’ della inatualitta ‘ di X’ – is this equivalent or, as I prefer, a mere vehicle for the cancellable implicature: ‘la attualita’ di X’?!” – Grice: “Carulli knows how to subtitle: his ‘sfiducia e sragione’ is not just that but a Spinozian double treatise, like Witters’s abhandlung – cfr. Speranza’s “Tractatus semeiotico-philosophicus”. Studia a Bari, una città tradizionalmente soggetta allo storiografismo, all'impegno cattolico e al marxismo. Produce una filosofia aliena ai grandi inganni e refrattaria alla celebrazione dei suoi miti -- la democrazia, i diritti, la socialità, il debolismo -- con un'inconsueta attenzione alla forma, seguendo la scuola della cosiddetta critica della cultura, da Nietzsche in poi, unendo gli epigoni di quello ai moralisti. Partito da posizioni di anti-storicismo puro, culminato in un Benjamin schiacciato sulla im-politicità di ritorno della sua filosofia in “Oggettività dell'impolitico: riflessioni negative a partire da Benjamin” (Genova, Il Melangolo). Così come da un'analisi eterodossa dell'ultimo Schelling, De contemptu, Dello Schelling tardo (Genova, Il Melangelo) è giunto ad esiti originali con “Metafisica delle mestruazioni” (Genova, Il Melangolo), dove si sottrae il fenomeno femminile alle analisi socio-antropologiche per riconsegnarlo alla sua radice metafisica. Il discorso sul cristianesimo ritorna in “Sfiducia e sragione. Trattato teologico-politico” (Napoli, La Scuola di Pitagora), dove si riprende inoltre la critica della democrazia. Il cristianesimo è visto come una forma culturale stanca e abitudinaria, ma in grado di reggere con la sua apatia allo scontro con l'Islam. Si affaccia la verità ontologica del “ente” in diminuzione che non giungono mai all'annullamento definitivo; una verità che lo distanzia dall'eternità dell’ “essente” come pure dai cultori dell'annientamento.  La sua filosofia, centrata ossessivamente sugli stessi temi, può essere idealmente divisa secondo un'altra direttrice, volta alla ri-costruzione critica pionieristica di su amico Sgalambro. In quest'ambito pubblica “Caro misantropo. Saggi e testimonianze per Sgalambro” (Napoli, La Scuola di Pitagora); Introduzione a Sgalambro” (Genova, Il Melangolo), e “La piccola verità. Quattro saggi su Sgalambro” (Milano, Mimesis). Altre opere:“Lettera in La felicità? Prove didattiche di studenti “tieffini” in formazione, Gemma, Barletta, Cafagna. Veneziani, Storia, verità e politica. Perché Benjamin non è un marxista, in Libero, De contemptu, su alessiocantarella. Davide D'Alessandro, Alighieri, Harry Potter e le mestruazioni: l'idea bellicosa di editoria di Regazzoni, su il foglio Alessio Cantarella, Sfiducia e sragione, su alessiocantarella, Alessandro, Ratzinger, Bergoglio e l'Abitudine al Cristianesimo, su il foglio. Pier Francesco Corvino,  Religio Medici. Andrea Comincini, Per una interpretazione di Dio e del Contemporaneo, su scena illustrata.com. alessio cantarella. Sgalambro, un metafisico distruttore,  in La Sicilia. Corriere del Mezzogiorno, Sgalambro, “impiegato di filosofia” contro i luoghi comuni, in Il Mattino, Sgalambro, filosofo pessimista che sape come godersi la vita, in Libero, Farruggio, Una preziosa “Introduzione a Sgalambro” Alessandro, Cara “Italian Theory”, ricordati di Sgalambro, su il foglio, Introduzione a Sgalambro su rai playradio. Alessio Cantarella, su alessiocantarella. Alessandro, Uno Sgalambro non isolato, tra Cacciari e Severino, su il foglio, convenzionali.wordpress.com, Sgalambro e le piccole verità, su lgiornale. Sgalambro, l’esistenza e il peso di dio, su scena illustrata.com. Sgalambro, il filosofo che ama la canzone, in La Gazzetta del Mezzogiorno.  Giano (latino: Ianus) è il dio degli inizi, materiali e immateriali, ed è una delle divinità più antiche e più importanti della religione romana, latina e italica. Solitamente è raffigurato con due volti (il cosiddetto Giano Bifronte), poiché il dio può guardare il futuro e il passato. Nel caso del Giano quadrifronte, le quattro facce sono rivolte ai quattro punti cardinali. Busto di Giano conservato presso i Musei Vaticani. Caratteristiche della divinità Modifica Etimologia Modifica  Quadrigato romano recante l'effigie di Giano. Già gli antichi mettevano il nome del dio in relazione al movimento: Macrobio e Cicerone lo facevano derivare dal verbo ire "andare", perché secondo Macrobio il mondo va sempre, muovendosi in cerchio e partendo da sé stesso a sé stesso ritorna. Gli studiosi moderni hanno confermato questa relazione stabilendo una derivazione dal termine ianua, "porta"[2], ma è con Dumézil che il senso si precisa: il nome Ianus deriverebbe dalla radice indoeuropea *ei-, ampliata in *y-aa- con il significato di "passaggio" che, attraverso una forma *yaa-tu, ha prodotto anche l'irlandese ath, "guado. In passato non sono mancate tuttavia ipotesi alternative, come quella che voleva il nome derivato da una più antica forma *Dianus, da mettere in relazione con la dea Diana e quindi derivato anch'esso dalla stessa radice del termine latino dies, "giorno". Dumezil nota anche l'appellativo di 'mattutino' con cui Orazio si rivolge al dio in modo semiserio (Serm.). Tale appellativo tuttavia deporrebbe indifferentemente a favore di entrambe le ipotesi etimologiche esposte. Il suo nome in greco è Ιανός (Ianós).  È il primo a portare il naso con profilo romano (il classico naso a becco d'uccello). La figura del Dio Giano, come appena accennato, è prettamente romana e la sua origine non si può far risalire alla mitologia greca. Nella mitologia etrusca la divinità più prossima a Ianus è Culsans[5], dio delle porte e dei passaggi, anch’esso bifronte, con un nome simile ("ianua" significa porta in latino, come "culs" in etrusco) e legato al concetto di passato e futuro, ma con caratteristiche non del tutto sovrapponibili. Essendo pochissime le informazioni in nostro possesso sui culti dell'Italia preromana non possiamo far risalire con certezza Giano a qualche divinità italica.  Una possibilità da tenere in considerazione è che la figura di Giano sia stata ispirata da quella di Ušmu, un dio sumero a due facce, altrimenti chiamato Isimud o, in piena età babilonese, Ansar.  Epiteti Modifica  Asse con l'effigie di Giano e la prora di una nave. Circa 240-225 a.C. Come tutte le divinità romane, Giano era chiamato con diversi epiteti, che testimoniano la sua particolare rilevanza all'interno del pantheon:  Divum Deus (Dio degli Dei) Divum Claviger (Dio Clavigero) Divum Pater (Padre degli Dei) Ianus Bifrons (Giano bifronte) Ianus Cerus (Giano creatore) Ianus Consivius (Giano procreatore) Ianus Pater (Giano padre) Pater matutinae (Padre del mattino) Ianus Vicilinus (Giano Vigilante) Natura del dio Modifica Giano è una divinità esclusivamente romano-italica, la più antica tra gli Dei nazionali, gli Di indigetes, invocata spesso insieme a Iuppiter. Fu, insieme a Quirino, l'unico dio romano a non essere assimilato a divinità ellenistiche.  Il suo culto è probabilmente antichissimo e risale ad un'epoca arcaica, in cui i culti dei popoli italici erano in gran parte ancora legati ai cicli naturali della raccolta e della semina. È stato sottolineato da più autori, fin dal secolo XIX (Vedi Il ramo d'oro), come Giano fosse probabilmente la divinità principale del pantheon romano in epoca arcaica ed anche Sant'Agostino nel suo De Civitate Dei (VII, 9) ricorda che “ad Ianum pertinent initia factorum” e come perciò al Dio competa “omnium initiorum potestatem”. In particolare rimarrebbe traccia di questo fatto nell'appellativo Ianus Pater che permase anche in epoca classica.  Giano nell'epoca arcaica era semplicemente il dio legato ai cicli naturali, poi con il passare del tempo il suo mito divenne sempre più complesso.  Nei frammenti superstiti del Carmen Saliare Giano è salutato con particolare enfasi come padre e dio degli dei stessi:  «divum +empta+ cante, divum deo supplicate»  (IT)  «cantate lui, il padre degli dei, supplicate il dio degli dei»  (fragmentum 1) Tale dato è confermato dal fatto che per i romani Giano non era figlio di alcun'altra divinità (ad esempio Giove è figlio di Saturno), ma, proprio per la sua qualità di pater divorum, egli era sempre stato, immanente, fin dall'origine di ogni cosa. Così è che Giano, come lo stesso ci racconta per bocca di Ovidione i Fasti (I, 103 e s.s.), era presente allorché i quattro elementi si separarono tra di loro dando forma ad ogni cosa.  A tal proposito Varrone riporta nel carmen anche l'epiteto di Cerus cioè "creatore", perché come iniziatore del mondo Giano è il creatore per eccellenza[8]. Il console e augure Marco Valerio Messalla Rufo scrive nel libro sugli Auspici che Giano è colui che plasma e governa ogni cosa e unì, circondandole con il cielo, l'essenza dell'acqua e della terra, pesante e tendente a scendere in basso, e quella del fuoco e dell'aria, leggera e tendente a sfuggire verso l'alto, e che fu l'immane forza del cielo a tenere legate le due forze contrastanti[9]. Settimio Sereno lo chiama "principio degli dèi e acuto seminatore di cose".  Giano presiede infatti a tutti gli inizi e i passaggi e le soglie, materiali e immateriali, come le soglie delle case, le porte, i passaggi coperti e quelli sovrastati da un arco, ma anche l'inizio di una nuova impresa, della vita umana, della vita economica, del tempo storico e di quello mitico, della religione, degli dèi stessi, del mondo, dell'umanità (viene infatti chiamato Consivio, cioè propagatore del genere umano, che viene seminato per opera sua), della civiltà, delle istituzioni.  Nella sua riforma del calendario romano, Numa Pompilio dedicò a Giano il primo mese successivo al solstizio d'inverno, gennaio, che con la riforma giulianadel 46 a.C. passò ad essere il primo dell'anno. Una delle caratteristiche più singolari di Giano sta nella sua rappresentazione come di un dio bicefalo, da cui l'appellativodi Giano bifronte. Questa particolarità era connessa all'area di influenza divina che Giano assunse in maniera specifica in epoca classica, dopo l'ascesa degli dei romani "canonici": Giano era preposto alle porte (ianuae), ai passaggi (iani) e ai ponti: ne custodiva l'entrata e l'uscita e portava in mano, come i portinai, gli ianitores, una chiave e un bastone, mentre le due facce vegliavano nelle due direzioni, a custodire entrata e uscita.  Anche in quest'epoca, comunque, Giano continuò a rappresentare il custode di ogni forma di passaggio e mutamento, protettore di tutto ciò che riguardava un inizio ed una fine.  Miti  Farinati, Giano bifronte con una ninfa, 1590 circa, affresco, Villa Nichesola-Conforti, Ponton di Sant'Ambrogio di Valpolicella (Verona). Nel mito Giano avrebbe regnato come primo Re del Latium, fondando una città sul monte Gianicolo e donando la civiltà agli Aborigeni, suoi originari abitanti. Con la ninfa Camese avrebbe generato inoltre numerosi figli, tra i quali il dio Tiberino, signore del Tevere. È lui ad accogliere il dio dell'agricolturaSaturno, spodestato dal figlio Giove, condividendo con lui la regalità e consentendogli di portare l'età dell'oro. Per l'ospitalità ricevuta, Giano ricevette dal dio Saturno il dono di vedere sia il passato che il futuro, all'origine della sua rappresentazione bifronte.  Numerose sono le ninfe indicate come mogli o compagne di Giano:  Camese, dalla quale il dio ebbe tre figli: Tiberino, il dio del Tevere; Camasena, Clistene; Venilia, citata da Ovidio, dalla quale avrebbe generato: Canente; Carna, dalla quale avrebbe ricevuto il potere sulle porte; Giuturna, dalla quale sarebbe nato: Fons, dio delle sorgenti, venerato ai piedi del Gianicolo. Culto Modifica Al culto di Giano, a differenza delle altre divinità maggiori, non era preposto uno specifico flamen. Le cerimonie a lui dedicate venivano invece amministrate dallo stesso Rex e, in età repubblicana dal particolare sacerdote che suppliva alle antiche prerogative regie, il Rex Sacrorum. Egli apriva dunque per primo le processioni e le cerimonie religiose, antecedendo anche lo stesso flamen Dialis, sacerdote di Giove.  Nel suo tempio si sacrificava spesso per avere vaticinisulla riuscita delle imprese militari.  Santuari Modifica  Arco di Giano o Ianus Quadrifrons. A Roma i principali luoghi consacrati a Giano erano:  lo Ianus geminus, un passaggio coperto consacrato secondo la tradizione da Numa Pompilio nel Foro e precisamente nella parte più bassa dell'Argileto secondo Tito Livio, o ai piedi del Viminale secondo Macrobio, e che veniva aperto in occasione di guerre e chiuso in tempo di pace; lo Ianus quadrifrons, un arco a quattro aperture situato nel Foro Boario; il Tempio di Giano situato nel Foro Olitorio e consacrato da Gaio Duilio dopo la vittoria di Milazzo. Giano come simbolo di città Modifica  Scultura lignea di Giano ad Avezzano Secondo la leggenda, Giano fondò la città di Gianicola, e fu proprio lui ad accogliere Saturno nel Lazio. Esisteva una frazione della città di Roma denominata Gianicolo e secondo alcuni mitologi Giano sarebbe il fondatore di uno dei villaggi di Roma. Da notare che il Gianicolo affaccia su un lato del Tevere ove è presente un guado naturale, quindi un passaggio.  Giano viene assunto dal Medioevo a simbolo di Genova, in relazione al suo nome antico di Ianua. Come tale viene spesso accostato al Grifone, altro simbolo di questa città. Troviamo effigi di Giano bifronte nel pozzo sacro di piazza Sarzano (l'ermabifronte sulla cupoletta, proveniente da una fontana cinquecentesca opera della bottega in Genova di Giacomo e Guglielmo della Porta); rappresentazioni dei grifoni come ornamento dei pinnacoli delle volte vetrate di Galleria Mazzini e nei lampadari ottocenteschi della stessa. Una rappresentazione indubbiamente più moderna ed essenziale la troviamo nel palazzo azzurro sito in Fiumara. Bisogna considerare Giano come dio adatto a sostituire i riti celtici dediti alla venerazione del torrente, considerato come luogo ove convergono le acque da affluenti che stanno a destra e a sinistra dello stesso corso d'acqua, in quanto Giano aveva due facce ed era il dio dei passaggi, oltre ad avere rapporti con le divinità delle acque.  Oltre a Genova, Giano è il simbolo di Tiggiano(provincia di Lecce), Subbiano (provincia di Arezzo), Selvazzano Dentro (provincia di Padova) e Centro Giano (provincia di Roma), San Giovanni Rotondo(Provincia di Foggia). L'immagine di Giano è presente nel gonfalone di Tiggiano (provincia di Lecce)[13]perché secondo un'etimologia popolare il nome del paese potrebbe derivare dal nome del dio Giano (in realtà il toponimo è un prediale costruito sul gentilizioromano Tidius.).  In Basilicata, presso Muro Lucano (PZ) è presente il toponimo Capo di Giano e Varaggiano, mentre presso Melfi c'è Foggiano. A Pescopagano, in una nicchia sotto l'arco di Porta Sibilla vi è una statuetta raffigurante Giano bifronte.  L'immagine di Giano è presente nel gonfalone di Subbiano (provincia di Arezzo)[16] perché secondo un'etimologia popolare il nome del paese deriverebbe dal latino Sub Janum condita ("fondata sotto [il segno di] Giano"), ma in realtà il toponimo è un predialecostruito sul gentilizio romano Sevius.  Il nome della città di Avezzano in Abruzzo stando ad un'ipotesi giudicata inverosimile da storici ed archeologi deriverebbe da "Ave Jane", un'invocazione posta sul portale di un tempio consacrato al dio Giano. Secondo la leggenda attorno al tempio ebbe origine la borgata formata dai primi agricoltori stanziati nell'area che originariamente circondava il lago del Fucino.  Il monte Giano nell'Appennino centrale è situato nel comune di Antrodoco, in provincia di Rieti.  Il toponimo di Selvazzano Dentro di origine romana parrebbe riportare alla presenza di un boschetto sacro al dio Giano (selva di Giano), l'attuale stemma comunale riporta infatti un altare dedicato al dio.  Secondo delle supposizioni i toponimi di Vezzano, come Vezzano Ligure in provincia della Spezia, deriverebbero dalla divinità romana.  Il nome del dio è invece all'origine dei due toponimi Giano dell'Umbria e Giano Vetusto, non direttamente ma attraverso un nome di persona latino Ianus (al quale sarà originariamente appartenuto il fondo sul quale è sorto il centro abitato).  A Reggio Emilia c'è un Giano su uno spigolo di Palazzo Magnani in Corso Garibaldi. Nel comune di Maddaloni, in Provincia di Caserta, esattamente dinanzi l'ospedale cittadino, sono ancora visibili i resti di un tempio con l'iscrizione "Iano Pacifero".  A Trieste vi è una fontana con il volto bifronte del dio, posta all'inizio del Viale XX Settembre. In quanto alla scelta del sito, va notato che nei primi anni dell'Ottocento in quel punto si trovava un recinto con cancello, che segnava l'uscita dalla città.  Il toponimo di Camposano, in provincia di Napoli, tra le tante interpretazioni, parrebbe derivare da un tempio dedicato al dio Giano denominato Campus Iani.  Nel pesarese, a pochi chilometri dalla città di Fano, vi è la frazione di Monte Giano.  Nei pressi del comune di Montieri, tra Siena e Volterra, Alta Maremma, si trova una località chiamata Prategiano, tradizionalmente legata alla divinità. Qui oggi si trova un prato collinare, circondato da boschi. Vi ha sede un centro ippico di rilievo, dal quale partono escursioni per numerose località naturali e storiche. La zona è ricca di vestigia, tra le quali la Rotonda di Montesiepi, con la Spada nella Roccia, ivi conficcata dal misterioso San Galgano nel XII secolo, oggi ancora visibile sotto la cupola della rotonda.  Note Modifica ^ Macrobio, Saturnalia, I, 9, 11 ^ ad esempio Herbert Jennings Rose in Dizionario di antichità classiche, s.v. Giano. Milano, Edizioni San Paolo, Dumézil, La religione romana arcaica,  Milano, Rizzoli, Ferrari, Dizionario di mitologia greca e latina, s.v. Giano. Torino, UTET, Simon "Culsu, Culsans e Ianus" in: Atti  congresso Grummond, N.T. et Simon, The Religion of the Etruscans. University of Texas, Austin.. ^ Daniele F.Maras, Monografie - La Religione Etrusca, in Archeo Monografie, 27 ottobre/novembre 2018. ^ Marco Terenzio Varrone, Della lingua latina Macrobio, Saturnalia Macrobio, Saturnalia Livio, Storia di Roma Teofilo Ossian De Negri. Storia di Genova. Firenze, Giunti, 2Stemma Comune di Tiggiano, su comuni-italiani.it. Notizie generali sul Comune di Tiggiano, su japigia.com. URL consultato Marcato. Tiggiano, in AA. VV. Dizionario di toponomastica. Torino, UTET, Subbiano (Tuscany, Italy), su crwflags Subbiano in breve, su comune.subbiano.Marcato. Subbiano, Dizionario di toponomastica. ^ Giovanni Pagani, Il nome Avezzano, su avezzano.terremarsicane.it, Terre Marsicane. Marcato. Giano dell'Umbria e Giano Vetusto, in AA. VV. Dizionario di toponomastica. ^ In Viale una fontana con due mascheroni - Cronaca - Il Piccolo, in Il Piccolo, 19 novembre Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Portale Mitologia: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di mitologia. Falacer Saturno (divinità) divinità romanaell'agricoltura  Carna Wikipedia Il contenutoAntonio Carulli. Keywords: Giano, critica della cultura, Nietzsche, De Contemptu, Schelling, impolitico, Benjamin, menstruazione, Aligheri sulla mestruazione, ente, essente. Giano, e la religione, paganesimo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Carulli” – The Swimming-Pool Library. Carulli.

 

Luigi Speranza -- Grice e Casalegno: l’implicatura conversazionale -- il concetto d’implicatura nella filosofia linguistica del Novecento – scuola di Torino – filosofia torinese –filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I like, indeed love, Casalegno; but then, he loves me! Translating Griice, or me, is tricky – as Mommsen says of Garet translating Cassiodoro,, “more than a translation, he provided a correction – and he tried to prove that Cassiodoro was a Benedictine monk.’” Grice: “Casalegno does not try to ‘translate’ Grice – let THAT to the technicians! As a philosopher, he tries to ‘re-interpret’ Grice, if a re-interpretation is needed!” Si laurea a Pisa sotto Sainati con “Aspetti della logica modernista”. Insegna a Milano, chiamato da Bonomi. Approfondizza diversi temi all'interno della filosofia analitica, quali il concetto di verità, la teoria degli insiemi, l'epistemologia della testimonianza, la teoria della ricorsività. Altre opere: “Alle origini della semantica formale,” Cuem; “Filosofia del linguaggio: un'introduzione,” Carocci, “Teoria degli insiemi, un'introduzione, Carocci); “Brevissima introduzione alla filosofia del linguaggio, Carocci, Verità e significato. Scritti di filosofia del linguaggio, Carocci, (P. Frascolla, D. Marconi ed E. Paganini). Il puzzle di Kripke, in Teoria, Sulla logica dei plurali, in Teoria; Tre osservazioni su verità e riferimento, in Iride; Come interpretare l'argomento antirealista di Dummett?, in Lingua e stile; Le proprietà modali della verità: problemi e punti di vista, in Logica e teologia (Pisa, ETS). Un problema concernente le condizioni di asseribilità, in Modi dell'oggettività, Milano, Bompiani, Normatività e riferimento, in Politeia. Chomsky sul riferimento, Monza, Polimetrica. Casalegno, il maestro della filosofia del linguaggio, di Franco Manzoni, Corriere della Sera, Archivio storico. Grice Logica e conversazione. In P. Casalegno, P. Frascolla, A. Iacona, E. Paganini, M. Santambrogio (a cura di). Filosofia del linguaggio, Milano, Raffaello Cortina. Il libro che vi presento oggi appartiene alla collana “Bibliotheca” della casa editrice Raffaello Cortina. Il titolo è Filosofia del linguaggio (come spesso accade tra i libri di cui ho parlato in questo blog) e si tratta di una interessante e utile antologia di testi, appartenenti alla tradizione novecentesca della filosofia analitica del linguaggio. I curatori sono importanti docenti italiani, tra cui C., Frascolla, Iacona, Paganini e Santambrogio. I testi antologizzati consentono al lettore di farsi un’idea (e non poco approfondita) sulle principali questioni e problematiche inerenti al linguaggio umano, su cui si è dibattuto negli ultimi decenni in ambito analitico. Ogni testo è preceduto da una introduzione dei curatori, in cui è presentato il pensiero dell’autore, il contesto culturale e i concetti chiave che emergono dalla sua opera. Apre il classico Senso e significato di Frege (di cui avevo già parlato qui), seguono quindi Le descrizioni di Bertrand Russell (testo che tratta delle descrizioni definite), Significato, uso, comprensione di Ludwig Wittgenstein (tratto dalle sue Ricerche filosofiche), Due dogmi dell’empirismo e Relatività ontologica di Quine, Nomi e riferimento di Kripke, Significato, riferimento e stereotipi di Putnam, Interpretazione radicale di Davidson, “Logica e conversazione” di Grice, Dispute metafisiche intorno al realismo, di Dummett, e si conclude con l’interessante Linguaggio e natura, di Chomsky. versazione – afferma Grice - è un ' attività cooperativa alla quale i partecipanti devono contribuire in maniera appropriata. A tale fine, bisogna che ciascuno si attenga a quattro “ massime ” che possono. Introduzione alla filosofia del linguaggio C. Significato e condizioni di verità. Prendiamo in considerazione un’idea del primo Wittgenstein: “Comprendere una proposizione vuole dire sapere che accada se essa è vera” (Tractatus). Poiché comprendere una proposizione equivale a conoscerne il significato, molti hanno concluso che alla base di una teoria del significato si deve porre la nozione di verità. Come sostenere la tesi wittgensteiniana? Un modo può essere questo: usiamo il linguaggio per descrivere la realtà. Una proposizione singola fornisce una descrizione appropriata, anche se parziale, della realtà se le cose stanno in un certo modo, una descrizione inappropriata altrimenti. Per comprendere una proposi-zione dobbiamo sapere quali sono le circostante in cui la descrizione della realtà che essa offre è ap-propriata, dobbiamo sapere come deve essere fatto il mondo affinché essa sia vera. Possiamo anche esprimerci così: per comprendere una proposizione dobbiamo conoscere le sue ‘condizioni di veri-tà’. Evitiamo di fraintendere. Conoscere le condizioni di verità di una proposizione è molto diverso dal sapere se essa sia, di fatto, vera o falsa, e non bisogna dunque confondere le due cose. Inoltre, non bisogna assumere che il conoscere le condizioni di verità di una proposizione equivalga a sapere come si fa, in pratica, per stabilire se essa è vera. La tesi wittgensteiniana sembra essere ragionevole, e così anche la sua conseguenza più immediata: una teoria del significato, ammesso che la si possa elaborare, deve essere imperniata sulla nozione di verità. Le obiezioni che si possono però muovere a un siffatto modo di vedere le cose sono moltepli-ci, concentriamoci su alcune di queste. Le obiezioni possono essere, principalmente, di due tipi. Da un lato si può concedere che compren-dere una proposizione equivalga a conoscerne le condizioni di verità, ma respingere l’idea che la nozione di verità sia la nozione centrale di una teoria del significato (ci sono espressioni per le quali parlare di condizioni di verità sembra essere assurdo). Dall’altro lato, si può più radicalmente soste-nere che il significato delle proposizioni non può essere ridotto a un insieme determinato di condi-zioni di verità. Al termine ‘proposizione’ preferiamo contrapporre un gergo leggermente più tecnico, facciamo quindi uso del termine ‘enunciato’; ciò per riferirci a quelle che talvolta si chia-mano ‘frasi dichiarative’: le frasi per mezzo delle quali si può fare un’asserzione e delle quali ha sen-so chiedersi se siano vere o false. La prima obiezione si basa sull’ovvia constatazione che esistono espressione le quali, pur essendo dotate di significato, non sono enunciati, e alle quali, di conseguenza, non sono sensatamente attribuibili condizioni di verità. Ci sono espressioni sintatticamente ben formate che non sono frasi complete, parole singole o espressioni come ‘valigia pesante’. Che queste espressioni abbiano un significato è indubbio, ma che si possa parlare di condizioni di verità sembra essere un’evidente for-zatura. In secondo luogo, ci sono frasi complete come le interrogative e le imperative. Inevitabilmente, una teoria che voglia analizzare il significato di queste due sorte di espressioni deve ricorre a nozioni diverse da quella di verità. Sembra dunque impossibile che proprio su questa nozione si fondi tutta quanta una teoria del significato. Cosa si può rispondere a quest’obiezione? Si può voler dire che la nozione di verità, sebbene non possa essere considerata l’unica nozione di una teoria del significato, rimane in ogni caso la nozione centrale. Si può sostenere che anche il significato delle espressioni che non sono enunciati ha a che fare con la verità. Consideriamo il caso delle parole singole: queste servono a costruire frasi complete, è di queste in-fatti che ci serviamo per parlare, non di parole isolate (a meno che le parole singole non fungano esse stesse da frasi complete). Ci interessa che le parole abbiano un significato perché ci interessa che abbiano un significato le frasi complete in cui esse figurano. Conoscere il significato di una pa- 1 rola, comprenderla, equivale in definitiva a sapere qual è il suo contributo al significato delle frasi: in particolare alle condizioni di verità degli enunciati. Non è possibile spiegare in che cosa consista per una parola essere nome di qualcosa e, più in generale, che cosa sia il significato di una parola qualsiasi se non presupponendo la nozione di verità. Una teoria del significato deve fare appello alla nozione di verità anche nell’analisi delle parole singole (questo vale anche per frasi più complesse che tuttavia non sono frasi complete) (MAH). Vediamo ora il caso delle frasi complete che non sono enunciati. Se ci si riflette un po’ su, ci si rende conto che la nostra capacità di capire e di usare correttamente frasi interrogative e imperative dipende dalla nostra capacità di usare il linguaggio per descrivere il mondo, il che comporta che si sappia quando una descrizione è appropriata e quando non lo è, il che ci riporta, ancora una volta, alle condizioni di verità. Nel caso di domande molto semplici, domande che esigono come risposta un ‘Sì’ o un ‘No’, ciò è evidente: queste domande (come ‘E partito il treno per Udine’) corrispondono in modo ovvio a un enunciato, ora è ovvio che ciò che vuole sapere chi formula la domanda è sapere se questo enunciato sia vero o falso. É anche chiaro che il rispondere ‘Sì’ alla domanda equivale al dire che è vero, e rispondere ‘No’ al dire che è falso. A conclusioni analoghe si perviene riflettendo sui casi delle interrogative che non richiedono una risposta nei termini di una negazione o un’affermazione, e delle frasi imperative. La centralità della nozione di verità sembra così essere confermata. Della seconda obiezioni esistono più varianti, potremmo perciò formularla come segue. Concentrando l’attenzione sulle condizioni di verità, si privilegia solo uno degli scopi cui il linguaggio può essere adibito: la descrizione della realtà, la trasmissione di informazioni su come è fatto il mondo. E questa è una mossa evidentemente arbitraria. Se si decide di ignorare la straordinaria varietà degli usi cui gli enunciati possono essere adibiti nelle circostanze concrete delle vita per concentrarsi in modo esclusivo sul loro ruolo di veicoli di informazione, ci si condanna ad offrire del linguaggio un’immagine desolantemente impoverita. Del resto anche se si è interessati al linguaggio come mez-zo per descrivere la realtà, bisogna convincersi che anche da questo punto di vista le cose sono assai più complicate. In primo luogo, il fornire informazione non può mai ridursi al proferire enunciati in modo casuale e sconnesso: parlando dobbiamo sempre tener conto della situazione in cui ci troviamo, delle informazioni di cui i nostri interlocutori già dispongono, delle loro aspettative ecc.; inoltre, ci sono regole precise di costruzione del discorso, violando le quali ciò che diciamo potrebbe non esser compreso o risultare folle. Per tutto questo le condizioni di verità non bastano. In secondo luogo, le condizioni di verità degli enunciati sono concepite di solito come qualcosa di relati-vamente fisso e stabile. Di conseguenza, se il contenuto informativo degli enunciati dipendesse per intero dalle loro condizioni di verità, dovrebbe essere a sua volta stabile. Ma solo fintanto che si contemplano gl’enunciati prescindendo da ogni loro impiego effettivo si può avere l’impressione che sia così. Ciò che si può comunicare con un dato enunciato varia enormemente con il variare dei contesti. La risposta abituale a questa obiezione consiste nell’evocare la distinzione tra semantica e pragmatica, una distinzione che risale a un saggio di Morris, secondo il quale lo studio di una lingua, o di un qualsiasi altro sistema di segni, si compone di tre parti: sintassi, semantica e pragmatica. La sintassi si occuperebbe dei segni in quanto tali, prescindendo dalla loro interpretazione e dal loro uso, la semantica del significato dei segni, e la pragmatica di ciò che con i segni si può fare, dei loro impieghi concreti. Un’obiezione come sopra, si può dire, confonde semantica e pragmatica. Qualcuno potrebbe però voler dire che questa risposta si riduce, nei fatti, ad una mera stipulazione definitoria. Il problema è se un tale modo di circoscrivere la semantica disgiungendola dalla pragmatica sia giustificato o meno: se cioè la decisione di isolare le condizioni di verità da altre dimensione del linguaggio rispecchi un’articolazione intrinseca della nostra competenza di parlanti, identifichi un livello realmente fondamentale, e possa costituir una scelta metodica feconda. Due punti: né il filosofo del linguaggio né il linguista sono tenuti a rendere conto di tutti gl’usi possibili del linguaggio. Si è tenuti a rendere conto solo di quelli che potremmo chiamare gl’usi linguistici del linguaggio (MAH). Se focalizziamo la nostra attenzione su questi usi, possiamo convincerci che l’idea di partenza mantiene la propria plausibilità: sembra che la conoscenza delle condizioni di verità degl’enunciati svolga un ruolo essenziale anche quando sono coinvolti fattori che non sono riducibili alle condizioni di verità pure e semplici. Non solo è legittimo distinguere semantica e pragmatica nel modo che si è detto, ma la pragmatica presuppone la semantica (MAH). Ad esempio si è rilevato come gl’enunciati siano usati spesso per trasmettere un contenuto informativo Questa pagina non è visibile nell’anteprima Non perderti parti importanti! Questa pagina non è visibile nell’anteprima Non perderti parti importanti! stato di cose che l’immagine rappresenta. Tuttavia va notato che la nozione di forma è quanto mai elusiva, come testimonia il gran numero di interpretazioni che ha subito da parte di studiosi. Vi è poi una seconda complicazione. Una proposizione rappresenta uno stato di cose solo attraverso la mediazione di un “pensiero”. Il pensiero è esso stesso un’immagine: un’immagine mentale i cui elementi sono costituenti psichici. Usando le parole di Wittgenstein si può continuare a dire, come faceva Frege, che ogni proposizione esprime un pensiero, ma non si può più dire che il pen-siero espresso è il senso della proposizione: il senso della proposizione è lo stato di cose di cui è il pensiero è immagine e che la proposizione stessa, tramite il pensiero, rappresenta (?). Nel caso del linguaggio ordinario, il rapporto fra una proposizione e il pensiero che essa esprime è molto intricato. Il motivo è che il linguaggio ordinario è logicamente imperfetto: “Il linguaggio trave-ste i pensieri. E precisamente così che dalla forma esteriore dell’abito non si può concludere alla forma del pensiero rivestito; perché la forma esteriore dell’abito è formata per ben altri scopi che quello di far conoscere la forma del corpo” (Cfr. Ricerche filosofiche). É ben difficile che la strutture di una proposizione elementare del lin-guaggio ordinario rispecchi fedelmente la struttura del pensiero e dello stato di cose corrispondenti. Quindi, fintanto che ciò cui ci si riferisce è il linguaggio ordinario, dire che le proposizione elemen-tari sono immagini significa dire qualcosa che è corretto solo approssimativamente. Una proposizio-ne del linguaggio ordinario è un’immagine solo in via derivata, in quanto associata a quell’immagi-ne vera e propria che è il pensiero. Il pensiero è collegato da un lato allo stato di cose che rappre-senta in virtù della sua natura di immagine, dall’altro alla proposizione attraverso una “legge di pro-iezione” circa la quale il Tractatus non ci fornisce ulteriori notizie. Una proposizione che rispecchi fedelmente la struttura del pensiero espresso è detta da Wittgen-stein “completamente analizzata”. Se si vuole evitare ogni travestimento del pensiero, bisogna ricor-rere per forza ad un linguaggio artificiale costruito in modo da essere esente da fallacie logiche. La convinzione che il linguaggio ordinario sia logicamente imperfetto è alla base della concezione della filosofia che emerge dal Tractatus. Per un verso, “il più delle questioni e delle proposizioni che sono state scritte su cose filosofiche è non falso, ma insensato”, perché “si fonda sul fatto che noi non comprendiamo la nostra logica del linguaggio”, che ci lasciamo sviare dal modo ingannevole in cui il linguaggio ordi-nario esprime i pensieri; per un altro verso, “scopo della filosofia è la chiarificazione logica dei pensieri. La filosofia è non una dottrina, ma un’attività. Risultato della filosofia non sono “proposizioni filosofiche”, ma il chiarirsi di proposizioni”. Wittgenstein rinnegherà il Tractatus per intero, ma questa concezione della filosofia resterà per lo più immutata. I nomi che figurano in una proposizione completamente analizzata devono denominare oggetti di tipo molto speciale: oggetti non identificabili con le entità che popolano l’ontologia del senso comune (?) e quindi diversi dagli oggetti associati ai nomi del linguaggio ordinario. Ciò che contraddi-stingue gli oggetti nominati in una proposizione completamente analizzata dagli oggetti del senso comune è il requisito della semplicità. L’oggetto deve essere semplice, ma di questa semplicità il Tractatus non da’ neanche un esempio. Leggendo i Quaderni che documentano in parte la genesi del Tractatus, si scopre che una preoccupazione ricorrente di Wittgenstein era proprio quella di non riuscire a fornire degli oggetti semplici una caratterizzazione esplicita e diretta. Ne postulava l’esi-stenza non perché ne avesse in mente esempi specifici, bensì sulla base di considerazioni logiche astratte e generali. In effetti un’argomentazione vera e propria Wittgenstein non la produce mai. Nel Tractatus si in-contrano soltanto qua e là affermazioni piuttosto enigmatiche. Gl’oggetti formano la sostanza del mon-do, perciò non possono essere composti”; “Se il mondo non avesse una sostanza, l’avere una proposizione senso dipenderebbe dall’essere un’altra proposizione vera”; “Sarebbe allora impossibile progettare un’immagine del mon-do (vera o falsa)”. Possiamo presumere che il ragionamento di Wittgenstein vada ricostruito come se-gue. (I) Anzitutto, affinché una proposizione abbia senso, bisogna che a ogni nome che figura in essa corrisponda un oggetto. Questo, come si è osservato sopra, segue dall’idea che le proposizione elementari siano immagini. Se ai nomi potessero corrispondere entità complesse, non ci sarebbe a priori nessuna garanzia che ad un dato nome corrisponda davvero qualcosa. Un’entità complessa consta di entità più semplici correlate in un certo modo; ora, che sussista una tale correlazione è un fatto contingente. 5 stato di cose che l’immagine rappresenta. Tuttavia va notato che la nozione di forma è quanto mai elusiva, come testimonia il gran numero di interpretazioni che ha subito da parte di studiosi. Vi è poi una seconda complicazione. Una proposizione rappresenta uno stato di cose solo attraverso la mediazione di un “pensiero”. Il pensiero è esso stesso un’immagine: un’immagine mentale i cui elementi sono “costituenti psichici”. Usando le parole di Wittgenstein si può continuare a dire, come faceva Frege, che ogni proposizione esprime un pensiero, ma non si può più dire che il pen-siero espresso è il senso della proposizione: il senso della proposizione è lo stato di cose di cui è il pensiero è immagine e che la proposizione stessa, tramite il pensiero, rappresenta (?). Nel caso del linguaggio ordinario, il rapporto fra una proposizione e il pensiero che essa esprime è molto intricato. Il motivo è che il linguaggio ordinario è logicamente imperfetto: “Il linguaggio traveste i pensieri. E precisamente così che dalla forma esteriore dell’abito non si può concludere alla forma del pensiero rivestito; perché la forma esteriore dell’abito è formata per ben altri scopi che quello di far conoscere la forma del corpo” (Cfr. Ricerche filosofiche). É ben difficile che la strutture di una proposizione elementare del lin-guaggio ordinario rispecchi fedelmente la struttura del pensiero e dello stato di cose corrispondenti. Quindi, fintanto che ciò cui ci si riferisce è il linguaggio ordinario, dire che le proposizione elemen-tari sono immagini significa dire qualcosa che è corretto solo approssimativamente. Una proposizio-ne del linguaggio ordinario è un’immagine solo in via derivata, in quanto associata a quell’immagine vera e propria che è il pensiero. Il pensiero è collegato da un lato allo stato di cose che rappre-senta in virtù della sua natura di immagine, dall’altro alla proposizione attraverso una “legge di pro-iezione” circa la quale il Tractatus non ci fornisce ulteriori notizie. Una proposizione che rispecchi fedelmente la struttura del pensiero espresso è detta da Wittgen-stein “completamente analizzata”. Se si vuole evitare ogni travestimento del pensiero, bisogna ricor-rere per forza ad un linguaggio artificiale costruito in modo da essere esente da fallacie logiche. La convinzione che il linguaggio ordinario sia logicamente imperfetto è alla base della concezione della filosofia che emerge dal Tractatus. Per un verso, “il più delle questioni e delle proposizioni che sono state scritte su cose filosofiche è non falso, ma insensato”, perché “si fonda sul fatto che noi non comprendiamo la nostra logica del linguaggio”, che ci lasciamo sviare dal modo ingannevole in cui il linguaggio ordi-nario esprime i pensieri; per un altro verso, “scopo della filosofia è la chiarificazione logica dei pensieri. La filosofia è non una dottrina, ma un’attività. Risultato della filosofia non sono “proposizioni filosofiche”, ma il chiarirsi di proposizioni”. Wittgenstein rinnegherà il Tractatus per intero, ma questa concezione della filosofia resterà per lo più immutata. I nomi che figurano in una proposizione completamente analizzata devono denominare oggetti di tipo molto speciale: oggetti non identificabili con le entità che popolano l’ontologia del senso co-mune (?) e quindi diversi dagli oggetti associati ai nomi del linguaggio ordinario. Ciò che contraddi-stingue gli oggetti nominati in una proposizione completamente analizzata dagli oggetti del senso comune è il requisito della semplicità. L’oggetto deve essere semplice, ma di questa semplicità il Tractatus non da’ neanche un esempio. Leggendo i Quaderni che documentano in parte la genesi del Tractatus, si scopre che una preoccupazione ricorrente di Wittgenstein era proprio quella di non riuscire a fornire degli oggetti semplici una caratterizzazione esplicita e diretta. Ne postulava l’esi-stenza non perché ne avesse in mente esempi specifici, bensì sulla base di considerazioni logiche astratte e generali. In effetti un’argomentazione vera e propria Wittgenstein non la produce mai. Nel Tractatus si in-contrano soltanto qua e là affermazioni piuttosto enigmatiche: “Gli oggetti formano la sostanza del mon-do, perciò non possono essere composti”; “Se il mondo non avesse una sostanza, l’avere una proposizione senso dipenderebbe dall’essere un’altra proposizione vera”; “Sarebbe allora impossibile progettare un’immagine del mon-do (vera o falsa)”. Possiamo presumere che il ragionamento di Wittgenstein vada ricostruito come se-gue. (I) Anzitutto, affinché una proposizione abbia senso, bisogna che a ogni nome che figura in essa corrisponda un oggetto. Questo, come si è osservato sopra, segue dall’idea che le proposizione elementari siano immagini. (II) Se ai nomi potessero corrispondere entità complesse, non ci sarebbe a priori nessuna garanzia che ad un dato nome corrisponda davvero qualcosa. Un’entità complessa consta di entità più semplici correlate in un certo modo; ora, che sussista una tale correlazione è un fatto contingente. Pertanto, se ai nomi potessero corrispondere entità complesse, non ci sarebbe a priori nessuna garanzia che una data proposizione abbia un senso. Supponiamo che nella proposizione P figuri il nome N: se a N potesse corrispondere un’entità complessa C, saremmo sicuri che a N corri-sponde davvero qualcosa, e quindi che P ha senso, solo se fossimo sicuri che C esiste: in altri termini, solo se sapessimo già che è vera la proposizione P’ la quale asserisce che gli elementi costituitivi di C sono correlati in quel certo modo. Come dice Wittgenstein, “l’avere una proposi-zione senso dipenderebbe dall’essere un’altra proposizione vera”. Ma questo sarebbe assurdo. Se una proposizione abbia senso oppure no deve essere chiaro a priori. É inconcepibile che la sensatezza o l’insensatezza di una proposizione possa essere “sco-perta”. Se, per essere sicuri che una proposizione è sensata, dovessimo sempre aver stabilito pri-ma la verità di un’altra proposizione, si genererebbe un regresso all’infinito, e noi non potrem-mo mai sapere se, parlando, stiamo dicendo alcunché di determinato. Non saremmo mai in gra-do di “progettare un’immagine del mondo vera o falsa”. Devono esserci oggetti semplici e sono gli oggetti semplici che devono corrispon-dere ai nomi del nostro linguaggio. In questo ragionamento, la corrispondenza tra entità complesse e oggetti semplici viene fatta coincidere con quella tra entità la cui esistenza è un fatto contingente ed entità la cui esistenza è in-vece necessaria e nota a priori. “É manifesto che un mondo, per quanto diverso sia pensato da quello reale, pure deve avere in comune con il mondo reale qualcosa una forma —”; “Questa forma fissa consta appunto degli oggetti”. La proposizione non è dunque un’immagine vera e propria: la sua struttura non rispecchia la struttura di uno stato di cose perché i costituenti ultimi di uno stato di cose sono sempre oggetti semplici, mentre Piero e Marco sono entità complesse. I termini ‘Piero’ e ‘Marco’ non sono nomi del tipo che a Wittgenstein interessa. Questo però non implica che sia priva di senso. Grazie alla mediazione del pensiero un senso ce l’ha (?), ma per esplicitarlo adeguatamente bisognerebbe ri-correre a proposizioni con una struttura del tutto diversa: a proposizioni completamente analizzate. Si può finalmente comprendere perché ai nomi non si possa attribuire, a suo avviso, un senso di tipo descrittivo come quello cui pensava Frege. Identificare un oggetto attraverso una descrizione vuole dire identificarlo riferendosi ad uno stato di cose di cui esso fa parte. Ma il sussistere di uno stato di cose è sempre un fatto contingente, mentre la correlazione di un nome con l’oggetto che ne costi-tuisce il significato deve essere garantita a priori. Pertanto, ciò che istituisce la correlazione nome/oggetto non può essere una descrizione dell’oggetto stesso. Vediamo ora cosa Wittgenstein sostiene riguardo le proposizioni complesse. La sua idea è che le proposizioni complesse siano funzioni di verità delle proposizioni elementari che figurano come loro costituenti. Supponiamo che le proposizioni elementari che figurano nella proposizione com-plessa P siano P1, …, Pn. Allora dire che P è una funzione di verità di P1, …, Pn equivale a dire che il valore di verità di P dipende esclusivamente dai valori di verità di P1, …, Pn (negazione, congiun-zione, disgiunzione, condizionale…). Per visualizzare il modo in cui il valore di verità di una proposizione costruita per mezzo di un dato connettivo dipende dai valori di verità delle proposizioni costituenti, Wittgenstein propone un artificio grafico: le cosiddette ‘tavole di verità’. Tavola di verità della negazione: P¬ PT (1)F (0)F (0)T (1). Tavola di verità della congiunzione: Tavola di verità della disgiunzione (inclusiva): Wittgenstein osserva che le tavole di verità, così come sono, potrebbero addirittura fungere da pro-posizioni complesse di un linguaggio artificiale: ad esempio, le tre tavole di verità sopra riportate potrebbero essere usate in luogo di ¬ P,(P ^ Q),(P Q). Se si seguisse questo suggerimento si di-sporrebbe di un simbolismo autoesplicativo ma anche enormemente ingombrante. Notiamo ora una grossa differenza tra Frege e Wittgenstein nel modo di concepire i connettivi logici. Per Frege ogni connettivo denota una certa funzione che associa valori di verità a valori di verità (dove i valori di verità vanno pensati come oggetti). Frege avrebbe dunque interpretato la tavola di verità per un connettivo come un modo per descrivere la funzione da esso denotata. Per Wittgenstein, invece, i connettivi non denotano nulla. Tutto quel che c’è da dire circa un connettivo è che esso consente di costruire proposizioni complesse il cui essere vere o false dipende, secondo certe modalità determinate, dall’essere vere o false le proposizioni costituenti. Chiedersi che cosa denoti un connettivo è, per Wittgenstein, come chiedersi che cosa denotino le parentesi. A queste considerazioni circa le proposizioni complesse è strettamente collegata la concezione wittgensteiniana della logica. Né Frege né Russell avevano saputo spiegare che cosa contraddistingue una proposizione logica da una proposizione di altro tipo, e questo era proprio uno degli obbiettivi di Wittgenstein nella stesura del Tractatus. Se si pensa ancora una volta al valore di verità di una pro-posizione complessa come determinato dai valori di verità dei suoi costituenti elementari, si può constare che ci sono due casi limite: quello in cui una proposizione complessa risulta vera, e quello in cui una proposizione complessa risulta essere falsa, per tutte le possibili combinazioni di verità dei costituenti elementari. Una proposizione del primo tipo Wittgenstein la chiama ‘tautologia’, una del secondo tipo ‘contraddizione’. Ciò che Wittgenstein sostiene circa la natura della logica è che essa consta per intero di tautologie. É l’essere una tautologia ciò che contraddistingue una proposizione logica da qualsiasi altra. Una pro-posizione logica non è tale per via del suo contenuto ma, piuttosto, perché non ha contenuto, per-ché non dice nulla. Le tautologie non possono fornirci alcuna informazione sulla realtà. Il loro inte-ressa sta nel fatto che, essendo vere in virtù delle sole regole del linguaggio, esse ci mostrano come questo funzioni. Avevamo detto che il senso di una proposizione elementare è lo stato di cose che la proposizione rappresenta. Alle proposizioni complesse questa nozione di senso non può essere applicata senza modifiche. Il motivo è che, se P è una proposizione complessa, non c’è uno stato di cose di cui si possa ragionevolmente dire che è rappresentato da P. Tuttavia, se Wittgenstein ha ragione nel dire che tutte le proposizioni complesse sono funzioni di verità dei loro costituenti proposizionali ele-mentari, l’essere P vera o falsa dipende pur sempre dal sussistere o non sussistere di certi stati di cose. Ciò che Wittgenstein dunque propone è di identificare il senso di P con quelle combinazioni del sussistere e non sussistere degli stati di cose S1, …, Sn per le quali P risulta vero. “Il senso della PQP ^ QTTTTFFFTFFFFPQP QTTTTFTFTTFFF 7 Questa pagina non è visibile nell’anteprima Non perderti parti importanti! Questa pagina non è visibile nell’anteprima Non perderti parti importanti! è un'attività cooperativa alla quale i partecipanti devono contribuire in maniera appropriata. A tale fine bisogna che ciascuno si attenga a quattro “massime”: CASALEGNO “FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO”:1.SIGNIFICATO E CONDIZIONI DI VERITA’:-“TRATTATO LOGICO-FILOSOFICO” di Wittgenstein: CAPIRE UNA PROPOSIZIONE SIGNIFICA SAPERE COSA ACCADE SE ESSA E’VERA(alla base deve esserci la nozione di verità)-LINGUAGGIO: usato x descrivere la realtà, attraverso la PROPORZIONE che fornisce una descrizione della realtà= X COMPRENDERLA DOBBIAMO SAPERE QUALI SONO LE CIRCOSTANZE IN CUI LA PROPORZIONE E’ APPROPIATA,DOBBIAMO CONOSCERE LE SUE CONDIZIONI DI VERITA’(circostanze in cui essa è vera) FRA INTENDIMENTI POSSIBILI: CONOSCERE LE CONDIZIONI DI VERITA’ DI UNA PROPOSIZIONE E’ DIVERSO DAL SAPERE SE E’ V O F Es: l’uomo + alto del mondo è bruno = NON SO SE E’ VERA MA CONOSCO LE CONDIZIONI DI VERITA’ES: Napoleon was defeated by Nelson = E’ VERA,MA NON CONOSCO L’INGLESE E NON CONOSCO LE SUE CONDIZIONI DI VERITA’ CONOSCERE LE CONDIZIONI DI VERITA’ DI UNA PROPOSIZIONE EQUIVALE A SAPERE COME SI FA X STABILIRE SE ESSA E’ VERAEs: La luna ha un diametro superiore ai tremila km= CONOSCO BENE LE CONDIZIONI DI VERITA’,MA NON CONOSCO IL METRO X VALUTARE IL DIAMETRO DELLA LUNA XCIO’ NON SO COME SI FA A STABILIRE SE ESSA E’ VERA- PROPOSIZIONE=FRASE DICHIARATIVA(x mezzo della quale si può fare un asserzione e ha senso chiedersi se è v o f) = ENUNCIATO*tesi è plausibile ma può essere soggetta a critiche,2 obiezioni:1.ESPRESSIONI DOTATE DI SIGNIFICATO,MA NON ENUNCIATI ALLE QUALI NON HA SENSO ATTRIBUIRE CONDIZIONI DI VERITA’: espressioni sintatticamente ben formate che non sono frasi complete-PAROLE SINGOLE, ESPRESSIONI COME “VALIGIA PESANTE”, FRASI INTERROGATIVE ESCLAMATIVE(Dov’è l’ombrello?, Mi porti il conto!*LA NOZIONE DI VERITA’ NON E’ L’UNICA MA E’ CENTRALE NELLA TEORIA DEL SIGNIFICATO: anche nell’analisi delle PAROLE SINGOLE,ESPRESSIONI COMPLESSE E FRASI COMPLETE CHE NON SONO ENUNCIATI, LA NOZIONE DI CONDIZIONE DI VERITA’ NON E’ SUFFICIENTE X UN’ANALISI ADEGUATA DEL SIGNIFICATO DEGLI ENUNCIATI - concentrando l’attenzione sulle condizioni di verità si privilegia la descrizione della realtà, ma questo atteggiamento è arbitrario: UN INDIVIDUO PUO’ PROFERIRE ENUNCIATI X + FINI E IN TUTTI I CASI NON HA MOLTA IMP SE GLI ENUNCIATI SONO V O F parlando dobbiamo tenere conto della situazione in cui ci troviamo, delle info che possiedono i nostri interlocutori, delle loro aspettative e delle regole della costruzione del discorso -GLI ENUNCIATI HANNO CONDIZIONI DI VERITA’ CORRISPONDENTI AL LORO “SIGNIFICATO LETTERALE”, MA E’INSUFFICIENTE X CAPIRE CIO’ CHE QUELL’ENUNCIATO PUO’ VOLER DIRE UN PARLANTE IN UN CONTESTO CONCRETO. Morri s= lo studio della lingua si divide in 3 parti: SINTASSI: studia segni in quanto tali. SEMANTICA: STUDIO DEGLI ASPETTI DI SIGNIFICATO CHE HANNO ACHE FARE CON LE CONDIZIONI DI VERITA PRAGMATICA: si occupa di ciò che con i segni si può fare,dei loro impegni concreti*GRICE: - conversazione = ATTIVITA’ COOPERATIVA ALLE QUALE I PARTECIPANTI DEVONO CONTRIBUIRE IN MANIERA APPROPRIATA, dobbiamo rifarci a 4 massime:1.QUANTITA’ = giusta via di mezzo 2. QUALITA’= non dire cs false 3. RELAZIONE = cose pertinenti 4. MODO= parlare in modo chiaro e ordinato*massime violate x comunicare qualcosa che va al di là del significato letterale= IMPLICATURA CONVERSAZIONALE. FREGE:primo filosofo analitico-contribuisce alla nascita della logica moderna -inventa IDEOGRAFIA: linguaggio formale *Ritiene che alla base della filosofia ci sia la teoria del significato-è diffidente verso il linguaggio ordinario, è strumento inaffidabile= x questo crea l’ideografia-LA FILOSOFIA DEVE LIBERARE IL PENSIERO DAI VINCOLI DELLA PAROLA-TEORIA SEMANTICA: riguardo alla natura del significato linguistico generale 1. SINN: senso (OGGETTIVO,NOZIONE LOGICA)2.BEDETUNG:significato= riferimentoEs: Aristotole= SIGNIFICATO è l’individuo Aristotele. La montagna + alta al mondo = SIGNIFICATO è il Monte Everest TERMINI SINGOLARI nomi propri E’ ABBREVIAZIONE DI UNA DESCRIZIONE D. es: Totò, Grazia, New York descrizioni definite= ARTICOLO DET SING + NOME SINGOLARE es: IL marito di Luisa- UN NOME HA SENSI DIVERSI, x diversità di parlanti e tempi differenti=difetto del linguaggio naturale -le espressioni hanno un significato in virtù del loro senso senso diverso da rappresentazione = E’ SOGGETTIVA,PRIVATA, NOZIONE PSICOLOGICA:IMMAGINI,SENSAZIONI,STATI D’ANIMO CHE EVOCANO PAROLE -GLI ENUNCIATI HANNO CONDIZIONI DI VERITA’ CORRISPONDENTI AL LORO “SIGNIFICATO LETTERALE”, MA E’INSUFFICIENTE X CAPIRE CIO’ CHE QUELL’ENUNCIATO PUO’ VOLER DIRE UN PARLANTE IN UN CONTESTO CONCRETO. Morris= lo studio della lingua si divide in 3 parti:1.SINTASSI: studia segni in quanto tali2.SEMANTICA: STUDIO DEGLI ASPETTI DI SIGNIFICATO CHE HANNO ACHE FARE CON LE CONDIZIONI DI VERITA’3.PRAGMATICA: si occupa di ciò che con i segni si può fare,dei loro impegni concreti*GRICE: -conversazione = ATTIVITA’ COOPERATIVA ALLE QUALE I PARTECIPANTI DEVONO CONTRIBUIRE IN MANIERA APPROPRIATA, dobbiamo rifarci a 4 massime. QUANTITA’=giusta via di mezzo QUALITA’= non dire cs false 3. RELAZIONE = cose pertinenti .MODO = parlare in modo chiaro e ordinato*massime violate x comunicare qualcosa che va al di là del significato letterale= IMPLICATURA CONVERSAZIONALE 2. FREGE: primo filosofo analitico-contribuisce alla nascita della logica moderna -inventa IDEOGRAFIA: linguaggio formale *Ritiene che alla base della filosofia ci sia la teoria del significato-è diffidente verso il linguaggio ordinario, è strumento inaffidabile= x questo crea l’ideografia- LA FILOSOFIA DEVE LIBERARE IL PENSIERO DAI VINCOLI DELLA PAROLA-TEORIA SEMANTICA: riguardo alla natura del significato linguistico generale1.SINN: senso (OGGETTIVO,NOZIONE LOGICA) BEDETUNG: significato = riferimento Es: Aristotole = SIGNIFICATO è l’individuo Aristotele. La montagna + alta al mondo= SIGNIFICATO è il Monte Everest-TERMINI SINGOLARI: * nomi propri = E’ ABBREVIAZIONE DI UNA DESCRIZIONE D. es: Totò,Grazia,New York *descrizioni definite= ARTICOLO DET SING+NOME SINGOLARE es: IL marito di Luisa-UN NOME HA SENSI DIVERSI, x diversità di parlanti e tempi differenti=difetto del linguaggio naturale-le espressioni hanno un significato in virtù del loro senso-senso diverso da rappresentazione= E’ SOGGETTIVA,PRIVATA, NOZIONE PSICOLOGICA:IMMAGINI,SENSAZIONI,STATI D’ANIMO CHE EVOCANO PAROLE Questa pagina non è visibile nell’anteprima Non perderti parti importanti! FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO – PAOLO CASALEGNO + DISPENSE.INTRODUZIONEPlatone, Socrate, Medioevo PREMESSA PARADIGMA CLASSICOFrege Russell Wittgenstein Tarski Quine Putnam FREGE, “SENSO E SIGNIFICATO”; ENUNCIATI DI IDENTITÀ (A=A/A=B) TERMINI SINGOLARI (NOMI PROPRI e DESCRIZIONI DEFINITE) ENUNCIATIPREDICATIPRINCIPI (del CONTESTO, di COMPOSIZIONALITÀ e di SOSTITUIBILITÀ) QUANTIFICATORI RUSSELLLE DESCRIZIONIDESCRIZIONI INDEFINITEWITTGENSTEINSTATI DI COSEIMMAGINEFATTORAFFIGURAZIONEFUNZIONI DI VERITÀCONNETTIVI PROPOSIZIONALI TAUTOLOGIE CONTRADDIZIONI TAVOLE DI VERITÀ LA NOZIONE DI VERITÀ IN LOGICA. TARSKI LINGUAGGIO OGGETTO e METALINGUAGGIO DEFINIRE LA VERITÀ CONVENZIONE V COSTANTI (INDIVIDUALI, PREDICATIVE e LOGICHE) SIMBOLI AUSILIARI SODDISFACIMENTO PARADOSSI VERITÀ RELATIVA AD UN MODELLO CARNAP DESCRIZIONI DI STATO ESTENSIONE e INTENSIONE POSSIBILITÀ e NECESSITÀ LOGICHE KRIPKE VERITÀ LOGICA MODELLO K VERBI DI CREDENZA DEISSI (o INDICALI) QUINE DUE DOGMI DELL’EMPIRISMOANALITICO / SINTETICO RIDUZIONISMO REGOLE SEMANTICHE TEORIA DELLA VERIFICAZIONE. il significato non può essere ridotto ad un insieme di CDV. OBIEZIONE. Essa si basa sulla constatazione ovvia che esistono espressioni che, pur avendo significato, non sono enunciati e quindi non gli si possono attribuire CDV. Tra di esse troviamo:- espressioni ben formate che non sono complete, come ad ex. “Ogni student che hanno superato la prova”- frasi complete come le INTERROGATIVE e le IMPERATIVE, come ad ex. “Dov’è l’ombrello?” o “Mi porti il conto!”Cosa si può rispondere a questa obiezione???Che la NDV di una teoria del significato ne resta comunque la nozione centrale, poiché anche il significato delle espressioni che non sono enunciatti ha a che fare con la verità. Inoltre, non è possibile spiegare in cosa consista per una parola essere nome di qualcosa se non presupponendo la NDV. Ancora, la teoria del significato deve fare in ogni caso appello alla NDV nell’analisi delle parole singole.Questa linea argomentativa risale a Frege e si può applicare anche alle espressioni complesse. Riflettedoci, ci si può convincere che la nostra capacità di capire ed usare frasi interrogative ed imperative dipende dalla nostra capacità di usare il linguaggio per descrivere il mondo. E ciò comporta sapere quando una descrizione è appropriata o meno. OBIEZIONE #2.Essa consiste nel sostenere che la nozione di CDV non è sufficiente per un’analisi adeguata del significato degli enunciati. Concentrando l’attenzione sulle CDV si privilegia uno solo degli scopi del linguaggio. Per cui, se si decide di ignorare i vari usi cui gli enunciati possono essere adibiti per concentrarsi sul loro ruolo di veicoli di informazione, il linguaggio appare impoverito. Poi, però, bisogna convincersi che anche da questo punto di vista le cose sono molto più complicate, per due motivi:- parlando, dobbiamo sempre tener conto della situazione in cui ci troviamo. Ci sono regole precise di costruzione del discorso e per sapere questo, conoscere le CDV non basta. - le CDV sono considerate di solito come qualcosa di fisso e stabile. Se il contenuto informativo degli enunciati dipendesse dalle CDV dovrebbe essere a sua volta stabile. In realtà, varia col variare dei contesto. Restano aperte solo due opzioni:- respingere la nozione di CDV- ammettere che gli enunciate abbiano CDV che corrispondono al loro SIGNIFICATO LETTERALERISPOSTA = evocate la distinzione tra SEMANTICA e PRAGMATICA che risale a MORRIS.Secondo Morris, lo studio di una lingua si compone di:SINTASSI che riguarda i segni in quanto tali;SEMANTICA che riguarda il significato dei segni;PRAGMATICA che riguarda gli impieghi concreti dei segni. L’obiezione, dunque, sembra confondere SEMANTICA e PRAGMATICA. Siamo nella direzione giusta, ma serve qualche integrazione. Qualcuno potrebbe ribattre che tutto ciò si riduce ad una mera definizione. Il problema è se questo modo di circoscrivere la semantica sia giustificato. Sottolineiamo due punti. Non si è tenuti a rendere conto di tutti gli usi possibili del linguaggio - il significato non può essere ridotto ad un insieme di CDV.OBIEZIONE #1.Essa si basa sulla constatazione ovvia che esistono espressioni che, pur avendo significato, non sono enunciate quindi non gli si possono attrbuire CDV. Tra di esse troviamo:- espressioni ben formate che non sono complete, come ad ex. “Ogni student che hanno superato la prova”- frasi complete come le INTERROGATIVE e le IMPERATIVE, come ad ex. “Dov’è l’ombrello?” o “Mi porti l conto!”Cosa si può rispondere a questa obiezione???Che la NDV di una teoria del significato ne resta comunque la nozione centrale, poiché anche il significato delle espressioni che non sono enunciatti ha a che fare con la verità. Inoltre, non è possibile spiegare in cosa consista per una parola essere nome di qualcosa se non presupponendo la NDV. Ancora, la teoria del significato deve fare in ogni caso appello alla NDV nell’analisi delle parole singole.Questa linea argomenativa risale a Frege e si può applicare anche alle espressioni complesse. Riflettendoci, ci si può convincere che la nostra capacità di capire ed usare frasi interrogative ed imperative dipende dalla nostra capacità di usare il linguaggio per descrivere il mondo. E ciò comporta sapere quando una descrizione è appropriata o meno. OBIEZIONE #2. Essa consiste nel sostenere che la nozione di CDV non è sufficiente per un’analisi adeguata del significato degli enunciate. Concentrando l’attenzione sulle CDV si privilegia uno solo degli scopi del linguaggio. Per cui, se si decide di ignorare i vari usi cui gli enunciati ossono essere adibiti per concentrarsi sul loro ruolo di veicoli di informazione, il linguaggio appare impoverito. Poi, però, bisogna convincersi che anche da questo punto di vista le cose sono molto più complicate, per due motivi. Parlando, dobbiamo sempre tener conto della situazione in cui ci troviamo. Ci sono regole precise di costruzione del discorso e per sapere questo, conoscere le CDV non basta. - le CDV sono considerate di solito come qualcosa di fisso e stabile. Se il contenuto informativo degli enunciatti dipendesse dalle CDV dovrebbe essere a sua volta stabile. In realtà, varia col variare dei contesto. Restano aperte solo due opzioni:- respingere la nozione di CDV- ammettere che gli enunciate abiano CDV che corrispondono al loro SIGNIFICATO LETTERALE RISPOSTA = evocate la distinzione tra SEMANTICA e PRAGMATICA che risale a MORRIS. Secondo Morris, lo studio di una lingua si compone di: SINTASSI che riguarda i segni in quanto tali; SEMANTICA che riguarda il significato dei segni; PRAGMATICA che riguarda gli impieghi concreti dei segni. L’obiezione, dunque, sembra confondere SEMANTICA e PRAGMATICA. Siamo nella direzione giusta, ma serve qualche integrazione. Qualcuno potrebbe ribattere che tutto ciò si riduce ad una mera definizione. Il problema è se questo modo di circoscrivere la semantica sia giustificato. Sottolineiamo due punti. Non si è tenuti a rendere conto di tutti gli usi possibili del linguaggio è legittima la distinzione tra semantica e pragmatica e, anzi, la pragmatica presuppone la semantica, Questo secondo punto è messo bene in luce dalla TEORIA DELLE IMPLICATURE CONVERSAZIONALI di GRICE, secondo cui una conversazione è un’attività cooperativa alla quale i partecipanti devono contribuire in modo appropriato; per questo è necessario che ciascuno si avvnga a massime sotto quattro categorie conversazionali (alla funzioni di Kant): CATEGORIA CONVERSAZIONALE DELLA QUANTITÀ: fornire informazioni né minori né maggiori di quanto richiesto al momento. FUNZIONE CONVERSAZIONALE DELLA QUALITÀ: non dire cose che credi false o per cui non ci sono prove adeguate. FUNZIONE CONVERSAZIONALE DELLA RELAZIONE: dire cose perttnenti. FUNZIONE CONVERSAZIONALE DEL MODO: essere perspicuo -- parlare in modo chiaro ed ordinato, evitando oscurità ed ambiguità - è legittima la distinzione tra semantica e pragmatica e, anzi, la pragmatica presuppone la semantica. Questo secondo punto è messo bene in luce dalla TEORIA DELLE IMPLICATURE CONVERSAZIONALI di GRICE, secondo cui una conversazione è un’attività cooperativa alla quale i partecipanti devono contribuire in modo appropriato; per questo è necessario che ciascuno si attenga a 4 massime. CATEGORIA CONVERSAZIONALE DELLA QUANTITÀ: fornire informazioni né minori né maggiori di quanto richiesto al momento. QUALITÀ: non dire cose che credi false o per cui non ci sono prove adeguate3- RELAZIONI: dire cose pertinenti. FUNZIONE CONVERSAZIONALE DEL MODO: essere perspicuo. parlare in modo chiaro ed ordinato, evitando oscurità ed ambiguità. Paolo Stefano Casalegno. Paolo Casalegno. Keywords: filosofia linguistica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Casalegno” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Casanova: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del desiderio omoerotico – scuola di Venezia – scuola veneta -- filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Vneto. Grice: “It is fascinating to analyse what Casanova calls ‘piegadura’, or ‘piegadure,’ in the plural – bendings – my implicatura is a bit like his piegadura, only less acute!” -- Grice: “I would hardly call Casanova a philosopher, but my wife hardly would not!” -- Giacomo Casanova ritratto dal fratello Francesco Giacomo Girolamo Casanova (Venezia) avventuriero, scrittore, poeta, alchimista, esoterista, diplomatico, finanziere, scienziato, filosofo e agente segreto della Serenissima italiano, cittadino della Repubblica di Venezia.  Benché di lui resti una produzione letterariatra trattati e testi saggistici d'argomento vario (s'occupò, nell'ampia gamma dei suoi interessi, perfino di matematica) e opere letterarie in prosa come in versivastissima, viene a tutt'oggi ricordato principalmente come un avventuriero e, per via della sua vita amorosa a dir poco movimentata, come colui che fece del proprio nome l'antonomasia del soave e raffinato seduttore e libertino. A tutt'oggi un playboy viene spesso chiamato "C.".  A questa sua fama di grande conquistatore di donne contribuì verosimilmente la sua opera più importante e celebre: Histoire de ma vie (Storia della mia vita), in cui l'autore descrive, con la massima franchezza (pur non per questo privandosi d'anedotti romanzeschi e alcuni abbellimenti), le sue avventure, i suoi viaggi e, soprattutto, i suoi innumerevolissimi incontri galanti. L'Histoire è scritta in francese: tale scelta linguistica fu dettata principalmente da motivi di diffusione dell'opera, in quanto all'epoca il francese era la lingua più conosciuta e parlata dalle élite d'Europa.  Fra corti e salotti vari, si ritrovò a vivere, quasi senza rendersene conto, un momento di svolta epocale della storia, non comprendendo affatto lo spirito di fortissimo rinnovamento che avrebbe fatto virare la storia in direzioni mai percorse prima; rimase infatti ancorato fino alla fine dei propri giorni ai valori, precetti e credenze dell'ancien régime e della sua rispettiva classe dominante, l'aristocrazia, alla quale era stato escluso per nascita e della quale cercò disperatamente di far parte, anche quando essa era ormai irrimediabilmente avviata al crepuscolo, per tutta la propria vita. Tra le personalità eccelse dell'epoca che ebbe modo di conoscere personalmente, e di cui ci ha lasciato testimonianza diretta, si possono citare Jean-Jacques Rousseau, Voltaire, Madame de Pompadour, Wolfgang Amadeus Mozart, Benjamin Franklin, Caterina II di Russia e Federico II di Prussia. Dalla nascita alla fuga dai Piombi. Venezia, Calle della Commedia (ora Malipiero) Giacomo Girolamo C. nacque a Venezia, in Calle della Commedia (ora Calle Malipiero), nei pressi della chiesa di San Samuele, dove fu anche battezzato, il 2 aprile del 1725. Molte  opere enciclopediche o letterarie recano erroneamente i nomi di battesimo Giovanni Giacomo, la cui origine è sicuramente da ricercarsi nella pubblicazione dell'opera del 1835 Biografia degli italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti del secolo XVIII e de' contemporanei, Emilio De Tipaldo, in cui l'autore della voce relativa al C., Bartolomeo Gamba, intestò erroneamente la voce a un certo Giovanni Giacomo C.. Successivamente, l'errore fu ripetuto nella voce su C. dell'Enciclopedia Treccani e da allora è spesso riapparso.  Si può leggere il nome corretto nel documento relativo al battesimo del C..  «Addì  Giacomo Girolamo fig.o di D. Gaietano Giuseppe C. del q.(uondam) Giac.o Parmegiano comico, et di Giovanna Maria, giogali, nato il 2 corr. battezzato daGio. Batta Tosello sacerd. di chiesa de licentiaComp. il signor Angelo Filosi q.(uondam) Bartolomeo stà a S. Salvador. Lev. Regina Salvi.»  (Storia della mia vita, Mondadori) Il padre, Gaetano C., era un attore e ballerino parmigiano di remote origini spagnole (almeno stando alla dubbia genealogia tracciata dal C. all'inizio dell'Histoire, gli avi paterni sarebbero stati originari di Saragozza, nell'Aragona[E 3]), mentre la madre, Zanetta Farussi, era un'attrice veneziana che, nella sua professione, ebbe di gran lunga maggior successo del marito, dato che la troviamo menzionata persino da Carlo Goldoni nelle sue Memorie, ove la definì: "...una vedova bellissima e assai valente". La voce popolare lo considerava frutto di una relazione adulterina della madre con il patrizio veneziano Michele Grimani[E 4] e C. stesso affermò, seppur in maniera criptica nel suo libello Né amori né donne, di essere figlio naturale del patrizio. Ma ulteriori indizi a suffragio della tesi potrebbero derivare dal fatto che, dopo la morte del padre, i Grimani si presero cura di lui con un'assiduità che appare andasse oltre i normali rapporti di protezione e liberalità che le famiglie patrizie veneziane praticavano nei confronti delle persone che, a qualche titolo, avevano servito la casata. Il che troverebbe conferma anche nel fatto che la giustizia della Repubblica, solitamente piuttosto severa, non infierì mai particolarmente nei suoi confronti. Dopo la sua nascita, la coppia ebbe altri cinque figli: Francesco, Giovanni Battista, Faustina Maddalena, Maria Maddalena Antonia Stella e Gaetano Alvise.   Chiesa di San Samuele, Venezia Rimasto orfano di padre a soli otto anni d'età ed essendo la madre costantemente in viaggio a causa della sua professione, Giacomo fu allevato dalla nonna materna Marzia Baldissera in Farussi. Da piccolo era di salute cagionevole e per questo motivo la nonna lo condusse da una fattucchiera che, eseguendo un complicato rituale, riuscì a guarirlo dai disturbi da cui era affetto. Dopo quell'esperienza infantile, l'interesse per le pratiche magiche lo accompagnerà per tutta la vita, ma lui stesso era il primo a ridere della credulità che tanti manifestavano nei confronti dell'esoterismo.  All'età di nove anni fu mandato a Padova, dove rimase fino al termine degli studi; s'iscrisse all'università dove, come ricorda nelle Memorie, si sarebbe laureato in diritto; la questione dell'effettivo conseguimento del titolo accademico è molto controversa: infatti C. descrive nelle Memorie gli anni passati all'Padova, sostenendo di essersi laureato. Analoga affermazione risulta anche dalla dedica dell'opera del 1797 a Leonard Snetlage, il cui frontespizio reca scritto A Leonard Snetlage, Docteur en droit de l'Université de Gottingue, Jacques C., docteur en droit de l'Universitè de Padoue. Inoltre da documenti risulta che il C. abbia lavorato nello studio dell'avvocato Marco Da Lezze, dal che si era presunto che, compiuti gli studi e conseguita la laurea, fosse andato a compiere il praticantato presso il Da Lezze. Nonostante queste fonti, il primo a dubitare del titolo conseguito dal C. fu Pompeo Molmenti, ma ben presto gli studi del Brunelli, il quale aveva reperito documenti che dimostravano in modo certo l'avvenuta immatricolazione al primo anno e le successive iscrizioni, convinsero tutti gli autori dell'effettivo conseguimento del titolo accademico; in tal senso, tra i tanti, anche James Rives Childs (C.). Successivamente Enzo Grossato pose nuovamente in dubbio il conseguimento del titolo rifacendosi ai registri di laurea, i quali non menzionano il nome del veneziano. Dello stesso avviso Piero Del Negro, il quale rilevò che, oltre ai registri consultati dal Grossato, anche un ulteriore codice, il Registro dottorati 1737 usque ad 1747, non riportava il nome del C.; inoltre egli constatò che il C. non aveva mai parlato del titolo se non in epoca tarda, quando ormai ricostruire la circostanza sarebbe stato difficile per chiunque.  Terminati gli studi, Giacomo C. viaggiò a Corfù e a Costantinopoli, per poi rientrare a Venezia nel 1742. Nella sua città natale ottenne un impiego presso lo studio dell'avvocato Marco da Lezze. La nonna Marzia Baldissera morì. Con la morte della nonna, alla quale era legatissimo, si chiuse un capitolo importante della sua vita: la madre decise di lasciare la bella e costosa casa in Calle della Commedia e di sistemare i figli in modo economicamente più sostenibile. Questo evento segnò profondamente Giacomo, togliendogli un importante punto di riferimento. Nello stesso anno fu rinchiuso, a causa della sua condotta piuttosto turbolenta, nel Forte di Sant'Andrea dalla fine di marzo alla fine di luglio. Più che l'applicazione di una pena, fu un avvertimento tendente a cercare di correggerne il carattere.  Messo in libertà, partì, grazie ai buoni uffici materni, per la Calabria, al seguito del vescovo di Martirano che si recava ad assumere la diocesi. Una volta giunto a destinazione, spaventato per le condizioni di povertà del luogo, chiese e ottenne congedo. Viaggiò a Napoli e a Roma, dove nel 1744 prese servizio presso il cardinal Acquaviva, ambasciatore della Spagna presso la Santa Sede. L'esperienza si concluse presto, a causa della sua condotta imprudente: infatti aveva nascosto nel Palazzo di Spagna, residenza ufficiale del cardinale, una ragazza fuggita di casa.   Targa commemorativa su Palazzo Malipiero Nel febbraio del 1744 arrivò ad Ancona, dove era già stato sette mesi prima. Durante il primo soggiorno nella città era stato costretto a passare la quarantena nel lazzaretto, dove aveva intessuto una relazione con una schiava greca, alloggiata nella camera superiore alla sua.[E 9]  Fu però durante il suo secondo soggiorno ad Ancona che C. ebbe una delle sue più strane avventure: si innamorò di un seducente cantante castrato, Bellino, convinto che si trattasse in realtà di una donna. Fu solo dopo una corte serrata che C. riuscì a scoprire ciò che sperava: il castrato era in realtà una ragazza, Teresa (con cui avrà il figlio illegittimo Cesarino Lanti), che, per sopravvivere dopo essere rimasta orfana, si faceva passare per un castrato in modo da poter cantare nei teatri dello Stato della Chiesa, dove era vietata la presenza di donne sul palcoscenico. Il nome di Teresa ricorre spesso nel testo dell'Histoire, a testimonianza dei molti incontri avvenuti, negli anni, nelle capitali europee dove Teresa mieteva successi con le sue interpretazioni. Ritornò quindi a Venezia e, per un certo periodo, si guadagnò da vivere suonando il violino nel teatro di San Samuele, di proprietà dei nobili Grimani che, alla morte del padre, avvenuta prematuramente, avevano assunto ufficialmente la tutela del ragazzo, avvalorando la voce popolare secondo la quale uno dei Grimani, Michele, fosse il vero padre di Giacomo.  Nel 1746 avvenne l'incontro con il patrizio veneziano Matteo Bragadin, che avrebbe migliorato sostanzialmente le sue condizioni. Colpito da un malore, il nobiluomo fu soccorso da C. e si convinse che, grazie a quel tempestivo intervento, aveva potuto salvarsi la vita. Di conseguenza prese a considerarlo quasi come un figlio, contribuendo, finché visse, al suo mantenimento. Nelle ore concitate in cui assisteva Bragadin, C. venne in contatto con i due più fraterni amici del senatore, Barbaro e Dandolo; anch'essi gli si affezionarono profondamente e, finché vissero, lo tennero sotto la loro protezione. La frequentazione con i nobili attirò l'interesse degli Inquisitori di Stato e C., su consiglio di Bragadin, lasciò Venezia in attesa di tempi migliori.  Nel 1749 incontrò Henriette, che sarebbe stata forse il più grande amore della sua vita. Lo pseudonimo nascondeva probabilmente l'identità di una nobildonna di Aix-en-Provence, forse Adelaide de Gueidan. Su questa e su altre identificazioni, i "casanovisti" si sono accapigliati per decenni. In linea di massima, come è stato sostenuto da molti studiosi, i personaggi citati nelle Memorie sono reali. Al più, l'autore potrebbe essersi cautelato con qualche piccola accortezza: spesso, trattandosi di donne sposate, alcune sono citate con le iniziali o con nomi di fantasia, talvolta l'età viene un po' modificata per galanteria o per vanità dell'autore che non amava riferire di avventure con donne considerate, con i criteri di allora, in età matura, ma in generale le persone sono identificabili e anche i fatti riferiti sono risultati corretti e riscontrabili. Innumerevoli identificazioni e notizie documentali hanno confermato il racconto.  Se qualche errore c'è stato, lo si deve anche al fatto che, all'epoca in cui furono scritte le Memorie, erano passati molti anni dai fatti e, per quanto l'autore si possa essere aiutato con diari o appunti, non era facile incasellare cronologicamente gli eventi. Ogni tanto l'autore si faceva però trascinare dalla sua visione teatrale delle cose e non rinunciava a qualche "colpo di teatro", il che peraltro contribuisce a rendere la lettura più piacevole. Il problema dell'attendibilità del racconto casanoviano è tuttavia molto complesso: ciò che è difficile o, in molti casi, impossibile da valutare è se i rapporti che C. riferisce di aver intrattenuto con i personaggi siano rispondenti alla realtà dei fatti. Taluni studiosi hanno ritenuto che nel corpus delle Memorie siano stati inseriti dei passaggi totalmente romanzati e di pura invenzione, basati comunque su personaggi storicamente esistiti ed effettivamente presenti nel luogo e nel tempo della descrizione.  Il caso più clamoroso è quello che riguarda la relazione di C. con suor M.M.e i conseguenti rapporti con l'ambasciatore di Francia De Bernis. Si tratta di una delle parti più valide dell'opera dal punto di vista letterario e stilistico. Il ritmo del racconto è serratissimo e la tensione emotiva dei personaggi di straordinario realismo. Secondo alcuni studiosi il racconto è assolutamente veritiero e si è ripetutamente tentata l'identificazione della donna, secondo altri il racconto è di pura fantasia e basato sulle confidenze del cuoco dell'ambasciatore (tale Rosier), che effettivamente C. conosceva molto bene. La diatriba tra le varie tesi continuerà ma, comunque stiano le cose, il valore dell'opera non cambia, perché ciò che perde il C. memorialista lo guadagna il C. romanziere. Rientrato a Venezia decide di partire per Parigi. A Milano si incontra con l'amico Antonio Stefano Balletti, figlio della celebre attrice Silvia, e con lui proseguì alla volta della capitale francese. Durante il viaggio, a Lione, C. aderì alla Massoneria. Non sembra che la decisione fosse ascrivibile a inclinazioni ideologiche, ma piuttosto alla pratica esigenza di procurarsi utili appoggi.  «Ogni giovane che viaggia, che vuol conoscere il mondo, che non vuol essere inferiore agli altri e escluso dalla compagnia dei suoi coetanei, deve farsi iniziare alla Massoneria, non fosse altro per sapere superficialmente cos'è. Deve tuttavia fare attenzione a scegliere bene la loggia nella quale entrare, perché, anche se nella loggia i cattivi soggetti non possono far nulla, possono tuttavia sempre esserci e l'aspirante deve guardarsi dalle amicizie pericolose.»  (C., Memorie) Ottenne qualche risultato: infatti molti personaggi incontrati nel corso della sua vita, come Mozart e Franklin erano massoni e alcune facilitazioni ricevute in varie occasioni sembrerebbero dovute ai benefici derivanti dal far parte di un'organizzazione ben radicata in quasi tutti i paesi europei. Giunti a Parigi, Balletti presentò C. alla madre, che lo accolse con familiarità; la generosa ospitalità della famiglia Balletti si protrasse per i due anni in cui visse nella capitale francese. Durante la permanenza si applicò allo studio del francese, che sarebbe divenuto la sua lingua letteraria oltre che, in molti casi, epistolare. Ritornato a Venezia dopo il lungo soggiorno parigino e altri viaggi a Dresda, Praga e Vienna, il 26 luglio 1755, all'alba, fu arrestato e ristretto nei Piombi. Come d'uso all'epoca, al condannato non venne notificato il capo d'accusa, né la durata della detenzione cui era stato condannato. Ciò, come in seguito scrisse, si rivelò dannoso, poiché se avesse saputo che la pena era di durata tutto sommato sopportabile, si sarebbe ben guardato dall'affrontare il rischio mortale dell'evasione e soprattutto il pericolo della possibile successiva eliminazione da parte degli inquisitori, i quali, spesso, arrivavano a operare anche molto lontano dai confini della Repubblica. Questi magistrati erano l'espressione più evidente dell'arbitrarietà del potere oligarchico che governava Venezia. Erano insieme tribunale speciale e centrale di spionaggio.  Sui motivi reali dell'arresto si è discusso parecchio. Certo è che il comportamento di C. era tenuto d'occhio dagli inquisitori e rimangono molte riferte (rapporti delle spie al soldo degli Inquisitori) che ne descrivevano minutamente i comportamenti, soprattutto quelli considerati socialmente sconvenienti. In definitiva l'accusa era quella di "libertinaggio" compiuto con donne sposate, di spregio della religione, di circonvenzione di alcuni patrizi e in generale di un comportamento pericoloso per il buon nome e la stabilità del regime aristocratico. Di fatto, C. conduceva una vita alquanto disordinata, ma né più né meno di tanti rampolli delle casate illustri: come questi giocava, barava e aveva anche delle idee abbastanza personali in materia di religione e, quel che è peggio, non ne faceva mistero.   L'arresto di C. (illustrazione per Storia della mia fuga) Anche la sua adesione alla Massoneria, che era nota agli Inquisitori, non gli giovava, così come la scandalosa relazione intrattenuta con "suor M.M.", certamente appartenente al patriziato, monaca nel convento di S. Maria degli Angeli in Murano e amante dell'ambasciatore di Francia, abate De Bernis. Insomma, l'oligarchia al potere non poteva tollerare oltre che un individuo ritenuto socialmente pericoloso restasse in circolazione.  Tuttavia gli appoggi, di cui certamente poteva disporre nell'ambito del patriziato, lo aiutarono notevolmente, sia nell'ottenere una condanna "leggera" sia durante la reclusione, e forse addirittura ne agevolarono l'evasione. La contraddizione è solo apparente, perché C. fu sempre un personaggio ambivalente: per estrazione e mezzi faceva parte di una classe subalterna, anche se contigua alla nobiltà, ma per frequentazioni e protezioni poteva sembrare far parte, a qualche titolo, della classe al potere. A questo riguardo va anche considerato che il suo presunto padre naturale, Michele Grimani, apparteneva a una delle famiglie più illustri dell'aristocrazia veneziana, annoverando ben tre dogi e altrettanti cardinali. Questa paternità fu rivendicata da C. stesso nel libello Né amori né donne e sembra che anche la somiglianza di aspetto e di corporatura dei due avvalorasse parecchio la tesi.  Dalla fuga dai Piombi al ritorno a Venezia  Presunto ritratto di Giacomo C., attribuito a Francesco Narici, e in passato ad Anton Raphael Mengs o al suo allievo Giovanni Battista C. (fratello di Giacomo) Appena riavutosi dallo shock dell'arresto, C. cominciò a organizzare la fuga. Un primo tentativo fu vanificato da uno spostamento di cella. Nella notte fra il 31 ottobre e il 1º novembre 1756 mise in atto il suo piano: passando dalla cella alle soffitte, attraverso un foro nel soffitto praticato da un compagno di reclusione, il frate Marino Balbi, uscì sul tetto e successivamente si calò di nuovo all'interno del palazzo da un abbaino. Passò quindi, in compagnia del complice, attraverso varie stanze e fu infine notato da un passante, che pensò fosse un visitatore rimasto chiuso all'interno e chiamò uno degli addetti al palazzo il quale aprì il portone, consentendo ai due di uscire e di allontanarsi fulmineamente con una gondola.  Si diressero velocemente verso nord. Il problema era seminare gli inseguitori: infatti la fuga gettava un'ombra sull'amministrazione della giustizia di Venezia ed era chiaro che gli Inquisitori avrebbero tentato di tutto per riacciuffare gli evasi. Dopo brevi soggiorni a Bolzano (dove i banchieri Menz lo ospitarono e aiutarono economicamente), Monaco di iera (dove C. finalmente si liberò della scomoda presenza del frate), Augusta e Strasburgo, il 5 gennaio 1757 arrivò a Parigi, dove nel frattempo il suo amico De Bernis era divenuto ministro e quindi gli appoggi non gli mancavano.   Illustrazione da Storia della mia fuga Rinfrancato e trovata una sistemazione, iniziò a dedicarsi alla sua specialità: brillare in società, frequentando quanto di meglio la capitale potesse offrire. Conobbe tra gli altri la marchesa d'Urfé nobildonna ricchissima e stravagante, con la quale intrattenne una lunga relazione, dilapidando cospicue somme di denaro che lei gli metteva a disposizione, soggiogata dal suo fascino e dal consueto corredo di rituali magici. Assiste, come accompagnatore di alcune dame «incuriosite da quell'orrendo spettacolo» (mentre lui distolse lo sguardo) e di un conte trevigiano, alla cruenta esecuzione (tramite squartamento) di Robert François Damiens, che aveva attentato alla vita di Luigi XV.  Molto fantasioso, come al solito, si fece promotore di una lotteria nazionale, allo scopo di rinsaldare le finanze dello stato. Osservava che questo era l'unico modo di far contribuire di buon grado i cittadini alla finanza pubblica. L'intuizione era talmente valida che ancora adesso il sistema è molto praticato. L'iniziativa venne autorizzata ufficialmente e C. venne nominato "Ricevitore" il 27 gennaio 1758. Nel settembre dello stesso anno, De Bernis fu nominato cardinale; un mese dopo C. fu incaricato dal governo francese di una missione segreta nei Paesi Bassi.  Al suo ritorno fu coinvolto in un'intricata faccenda riguardante una gravidanza indesiderata di un'amica, la scrittrice veneziana Giustiniana Wynne. Di madre italiana e padre inglese, Giustiniana era stata al centro dell'attenzione per la sua rovente relazione con il patrizio veneziano Andrea Memmo. Questi aveva cercato in tutti i modi di sposarla, ma la ragion di stato (lui era membro di una delle dodici famigliecosiddette apostolichepiù nobili di Venezia) glielo aveva impedito, a causa di alcuni oscuri trascorsi della madre di lei, e, in seguito allo scandalo che ne era sortito, i Wynne avevano lasciato Venezia. Giunta a Parigi, trovandosi in stato interessante e di conseguenza in grosse difficoltà, la ragazza si rivolse per aiuto a C., che aveva conosciuto a Venezia e che era anche ottimo amico del suo amante. La lettera con cui implorava aiuto è stata ritrovata[28] ed è singolare la schiettezza con cui la ragazza si rivolge a C., dimostrando una fiducia totale in quest'ultimo, tenuto conto dell'enorme rischio a cui si esponeva (e lo esponeva) nel caso in cui il messaggio fosse caduto nelle mani sbagliate.  C. si prodigò per darle aiuto, ma incorse in una denuncia per concorso in pratiche abortive, presentata dall'ostetrica Reine Demay in combutta con un losco personaggio, Louis Castel-Bajac, per estorcere denaro in cambio di una ritrattazione. Benché l'accusa fosse molto grave, C. riuscì a cavarsela con la consueta presenza di spirito e fu prosciolto, mentre la sua accusatrice finì in carcere. L'amica abbandonò l'idea di interrompere la gravidanza e in seguito partorì nel convento in cui si era rifugiata. Ceduti i suoi interessi nella lotteria, C. si imbarcò in una fallimentare operazione imprenditoriale, una manifattura di tessuti, che naufragò anche a causa di una forte restrizione delle esportazioni derivante dalla guerra in corso. I debiti che ne derivarono lo condussero per un po' in carcere (agosto 1759). Come al solito, il provvidenziale intervento della ricca e potente marchesa d'Urfé lo tolse dall'incomoda situazione.[30]  Gli anni successivi furono un intenso continuo peregrinare per l'Europa. Si recò nei Paesi Bassi, poi in Svizzera, dove incontrò Voltaire nel castello di Ferney. L'incontro con Voltaire, il maggior intellettuale vivente all'epoca, occupa parecchie pagine dell'Histoire ed è riferito nei minimi particolari; C. esordì dicendo che era il giorno più felice della sua vita e che per vent'anni aveva aspettato di incontrarsi con il suo "maestro"; Voltaire gli rispose che sarebbe stato ancora più onorato se, dopo quell'incontro, lo avesse aspettato per altri vent'anni.[31] Un riscontro obiettivo si trova in una lettera di Voltaire a Nicolas-Claude Thieriot, datata 7 luglio 1760, in cui la figura del visitatore viene tratteggiata con ironia. Lo stesso C. non era d'accordo con molte idee di Voltaire («Voltaire   doveva capire che il popolo per la pace generale della nazione ha bisogno di vivere nell'ignoranza», dirà in seguito), e quindi rimase insoddisfatto, anche se scrisse poi delle parole di stima per il patriarca dell'illuminismo: «Partii assai contento di aver messo quel grande atleta alle corde l'ultimo giorno. Ma di lui mi rimase un brutto ricordo che mi spinse per dieci anni di seguito a criticare tutto ciò che quel grand'uomo dava al pubblico di vecchio o di nuovo. Oggi me ne pento, anche se, quando leggo ciò che pubblicai contro di lui, mi sembra di aver ragionato giustamente nelle mie critiche. Comunque avrei dovuto tacere, rispettarlo e dubitare dei miei giudizi. Dovevo riflettere che senza i sarcasmi che mi dispiacquero il terzo giorno, avrei trovato tutti i suoi scritti sublimi. Questa sola riflessione avrebbe dovuto impormi il silenzio, ma un uomo in collera crede sempre di aver ragione.[31]»  In seguito andò in Italia, a Genova, Firenze e Roma. Qui viveva il fratello Giovanni, pittore, allievo di Mengs. Durante il soggiorno presso il fratello fu ricevuto dal papa Clemente XIII.  Nel 1762 ritornò a Parigi, dove riprese a esercitare pratiche esoteriche insieme alla marchesa d'Urfé, fino a che quest'ultima, resasi conto di essere stata per anni presa in giro con l'illusione di rinascere giovane e bella per mezzo di pratiche magiche, troncò ogni rapporto con l'improvvisato stregone che, dopo poco tempo, lasciò Parigi, dove il clima che si era creato non gli era più favorevole, per Londra, dove fu presentato a corte. Nella capitale inglese conobbe la funesta Charpillon, con la quale cercò di intessere una relazione. In questa circostanza anche il grande seduttore mostrò il suo lato debole e questa scaltra ragazza lo portò fin sull'orlo del suicidio. Non che fosse un grande amore, ma evidentemente C. non poteva accettare di essere trattato con indifferenza da una ragazza qualsiasi. E più lui vi s'intestardiva, più lei lo menava per il naso. Alla fine riuscì a liberarsi di questa assurda situazione e si diresse verso Berlino. Qui incontrò il re Federico il Grande, che gli offrì un modesto posto d'insegnante nella scuola dei cadetti. Rifiutata sdegnosamente la proposta, C. si diresse verso la Russia e giunse a San Pietroburgo nel dicembre del 1764. L'anno successivo si recò a Mosca e in seguito incontrò l'imperatrice Caterina II,[38] anche lei annessa alla straordinaria collezione di personaggi storici incontrati nel corso delle sue infinite peregrinazioni. Merita una riflessione la straordinaria facilità con cui C. aveva accesso a personaggi di primissimo piano, che certo non erano usi a incontrarsi con chiunque. Evidentemente la fama lo precedeva regolarmente e, almeno per effetto della curiosità suscitata, gli consentiva di penetrare nei circoli più esclusivi delle capitali.  Un po' la questione si autoalimentava, nel senso che in qualsiasi luogo si trovasse, C. si dava sempre un gran da fare per ottenere lettere di presentazione per la destinazione successiva. Evidentemente ci aggiungeva del suo: aveva conversazione brillante, una cultura enciclopedica fuori del comune e, quanto a esperienze di viaggio, ne aveva accumulate infinite, in un'epoca in cui la gente non viaggiava un granché. Insomma C. il suo fascino lo aveva, e non lo spendeva solo con le donne.  Nel 1766 in Polonia avvenne un episodio che segnò profondamente C.: il duello con il conte Branicki. Questi, durante un litigio a causa della ballerina veneziana Anna Binetti,[40] lo aveva apostrofato chiamandolo poltrone veneziano. Il conte era un personaggio di rilievo alla corte del re Stanislao II Augusto Poniatowski e per uno straniero privo di qualsiasi copertura politica non era molto consigliabile contrastarlo. Quindi, anche se offeso pesantemente dal conte, qualsiasi uomo di normale prudenza si sarebbe ritirato in buon ordine; C., invece, che evidentemente non era solo un amabile conversatore e un abile seduttore, ma anche un uomo di coraggio, lo sfidò in un duello alla pistola. Faccenda assai pericolosa, sia in caso di soccombenza sia in caso di vittoria, in quanto era facile attendersi che gli amici del conte ne avrebbero rapidamente vendicato la morte. Targa commemorativa del soggiorno di C. a Madrid Il conte ne uscì ferito in modo gravissimo, ma non abbastanza da impedirgli di pregare onorevolmente i suoi di lasciare andare indenne l'avversario, che si era comportato secondo le regole. Seppur ferito abbastanza seriamente a un braccio, C. riuscì a lasciare l'inospitale paese. La buona stella sembrava avergli voltato le spalle. Si diresse a Vienna, da dove fu espulso.Tornò a Parigi, dove, alla fine di ottobre, lo raggiunse la notizia della morte di Bragadin, il quale, più che un protettore, era stato per C. un padre adottivo. Pochi giorni dopo  fu colpito da una lettre de cachet del re Luigi XV, con la quale gli veniva intimato di lasciare il paese. Il provvedimento era stato richiesto dai parenti della marchesa d'Urfé, i quali intendevano mettere al riparo da ulteriori rischi le pur cospicue sostanze di famiglia.  Si recò quindi in Spagna, ormai alla disperata ricerca di una qualche occupazione, ma anche qui non andò meglio: fu gettato in prigione con motivi pretestuosi e la faccenda durò più di un mese. Lasciò la Spagna e approdò in Provenza, dove però si ammalò gravemente. Fu assistito grazie all'intervento della sua amata Henriette che, nel frattempo sposatasi e rimasta vedova, aveva conservato di lui un ottimo ricordo. Riprese presto il suo peregrinare, recandosi a Roma, Napoli, Bologna, Trieste. In questo periodo si infittirono i contatti con gli Inquisitori veneziani per ottenere l'agognata grazia, che finalmente giunse.  Dal ritorno a Venezia alla morte. La narrazione delle Memorie casanoviane cessa alla metà di febbraio del 1774. Ritornato a Venezia dopo diciott'anni, C. riannodò le vecchie amicizie, peraltro mai sopite grazie a un'intensissima attività epistolare. Per vivere, si propose agli Inquisitori come spia, proprio in favore di coloro che erano stati tanto decisi prima a condannarlo alla reclusione e poi a costringerlo a un lungo esilio. Le riferte di C. non furono mai particolarmente interessanti e la collaborazione si trascinò stancamente fino a interrompersi per "scarso rendimento". Probabilmente qualcosa in lui si opponeva a esser causa di persecuzioni che, avendole provate in prima persona, conosceva bene.   L'ultima abitazione veneziana di C. Rimasto senza fonti di sostentamento, si dedicò all'attività di scrittore, utilizzando la sua vasta rete di relazioni per procurare sottoscrittori alle sue opere.[49] All'epoca si usava far sottoscrivere un ordinativo di libri prima ancora di aver dato alle stampe o addirittura terminato l'opera, in modo da esser certi di poter sostenere gli elevati costi di stampa. Infatti la composizione avveniva manualmente e le tirature erano bassissime. Pubblica il primo tomo della traduzione dell'Iliade. La lista di sottoscrittori, cioè di coloro che avevano finanziato l'opera, era davvero notevole e comprendeva oltre duecentotrenta nomi fra quelli più in vista a Venezia, comprese le alte autorità dello stato, sei Procuratori di San Marco in carica[50] due figli del doge Mocenigo, professori dell'Padova e così via. Va rilevato che, per essere un ex carcerato evaso e poi graziato, aveva delle frequentazioni di altissimo livello. Il fatto di far parte della lista non era tenuto segreto, ma in una città piccola, in cui le persone che contavano si conoscevano tutte, era di pubblico dominio; dunque le adesioni dimostravano che, malgrado le sue vicissitudini, C. non era affatto un emarginato. Anche qui è opportuna una riflessione sull'ambivalenza del personaggio e sul suo eterno oscillare tra la classe reietta e quella privilegiata.  In questo stesso periodo iniziò una relazione con Francesca Buschini, una ragazza molto semplice e incolta che per anni avrebbe scritto a C., dopo il suo secondo esilio da Venezia, delle lettere (ritrovate a Dux) di un'ingenuità e tenerezza commoventi, utilizzando un lessico molto influenzato dal dialetto veneziano, con evidenti tentativi di italianizzare il più possibile il testo. Questa fu l'ultima relazione importante di C., che rimase molto attaccato alla donna: anche quando ne fu irrimediabilmente lontano, rattristato profondamente dal crepuscolo della sua vita, teneva una fitta corrispondenza con Francesca, oltre a continuare a pagare, per anni, l'affitto della casa in Barbaria delle Tole in cui avevano convissuto, inviandole, quando ne aveva la possibilità, lettere di cambio con discrete somme di denaro.  Il nome della calle deriva dalla presenza, in tempi antichi, di falegnamerie che riducevano in tavole (tole, in dialetto veneziano) i tronchi d'albero. La calle si trova nelle immediate vicinanze del Campo SS. Giovanni e Paolo. L'ultima abitazione veneziana di Giacomo C. è sita in Barbarìa delle Tole, al civico 6673 del sestiere di Castello. L'identificazione certa è stata ricavata da una lettera a C. di Francesca Buschini, ritrovata a Dux (odierna Duchcov, Repubblica Ceca). .L'appartamento occupato da C. e dalla Buschini (di proprietà della nobile famiglia Pesaro di S. Stae), affittato a 96 lire venete a trimestre, corrisponde alle tre finestre del terzo piano situate sotto la soffitta che si vede in alto a sinistra (vedi foto). La lettera in questione, spedita dalla Buschini a C. ormai in esilio, faceva riferimento alla casa antistante "È morto la molgie del maestro di spada che mi stà in fasa di me quela casa in mezzo al brusà, giovine e anche bela la era..." (testo originale tratto dall'edizione critica delle lettere di F. Buschini Marco Leeflang, Utrecht, Marie-Françose Luna, Grenoble, Antonio Trampus, Trieste, Lettres de Buschini à C.) Poiché tutti i caseggiati antistanti erano andati distrutti a causa di due successivi incendi, l'area era rimasta praticamente priva di fabbricati e destinata a giardino. L'unico fabbricato ancora esistente era quello dinanzi al 6673. In seguito la situazione non ha subito modifiche di rilievo; l'edificio in questione, antistante al 6673, si trova tra il ramo primo e il ramo secondo "Del brusà" e quindi l'identificazione appare fondata e verificabile.  Negli anni successivi pubblicò altre opere e cercò di arrabattarsi come meglio poté. Ma il suo carattere impetuoso gli giocò un brutto scherzo: offeso platealmente in casa Grimani da un certo Carletti, col quale aveva questionato per motivi di denaro, si risentì perché il padrone di casa aveva preso le parti del Carletti. Decise a questo punto di vendicarsi componendo un libello, Né amori né donne, ovvero la stalla ripulita in cui, pur sotto un labile travestimento mitologico, facilmente svelabile, sostenne chiaramente di essere lui stesso il vero figlio di Michele Grimani, mentre Zuan Carlo Grimani sarebbe stato "notoriamente" frutto del tradimento della madre (Pisana Giustinian Lolin) con un altro nobile veneziano, Sebastiano Giustinian.  Probabilmente era tutto vero, anche perché in una città in cui le distanze tra le case si misuravano a spanne, si circolava in gondola e c'erano stuoli di servitori che ovviamente spettegolavano a più non posso, era impensabile poter tenere segreto alcunché. Comunque, anche in questo caso l'aristocrazia fece quadrato e C. fu costretto all'ultimo, definitivo, esilio. Tuttavia la questione non passò inosservata, se si ritenne opportuno far circolare un libello anonimo, con cui si replicava allo scritto casanoviano, intitolato "Contrapposto o sia il riffiutto mentito, e vendicato al libercolo intitolato Ne amori ne donne ovvero La stalla ripulita, di Giacomo C.".   Ritratto del 1788  Annotazione della morte di C. nei registri di Dux Lasciò Venezia e si diresse verso Vienna. Per un po' fece da segretario all'ambasciatore veneziano Sebastiano Foscarini; poi, alla morte di questi, accettò un posto di bibliotecario nel castello del conte di Waldstein a Dux, in Boemia. Lì trascorse gli ultimi tristissimi anni della sua vita, sbeffeggiato dalla servitù, ormai incompreso, e considerato il relitto di un'epoca tramontata per sempre.  Da Dux, C. dovette assistere alla Rivoluzione francese, alla caduta della Repubblica di Venezia, al crollare del suo mondo, o perlomeno di quel mondo a cui aveva sognato di appartenere stabilmente. L'ultimo conforto, oltre alle lettere numerosissime degli amici veneziani che lo tenevano al corrente di quanto accadeva nella sua città, fu la composizione della Histoire de ma vie, l'opera autobiografica che assorbì tutte le sue residue energie, compiuta con furore instancabile quasi per non farsi precedere da una morte che ormai sentiva vicina. Scrivendola, C. riviveva una vita assolutamente irripetibile, tanto da entrare nel mito, nell'immaginario collettivo, una vita «opera d'arte». Morì il 4 giugno del 1798, si suppone che la salma fosse stata sepolta nella chiesetta di Santa Barbara, nei pressi del castello. Ma riguardo al problema dell'identificazione corretta del luogo di sepoltura di Giacomo C., le notizie sono comunque piuttosto vaghe, e non ci sono, allo stato, che ipotesi non correttamente documentate. Tradizionalmente si riteneva che fosse stato sepolto nel cimitero della chiesetta attigua al castello Waldstein, ma era una pura ipotesi. Altre opere: “Zoroastro, tragedia tradotta dal Francese, da rappresentarsi nel Regio Elettoral Teatro di Dresda, dalla compagnia de' comici italiani in attuale servizio di Sua Maestà nel carnevale. Dresda); La Moluccheide, o sia i gemelli rivali. Dresda Confutazione della Storia del Governo Veneto d'Amelot de la Houssaie, Amsterdam (Lugano). 1772Lana caprina. Epistola di un licantropo. Bologna. Istoria delle turbolenze della Polonia. Gorizia. Dell'Iliade di Omero tradotta in ottava rima. Venezia); Scrutinio del libro "Eloges de M. de Voltaire par différents auteurs". Venezia.  Il duello; Opuscoli miscellaneiIl duelloLettere della nobil donna Silvia Belegno alla nobildonzella Laura Gussoni. Venezia. 1781Le messager de Thalie. Venezia); Di aneddoti viniziani militari ed amorosi del secolo decimoquarto sotto i dogadi di Giovanni Gradenigo e di Giovanni Dolfin. Venezia. Né amori né donne ovvero la stalla ripulita. Venezia. Lettre historico-critique sur un fait connu, dependant d'une cause peu connu... Amburgo (Dessau). Expositionne raisonée du différent, qui subsiste entre le deux Républiques de Venise, et d'Hollande. Vienna. 1785Supplément à l'Exposition raisonnée. Vienna); Esposizione ragionata della contestazione, che susiste trà le due Repubbliche di Venezia, e di Olanda. Venezia. Supplemento alla Esposizione ragionata.... Venezia); Lettre a monsieur Jean et Etienne Luzac. Vienna); Lettera ai signori Giovanni e Stefano Luzac.... Venezia); Soliloque d'un penseur, Prague chez Jean Ferdinande noble de Shonfeld imprimeur et libraire. -Histoire de ma fuite des prisons de la République de Venise qu'on appelle les Plombs. Ecrite à Dux en Bohème, Leipzig chez le noble de Shonfeld Historia della mia fuga dalle prigioni della republica di Venezia dette "li Piombi", prima edizione italiana Salvatore di Giacomo (prefazione e traduzione). Alfieri&Lacroix editori, Milano. 1788Icosameron ou histoire d'Edouard, et d'Elisabeth qui passèrent quatre vingts ans chez les Mégramicres habitante aborigènes du Protocosme dans l'interieur de notre globe, traduite de l'anglois par Jacques C. de Seingalt Vénitien Docteur èn lois Bibliothécaire de Monsieur le Comte de Waldstein seigneur de Dux Chambellan de S.M.I.R.A., Prague à l'imprimerie de l'école normale. Praga. (romanzo di fantascienza) Solution du probleme deliaque démontrée par Jacques C. de Seingalt, Bibliothécaire de Monsieur le Comte de Waldstein, segneur de Dux en Boheme e c., Dresde, De l'imprimerie de C.C. Meinhold. Corollaire a la duplication de l'Hexaedre donée a Dux en Boheme, par Jacques C. de Seingalt, Dresda. Demonstration geometrique de la duplicaton du cube. Corollaire second, Dresda.  Lettres écrites au sieur Faulkircher par son meilleur ami, Jacques C. de Seingalt. A Leonard Snetlage, Docteur en droit de l'Université de Gottingue, Jacques C., docteur en droit de l'Universitè de Padoue. Dresda. Edizioni postume: Le Polemoscope, Gustave Kahn, Paris, La Vogue Histoire de ma vie, F.A. Brockhaus, Wiesbaden e Plon, Parigi. Edizioni italiane basate sul manoscritto originale: Piero Chiara, traduzione Giancarlo BuzziGiacomo C., Storia della mia vita, ed. Mondadori, con note, documenti e apparato critico. Piero Chiara e Federico Roncoroni Giacomo C., Storia della mia vita, Milano, Mondadori "I meridiani" Ultima edizione: Milano, Mondadori "I meridiani Saggi libelli e satire di Giacomo C., Piero Chiara, Milano. Longanesi et C. Epistolario di C., Piero Chiara, Milano. Longanesi et C. Rapporti di Giacomo C. con i paesi del Nord. A proposito dell'inedito "Prosopopea Ecaterina II , Enrico Straub. Venezia. Centro tedesco di studi veneziani Examen des "Etudes de la Nature" et de "Paul et Virginie" de Bernardin de Saint Pierre, Marco Leeflang e Tom Vitelli. Utrecht, Edizione italiana: Analisi degli Studi della natura e di Paolo e Virginia di Bernardin de Saint-Pierre, Gianluca Simeoni, Bologna, Pendragon, Pensieri libertini, Federico di Trocchio (sulle opere filosofiche inedite rinvenute a Dux), Milano, Rusconi Philocalies sur les sottises des mortels, Tom Vitelli. Salt Lake City. Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Texte intégral du manuscrit original, suivi de textes inédits. Édition présentée et établie par Francis Lacassin. Éditions Robert Laffont. 1997Iliade di Omero in veneziano Tradotta in ottava rima. Canto primo. Riproduzione integrale del manoscritto a fronte, Venezia, Editoria Universitaria Iliade di Omero in veneziano Tradotta in ottava rima. Canto secondo. Riproduzione integrale del manoscritto a fronte. Venezia, Editoria Universitaria. 1999Storia della mia vita, traduzione Pietro Bartalini Bigi e Maurizio Grasso. Roma, Newton Compton, coll. « I Mammut », Dell'Iliade d'Omero tradotta in veneziano da Giacomo C.. Canti otto. Mariano del Friuli, Edizioni della Laguna. Iliade di Omero in veneziano. Tradotta in ottava rima. Riproduzione integrale del manoscritto a fronte. Venezia, Editoria Universitaria,  Dialoghi sul suicidio. Roma, Aracne Iliade di Omero in idioma toscano'. Riproduzione integrale dell'edizione Modesto Fenzo. Venezia, Editoria Universitaria. Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati et Marie-Françoise Luna avec la collaboration de Furio Luccichenti et Helmut Watzlawick. Collection Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard. Parigi.  Histoire de ma vie, tome I. Édition établie par Jean-Christophe Igalens et Érik Leborgne, Laffont, Bouquins. Parigi.  Histoire de ma vie, tome II. Édition établie par Jean-Christophe Igalens et Érik Leborgne, Laffont, Bouquins. Parigi.  Histoire de ma vie, tome II. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati et Marie-Françoise Luna avec la collaboration de Furio Luccichenti et Helmut Watzlawick. Collection Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard. Parigi.  Histoire de ma vie, tome III. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati et Marie-Françoise Luna avec la collaboration de Furio Luccichenti et Helmut Watzlawick. Collection Bibliothèque de la Pléiade Gallimard. Parigi.  Histoire de ma vie, tome III. Édition établie par Jean-Christophe Igalens et Érik Leborgne, Laffont, Bouquins. Parigi.  Icosameron, traduzione di Serafino Balduzzi, Milano, Luni Editrice,,  978-88-7984-611-0 Istoria delle turbolenze della Polonia, Milano, Luni Editrice, Valore letterario e fortuna dell'opera casanoviana  Presunto ritratto di Giacomo C., attribuito ad Alessandro Longhi o, da alcuni, a Pietro Longhi. Sul valore letterario e la validità storica dell'opera di Giacomo C. si è discusso parecchio. Intanto bisogna distinguere tra l'opera autobiografica e il resto della produzione. Malgrado gli sforzi fatti per accreditarsi come letterato, storico, filosofo e addirittura matematico, C. non ebbe in vita, e tantomeno da morto, nessuna notorietà e nessun successo. Successo che arrise invece all'opera autobiografica, anche se si manifestò in tempi molto posteriori alla morte dell'autore.   Disegno di un busto di Giacomo C., ubicato in origine a Dux, oggi al Museo delle Arti Decorative di Vienna La sua produzione fu spesso d'occasione, cioè di frequente i suoi scritti furono creati per ottenere qualche beneficio. Principale esempio è la Confutazione della Storia del Governo Veneto d'Amelot de la Houssaye, scritta in gran parte durante la detenzione a Barcellona, che avrebbe dovuto servire, e infatti così fu, a ingraziarsi il governo veneziano e a ottenere la tanto sospirata grazia. Lo stesso si può dire per opere scritte nella speranza di ottenere qualche incarico da Caterina II di Russia o da Federico II di Prussia. Altre opere, come l'Icosameron, avrebbero dovuto sancire il successo letterario dell'autore ma così non fu. Il primo vero successo editoriale fu ottenuto dall'Historia della mia fuga dai Piombi che ebbe una diffusione immediata e varie edizioni, sia in italiano sia in francese ma il caso è praticamente unico e di proporzioni limitate a causa delle dimensioni dell'opera costituita dal racconto dell'evasione. Sembra quasi che C. tollerasse le sue creature autobiografiche e il loro successo, continuando a inseguire, con opere non autobiografiche, un successo letterario che non arrivò mai. Questo aspetto fu acutamente osservato da un memorialista suo contemporaneo, il principe Charles Joseph de Ligne, il quale scrisse[70] che il fascino di C. stava tutto nei suoi racconti autobiografici, sia verbali sia trascritti, cioè sia la narrazione salottiera sia la versione stampata delle sue avventure. Tanto era brillante e trascinante quando parlava della sua vita- osserva de Lignequanto terribilmente noioso, prolisso, banale quando parlava o scriveva su altre materie. Ma sembra che questo, C., non abbia mai voluto accettarlo. E soffriva tremendamente di non avere quel riconoscimento letterario o meglio scientifico a cui ambiva.  Da ciò si può comprendere l'astio nei confronti di Voltaire, che nascondeva una profonda invidia e una sconfinata ammirazione. Quindi anche contro la volontà dell'autore, quasi invidioso dei suoi figli più fortunati ma meno prediletti, le opere autobiografiche avrebbero potuto essere un grande successo editoriale quando egli era ancora in vita. Ma ciò avvenne in misura molto ridotta per vari motivi: principalmente perché questo filone fu iniziato tardi. Si pensi ad esempio che la narrazione della fuga dai Piombi, che costituì per decenni il cavallo di battaglia del C. salottiero, fu pubblicata soltanto nel 1787.  Inoltre l'opera "vera", cioè quella in cui aveva trasfuso tutto sé stesso, l'Histoire, fu scritta proprio negli ultimi anni di vita e il motivo è semplice: infatti lui stesso affermò, in una lettera indirizzata a quel Zuan Carlo Grimani, da lui offeso molti anni prima e che era stato la causa del secondo esilio: "... ora che la mia età mi fa credere di aver finito di farla, ho scritto la Storia della mia vita...". Cioè sembra che per mettere su carta tutto in forma definitiva, l'autore dovesse prima ammettere con sé stesso che la storia era terminata e di futuro davanti da vivere non ce n'era più. Ammissione questa sempre dolorosa per chiunque, in particolare per un uomo che aveva creato una vita-capolavoro irripetibile.  Ma un altro aspetto, questo strutturale, ha ritardato la fortuna dell'opera autobiografica: l'Histoire era all'epoca assolutamente impubblicabile. Non è un caso che la prima edizione francese del manoscritto, acquistato dall'editore Friedrich Arnold Brockhaus di Lipsia, fu pubblicata, però in una versione notevolmente rimaneggiata da Jean Laforgue, il quale non si limitò a "purgare" l'opera, sopprimendo passi ritenuti troppo audaci, ma intervenne a tappeto modificando anche l'ideologia dell'autore, facendone una sorta di giacobino avverso alle oligarchie dominanti. Ciò non corrispondeva affatto alla verità storica, perché di C. si può dire che era ribelle e trasgressivo, ma politicamente era un fautore dell'ancien régime, come dimostrano chiaramente il suo epistolario, opere specifiche e la stessa Histoire. In un passo delle Memorie, C. esprime chiaramente il suo punto di vista sull'argomento della Rivoluzione: «Ma si vedrà che razza di dispotismo è quello di un popolo sfrenato, feroce, indomabile, che si raduna, impicca, taglia teste e assassina coloro che non appartenendo al popolo osano mostrare come la pensano.[75]»  Per l'edizione definitiva delle memorie si dovette attendere fino a quando la casa Brockhaus decise di pubblicare, insieme all'editore Plon di Parigi, dal 1960 al 1962, il testo originale in sei volumi curato da Angelika Hübscher. Ciò fu dovuto all'impianto generale dell'opera che era, a detta dell'autore e di smaliziati contemporanei come de Ligne, di un cinismo assolutamente impresentabile. Quello che essi chiamarono cinismo sarà considerato, due secoli dopo, modernità e realismo.  C. è già uno scrittore di costume "moderno". Non teme di rivelare situazioni, inclinazioni, attività, trame e soprattutto confessioni che erano all'epoca, e tali rimasero ancora più di un secolo, assolutamente irriferibili. Naturalmente il primo problema, ma questo limitato a pochi anni dopo la morte dell'autore, fu quello di aver citato personaggi di primissimo piano, con circostanze molto precise del loro agire. Le memorie sono affollate all'inverosimile dagli attori principali della storia europea del Settecento, sia politica sia culturale. Probabilmente si farebbe prima a dire di chi C. non ha scritto, e chi non ha incontrato, tanto vasto è stato il panorama delle sue frequentazioni.[78]  Ma questo, come si è detto, è marginale. L'altro problema, questo insuperabile, fu la sostanziale "immoralità" dell'opera casanoviana. Ma ciò deve intendersi come contrarietà alle abitudini, ai tic, alle ipocrisie della fine del Settecento e, ancor di più, del successivo secolo, ancora più fobico e per certi versi molto meno aperto di quello che l'aveva preceduto. C. ha precorso i tempi: era troppo avanti per diventare un autore di successo. E forse se ne rendeva perfettamente conto. Nella lettera a Zuan Carlo Grimani, ricordata in precedenza, C., parlando dell'Histoire, scrive testualmente:... questa Storia, che verrà diffusa fino a sei volumi in ottavo e che sarà forse tradotta in tutte le lingue... E poi, richiede una risposta... perché io possa porla nei codicilli che formeranno il settimo volume postumo della Storia della mia vita. Tutto questo è avvenuto puntualmente.[79]  Riguardo all'uso della lingua francese, C. vi fece riferimento nella prefazione:   «J'ai écrit en français, et non pas en italien parce que la langue française est plus répandue que la mienne.[80]» «Ho scritto in francese e non in italiano perché la lingua francese è più diffusa della mia.»  Certo dell'immortalità della sua opera, se non al fine di garantirsela, C. preferì utilizzare la lingua che gli avrebbe consentito di raggiungere il maggior numero possibile di potenziali lettori. Molte opere minori, del resto, le scrisse in italiano, forse perché sapeva bene che esse non sarebbero divenute mai un monumento, come avvenne invece per la sua autobiografia. Carlo Goldoni, altro celebre veneziano, coevo al C., scelse allo stesso modo di scrivere la propria autobiografia in francese.  L'autobiografia del C., a parte il valore letterario, è un importante documento per la storia del costume, forse una delle opere letterarie più importanti per conoscere la vita quotidiana in Europa nel Settecento. Si tratta di una rappresentazione che, per le frequentazioni dell'autore e per la limitazione dei possibili lettori, riferisce principalmente delle classi dominanti dell'epoca, nobiltà e borghesia, ma questo non ne limita l'interesse in quanto anche i personaggi di contorno, di qualsiasi estrazione, sono rappresentati in modo vivissimo. Leggere quest'opera è uno strumento importante per conoscere il quotidiano degli uomini e delle donne di allora, per comprendere dal di dentro la vita di ogni giorno.  La fortuna dell'opera casanoviana, presso i protagonisti di vertice della scena letteraria mondiale, è stata ristretta solo all'opera autobiografica ed è stata vastissima. Iniziando da Stendhal, al quale fu attribuita la paternità dell'Histoire, a Foscolo il quale mise addirittura in dubbio l'esistenza storica del C., Balzac, Hofmannstahl, Schnitzler, Hesse, Márai. Molti furono solo lettori e quindi influenzati in modo inconscio, altri scrissero opere ambientate nell'epoca di C. e di cui egli era protagonista.  Innumerevoli sono i riferimenti, nella letteratura moderna, a questa figura che ha finito per diventare un'antonomasia. In Italia l'interesse si è manifestato tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento. La prima edizione italiana della Historia della mia fuga dai Piombi fu curata da Giacomo, il quale studiò anche i ripetuti soggiorni napoletani dell'avventuriero e su questo argomento scrisse un saggio.Seguirono Benedetto Croce[ e via via molti altri fino a Piero Chiara. Un capitolo a parte andrebbe dedicato ai "casanovisti" cioè a tutti quelli che si sono occupati e si occupano, più o meno professionalmente, della vita e dell'opera del C.. Proprio a questa legione di sconosciuti si debbono infinite identificazioni di personaggi, revisioni e importantissimi ritrovamenti di documenti. Molto dell'opera casanoviana è ancora inedito, Nell'Archivio di Stato di Praga rimangono circa 10 000 documenti che attendono di essere studiati e pubblicati, oltre un numero imprecisato di lettere che probabilmente giacciono in chissà quanti archivi di famiglia sparsi per l'Europa. La grafomania dell'avventuriero fu veramente impressionante: la sua vita a un certo momento divenne totalmente e ossessivamente dedicata alla scrittura  Riguardo al mito del seduttore, C., insieme a Don Giovanni, ne è stato l'incarnazione. Il paragone è d'obbligo ed è stato tema di numerose opere critiche. Le due figure finirono addirittura per fondersi, benché ritenute antitetiche dai maggiori commentatori: a parte il fatto che il veneziano era un personaggio reale e l'altro romanzesco, i due caratteri sono agli antipodi. Il primo amava le sue conquiste, si prodigava con generosità per renderle felici e cercava sempre di uscire di scena con un certo stile, lasciando dietro di sé una scia di nostalgia; l'altro invece rappresenta il collezionista puro, più mortifero che vitale, assolutamente indifferente all'immagine di sé e soprattutto agli effetti del suo agire, concentrato unicamente sul numero delle vittime della sua seduzione.  L'interpretazione del suo mito sarebbe fornita proprio dal libretto del Don Giovanni di Mozart, scritto da Lorenzo Da Ponte, in cui Leporello, il servo di Don Giovanni, in un'aria notissima recita: Madamina il catalogo è questo, delle belle che amò il padron mio... e prosegue snocciolando le innumerevoli conquiste, diligentemente registrate. Il fatto che alla redazione del libretto sembra abbia partecipato anche C.come è stato sostenuto basandosi su documenti trovati a Dux, sul fatto che Da Ponte e C. si frequentassero e che l'avventuriero fosse sicuramente presente la sera in cui a Praga andò in scena la prima dell'opera mozartiana è tutto sommato marginale. La partecipazione, comunque molto limitata, di C. alla composizione del libretto di Da Ponte per l'opera mozartiana Don Giovanni, è ritenuta molto probabile da vari commentatori. L'elemento fondamentale è un autografo, rinvenuto a Dux, che contiene una variante del testo che si è ipotizzato facesse parte di una serie di interventi operati in accordo con Da Ponte e forse anche con lo stesso Mozart. Quel che è certo è che C. si misurò col mito di don Giovanni e ne costruì uno ancora più grande, certamente più positivo e soprattutto reale.  Mostre  Praga, Palazzo Lobkowicz, "C. v Čechách" (C. in Boemia). Catalogo: C. v Čechách, Praga, Gema Art  Venezia, Ca' Rezzonico "Il mondo di Giacomo C.". Catalogo: Il mondo di Giacomo C., un veneziano in Europa, Venezia, Marsilio.  Francia "C. for ever, 33 expositions Languedoc-Roussillon". Catalogo: C. For Ever, Emmanuel Latreille (dir.), Parigi, Editions Dilecta, Parigi, Bibliothèque nationale de France “C., la passion de la liberté. Catalogo: C., la passion de la liberté, Parigi, Coédition Bibliothèque nationale de France / Seuil,. (BnF)   (Seuil)  Stati Uniti d'America "C.: The seduction of Europe", varie sedi: Museum of Fine Arts, Boston; Kimbell Art Museum, Forth Worth; Fine Arts Museums, San Francisco. Catalogo: C. The seduction of Europe MFA Pubblications Museum of fine arts, Boston. Filmografia su C. C. . Regia di Alfréd Deésy Il cuore del C. (Germania) Regia di Erik Lund. Soggetto di Enrik Rennspies. Sceneggiatura di Bruno Kastner. Con Bruno Kasner, Ria Jende, Rose Lichtenstein, Karl Platen. C.s erste und letzte Liebe (Austria). Regia di Szoreghi. C. Regia di Alexandre Volkoff Les amours de C. (Francia, 1934). Regia di René Barberis L'avventura di Giacomo C. (Italia). Regia di Carlo Bassoli. Le avventure di C. (Les Aventures de C.) (Francia). Regia di Jean Boyer. Il cavaliere misterioso (Italia). Regia di Riccardo Freda. Con  Gassman,  Canale, Mercader,  Centa. Le avventure di  C. (Italia). Regia di Steno. Con Gabriele Ferzetti, Corinne Calvet, Marina Vlady, Nadia Gray, Carlo Campanini. Last Rose from C., titolo originale Poslední růže od Kasanovy, (Cecoslovacchia). Regia di Vaclav Krska. Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo C., veneziano (Italia). Regia di Luigi Comencini. Con Leonard Withing, Maria Grazia Buccella, Tina Aumont, Ennio Balbo, Senta Berger, W. Branbell, Clara Colosimo, C. ComenciniDe Clara, Silvia Dionisio, Evi Maltagliati, Raoul Grassilli, Mario Scaccia, Lionel Stander. Cagliostro (Italia). Regia di Daniele Pettinari. Con Bekim Fehmiu, Curd Jürgens, Rosanna Schiaffino, Robert Alda, Massimo Girotti. (C. è uno dei personaggi). Il C. di Federico Fellini (Italia). Regia di Federico Fellini Con Donald Sutherland, Tina Aumont, Olimpia Carlisi, M. Clementi, Carmen Scarpitta, C. Browne, D. M. Berenstein. Il mondo nuovo (Italia). Regia di Ettore Scola. Con Jean Louis Barrault, Marcello Mastroianni, Hanna Schygulla, Harvey Keitel, Jean-Claude Brialy, Andréa Ferréol, M. Vitold, A. Belle, E. Bergier, Laura Betti. David di Donatello per la migliore sceneggiatura, scenografia e costumi. Il ritorno di C., titolo originale Le retour de C. (Francia). Regia di Édouard Niermans Con Alain Delon, Fabrice Luchini, E Lunghini. Goodbye C. (Stati Uniti, 2000). Regia di Mauro Borrelli. Con G. Scandiuzzi, Y. BleethGidley, C. FilpiGanus, E. Bradley. Il giovane C. (Francia, Italia, Germania). Regia di Giacomo Battiato. Con Stefano Accorsi, Thierry Lhermitte, Cristiana Capotondi, Silvana De Santis, Catherine Flemming, Katja Flint. C. (Stati Uniti). Regia di Lasse Hallström. Con Heath Ledger, Jeremy Irons, Lena Olin, Sienna Miller, Adelmo Togliani. Historia de la meva mort (Spagna/Francia ). Regia di Albert Serra. Con Vicenç Altaió, Lluís Serrat, Eliseu Huertas. C. variations (Austria/Germania/Francia/Portogallo ). Regia di Michael Sturminger, con John Malkovich, Fanny Ardant, Veronica Ferres. Zoroastro, Io C. (Italia ) Regia di Gianni di Capua, con Galatea Ranzi Dernier Amour (Francia ). Regia di Benoît Jacquot, con Vincent Lindon (Giacomo C.), Stacy Martin (Marianne de Charpillon), Valeria Golino, (La Cornelys). Film solo lontanamente ispirati alla figura di C. C. farebbe così! (Italia). Regia di Carlo Ludovico Bragaglia. Le tre donne di C. (Stati Uniti). Regia di  Wood. C.  (Italia). Regia di Mario Monicelli. Film comici La grande notte di C. (Stati Uniti) Norman Z. McLeod. C. et Company (Austria/Italia/Francia/Rft 1976). Regia di Franz Antel. Tony Curtis, Marisa Berenson, Sylva Koscina, Britt Ekland, Umberto Orsini, Marisa Mell, Hugh Griffith. Telefilm su C. C. (Regno Unito). Regia di Sheree Folkson. Con David Tennant, Rose Byrne, Peter O'Toole, Laura Fraser, Nina Sosanya, Shaun Parkes. Onorificenze Cavaliere dello Speron d'oronastrino per uniforme ordinariaCavaliere dello Speron d'oro Roma, 1760 Riguardo l’onorificenza, C. nelle Memorie descrive l'incontro con il pontefice e il successivo conferimento dell'Ordine (cfr. G. C., Storia della mia vita, Milano, Mondadori). Si è dubitato anche in questo caso, come in altri, che il racconto autobiografico risponda a verità. Per chiarire i dubbi sono state compiute approfondite ricerche nell'Archivio segreto vaticano al fine di ritrovare il breve papale di conferimento, sia nel periodo di cui parla C. (dicembre 1760-gennaio 1761) sia in periodi precedenti e successivi, senza alcun esito. Il che non significa che l’onorificenza non sia stata effettivamente conferita, in quanto potrebbe essersi verificato un errore burocratico, di trascrizione o altro. Sta di fatto però che intorno allo stesso periodo furono conferite onorificenze ad altri personaggi come Piranesi, Mozart, Cavaceppi e il breve relativo è stato ritrovato. Quindi manca, allo stato, un riscontro oggettivo. Si aggiunga che il cavalierato dello Speron d’Oro era all’epoca già piuttosto inflazionato, al punto da sconsigliare l’esibizione in pubblico della decorazione. Lo stesso C. in un passo dell’opera autobiografica Il duello scrive, riferendosi all’onorificenza, "il troppo strapazzato ordine della cavalleria romana" (cfr. Il duello cit. in bibl.).  Note Esplicative   C. visse a lungo in Francia e conobbe personalmente molti protagonisti del movimento illuminista tra cui Voltaire e Rousseau. Inoltre, in patria, frequentò membri dell'oligarchia aristocratica dominante appartenenti all'ala progressista, come Andrea Memmo. In più aveva anche aderito alla Massoneria, il che lo pose a contatto con tutta una serie di personaggi portatori di idee progressiste. Malgrado tutto questo egli fu, e si definì sempre, un conservatore, legato a doppio filo con la classe nobiliare cui, pur non appartenendovi formalmente, riteneva d'esservi membro in pectore, reputandosi a torto od a ragione il figlio naturale di Michele Grimani. Allo scoppio della Rivoluzione francese e nel periodo alquanto turbolento che ne seguì, scrisse numerosissime lettere (cfr. Epistolario P.Chiara cit. in ) in cui deprecava in modo reciso l'accaduto e soprattutto non riconobbe mai, negli eventi, la paternità culturale del movimento illuminista. Ad esso aveva assistito come semplice spettatore, non avendone percepito mai la dirompente potenzialità e non condividendone nessuna delle istanze che, ad esempio, Montesquieu espresse nei confronti dell'iniquo sistema (cfr. Montesquieu, Lettres Persanes) e riteneva che, pur con qualche modifica, il governo della classe nobiliare fosse il migliore possibile. Un esame attento ed approfondito della posizione politica del C. è stato compiuto da Feliciano Benvenuti (C. politico, atti del convegno: Giacomo C. tra Venezia e l'Europa, Pizzamiglio, fondazione Giorgio Cini, Venezia, ed. Leo S. Olschki.)  Il cognome C. è attestato appartenere a nobile famiglia vissuta a Cesena, Milano, Parma, Torino-Dronero  C. afferma che dalla città spagnola il suo antenato, padre Jacob C., a seguito del rapimento di una monaca, Donna Anna Palafox, sarebbe fuggito a Roma in cerca di un rifugio dove, dopo aver scontato un anno di carcere, avrebbe ricevuto il perdono e la dispensa dei voti sacerdotali da parte del pontefice in persona, potendo così unirsi in matrimonio con la rapita. A questo riguardo è interessante la tesi di Jean-Cristophe Igalens (G. C., Histoire de ma vie, tome I. Édition établie par Jean-Christophe Igalens et Érik Leborgne, Laffont,XL, in Opere postume) il quale sostiene che la genealogia inserita dal C. all'inizio delle Memorie sia del tutto fantasiosa. Si tratterebbe di una sorta di parodia di ciò che facevano regolarmente i memorialisti aristocratici dell'epoca i quali, all'inizio dell'opera, enunciavano il loro antico lignaggio, quasi a ricercare una legittimazione per il fatto di esporre, in un'opera letteraria, le vicende di cui erano stati protagonisti, almeno quelle pubbliche, poiché le private rientravano nell'ambito dell'autobiografia. La tesi appare fondata se si considera che la ricostruzione genealogica proposta dal C. risale addirittura al 1428, cioè a tre secoli dalla sua nascita ed è relativa a un cognome, praticamente un toponimo, estremamente comune.  A conferma del fatto che la nascita illegittima di C. fosse oggetto di chiacchiere, va citato un passaggio de La commediante in fortuna di Chiari (Venezia) in cui si tratteggia un ritratto precisissimo di C. che chiunque era in grado di riconoscere sotto le spoglie di un nome di fantasia, il Signor Vanesio "C'era tra gli altri un certo Signor Vanesio dì sconosciuta e, per quanto dicevasi, non legittima estrazione, ben fatto della persona, di colore olivastro, di affettate maniere e di franchezza indicibile". Evidentemente il riferimento a tratti somatici tipici e riconoscibili fa pensare che le dicerie fossero suffragate da una notevole somiglianza fisica con Michele Grimani. L'identificazione del Signor Vanesio con C. è pacifica, tra i tanti autori, concordi sul punto, si veda: E.Vittoria C. e gli Inquisitori di Stato.  (Immatricolazione, iscrizione, fede di terzeria. Fonte: Bruno Brunelli, C. studente, in “Il Marzocco Firma un testamento in qualità di testimone.  Sull'ubicazione esatta della casa natale di C. e di quella in cui trascorse l'infanzia all’anno della morte della nonna materna Marzia, si è discusso moltissimo. Certo è che al momento del matrimonio Gaetano e Zanetta C. non disponevano di un reddito tale da sostenere un spesa come quella affrontata di 80 ducati annui. Quindi molto probabilmente, dopo il matrimonio avvenuto il 27 febbraio 1724, i coniugi andarono a vivere a casa della madre di Zanetta, Marzia Baldissera, cheera vedova essendo mortole il marito Girolamo Farussi poche settimane avanti il matrimonio della figlia. E questa con ogni probabilità fu la casa in cui C. nasce  con l'assistenza della levatrice Regina Salvi. L'identificazione esatta della casa natale è assai ardua, ma comunque è stata tentata. Il casanovista Helmuth Watzlawick ha identificato la casa di Marzia Baldissera con l'attuale civico 2993 di Calle delle muneghe. Questa sarebbe dunque la casa natale di C. (Fonte: Helmuth Watzlawick, House of childhood, house of birth; a topographical distraction, in Intermédiaire des Casanovistes, Genève). I coniugi C. si trasferirono nella casa di Calle della Commedia al ritorno dalla fortunata tournée londinese quando rientrarono a Venezia col secondogenito Francesco, nato a Londra. Tale abitazione risulta essere stata di gran rappresentanza, su tre livelli, con un salone al secondo piano che fu usato in occasione di feste. L'affitto di 80 ducati annui era circa il doppio della media che veniva corrisposta nel vicinato per appartamenti evidentemente meno lussuosi. A questo punto sembrerebbe tutto chiaro, si tratta solo di trovare in Calle della commedia un'abitazione che corrisponda alla descrizione: grandezza, salone al secondo piano e camera al terzo, nonché corrispondenza con la proprietà che si sa essere stata con certezza della famiglia Savorgnan. L'unica che potrebbe corrispondere alla descrizione è quella sita nell'attuale Calle Malipiero (già Calle della Commedia) al civico 3082. Ma su questo non tutti gli studiosi concordano, tanto che la lapide apposta in calle Malipiero dice "In una casa di questa calle, già Calle della Commedia, nacque  G. C." senza alcun altro più specifico elemento. Alcuni sostengono che a causa di rimaneggiamenti interni non è più possibile identificare la struttura originaria. Uno studioso dell'argomento, Federico Montecuccoli degli Erri, ha pubblicato (L'intermédiaire des Casanovistes, Genève) un'analisi molto approfondita basata sulle cosiddette "Condizioni" cioè sulle dichiarazioni dei redditi immobiliari che venivano presentate dai proprietari. All'epoca, per verificare l'esattezza dei dati dichiarati, si procedeva ad un'ispezione diretta casa per casa effettuata, in ogni parrocchia, dal parroco. Egli procedeva con un certo ordine chiedendo a ognuno il titolo di possesso. I proprietari dichiaravano il titolo di proprietà e gli affittuari dovevano o esibire il contratto oppure giurare le condizioni contrattuali. Poiché è stato ritrovato il documento in cui la madre di Zanetta, Marzia, giurava per la figlia, nel frattempo trasferitasi per lavoro a Dresda, che il contratto prevedeva un affitto di 80 ducati annui e che l'immobile era di proprietà Savorgnan, conosciamo con certezza i dati contrattuali e la residenza indicata sull'atto, cioè Calle della Commedia. Purtroppo le modifiche urbanistiche e catastali intervenute non consentono con certezza l'identificazione, anche perché all'epoca non esistevano dati catastali precisi. Secondo lo studioso citato, l'abitazione è da identificarsi con la casa al civico 3089 della Calle degli orbi che all'epoca potrebbe essere stata designata come Calle della Commedia. Corrisponderebbero sia l'aspetto fisico che la proprietà. Comunque tutte queste ipotesi si muovono entro un fazzoletto di spazio di poche centinaia di metri; infatti è certo che i C. abitavano, per motivi di lavoro, nei pressi del Teatro San Samuele, di proprietà dei Grimani. Documento: Calle della Commedia 324|casa|Giovanna C. comica al presente s'attrova in Dresda, giurò Marzia sua Madre|N.H Zuanne e F.llo Co. Savornian|d.ti 80 (annui) Registro dell'anno 1740 Atti della Parrocchia di S.Samuele.  Non nel noto lazzaretto del Vanvitelli, ma in quello in uso precedentemente.  Si è mantenuta la cronologia quale risulta dal testo delle Memorie. L'autore ha qui, come in altri casi, confuso le date o fuso insieme più viaggi. In realtà la permanenza nel Lazzaretto era durata dal 26 (o 27) ottobre 1743 al 23 (o 24) novembre 1743. Quindi l'intervallo tra i due viaggi è stato di tre mesi, non di sette. Come affermato dall'autore, il soggiorno si svolse nel Lazzaretto "Vecchio", in quanto quello "Nuovo", pur terminato nel febbraio del 1743, iniziò a funzionare solo nel 1748 allorché la Reverenda Camera Apostolica se ne prese carico. Sull'argomento si veda: Furio Luccichenti, Quattro settimane nel Lazzaretto in L'Intermédiaire des Casanovistes Genève, Année XXVIII, anno 711. In tale studio viene ricostruita la situazione dei lazzaretti di Ancona e confrontato il racconto casanoviano con le risultanze di archivio relative ai progetti e all'iconografia degli edifici adibiti alle quarantene.La cronologia della permanenza è stata stimata dall'autore nel periodo 26.10/23.11.1743. Un'altra cronologia differisce di un giorno soltanto: 27.10/24.11.1743 (J. C., Histoire de ma vie. Texte intégral du manuscrit original, suivi de textes inédits. Editore Laffont,  I, Cronologia,XXX, cit. in bibl.) Il progetto di ristrutturazione del Lazzaretto "Vecchio", datato 1817, si conserva nell'Archivio di Stato di Roma (Collezione Mappe e Piante, Parte I, Cart. 2, n° 87/I, II, III.). Esso consente di verificare lo stato del fabbricato all'epoca della permanenza del C..  Il personaggio di Teresa/Bellino ripropone una tematica ricorrente cioè la questione dell'aderenza alla realtà dei fatti riportati nell'Histoire e il considerare il personaggio descritto come realmente esistito. L'identificazione di Teresa con Angela Calori, nota virtuosa, cioè cantante, di gran successo, si basa su ricerche effettuate già dai casanovisti del passato, come Gustavo Gugitz, il quale però ritenne che il personaggio fosse in realtà una costruzione letteraria. Teresa viene spesso citata nell'Histoire sotto il nome fittizio di Teresa Lanti, maritata con Cirillo Palesi, nome anch'esso fittizio. Ma molte delle notizie, date e fatti riferiti nel racconto casanoviano non quadrano con quelli attribuibili alla Calori. Quest'ultima è anche ricordata direttamente nell'Histoire allorché C. riferisce di averla incontrata a Londra e di aver provato, vedendola, le stesse sensazioni avute in occasione di un incontro, a Praga, con Teresa/Bellino, il che ha indotto taluni a considerare questo fatto una prova che la Teresa delle memorie fosse effettivamente la Calori. Molti studiosi (tra gli altri Furio Luccichenti) propendono per l'assemblaggio d'invenzione, cioè pensano che C. abbia costruito il personaggio di cui parla con elementi derivanti da più persone diverse, il che non esclude che l'autore possa essersi ispirato, in larga misura, anche alla Calori. Comunque gli studiosi non demordono: Sandro Pasqual (L'intreccio, C. a Bologna) ha ipotizzato trattarsi non della Calori, ma di un'altra famosa cantante bolognese, Vittoria Tesi, nota per il suo fascino androgino e per aver interpretato spesso en travestie parti maschili. La tendenza a romanzare del C. sarebbe in questo caso particolarmente stimolata dall'ambiente e dai ruoli dei personaggi descritti. Egli ebbe sempre, infatti, fortissimi legami col mondo teatrale, essendo figlio di attori e avendo frequentato tutta la vita teatri e teatranti. Curiosamente, ogni volta che rappresenta un personaggio femminile che ha a che fare col teatro, sia cantante o ballerina, lo descrive, salvo rarissimi casi, in modo particolarmente negativo; come se, pur attratto da quel mondo, ne disprezzasse profondamente gli interpreti, attribuendo, soprattutto a quelli femminili, le peggiori inclinazioni alla falsità, all'avidità e al calcolo. Teresa/Bellino è una delle eccezioni, il che farebbe propendere per l'idealizzazione, cioè per la non rispondenza alla realtà del personaggio, peraltro nascosto, come si è detto, sotto un nome fittizio. Sul rapporto tra l'Histoire e il mondo del teatro si veda, di Cynthia Craig, Representing anxiety. The figure of the actress in C.'s Histoire de ma vie. L'intermédiaire des casanovistes, Genève, Barbaro, patrizio veneziano del ramo Barbaro di San Aponal, figlio di Anzolo Maria, morto senza figli, lasciò a C. un legato di sei zecchini al mese. (Fonte: Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Texte intégral du manuscrit original, suivi de textes inédits. Editore Robert Laffont cit. in bibl.  I997, che rinvia a Salvatore di Giacomo, Historia della mia fuga dai Piombi, Milano) Dandolo, patrizio veneziano del ramo Dandolo di San Giovanni e Paolo. Documento: Testamento di Dandolo in Archivio di Stato di Venezia. Legato testamentario "...Raccomando alla loro bontà la persona di Giacomo C., che mi fu in tutta la sua vita attaccato col cuore, e amoroso alla mia persona, e che ha mostrato in ogni tempo la più comendabile gratitudine a' miei pochi benefizj. Dichiaro che a lui appartengono tutti i mobili, che sono nella stanza in cui dorme. Al suddetto C. lascio il mio orologio d'oro e le mie quattro possate d'argento"  (Fonte: L'Histoire de ma vie di Giacomo C., Michele Mari, cit. in, pag.29 nota 104).  L'identificazione di "Henriette" insieme a quella di "Suor M.M." è stato uno degli argomentipiù dibattuti dai casanovisti. Il motivo di tante accanite ricerche è connesso con la centralità sentimentale di questi due personaggi nella vita di C.. Il nome di Henriette ricorre di con tinuo nelle Memorie e la sua identità è stata mascherata accuratamente dall'autore. Tra le identificazioni che si sono susseguite quelle più autorevoli sono da ascrivere a: John Rives Childs, che sostenne trattarsi di Jeanne-Marie d'Albert de Saint Hyppolite, sposata a Fonscolombe, nipote di Margalet, proprietario del castello di Luynes, che si trova nella zona descritta da C. come quella di residenza di Henriette. Watzlawick, che sostiene trattarsi di Marie d'Albertas, nata a Marsiglia. Louis Jean André, che avrebbe identificato Henriette in Adelaide de Gueidan. Quest'ultima ricostruzione è sostenuta da un apparato critico impressionante che, attraverso una raccolta minuziosa di elementi (lettere, atti, iconografia, topografia della zona), conduce a una notevole verosimiglianza dell'identificazione. Immagini del castello di Valabre, residenza della famiglia De Gueidan, che secondo André corrisponderebbe perfettamente alla descrizione datane da C. senza nominarlo, sono visibili qui. Manca ancora però la prova inoppugnabile, una lettera o un qualsiasi manoscritto del C. stesso che consenta l'identificazione certa.  Molti studiosi hanno tentato l'identificazione di suor M.M. Lo studio più completo sull'argomento si deve a Riccardo Selvatico, che la identifica con Marina Morosini (R. Selvatico, Note casanovianeSuor M.M. Atti dell'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.  Sul rapporto tra romanzo e autobiografia nelle Memorie si veda tra gli altri L'Histoire de ma vie di Giacomo C. Michele Mari. Balletti era il nipote della Fragoletta, l'attempata attrice amata dal padre di Giacomo, Gaetano, al seguito della quale era arrivato in giovane età a Venezia. (Fonte: Charles Samaran, Jacques C., Vénitien, une vie d'aventurier au XVIII siècle, con rinvio a un passaggio delle Memorie di Goldoni)  C. fu iniziato nella loggia Amitié amis choisis, probabilmente su presentazione di Balletti (Fonte: Jean-Didier Vincent, C. il contagio del piacere).  L'affiliazione di Mozart alla Fratellanza Massonica avvenne il 14 dicembre del 1784, nella loggia “Zur Wohltätigkeit” (Alla Beneficenza) di Vienna (Fonte: Lidia Bramani, Mozart massone e rivoluzionario. Mondadori). C. riceve i gradi di Compagno e Maestro nella loggia di S. Giovanni di Gerusalemme (cfr. Watzlawick, Chronologie, in C., Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl.)  Malgrado la diuturna applicazione, il fatto di aver avuto eccellenti maestri come Crebillon e di aver potuto fare ampia pratica durante la permanenza in Francia, il francese di C. non fu mai ritenuto sufficientemente perfetto nella forma scritta, soprattutto a causa degli “italianismi” che si riscontrano numerosissimi nelle Memorie. C. riferisce con dovizia di particolari il suo incontro con Crebillon e la successiva intensa frequentazione allo scopo di imparare la lingua. Ammette anche i suoi limiti: infatti scrive: Per un anno intero andai da Crebillon tre volte alla settimana ma non riuscii mai a liberarmi dei miei italianismi (Fonte: G. C., Storia della mia vita, Mondadori).  L'imputazione e la sentenza. Venute a cognizione del Tribunale le molte riflessibili colpe di Giacomo C. principalmente in disprezzo publico della Santa Religione, SS. EE. lo fecero arrestare e passar sotto li piombi. Andrea Diedo Inquisitor. Antonio Condulmer Inquisitor. Antonio Da Mula Inquisitor. L'oltrascritto C. condannato anni cinque sotto li piombi. Andrea Diedo Inquisitor. Antonio Condulmer Inquisitor. Antonio Da Mula Inquisitor. (Venezia Archivio di Stato Inquisitori di Stato Annotazioni B. 534245)  Riferte di Manuzzi, confidente degl’inquisitori di stato Incaricata la mia obbedienza dal Venerato Comando di riferire chi sia Giacomo C., generalmente rilevo ch'è figlio di un comico e di una commediante; viene descritto il detto C. di un carattere cabalon, che si fa profittare della credulità delle persone come fece col N.H. Ser Zanne Bragadin, per vivere alle spalle di questo o di quello... Giovanni Battista Manuzzi. Mi sovvenne allora che lo stesso C. parlato mi avea ne' giorni passati della Setta de' Muratori, raccontandomi i onori e vantaggi che si hanno ad essere nel numero de' confratelli, che vi aveva dell'inclinazione il N.H. Ser Marco Donado per essere arrolato a detta Setta... Giovanni Battista Manuzzi.  Secondo il casanovista Pierre Gruet, il motivo fondamentale dell'arresto di C. è da ricercare proprio nella relazione con suor M.M. che, se l'identificazione con Marina Morosini è corretta (sul punto si veda R. Selvatico, Note casanovianeSuor M.M. Atti dell'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti), apparteneva ad una delle più potenti famiglie del patriziato veneziano. I Morosini avrebbero quindi fatto pressioni sugli inquisitori per far cessare la scandalosa situazione. Cfr. Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Texte intégral du manuscrit original,....Ed. Laffont. Bibliografiche C., Histoire de ma vie, Wiesbaden-Paris, F. A. Brockhaus-Librairie Plon.   Giacomo C., Examen des "Etudes de la Nature" et de "Paul et Virginie" de Bernardin de Saint Pierre. Goldoni, Memorie, Torino, Einaudi Fonte: Helmut Watzlawick, Chronologie, in C., Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl.  G.C.,Storia della mia vita, Mondadori.  (Fonte: P.Molmenti, Carteggi casanoviani)  (Fonte E.Grossato, Un bizzarro allievo dello Studio Padovano. Giacomo C., in Padova e la sua provincia)  (Fonte: P.Del Negro, Giacomo C. e l'Padova, estratto da Quaderni per la storia dell'Padova secondo la cronologia delle Memorie. Cfr. Helmut Watzlawick, Chronologie,LVIII in C., Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl.  (Fonte: Helmut Watzlawick, Chronologie,LXIII in C., Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl.)  Helmut Watzlawick, Chronologie, in C., Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl.  Fonte: Silvio Calzolari, Vita, Amori, Mistero di un libertino veneziano: Ma perché fu fermato? Non aveva da scontare alcuna pena. L'arresto fu probabilmente organizzato dal Grimani che voleva dargli una lezione per aver venduto di nascosto i mobili della casa paterna e per aver maltrattato un suo incaricato, Antonio Razzetta, che doveva occuparsi della questione.  Si veda di Furio Luccichenti, La prassi memorialistica di Giacomo C., L'Intermédiaire des casanovistes.  Si veda di Pierre-Yves Beaurepaire, Grand Tour', ‘République des Lettres' e reti massoniche: una cultura della mobilità nell'Europa dei Lumi », in Storia d'Italia, Annali, La Massoneria, Gian Mario Cazzaniga, Torino, Giulio Einaudi, 200632-49  cfr. Helmut Watzlawick, Chronologie, in C., Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl.  cfr. Helmut Watzlawick, Chronologie, in C., Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl,  Fonte: Elio Bartolini, Vita di Giacomo C. Fonte: Bruno Rosada, Il Settecento veneziano. La letteratura, Venezia, Corbo e Fiore. Riguardo alla paternità del quadro in questione, la precedente attribuzione a Mengs (risalente a Winckelmann) è stata praticamente abbandonata dalla critica e, allo stato delle ricerche, il quadro è probabilmente attribuibile a Francesco Narici, pittore di origine genovese attivo a Napoli. La tela fu scoperta nel 1952 a Milano da un restauratore di Bologna: Armando Preziosi, il quale sosteneva di aver trovato tra la cornice, sicuramente coeva, e il quadro, un biglietto manoscritto che recava le parole Jean-Jacques C. Il fatto che il soggetto rappresentato possa effettivamente essere Giacomo C., si basa su una serie di dati che sono: l'osservazione delle fattezze, soprattutto il naso; il fatto che essendo il quadro a grandezza naturale consenta di ipotizzare trattarsi di un uomo della stessa statura di C. che è nota; il fatto che i tratti assomiglino in maniera sorprendente all'altro quadro, di mano del fratello Francesco, di sicura attribuzione, sia per l'autore che per il soggetto. Inoltre l'insieme del ritratto: l'amorino, i libri, fanno pensare a una simbologia molto affine al personaggio di C. che, pur nello stile di vita brillante e mondano, teneva sempre a porsi come un letterato. Il quadro passò, nel 1993, da Preziosi alla collezione privata del casanovista Giuseppe Bignami di Genova. Per documentarsi sull'argomento si veda: Giuseppe Bignami, Aggiornamenti e proposte sull'iconografia casanoviana, in L'intermédiaire des casanovistes. Il mondo di C. (catalogo della mostra a Ca' Rezzonico). Giuseppe Bignami, C. tra Genova e Venezia, La Casana, n° 3 luglio-settembre 2008,25-37. Una summa dell'iconografia casanoviana, che si compone di nove opere di cui soltanto due di sicura attribuzione, è consultabile in C., la passion de la liberté, catalogo della mostra organizzata dalla BNF,, Parigi, Coédition Bibliothèque nationale de France / Seuil. Balbi, monaco somasco. Era un patrizio veneziano appartenente a una casata barnabota, cioè a una di quelle famiglie patrizie che avevano perso ogni ricchezza e i cui membri erano ridotti a vivere di espedienti. Erano detti barnabotti in quanto gravitavano intorno a Campo San Barnaba (Fonte: L'histoire de ma vie di C., Mari. Si trattava di un certo Andreoli, custode del palazzo, che il C. vide approssimarsi, da una fessura del portone, "in parrucca nera e con un mazzo di chiavi in mano". Sul punto, per maggiore approfondimento, si veda il commento di Riccardo Selvatico Cento note per C. a Venezia, Furio Luccichenti, ed. Neri Pozza.  Sentenza di condanna a carico di Basadonna, carceriere del C. Lorenzo Basadonna era custode delle Prigioni de Piombi, che esisteva nei camerotti per difetti del suo ministero, da quali ne provenne la fuga al primo novembre decorso da Piombi stessi delBalbi somasco, e di Giacomo C., che vi erano condannati, per tenui motivi di contrasto con Giuseppe Ottaviani pur condannato ne' camerotti, ne commise la interfezione. Presi dal Tribunale gl'essami per rilevare l'origine, e i modi del non ordinario avvenimento, risultò infatti per la confessione stessa del reo il caso per proditorio in ogni sua circostanza. Tutto che però meritasse il supplizio maggiore, la clemenza del Tribunale con pieni riflessi di carità e di clemenza è devenuta alla sentenza qui contro estesa''. Alvise Barbarigo Inq.r Lorenzo Grimani Inq.r Bortolo Diedo Inq.r. Basadonna sia condannato ne' Pozzi per anni dieci. Alvise Barbarigo Inq.r Lorenzo Grimani Inq.r Bortolo Diedo Inq.r Venezia, Archivio di Stato, Inquisitori di Stato, Annotazioni, R. 535 c.83.  Jeanne Camus de Pontcarré marchesa d'Urfé, sposò Louis-Christophe de Lascaris d'Urfé de Larochefoucauld marchese di Langeac, dal quale ebbe tre figli. Rimase vedova nel 1734 (Fonte: G. C. Storia della mia vita, ed. Mondadori)  G. C., Historie de ma vie. Molti commentatori hanno avanzato dubbi sul racconto casanoviano relativo all'istituzione della lotteria, che sarebbe servita a finanziare la costruzione della École militaireprogetto che era sostenuto in modo pressante dalla Pompadoure su particolari, relativi all'architettura dell'operazione ideata dai fratelli Ranieri e Giovanni Calzabigi, così come esposti nell'Histoire. Comunque, vista la rilevanza della documentazione, è indubitabile che C. abbia svolto un ruolo chiave, probabilmente mettendo a disposizioni le sue forti entrature politiche. Il che dimostrerebbe anche che il rapporto con de Bernis e il suo entourage era molto solido. Sul punto si veda G. C., Storia della mia vita, Mondadori  in cui si puntualizza che la lista dei 28 ricevitori, pubblicata nel febbraio 1758, non riporta il nome di C. in relazione alla ricevitoria di Rue Saint Denis, citata nel racconto autobiografico. Secondo Samaran, (Jacques C. ecc.. Cit. In bibl.) C. avrebbe diretto una ricevitoria, ma a Rue Saint Martin. Si veda anche Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Éd. Robert Laffont  (con rinvio a C. Meucci, C. Finanziere),23 nota 2, (con rinvio a A. Zottoli, Giacomo C.) e Jean Leonnet, Les loteries d'état en France. Imprimerie nationale. Il decreto di fondazione della lotteria è un arrêt delConsiglio di Stato del re Luigi XV (BnF, Departement des Manuscrit Française 26469, fol. 198).  Del viaggio nei Paesi Bassi, come incaricato di una missione diplomatica descritto da C., vi è un riscontro obiettivo: il passaporto, ritrovato a Dux, rilasciatogli il 13 ottobre 1758 da Matthys Lestevenon van Berkenroode, ambasciatore della Repubblica delle Sette Province a Parigi (Fonte: G. C. Storia della mia vita, ed. Mondadori). Il documento originale è riprodotto in Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Texte intégral du manuscrit original,.... Ed. Laffont, cit. in bibl. Vol II, Appendice Documents pag. 1193 e seg.  Dopo il naufragio dei progetti matrimoniali di Giustiniana, la madre Anna Gazini (che aveva sposato, dopo la nascita della primogenita, sir Richard Wynne) decise di lasciare Venezia per evitare che i pettegolezzi danneggiassero le altre due figlie, Mary Elizabeth, nata nel 1741, e Teresa Susanna, nata nel 1742. La partenza avvenne il 2 ottobre 1758 (Fonte: Andrea di Robilant, Un amore veneziano, Milano, Mondadori).  La lettera autografa di Giustiniana Wynne è andata all'asta all'Hôtel Drouot (Parigi). Il collezionista che l'ha acquistata, e che ha voluto mantenere l'anonimato, ne ha però consentito la pubblicazione integrale (cfr. Helmut Watzlawick, L'Intermédiaire des Casanovistes)  siete filosofo, siete onesto, avete la mia vita nelle mani, Salvattemi se c'è ancora rimedio, e se potete. C., Storia della mia vita, Mondadori,  Histoire  Nous avons ici une espèce de plaisant qui serait très capable de faire une façon de Secchia Rapita, et de peindre les ennemis de la raison dans tout l'excès de leur impertinence... (Fonte: Œuvres complètes de Voltaire avec des notes... Parigi)  Fonte: Frédéric Manfrin in C., la passion de la liberté, Parigi, Coédition Bibliothèque nationale de France / Seuil,, Chronologie.  G. C., Storia della mia vita, Mondadori. Augspurger, detta La Charpillon, nota cortigiana londinese (Fonte: G. C., Storia della mia vita, ed. Mondadori.  Un riscontro del soggiorno di C. a Berlino deriva da una annotazione nel diario di Boswell, in cui lo scrittore scozzese accenna all'incontro avvenuto da Rufin, cioè alla locanda Zu den drei Lilien (Ai tre gigli) in Poststraße, dove anche C. alloggiava. In particolare scrive: Ho mangiato da Rufin dove Nehaus, un italiano, voleva brillare come grande filosofo e quindi sosteneva di dubitare di tutto, a cominciare dalla sua stessa esistenza. Lo ritenni un perfetto cretino. (A.Pottle, The Yale edition of the Private Papers of James Boswell, London). Il nome Nehaus è la traduzione di C. in tedesco (con un errore di grafia = Neuhaus) e risulta che C. abbia usato il suo cognome tradotto, con diverse forme. Ad esempio, in una lettera a lui indirizzata a Wesel, si legge come destinatario comte de Nayhaus de Farussi, Farussi era il cognome della madre del C.. (Fonte: Helmut Watzlawick, C. and Boswell, nota in L'Intermédiaire des Casanovistes, XXIII 2006, pag 41).  Fonte: Elio Bartolini, Vita di Giacomo C., cit. in bibl. Cap. XVII pag. 271. C. passò la frontiera russa a Riga sotto il nome di Farussi, cognome della madre (cfr. Helmut Watzlawick, Chronologie, in Histoire de ma vie, Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl.)  Fonte: Elio Bartolini, Vita di C. Secondo quanto affermato nelle Memorie, C. incontrò varie volte la sovrana, sottoponendole vari progetti, ma senza alcun risultato.  Franciszek Ksawery Branicki, conte di Korczak, (1730–1819). Sul contesto storico in cui si muoveva Branicki, che era un rappresentante della nobiltà filorussa, la cui collusione con la potente nazione vicina rappresentò un vero e proprio tradimento, si può consultare la voce dedicata a Tadeusz Kościuszko, in particolare il paragrafo "Ritorno in Polonia".  Anna Binetti (cognome di nascita Ramon) celebre ballerina, nota in tutta Europa. Sposò nel 1751 il ballerino Georges Binet. Dopo il ritiro dalle scene (circa 1780) si dedicò all'insegnamento della danza a Venezia (Fonte: G. C., Storia della mia vita, ed. Mondadori)  C., Storia della mia vita, Mondadori 2001,  III, pag. 285 e seguenti, cit. in bibl.  La vicenda sollevò un clamore notevole e fu riportata nelle cronache. Una descrizione dei fatti, che ricalca sostanzialmente il racconto casanoviano e ne attesta la veridicità, si trova in una lettera datata 19 marzo 1766, scritta da Giuseppe Antonio Taruffi, segretario del nunzio apostolico Antonio Eugenio Visconti, e spedita da Varsavia a Francesco Albergati Capacelli (Ernesto Masi, Ed. Zanichelli Bologna. La vita i tempi gli amici di Francesco Albergati pagg. 196 e seg. e nota 1 pag. 203.)  Fonte: Elio Bartolini, Vita di C.  Fonte: Elio Bartolini, Vita di Giacomo C. Cfr. anche, per la data di morte di Bragadin e la data in cui la notizia fu appresa da C. (26 ottobre), Helmut Watzlawick, Chronologie, in Histoire de ma vie, tome I. Édition publiée sous la direction de Gérard Lahouati,, cit. in bibl.)  Fonte: Elio Bartolini, Vita di Giacomo C.. I soggiorni romani di C. furono tre. I personaggi descritti, numerosissimi, sono noti alle cronache del tempo e quindi è possibile ritenere veridico il racconto che consente riscontri obiettivi. Uno dei riscontri è costituito da un documento che certifica la presenza a Roma del C. durante la Quaresima del 1771. Documento: Stato delle anime, in Registri parrocchiali di S.Andrea delle Fratte Piazza di SpagnaCasa del Conservatorio di S.Eufemia Francesco Poletti anni 51 M. Angela moglie.anni 40 Margarita figlia zitella anni 16 Tommaso figlio anni 20 Vincenzo figlio anni 14 Anna Proli serva anni 40  Piggionanti  Giovanni Nicolao Fedriani anni 22 Giuseppe fratello anni 18 D. Giacinto Cerreti anni 37 Il signor Giacomo C....anni 46  L'immobile in questione è quello, antistante l'Ambasciata di Spagna, sito nella piazza all'attuale numero civico 32. L'abitazione del C. era al secondo piano. (Fonte: A.Valeri C. a Roma cit. in bibl.)   Si è a lungo discusso circa l'esistenza di ulteriori capitoli che dovrebbe essere comprovata dal titolo originale dell'opera: Histoire de ma vie jusqu'à l'an 1797, come risulta dalla prima pagina della prefazione. Tuttavia ciò rimane solo un'ipotesi, perché non è stato mai trovato un manoscritto riguardante il periodo successivo al 1774. Va quindi considerato che, fino alla data in questione, la fonte primaria delle vicende di C. sono le sue Memorie; dopo il termine temporale delle medesime ci si è basati su epistolari o notizie di altro tipo: scritti di contemporanei, registrazioni amministrative, notizie apparse su gazzette. Alcuni autori hanno tentato una ricostruzione cronologica dei fatti utilizzando i documenti disponibili, tra cui il Brunelli (Bruno Brunelli, Vita di Giacomo C. dopo le sue memorie, cit. in bibl.) e il Bartolini (Elio Bartolini, C. dalla felicità alla morte. Evidentemente le notizie riguardanti il periodo compreso temporalmente nelle Memorie sono enormemente più numerose di quelle relative al periodo successivo. Circa l'attendibilità e la precisione delle notizie riportate nelle Memorie, il dibattito è stato amplissimo, ma numerosissimi riscontri ne hanno comprovato la sostanziale veridicità.  Il viaggio da Trieste a Venezia inizia; la data è verificabile da una notizia apparsa sulla Gazzetta Goriziana “Sabato 10 corrente è passato per qua il signor Giacomo C. di Saint Gall celebre per li diversi famosi incontri da lui avuti, girando l'Europa; come non meno per le opere da lui stampate, fra le quali abbiamo già annunziato in un nostro foglio la Storia delle vicende di Polonia; ha egli inaspettatamente ottenuto il suo perdono e dopo venti anni si è restituito a Venezia sua patria”. (fonte: Rudj Gorian Editoria e informazione a Gorizia nel Settecento: la “Gazzetta goriziana”, Trieste, Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia).  È da osservare che la notorietà del personaggio era grande e che anche della sua attività di scrittore, oltre che di avventuriero, si parlava molto, negli ambienti intellettuali, ancor prima del suo rientro a Venezia. In una lettera datata Venezia Elisabetta Caminer, rivolgendosi a Giuseppe Bencivenni Pelli, scrive "...È dunque costì quel famoso C. che ha fatto tante pazzie e alcune cose buone? Io lo conosco assai di nome, e mio padre lo conosce anche di persona. Ditemi, in che le sue maniere sono diverse dalle vostre? Qual tuono è il suo? Voi già sapete la sua prodigiosa fuga da' piombi di Venezia. Stampa egli codesta sua Storia della Polonia? Avete voi letta la sua confutazione dell'opera di Amelot della Houssaye?..." (Fonte: Rita Unfer Lukoschik,  Lettere di Elisabetta Caminer, organizzatrice culturale, Edizioni Think Adv, Conselve, Padova).  Si tratta di Lorenzo Morosini, Alvise Emo, Pietro Pisani, Nicolò Erizzo, Andrea Tron, Sebastiano Venier.  L'elenco completo dei sottoscrittori è consultabile in: G. C., Storia della mia vita, ed. Mondadori 1965, Piero Chiara. Delle lettere di C. alla Buschini non resta nulla ma, poiché spessissimo la Buschini, nel testo, ripete le notizie inviatele e le richieste di notizie rivoltele, è facile ricavare, almeno in parte, il testo delle lettere ricevute. A Dux sono state reperite da Aldo Ravà 38 lettere di  Buschini. Di queste, 33 sono state riportate nel volume Lettere di donne a Giacomo C. Aldo Ravà, Milano, Treves  cit. in bibl. L'edizione critica più recente delle lettere di Francesca Lettres de Francesca Buschini à G. C., è stata edita Marco Leeflang, Utrecht, Marie-Françose Luna, Grenoble, Antonio Trampus, Trieste, cit. in bibl. La corrispondenza consente di ricostruire gli anni successivi al secondo esilio di Giacomo C.. Attraverso esse si vive il dramma umano della Buschini la quale, col passare degli anni, era sempre più avvolta da una cupa povertà, da dolori familiari causati dal fratello, che praticamente viveva alle sue spalle e dalla madre, che col tempo diveniva sempre più intollerante. Quando C. dovette sospendere i suoi aiuti in denaro, essendo ormai nell'impossibilità materiale di inviarne, la Buschini si ritrovò letteralmente in mezzo alla strada, dovendo lasciare l'appartamento di Barbaria delle Tole, non avendo più la possibilità di pagare l'affitto. Nessuna notizia ulteriore ci è giunta, ma la sua testimonianza di lenta emarginazione è oltremodo toccante.  A.Ravà, Lettere di donne a Giacomo C. Fonte dell'ammontare del canone: Ravà,  Marsan, Sui passi di C. a Venezia. Fonte: Elio Bartolini, Vita di Giacomo C. Fonte: G. C., Analisi degli studi sulla natura... G. Simeoni. Ed. Pendragon. Il testo del libello è stata oggetto di una pubblicazione a tiratura limitata Furio Luccichenti, ed. Il collezionista 1981. Si è ipotizzato che il Grimani abbia incaricato della redazione della replica Girolamo Molin, tuttavia il libello non fu mai dato alle stampe all'epoca, ma fu fatto circolare in forma manoscritta (Fonte: Bruno Brunelli, Vita di Giacomo C. dopo le sue memorie, cit. in bibl. pag.68 nota 9).  Il conflitto con la servitù del castello divenne con gli anni sempre più acuto, tanto da far giudicare insostenibile la permanenza al castello del maggiordomo Georg Feldkirchner, che fu infatti rimosso dall'incarico. La diatriba fu poi oggetto dell'opera Lettres écrites au sieur Faulkircher... (vedi in ) nella quale C. trasfuse tutto l'astio accumulato per le persecuzionia suo diresubite.  Il concetto è ripreso da un passo di Piero Chiara (cfr. G. C., Storia della mia vita, ed. Mondadori 1965, Piero Chiara, vol VII. pag.13, 14)...Ma il C. è quello che è, e non vuole essere altro; vero eroe del suo tempo per l'audacia, la sincerità con la quale lo visse, allo sbaraglio, senza temere i colpi di spada o di pistola, il carcere o l'esilio, pur di consumare fino all'ultimo l'avventura della sua esistenza in un'epoca in cui la vita era un'opera d'arte e si poteva farne, con vera gioia, un capolavoro dei sensi.....  Il casanovista Helmut Watzlawick ha pubblicato (cfr. L'intermédiaire des casanovistes) una breve nota intitolata Lieu de sepolture de C., in cui riferisce la notizia, comunicatagli da uno studioso tedesco, Hermann Braun, di una testimonianza sull'argomento individuata nell'opera di un memorialista e storico coevo al C.: Meusel, professore di storia a Erlangen. Meusel, nella sua opera Archiv für Künstler und Kunst-Freunde (Dresda) fa il seguente commento: «L'aîne, Jacques C., Docteur en Droit de Padoue et bibliothécaire de Comtes de Waldstein-Warthemberg, à Dux en Bohème, où il mourût aussi, immortalisé par un monument plein de goût que le Comte lui a fait ériger dans son jardin, où il le faisait aussi enterrer selon son propre désir.» Pare quindi evidente che la sepoltura fosse ubicata all'interno del parco del castello e il conte vi avesse fatto erigere un monumento “pieno di gusto” in memoria del suo bibliotecario. Il conte Waldstein aveva certamente dell'affetto per C., oltre al legame derivante dalla comune appartenenza alla Massoneria, se è vero che gli conferì un incarico formale di bibliotecario ma in pratica, visto lo scarso impegno che comportava, una pensione, che lo mantenne per lunghi anni provvedendo a tutti i suoi bisogni e che spesso dovette far fronte ai suoi debiti, talvolta cospicui, con gli editori. È quindi più che logico che abbia deciso di onorarne la memoria con una sepoltura degna e con un monumento funebre. Inoltre il Meusel è conosciuto come un biografo scrupoloso e non avrebbe avuto motivo per inventare un dettaglio facilmente verificabile da parte dei suoi lettori, tra i quali Francesco C., fratello minore di Giacomo e famoso pittore, al quale Meusel dedicò, nella medesima opera, un contributo biografico e che era ancora in vita al tempo della redazione dell'opera. Come sostiene Watzlawick, per avere la prova certa, bisognerebbe revisionare la contabilità del castello al momento della morte del C., cercando la traccia dei pagamenti effettuati per la sepoltura e l'erezione del monumento.  Edizione in tre tomi basata sul manoscritto conservato presso la BNF, con le varianti di testo relative a passi rimaneggiati dall'autore. Attualmente è l'edizione critica di riferimento. Archivio Alinari, su alinariarchives.  Archivio Granger New York  Opere di LonghiC.Ubication: Firenze  Miti e personaggi della modernità: Dizionario di storia, letteratura, arte, musica e cinema, edizioni Bruno Mondadori,: Nell'arte. Di C. esistono alcuni ritratti, tra cui un dipinto giovanile a opera del fratello, uno di Lon ghi che lo raffigura all'epoca della maturità (Collezione Gritti, Venezia), e un terzo attribuibile a Mengs» (NDR: oggi quest'ultimo è attribuito a Francesco Narici)  Il quadro, conservato un tempo nella collezione Gritti di Venezia, poi a Firenze, e qua riprodotto in bianco e nero in una fotografia o una stampa eseguita forse negli anni '30, sarebbe stato eseguito presumibilmente nel 1774 allorché C. rientrò a Venezia dall'esilio. Sembra si trattasse di un lavoro a olio su tavola di dimensioni sconosciute donato dall'artista a un membro della famiglia Gritti. Successivamente passò a Gritti di Treviso, zio materno dell'avvocato Ugo Monis di Roma che lo ereditò dalla sorella di Francesco Antonio, Maria Gritti Rizzi. Il quadro faceva ancora parte della collezione di Monis. Molto dubbia l'identificazione del C. nel soggetto ritratto che apparentemente non sembra superare la quarantina mentre, all'epoca in cui dovrebbe essere stato eseguito il ritratto, C. era vicino ai cinquant'anni. Una summa dell'iconografia casanoviana, che si compone di nove opere di cui soltanto due di sicura attribuzione, è consultabile in C., la passion de la liberté, catalogo della mostra organizzata dalla BNF,, Parigi, Coédition Bibliothèque nationale de France/Seuil. Su Alessandro Longhi si veda l'amplissimo studio di Paolo Delorenzi (consultabile su Ca' Foscari online). In particolare vengono riassunte le vicende del ritratto con richiami bibliografici a Ver Heyden De Lancey C., Les portraits de Jacques et de François C., «Gazette des Beaux-Arts», Bernier G., Beau garçon, C.?, «L‟OEil», La questione è stata oggetto di un cospicuo dibattito sul quale spesso ha pesato il giudizio moralmente negativo circa la personalità dell'autore. Soprattutto al primo apparire di opere critiche sulla questione, cioè alla fine dell'Ottocento, primi del Novecento, si tendeva a separare la indiscussa validità storica delle Memorie, nel loro complesso, dal giudizio di riprovazione morale nei confronti dell'autore e dei passi delle memorie ritenuti sconvenienti. Posizione questa ad esempio assunta da Benedetto Croce il quale si occupò ripetutamente di personaggi e vicende casanoviane (si veda: Personaggi casanoviani in Aneddoti e profili settecenteschi, ed. Sandron 1914) pur definendo le Memorie "un libro osceno" (B.Croce, Salvatore di Giacomo e il canto del grillo in "la Critica"). Col tempo il valore storico e letterario cominciò ad avere sempre più numerosi sostenitori, come Ettore Bonora il quale scrisse...fissati i loro limiti. i Mémoires restano un libro eccezionale, rappresentativo quant'altri mai del mondo settecentesco, un libro che, per la sua stessa ricchezza di materiali quanto pochi altri, può rivelare a un lettore paziente lo spirito della vecchia società che la Rivoluzione doveva distruggere (E.Bonora Letterati, memorialisti e viaggiatori del Settecento). Fonte: T. Iermano, Le scritture della modernità, citato in.  Emblematico a questo riguardo è il caso del romanzo utopistico Icosameron (Praga) che costituì un tale insuccesso editoriale da minare definitivamente la già non florida situazione finanziaria del C.. Malgrado gli sforzi dei volenterosi sottoscrittori, si accumulò una perdita di duemila fiorini, secondo una nota autobiografica rinvenuta a Dux, di ottocento zecchini secondo una lettera a Pietro Antonio Zaguri. Cifre comunque di grande rilievo che costrinsero l'incauto scrittore e improvvisato editore a ricorrere a prestiti usurari, dando in pegno i pochissimi beni residui e perfino capi di vestiario (Fonte: Elio Bartolini Vita di Giacomo C., ed. Mondadori).  Fonte: Elio Bartolini, Vita di Giacomo C.. La redazione della Confutazione fu soltanto uno dei tanti elementi della lunga strategia che condusse all'ottenimento del perdono da parte delle autorità della Repubblica e il consenso al ritorno in patria dell'esule, il che avvenne peraltro anni dopo. La pubblicazione dell'opera fu sicuramente appoggiata da Girolamo Zulian il quale, pur privo di parentele influenti, stava compiendo un percorso politico lusinghiero e attraverso il sostegno a C. si aspettava di ottenere dai patrizi che lo appoggiavano, alcuni dei quali molto influenti come i Memmo e il procuratore Lorenzo Morosini, di essere aiutato a sua volta nel prosieguo della carriera. Zulian era anche vicino ad ambienti massonici il che spiegava ulteriormente il suo agire. Sul gruppo di patrizi che sosteneva le ragioni di C. ed era fautore del perdono si veda Piero Del Negro, Il patriziato veneziano nell'Histoire de ma vie, in L'Histoire de ma vie di Giacomo C.,  Mari Si veda inoltre la lettera di C. a Zulian scritta da Lugano, Epistolario  di Giacomo C.,  Chiara.  Il brano, un ritratto in prosa, fu intitolato dall'autore Aventuros. De Ligne riuscì a cogliere con straordinaria esattezza e rendere con estrema obiettività gli elementi del carattere del C.. Il passo può essere consultato qui (Mémoires et mélanges historiques et littéraires, ed. Ambroise Dupont et C. Parigi).  Su come C. esercitasse il suo fascino sull'uditorio, con il racconto delle sue avventure, vi è una testimonianza assai qualificata, per lo spessore del personaggio, che è stata lasciata da Alessandro Verri il quale, in una lettera al fratello Pietro, inviata da Roma, scrive:...V'è un certo uomo straordinario per le sue avventure, per nome il signor C., Veneziano: egli è attualmente in Roma. Egli ha molto spirito e vivacità; ha viaggiato tutta l'Europa...Fu posto nei camerotti a Venezia...gli riuscì di fuggire...Egli racconta questa dolorosa anecdota della sua vita, successagli quindici anni or sono, con tanto interesse e forza, come se gli fosse accaduta ieri... Alla risposta del fratello, che avanzava dei dubbi sulla veridicità del racconto, Alessandro replicava:...Ultimamente gliel'ho sentita raccontare da lui stesso. Egli ha tutta l'apparenza di dire la verità: scioglie le obiezioni, ed ha un'eloquenza naturale ed ha una forza di passione che v'interessa infinitamente.. Fonte: Riccardo Selvatico Cento note per C. a Venezia, Furio Luccichenti ed. Neri Pozza 1997.  La lettera, datata Dux 8 aprile 1791 è consultabile in: G. C., Storia della mia vita ed. Mondadori 1965, Piero Chiara, vol VII. pag. 340  Alla morte di C., il manoscritto originale dell'Histoire, unitamente a quattro saggi, passò a Carlo Angiolini che nel 1787 aveva sposato Marianna, figlia della sorella di Giacomo, Maria Maddalena. Quest'ultima aveva lasciato Venezia raggiungendo la madre Zanetta a Dresda, dove aveva sposato l'organista di corte Peter August. Il manoscritto e i quattro saggi furono venduti all'editore Brockhaus. Il 18 febbraio, il ministro francese della cultura, Frédéric Mitterrand, ha annunciato l'acquisto del manoscritto dell'Histoire e degli altri carteggi di proprietà di Hubertus Brockaus, da parte della Bibliothèque nationale de France.  Molti studiosi hanno analizzato, parola per parola, l'adattamento operato da Laforgue giungendo alla conclusione che si è trattato di una vera e propria riscrittura. Un'interessante analisi della questione è quella operata da Philippe Sollers (Il mirabile C.). L'autore procede per exempla, indicando il passo com'era stato scritto da C. e la versione di Laforgue, mettendo in luce la raffinatezza e la meticolosità con cui era stata operata la trasformazione (o meglio manomissione) dell'intera biografia, al duplice fine di ammorbidire i passaggi ritenuti troppo licenziosi e modificare l'ideologia dell'autore, attenuando o eliminando le affermazioni che mostravano, ad esempio, l'animosità nei confronti del popolo francese e dei crimini (tali C. li giudicava) di cui si era reso responsabile durante la rivoluzione, cosa diffusa tra molti intellettuali dell'epoca, anche non espressamente conservatori comunque legati al vecchio mondo, (come Vittorio Alfieri, nella Vita scritta da esso e nel Misogallo).  G. C., Storia della mia vita, Mondadori.  A questo proposito de Ligne scrive...le sue memorie, il cui cinismo,tra l'altro, pur essendo il loro più grande pregio, difficilmente le renderà pubblicabili. (C.J. de Ligne, Aneddoti e ritratti),  Illuminante, a questo riguardo, il passo di una lettera inviata da C. a Giovanni Ferdinando Opiz in cui lo scrivente dichiara: Per ciò che riguarda le Mie Memorie, più l'opera va avanti più mi convinco che è fatta per essere bruciata. Da questo potete capire che fin quando saranno in mie mani non verranno certo pubblicate. Sono di una tale natura di non far passare la notte al lettore; ma il cinismo che vi ho messo è tanto spinto che passa i limiti posti dalla convenienza all'indiscrezione (Fonte: Epistolari di Giacomo C., Piero Chiara, ed. Longanesi et C.)  Si veda in Giacomo C. tra Venezia e l'Europa, Gilberto Pizzamiglio, Editore Leo O. Olschki G. C., Storia della mia vita, Mondadori, Piero Chiara/ L'affermazione si legge nella prefazione dell'Histoire (Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Texte intégral du manuscrit original,....Ed. Laffont). Quindi la scelta sarebbe stata orientata soltanto dalla possibilità di maggiore diffusione dell'opera. Ma il pensiero dell'autore viene chiarito, ampliato e approfondito nella cosiddetta “Prefazione rifiutata” (Pensieri libertini, F. Di Trocchio), C. dice Ho scritto in francese, perché nel paese dove mi trovo, questa lingua è più conosciuta di quella italiana; perché, non essendo la mia un'opera scientifica, preferisco i lettori francesi a quelli italiani; e perché lo spirito francese è più tollerante di quello italiano, più illuminato nella conoscenza del cuore umano e più rotto alle vicissitudini della vita. Come si vede, la scelta andava ben al di là di un problema di diffusione.  Stendhal fa, nella sua opera, numerosi riferimenti a C. e all'Histoire cfr. Promenades dans Rome, Paris, Levy/ Sul punto si veda anche Furio Luccichenti Il casanovismo fra Ottocento e Novecento in L'histoire de ma vie di Giacomo C., Michele Mari cit. in bibl. pag. 383.  Foscolo, durante il soggiorno londinese, recensiva opere di autori italiani. A proposito dell'Histoire casanoviana scrisse, in due diverse occasioni (sulla Westminster review dell'aprile 1827 e sulla Edinburgh review del giugno dello stesso anno), che il protagonista era di pura fantasia e le vicende narrate completamente inventate.  Balzac si ispirò largamente alle Memorie casanoviane utilizzando personaggi, nomi ed episodi per l'ambientazione veneziana delle sue opere, come nel caso di Facino Cane o per desumere spunti narrativi, come nel caso di Sarrasine. Sul punto si veda Raffaele de Cesare Balzac e Manzoni e altri studi su Balzac e l'Italia, Mondadori. Molte parti del libro, comprese le pagine indicate con relativa note, sono consultabili on line. Sempre sui collegamenti tra l'opera casanoviana e Sarrasine si veda L'histoire de ma vie di Giacomo C., Michele Mari, cit. in bibl. pag. 95 nota 5 con rimando a J.R. Childs, C.. Biographie nouvelle, pag. 64. Ed. Jean-Jacques Pauvert, Paris 1962  Hofmannstahl nel 1898 è a Venezia e scrive al padre:..mi sono comprato le Memorie di C. dove spero di trovare un soggetto. Il soggetto fu il C. stesso, rappresentato nella commedia L'avventuriero e la cantante (Fonte: L'avventuriero e la cantante con postfazione di Enrico Groppali, ed. SE).  Schnitzler scrisse varie opere ispirate alla vita dell'avventuriero, tra cui Le sorelle ovvero C. a Spa (ed. Einaudi) e Il ritorno di C. (ed. Adelphi).  Hesse scrisse il racconto La conversione di C. (ed. Guanda).  Márai scrive il romanzo La recita di Bolzano (ed. Adelphi), pubblicato a Budapest, che ha come protagonista l'avventuriero veneziano.  Salvatore di Giacomo "C. a Napoli" in Nuova antologia. CROCE (vedasi), Aneddoti di varia letteratura", Napoli. Di un cantastorie del Settecento e di un luogo delle Memorie di Giacomo C." opera il cui autografo di sei pagine è andato all'asta a Milano. Chiara cura per Mondadori l’edizione italiana basata sul manoscritto originale delle Memorie, scrisse un saggio Il vero C., Mursia e molti articoli sull'argomento.  Scrive C. in una lettera all'Opiz Scrivo dall'alba alla sera e posso assicurarvi che scrivo anche dormendo, perché sogno sempre di scrivere. (Fonte: Piero Chiara Il vero C., Mursia).  Tra le altre si veda Margherita Sarfatti, C. contro Don Giovanni, ed. Mondadori, citata in.  La tesi è esposta in modo articolato da Francis Lacassin (Jacques C. de SeingaltHistoire de ma vie. Ed. Robert Laffont, I, Préface).  Di questo avviso Piermario Vescovo (Il mondo di Giacomo C., ed. Marsilio 1998, citato in bibl.). Un'analisi particolarmente approfondita si deve ad Andrea Fabiano il quale esamina, in dieci tesi, tutti i motivi che rendono probabile la partecipazione (Giacomo C. tra Venezia e l'Europa, G. Pizzamiglio, ed. Olschki). In sostanza è stato osservato che Da Ponte e C. si conoscevano e frequentavano, che C. era certamente presente a Praga nei giorni che precedettero la prima, che sia lui che Mozart erano massoni, che una serie d'incidenti aveva procrastinato la rappresentazione, costringendo a varie modifiche del testo per manifesta insoddisfazione di alcuni cantanti, che C. era stato sempre molto vicino per gusti e frequentazioni al mondo teatrale e autore egli stesso di opere di teatro quindi perfettamente in grado di apportare le modifiche necessarie. Inoltre sembra assai improbabile che, rientrato a Dux, si mettesse a ipotizzare varianti al testo del libretto per puro passatempo.  Sull’argomento si veda lo studio di Furio Luccichenti, in L'intermédiaire des casanovistes, Genève Année. In cui vengono minuziosamente riferite le ricerche effettuate, senza esito, nell'Archivio vaticano. Lettere a G.C. raccolte da Aldo Ravà, Il mondo di Giacomo C., Venezia, Marsilio, C., la passion de la liberté, Parigi, Coédition Bibliothèque nationale de France / Seuil, Robert Abirached, C. o la dissipazione, Palermo, Sellerio, Louis Jean André, Memoires de l'Academie des sciences, agriculture, arts et belles lettres d'Aix. Tome 6. Aspects du XVIIIe siecle aixois, Aix-en-Provence, Ed. Académie d'Aix, Maurice Andrieux, Venise au temps de C., Paris, Hachette, Archi, I giorni mantovani di Giacomo C., Mantova, Sometti, Luigi Baccolo, C. e i suoi amici, Milano, Sugar, Luigi Baccolo, Vita di C., Milano, Rusconi, Orazio Bagnasco, Vetro, Milano, Mondadori, Elio Bartolini, C. dalla felicità alla morte, Milano, Mondadori, Elio Bartolini, Vita di Giacomo C., Milano, Mondadori, Bergreen, C., The World of a Seductive Genius, New York, Simon et Schuster, Alberto Boatto, C. e Venezia, Bari, Laterza, Virgilio Boccardi, C.. La Venezia segreta, Venezia, Filippi editore, Virgilio Boccardi, C.. La fine del mio mondo, Treviso, Canova editore,  Ettore Bonora, Letterati memorialisti e viaggiatori del Settecento, Napoli, Riccardo Ricciardi, Annibale Bozzòla, C. illuminista, Modena, Editrice modenese, Bozzolato, C.: Uno storico alla ventura. Istoria delle turbolenze della Polonia, Padova, Marsilio, Bozzolato, Proposta per una revisione storiografica: Giacomo C., Bari, Dedalo, Giampiero BozzolatoBoranga, Nuovi contributi agli studi casanoviani, Bari, Dedalo, Brunelli, Un'amica del C., Palermo, Sandron, Bruno Brunelli, Figurine padovane nelle Memorie di Giacomo C., Padova, Penada, Bruno Brunelli, Vita di Giacomo C. dopo le sue memorie (edizione postuma Furio Luccichenti), Roma, Intermédiaire des casanovistes,Cagli, Giacomo C. e la medicina del suo tempo, Roma, Armando Editore,Silvio Calzolari, C. Vita, Amori, Mistero di un libertino veneziano, Milano, Luni Editrice,  Bruno Capaci, Le impressioni delle cose meravigliose. Giacomo C. e la redenzione imperfetta della scrittura, Venezia, Marsilio, Capaci, Simeoni, Giacomo C.: una biografia intellettuale e romanzesca, Napoli, Liguori, Carcassi, C., anatomia di un personaggio, Sassari, Carlo Delfino, Celi, Santangelo, C. per giovani italiani, POMBA, Giuseppe Cengiarotti, Gli ultimi anni di Giacomo C. in Boemia. Note storich, Firenze, Atheneum, Ivo Cerman, Susan Reynolds, Diego Lucci, C. einlightment philosopher, Oxford,  Piero Chiara, Il vero C., Milano, Mursia, Ciliberto, Biblioteca laica. Il pensiero libero dell'Italia moderna (Giacomo C.), Bari, Laterza, Giovanni Comisso, Agenti segreti di Venezia, Milano, Bompiani, A. Compigny des Bordes, C. et la marquise d'Urfé: la plus curieuse aventure galante du XVIII siècle: d'après les mémoires et des documents d'archives inédits: Paris, Librairie ancienne H. Champion, E. Champion, Dominique Cornez-Joly, La Venise de C.: Itinéraires d’aujourd’hui dans la ville d’autrefois, Venezia, Lineadacqua, Stefano Cosma, Il castello di Spessa a Capriva del Friuli, una lunga vacanza di Giacomo C., Mariano del Friuli, Edizioni della Laguna, Benedetto Croce, Personaggi casanoviani in Aneddoti e profili settecenteschi, Palermo, Sandron, Carlo Curiel, Gustavo Gugitz; Aldo Ravà, Patrizi e avventurieri, dame e ballerine in cento lettere inedite o poco note, Milano, Corbaccio, Carlo Curiel, Trieste settecentesca, Palermo, Sandron, Cvetaeva, Phoenix, Milano, Archinto, Lorenzo Da Ponte, Memorie, Milano, Garzanti, Damerini, C. a Venezia, Torino, ILTE,Alessandro D'Ancona, Viaggiatori e avventurieri, Firenze, Sansoni, Alessandro D'Ancona, Casanoviana, Roma, Crescenzi Allendorf, Charles Joseph de Ligne, Aneddoti e ritratti, Palermo, Sellerio,  Michel Delon, Album C.. Iconographie commentée, Parigi, Gallimard, Delon, Michèle Sajous D'Oria, C. à Venise des mots et des images, Venezia, Lineadacqua, Michel Delon, C.. Histoire de sa vie, Parigi, Gallimard, Federico Di Trocchio, Romano Forleo, C. e le ostetriche, Torino, Centro scientifico, M. A. Fabbri Dall'Oglio, A. Fortis, Il gastronomo errante Giacomo C., Roma, Ricciardi et Associati, Stefano Feroci, Sulle orme di C. nel Granducato di Toscana, Signa, Masso delle Fate Edizioni,  Feroci,  Vibrac, Une promenade à Paris avec Giacomo C., Fiesole, Duepi, Giorgio Ficara, C. e la malinconia, Torino, Einaudi, Lydia Flem, C.. L'uomo che amava le donne, davvero, Roma, Fazi, Louis Furnberg, Mozart e C., Palermo, Sellerio, Gervaso, C., Milano, Rizzoli, Cinzia Giorgio, Storia Erotica d'Italia, Roma, Newton Compton, Luca Goldoni, C. romantica spia, Milano, Rizzoli,  Kathleen Ann González, A Venezia con C. (edizione italiana Adriano Contini e Tiziana Businaro), Venezia, Supernova, Herman Hesse, La conversione di C., Milano, Guanda, Gert Hofmann, C. e l'attrice, Parma, Guanda, Hugo von Hofmannsthal, L'avventuriero e la cantante, Milano, Toni Iermano, Le scritture della modernità, Napoli, Liguori, Isenberg, Memmo, mon cher frére, Treviso, Elzeviro,  Joseph Le Gras, C., Napoli, S/A Cooperativa Editrice Libraria, Marco Leeflang, Utrecht, Marie-Françoise Luna, Grenoble, Trampus, Trieste, Lettres de Francesca Buschini à G. C., Mainardi, Il demone di C., Roma, Tre editori, Mainardi, C. l'ultimo mistero, Roma, Tre editori, Michele Mari, L'histoire de ma vie di Giacomo C., Dip. di Filologia Moderna, Letteratura italiana. Quaderni di Acme, Milano, Cisalpino, Jacques Marsan, Sui passi di C. a Venezia, Milano, Idealibri, Achille Mascheroni, C., liturgia della seduzione, Milano, Greco et Greco, Meucci, C. finanziere, Milano, Mondadori, Andrei Miller, C. innamorato, Milano, Bompiani, Pompeo Molmenti, Epistolari veneziani del secolo XVIII, Palermo, Sandron, Pompeo Molmenti, Carteggi casanoviani. Vol I, Lettere di G. C. e di altri a lui. Palermo, Sandron, Pompeo Molmenti, Carteggi casanoviani. Vol II, Lettere del patrizio Zaguri a G.C.. Palermo, Sandron, 1918. Federico Montecuccoli degli ErriCammei casanoviani. Ginevra 2006. Roberto Musì, Francesco Musì, Bernardino de Bernardis, Vescovo calabrese europeo, Cosenza, Luigi Pellegrini, Giacomo Nanni, C.: histoire de ma fuite, Parigi, Ed. de l'Olivier, Cornélius, Vittorio Orsenigo  A Giacomo C.. 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Luccichenti (Roma), M.F. Luna (Grenoble), E. Straub (Berlino), A. Trampus (Trieste), T. Vitelli (Salt Lake City), H. Watzlawick (Vernier). Casanoviana. Rivista internazionale di studi casanoviani, Trampus, Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati, Università Ca' Foscari Venezia, Ca' Bembo.  Libertino (personaggio) Storia della mia fuga dai Piombi Manon Balletti Silvia Balletti Matteo Bragadin Francesco C. Gaetano C. Giovanni Battista C. François-Joachim de Pierre de Bernis Zanetta Farussi Grimani Charles Joseph de Ligne Andrea Memmo Louise O'Murphy Giustiniana Wynne Pietro Antonio Zaguri TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Giacomo C., in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Giacomo C., su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera. Giacomo C., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Giacomo C., su The Encyclopedia of Science Fiction. Giacomo C., su Find a Grave.  Opere di Giacomo C., su Liber Liber.  Opere di Giacomo C., su openMLOL, Horizons Unlimited srl.  Opere di Giacomo C., su Progetto Gutenberg. Audiolibri di Giacomo C., su LibriVox.  di Giacomo C., su Internet Speculative Fiction Database, Al von Ruff. Giacomo C., su Internet Movie Database, IMDb.com.   Manoscritto originale dell'Histoire de ma vie su Gallica, su gallica.bnf.fr.  Sito della BNF con notizie sul manoscritto e iconografia, su expositions.bnf.fr.  Testo dell'Histoire de ma vie edizione 1880, su www-syscom.univ-mlv.fr.Testo dell'Histoire de ma vie edizione integrale in inglese, su hot.ee. Filosofi italiani. Aspetti poco noti della vita di C. vengono portati alla luce della recente consultazione dei documenti inediti custodii nell'archivio storico Waldstein a Praga. Emergono cosi' nuove testimonianze che non solo confermano il suo straordinario fascino esercitato sulle donne ma rivelano anche che il libertino veneziano ebbe in incontri sessuali con uomini. Ad esempio si cita i ripetuti rapporti con un uomo in maschera con cui fa un esplicito giocco erotico. Partendo da verifiche sull'opera autobiografica ''Storia della mia vita'', in cui descrive, con la massima franchezza, le sue avventure, i suoi viaggi e i suoi innumerevoli incontri galanti. Si ipotizza che ha rapporti sessuali (o 'conversazioni') con almeno una ventina di uomini. La prima testimonianza di un rapporto sarebbe legata alla sua adolescenza, quando, in seminario, dove studia per diventare prete, fu scoperto a letto con un uomo, cosa che costa a C. l'espulsione del seminario. Ma il numero di uomini con cui C. e' stato a letto non e' significativo. E' molto piu' importante sottolineare il *modo* in cui C. racconta le sue avventure sessuali con un uomo. E' il primo a sottolineare la qualita' del godimento, ad affermare l'idea che la comprensione del sesso e' la chiave per una comprensione di se'. Oggi, dopo oltre un secolo di dottrina psicoanalitica freudiana, cio' puo' apparire normale, ma nel secolo XVIII non lo era affatto. E questo e' un grande merito di C.. L’ultimo amore di C.: Una grande storia d'amorebooks.google.com › books· Bertolini · FOUND INSIDE ai tempi di Padova e ai giorni delle lezioni dell'abate Gozzi, che l'aveva istruito con amore per avviarlo al sacerdozio, e con un po' più di passione e di attenzione se lo era portato a letto per iniziarlo alla pratica omosessuale che C. si... – Grice: “Casanova was what I regard as a philosopher of sex. He fell for Bellino, an alleged castrato. In bed with  him, Bellino tells him that his name was Teresa and that her penis was an artificial phallus. Bellino had died years before but people wanted a castrato, not a girl with a girl’s voice – and she added that working on the side as a harlot, she found that most clients rather she be a ‘he’!” -- Grice: “His first experience was with a Venetian nobleman; his second one cost him the expulsion from the seminary – Altham alleges he (Casanova, not Altham) slept with “at least” twenty males!” – Grice: “Altham’s favourite is the description of the ‘erotical game’ as masked in Venice -- Giacomo Casanova. Keywords. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Casanova: conversazione sessuale, conversazione e conversazione” – The Swimming-Pool Library. Casanova.

 

Luigi Speranza -- Grice e Casati: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’Eurialo -- ovvero, dell’amicizia – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like Casati; he is from Milano, and therefore, as the Italians say, intelligent! – or ‘clever’” – His dissertation is on ‘shadow’ as used by Plato to explain that there’s ‘man,’ and “man” and the idea of “man,” so the thing is the thing, but the idea stands for the thing, and the expression stands for the thing that stands for the thing! But he has also explored ‘amicizia’, as in the case of Oreste’s alter ego, ‘Pilade,’ – also into the philosophy of sports – in sum, a typical Renaissance man of a philosopher, as he should!”  Studia a Milano con Bonomi. Pubblica la raccolta di racconti filosofici Il caso Wassermann e altri incidenti metafisici (Laterza).  Si occupa di fenomenologia dello spazio e degli oggetti. Analizzato la rappresentazione di questi due elementi secondo il senso comune. Buchi e altre superficialità (Garzanti), e Semplicità insormontabili (Laterza).  Buchi e altre superficialità è un tentativo di analizzare i diversi tipi di buco, superando il paradosso di classificare un elemento che evoca l'assenza, il vuoto e il nulla. Utilizza strumenti di filosofia della percezione, geometria, logica e topologia, ma anche linguistica e letteratura. Un esperimento epistemologico che dimostra come l'esperienza e il linguaggio quotidiani si trasformino quando diventano oggetto di un'indagine filosofica e di una formalizzazione scientifica. Un concetto che sembra semplice, di uso quotidiano, diventa sfuggente e ambiguo.  Tra i suoi principali contributi si annoverano la teoria della filosofia come arte del negoziato concettuale; la teoria 'conversazionale' degli artefatti. Tra i contributi alla metafisica analitica: la teoria dei suoni come eventi localizzati,  la regione spaziale immateriale, la struttura parte/intero totto -- -- nel dominio degli oggetti materiali, la teoria del futuro "strizzato"  nella metafisica del tempo (cf. Grice/Myro). Studia il fenomeno percettivo delle ombre e il loro contributo alla ricostruzione delle scene tridimensionali grazie alla scoperta di doppie dissociazioni nella rappresentazione delle ombre (ombre corrette che appaiono sbagliate, ombre sbagliate che appaiono corrette), scoprendo o prevedendo svariate illusioni percettive (l'illusione "copycat", l'illusione di Lippi, l'illusione della doppia ombra, la cattura delle ombre, le ombre delle ombre, il mascheramento delle ombre, le ombre di oggetti non materiali). Una parte della sua ricerca ha riguardato il modo in cui l'ombra è stata rappresentata nella pittura ed è stata usata per il ragionamento geometrico, in particolare in astronomia (La scoperta dell'ombra). Un'altra linea di ricerca riguarda gli artefatti cognitivi. I risultati principali in questo settore sono la prima e finora unica semantica formale per le mappe, una sintassi e una semantica per la notazione musicale standard, la teoria dei "micro crediti" nelle pubblicazioni scientifiche, e una teoria generale dei vantaggi cognitivi degli artefatti rappresentativi. Autore di un progettodenominato Wikilexper l'uso di strumenti wiki nella scrittura normativa, in un contesto di democrazia partecipata.  La sua Prima Lezione di filosofia difende una concezione della filosofia come arte del negoziato concettuale. Da questa tesi discende che la filosofia è molto diffusa nella società e nella scienza anche al di fuori dell'ambito accademico che le è proprio, che non esistono problemi filosofici fuori dal tempo e dalla storia, che non c'è un canone filosofico né un modo canonico di insegnare la filosofia. Altre opere: “L'immagine. Introduzione ai problemi filosofici della rappresentazione, La Nuova Italia); Buchi e altre superficialità, Garzanti); La scoperta dell'ombra, Arnoldo Mondadori Editore, Laterza); Semplicità insormontabili: 39 storie filosofiche (Laterza); Il caso Wassermann e altri incidenti metafisici, Laterza); Il pianeta dove scomparivano le cose. Esercizi di immaginazione filosofica (Einaudi); Prima lezione di filosofia, Laterza); Contro il colonialismo digitale: istruzioni per continuare a leggere, Laterza);  Dov'è il sole di notte? Lezioni atipiche di astronomia, Raffaello Cortina); L'incertezza elettorale, Aracne Editrice); Semplicemente diaboliche. 100 nuove storie filosofiche, Laterza); La lezione del freddo, Einaudi). Isola di Arturo-Elsa Morante. Stramaledettamente logico. ELEMENTI DI UNA TEORIA DELL' IMMAGINE. L'IMMAGINE COME OGGETTO MATERIALE. Paradigma e definizione. Materialità e causalità. Soggettività e realismo. L'OGGETTO DELLA VISTA E L'OGGETTO VISIVO. Le caratteristiche del mondo visivo. L'oggetto visivo. Ombra. Casi limite: trasparenza, riflesso, specchio. Vedere un oggetti materiali: la nozione di aspetto.Vedere una cosa muovendosi. Sguardo. IMMAGINE E PERCEZIONE DELL' IMMAGINE. L'immagini come medio percettivio. Aspetto ed immagine. L'Illusorio, il pre-sentativo, realismo. Le forme del realismo e il problema dello spettatore. Intenzione, convenzione, somiglianza. In favore della teoria della somiglianza   Somiglianza e rappresentazione. Alcuni casi limite. Contro la teoria della somiglianza. La complessità della percezione dell'immagine. Immagine ed im- maginazione. Vedere-come, vedere-in. LO SPAZIO NELL' IMMAGINE. Vivere nell'immagine. Direttrice, orizzonte, visione canonica e scorciatura. La continuità degli spazi. Punti di vista da nessun luogo. QUADRO E SCENA. Patologia dell'immagine: l'immaginazione e la storie percettiva. L'INDICALITÀ E IL PROBLEMA DELL'AUTO-RITRATTO. Dizionario iconografico. Quadro ed eticheta. Indicali. Verso una soluzione: lo specchio nel quadro. Alcuni esempi. Quadro nel quadro. L'IMMAGINE NELL' IMMAGINE. Contesto di interpretazione. Iterazione. Scena e immaginatori. Credenza iterata. Cornice e finestra. Cornice ed aspetto. Relazioni causali. Iterazione ridondante. I CONFINI DELL' IMMAGINE. Il Paradosso del vedere. L'implicatura di Escher e il fondamento della rappresentazione. L'implicatura di Magritte: rappresentare e immaginare. PROBLEMI APERTI. Gerarchia concettuale e gerarchia estetica. IL PRIMATO DELLA RAPPRESENTAZIONE. L'annullamento dell'immagine nella materialità. La geometria dell'espressione. La dissoluzione della rappresentazione. Lo Stilo rappresentativo. Forma e contenuto; tema e mezzi di esplicitazione. L'IMMAGINE E IL SEGNO. La metafora euristica del segno e la comunicazione. Critica. Riferimento e generalità.  La teoria che Grice e Casati propongono può chiamarsi teoria meta-cognitiva dello spunto per la conversazione -- ma ‘conversazione’ è qui un segna-posto per candidati alternativi. La teoria di Grice e C. sostiene che un artefatto (segno artificiale, non-naturale -- 'che p') e un oggetto prodotto con lo scopo precipuo essere ri-conosciuto come emesso in base all’intenzione di profferire una espressione che... – dove si può immaginare vari modi di riempire lo spazio lasciato vuoto dai puntini di sospensione. Un modo di riempire lo spazio vuoto è il seguente. Una emissione conversazionale è un oggetto con lo scopo precipuo di essere riconosciuti come creati in base all’intenzione di creare un oggetto che servisse a suscitare una qualche conversazione sulla loro produzione. Cominciamo con lo sgombrare il campo da possibili equivoci. Un’obiezione semplice è che “molte cose vengono create con lo scopo di suscitare una conversazione, e queste non sono opere d’arte, come per esempio la produzione di gesti che conducono alla disseminazione di pettegolezzi, o affermazioni roboanti sulla stampa”. L’obiezione non coglie nel segno in quanto la teoria metacognitiva dello spunto conversazionale non dice che le opere d’arte vengono create con l’intenzione di suscitare una conversazione. Di fatto la teoria è compatibile con l’ipotesi che le opere d’arte non vengano create con l’intenzione di suscitare una conversazione. L’intenzione pertinente è un’altra: è l’intenzione di creare oggetti che vengano riconosciuti (per esempio, in virtù di certe caratteristiche fisiche) come creati allo scopo di suscitare una conversazione. È irrilevante per la soddisfazione di questa intenzione se vi sia un’intenzione di suscitare una conversazione, o se una conversazione venga poi effettivamente suscitata 4. Vediamo subito anche alcune conseguenze immediate, tenendo presente il fatto che i due competitori diretti della teoria sono la teoria della comunicazione e quella dell’intenzione artistica, laddove la prima compete sull’aspetto sociale, e la seconda in quanto teoria intenzionale. Secondo la teoria metacognitiva dello spunto conversazionale i prodotti artistici non servono per una “comunicazione” semplice tra l’artista e il pubblico – non sono latori di “messaggi” nel senso della teoria della comunicazione. Sono piuttosto oggetti che hanno un legame preciso con l’attenzione, che devono attrarre (quindi, anche se sono oggetti utilitari, devono far coesistere questo fatto con una sovrapposizione di altri elementi che vanno al di là dell’uso), il tutto all’interno di un contesto sociale in cui potrebbero venir usati come oggetto di discussione in quanto sono riconosciuti come tali. Questa ipotesi permette di inquadrare alcuni dei fatti poc’anzi elencati. Va notato che la teoria non dice che l’artista debba creare l’opera sulla base della formulazione di un’intenzione di inserirsi in una conversazione specifica (che è molto probabilmente quella comune nella sua epoca), ma dice piuttosto che l’opera deve essere in grado di esser vista come creata allo scopo di inserirsi in una conversazione qualsiasi. Questo fatto impone dei vincoli importanti sulla struttura delle opere d’arte. Si tratta di oggetti che devono portare dei segni chiari dell’intenzione che li ha animati. La teoria metacognitiva sembra tagliata su misura per performances artistiche come le opere di Duchamp. In realtà se la teoria è vera certe opere d’arte sono particolarmente interessanti proprio perché rendono espliciti gli aspetti impliciti di tutte le opere d’arte. La teoria spiega perché i prodotti artistici riescono a sopravvivere al tempo (se ci si pensa bene, questa sopravvivenza è un fatto molto strano, e comunque poco compatibile con l’idea che i prodotti artistici contengano un messaggio.)5 Passano il test del tempo perché la capacità di essere riconosciuti come creati allo scopo di suscitare una conversazione non dipende dalle contingenze specifiche di questa o quella conversazione, ma dai parametri generici che regolano la nostra capacità di inserirci in una conversazione, di generarla, di mantenerla. Anche quando non è più possibile conoscere i termini della conversazione in cui il prodotto avrebbe inizialmente dovuto inserirsi come stimolo, resta comunque la possibilità di recuperare il prodotto all’interno di una nuova conversazione. In modo simile, le teoria spiega perché le opere d’arte passano il test dello spazio, ovvero possono venir apprezzate da comunità che sono distanti dalla comunità originale del creatore. La teoria spiega perché i prodotti artistici hanno l’aspetto che hanno. I prodotti artistici devono risolvere svariati problemi - massimizzare la novità - attrarre l’attenzione (essere sufficientemente differenti da artefatti utilitari) - essere sufficientemente complessi (per via della loro forma apparente, o per via della storia della loro origine) da massimizzare la possibilità di venir utilizzati come spunti di conversazione in quanto li si è riconosciuti come tali. La teoria spiega le fluttuazioni di valore estetico ed economico dei prodotti artistici. Non basta avere delle buone qualità per essere un buono spunto di conversazione: deve anche esserci una conversazione per cui tale qualità può venir rilevata. La teoria spiega perché i prodotti artistici sopravvivono, sono soggetti a effetti di moda, e muoiono (laddove la maggior parte delle latre teorie impone cesure irriconciliabili tra grande arte e arte demotica). La teoria conversazionale spiega l'origine dell'arte e degli artefatti artistici. L’arte non è stata inventata. Le opere d'arte sono state scoperte, nel senso che si è visto che certi artefatti erano produttori di interazioni sociali e davano al loro autore un credito che questi poteva riutilizzare in altre produzioni. Solo in seguito si è cristallizzata l’intenzione di produrre oggetti che soddisfassero certi requisiti. La teoria spiega perché gli oggetti utilitari possano essere opere d'arte (come nel caso dell'architettura, che alcune estetiche puriste cercano di espungere dal novero dell'arte.) Riprendo nel seguito ed espando alcuni elementi da C. Spiega l'esistenza di gradi di artisticità, e del perché certe cose siano considerate arte da alcuni, non arte da altri (sono predicati estrinseci con un fondamento nel lavoro che l'artista ha profuso per rendere un certo oggetto massimalmente “conversazionabile”). La teoria spiega perché gli artisti amano parlare del loro lavoro e corredarlo di spiegazioni (questo è particolarmente arduo da spiegare in una teoria della comunicazione o dell’espressione). La teoria spiega perché i quadri hanno le etichette e i pezzi di musica dei titoli. La teoria spiega perché le opere d’arte vengono acquistate senza alcun riguardo per l’autore, come inviti alla conversazione scollegati dalla persona dell’autore. La teoria è compatibile con svariate strategie che possono venir messe in atto dagli artisti perché l’intenzioe che è alla base dell’opera vada a buon fine: sospensione delle routines (Bullot), esposizione in spazi privilegiati, ecc. Per finire, dato che la teoria ipotizza che gli artisti producano con un occhio di riguardo alle possibili conversazioni sulla loro opera, questo permette di risolvere, in modo del tutto immediato, il problema dell’unità del genere opera d’arte. Le opere d’arte sono oggetti creati con lo scopo precipuo di rendere possibile una conversazione. La clausola principale è metarappresentazionale: l’autore deve avere un’intenzione appropriata di creare un’opera che sia riconoscibile come... La clausola esclude casi in cui certi artefatti siano di fatto moneta per lo scambio conversazionale, come le teorie matematiche, senza essere opere d’arte. Dove interviene lo studio della cognizione nella teoria conversazionale? Nel fatto che non tutti i soggetti sono riconoscibili come creati allo scopo di fornire spunti per la conversazione. Studiare i vincoli normativi sul successo dell’intenzione meta-conversazionale permetterà di fare interessanti predizioni empiriche sul contentuto e la forma degli artefatti astistici. Un progetto di ricerca, una antropologia della visita museale, potrebbe essere un primo passo in questa direzione. Che cosa dice chi passa davanti a un quadro in un museo? Conclusione La teoria metacognitiva dello spunto conversazionale rappresenta un’ipotesi che cerca di rendere giustizia dell’unità delle nostre intuizioni su che cosa è un’oggetto artistico di fronte all’estrema varietà degli oggetti artistici e all’estrema varietà delle risposte che tali oggetti suscitano. Anche se è una teoria che si situa nella regione della dipendenza della risposta, non non è una teoria della riposta estetica – le risposte estetiche sono un tipo di risposte agli oggetti artistici, e si applicano anche a oggetti non artistici. Non è quindi una teoria del bello, come del resto ci si dovrebbe aspettare di fronte al fatto che i giudizi estetici possono variare a fronte del 19 riconoscimento che quello che alcuni giudicano bello e altri brutto resta un’opera d’arte. Un altro fattore importante di questa teoria è che considera le opere d’arte come oggetti creati con una funzione specifica, e la cui forma dipende da questa funzione; una funzione che richiede un’intuizione di controllo il cui contenuto è sociale e metacognitivo. Anche se la teoria metacognitiva non non è certamente l’ultima parola su che cosa fa di un certo oggetto un’opera d’arte, si tratta di un’ipotesi che mi sembra sufficientemente articolata per fare predizioni empiriche precise (per esempio, riconoscere un oggetto come opera d’arte attiverebbe aree cerebrali deputate alla cognizione sociale). Queste predizioni non sono però al momento inquadrate in un’ipotesi comprensiva dei meccanismi soggiacenti: si potrebbe certo sostenere che esiste uno pseudo-modulo per le intuizioni artistiche che recluta componenti sociali e componenti percettive. Tuttavia la struttura e la natura degli pseudo-moduli richiede una considerazione metodologica a sé stante. Casati, R.,“L'unità del genere opera d'arte. Rivista di Estetica. Formaggio. L'arte come idea e come esperienza. Milano: Mondadori. Zeri, F., intervistato su La repubblica. Rome’s national epic displays a tendency to treat sex and love. The pair of Trojan warriors Nisus and Euryalus are cast in the roles of erastes and eromenos. Virgil’s narrative of the two valorous young Trojans has, of course, various thematic functions and will have resonated in various ways for a roman readiership. Here I focus on only one aspect of the narrative, namely the eroticization of their relationship, in he interests of esplong wha this text might suggest about the pre-conceptions of its Roman readership. See Makowski for an overview of ancient and modern views of the pair, along with arguments for describing them as erastes and eromenos on the Greek model (Makowski finds particular parallels with Plato’s Symposium). For literary discussions of Nisus and Euryalus that take as their starting point the erotic nature of their relationship see Williams, Lyne, and Hardie). Bellincioni, ‘Eurrialo’ in Enciclopedia Virgiliana (Roma), observing that Virgil has added tdhe motif of their friendship to his Homeric models summarses thus: “L’AMORE CHE UNISCE EURIALO E NISO E UN SENTIMENTO INTERMEDIO FRA L’AMCIZIA E LA PASSIONE PUR NELLA SUA PUREZZA, TENDE ALL’EROS. COMNQUE E PASSIONE CHE SI PONE FINE A SE STESSA E NON SI SUBIRDINA A PRINCIPI MORALI, COME LA SLEALTA SPORTIVA DI NISO NEL 5o CHIARAMENTE DIMOSTRA. Bellincione cites Colant, ‘Le’peisode de Niuses et Euryale ou le poeme de l’amitie, LEC, 19, 89-100. IThe pair of Trojan warriors Nisus and Euryalus are cast in the roles of erastes and eromaneos. Virgil’s narrative of the two valourus young Trojans has, of course, various thematic functions and will have resonated in various ways of a Roman readership. Here I focus on only one aspect of the narrative, namely the eroticiation of their relation Niso ed Eurialo are first introduced in the funeral games in Book 5. ‘Nisus et Euryalus primi, Eurialus forma insignis viridique iuventa, Nisus ammore pio pueri’ (Vir. Aen.). ‘First came Nisus and Euryalus: Euryalus outstanding for his beauty and fresh yourhfulness, Nisus for his deveted love for the boy’. During the ensuing footrace, Nisus indulges ia a questionably bit of gallantry: starting off in first place, he slips and falls in the blook of sacrificed heifers, then deliberately trips the man who was in second place, in order the Euryalus may come up from behind an win first place. Non tamen Euryali, non ille oblitus amorum (Vir. Aen. -- ‘He was not forgetful of his love Euryalus, not he! (The plural AMORES is ordinarily used of one’s sexual partner, one’s LOVE in that sense 0- Liddell Scott ic. Virgil himself uses the word in the plural to refer to a bull’s mate at Georgics. Indeed, Servius, ad Aen. writing in a different cultural climate, was worried by precisely thiat fact, observing that OBLITUS AMORUM AMARE NEC SUPRA DICTIS CONGRUE: AIT ENIM AMORE PIO PUERI, NUNC AMORUM, QUI PLURALITER NON NISI TURPITUDINEM SSIGNIFICANT. Virgil’s phrase, OBLITUS AMORUM contradicts his earlier AMORE PIO PUERI because AMORES in the plural ‘can only SIGNIFY SOMETHING DISGRACEFUL’ Whereas the description of Nisus’s love for the boy as PIUS apparently precludes, for Servius, PHYSICALITY. ‘ The two Trojans reappear in a celebrated episode from Book 9, when they leave the camp at night in an effort to break through enemy lines and reach Aeneas. They succeed in killing a number of Italian warriors, ut eventually are themselves both killed. Euryalus first and then his companion, who, after being morally wounded, flings himself upon Euryalus’s body. The episode beings with this description of the pair. Nisus erat portae custos, acerrimus armis, Hyrtacides, comitem Aenea quem miserat Ida venatrix iaculo celerem levibusque sagittis; et iuxta comes Euryalus, quo pulchrior alter non fuit Aenaedum Troiana neque induit arma, ora puer prima signans intonsa iuventa. His amor unus erat pariterque in bella ruebant. Vir. Aen. Nisus, son of Hyrtacus was the guard of the gate, a most fierce warrior, swift with the javeling and with nimble arrows, sent by Ida the huntress to accompany Aeneas. And next to him was his companion Euryalus. None of Aeneas’s followers, none who had shouldered Trojan weapons, was more beautiful: a boy at the beginning of youth, displaying a face unshaven. These two shared one love, and rushed into the fightin side by side. Virgil’s wording is decorous but the emphaisis on Euryalus’s youthful beauty and particularly the absence of a beard on his fresh young face, as well as the comment that the THWO SHARED ONE LOVE and fought side by side – imagery that is repeated from the scene in Book 5 and is continued throughout the episode in Book 9 – is noteworth  For Euryalus’s youth, cf. 217, 276 (puer) and especially the evocation of his beauty even in death (433-7, language which recalls the erotic imagiery of CATULLUS and Sappho – Lyne,  For their INSEPARABILITY, cf. 203: TECUM TALIA GESSI and 244-5 (VIDIMUS … VENATU ADSIDUO. Note: NEVE HAEC NOSTRIS SPECTENTUSR AB ANNIS QUAE FERIMUS, 235-6, CONSPEXIMUS. 237. how Nisus gallantly presents his plan to the assembled troops NOT AS HIS OWN Bt as his AND EURYALUS’S (235-6:  Likewise the question that Nisus asks Euryalus when he first proposes the plan t o him has suggestive resonances: DINE HUNC ARDOREM MENTIBUS ADDUNT EURYALE, AN SUA CUIQUE DEUS FIT DIRA CUPIDO? Aen 9 184-5. Cf. Makowsky, p. 8 and Hardie, p. 109. For the phrase DIRA CUPIDO, compare DIRA LIBIDO at Lucretius (De natura rerum, concerning men’s desire TO EJACULATE and muta cupido. Euryyalus, is it the gods who put this yearning (ardor) into our minds, or does each person’s grim desire (dira cupido) become a god for him?” In addition to its ostensible subject (a desire to achieve a military eploit), Nisus’s language of yearning and desire could also evoke the dynamis of an erotic relationship. So too the poet’s depiction of Nisus’s reaction to seeing his young companion captured by the enemy is notable for its emotional urgency and its portrayal of Nisus’s intensely protective for for the youth. Tum vero exterritus, amens, conclamat Nisus nec se celare tenebris amplius aut tantum potuit perferre dolorem. Me, me, adsun qui feci, in me convertite ferrum, o Rutuli, mean fraus omnis, nihil iste nec ausus nect potuit, caelum hoc et conscia sidera testor, tantum infeliciem nimium dilet amicum, VIRGILIO (si veda), Æn. Then, terrified out of his mind, unable to hid himself any longer in the shadows or to endure such great pain, Nisus shouts out: “ME! I am the one who did it! Turn your weapons to me, Rutulians! The deceit was entirely mine, HE was not so bold as to do it; he could not have done it. I swear by the sky above and the stars who know: the only thing he did was to love his unahappy friend too much. There is, in short, good reason to believe that Virgil’s Nisus and Euryalus, whose relationship is described in the circumspect terms befitting epic poetry, would have been UNDERSTOOD by his Roma readers as sharing a SEXUAL bond, much like the soldiers in the so-called SACRED BAND of Thebes constituted of erastai and their eromenoi in fourth-century B. C. Greece. Note also that “meme … figis?” seems to echo Dido’s words to Aeneas at 4.314 (mene fugis?. So too Makowski and 9.390-3 )Euryale infelix, qua te regione reliqui? Quave sequar? Rurus perplexum iter omne revolves fallacis sylvae simul et VESTIGIA RETRO observata legit dumisque silentisu errat) might recall the scene were Aeneas loses Creusa a t the end of Book 2. Haride p. 26) points to parallels with the story of Orpheus and Euryide in the Georgics, as well as as to that of Aeneas and Crusa in Aeneid 2. For the Sacred Band of Thebes, see Plut, Amat. Pelop, Athen. and the probable allusion at Pl. Smp. When Nisus, mortally wounded, flings himself upon his companion’s lifeless body to join him in death, the narrator breaks forth into a celebrated eulogy. Tum super exanimum sese proiecit amicum confossus, placidaque ibi demum morte quievit. Fortuanati ambo! Si quid mean carmina possunt, nulla dies umquam memori vos eximet aevo, dun domus Aeneae Capitoli immobile saxum accolet imperiumque pater Romanus habebit. (Vir. Aen.). Then he hurdled himself, pierced through and through, upon his lifeless friend, and there at last rested in a peaceful death. Blessed pair! If my poetry has any power, no day shall ever remove you from the remembering ages, as long as he house of Aenea dwells upon the immovable rok of the Capitol, as thlong as the Roman father holds sway. The praise of the two loving warriors joined in death ould hardly be more stirring – cf. Wiliams, 205-7, Lyne, 235, for their ‘elegiac union of LOVERS IN DEATH’ he adduces Pr0.18 – AMBOS UNA FIDES AUFERET, UNA DIES, and Tibull. 1 1 59-62 as parallels. op. 2.2, and the language coulnt NOT BE MORE ROMAN. And Virgil’s words obviously made an impression among those who wished to EXPRESS FEELINGS OF INTIMACY AND DEVOTION IN PUBLIC CONTEXTS, for we find his language echoied in funerary instricptions for a husband and his wife as well as for a woman praised by her male friend. The inscription on a joint tomb of a grandmother and gradauther explicitly likens them to Nisus and Euryalus. CLE  = CIL, husband and wife: FORTUNATI AMBO – SI QUA EST, EA GLORIA MORTIS QUO IUNGIT TUMULUS, IUNXERAT UT THALAMAS; CLE 491 = CIL: a woman praised by her male friend: UNUS AMOR MANSIT PAR QUOQUE VIDA FIDELIS. Cf. Aen. 9. 182. HIS AMOR UNUS ERAT PARITERQUE IN BELLA RUEBANT. CLE  granddaumother and granddaughter: SIC LUMINE VERO, TUNC IACUERE SIMUL NISUS ET EURIALUS.  So too Senece quotes the lines as an illustration of the fact that great writers can immortalize people who otherwise would have no fame: just as Cicero did for Atticus, Epicurus for Idomeneus, and Seneca himself can do for Lucilius (an immodest claim but one that was ultltimately borne out), so ‘our Virgil promised and gave and everlasting memory to the two,’ whom he does not even bother to name, so renowned had the poet’s words evidently become (Senc. Epist. 21.5 VERGILIUS NOSTER DUOBUS MEMORIAM AETERNAM PROMISIT ET PRAESTAT; FORUTATI AMBO SI QUI MEA CARIMA POSSUNT. It is revealing that sometimes Porous boundary in Roman tets between wwhat we might call friendship and eroticism among males – and overlaps I hope to discuss in another context – that Ovid citest Nisus and Euryalus as the ULTIMATE EMBODIMENT OF MALE FRIENDSHIP, putting them in the company of THESEUS AND PIRITUOUS, ORESTES AND PYLADES ACHILESS AND PATROCLUS, Tristia but the relationship between ACHILEES AND PATROCLUS, at least, was openly described as including a sexual element by classical Greek writers (see n. 92), and with characteristic cluntness by Martial (11.43), wh cjites the pair as an illustration of the special pleasures of anal intercourse. The relationships between Cydon and CClytius, Cycnus and Phaethon, and Juupiter and Ganymede (on Eneas’s shield) all demonstrate that pedersastic relationships enjoy a comfortable presence in the world of the Aeneid. Niusus and Euryalus are thus HARDLY ALONE. Some scholars have even detected an EROTIC ELEMNET in Virgil’s depiction of the relationship between Aeneas and Evander’s son Pallas. See e. g. Gillis, Putnam, and Moorton. Erasmo and Lloyd have independently described erotic elements in the relationship between the young Evander and Anchises, a relationship that, they argue, is then replicated in the next generation, with Pallas and Aeneas.  But their relationship is more complex than the rather straightforward attraction of Cydon for beautiful boys, of Cycnus for the well-born young Phaethon, and even of Jupiter for Ganymede. For while those couples conform unproblematically to the Greek pedrerastic model (one partner is older and dominant, the other young and sub-ordinate), Nisus and Eurialus only do so AT FIRST GLANCE. AS the poem progresses they are transformed from a Hellenic coupling of Erastes and eromanos into a pair of ROMAN MEN (VIRI). The valosiging distinctions inherent in the pederstaist paradigm seem to fade with the Roman’s poet remark that the rwo rushed into war side by side (PARITER – PARITERQUE IN BELLA RUEBANT Vir Aen 9. 182), and they certainly DISAPPEAR when the old man Aletes, praising them from their bold plan, addresses the TWO as VIRI (QUAE DIGNA, VIRI, PRO LAUDIBUS ISTIS, PRAEMIA POSSE REAR SOLVI, 252-3, whe  an enemy leader who catches a glimpse of them shoults out, “Halt, men!” (STATE VIRI, 376), and most poignantly, when the sight of the two “MEN’S” severed heads pierced on enemy spears stuns the Trojan soldiers. SIMUL ORA VIRUM PRAEFIXA MOVEBANT NOTA NIMIS MISERIS ATROQUE FLUENTIA TABO 471-2 . In other words, although Euryalus is the junior partner in this relationship, not yet endowed with a full beard and capable of being labeled the PUER, his actions prove him to be, in the end, as much of a VIR, as capalble of displaying VIRTUS – as his older lover Nisus. There is a further complication in our interpretation of the pair, and indeed all the pederstastic relationships in the Aeneid. Virgil’s epic is of course set in the MYTHIC PAST and cannot be taken as direct evidence for the cultural setting of Virgil’s own day. Moreover, the poem is suffused with the influence of Greek poetry. Thus, one might argue that the rather elevated status of pedersastic relationships in the Aeneid is a SIGN merely of the DISTANCES both cultural and temporal between Virgil’s contemporaries and the character s of his epic. Yet, while the influence of Homer is especially strong in these passages of battle poetry (Virgil’s passing reference to Cydon’s erotic adventures echoes the Homeric technique of citing some touching details about a warrior’s past even as he is introduced to the reader and summarily killed off), is is a much-discussed fact that there are no UNAMIBUOUS, diret references in the Homeric epics to pedersastic relationships on the classical model. The relationship between ACHILLES AND PATROCLUS was understood by later Greek writers to have a seual component see e. g. Aesch. F.r.  Nauck – from the Myrmidons), Pl. Symp. 180a-b, Aeschin. 1.133, 141-50, Lyne, p. 235, n. 49, crediting Griffin, adds Bion 12 Gow. But the test of the Iliad itself, while certainly suggesting a passionate and deeply intense bond between the two, does not represent them in terms of the classical pederastic model. See further, Clarke, Achiles and Patroclus in Love, Hermes, Sergent, and Halperin. Virgil might thus be said to ‘out-Greek’ Homer in his description of Cydon. G. Knauer, Die Aeneis und Homer, Gottingen, cites no Homeric parallel for these lines. And yet the pederastic relationships in the Aeneid occur NOT AMONG GREEKS but rather among TROJANS AND ITALIANS, two peoples who are strictly distinguished din the epic from the Greeks, and who,more importantly, together constitute the PROGENTIROS of the roman race. Cf. Turnus’s rhetoric based on sharp distinctions among the Trojans, Greeks, ndnd Italians, and the weighty dialogue between Jupiter and June where it is agreed that Trojans and Italians will become ONE RACE. Virgil’s readers found pederstastic relationships ina n epic on their people’s orgins, and temporal gap or no, this would have been unthinkable in a cultural context in which same-se relationships were universally condemned or deeply problematized. But is it still not the case that, since Nisus and Euryalus are freeborn Trojans, Virus, and perhaps also Aeneas and Pallas. Significalntly, though, the arua of a male-female relationship in the Aeneid, namely the doomed love affair of Aeneas with the would-be univira Dido. In other words, while a MALE-MALE relationship that corresponds to what would among among Romans of Virgin’s own day be considered stuprum is capable of being heroized in the epic, a male-female relationhship that th etet implicitly marks as a kind of stuprum is not. This tywo types of relationships in the brates, even glamorizes, a relationship that in his own day would be labeled as instance sos stuprum? Here the gap between Virgil’s time and the mythis past of his poem has significance. While, due toe o their freeborn status, analogues of to Nisus and Euryalus in Virgil’s OWN DAY could not have found their relationship SO OPENLY CELEBRATED, they did find HEROISED ANCESTORS IN NISUS AND EURYALUS, Cydon, and Clutis. And perhaps also Aeneas and Pallas. Significantly, though, the aura of the mythic past does not extend so far as to conceal the moral problematization of a male-female relationship in the Aeneid, namely the doomed love affair of Aeneas with the would-be univiria Dido. In other words, while a male-male relationship that corresponds to what would among Romans of Virgil’s own day be considered stuprum is capable of being heroized in thee pic, a male-female relationship that the tect implicitly marks as a kind of stuprum is not. The issue is complex. Dido is of course neither Roman nor Trojan, and thus at first glance Aeneas’s relationship with her does not constitute stuprum. But since Dido’s experiences are, in important ways, seen though a Roman filtre, above all, the commitment to her first husband that makes her a prototypical univira, her involvement with Aneas (aculpa, constitutes an offense within the moral framework poposed by the text in a way that the relationship between Nisus and Euryalus does ot. This distintion revelas something about the relative degrees of problematization of the two types of relationships in the cultural environment of Virgl’s readership. ‘Blessed pair! If my poetry has any power no day shall ever remove you from the remembering ages, as lon as the house of Aeneas dwells upon the immommovable rock of the Capitol, as long as the Romans father holds sway.’ One can hardly imagine such grandiose prise of an adulterous couple ina Roman epic!” Grice: “Niso ed Eurialo are presented as the epitome of friendship along with Achilles and Patroclus, Ercole e Idi, and Oreste e Palade. Luigi Speranza, "Gilbert Proebsch e George Passmore", Luigi Speranza, "Kosuth" -- Luigi Speranza, "Keith Arnatt" -- Luigi Speranza, "Unità etica ed unità emica" -- Luigi Speranza, "Fenomenologia" -- Luigi Speranza, "Concettualismo". Roberto Casati. Keywords: Eurialo e Niso; ovvero, dell’amicizia, “la conversazione come arte del negoziato”; teoria conversazionale dell’artifatto, segno, comunicazione, imagine, intenzione, Grice, Ricominiciamo da capo – logico, stramaledettamente logico – implicatura come stramaledettamente logica --  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Casati” – The Swimming-Pool Library. 

 

Luigi Speranza -- Grice e Casini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale de naturismo – il concetto di natura a Roma – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio.  Grice: “I like Casini – he takes, unlike me, physics seriously! But then so did Thales, according to Aristotle! – At Clifton we did a lot of ‘physical’ rather than ‘metaphysical’ education!” – Linceo. Studia a Roma sotto Nardi, Antoni, e Chabod. Si laurea sotto Spirito (disc. Gregory) con “L'idea di natura”.   I suoi interessi di ricerca in storia della filosofia si sono successivamente estesi all'intreccio tra filosofia e scienze sperimentali nel Settecento, soprattutto attorno alla figura di Isaac Newton e alla diffusione della sintesi newtoniana nella cultura filosofica europea, a proposito di filosofi come D'Alembert, Buffon, Maupertuis, Clairaut, Eulero, non senza tener conto dell'opera divulgativa di Voltaire, fino a collocare in tale contesto Kant.  Insegna a Trieste, Bologna, e Roma.  Le sue ricerche riguardano Diderot e la filosofia dell'illuminismo, i nessi tra rivoluzione scientifica e riflessione filosofica, l'origine e diffusione della fisica di Newton, le vicende del mito pitagorico tra "prisca philosophia" e "antica sapienza italica", le dispute sorte attorno al darwinismo.  Altre opere: “Diderot "philosophe", Laterza); Mecanicismo -- L'universo-macchina: origini della filosofia newtoniana, Laterza); Rousseau, Laterza);  Introduzione all'illuminismo, Laterza -- razionalismo); Newton e la coscienza europea (Il Mulino); “Progresso ed utopia” (Laterza); “L'antica sapienza italica. Cronistoria di un mito” (Il Mulino); “Hypotheses non fingo” (Edizioni di Storia e Letteratura); “Alle origini del Novecento: "Leonardo", rivista filosofica di Firenze (Il Mulino); Il concetto di creazione (Il Mulino).    La lista di autorità e l’accenno alla filosofia nazionale preludono al Platone. --Paolo Casini.   Si tratta di un saggio dedicato all'evoluzione del mito pitagorico nella cultura europea. Senza cadere mai nella rassegna erudita, l'autore segue passo passo le trasformazioni del mito dalla sua prima incarnazione nella cultura romana alla riscoperta operata nel Rinascimento, alle discussioni storico-archeologiche  e alle strumentalizzazioni politiche del Sette-Ottocento.  Giuseppe Bottai o delle ambiguità (Un'erma bifronte - Leader revisionista - Nella babele corporativa - La guerra di Pisa - «Starci con la mia testa» - Apologia – Espiazione) - 2. Ugo Spirito: «scienza» e «incoscienza» (Una teoresi postidealista - Teorico dell'economia corporativa - Il «bolscevico» epurato Mutevolezza e instabilità Scienza», ricerca», «arte» - Guerra e Dopoguerra - Alla ricerca del padre) - 3. Camillo Pellizzi: il fascio di Londra e la sociologia (Genius loci - Tra Roma e Londra - Pax romana in Albione - «Aristòcrate» - Dottrina del fascismo - Il postfascismo e la «rivouzione mancata» - Verso la sociologia) - 4. I doni di Soffici («Si parla» - «Scoperte e massacri» - Sguardi retrospettivi: tragedia e catarsi - Docta ignorantia - «Commesso viaggiatore dell'assoluto» - Genus irritabile vatum - Un dialogo tra sordi - Amici e nemici) - 5. Un autoritratto (A metà ventennio – Riflessi - Tra casa e scuola - Agrari in Toscana - I primi pedagoghi - L'Istituto Massimo sj - Vinceremo! - Il passaggio del fronte – Dopoguerra - Scuola a Firenze - Al Liceo Tasso) - 6. Studium Urbis (Gli anni Cinquanta - Nardi e Chabod - Eredità idealistiche - Ideologie in crisi – Diderot - Roma, gli amici - Savinio, Carocci - La naja – Intermezzi - Olivetti, Ivrea - La "cultura" della RAI – Let Newton Be - Anni di prova) - Indice dei nomi Order   Zoogonia e "Trasformismo" nella fisica epicurea Giornale Critico Della Filosofia Italiana 17 (n/a). Like Recommend Bookmark L'universo-Macchina Origini Della Filosofia Newtoniana Laterza. 1969. 1 citation of this work Like Recommend Bookmark  10 Zev Bechler, Newton's Physics and the Conceptual Structure of the Scientific Revolution. Boston Studies in the Philosophy of Science 127. Dordrecht: Kluwer  (review) British Journal for the History of Science The "Enciclopedia italiana". 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If this configuration is held to be NORMAL or NORMATIVE, we might expect that it would also be represented as NAATURAL, and it is thus worthwhile to consider the role played by the discourse of NATURE in ancient representations of sexual behaviour. This question is both hughe and complex.Important discussions include Boswell, 1Foucault, 1986, 150-7, 189-227, and Winkler, 20-1 36-7 114 8. but one thing is clear: the ancient rhetoric of nature, as it relates to sexual practices, displays significant differenct from more recent discourses. Boswell, for example, observes that while “what is supposed to have been the major contribution of Stoicism to Christian sexual morality – the idea that the sole ‘natural’ and hence moral use of sexuality is procreation, is in fact a common belief of amny philosophies of the day’ at the same time, ‘the term UNNATURAL was applied eto everything from POSTNATAL CHILD SUPPORT to legal contracts between friends (Boswell). ‘The objection that homsosexuality is ‘unnatural’ appears, in short, to be neither scientifically nor morally cogent and probably represents mnothing more than a derogatory epithet of unusual emotiona impact due to a confluence of historically sanctioned prejudiced and ill-formed ideas about ‘nature.’”Thus, as Winkler notes, the contrast between nature and non-nature, when deployed in ancient writings simply ‘does not posess the same valence that it does today’ Winkler, p. 20 Moreover, nearly all of the texts that offer opinions on whether specific secual practice is in accordance with nature are works of philosophy. The guestion does NOT seem to have seriously engaged the writers of texts that directly spoke to and reflected popular moral conceptions (e. g. graffiti, comedies, epigram, love poetry, oratory). For this important distinction between the morallyity espoused by a philosopher and what we might call popular morality, see the introduction and chapter 1.  In short, as Richinlin warns us, the question I ‘something of a red herring, since the concept of nature takes a larger and more ominous form in our Christian culture than it did in AAncient Rome, whetere itw as a matter for philosophers’.Richlin, p. 533. But it may nonetheless be worthwhile to attempt a preliminary exploration of how the rhetoric of NATURE was applied by some ROMAN PHILOSOPHERS to sexual practices, particularly those between males.In other words. I would like to go a step or two beyond that ‘nature’ is generally used by Roman moralists to justify what they approve of’ (Edwards 88 n. 87). always bearing in mind, however, that to the extent that it was mostly taken up by philsoeophers, the question of ‘natural’ sexual practice seems not to have played a significant role in most public discourse among Romans. Nonphilosophical texts sometimes do deploy the rhetoric of NATURE in conjunction with sexual practices, at least insofras they as they offer representations of ANIMAL bheaviour, one possible component in arguments about what is natural.2-6, and Win3, on Philo’s description of crocodiles mating. kler, 2See for example Boswell, 137-43, 15 It will come as no surprise that Roman writers images of animals’ sexual practices are transparetntly influenced by their own cultural traditions. Thus in no Roman text do we find an explicit appeal to animal bhehaviour in order to condemn sexual practices between males as unnatural.Such an argument does occasionally appear in Greek texts, such as Plato, Laws 836c (martua parag Omenos en ton therios phusin kai deiknos pros ta toitauta oux aptomenon arena arrenos dia to me phusei touto einai – and Lucian Amores 36. To Be sure, Musonius Ruffus’s condemnation of sexual practices between males as para phusin might imply a reference to animal practices, and it is possible that in some work now lost to us the Roman Stoic followed in Plato’s footsteps in being explicit on the point. A Juvenalian satire does make reference to animal behaviour in orer to condemn cannibalism (claiming that no animas eat member s of their own species Juv. And in a passage discussed later in this appendix, Ovid has a character argue that NO FEMALE ANIMAL experiences SEXUAL DESIRE for other females. These claims are as unsupportable as the claim that sexual practices between males do not occur anong nonhuman animals.This is obvious to anyone who has spent time with dogs. With regard to the academic-study of the question, the remarks of Wolfe, Evolution and Female Primate Sexual Behaviour, in Understanding behaviour: what primate studies tell us about human behaviour Oxford, p.are as illuminating as they are depressing. ‘I have taked with several (anonymous at their request) primatologists who have told me that they have observed both male and female homosexual bheaviour during field studies. They seemed reluctant t publish their data,  however, either because THEY FEARED HOMOPHOBIC REEACTIONS (‘my ccolleagues might thank that I am gay’) or because they lack a framework for analysis (‘I don’t know what it means’). On the latter point Wolfe insightfully comments that the same problem affects our attempts to understand ANY sexual interactions among primates. ‘Because the alloprimates do not possess language, it is impossible to inquir into their sexual eroticism. In other words, homosexual and heterosexual behaviours can be observed, recorded, and analysed, but we cannot infer either homoeroticism or heteroeroticism from such behaviours (p. 131). But the fact that we do find animal behaviour cited by Roman authors to CONDEMN such phenomena as cannibalism and same-sec desire among females, but not SAME-SEX desire among males, merely proves the point. These rhetorical strategies reveal more about ROMAN cultural concerns than about actual animal behaviour. A poem in the Appendix Vergiliana introduces us to a lover hhappyly separated from his beloved Lydia. In the throes of his grief he cries out that this miserable fate NEVER BEFALLS ANIMALS: A bull is never without his cor, nor a he-goat without his mate. In fact, sighs, the lover: ET MAS QUACUMEQUE EST ILLA SUA FEMINA IUNCAT INTERPELLATOS SUMPAUQM PLORAVIT AMORES CUR NON ET NOBIS FACILIS NAUTRA FUISTI CUR EGO CRUDELEM PATIOR TAM SAEPE DOLOREM? (Lydia 35-8). The lover is melodramatically weepy and that consideration partially accounts of his ridiculous claim that male animals are never to be seen without their mates. Still, amatory hyperbole aside the verses nicely illustrate the tendency to shape both natura and animal bheaviour into whatever form is convenient for the argument at hand. Thus, Ovid,s suggesting that the best way to appease one’s angry mistress is in bed, portrays sexual behaviour among early human beings and animals s as the primary force that effects RECONCILIATION (Ars. The poet offers a lovely panorama in which animal behaviour is invoked as a POSTIIVE paradigm for specific human practices: unting otherwise scattered groups (2. 473-80) and mollifying an angry lover (2. 481-90). Less than two hundred lines later, the same poet invokes animalas as A NEGATIVE PARADIGM, again in support of a characteristically human concern: discretion in sexual matters. IN MEDIO PASSIMQUE COIT PECUS HOC QUOQUE VISO AVETIT VULTUS NEMPE PUELLA SUOUS CONVENIUNS THALAMI FURTIS ET IANUA NOSTRIS PARSQUE SUB INJIECAT VESTE PUDDAN LATET ET SI NON TENEBRAS AT QUIDDAM NUBIS OPACAE QUAERIMUS ATQUE ALIQUID LUCE PATENTE MINUS (Ovid, Ars, 2 615-20). Drawing his objets lesson to a close, Ovid holds up his own behaviour as a pattern to follow. NOS ETIAM VEROS PARCE PROFITEMUR AMORES TECTAQUE SUNT SOLIDA MYSTIFCA FURTA FIDE. And we are reminded of the strategies of this pasage’s broader context. If you want to keep your girlfriend happy, do not kiss and tell: that is the argument in service of which animal behaviour is invoked as NEGATIVE paradigm. These to Ovidian passages illustrate the utilyt of arguments from the animal world. Just look ant the animals and see how much we resemble them; just look at the51-5.  animals and see how far we have come.An epigram by theGreek poet Strato gives the later poin an dineresting twist. We huam beings, he writes, are SUPERIOR to animals in that, in addition to vaginal intercourse, we have discovered ANAL INTERCOURSE, thus men who are dominated by women are really no better than mere animals (A P  PAN ALOGON soon bivei monon oi ligkoi de ton allon zoon tout exkomen to pleon pugizein eurotntes hosoi de guanxi kratountai ton alogon zoon ouden exousi kleon. It all depends on the eye – and rhetorical needs – of the beholder. OS it is that Roman writers show how Roman they are through the picture they paint of sexual practices among animals of the same sex. Ovid himself, in his Metamorphoses, imagines the plight of young girl named Iphis who has fallen in love with another girl. In a torrent of self-pity and self-abuse, she expostulates on her passion, making a simultaneous appeal to NATURA and to the animals that is reminiscent of Ovid’s sweeping review of animal bheaviour in the Ars amatorial just cited. But this time the paradigm is an emphatically negative one. SI DI MIHI PARCERE VELLENT PARCERE DEBUERANT SI NON ET PERDERE VELLENT NAUTRALE MALUM SALTEM ET DE MORE DEDISSENT NEC CACCAM VACCA NEC EQUAS AMOR URIT EQUARUM: URIT OVES ARIES SEQUITUR SUA FEMINA CERVUM SIC ET AVES COEUNT INTERQUE ANIMALIA UNCTA FEMINA FEMINEO ONREPTA CUPIDINE NULLA EST (Ov. Met. 9. 728-34) As with Lydia’s lover, so here we have the melodramatic expostulations of an unah[py lover, and similarly her view of animal behaviour does not correspond to the realities of that behaviour. Still, these arguments are pitched in such a way as to invite a Roman reader’s agreement, and the sexual practices invoked as natural and occurring among the animals demonstrate a SUSPICIOUS SIMILARTY to the sexual practices and desired SEMMED ACCEPTABLE BY ROMAN CULTURE (the female never leaves the male, heterosexual intercourse is a convenient and pleasurable way of unting different social groups, and females never lust after females), or to specifically HUMAN EROTIC STRATEGIES: we do not copulate in public, and we should not kiss and tell if we want our to keep our partners happy. It cannot be coincidental that, whereas Ovid invokes animal behaviour in the context of a girl’s tortured rejection of her own passionalte yearnings for another girl, the mythic compendium in which this natrratie is found is peppered with stories involves passion and sexual relations between males. Both Orfeo (after losing his wife Euridice) and the gods themselves (whether married or not) are represented as ‘giving over their love to TENDER MALES, harvesting the BRIEF springtime and its first flowers before maturaity sets in” Ov. Met. 10. 83-5 ORPHEUS ETIAM THRACUM POPULIS FUIT AUCTOR AMORET IN TENEROS TRANSFERRE MARES CITRAQUE IUVENTAM AETATIS BREVE VER ET PRIMOS CARPERE FLORES. The stories that Orfeo proceeds ts to relate include those of the young CYPARISSUS once loved by Apollo Met 10.106-42 and the tales of Zeus and Ganumede, Apollo and Hyacinth (Met 10 155-219 Consider also the beautiful sixteen yer old Indian boy Athis and his Assyrian lover Lycabas (Met. A passage which echoes of Virgil’s lines on NISUS AND EURIALO discussed in chapter 2. And the remark that the stunning but haughty young Narcissus, also in his sixteenth year, had many admireers of both sexses (Met. None of Ovid’s characters arever questions the NATURAL status of that kind of erotic experience or invokes the animals in order to reject it. Aulus Gellius preserves for us some anecdotes that further demonstrate the manner in which animal bheaviour could be made to conform to human paradigms. Writing of (IMPLICITLY MALE) dolfns who fell in love with beautiful boys (one oft them even died of a broek heart after losing his beloved) Gellius exclaims that they were acing “in amazing human ways” 606C-D and Plin N H 8 25-8 for this and other tales of male dolphins falling in love with human boys. Gell 6 8 3 NEQUE HI AMAVERUNT QUOD SUNT IPSI GENUS SED PUEROS FORMA LIBERALI IN NAVICULIS FORE AUT IN VADIS LITORUM CONSPECTOS MIRIS ET HUMANIS MODIS ARSERUNS. Cf. Athen 13 Once again, the comment tells us more about ‘human ways’ than about dolphins. The elder Plini, who alo relates this story regarding the dolphin, introduces his encyclopeic discussion of elephants by observing that they are nonly the largest land animals but the ones closest to human beings in their intelligence and sense of morality. In particular, they take pleasure in love and pride (AMORIS ET GLORIAE VOLUPTAS), and by way of illustration of the ‘power of love’ (AMORIS VIS) among elephants he cites two examples: ONE MALE FELL IN LOVE WITH A FEMALE FLOWER_SELLER, another with a young Syractusan man named MENANDER who was in Ptolemy’s army. Likehise he tells of a MALE GOOSE who fell in love with a beautiful young Greek MAN, and of another who loved a female musician whose beauty as such that she alstro attracted the attention of a ram. -4. NEC QUIA DESIT ILLIS AMORIS VIS, NAMQUE TRADITUR UNUS AMASSE QUANDAM IN AEGYPTO COROLLAS VENDENTEM ALLUS MENANDRUM SYRACUSANUM INCIPIENTIS IUVENTAE IN EERCITU PTOLEMACI DESIDERIUM EIUS QUOTIENS NON VIDERET INEDIA TESTATUS 10.51 QUIN EST FAMA AMORS AEGII DILECTA FORMA PUERI NOMINE OLENII AMPHILOCHI, ET GLAUCES PTOLOMAEO REGI CITHARA CANENTIS QUAM EODEM TEMPORE ET ARIES AMASSE PRODITUR. Plin N H MAXIMUM EST EPLEPHANS PROXIMUMQUE HUMANIS SENSIBUS QUIPPE INTELLECTUS ILLIS SERMONIS PATRII ET IMPERIORUM OBEDIENTIA, OFFICIOURM QUAE DIDICERE MEMORIA, AMORIS ET GLORIAE VOLUPTAS 8 13Turing to the concept of NATURA as it applied to sexual pracyices by ancient writers, we being with basica basic problem. The very term NATURA has various referents in those texts. Sometimes NATURA seems simply to refer to the way things are or to the INHERENT nature OF something, sometimes to the way things SHOULD be according to the intention ordictates of some transcendent imperative. Thus Foucault speaks of ‘the ‘three axes of nature’ in philosophical discourse. The general order of the world, the orgginal state of mankind, and a behaviour that is reasonably adapted to natural ends.Fouctault, p. 215-6. See also the discussions in Boswell, p. 11-5, where he distinguishes between ‘realistic’ and ‘ideal’ notions of nature, Beagon, and Levy, “Le concept de nature a Rome: la physique, Paris). The first two of these axes are evident in a wife-variety of Roman texts. Departures from what is observably the usual PHYSICAL constitution of various thbeings could be called NONNATURAL or UNNATURAL even by nonphilosophical authors. The Minotuar, centaurs, a snake with feet, a bird with four wings, and a sexual union between a woman (the muthis Pasiphae) and a bull.snAnon De Differentiis 520 23 MONSTRUM EST CONTRA NATURAM UT EST MINOTAURUS. Serv. Aen 6. 286 (centaurs) Suet Prata fr. 176.113-5  snakes with feet, birds with four wings. Serv. Aen. 1. 235.11. Pasiphae and the bull. Te elder Plinty claims that breech births are ‘against nature’ since it is ‘nature’s way’ that we should be born head first.n N H 7 45 -6. IN PEDES PROCIDERE NASCENTEM CONTRA NATURAM EST RITUS NATURAE CAPITE HOMINEM GIGNI MOST EST PEDIBUS EFFERRI. PLiQuintilian argues that to push one’s hair back from the forehead in order to achieve some dramatic effect is to act ‘against nature’.Quint I O 11 3 160 CAPILLOS A FRONTE CONTRA NATURAM RETRO AGERE. and Seneca himself opines that being carried about in a litter is ‘contra natural’a, since nature has gives us feet and we should use them.Sen. Epist 55 ` LABOR EST ENIM ET DIU FERI AC NESCIO AN EO MAIOR QUIA CONTRA NATURAM EST QUAE PEDES DEDIT UT PER NOS AMBULAREMUS. Finally, the belief that physical disabilities and disease are UNNAUTARAL, and thus, implicitly, that a healthy body displaying no marked derivations from the form illustrates what nature designed or intended, surfaces in a number of texts, arnign from Celusus’ mdical treatise to Ciceroo’s philosophical works to declamations attributed to Quintilian, to a moral epistle fo Seneca to the, to the Digest.2 1. 60 pr. MOTUS CORPORIS CONTRA NATURAM QUAM FEBREM APPELLANT. Quint. Decld. Min. 298.12 WEAK AND MALFORMED BODIES ARE IMPLICITLY CCONTRA NATURAM. Celsus Medic 3 21 15. On fluids that are retained in the body contra naturam. Cic Off 3 30 MORBUS EST CONTRA NATURAM. Gell. Labeo defines morbus asHABITUS CUIUSQUE CORPORIS CONTRA NATURAM QUI USUUM ETIUS FACIT DETERIOREM. Cf. D. 21 1 1 7. D. 4Along the same lines, some ancient writers also suggest that to harm a healthy body with poisons and the like is unnatural.Quint Decl. Min. 246.3 the plaintiff refers to a substance as a venenum QUONIAM MEDICAMENTUM SIT ET EFFICIAT ALIQUID CONTRA NATURAM. Sen Epist 5. 4. To torment one’s body and to eat unhealthy food is CONTRA NATURAM. As for the third of the axes described by Foucault, anthropologists and others have long observed that proclamations concerning practices that are in acoordance with nature often turn out to reflect specific cultural traditions. As Winkler puts it, for nature we may often read culture.Winkler p. 17. In the same way Edwards p. 87-8 discusses a passage from Seneca (Epist.) discussed in chapter 5, having to do with women who violate their ‘nature.’ She concludes that ‘Seneca was not reacting to naturally anomalous bheaviour. He was taking part in the reproduction of a a cultural system.’ So too Veyne, p. 26. ‘When an ancient says that something is unnatural, he does not mean that it is disgraceful (monstrueuse) that that it does not conform with the rules of society, or that it is perverted OR ARTIFICIAL”. Roman sources of various types certainly support that contention. Thus, for example, violations of traditional PRINCIPLELS OF LANGUAGE AND RHETORIC which are surely among the most intensely cutlrual of human phenomeno are SOMETIMES SAID TO BE UNNATURAL.Serv. Comm. Art Don.  PLINIUS AUTEM DICIT BARBARISMUM ESSE SERMOVEM UNUM IN QUO VIS SUA EST CONTRA NATURAM – Serv Aen. 4. 427. REVELLI NON REVULSI. NAM VELLI ET REVELLI DICIMUS. VULSUS VERO ET REVULSUS USURPATUM EST TANTUM IN PARTICIPIIS CONTRA NATURAM cf. Sen. Contr. 10, pr. 9 – tof the rhetorician Musa. OMNIA USQUE AD ULTIMUM TUMOREM PERDUCTA UT NON EXTRA SANITATEM SED EXTRA NATURAM ESSENT. One legal writer invokes the rhetoric of NATURA to justify the principle of individual ownership (joint possession of a single object is said to be CONTRA NATURAL.D. 41 2 3 5 CONTRA NATURAM QUIPPE EST UT CUM EGO ALIQUID TENEAM TU QUOTE ID TENERE VIDEARIS. Interestingly, another jurist argues that the principle underlying the institution of slavery – that one person can be owned by another – is actually ‘unnatural’ (D. SERVITUS EST CONSTITUTIO IURIS GENTIUM QUA QUIS DOMINIO ALIENO CONTRA NATURAM SUBICITUR. In a Horatioan satire we read that NATURA sees it that no one is every truly the ‘master’ of the land that he legally owns, and Natura puts a limit on how much one can inherit (Hor. Sat.). Sallust describes the violation of the cultural and more specifically philosophical tradition priviliengy the SOUL over the BODY as UNNATRUAL.Sall. Cat. QUIVUS PROFECT CONTRA NATURAM CORPUS VOLUPTATI, ANIMA OVERI FUIT. SALLUST. Likewise, practices violating Roan ideologies of MASCULINITY are represented as INFRACTIONS NOT of cultural tranditions s but of the natural order. Cicero’s philosophical tratise DE FINIBUS includes a discussion of the parts and with some clarity functions of the BODY that illustrates the relation between NATURE and MSASCULINITY with some clarity Our bodily parts, Cicero argues, are PERFECTLY DESIGNED to fulfil their functions, and in doing so they are in conformance with nature. But there are certain bodily movesmesns NOT in accord with nature (NATURAE CONGRUENTES> If a man were to walk on his hand or to walk backwyasds, he would manifestbly be rejecgting his identity as a human and thuswould thus be displayeing a ‘hattred of nature’ (NAUTRAM ODISSE). Cic Fin 5 35. CORPORIS IGITUR NOSTRI PARTES TOTAQUE FIGURA ET FORMA ET STATURA QUAM APTA AD NATURAM SIT APPARET. The claim that walking on one’s hand is unnatural nicely illustrates the gap between ancient and more recent uses of the rhetoric of nature – cfr. Dodgson). The next illustration Cicer o offers of bodily moveents not in accord with natura concerns correctly masculine ways of deporing oneself. QUAMOBREM ETIAM SESSIONES QUAEDAM ET FLEXI FRACTIQUE MOTUS, QQUALES PROTERVORUM HOMINUM AUT MOLLIUM ESSE SOLENT, CONTRA NATURAM SUNT, UT ETIAMSI ANIMI VITIO ID EVENIANT TAMEN IN CORPOMUTRAR MUTARI HOMINIS NATURA VIDEATUR ITAQUE A CONTRARIO MODERATI AEQUABILESQUE HABITUS AFFECTIONS USUSQUE CORPORIS APTI ESSE AD NAUTRAM VIDENTUR (Cic. Fin Deemed ‘agaist natture’ are certain ways of carrying oneself that are ‘wanton’ and ‘soft,’ movements lthat, like walking on one’s hand or stepping backwards, clasi the with thvident purporse of the body’s various parts. Implicitly then, nature wills men’s bodies to move and to function in certain ways. Men who violate these principles of masculine comportment are acting BOTH EFFEMINATELY (as we saw in chapter 4, militia is a standard metaphor for effeminacy) AND UNNATURALLLY. Cultural traditions regarding masculinity – here, appropriate bodily gestures – are identified with the natural order.Similar conddemnations of inappropriate bodily comportment, marked as EFFEMINATE, abound: walking daintily, scratching the hair delicately wih onefinger, and so on (see chapter 4 in general and see Gleason for a general discussion of physiognomy and masculinity in antiquity. How, then is the rheotirc of nature applied to same-sex practices? One scholar has recently suggested that the elder Pliny describes men’s desires to be anally penetrated as occurring ‘by crime against nature’ Taylor, p. 325. But that is probably a misinterpretation of Pliny’s language. IN HOMINUM GENERE MARIBUS DEVERTICULA VENERIS EXCOGIGATA OMNIA, SCLERE (or CCCELERE naturae FEMINIS VERO AOBRTUS Plin N H. The phrase DEVERTICULA VENERIS which one might translate (by-ways of sex’ or ‘sexual deviations’ is vague. There is no reason to think that it refers to specifically, let alone exclusively, to the practice of being anally penetrated. Moreover, the phrase SCELERA NATURA or SCELERE NATURAE, rather than ‘crime against nature,’ is most obviously transated as ‘crime OF NATURE,’ that is, a crime perpetrated BY NATURE.This is indeed the way Plinio uses the phrase elsewhere, noting that we ought to call earthquakes ‘moracles of the eart rather than crimes of nature’ (NH 2 206 – UT TERRAE MIRACULA POTIUS DICAMU QUAM SCLEREA NATURAE. See Beagon. In other words (pace Taylor and Rackham Loeb Classical Library translation, I take the genitive NATURAE to be subjective rather than objective. I have not found any parallels for such an objective use of a genitive noun dependent upon scelus. In any case, Pliny is not implying that all sexual desires or practices between males are unnatural: in this same treatise, significantly called the HISTORIA NAUTRALIS or Natural Investigations’ he reports the story of a male elephant who fell passionately in love with a young man from Syractuse as an illustration of the obviously natural power of love of love (amoris vis) among elephants; likewise, he reports the story of a gosse who loved a beautiful young man.Plin N H 8 13-4, 10.51More explicitly referring to those men who take pleasure in being penetrated, the speaker in Juvenal’s second satire riducules menwho have wilfully abandoned their claim on masculine status by weaking makeup, participating in women’s religious festivals, and even taking husbands, and notes with gratitude, that nature does not allow them gto give birth.Juv. 2 139 40. SED MELIUS QUOD NIL ANIMIS IN CORPORI IURIS NATURA INDULGET STERILES MORTUNTUR. For Further discussion see Appendix 2. The orator Labienus decries wealthy men who castrate their male prostitutes (EXOLETI, see chapter 2) in order to render them more suitable for playing the receptice role in intercourse. These men use their rinces in UNNATURAL WAYS (contra natural), and the natural standard they they violate is apparently the principle that mature males both should make use of the PENISES and should be IMPENETRABLE.Sen Contr. PRINCIPES VIRI CONTRA NATURAM DIVITIAS SUAS EXERCENT CASTRATORUM GREGES HABENT EXOLETOS SUOS AD LONGIOREM PATIENTIALM IMPUDICITIAE IDONEI SINT AMPUTANT. Firmicus Maternus refers to men’s desires to be penetrated as CONTRA NATURAL (5. 2. 11), and Caelius Aurelianus’s medical wirtings also reveal the assumption that men’s ‘natural’ sexual function is TO PENETRATE and not to be penetrated. NATURALIA VENERIS OFFICIA. Cael. Aurel. Morb. Chron. 4 In short, nature’s ditactes conveniently accorded with cultural traditions, such as those discouraging men from seeking to be penetrated, or those deterring them from engaging in sexual relations with other men’s wives: in a poem that urges on its male readers the principle that NATURA places a limit of their desires, Horace remocommends, as implicitly being in line with the requirement of nature, that men avoid potentially dangerous affaris with married women and stick to their own slaves, bh male and female.Hor. Sat.. NONNE CUPIDINIBUS STATUAT NATURA MODUM QUEM … Se chapter 1 for further discussion of this poem. Cf. Sat. 1. 4. 113-4: NE SEQUERER MOECHAS CONCESSA CUM VENERE UTI POSEEM. In one of his Episles Seneca provides a lengthy and revealing discussion of ‘unnatural’ behavours that include a reference to sexual practices among males. He beings, however, by despairing of ‘those who have perverted the roles of daytime and nightime, not opening their eyes, weighed down by the preceding day’s hangover, until night begins its approach. Sen Epist 122 2 SUNT QUI OFFICIA LUCIS NOTISQUE PERVERTERINT NEC ANTE DIDUCANT OCULOS HESTERNA GRAVES CRAPULA QUAM ADPETERE NOX COEPIT. These people are objectionably not simply because of their overindulgence in goof and drink but because they do not respect the proper function of night and day.Comparing them to the Antipodes, mythincal beings who live n the opposite side of the globe, he asks. Do you think these people know HOW to live when they don’t even know WHEN to live? 122.3 HOS TU EXISTIMAS SCIRE QUEMADMODUM VIVENDUM SIT QUI NESCIUNT QUANDO?and this pervesion of night and say, is, in the end, ‘unnatural’. INTERROGAS QUOMODO HAEC ANIMAO PRAVITAS FIAT AVERSANDI DIEM ET TOTAM VITAM IN NOCTEM TRANSFERENDI? OMNIA VITA CONTRA NAUTRAM PUGNANT, OMNIA DEBITUM ORDINEM DESERUNT (Sen Epist.). He then proceeds to tick off a serioes of bheaviour that are similarly CONTRA NATURAM. First, people who drink on an empty stomach ‘live contrary to nature’ Sen. 122 6 NON VIDENTUR TIBI CONTRA NATURAM VIVERE QUI IEIUNI BIBUNT QUI VINUM RECIPIUNT INANIBUS VENIS ET AD CIBUM EBRII TRANSEUNT. Young men nowadsays, Seneca continues, go to the baths before a meal and work up a sewat by drinking heavily; according to them, only hopelessly philistine hicks (patres familiae rustici … et verae volupatigs ignari) save their drinking for after the meal.Sen Epist 122 6. ATQUI FREQUENS HOC ADULESCENTIUM VITIUM EST QUI VIRES EXCOLUNT UT IN IPSO PAENE BALINEI LIMINE INTER NUDOS BIBANT IMMO POTENT ET SUDOREM QUEM MOVERUNT POTIONIBUS CREBRIS AC FERVENTIBUS SUBINDE DESTRINGAT POST PRANDIUM AUT CENAM BIBERE VULGARE ETS HOC PATRIS FAMILIAE RUSTICI FACIUT ET VERA VOLUPTATIS IGNARI. The latter comment, with its contrast between URBAN AND RUSTIC life, austerity and luxyry, is a valuable reminder of us. The standard violated by those who drank betweofre eating was what we would call a cultural norm. But for Seneca they were violating the dicates of NATURE, abandoning the proper order (debitum ordinem) of things. This important point bust be borne in mind as we turn to the next practices that come under Seneca’s fire: NON VIDENTUR TIBI CONTRA NATURAM VIVERE QUI OMMUTANT CUM FEMINIS VESTEM? NON VIVUNT CONTRA NAUTRA QUI SPECTANT UT PUERITIA SPENDEAT TEMPORE ALIENO? QUID FIERI CRUDELIS VEL VISERIOUS POTEST? NUMQUAM VIR ERIT, UT DIU VIRUM PATI POSSIT? ET CUM ILLUM CONTUMELIAE SEXUS ERIPUISSE DEBUERANT NON NE AETAS QUIDEM ERIPIET (Sen. Epist.). The concept of the proper order is very much in evidence here, and here again the order shows unmistakable signs of cultural influence. Just as those who turn night into day or drink wine before they eat a meal are engaging in unnatural activities, so men who wear women’s clothes live contrary to nature – yet what could be more cultural than the designation of certain kinds of clothing as appropriate only for men and others as appropriate only for women? Moving on to his next point, Senceca continues to focus on extermal appearance. Men who attempt to give the appearance of the boyhood that is in fact no longer theirs also ‘live contrary to nature’. Again the order of things has been disrputed. Boys should be boys, men should be men. But these particular men want to LOOK like boys in order to find older male sexual partners to penetrate them. Such is the thenor of Seneca’s decorous but blunt phrase, ‘so that he may submit to a man for a long time’ (ut diu virum pati possit’). If we filter out Seneca’s moralizing overlay, this detail gives us a fascinating fglimpse oat Roman realities. These MEN scorned by Seneca acted upon the awareness that MEN would be more likely to find them desirable if their bodies seemed like those of BOYS (not men): young, smooth, irless. Moreover, the very fact that these men made the effort suggests that th actual age of the beautiful ‘boys’ we always hear of may not have mattered to their loveers so much as their youthful APPEARANCE.Cf. Boswell, p. 29, 81. All of this is very much a matter of CONVENTION, of CULtURAL traditions concerning the ‘proper order’ of things, but Seneca insistently pays homage to NATURA.Cf. Winkler, p. 21. “Contrary to nature means to Senea not ‘outside the order of the kosmos’ but ‘unwilling to conform to the simplicity of the unadorned life’ and, in the case of sex, ‘going AWOL rom one’s assigned place in the social hierarchy. The importance of this order is especially clear in the climactic illustrations of those who live ‘contrary to nature’. These are people who wish to see see roses in winter and employ artificial means to grow lilies in the cold season; who grow orchards at the tops of towers and trees under the roofs of their homes (this latter proving Seneca to a veritable outburst ofm moral indignation)., and those who construct their bathhouses over the waters of the sea Sen. Epist 122 21 NON VIVUNT CONTRA NATURAM QUI FUNDAMENTA THERMARUM IN MARI IACIUNT ET DELICATE NATARE IPSI SIBI NON VIDENTUR NISI CALENTIA STAGNA FLUCT AC TEMPESTATE FERIANTUR.  Finally Seneca returns to the example of unnatural practices that sparked the whole discussion: those who pervert the function of night and day aengage in the ultimate form of unnatural behaviour (Sen Epist 122 9 CUM INSTITUERUNT OMNIA CONTRA NATURAE CONSUETUDINEM VELLE NOVISSIME IN TOTUM AB ILLA DESCISCUNT LUCET SOMNI TEMPUS EST QUIES EST NUNC EXERCEAMUR NUNC GESTEMUR NUNC PRANDEAMUS. That the practice ofs of growing trees indoors, of building bathhouses over the sea, and of sleeping by day and partying by night should be considered unnatural makes some sense in relation to notions of the ‘proper order’ of things. Plants should e outdoors, buldings should be on dray land, and people should sleep at night. But that thes practices should be cited as the most egregious examples of unnatural bheaviour – they constitute the climax of Seneca’s argument – demontrastes just how wide the gap is between ancient moralists and their modern counterparts on the question of what is natural. With regard to mature men who seek to be penetrated by men, the third of Seneca’s examples of unnatural behaviour, Seneca makes in passing a surprising remark. CUM ILLUM CONTUMELIAE SEXUS ERIPUISSE DEBUERAT NON NE AETAS QUIDEM ERIPIET? 122.7. The clear implication is that a nature man certainly ought to be safe from ‘indignity’ (here a moralizing euphemism for penetration), but ultimately the very fact that he is MALE, REGARDLESS OF HIS AGE, ought to protect him. With with one pointed sentence, then, Seneca is suggesting that MALENESS IN ITSELF IS IDEALLY INCOMPATIBLE WITH BEING PENETRATED, and since sexual acts were almost without exception conceptualized as REQUIRING penetration, this amounts to positing the exclusion of sexual practices BETWEEN MALES from the ‘proper order’. This is a fairly radical suggestion FOR A ROAM MAN TO MAKE, and Seneca was no doubt aware of that fact. He slips the comment quietly into his discussion, makes the point rather subtly (it makight ake a second reading even to REALISE IT IS THERE), and then instantly moves on to other, less controversial arguments. FOR as opposed to Seneca’s suggestion that EVERY MALE, even a boy, should somehow be ‘rescued’ from ‘indignity,’ the usual Roman system of protocols governing men’s sexual behaviour required the understanding that A BOY is different from A MAN precisely because they COULD BE penetrated without necessarily forfeiting EVERY CLAIM to masculine or male status (see especially chapter 5 on this last point). But Seneca, waxing Stoic, here voices a dissenting opinion, as does the first century A. D. Stoic philosopher MUSONIUS RUFUS, in one of twhose treatises we find the remark that sexual practices BETWEEN MALES are ‘against nature’ (‘para-physical’) Muson, Ruf. 86. 10 Lutz para phusin. The remark needs to be be put in the context of Musonius’s philosophy of nature. According to Musonious, every  createure has its own TELOS beyond the goal of simply being aalive En a horse would not b e fully living up to its telos if all it did was to eat, drink, and copulate (106.25-7 Lutz)., while the TELOS or goal of a human being is to live the life or arete or VIRTUS. Thus, “each one’s nature (phusis) leads him to his particular virtuous quality (arete), so that it is is a reasonable conclusion that a human being is living in accordance WITH nature NOT when he lives in pleasure, but rather when he lives in virtue” 108.1-3 Lutz). Elsewhere he opines that human nature (phusis – anthropine phusis, natura humana, Hume, Human Nature) is not aimed at pleasure (hedone, 106.21.3 Lutz). Consequently, luxury (truphe) is to be avoided in EVERY way, as being the cause of INJUSTICE (126.30-1 Lutz). By implication, then, eating, drinking, and aopulating are not in themselves evil, but they can easily become sgns of a life of luxury, and if those activities aconstitute the goals of our existence, we are FAILING TO FULFIL OUR POTENTIAL AS A HUMAN BEING, namely, the practice of virtue, or reason, and consequently, not living IN ACCORDANCE WITH NATURE, but against her (paa phusin). Thus, as part of a regime of SELF-CONTROL (MALENESS OR MASCULINITY AS SELF-CONTROL, not addictive behaviour or weakness of the will) Musonius argues that a man should engage in a sexual practice only within the context of marriage for the purpose of begetting children. Any other sexual relation, even within marriage should be avoided. T”Those who do not live licentiously, or who are not evil, must think that only those sexual practices are justified which are consummated within marriage and for the creation of children, since these pratcttices are licit (NOMIMA). But such people must think that those sexual practices which hunt for mere pleasure are unjust and illicit, even if they take place within marriage. Of Other forms of intercourse, those committed in moikheia (I e. a sexual relation with a freeborn woman under another man;s control) are the most illicit. No more moderate than this is the INTERCOURSE OF MALES WITH MALES, since it is a DARING ACT CONTRARY TO NATURE. As for those forms of intercourse with with females apart from moikheia which are not licit (kaTa nomon) all of these are too shameful, because done on account of a lack of self-control. If one utside  to behave temperately (TEMPERANTIA, CONTINENTIA) one would not dare to have relations with a courtesan, nor with a free woman outside of marriage, nor, by Zeus, with one’s own slave woman (Musonius Rufus, 86.4-14 Lutz). As I argued in chapter 1, Musonius’s final remark reveals the extent to which the sexual morality that he is preaching is at odds with mainstream Roman traditions. Nor is his suggestion that men should keep their hans off prostitutes and their own slaves the only surprising statement to be found in the treatises attributed to Musonius. He elsewhere aargues against the obviously widespread practices of giving up for adoption or even exposing unwanted children (Lutz), of EATING MEANT (here he explicitly contrasts himself with the many hoi polloi who live to eat rather than the other way around (Lutz) or SHAVING THE BEARD (128.4-6 Lutz), of using wet nurses (42.5-9 Lutz), and most appositely, of allowing husbands sexual freedoms not granted to wives (Lutz). Thus his condemnation of sexual practices between MALES is issued in the context of a condemnation of ALL SEXUAL PRATICES other than those between husband and wife aimed at procreation (strictly speaking, vaginal intercourse when the wife is ovulating) and also in the context of a a suspicion of all luxury oand of pleasures beyond those relating to the bare necessities of life. Thus he condemns sexual relations between males as contrary to nature (the implication being that the two sexes ARE DESIGNED TO UNITE WICH EACH OTHER IN THE CONTEXT OF MARRIAGE), while sexual relations between malesand female outside of marriage are criticized as ‘illicit (para-noma) and as signs of lack of self-control. Here Musonius is obviously manipulating the ancient contrast between law or convention (nomos) and nature (phusis) and interprestingly procreative relations within marriage are ultimately given his seal of approval not because they are more ‘natural’ than tother sexual practices, but because they are ‘licit’ or ‘conventional’ (nomima), just as adulterious relations are most ‘illicit’ of unconventional (paranomotatai). In other words, Musonius invokes the rhetoric of nature only by way of secondary support.. A male-male relation is no more ‘moderate’ than a adulterious relationa dn anyway, he adds, they are ‘unnatural’. But a relation between a man and another man’s wife, while implicitly ‘natural’,is in the end more ‘illicit’ than a male-male relation. Even for the Stoic Musonious, NATURA may NOT be the ultimate arbiter. Interestingly, when he describes sexual practices between males as being against nature, Musonius does not appeal to animal bheaviour as does Plato in his Laws (836c). Indeed, such an argument sould have ill-suited Musonius’s argument elsewhere that humans are different from other animals and should not takem them as a MODEL FOR BHEAVIOUR. Thus he argues that wise men ill not attack in return if attacked – such revenge is the province of MERE ANIMALS – Lutz) – and that, while among animals an act of copulation suffices to procude offspring, human beings should aim for the lifelong union that is marriage (88.16-17 Lutz). Finally, there is an important distinction to observe between Musonius’s remark concerning sexual practices between males and later Christian fulminations against ‘the unnatural vice’ which came to be a code term for ‘sodomy’. On the one hand, Musonius did not go so far as to condemn such relations as THE unnatural vice. Indeed, if we think about the implications of his words, relations between MALES do not even constitute the ULTIAMTE sexual crime. He declare that ADULTEROUS relations are ‘the most illicit of all’ (paranomotatai) and thus clearly more ‘illicit’ than relations between males which are howevery ‘equally immoderate’. Furthermore Musonius’s approach to the problem of sexual behaviour differs from later Christian moralists in a fundamental respect. As Foucault puts it, according to Musonius, ‘to withdraw pleasure from this form (sc. Of marriage, to detach pleasure from the conjugal relation in order to propoeseother ends for it, is in fact to debase the ESSENTIAL composition of the human being. The defilement is not in the sexual act itself, but in the ‘debauchery’ that would dissociate it from marriage, where it has its natural form and its rational purpose” Foucault CICERONE (vedasi) ro in a passage from one of this major philosophical works, the Tusculan disputations, approaches the ascetic stance advocated by Seneca and Musonius Rufus, although he nowhere makes an explicit commitment to the extreme suggested by Seneca and preached by Musonius. Speaking in the Tusculan Disputations of the detrimental effects of erotic passion, Cicero observes that the works of Greek poets are filled with images of love. Focusing on those who describe LOVE FOR BOYS (he mentions Alcaeus, Anacreon, and Ibycus), Cicero notes thain an aside that ‘NATURE HAS GRANTED A GREATER PERMISSIVENESS (maiorem liicnetial)” to men’s affairs with women. Cic. Tusc. 4. 71. ATQUE UT MULIEBRIS AMORES OMITTAM QUIVUS MAIOREM LICENTIAL NATURA CONCESSIT QUIS AUT DE GANYMEDI RAPTU DUBITAT QUID POETAE VELINT AUT NON INTELLEGIT QUID APUD EURIPIDEM ET LOQUATUR ET CUPIAT LAIUS. The comparative (MAIOREM LICENTIAL is noteworthy. NATURE has granted ‘greater’, not exclusive license to affais with women than to affairs with BOYS. The Latter are evidently NOT FORBIDDEN BY NATURE. Discouraged perhaps, but not outlawed. This is a BEGRUDGING ADMISSION, in perfect agreement with the tenor of the whole discussion of sexual passion which had opened thus. ET UT TURPES SUNT QUI ECFERUNT SE LAETITIA TUM CUM FRUUNTUR VENERIIS VOLUPTATIBUS SIC FLAGITIOSI QUI EAS INFLAMAMATO ANIMO CONCPISCUNT TOTUS VERO ISTE QUI VOLGO APPELATUR AMOR – NEC HERCULE INVNEIO QUO NOMINE ALIO POSSIT APPELARI  TANTAE LEVITATIS EST UT NIHIL VIDEAM QUOD PUTEM CONFERENDUM. (Cic. Tusc. 4. 68). These words disparage sexual passion as a whole – particularly a hot, inflamed desire (QUI EAST INFLAMMATO ANIMO CONCUSPICUNT) whether indulged in with women or with boys. NATURA, according to Cicero, makes it easier to indulge in this passion with women, so that when  men DO INDULGE IN IT WITH BOYS, they show just who DEEPLY THEY HAVE FALLEN VICTIM TO LOVE – that treacherous and destructive power, ‘te originator of disgraveful behaviour and inconstanty (FLAGITTI ET LEVITATIS AUCTOREM (4. 68), as G. Williams notes. In fact, remarkably enough, Cicero later claims that love itself is not natural. Cic. Tusc. 4 76. If love were natural, everyone would love, they would always love, and would love the same thing: one person would not be deterred from loving by a sense of shame, another by rational thought, another by his satiety – ETENIM SI NAUTRALIS AMOR ESSET ET AMARENT OMNES ET SEMPER AMARENT ET IDEM AMARENT NEQUE ALIUM PUDOR ALIUM COGITATIO ALIUM SATIETAS DETERRERET. Cicero’s remark on NATURA and sexual relations with women is in fact fact little more than a a passing comment. Still, its implications deserve some consideration. In what whays does NATURE grant ‘greater permisiveness’ to a relation with aa woma than with a boy? Why does Seneca suggest that men’s MALENESS ought to preclude them from being PENETRATED, and why does Musonius Rufus condemn ALL SEXUAL PRACTICES BETWEEN MALES as unnatural? These philosophers’ comments seem to rest on certain assumptions about the function of sexual organs. Certainly Seneca emphasixes the notion of the proper order or debitus ordon, according to which men should not drink wine before eating, grow roses in the winter, build buildings over the sea, or PENETRATE MALES. In short, some kind of ARGUMENT FROM DESIGN seems to lruk in the backgrounf of Cicero’s Seneca’s and Musoniu’s claism. The penis is ‘designed’ to PENETRATE a vagina. TA vagina is deigned to be penetrated by a penis. Similarly the passage from Phaedrus Fables implies, whitout actually using the word NATURA, that males who desire to be penetrated (molles mares) and females who desire to penetrate (tribades) have A FLAWED DESIGN. When Prometheus was assuming these people’s bodies from CLAY, he attached the genial organs of the opposite sex in a drunken slip-up. But his more popularizing account only specifies that those males who DESIRE to be penetrated are anomalous. It does not designate those men who seek to penetrate other males as unnatural. On this model, a sexual act in which a master penetrated his UNWILLING MALE slave  is NOT UNNATURAL. By contrast, according the philosophers discussed here (Musonius most expliclty) this act would be unnatural.  But on the whole very few Roman writers seem to have taken this kind of argument to heart. In general, ROMAN MEN’S BEHAVIOURAL codes reflect an AWARENESS that the PENIS IS SUITED for purposes OTHER than penetrating avagina, and that the vagina is NOT the only organ suited for being penetrated. Such is the implication of a witty comment in an epigram of Martial’s addressed to a man who, instead of doing the USUAL WITHIN with his BOY and analyy penetrating him, has been STIMULATING THIS GENITALS. This is objectionable because it will speed up the process of his maturation and thus hasten THE ADVENT OF HIS BEARD (11.22.1-8). Martial tries to talk some sense into his friend and the epigram ends with an APPEAL TO NATURE. DIVISIT NATURA MAREM PARS UNA PUELLIS UNA VIRIS GENITA EST UTERE PARTE TUA Mart. The comment is of course a witticigm. Note the logical contradiction that this playful invocation of nature creates. If the penis is designed by nature for girls and the anus for mmen,how can a man use a boy’s anus in the way nature intended (i. e. to be penetrated by men) and at the same time use his own penis in the way nature intended (i. e. by penetrating a girl? See chapters 1 and 5 for further fsucssion of this epigram together with Martial’s humorous invocation of the paradigm of nature with regard to masturbation. but if the humour was to succeed, the notion that a boy’s anus is designed by nature for a man to penetrate cannot have seemed outrageous to Martial’s readership. After all, the rhetorical goal of the epigram is to steer tha man onto the path of right behaviour, the path which Martial’s won persona, dutifully, even proudly, followed. This sort of comment – rather than the passing remarks of such philosophers as Cicero, Seneca and Musonius Rufus, reflects the mainstreat Roman understanding of what constitutes NORMATIVE and NATURAL sexual beavhiour for a boy and for a man. It is significant, moreover, that neither CCicero nor Seneca nor Musonius Rufus nor any other survinving Roman text, philosophical or not, argues that a MAN’s *DESIRE* to penetrate a boy is ‘contrary to nature’. Musonius, for one, speaks ony of the sexual act (SUMPLOKAI). We return to the Epicurean perspective offered by Lucretius cited in chapter i. SIC IGITUR VENERIS QUI TELIS ACCIPIT ICTUS SIVE PUER MEMBRIS MULIEBRIBUS HUNC IACULATUR SEU MULIEUR TOTO IACTANS E CORPORE AMOREM UNDE FERITUR EO TENDIT GESTITQUE COIR ET IACERE UMOREM IN CORPUS DE CORPRE DUCTUM. Lucr. 4. 1052-6. This are lines from a poem dedicated to teaching its Roman readers about ‘the nature of things’ (de rerum natura 1.25). cf. Boswell p. 149 “Lucretius’s De rerum natura dealt with the whole of ‘natura’ but it was the ‘rerum’ of things – which suggested to Latin readers what modern speakers mean by ‘nature’”. Obviously the SUSCEPTIBILITY OF MEN to THE ALLURE of boys and women is a PART OF THE NATURAL ORDER for Lucretius. The beams of atomic particles that EMANATE from the bodies of boys and women and attract men to them are an integral part of the nature of things. It is the mentalitly evident in such diverse textsa Lucretius’s poetic treatise On the nature of Things, Martial’s epigrams, and graffiti scrawled on ancient walls that we need to keep in mind when we evaluate the comments of Musonius Rufus, Seneca, and Cicero. These are the words of three philosophers. Cicero expounding on the danger s of love, Senceca inveighing against the corrputions of the world around him, and Musonius arguing that men should engage only in certain kind of sexual relations and only with their wives, the goal being the production of legitimate offspring and not the pursuit of pleasure. These pronouncements tell u something about the world in which these three philosophers who made them lived, and about what men and women in that world were actually doing. Seneca for example is hardly fulminating about imaginary fices) but they tells us even more about Cicero, Seneca, and Musoiuns, and their own philosophical allegiances We have every reason to believe that comments like their rpersented a minoriy opinion. Indeed, the men AGAINST whom Musonius argues, who believed that A MASTER has absolute power to do ANYTHING HE WANTS to his slave, is precisel that man shoes VOICE dominated the public discourse on sexual practice. Moreover, as Winkler (p. 21) trenchangly observers, Seneca’s condemnation of such ‘unnatural’ behaviour as growing hothouse flowers or throwing nightime parties, ‘though articulated as universal, is OBVIOUSLY DIRECTED AT A VERY SMALL AND WEALTHY ELITE – THOSE WHO CAN AFFORD THE SORT OF LUXURIES Seneca wants ‘ALL MANKIND’ to do without”, It is telling, too, that Cicero himself never makes this kind of APPEAL TO NATURA in the SEXUAL INVECTIVE sscattered throughout the speeches he delivered in the public arenas of the courtroom, Senate, or popular assembly, and that the argument appears NOWEHERE ELSE IN the considerable corpus of Seneca’s moral treatises. Likewise, it is worth noting that Musonius Rufus’s who makes the most extreme case, not only wrote his treatise in GREEK rather than Latin, as if to underscore its distance from he everyday beliefs and practices of Romans, but as a philosopher omitted to stoicis in a way that Cicero and and Seneca are not. As Haexter reminds us, Cicero proposes manydifferent rhetorical and philosophical positions in his speeches, letters, and dialogues, and Seneca’s epistles to Lucilius offer a tentative and experimental mixture of Stoicism and other philosophical schools (many of his earlier letters end with quotations from Epicurus, for example). In any case, Boswell, cp. 130 citing ancient sources claiming that the very founder of stoicism, Zeno, engaged in sexual practices with males (perhaps even exclusively) tnote that many ancient stoics actually seem to have considered the question of sexual praticess between males to e ETHICALLY NEUTRAL. Finally, It is worth noting that both Seneca and Cicero were thought not to have practiced what they prached. In a discussion of how Seneca’s behaviour often stood in contracition to his own teachings, the historian DIO CASSIUS observes that although he married well, Seneca also “takes pleasure in older lads, and teachers Nero do to the same thing, too”. Dio 61 10 4. Tas te aselgeias has praton gamon te epiphanestaton egme kai meikarious exorois exaire kai tauto kai ton Nerona poietin edidaxe. The historian goes on to insutate that Seneca fellated his partners, speculating on the reason why refused to kiss Nero. One might imagine, Dio notes, that this was  because he was gisuted by Nero’s penchant for oral sex. But that makes no sense given Seneca’s own relations with his boyfriends (61  10 5 o gar toi monon an tis hupopteuseien hoti ouk ethele toiouto stoma philein elegxketai ek ton paidikon autou pseudos on).  The younger Pliny (Epist. 7.4) informs us that Cicero addresses a love poem to his faithful slave and companion Tiro. Of course neither of these pieces of information tells us anything about Cicero’s or Seneca’s actual experiences. Cicero’s poem could have been a literary game and the stories a out Seneca that constituted Dio’s source may well have been unfounded gossip (For Cicero and Tiro, see McDermott and Richlin. P. 223, Canatarella p. 103 assumes that they actually ENJOYED A sexual relationship)). On the other hand, is it not impossible that Cicero actually DID experience DESIRE for Tiro and that Seneca DID enjoy the company of MATURE MALE SEXUAL PARTNERS. And abovre all it is important to recognize that later generations of Romans (the younger Pliny and Dio) were willing to IMAGINE THOSE THINGS HAPPENING. Dio’s gossipy remarks and Pliny’s comments on Cicero remind  us of the cultural context in which a philosopher’s allusion to NATURA must be placed. Paolo Casini. Keywords: naturismo, naturalismo, natura, nazione, patto sociale, la legge naturale, l’uomo, contra natura. “antica sapienza italica” razionalismo, la metafora della lume, illuminismo, Bruno, il patto sociale --  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Casini” – The Swimming-Pool Library. 

 

Luigi Speranza -- Grice e Casotti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del volere – filosofia fascista – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like Casotti; of course, he reminds me of my master at Clifton! Casotti is into the teaching of philosophy: did Socrates teach Alcibiade or did Alcibiade learn from Socrate? On top, Casotti tried to systematise WHAT you have to teach: his first volume is telling: ‘l’essere’, which of course reminds me of my explorations on the multiplicity of being in Aristtotle – a human being in an ‘essere,’ but my tutee A. G. N. Flew    would scorn philosophers who use a verb with an article “l’essere” – or a pronoun with an an emphatic word meaning ‘same’ – “the self!” Figlio di Enrico e Virginia Sciello. Studia s Pisa sotto Amendola e Gentile. Con quest'ultimo si laurea con “La concezione idealistica della storia” in cui esprimeva la propria entusiasta adesione alla dottrina gentiliana dell'attualismo.  Dopo aver aderito all'appello Per un Fascio di Educazione Nazionale in vista di un rinnovamento della scuola italiana, indirizza il proprio percorso professionale in direzione della pedagogia, orientata alle teorie idealiste di Gentile, da lui riprese e rielaborate anche nelle prime esperienze a Pisa e Torino. Collabora nella redazione delle riviste Levana e La nuova scuola Italiana.  Motivazioni personali, unite all'esigenza di approccio più realista all'educazione, lo portano il ad allontanarsi in maniera piuttosto repentina dalle posizioni idealistiche precedenti e ad aderire all’aquinismo. Insegna a Milano, sviluppando una filosofia ispirata a Lambruschini, Rosmini, e Bosco, basata sulla “perennis philosophia” dell'aristotelismo aquinista.  Egli avversa da un lato l'attivismo e il naturalismo, recuperando l'importanza della «lezione» e della «disciplina», in una prospettiva di insegnamento rivolta all'«imitazione di un ideale regulativo». Dall'altro reinterpreta il rapporto tutore/tutee nell'ottica di Alcibiade-Socrate. Contesta la pretesa dell'attualismo gentiliano di risolverne il dualismo (tutore-tutee) in unità, concependolo piuttosto come con-divisione di uno stesso cammino di crescita, incentrato su una rivelazione, nel quale la filosofia è vista come un'arte, che consente il passaggio dalla potenza all'atto.  Fonda la rivista Supplemento pedagogico a Scuola italiana moderna, rinominata in Pedagogia e vita. Pubblicò in due volumi una sintesi della sua filosofia, che vede la filosofia contraddistinta, «come arte» e “come disciplina” -- sia da un aspetto etico, finalizzato a un ideale, sia da uno speculativo basato sulla sperimentazione del metodo più oppurtuno da seguire e adattare alle difficoltà del contesto.  Altre opere: “La concezione idealistica della storia” (Firenze, Vallecchi); Introduzione alla pedagogia, Firenze, Vallecchi, La nuova pedagogia e i compiti dell'educazione, Firenze, Vallecchi, Lettere sulla religione, Milano, Vita e Pensiero, La pedagogia di Lambruschini, Milano, Vita e Pensiero); Il moralismo di Rousseau. Studio sulle idee pedagogiche e morali di Rousseau, Milano, Vita e Pensiero, Maestro e scolaro. Saggio di filosofia dell'educazione, Milano, Vita e Pensiero, La pedagogia d'Aquino. Saggi di pedagogia generale, Brescia, La Scuola, Educazione cattolica, Brescia, La Scuola, Scuola attiva, Brescia, La Scuola, La pedagogia di Rosmini e le sue basi filosofiche, Milano, Vita e Pensiero,  Didattica, Brescia, La Scuola, Pedagogia generale, Brescia, La Scuola, Esiste la pedagogia?, Brescia, La Scuola, La pedagogia del Vangelo, Brescia, La Scuola, Educare la volontà, Brescia, La Scuola, Il metodo educativo di Don Bosco, Brescia, La Scuola, L'arte e l'educazione all'arte, Brescia, La Scuola, Memorie e testimonianze Brescia, La Scuola. Franco Cambi, Mario Casotti, su treccani.  Appello per un "Fascio di educazione Nazionale", su «L'educazione nazionale», Franco V. Lombardi, Filosofia e pedagogia nel pensiero di Casotti. Dall'Idealismo alla Neoscolastica,  Ugo Spirito, L'idealismo italiano e i suoi critici, Firenze, Le Monnier, Maria Rossi, La pedagogia italiana contemporanea: il pensiero di Casotti, in «Supplemento pedagogico, Filosofia e pedagogia nel pensiero di Casotti, «Rivista di Filosofia Neo-Scolastica,  Vita e Pensiero, Un pedagogista troppo presto dimenticato. Casotti e l'arte educativa, «Osservatorio sul mercato del lavoro e sulle professioni,  Il rapporto maestro-allievo nel confronto tra C. e Gentile, «CQIA rivistaFormazione, lavoro, persona, Dizionario biografico degli italiani. Filosofia e pedagogia nel pensiero di C., «Rivista di Filosofia Neo-Scolastica,  Vita e Pensiero, Un pedagogista troppo presto dimenticato. Casotti e l'arte educativa, «Osservatorio sul mercato del lavoro e sulle professioni,  Il rapporto maestro-allievo nel confronto tra Casotti e Gentile, «CQIA rivistaFormazione, lavoro, persona, Dizionario biografico degli italiani. 40 L’Appello per un Fascio di Educazione Nazionale, in « L ' Educazione Nazionale , L ' Idea Nazionale. vedere C., Dopo il Congresso Nazionale, in « La Nostra Scuola , 1920, nn.   1 - È costituito un Fascio di educazione nazionale fra gli insegnanti di ogni ordine e grado e fra i cultori dei problemi concernenti la... Sullo stesso fascicolo rispondeva a Pellizzi Mario Casotti, il quale riconosceva l'opportunità di abbandonare...  Casotti Mario, La nuova pedagogia e i compiti dell'educazione moderna, Vallecchi, Firenze, 1923. Mazzoni Elda, L ' idealismo... GENTILE Il Fascismo al governo della Scuola, Sandron, Palermo, Casotti makes a dramatic break with actualism early in his career. A tutee of Gentile, he nevertheless underwent a conversion in the 1920's and was called to teach pedagogy at Milan in 1924. There he worked with Neo-Thomist scholars and produced works on education with a distinct orientation. He is particularly remembered as the founder and director of the review Pedagogia e vita, a journal that took on new importance in the postwar years. A spiritualist who came out of the idealist tradition, he is considered a pioneer in neospiritualist pedagogy, taught in Pisa and Turin; he underwent a conversion, and was called to the chair of pedagogy a Milan. He produced critiques of idealism from a neoscholastic point of view. Eventually, he began a systematic study of divided into three parts: teleology (the aim or end); anthropology (study of the philosophical tutee); and methodology. In his "anthropological" writings, he defends personalism against idealism and materialism. He was a contributor to and editor of the education journal Scuola italiana moderna. He encouraged systematic child study in a way that later became more widespread among Italian philosophers.  AQUINO Saggi di filosofia generale INDICE Prefazione, La Pedagogia di Aquino, L'educazione naturale, L'anima della pedagogia, Filosofia, Religione e " Filosofie " nelle Scuole Medie, Pedagogia cattolica, L'Insegnamento religioso nelle Scuole elementary. Non c'è nulla al mondo di tanto noioso come un autore che si ripete: pure non osiamo presentare ai benevoli lettori questa raccolta di saggi, senza richiamare, sia pur nella maniera più breve possibile, un concetto fondamentale da noi svolto in altri nostri lavori. Questo: che la filosofia in Italia, e anche in un periodo indubbiamente per lei rigoglioso come fu il secolo XIX, ha sofferto, e soffre tuttavia, per aver lasciato cadere, o non aver saputo riprendere con sufficiente energia il filo di quella grandissima tradizione dottrinale che doveva ricongiungerla alla Scolastica, e, in essa, al più grande maestro: Aquino. Altre volte vi abbiamo accennato, ed ora non ripeteremo le ragioni per cui, mentre i maggiori scolastici moderni non trattavano se non fuggevolmente il problema della filosofia, i filosofi  più noti o non assurgevano a un concetto filosofico della pedagogia, o, in ogni caso, non si mostravano abbastanza agguerriti sul terreno della filosofia scolastica. E' cessato oggi, questo stato di cose? Non pretendiamo dare adesso un frettoloso giudizio. Però, salta, per così dire, agli occhi di qualunque imparziale osservatore, che la pedagogia cattolica italiana contemporanea, non certo povera, come qualcuno ama credere, di nomi e di opere, è lungi tuttavia dall'esser ricca come si desidererebbe, di trattazioni aventi un carattere rigidamente filosofico e speculativo. Inutile stare a discutere e a cercare, più o meno sottilmente, le cause di questo fatto. Trattandosi d'una realtà contemporanea, che si svolge sotto i nostri occhi, piuttosto che discutere, è meglio fare o, almeno, ingegnarsi di fare, è anche più simpatico e toglie a un modesto autore la noiosa responsabilità d'andar criticando e censurando a destra e sinistra. Fare: non certo perché gli altri ci debbano prendere a modello, anzi perché, dissodato alla meglio il campo, con minor fatica e maggior profitto altri lo possano  lavorare dopo di noi. Ecco perché Aquino è il soggetto del primo saggio qui raccolto e, insieme, il titolo del volume, e San Tommaso d'Aquino è ancora - possiamo dirlo - il pensiero dominante che circola per tutti gli altri, e li stringe in una intima unità la quale non può sfuggire allo sguardo dell'attento lettore. La pedagogia di S. Tommaso non è stata studiata da noi con intento, vorremmo dire, archeologico, quasi per scoprire e mettere in mostra un degno monumento d'un passato glorioso, bensì per mostrare i numerosi, attualissimi problemi che un pensiero, eternamente giovane, dell'immortale giovinezza della verità, suscita quando lo si ripensa in relazione ai nuovi bisogni dello spirito moderno. Or non è molto, giudicando il movimento contemporaneo della ècole active, qualche studioso asseriva che i più sani principi onde va tanto orgogliosa l'educazione moderna, si trovano già in San Tommaso. Affermazione verissima, che però va subito completata con quest'altra: ciò che di più vacuo e superficiale v'ha nelle teorie pedagogiche recentissime, quel continuo riempirsi la bocca di parole vane ed imprecise, quel parlare a sproposito di autoeducazione, di libertà, di creazione, quell’ingenuo ottimismo naturalistico, che fa dell'alunno e del bambino un mezzo Dio (naturalismo denunciato testé nella Enciclica Pontificia sull'educazione) trovano già in San Tommaso il critico più deciso e radicale che si possa desiderare. E la sua critica al concetto stesso, oggi tanto in voga, di autoeducazione, va meditata, seriamente, se non si vuol correre il rischio, attratti dalla novità, di accettare addirittura, come cattoliche, tutte le teorie della école active! Con ciò mi sembra anche di avere amichevolmente risposto al Lombardo-Radice, o, meglio, all'Educazione Nazionale che in poche e benevole parole dedicate al mio libro Maestro e Scolaro, mi annoverava fra gli attivisti. Sì, "attivista", se così volete: ma alla maniera d'Aquino, e non a quella del Ferrière. Sì, con voi se acconsentite a mettere il termine attività al posto del termine autoeducazione, e il termine spontaneità al posto del termine creazione, che conviene solo a Dio.Amico vostro finché studiate, in concreto, i mezzi migliori per garantire, nella scuola, l'effettivo lavoro e la gioiosa collaborazione dello scolaro: nemico, cortese, ma fierissimo, quando quello sforzo gioioso ignora, o, peggio, disprezza, la salutare frusta della mortificazione cristiana, e diventa cosi - uso ancora l'espressione della Enciclica Pontificia - naturalistico, anche se giustificato da teorie più o meno idealistiche. Amico vostro quando vi preoccupate, giustamente, della educazione religiosa; nemico fierissimo quando gabellate il cristianesimo per un tetro moralismo, e gli volete sostituire un dio fantasma, inafferrabile, che il Ferrière identifica addirittura, o poco ci manca, con l'élan vital bergsoniano. La filosofia d'Aquino! Quando penso alle immancabili smorfie colle quali certi critici accoglieranno questa frase, ch'è tutto un programma di rinnovamento e di risanamento, ho un rimpianto, sì, ma non quello che i suddetti critici s'aspetterebbero. Rimpiango di non essermi, se mai, ispirato abbastanza, in questi saggi che pur vogliono essere un modesto tentativo di pedagogia cristiana, al pensiero del grande Aquinate; rimpiango che il mio discepolato verso un tanto maestro, non abbia potuto riuscire, qua e là, più fedele e generoso. E se qualcosa può consolarmi, è la certezza che la mia fatica non sarà stata vana, se risparmierà agli altri lunghe e faticose ricerche per arrivare solo in fine a ciò che avrebbe dovuto essere il punto di partenza: una conoscenza esatta delle teorie elaborate, intorno all'educazione, dal Dottore Angelico  AQUINO BRESCIA, Editrice “La Scuola”, La Pedagogia di S. Tommaso d'Aquino L'Educazione naturale 93 L'Anima della pedagogia  Filosofia, Religione e " Filosofie " nelle Scuole Medie  Pedagogia cattolica 195 L'Insegnamento religioso nelle Scuole elementari Non c'è nulla al mondo di tanto noioso come un autore che si ripete: pure non osiamo presentare ai benevoli lettori questa raccolta di saggi, senza richiamare, sia pur nella maniera più breve possibile, un concetto fondamentale da noi svolto in altri nostri lavori. Questo: che la pedagogia cattolica in Italia, e anche in un periodo indubbiamente per lei rigoglioso come fu il secolo XIX, ha sofferto, e soffre tuttavia, per aver lasciato cadere, o non aver saputo riprendere con sufficiente energia il filo di quella grandissima tradizione dottrinale che doveva ricongiungerla alla Scolastica, e, in essa, al più grande maestro: San Tommaso d'Aquino.  Altre volte vi abbiamo accennato, ed ora non ripeteremo le ragioni per cui, mentre i maggiori scolastici moderni non trattavano se non fuggevolmente il problema dell'educazione, i pedagogisti cattolici più noti o non assurgevano a un concetto filosofico della pedagogia, o, in ogni caso, non si mostravano abbastanza agguerriti sul terreno della filosofia scolastica. E' cessato oggi, questo stato di cose? Non pretendiamo dare adesso un frettoloso giudizio. Però, salta, per così dire, agli occhi di qualunque imparziale osservatore, che la pedagogia cattolica italiana contemporanea, non certo povera, come qualcuno ama credere, di nomi e di opere, è lungi tuttavia dall'esser ricca come si desidererebbe, di trattazioni aventi un carattere rigidamente filosofico e speculativo.  Inutile stare a discutere e a cercare, più o meno sottilmente, le cause di questo fatto. Trattandosi d'una realtà contemporanea, che si svolge sotto i nostri occhi, piuttosto che discutere, è meglio fare o, almeno, ingegnarsi di fare, è anche più simpatico e toglie a un modesto autore la noiosa responsabilità d'andar criticando e censurando a destra e sinistra. Fare: non certo perché gli altri ci debbano prendere a modello, anzi perché, dissodato alla meglio il campo, con minor fatica e maggior profitto altri lo possano  lavorare dopo di noi.  Ecco perché San Tommaso d'Aquino è il soggetto del primo saggio qui raccolto e, insieme, il titolo del volume, e San Tommaso d'Aquino è ancora - possiamo dirlo - il pensiero dominante che circola per tutti gli altri, e li stringe in una intima unità la quale non può sfuggire allo sguardo dell'attento lettore. La pedagogia di S. Tommaso non è stata studiata da noi con intento, vorremmo dire, archeologico, quasi per scoprire e mettere in mostra un degno monumento d'un passato glorioso, bensì per mostrare i numerosi, attualissimi problemi che un pensiero, eternamente giovane, dell'immortale giovinezza della verità, suscita quando lo si ripensa in relazione ai nuovi bisogni dello spirito moderno.  Or non è molto, giudicando il movimento contemporaneo della ècole active, qualche studioso asseriva che i più sani principi onde va tanto orgogliosa l'educazione moderna, si trovano già in San Tommaso. Affermazione verissima, che però va subito completata con quest'altra: ciò che di più vacuo e superficiale v'ha nelle teorie pedagogiche recentissime, quel continuo riempirsi la bocca di parole vane ed imprecise, quel parlare a sproposito di autoeducazione, di libertà, di creazione, quell’ingenuo ottimismo naturalistico, che fa dell'alunno e del bambino un mezzo Dio (naturalismo denunciato testé nella Enciclica Pontificia sull'educazione) trovano già in San Tommaso il critico più deciso e radicale che si possa desiderare. E la sua critica al concetto stesso, oggi tanto in voga, di autoeducazione, va meditata, seriamente, se non si vuol correre il rischio, attratti dalla novità, di accettare addirittura, come cattoliche, tutte le teorie della école active!  Con ciò mi sembra anche di avere amichevolmente risposto al Lombardo-Radice, o, meglio, all'Educazione Nazionale che in poche e benevole parole dedicate al mio libro Maestro e Scolaro, mi annoverava fra gli attivisti. Sì, "attivista", se così volete: ma alla maniera di S. Tommaso d'Aquino, e non a quella del Ferrière. Sì, con voi se acconsentite a mettere il termine attività al posto del termine autoeducazione, e il termine spontaneità al posto del termine creazione, che conviene solo a Dio. Amico vostro finché studiate, in concreto, i mezzi migliori per garantire, nella scuola, l'effettivo lavoro e la gioiosa collaborazione dello scolaro: nemico, cortese, ma fierissimo, quando quello sforzo gioioso ignora, o, peggio, disprezza, la salutare frusta della mortificazione cristiana, e diventa cosi - uso ancora l'espressione della Enciclica Pontificia - naturalistico, anche se giustificato da teorie più o meno idealistiche. Amico vostro quando vi preoccupate, giustamente, della educazione religiosa; nemico fierissimo quando gabellate il cristianesimo per un tetro moralismo, e gli volete sostituire un dio fantasma, inafferrabile, che il Ferrière identifica addirittura, o poco ci manca, con l'élan vital bergsoniano.  La pedagogia di San Tommaso d'Aquino! Quando penso alle immancabili smorfie colle quali certi critici accoglieranno questa frase, ch'è tutto un programma di rinnovamento e di risanamento, ho un rimpianto, sì, ma non quello che i suddetti critici s'aspetterebbero. Rimpiango di non essermi, se mai, ispirato abbastanza, in questi saggi che pur vogliono essere un modesto tentativo di pedagogia cristiana, al pensiero del grande Aquinate; rimpiango che il mio discepolato verso un tanto maestro, non abbia potuto riuscire, qua e là, più fedele e generoso. E se qualcosa può consolarmi, è la certezza che la mia fatica non sarà stata vana, se risparmierà agli altri lunghe e faticose ricerche per arrivare solo in fine a ciò che avrebbe dovuto essere il punto di partenza: una conoscenza esatta delle teorie elaborate, intorno all'educazione, dal Dottore Angelico. Da  quelle teorie, anche così come le abbiamo prese e tentato di rivivere, emana già una luce che non può essere, come i nostri avversari vorrebbero, la luce scialba d'un crepuscolo che preceda la notte d'un passato morente, ma è la luce vivida dell'alba, che precede il giorno nuovo pieno di speranze e di promesse.  A coloro che nel riprendere il pensiero di S. Tommaso e, in genere, della scolastica, vedono un pericolo per la libertà e l'originalità della ricerca scientifica s'è già risposto, e nel nostro volume Maestro e Scolaro e, qui, nel saggio Religione, filosofia e  filosofie  nelle scuole medie. Ora vogliamo ricordare, per finire, che non certo la pedagogia cattolica si può accusare di scarsa originalità. L'alba del giorno nuovo illumina delle figure che giganteggiano già nella storia della moderna educazione: basta menzionare Don Bosco, la cui grandezza e fecondità, anche come teorico e pedagogista, si comincia appena adesso a scoprire. Le numerose opere della pedagogia cristiana aspettano solo chi le studi, le illustri, le faccia conoscere al pubblico studioso, con quello stesso amore che altri mettono nell'illustrare le più piccole iniziative delle scuole nuove o rinnovate. Anche questa volta i figli del mondo sono stati più abili ed intelligenti dei figli di Dio. Ma non sarà sempre così. Cortemaggiore (Piacenza) Convento di S. Francesco, nella Festa del SS. Nome di Gesù. NOTA. I saggi che si raccolgono in questo volume furono tutti pubblicati, a vario intervallo di tempo, dal 1925 in poi sulla Rivista Scuola Italiana Moderna. Eccezion fatta pei seguenti: L'Educazione naturale (Relazione presentata alla XVII Settimana Sociale dei cattolici italiani, Firenze 1927, e apparsa negli Atti); L'anima della pedagogia (Rivista di filosofia neoscolastica, 1925) e Pedagogia cattolica (Rivista Levana, Firenze 1923). La Pedagogia di S. Tommaso d'Aquino  Esiste una pedagogia di S. Tommaso d'Aquino? E si può, senza temer di cadere nelle solite esagerazioni che ci fanno attribuire troppo spesso ai grandi uomini del nostro cuore una sapienza sterminata ed estesa un po' a tutto l’universo scibile umano, asserire che il dottore angelico abbia segnato, anche nel campo delle teorie sull' educazione, l'impronta di quell'altissimo ingegno che, stringendo insieme cielo e terra costruiva un edificio di dottrina al quale le età venture avrebbero guardato sempre con commossa riverenza, quasi a testimonianza imperitura di quel che possa la scienza quando si congiunge colla fede? Fortunatamente, la risposta a tale domanda non ammette dubbi di sorta. Ché nella vastissima opera dell'Aquinate non solo la pedagogia c'è, in quanto dappertutto vi si possono cogliere spunti di teorie sull'educazione, in ordine a tutta la concezione dell'uomo e della realtà e al fine della vita, ma c'è anche come problema esplicitamente discusso e risolto con tale rigore scientifico e con tali esigenze critiche che dovranno passare dei secoli, nella storia della pedagogia, prima che sia possibile riprenderlo, quello stesso problema, colle medesime esigenze.  Il problema, infatti, che San Tommaso affronta nel suo De magistro è un problema di per sé così delicato e difficile che solo rare volte, e in periodi di cultura filosofica molto diffusa, i pedagogisti anche più valenti riescono a proporselo con tutta la chiarezza  desiderabile. E questo perché i pedagogisti sono premuti di solito dalla necessità di risolvere altre questioni più particolari e delimitate che loro sembrano e forse, sotto un certo aspetto, anche sono più urgenti, come quelle che riguardano l'organizzazione pratica dell'educazione, i metodi e via dicendo. Tutte questioni che non si possono, certo, risolvere senza far capo a un concetto filosofico dell' educazione, ma che spesso permettono, questo concetto, di sottintenderlo e di presupporlo, o di discuterlo, se mai, solo a proposito di quei particolari problemi pedagogici e didattici che si stanno trattando, piuttosto che di stabilirlo e discuterlo direttamente, per se stesso. Ciò spiega come mai le più celebri opere che la storia della pedagogia ricorda, dalla Didattica magna del Comenius ai Pensieri sull'educazione del Locke, all'Emilio del Rousseau, alla Education Progressive della Necker de Saussure, efficacissime nel descrivere e nell'analizzare in concreto il processo educativo, riescano tutte quanto mai deboli ed inefficaci nello stabilire, con sicuro metodo, una definizione dell'educazione che giunga ad appagarci sotto l'aspetto filosofico. Siamo, quasi, costretti a riconoscere che, se la pedagogia e la didattica sono antichissime, la filosofia dell'educazione è ancora bambina: ed era, forse, necessaria la rude scossa data dall' idealismo italiano contemporaneo col suo paradosso, gravido di verità, della identificazione completa tra filosofia e pedagogia, perché le indagini di filosofia dell'educazione riacquistassero, nella cultura pedagogica odierna, quel posto di prim'ordine che debbono avere.  Questo breve preambolo occorreva per fare intendere che il problema pedagogico, così come San Tommaso lo annette, potremmo dire, alla filosofia scolastica, sotto il classico titolo De magistro, è appunto il maggior problema della pedagogia, trattato con tutto quel rigore scientifico e filosofico che potrebbe desiderare, oggi, uno studioso.  Non si tratta neppure della domanda: che cosa è l'educazione? domanda alla quale, in fondo, è dato rispondere anche restando sul terreno sperimentale, ma dell'altra e ben più difficile domanda: come è possibile l'educazione?. Che l'educazione avvenga è un fatto che si può analizzare e descrivere sotto i più diversi aspetti, ma poi la filosofia deve sapere che cosa valga questo atto e quali siano le ragioni che lo spiegano e che lo rendono intelligibile. Ora, per arrivare a porre il problema così, bisogna cominciare dal compiere una certa astrazione (non spaventi questa parola oggi tanto malfamata) sui dati del problema educativo quale, a prima vista, ci è offerto dall'esperienza, bisogna, cioè, prescindere per un momento da tutte quelle particolari circostanze che rendono così interessanti e suggestivi, nella pratica, i problemi didattici, e avere il coraggio di ridurre l'educazione stessa alla sua più semplice espressione, a ciò che di veramente essenziale e caratteristico v'ha nel processo educativo, a ciò da cui non è possibile, davvero, prescindere, senza annullare o sfigurare gravemente l'educazione medesima. Il che viene poi ad essere un puro e semplice rapporto fra un soggetto che insegna ed un soggetto che impara, fra un soggetto che possiede determinate cognizioni od attitudini, e un soggetto che da lui riceve queste stesse cognizioni o attitudini che prima non possedeva: fra il maestro, cioè, e lo scolaro. Ebbene, domandare come è possibile l'educazione non significa altro che domandare come è possibile questo rapporto fra due soggetti pensanti, in virtù del quale l'uno può all'altro trasmettere determinate cognizioni ed attitudini. Ed ecco la cerchia entro la quale si svolge la ricerca del De Magistro di San Tommaso: ricerca che, appunto per questa sua rigorosa impostazione critica, sembra come anticipare i risultati delle più moderne e scaltrite filosofie dell'educazione. Posto così, il problema dell' educazione ha suscitato, si può dire, in ogni tempo, e ogni volta che qualche pensatore l'ha approfondito, alcune serie difficoltà, oggi note a tutti, ma il formulare precisamente le quali è costato alla filosofia dell' educazione uno sforzo non indifferente. Poiché il chiedere soltanto come è possibile che un soggetto (il maestro) comunichi ad un altro soggetto (lo scolaro) determinate cognizioni ed attitudini sembra implicare, se non addirittura una contraddizione, certo una difficoltà quasi insormontabile, dato che il termine trasmettere o comunicare o qualsiasi altro termine consimile che si adoperi a definire l'azione del maestro sullo scolaro, non sembra possa riflettere, se non in maniera molto imprecisa e grossolana, ciò ch'è veramente caratteristico del processo educativo. Se si trattasse, infatti, di un oggetto materiale, allora parrebbe a tutti chiarissimo ch'esso potesse comunicarsi, trasmettersi o cambiar sede, come una moneta che passa di mano in mano, ma nell'educazione ciò che si trasmette è essenzialmente un valore ideale e immateriale, come la scienza e la virtù. E questi valori tanto poco si lasciano trasmettere, nel significato materiale della parola (poiché essi hanno la loro base in un atto interno del pensiero e del soggetto pensante), e un atto di tal genere è tanto impossibile trasportarlo da un soggetto ad un altro soggetto, quanto è impossibile che un soggetto trasmetta ad un altro ciò che costituisce la sua intima personalità, sì che Tizio diventi Caio o Socrate si tramuti in Alcibiade. E allora, al pensatore che sperimenta questa difficoltà, si affaccia spontanea una ipotesi che sembra semplificare nel miglior modo l'intricato problema, troncando alla radice ogni obiezione ed incertezza. Dato che la difficoltà prima nasce dall'aver concepito educatore ed educando come due soggetti distinti, perché non togliere addirittura di mezzo la dualità stessa, e concepire l'educazione come lo svolgimento d'un unico soggetto che, invece di ricevere il sapere dall'esterno, lo sviluppa dall'interno? Teoria antica per lo meno quanto la correlativa difficoltà, poiché ad essa si può ridurre già la maieutica socratica, e perché, fra l'altro, con l'intento di stabilirla su salde basi, Platone costruiva la sua celebre teoria della reminiscenza (mentovata, appunto, nel De Magistro tomistico) e lo schiavo ch'egli immaginava interrogato da Socrate nel Menone aveva proprio il compito di servire a dimostrare, indirettamente, la tesi che l'opera del maestro consiste nello stimolare o nell'aiutare la mente del discepolo perché cerchi, e, cercando, cavi fuori la scienza che ha già in sé, non nel pretender di trasmettere al discepolo una scienza bell'e fatta. Che è poi e in Socrate e in Platone e più tardi in tutta la pedagogia moderna, la dottrina che va per la maggiore, la dottrina dell'autodidattica, o, come anche si dice, dell’autoeducazione: dottrina, cioè, che riduce l'educazione ad autoeducazione, qualunque sia poi la concezione filosofica colla quale pensa di confortare tale riduzione. La teoria dell'autodidattica infatti (e questo è appunto uno dei motivi che hanno più contribuito alla sua diffusione) permette una grande varietà e latitudine di giustificazioni filosofiche, dal misticismo, se così si può chiamarlo, che immagina il sapere infuso da Dio direttamente allo spirito umano e da questo via via scoperto e reso esplicito mediante l'opera dell'educazione, al soggettivismo estremo il quale crede che il pensiero nostro crei liberamente la sua scienza nell'atto stesso del pensarla e non possa perciò ricevere dall' insegnamento e dalla scuola, altro che uno stimolo a tale creazione, o per dir meglio, alla chiara consapevolezza di questa creatività, che costituisce la sua essenza, e della quale non può mai spogliarsi. II  Ora, di dottrine che potevano concludere in qualche modo un sistema di autodidattica S. Tommaso ne aveva presenti due. Molto diverse, è vero, per valore e significato, tanto diverse, anzi, quanto può essere diversa una dottrina vera, e vera di una profonda verità, ma incompleta, un errore aperto e tutto contesto di acuti ma inconsistenti sofismi. Basta ricordare che l'uno era la dottrina esposta da Sant'Agostino nel suo De Magistro e l'altro era l'averroismo: quella interpretazione di Aristotele che, movendo dal pensiero del grande stagirita attraverso il commento di Averroè e degli altri commentatori arabi, finiva in un sistema panteistico, mezzo idealista e mezzo naturalista, che sembrava anticipare in pieno medioevo la crisi ideale della quale dovrà poi tanto soffrire il pensiero moderno. Basta, diciamo, ricordare questo per intendere subito il diverso atteggiamento che l'Aquinate doveva prendere verso l'una e verso l'altra delle due dottrine, pur essendo costretto necessariamente a ravvicinarle nel corso di quella discussione dalla quale dovevano limpidamente scaturire i concetti fondamentali della pedagogia tomistica.  Il De Magistro di Agostino è a sua volta, non meno del De Magistro tomistico, tenuto conto, si capisce, d'ogni differenza e di tempo e d'ambiente e di mentalità, un modello nel suo genere. Modello d'una ricerca che non si arresta neppure essa, come non si arresterà poi l'indagine di Tommaso, ai particolari problemi della pedagogia e della didattica, ma ascende subito al problema massimo su cui s'appoggia la filosofia dell' educazione. “Come è l'educazione possibile?” S. Agostino, né più né meno d’AQUINO (si veda), incomincia da questa domanda. “Come è possibile, cioè che un soggetto (il maestro) comunichi ad un altro soggetto (lo scolaro) determinate cognizioni?” L'indagine del De Magistro agostiniano prende in esame il mezzo principale e più appariscente, che sembra appunto garantire tale comunicazione tra il maestro e lo scolaro, non meno che tra gli uomini in genere: il linguaggio. Sembra, infatti, che proprio la parola, parlata o scritta, con tutto il corteggio di altre espressioni grafiche, foniche, mimiche ond'è accompagnata, debba essere per eccellenza il veicolo attraverso il quale, se così può dirsi, la scienza passa dal docente al discente; talché chi mette la mano su questo problema ha, di necessità, la strada aperta ad una esauriente critica delle forme nelle quali si costituisce e si svolge normalmente l'espressione didattica.  Sennonché la vigorosa e geniale ricerca sul linguaggio perseguita nel De Magistro agostiniano, e alla quale non si può rimproverare altro che, talvolta, di indulgere a qualche sottigliezza eccessiva (spiegabile del resto, col carattere stesso dell'opera che, piuttosto che una esposizione compiuta d'una dottrina vuol essere ed è una magnifica realizzazione di metodo socratico) finisce, chi ben guardi, non solo col dichiarare il linguaggio uno strumento inservibile per la trasmissione della scienza dal maestro allo scolaro, ma anche collo svalutare, volta a volta, tutti gli altri mezzi dei quali il magistero umano si serve per rendere più concreta ed efficace la parola stessa. Sembra, è vero, che il maestro possa, per insegnare allo scolaro, servirsi di cose oltre che di parole, come ha sempre creduto la pedagogia, nei suoi sforzi verso un metodo intuitivo od oggettivo, ma in realtà Agostino adduce contro quella pretesa un argomento molto forte, del quale S. Tommaso farà poi gran conto. Il mostrare una cosa non ci dice, per sé, quale sia l'elemento essenziale e quali gli elementi accidentali della cosa stessa: così se io cammino per mostrare ad altri che sia il camminare, gli spettatori potranno forse prendere per essenza della mia deambulazione l'andatura più lenta o più frettolosa ch'io ho tenuto e credere che il camminare sia, per esempio, l'affrettarsi. E se voglio evitare l'equivoco  devo ricorrere alle parole o ad altri segni affini, poiché, effettivamente, anche nel mostrare una cosa debbo servirmi di segni che non sono identici alla cosa stessa, e se, poniamo, per spiegare che cos'è la parete la indico col dito tacendo, il mio dito teso a indicare non è la parete, ma un segno della parete: né più né meno della parola trisillaba parete [Cfr. S. agostino: De Magistro Cap. III, 5 e 6].  Segni sensibili: ecco la natura del linguaggio, parlato, scritto, mimico o grafico che sia. Ora, i segni hanno appunto questo inconveniente: che, quando noi li percepiamo, o li conoscevamo già oppure non conoscevamo le cose ch'essi significano. Se le conoscevamo, allora i segni ci servono, ma non inducono in noi nessuna nuova cognizione, se non le conoscevamo, i segni non ci dicono nulla e diventano affatto inutili. La parola latina saraballae, ad esempio, è un segno che non mi significa niente, proprio perché io non so che saraballae erano chiamate certe fogge di copricapi. Bisogna, dunque, che già l'abbia saputo, e l'ho potuto sapere non col mezzo di altre parole, ma perché già sapevo che cosa è il capo e che sono i copricapi, per aver visto l'uno e gli altri. Anzi, nemmeno la parola capo la prima volta che la udii mi disse nulla, e fu necessario ch'io la mettessi in relazione con quella cosa già da me conosciuta ch'era la testa mia o d'altri, per intendere il suo significato [Cap. X, 33, 34]. E allora non sono i segni che fanno intender le cose, ma, al contrario, le cose che fanno intendere i segni; e il linguaggio del maestro che è, anch'esso, un sistema di segni, ben lungi dal procurare allo scolaro una scienza ch'egli non possedeva, può significargli qualche cosa solo in ordine alla scienza ch'egli aveva già. Il che vuol dire ottenere un risultato nullo quanto alla sola cosa che ci premeva: la possibilità d'una effettiva comunicazione e trasmissione di scienza dal maestro allo scolaro.  Ed ecco la conclusione. Le parole non possono essere veicolo di scienza dal maestro allo scolaro, perché sono puri segni sensibili, invece la scienza non è un segno o una cosa sensibile, ma un atto interno della mente, alla quale appare la verità o la falsità delle nozioni che le vengono date Che se per i colori consultiamo la luce, e per le altre cose che sentiamo attraverso il corpo consultiamo gli elementi di questo mondo... per le cose intelligibili noi consultiamo con la ragione la verità interiore. E che cos'è questa verità? ...colui che è consultato insegna: quel Cristo che fu detto abitare nell'uomo interiore, cioè l'immutabile Virtù ed eterna Sapienza di Dio; chi consulta, del resto, ogni anima ragionevole; ma tanto a ciascuno si apre, quanto ciascuno può prenderla secondo la propria o cattiva o buona volontà. Che significa, appunto, concludere a una vera e propria autoeducazione nella quale non il maestro, ma solo Dio infonde direttamente il sapere allo spirito umano, ch'è precisamente, come abbiamo notato altra volta, una delle possibili giustificazioni, in sede filosofica, dell'autodidattica, e si trova, un pò come tutta la filosofia agostiniana, sulla stessa linea del platonismo e, in questo caso, della sua celebre teoria della reminiscenza.  Dio, dunque, è l'unico maestro dell'uomo: l'unico maestro al quale non faccia ostacolo quella tale difficoltà della comunicazione fra soggetto docente e soggetto discente. Affermazione giustissima certo, sotto l'aspetto positivo, in quanto non solo si deve riconoscere che Dio può insegnare imprimendo senz'altro nella mente il lume intellettuale e la verità, ma appare evidente che il magistero divino debba essere la causa prima e il fine ultimo di ogni magistero umano. Ma affermazione insufficiente sotto l'aspetto negativo, poiché, in fondo, arriva a negare addirittura la possibilità dell'educazione e a dichiarare insolubile il problema, dal quale ha preso le mosse, dei rapporti fra maestro e  scolaro. Nonostante gli spunti geniali della sua ricerca, Agostino non riesce che a far sentire più acute e tormentose le difficoltà del problema stesso, cioè, in ultima analisi, a farci desiderare con maggiore intensità una soluzione veramente razionale, che è infatti il grandissimo merito del De Magistro agostiniano. S. Tommaso dovrà precisare, dovrà, talora, rettificare dovrà, soprattutto, procedere oltre; ma la sua pedagogia non potrebbe poggiare così in alto, se l'opera di Agostino non le offrisse già una base sicura: l'impostazione rigorosamente critica del problema, che il De Magistro tomistico riprenderà tale e quale. III  L'altra corrente filosofica alla quale guardava San Tommaso nell'impostare il problema del suo De Magistro è, certo, ben lungi dall'avere la chiarezza o, meglio la molteplicità di documenti e di manifestazioni che oggi permettono a noi di accostarci con tanto profitto al pensiero agostiniano. Poiché, ancora, il Renan nella sua opera su Averroé e l'averroismo era costretto a considerare l'averroismo piuttosto come una tendenza dottrinale da ricostruirsi attraverso le confutazioni che ne avevano fatto gli avversari, che come un insieme di teorie positivamente sostenute negli scritti di determinati autori. Studi più recenti hanno cambiato questo stato di cose: dopo il notissimo saggio del Mandonnet su Sigieri di Brabante, oggi noi conosciamo non soltanto i nomi di alcuni averroisti, ma possediamo alcuni testi di notevole interesse, i quali ci permettono, in ogni caso, di asserire che l'averroismo latino fu, almeno dopo il 1230, qualcosa di ben più reale e concreto che una semplice tendenza. Il che, del resto, appare chiaramente, per non dir altro, dalla differenza che passa già, in questo ordine di idee, fra il trattato di Alberto Magno De unitate intellectus, e l'omonimo trattato di S. Tommaso d'Aquino, scritto quindici anni dopo: dove l'uno è costretto in certo modo a escogitare lui le tesi averroiste fondandosi sugli scritti dei peripatetici, l'altro mostra di polemizzare contro una dottrina avversaria ben costituita ed effettivamente insegnata. In ogni modo, però, la conoscenza che abbiamo oggi dell'averroismo è ancora ben lungi dall'essere soddisfacente, sia pur solo in ordine ai numerosi problemi che fa sorgere in noi l’interpretazione di San Tommaso, ed è certo da augurare e da sperare che nuovi testi averroistici possano essere dati alla luce in un prossimo avvenire. Cosa che permetterebbe di studiare con maggior esattezza la stessa filosofia dell'educazione, esposta da S. Tommaso, e nella questione disputata De Veritate (della quale fa parte il De Magistro) e nella questione 117 della Summa Theologica (Parte Ia). Poiché e nell' una e nell' altra San Tommaso attacca l'averroismo intorno al problema dei rapporti fra maestro e scolaro, e della possibilità che un uomo riceva scienza da un altro uomo. Ora, l'averroismo aveva effettivamente prodotto qualche opera nella quale quel problema fosse, di proposito, esaminato, oppure, come adesso sembra più probabile, si trattava di conseguenze implicite in tutta la dottrina averroistica? Evidentemente, solo i progressi futuri della storiografia filosofica intorno all'averroismo potranno permettere una risposta definitiva a questa domanda.  Comunque, se circa questo problema della possibilità dell’educazione, i precedenti storici del pensiero tomistico in ordine all’averroismo paiono incerti quanto ai particolari, nessun dubbio vi può essere invece circa i due punti che ora c’interessano. È certo, cioè, non solo che nel trattare il problema della educazione S. Tommaso guarda all'averroismo come all'avversario da sconfiggere, ma che, di più, egli suole, benché con intenti nei due  casi molto diversi, trattarlo insieme alla dottrina agostiniana, o platonico-agostiniana, che abbiamo or ora richiamata. L'abbiamo già detto: la tesi agostiniana appare, in massima, vera ma incompleta, dove la tesi averroistica appare manifestamente falsa. Ma appunto da quella incompletezza S. Tommaso doveva pensare essere facile passare a questa falsità, non solo per la ragione generica del pericolo che presentano sempre le teorie incomplete, ma anche per alcune ragioni specifiche e positive che possiamo benissimo rintracciare attraverso le poderose argomentazioni del De Magistro, e che ci vengono subito in mente appena ci troviamo a richiamare i principi fondamentali dell'averroismo.  L'averroismo, infatti, qualunque possa essere lo sviluppo che gli abbia dato in particolare l'uno o l'altro suo fautore, ci si presenta, nelle sue linee generali, abbastanza ben definito, si potrebbe dire, attorno a due tesi fondamentali riguardanti, l'una, la natura dell'anima umana, l'altra i rapporti di Dio col mondo. La prima tesi, riguarda la notissima questione della unità dell'intelletto: e non s'andrebbe lontani dal vero asserendo ch'essa rispondeva, nella mente dei pensatori medioevali, a un ordine di preoccupazioni non molto dissimile da quello cui rispondono, nella mente dei pensatori moderni, le dottrine idealistiche del soggetto unico e dell'io trascendentale. Quod intellectus omnium hominum est unus et idem numero [V. MANDONNET Siger de Brabant, Louvain 1911. Vol. 1° pag. 111 n.. - Si cfr. nel vol. II° a pag. 187 fra le proposizioni condannate dallo stesso Arcivescovo nel 1277: Quod scientia magistri et discipuli est una numero... Che è proprio una delle affermazioni confutate nel De Magistro, all'Art. 1° (ad sextum)]: ecco come la condanna portata nel 1270 dall'Arcivescovo di Parigi contro l'averroismo definiva la prima proposizione riprovata. Noi non possiamo, ora, addentrarci nelle sottili questioni di interpretazione aristotelica che questa dottrina coinvolge: basti notare, adesso, la soluzione del problema della conoscenza ch'essa richiede. In sostanza, come pure è chiarito sia dalla polemica di San Tommaso sia da un'altra delle proposizioni condannate, qualunque fosse la maniera colla quale interpretava Aristotele, l'averroismo intendeva fondarsi su ragioni speculative, fra l'altro, su questa: che l'atto del pensiero sembra non potersi attribuire in proprio a questo o a quel soggetto pensante particolare, ma doversi attribuire invece a un intelletto unico che si rifrange, sì variamente attraverso le singole anime e i singoli corpi da esse informati, ma che, ciò nonostante, resta unico, come la luce che illumina in diverso modo i vari oggetti, e tuttavia è sempre la stessa luce. Le differenze fra i singoli soggetti, ossia fra l'una e l'altra anima individuale sembravano, cioè, agli averroisti differenze che cadessero, se così ci si può esprimere, su un piano diverso da quello nel quale si svolge la funzione del pensiero vera e propria: differenze riguardanti, insomma, la materia piuttosto che il pensiero [O, al massimo, la sensibilità e l'immaginazione: l'anima sensitiva. V. quanto diciamo a pag. 29], fino a far dell'anima individuale, in quanto forma dell'uomo, qualcosa che si corrompe colla morte, né più né meno del corpo.  Fermiamoci un momento a questa celebre tesi, per la quale l'averroismo ben merita di essere chiamato, pur colle debite differenze d'ambienti e di problemi, l'idealismo del Medio Evo, cosi come, d'altra parte, ben si potrebbe chiamare oggi l'idealismo un averroismo moderno, molto più evoluto e raffinato del suo antico progenitore. Quali conseguenze si possono trarre da questa tesi dell'intelletto unico in ordine al problema dell'educazione? È chiaro: se l'intelletto è uno solo in tutti gli uomini, è uno solo anche nel maestro e nello scolaro, i quali, dunque, non sono più due soggetti, ma un soggetto solo, almeno quanto alla funzione del pensiero. Ma allora ecco risolta quella tal difficoltà  della comunicazione fra maestro e scolaro che tanto aveva tormentato Agostino. Il maestro non ha più bisogno di comunicare dall'esterno collo scolaro, per la semplice ragione che l'uno e l'altro già comunicano nella maniera più intima possibile, attraverso lo stesso intelletto, che è unico in ambedue. E perciò l'opera esteriore del maestro si riduce, non già al trasmettere scienza, ma solo a stimolare lo scolaro perché disponga la fantasia e la sensibilità [Si veda S. Tomm. Summa theol. I, 117 art. I (nel corpo)] in modo da attuare convenientemente quella scienza che già possiede - allo stesso titolo del maestro - nell'intelletto unico.  Così la teoria averroistica accresce la sua autorità con tutto il peso degli argomenti fra i quali si era dibattuto il pensiero agostiniano, anzi, ci si presenta come la sola teoria capace di spiegare in maniera rigorosamente scientifica il problema dell'educazione. Né l’avere ammesso, come Agostino, Dio come solo maestro, costituisce un ostacolo: poiché quell'intelletto unico di Averroé e degli averroisti si trova già, filosoficamente, in una posizione equivoca, nella quale non è difficile riconoscergli attributi divini, quali la capacità di creare o, almeno, di infondere immediatamente le forme nella materia. E non basta: la teoria averroistica sembra venire incontro anche a quelle esigenze circa l'autodidattica, che da Socrate e da Platone in poi si erano fatte energicamente sentire, nella storia della pedagogia, poiché lo scolaro non vi riceve scienza dal maestro o, comunque, dal di fuori, ma solo trae da se stesso, o da quell'unico intelletto che pensa in lui, tutta la scienza che gli abbisogna. Sì che, in sostanza, averroismo, autodidattica, Dio unico maestro, finiscono col formare una sola dottrina, che pare rispondere mirabilmente alle difficoltà già sollevate da Agostino circa il problema dell'educazione, e fornirci, anzi, quel completamento e quella rielaborazione critica che la pedagogia agostiniana attendeva. Ricordiamo quello che avevamo detto al principio di questo studio: il difficile problema di intendere come un soggetto pensante (il maestro) possa trasmettere il suo sapere a un altro soggetto pensante (lo scolaro) è risolto appunto col toglier di mezzo la dualità, riducendo l'educazione all'atto di un soggetto unico. Non resta che tracciare una linea ideale attraverso il tempo, la quale congiunga Aristotele e Averroé con Cartesio, Kant ed Hegel, fino all'idealismo contemporaneo, e avremo rintracciato, nel bel mezzo delle dispute medioevali, le origini almeno di una fra le più cospicue correnti della pedagogia moderna.  Ma la teoria dell'intelletto unico prendeva un significato ancor più deciso, quando la si considerava insieme a quell'altro gruppo di tesi cosmologico-metafisiche che si riscontrano non solo in Averroè e negli averroisti, anche in altri commentatori arabi di Aristotele, come Avicenna od Algazele. Le tesi averroistiche condannate affermano, aristotelicamente, il mondo essere eterno, e Dio non conoscere nulla fuori di se stesso e tutto ciò che accade nel mondo, compresi gli atti della volontà umana, essere soggetto non alla Provvidenza divina, ma alla necessità e all'influsso dei corpi celesti. D'altra parte, in tutti i commentatori di Aristotele sopra citati ricorre pertinacemente questa affermazione: che Dio non ha creato direttamente - se pur si può ancora parlare di creazione da questo punto di vista - tutti gli esseri, ma solo l'intelligenza prima, o l'intelletto separato, il quale, a sua volta, ha dato la forma a tutti gli esseri, magari attraverso una gerarchia d'intelligenze, le superiori delle quali agiscono sulle inferiori. Così l'importanza e la dignità, se si può dire, metafisica di Dio come causa prima, mentre sembra aumentata riesce, invece, stranamente diminuita. Sembra che sia tolto a Dio ogni contatto diretto colla materia e cogli esseri, inferiori: in realtà questo accade sol perché si  sono dati alle cause seconde degli attributi che dovrebbero spettare solo alla causa prima, ad esempio la facoltà di creare, la facoltà d'imprimere immediatamente le forme nella materia, il dominio sulle intelligenze. La stessa materia e il mondo materiale diventano qualche cosa che sta e si svolge per sé indipendentemente da Dio: onde quella strana cecità e indifferenza di Dio per quanto accade nel mondo. Il che significa ridurre, anziché aumentare, l'importanza della causa prima, tanto da ammettere addirittura, implicitamente o esplicitamente, l'esistenza di parecchie cause prime. C'è insomma, e nei commentatori arabi di Aristotele e nell'averroismo, questa interessante posizione filosofica: un ingenuo materialismo che sta insieme a un non meno ingenuo idealismo, un sistema dell'immanenza che finisce in un vero e proprio naturalismo. Ce ne dovremo ricordare dopo, esaminando il De Magistro d’AQUINO (si veda). Il quale S. Tommaso due volte, nelle due diverse trattazioni che dedica al problema dell'insegnamento, torna a discutere la dottrina averroistica: una volta, prevalentemente, per ciò che riguarda la teoria dell’intelletto unico, un'altra volta per ciò che si riferisce alle teorie metafisico-cosmologiche. Nella Summa Theologica, l'averroismo è, infatti, esposto e confutato quanto alle sue conseguenze circa i rapporti fra maestro e discepolo che riguardano la teoria della conoscenza. Averroè, dice S. Tommaso, affermò esser unico l'intelletto in tutti gli uomini e perciò ammise che il maestro non può causare allo scolaro una scienza diversa da quella che quest’ultimo ha già, ma solo può spingerlo ad ordinare i fantasmi nella sua immaginazione in modo che siano ben disposti a riflettere la luce dell'unico intelletto e a provocare, perciò, l'apprensione della scienza. “ Et secundum hoc ponit, quod unus homo per doctrinam non causat scientiam in altero aliam ab ea quam ipse habet; sed communicat ei eamdem scientiam quam ipse habet, per hoc quod movet eum ad ordinandum phantasmata in anima sua, ad hoc quod sint disposita convenienter ad intelligibilem apprehensionem”. Dove bisogna tener presente che, secondo l'averroismo, l'anima sensitiva, alla quale appartengono la fantasia e i fantasmi, è forma del corpo, e, quindi, a differenza dell'anima intellettiva, è propria di ciascun singolo soggetto e molteplice secondo la molteplicità dei soggetti. Onde, l'atto del pensare si può attribuire all'uno o all'altro singolo soggetto, al maestro o allo scolaro, non in quanto puro atto del pensare (nel qual senso va attribuito solo all'intelletto unico) ma in quanto pensiero che si riflette e, per così dire, s'incorpora nei fantasmi, i quali appartengono in proprio all'uno o all'altro individuo o soggetto particolare. La differenza fra il maestro e lo scolaro non sta, dunque, nel fatto che l'uno sappia e l'altro non sappia, uno abbia la scienza e l'altro no, dal momento che maestro e scolaro hanno tutti e due, per natura, lo stesso intelletto e, perciò, la stessa scienza. Ma sta, invece, nel fatto che il maestro ha già disposto i fantasmi della sua immaginazione in modo che essi rispecchino e realizzino le forme intellettuali dell'intelletto unico; mentre lo scolaro non li ha ancor disposti così, ma deve tuttavia disporli. Il maestro, quindi, non comunica né trasmette scienza nel senso vero e proprio della parola, ma solo stimola con l'insegnamento lo scolaro a formare e ordinare quei fantasmi che permetteranno, se ci si consente l'espressione, alla luce dell'intelletto unico, che pur c'era nella sua anima, ma era come adombrata e annuvolata, di passare a  risplendere in tutta la sua chiarezza.  Teoria, bisogna pur dirlo, simile in modo addirittura impressionante a certe dottrine moderne le quali non hanno su di lei che il vantaggio di non formulare sempre chiaramente le ultime conseguenze cui giungono, ma le quali, viceversa, ammettono un Io unico per tutti i soggetti particolari, e debbono poi rinviare alla sensibilità quando vogliono spiegare la differenza, almeno apparente, fra un soggetto e l'altro, proprio come già faceva, a suo modo, la teoria averroistica. Più esperte e scaltrite, le teorie moderne sono pronte a coprire col divenire e la dialettica ogni loro deficienza; più ingenuo e grossolano, l'averroismo si lasciava subito sbarrare il passo da questa formidabile difficoltà. Se l'intelletto è unico, diverso e separato dalle singole anime individuali, come si può poi attribuire a queste singole anime, e ai singoli soggetti, Tizio, Caio e Sempronio, l'atto del pensare, l'atto, cioè, di un soggetto per definizione affatto diverso da loro? Abbiamo visto, è vero, che gli averroisti tentavano di vincere questa difficoltà amalgamando l'intelletto unico con l'anima individuale attraverso il termine medio dei fantasmi e delle forme o specie intelligibili. Ma si tratta di una soluzione che non risolve nulla, poiché tale continuatio vel unio come la chiama S. Tommaso non spiega in qual modo l'azione dell'intelletto si possa attribuire a questo o quel soggetto particolare. Il fatto che le specie o forme intelligibili siano nei fantasmi dell'anima individuale non significa punto che siano da essa pensate, così come l'essere il colore in una parete non vuol dire che la parete vegga il colore, o che si debba attribuir alla parete l'azione del vedere. Per avere in sé il colore, la parete non vede, ma è veduta; per avere riflesse nei suoi fantasmi le forme o specie intelligibili, l'individuo, Tizio o Caio, non penserebbe, ma piuttosto, sarebbe pensato, dall'unico intelletto [S. Theol. I, q. 76, art. 1 (in corp.)].  Difficoltà, si noti bene, che non si risolve col far entrare a forza l'intelletto unico dentro i soggetti particolari, o col renderlo, come oggi si preferisce dire, immanente. Poiché la questione non è di lontananza o vicinanza, di continuità o di contiguità, ma di possibilità o impossibilità logica e metafisica. Si chiede appunto se sia possibile rendere immanente un intelletto unico nei singoli soggetti particolari, e proprio qui si trova la difficoltà insolubile. Non è ora il caso di addentrarsi oltre nell'acuta critica che San Tommaso fa alla teoria dell'intelletto unico tutte le volte che gli accade di trattare dell'averroismo sia direttamente che indirettamente; né di enumerare i poderosi argomenti in proposito della quest. 76 (I, art. 1 e 2) ch'egli stesso richiama alla quest. 117. Qui basti ricordare che l'aver criticato quella teoria averroistica porta l'Aquinate a denunciare un equivoco, nel quale altre teorie, ben più moderne e scaltrite dell'averroismo, sarebbero poi cadute. Questo: che, nell'insegnamento, perché si possa garantire la comunicazione fra maestro e scolaro e il loro reciproco intendersi, non occorre che la scienza del maestro sia una di numero [Cfr. supra, pag. 24, nota, la proposizione condannata nel 1277] con quella dello scolaro, quasiché il medesimo sapere dovesse passare da una mente all'altra come un pezzo di legno passa di mano in mano. Ma basta soltanto che la scienza dello scolaro sia eguale o simile a quella del maestro: identica per la identità delle cose conosciute pur attraverso due processi mentali distinti e diversi e non per una materiale coincidenza e sovrapposizione della mente del maestro a quello dello scolaro, ...non si dice che il docente trasfonda la scienza nel discepolo, come se la stessa scienza - numericamente la stessa scienza - che è nel maestro passasse nel discepolo; ma che, mediante l'insegnamento passa nel discepolo una scienza, simile a quella che è nel maestro... [De Mag. Art. I ad 6.tum ...docens non dicitur transfundere  scientiam in discipulum, quasi illa eadem numero scientia quae est in magistro, in discipulo fiat, sed quia per doctrinam fit in discipulo scientia similis ei quae est in magistero”]. Che significa, in sostanza, dimostrare quanto poco sia fondata l'idea che la teoria dell'intelletto unico possa facilitare o addirittura risolvere il problema della educazione, colla sua materialistica contrazione di tutti i soggetti pensanti in un soggetto solo, quasiché i soggetti fossero oggetti materiali che se non si sbattono gli uni contro gli altri non c'è verso di metterli in rapporto fra loro. V  Nel De Magistro, invece, la teoria averroistica non è considerata per ciò che si riferisce al problema della conoscenza, ma più in generale per ciò che riguarda il problema metafisico e i rapporti fra la causa prima e le cause seconde. Tanto è vero che l'autore esplicitamente citato non è Averroè, come nella quest. 117 della Summa, ma Avicenna: ossia proprio colui che più insiste sul carattere metafisico dell'intelletto separato, considerandolo come l'intelletto primo, il solo prodotto immediatamente da Dio, e, in pari tempo, il datore delle forme a tutti gli esseri. Una specie di idealismo monistico, dunque, secondo il quale, e il problema metafisico e il problema morale e il problema della conoscenza sono risolti con l'ammettere che le forme degli esseri, la virtù e la scienza derivino dall'intelletto unico e da esso fluiscano, per così dire, sia negli oggetti sia nei soggetti individuali.  Accanto a questa dottrina AQUINO (vedasi) ne ricorda, per criticarla parimente, un'altra che sembrerebbe quasi una teoria materialistica, se non ci aiutasse il riscontro con la citata questione della Summa. Altri credettero, è detto nel De Magistro, che tutti codesti elementi, forme, scienza, virtù, fossero, anziché in un primo agente, nelle cose stesse, e venissero poi soltanto in luce per opera dell'azione e degli agenti naturali: come se tutte le forme delle cose fossero già immanenti nella materia. Quidam vero e contrario opinati sunt; scilicet quod omnia ista rebus essent indita, nec ab exteriori causam haberent, sed solummodo quod per exteriorem actionem manifestantur: posuerunt enim quidam, quod omnes formae naturales essent actu in materia latentes [De Mag. art. I (in corp.)]. Ma nella quest. 117 della Summa è detta opinione dei Platonici "opinio Platonicorum" quella secondo la quale gli agenti naturali preparano soltanto a ricevere le forme che la materia acquista per partecipazione delle Idee. Sic etiam ponebant, quod agentia naturalia solummodo disponunt ad susceptionem formarum, quas acquirit materia corporalis per participationem specierum separatarum [S. Theol. I, q. 117, art, 1 (in corp.)]. E il richiamo alla concezione platonica è efficacemente riconfermato dal De Magistro stesso, ove, tra le conseguenze di questa teoria si menziona appunto il concetto che all'anima individuale sia concreata la scienza e che, perciò, l'insegnare e l'imparare in altro non consista se non nel ricordarsi che fa l'anima della scienza già posseduta fin dall'inizio e poi obliata col suo ingresso nel corpo [De Mag. loc. cit]; cioè precisamente la dottrina platonica della anamnesi, che è appunto, come sappiamo, una delle più antiche giustificazioni della autodidattica.  La dottrina platonica, dunque (che è anche, in gran parte, non dimentichiamolo, la dottrina agostiniana) e la dottrina averroistica sono da S. Tommaso non tanto contrapposte, come potrebbe avvenire di una teoria materialistica e di una idealistica, ma anzi poste sulla stessa linea, come due forme diverse di un medesimo idealismo. E,  infatti, quanto all'insegnamento, che differenza ci può essere fra la teoria averroistica che concede al maestro solo di stimolare lo scolaro a disporre i suoi fantasmi in modo che lascino passare la luce dell'unico intelletto la quale già ardeva, ma velata, nella sua anima, e la teoria platonica che vede nell'insegnamento una rimozione degli ostacoli che il corpo e i sensi frappongono, nell'anima stessa, al ricordo della scienza che già possiede, ma ottenebrata e obliata? E che differenza c'è, si potrebbe aggiungere, fra queste antiche dottrine e le teorie dell’idealismo più moderno che nel maestro e nello scolaro vogliono vedere due aspetti o momenti diversi di un Soggetto solo, per cui debbono ammettere che lo scolaro ha la stessa scienza e lo stesso pensiero del maestro, ma solo in un grado di consapevolezza oscuro e involuto e che l'insegnamento avrà per unico compito di render più chiaro ed evoluto? In realtà siamo sempre allo stesso punto: idealismo e autodidattica. Nel combattere la possibile deformazione dell'agostinismo in senso averroistico, AQUINO (si veda) ha effettivamente innanzi a sé già i motivi fondamentali di quella che sarà poi pur con altre forme e altra mentalità, la pedagogia idealistica moderna.  E all'autodidattica e all'idealismo che ne è il fondamento, S. Tommaso si sforza con successo, in questi suoi scritti sul magistero, di togliere proprio quella pericolosa arma che derivava loro dal presentarsi come l'unica soluzione capace di rimuovere sul serio tutte le difficoltà inerenti al problema educativo: prima fra le altre, si capisce, quella riguardante la possibile comunicazione fra maestro e scolaro. Se lo scolaro non ha già in sé e nel suo interno la scienza, come potrà riceverla dall'esterno? Abbiamo visto che per S. Agostino un argomento fondamentale contro l'efficacia didattica dei segni ond'è intessuto il linguaggio era proprio questo: o lo scolaro già conosce le cose da essi significate, o non le conosce: se le conosce, essi non servono a insegnargliele, se non le conosce, non capirà nemmeno i segni.  A ciò S. Tommaso risponde negando senz'altro il dilemma, col richiamarci uno dei più importanti caratteri della conoscenza, che non è un oggetto o una cosa, la quale o c'è o non c'è, ma un processo che si svolge per gradi e si può considerare sotto diversi aspetti. Ha lo scolaro in sé la scienza, dall'interno, senza che il maestro gl'insegni? In un certo senso, sì, giacché, per poter conoscere, ogni singolo soggetto deve avere in sé non solo l'attività conoscitiva, il lume intellettuale, ma anche alcuni concetti primi, alcune forme o categorie come più modernamente si direbbero (l'essere, l'uno, la sostanza, la causa ecc.) applicando le quali al materiale offertoci dalla sensibilità e dall'esperienza noi formiamo poi tutti gli altri concetti. E se ne avessimo il tempo, sarebbe, ora, interessantissimo fermarsi su questa teoria tomistica della conoscenza, che non è affatto un innatismo simile a quello, poniamo, di Cartesio, ma piuttosto un vero e proprio apriorismo capace di richiamarci quello che con molti gravi inconvenienti e con una consapevolezza critica assai minore del tomismo doveva costruire più tardi la filosofia moderna [la quale distruggeva, con Hegel e dopo di lui, quello che aveva costruito, almeno in parte, con Kant; e dopo aver ammesso, con Kant, l'a priori nella conoscenza, distruggeva, dopo Hegel, ogni distinzione fra  a priori ed a posteriori]. Questa teoria, secondo San Tommaso, che riconosce un a priori nella conoscenza, sta nel giusto mezzo fra le due teorie estreme sopra ricordate: che vorrebbe tutt'e due nell'anima il possesso completo della scienza (benché, eventualmente, oscurato) sia per concreazione che per partecipazione dell'Intelletto unico. Laddove la scienza c'è, se si vuole, nell'animo nostro, ma solo in potenza ed implicitamente. L'attività dell'intelletto nostro ha in sé alcuni germi di scienza quaedam  scientiarum semina, cioè alcune, virtualità, o disposizioni a formare immediatamente, appena stimolata dall'esperienza sensibile, i principi primi, o le categorie. Che contengono già, in certo modo, tutta la scienza, ed ogni scienza possibile, passata, presente o futura, appunto perché sono i concetti primi e più universali dell'intelletto, concetti presupposti da ogni altro concetto e senza i quali nessun altro concetto si forma, né si potrebbe formare. Così come, per servirsi di un paragone grossolano, nelle sette note musicali sono contenute, in potenza, tutte le sinfonie che la mente umana abbia escogitato o sia mai per escogitare.  Ma (proprio come, benché nelle sette note musicali sia contenuta tutta la musica in potenza ed implicitamente, esplicitamente non c'è nessuna sinfonia, e l'inesperto benché tocchi quanto vuole i tasti del pianoforte non ne cava nulla) nei primi principi è contenuta tutta la scienza, e tutto lo scibile umano in potenza ed implicitamente; ma in atto ed esplicitamente non v'è in essi nessuna scienza concreta e determinata o, meglio, vi è quella sola scienza che riguarda i primi principi stessi, poniamo il concetto dell'essere, il concetto dell'uno ecc. E dunque lo scolaro sa o non sa, ha o non ha nell'interno del suo animo quella scienza che il maestro gli insegna? Sa e non sa, ha e non ha, nello stesso tempo. Sa ed ha, in potenza ed implicitamente; non sa e non ha in atto ed esplicitamente. Sa, in quanto possiede, nel suo intelletto, i primi principi, nei quali ogni scienza è contenuta; non sa, in quanto dai primi principi non ha ancora ricavato quelle determinate e particolari cognizioni che il maestro gli insegna. L'opera del maestro è, quindi, inutile o superflua? Nemmeno per sogno. Senza di essa lo scolaro sarebbe come l'inesperto musicista che ha innanzi a sé, nella tastiera del pianoforte, tutti i capolavori possibili ma, sciaguratamente, non sa cavarne fuori che, al massimo, una scala.  Giacché proprio questo è, secondo AQUINO (si veda) uno dei caratteri fondamentali dell'intelligenza umana: essere una vis collativa o, come più modernamente si direbbe, una attività sintetica. A differenza del senso che si comporta egualmente rispetto a tutti i suoi oggetti sì che poco importa, ed è una circostanza accidentale che percepisca prima gli uni o gli altri, l'intelletto non si comporta egualmente nel considerare tutti gl'intelligibili; ma subito vede alcune cose, come quelle che sono per sé note, nelle quali sono contenute implicitamente alcune altre che la stessa potenza intellettiva non può intendere se non esplicando per mezzo della ragione le cose che nei principi sono implicitamente contenute [De Mag. Art. I (ad XII. mum) ...non se habet aequaliter ad omnia intelligibilia consideranda; sed statini quaedam videt, ut quae sunt per se nota, in quibus implicite continentur quaedam alia quae intelligere non potest nisi per officium rationis ea quae in principiis implicite continentur explicando ].  L'intelletto, cioè, afferra immediatamente i primi principi, e poi, mediante quelli, conosce tutte le altre cose, compie un atto semplice e immediato pei primi principi, e un processo mediato per tutte le altre cose. Ed è attività unitiva e sintetica appunto perché tutto quello che conosce, nella scienza, come vero, lo conosce in quanto lo può connettere ai primi principi mediante il processo del ragionamento. Tanto che se si propongono ad alcuno cose non incluse nei principi per sé noti, o che non vi si manifestano incluse, non si produrrà in lui scienza, ma opinione, ovvero fede. VI.  Sia concesso prima di procedere oltre, fare un'osservazione: questa teoria d’AQUINO (vedasi) riguardante i primi principi, benché più volte abbia dato origine a delle critiche, non è mai stata, né poteva esserlo, veramente contraddetta neppure dalle più audaci e radicali teorie moderne della conoscenza. Le quali, sebbene abbiano protestato contro l'immediatezza dei primi principi e ci abbiano voluto vedere quasi un segno di umiliante passività dell'intelletto, non hanno, viceversa, poi, mai potuto far a meno, per conto loro, né dei primi principi, né della immediatezza relativa. Sì che tutto si è risolto, in ultima analisi, nel cambiare il nome dei primi principi serbandone, più o meno, immutata la sostanza. Cosi al posto dei principi si sono messe le categorie di Kant, l' io di Fichte o i momenti e gradi dello spirito degli idealisti moderni. Ma anche nella più estrema ipotesi, anche ridotte, cioè, tutte le categorie ad una sola, quella dell'io, resta sempre vero che esse così si sono credute di poter ridurre, appunto, in quanto è sembrato che l' io solo fosse un principio immediatamente per sé noto, e tale che tutte le altre cose potessero esser note solo in quanto da lui si deducono e a lui si riconducono. Che è precisamente, con molte parole diverse e qualche asserzione assai discutibile per di più, la stessa posizione nella quale si trovano i principi primi della teoria tomisticoaristotelica, la quale sotto questo aspetto è dunque tanto moderna e critica come qualsiasi altra. Nessun filosofo degno di tal nome potrà mai negare il duplice carattere, mediato quanto alle conclusioni e immediato quanto ai principi, della conoscenza intellettuale.  Appunto per questo l'attività intellettuale ha bisogno di un motore (indiget... motore) che la faccia passare dalla potenza all'atto. E ne ha bisogno proprio perché il processo della scienza pel quale dai principi si ricavano le conclusioni, non è un processo che si svolga per una necessità meccanica e fatale, cosicché posti da Dio nella mente umana i primi principi debba conseguirne senz'altro la scienza, così come un grave lasciato a se stesso deve fatalmente cadere. L'intelletto umano d'altra parte non è come l'intelletto angelico che scorge immediatamente nei principi le conclusioni e che con un solo e semplice atto coglie la verità: esso, invece, scorge immediatamente la verità dei primi principi, e quella di tutte le altre cognizioni solo in quanto le può ridurre, mediante il ragionamento, ai primi principi stessi. Ora, proprio in questo processo di riduzione ai principi e deduzione da esso, il discepolo ha bisogno d'aiuto; sia perché può sbagliare, sia perché può non avere la forza e la maturità mentale sufficiente per effettuare certe deduzioni e conclusioni. Inconvenienti ai quali rimedia il maestro in quanto gli mostra l'ordine dei principi e delle conclusioni:  inquantum proponit discipulo ordinem principiorum ad conclusione? qui forte per seipsum non haberet tantam virtutem collativam  [S. Theol. loc. cit].  Ma il soggetto pensante non ha in sé come sola fonte di conoscenze, il lume intellettuale e i primi principi, ha anche un'altra maestra: l'esperienza, o, meglio, la conoscenza sensibile. Già i primi principi, i concetti primi e per sé evidenti, abbiamo visto che sono nel nostro animo, forme a priori, disposizioni o virtualità che passano all'atto solo al primo stimolo della esperienza. Passati all'atto e costituiti che siano essi non producono nuove conoscenze se non in quanto si applicano, daccapo, ai dati che l'esperienza sensibile ci offre. Coi concetti di uno, di essere, ecc. (primi principi) io non posso formare i concetti di animale, di vegetale, di uomo ecc. se l'esperienza sensibile non mi dà la percezione dei singoli uomini, vegetali, animali ecc. dai quali astraendo certe caratteristiche essenziali comuni io formo appunto il concetto di animale, vegetale, uomo  ecc. Processo che S. Tommaso descrive così: Cum  autem aliquis hujusmodi universalia principia, applicat ad aliqua particularia, quorum memoriam et experimentum per sensum accipit, per inventionem propriam acquirit scientiam eorum quae nesciebat... Non basta, cioè, che ci siano i primi principi, occorre che ci siano anche le cognizioni particolari da ridurre ad essi; se no il processo che abbiamo descritto prima, col quale la mente umana conosce la verità, non potrebbe aver luogo. Ora, la conoscenza di queste particolari nozioni manca, o meglio, è scarsa ed imperfetta nello scolaro, che ha esplorato la propria esperienza sensibile molto meno e molto peggio del maestro. Ed ecco un altro modo col quale il maestro aiuta il discepolo: presentandogli, appunto, delle nozioni o proposizioni particolari, la verità delle quali egli possa saggiare da sé al lume dei primi principi, ovvero proponendo alla sua osservazione oggetti ed esempi sensibili da cui possa ricavare direttamente le cognizioni stesse [...cum proponit ei aliquas propositiones minus universales, quas tamen ex praecognitis discipulus dijudicare potest; vel cum proponit ei aliqua sensibilia exempla, vel similia vel opposita, vel aliqua hujusmodi, ex quibus intellectus addiscentis manuducitur in cognitionem veritatis ignotae. S. Theol. loc. cit. (in corp.)]. Far questo, S. Tommaso lo dice, da parte del maestro: procurare allo scolaro aliqua auxilia vel instrumenta aiuti e strumenti di lavoro, potremmo dir noi, giacché il loro uso è proprio simile, sotto quest'aspetto, agli strumenti materiali, che facilitano il lavoro pur senza diminuire, anzi accrescendo la attività e la solerzia di chi li adopera.  Che cosa c'è di vero, dunque, nella teoria agostiniana, secondo la quale è Dio che, dall'interno, mostra la verità all'anima umana? Questo: che da Dio appunto viene all'anima nostra la facoltà di conoscere, il lume intellettuale, i primi principi, la sensibilità. Ma poi lo sviluppo di questa facoltà e il suo passaggio dalla potenza all'atto avvengono non già per intervento diretto della Causa Prima, sibbene per intervento di una causa seconda, qual è precisamente il maestro umano. Il che non diminuisce affatto la potenza o la dignità della Causa Prima, la quale ha creato appunto le cause seconde, fra le quali i maestri, non perché ottenessero nell'universo solo un effetto decorativo, ma perché davvero causassero, cioè producessero qualche cosa ...prima causa ex eminentia bonitatis sua? rebus aliis confert non solum quod sint, sed etiam quod causae sint [De Mag Art. I (in corp.)]. Dio ha conferito alle cause seconde, non solo l'essere, ma anche il causare, l'esser cause. Onde significherebbe non accrescere, ma diminuire la bontà e la potenza di Dio, supporre ch'Egli avesse fatto delle cause incapaci di causare, quasi sbagliandosi e contraddicendosi nell'opera sua stessa. Ch'è appunto l'inconveniente rimproverato da San Tommaso alle due teorie, averroistica e platonica, le quali volendo riferir tutto, o all'azione dell'Intelletto unico, o all'azione delle forme separate (idee) finiscono col non vedere più, negli agenti naturali e nelle cause seconde, se non qualcosa d'illusorio e irreale. Il che accade alle teorie dell'autodidattica, che ammettono la esistenza del maestro, salvo poi a togliergli ogni possibilità e capacità effettiva d'insegnare. La teoria dell'autodidattica così è colpita proprio al cuore: nelle dottrine filosofiche che ne costituiscono la giustificazione. Ma, e quel tale, difficile problema della comunicazione fra maestro e scolaro? E quella tale impossibilità che la scienza si trasmettesse, mediante i puri segni sensibili del linguaggio, dall’uno all'altro soggetto?  Per rispondere a queste domande S. Tommaso tiene a chiarire alcuni equivoci che saranno, in ogni tempo, i più potenti motivi delle teorie pedagogiche tendenti all'autodidattica.  E, in primo luogo, il passaggio della scienza dal maestro allo scolaro è proprio vero che si debba considerare come il passaggio di un oggetto materiale da una mano all'altra? Anzi, è vero che sì possa parlare, in genere, di passaggio della scienza dal maestro allo scolaro? Un oggetto materiale passa da una mano all'altra sempre restando lo stesso oggetto, uno e identico. La scienza passa anche lei di mente in mente restando sempre una? Abbiamo già visto che non è così. Lo scolaro non riceve la stessa scienza del maestro, ma se ne forma una simile, la quale benché coincida, e contenga, cioè, le stesse cognizioni, non è numericamente una con quella del maestro. Così, per prendere un esempio volgare, due ciliege sono eguali fra loro come ciliege, ma sono tuttavia due e non una, e due rimarrebbero sempre anche se fossero uguali persino nelle più insignificanti particolarità, come due macchine di una identica serie. E, dunque, chi non accetta l'intelletto unico di Averroé non ha punto l'obbligo di mostrare come una stessa scienza passi, quasi oggetto materiale, dal maestro allo scolaro: basta che dimostri come lo scolaro possa formarsi - con un'attività che resta sua e interna al suo animo - una propria scienza, pur simile, nel contenuto delle nozioni, alla scienza del maestro.  In secondo luogo: pensano alcuni (e lo pensano anche oggi) che siccome nel maestro e nello scolaro si svolge un processo sostanzialmente identico, così cada ogni ragione di distinguerli l'uno dall'altro, almeno nell'atto dell'insegnare e imparare. Che cosa c'è, infatti, nel maestro? Il processo della conoscenza. E nello scolaro? Ancora il processo della conoscenza. Dunque le leggi dell'educazione sono quelle della conoscenza, anzi l'educazione è addirittura la conoscenza, e allora la pedagogia è una scienza senza oggetto proprio, la quale si risolve nella teoria del conoscere e basta. Altro equivoco simile al primo. E’ ben vero che il modo col quale apprendiamo scienza da noi stessi è simile e sottostà alle medesime leggi del modo col quale apprendiamo scienza dal maestro. Ma, al solito, simile non vuol dire uguale e sottostare alle medesime leggi non vuol dire essere identici né uno di numero. VII  Per esempio, nella medicina, il medico guarisce l'ammalato non facendo altro che aiutare e stimolare le forze intrinseche dell'organismo, il quale, rigorosamente parlando, poteva guarire da solo, tanto è vero che qualche volta guarisce di fatto senza bisogno di medici né di medicine. Allo stesso modo il maestro procura scienza allo scolaro non facendo altro che aiutare e stimolare le forze intrinseche dell'organismo intellettuale: l'intelletto, l'esperienza, l'uso dei primi principi. Il medico per guarir l'ammalato si fonda sulla conoscenza delle leggi fisiche e fisiologiche, il maestro per insegnare si fonda sulla conoscenza delle leggi intellettuali. Anche lo scolaro poteva, rigorosamente parlando, imparare da sé, tanto è vero che vi sono sempre stati degli autodidatti. Che cosa significa questo? Soltanto che ...in his autem quae fiunt a natura et arte, eodem modo operatur ars, et per eadem media, quibus et natura [De Mag. Art. I (in corp.)] il che, come è ovvio, non vuol dire affatto che, dunque, l'arte non esista, o sia identica alla natura.  Come la natura chi soffrisse per il freddo riscaldandolo lo sanerebbe, così fa anche il medico: onde anche si dice che l'arte imita la natura. Similmente avviene pure  nell'acquisizione della scienza, che, ricercando e ritrovando, il docente conduce altri a sapere cose ignote nello stesso modo in cui alcuno conduce se medesimo a conoscer l'ignoto [Ibid. Si cfr. la traduzione Guzzo, Vallecchi ed. Firenze].  Dunque, la somiglianza fra natura e l'arte o il fatto che l'arte imiti la natura, nell' insegnamento come nella medicina o in altre cose, non prova punto che l'arte non esista, o si possa considerare come una entità trascurabile. Ma, e quel tal problema della comunicazione? Com'è possibile che il maestro, imitando la natura, possa, sia pur non trasmettere nel senso materiale della parola, ma anche solo provocare o stimolare nel discepolo, una scienza eguale alla sua?  Ecco, come S. Agostino, anche AQUINO (vedasi) non mette in dubbio che lo strumento principale della comunicazione fra maestro e discepolo sia il linguaggio e siano i SEGNI ond'esso è costituito: solo, non si arresta alla difficoltà che S. Agostino aveva creduto insuperabile, di conciliare la materialità e il carattere sensibile dei segni linguistici colla idealità e l'interiorità della scienza. Poiché il segno del linguaggio ha, per S. Tommaso, una fisionomia tutta speciale: è sensibile, sì, ma d'una, se vogliamo così chiamarla, sensibilità affatto diversa da quella che possiamo attribuire alle qualità degli oggetti materiali ed alle vere e proprie sensazioni: sensibile della sensibilità che tocca piuttosto all'immaginazione e al suo prodotto, il fantasma o l'immagine, che è una sensibilità di un grado più elevato ed immateriale di quello che compete alle sensazioni pure e semplici. Poiché il fantasma linguistico (parola od altro segno che sia), a differenza delle sensazioni o percezioni che ci vengono dagli oggetti materiali suppone già l'esistenza dei concetti nella mente, e, nasce per esprimerli; e sta, perciò, con essi, in una relazione molto più immediata che non sia quella della sensazione coi medesimi concetti.  Facciamo un esempio. Si prende la legge fisica: il calore dilata i corpi. Che è quella legge? Niente altro che una forma. Nella natura é la forma di quel processo che è, appunto, la dilatazione. Ora una forma, nella natura, può esistere solo come esistono in generale le forme in una materia, come conformazione, cioè, di determinati oggetti o di un determinato accadere. Nella natura la legge della dilatazione dei corpi è, appunto, il dilatarsi dei singoli corpi a, b, c ecc. e la conoscenza che ne abbiamo è appunto la sensazione o percezione dei corpi a, b, c, mentre si dilatano. Potrei, dunque, arrivare a formular la legge della dilatazione partendo dalle sensazioni e percezioni pure e semplici dei corpi? Certo che potrei e posso, in quanto, osservando prima il corpo a, poi il corpo b, poi il corpo c ecc. posso arrivare e arrivo ad estrarre, da queste percezioni particolari, un concetto e una legge universale riguardante la dilatazione. E come posso arrivarci io, posso condurvi lo scolaro, lasciando che osservi a sua volta i corpi a, b, c, e poi ne tragga, se gli riesce, la legge della dilatazione.  Si noti, però, la difficoltà e la lentezza di questo processo. Quanti uomini hanno osservato sensibilmente il dilatarsi dei singoli corpi, eppure non sono riusciti a formulare la legge della dilatazione! Quanti videro i corpi cadere, e non ne seppero trarre la legge della gravitazione universale! E si capisce: quella forma che è la legge della dilatazione esiste nei corpi, ma non come forma pura e come concetto, bensì come forma d'una materia. Come forma pura e come concetto non la troviamo bell'e fatta, ma bisogna che la costruiamo noi, con tutte le difficoltà e incertezze che ne seguono.  Ma si prenda, invece, la stessa legge della dilatazione qual è formulata in un trattato di fisica, o dalla voce del maestro, con queste precise parole: il calore dilata i corpi. Anche qui essa viene espressa con segni sensibili, all'udito o alla vista, le parole. Segni  tanto sensibili quanto lo è appunto la percezione dei corpi a, b, c. Ma con questa differenza. Che per poter dire o scrivere le parole il calore dilata i corpi si è già dovuto formare il concetto della dilatazione colla legge relativa. La legge della dilatazione ha dovuto esserci, cioè, non più come forma di quell'accadere materiale ch'è il dilatarsi dei singoli corpi, ma come forma pura nella mente del fisico. E perciò chi legge o ascolta quelle parole non ha bisogno di tutto un complicato e difficile lavoro per cavarne fuori la pura forma della legge scientifica, ma assume direttamente da esse la legge in quanto pura forma o concetto scientifico. Tanto è vero che è possibile vedere mille corpi a dilatarsi e non ricavarne la legge della dilatazione, ma non è possibile udire dal maestro o leggere nel libro di fisica le parole il calore dilata i corpi (udire e leggere davvero, s'intende, e non solo far finta) e non ricavarne la legge della dilatazione. Per lo meno: anche se il processo della visione e della sensazione si compie regolarmente senza essere turbato in alcun modo, e cioè anche ammesso ch'io osservi colla massima attenzione i singoli corpi, non è detto che per questo io arrivi ad astrarre la legge della gravitazione o della dilatazione. Mentre se lo leggo od ascolto regolarmente le parole colle quali il fisico si spiega, io dovrò necessariamente intendere la legge della gravitazione o della dilatazione, a meno che qualche ragione, diciamo così, patologica non impedisca alla mia lettura o audizione di svolgersi regolarmente. In quest'ultimo caso, insomma, svolto normalmente il processo, ne ho come necessaria conseguenza l'apprendimento; nell'altro caso, no.  È questa, forse, una delle più originali caratteristiche della pedagogia delineata d’AQUINO (si veda) Per la quale, a differenza di ciò che succede in moltissimi altri sistemi pedagogici, la parola del maestro non è né eguale né, tanto meno, inferiore in valore agli oggetti esterni e, in genere, all'esperienza sensibile dello scolaro, come accadrà poi, tanto spesso, nei vari metodi intuitivi od oggettivi escogitati dalla pedagogia moderna, da Comenius in poi. Questo non vuol dire certo che S. Tommaso svaluti l'esperienza - abbiamo visto invece che la valuta moltissimo - né che non le attribuisca tutta l'importanza che deve avere. Ma fra gli oggetti sensibili che possono variamente essere offerti allo scolaro e la parola del maestro c'è, per S. Tommaso, una differenza essenziale che c'impedisce di considerare quest'ultima puramente come uno fra gli altri oggetti di possibile esperienza per lo scolaro. Giacché è vero che in un certo senso "le stesse parole dell'insegnante, udite o viste in iscritto, quanto al causare scienza nell'intelletto si portano come le cose che sono fuori dell'anima: perché e dalle une e dalle altre l'intelletto riceve le intenzioni intelligibili". Ma poi la somiglianza cessa qui, poiché le parole dell'insegnante causano scienza "più da vicino" che non i sensibili che esistono fuori dell'anima, in quanto le parole sono segni delle intenzioni intelligibili [De Mag. Art. I (ad XI.nium). IPSA VERBA DOCTORIS AVDITA VEL VISA IN SCRIPTA HOC MODO SE HABENT AD CAVSANDVM SCIENTIAM IN INTELLECTV SICVT RES QVÆ SVNT EXTRA ANIMAM QVIA EX VLTRISQVE INTELLECTVS INTENTIONES INTELLIGIBILES ACCIPIT QVAMVIS VERBA DOCTORIS PROPINQVIVS SE HABEANT AD CAVSANDVM SCIENTIAM QVAM SENSIBILIA EXTRA ANIMAM EXISTENTIA INQVANTVM SVNT SIGNA INTELLIGIBILIVM INTENTIONVM. E sappiamo già che cosa vuol dire quel "più da vicino", (propinquius) che non è punto indice di vicinanza o lontananza materiale, ma solo del fatto che abbiamo visto, dell'essere cioè presenti nel linguaggio le forme pure già astratte dalla materia ed esistenti nella mente: le "specie" o "intenzioni" intelligibili; le quali invece non sono presenti negli oggetti esterni e nelle sensazioni. Talché lo scolaro le può assumere senz'altro dalle parole del maestro; mentre non le potrebbe assumere dalle  cose e dalle sensazioni: non le potrebbe se non mediatamente, attraverso un complesso e delicato procedimento astrattivo il cui risultato finale resta, in ultima analisi, incerto, almeno rispetto a quelle particolari forme e verità che l'insegnante vuol fargli, volta a volta, scoprire. In fondo, è ancora la giusta osservazione di S. Agostino che S. Tommaso accoglie e sviluppa da par suo: nelle cose che facciamo percepire solo sensibilmente allo scolaro, questi non sa, né può sapere, dalla sola percezione, quali siano gli elementi essenziali e quali gli elementi accidentali della cosa, quali gli elementi su cui abbiamo voluto fermare la sua attenzione e quali quelli che può anche trascurare. E da questa incertezza, causa feconda di errori, non si esce se non aggiungendo, alla percezione della cosa, l'insegnamento verbale del maestro, che solo può metterci innanzi le forme già astratte dalla materia e farci subito distinguere l'essenziale dall'accidentale, l'oggetto proposto al nostro pensiero, da altri oggetti reali o possibili. Così il linguaggio del maestro, lungi dal sopprimere l'esperienza dello scolaro, è proprio quello che la spiega, l'ordina, l'organizza e, insomma, le dà un vero significato e valore.  È risolto, così, quel tal problema della comunicazione fra maestro e scolaro? Certo, ed è risolto proprio col rispettare ambedue quei dati del problema che a prima vista parevano inconciliabili: il carattere sensibile del linguaggio, o, in genere, dei segni fonici, mimici o grafici di cui si serve il maestro per operare ab estrinseco sulla coscienza dello scolaro e, insieme, il carattere affatto intimo e interno che sempre ha la scienza nell'animo dello scolaro medesimo, poiché vera causa di scienza allo scolaro - San Tommaso non si stanca di ripeterlo - sono non già i segni del maestro, ma il lume intellettuale e i primi principi dello scolaro stesso, il quale scopre la verità (o la falsità) di ciò che il maestro gli ha insegnato, non già ricevendo soltanto le forme intelligibili, ma riducendo i concetti così formati, sotto i primi principi, mercé quella attività collativa nella quale consiste il raziocinio, attività, senza nessun dubbio, originale e spontanea, che il maestro può stimolare e aiutare come abbiamo visto, ma in nessun modo sostituire. L'opera del maestro altro errore che AQUINO (vedasi) combatte continuamente negli argomenti acclusi al primo articolo del De Magistro non è già un'opera creativa; come se il maestro dovesse dar lui al discepolo il lume intellettuale e i primi principi. Ma ciò non vuol dire che sia un'opera superflua e inesistente: crederlo, è l'illusione di coloro che scambiano l'attività colla creazione, l’operare col trarre dal nulla; e non potendo riconoscere in un uomo qual è il maestro un'attività creativa propria solo di Dio, finiscono col negargli ogni e qualsiasi attività od operazione.  L'arte dell'insegnamento non crea la natura intellettuale; la presuppone. Ma la natura stessa dell'intelletto umano è così fatta che senza l'insegnamento rimarrebbe una vuota potenza non realizzata, o, almeno, realizzata attraverso un processo assai lento e malsicuro. La dimostrazione esauriente di questa tesi si trova nel secondo articolo del De Magistro, che è una delle critiche più brillanti e spregiudicate che siano mai state fatte all'autodidattica. Articolo paradossale in apparenza, e che suona stranamente agli orecchi di noi moderni abituati ormai da una lunga tradizione a ritenere l'autodidattica non solo un fatto  evidentissimo e una realtà incontrastabile, ma addirittura il centro e il principio vitale di ogni educazione. Può dirsi qualcuno maestro di se stesso? A noi sembra di sì: sembra, anzi, che tutti e non soltanto qualcuno, siano, in certo modo almeno, maestri di se stessi. Ebbene, San Tommaso risponde senz'altro di no; e val la pena che, prima di scandalizzarci o di spaventarci, intendiamo bene il principio sul quale l'Angelico dottore fonda la sua dimostrazione; ch'è poi, in ultima analisi, lo stesso principio sul quale ha fondato la dimostrazione precedente.  E, anzitutto, si faccia bene attenzione alla differenza che c'è fra queste due espressioni, apparentemente simili: acquistar scienza da sé ed esser maestro di se stesso. Che cosa vuol dire acquistar scienza da sé secondo la dottrina tomistica? Niente altro se non quello che abbiamo già visto. L'uomo possiede il lume intellettuale e i primi principi. Applicando tale sua attività al materiale offertogli dalla esperienza sensibile egli giunge da sé ad astrarre certi concetti, cioè ad accogliere nella sua mente come pure forme intelligibili quelle stesse forme che, nella natura, esistono solo come forme di una materia. Ne abbiamo visto, prima, un esempio a proposito della gravitazione e della dilatazione.  È questa, così ottenuta, scienza vera e propria? Senza dubbio. Anzi, scienza alla cui estensione e complessità non ci è dato mettere un limite a priori. Supposta, da parte del soggetto umano, una continua e indefinita esplorazione della esperienza sensibile e una correlativa astrazione di forme, nulla si oppone a che ne risulti una scienza anch'essa in via d'indefinito accrescimento e a che chiunque si possa costruire, per questa via, un sapere teoricamente illimitato. Tale è l'acquisto della scienza che si ha per opera della natura, quando, cioè, la ragione naturale per se stessa giunge a cognizione delle cose ignorate [De Mag. Art. I (in corp.)]. E questo modo S. Tommaso lo definisce, per evitar confusioni, con un termine suo proprio: trovare, o scoprire: inventio.  Ma se questo processo é, innegabilmente, acquisto di scienza, è poi anche insegnamento, o magistero? Qui la cosa cambia aspetto. L'insegnamento è un'operazione che si svolge mediante il linguaggio e che suppone, perciò, l’esistenza delle forme intelligibili come forme pure. Ora, un'esistenza tale noi sappiamo che quelle forme non possono averla nell'esperienza sensibile e nella natura, dove sono soltanto forme d'una materia: debbono averla nella mente. Ma nella mente di chi? Nella mente di colui che impara e ricerca, no di certo, altrimenti egli non imparerebbe e ricercherebbe, ma già saprebbe. Dunque nella mente di un altro, ossia del maestro. E allora l'insegnamento è un processo che lo stesso soggetto non può esercitare su sé medesimo per la contraddizione che ne consegue: perché dovrebbe al tempo stesso avere e non avere nella sua mente le forme intelligibili e i concetti, averle, dico, non in potenza e come possibilità di formarli, ma in atto, già formati e come principi positivamente esistenti e operanti. Per potere insegnare a me stesso, per esempio, la legge della gravitazione universale, io dovrei non soltanto avere la percezione dei corpi che cadono e astrarne poi la legge, il che sarebbe inventio, o scoperta e non insegnamento; ma dovrei già conoscere ed esprimere la legge come pura legge; il che è assurdo, poiché, evidentemente, se già conoscessi la legge non avrei bisogno di cercarla né di impararla.  Sembra un'oziosa questione di parole, e non lo è. Poiché S. Tommaso non chiama con due nomi diversi l'acquistar scienza da sé (inventio) e l'insegnamento (doctrina, disciplina) per il solo gusto di complicare il vocabolario, ma appunto per definire bene due concetti che gli sembrano, e sono, distinti. Abbiamo noi il diritto di estendere a una  vera e propria azione qual è l'insegnamento, ciò che è caratteristico, invece di un processo spontaneo e naturale come la scoperta e l'invenzione? Abbiamo cioè, il diritto di considerare anche il naturale acquisto della scienza che avviene spontaneamente e necessariamente in ciascuno per il solo fatto d'esistere, di pensare, di guardarsi attorno, come una vera e propria completa azione? A San Tommaso sembra di no, e questo è appunto l'argomento sul quale tutta la dimostrazione del secondo articolo si regge. Per potersi parlare di vera e propria azione (azione perfetta) é necessario che l'agente il quale fa da causa, contenga in sé in maniera essenziale e non accidentale ciò che produce poi nell'effetto [De Mag. Art. II (in corp.)]. Così, ad esempio il fuoco è agente di sanità, per colui che soffre di una malattia guaribile col calore, ma agente accidentale (imperfetto) poiché non contiene se non fortuitamente e per accidens ciò che in quel dato caso produce la guarigione. Ma lo stesso fuoco è agente essenziale (perfetto) nell'incendio d'una casa, appunto perché, come fuoco, contiene già in sé tutto ciò ch'è necessario agli effetti della combustione. E dunque se l'insegnamento ha da essere una vera e propria azione (azione perfetta) occorre che nell’agente sia già contenuto tutto ciò che sarà poi prodotto dall'azione. Il che accade soltanto se il soggetto maestro è diverso dal soggetto scolaro, ossia ha già in sé in atto, esplicitamente e perfettamente, tutto ciò che per sua opera sarà poi nel discepolo: la scienza. La autodidattica, invece, o, meglio, l'inventio è azione solo imperfetta, cioè non vera e completa azione, poiché in essa la causa, sia l'intelletto e i primi principi, sia l'esperienza sensibile, contiene sì ciò che sarà poi nell'effetto (la scienza, le forme intelligibili come forme pure) ma lo contiene solo implicitamente e potenzialmente, quanto al suo essere di scienza e di forma pura.  E questa non è - si badi bene - un'astratta escogitazione teorica senza nessuna rispondenza alla realtà. Al contrario, S. Tommaso c'invita ad osservare con lui che le cose stanno proprio in tal modo. Noi siamo, è vero, portati a lodare l'autodidatta e, perciò, attribuiamo all'autodidattica un valore superiore, in certo senso, a quello del semplice insegnamento. Ma nel far questo ci lasciamo sviare da un'osservazione che dovrebbe, se ben interpretata, suggerirci proprio la conclusione contraria a quella che abitualmente ne ricaviamo. Perché, infatti, esaltiamo, e giustamente, l'autodidatta? Ma appunto perché fa uno sforzo eccezionale; se no non avremmo ragione di lodarlo. Ora, l'eccezionalità di questo sforzo consiste precisamente nel fatto che l'autodidatta non segue nel costruire la sua cultura, il processo normale dell'insegnamento. Così l'equilibrista cammina sopra un filo, e merita elogio: ma diremo per questo che il migliore, più sicuro e spedito modo di camminare sia quello d'andar su un filo? No certo, anzi, diremo tutti che l'abilità dell'equilibrista consiste, invece, nell'aver scelto, per camminare, uno dei modi peggiori, meno sicuri e meno spediti. E, dunque, anche dell'autodidatta dobbiamo dire che l'autodidattica, lungi dall'essere il modo migliore e più sicuro di apprendere è, anzi, il peggiore e il più malsicuro, e che proprio per aver saputo acconciarsi a questa maggiore difficoltà l'autodidatta merita lode ...sebbene il modo di acquistare scienza mediante la ricerca sia più perfetto riguardo a chi riceve la scienza, in quanto egli si segnala più abile a sapere, pure, rispetto a chi causa la scienza, è più perfetto il modo d'acquistare scienza attraverso l'insegnamento [De Mag. Art. II (ad 4.tum.) quanivis modus in acquisitione scientiae per inventionem sit perfectior ex parte recipientis scientiam, inquantum designatur habilior ad sciendum; tamen ex parte scientiam causantis est modus perfectior per doctrinam].  Né si creda che quel ridurre a scienza più speditamente, sia solo una sfumatura:  anzi, c'è sotto una questione di principio, così importante che solo chi l'ha afferrata può dirsi abbia inteso veramente la differenza fondamentale che intercede tra la filosofia scolastica e certe filosofie moderne, quali il materialismo positivistico o l'idealismo.  C'è la scienza, prima di essere insegnata? Strana domanda, dirà qualcuno, eppure a questa domanda una corrente, certo rispettabile, e notevolissima della filosofia moderna, risponde addirittura di no. La scienza non c'è ma si fa, s'inventa, o si crea, nell'atto stesso dell'insegnamento. Come, poi, si fa o si crea? Dal pensiero nostro, il quale è, o dovrebbe essere un atto, secondo la filosofia moderna; ma viceversa è un atto che non è mai completamente realizzato, ma sempre deve realizzarsi, perciò diviene e si svolge all'infinito sempre facendosi altro da quello che era prima.  Ora, un atto di questo genere: un atto che non è tutto realizzato, o tutto realizzantesi, un atto che non è, insomma, tutto quel che può e deve essere, ma aspetta di svolgersi e di completarsi sia pure in un processo infinito, un atto di questo genere, la filosofia scolastica non lo chiamerebbe punto atto, bensì potenza. Il pensiero nostro, come abbiamo visto, possiede sì, tutta la scienza passata presente e futura, ma in potenza o come pura possibilità di conoscere, non già come atto, o come conoscenza positiva e concreta. Ebbene, una pura potenza può esser causa reale di un atto? Una pura possibilità può dar origine a una realtà? Lo può, ma in quanto presuppone, a sua volta, un atto antecedente, così come il seme può dar origine alla pianta, ma è, a sua volta, derivato da un'altra pianta. Non è la pura possibilità di vivere che genera l’uomo, ma l’opera di un altro essere in cui la vita è già in atto: il padre, la madre. E dunque il supporre che la scienza, nello scolaro e nel maestro, derivi solo dal pensiero in quanto è una pura potenza o possibilità di conoscere, è così assurdo come supporre che il figlio nasca, non dal padre e dalla madre, ma dalla possibilità di vivere. Perché ci sia la scienza in potenza, ci deve essere già stata, la scienza in atto: perché ci sia il seme, già ci vuol la pianta completa.  Ecco la differenza fra la scolastica e l'idealismo o il materialismo moderni. Secondo questi sistemi, tutta la realtà procede, in fondo, da una pura potenza, da un germe, un X spirituale o materiale che non è nulla al principio, ma tutto si fa o diviene: l'essere, insomma, deriva dal non essere. Secondo la scolastica, la realtà procede da un Atto assolutamente puro, senza mistura di potenza, nel quale sussistono eminentemente e perfettamente realizzati e realizzantisi ab aeterno, tutti quei valori che, nella realtà stessa, la nostra mente poi rintraccia: Dio, principio primo e fine ultimo d'ogni cosa.  Ed ecco, quindi, la diversità fra la doctrina e l'inventio, fra l'insegnamento e l'autodidattica, fra lo scoprire e l'imparare. Si capisce che per coloro i quali seguono certe teorie filosofiche moderne, la doctrina presupponga l'inventio: se prima non abbiamo scoperto o tratto dal nulla la scienza, che cosa potremo mai insegnare? Ma in realtà, per San Tommaso e la scolastica, è vero il contrario: l’inventio presuppone la doctrina, noi possiamo, cioè, scoprire una scienza solo in quanto essa c'è già, ed è già in atto, se no, che cosa scopriremmo, il vuoto? Le forme stesse realizzate nella materia che ci dà la natura, non potrebbero ivi esistere, se prima non esistessero come pure forme nella mente di Dio, alla quale ogni scienza deve necessariamente risalire come a sua causa prima: sistema di idee, o rationes aeternae, come anche la scolastica le chiama, cioè archetipi e modelli di tutte le cose. Di qui il valore insostituibile della doctrina, cioè del vero e proprio insegnamento, poiché, nella mente del maestro, la scienza ha un'esistenza d'ordine superiore a quello che ha nella natura e nell'esperienza: una esistenza, se così ci si potesse esprimere, più lontana dalla materia e più vicina a quella  delle rationes aeternae nella mente di Dio. Onde il genialissimo concetto tomistico dell'insegnamento, fondato proprio al polo opposto dell'autodidattismo moderno, non sull'imperfezione e sul divenire, ma sulla perfezione intrinseca della scienza che, quasi per sovrabbondanza, sembra irraggiare ed effondere, nel suo atto, dalla mente del maestro alla mente dello scolaro. Andare più oltre vorrebbe dire superare i limiti della presente trattazione, addentrandosi in una esposizione analitica del De Magistro, che, nella abituale densità e concisione del pensiero tomistico, presenta quasi ad ogni passo dovizie di dottrina, il cui adeguato svolgimento produrrebbe tutta una organica teoria della educazione da esporsi in un vero e proprio trattato, e non in un breve saggio [Chi desidera approfondire l'argomento può confrontare il nostro volume Maestro e Scolaro. - Soc. Ed. Vita e Pensiero, Milano, 1930]. Basti qui ricordare, per concludere, che a questo punto il pensiero di S. Tommaso si ricongiunge a quello di S. Agostino, dando origine a una concezione della scienza e dell'insegnamento che si può considerare caratteristica dell'età in cui il sapere umano s'impose la più rigida e, insieme, la più feconda disciplina intellettuale: vogliamo dire il Medio Evo. La scienza come doctrina piuttosto che come inventio: non perché l'invenzione non possa e non debba avere la sua funzione legittima, ma perché la doctrina è un organo superiore, il mezzo più elevato e sicuro, del quale Dio stesso si è servito per ammaestrare il genere umano, al quale ha dato non solo la sensibilità, il lume intellettuale e i primi principi, abbandonandolo poi a tutte le incertezze d'una ricerca puramente naturale, ma una vera e propria scienza, rivelata dapprima ai Patriarchi e ai Profeti, poi agli Apostoli, ai Padri, ai Dottori e a tutta la Ecclesia docens, il cui perenne magistero si estende attraverso i secoli. I geni di Agostino e di Tommaso si uniscono in questa visione della scienza come procedente da Dio; ma mentre il primo preferisce insistere sull'azione diretta e immediata di Dio nell'anima e sulla operazione dello Spirito che agisce, soprannaturalmente, in ciascuno di noi, l'altro mette in luce, piuttosto, l'azione delle cause seconde e il magistero umano che Iddio medesimo ha voluto stabilire nella Chiesa, come organo della Rivelazione, oltreché nella scuola come strumento della cultura puramente naturale. Ma anche per S. Tommaso, come per S. Agostino, il problema dell'educazione e dell’insegnamento non si vede tutto, se non si considera, oltre che sotto l'aspetto naturale, sotto l'aspetto soprannaturale. Per questa parte il De Magistro tomistico non s'intende, senza ricorrere a quella triplice analisi della scienza qual è nella mente divina, nell'intelligenza angelica e nell'intelligenza umana, che si trova nella Summa Theologica: analisi alla quale si debbono aggiungere gli articoli che trattano della necessità e possibilità d'una Rivelazione. Ch'è poi sempre il grande metodo della Scolastica: stabilire, con la sola ragione, la legittimità e l'esistenza della Rivelazione, ma poi adoperare la rivelazione per estendere, disciplinare, consolidare l'opera della ragione.  Taluno, certo, obietterà che questo metodo e questa concezione della scienza riducono a nulla l'attività e la libertà umana, condannate soltanto ad assoggettarsi, e a ricevere passivamente un sapere già fatto, fuori di loro, onde, si maledirà il Medio Evo, come l'epoca per eccellenza mortificatrice dell'umana originalità. Obiezione tanto impressionante a prima vista, quanto intrinsecamente debole e fondata sull'equivoco.  Poiché la libertà dell'intelletto sta appunto nel conoscere il vero, e non nel conoscere il falso; e, perciò colui che riceve dottrina da un maestro, se questa dottrina è vera, non riceve una violazione, anzi un incremento della propria attività e personalità, così come, viceversa, colui che inventa o scopre, se inventa degli errori, riceve una vera propria violazione e diminuzione della sua attività intellettuale. E, dunque, colui che riceve scienza da un maestro più sapiente di lui, riceve non schiavitù, ma libertà intellettuale, e più ne riceve quanto più il maestro è sapiente e, perciò, la dottrina vera; e il massimo ne riceve quando il maestro è il più sapiente di tutti: Dio, e la dottrina la più vera di tutte: la dottrina rivelata. Schiavo in apparenza, il pensiero medioevale, col suo centro nella sacra teologia, era il pensiero più libero e audace che mai ci sia stato; un pensiero che tutto osava discutere e su tutto argomentava, un insegnamento della cui vastità e organicità le Somme ci sono, anche oggi, testimoni; ben lungi dall'anemica povertà dei criticismi o dei positivismi che hanno voluto liberare le intelligenze coi dubbi e fare la luce con l'oscurità. La pedagogia moderna cadde in un grosso equivoco quando confuse due concetti fra loro tanto diversi come quello di attività o libertà e quello di autodidattica, quasiché per essere libero o attivo lo scolaro dovesse inventar tutto da sé, e non fosse vero invece il contrario e cioè che tanto più attivo e libero sarebbe riuscito lo scolaro quanto più energicamente gli si fosse data dal maestro una dottrina completa e vitale; e, per converso, tanto meno libero quanto più si fosse lasciato agli errori e alle incertezze delle sue personali invenzioni. Figlia di età indisciplinate e sterilmente irrequiete, la pedagogia moderna ha, così, affaticato gli intelletti giovanili senza nutrirli, e ha dato origine a quei gravi inconvenienti che uomini, pur poco tradizionalisti e niente affatto medioevalisti, come il Lambruschini e il Capponi, hanno, durante il secolo scorso, con tanta efficacia denunciato.  Tra gli sforzi di questa pedagogia così affaccendata e disorganica, il pensiero di S. Tommaso ci fa, oggi, l'effetto che fa sempre il ritorno all'antico, quando è, come nel nostro caso un antico più vero e, perciò, più moderno del moderno: l'effetto di una novità addirittura rivoluzionaria. Studiare S. Tommaso vuol dire, in questa come in tante altre questioni, ritrovare noi stessi. Una pedagogia del passato? Diciamo, piuttosto: una pedagogia dell'avvenire. L'Educazione naturale (Relazione presentata alla XVII Settimana Sociale dei cattolici italiani, Firenze, 1927)  In due sensi può parlarsi di educazione naturale o soprannaturale: quanto al contenuto e quanto alla forma. Si dice, cioè, nel primo significato, soprannaturale l'educazione che ha per oggetto nozioni od atti che non si riducono alla natura umana e che non sono una semplice esplicazione di potenze in essa contenute. Si dice, nel secondo significato, soprannaturale l'educazione che, pur nel realizzare nozioni od atti, normalmente impliciti nella natura stessa, li realizza ricorrendo a mezzi i quali sono, essi, affatto irriducibili, ai naturali procedimenti dell'educazione. Per spiegarmi meglio, prenderò due esempi. Ecco un uomo che s'accosta tutti i giorni ai Sacramenti e, così facendo, progredisce via via nelle virtù dell'umiltà, della pazienza, della temperanza, della castità e, viceversa, reprime i vizi dell'orgoglio, dell'ira, dell'intemperanza, della lussuria. Orbene, questa educazione potrà dirsi naturale nel contenuto, ma soprannaturale nella forma. Naturale nel contenuto, giacché l'umiltà, la pazienza, la temperanza, la castità, sono virtù non soltanto possibili in tesi generale alla natura umana, ma tali che, nella maggior parte dei casi, la loro possibilità sarebbe distrutta, se la natura umana fosse diversamente costituita. Soprannaturale nella forma, perché quelle stesse virtù, potenzialmente insite nella natura umana, vengono sviluppate, colla frequenza dei Sacramenti, mediante un'azione che non è l'ordinaria disciplina o l’ammaestramento che un uomo può esercitare, sugli altri o su se stesso, con l'opera o la parola bensì la misteriosa, indefinibile azione d'un Dio che a noi s'assimila attraverso le specie eucaristiche.  Prendiamo, invece, un maestro mentre spiega il catechismo ai suoi alunni, e parla loro di un Dio solo in tre persone distinte: avremo, evidentemente, un caso di educazione naturale per la forma e soprannaturale per il contenuto. Naturale per la forma, poiché nulla v'ha di più consono alle possibilità della natura umana che il leggere un libro e commentarne alcuni passi. Soprannaturale pel contenuto, poiché la nozione del Dio uno e trino nel senso cattolico della parola, è inattingibile alle sole forze della ragione nostra, e può ottenersi solo mediante una rivelazione divina, che la Chiesa ci ha conservato in fedele deposito attraverso i secoli, e alla quale l'umile maestro attinge quando istruisce nella religione i suoi scolari.  Evidentemente, oltre questi due casi in cui nell'educazione l'oggetto è naturale e soprannaturale il metodo e viceversa, v'hanno anche i due casi più semplici, in cui e l'oggetto e il metodo sono entrambi naturali, o entrambi soprannaturali. Appartengono al primo tutti i più consueti esempi di educazione e d'istruzione che siamo soliti considerare nella scuola, nella famiglia e nel collegio, ove nozioni e attitudini naturali all'uomo, come le arti, le scienze, la morale, la filosofia vengono insegnate con quei metodi che la ragione e l'esperienza suggeriscono agli educatori. Appartengono al secondo caso, invece, tutti quei fatti, così numerosi nella storia del cristianesimo, ove una particolare rivelazione o mozione divina è veicolo, per dir così, di nozioni, atteggiamenti od affetti che l'uomo, secondo la pura possibilità della natura propria non avrebbe, nonché raggiunto, neppure sospettato.  Cito un solo, ma tipico esempio: la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. I quali, appunto perché uomini, e quindi abituati a misurare tutto alla stregua della natura umana, avevano fino allora trovato di colore oscuro, benché Cristo medesimo le avesse loro inculcate, tante verità soprannaturali come la preannunziata morte e risurrezione del Salvatore, la redenzione del genere umano attraverso le lacrime e il dolore d'un Dio, la concordanza fra l'antica legge e la nuova, i rapporti fra il Padre ed il Figlio e via discorrendo, verità che, invece, dopo che le lingue di fuoco furono discese sul loro capo, s'impressero così profondamente nel loro animo da permetter poi loro d'insegnarle, con quell'efficacia che sappiamo, a tutto il mondo allora conosciuto.  Io non parlerò adesso - poiché non è mio compito - della educazione in quanto soprannaturale nel contenuto e nella forma, e neppure soltanto nel contenuto. Io non parlerò dell'educazione, cioè, in quanto puramente soprannaturale, e neppure in quanto veicolo di nozioni, o di attitudini soprannaturali. Mi limiterò, dunque, a parlare dell'educazione naturale. II  Sarebbe abbastanza interessante poter esaminare alla luce di queste nozioni oggi molto trascurate, quando non addirittura respinte e derise come assurde dagli studiosi, le più importanti concezioni pedagogiche, nelle quali il pensiero umano si è, attraverso la storia, rispecchiato. Ma, non potendo arrischiarci in un lavoro di così vasta mole, ci limiteremo ad affermare semplicemente che tutte le più importanti teorie dell'educazione sono, in un certo senso, naturalistiche, perché tutte confidano, anche quando non vogliono riconoscerlo, in una immanente capacità della natura umana, che le permette di svolgersi colle sue proprie forze, verso la verità e la moralità. Capacità che, essa stessa, si può coltivare e aiutare con mezzi puramente umani come l'insegnamento, l'esempio, il governo, la disciplina, dei quali è formata, appunto, l'educazione naturalmente e umanamente intesa. Senza questa fiducia, e nelle forze stesse della natura umana e nella possibilità di aiutarle, l'educazione sarebbe un perditempo assurdo. Se l'uomo non fosse fatto per la verità e la moralità, egli non potrebbe conoscere l'una e praticare l'altra, come effettivamente non la conoscono né la praticano gli animali, i minerali o le piante. Se, d'altra parte, in questo suo sforzo verso il vero e il bene, la natura umana non potesse essere aiutata con mezzi e strumenti adatti tanto varrebbe chiudere tutte le scuole, bruciare tutti i libri, abolire tutti i maestri, e lasciare che ognuno se la sbrigasse, alla meglio, da sé. Anzi, non si sarebbe trovato mai nessuno così pazzo da spender tempo e fatiche nell'educare i propri simili; o, se si fosse trovato, la disperata inutilità del tentativo, lo avrebbe, subito, persuaso di smettere; e scuole, collegi, libri, maestri, non sarebbero mai stati. Fin qui, dunque, fino a questa legittima persuasione intorno alla possibilità di educare l'uomo con mezzi naturali, tutte le teorie pedagogiche si debbono trovar concordi: né la pedagogia cristiana stessa, potrebbe fare eccezione. E lo dimostra la storia del cattolicesimo, il quale, nonostante la grandissima importanza da lui attribuita, nell'educazione, all'elemento soprannaturale, ha sempre rifiutato come eretica, la teoria la quale afferma impossibile all'uomo il conseguimento del vero e del bene senza una positiva rivelazione divina e proclamando errori la filosofia e peccato le virtù dei pagani, volentieri condannerebbe al rogo come futili sciocchezze, ogni scienza, ogni progresso, ogni civiltà. Così, invece di gettar via la scienza del paganesimo, il cristianesimo poté mantenerne viva la fiaccola nei suoi chiostri, nelle sue scuole, nelle sue Università e, ricongiungendo sapientemente il nuovo all'antico, poté serbare intatta quella tradizione della civiltà occidentale che ci fa, oggi, giustamente orgogliosi.  Ma, oltre questo naturalismo ch'è, in fondo, una ragionevole fiducia nelle forze della natura umana, la quale, se ha in sé delle tendenze al male e all'errore, ha pure in sé delle tendenze altrettanto spontanee al bene e alla verità; oltre questo saggio naturalismo senza cui non è possibile parlare neppure di educazione, molte dottrine pedagogiche, specie moderne, hanno in sé un altro naturalismo niente affatto utile o necessario all'educazione. Tale naturalismo, non si limita a dichiarare che l'uomo ha nella sua propria natura le energie necessarie al suo ordinato svolgimento: afferma che ogni educazione si riduce allo spontaneo svolgimento della natura umana secondo le proprie, immanenti leggi costitutive. E non si limita a riconoscere che l'uomo ha nella sua propria natura una tendenza al vero e al bene, cioè che è fatto, in ultima analisi, per la conoscenza dell'uno e l'attuazione dell'altro, ma afferma che l'uomo solo è a sé stesso il vero e il bene, perché appunto nello svolgimento delle sue umane energie, o per sé prese o nei loro rapporti colla circostante natura, consiste il solo vero e il solo bene possibile. E non si limita, quindi, ad affermare la legittimità d'una educazione naturale dell'uomo, ma  respinge come assurda e satireggia come ridicola pur l'idea d'una educazione soprannaturale, o, comunque, di un elemento soprannaturale nell'educazione. III  Distinguiamo, anzitutto, due cose che si sogliono, per lo più, confondere: la possibilità d'una educazione naturale, e la sua effettiva realtà. Che l'uomo possa essere educato, e, anzi, sia fatto per essere educato al vero e al bene, non c'è dubbio, ma che tutti gli uomini siano, effettivamente, educati al vero e al bene, che tutti gli uomini arrivino, in realtà, alla conoscenza del vero e alla pratica del bene, almeno nella misura necessaria a ciascuno per condurre decorosamente la sua esistenza umana, nessuno vorrebbe certo, affermarlo, fino al giorno in cui tutti i viziosi e gl'ignoranti non saranno eliminati dalla faccia della terra. Si può, è vero, sempre sottilizzare e rispondere che nemmeno l'uomo più rozzo ed ignorante del mondo vive senza accogliere nella mente un barlume di verità, che nemmeno il peggiore delinquente può fare a meno di vagheggiare, in fondo all’animo, qualche sentimento buono, e che, perciò, l'educazione del genere umano, fino a un certo punto, avviene sempre, e non può non avvenire. Ma è facile obiettare che la bontà la quale pure possiamo scoprire nel delinquente, o la verità che regna anche nel cervello dell'ignorante, non sono quella verità e quella bontà di cui si preoccupa l'educazione. Prodotte da una necessità delle cose, e non da una libera adesione dello spirito, inconsapevoli di sé, esse si distruggono e ci danno come risultato l'ignoranza nell'ignorante, e la delinquenza nel delinquente. O vorremo presentare il delinquente e l'ignorante come il tipo dell'uomo educato? Una tale ipotesi è così assurda che si confuta da sé. Se ci dovessimo contentare di quel vero e di quel bene che, come lo Spirito di Dio, riempiono il mondo e che, anche negandoli, l'uomo è sforzato in ogni condizione a riconoscere col solo fatto di esistere e di pensare, da lungo tempo l'umanità avrebbe chiuso le scuole e bruciato i libri e ricacciato i fanciulli ad istruirsi nella selva primitiva. Se, invece così non ha fatto, e le scuole e i libri, e i metodi costituiscono ancora la sua preoccupazione dominante, si è perché tutti sanno che il vero e il bene nell' uomo inconsapevole sono come l'oro, che non ha alcun valore finché non sia estratto dal fango col quale si trova mescolato. Torniamo, dunque, alla nostra primitiva affermazione. Benché l'uomo sia, per natura, potenzialmente educabile, questa possibilità non è ancora una realtà; e tutti i laboriosi sforzi fatti dal genere umano per educarsi, sono l'implicito riconoscimento della notevole differenza che intercede fra quella possibilità e la sua realizzazione effettiva.  Riescono, almeno, questi sforzi? L'educazione naturale riesce, almeno, a portare ciascun uomo che apre gli occhi alla luce, alla conoscenza del vero e alla pratica del bene? Non pretendiamo ch'essa formi sempre dei santi, degli scienziati o degli eroi: forma almeno, sempre, onesti uomini, capaci lavoratori, buoni padri di famiglia? Ahimè, questa volta la risposta è troppo facile davvero! Se così fosse, oggi che, nelle nazioni civili l'istruzione è obbligatoria e la scuola tutti accoglie fra le sue mura, non dovrebbero esserci delinquenti, viziosi, vagabondi o inetti, le prigioni dovrebbero chiudersi, gli ospedali diminuire notevolmente; le famiglie, tutte ordine pace e armonia, non conoscerebbero i tristi germi che ne rodono la vita; la corruzione non insudicerebbe più carte ed anime colle sue oscene figure; dappertutto il lavoro innalzerebbe la sua lieta  canzone, e la gioia e la serenità soltanto tesserebbero innanzi ai nostri occhi il loro ordito incantevole. Ahimè! Basta dare uno sguardo alla cronaca dei giornali per vedere questo sogno svanire come nebbia, al tocco della triste realtà. Anche nel più modesto mestiere, sono in maggior numero i capaci o gl'incapaci? i dotti o gl'ignoranti? i laboriosi o i fannulloni? gl'imbroglioni o gli onesti? No, non sarebbero tanto stimata l'onestà, tanto ricercate e pregiate la capacità, la competenza, l'attitudine al lavoro, se fosse possibile trovarle a tutte le cantonate!  Ma poi, badiamo, non si tratta, qui, di più o di meno, di maggioranza o minoranza, che la scienza non si fa come i congressi o le elezioni. Quand'anche l'educazione universalmente diffusa avesse reso tutti onesti, tutti bravi, tutti capaci, tutti intelligenti, e di fronte a questi fortunati mortali un uomo - uno solo - fosse uscito dalle nostre scuole vizioso, fannullone, stupido e caparbio, io dico che quest'uno solo basterebbe colla sua esistenza per dare una solenne smentita a tutti i maestri e i pedagogisti e i metodi e i sistemi di cui si vanta la nostra civiltà. Quand'anche non si potesse citare che un solo uomo - uno solo - circondato da tutte le cure e cresciuto in una famiglia esemplare, e affidato ai migliori maestri, e tirato su fin dall'infanzia nelle più virtuose abitudini, dal quale poi fosse venuto fuori un giorno un bel fior di canaglia - quand'anche non si potesse citare che un solo esempio di questo genere - l'educazione umana, l'educazione naturale, dovrebbe considerarsi incapace di fatto (benché capace di diritto) a realizzare i propri fini: incapace a far diventare realtà concreta, quella potenzialità, quella tendenza al bene e al vero che esiste nella natura umana. E che importa conquistare il mondo, quando si è persa una - una sola - anima? In quell'anima era tutto un mondo: in lei non è stato sconfitto solo un individuo, ma il pensiero e il volere umano, irreparabile sconfitta, poiché quel pensiero e quel volere sono appunto la natura stessa che non solo si supponeva educabile, ma si presumeva di fatto educare coi nostri sottili accorgimenti. E invece tale natura ci si ribella e ci si mostra d'un tratto, in quell'unico individuo, chiusa, avversa, inaccessibile a tutti i mezzi coi quali l'abbiamo lavorata; come preda d'un fato misterioso contro cui ogni nostro potere sembra disarmato. IV  Finora abbiamo parlato in generale. Ma le stesse considerazioni particolari e tecniche di cui è piena la storia della pedagogia, valgono a confermare la nostra tesi. Vediamolo, anzitutto, per il problema dell'istruzione. Che cosa c'è di più facile, in certo senso, dell'istruire? Il maestro parla, il discepolo ascolta. Le idee, mediante quel loro naturale veicolo che è il linguaggio, passano dalla mente dell'uno alla mente dell'altro. Se il discepolo è stato attento, se i ghiribizzi della sua fantasia non l'hanno distratto, se un po' di pigrizia non lo ha intorpidito, se il maestro ha messo nelle sue spiegazioni l'ordine e la chiarezza necessari, la lezione ha raggiunto il suo scopo, e lo scolaro imparato ciò che doveva imparare. In sostanza si tratta soltanto di assicurarsi che nessuno dei piccoli malanni or ora enumerati abbia intralciato il regolare andamento delle cose, e per fare questa verifica lo stesso strumento che ci ha già servito ci può ancora servire. Il linguaggio, il naturale veicolo delle idee, già usato per la lezione, servirà per l'interrogazione e le ripetizioni, le quali dimostreranno se il discepolo è stato attento e ha compreso, se il maestro è riuscito, nelle sue spiegazioni, chiaro ed efficace. E quando,  sventuratamente, così non fosse stato, chi ha prodotto il male, ci darà anche il rimedio. Il linguaggio è sempre là per correggere, chiarire, spiegare di nuovo, interrogare di nuovo, e dove non bastasse la parola parlata c'è la parola scritta: libri, quaderni, appunti, riassunti e così via.  Ebbene, la storia della pedagogia, specialmente moderna, è, si potrebbe dire, tutta una critica a questo semplicissimo e vetusto fra i metodi, di cui l'umanità si è sempre servita per istruirsi e di cui, con le debite cautele, sempre si dovrà servire. La parola, infatti, e, con essa l’idea, non è un oggetto materiale che si possa trasmettere da una mano all'altra, una moneta che l'alunno riceve dal maestro e chiude nel borsellino. La parola è, prima che suono o segno esterno, atto interno del nostro spirito, e se questo atto non si produce, l'alunno può ripetere il suono o il segno senza aver capito niente della cosa significata, come effettivamente accade tante volte nella scuola. Eppure la ragione di tale spiacevole inconveniente che, spesso, riduce a una vuota accozzaglia di frasi nella mente giovanile l'istruzione impartita con maggior cura, è una ragione chiarissima. La parola è segno dell'idea, e l'idea è, se mi consente il paragone, lo strumento di una superiore e delicata civiltà che l'uomo adulto e già colto si è conquistata col sudor della fronte: è un termine ideale che si è ottenuto astraendolo dai particolari dell'esperienza sensibile. Ma innanzi a questa superiore civiltà l'alunno e, più, il fanciullo, è ancora un barbaro che vive in mezzo alle cose sensibili, particolari, e ancora non ha imparato ad astrarne l'idea, o, se lo ha imparato, ancora non sa mantenersi per lungo tempo in tale sfera superiore, né può lavorare sulle idee, e seguire tutta una catena di concetti, di definizioni, di ragionamenti, come la scuola pretende. Ne segue un errore gravissimo, da parte del maestro, il quale crede di aiutare tanto più lo scolaro, quanto più gli presenta la materia in ristretto, ridotta a poche, semplici e chiare idee, e non s'accorge, invece, che tanto più rende l'insegnamento difficile, quanto più presenta idee semplici, che sono appunto le più universali e le più lontane dall'esperienza sensibile, nella quale il fanciullo vive. E allora questi, non potendo capire l'idea, s'appiglia al partito più facile, e ripete la parola e quanto più il maestro s'affanna a chiarire, spiegare e semplificare, tanto più diventa impossibile al discepolo ripetere altro che parole.  Per togliere questi inconvenienti, la pedagogia moderna ha proposto un celebre e decisivo rimedio: conformar l'istruzione al procedimento con cui naturalmente si formano in noi le idee astratte. Procedere, cioè, dal particolare all'universale, dal senso all'intelletto, dall'esperienza al concetto. Non presentare mai la parola senza la cosa, l'idea senza l'immagine, la definizione senza l'oggetto definito: procurare, anzi, che l'alunno stesso opportunamente guidato trovi da sé l'idea sotto lo stimolo della cosa e dell'immagine. È il cosiddetto metodo intuitivo che innegabilmente, se lo si adopera bene, dà buoni risultati, e al quale è da augurarsi che ci si ispiri sempre più e meglio in quella riforma di tutte le istituzioni scolastiche che le moderne nazioni civili vanno da qualche tempo effettuando. Ma badiamo bene: neppure il metodo intuitivo, pur inteso e applicato nel miglior modo possibile, è sicuro. Giacché, anche l'esperienza sensibile, partendo dalla quale si vuol condurre l'alunno alle idee, non è un oggetto o un processo meccanico, ma un atto dell'anima, che non ha nessun significato senza un esplicito concorso da parte dell'alunno. E' stato detto assai bene; anche per spiegare che due e due fanno quattro, avete un bel prendere il ragazzo, e fargli stendere due dita della destra e due della sinistra, e poi avvicinarle e far contare: se il ragazzo è disattento, se si rifiuta di far scattare la scintilla ulteriore del pensiero, se non vuole ascoltare, nessuna  costrizione, fosse anche la tortura, sarà capace di immettere nella sua testa ribelle quella semplicissima verità. Sicché in ultima analisi, quantunque i buoni metodi abbiano, certo, molta importanza, tutta l'istruzione dipende da circostanze imponderabili e imprevedibili che solo la genialità di un maestro artista può, volta per volta, determinare. Ora, siccome i maestri geniali ed artisti sono, necessariamente, una minoranza, ne viene di conseguenza che i tre quarti dell'umanità, affidati a maestri non geniali e non artisti, ricevono una istruzione difettosa.  Ma non facciamo troppo facile la nostra dimostrazione. Concediamo pure che il metodo intuitivo possa, da solo, garantirci per tutti una buona istruzione [Il che evidentemente non è, poiché il metodo intuitivo, se contiene un principio gnoseologico verissimo, troppo spesso ignora o fraintende il valore del linguaggio, ch'è molto superiore a quello dei sensibili esterni. Si cfr. nel saggio precedente la teoria di San Tommaso in proposito]. Supponiamo anche ch'esso sia sempre facile ad applicare dappertutto; anche, mettiamo, alle scienze morali e filosofiche, nelle quali, pure, tutti vedono non esser tanto semplice trovare, quando occorre, una esperienza corrispondente alle singole idee. Io domando: chi vi garantisce che quel metodo possa essere applicato in tutte le scuole? Badate: sono secoli che la pedagogia conosce i difetti del verbalismo scolastico, e i pregi del metodo intuitivo; sono secoli che i migliori studiosi lamentano il deplorevole insuccesso dei sistemi abituali; sono secoli che sapere scolastico è sinonimo di sapore falso, freddo, morto, inutile: eppure ancor oggi, in mezzo a tutta la nostra civiltà, una migliore organizzazione dell'istruzione scolastica non s'è potuta ottenere se non incidentalmente, in alcuni istituti-modello, in alcuni ordini e gradi di scuole, in alcuni paesi privilegiati. Nella maggior parte dei casi, la scuola continua ad esser tutta spiegazioni verbali, definizioni astratte, ripetizioni, classificazioni, suoni e parole che gli studenti ingozzano spesso senza intenderne nulla, per ripeterle tal quali agli esami, e dimenticano subito dopo. E se un principio scientifico cosi evidente come quello del metodo intuitivo ha dovuto aspettare per secoli una parziale e incompleta realizzazione, che sarà di altre verità pedagogiche più astruse e complicate, eppure non meno necessarie a un buon andamento dell'istruzione? Quanti altri secoli dovremo attendere perché siano messe in pratica?  Ma supponiamo, ancora, che i metodi secondo cui l'istruzione s'impartisce nelle scuole siano sempre e dappertutto i migliori possibili; supponiamo tutti i maestri buoni e tutti i discepoli volonterosi; supponiamo rimosse le condizioni economiche e sociali che oggi impediscono, o limitano a taluno la frequenza scolastica. Otterremo, per questo, un'umanità sufficientemente istruita in quelle fondamentali verità che importa all'uomo conoscere? Ahimè, non solo il genio, ma anche la comune intelligenza concluderà che non è in poter nostro ottenerla quando vogliamo. Perché un Dante o un Galileo può formarsi nonostante tutti i difetti delle scuole, e, viceversa, i più perfetti metodi del migliore istituto modello debbono confessarsi vinti dalla impenetrabile stupidità di un ragazzetto? Perché uno nasce aquila ed un altro gallina? Perché i procedimenti che riescono bene con un alunno, falliscono con un altro? Domande alle quali non si può dare che la solita risposta: dipendere il successo dell' educazione o dell' istruzione, da circostanze imponderabili le quali variano caso per caso. Il che significa, in fondo, riconoscere l'incertezza, la precarietà e il limitato valore di tutti i sistemi e i metodi dell'educazione umana e naturale, supposta anche nelle più ideali e favorevoli condizioni. Questo, per l'istruzione. Che cosa bisognerà dire per l'educazione, intesa come formazione morale e, in genere, formazione della volontà? Se pare tanto difficile la lotta contro l'ignoranza, che sarà della lotta contro la pigrizia, contro la sensualità, contro l'orgoglio, contro l'egoismo, contro tutte le tendenze inferiori della natura umana? Anche qui, la storia della pedagogia è tutta un lamento sulla assoluta insufficienza e di questa educazione in se stessa, e dei metodi usati per conseguirla. Uomini dotti, pur coi difetti dei loro metodi, scuole e collegi e atenei ne producono abbastanza, ma uomini temperati, casti, umili, pronti al sacrificio, generosi verso il prossimo?  E si capisce. Siccome la volontà non può muoversi alla cieca, senza il lume della conoscenza, le difficoltà dell'educazione morale sono in certo modo doppie: sono, per una parte, quelle stesse dell'istruzione, e per l'altra quelle specifiche dell' educazione. È già difficile per le ragioni or ora esaminate, che tutti gli uomini possano ricevere una sufficiente istruzione morale: che, cioè, il non rubare, non dire il falso testimonio, non desiderare la donna d'altri e simili precetti della morale naturale siano appresi da tutti, non come semplici suoni di parole che si ripetono pensando ad altro, ma come nozioni positive che suscitano una vera, interna convinzione. Ma, anche se questo si potesse garantire, quando ciascun uomo vi sapesse dimostrare con eccellenti ragioni filosofiche tutti i precetti della morale, si sarebbe raggiunto appena per metà lo scopo desiderato. Non basta saperli quei precetti: occorre metterli in pratica; non basta pensarli: bisogna volerli e applicarli; e non basta metterli in pratica una volta sola, bisogna farli diventare abitudine di tutta la vita. Saper che non si deve rubare e, ciò nonostante, appropriarsi, quando si può farlo senza pericolo, la roba altrui, predicar la temperanza ed essere intemperanti, esaltare la castità e darsi al vizio, non significa certo essere educati moralmente. Ora, il difetto che la pedagogia moderna ha più criticato nella educazione morale corrente, si è appunto il vecchio pregiudizio che basti predicare e insegnare e far leggere libri o novellette morali, per produrre la virtù: laddove l'insegnamento e la predica e la buona lettura, sono certo necessari ma concludono poco o nulla se la virtù non è praticata e fatta costantemente praticare attraverso le azioni. Il tirocinio effettivo dell'azione deve costituire per la volontà quella medesima base solida che l'esperienza sensibile è per l'intelletto: le idee morali debbono, per imprimersi, ricevere dalla pratica quel positivo significato che le idee scientifiche ricevono dalla sensazione degli oggetti particolari.  Ma questo tirocinio effettivo, pratico, dell'azione, abbastanza facile ad organizzarsi finche si tratta di azioni materiali e, in certo modo, esterne, tendenti a rinvigorire la volontà come l'esercizio ginnastico rinvigorisce i muscoli, diventa poi difficilissimo quando si tratta d'azioni più specificamente morali, ove la volontà stessa deve ottemperare ad un giudizio della ragione che le indica questo come male e quello come bene. La teoria pedagogica in materia che va per la maggiore è la famosa teoria delle conseguenze naturali: teoria che vorrebbe allontanare dal vizio (e, per converso, avvicinare alla virtù) col lasciare che l'azione malvagia sia esperimentata dall'educando stesso nelle sue conseguenze dolorose. Ma tale teoria, sventuratamente, ha il difetto d'essere inapplicabile proprio in quei casi dove maggiore sarebbe il bisogno. Io posso, cioè, lasciare benissimo che il fanciullo, dopo aver rotto un vetro, sia punito della sua sbadataggine dalla rigida aria invernale che viene a pungerlo attraverso i telai della  finestra; posso lasciargli fare una scorpacciata di dolci perché provi, poi, il mal di ventre e l'amara purga; posso lasciargli prendere un frutto dall'albero del vicino, perché il padrone gl'insegni, colle sue rudi maniere campagnole, il rispetto della proprietà. Ma non posso permettere che quello stesso fanciullo, cresciuto in età, perda ogni suo avere al giuoco per imparare quanto sia dannoso il giuoco, o si sciupi l'anima nelle peggiori compagnie per comprendere quanto sia dannosa la cattiva compagnia, o si dia ai facili amori per provare l'amaro sconforto delle abitudini viziose. Posso seguire Rousseau finché si tratta di rompere un vetro, non posso seguirlo, quando mi chiede di entrare, pel servizio del mio allievo, in un luogo di corruzione. Il rimedio sarebbe peggiore del male.  È vero bensì, che l'esperienza acquistata nelle piccole azioni si riflette nelle grandi e che lo stesso alunno, il quale ha riconosciuto a spese proprie ben fondato il consiglio dell'educatore a proposito di un vetro o di un frutto, avrà una ragione positiva per ritenerlo ben fondato anche quando si tratterà di cose più importanti. Ma appunto in questo passaggio sta il pericolo. Chi ci garantisce che, invece, abituato dall'infanzia a provar tutto da sé, il giovane non trovi strana e irragionevole questa pretesa di frenarlo, proprio sulle soglie della maturità? Chi ci garantisce che egli, fatto ormai quasi uomo non respinga come sciocchi e puerili i consigli dell'educatore e non voglia, una volta di più, esperimentare per conto suo? Badiamo: non è detto che questo secondo caso debba sempre verificarsi, ma non è detto neppure che debba sempre verificarsi il primo. In teoria sono possibili ambedue: e, pur ammettendo che in pratica si dia eguale probabilità d'incontrar l'uno e l'altro, l'efficacia d'una educazione che raggiunge il suo scopo solo in una metà dei casi, diventa molto problematica. In ogni modo, siamo già entrati anche qui nelle circostanze imponderabili che variano volta per volta e che solo la sagacia d'un geniale educatore può, volta per volta, scoprire. Ora, noi sappiamo che gli educatori geniali non si fabbricano a piacere, quando se ne ha bisogno, e neanche dove ci sono riescono sempre, in ogni momento e per ogni educando, egualmente geniali.  Ma l'educazione morale incontra, purtroppo, un altro ostacolo ben più grave di quel che non sia la deficienza dei metodi o l'imperizia degli educatori. Tale ostacolo all'educazione della volontà, se ci si permette il bisticcio, sta proprio nella volontà male educata: nella volontà umana che tende, sì, alla virtù, ma la trova dura, difficile e mortificante; e allora s'ingegna di addolcirla, di mitigarla, di conciliarla cogli interessi e le passioni: di falsificarla, insomma, per proprio uso e consumo. La storia della filosofia ce ne offre a bizzeffe, di queste morali falsificate che esaltano a gran voce l'ideale e il dovere, ma si trincerano in un prudente silenzio quando si tratta, questo ideale e questo dovere, di vederli concretarsi in un positivo sistema di azioni o, peggio, forniscono criteri coi quali l'uomo arriva a giustificare qualsiasi azione. Le dispute, le eterne dispute fra scienziati e fra filosofi non sono mai state così universali come nel campo dell'etica. E chi ci garantisce che quei pochi i quali vedono giusto, riusciranno ad imporre, nella scuola e nell'educazione in genere, la loro morale, contro gli altri, tanto più numerosi, che sbagliano per deliberato proposito, e che hanno a favore delle loro dottrine le fragorose voci dell' interesse, delle passioni, delle inferiori tendenze umane ricalcitranti contro ogni severa disciplina? VI  Da queste considerazioni, e da altre ancora che si potrebbero fare, emerge una conclusione niente affatto confortante per l'educazione naturale. Se gl'inconvenienti che abbiamo notato sussistono, se, per essere bene educato, l'uomo ha bisogno e d'un geniale maestro, e di un buon metodo e di una buona scuola, e di una buona famiglia, e di una infinità di altre circostanze imponderabili che rendono fecondo nell'animo suo il concorso di tutti questi elementi, allora ogni uomo che nasce ha tanta probabilità di essere educato, quanta, poniamo, di essere ricco, o di vincere alla lotteria, o di diventare un grande poeta. Con la differenza però, che mentre ogni uomo può vivere benissimo senza ricchezze, senza vincite alla lotteria e senza essere grande poeta, non può vivere, intendo vivere da uomo e non da bruto, senza essere morale e ragionevole, senza adoperare l'intelletto e la volontà, caratteristiche essenziali della sua natura, per gli scopi pei quali gli furono dati. In questo senso, per poter riuscire nel suo intento, l'educazione avrebbe l'obbligo d'essere più universale, pronta e vigile della stessa carità.  Eppure, nonostante tali scarsissime possibilità di riuscita noi dobbiamo, dopo tutto, meravigliarci non che l'educazione faccia poco, ma che faccia troppo. Invece di produrre, come dovrebbe a rigor di logica, accanto a un'aristocrazia di pochi superuomini, sterminate moltitudini avvolte nella peggiore barbarie, l'educazione mantiene, innegabilmente, nell'umanità un livello intellettuale e morale non disprezzabile. Scuole, istituti, maestri, compiono la loro missione: e tanto la compiono che nei paesi ove queste istituzioni sono sconosciute, la civiltà, e intellettualmente e moralmente, è molto più indietro; tanto la compiono che, a un limite estremo, se noi potessimo pensare un uomo il quale dalla nascita in poi non avesse mai ricevuto alcuna educazione, sia pur difettosa, né dalla madre, né dagli altri suoi simili, dovremmo immaginarlo più che come un selvaggio, come un animale; tanto la compiono che è in gran parte merito loro se un popolano dei nostri tempi ha, in molte materie, più cognizioni che un dotto dell'antichità, e se, dopo secoli e secoli, gli uomini hanno imparato a camminare per le strade senza sbudellarsi a vicenda e a mangiare, bere e dormire senza affogarsi nella sporcizia e nel sudiciume; che di questi progressi medesimi l'uomo possa talvolta abusare, facendosene mezzi di peggioramento anziché di miglioramento, chi lo nega? Ma di che cosa non può mai abusare l'uomo?  In realtà il genere umano quando spende tante fatiche nella propria educazione ha fede in un successo le cui probabilità sono, secondo la logica della ragione naturale, addirittura irrisorie, e che pure si ottiene, non colla regolarità e l'ampiezza che ciascun cuore generoso desidererebbe, ma, tutto considerato, in una misura assai larga. Chi affida un figlio alla scuola sa benissimo di avere soltanto una scarsissima probabilità ch'esso venga educato coi metodi più perfetti e dai maestri più geniali, e con tutto quell'insieme di circostanze interne ed esterne necessario a rendere feconda l'educazione. Pure, ha fede nella buona riuscita, dei suoi e degli altrui sforzi; ha fede, diremmo, in una misteriosa equazione fra possibilità e realtà, fra l'educazione in quanto teoricamente possibile e l'educazione in quanto effettivamente avvenuta, una fede che nessun calcolo potrebbe giustificare, anzi della quale ogni calcolo ci mostrerebbe il tenuissimo fondamento. Ora, che cosa è mai questa fede apparentemente irragionevole? E chi è che realizza quell'equazione misteriosa?  È la forza stessa delle cose, l'evoluzione stessa dell'universo, risponde il positivista. È  la razionalità del reale, lo sviluppo dello spirito, dell'io immanente ed onnipresente, risponde l'idealista. Poiché l'uno e l'altro, in fondo, nelle loro pedagogie riconoscono lo scarso potere dell'educazione naturale, delle sue istituzioni, dei suoi procedimenti metodici, e l'uno e l'altro debbono ammettere, nella formazione intellettuale e morale del genere umano, una forza sconosciuta, superiore ad ogni nostro accorgimento; un disegno complessivo della realtà al quale sembra conforme che certe educazioni debbano riuscire nonostante tutti i loro difetti, e certe altre fallire nonostante tutti i loro pregi. Ma per il positivista come per l'idealista questa forza non è superiore alla natura: è la natura stessa, spirito o materia che sia; è l'evoluzione o la storia che forma l'individuo educato più o meno, come il mare forma onde nell'uno o nell'altro modo senza che di tale sua cangiante irrequietezza si possa addurre un motivo. Il fatto non ha altra ragione dal fatto stesso: è così perché è così. Pure, questa stessa, implicita confessione dei nostri avversari è preziosa, poiché, volendo allontanare il mistero lo conferma, e volendo tutto ridurre a principi naturali, riconosce che l'azione stessa di questi principi è, nei suoi effetti e nelle sue forme, imprevedibile secondo la natura e la ragione. Materia, spirito, evoluzione o storia, sono tanti nomi del mistero: tanti nomi i quali esprimono una realtà che trascende ogni nostro singolo raziocinio ed ogni nostra esperienza concreta.  Ma sono nomi oscuri e contorti, che non possono appagare nessuno. Spiegare il fatto col fatto stesso, dire: è così perché è così, significa non spiegare nulla. L'educatore sarebbe come il giocatore che arrischia il suo avere sulla probabilità che i dadi o le carte o la ruota producano una fra le tante possibili combinazioni. L'equazione fra possibilità e realtà si compirebbe a caso. Ora, la fede dell'educatore ha, invece, un significato ben diverso, non riposa su un calcolo di probabilità e nemmeno sull'idea di una vaga razionalità sparsa in giro per l'universo: riposa sull'idea di un potere consapevole ed intelligente che dirige l'umanità nei suoi deboli sforzi per il proprio miglioramento, secondo un preciso disegno di cui a mala pena possiamo, talvolta, intravedere qualche parte. Potere che compie, nonostante tutte le nostre deficienze, l'educazione del genere umano anche là dove parrebbe temerario tentarla. Potere che forma Dante e Galileo nonostante i difetti delle scuole, e al quale si deve se l'ignorante e il delinquente non si moltiplicano in orde barbariche per abbattere la civiltà. Questo potere è il potere di Dio. Dio è l'autore della misteriosa equazione che si compie tutti i giorni, nell'opera educativa, fra possibilità e realtà.  La pedagogia e la filosofia debbono fermarsi qui. Più oltre, bisognerebbe entrare nell'ordine soprannaturale mostrando come il divino Educatore abbia compiuto e compia la Sua missione, sia con una Rivelazione che ha offerto a tutti gli uomini le verità e i precetti morali onde avevano bisogno, senza le incertezze della scienza umana, sia con una assistenza positiva, con la grazia di cui attraverso la vivente azione della Chiesa ciascuno partecipa; sia in quei modi speciali ed imprevisti che alla Sua saggezza sono parsi opportuni. Ma la pedagogia e la filosofia possono garantire, come abbiamo visto, almeno questa importante conclusione. Senza ricorrere a un elemento soprannaturale, l'educazione, anche nell'ordine puramente naturale, rimarrebbe indispensabile e, nello stesso tempo, irraggiungibile al genere umano. Pur non potendolo dire assolutamente necessario, nel senso logico della parola, poiché l'idea d'una educazione naturale e della sua conseguente riuscita non presenta alcuna contraddizione intrinseca, dobbiamo dirlo, l'intervento soprannaturale nell'educazione, necessario di una necessità relativa e morale:  utile nello stesso senso in cui i teologi parlano della utilità della rivelazione.  Ecco una sfera lanciata attraverso lo spazio. Nulla v'è d'assurdo all'idea ch'essa debba indefinitamente continuare nel suo moto, anzi, appunto, questo dovrebbe accadere secondo i principi della fisica. Pure la sfera, a un certo punto, arresta il suo cammino e cade; gli attriti e le resistenze hanno assorbito la forza da cui era animata. Lo stesso può dirsi della educazione naturale. La natura umana tende spontaneamente al vero e al bene, è indefinitamente educabile e perfettibile, dovrebbe continuare all'infinito il suo progresso. Pure, gli attriti opposti dalle sue tendenze inferiori, dall'interesse, dalle passioni, dalla sensualità, ben presto la fermano in cammino, e ci vogliono tesori d'accorgimento, di sapienza, di genialità per farla progredire, per dare ad un uomo solo, anche la più modesta educazione, così come ci vogliono macchine complicate e delicate per dare ad un solo oggetto una limitata quantità di moto. Che diremmo di un fisico il quale volesse far marciare tutti i corpi, compresi i pianeti e le stelle, a forza di macchine? Che, perciò, di un pedagogista il quale voglia educare tutto il genere umano colle scuole e i maestri, i collegi ed i libri? L'educazione naturale è, come il moto perpetuo, possibile solamente in teoria. Ma per realizzarla, per realizzarla in modo che tutta l'umanità abbia il suo vero e il suo bene, i suoi giorni laboriosi e i suoi riposi meritati, le sue messi e le sue industrie, il pane del corpo e il pane dello spirito, la sua dignità e la sua fede, è necessario il braccio di Colui che sospese negli spazi, fiammante tappeto ad un trono invisibile, la corona di soli che i nostri occhi intravedono in un lontano luccichio dorato, nella notte. L'Anima della pedagogia. Discorso tenuto per l'inaugurazione dell'anno accademico nell'Istituto Superiore di Magistero “ Maria Immacolata  il 17 dicembre 1924. È importante che il lettore tenga presente tale data, poiché alcune critiche contenute in questo studio rispecchiano, necessariamente, le condizioni dell'Italia liberale e democratica, che sono com'è ovvio assai diverse da quelle dell'Italia d'oggi. Domando scusa se sono costretto a incominciare con l'affermazione di una verità così poco peregrina com'è quella secondo cui la scuola non è fatta dall'edificio ove si tengono le lezioni, dalle aule, dai banchi, dagli orari, dai programmi, e nemmeno, rigorosamente parlando, dalle persone discenti e docenti; sebbene da quell'idea, da quello spirito, da quell'indirizzo animatore che, dimostrandosi capace d'informare di sé tali disjecta membra, le stringa davvero in un organismo vitale. Ma voi sapete pure che le verità, quanto più sono evidenti, tanto più spesso corrono pericolo di esser dimenticate o non avvertite: come l'aria, della quale viviamo senza accorgercene, o come se mi perdonate il brusco trapasso — la felicità che si va a cercare, talora, in paesi lontani, mentre si avrebbe sotto mano, piena ed intera quanto alla condizione umana è dato raggiungerla, fra le mura di casa propria. In particolare, poi, le verità riguardanti la scuola hanno avuto da noi, in Italia, fino all'altro giorno, la curiosa caratteristica d'esser proclamate a gran voce, con mirabile accordo, da un notevole numero di persone, ma di esser poi, con un accordo ancor più mirabile, dimenticate e violate nella pratica da un numero ancor più notevole di persone fra le quali, sempre, in primissima linea, coloro che avevano qualche potere in materia di politica scolastica. Ad esempio, per restare  nell'ambito di quel che dicevamo poco prima, qual è il cittadino italiano immischiato comunque, per dovere od elezione, nelle cose scolastiche, che non abbia, semprechè l'occasione e la cultura propria glielo permettessero, fatto dei discorsi sull'anima della scuola, sulla sacrosanta necessità di educare oltreché istruire, sull' imprescindibile dovere di dare alle nuove generazione un saldo indirizzo ideale, ecc.? Tanto che chi dovesse, sull'unica base di quei discorsi, formarsi un concetto intorno alle condizioni della scuola italiana nell'ultimo trentennio, sarebbe tratto certamente a immaginare che, povera quantitativamente di edifici, di denaro, di persone, di numero, per le ancor scarse disponibilità economiche del paese, essa poi fosse forte e rigogliosa all'interno, tutta pervasa da un unico, ben definito ideale, informante di sé l'umile opera dell'insegnante come la superiore attività legislativa dei ministri e del parlamento. Orbene, in realtà è avvenuto proprio il contrario. Le nostre università sono state numerose più di quelle della dotta Germania o della miliardaria America, eppure noi non siamo ancora riusciti a diffondere nel ceto dei professionisti, degli alti funzionari, degli impiegati cosiddetti forse per ironia di concetto, nemmeno la parvenza di quella cultura decorosa che tali classi hanno persino fra le più modeste nazioni civili moderne. Le nostre scuole medie sono diventate, a lungo andare, talmente pletoriche, da rappresentare infine una specie di piaga nazionale; eppure, gli individui capaci di leggere, gustandolo, un classico, o di interessarsi, per propria soddisfazione, a un qualsiasi ordine di problemi scientifici, si contano sulla punta delle dita. Le nostre scuole elementari sono, non diciamo troppe e neanche tante da bastare, in sé alla funzione che dovrebbero adempire, ma certo non poche in relazione ai magri bilanci dei comuni e degli enti pubblici onde traggono il loro sostentamento; eppure, non solo l'analfabetismo imperversa, ma è accompagnato da quell'altro, ben più pericoloso fenomeno, che è la noncuranza, l'accidia, la pigrizia interiore, la sordità ai valori spirituali, l'analfabetismo morale insomma. Né in questo groviglio d'istituzioni scolastiche venute su alla peggio, sotto la pressione dei più svariati casi o interessi, burocraticamente amministrate senza alcun riguardo a finalità ideali e ad esigenze interne, flagellate da una pioggia di decreti, leggi, regolamenti cozzanti fra di loro nel più assoluto caos, si saprebbe comunque scoprire, non dico un'anima, ma solo una certa, anche tutta estrinseca, unità e coerenza d'indirizzo, se indirizzo non si vuol chiamare la proclamazione aperta di non averne alcuno, che tale è appunto la scuola laica neutra onde siamo stati deliziati fino a ieri. Tutto ciò, naturalmente, non vale per il nuovo stato di cose prodotto dalla recentissima legislazione della riforma GENTILE (si veda): i benefici effetti della quale, giova credere, presto si faranno sentire nel loro lato positivo, giacché per ora, come era del resto naturale e giusto che accadesse, l'esame di stato ed altre misure simili hanno agito piuttosto spazzando via gli ultimi resti della vecchia mentalità liberale che ancora paralizzava il nostro organismo scolastico.  Ma ecco che mi sperdo in un mare di considerazioni poco piacevoli e intanto dimentico l'oggetto primo del mio discorso. Ch'era, semplicemente, di dirvi, in omaggio alla non peregrina eppur troppo spesso dimenticata verità dalla quale avevamo preso le mosse, come la fondazione di questo Istituto Superiore di Magistero, che s'intitola al Nome tanto dolce ad ogni anima cristiana, non possa rimanere solo una di più fra le lodevoli iniziative onde si vanta l'azione cattolica in Italia, che pur trae dalla sola vigile carità dei fedeli mezzi ed opere, quali nessuna sapienza di amministratore saprebbe immaginare e ne fa fede questo stesso Istituto nel volger di pochi mesi creato e provvisto di tutto il necessario con una larghezza veramente signorile di cui bisogna render grazie  alle Suore che l'hanno voluto ospitare. Se una scuola non è formata solo dalle aule e dagli edifici e dal materiale, se, prima di tutto, essa ha da rappresentare uno spirito e un pensiero, allora è nostro dovere domandarci qual è lo spirito e il pensiero che ci sostiene, ch'è poi quanto dire in nome di che cosa e con quali idee direttive i cattolici italiani hanno offerto alla loro patria, già, come notavamo un momento prima, anche troppo gravata dall'eccessivo numero degli istituti universitari esistenti fino a ieri, una nuova scuola universitaria?  Problema difficile certo, e tale da render pensosi quanti si preoccupano delle sorti della cultura cattolica in Italia e del quale io non presumo davvero darvi qui la soluzione, non solo perché non è argomento da sbrigarsi in poche parole, ma anche perché io confido a tale uopo nel vostro futuro concorso, di quando voi stesse avrete superato in certo modo quel duro tirocinio che vi attende, di disimparare al più presto quello che la ingloriosamente defunta scuola normale vi ha insegnato o ha finto d'insegnarvi, per rimparare non dico, che non voglio essere esageratamente pessimista, tutto il contrario, ma almeno con spirito ben diverso, con altre finalità, con un differente senso dello sforzo gioioso base d'ogni cultura, i primi rudimenti, ossia gli strumenti del lavoro, d'un vero sapere, non peso morto e oppressione ingombrante dell'anima, ma compito quotidiano da adempiere se anche con sacrificio, colla coscienza di riempire d'un nuovo valore la propria vita. Problema, perciò, del quale io non posso darvi più di un senso e, direi quasi, un sospetto e un presentimento, fondandomi non solo su quel che avrete certo visto e sentito dire sul rivolgimento avvenuto, da un anno a questa parte, in materia scolastica, nel nostro paese ma, soprattutto, sullo spirito che v'ha infuso la vostra comune Madre, la Chiesa, quando accogliendovi nel suo seno come semplici fedeli, o inscrivendo talune nella milizia schierata sotto le bandiere dei diversi ordini religiosi che veggo fra voi rappresentati, ha trasfuso in voi quegl'immutabili principi direttivi del pensare e dell'operare che, per divina promessa, dureranno in eterno, anche quando il cielo e la terra cadranno da sé come vestimenti vuoti.  Che cosa sia in sé un Istituto Superiore di Magistero secondo la nuova legislazione scolastica, voi certo sapete. Formare insegnanti per le scuole medie, migliorare e allargare la cultura dei maestri abilitandoli alle funzioni direttive ed ispettive, sono già compiti veramente nobili, da invogliarci a lavorare con tutta la nostra energia perché: chi sono gl'insegnanti delle scuole medie? Sono coloro che plasmano, in sostanza, le classi dirigenti di domani, le quali appunto in quelle scuole ricevono la prima umana educazione del loro spirito. E chi sono i direttori e gli ispettori? Sono coloro che hanno in mano tutto l'organismo delle scuole elementari e, per conseguenza, l'educazione del popolo. Ora, nessuno può negare che e l'una e l'altra cosa, l'educazione delle classi dirigenti e l'educazione del popolo, siano, da noi, bisognose di urgenti riforme delle quali i cattolici non possono in alcun modo disinteressarsi. E non basta che tali riforme siano ormai sancite da un corpo di leggi del quale l'Italia può oggi andar giustamente orgogliosa, giacché le leggi ci sono, ma occorre chi ponga mano ad esse, ossia chi le realizzi nella propria intelligente operosità. D'altronde non si guarisce in pochi giorni dalla malattia di oltre un cinquantennio, anzi, a guardar bene, di secoli. Giacché la nostra patria, per ragioni storielle che ora sarebbe troppo lungo indagare, non ha da secoli avuto una cultura nel senso di attiva partecipazione delle classi socialmente più elevate ai lavori dello spirito. Ci sono stati, non meno numerosi che altrove, i geni dell'arte o della scienza, ma solitari, inaccessibili, chiusi nello sforzo della creazione, senza un pubblico  che li seguisse, senza un'anima nazionale che si riconoscesse in loro e si assimilasse i risultati della loro opera, fermandola nella stabilità d'una tradizione. Perciò quando l'unità italiana compiuta permise la formazione d'uno Stato moderno, il problema tormentoso si riprodusse: da un lato le grandi personalità solitarie, dall'altro le plebi misere ed ignare, nel mezzo una classe dirigente improvvisata, sfornita di ogni vera consistenza interiore, costretta a vivere giorno per giorno d'una politica di ripieghi. Ed eccoci a quello che dicevamo prima sull'analfabetismo morale, ben più pericoloso dell'analfabetismo grafico. In altre grandi nazioni civili europee il medico o l’avvocato, l'ingegnere o il funzionario, il banchiere o l'industriale d'una certa levatura non si limitano a compiere, per delicati e difficili che siano, i doveri della propria professione, ma spesso sentono il bisogno di riempire le proprie ore libere con qualche nobile disciplina spirituale. E il funzionario, uscito dall'ufficio, si dedica a studi letterari, e il medico, lasciati gli ammalati, coltiva la filosofia, e l'avvocato, dopo le sue pratiche legali, va acquistando una vera competenza nella storia politica, e l'industriale, chiusa la fabbrica, non vuol più sentir parlare di registri e di conti, ma riempie la casa di quadri e di mobili antichi e si esercita con passione nella critica d'arte. Né è raro il vedere persone già innanzi negli anni intraprendere, poniamo, per la prima volta lo studio della musica, o iniziarsi a qualche difficile ramo di ricerche scientifiche, quasi ad apprestare alla prossima vecchiezza un'occupazione dignitosa che le impedisca d'isterilirsi nell'ozio e di esaurirsi nella malinconica contemplazione dei propri acciacchi. Quel che accadesse, invece, da noi fino a ieri, purtroppo ognuno lo sa [Anche qui si tenga presente quanto s'è già osservato, in altra nota: che si parla, cioè, dell'Italia di... altri tempi! Oggi si potrebbe, forse, dire il contrario: la mentalità democratica, tessuta di atteggiamenti menzogneri e capricciosi, sta facendo perdere alle grandi nazioni europee ogni vera superiorità culturale. E invece, da noi sotto la nuova, severa disciplina romana, le classi dirigenti si sono trasformate con una rapidità che, in altri tempi, sarebbe parsa incredibile.], dove non solo funzionari e impiegati, avvocati e medici, industriali e finanzieri non conoscevano — salvo pochissime lodevoli eccezioni — altro modo d'impiegare il proprio tempo libero che non fosse il biliardo o il caffè, il giornale e le chiacchiere, il cinematografo e l'operetta, per tacere il peggio, ma persino alcuni professori e maestri accoglievano l'obbligo di studiare e di dimostrare ad ogni occorrenza una cultura larga, soda, frequentemente rinnovata, sancito dalla nuova legislazione scolastica, con una meraviglia così ingenua da far sospettare che, nei loro pedagogici cervelli, fra il mestiere dell'insegnamento e l'obbligo di studiare non fosse mai esistito il sospetto d'una, sia pur lontanissima, relazione. E quando un simile esempio viene dato da quelle che dovrebbero essere, nel miglior senso della parola le classi dirigenti, che cosa può fare il popolo se non disertare la scuola per la bettola e il libro per il mazzo di carte? Il maggior tempo libero e i più alti salari ottenuti al proletariato dalle agitazioni socialiste del '20 e del '21 gli servirono non già ad elevarsi intellettualmente, sebbene a vagabondare, a gozzovigliare, a sfoggiare, con mentalità pescecanesca, stoffe costose e gioielli. Come vedete la questione intellettuale si trascina dietro, inevitabilmente, la questione morale, e direi anche, se voi non interpretaste la parola in cattivo senso, la questione politica. Sì, perché quel professionista, quel funzionario, quell'impiegato che, finito il proprio lavoro, invece di godere le vere libertà del raccoglimento e della meditazione,  va a divertirsi in un modo più o meno discutibile, si forma poco a poco le physique o, meglio, le moral du róle, ossia la mentalità adeguata all'ambiente che frequenta: la mentalità del caffè, del cinematografo, dell'operetta, il dilettantismo frivolo, il semplicismo, l'orrore dei problemi seri che implicano fatica e disciplina, l'amore del lusso, l'insofferenza d'una vita tranquilla e modesta. Proprio come l'operaio moralmente analfabeta che nei suoi salari che gli hanno permesso il pescecanismo dei polli arrosto o dei vestiti costosi trova l’incentivo più sicuro all'odio e alla rivolta contro i ricchi, i quali, assoggettandolo al suo duro lavoro quotidiano, hanno voluto escluderlo da quella pantagruelica gazzarra in cui gli sembra debba celebrarsi la vera vita. Ora, mentalità simili, oltre all'anarchia che portano necessariamente alla coscienza morale dell'individuo, oltre alla corruzione e al vizio di cui necessariamente debbono pascersi, sono incompatibili colla esistenza politica d'una nazione, che vuol lavoro e disciplina, serietà e sobrietà, capacità di pensare e spirito di sacrificio. Ed ecco, allora, anche la politica uniformarsi ai superiori dettami del caffè e del cinematografo, della pochade e dell'operetta; ecco le chiacchiere con cui ognuno risolve i più complessi problemi, congiunte alla più massiccia ignoranza delle cose più elementari; ecco il fumo negli occhi al volgo gettato dai professionisti politicanti; ecco la corsa alle cariche, agl'impieghi, alle prebende; ecco la incapacità dell'opinione pubblica ad avere qualsiasi serietà e consistenza. Come meravigliarsi che per imporre il principio d'una disciplina in un ambiente simile non ci sia voluto meno del manganello e della rivoltella con tutti gli annessi inconvenienti? Il buon pubblico liberale e democratico, quello dello stellone, non fu purtroppo accessibile al pacifico lavoro della stampa, alla discussione di problemi dibattuti nelle assemblee, sulle riviste, nei libri: se non aveva il fattaccio con morti e feriti, non si scuoteva. Pensate, per esempio, a un altro campo ove si è avuta gran copia di quei metaforici morti e feriti che sono i bocciati alla scuola media. Da quanto tempo noi, poveri pedagoghi, non avevamo scongiurato, implorato, supplicato coi pacifici e democratici mezzi dell'articolo, della conferenza, del libro, i padri di famiglia perché degnassero occuparsi delle scuole ove pure i loro figli trascorrevano in gran parte la propria vita? Quante volte non avevamo denunciato a gran voce il vuoto, la nullità, l'inettitudine di quelle pretese fucine del sapere? Quante volte non avevamo avvertito che così non poteva più andare innanzi e che la settimana rossa del '14, Caporetto, le agitazioni socialiste del dopoguerra, fenomeni fra le cui cause doveva certo annoverarsi in primissima linea l'analfabetismo morale alimentato dalle nostre scuole, erano già indizi sicuri di quel che poteva un giorno succedere se non si fosse presto messo un riparo alla degenerazione scolastica da cui eravamo afflitti? Credete voi che i padri di famiglia ne fossero impressionati? Che! era come parlare al muro. C'è voluto il manganello dell'esame di Stato colle conseguenti bocciature, perché i signori padri di famiglia, toccati nel punto sensibile della borsa, da una pedagogia ben altrimenti efficace di quella degli articoli e delle conferenze, degnassero finalmente accorgersi della esistenza d'un problema scolastico e finalmente sospettassero che la scuola è stata fatta per altro scopo che non sia quello di fornire diplomi ai loro figli.  La gravità della situazione che vi ho prospettato dice dunque quanto sia importante il compito al quale siete chiamate voi, future direttrici e ispettrici di scuole elementari; voi, future insegnanti di scuole medie. Da anni ed anni noi andiamo sperperando le migliori riserve morali della nostra razza: quelle magnifiche energie del nostro popolo, fino a ieri provvidenzialmente salvaguardato dalla sua stessa incultura, dalle dure necessità del suo  lavoro, dalla primitività rurale delle sue condizioni di vita, contro l'azione disgregatrice del laicismo imperante nelle città: quelle magnifiche energie che ci hanno fatto vincere la guerra e ci permettono ancora di ignorare il terribile problema dello spopolamento incombente su altre nazioni. Se voi poteste soltanto contribuire a cambiare lo stato di cose che vi ho or ora descritto: se voi poteste diffondere davvero una cultura nel più alto e nobile senso della parola e fra le nostre classi dirigenti e nel nostro popolo: se riusciste a sostituire, almeno in parte, il libro alla bettola, l'arte al cinematografo, la scienza alle chiacchiere del circolo, avreste già bene meritato della causa che servite. Avreste ottenuto quello che già ottenete in altri campi: e come nell'assistere ammalati, nel sollevare poveri, nel conquistare alla civiltà le più inospiti regioni del mondo conosciuto, gli ordini religiosi hanno fatto sì che il nome cristiano fosse sempre in prima linea anche in quelle opere socialmente utili di cui il mondo laico si vanta come di propria conquista perché non è dato scorgervi, a primo aspetto, alcun carattere religioso, così voi aprendo, anime, dirozzando intelligenze, opponendo ai divertimenti dissipatori il gusto d'un nobile lavoro dello spirito, dimostrereste che, anche nel diffondere la luce del sapere, il Cristianesimo sa essere in prima linea, e che tutte le verità, tutte le conquiste, tutte le vittorie del pensiero, non solo esso le accetta, ma sa farle fruttificare come nessuna scuola laica ha mai saputo. E io credo che ringraziereste anche la pedagogia: quella pedagogia da voi imparata a conoscere nella scuola normale — sia detto con tutto il rispetto dovuto alle zitelle — sotto la veste d'una zitellona dura ed arcigna, se vi aiutasse a raggiungere un fine simile, dandovi una più sicura consapevolezza dei problemi educativi, un più alto senso dell'opera scolastica, un palpito d'amore più puro per questa grande fucina d'anime ch'è la scuola. E io vado ancora innanzi, e vi dico che ambizione dei cattolici italiani dev'essere quella di veder sorgere intorno a questo istituto, vicine o lontane, ma sempre legate ad esso da un'intima comunione d'intenti e d’indirizzo, tutta una rete di scuole veramente nostre. Così noi auspichiamo un liceo-ginnasio nostro e un istituto magistrale nostro e delle scuole elementari nostre, non perché non vi siano in Italia scuole simili valorosamente rette da cattolici, ma perché desideriamo tenerci con esse nel contatto più diretto possibile, dando, non solo insegnamenti, ma anche, secondo la debolezza delle nostre forze, esempi, concretando però in tutto un sistema d'istituzioni scolastiche quelli che ci pare debbano essere i criteri pedagogici direttivi dei cattolici d'oggi: e ciò non per dare degli schemi che tutti debbano pedissequamente copiare, quanto piuttosto per approfittare delle favorevoli condizioni che solo una scuola modello, libera da ogni preoccupazione estranea ai suoi fini didattici, può offrire.  Come vedete, è un programma di lavoro che per cinquant'anni e più può bastare alle giovani generazioni cattoliche. Tuttavia spero di non parervi proprio incontentabile se aggiungo subito che il fine, innegabilmente altissimo, la cui importanza ho cercato ora di farvi, alla meglio, comprendere non può, per vasto che paia, essere abbastanza per voi. E dico per voi, e un momento fa ho fatto appello alla coscienza cristiana e cattolica per cui la Chiesa in diversi gradi vi annovera fra le sue figlie obbedienti, perché se il diffondere la cultura, l'insegnare e l'aprire scuole sono tutte azioni nobilissime, degne delle nostre migliori energie, vano sarebbe credere che con ciò e soltanto con ciò si offrisse adeguato rimedio ai mali ond'è travagliata non solo la coscienza italiana, ma possiamo pur dire tutta la coscienza moderna. Qui comincia il nostro dissidio dai pedagogisti laici coi quali fino a questo punto abbiamo marciato di pari passo, e proprio qui dobbiamo dire, se ne siamo capaci, la parola nuova che si aspetta da noi, che è poi la ragione per cui non c'è  parsa inutile, fra i troppi istituti universitari italiani, la fondazione d'un altro Magistero. Questa parola eccola: noi non crediamo che il problema pedagogico odierno sia risolvibile con un programma esclusivamente culturale, noi non crediamo, cioè, che basti dare alle nuove generazioni una scuola in cui si studia davvero invece d'una scuola in cui non si studiava per poter dire d'averle educate. Anzi noi non crediamo che l'insufficienza della vecchia scuola fosse solo, come tante volte s'è detto, una deficienza tecnica d'uomini e di programmi, a sanar la quale basti preparare un personale insegnante colto e conscio dei suoi doveri, rinvigorire le sanzioni giuridiche dei concorsi e degli esami, amministrare con maggior severità, o restituire ad alcune discipline formative a torto trascurate come il latino e la filosofia la loro funzione di prim'ordine; tutte cose, badiamo bene, bellissime e necessarie, alle quali noi cattolici plaudiamo toto corde, ma che non toccano ancora, secondo noi, il vero fondo della questione. Giacché il cattolicesimo è vecchio, miei cari, e ha troppo buona memoria per dimenticare le lezioni del passato. Quando gli uomini del Rinascimento ruppero i ponti dell'antica fede e ai Padri e ai Dottori della Chiesa vollero sostituiti i classici, pensavano anch'essi tutti, dal precursore Petrarca all'organizzatore e propagandista Erasmo, che la cultura avrebbe risanato il genere umano e che, fugata l'ignoranza, sarebbe sparita anche la corruzione, e pareva loro che lo studio delle lettere latine e greche sarebbe stato 1'ubi consistam di quella piena, elevata, armonica formazione spirituale ch'essi auspicavano all'umanità redenta dalle tenebre medioevali. Orbene, l'Umanesimo trionfa, riplasma nel proprio spirito le vecchie scuole, ne crea delle nuove ove il classicismo regna incontrastato... Ahimè, non è passato ancora un secolo e già i pedagogisti lamentano nella scuola umanistica i difetti che gli umanisti avevano voluto satireggiare nella scuola medioevale: rozzezza, pedanteria, soffocamento delle migliori energie, disconoscimento brutale delle esigenze intime dello spirito educando. E man mano che il tempo passa, sempre più la nuova pedagogia s'avvede che di tali deformazioni dell'anima giovanile è proprio responsabile questa cultura che agli uomini del Rinascimento pareva principio indispensabile d'ogni umana elevazione: la cultura classica, la preponderanza dell'esercizio letterario come fine a se stesso, il cerebralismo della pura dilettazione estetica, l'immoralismo in quanto divorzio fra il dire e il fare, la vacua retorica. Allora, mentre le critiche all'umanesmo si moltiplicano, un nuovo astro sorge sull'orizzonte e il realismo scientifico s'accampa minaccioso contro l’umanesimo. I pedagogisti del Rinascimento hanno sbagliato: non le lettere classiche, ma gli studi scientifici, l'osservazione della natura, l'esperienza, daranno all’ umanità la formazione spirituale di cui ha bisogno. E da Bacone e Comenio, nei quali il nuovo ideale educativo s'afferma ancora circondato da riserve e cautele critiche, ai pedagogisti della rivoluzione francese, ai positivisti del secolo XIX che annegano la scuola addirittura in un'orgia di scienze positive, il realismo entra poco a poco, come già era entrato l'umanesimo, nella prassi e nella legislazione scolastica di tutte le nazioni civili. E se proprio non riesce a detronizzare il rivale, almeno gli impone, attraverso la filologia che va impregnando di sé gl'insegnamenti delle letterature classiche, il suo spirito ed i suoi metodi. Il problema è dunque risolto? L'umanità ha finalmente trovato quella liberazione attraverso la cultura che andava cercando dal medioevo in poi? Mai più: il realismo scientifico non ha ancora avuto tempo di celebrare i suoi trionfi, che già un nuovo avversario è sorto a denunciare le sue malefatte. La pedagogia idealistica moderna riprende, a sua volta, contro il realismo scientifico, il medesimo atto d'accusa ch'esso aveva portato contro l'umanesimo letterario. Eccoli, secondo l'idealismo, i frutti della scuola razionalistica e scientifica che aveva voluto poggiare il suo insegnamento sulla salda base dei fatti e delle notizie e bandire tutto il resto come chiacchiera inutile: pedanteria, superficialità, soffocamento delle migliori energie, frivolo scetticismo, oblìo dei valori spirituali, meccanismo burocratico e livellatore. E l'idealismo contemporaneo non è solo. Sia i grandi pedagogisti moderni, un Pestalozzi, un Fròbel, già lo stesso Rousseau, già Locke, tutti più o meno simpatizzanti coi metodi del realismo scientifico, derivano la miglior parte della loro opera piuttosto che da quest’ultimo, da una oscura ribellione contro l'insegnamento “ufficiale” delle scuole che fa loro presagire, se pur non diagnosticare chiaramente, un errore, una stortura, una violazione di non so quali principi, onde tutto il sistema educativo dei loro tempi riesce falsato; né essi sono mai tanto eloquenti come quando inalberano la bandiera della rivolta a rivendicare i diritti dell'anima umana oppressa dalla pedanteria scolastica. E quella rivolta è sì accettata dall'idealismo contemporaneo, ma allo stesso modo con cui il realismo aveva accettato dall'umanesimo le critiche dei migliori umanisti sul “ciceronianismo”: non come indice di un errore infirmante i criteri stessi con cui si è risolto il problema educativo in genere, ma come il segno d'una serie d'errori particolari agevolmente rettificabili. In fondo il realismo aveva consentito con l'umanesimo nell'ammettere che il problema pedagogico fosse sopratutto problema di cultura, d'una maggiore e miglior cultura da diffondere fra gli uomini: soltanto gli era parso che l'umanesimo avesse male risolto questo problema imperniando la cultura sulle lingue classiche. A sua volta il neoumanesimo idealistico riconosce volentieri al realismo il pregio d'aver rivendicato i diritti dell'esperienza, della ragione, della cultura, ma, viceversa, gli ascrive a torto d'essersi esaurito nel proporre quel particolar tipo di cultura che s'impernia sulle discipline e sui metodi naturalistico-positivi. Secondo l'idealismo sarà, sì, la cultura, ma una cultura largamente storico-filosofica che permetterà al maestro moderno di risolvere il problema educativo. C'è da meravigliarsi se il Cattolicesimo, che è così vecchio!, ricorda oggi agli immemori che da cinque secoli la pedagogia laica agita ormai lo stesso programma senza riuscir ad altro che a disfare oggi quello che ha fatto ieri, non portando “a mezzo novembre” ciò che “ha filato di ottobre”? Ed è avventata superficialità il profetare che i medesimi inconvenienti denunciati per il passato nella scuola umanistica e nella scuola realistica, renderanno domani oppressiva, pedantesca, astrattamente verbale, anche la scuola  neoumanistica?  La ragione? Ma la ragione sta nello stesso carattere umanistico di tale scuola, intendendo questa volta per umanesimo non più l’humanitas delle antichità classiche, quanto piuttosto tutta una concezione della realtà, e precisamente la concezione della realtà come “uomo” o come “spirito umano”, che è poi il carattere distintivo di tutti gli ideali pedagogici laici i quali, in un modo o nell'altro, risolvono il problema educativo additando all'educando come meta ultima l'esercizio di un'attività umana non soltanto nell'esplicazione, ma anche nell'oggetto, procedente, cioè, dall'uomo e avente per suo oggetto il mondo umano, in quanto natura, storia, esperienza, ecc., e poco importa se poi questa attività sia la scienza o l'arte, la letteratura o la filosofia. Ora, ciascuna di queste attività umanisticamente intesa è sempre, per forza, finita e limitata: non già nel senso che ciascuno dei suoi singoli risultati non sia superabile all'infinito, ma nel senso che racchiude lo spirito in un determinato punto di vista, cristallizzandolo, per così dire, entro se stesso, vietandogli però di aprirsi ad una vita superiore. Diciamo la vera parola, la cultura umanistica è una cultura “egoista”. Nell'arte e nella scienza, nella filosofia e nella letteratura, lo spirito umano ammira soltanto le cangianti forme di se stesso: Narciso contempla la sua immagine scomporsi e ricomporsi in mille guise attraverso l'acqua leggermente mossa della fontana. E non si risponda che pure per far ciò egli deve sacrificarsi e negarsi, superare la morte e il dolore: che, dunque, la scuola umanistica sa dire anch'essa le salutari parole della sofferenza e della abnegazione? anche l'egoista, tutto dedito ai suoi piaceri, deve affrontare per essi sacrifici e sofferenze? è forse per questo meno egoista?  No, una cultura — è questo il punto in cui noi ci separiamo decisamente da ogni pedagogia “laica” — la quale ignori Dio, o, peggio, lo riduca ad un momento dialettico nel divenire dell'autocoscienza, è sempre una cultura gretta, limitata, mancante di ogni vero stimolo a rinnovarsi, tendente a comprimere con dogmatica rigidezza quanto non rientra nei suoi quadri preformati. E infatti che vuol dire rinnovarsi, se non uscire da sé per mirare a una realtà superiore? Ora, la cultura laica non conosce realtà superiori; anche quando guarda all'avvenire, nelle nuove scoperte che nasceranno all'infinito da lei, essa non può scorgere, ancora e sempre, che l'immagine di sé. Ben diverso è il caso della cultura cristiana la quale, avendo per fine non se stessa, ma Dio, tende necessariamente a elevarsi sopra di sé e reca, quindi, nel suo seno, il più possente stimolo a rinnovarsi che si possa desiderare. L'enciclopedia laica è un circolo chiuso; per vasto che sia il suo giro, esso parte da sé e ritorna in sé: cultura letteraria del vecchio umanesimo, cultura scientifica del realismo, cultura storico-filosofica del neoumanesimo. Ed anche tutt'e tre insieme, saranno, perciò, sempre, violatrici della più caratteristica prerogativa dello spirito umano per cui “navigare necesse est, vivere non est necesse”: quella di ripugnare ad ogni barriera, quella di spezzare ogni limite per tendere sempre più in alto e sempre più oltre. Viceversa l’enciclopedia cristiana è, se ci si consente l'espressione, un circolo che s'apre, colla filosofia e la teologia, al riconoscimento d'una realtà superiore: infinita via su cui le anime dovranno avanzare colle loro forze sostenute dalla grazia divina. Né la materialità di queste immagini v'inganni, quasiché la differenza fra i due tipi di cultura s'iniziasse solo in un ordine soprannaturale. Poiché il tipo e, direi, l'orientamento di una cultura non può non essere visibile anche in ogni sua minima parte. Ogni frammento della cultura laica deve riprodurre in sé il circolo chiuso e ogni frammento della cultura cristiana il circolo aperto. Così i singoli fatti del mondo naturale sono, in fondo, nonostante tutte le proteste in contrario, per la cultura laica, niente altro che la ripetizione di un medesimo spettacolo per cui l'umanista è assalito dal terrore e dalla noia innanzi alla monotona infinità dei cieli, e i fatti della storia gli sembrano esauriti quando li ha sussunti sotto una determinata categoria ideale. Viceversa la scienza cristiana avverte l'infinito che è in ogni fatto e in ogni oggetto, non come la “mala infinità” d'una ricerca da proseguirsi indefinitamente, o d'uno spettacolo multicolore illimitatamente prolungato, ma come la positiva inesauribilità d'una esistenza concreta le cui radici si perdono in Dio, ch’è quanto dire, come uno dei modi, sempre originali e imprevedibili, attraverso cui la potenza creativa di Dio si è manifestata. Ecco perché questa nostra civiltà occidentale nutrita dal Cristianesimo ha avuto la grande fioritura di scienze e d'arti di cui oggi va orgogliosa. Ecco perché la vera cultura, ch'è “spirito di libera ricerca”, alieno dall'oppressione e dalla pedanteria, e “socratica maieutica” alle anime che facciano nascere, nel dolore e nello sforzo, la verità, non può andar mai disgiunta dallo spirito  cristiano. Ed ecco, infine, la ragione dell'insuccesso che, dall'umanesimo al realismo e al neoumanesimo, ha sempre reso e renderà sempre sterili i tentativi di fondare, fuori del Cristianesimo, una scuola veramente liberatrice.  Non basta. Il problema della cultura non è soltanto un problema di qualità o di intensità; è anche, sopratutto, un problema di diffusione. Ora, qui è proprio lo scoglio di tutte le pedagogie laiche che, dato il loro punto di partenza, debbono per forza porre nella ragione naturale la forma più alta d'autocoscienza, e perciò nella “consapevolezza” critica e scientifica l'essenza di ogni cultura. Già il mondo pagano aveva detto che i liberi studi, la ragione, la filosofia erano l'unica via onde l'uomo, elevandosi sulle proprie passioni, celebra veramente in sé l'umanità. E si era trovato innanzi al terribile problema: che faremo dunque, degli uomini che non hanno, anche volendo, né tempo né modo di studiare? Negheremo loro la qualifica di uomini? Problema, si noti bene, assai più facile in una società che aveva gli schiavi e che non conosceva ancora le innumerevoli forme d'operosità manuale e materiale ormai indispensabili alla società moderna. Allora, forse, si sarebbe potuto pensare in linea teorica, che poche ore di lavoro manuale imposte a ciascuno bastassero per soddisfare i bisogni della società, garantendo poi a tutti la libertà di rivolgersi ad occupazioni intellettuali. Oggi non è più così. Il nostro operaio attende molte ore del giorno ad un lavoro faticosissimo e spesso tecnicamente difficile: e i mille servizi materiali, di trasporti, di comunicazioni, di cure igieniche, di polizia e via dicendo, di cui ha bisogno una città moderna, lasciano, a un intero esercito di persone, proprio il tempo che basta a rinnovare col riposo le proprie energie. Vorremo educare costoro col latino dell'umanesimo, colle scienze del realismo, o colla filosofia del neoumanesimo? O, non potendo, li lasceremo senza alcuna educazione? È il problema della cultura popolare, insolubile per il razionalismo laico moderno non meno che per il paganesimo antico. D'altronde, se i beni dello studio e della contemplazione sono i veri beni umani, con che diritto ne escluderemo la maggior parte dell'umanità ch'è condannata ai lavori manuali? Che se, viceversa, pare inevitabile quei beni dover toccare in sorte a pochi, con qual criterio gli uni saranno preferiti agli altri? Come evitare il sospetto che tutto il nostro sistema sociale sia fondato su una odiosa ingiustizia? Ed ecco lo spirito di ribellione che getta i lavoratori in braccio al socialismo e all'anarchismo, ecco il moto sotterraneo che mina le basi delle nazioni moderne.  Anche qui la storia ci ammaestra. Il problema che la civiltà pagana non aveva saputo risolvere, fu risolto dal Cristianesimo. Se la santità è superiore alla scienza e la carità alla giustizia, allora i veri valori spirituali non si attuano nel lavoro intellettuale piuttosto che in ogni altra qualsiasi forma di lavoro o di attività umana, sebbene dovunque c'è occasione di accettar dei doveri che rompano la dura scorza del nostro egoismo. Anzi, più l'attività che esercitiamo è socialmente umile e materialmente faticosa, meno da essa possiamo aspettarci ricchezze, beni, onori, più essa è vicina a quella perfezione di sacrificio e di rinunzia che è l'ideale cristiano. “Qui vult post me venire abneget semetipsum”. Non basta rinunciare alle cose proprie, alle comodità, al lusso, alle mollezze, questo lo avevano detto anche i filosofi pagani: occorre rinunciare a se stesso, ossia rinunciare a quell'altro lusso interiore che è la gloria, la fama, l'alto sentire di sé in cui il ”saggio” antico trovava compenso a tutte le privazioni; occorre abnegare semetipsum. Il paganesimo aveva conosciuto comunità di filosofi che si proponevano come fine la più alta attività sociale, la scienza. Il Cristianesimo creerà, ammirevole assurdo per la sapienza mondana, comunità sterminate di religiosi che si proporranno per  fine le attività, socialmente più basse, servili, dispregiate, che non solo accetteranno con entusiasmo il lavoro manuale, ma chiederanno al mendicante di dividere i suoi cenci con loro e cureranno le piaghe del lebbroso. Eccolo risolto, il problema della “cultura popolare”; non inutile tritume di nozioni da distribuire, ma organica concezione della vita da realizzare; concezione della vita, notate bene, non riservata a un piccolo numero di studiosi, ma aperta a tutti, aperta, anzi, con speciale sollecitudine, alle moltitudini doloranti nel più duro lavoro. All'annunzio della buona novella queste moltitudini non solo non cercheranno di strappare colla rivolta i beni che sono retaggio esclusivo del ricco e del sapiente (che è un ricco interiore), ma avranno compassione dell'uno e dell'altro, ben sapendo che quegli apparenti privilegiati trovano appunto nei loro beni, interni od esterni, il maggior fomite di attaccamento al mondo e il peggior ostacolo sulla via della perfezione cristiana, giacché è più facile a un cammello passar per la cruna di un ago che a un ricco entrar nel regno dei cieli.  Né questo deve indurci a credere che, come favoleggiano taluni, il Cristianesimo, trascorrendo all'estremo opposto, sia, in odio al razionalismo pagano, divenuto fomite d'ignoranza e “dottrina da schiavi”. Il vigore col quale la Chiesa ha sempre rivendicato, contro le eresie irrazionalistiche e fideistiche, i diritti della ragione; la fermezza colla quale ha tenuto viva la tradizione dell'antica cultura in quegli stessi conventi ch'erano patrimonio dei poveri e degli ignoranti, sono lì per dimostrarlo. Allo stesso modo, pur raccomandando in modo specialissimo la povertà come uno fra i principali consigli evangelici, Essa non ha mai accettato quelle rozze forme di ascetismo che avrebbero voluto distruggere i beni materiali della società riportando l'uomo alla caverna primitiva, così, pur proclamando la donnicciola ignorante pari, nella vita cristiana, quando non addirittura superiore al più dotto filosofo, Essa non ha mai misconosciuto i valori della cultura, rettamente intesa. Se cultura e ricchezza sono pericolose, lo sono soltanto allo stato, direi, naturale e pagano, in quanto forme di un'attività umana che presume di avere in sé il suo fine e che di esse orgogliosamente si compiace. Compenetrate dall'ideale cristiano, perdono il loro aculeo e divengono, anzi, fonte d'elevazione a chi le sa rettamente usare, al servizio del prossimo e di Dio. Ecco perché la Chiesa, nemica della ricchezza non ha mai tralasciato di porgere aiuti affinché le condizioni materiali della vita umana venissero sempre migliorate, e, nemica del razionalismo pagano, non ha mai cessato di combattere per l'elevazione intellettuale e morale di tutti. Possiamo dire, anzi, meglio: siccome nel più ci sta il meno, nel fine soprannaturale che il Cristianesimo propone all'uomo ci dev'essere implicito anche l'adempimento dei suoi fini naturali, e implicito eminenter, nel modo più perfetto possibile. Perciò non è da meravigliarsi che tutte le soluzioni del problema economico-sociale dibattute oggi dalla scienza (razionale limitazione del lavoro, equa distribuzione della ricchezza, severa disciplina della concorrenza) siano state già da secoli implicite nell'operosità sociale cristiana; e non c’è da meravigliarsi che tutti i più sottili accorgimenti didattici per la diffusione della cultura consigliati dai grandi pedagogisti moderni siano sempre stati il presupposto indispensabile d'ogni insegnamento cristiano. L'eccessivo lavoro manuale abbrutisce l'uomo, impedendogli di attendere la propria elevazione intellettuale e morale? Orbene, da quanto tempo la Chiesa non combatte perché cessi quel gravissimo scandalo ch'è la violazione del riposo festivo, stoltissima empietà non meno che  ecco la vera parola  barbara distruzione della libertà umana,  la quale “non vive di solo pane”. Se le grandi feste di precetto del calendario liturgico cristiano fossero tutte scrupolosamente osservate, non avrebbe forse anche il più umile lavoratore un adeguato periodo di tempo da dedicare, al raccoglimento interiore e alla meditazione, in quei giorni che sono di Dio appunto perché Dio vuole che allora l'uomo, dimenticato ogni altro interesse, si fermi ad ascoltar la Sua Parola ed a riprender coscienza del proprio posto nella realtà e nella vita? E se il lavoro di tutti i giorni fosse, anziché esasperato fino alla vertiginosa tensione cui lo spingono la brama smodata di ricchezza e il materialismo pratico della moderna vita irreligiosa, contenuto nei limiti che la morale cristiana impone, lascerebbe esso l'uomo così esaurito da spingerlo a cercare un sollievo nei così detti “divertimenti”?  Né solo il tempo libero, ma anche i mezzi più adeguati alla positiva diffusione d'una vera cultura, il Cattolicesimo ha sempre messo, con tutte le sue forze, in opera. Non abbiamo noi sentito vantare come scoperta della pedagogia moderna il “ metodo intuitivo”, cioè la potenza plastica e suggestiva dell'immagine che penetra là dove il nudo raziocinio non potrebbe arrivare? Orbene, di questo”metodo intuitivo” e, quel che più conta, senza i grossolani fraintendimenti del positivismo materialistico, la Chiesa è stata la prima maestra, quando, non contenta di predicare la propria dottrina, ha affidato alle belle arti il compito di realizzarla sotto aspetti architettonici, pittorici e musicali, in un simbolismo che solo gli stolti potrebbero irridere. Eccolo, quel simbolismo, nella costruzione del tempio, dalla sua forma generale di una croce, ai più minuti particolari delle porte e delle colonne su cui i costruttori antichi avevano una dettagliatissima dottrina; eccolo nelle pitture che adornano le pareti, ove si rappresentano i principali misteri della fede che il sacerdote commenta ad uso degli illetterati; eccolo in quell'altra mirabile creazione che è il canto liturgico, nel quale l'emozione lirica dell'arte è veicolo alla esposizione dei più profondi concetti cristiani, e il tutto con una facilità di esecuzione tecnica che rende possibile alle moltitudini più ignoranti di parteciparvi non da spettatrici, ma da attrici. E la liturgia stessa delle sacre funzioni, considerata nel suo aspetto umano e naturale, che altro è se non la partecipazione delle folle a un grandioso dramma ove la poesia, l'architettura, la pittura, la musica si fanno docili strumenti della verità?  Oggi si raccomanda il metodo attivo, si biasima il verbalismo della nostra cultura, si riscopre il valore educativo del lavoro manuale. Orbene, non sono nate dal Cristianesimo quelle corporazioni medioevali ove il tirocinio e l'esercizio del lavoro manuale si compenetravano del medesimo senso d'arte e di libertà umana che a mala pena e non sempre oggi si ritrova nei grandi lavoratori del pensiero? Ed è stranissimo che i pedagogisti moderni prendano, di solito, come tipo dell'educazione cristiana e cattolica le congregazioni insegnanti della Controriforma e, anche queste, le considerino in una ristretta parte della loro opera e precisamente in quella parte ove esse hanno dovuto agire collateralmente a metodi e sistemi, non posti da loro, ma forzatamente dovuti accettare dalla società in cui si movevano. Non si capisce, ad esempio, perché i Gesuiti debbano esser presi da tutti i manualetti della pedagogia razionalistica, come unici rappresentanti della educazione cristiana e dei suoi pretesi difetti, quasiché la divina Provvidenza avesse loro assegnato il compito di far da capro espiatorio, attirando sulla propria testa tutte le contumelie del laicismo anticlericale. E si capisce ancor meno perché mai, dato anche - e non concesso!- che tutti gl'inconvenienti deplorati dai pedagogisti dei laicismo nella scuola dei Gesuiti ci fossero effettivamente stati, i Gesuiti debbano venir giudicati  esclusivamente in base all'opera dei loro collegi per alunni laici, quasiché essi nulla avessero fatto per l'educazione clericale ed ecclesiastica. Allo stesso nostro Capponi, che pur cita lo spartano e l'ateniese e il romano antico come esempio di educazioni effettivamente riuscite alla costruzione di tipi spirituali indelebili, non è mai caduto in mente che il Gesuita fosse un “tipo” spiritualmente altrettanto originale, ottenuto però con una educazione efficace per lo meno quanto quella da lui vantata negli antichi? E che il benedettino, il francescano, il domenicano e via dicendo, per quanti ordini religiosi - e non sono pochi!- la Chiesa racchiude nel suo seno, fossero altrettanti “tipi” spirituali non meno ben delineati? Di un metodo educativo si può, certo, avere un'idea guardando a qualsiasi sua manifestazione, ma non si può giudicarlo completamente se non là dove esso si è fatto tutte le condizioni occorrenti alla sua piena realizzazione. Sarà benissimo che i risultati ottenuti dalle congregazioni insegnanti della Controriforma non debbano giudicarsi brillantissimi: ma si consideri che quelle congregazioni, in quanto si proponevano d'esplicare una larga azione sulla società laica circostante, dovevano forzatamente accettare sistemi e metodi consacrati dall'opinione pubblica, sia pur per volgerli, in quanto era possibile, ai propri fini. Così i gesuiti trassero tutto quel bene che si poteva trarre, da un punto di vista cristiano, dall'umanesimo letterario e dalla vita moralmente corrotta che nelle classi sociali dirigenti si accompagnava allora all'ideale umanistico. È colpa loro se la scuola umanistica era, per intima costituzione, una scuola oppressiva, e se, in fatto di morale pubblica e privata, il mondo e la famiglia s'incaricavano di erudire l'alunno uscito dai collegi con una serie di lezioni ben altrimenti significative? Ma si guardi il rovescio della medaglia, si prenda l'educazione gesuita nella formazione del gesuita, così come, risalendo nei tempi, si prende l'educazione francescana nella formazione del francescano e l'educazione benedettina nella formazione del benedettino, si prendano, cioè, tutti quei sistemi educativi in quanto hanno la libertà di foggiare interamente l'educando secondo i propri principi informatori. E poi si dica quale educazione laica, in qualsivoglia condizione, saprebbe, non solo plasmare, nella rigorosa unità d'una dottrina ferma come la cattolica, tanta e così varia ricchezza di spiriti quante sono le diverse famiglie religiose; ma, quel che più conta, indurre in una tal moltitudine di persone un dispregio dei propri comodi e dei propri interessi, un amore della sofferenza e del sacrificio, una devozione al dovere, una infaticabile attività non d'altre ricompense sollecita se non al di là della sfera umana, una umiltà che rifiuta persino quelle legittime soddisfazioni per cui l'uomo guarda con compiacenza l'opera propria spesa in servigio di superiori ideali quali sono quelli che oggi la stessa opinione mondana ammira quando la colpiscono nei tipi, più facilmente visibili, della suora di carità o del missionario. Né bisogna poi credere che, anche nelle difficili condizioni presentate dal dover trattare con gente già imbevuta d'idee e d'abitudini anticristiane, qual è appunto il caso della educazione che la Chiesa impartisce a laici, l'educazione cattolica non possa nulla, o possa meno della pedagogia razionalista. E basta, per convincersene, pensare alle anonime folle che, anche nei tempi più difficili per la religione, si stringono intorno alla Chiesa e ne ricevono giornalmente, per bocca d'un umile sacerdote, la parola, il consiglio, l'ammonimento che trasformano anche la disperazione della più sventurata esistenza, nella umana dignità d'un sacrificio offerto a Dio, nella nobiltà d'un dovere adempiuto con serena consapevolezza. Nelle ore torbide della storia, quando la scuola tace, fatta deserta, e la scienza è travolta dal turbine che sradica anche le civiltà più robuste, la Chiesa parla e gli stessi nemici l'ascoltano con deferenza, sia pure per tornare,  quando la burrasca sarà passata, a combatterla: ma che, intanto, l'abbiano dovuta ascoltare, è altamente significativo.  Ma è tempo ormai ch'io concluda questo lungo discorso, specialmente dacché mi è capitata fra le mani una conclusione così bella e confortante per voi, maestre cattoliche, una conclusione che, non ne dubito, anche nella forma troppo pedestre in cui le mie scarsissime forze hanno dovuto presentarvela, voi terrete presente, durante il nostro futuro lavoro comune, perché vi sia d'incitamento a fare sempre più e sempre meglio. E questa conclusione è che, nel prepararvi ad affrontare i maggiori problemi della pedagogia moderna, voi obbedite a una voce che vi richiama là dove da secoli la vostra gran madre, la Chiesa, ha combattuto e, possiamo dire senza tema di smentite, ha vinto, le sue più belle battaglie. Diffondete pure il sapere fra le moltitudini, ma diffondetelo nei modi e con gl'intenti ch'Essa vi ha insegnato, sicure di porgere soccorso, cosi, alle tormentose crisi dell'anima moderna; di soddisfare, così, pienamente alle esigenze della pedagogia più raffinata e scrupolosa. Allora questa scuola dalla quale sarete uscite, potrà veramente affermare d'avere, in mezzo a tutte le altre scuole universitarie, una sua precisa ragion d'essere, potrà veramente, in quanto ciò è dato ai nostri deboli sforzi umani, non demeritare di raccogliersi sotto l'altissimo nome che oggi invochiamo a guida e conforto: sotto l'altissimo nome di Colei che è Vergine Madre, figlia del Suo figlio, umile ed alta più che creatura, termine fisso d'eterno consiglio. Filosofia, religione e "filosofie" nelle scuole medie  L'introduzione dell'insegnamento religioso nelle scuole medie e, più, l'esplicita dichiarazione del Concordato secondo la quale la dottrina cattolica deve essere il necessario fondamento e coronamento di ogni istruzione, hanno fatto nascere, strano a dirsi, nell'animo di molti e insegnanti e studiosi un turbamento la cui eco si è sentita nell'ultimo Congresso di filosofia, e si sente tuttora negli scritti e nelle private conversazioni di quanti, o per elezione o per ufficio, amano discutere i vivi problemi della scuola. E forse non andrebbe molto lontano dal vero chi dicesse che tale discussione, interessante, senza dubbio, quando riguarda la scuola media in genere, offre poi un interesse specialissimo quando tocca l'Istituto magistrale, dal quale (si noti bene) debbono uscire maestri che hanno l'obbligo d'istruire i loro alunni non solo intorno a questa o quella singola materia, ma precisamente intorno alla religione cattolica; cosa che non potrebbero fare certamente, se già non avessero ricevuto dall'Istituto magistrale una salda istruzione e formazione religiosa.  È bene dirlo subito: intendiamo di deliberato proposito trascurare tutti i problemi pratici e contingenti che possono nascere e nascono nelle odierne condizioni della scuola dalla introduzione dell'insegnamento religioso cattolico. E intendiamo trascurarli, non solo per un legittimo desiderio di circoscrivere il nostro discorso, ma perché siamo persuasi che il turbamento di cui si parlava ora deriva, nella maggior parte dei casi, non tanto dal considerare l'uno o l'altro aspetto pratico della questione, sibbene dal non aver impostato con sufficiente chiarezza o dall'aver male risolto il problema filosofico che  della questione stessa sta al fondo. Per convincersene basta aver la pazienza di formulare solamente la difficoltà quale corre, si può dire, sulle bocche di tutti.  Che significa  si domandano molti  questa dottrina cristiana che deve essere d'ora innanzi il coronamento degli studi? Significa forse che si debbano escludere e bandire severamente dalla scuola tutte quelle dottrine e quegli autori non conciliabili colla ortodossia cattolica? Ammettiamolo pure. Ma allora dove andrà a finire la libertà di coscienza dell'insegnante, anzi, dove andrà a finire quella stessa libertà della ricerca scientifica che si svolge, è vero, e si esplica pienamente solo negli studi superiori e nelle Università, ma che non si può neppure escludere del tutto dalle scuole medie, senza ridurre l'istruzione a una semplice trasmissione meccanica di vuote formule, onde ogni vero senso di intima ricerca è esulato? Vedete qual differenza fra il Cattolicesimo e il pensiero moderno, e non certo a vantaggio del Cattolicesimo! Mentre l'uno esclude assolutamente quella diversità di pareri e di teorie dalla quale nasce la feconda ricerca e la discussione, senza cui non v’è scienza, anzi pretende di ridurre tutti, volenti o nolenti, ad un unico modo di pensare; l'altro ha sì gran braccia che accoglie generosamente, nel suo capace seno, ogni dottrina, poiché in ogni dottrina riconosce un momento e un aspetto necessario della verità. E dunque, mentre, secondo il filosofo moderno, anche il cattolico ha diritto di esprimere il suo parere e di portare nella scuola il suo pensiero, secondo il cattolico, il filosofo moderno, ben lungi dall'avere questo diritto, deve esser cacciato e tenuto fuori dalla scuola come un individuo pericoloso. Ora, ognuno vede da qual parte stia la libertà e la vera tolleranza: mentre il prevalere della filosofia moderna apre alla scuola tutte le conquiste del pensiero, il prevalere del cattolicesimo implicherebbe il ritorno al più gretto e ristretto oscurantismo, segno di remoti e barbari tempi. che la civiltà moderna ha, e vuole avere, per sempre superato.  E, poste queste premesse, ecco che molta brava gente già si sente venire i brividi addosso. Che, già le par di vedere l'Inquisizione e il Sant'Uffizio armarsi del braccio secolare, ed entrar nelle scuole, e buttar sossopra libri e programmi, e, afferrato per il collo con mano ferrea ciascun insegnante, interrogarlo, e voler sapere per filo e per segno che cosa dice e che cosa opina, e che cosa pensa, e come e perché. E poi, al menomo odoraccio di eresia, giù ammonizioni e sospensioni, e rimozioni dall'impiego, e magari, tanto per essere in armonia col color locale, o meglio, storico, una buona dose di tratti di fune applicati sulla pubblica piazza, e un buon rogo, dove se non le persone, che non li usa più, almeno i libri proibiti formassero un bel falò, a consolazione della gente devota che assisterebbe, fra cantici di gioia e inni sacri, all'edificante spettacolo.  Ora, i timori - più o meno irragionevoli - sono timori, e la filosofia è filosofia, e forse non c'è cosa tanto difficile a questo mondo quanto il persuadere certe brave persone che i timori vanno trattati da timori e la filosofia da filosofia; che le questioni filosofiche non si risolvono coi timori, ma cogli argomenti. Accuse di oscurantismo alla religione cattolica se ne sono fatte da che mondo è mondo, e sempre se ne faranno, fino alla fine dei secoli; sarebbe dunque puerile meravigliarsi che se ne facciano anche oggi. Ma giustizia vuole che di queste accuse si esamini spassionatamente il fondamento e il valore, prima di sentenziare. Giacché le affermazioni sono una bellissima cosa, ma finché non vengono dimostrate si riducono ad essere semplicemente parole: segni, o suoni, siano poi i suoni d'arpa eolia coi quali il poeta avvinca a sé i cuori, o gli stonati rulli del tamburo coi quali i saltimbanchi stordiscono, sulle piazze, la moltitudine.  Sia dunque lecito porre, al presente studio, questo fine: domandarsi qual valore abbiano quelle accuse, e su quali argomenti poggino quelle affermazioni, ora riferite, colle quali si vorrebbe sequestrare il cattolicesimo dalla civiltà e dalla scuola moderna, per relegarlo nei musei d'un incerto e torbido passato che si dovrebbe inonoratamente seppellire. Mettiamo da parte i vaghi fantasmi passionali coi quali si cerca di carpire il consenso attraverso la mozione degli affetti e guardiamo, se ci riesce, di non arrenderci che alla forza dell'evidenza e della ragione. Cerchiamo, se è possibile, di ridurre la questione a un tale stato di chiarezza che chiunque ci segue, amico o avversario, possa senza disperati sforzi d'ingegno o di dottrina, comprendere le ragioni sulle quali poggia la nostra tesi, od, occorrendo, scoprire anche il più piccolo errore nel quale ci sia avvenuto d'incappare. Cominciamo con l'osservare subito che la questione che ora c'interessa non riguarda tanto i rapporti, o i conflitti che possono nascere, nella scuola media, fra l'insegnamento religioso in quanto puramente tale, e l'insegnamento della filosofia. Che se il problema fosse questo, molti amerebbero risolverlo, almeno in pratica, con una pacifica e cortese reciproca neutralità: l'insegnante di religione insegni la sua religione; l'insegnante di filosofia insegni la sua filosofia, e tutti pari. Ma il problema riguarda, invece che l'insegnamento della religione e quello della filosofia, due modi diversi di concepire l'insegnamento della filosofia, cioè due diverse concezioni della filosofia, o, meglio, due diverse concezioni della verità, diverse tanto, che non possono convivere pacificamente fra loro, né stare insieme senza distruggersi a vicenda. E se poi anche l'insegnamento della religione finisce con l'essere implicato in questo conflitto, ciò accade pei diversi effetti che quelle due concezioni producono, e non possono fare a meno di produrre, nel modo stesso di concepire la religione.  Ma quali sono queste due diverse concezioni in conflitto? L'abbiamo detto; anzi, lo dicono e lo ripetono a sazietà coloro che formulano, contro la filosofia ispirata al cattolicesimo, quelle obiezioni che or ora abbiamo sentito. Possibile mai che la verità debba essere qualcosa di fisso, di statico, d'immobile, definibile una volta per tutte e racchiusa, per tutti i secoli, entro i ferrei cancelli di una determinata dottrina? Ma la verità è invece, progresso, sviluppo, divenire: e, anzi, lo stesso sviluppo e divenire del pensiero che incessantemente si accresce su sé medesimo, creando sempre nuovi sistemi e nuove dottrine, ognuna delle quali è un momento e un aspetto immortale del vero, ma nessuna delle quali può aspirare ad esaurire in sé la verità tutta quanta.  Ecco dunque le cose singolarmente semplificate. Verità fissa ed immobile da una parte; verità in continuo sviluppo dall'altra; verità trascendente, da una parte, verità immanente, e identica col divenire stesso del pensiero dall'altra; verità oggettiva, che il pensiero filosofico può soltanto scoprire e riconoscere qual è, da una parte; verità soggettiva, eternamente creata dal pensiero, dall'altra. Per rendere, se non più semplice, più chiara questa antitesi, molti amano ricorrere alla storia della filosofia e impersonare in alcuni nomi di filosofi celebri quelle due diverse concezioni. Kant ed Hegel da una parte ed AQUINO (si veda) dall'altra, quasi due mondi l'un contro l'altro armati, la filosofia moderna contro il medioevo e la filosofia scolastica. Contro, si capisce, per modo di dire poiché,  chi crede tutti i sistemi filosofici veri, non può, senza contraddizione, dar l'ostracismo a San Tommaso e alla scolastica, ma deve considerarli essi stessi come un “momento” della immortale verità. E pure Kant ed Hegel per modo di dire, poiché chi pensa la verità come un continuo sviluppo non può poi, senza darsi la zappa sui piedi, offrirci a modello un sistema filosofico, sia pure il kantiano o l'hegeliano, a preferenza di un altro. Kant ed Hegel sì, ma come li pensiamo e li ricostruiamo noi. Kant ed Hegel con tutti i filosofi venuti dopo, compreso colui che adesso parla o scrive nel loro venerando nome. Comunque, questo appello alla storia della filosofia, se anche non riesce molto a chiarire - e, anzi, vedremo che intorbida - la questione riesce tuttavia ad ottenere un altro effetto di maggior vantaggio immediato. Quello di far apparire manifestamente vera la concezione della verità alla quale si vuol dare il nome di “moderna”, e, per necessaria conseguenza, manifestamente falsa la concezione opposta, quella tomistica, scolastica o “cattolica” che si voglia dire. Secondo tale concezione infatti, una sola filosofia sarebbe vera, quella di san Tommaso; tutte le altre filosofie, da San Tommaso in poi, costituirebbero un cumulo di errori, degni soltanto della più lacrimevole compassione. Per altra parte, al filosofo che si proclamasse oggi scolastico e cattolico, non rimarrebbe altra missione che quella di ripetere alla lettera San Tommaso, e di concentrare tutto l'universo nelle sacre pagine delle due Somme, alfa ed omega d'ogni sapere, o, piuttosto, colonne d'Ercole oltre le quali non è permesso spingere la ricerca, nell'oceano della verità. Di modo che il filosofo cattolico verrebbe a trovarsi in questa imbarazzante condizione: dover torcere inorridito lo sguardo dalla storia della filosofia, diventata per lui un enigma indecifrabile (un catalogo d'errori non è una storia) e di dover, insieme, rinunziare a qualsiasi iniziativa scientifica nel campo della filosofia pura. Viceversa il filosofo moderno non ha pregiudizi quanto a storia della filosofia, che può intendere e ricostruire appieno appunto perché può e sa simpatizzare con tutti i sistemi anche più opposti, persuaso di trovarvi sempre un'anima di verità, e in filosofia pura può dar sfogo a tutte le ardite idee e intuizioni geniali, significando liberamente quanto una prepotente ispirazione gli detta dentro e costruendo, se così gli paresse, anche un nuovo sistema al giorno, con immenso vantaggio per le magnifiche e progressive sorti del genere umano. Con questo, gli applausi delle platee sono assicurati al libero filosofo moderno, e i fischi e gl'improperi ricacciano fra le tenebre medioevali colui che avesse lo sconsigliato ardire di voler essere al tempo stesso cattolico e filosofo, o scolastico, “tomista” e filosofo.  Ci sia permessa, prima di procedere oltre, una semplice osservazione. Anche a proposito di questo piccolo dramma, o di questa piccola commedia, dove si fanno muovere con tanta disinvoltura i personaggi del filosofo moderno e del filosofo cattolico, occorre ricordare che le parole sono parole e gli argomenti sono argomenti. I termini di “modernità”, di “libera ricerca”, di “ progresso del pensiero” e simili, fanno sempre un grande effetto, anche quando la realtà che essi designano sia per avventura - e ciò accade non poche volte - assai mediocre e meschina. Tutti vogliono essere, in questo mondo, spregiudicati, liberi, moderni e progrediti, e hanno a noia di sentirsi chiamare oscurantisti, arretrati e schiavi, così come tutti vogliono essere intelligenti e civili, e hanno grandemente a noia di sentirsi chiamare stupidi o barbari. È un troppo naturale effetto dell'amor proprio, sia negli uomini che nelle dottrine e nei sistemi da essi escogitati. Ma appunto perché è un naturale effetto dell'amor proprio, bisogna diffidarne; e come a chi ci venisse innanzi affermandoci di esser molto intelligente e civile noi non crederemmo già sulla parola, ma domanderemmo le prove  della sua asserzione, e vorremmo sapere quali fatti e quali opere gli danno il diritto di ambire a quei titoli onorevoli, così ad una dottrina che ci afferma d'esser progredita e libera, moderna e spregiudicata, noi non possiamo credere ciecamente, ma dobbiamo domandare quali prove effettive di libertà, di progresso e di spregiudicatezza, essa sia in condizione d'offrirci. II.  Il procedimento adoperato, di solito, dagli avversari per fare apparire la filosofia dei cattolici, e, sopratutto, la filosofia tomistica e scolastica, come retriva e non all'altezza dei tempi, è un procedimento così artificiale ed artificioso che chiunque si provasse ad usarlo per valutare qualunque altra filosofia non scolastica né cattolica, si attirerebbe certo un coro di vituperi. E se queste parole, di solito adoperate a indicare cosa molto diversa da quella che vogliamo dir noi, non corressero il rischio d'esser fraintese, diremmo che tale procedimento è assai simile a quella “illusione cinematografica” del pensiero per la quale si pensa d'aver afferrato e ricostruito un organismo vivente quando se ne sono raccostate alcune immagini parziali e frammentarie.  E, infatti, tutto l'equivoco si fonda su questo: quando alcuno dice di ritener vera una filosofia, sia essa scolastica o antiscolastica, religiosa o irreligiosa, idealistica o positivistica, dogmatica o scettica e così via, è costretto a dirlo con frasi e parole le quali ci danno, per forza, di essa soltanto un'immagine approssimativa e inadeguata. E tanto più approssimativa ed inadeguata, quanto meno è possibile condensare in una breve formula verbale, qual è quella per cui uno si dichiara scolastico, materialista, idealista o naturalista ecc., ciò che è veramente essenziale nella filosofia: gli argomenti coi quali essa stabilisce e dimostra le proprie tesi. E questo stesso carattere di approssimazione e di inadeguatezza si estende, in un certo senso, a tutte le parole, e a tutte le frasi, e a tutti i libri che sono stati scritti per esporla e svolgerla, ognuno dei quali, per importante che sia, non si può mai dire che esaurisca in sé tutta quella dottrina che pure insegna, o possa considerarsene un equivalente materialmente completo. Tanto è vero che da che mondo è mondo si continua a scriver libri per esporre e difendere le varie dottrine filosofiche, e ancora non s'è finito, né si può finire. Poiché una dottrina filosofica è un insieme di concetti e di ragionamenti: e benché concetti e ragionamenti si esprimano, certo, con parole e con libri, e si possano, magari, riassumere e indicare con brevi formule, pure, non i libri e le parole o le formule, ma i concetti e i ragionamenti costituiscono l'essenza della dottrina. E chi, perciò, la dottrina vuol capire, non deve fermarsi alle parole e alle formule, ma deve, mediante esse, risalire ai concetti e ai ragionamenti, cioè compiere in sé quell'atto dell'intelletto pel quale si costituisce e si dimostra una determinata dottrina: che non è, evidentemente, lo stesso atto col quale si ripete materialmente una formula, o s'impara a memoria un libro.  Segue da ciò che quando un filosofo vi dice “siate idealisti”, “siate scettici”, “siate cattolici” o “siate scolastici”, e vi scrive un libro per dimostrarvelo, o vi indica alcuni classici della filosofia quali Hegel o Sesto Empirico, Aristotele od AQUINO (si veda), come quelli coi quali il suo pensiero meglio si trova d'accordo, non può essere davvero così sciocco ed insensato da volervi indurre solo a ripetere pappagallescamente “siamo  scolastici” o “siamo scettici”, o a ripetere tal quali le sue parole, e ad imparare a memoria i libri di Hegel o di Sesto Empirico, di Aristotele e d’AQUINO (si veda). Ma pretende, invece, che i suoi uditori o lettori, da quelle formule e da quei libri risalgano ai ragionamenti in essi contenuti, e, mediante u n positivo lavoro del loro intelletto, li riscontrino veri e se li approprino, facendo così un'opera di ricerca che è certamente originale, benché riesca (nihil sub sole novi!) a conclusioni già scoperte da altri pensatori, siano essi Hegel o Sesto Empirico, Kant od AQUINO (si veda). Né questo riuscire a conclusioni già scoperte da altri menoma in nulla l'originalità e la libertà della ricerca; giacché la libertà del pensiero non consiste punto nel non aver nulla innanzi a sé, ma solo nel non accettare nulla che non sia dimostrato vero. E quando una dottrina è dimostrata vera, la libertà dell'intelletto è garantita, in altro non consistendo tale libertà se non nell'esser fatto l'intelletto per conoscere il vero, e quindi nell'esser libero e attivo sol quando il vero effettivamente conosce.  Ma che cosa fanno, rispetto alla scolastica, e quindi rispetto al cattolicesimo, i critici poco esperti, o male intenzionati? Credono, o mostrano di credere, che i filosofi scolastici siano, essi soli, così insensati da far consistere la loro filosofia, non nel pensiero ma nelle parole, sì che, presso i soli cattolici esser “scolastici” significhi non già compiere quell'effettivo e originale processo di pensiero pel quale ognuno può riscontrare col proprio intelletto la verità della filosofia scolastica, ma solo mandare a memoria e ripetere, senza mutare una virgola, l'una e l'altra Summa d’AQUINO (si veda). Onde, la facile accusa agli scolastici d'esser ripetitori pedissequi e di voler, perciò, diseducare il pensiero umano, riducendo ogni ricerca scientifica alla meccanica fatica di ripetere frasi, o libri altrui, con quelle pessime conseguenze per l'educazione e per la scuola che già abbiamo udito deplorare.  Accusa alla quale, evidentemente, non si può rispondere altro che negando l'arbitraria e cervellotica supposizione dalla quale è partita. Nessun filosofo scolastico, infatti, s'è mai sognato di voler indicare col termine “scolastica” soltanto la parola e non la cosa, i libri, e siano pur d’AQUINO (si veda), e non la dottrina in essi contenuta, le conclusioni, e non il concreto processo di pensiero col quale ci si arriva. Nessun filosofo scolastico, quando dice agli altri “siate scolastici” vuol loro imporre la irragionevole schiavitù di una dottrina senza dimostrazione e senza ricerca. Nessun filosofo scolastico, infine, ha mai creduto che la sua filosofia fosse altro che un concreto processo di pensiero, nel quale certe tesi si dimostrano vere alla luce della ragione e dell'esperienza e mediante lo sforzo originale di colui che studia. Il quale, poiché si tratta appunto d'una dottrina e non d'un pezzo di legno, non potrà certo afferrarla e mettersela in tasca così com'è, ma dovrà bene arrivarci nell’unico modo possibile, cioè pensando e ripensando, e non smettendo mai di pensare, argomentando, inducendo, deducendo, sillogizzando, dialettizzando e così via; che sono precisamente, se non c'inganniamo, i modi e le forme attraverso le quali il pensiero umano afferma la propria attività e originalità, garantendosi di conoscere il vero, e respingendo da sé il falso. Né si vede in che cosa, sotto questo aspetto, la dottrina scolastica differisca dalle altre dottrine, idealistiche o positivistiche, materialistiche o scettiche. Che se appare diversamente, è sempre per quel tale equivoco fra il pensiero e le parole, sul quale gli avversari della scolastica si compiacciono d'insistere.  Infatti, una dottrina, come or ora s'è visto, la si formula in parole e in libri che, naturalmente, in un primo tempo, e a chi li guardi dall'esterno, debbono per forza apparire un puro dato, esterno anch'esso; esterno, ben inteso, finché colui che esamina la dottrina  proposta non sia in condizione di passare all'interno, cioè di riscontrare vera, mediante la propria ricerca, la dottrina medesima, persuadendosi così anche della bontà ed esattezza di quelle espressioni, di quelle formule, di quei libri che prima gli erano apparsi qualcosa di arbitrario e di indimostrato. Ma questa, se così vogliamo dirla, imperfezione e limitazione del pensiero umano che non può afferrar la verità immediatamente e tutto in una volta, ma è costretto a raggiungerla per gradi, non ricade certo sulla sola filosofia scolastica, bensì appartiene a tutte le dottrine, idealistiche o positivistiche, materialistiche o scettiche che siano. Le quali, debbono pure anch'esse formularsi in parole e in libri che, in un primo tempo appaiono, per forza, un puro e indimostrato dato esterno, finchè colui che le esamina non è in condizione di dimostrar vera la rispettiva teoria idealistica o positivistica, materialistica o scettica.  Il che è ancor più manifesto quando si tratta della scuola e dello scolaro; che, appunto perché scolaro non è ancora in tali condizioni da poter riscontrare da sé e colle sue sole forze la verità della dottrina insegnata e deve, ancora per un pezzo seguitare a imparar libri e definizioni e formule delle quali non scorge, o scorge solo imperfettamente la ragione. Che se in questo fatto cosi semplice si vuol trovare a tutti i costi una oppressione e un vincolo alla libertà del pensiero umano, allora non soltanto la scolastica, ma anche ogni altra dottrina, idealistica o positivistica, materialistica o scettica e, magari, eclettica, si dovrà dire oppressiva e restrittiva per la libertà del pensiero, e perciò, in quanto tale, oscurantista e retriva, di fatto, anche se a parole si dichiara svisceratamente amica della libertà e del progresso. Non si vede infatti perché il proporsi come testo di studio San Tommaso debba esser più oppressivo, o restrittivo che proporsi Kant, Hegel o Ardigò, e perché l'imparare definizioni e formule scolastiche debba esser più avvilente che imparare definizioni o formule positivistiche o idealistiche, vero essendo che in ogni caso ci s'imbatte nel solito dilemma dal quale non è dato trovare una via d'uscita. O il presentare una dottrina restringendola in alcune formule e in alcuni libri ed autori, che in un primo tempo appaiono, necessariamente, allo studioso come puri dati esterni da accettarsi solo sull'autorità altrui (salvo a ottenerne, in un secondo tempo, una compiuta dimostrazione) è ammissibile, oppure non lo è. Se è ammissibile, nulla ci vieta d' insegnare la scolastica, così come altri insegna l'idealismo o il positivismo o di prendere per testo San Tommaso così come altri può prendere Hegel o Spencer. Se non è ammissibile, la scolastica diventa, certo, una dottrina oppressiva, incompatibile con l'attività e la libertà del pensiero umano, ma anche l'idealismo, il positivismo, lo scetticismo e persino l'eclettismo diventano dottrine altrettanto retrive e incompatibili con l’attività e la libertà del pensiero umano. Ciò è tanto vero, che, in ogni tempo, ci sono stati autori e scrittori più coerenti degli altri, i quali, per essere imparziali e non far danno a nessuno, hanno addirittura dichiarato oppressiva, antiquata e insopportabile la filosofia stessa, a qualsivoglia tendenza o dottrina appartenente, e si sono vantati di condurre liberamente la loro vita intellettuale, fuori dalle ristrette gabbie delle dottrine e dei sistemi. Pretesa assurda certo, poiché, come è noto a tutti, anche il dire di non credere nella filosofia è fare della filosofia, e anche il dire di non avere un sistema è un sistema, come lo scetticismo, l'eclettismo o qualche altro tipo simile. Ma pretesa coerente, anzi coerentissima con l'assurdo medesimo dal quale è partita, poiché se insegnare una qualsiasi dottrina rigorosamente definita e formulata vuol dire opprimere il pensiero, il miglior modo, anzi, l'unico modo di non opprimere il pensiero  sarà addirittura quello di non formulare né insegnare mai nessuna dottrina, né idealistica, né scolastica, né materialistica né di altro indirizzo. Soluzione che sarebbe l'ideale dell'economia e della semplicità per filosofi, scienziati, legislatori, maestri e scolari, se solo non avesse, come or ora s'è chiarito, il difetto d'essere inattuabile. Colla pura e semplice denunzia di un equivoco verbale cadono, dunque gran parte delle irragionevoli e ingiustificate antipatie contro la filosofia scolastica. La quale non è un insieme di frasi o di formule da ripetere meccanicamente, ma è un vivente organismo di pensieri da pensare; così come appunto sono, o vogliono essere, tutti gli altri sistemi filosofici. Una dottrina che, lungi dal pretendere d'imporsi irragionevolmente o arbitrariamente al pensiero umano, non vuole essere accettata altro che mediante argomenti e dimostrazioni. È bene ricordarlo, poiché oggi certe nozioni sono grandemente obliate anche da coloro che per professione ed ufficio avrebbero l'obbligo di meglio conoscerle. La filosofia scolastica pretende di essere accettata unicamente perché vera e dimostrabile tale con argomenti filosofici; e dimostrabile a chiunque, anche a chi non creda punto in una rivelazione religiosa, anzi a chi non sappia neppure se una rivelazione religiosa ci sia o no, sia possibile o meno, tutte questioni che si possono trattare dopo, e non prima che l'indagine filosofica abbia saldamente stabilito e dimostrato vera una certa concezione della realtà. Questo spiega perché sia molto meglio e più conforme alla precisione scientifica parlare di filosofia scolastica che di filosofia “cristiana” o “cattolica”, contenendo questi ultimi termini un riferimento alla rivelazione religiosa e alla teologia che non è ancora ammissibile, né dimostrabile, durante la pura ricerca filosofica, laddove il termine “scolastica” ha il vantaggio di definire direttamente la filosofia dal suo stesso contenuto dottrinale o speculativo, senza introdurre altri elementi. Che se, ciò nonostante, è gloria della scolastica aver adoperato e adoperare tuttavia anche l'altro metodo, ed essersi servita della Rivelazione cattolica e della teologia per controllare le sue tesi, l'uso di questo secondo metodo non ha mai infirmato l'uso del primo, che vale durante la ricerca filosofica e prima di aver saputo se c'è ed è possibile una rivelazione religiosa, così come l'altro vale dopo averlo saputo ed essersi persuasi, cogli argomenti e della filosofia e della teologia ”fondamentale” o apologetica, che una rivelazione è possibile, e c'è, ed è proprio la rivelazione cattolica. Risulta, dunque, evidente da quel che si è detto fin qui che per insegnare filosofia scolastica da parte del maestro, come per apprenderla da parte del discepolo occorre precisamente tanto spirito inventivo ed originalità quanta ne occorre per insegnare od apprendere qualunque altro sistema filosofico, e che, perciò il meccanicismo, il mnemonismo, il dogmatismo irragionevole e l'oscurantismo sono da temersi nell'insegnamento della filosofia scolastica appunto quanto sono da temersi nell'insegnamento di ogni altra filosofia, né più, né meno. Questo significa che non c'è un criterio estrinseco col quale si possa decidere su due piedi quali filosofie siano per riuscire, nell'insegnamento, oppressive, e quali liberatrici; ma che un tale criterio è soltanto interno, in altro non consistendo che nella maggiore o minore verità delle  filosofie stesse. Fra le quali, secondo quanto già abbiamo avvertito prima, solo una dottrina vera sarà sul serio liberatrice, e le altre riusciranno sempre e per forza oppressive, dogmatiche e oscurantiste; poiché solo il vero può imporsi all'intelletto dello scolaro con l'intima forza della persuasione, senza ricorrere a minacce, lusinghe, o costrizioni esterne, alle quali, invece, debbono necessariamente ricorrere i sistemi erronei che riescono, dunque, sempre malamente dogmatici e oppressivi, e portano, perciò, nella scuola le cattive conseguenze che si volevano addossare alla scolastica, qualunque sia la loro etichetta di modernità o l'altisonante affermazione di libertà colle quali si presentano al pubblico.  Ma con ciò eccoci ritornati - sembra - al punto donde eravamo partiti. Poiché - si dirà - anche col massimo buon volere, e anche deposto ogni ingiustificato pregiudizio contro la scolastica, è certo che proprio in questa diversa concezione del quando e a quali condizioni debba ritenersi vera una filosofia sta la differenza più notevole fra il sistema scolastico e il sistema moderno, e il conseguente pericolo che la scolastica introdotta nell'insegnamento porti quei frutti di oppressione e di scarso spirito scientifico che si temevano. Infatti, s'era già detto: per la scolastica la verità è qualcosa di già fatto, ed esistente fuori del pensiero che la pensa, dunque: una sola dottrina è vera, e tutte le altre debbono per forza esser false.  Per il pensiero moderno, invece, la verità e la realtà medesima coincidono con l'atto stesso del pensare, perciò cambiano, si svolgono, si accrescono, collo svolgersi del pensiero e, dunque, non una sola dottrina ma tutte le dottrine sono vere, in quanto ognuna di esse è sempre un atto del pensiero che si crea ogni volta la sua verità. E rieccoci, allora, a quelle tali conseguenze tanto deprecate. Poiché, mentre il filosofo scolastico non potrà che insegnare ai suoi discepoli una sola dottrina, la sua, il filosofo moderno potrà non solo insegnare tutte le dottrine che la storia della filosofia abbia mai registrato, ma potrà, anzi, dovrà incitare il discepolo a “crearne” delle nuove.  E va benissimo. Sennonché, a un esame più attento, questo modo di ragionare che sembra correr cosi piano e facile, si rivela almeno tanto superficiale quanto il precedente. Poiché, in primo luogo, esso cela in sé una proposizione non dimostrata né dimostrabile, e cioè che il gran numero dei sistemi filosofici insegnati nella scuola sia un bene; e che coincida colla libertà e col progresso del pensiero. Allo stesso modo, si direbbe scherzando, ragionava quel bravo villico che, convinto che se una pillola faceva bene due avrebbero fatto meglio e tre meglio ancora, pensò di guarir subito col pigliar tutte insieme le pillole che gli aveva ordinato il dottore, ma invece di guarire morì, contrariamente alle sue poco sagge previsioni. I sistemi filosofici - se si preferisce un paragone meno malinconico - non sono già come i polli, le pernici, i poderi o i biglietti da mille, che più se ne ha meglio è. E chi crede che l'insegnamento di molte dottrine filosofiche coincida per lo scolaro con l'originalità, col progresso e colla libertà dello spirito, mostra d'aver confuso due cose fra loro tanto diverse come il “progresso” e il “mutamento”. Pregiudizio, in verità, molto diffuso ai giorni nostri, e che nasce dall'aver inconsapevolmente confuso fra loro due ordini di realtà così diversi come il materiale e l'ideale. Se, infatti, una dottrina filosofica, poniamo la scolastica, fosse un campo o un orto, si avrebbe ragione di dire che chi si rinchiude in essa, rinunzia a tutto lo spazio ch'è al di là dei suoi confini, come il misantropo che se ne sta dietro i cancelli di casa sua e non vuol mettere il naso fuori. Ma una dottrina non è un campo o un orto, bensì un atto  immateriale del pensiero, e in quanto tale non ha altri confini che il suo riuscire o meno a colpir la verità. E se riesce a coglierla, essa non si lascia fuori più niente, né ha bisogno di cercare altrove che in se stessa i motivi d'un infinito progresso e sviluppo: ché essendo la verità per sua natura infinita, non c'è mai un momento nel quale si possa dire d'averne esaurito la conoscenza; ed essendo la filosofia un atto immateriale, non viene mai il momento in cui si possa metter da parte in un cassetto per riprenderla meccanicamente; ma sempre fa d'uopo ripensarla, cioè pensarla davvero, con una attività la cui originalità e spontaneità è inesauribile. Approfondire la verità, questo è il progresso. Per contro, è proprio l'errore che ci presenta una indefinita molteplicità e un continuo cambiamento di sistemi; poiché, dove la mente non può acquietarsi nel tranquillo ritmo progressivo d'una dottrina vera, è costretta a cercare un simulacro di progresso nel mutamento, e a ripagarsi colla illusoria ricchezza dei molti sistemi, della effettiva miseria inerente alla loro falsità. Per cui dal momento che la verità è una e gli errori sono molti, le parti vanno invertite e quei filosofi che si vantano di permettere, anzi, di introdurre nella scuola molte dottrine, o non sanno quel che si dicono, o si vantano d'una cosa assurda com'è insegnare l'errore e mettere al bando la verità. E viceversa, quei filosofi che vogliono nella scuola una sola dottrina, non solo fanno onore alla loro intelligenza di filosofi, ma sono, essi, gli unici fautori d'uno spirito sanamente progressivo e inventivo qual è quello che può aversi dalla conoscenza della verità.  Ma qualcuno può ancora obbiettarci: il vostro ragionamento ha il solito difetto: presuppone arbitrariamente la vostra concezione della verità ed esclude la nostra. Si capisce che se la verità è tale che possa esser colta da una sola dottrina ad esclusione di tutte le altre, voi avete ragione nel voler che quella sola dottrina venga insegnata. Ma, e se la verità non fosse tale che potesse coglierla una sola dottrina, ma si trovasse in tutte le dottrine, come appunto sosteniamo noi? Non avremmo, allora, ragione noi di sostenere che la presenza, nella scuola, di tutti i principali sistemi filosofici, sia utile e necessaria?  La risposta a questa obiezione non può essere che una sola: non esistono due concetti differenti della verità, benché esistano le parole colle quali ci si illude di esprimere un concetto della verità diverso dal nostro. Ma sono vuote parole; e la dimostrazione ce la forniscono gli avversari stessi. Quando essi dicono, infatti, di non creder vera una teoria filosofica ad esclusione delle altre, ma di tener vere tutte le teorie che la storia della filosofia registra, che cosa fanno essi mai se non sostenere e difendere come vera una loro teoria filosofica particolare? Dire che la verità è in tutti i sistemi filosofici, non è forse sostenere una teoria filosofica? È il solito argomento contro lo scetticismo e l'eclettismo: filosofie che proclamano, sia di non creder vera alcuna teoria filosofica, sia di ammetterle tutte, e intanto cominciano, sotto mano, col creder vere se stesse e solo se stesse. Ora, la contraddizione è evidente. Ritener vere tutte le filosofie vorrebbe dire ritener vere anche quelle filosofie che affermano esserci una sola filosofia vera e tutte le altre esser false. Ma ammetter queste filosofie vorrebbe dire distruggere appunto quella nozione della verità alla quale tanto si tiene, e che esclude assolutamente potersi sostenere la verità di una sola filosofia, cioè distruggere lo stesso principio eclettico, o idealistico. Onde, una delle due: o l'idealismo, l'eclettismo e gli altri sistemi dello stesso tipo restano fedeli al loro programma di ammetter vere senza esclusione alcuna tutte le filosofie, e si uccidono colle proprie mani, perché debbono tener vero anche il concetto della verità opposto al loro. Oppure ammettono tutte le filosofie, ma eccettuate quelle che sostengono un concetto della verità opposto al loro, e allora la loro famosa tolleranza e larghezza di  vedute è finita, ed essi sono liquidati come idealismo od eclettismo, avendo dimostrato col fatto che la verità non sta punto in tutti i sistemi filosofici, ma solo in alcuni, e precisamente in quelli che s'accordano con l'idealismo o con l'eclettismo, cioè, in ultima analisi, in un sistema solo.  La libertà, dunque, che la filosofia moderna pensa di garantire in fatto di sistemi, è molto simile alla libertà di certe democrazie, ove ognuno è libero di pensarla a suo modo purché, però, non dissenta in nulla dal pensiero dei governanti. Libero ognuno di scegliersi il sistema filosofico che vuole, purché questo sistema sia l'idealistico, o almeno s'accordi in tutto col criterio fondamentale dell'idealismo: essere la verità in divenire continuo ed essere, perciò, vere tutte le filosofie che lo spirito umano ha escogitato. Ché fuori di questo concetto non v'è salvezza possibile, e le filosofie che non lo ammettono, non sono filosofie, ma aborti del pensiero, non vanno neppure presi in considerazione, anzi, vanno seppelliti sotto l'unanime disprezzo della gente ben pensante. Ora, quando si è stabilito ciò che in un sistema filosofico è più importante, cioè il concetto della verità, tutto il resto ne viene di necessaria conseguenza, e si può ben lasciar libero lo studioso di dedurlo in un modo piuttosto che nell'altro, di fregiarlo con un titolo piuttosto che con l'altro, e di compiacersi, così, della propria intelligenza ed originalità inventiva. Allo stesso modo, per ripigliar l'esempio di prima, poco importa che in quelle tali democrazie la gente voti in un modo o nell'altro ed abbia l'una o l'altra costituzione - tutte cose intorno alle quali, anzi, è bene che ciascuno si diverta a discutere a perdifiato, ricavandone un gran senso della propria dignità e importanza - purché, alla resa dei conti, siano sempre gli stessi uomini politici che detengono effettivamente il potere.  Così la storia della filosofia che i pensatori moderni si vantano d'insegnare con tanta larghezza e liberalità, si risolve in una illusione. Poiché, sotto l’apparenza di tutti i sistemi filosofici che la mente umana ha escogitato, da Talete ai giorni nostri, la dottrina insegnata è sempre una sola: l'idealismo, il concetto della verità come coincidente collo sviluppo stesso del pensiero umano, e come escludente qualsiasi altra realtà che il pensiero umano non sia. Ed è ben vero che si parla di Talete e di Platone, di Aristotele e di S. Tommaso, di Kant e di Hegel, di Mill e di Spencer, e che ognuno vi può spaziare entro i confini del materialismo e del platonismo, della scolastica e del kantismo, del positivismo e dell'agnosticismo e via dicendo. Ma si tratta di un dramma dove i personaggi si riducono ad uno solo, benché volta a volta variamente travestito, e dove Talete e Platone, Aristotele ed AQUINO (si veda), Kant ed Hegel, Stuart Mill e Spencer, sono, volenti o nolenti, costretti a rappresentare un'unica parte, quella del filosofo idealista; ora dell'idealista in germe, più tardi dell'idealista consapevole fino a metà, poi dell'idealista evoluto e progredito, dopo ancora, dell'idealista che nega se stesso, ma prepara così la strada a un nuovo e più moderno idealismo, ma in ogni caso, sempre e soltanto, la parte del filosofo idealista. Poco importano le forme, circa le quali, anzi, si può concedere la massima libertà, purché la sostanza sia sempre quella.  Ma che volete farci? - sembra di sentire rispondere un filosofo idealista - Dal momento che la dottrina idealistica è la vera e che l'intelletto umano non può, per quanti sforzi faccia, appagarsi se non del vero, necessariamente in tutti i sistemi escogitati dalla mente umana per risolvere i nostri problemi si ritroverà, per forza, qualche cosa dell'idealismo, cioè della verità. Noi, non facciamo altro che metterlo in luce. - Ah, dunque eccovi colti colle mani nel sacco! Anche voi credete una dottrina vera, cioè conforme all'intima costituzione della realtà (e sia pur questa realtà la sola storia) e  mediante essa vi assumete il diritto di giudicare tutti gli altri sistemi. Orbene, che cosa farebbe di diverso la più intollerante, tagliente ed autoritaria filosofia scolastica? Che cosa, se non precisamente ritener vera una dottrina e giudicare con essa tutte le altre? Che cosa, se non mostrarci che anche tutte le altre dottrine, in quanto sono davvero pensabili, e, cioè vere, e non si riducono a parole e fantasmi dell'immaginazione in servizio di bisogni sentimentali e pratici, sono, parzialmente o totalmente, implicitamente o esplicitamente, consapevolmente o no, conformi alla scolastica stessa? Che cosa, se non configurare tutta la storia della filosofia, in quanto storia della scienza filosofica, e non delle aberrazioni o dei bisogni fantastici, passionali e pratici dello spirito umano, come preparazione, svolgimento, decadenza, rifioritura ecc. della filosofia scolastica?  Ciò posto, non si vede in che cosa, anche per questa parte, la posizione della scolastica sia inferiore a quella dell'idealismo, o a quella di qualsiasi altro sistema filosofico che si affermi vero e voglia sostenere la propria verità coi mezzi consentiti dalla ragione. Né si vede in che cosa la scolastica meriti più di qualsiasi altro sistema l'accusa d'intolleranza, di dogmatismo o di oscurantismo, dato che una tale accusa, fallitole il concetto d'una verità omnibus, è costretta a poggiarsi su elementi puramente accidentali. Quali sarebbero, ad esempio, il fatto che i sistemi filosofici riconosciuti vicini alla verità sono in maggior numero per l'idealismo che per la scolastica, o che sono nati in epoche cronologicamente diverse, poniamo nel secolo XIII o XIV anziché nel XVIII o nel XIX. Circostanze che non fanno né caldo né freddo, poiché la verità non ha nulla da spartire colla quantità o colla cronologia, né si vede perché debba appartenere al secolo XIX anziché al XIII, o perché debba esser posseduta, in forma scientificamente adeguata, da molti sistemi anziché da pochi o perché un professore tedesco in parrucca e codino debba averla vista meglio d'un frate domenicano colla sua brava tonaca e cintola. E ciò anche a prescindere da apprezzamenti di fatto, i quali ci mostrerebbero che la scolastica ha i suoi rappresentanti nel secolo XIX non meno che nel secolo XIII; e grandi - usiamo espressioni volutamente moderatissime - non meno di qualsiasi altro rappresentante di qualsiasi altra modernissima “novità” filosofica idealistica, materialistica, pragmatistica e così via.  Supponiamo che qualcheduno dicesse: Signori, io vi dimostro che l'arte d’ANNUNZIO (si veda), o di MARINETTI (si veda) è superiore a quella d'Omero e di Pindaro. Infatti quest'ultima è arte antica e quell'altra è arte moderna: ora, dai tempi antichi, dei greci, ad oggi si sono effettuati innegabilmente dei progressi; dunque, anche l'arte d'oggi deve essere in progresso su quella d'una volta. Un tale ragionamento ci farebbe, certo, assai ridere né vi sarebbe scolaretto che non ne sapesse scoprire l'errore pel quale, dal fatto che un'opera d'arte è venuta dopo un'altra, si vorrebbe dedurre ch'essa è anche migliore dell'altra, e dai progressi dell'umanità, poniamo nelle scienze naturali, nella vita civile e nella produzione economica, si vorrebbero inferire i suoi progressi in un campo del tutto diverso qual è l'artistico. Ora, lo stesso errore che è derisibile applicato alla storia dell'arte, non è meno derisibile se applicato alla storia della filosofia ove il professore X od Y, autore di un novissimo sistema, dovrebbe saperne più di Aristotele o di San Tommaso, sol perché è nato tanti secoli dopo. Si crede di negare tale analogia fra la storia della filosofia e quella dell'arte con l'osservare che l'arte è l'espressione del temperamento individuale dell'artista, che è, appunto come temperamento individuale, non trasmissibile, e perciò esclude il progresso da uomo a uomo e da tempo a tempo, mentre la filosofia è la conoscenza d'una verità universale ed astratta, che può e deve, quindi, essere trasmessa e  progredire. Ma si dimentica che progresso possibile non vuol dire progresso reale, e che anzi il progresso filosofico, il quale sarebbe necessario e ineluttabile se l'uomo fosse solo puro intelletto come gli angeli, ha da fare i conti, nelle attuali condizioni umane, proprio colle attitudini, coi bisogni, colle tendenze, colle passioni, cioè, in una parola, col “temperamento” del filosofo, che è tanto personale, intrasmissibile, e perciò non suscettibile di passare, progredendo, da individuo a individuo, quanto il temperamento dell'artista e che influisce sulla conoscenza della verità in filosofia, quanto il temperamento dell'artista sulla produzione dell'opera d'arte. E con conseguenze assai più gravi, poiché se all'arte basta riuscire sincera espressione d'un temperamento per essere arte, e se anche temperamenti mediocri possono riuscire artisti, senza bisogno d'arrivare all'altezza di Omero o di Dante; alla filosofia non basta essere espressione anche sincera d'un temperamento personale per riuscir vera, anzi, il più delle volte la mediocrità, la povertà, le scarse doti del temperamento individuale d'un filosofo avranno per conseguenza il non fargli trovare la verità e il fargli produrre un sistema sincero e personale sì, ma falso; onde segue che il filosofo, se vuol esser certo di non sbagliare deve sempre batter l'ala vicino alle altezze di Platone, d'Aristotele o di San Tommaso, poiché, nel suo caso la mediocrità è la morte. E la diversità notata sopra tra l'arte e la filosofia vale solo in questo: mentre l'artista deve esser grande lui e non ammette sostituzioni, il filosofo, se non è grande lui, può andare a scuola dai grandi e ricevere da loro quella verità che colle sole sue forze non avrebbe saputo scoprire.  In ogni caso, non c'è da meravigliarsi che i grandi filosofi, come i grandi poeti, siano pochi, e nascano nelle più diverse epoche che la Provvidenza ha stabilito, senza darsi pensiero della successione cronologica né del progresso. E dunque è chiaro che la scolastica può aver le sue buone ragioni nel concedere relativamente a pochi l'ambìto titolo di filosofi, come la storia dell'arte concede a pochi l’ambìto titolo di poeti, e che l'opposto criterio, il quale vorrebbe che ogni momento nascesse un filosofo capace di “creare” una “nuova” filosofia è lungi dal parere soddisfacente. E può essere anche indizio d'un inadeguato e troppo largo concetto della filosofia, così come sarebbe segno d'un insufficiente concetto dell'arte lo scovare i poeti a decine e centinaia per ogni lustro, quando è risaputo che la vera arte e la vera filosofia sono cose difficili e che, perciò, in ogni tempo la grande maggioranza di coloro che si qualificano poeti o filosofi è composta, invece, di pseudo-poeti o di pseudo-filosofi. Possiamo dunque riconfermare, senza tema di smentite, la nostra conclusione. Ogni sistema filosofico, idealistico o scolastico, scettico o materialistico, non può, nonostante ogni sforzo contrario, insegnare mai più di una dottrina e di una verità, la quale necessariamente esclude la verità di altre dottrine diverse od opposte. E il sogno di una dottrina che abbracci e concili in sé tutte le altre dottrine si rivela presto per quello che è, un puro e semplice sogno, sfornito di qualsiasi consistenza scientifica, l'eterno sogno irrealizzabile, perché contraddittorio, dello scetticismo e dell'eclettismo.  La verità di questa proposizione risulta manifesta dallo stesso ingenuo sofisma col quale gli avversari pensano di poter mettere la scolastica e il cattolicesimo al bando dalla scuola moderna. La nostra filosofia ammette e giustifica, tanto la scolastica e il  cattolicesimo quanto il pensiero moderno, la vostra, invece, nega il pensiero moderno, e ammette soltanto la scolastica, dunque voi siete più ristretti ed intolleranti di noi. Sofisma la cui apparente consistenza è data dal duplice significato che s'attribuisce al termine “ammettere” o “giustificare”, che una volta si prende nel senso di “condividere” una dottrina e accettarne la verità, e un'altra volta si prende nel senso di “giustificarla” storicamente, cioè di indagare le condizioni storiche nelle quali nacque, i bisogni ai quali rispose e così via. Poiché, se si tratta di “giustificare” nel primo senso, allora è certo che la scolastica non può ammettere e insegnare come vero l’idealismo, il positivismo o qualsiasi altro sistema del genere, ma è altrettanto certo che neppure l'idealismo, il materialismo o un altro sistema simile possono ammettere e insegnar come vera la scolastica, tanta essendo l'opposizione della scolastica a quegli altri sistemi, quanta è per l'appunto l'opposizione degli altri sistemi alla scolastica. Ma se si tratta di “giustificare” nel secondo senso, allora anche la scolastica si può prendere il gusto di fare una elegante rassegna di tutti i sistemi filosofici che ci sono stati da che mondo è mondo, metterli in bell'ordine, studiarne i corsi e ricorsi, assegnarne le condizioni, enumerare le cause che li hanno fatti nascere e ne hanno garantito il successo, corredando il tutto con un grande apparato di erudizione critica e una sesquipedale bibliografia. Può prendersi il gusto, diciamo, poiché in realtà la scolastica, possedendo un concetto della verità molto più severo ed elevato di quello che mostrano d'avere tanti sistemi moderni, è sollecita più della formazione mentale, che della brillante informazione ed erudizione dei suoi scolari, e teme sempre non accada loro questa disgrazia: necessaria non norunt, quia superflua didicerunt: il che la conduce a limitare, nella scuola, più che sia possibile questa parte storico-erudita, nella quale tanto si compiacciono i sistemi moderni, perché tanto bene si accorda col loro intimo scetticismo ed eclettismo. E allora la discussione sarà, non più sulla necessità di tener per veri o meno questi o quei sistemi filosofici, quanto sulla opportunità di fare, nella scuola media, un posto più o meno ampio alla storia della filosofia, e, specialmente, alla sua parte informativa ed erudita. Questione di metodo, della quale adesso non intendiamo occuparci. Ma l'accusa del pensiero moderno, o del sedicente pensiero moderno, alla scolastica, di essere limitata ed oscurantista, può facilmente essere ritorta. Si scandalizzano, i nostri avversari perché la scolastica accusa di falsità la maggior parte dei sistemi che hanno avuto fortuna nel mondo della cultura filosofica, e domandano indignati: l'umanità ha dunque vissuto sempre nelle tenebre della barbarie? E come allora ha potuto svolgersi e progredire fino a raggiungere una civiltà per tanti rispetti superiore a quella dei tempi antichi? Dimenticano, costoro, nel far questa domanda tendenziosa, di richiamare i reali rapporti che intercedono fra i sistemi filosofici ora ricordati, e lo svolgersi dell'umanità e della civiltà, poiché la filosofia è una scienza difficile e, come tale, aristocratica sì che solo un piccolo gruppo di dotti, che in confronto dell'umanità è una trascurabile minoranza, può in ogni tempo coltivarla e dedicarvisi. Quanti, fra i contemporanei di Spinoza, di Rousseau, di Kant, o di Hegel, poterono effettivamente leggere quei filosofi, formarsi un'adeguata idea del loro sistema, e ad esso ispirare la propria vita? Quanti, oggi, nonostante l'accresciuta cultura e la maggior facilità di studiare, possono far lo stesso coi filosofi recentissimi? Il grosso pubblico dai sistemi filosofici prende, per opera di compiacenti divulgatori, solo qualche idea così vaga e generale che in tale vaghezza e generalità ogni carattere filosofico ha perduto, come sarebbe l'idea che Dio non c'è e che l'uomo è tutto, o che la società è organizzata male e bisogna rifarla, o che ciascuno è  libero di seguire le proprie passioni, ecc. Idee che l'umanità avrebbe certo trovato anche senza i sistemi filosofici, tanto sono comode e larghe. Sì che si può dire, senza tema d'errare, che le varie dottrine filosofiche, in quello che hanno di specificatamente filosofico, passano senza toccare la vita dell'umanità nella sua grandissima maggioranza, onde, nulla v’ha di impossibile a che l'umanità progredisca e costruisca una civiltà anche se i sistemi filosofici dei suoi dotti sono errati, potendo la verità farsi strada da sé ugualmente, benché in forma imperfetta, per altre vie, nell’etica, nei costumi e nelle scienze stesse.  Ben più difficile e ben più intollerante è, invece, la posizione degli avversari, quando, sforzati dalla logica, sono costretti a condannare non solo la scolastica, ma, addirittura il cattolicesimo il quale non soltanto è un sistema che vanta per sé il possesso esclusivo della verità, ma afferma questa verità di averla ricevuta, per rivelazione, da Dio. E il cattolicesimo non è una dottrina filosofica che vada solo per le mani di alcuni dotti, e la cui verità o falsità non interessi la maggior parte del genere umano, ma è una religione, attraverso l'insegnamento della Chiesa, chiaramente conosciuta, seguita e praticata da milioni di uomini, i quali costituiscono certamente la maggioranza del mondo civile; una religione che non ha mai cessato d'avere una azione importantissima su tutti i prodotti dello spirito umano, sull'arte e sulla filosofia non meno che sulla morale e sulla politica, sui costumi non meno che sulle industrie e i commerci, sulle scienze non meno che sull'economia. Il cristianesimo ha agito, perciò, anche sulla formazione del mondo moderno e della civiltà moderna, infinitamente di più che le dottrine di Kant, di Hegel, di Spencer, coi piccoli gruppetti di intellettuali che le hanno conosciute e seguite. Se, dunque, esso è una dottrina falsa, fondata sull'illusoria affermazione di un Dio trascendente, come si spiega la sua vitalità, estensione e fecondità? come si spiega la civiltà moderna stessa che in sì gran parte deriva da lui? È vero che gli avversari rispondono di non aver affatto questa malvagia intenzione, ma di voler anzi, ammettere e spiegare il cristianesimo e il cattolicesimo così come qualunque altra dottrina o sistema. Ma è proprio qui il punto: ammettere il cristianesimo così come qualunque altro sistema filosofico umano significa, in realtà, non ammettere affatto il cristianesimo, bensì sostituirgli una deforme immagine di esso, che prescinde precisamente da ciò che in esso è fondamentale: l'idea di una Rivelazione divina effettuatasi in esso e realizzantesi nella Chiesa. Il cristianesimo che si pensi solo come frutto della ragione umana e dei suoi sforzi filosofici, non è più cristianesimo, esso è, al più, spiritualismo, che già sfuma nell'idealismo. Non è dunque il cristianesimo ma l’idealismo che, pur con diverse parole, gli avversari ammettono e giustificano. Ora, non è questo il cristianesimo vivo ed operante come religione del mondo moderno, la quale tanto poco può allontanarsi dall'idea d'essere una Rivelazione divina, che ove solo attenua e addomestica un po', quell'idea, come ad esempio nel protestantesimo, sparisce come religione cristiana per ridiventare simile a tutte le altre filosofie di cenacoli intellettuali, quasi a darci una riprova della costituzionale incapacità del pensiero che pur si dice moderno ad afferrare ed assimilarsi il principio fondamentale del cristianesimo e del cattolicesimo.  E dunque la difficoltà resta, per gli avversari, in tutta la sua estensione. Se il cattolicesimo è falso, come ha potuto crescere per opera sua quella civiltà che pur dite buona e vera, anzi come può continuare ad esistere, dato che anche oggi, nella società, il cattolicesimo ha un'estensione e un'importanza infinitamente maggiore di qualunque sistema filosofico? Condannare il cattolicesimo significa davvero ridurre tutta la storia a storia d'errori, ben più che non lo fosse, o potesse parerlo, per la filosofia scolastica; significa spezzare in due la grande tradizione cristiana della civiltà moderna; significa ammettere, irragionevolmente, che prima di Kant o di Hegel tutti i filosofi bamboleggiassero, e l'umanità giacesse nelle tenebre dell'errore; significa, infine, negare o misconoscere i maggiori bisogni dell'umanità stessa, che ha sempre cercato, prescindendo anche dal cristianesimo, di risolvere i suoi problemi, piuttosto che colla filosofia, soggetta alle discussioni e agli errori di pochi dotti, colle religioni, che tutte si presentano come rivelate da Dio, qualunque poi sia il modo col quale concepiscono tale rivelazione.  Giacché la differenza fra il pensiero della scolastica e il pensiero di quella filosofia che s'arroga il titolo di moderna è, si potrebbe dire, tutta qui: nell'ammettere questa e nel non ammettere quella, la possibilità di una religione; nell'ammettere questa e nel non ammettere quella, l'esistenza di un Dio trascendente, e il fatto della sua rivelazione. Spregiudicata e larga come pare a prima vista, la filosofia moderna parte, in realtà, da una esclusione e da una limitazione aprioristica quanto mai settaria e piccina. Tutte le audacie e le libertà sono consentite al pensiero: purché, però, esso non si provi mai ad affermare l'esistenza di Dio e la possibilità della rivelazione: questo è severamente proibito. E non ci si accorge che, con tale gretta esclusione la filosofia ha rinunciato, in sostanza, alla propria, tanto vantata, libertà di critica, e si è rinchiusa entro un circolo ove non è più possibile alcun reale progresso e sviluppo del pensiero. Lo hanno osservato anche filosofi non sospetti davvero di eccessiva simpatia per la scolastica, che il pensiero umano ha in sé una brama irresistibile di infinito che domanda, come suo adeguato oggetto, un Oggetto parimente infinito ed assoluto: Dio. La filosofia moderna gli toglie questo oggetto, e poiché, tolto l'oggetto, la brama dell'Infinito resta egualmente, ad esso sostituisce una falsa immagine, il mutamento indefinito del pensiero medesimo, nella sua irrequietezza e insoddisfazione; e chiama Dio lo sviluppo storico e il divenire di questa insoddisfazione stessa. Senza por mente che l'Assoluto non può consistere in una negazione o in una privazione, e che il semplice mutamento non è progresso o sviluppo. In tal modo il pensiero umano, lungi dal progredire, resta perennemente immobile, nella sua scontentezza, volubilità e insoddisfazione che è sempre identica; un apparente progredire che è, in effetti, un ritornare sempre sulle stesse posizioni, come la storia di certa filosofia malinconicamente c'insegna. Mentre, al contrario, la scolastica, concludendo col riconoscere, sopra di sé, un Dio e una Rivelazione apre all'anima umana i vasti domini di una realtà inesaurita e inesauribile, ove il pensiero può innalzarsi infinitamente su se stesso, senza mai trovare, per quanto si sprofondi negli abissi della essenza e delle operazioni divine, niente altro che nuovi, sconfinati orizzonti, e nuovi stimoli ad elevarsi e progredire: Estote ergo vos perfecti sicut et pater vester coelestis perfectus est : ecco l'unico programma - il programma della santità cristiana - che consente anche al pensiero filosofico uno sviluppo e un progresso infinito.  Nonostante ogni dichiarazione in contrario, la filosofia moderna non è affatto disposta ad aprire la scuola a tutte le più diverse e disparate dottrine. Che, anzi, essa persegue tenacemente la realizzazione di un suo ideale, e si propone - né potrebbe non proporsi - di conquistare la scuola alla sua propria fede. Fede intimamente scettica, come abbiamo visto, ma più intollerante ed esclusiva delle altre, perché non sa di essere una fede e una dottrina anch'essa, e con tanta maggiore ostilità, è disposta a perseguitare le altre dottrine quanto più si crede, ingenuamente, essa solo rappresentante autorizzata della verità e  della filosofia. Fede, perciò, oppressiva e soffocante, affatto inconciliabile colla sana libertà della ricerca scientifica, e addirittura contraria ad ogni effettivo progresso e svolgimento dell'anima umana, nella sua educazione e nella scuola. Poiché l'anima del giovane e del fanciullo, ha, se così si potesse dire, più ancora che non l'anima dell'adulto, bisogno dell'Infinito, e la scuola che non può darle Dio, non può darle che vani trastulli e giocattoli intellettuali, destinati ad essere infranti subito dopo che una curiosità irrequieta ne ha scoperto il meccanismo. Pedagogia cattolica  Credo che a parlare di un'opera come questa Rinnovamento dell'Educazione (“Vita e Pensiero”, Milano di Crispolti, possa valere quale sufficiente giustificazione non soltanto la ben intesa libertà che va tenuta nell'occuparsi dei libri recenti, bensì anche un fatto di più immediato interesse. E, cioè, che le lettere pedagogiche di Crispolti non hanno finora avuto, nonostante i loro innegabili pregi, il bene d'una discussione, d'una recensione o d'un cenno fra coloro che pur si occupano o dovrebbero occuparsi di problemi educativi. Strani effetti della modestia! Il Crispolti onestamente dichiara nella prefazione di non essere pedagogista e nemmeno professore; anzi, di non avere in vita sua addirittura frequentato mai alcuna scuola fuori dell' Università; rassomiglia il proprio stupore, nell'aver appreso da altri che certi suoi concetti erano pedagogia, a quello del bourgeois-gentilhomme quando lo persuasero che, senza saperlo, aveva fatto della prosa e non invoca per sé altro diritto che l'esperienza della vita. Probabilmente, i pedagogisti di professione hanno preso queste dichiarazioni alla lettera e hanno creduto, quindi di poter condannare il libro del Crispolti alla congiura del silenzio!  Noi, per conto nostro, diciamo subito di non credere a quelle dichiarazioni: o, meglio, di credervi quanto basta per annettere all'opera del Crispolti un pregio anche maggiore.  L'esperienza in materia educativa è certo - chi lo nega?- una bellissima e necessaria cosa; ma quando è vera esperienza, non filtrata attraverso gli schemi di un miope professionalismo, quale purtroppo affligge in educazione assai spesso la gente del mestiere, proclive molto spesso a dimenticare che, se l'opera educativa si celebra e acquista esplicita consapevolezza di sé nella scuola, essa presuppone poi tutte le manifestazioni della vita spirituale nel più largo senso intesa, talché l'esperienza scolastica val meno che nulla quando non sia sorretta da una intensa partecipazione alla vita dello spirito in tutte le sue molteplici forme, dalla quotidiana prassi familiare e sociale alla politica, alla scienza, all'arte, alla religione. Onde accade talvolta che uomini come Crispolti, ammaestrati appunto da questa intensa partecipazione alla vita, riescano a ricostruire idealmente anche l’esperienza scolastica che loro manca e finiscano col portare nel campo educativo un occhio tanto più acuto e spregiudicato quanto meno è irretito dai pregiudizi professionali e quanto meno si preoccupa di abbracciare tutto un “sistema” pedagogico, per trascorrere, invece, con piena libertà, su quanto un sano senso critico spontaneamente gli scopre. Se così non fosse, l'agricoltore Pestalozzi o il mineralogista Froebel sarebbero riusciti inferiori, non pure al filosofo e pedagogista accademico Herbart, bensì anche ad un qualsiasi mediocre cattedratico autore di manuali pedagogici. Il segreto di quei grandi educatori sta precisamente nella loro “irregolarità”, nel loro irrequieto vagare più o meno attraverso tutti i campi della vita, prima di fermarsi nell'educazione, alla quale portarono così il possente lievito d'una personalità vivissima,  aperta a tutte le voci dello spirito, sensibile a tutti i problemi, pronta a soddisfare tutte le esigenze che maturavano nei nuovi tempi.  Tanto basta, e ne avanza, a giustificare il Crispolti di aver raccolto in una serie di lettere le sue dottrine sull'educazione. Il Crispolti è, del resto, figura così nota, e nel campo cattolico e nel campo degli studiosi, da non aver certo bisogno d'una presentazione. Ed era quasi, direi, in tono col suo cattolicesimo, il quale è manzoniano nel miglior senso della parola, ch'egli dovesse dar questo segno tangibile d'interesse per le questioni educative, ove si pensi che quel sano lievito di modernità ond'è reso così giovane il cattolicesimo manzoniano, risulta proprio dall'aver il Manzoni intensamente vissuto il cattolicesimo stesso, affiatandolo con tutti i problemi della vita e della storia, quali il secolo XIX li impose alla coscienza europea, in una forma in cui il problema morale e il problema - in lato senso - pedagogico tendevano sempre più a penetrare di sé la letteratura. Salutiamo dunque, anzitutto, la bandiera sotto la quale il Crispolti entra nel nuovo agone. Del Manzoni pensatore fu detto che egli, pur riuscendo spesso ragionatore vigoroso, non arriva ad esser compiuto filosofo per una certa sua incapacità a mettere in questione i “primi principi” e per una certa sua continua tendenza a presupporre dimostrata la dottrina religiosa, anche se al fine di far vedere come partendo da essa diventino volta a volta chiare le singole questioni prese in esame. Il che è inesatto certo, se con ciò s'intende negare ogni valore di filosofo a chi proceda con siffatto metodo largamente deduttivo (quale dimostrazione più soddisfacente d'una dottrina che lo spiegare in base ad essa i singoli concreti problemi della storia e della filosofia?) ma è esattissimo come caratteristica del procedimento prediletto in siffatte materie dal Manzoni e - cosa che qui c'importa soprattutto - anche dal Crispolti. Le sue lettere pedagogiche s'ispirano infatti, come egli stesso ci dice, al “programma di far toccare con mano in quale amplissima misura il Cristianesimo debba contribuire alla formazione dell'intero carattere morale e a certe necessità dello sviluppo intellettuale dell'uomo”(p. 205), ma non s'ingegnano prima di dimostrarci perché sia un bene morale e una necessità di ragione che il cristianesimo debba avere un siffatto influsso, o perché non si possa concepire, poniamo, una educazione che dal cristianesimo prescinda interamente o al massimo ne tenga conto solo come uno fra altri fattori, uno fra gli altri prodotti dello spirito umano, alla stessa stregua, p. es., dell'arte, della scienza, della filosofia, delle antichità classiche e via discorrendo. Non siamo, insomma, neanche qui nella sfera dei “primi principi”, delle grandi affermazioni e negazioni: il Crispolti, benché uomo di vasta cultura e non solamente letteraria, non ha affrontato in pieno la tormenta del pensiero filosofico moderno nel suo duplice aspetto immanentistico dell'idealismo e del positivismo. La religione non è quindi per lui qualcosa che abbia bisogno anzitutto d'essere instaurata contro e insieme nella scienza moderna: è, piuttosto, un possesso sicuro da far fruttificare. Onde, il tono fondamentale di tutta la sua indagine, che è rivolta a quelli di casa prima che quelli di fuori, ai cattolici prima che ai “laici”, filosofi o pedagogisti, anche se, nello stesso tempo, tiene l'occhio vigile su tutto il mondo circostante della cultura e della vita.  Si direbbe anzi, più precisamente, che il Crispolti avesse voluto con queste sue lettere parlare a quelli che trascorrono nell'altro estremo, soffrendo d'una malattia opposta al filosofismo laico, a quei cattolici cioè che, per eccessiva sollecitudine di mantener la loro fede, in tutta la sua purezza, salva dalle concessioni snaturatrici alla mondanità, non annettono, nel campo educativo, grande importanza a tutto il complesso delle doti  spirituali che, pur non interessando apparentemente la religione, fanno dell'uomo un uomo colto o rispettabile nel significato mondano della parola, poniamo al coraggio, al senso della responsabilità sociale, alla cultura dell'intelletto. Frutto di siffatta timidezza che, per timore di mal fare si appaga del non fare, è, secondo il Crispolti, un doloroso divorzio fra l'educazione dell'uomo e la religione, di cui non pur l'uomo ma la religione stessa finisce, in ultima analisi, con l'essere vittima nella comune estimazione dei buoni. Ecco degli esempi: quando noi vedremo il probo commerciante tener fede alla sua firma, il coraggioso nuotatore salvare uno che annegava, la brava popolazione d'un villaggio distrutto dall'incendio accingersi con virile rassegnazione a ricostruirlo da sé, noi applaudiremo tutti costoro in quanto coraggiosi, probi, o virilmente rassegnati in faccia alla sventura: non ci verrà mai fatto di applaudirli in quanto cristiani, di attribuire, cioè, lo splendore di queste loro qualità ad una educazione religiosa e, più specificamente, cristiana o cattolica. Altrettanto avviene nella coscienza del cattolico stesso, il quale, pur apprezzando certo in cuor suo quegli atti e quelle doti, non osa farne una conseguenza imprescindibilmente necessaria della propria fede religiosa, ma è disposto con facilità ad ammettere che si possa restar buoni cattolici anche senza lavorare a svilupparle eminentemente in sé, specie poi quando si tratta di doti che, come il coraggio, possono, se coltivate oltre un certo punto, condurre facilmente alla trasgressione di precetti eticoreligiosi cristiani, ad esempio di quelli contro la violenza. Effetto del timore che le virtù umane troppo curate dall'educazione possano ritorcersi contro la fede religiosa o quanto meno finir col reclamare per sé un'assoluta autonomia, non può non essere, a lungo andare, proprio lo stesso male che voleva evitarsi. Giacché così si crea in tutti la persuasione che l'educazione, intesa come sviluppo delle fondamentali attitudini dell'uomo al vivere e al pensare, trovi nel cristianesimo, anziché un aiuto, un ostacolo o, nella migliore ipotesi, né l'uno né l'altro; ch’è quanto dire, pedagogicamente, nulla. Onde si ritorna, dopo un non lungo giro, se non all'irreligione, almeno al neutralismo e al laicismo educativo. Contro i quali al Crispolti sembra aperta come unica via quella che l'educazione cristiana sia resa così piena, da non esserci nessuna abitudine o inclinazione deplorevole che non debba venir combattuta a titolo religioso; nessuna abitudine o inclinazione lodevole a cui la religione non dia cagione e valore (p. 14).  Ora, in qual modo realizzare siffatto programma? Il Crispolti, sulle orme del Manzoni e delle Osservazioni sulla morale cattolica rammenta che il Vangelo contiene qualsiasi ideale di perfezione umana e che i sentimenti naturali retti non possono mai essere in contraddizione colla legge di Dio, e tanto gli basta per dimostrare come la religione cattolica abbia l'attitudine a informare di sé qualsiasi magari raffinatissimo ed esigentissimo sistema educativo. Che fu, in sostanza, la grande preoccupazione del romanticismo neocattolico successo all'illuminismo rivoluzionario, da Chateaubriand in poi il cui famosissimo libro vuol essere appunto una descrizione di tutti i vantaggi arrecati in ogni suo campo d'attività allo spirito umano dalla religione cattolica. Ma il Crispolti ha anche una preoccupazione nuova che certo, direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente, dev'essergli derivata dall'influsso dell'etica moderna in uno dei suoi fondamentali problemi. “Politica della virtù”, definì or non è molto CROCE (si veda) il concetto sostituito dalla più recente speculazione al vecchio rigorismo kantiano; “politica”, ossia non impossibile sterminio di tutte le umane passioni  e tendenze sulle cui rovine si erga la legge morale, ma loro sapiente organizzazione a beneficio della moralità stessa. Sarebbe troppo domandare a un cattolico, per cui la legge morale deve sempre rimanere, in ultima analisi, trascendente, né può comunque risolversi nella sintesi delle passioni, il chiedergli di condividere senz'altro questo concetto. Dal punto di vista cattolico vi ha sempre una soluzione superiore del problema, la santità che non ha bisogno d'una politica della virtù poiché non raggiunge le virtù e la conseguente eliminazione di ciò che loro contrasta, correndo loro dietro una per una e poi tenendole tra loro serrate con un'agitazione scrupolosa e a fatica, ma le coglie tutte insieme, per un ardore che tutte le supera e le fonde (p. 16). La carità, l'amore di Dio possono, nelle anime educate alla santità ed elaborate dalla grazia divina stessa, essere motivo sufficiente dell'azione virtuosa senza che per ciò si richieda il sussidio di speciali abilità o l'esca di determinate passioni e sentimenti umani. Ma, giustamente ammonisce Crispolti, la santità eminente non è da tutti. Molti educatori sentono, sia pure talvolta in confuso, questa complicazione dell'economia della vita cristiana; sanno che l'ardente carità, dalla quale può venirle la maggiore semplificazione pratica, non è dato ad essi d'infonderla negli alunni, poiché è un raro e diretto dono di Dio alle creature chiamate a santità e allora, senza che formulino a sé e agli altri il proprio timore, temono che il voler trarre dal cristianesimo anche l'addestramento alle qualità naturali, belle per sé ma che non sono ancora virtù, come il coraggio, l'amabilità nel convivere, la coltura della mente, e via discorrendo, accresca la difficoltà dell'educazione cristiana, costringendo gli animi ad accogliere tante più cose, quindi a tenerle insieme in un equilibrio sempre minore, e a rischio di più frequenti discordanze (p. 19). Timore, secondo il Nostro, ingiustificato e pericoloso, poiché in quanto quella carità vittoriosa venga a mancare - e impossibile è all'educatore garantire ch'egli saprà infonderla puntualmente nell'educando - verranno d'un subito a mancare anche tutti gli altri motivi (che non si sono coltivati in lui) d'ordine umano coi quali di solito gli uomini si garantiscono pur imperfettamente dal male. Eppure ogni metodo di educazione è condannato a prefiggersi di far buoni i mediocri, poiché i sommi oltrepassano per lo più le sue speranze e i suoi poteri (ibid.) e questi mediocri sono la gran maggioranza degli uomini non chiamati a santità, ma non per questo da abbandonarsi senza difesa ai disordinati impulsi animali. Prendiamo, secondo l'esempio caro al Crispolti, una figura manzoniana, quella di Don Abbondio, che per viltà d'animo si lascia trarre dalle minacce di Don Rodrigo a obliare uno dei più essenziali doveri del sacerdozio. Eccoci nel caso di un uomo al quale manca quella ardente carità che dovrebbe rendergli facile l'adempimento di qualsiasi dovere, ma al quale, di più, mancano gli stimoli umani con cui il “laico” si garantisce dalla paura; manca, cioè, un'adeguata educazione del coraggio materiale. Poniamo che Don Abbondio fosse stato un ragazzo e che i maestri, prevedendo che potesse diventar parroco in tempi in cui il dovere parrocchiale era esposto a minacce di prepotenti, gli avessero voluto insegnare l'arte di non farsi vincere da quelle minacce: che cosa avrebbero dovuto fare? Sanamente diffidando della possibilità d'infondergli il calore dell'amor divino, avrebbero dovuto coltivare in lui una qualità terrena che poteva in certo grado servire all’uopo e che colla persuasione, cogli esercizi convenienti, e occorrendo con l'arma del ridicolo, si riesce ben più facilmente a metter negli animi adolescenti la qualità del non aver paura. E allora Don Abbondio, sia pur per motivi umani, e senza il merito di quei più alti motivi che il cardinale Federigo gli ricordava, non avrebbe piegato innanzi alle minacce di Don  Rodrigo, e non avrebbe gravato la propria coscienza dell'oblio di un dovere così importante per un sacerdote, come quello di esercitare fino in fondo le sue funzioni parrocchiali, nonostante tutti gli ostacoli che potessero da altri venir frapposti. Ed ecco rinascere entro l'educazione cristiana stessa la necessità d'una politica della virtù. Poiché Crispolti rammenta certo che sta scritto: non tentare il Signore Iddio tuo e che, confidare in un dono direttamente divino per dirigersi nelle difficili vie della virtù, sarebbe pretendere troppo da Dio, onde la illuminata pietà e la saggezza pedagogica non possono su questo punto non andare d'accordo colla ben intesa umiltà cristiana nell'accumulare il maggior numero possibile di difese contro le suggestioni al male. Al chierico non meno che al laico, l'educatore dovrà dire: “Se l'occasione se ne presenti, voi dovete già esser preparati perché non vi trattengano né i disagi né i rischi. La strada regale di questa preparazione sarebbe quella di sentire il valore degli atti meritori, con tanto ardore da sormontare in grazia sua qualunque ostacolo anche improvviso. Ma v'è una strada più modesta, e che ad ogni modo deve esser battuta anche perché a mani educatrici riesce più sicuramente il condurvi in questa che in quella: e consiste nel rendervi familiare la lotta contro quei rischi e quei disagi, seppure lì per lì essa non mostri di servire a nulla. La strada più modesta è appunto la politica della virtù, sebbene concepita in un senso diverso da quello consentito nell'economia d'un'etica immanentistica come quella di CROCE (vedasi). Poiché qui è successa una inversione per cui ciò che là era fine morale, è diventato mezzo pedagogico nella nuova gradazione di valori richiesta dall'etica religiosa. Per la quale, le virtù nel significato umano della parola, comprendendo fra di esse non pur quelle che sorgono sul vero e proprio terreno praticomorale, come il coraggio o l'abnegazione od altro, ma altresì quelle che sono immanenti in qualsiasi altra funzione dello spirito, come poniamo la genialità estetica o il vigore speculativo, debbono necessariamente avere alcunché di imperfetto, frutto appunto del loro carattere umano: allegarsi, cioè, con una certa dose di orgoglio, compiacenza di sé, soddisfazione, che le rende tutte più o meno passionali perché presentano all'uomo, qualunque sia la somma d'ostacoli ch'esse offrono, il loro esercizio sempre come un allargamento e una esaltazione del proprio io. Di contro ad esse sta la vera, perfetta, suprema virtù: la santità, l'unica che non si fondi per sussistere sopra siffatto stimolo, ma sopra una diretta ispirazione di Dio. Talché, appellarsi alle une per rendere possibile o, comunque, preparare, facilitare, supplire l'altra, significa da un punto di vista religioso ricorrere già ad una politica della virtù: non perché si sia facilitata la virtù ricorrendo alla dialettica delle passioni come nell'etica immanentistica, ma perché, esorbitando la virtù pura dai mezzi di educazione umana, si è ricorso per garantire l'uomo dal male ad un sistema di virtù umane e perciò già in sé stesse passionali. Conclusione di tutto ciò è dunque per il Crispolti che l'educazione cristiana, ben lungi dal disinteressarsi delle doti umane, deve e può servirsene come di mezzi atti a facilitare potentemente quell'economia delle virtù che solo anime eccezionalmente ispirate da Dio possono raggiungere d'uno slancio. Deve, cioè, in ultima analisi, prendere anch'essa in considerazione il curriculum della consueta pedagogia, evitando due errori egualmente pericolosi come la dissociazione delle attività umane dal fine religioso e, insieme, la incauta persuasione che l'uomo pio sol perché pio riesca eccellente in tutti i campi del pensiero e della vita. Incominciamo dall'educazione fisica, di cui il Nostro si occupa nella lettera su l'educazione cristiana del coraggio materiale per riprendere acutamente, dal proprio punto di vista, quel concetto della pedagogia moderna secondo cui il  rinvigorimento del corpo non è già la formazione del robusto ed agile animale, bensì quella del robusto ed agile uomo, che ha l'obbligo di preparare il proprio organismo fisico a tutti gli sforzi necessari all'adempimento dei propri doveri di essere spirituale. Al qual proposito bene osserva Crispolti, parlando delle società cattoliche di educazione fisica, il loro carattere religioso dover consistere, non tanto nel titolo di cattoliche o nel compimento, in esse, di funzioni sacre, quanto nel tener sempre presente alle menti giovanili lo scopo di far servire le membra fortificate all'adempimento degli obblighi virtuosi e di ciò che nella virtù sopravanza l'obbligo... cosicché imparassero con precisione a tenere dentro i giusti limiti la loro progressiva vigoria. E quindi ai troppo facili satireggiatori della ginnastica cattolica, il Nostro può con ragione rispondere che, oltre a una ginnastica, ben vi può essere anche una cucina cattolica, da quando in alcuni giorni della settimana si preparano nelle case dei cristiani i cibi di magro. E se la Chiesa non sdegnò di porre il suggello religioso su un'operazione umile come il mangiare, perché la pedagogia cristiana sdegnerà di porre la stessa impronta su qualsiasi attività umana? Non si andrà incontro così ad un pericolo nuovo, che, sviluppando per mezzo della stessa educazione religiosa il pieno valore della persona umana, questa diventi superba? No certo, se teniamo presente che la pedagogia cristiana ha in mano il più potente dei mezzi, per combattere quella superbia ingiustificata, nella cultura dell'opposto sentimento dell'umiltà; cultura che e insieme, ancora, un dovere religioso ed un ottimo espediente pedagogico. L'opinione che ai giorni nostri si ha dell'umiltà cristiana, ben osserva Crispolti, è spesso quella ch'essa consista soltanto nell'ansia costante e smaniosa di stornar gli occhi dal proprio io, per il pericolo di potervi scoprire dei pregi e provarne compiacenza. È un concetto negativo dell'umiltà ben diverso da quel concetto positivo che si ritrova nella tradizione cristiana e medioevale (si ricordi il titolo di donna umile dato a Beatrice), secondo cui invece l'umiltà è concepita in forma positiva, come un avanzare non come un fuggire, come una confidenza, non come un viluppo di precauzioni e consiste nel dimenticarsi di sé stesso a tal punto da non aver tempo di starsi a considerare, ma insieme nel sapere che il proprio valore e la propria bellezza accrescono il pregio dell'offerta di sé fatta a Dio. Sentimento che, fatta la solita riserva dell'ardente amor divino il quale assorbe d'un subito in sé la creatura e le rende disgustoso ogni amor proprio, si può raggiungere pedagogicamente in grado meno splendido col solo riverire la verità, quella verità che ci fa conoscere il nostro nulla verso Iddio e la difficoltà di misurare sia il valore vero dei fratelli, sia la fragilità di qualsiasi maggior pregio che ci elevi sopra di essi. Ogni cosa nel mondo dello spirito è frutto di umiltà, le grandi opere sorsero sempre in un'ora di umiltà, ossia d'abbandono, di dimenticanza di noi, verso qualche cosa che era fuori di noi. Non sarà stata sempre umiltà verso Iddio; sarà stata umiltà verso la scienza, l'arte, la patria, l'umanità o che so io. La filosofia qui rincalza la religione, nessun filosofo potrebbe rifiutare di sottoscrivere queste parole. Il concetto pagano della immortalità come gloria è tramontato irrevocabilmente appunto dopo il sorgere del concetto cristiano della umiltà. Questa introduzione dell'umiltà come principio fondamentale nel sistema della pedagogia cristiana, porta alla benefica conseguenza cui già abbiamo accennato, che, cioè, l'educatore religioso non meno del laico acquista il dovere di preoccuparsi della formazione della attività umana in base alle sue immanenti leggi, senza presumere che la fede religiosa basti per se stessa a rendere automaticamente l'uomo eccellente in tutti i  campi della scienza, dell'arte, della vita. Prendiamo ad esempio un altro punto del curriculum pedagogico: la cultura intellettuale. Ecco un caso in cui l'umiltà cristiana sanamente intesa consiglia l'uomo a irrobustire il proprio intelletto e a renderlo erudito e agguerrito in ogni sorta di discipline, perché che razza di fede, sarebbe quella che non comandasse alla creatura di offrire a Dio le primizie della sua intelligenza e, nello stesso tempo, di rendere questa offerta sempre maggiore con l'accrescere, mediante lo studio, il valore della propria intelligenza stessa? La fede del carbonaio è bellissima, ma nel carbonaio. Il dotto ha altri e più complessi doveri verso Dio: e l'uomo in genere, pur non mancando di rispetto verso il carbonaio, ha anche l'altro dovere, implicito della sua natura di essere pensante e razionale, di avvicinarsi quanto più può alla condizione del dotto e non a quella del carbonaio. Non fa nulla che ci fossero dei santi poco dotti e delle cose di Dio e delle discipline umane; al solito, noi non possiamo tentare Iddio pretendendo ch'egli estenda a tutti quel dono della sua diretta ispirazione che solo in casi eccezionali sopperì, unico, a tutte le umane deficienze. Talché, tratte le somme, il cattolico non solo ha, come il laico, il dovere di addottrinare l'intelletto nelle discipline umane, bensì, in più, il dovere di rivolgere la sua mente allo studio delle cose divine, e di fornirsi d'una cultura religiosa quanto più estesa può. D'altra parte, osserva col consueto acume il Crispolti, la cultura può anch'essa recare in più modi soccorsi umani alla fede, fra l'altro, associando ad essa le compiacenze della vita intellettuale. Le quali sono grandissime; innalzano la natura umana, seppure non valgono a salvarla da tutto il male, come si credeva nei tempi recenti in cui fu di moda la formula stolta e subito smentita dai fatti "ogni scuola che si apre è un carcere che si chiude; ci salvano... dai gusti bassamente viziosi; moltiplicano i nostri rapporti con le cose, ossia il nostro senso del vivere; procurano all'uomo una esplicazione dell'attività ed un interessamento che unico dura oltre la giovinezza e la maturità degli anni. Ch'è, in fondo, lo stesso principio della cultura come disciplina dello spirito su cui si fonda la pedagogia moderna, ma opportunamente ristretto con una osservazione che meriterebbe d'esser discussa da vicino in sede pedagogica. Il sapere è certo un potentissimo esercizio di superamento dei propri impulsi particolari a beneficio d'una legge superiore, ma può esso bastare da solo alla formazione del carattere morale? Il cattolicesimo e la Chiesa hanno da molto tempo risposto di no, e hanno disposto tutto un sistema di pratiche dirette precisamente alla disciplina della volontà, per esempio gli esercizi spirituali di Sant'Ignazio. In ogni modo, chiudendo questa breve parentesi, il Crispolti ha in materia di cultura religiosa le stesse idee dei grandi pedagogisti che, cattolici o no, si travagliarono su questo problema, ad esempio, di Froebel o della Necker de Saussure. Qualunque sia l'importanza d'una elaborazione dottrinale, filosofica della religione, che insegni all'uomo a credere secondo spirito e verità è certo ch'essa va preceduta dalla conoscenza immediata della religione stessa in tutto il suo complesso di riti, culti, precetti e loro applicazioni; così come lo studio della filologia non può nascere se non dalla diretta conoscenza e dall'uso delle lingue. La religione deve, per usare un'espressione cara a quei grandi pedagogisti, crescere con l'uomo stesso: essere sentimento, pratica, culto, prima che filosofia o teologia. Argomento sempre importante per quanti, come noi, vogliono nella scuola un insegnamento religioso vero e proprio che cominci col catechismo e credono un assurdo sogno illuministico quello di assicurare l'educazione religiosa a una vaga religiosità circolante un pò dappertutto nella vita spirituale.  Qualcosa di simile al già detto per la cultura intellettuale, ripetasi per la cultura estetica ove il principio dell'umiltà riceve un'altra importante applicazione pedagogica nella lettera su i pericoli della letteratura apologetica nuova. Ove Crispolti ha avuto sott'occhio i gravi pericoli cui può andare incontro oggi una letteratura o una poesia che dal cattolicesimo voglia trarre, insieme ai propri motivi d'ispirazione, anche una presunzione della propria superiorità su l'altra letteratura o poesia non cattolica. Qual è, insomma, la ragione per cui il cattolicesimo non ha, oggi, poeti suoi da contrapporre, poniamo, a un D'aNNUNZIO (vedasi) o ad un PASCOLI (vedasi)? La ragione è sempre la stessa: pretendono gli artisti cattolici di poter ricevere o tradurre nelle opere le ispirazioni artistiche (della fede), senza nessuno sforzo da parte loro. Tutta la fatica, secondo loro, dovrebbe farla Iddio. Pretendono quindi che ogni opera di soggetto religioso, purché lastricata di buone intenzioni, ottenga il favore della critica a preferenza di opere anche elaboratissime di autori profani od avversi. Quando poi debbono essi stessi confessare che i Canti di LEOPARDI (si veda) così lontani dal Cristianesimo, valgono più dei canti loro, non sanno come raccapezzarsi; quasi sembra loro che la fede abbia fatto torto a se stessa. Non si rassegnano a riconoscere di non aver fatto verso la fede tutti gli sforzi di dottrina e di meditazione, necessari a rendersi i degni interpreti di lei. Non si piegano a confessare che non è colpa della luce ma della deficienza o pigrizia loro, se anche questa volta i figli delle tenebre sono stati più prudenti dei figli della luce. Ciò è quanto dire che, dal punto di vista pedagogico, anche l'attività estetica ha bisogno d'un apposito tirocinio dal quale nessuna fede religiosa può dispensarci. Ma la seconda applicazione dello stesso principio che nel campo estetico fa il Crispolti, viene esplicitamente incontro a quanto il pensiero moderno in sede filosofica e pedagogica ha via via elaborato in materia: ove si pensi che la degenerazione dell'arte in vuota “letteratura” e il conseguente ridurre la cultura estetica a una artificiosa ricerca di parole e di frasi atte a far colpo sul lettore o di esempi di “bello scrivere” contro cui la critica moderna ha tanto combattuto, è sempre frutto, secondo il Crispolti d'un difetto opposto all'umiltà cristiana: della vanità che ai pensieri veri e alle convinzioni sincere, preferisce i pensieri nuovi o i sentimenti mirabolanti. Umili perché casti parchi e lontani da tutti quegli artifici che, piacendo ad un gusto passeggero, fanno così facilmente il nido alla vanità gli scrittori classici: umili tutti coloro che non pensarono a scriver bene, ma presi da alti pensieri, da alti affari o da alti scopi morali, ossia tanto assorbiti dalla gravità del proprio tema che la parola si facesse umile innanzi a quello riuscirono, perciò solo, necessariamente grandi scrittori. E inversamente, grandi scrittori sono non soltanto quelli che fecero professione di letterati, bensì uomini in qualunque campo grandi, cioè tali, che a qualche cosa di superiore la loro parola abbia dovuto umilmente ubbidire: talché, per esempio, i Francesi bene hanno fatto a far rientrare fra i classici della loro letteratura anche San Francesco di Sales e Napoleone. Una siffatta riforma della storia letteraria sulle basi dell'estetica moderna quale si è affermata da Croce in poi avrebbe in più per Crispolti questo di interessante nel senso cattolico: che giustificherebbe l'introduzione dei grandi santi a maestri d'espressione letteraria oltrechè di vita.  Ma sopratutto interessante in queste osservazioni che il Crispolti viene con tanta finezza facendo intorno a questioni educative, si è ch'egli molto spesso arriva a toccare sul viso i più importanti problemi dibattuti dal pensiero pedagogico e filosofico moderno, pur senza avere di questo pensiero una conoscenza diretta ed approfondita (come si vede ad esempio dalla lettera su Le precauzioni intellettuali contro gli errori religiosi, in cui  nel parlare delle ragioni scientifiche di dubbi intorno alla religione, ricorda il positivismo e lo scientismo, ma non fa cenno dell'idealismo immanentistico postkantiano). Ciò riesce una ottima conferma della bontà di quel procedimento se anche qua e là porta l'autore a qualche inevitabile incertezza. Diamone degli esempi, scegliendo tra i numerosi argomenti trattati in queste lettere pedagogiche. Nella lettera quinta, toccando dei rapporti fra la pedagogia e la morale, Crispolti afferma che la certezza di quest'ultima la quale determina il fine della vita non può estendersi alla prima, la quale invece determina i mezzi per attuare il fine stesso e va perciò soggetta a un'inevitabile incertezza data dalla infinita varietà dei temperamenti, delle attitudini, delle situazioni spirituali cui quei mezzi debbono applicarsi. Sta bene. In linguaggio più propriamente filosofico si direbbe che la pedagogia è sempre sospesa a una concezione totale della realtà, in base a cui viene determinato quello che il nostro chiama appunto il fine. Ma ciò non implica soltanto superiorità gerarchica dell'etica o di qualsiasi altra scienza sulla pedagogia. Poiché il legame è reciproco, e se la pedagogia ha da fare i conti con l'etica e con tutto il sistema delle scienze dello spirito, viceversa anche l'etica e la filosofia tutta hanno da fare i conti colla pedagogia, hanno da preoccuparsi, cioè, che il loro concetto della realtà sia tale da rendere possibile la educazione. Ne fa fede il Crispolti stesso, il quale non potrebbe mai accettare, poniamo, un concetto giansenistico o falsamente predestinazionista del cristianesimo, fra altre ragioni perché lo sguardo da lui dato ai problemi pedagogici gliene chiarirebbe l'assurdità, e infatti da quel punto di vista non è concesso, se non per una felice incoerenza, parlare di educazione. È questo proprio il caso in cui una diretta conoscenza delle questioni recentemente dibattute nel campo filosofico sui rapporti della pedagogia colle scienze filosofiche, avrebbe giovato al Nostro. Parimente altrove, nella lettera tredicesima ove, a ragione, combattendo la falsificazione delle idee intorno al fanciullo che una grossolana psicologia ha introdotto nei metodi educativi moderni, egli pone la mano su una questione importantissima, e vi sorvola su senza approfondirla. Si deve sfruttare la capacità intuitiva e immaginativa del fanciullo per introdurlo al più presto nel mondo spirituale degli adulti, oppure val meglio cominciare con l'indugiarsi insieme a lui nel suo mondo fanciullesco? Sia il caso del linguaggio: voi vedrete — dice il Nostro — che in tutti i luoghi e in tutti i tempi, i genitori, invece di valersi immediatamente di questa disposizione meravigliosa per abituarlo a pronunziare le parole esattamente conversano con lui ripetendogli le parole storpiate ch'egli incomincia a pronunziare. È il principio del “punto di partenza” da trovare nell'animo dell'alunno. Ma Crispolti, con queste sue parole, viene a dubitare che esatta conseguenza di quel principio sia l'identificazione assoluta del mondo spirituale del fanciullo con quello dell'adulto, come vorrebbe la pedagogia idealistica moderna, per la quale il mezzo più sicuro di educare il fanciullo è quello di imporgli decisamente - sia pur con le debite precauzioni - il mondo spirituale dell'adulto. Crispolti giustifica qui, in certa guisa, l'idea di un mondo fanciullesco, d'una letteratura per ragazzi e di altre simili cose respinte da alcune correnti della pedagogia moderna. Valeva la pena che egli approfondisse questo suo dissenso e ne sviscerasse bene le ragioni.  Ma queste piccolezze sono poi un niente, in confronto alla piacevole urbanità con cui Crispolti profonde il suo ingegno intorno ad una quantità di problemi importanti, che il tirannico spazio ci vieta di discutere, come pur ci piacerebbe, con lui. Ci sia concesso, prima di finire, di esprimere ancora un consenso e un dissenso. Un consenso per quanto egli scrive nella sua lettera ventunesima sulla cultura femminile. La quale, perciò che il  pensiero moderno ha proclamato, dopo il cristianesimo, al di là di tutti i preconcetti naturalistici, l'eguaglianza spirituale dell'uomo e della donna, non per questo ha cessato di essere un problema, per il complesso di funzioni e d'abitudini diverse da quelle maschili che fa della donna un essere, pur pari di natura e di valore all'uomo, ma che si presenta tuttavia fornito d'una sua specifica fisionomia di cui l'educatore non può non tener conto. L'aver dimenticato questo ha portato come effetto nella società moderna una duplice piaga che Crispolti ben analizza: quella delle donne ignoranti da un lato, e quella delle donne pedantescamente saccenti dall'altro. Il che si deve appunto, secondo il Crispolti stesso, all'aver preteso di istruire, quando si è istruita, la donna, cogli stessi procedimenti scolastici che si erano mostrati efficaci per l'uomo, come se tra i licei femminili e l'ignoranza non ci fosse nessuna via di mezzo. E invece non si è pensato alla differenza di abitudini mentali per cui l'uomo, presto distratto nella vita da un tumulto di nuovi interessi è più spregiudicato, reagisce con un salutare oblio all'eccessivo pedantismo del sapere scolastico, conservandone solo il nocciolo vitale, mentre la donna, più docile e più rinchiusa nei doveri domestici, si assimila dalla scuola il sapere con tutto l'apparato pedantesco con cui fu impartito. A questo inconveniente c'è, per il nostro un rimedio: dare alla donna nella scuola solo i primi indispensabili elementi, e lasciare all'educazione familiare e sociale la cura di fare il resto. La più elevata e piacevole erudizione delle donne è quella acquistata involontariamente nella conversazione colla gente eletta. Per un padre colto che desideri le figlie colte non v'è miglior via; farle partecipare in modo insensibile e continuo alle sue alte occupazioni, svegliare in loro non soltanto l'intelligenza delle cose serie, ciò che è agevole; ma l'interesse verso di esse, ciò che è più difficile. Non importa se per questa via la donna non otterrà delle idee precise e collegate sistematicamente fra loro: per chi non debba proprio compiere un lavoro determinato in un certo campo dello scibile come l'uomo, il beneficio della cultura sta non nelle singole idee che dà, ma nella elevazione spirituale che procura all'animo; elevazione per cui la donna non pretenda di scoprire né di classificare, ma giunga a compiacersi nella visione delle cose alte; non s'affanni a far camminare il mondo, ma possa accompagnarlo nel suo cammino, ad ocelli aperti e con amore. Giacché la difficoltà della cultura femminile è tutta qui, non nel far assimilare alla donna un certo contenuto, cosa di cui essa è tanto capace quanto l'uomo, bensì nel suscitare in essa il senso dell'importanza e del valore di ciò che studia; cosa assai più difficile. Istruire la donna è una difficoltà non intellettuale ma morale; è una coltivazione non dell'ingegno ma dell'animo. Osservazioni tutte giustissime e sulle quali con qualche ben intesa riserva, siamo d'accordo col Crispolti. La riserva, se mai, sarà questa: che vi sono donne nelle quali una eccezionale formazione interiore ha suscitato il bisogno di studi più alti, e alle quali perciò non è possibile rifiutare la stessa cultura dell'uomo, anche se esse siano per far valere in quella interessi tutti propri diversi da quelli dell'uomo e per occupare, nella repubblica delle lettere, un posto a sé. La stessa necessità di collaborare con l'uomo per fondare l'unità spirituale della famiglia, può render talora necessaria alla donna anche una completa cultura scolastica, giacché pur fra gli uomini ci sono in tal senso differenze, e ciò che basta magari alla moglie di un colto professionista avvocato, ingegnere ecc., può non bastare alla moglie d'un grande poeta, d'un celebre filosofo, d'un illustre scienziato, i quali di necessità richiedono alle loro donne una più robusta formazione mentale e una ben più vasta cultura per esserne anche soltanto accompagnati, seguiti, intesi nell'esercizio delle loro attività.  Ed eccoci ora al dissenso. Parlando della cultura e dell' arte pratica della vita, il Crispolti torna a proporsi indirettamente, per conto suo, la vexata quaestio dei rapporti fra teoria e pratica, pensiero e vita. E, naturalmente, vede da par suo la diversa formazione mentale richiesta agli uomini d'azione e agli uomini di pensiero, nonché la diversità di funzioni a cui gli uni e gli altri sono chiamati. Ma appunto questo poi gli suscita un dubbio: non sarebbe, per caso, la troppo intensa cultura intellettuale un grave ostacolo allo sviluppo del senso pratico? Mi sto domandando se il guardarsi attorno intelligentemente senza posa; l'elevare alle regioni del pensiero tutto ciò che ci ferisce la vista, ossia il menare una vita intellettuale intensa, che debitamente frenata dalla ponderazione può darci frutti copiosi, originali e buoni nelle lettere e nelle scienze, non ci renda più inetti all'alta vita pratica, di quel che facesse la vecchia abitudine degli studi accademici e degli sfoghi retorici, nei quali la mente non osservava e si può dire non pensava, ossia non acquistava nessuna verità intorno al mondo e agli uomini, ma si contentava di baloccarsi colle parole. Probabilmente questa vuotaggine, funestissima alle scienze e alle lettere, lasciando in riposo e come da parte la capacità quasi istintiva di sapersi regolare cogli uomini e di saperli regolare, la conservava intatta. E che ciò possa essere e sia, nel fatto, stato, anzi, che tutto ciò rappresenti la soluzione più spiccia del problema della cultura pratica, che nella maggior parte dei casi viene appunto risolto lasciando inaridire nell'uomo le opposte tendenze alla speculazione, va bene. Ma che possa diventare, sia pur a titolo d'ipotesi, un ideale pedagogico, no: le soluzioni più spicce non sono sempre, in educazione, né le più efficaci né le migliori. Crispolti qui si è fatto prender la mano, mi sembra, dalla natura stessa degli esempi che arreca a conforto della sua tesi: d'un Cavour, d'un Bismark, d'un Napoleone che, pur forniti di mediocri attitudini alla scienza e d'un mediocre sapere in materia di dottrine politiche, riuscirono più vastamente pratici ed efficaci nel governo degli uomini, di altri magari più di loro valenti nel campo dottrinale, sia pur della cultura politica stessa. Dove giusta è l'osservazione, ma ingiusta la conseguenza pedagogica che Crispolti sospetta se ne possa trarre. Trascuriamo, anzitutto, di far la vecchissima questione se davvero quegli uomini dovessero dirsi meno colti di altri, o se, invece, la vera cultura politica non fosse proprio da parte loro e da parte degli altri soltanto l'apparenza libresca di esso o la morta erudizione. Limitandoci, invece, solo agli aspetti del problema che possono offrire qualche maggior interesse di novità, Crispolti aveva qui proprio nel cattolicesimo un criterio per scoprire il punto di vista sotto cui la innegabile grandezza di quegli uomini ci si rivela inadeguata a un ideale educativo. Il secolo XIX infatti (per restringere solo ad esso il discorso) produsse queste grandi personalità tutte assorbite dal fuoco dell' azione: ferocemente chiuse o addirittura diffidenti ed ostili verso ciò che non interessasse la loro opera pratica (si pensi allo spregio di Napoleone verso gli  ideologues !). E che siffatte personalità dovessero nascere e adempissero una necessaria funzione storica, non è dubbio. Ma, appunto per quella loro unilateralità di cui essi stessi, prima o poi, rimasero vittime, la loro fu una grandezza direi quasi barbarica e pagana consumatasi tutta nell'atto stesso dello sforzo, del dominio, dell'imperio divenuto fine a sé medesimo. Lo sgomento del Manzoni che innanzi alla morte di Napoleone si domanda: fu vera gloria? e non sa rispondere se non col rappresentarsi l'interna tragedia di quell'anima arbitra fra due secoli, due volte sbalzata dal trono alla polvere, e pacificata solo in fine, là, dove è silenzio e tenebre la gloria che passò: lo sgomento del Manzoni temperamento insieme e cristiano e moderno, è molto significativo ove si pensi che cristianesimo e modernità bene intesa  sono in ultima analisi concordi nel richiedere a chiunque, uomo teoretico o pratico che sia, di ricordarsi anzitutto d'essere uomo; cioè, azione, sì, ma anche pensiero; sforzo e volontà di conquista, sì, ma anche contemplazione delle cose divine e raccoglimento interiore. L'uomo pratico che non frena se stesso con l'esercizio del pensiero, che disavvezza la mente dal considerare sé e le cose sub specie aeternitatis, potrà acquistare sì una intensissima facoltà di dominio su sé e sugli altri, ma finirà fatalmente col perdere ciò che col Crispolti chiamerò il senso dell'umiltà: il senso della necessaria subordinazione del proprio agire ad una realtà superiore, la religiosità, senza cui anche le più grandi opere restano edificate sulla sabbia. Specificazione eccessiva significa sempre unilateralità e unilateralità significa limite: ora, come educare in base a un limite, sia pur ragionevole quanto si voglia? Quell'ideale napoleonico di grandezza è andato, del resto, consumandosi da sé per istrada; e oggi è consueto lamento, innanzi alle situazioni storiche intricate, che ahimè non nasca più un Napoleone per districarle; lamento in cui, pur fatta la dovuta parte all'esagerazione e tenuto presente che ogni secolo ha sempre, prima o poi, i suoi grandi uomini, c'è questo di vero, che la qualità di grandezza politica richiesta nel complicatissimo sistema della vita moderna, è una forma di grandezza più umile, meno appariscente, più cristiana, direi, ma non per questo meno reale. È grandezza più, nel buon senso della parola, democratica, che aspetta meno dalle personalità eroiche e più dal quotidiano eroismo di ciascuno, dalla illuminata dedizione di tutti al proprio dovere. È la necessità per ciascun uomo di scienza di lasciare quando occorra la sua torre d'avorio per sobbarcarsi a compiere quei doveri, maggiori o minori, che la vita pratica gl'impone; è la necessità, per ciascun uomo pratico, di avere delle idee e di fare gli sforzi richiesti a formarsi un chiaro concetto della realtà entro cui bisogna operare. Dopo il lungo, tormentoso esperimento di oscillazione fra la democrazia e l'imperialismo che, dalla rivoluzione francese in poi hanno attraversato le grandi nazioni europee, le virtù puramente “politiche”, la pura e semplice capacità di dominio sugli uomini, hanno perso credito; e, in tempi recentissimi, si è più volte assistito all'istruttivo spettacolo di individui espertissimi nel maneggio pratico degli uomini e delle cose che non hanno più saputo orientarsi in mezzo alla nuova situazione creatasi nello spirito contemporaneo, e hanno dovuto rassegnarsi a clamorosi insuccessi. Dirò al Crispolti, tornando a parlare in termini più strettamente pedagogici, che non è affatto dimostrato che il miglior mezzo per coltivare un'attitudine sia quello di inaridire tutte le altre. E, ad evitare un discorso troppo lungo, gli ricorderò che le attività spirituali si coltivano sì con l'esercizio, ma anche con un opportuno riposo e che, d'altra parte, ogni attività presuppone per il suo normale sviluppo lo sviluppo parimente normale di ogni altra attività, non essendo qui il caso di trasformare in regola le eccezioni per cui grandi personalità poterono colla sola forza del loro intenso volere colmare d'un subito in sé, le deficienze e lacune di tal genere. L'antica abitudine della retorica accademica sembra a Crispolti il modo con cui gl'italiani protessero e lasciarono crescere il loro senso pratico: ed è strano che a questo proposito altri pedagogisti - ad esempio Gabelli - abbiano attribuito al genio italiano carattere proprio opposto ed abbiano inteso quella stessa retorica come eccessivo sfogo dato alla speculazione e all'immaginazione a scapito delle doti pratiche che si sarebbero cosi inaridite. Ciò dimostra certo come sia difficile raccogliere in una formula generale i caratteri d'un popolo che si sono venuti formando attraverso il multiforme sviluppo di parecchi secoli. Ma ciò dimostra anche, a parer mio, come sia rischioso l'interpretare il fiorir delle grandi personalità italiane, dalle Signorie in poi, a beneficio d'un singolare  incremento dello spirito pratico in Italia. Quelle grandi personalità sono spesso (mi si conceda l'espressione) retoricamente individualiste: la loro attività politica si consuma in sé stessa come un sogno, o come - fu già notato a proposito del Rinascimento - un'opera d'arte che non ha risultati fuori della sua bellezza; raramente si inquadrano nell'armonico insieme d'un sistema che le perpetui e le fecondi. E in quanto esse ci offrono siffatte deficienze, dimostrano appunto che l'abitudine della retorica fu, in ogni campo, teoretico e pratico, un difetto dello spirito europeo e non solo italiano. Giacché v'è una retorica della pratica, consistente appunto nel fatto ch'essa, esaltata per sé sola, finisce col non esser più pura pratica, ma col farsi di sé medesima una religione e una filosofia: filosofia dello sforzo, del dominio dell'eroismo, della Realpolitik, dell'astratto machiavellismo, che noi moderni ben conosciamo sotto tutte le possibili forme e ch'è una concezione unilaterale della realtà in servigio dei puri fini pratici, la quale deforma coi suoi schemi ciò che lo stesso sano istinto pratico (che non è mai praticistico) ispirerebbe. Significa ciò, forse, che bisogna trascurare una cultura specifica delle attitudini pratiche? No certo: significa solamente che l'educazione ha da formar tutto l'uomo, e che attitudini pratiche e attitudini teoretiche possono essere e sono, distinte, ma non è possibile, né desiderabile, che diventino opposte.  Non è ancora spenta l'eco delle discussioni suscitate dal discorso di Giovanni Gentile per la inaugurazione dell'Istituto fascista di cultura napoletano: discussione alla quale organi autorevolissimi (come l'Osservatore Romano e Il Popolo d'Italia) hanno recato il loro contributo. Noi non pretendiamo certo partecipare a un dibattito nel quale è meglio che le competenti autorità politiche e religiose siano lasciate libere di esporre come meglio credono il loro pensiero, al di fuori di ogni altra minore e, necessariamente, più limitata polemica. Ma, posto che I Diritti della Scuola hanno creduto opportuno fare qualche osservazione in materia, sia pur contenendola esclusivamente nel campo che può interessare la scuola, e la scuola elementare in special modo, non sarà male che anche noi aggiungiamo, sulla stessa materia, qualche altra osservazione in margine, se così può dirsi, a quelle fatte, - del resto, giova riconoscerlo, con molto garbo e molta cortesia - dalla Rivista romana.  Notano, dunque, I Diritti della Scuola che l'insegnamento religioso nella scuola elementare attende ancora la sua definizione precisa. A norma del decreto, doveva trattarsi, come pare ovvio, d'un insegnamento impartito secondo la teoria e la prassi della chiesa cattolica. Ma i programmi didattici, e la circolare dell'on. Gentile del gennaio 1924 sembrano invece, al redattore de I Diritti, ispirati a una ben diversa concezione. Non arido dottrinarismo o meccanico formalismo ma poesia e quasi canto della fede, doveva essere l'insegnamento religioso; e non più la Chiesa, ma l'opera religiosa di MANZONI (si veda) e le figure più edificanti del suo romanzo, erano additati come guida a questo nuovo lavoro del maestro. E il significato di quelle espressioni è, sempre secondo i Diritti della Scuola, molto chiaro. Ci si permetta di riferirne le testuali parole: La tendenza era dunque sempre più verso una educazione religiosa che parlasse  al cuore del fanciullo, che facesse vibrare la sua anima ingenua dei sentimenti più puri, delle più sante aspirazioni a una vita di bene per sé e per gli altri. Alla Chiesa, se mai, l'insegnare la dottrina cristiana nella sua veste letterale, non sempre accessibile al fanciullo; alla scuola il proiettare la luce e il calore della fede sui fatti umani, sul cammino che il fanciullo dovrà percorrere nella vita. È avvenuto invece l'opposto. A poco a poco l'insegnamento religioso si è irrigidito nella teologia, nella liturgia, nei dogmi e nei misteri; si è schematizzato nell'aridità del dialogo catechistico, anzitutto nelle scuole dove l'ora di religione viene assunta dal sacerdote; e poi via via anche nelle altre, perché il sacerdote rimane sempre il giudice del maestro, accompagnandosi all'ispettore per verificare se e come la religione si impartisce; ed egli non sa, il più delle volte, deflettere (e forse non deve) dalla lettera dei sacri testi.  Noi non vogliamo rivolgere a I Diritti della Scuola alcun rimprovero: le stesse cose sono state dette tante altre volte, e con intonazione assai meno cortese, che, quanto alla forma, noi, e con noi i cattolici tutti, non abbiamo nulla da eccepire. Ma è impossibile trattenersi dall'osservare che, pur sotto la loro forma deferente e garbata, quelle parole celano una sostanza ben amara per la religione Cattolica e per i suoi ministri. L'argomentazione de I Diritti  si basa tutta su un presupposto, pacificamente e...tacitamente ammesso come incontrovertibile verità, della quale nessun uomo, sano di cervello, potrebbe minimamente dubitare. Ecco il presupposto: la teologia, la liturgia, i dogmi e i misteri costituiscono, non già la religione ma un suo irrigidimento: il catechismo è, non la formulazione dottrinale precisa della fede cattolica, ma un arido dialogo, e l'uno e gli altri sono poi assolutamente incompatibili con l'anima ingenua, le aspirazioni sante, i sentimenti puri del fanciullo e dell'uomo. Il sacerdote e la Chiesa di cui egli è ministro non possono portare nella scuola che arido dottrinarismo o meccanico formalismo: se volete la poesia e il canto della fede, dovete rivolgervi altrove. Non c'è, dunque, che prendere o lasciare. Se tenete il decreto Gentile, insegnerete la religione secondo la teoria e la prassi della Chiesa Cattolica, cioè con tutto il bagaglio del Catechismo, della Liturgia, della Teologia, ecc. - ma avrete l'arido dottrinarismo che si voleva evitare. Se v'appigliate, invece, ai programmi didattici o alla circolare, avrete il canto, la poesia, i sentimenti puri e l'anima ingenua, ma vi converrà gettare a mare la chiesa, i sacerdoti, la teoria, la prassi e l'insegnamento cattolico. Evidentemente, fra due posizioni così diverse ed avverse, bisogna scegliere. E questo appunto domandano, con molto rispetto ma con molta fermezza, I Diritti della scuola. Ripetiamolo ancora: sarebbe ingiusto addossare a I Diritti la responsabilità d'un cuore così largamente diffuso; tanto più diffuso quanto più corrisponde a un pregiudizio che, duole il dirlo, si trova talora anche fra gli stessi cattolici. La liturgia, arido formalismo! La liturgia opposta alla poesia ed al canto! La teologia opposta ai sentimenti buoni e alle aspirazioni generose! Ma brava gente - verrebbe voglia di dire - avete mai aperto un messale? Avete mai sfogliato un breviario? Avete mai assistito a una cerimonia religiosa? Intendo, assistito non come vi assistono le panche o i pilastri, ma comprendendone davvero, intimamente, tutte le parole e tutti gli atti? E sapete che il messale è fatto delle sacre scritture, e così pure il breviario? E che quelle sacre scritture sono i libri biblici, i profeti, i salmi, i vangeli, gli atti degli apostoli, le epistole di San Paolo e di altri, gli scritti dei Padri, i più begli inni cristiani e via discorrendo? E non vi pare che come poesia e come canto ce ne sia abbastanza da scegliere, anche per le  persone di più difficile contentatura? Non sarò certo io a dir male del Manzoni e della sua opera; ciò nonostante, mi sembra che, poniamo, San Paolo, Isaia, o Davide siano a loro modo poeti non certo inferiori al grande nostro italiano: il quale, del resto, appunto da quegli o da altri simili autori, nonché dalla sua vasta cultura profondamente cattolica e ortodossa trasse, ad esempio, l'ispirazione dei suoi Inni sacri. Certo, si osserverà, non tutta la poesia delle sacre scritture è accessibile o comprensibile al fanciullo: ma, d'altra parte, è evidente che nemmeno siamo obbligati a spiegargliela tutta o tutta in una volta, o tutta collo stesso grado di profondità. E poi la liturgia non è solo nelle parole: è nella musica, nel canto, nell'azione del celebrante e degli assistenti, nel colore dei paramenti sacri, nella architettura stessa del tempio, elementi organizzati e concatenati da una sapientissima disciplina che riescono quanto mai plastici, sensibili ed intuitivi e parlano all'animo anche delle persone più illetterate. E la sapienza colla quale tutti quegli elementi sono proporzionati, volta per volta, alle circostanze e allo stato d'animo cui si riferiscono! Le Messe funebri, colla loro solenne mestizia, quelle della Natività, del periodo Pasquale e, in genere, delle grandi feste, colla loro trionfale esultanza; quelle dell'Avvento e della Quaresima col loro pensoso raccoglimento, quelle del periodo dopo Pentecoste colla loro luminosa serenità costituiscono un vasto poema - il ciclo liturgico - nel quale la natura medesima ha spesso la parola, e le luci e le ombre, i caldi o i geli, le stagioni e le opere, le più varie circostanze della vita e i fondamentali sentimenti dell'anima umana trovano necessariamente un'adeguata espressione. Poiché la Chiesa ha conosciuto molto prima dei pedagogisti il metodo intuitivo e colla musica, col canto, colle pitture, con l'architettura dei suoi templi e il suono delle sue campane, ha saputo parlare alle plebi illetterate quando ispettori, maestri, direttori, leggi scolastiche, letterali e poeti erano di là da venire! Certo, la conoscenza assidua e amorosa della liturgia non è, neppure fra i cattolici, oggi diffusa quanto si potrebbe desiderare. Ma il movimento liturgico, promosso e diretto dall’instancabile zelo e delle autorità ecclesiastiche e di molte organizzazioni cattoliche va facendo ogni giorno progressi. E basti qui ricordare l'opera della Società francese di San Giovanni Evangelista, e, fra noi, quella dell'Abate Emanuele Caronti per la volgarizzazione e la diffusione della liturgia: per tacere dei molti, ottimi testi per le scuole elementari, dove la liturgia ha, molto opportunamente, una parte notevole. Per gli amatori di curiosità pedagogiche ricorderemo gli esperimenti fatti in Ispagna, a tal proposito, col metodo Montessori; la partecipazione dei fanciulli all'Offertorio della Messa, mediante un'offerta che risuscitava le più antiche tradizioni della Chiesa: il grano e la vite coltivati, pure dai fanciulli, come materia delle specie sacramentali, e via dicendo. Tutti espedienti, senza dubbio, utili e giovevolissimi, ma che sono ben lungi dal costituire, come forse taluno potrebbe credere, una novità rispetto alla teoria e alla prassi della Chiesa, che ha sempre chiamato i fanciulli al servizio degli altari, come si può vedere persino nelle più remote parrocchie dei più remoti villaggi: anche senza le panchettine, le pilettine, gli inginocchiatoi minuscoli e tutto l'armamentario a scala ridotta del metodo montessoriano.  E passo all'altro, apparentemente più scabroso argomento della teologia o del catechismo, che sarebbe, in fondo, una teologia elementare per fanciulli, come la teologia è un catechismo degli adulti. Ora, la teologia è il pensiero di cui la liturgia è la esterna e multiforme espressione, è l'anima di cui la liturgia è il corpo. Evidentemente, chi ignora l'una non può afferrar bene  l'altra, a meno di non essere un filosofo o uno scienziato così abituato a muoversi fra i concetti puri, da potervisi collocare stabilmente senza bisogno di altri sussidi; e anche allora l'ignoranza della liturgia (cioè la negligenza nell'usare quei mezzi che la Chiesa ha messo a nostra disposizione appunto per comprendere e praticare la sua dottrina) produrrà sempre i suoi effetti funesti, poiché in fine l'uomo, anche scienziato, non è una intelligenza pura, ma un composto di anima e corpo, di senso e intelletto, né può fare a meno in nessun caso di sorreggere il proprio pensiero con stimoli sensibili. Si capisce, dunque, facilmente, che presso coloro i quali non sono né filosofi né scienziati, o comunque hanno trascurato di completare la propria cultura religiosa con una buona cultura liturgica, il catechismo sia spesso una anima senza corpo, dia, cioè, quell'impressione di arido formalismo e di dottrinario schematismo che tanto dispiace, e nella scuola e fuori, e che tanto urta le delicate esigenze dell'anima infantile. Ma ricostituite quella unità che avete spezzato: ricongiungete la teologia alla liturgia, secondo, appunto, la teoria e la prassi della Chiesa Cattolica, e le verità del catechismo, aride in apparenza, si vestiranno dei più smaglianti colori: diverranno verità, non solo, apprese o ripetute a parole, ma vissute, sentite, amate, alle quali neppure l'anima del più rozzo analfabeta saprà rimanere insensibile. È difficile il concetto della transustanziazione? Eppure anche il fanciullo e la donnicciola cantano e sentono il Pange lingua. È difficile l'idea della resurrezione della carne? Eppure nessuno, che non sia un idiota o un deficiente, può ascoltare senza fremere le parole del vangelo giovanneo, dette dal sacerdote: Ego sum resurrectio et vita. Questo non vuol dire, d'altra parte, che anche il catechismo puro e semplice non possa dì per se stesso costituire la base d'un insegnamento vivo, agile, plastico, intuitivo ed attivo condotto secondo i migliori criteri pedagogici. Tutto sta nel modo con cui viene insegnato. Accusarlo di aridità perché lo si vede, sulla carta, costituito da tante domande e risposte, sarebbe come accusare di aridità l'aritmetica perché, nel libro, altro non si trova che l'enunciato dei problemi o le definizioni nude e crude. Quelle domande e quelle risposte sono l'oggetto dell'insegnamento, il termine ultimo cui si deve arrivare; non sono il metodo, la via, o il punto di partenza. E sul metodo appunto la didattica catechistica odierna ha una quantità di studi notevolissimi, ove, ad esempio, le questioni inerenti al metodo "intuitivo" e ai suoi sussidi didattici sono state discusse e trattate esaurientemente. Citiamo, per restare fra i nomi italiani, le interessanti ricerche dei Monsignori Pavanelli e Vigna. Il movimento circa la didattica catechistica, da vari anni già, è non meno notevole e non meno confortante del movimento liturgico. Ora, ignorare tutto questo, e continuare a parlare del catechismo come se fosse insegnato a memoria, e magari, a suon di scappellotti, significa precludersi senz'altro la via di discutere con imparzialità e competenza. Che se, qualche volta, nemmeno l'istruzione catechistica impartita coi metodi migliori, dà i risultati che se ne potrebbero attendere, la colpa non è davvero della Chiesa o dei suoi sacri testi. Datemi una società come quella cristiana primitiva, e io vi dispenso dall'osservanza di qualsiasi didattica; sicuro che, per quanto schematiche, le parole del maestro troveranno sempre, nella vita religiosa quotidiana, di che riempirsi in abbondanza anche per il fanciullo più scafato e testardo del mondo; sicuro che le massime, gli esempi, le abitudini d'una società e d'una famiglia troppo spesso indifferenti o ribelli alla parola della Chiesa non mi ridurranno le definizioni catechistiche allo stato d'una pallida larva. Anche qui, dunque, il segreto per avere una cultura religiosa, ricca, calda, piena di pathos e di poesia, e perciò armonica ai  fondamentali bisogni dell'animo infantile, sta non nell’allontanarsi, ma nell'avvicinarsi sempre più all'insegnamento genuino della Chiesa.  Non sapremmo, perciò, vedere alcuna contraddizione fra il decreto Gentile e la circolare dello stesso ministro, o i programmi didattici, poiché, seguire la teoria e la prassi della Chiesa Cattolica nell'insegnamento religioso, significa per l'appunto dare al fanciullo la "poesia", il "canto" e tutte le altre belle cose annesse e connesse. Né può lasciar adito a equivoco il nome del Manzoni, il laico così geloso della propria ortodossia, da riuscir più ortodosso di molti sacerdoti suoi contemporanei, quali, poniamo, il Lambruschini o GIOBERTI (si veda). Che se contraddizione c'è stata fra il decreto e la circolare, o il decreto e i programmi, essa è stata piuttosto nella mente del loro autore che nella realtà delle cose e appartiene, dunque, alla storia della cultura o della filosofia italiana e non a quella della legislazione scolastica. Il cattolicesimo, non è il protestantesimo, e perciò sarà sempre un osso troppo duro pei denti dei filosofi volenterosi che si proveranno a maciullarlo e a convertirlo in poltiglia per uso delle loro costruzioni metafisiche. Sotto questo aspetto, la nota de I Diritti è, per noi, molto significativa e confortante: è il sintomo d'un grandioso insuccesso, da parte di chi aveva creduto poter introdurre il cattolicesimo nella scuola, come veste mitologica inferiore d'una verità filosofica che, più tardi, lo avrebbe superato e divorato. Dal 1923 sono passati cinque anni e il cattolicesimo, ben lungi dall'essere “superato” è lì, colla sua teologia e la sua liturgia, i suoi dogmi e i suoi misteri, che minaccia gravemente di "superare" gli altri e di mangiarsi in due bocconi le stesse filosofie più evolute, alle quali sta contendendo energicamente il possesso delle scuole medie e superiori che pure s'erano riservate. Lo scandalo diventa grave: e "I Diritti " hanno tutte le ragioni d'esserne preoccupati, posto che stia loro a cuore davvero, la sorte delle filosofie "evolute": il che, sinceramente, non auguriamo. La Pedagogia di S. Tommaso d'Aquino 65 L'Educazione naturale 93 L'Anima della pedagogia 125 Filosofia, Religione e " Filosofie " nelle Scuole Medie 163 Pedagogia cattolica 195 L'Insegnamento religioso nelle Scuole elementary. Il problema della dialettica oxoniense suscita una difficoltà. Il chiedere soltanto come è possibile che il tutore (Socrate) comunichi al tutee (Alcebiade) una determinate cattitudine psicologica sembra implicare, se non addirittura una contraddizione, certo un paradosso quasi insormontabile, dato che il termine "tra-smettere" o "co-municare" o qualsiasi altro termine consimile che si adoperi a definire l'azione di Socrate su Alcebiade ("conversare") non sembra possa riflettere, se non in maniera molto imprecisa e grossolana, ciò ch'è veramente caratteristico del processo filosofico. Se si trattasse, infatti, di un oggetto materiale o corporale, o fisico, allora parrebbe a tutti chiarissimo ch'esso potesse "co-municar-si", "tras-metter-si" o cambiar sede, come una moneta che passa di mano in mano, ma nella dialettica oxoniense *ciò che* si "tras-mette" è essenzialmente un valore ideale, immateriale, non-fisico, spirituale, come la scienza, la cognoscenza, la virtù, un contenuto proposizionale, un complesso proposizionale non-naturalistico. E questo complesso proposizionale (in parte sensibile) tanto poco si lascia tras-mettere, nel significato explicito dell'espressione (Latino, mettere trans), poiché il complesso proposizionale ha la sua base percetuale, come Peacocke nota, in un atto interno della mente del soggetto Socrate. E un atto di tal genere è tanto impossibile "tras-portarlo" dall'anima del soggetto Socrate all'anima dell'altro soggetto Alcebiade, quanto è impossibile che il soggetto Socrate trasmetta ad Alcebiade ciò che costituisce la sua intima personalità, sì che Tizio diventi Caio o Socrate si tramuti in Alcibiade!  XI suo soggiorno in Italia Terminata la sua opera, Schopenhauer non si decise a tornare nel  Nirvana, come torse si sarebbe potuto credere; al contrario senza nemmeno aspettare le prove di stampa, egli partì pel paese più bello e più  ottimista che vi sia sotto il sole, per la. véna terra promessa, per il  paese dei paesi, per la bella Italia, Con ragione si è detto che ! abitudine di vedere la vita in nero, sparisce e sembra innaturale sotto il cielo  splendido d’im paese meridionale. Dintorni poco graziosi spesso diventano Ja causa d’un falso pessimismo; ma de v ? esser genuino il pessimismo che persiste anche in un ambiente bello ed incantevole. Il fatto  che Schopenhauer non ismani il suo pessimismo è una prova convincente, se prova ci vuole, che il suo pessimismo era sincero. Questo  pessimismo era piuttosto comprensibile nel freddo settentrione; ma é  un altro conto ritenerla in mi paese ove tutto sorride, ove la natura  stessa c’invita a prendere con leggerezza resistenza ed a gettare lontano da noi ogni cura, ove Paria stessa respira la leggerezza di cuore,  ove il dolce far niente è il programma di vita degPindigeni, T resoconti del suo viaggio in Italia sono tutt ? altro che blandi.  Schopenhauer, più si faceva vecchio, pili si rinchiudeva in se stesso,  e non vi sono nè giornali nè lettere che possano colmare questa lacuna  nella sua biografia. D’ora innanzi era il suo espresso desiderio di sfuggire alla pubblicità. Non voglio che la mia vita privata formi mPesea   per la curiosità fredda e maliziosa del pubblico , così rispose molti  anni più tardi a coloro che lo esortavano a fornire maggiori informa’  zioni su se stesso ai dizionari biografici. I suoi notiziari presero il posto  del giornale, ma siccome contengono piuttosto riflessioni suggerite  dagli avvenimenti senza raccontare .questi, non spargono sugl 5 incidenti  del suo viaggio che poca luce. Schopenhauer attraversò le Alpi persuaso d 3 avere scritto una grand'oliera per Pumanftàp stava ora ad aspettarne il risultato. Non era  tanto indifferente in quanto alla accoglienza della sua opera quanto  voleva far credere. Il trattato sulla Quadruplice Radice era stato ben accolto dai critiei, -ed. aveva chiamato all 5 autore l’attenzione generale più di quanto  sogliono farlo le dissertazioni universitarie; era giustificabile che sperasse che la sua opera maggiore dovesse suscitare almeno lo stesso interesse. Egli corresse le prove di stampa che gii furono mandate ed  a petto k pubblicazione, sfogando intanto i suoi sentimenti in linguaggio poetico.   Unv er schami e Vers e.   A us ] anggehegten, tiefgefuhlten Schmerzen  Wand sich’s einpor aus meinetn innern Herzen,   Es festzuhaHen haMch lang gemngen,   I>och weiss ich, dasz zuletzt es mir gelungen. Mogi Euch drtim irnrner, wie Ilir wollt, gebar cleri,   Des Werkes Le ben kòimt ihr nìcht gefahrden;   Àufh&ffieii kònnt Ilir's, mirini ermehr vernichterq  Ein Denkrnrj! wird die Nachwelt mir ernchten.   Nel frattempo visitava le principali città <MP Italia settentrionale;  frequentava i musei ed il teatro, continuando a studiare la lingua italiana die egli già sapeva assai bene. E* in Italia die egli s 5 invaghì cosi  profondamente della musica di Rossini, di cui andava spesso a sentire  le opere. Degli autori italiani egli predilìgeva, -— ed è questo un fatto  abbastanza curioso, — PETRARCA (vedasi), il poeta di Laura e dell 5 amore. Fra tutti gli scrittori italiani, preferisco il mio caro PETRARCA (si veda). Non vi e in tutto il mondo un poeta che lo abbia mai superato nella profondità e nell’ardore del sentimento; le sue parole vi vanno dritto  a al cuore. Per' ciò in preferisco i suoi sonetti, i suoi trionfi e le sue can-  a zoili alle follie fantastiche dell 5 Ariosto ed alle orrende contorsioni d’ALIGHIERI (vedasi). Trovo il fiume naturale delle parole, che sgorgano dal cuore,   molto più opportuno del linguaggio ricercato ed affettato di Dante,  a Petrarca è sempre stato e rimarrà per sempre il poeta del mio cuore.   Quello che concorre a confermarmi nella mia opinione è il tempo  a presente, a quanto pare, tanto perfetto che osa parlare con disprezzo  a di Petrarca. T T na prova sufficiente sarebbe il confronto di Dante e   Petrarca nel loro costume intimo e non ricercato, cioè in prosa, eon-  K frontando per esempio i bei libri di Petrarca, ricchi di pensieri e di   verità, De \ ita solittì-rui, De Coafemptu mundi, De rimediu ufrius-  z que fortume eoe., colla scolastica sterile ed asciutta di Dante. Dante coi suoi modi didattici non corrispondeva al gusto rii Schopenhauer che considerava tutto Pinfenio come un’apoteosi della crudeltà. ed il penultimo canto come una glorificazione della mancanza del  sentimento d’onore e di coscienza. Non aveva neppure alcun affetto per  Ariosto e Boccaccio; anzi più volte espresse la sua meraviglia in quanto  alla fama europea di quest’ultimo, il quale dopo tutto non aveva scritto  che Delle ehtonique.s scandaleuse*. Gli piacevano PAlfieri ed il Tasso, ma li considerava come autori tli seeoncVordine; egli non riteneva il  Tasso degno d'essere posto come quarto in una linea coi tre grandi poeti  italiani.   Per quanto riguardava Parte, egli si sentiva maggiormente attirato  dalla scultura e dall'arekitettura che dalla pittura. Ciò non potrebbe  sorprendere e non sarebbe in contraddizione coll 1 indole generale della  sua mente* se la sua intimità con Goethe non lo avesse fatto entrare  nello studio dei colori.   Schopenhauer non volle mai ammettere che i due anni possati in  Italia fossero stati per lui due anni felici, sosteneva, che mentre gli altri  viaggiavano per divertimento, egli lo faceva per raccogliere nuovi materiali in appoggio del suo sistema, e nel suo notiziario scrisse has-  stoma di Aristotile :   6 TQ aAuTCtfO orò TU fiSìl.   Però ricordava con piacere questi due anni, dico con piacere e s'intende fin dove Schopenhauer ammetteva il piacere; negli ultimi giorni  della sua vita non poteva mai menzionare Venezia senza che la sua voce  tremasse, il che prova che Pamore che ivi lo tenne stretto, non era interamente dimenticato, sebbene fosse morto. Senza dubbio, la seguente  nota scritta a Bologna in data del 19 novembre 1818 tradisce qualche  contentezza. Appunto perchè ogni felicità è negativa, accade che non ce ne   avvertiamo affatto, quando ci troviamo in uno stato di benessere; lati sciamo tutto passare dinanzi a noi liscio, e con dolcezza fino a che  tf questo stato è passato. La perdita soltanto* che ci si fa sentire con   chiarezza, pone in rilievo la felicità, svanita; è allora soltanto che ci  a accorgiamo di ciò che abbiamo trascurato di assicurarci, ed il rimorso   si aggiunge alla privazione, b   Schopenhauer fece il soggiorno piu lungo a Venezia- In quel tempo vi èanche Byron, ritenuto esso pure da vezzi femminili. E J strano che essi  non s'incontrarono mai. Schopenhauer nutriva pel genio di Byron la  più grande ammirazione ed intelletti al mente entrambi sarebbero andati d f accordo. Egli non incontrò neppure Schelley, nè Leopardi. Un  dialogo secondo il modo di Leopardi in nni egli ed il giovane conte erano confrontati, fu pubblicato nella rivista contemporanea del 1858, e  Schopenhauer non si diede pace prima che non sì fosse assicurato di  averne una copia. Gli procurò una vivissima soddisf azione il trovarsi associato col giovane che egli ammirava così profondamente (ed a cui, diciamolo tra parentesi, Io scrittore De Sanctis, non ha reso giustizia); gran  parte della sua soddisfazione, proveniva vinche dal fatto die egli vedeva  elio la sua filosofia si era fatto strada fino in Italia. Non avveniva spesso che egli fosse contento di quanto sì scriveva sulle sue opere, non trovava mai che lo avessero letto con sufficiente attenzione; ma quest 1 uomo, così diceva, lo aveva assorbito in sucóurn et tangm nem .Quando -Schopenhauer arrivò a Venezia per la prima Tolta, e pii  scrisse : chiunque si trova repenti nani ente trasferito in un contrada   totalmente straniera, ove prevale un modo di vivere e di parlare differente da quello a cui e pii è abituato, ha il sentimento di chi inaspettata mente ha messo il piede nel F acqua fredda. Egli avverte subito la differenza di tempera tura, sente una forte influenza che agisce dal di fuori e che lo rende infelice; egli si trova in un elemento   estraneo in cui non sa muoversi comodamente, A questo si aggiunga   che egli si accorge come ogni cosa attira la sua attenzione e che teme   di essere a ne Ir e gl i osservato da tutti. Ma dal momento che si è ealmaio, che ha incominciato ad assorbire la. nuova temperatura e ad   abituarsi al nuovo ambiente, egli si trova bene come difatti si trova   un uomo nell’a equa fresca. Egli si è assimilato a!1 J elemento, ed averir do perciò cessato di occuparsi della propria persona, rivolge la sua  a attenzione esclusivamente a ciò che lo circonda: ed ora, appunto perche lo contempla con oggettività neutrale, egli si sente superiore al suo ambiente come prima se ne sentiva schiacciato, Viaggiando le impressioni dlogni genere abbondano, ed il nutria  s mento intellettuale ci viene in tale quantità che non ci rimane tempo  c per la digestione. Ci rincresce che le impressioni le quali si succedono  a rapidamente non possano lasciare una impronta permanente. In real-  tà però avviene qui quello che ci accade quando leggiamo. Quante volte ci lamentiamo di non essere capaci di ritenere la millesima parte di quanto abbiamo letto! W confortante però in ognuno dei due casi il sapere che ciò che abbiamo visto e letto, ha fatto sulla nostra mente un'impressione, prima d'essere dimenticato, impressione che concorre a formare e nutrire la mente, mentre ciò che riteniamo a memoria serve soltanto a riempire i vuoti della testa con materie che ci rimangono sempre estranee, perchè non le abbiamo mai assorbite;  il recipiente dunque potrebbe anche essere rimasto vuoto come prima. Schopenhauer era d’opinione elle, viaggiando, possiamo riconosce-  re quanto areno radicate le opinioni pubbliche e nazionali., e quanto  sia difficile di cambiare il modo di pensare d T un popolo, Mentre cerchiamo d'evitare uno scoglio, ne incontriamo un altro; mentre fuggiamo i pensieri nazionali di un paese, in un secondo ne   troviamo degli altri, ma non dei migliori. Il cielo ci liberi da questa valle di miseria! \ i a gg ian do veciiamo 1a vita umana sotto ni olle fori ne diverse : ed è questo appunto che rende i viaggi così interessanti. Ma, vinggiando, non vediamo che il lato esteriore del la v if a u ni ana ; cioè ne   scorgiamo soltanto quello che se ne vede generalmente. D'altra parte   non vediamo mai la vita interiore del popolo, il suo cuore ed il suo centro, cioè il campo in cui Vazione del popolo si svolge, in cui il suo carattere si manifesta, quindi, viaggiando, vediamo il mondo a come un paesaggio dipinto con un orizzonte vasto che abbraccia molte  <i cose, ma che non li a personaggi spiccati. Di lì, nasce pure la stantìi ehezza del viaggio. Schopenhauer studia profondamente gl’Italiani, i loro costumi e  la loro religione. Di quest’ultima dice: La religione cattolica è un ordine per ottenere il cielo mendicando,  giacche sarebbe troppo disturbo doverlo guadagnare. I preti sono i mediatori di questa transazione. Ogni religione positiva dopo tutto non fa che usurpare il trono che per diritto spetta alla filosofia; i filosofi quindi la coniti attera uno  a sempre, anche se dovessero considerarla come un male neccessario ed   inevitabile, un appoggio per la debolezza morbosa della maggior purte degli uomini.   a La nuda verità non ha la forza di frenare le menti rozze e di cote stringerle ad astenersi dal male e dalla crudeltà giacche esse non santi no afferrare queste verità. Di lì il bisogno di storne, di parabole e di dottrine positive. In dicembre ièlS la sua grande opera vide la luce per la prima  volta. Schopenhauer ne mandò una copia a Goethe. Poi nella primavera del 1819, egli si trasferì a Napoli; Goethe accusò ricevuta del dono per mezzo di Adele Schopenhauer, una delle predilette del vecchio  poeta. Goethe ha ricevuto il tuo libro con grande piacere, scrive Adele,  a Egli immediata mente divise V opera voluminosa in due parti e corniliciò a leggerla. Un’ora dopo egli mi mandò il biglietto qui unito, dieendomi che egli ti ringraziava molto e credeva che tutto il libro .dovesso esser buono, giacche aveva sempre la fortuna di aprire i libri   nei posti più notevoli; così egli mi disse d'avere letto le pagine indicaie ed egli spera di poferii scrivere quanto prima la sua opinione completa. Intanto egli desidera che io ti dicessi questo. Alcuni giorni dopo Ottilia mi disse che il di lei padre leggeva il tuo libro con un interesse che lessa fino allora non aveva mai osservato in lui. Egli le Ka detto che ora aveva. un divertimento per tutto ranno, giacché intendeva leggere il tuo  libro da capo in fondo e credeva che ciò lo avrebbe occupato per un   anno. Disse a me ch’egli si sentiva proprio felice di saperti sempre   a lui devoto, nonostante il vostro disaccordo sulla teoria dei colori. Disse pure che nel tuo libro gli piaceva sopra tutto la chiarezza della   rappresentazione e del linguaggio, sebbene la tua lingua differisce  da quella degli altri e che occorresse prima avvezzarsi a chiamare le cose come tu lo vuoi. ila, continuò, quando una volta si é pervenuto a queste, allora   la lettura procede con facilità e comodo. Anche la disposizione della   materia gli piaceva ; solfante la forma immaneggiabile del libro non  a gli dava pace, e si convinse che F opera dovesse consìstere di due vo-  a fumi. Spero di rivederlo solo ed allora egli mi dirà iorse qualche cosa   di più soddisfacente ; ad ogni mudo tu sei il solo autore che Goethe legga in questo modo e con tanta serietà Nondimeno Schopenhauer ritenne F opinione che Goethe non lo  legasse con sufficiente attenzione ; che il poeta avesse già speso il poco interesse che aveva per le questioni filosofiche. A Napoli Schopenhauer fu principalmente in rapporto con giovani  inglesi. L’elemento inglese aveva per lui, durante tutta la sua vita, un  fascino speciale; credeva che gl"Inglesi erano quasi giunti ad esse)e  il più gran popolo del mondo, e che soltanto alcuni loro pregiudizi si  opponevano, acciocché infatti lo fossero. La sua cognizione della loro  lingua ed il suo accento erano tanto perfetti che anche gl T Inglesi stessi  per- qualche tempo lo prendevano per un loro cOmpatriftta, un errore  die sempre lo esalta. Tutto quanto vide, concorse a confermare ed a sviluppare il suo  sistema filosofico. Rimase specialmente colpito dal quadro di un giovane artista veneziano, Hayez, esposto a Capo di Monte ; di questo quadro  illustrava la sua dottrina per quanto riguarda le lagrime che, secondo  il nostro filosofo, si spargono sempre per compassione di sé stesso. Il  quadro rappresentava, il passo dell 1 Odissea, ove Ulisse piange alla Corte di re Alcinoo, il feaco, sentendo cantare le proprie sventure, Questa è l’espressione più alta idi e possa avere la compassione di se stesso. Schopenhauer aveva oramai raggiunto la piena maturità e forza  dell’uomo. Secondò lui il genio dell’uomo non dura più della bellezza  delle donne, cioè quindici anni, dal ventesimo al trentesimo quinto  et La ventina e la prima parte della trentina sono per Fintelletto quello   che è il 'uose di maggio per gii alberi, questi durante la stagione prh  <t maverile emettono soltanto dei bottoni che poi diventano frutti L’esteriore, di Schopenhauer doveva essere caratteristico, ma la sua bellezza stava nell 9 animo e non nella faccia; i suoi occhi vivaci, ed ardenti  anche nella vecchiaia, nella gioventù rischiaravano quella testa potente col loro sguardo acuto e limpido. Verso quel tempo un vecchio signore a lui perfettamente estraneo, gli si accosto in istrada per dirgli  che egli, Schopenhauer, sarebbe stato un giorno un grand’uomo. Anche un italiano, che pure non lo conosceva, venne da lui e gli disse:  € Signore, lei deve aver fatto qualche grande opera; non so cosa sia,  a ma lo vedo nel suo viso. Un Francese che alla tal)le cVhote, gli sedeva dirimpetto, ad un tratto esclama, Je ooudrais savorice qu il penrse de nous autres j nous devom par altre hien petit s à ses yeiux ! Un inglese rifiuta assolutamente di cambiare posto con le parole: Voglio stare qui, perchè mi piace vedere la sua faccia intelligente. Nel riposo egli rassomiglia va a Beethoven; entrambi avevano la  stessa testa quadrata, ma il cranio di Schopenhauer dev’essere stato piu grande come lo prova la misura elle ne fu presa dopo la sua morie  e che recai un’idea delle prò pozioni straordinarie eli questa testa, E notevole la distanza che correva tra un occhio e V altro; egli non poteva  portare occhiali ordinari. Era di statura media, tarchiata e muscolosa,  aveva le spalle larghe ; In sua bella testa era portata da un collo troppo  breve per esser bello* Capelli biondi e ricci Liti circondavano la sua fronte e cadevano sulle sue spalle; quando era giovane, mustacchi biondi  coprivano la sua bocca ben formata, che coll'accrescersi degli anni  perdette la sua bellezza a misura che perdeva i denti. Il suo naso era  di bellezza speciale e cosi pure le sue piccole mani. Egli stesso faceva  una distinzione fra la fisionomia, intelletuale e morale à- un uomo; cercava la prima nelPocchio e nella fronte, la seconda nelle forme della  bocca e del mento. Era soddisfatto della sua fisionomia intellettuale,  ma non della sua fisionomia morale. Veste sempre bene e con eleganza, il.suo contegno era aristocratico e leggermente altero. Portava Senili re V abito, cravatta bianca e scarpe; i suoi abiti erano sempre dello  stesso taglio senza riguardo alla moda, eppure egli non pareva mai strano, talmente aveva adattato il vestito alla persona. He il popolo in istrada spesso lo seguiva collo sguardo, ne era causa il suo esteriore animato  dal fuoco dei genio, e non il suo vestito. Più tardi fu fatto il suo ritratto con la fotografia e colla pittura; la tradizione soltanto ci parla  dèi suo esteriore, quando era nel fiore degli anni virili. Velia biografia, del laborioso antiquario e storico I. E. Bolline! troviamo runica menzione fatta del viaggio di Schopenhauer a Roma.  Allora era un'epoca di misticismo per Parte e per la religione della  Germania, epoca che produsse nella storia un Biniseli, nell’arte un  Cornelius ed un Qverbeck. I giovani artisti tedeschi, chiamati dal loro  console ad ornare la di lui villa sul monte Pine io, avevano l'abitudine  di riunirsi quotidianamente con certi poeti e giornalisti nel caffè Greco,  diventato il punto d'incontro per tutti i Tedeschi di Bontà. Il poeta  Ruekert ed il novelliere L, Schefer, ottimisti per professione, frequentavano allora quella casa. Molti degli uomini più importanti della Germania allora viventi, si trovavano nella eterna città. Schopenhauer,  come gli altri, frequentava il caffè Greco, ma pare che il suo spirito  mefistofelico fosse un elemento disturbatore per i visitatori ordinari  che desideravano che egli si allontanasse. Un giorno egli annunciò alla  società che la nazione tedesca era la più stupida di tutte, ma che era  in un punto a tutte superiore, cioè che era arrivata al pùnto di poter  fare a meno della religione. Questa osservazione suscitò una tempesta  ili disapprovazioni, ed alcune voci gridarono: fuori! alla porta mettetelo fuori ! Dà quel giorno in poi il filosofo evitò il caffè Greco, ina  le sue opinioni sui Tedeschi rimasero inalterate.  La patria tedesca in me non si è allevato un patriota , disse un giorno ; e spesso anda dicendo ai suoi compatì lotti a francesi ed a inglesi che egli si vergoigmva di essere tedesco, piaceli è questo popolo era tanto stupido, a Se   io pensassi così della mia nazione , rispose un Francese,  almeno   non lo direi.   Questo Schopenhauer è un sala miste) (N&rr) insopportabile, scrive Bòhmer. Questi filosofi antitedeschi ed irreligiosi, dovrebbero essere tutti quanti rinchiusi pei bene comune, Schopenhauer non menava una vita santa ed ascetica, uè pretese  die gli altri lo credessero. Egli sprezzava le donne; considerava ibi more  sessuale come una delle manifestazioni più caratteristiche della volontà; tuttavia non era dissoluto. Sospirava con Byron : Più che vedo   gli uomini meno mi piacciono; tutto sarebbe bene se potessi dire lo stesso delle donne. Egli differiva dagli uomini ordinari, parlando  di ciò che gli altri sopprimono. I suoi discepoli troppo zelanti die credevano vedere qualcosa di divino in tutte le sue azioni, trassero alla  luce del giorno anche questi suoi discorsi e quindi attirarono sul maestro un’imputazione che egli non ha mai meritata. Le idee di Schopenhaner coincidevano con questa osservazione di Buddha ; Non v ? è passione più potente di quella dei sessi : di fronte a. questa nessun’ultra  merita d’essere menzionata; se ve ne fosse un'altra di questa forza,   per la carne non vi sarebbe più salute!  E di lì nacque senza dubbio il timore di Sdì operili auer  di non poter raggiungere il Nirvana ,  come egli disse con rincrescimento al dottor Grwinner. In mezzo a questi trastulli leggeri colla bellezza femminile gli  giunse ad un tratto la notizia che V antica ditta di Danzi e a, in cui era  implicata gran parte della sua sostanza e tutta quella di sua madre, era  minacciata di bancarotta. Senza indugio si trasferì in Germania; ia  perdita del suo avere era il male che Schopenhauer temeva maggior-  mente., il male che egli sapeva di poter sopportare più difficilmente,  tenuto calcolo del suo temperamento. Egli non era adatto a guada'  gnarsi il. pane; la sua intelligenza non era di quelle che si possono dare  in affitto. L’indipendenza materiale che egli aveva ereditata gli parve  sempre uno dei più grandi beni della sua vita, dacché s ! era tutto dedicato a suoi studi. Nei Par erga, sotto il titolo V on (lem was Einer hai, egli scrive : Non. istimo indegno della mia penna di raccomandare hi cura   della fortuna che si è acquistata per lavoro o per eredità. E 5 un vanfaggio inapprezzabile il possedere fin da principio quanto occorre per   vivere, sia anche solo e senza famiglia, comodamente ed in vera im.1L   pendenza, c 1 o è se iiz a 1 avocar e ; quèsto stato rende huomn esente ed   immune dalla privazione e quindi dalla servitù universale, sorte caie ninne dei mortali. Colui soltanto che dal destino fu favorito in questo   modo è veramente nato uomo libero, giacché soltanto egli è vwr j.arix,   padrone del suo tempo e delle sue facoltà e può dire ogni mattina ; il giorno è mio. Per questa ragione la differenza tra colui che hn mille ai a scudi d’entrata e colui clie ne La centomila- è molto minore di quella che corre tra il primo e colui che non La nulla. La fortuna ereditari si   acquista un sommo valore, quando cade in mano ad un uomo il quale, dotato di capacità intellettuali d’ordine elevato, segue tendenze incompatibili col lavoro pel pane quotidiano. Tale uomo ricevette da! destino un doppio corredo e può vivere pel suo genio; ma egli coniti pensa cento volte il debito contratto verso- V umanità, effettuando cosa   che nessun altro potrebbe effettuare, e producendo qualcosa pel bene ed anzi per V onore comuni, TTn altro in questa condizione privilegìata con tendenze filantropi eh e saprà meritarsi la gratitudine d elee l’umanità. D’altra parte sarà un pigro spregevole colui che si trote va in possesso d’ una fortuna ereditaria e non cerca in nessun modo, neppure acquistando a fondo qualche scienza, di rendersi utile all’umanità, a Questo ora- è riservato al più alto grado di perfezione iute Ilei-  ft tuale che noi al solito chiamiamo genio; il genio solo si occupa escili-  sivamente dell’esistenza e della natura delle cose, per poi esprimere  a i suoi concetti profondi, secondo la propria inclinazione, per mezzo dell’arte, della poesia e della filosofia. Pei uno spirito di questo genere il commercio non interrotto con sé stesso, co’ suoi pensieri e colle   sue opere è un bisogno urgente. Ad esso è cara la. solitudine, e l’ozio è il suo bene maggiore; il resto non gli è indispensabile, anzi talvolta gli è gravoso. Di tal uomo soltanto possiamo dire con ragione che   abbia in sé stesso il suo punto di gravità. Cosi si spiega perchè queste   persone tanto rare, anche se hanno il miglior carattere del mondo, non mostrano per gli amici, per la famiglia e pel bene comune quella a -simpatia ardente ed illimitata, di cui dispongono tanti altri; giacche   dopo tutto possono consolarsi d’ogin cosa finché hanno sé stessi. In   loro vive un elemento d'isolazione tanto più attivo quanto meno gli  altri possano dar loro soddisfazione; questi altri uomini, essi non li considerano interamente come loro pan; e dal momento che corniticiano a vedere che tutto a loro è eterogeneo, prendono l’abitudine di camminare in mezzo agli nomi ni, come se questi fossero esseri da loro   diversi; nei loro pensieri ne parlano come di terze persone, dicendo: essi, loro, e mai noi. Tln uomo munito di questa ricchezza interiore non chiede al mondo esterno nulla, all* infuori d'un dono negativo, cioè la libertà di svilappare e di migliorare le sue facoltà intellettuali, di godere la sua   ricchezza interiore, vale a dire di essere interamente a sé in ogni gioì no. in ogni ora e durante tutta la sua vita. Quando un uomo è destinato a lasciare l’impronta del suo intelletto all’intera razza umana,  egli non può conoscere che una sola gioia, cioè quella di vedere le  sue facolt-a riconosciute e di trovarsi in grado di compiere l’opera  e sua; oppure un rammarico e cioè d J esserne impedito. Ogni altra, cosa  « è insignificante ; e intatti troviamo clic in tutti i tempi le menti più elevate abbiano pregiato sopra ogni altra cosa E ozio, ed il valore di  quest'ozio equivale appunto al valore deli-uomo stesso. Volentieri Schopenhauer cita questa massima di Mienstone: la  libertà è un cordiale più fortificante del Tokay, Pieno dei più cupi presentimenti egli si portò con fretta in  Germania, (tra zi e alla sua energia e alla siili diffidenza d ogni prò Fessio-  nej riuscì a salvare la maggior parte della propria sostanza. Sua in mire  non volle prendere consiglio,, e quando venne la catastrofe finale essa  ed Adele rimasero quasi senza un centesimo, Questo incidente dimostra die Schopenhauer non era filosofo (/truche  e poco pratico; egli certamente non avrebbe inciampalo, guardando cri  ammirando le stelle ; al genio egli univa il senso pratico, una combinazione molto rara, la cui origine egli faceva risalire a suo padre negoziante. Ed è questa qualità che fa di Schopenhauer il vero filosofo pei  bisogni d’ogrii giorno, lasciando da parte il -suo pessimismo. Egli aveva  vissuto nel mondo e non era uno di quegli studiosi che vivono rinchiusi nel loro studio ; egli conosceva i bisogni e le richieste del mondo i  suoi aforismi ed assiomi non sono troppo elevati per essere messi in  pratica s oltreché sono esposti in linguaggio chiaro ed intelligibile ed  esprimono spesso le percezioni d’ogni mente che pensa.   Though man a tlilnkmg being is ci e fine d,   Few use thè great prerogative oi minti;   How few thiiik jusUy oì thè tliiriking few;   II ow manv n e ver inmk, who think they do.   Sfortunata incute il loro numero è infinito ed a loro non occorre  nè filosofo, nè poeta, uè artista; ginstinti sono per loro nella vita una  guida sufficiente. Mario Casotti. Keywords: volere, sì che Socrate si tramuti in Alcibiade! Grice: “And perhaps Socrates *becomes* Alcibiades!” die welt as will –volere – filosofia fascista  -- la volonta di potere, un invento della sorella di Nietzsche che piaceva a Hitler ---- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Casotti” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Casalegno, paolo. Italian philosopher author of “H. P. Grice” in “Filosofia del linguaggio.”

 

Luigi Speranza -- Grice e Cassio – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) Filosofo italiano. Tribuno della plebe della Repubblica romana C. (a destra), Marco Giunio Bruto (col volto girato) e gli altri congiurati pugnalano Giulio Cesare alle Idi di Marzo; particolare del dipinto di Camuccini, Morte di Giulio Cesare. Nome originale. Nascita: Roma Morte: Filippi Coniuge: Tertulla Figli: C. Gens: Cassia Tribuno militare sotto Marco Licinio Crasso Questura. Tribunato della plebe. C. Roma  – Filippi) è stato un filosofo e politico romano, tra i promotori della congiura che causò l'uccisione di Gaio GIULIO (si eda) Cesare. Appartenne alla gens Cassia, una famiglia patrizia riuscita ad accedere al consolato. C., dopo il matrimonio con Tertulla, figlia di Servilia, sembra avvicinarsi al partito degl’optimates guidato da CATONE (si veda) Uticense. Moneta coniata da Longino. Prende parte alla guerra contro i Parti, al fianco di Marco Licinio Crasso, salvandosi dal disastro di Carre, e riuscendo a respingere una loro successiva invasione che si era spinta fin sotto le mura di Antiochia. Nominato tribuno della plebe, allo scoppio della guerra civile si schierò dalla parte di Pompeo, che gli affidò il controllo di parte della sua flotta nelle acque del Mediterraneo. Dopo la battaglia di Farsalo e la morte di Pompeo in Egitto, egli decise di beneficiare della clemenza di Cesare: lo raggiunse dunque in Cilicia, vicino Tarso, da dove il dittatore sta pianificando l'attacco a Farnace. Nonostante il suo rapporto con Cesare si consolida, C. decide d’allontanarsi dalla corrente politica di Cesare per essere uno degl’organizzatori del complotto che portò costui alla morte.  Dopo l'assassinio del dittatore, C. insieme a Bruto, figlio di Servilia, fugge da Roma, timoroso delle rappresaglie messe in atto da MARC’ANTONIO (si veda), luogotenente di Cesare, e dall’emergente OTTAVIANO (si veda), futuro primo imperatore di Roma con il nome di Augusto. Come si apprende da un'epistola scritta a CICERONE (si veda) poco prima della battaglia di Modena, C. ottenne brillanti successi in Oriente. Recatosi ad Apamea, dove è assediata dai cesariani una legione pompeiana al comando di Quinto Cecilio Basso, riuscì a convincere i capi cesariani sul posto, Lucio Staio Murco e Quinto Marcio Crispo, a defezionare con le loro sei legioni e passare dalla sua parte. Poco dopo giunse dall'Egitto Aulo Allieno con altre quattro legioni, che a sua volta si unì a Cassio. Secondo alcune fonti Marcio Crispo tuttavia rifiutò di servirlo. C. disponeva ora di numerose legioni e si mosse per affrontare il cesariano Publio Cornelio Dolabella, che in precedenza aveva vinto e ucciso il cesaricida Gaio Trebonio. Tuttavia i due cospiratori non riuscirono a farla franca. Nel frattempo era stata emanata la lex Pedia, che condannava all'esilio i cesaricidi.  Cassio e Bruto vennero affrontati nella battaglia di Filippi da MARC’ANTONIO (si veda) ed OTTAVIANO (si veda). C. fu sconfitto da Marco Antonio; pensando che anche Bruto fosse stato sconfitto diede ordine ad un suo schiavo, Pindarus, di ucciderlo, usando la stessa daga con cui aveva pugnalato Cesare; Bruto, nonostante la parziale vittoria ottenuta su Ottaviano, fu successivamente raggiunto ed accerchiato dagli uomini di Marco Antonio. Il 23 ottobre del 42 a.C. Bruto, vedendosi sconfitto, si suicidò.  Plutarco riferisce che Cassio era seguace di Epicuro.  Cassio viene definito da più fonti come Ultimus Romanorum, l'ultimo dei romani a incarnare i valori e lo spirito romano: il riferimento è in Tacito, che cita a sua volta lo storico Cremuzio Cordo: «Sotto il consolato di Cornelio Cosso e Asinio Agrippa fu sottoposto a giudizio Cremuzio Cordo per un reato di nuovo genere, noto allora per la prima volta: negli annali da lui scritti, dopo aver elogiato M. Bruto, aveva chiamato Cassio l'ultimo dei romani"[5].  Letteratura Dante lo pone nell'ultimo girone dell'Inferno (Inferno), la Giudecca, ove si puniscono i traditori dei benefattori. Assieme a Giuda Iscariota ed a Marco Giunio Bruto, è costantemente maciullato dalle fauci di Lucifero.  Cassio è uno dei protagonisti della tragedia Giulio Cesare di Shakespeare.  Note ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, Syme, La rivoluzione romana Cassio, epistola a Cicerone ex castris Taricheis, in Charles Chaulmer, Les Epitres familières de Ciceron en latin et en françois., edd. Antoine e Horace Molin, 1689 ^ Broughton, T. Robert S., The Magistrates of the Roman Republic, Annales, Sermonti, Inferno, Rizzoli. Bosco e Reggio, La Divina Commedia - Inferno, Le Monnier 1988. Voci correlate Gaio Giulio Cesare Marco Giunio Bruto Battaglia di Filippi Marco Antonio Augusto Ultimus Romanorum Altri progetti Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Càssio Longino, Gàio (uomo politico e questore), su sapere.it, De Agostini. Gaius Cassius / Gaius Cassius Longinus, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Gaio Cassio Longino / Gaio Cassio Longino (altra versione), su Goodreads. V · D · M Guerra civile romana V · D · M Guerra civile romana V · D · M Cesaricidi Portale Antica Roma   Portale Biografie   Portale Età augustea Categorie: Politici romani del I secolo a.C.Morti nel 42 a.C.Morti il 3 ottobreNati a RomaCassiiGovernatori romani della SiriaMorti per suicidioPersonaggi citati nella Divina Commedia (Inferno)EpicureiCesaricidi[altre] Cassio, one of those who assassinated Giulio Cesare, was a follower of the philosophy of The Garden. He converted to the sect after an earlier interest in the Porch, and defended his new philosophy in correspondence with his friend Cicerone. Gaio Cassio Longino. Cassio.

 

Luigi Speranza -- Grice e Cassiodoro: -- vide under Briuzi --. noble Italian philosopher. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e Cassiodoro," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia

 

Luigi Speranza -- Grice e Castelli   

 

Luigi Speranza -- Grice e Castiglioni  -- Luigi Speranza (Casatico). Filosofo italiano. Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Baldassarre Castiglione (disambigua). Baldassarre Castiglione  Raffaello, Ritratto di Baldassarre Castiglione, 1514-1515 Signore di Casatico Stemma Nascita Casatico, 6 dicembre 1478 Morte Toledo, 8 febbraio 1529 (50 anni) Luogo di sepoltura Santuario delle Grazie Dinastia Castiglione Padre Cristoforo Castiglione Madre Luigia (Aloisia) Gonzaga Consorte Ippolita Torelli Figli Camillo Anna Ippolita Religione Cattolicesimo Baldassarre Castiglione, anche chiamato Baldassar e Baldesar (Casatico, 6 dicembre 1478 – Toledo, 8 febbraio 1529), è stato un umanista, letterato, diplomatico e militare italiano, al servizio dello Stato della Chiesa, del Marchesato di Mantova e del Ducato di Urbino.   Casatico, ingresso di Corte Castiglioni, luogo di nascita di Baldassarre, con stemma della famiglia La sua prosa e la lezione che offre sono considerate una delle più alte espressioni del Rinascimento italiano[1]. Soggiornò in molte corti, tra cui quella di Francesco II Gonzaga a Mantova, quella di Guidobaldo da Montefeltro a Urbino e quella di Ludovico il Moro a Milano. Al tempo del sacco di Roma fu nunzio apostolico per papa Clemente VII. La sua opera più famosa è Il Cortegiano, pubblicata a Venezia nel 1528 e ambientata alla corte d'Urbino, presso la quale l'autore aveva potuto vivere pienamente la propria natura cortigiana. Tema cardine del libro è la trattazione, in forma dialogata, di quali siano gli atteggiamenti più consoni a un uomo di corte e a una "dama di palazzo", dei quali sono riportate raffinate ed equilibrate conversazioni che l'autore immagina si tengano durante serate di festa alla corte dei Montefeltro attorno alla duchessa Elisabetta Gonzaga.  Biografia Le origini e la formazione Baldassarre Castiglione  Tiziano, Ritratto di Baldassarre Castiglione, 1529 circa Nascita Casatico, 6 dicembre 1478 Morte Toledo, 8 febbraio 1529 Cause della morte febbre Luogo di sepoltura Grazie (Curtatone), Santuario delle Grazie Etnia italiana Religione cattolica Dati militari Paese servito Marchesato di Mantova  Ducato di Urbino Unità Cavalleria Battaglie Assedio della Mirandola 1510 voci di militari presenti su Wikipedia Manuale Figlio di Cristoforo Castiglione (1458-1499), uomo d'armi alle dipendenze del marchese di Mantova Ludovico Gonzaga e di Luigia Gonzaga (1458-1542), Baldassarre nacque a Casatico, nel mantovano, il 6 dicembre del 1478[2]. Proveniente da una famiglia dedita per necessità al culto delle armi e al prestar servizio presso signori più potenti[3], all'età di dodici anni fu inviato, sotto la protezione del parente Giovan Stefano C.[4], alla corte di Ludovico il Moro, signore di Milano, ove studiò alla scuola degli umanisti Giorgio Merula, per quanto riguarda il latino, e Demetrio Calcondila, per il greco[5]. Si impratichì invece della letteratura italiana, appassionandosi in particolar modo a Petrarca, Dante, Lorenzo il Magnifico e Poliziano, sotto l'umanista bolognese Filippo Beroaldo[6]. Per quanto riguarda l'esercizio e la pratica delle armi, si formò insieme a Pietro Monte[7]. Purtroppo il soggiorno milanese, funestato negli ultimi anni dalla morte della duchessa Beatrice d'Este e del padre in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Fornovo del 1495, dovette terminare e costrinse il C., in quanto figlio primogenito, a occuparsi degli interessi familiari a fianco della madre[2].  La parentesi gonzaghesca Nel 1499 tornò a Mantova al servizio di Francesco II Gonzaga, marito di Isabella d'Este[N 1], anche se, secondo la Cartwright, C. non fu mai attratto dalla personalità rude del marchese[8]. Qui, proseguendo la tradizione familiare, si mise al servizio di Francesco II quale cavaliere, seguendolo prima a Pavia e poi nuovamente a Milano, dove assistette all'entrata trionfale di re Luigi XII di Francia il 5 ottobre[5]. Rientrato a Mantova, Baldassarre si prestò a servire il suo signore come funzionario marchionale (fu castellano di C. nel Mantovano durante la ridiscesa di Ludovico il Moro a Milano[9]) e, nell'autunno 1503, lo seguì nel Mezzogiorno ad affrontare gli spagnoli nella battaglia del Garigliano, subendo, in quel 29 dicembre, una cocente sconfitta[2].  Al servizio del Ducato d'Urbino Una corte cosmopolita  Raffaello, Ritratto di Guidobaldo da Montefeltro, 1506 circa Nel frattempo il duca d'Urbino Guidobaldo da Montefeltro, rientrato in possesso dei suoi domini dopo la morte di Alessandro VI[10], scese a Roma per rendere omaggio al nuovo papa Giulio II[5]. Con la diretta conoscenza di Roma, di Urbino e del duca Guidobaldo, C. provò «il fascino, tanto diverso, ma egualmente profondo, delle due città»[4] rispetto alla più provinciale Mantova. Grazie anche all'interesse della duchessa Elisabetta Gonzaga, ottenne così di essere dispensato dal servigio al signore gonzaghesco per trasferirsi nella più promettente e amena città marchigiana[11], anche se ciò suscitò nel marchese Francesco II un certo risentimento verso il suo ex servitore[12]. Così, nel 1504, iniziò forse il periodo più felice per il nobile C., entrando al servizio di una corte più fastosa ed elegante di quella mantovana. Pur militando per il duca d'Urbino ed essendo a capo di un manipolo di cinquanta uomini[2][13], egli poté frequentare la corte urbinate, vero centro cosmopolita di ingegni e centro d'eleganza:  «A Urbino il C. s'incontrò con un comitato di persone egregie, quali innanzitutto le due nobili dame, la duchessa Elisabetta Gonzaga e madonna Emilia Pio, cognata della prima, e poi con uomini d'ingegno come Ottaviano Fregoso [...] Federico Fregoso poi arcivescovo di Palermo, Cesare Gonzaga, cugino del C., Giuliano de' Medici, il minore dei figli di Lorenzo il Magnifico...»  (Russo, p. 510)  Luigi Russo ricorda poi anche il conte Ludovico di Canossa e l'ormai celebre letterato veneziano e futuro cardinale Pietro Bembo[14]. Alla corte urbinate il C. poté vivere appieno la sua natura cortigiana, dedicandosi alla letteratura e al teatro. Nel primo caso, si occupò dell'allestimento scenico prima dell'egloga Tirsi (1506), poi nel 1513 de La Calandria, l'opera teatrale dell'amico e futuro cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena[2][15]. In secondo luogo, raffinò ulteriormente la sua attività cortigiana, ponendo le basi per l'esposizione teorica del buon cortigiano nell'opera omonima.  Le ambascerie e le missioni militari  Tiziano, Ritratto di Francesco Maria Della Rovere, 1538 circa La residenza a Urbino non fu però statica: impiegato dal suo signore quale ambasciatore, fu nell'autunno/inverno 1506[16] in Inghilterra alla corte di Enrico VII Tudor per ringraziare il sovrano inglese della concessione a Guidobaldo dell'onore di far parte dell'Ordine della Giarrettiera[17][18][19]. Fu in quest'occasione che dedicò al sovrano inglese la Epistola de vita et gestis Guidubaldi Urbini Ducis[2]. Ancora, nel maggio 1507 fu a Milano per rappresentare il duca presso Luigi XII di Francia[20], ma fu spedito anche a Roma come ambasciatore, visti gli strettissimi legami feudali che intercorrevano tra la Santa Sede e il Ducato d'Urbino, ora che il titolo ducale era passato a Francesco Maria I della Rovere, parente di Giulio II (1508)[21]. Nel frattempo, agli inizi del ducato di Francesco Maria, C. era stato nominato dal nuovo duca di Urbino podestà di Gubbio affinché i suoi cittadini rimanessero fedeli alla causa roveresca, riuscendovi[22]. Durante questi anni l'umanista partecipò anche alle imprese belliche del papa guerriero, quale per esempio l'assedio della Mirandola che si svolse dal 19 dicembre 1510 al 20 gennaio 1511 o la presa di Bologna da parte delle truppe urbinate[2]. Dimostratosi devoto alla causa del suo signore, questi gli concesse il 2 settembre 1513 il castello di Nuvilara, nel Pesarese, col titolo di conte[22][23][24].  Presso la Roma di Leone X  Raffaello, particolare con Leone X Fu questa l'intellighenzia artistico-culturale ereditata dal nuovo pontefice, Leone X, dalla Roma di Giulio II. Figlio di Lorenzo il Magnifico e amico del duca e di C.[25], ebbe come ambasciatore di Francesco Maria proprio quest'ultimo, che doveva rimanere nella capitale della cristianità per seguitare a fare gli interessi rovereschi[26]. I tre anni che Baldassarre C. passò alla festosa corte pontificia fecero credere al cortigiano mantovano di «avere la sensazione che la corte [pontificia, n.d.r.] fosse quasi un duplicato di quella urbinate»[2]: l'aver ritrovato gli antichi amici del periodo montefeltrino, la loro frequentazione, l'essere entrato in contatto con Raffaello e con Michelangelo, stabilendo rapporti cordiali con loro, gli fecero credere del ritorno all'epoca felice delle feste e delle conversazioni che spesso C. intratteneva con la colta duchessa Elisabetta Gonzaga. Come scrive il Mazzuchelli a tal proposito:  «Il Conte quivi egualmente servì il Duca ed attese a' geniali suoi studj, conversando frequentemente col Bembo, col Sadoleto, col Tibaldeo, e con Federigo Fregoso, e coltivando i più chiari Professori delle belle arti, cioè Raffaello d'Urbino, Michelangelo Buonarroti, e altri principali Pittori, Scultori ed Architetti.»  (Mazzuchelli, p. 19)  Inoltre, a partire dal 1513, l'autore iniziò la stesura del Cortegiano, dando principio della sua attività anche di scrittore[27]. Purtroppo, la politica del nuovo pontefice rovinò questa chimera. Leone X, infatti, desideroso di elevare la sua famiglia, dichiarò decaduto il duca Francesco Maria a favore del nipote Lorenzo II, nonostante il parere negativo del fratello del pontefice, Giuliano de' Medici duca di Nemours[28]. L'installarsi dei nuovi signori, la fuga del duca a Mantova e la dichiarata fedeltà alla causa roveresca da parte del C. lo costrinsero a lasciare Roma per far ritorno nei suoi vecchi domini di Casatico[15][29].  Il secondo periodo mantovano  Tiziano, Ritratto di Federico II Gonzaga, 1529 circa Rientrato a Mantova, il 15 ottobre 1516 sposò la quindicenne[30] Ippolita Torelli, figlia di Guido Torelli e di Francesca Bentivoglio[25]. Ristabiliti cordiali rapporti col signore di Mantova Francesco II Gonzaga, C. trascorse degli anni abbastanza tranquilli (si ricorda una gita a Venezia in compagnia della sposa e della corte gonzaghesca[31]) finché nel 1519, divenuto marchese di Mantova il giovane Federico II, fu rimandato a Roma per consolidare la posizione del nuovo signore presso papa Leone X[32]. Nel contempo contribuì anche alla causa roveresca facendo sì che, non appena morì Leone X, il collegio cardinalizio lo reintegrasse nei suoi domini appena riconquistati con le armi[33].  Al servizio del papato Rimasto vedovo nel 1520, C. si fece prete per provvedere ai propri bisogni materiali[2] e ricevette la conferma del suo nuovo stato col breve del 9 giugno 1521 da parte del pontefice medesimo[4]. Mandato a Roma al conclave che elesse Adriano VI nella speranza che venisse nominato pontefice il cardinale Scipione Gonzaga[2], servì sotto Federico Gonzaga ancora come cortigiano e comandante militare[34][35], ma non c'era più la felicità e il brio della corte urbinate e della Roma medicea:  «Non c'è più l'entusiasmo, la baldanza, la serenità fiduciosa di quegli anni giovanili; ormai per lui le fatiche non sono più piaceri come lo erano allora; alla lieta spensieratezza del giovane è subentrata la gravità dell'uomo che ha vissuto, lavorato e sofferto, dell'uomo quale noi conosciamo, calmo, equilibrato ed un poco triste per tutto quel male che è intorno a lui, ma che lo ha lasciato puro di ogni macchia.»  (Bongiovanni, p. 40)  Tutto questo cambiò quando, nel 1523, fu eletto al soglio pontificio il cardinale Giulio de' Medici col nome di Clemente VII.  Nunzio in Spagna  Tiziano, Ritratto di Carlo V seduto, 1548 «jeri N. Sign. [i.e. il papa Clemente VII] mandò per me, e con molte buone parole e troppo a me onorevoli fecemi un discorso dell'amore, che egli sempre mi avea portato per merito mio, e della fede che avea in me; ed estendendosi molto sopra questo, mi disse che adesso gli accadea farmi testimonio della confidenza, che aveva della persona mia: e questo, che essendogli necessario mandare un uomo di qualità appresso Cesare [i.e. l'imperatore Carlo V], dove si ha da trattar la somma delle cose non solo della Sede Apostolica, ma d'Italia e di tutta la Cristianità, dopo lo aver discorso tutti quelli, di chi egli si potesse servire in questo luogo, non avea trovato persona da chi sperasse esser meglio servito che da me; e però desiderava che io mi contentassi di accettar questa impresa, la quale era la più importante che in questo tempo avesse per le mani.»  (Baldessar C., Lettere, vol. 1, p. 133)  Con queste parole l'umanista riferiva a Federico Gonzaga della nomina, annunciata il 19 luglio 1524 da parte del papa, a nunzio apostolico in Spagna presso l'imperatore Carlo V[2]. Sciolto dal legame con il marchese di Mantova, il 7 ottobre del medesimo anno[2][36] egli partì da Roma per occuparsi di quest'incarico. La missione non era delle più facili, in quanto il giovane imperatore era in lotta con il re di Francia Francesco I per la supremazia in Italia, dove si giocava anche la sicurezza e la credibilità dello Stato Pontificio. Sconfitto il re di Francia nella battaglia di Pavia del 1525, Clemente VII, che per arginare lo strapotere imperiale si era alleato ai francesi, fu invaso dalle truppe spagnole e tedesche dando origine al terribile sacco di Roma del 1527. Il letterato fu accusato ingiustamente dal papa di non aver saputo prevedere l'evento[37], nonostante col cardinale Salviati avesse presentato un memoriale con cui il pontefice si congratulava della vittoria imperiale[38]. Gli ultimi anni li dedicò alla stampa del Cortegiano, uscito a Venezia per interesse del Bembo nel 1528, e alla disputa con Alfonso de Valdés riguardo all'ortodossia cattolica[2].   Interno del santuario di Santa Maria delle Grazie La morte Colpito da attacchi febbrili, C., riabilitato dalla Curia, morì a Toledo l'8 febbraio 1529[2]. Fu inizialmente sepolto, per volontà dell'imperatore che aveva sempre avuto grande stima di lui, nella cappella di Sant'Ildefonso nella Metropolitana di Toledo[39]. Ai parenti che giunsero in Spagna, l'imperatore Carlo rimpianse solennemente con queste parole il nunzio appena scomparso:  (ES) «Yo vos digo que ha muerto uno de los mejores caballeros del mundo.»  (IT) «Io vi dico che è morto uno dei migliori gentiluomini del mondo.»  (Aneddoto di Carlo V riportato in Ferroni, p. 7 e in Russo, p. 510)  Dopo sedici mesi l'anziana madre, volendo adempiere alla disposizione testamentaria del figlio, fece trasferire la sua salma a Mantova per tumularla, accanto a quella della moglie, nel santuario di Santa Maria delle Grazie, alle porte della città, nella tomba allestita da Giulio Romano[40]. Nella colonna di sinistra a lato del sarcofago è inciso l'epitaffio latino dettato da Pietro Bembo:  (LA) «Baldassari Castilioni Mantuano omnibus naturae dotibus plurimis bonis artibus ornato Graecis litteris erudito in Latinis et Hetruscis etiam poetae oppido Nebulariae in Pisauren[si] ob virt[utem] milit[arem] donato duab[us] obitis legation[ibus] Britannica et Romana Hispanien[sem] cum ageret ac res Clemen[tis] VII pont[ificis] max[imi] procuraret quattuorq[ue] libros de instituen[da] regum famil[ia][N 2] perscripsisset postremo eum Carolus V imp[erator] episc[opum] Abulae creari mandasset Toleti vita functo magni apud omnes gentes nominis qui vix[it] ann[os] L m[ense]s II d[iem] I Aloysia Gonzaga contra votum superstes fil[io] b[ene] m[erenti] p[osuit] ann[o] D[omini] MDXXIX»  (IT) «A Baldassare C. mantovano, adorno di tutte le doti naturali e di moltissime belle arti, erudito nelle lettere greche e in quelle latine e italiane anche poeta. Avuto in dono per il suo valore militare il castello di Novilara nei pressi di Pesaro, portate a termine due legazioni in Inghilterra e a Roma, mentre conduceva quella in Spagna e curava gli interessi del pontefice massimo Clemente VII, completò di scrivere i quattro libri del Cortegiano; infine, dopo che l'imperatore Carlo V ordinò che venisse creato vescovo di Avila, concluse la sua vita a Toledo godendo di grande rinomanza presso tutti i popoli. Visse anni 50, mesi 2 e 1 giorno. La madre Luigia Gonzaga, superstite contro il proprio desiderio, al figlio benemerito pose questo monumento nel 1529.»  (Epigrafe di Baldassare C., riportata in Mazzuchelli)  Discendenza Baldassarre e Ippolita ebbero tre figli:[2][41]  Camillo (1517-1598), condottiero Anna (1518 - ?), sposò Alessandro dei conti d'Arco e quindi il conte Antonio Ippoliti di Gazoldo Ippolita (1520 - ?), sposò Ercole Turchi di Ferrara Ascendenza Genitori Nonni Bisnonni Baldassarre C. Cristoforo C.Antonia da Baggio   Cristoforo C.   Polissena Lisca Alessandro Lisca Amante da Fogliano   Baldassarre C.   Antonio Gonzaga Luigi Gonzaga     Luigia Gonzaga   Luigia Gonzaga   Francesca degli Uberti Gianfrancesco degli Uberti     Bianca Gonzaga     Pensiero Uno scrittore non professionista  Panoramica del Palazzo dei duchi di Urbino, ove C. visse parte della sua vita C. non fu uno scrittore professionista al pari di Pietro Bembo o di Ludovico Ariosto. La sua testimonianza letteraria, a partire dall'opera maggiore fino alle prove minori, era inquadrata da un lato nel tentativo di celebrare un modello di cortigiano ideale in un'epoca in cui il principato era diventato la realtà quasi assoluta nel contesto geopolitico italiano dell'epoca; nel secondo, invece, era quella di un'esibizione della sua cultura personale ai fini sempre della cortigianeria. Come scrive Giulio Ferroni: «la sua cultura ricca e varia non è però [...] la cultura di un professionista: la letteratura è per lui espressione del suo essere gentiluomo e un modo di partecipare alla vita della società nobiliare»[15]. Semmai, piuttosto, se si prende il Cortegiano quale misura del mondo C.sco, si può anche parlare di doverosa testimonianza di un mondo che non c'è più, «un luogo mitico, immagine di una felicità perduta»[27][N 3] devastata poi dalle guerre per il potere e il dominio tra gli uomini[N 4]. Lasciando parola all'autore stesso:  «...e come nell’animo mio era recente l’odor delle virtú del duca Guido e la satisfazione che io quegli anni aveva sentito della amorevole compagnia di così eccellenti persone, come allora si ritrovarono nella corte d’Urbino, fui stimulato da quella memoria a scrivere questi libri del Cortegiano; il che io feci in pochi giorni, con intenzione di castigar col tempo quegli errori, che dal desiderio di pagar tosto questo debito erano nati.»  (C., Dedica, I, p. 13)  Il perfetto cortigiano In un'epoca in cui la cortigianeria era divenuto il nuovo modello del vivere sociale presso i potenti C. fu, nella schiera dei principali letterati dell'epoca, il «precettista della vita di corte»[42]. Nel quadro della corte feltrina e poi roveresca, il C. delinea una serie di modi di porsi e di comporsi da parte del cortigiano, oltreché a precise indicazioni sulla sua condotta e alla sua formazione culturale e fisica. In sostanza, il Cortegiano si presenta quale «moderno erede della pedagogia umanistica»[43] in quanto l'uomo che vi si raffigura è «un uomo versatile e aperto, duttile e completo; è esperto di armi e di politica, ma sa anche di lettere, filosofia ed arti, è raffinato ma senza affettazione, è coraggioso e valente, ma senza ostentazione»[43]. In sostanza, è un trattato di pedagogia rivolto a chi vive nel mondo ristretto ed elitario delle corti.  Grazia e sprezzatura  Bernardino Campi, Baldassarre C. Doti fondamentali su cui si deve poggiare il cortigiano per C. sono la grazia e la sprezzatura. La grazia del cortigiano, propria di una specifica classe aristocratico-nobiliare[44], è essenziale alla vita di corte in quanto «la grazia, le maniere gentili e amabili sono dunque le condizioni che permettono al gentiluomo di conquistare "quella universal grazia de' signori, cavalieri e donne"»[45]. Sempre seguendo il ragionamento di Maria Teresa Ricci, «la grazia appare dunque come una specie di abilità che ha per scopo di piacere e convincere. Il cortegiano, come l'oratore, deve saper commuovere, persuadere, convincere gli altri. Egli deve essere in grado di dare sempre una "buona opinione" di sé»[46]. In sostanza, deve saper apprendere questa capacità per poter vivere nell'ambiente di corte. La grazia però è connessa con la cosiddetta sprezzatura, ossia la non visibilità dello sforzo con cui il cortigiano fa manifesto della grazia acquisita, qualità contrapposta all'affettazione, ossia «l'ostentazione di un comportamento ricercato, di cui risulta sottolineata l'innaturalezza e artificiosità»[47]:  «Ma avendo io già più volte pensato meco onde nasca questa grazia, lasciando quelli che dalle stelle l'hanno, trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano più che alcuna altra, e ciò è fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l'arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi.»  (C., I, XXVI, p. 45)  Il C. però propone, nonostante la naturalezza della sua teoria, una vita che sia mimesi di quella reale: il cortigiano agisce «in un teatro delle apparenze»[48] nel quale invece è l'affettazione a dominare sulla sprezzatura e non l'incontrario.  L'esaltazione delle lettere Nella discussione dialogica del Cortegiano emerge poi la supremazia artistica e formativa delle lettere tra le qualità del cortigiano. Per C. «la vera gloria degli uomini è quella che si commenda "al sacro tesauro delle lettere"»[49] in quanto tutti gli antichi, compresi i conquistatori e i politici[50], ne seguirono le orme per una gloria duratura nei secoli.  Consigliere del principe  L'umanista olandese Erasmo da Rotterdam propose un modello pedagogico e politico in buona parte simile a quella del C. Nel IV libro del Cortegiano si tratta dei rapporti tra cortigiano e principe. Il discorso, tenuto da Ottaviano Fregoso, tratta di un argomento che risulta «inatteso, in qualche modo disomogeneo con le prime tre parti dell'opera»[51]. Il tono del discorso, infatti, risulta molto più serio e concreto, in quanto il Fregoso (sotto il quale si cela l'animo dell'autore) denuncia la degenerazione delle corti dovuta a cortigiani inetti e all'immoralità dei principi. Sarà dunque il cortigiano perfetto, quello delineato nei primi tre libri, a dover “correggere” questo stato di cose, educando e consigliando il principe sulla strada della virtù. Il modello del principe di C., che si rifà ancora all'Umanesimo quattrocentesco di Coluccio Salutati e Matteo Palmieri e che trova riscontri nella pedagogia erasmiana dell'Institutio principis christiani[52], è quanto mai lontano da quello machiavelliano: se entrambi concordano sulla necessità della virtù del principe per governare, C. si propone di allontanare dall'immoralità il principe, la stessa che invece Machiavelli dichiara essere necessaria per il governo dello Stato nei casi di necessità:  «Il fin adunque del perfetto cortegiano, del quale insino a qui non s’è parlato, estimo io che sia il guadagnarsi per mezzo delle condicioni attribuitegli da questi signori talmente la benivolenzia e l’animo di quel principe a cui serve, che possa dirgli e sempre gli dica la verità d’ogni cosa che ad esso convenga sapere, senza timor o periculo di despiacergli; e conoscendo la mente di quello inclinata a far cosa non conveniente, ardisca di contradirgli, e con gentil modo valersi della grazia acquistata con le sue bone qualità per rimoverlo da ogni intenzion viciosa ed indurlo al camin della virtú.»  (C., IV, 5, p. 241)  Come fanno notare Salvatore Guglielmino ed Hermann Grosser, però, il modello politico del cortigiano C.sco è simbolo di una crisi di valori per cui il suo campo d'azione presso il principe non è quello di un primus inter pares, quanto solo quello di un mero consigliere, preludio alla trasformazione del cortigiano nel mero secretario custode dei segreti indiscutibili del principe[53].  La dama di corte  Raffaello, Ritratto di Elisabetta Gonzaga, 1504-1505 Corrispettivo dell'uomo di corte deve essere la dama di palagio, che nell'opera assume una posizione rilevante grazie alla figura della duchessa Elisabetta Gonzaga, della cognata Emilia Pio, di Costanza Fregoso e Margherita Gonzaga[54]. Secondo quanto disposto dal C. nel III libro della sua opera, la dama di palazzo (o di corte) deve essere istruita nelle belle lettere, nelle arti, nella musica e nella danza, oltre ad essere al contempo una buona moglie ed una buona madre di famiglia[55][N 5]: deve essere dunque una donna «honesta», vocabolo che non indica l'onestà come virtù morale, quanto l'adozione di certi valori etici e sociali da cui ci si aspetterebbe da una donna di buoni costumi così come delineati nell'opera. Per quanto riguarda la dama non ancora sposata, sarà necessario che essa ami soltanto chi è disponibile a maritarsi con lei e deve rivolgere le attenzioni maschili a discorsi virtuosi ed onesti, disdegnando invece le promesse d'amore fatte in modo vago e senza alcun preciso intento di mantenerle[55]. Fulcro della perfezione della donna di corte è rappresentato dalla duchessa Elisabetta Gonzaga, come delineato da Uberto Motta:  «Elisabetta è la segreta sorgente a cui C. riconduce le ragioni più intime della sua scrittura: nei temi, nei generi e nelle forme. Da lei, e dall’incontro con lei, viene fatta discendere la scoperta e la rivelazione di un nuovo modo di essere al mondo: la duchessa è una donna unica, l’esclusivo prototipo della virtù e del valore, la sola compagna all’altezza del fine animo di Guidubaldo, e a dispetto degli infortuni politici dello stato, e delle tristezze procuratele dallo sterile matrimonio e dalla vedovanza.»  (Motta, Sotto il segno di Elisabetta. Il mito della duchessa)  La questione della lingua All'inizio del '500, davanti alla rinascita dell'interesse del volgare dovuto all'umanesimo omonimo, ci si pose quale dovesse essere il veicolo comunicativo da utilizzare fra gli italiani e quali dovessero essere i modelli di questa lingua. Secondo Uberto Motta, C. si pone nella linea dell'anticiceronianesimo appreso alla scuola milanese del Calcondila e del Merula[56], rispondendo a quella che i critici vaglieranno come teoria cortigiana, opposta a quella che in quegli anni Pietro Bembo stava elaborando e che vedrà la luce con le Prose della volgar lingua del 1525. Claudio Marazzini sintetizza così la teoria cortigiana: «la differenza tra questo ideale linguistico e quello di Bembo sta nel fatto che i fautori della lingua cortigiana non volevano limitarsi all'imitazione del toscano arcaico, ma preferivano far riferimento all'uso vivo di un ambiente sociale determinato, quale era la corte»[57]. Infatti tale posizione viene esplicitata da Federico Fregoso nel Cortigiano nel I libro:  «Però io laudarei che l’omo, oltre al fuggir molte parole antiche toscane, si assicurasse ancor d’usare, e scrivendo e parlando, quelle che oggidí sono in consuetudine in Toscana e negli altri lochi della Italia, e che hanno qualche grazia nella pronuncia.»  (C., Cortegiano)  Opere Il Cortegiano  Lo stesso argomento in dettaglio: Il Cortegiano. «Il tempo che egli passò in Urbino fu dunque quello che maggiormente influì a dare quasi il segno all'arte sua. Il libro del Cortegiano vide la luce assai appresso, ma non può negarsi che l'atteggiamento che egli prende di fronte alla sua arte, di lì sia venuto.»  (Bongiovanni)   Edizione inglese del 1603 a partire da quella di Thomas Hoby del 1561 La sua fama è legata a Il libro del Cortegiano, trattato in quattro libri in forma dialogica. Scritto in varie fasi tra il 1508 e il 1524[58], il Cortegiano si ambienta nel 1507, quando il duca Guidobaldo era ancora vivo, e fu stampato nel 1528 a Venezia[27]. Nel signorile ambiente della corte di Urbino si svolgono, in quattro serate, dei dialoghi in cui si disegna l'ideale figura del perfetto cortigiano: nobile di stirpe, vigoroso, esperto delle armi, musico, amante delle arti figurative, capace di comporre versi, arguto nella conversazione. Tutto il suo comportamento doveva dare impressione di grazia e eleganza. Simile a lui la perfetta "dama di palazzo". Serve così a comprendere non una realtà d'epoca, ma le aspirazioni di una classe a una vita contraddistinta da un elegante ordine razionale, un'idea di bellezza che desse alla vicenda terrena un significato superiore ed eterno. L'opera ebbe immediata e generale fortuna in Europa e servì da modello, anche come prosa, benché non conforme ai precetti di Pietro Bembo: nel Cortegiano si espone anche un ideale di compostezza armoniosa nel campo della produzione in prosa, contraddistinta da elevatezza di impianto generale, ricchezza e fluidità, duttilità a registri diversi di scrittura.  Tirsi  Frontespizio delle opere latine e volgari di Baldesassar C., presso Giuseppe Comino, Padova 1733 Il Tirsi è un'egloga in 55 ottave[59], elaborata insieme al cugino e amico Cesare Gonzaga, che celebra i vari letterati presenti alla corte urbinate, riconoscibili tramite i versi che sono stati da loro scritti. La scena si apre con il lamento del pastore Iola per il rifiuto dell'innamorata ninfa Galatea di unirsi a lui, quando interviene Tirsi che esalta una divinità locale (dietro cui c'è Elisabetta Gonzaga) e tutti coloro che si sono posti sotto la sua protezione[60]. Il chiaro retaggio virgiliano dell'opera è dovuto al fatto che i personaggi che vi compaiono appaiono tutti nelle Bucoliche del poeta mantovano[61], ma vi si intravedono anche stilemi tratti da Orazio, Ovidio e Catullo, oltreché la metrica adottata nell'Orfeo del Poliziano[62]. Fu stampato per la prima volta nel 1553 a Venezia a cura di Anton Giacomo Corso[63].  Rime La produzione in ambito poetico è alquanto esigua, anche se nell'epitaffio mortuario del Bembo si parla di «litteris [...] hetruscis etiam poetae». Le rime, concentrate nel periodo urbinate[64], per C. appaiono «come strumento di estrinsecazione dell'identità del cortigiano»[65] e risentono del petrarchismo cortigiano[65] oltreché dall'influenza poetica classica[66]. Constano di due canzoni e di cinque sonetti[67], stampati dall'abate Serassi nel 1771 nel secondo volume delle Lettere[68].  Carmina Consistono in un'egloga intitolata Alcon, dedicata in morte dell'amico Domizio Falcone[69] e basata su metri e tematiche estratte dalle Bucoliche e dalle Georgiche virgiliane[70], in un poemetto col titolo Cleopatra, in elegie e in epigrammi[68]. Furono raccolti per la prima volta da Giovanni Antonio e Gaetano Volpi nell'edizione delle Opere volgari e latine del 1733 in numero di diciotto, cui ne fu aggiunto un altro inedito nell'edizione delle Poesie volgari e latine del 1760 curata da Pierantonio Serassi per un insieme di diciannove carmi. Per la precisione, i titoli sono i seguenti: Alcon, Cleopatra, Prosopopoeia Ludovici Pici Mirandulani, De Elisabella Gonzaga canente, Elegia qua fingit Hippolyten suam ad se ipsum scribentem, Ad puellam in litore ambulantem, Ad eamdem, De morte Raphaelis pictoris, De Paullo canente, De viragine, Ad amicam, Epitaphium Gratiae puellae, Insignium domus Castilioniae descriptio, Hippolytae Taurellae coniugis epitaphium, Eiusdem tumulus, Ex Corycianis, In Cupidinem Praxitelis, De Julio Caesare, De amore[71].  Epistole Oltre alle sedici epistole in volgare[72], tra le lettere degne di menzione si ricordano il De Vita et Gestis Guidubaldi Urbini Ducis, panegirico in prosa del duca d'Urbino presentato ad Enrico VII d'Inghilterra in occasione della morte di Guidobaldo e tentativo di realizzare la figura ideale di principe; e la Lettera a Papa Leone X, che tratta delle antichità romane e del modo con cui i romani costruivano i loro edifici[73].  La fortuna  Torquato Tasso Traduzioni del Cortegiano In Europa il nome di Baldassarre C. è intrinsecamente legato alla sua opera più celebre, Il libro del Cortegiano, quale modello di comportamento presso le corti. C. trovò terreno fertile in Spagna dove già nel 1536 il poeta Juan Boscán tradusse Il Cortegiano in spagnolo[74], mentre nel 1537 fu traslato in francese da Jacques Colin d'Auxerre (Le courtisan), nel 1561 in inglese da Thomas Hoby (The courtier)[2][75] e nel 1565 in tedesco dal bavarese Laurentz Kratzer[76]. Seguirono traduzioni anche in latino del Cortegiano, come quella di Hieronimus Turler la quale fu pubblicata a Wittenberg nel 1561[77]. Secondo Beffa-Negrini e lo scrittore veronese Benini, nel XVII secolo, vi fu la traduzione dell'opera anche in lingua russa[78].  Nel corso dei secoli Criticato parzialmente da Torquato Tasso nel suo dialogo Il Malpiglio overo de la corte a causa delle forti discordie che intercorrevano tra quell'ambiente e il poeta d'origine bergamasca (ma anche per il mutato cambiamento sociale intercorso)[79], l'opera di C. fu posta all'Indice dei libri proibiti nel 1576: il figlio di lui, Camillo, ricevette notizia direttamente dalla Santa Sede[80]. Neanche la versione "ripulita" di Antonio Ciccarelli permise al Cortegiano di essere tolto dai libri proibiti, come riconfermato da papa Sisto V. Comunque Il Cortegiano continuò a circolare e, con la fine dell'età della Controriforma, fu visto nel XIX e nel XX secolo come l'emblema stesso del Rinascimento[82].  Opere Baldassarre C., Il libro del Cortegiano, a cura di Giulio Carnazzi, Milano, Fabbri Editore, 2001 [1995], SBN TO01070935. Baldassarre C.,Il Libro del Cortegiano, a cura di Ettore Bonora, commento Paolo Zoccola, , Mursia, Milano 1972 Baldassarre C. e Cesare Gonzaga, Rime e Tirsi, a cura di Giacomo Vagni, Bologna, I Libri di Emil, 2015, ISBN 978-88-6680-136-8. URL consultato il 14 maggio 2020. Baldessar C., Lettere ora per la prima volta date in luce e con annotazioni storiche illustrate, a cura di Pierantonio Serassi, vol. 1, In Padova, presso Giuseppe Comino, Omaggi poetici e letterari Il poeta Matteo Bandello ha dedicato a Baldassarre C. la Novella XLIV della Prima parte (1554).[83]  Note Esplicative ^ I rapporti tra il C. e Isabella d'Este furono sempre improntati ad armonia per spirito di vedute e per interessi comuni. A rappresentare l'amicizia ormai consolidata, Isabella decise di partecipare in prima persona al corteo nuziale del C. con Ippolita Torelli. Cfr. Bongiovanni, p. 60. ^ De instituenda regum familia ("Sull'istruzione della corte dei regnanti") è il titolo latinizzato che il Bembo dà a Il Cortegiano. ^ Per un discorso più ampio, cfr. Motta 2003, pp. 69-168. ^ In Ferroni, p. 9. non a caso si parla di un tentativo di «esaltare [con] questo sogno un modo di rispondere alle rovinose "mutazioni" dell'Italia contemporanea». ^ Finucci, p. 92: «Le donne sono presenti inoltre perché necessario, lo si metterà ben in chiaro, "non solamente all'esser ma ancor al ben esser" (3, 40, 246) dell'uomo, della famiglia e della corte, quindi ai valori familiari, sociali e politici che costituiscono la società che qui con cura viene messa in scena dall'autore.»  Bibliografiche ^ Motta, Baldassarre C.: «L'opera, all'indomani della prima edizione (1528), si afferma, a livello internazionale, come autentico capolavoro e nuovo punto di riferimento nella letteratura etica e politica, sulla scia dei sublimi modelli antichi di Aristotele e Cicerone, di cui, consapevolmente, aggiorna e puntualizza la lezione.»   Mutini. ^ «La guerra come duro scotto di privazioni e di sangue, o come gioco millantato e fastoso, era il loro appannaggio: la morte e la finzione costituivano i termini di un'alterità in cui si celebrava, in mancanza di una struttura sociale subordinante, l'assoluta devozione al signore...»  (Mutini)   Cian.  Mazzuchelli, p. 16. ^ Cartwright Bongiovanni, p. 25. ^ Cartwright But loyally as C. served his master, Francesco Gonzaga's personality, it is evident, never attracted him», ossia «A parte che C. servì lealmente il suo signore, la personalità di Francesco Gonzaga, è evidente, non l'entusiasmò mai». ^ Cartwright, 1, p. 28. ^ Cartwright, 1, p. 38. ^ Mazzuchelli, pp. 16-17. ^ Martinati, p. 12. ^ Martinati, p. 13. ^ Russo, p. 510.  Ferroni, p. 7. ^ Martinati, p. 16. ^ Mazzuchelli, Martinati, p. 14. ^ Cartwright, 1, p. 188: (EN) «Henry, by the grace of God, King of England and France, Lord of Ireland, Soveraign of the Most Noble Order of the Garter...Forasmuch as we understand that the right noble prince, Gwe de Ubaldis, Duke of Urbin, who was heretofore, elected to be one of the companions of the said noble Order»  (IT) «Enrico, per la grazia di Dio, Re d'Inghilterra e Francia, Signore d'Irlanda, protettore del nobilissimo ordine della Giarrettiera...Dato che noi intendiamo che il giusto nobile principe, Guidobaldo, Duca di Urbino, che era fino a questo momento, eletto ad essere uno dei membri del suddetto nobile Ordine...»  ^ Martinati, p. 18. ^ La coppia ducale era senza figli per l'impotenza di Guidobaldo e così, il 18 settembre 1504, Guidobaldo fu costretto ad accettare come successore Francesco Maria Della Rovere, nipote del pontefice. Cfr. Cartwright Mazzuchelli, p. 18. ^ Martinati, p. 24. ^ Bongiovanni, p. 31.  Mazzuchelli, p. 19. ^ Martinati, p. 23.  Ferroni, p. 8. ^ Bongiovanni, p. 141. ^ Martinati, p. 28 e sgg. ^ Cartwright, 1, p. 411; p. 415: «Ippolita married at fifteen, and died four years later, before she was quite twenty». ^ Mazzuchelli, p. 20. ^ Martinati Martinati, p. 41. ^ Mazzuchelli, p. 21. ^ Bongiovanni, p. 39. ^ Cartwright, 2, p. 248. ^ Mazzuchelli, p. 22. ^ Martinati, p. 47. ^ Mazzuchelli, p. 23. ^ Martinati, p. 56. ^ Pompeo Litta, Famiglie celebri di Italia. Castiglioni di Milano., Torino, 1835. ^ Russo, 1, p. 257.  Guglielmino-Grosser, p. 282. ^ Ricci, p. 237. ^ Ricci, p. 237. Il testo del Cortegiano è tratto dal capitolo II, par. 17. ^ Ricci, p. 238. ^ Ferroni, p. 78, n. 15 §1. ^ Ferroni, p. 9. ^ Russo Russo Ferroni Scarpati, p. 435: «La rete dei valori e dei disvalori che si disegna non è dissimile da quella tracciata da Erasmo». ^ Guglielmino-Grosser, pp. 282-283. ^ Finucci, p. 91.  Ferroni, p. 88. ^ Motta Marazzini, Motta, Il libro del Cortegiano. La genesi del testo. ^ Vagni, p. 773. ^ Vagni, p. 734. ^ Vagni 2015, p. 187. ^ Cartwright, 1, p. 159. ^ Vagni 2015, p. 192. ^ Vagni 2015, p. XXVI.  Vagni 2015, p. XXV. ^ Vagni 2015, p. XXX. ^ Mazzuchelli, p. 32.  Mazzuchelli, p. 33. ^ Motta, La produzione poetica. I carmi latini. ^ Cartwright, 1, p. 144. ^ Mazzuchelli, pp. 33-34. ^ Mazzuchelli, p. 30. ^ Mazzuchelli, p. 34. ^ Pozzi. ^ Loewenstein-Mueller, p. 349. ^ Burke, p. 64. ^ Cartwright, Cartwright, 2, p. 440. ^ Cfr. il saggio di Cox, pp. 897-918. ^ Cartwright, 2, p. 443. ^ Cartwright Burke, IV di cop. ^ La prima parte de le Novelle, In Lucca, per il Busdrago, 1554. Bibliografia (FR) Roland Antonioli (a cura di), Lumieres de la Pleiade, Parigi, J. Vrin Bongiovanni, Baldassar C., Milano, Edizioni Alpes Bonora, Baldassarre C. e il "Cortegiano, Storia della Letteratura Italiana, Garzanti IV, Milano,pag.210-218 Peter Burke, Le fortune del Cortegiano. Baldassarre C. e i percorsi del Rinascimento europeo, traduzione di Annalisa Merlino, Roma, Donzelli Cartwright, Baldassare C. the perfect courtier: his life and letters, London, John Murray Cartwright, Baldassare C. the perfect courtier: his life and letters London, John Murray Cian, C., Baldassarre, collana Enciclopedia italiana, vol. 9, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana Cox, Tasso's "Malpiglio overo de la corte: The courtier" Revisited, in The Modern Language Review, vol. 90, n. 4, Modern Humanities Research Association Ferri, Il racconto del Cortigiano. Vita e storie di Baldassarre C., Collana Saggi, Milano, Solferino Ferroni, Dal Classicismo a Guicciardini (1494-1559), collana Storia della Letteratura Italiana, vol. 6, Milano, Mondadori Finucci, La donna di corte: discorso istituzionale e realtà ne"Il libro del cortegiano" di B. C., in Annali d'Italianistica, vol. 7, Arizona SGuglielmino e Hermann Grosser, Dal Duecento al Cinquecento, collana Il sistema letterario, 1. Storia, Milano, Principato Pompeo Litta, Famiglie celebri di Italia. Castiglioni di Milano., Torino Loewenstein e Janel Mueller (a cura di), The Cambridge History of Early Modern English Literature, Cambridge Marazzini, La lingua italiana: profilo storico, 3ª ed., Bologna, Il Mulino, Martinati, Notizie storico-biografiche intorno al conte Baldassare C., Firenze, coi tipi dei successori Le Monnier Mazzacurati, Baldassar C. e la teoria cortigiana: ideologia di classe e dottrina Critica, in MLN Mazzuchelli, C. Baldassarre. Articolo inedito dell'opera intitolata «Gli scrittori d'Italia», a cura di Enrico Narducci, Estratto da Il Buonarroti, Roma, Tipografia delle scienze matematiche e fisiche, Motta, La «questione della lingua» nel primo libro del Cortegiano: dalla seconda alla terza redazione, in Aevum, vol. 72, n. 3, Milano, Vita e Pensiero, Motta, C. e il mito di Urbino: studi sulla elaborazione del "Cortegiano", Milano, Vita e Pensiero Mutini, C., Baldassarre, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 22, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Quondam, Questo povero cortegiano. C., il libro, la storia, Bulzoni, Maria Teresa Ricci, La grazia in Baldassar C.: un'arte senz'arte, in Italianistica: Rivista di letteratura italiana, vol. 32, n. 2, Accademia Editoriale Russo, Pietro Bembo e la sua fortuna storica, in Belfagor, Firenze, Leo S. Olschki Russo, Baldassar C., in Belfagor, vol. 13, n. 5, Firenze, Leo S. 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URL consultato il 20 maggio 2020. Predecessore Signore di Casatico Successore Cristoforo C. Camillo C. Predecessore Nunzio apostolico in Spagna Successore Bernardino Pimentel 1524 - 1529 Girolamo da Schio Portale Biografie   Portale Letteratura   Portale Rinascimento Wikimedaglia Questa è una voce di qualità. Categorie: Umanisti italianiLetterati italianiDiplomatici italianiItaliani del XVI secoloNati nel 1478Morti nel 1529Nati il 6 dicembreMorti l'8 febbraioNati a Casatico (Marcaria)Morti a ToledoC.Militari italiani del XVI secoloPoeti ed umanisti alla corte dei Da MontefeltroDiplomatici al servizio dei GonzagaConiugi dei TorelliSepolti nel Santuario della Beata Vergine delle Grazie (Curtatone)[altre]. Baldassarre Castiglione. Castiglione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Castiglione,’ The Swimming-Pool Library.

 

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